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L'Unit

2 dicembre 1999

La sinistra e il nuovo
proletariato
Caro direttore, permetta anche a me di proporre alcune riflessioni sulla linea di quelle di
Giorgio Ruffolo uscite l'altro ieri su questo giornale, e di quelle, altrettanto stimolanti, di Paolo
Sylos Labini pubblicate da La Repubblica di ieri. In vista del congresso DS, ma soprattutto per
ridare un po' di fiato a una politica gravemente degradata dalla necessit di polemizzare con
Berlusconi o addiritttura con il pregiudicato Dell'Utri suo principale collaboratore, necessario
"ripassare" le buone ragioni della nostra scelta di sinistra, prendendo atto di cio' che vivo e di
cio' che morto, come direbbe Croce, in questa scelta. E' certamente vivo, nella sinistra,
l'ideale basilare di stare dalla parte di chi non contento di come va il mondo, e specificamente
di come va, in esso, la societ italiana. Questi "scontenti" sono quelli che Marx chiamava il
proletariato, che oggi certo non si definisce pi negli stessi termini, n rivendica pi le virt
"apocalittiche" che Marx gli attribuiva. Resta pero' vero che di sinistra chi ha un progetto di
trasformazione sociale che non guarda solo alla propria individuale posizione nella societ
com'. Che la destra sia stata spesso, anche se non sempre, razzista non mi pare solo un caso
disgraziato della sua storia. Il fatto che, dalla fede nella mano misteriosa del mercato
all'insistenza sulla concorrenza come motore dello sviluppo, la destra sempre stata
fondamentalmente naturalista. Anche le differenze razziali, dunque, possono divenire, per
essa, strutture da rispettare e da far valere come fattori di differenziazione sociale. Dal canto
suo, nonostante tutti gli errori e gli orrori che i suoi progetti rivoluzionari hanno generato orrori che pero' erano legati a una filosofia metafisica della storia, cio ancora una volta alla
pretesa di corrispondere a un ordine oggettivo scritto nella natura delle cose -la sinistra si
sempre legittimamente presentata come progressista: la scelta politica di chi vuole e crede di
poter cambiare le cose, per esempio e anzitutto correggendo le disuguaglianze naturali in
modo da poter mettere tutti in condizioni quanto pi possibile di parit nella competizione
sociale, che certo non potr mai scomparire, ma che deve essere spogliata dai caratteri di
violenza che assume se pura lotta di forze naturali per la sopravvivenza. Certo, qui siamo al
livello delle pi remote basi filosofiche della differenza tra destra e sinistra. Ma importante
risalirvi perch dalla definizione del nuovo "proletariato" che dipendono anche i contenuti
concreti di una politica di sinistra. Il nuovo proletariato non pi sicuramente, almeno nel
mondo industriale, quello dei poveri privi dei mezzi elementari della sussistenza. La
scontentezza che accomuna il "popolo di sinistra" certo fatta anche di difficolt economiche,
ma implica in misura almeno eguale se non addirittura superiore, l'insoddifazione per una
esistenza individuale e sociale tanto scarsa di contenuti da rendere insignificante anche la
sopravvivenza. Anche senza esagerare nel moralismo, forse questo che ci insegnano i giovani
dello sballo e delle overdosi mortali in discoteca; ma lo stesso si puo' leggere nella vicenda,
anch'essa tranto spesso deprecata con toni moralistici, dei disoccupati che rifiutano lavori non
gratificanti che pure potrebbero risolvere i loro pi immediati problemi economici, che non sono
nemmeno risolvibili, per le stesse ragioni, con i "lavori socialmente utili". Una sinistra che abbia

messo da parte definitivamente, insieme all'utopia della societ perfetta, anche il materialismlo
economicistico di Marx deve avere un progetto per vincere queste ingiustizie sociali. Certo,
anche costruendo le condizioni per una iniziativa economica pi aperta e libera - anche se non
sar trasformando tutti gli italiani in piccoli imprenditori del Nord Est (come credono i radicali)
che si rinnover davvero la nostra societ. Si tratta soprattutto di pensare il problema
dell'occupazione in termini che chiamerei "esistenziali", il diritto al lavoro, cio, come diritto ad
avere un'esistenza densa di progettualit. Puo' esser tale anche se il lavoro che si svolge ha
caratteri ripetitivi e frustranti; qui puoaiutare una riduzione degli orari, o, come suggeriva
Sylos Labini nel suo articolo di ieri, "la partecipazione dei lavoratori alle proposte e alle
decisioni concernenti l'organizzazione del lavoro e le nuove tecnologie". E piu' in generale
anche i lavori "peggiori" si sopportano se perlatro ci si sente coinvolti in un processo sociale
denso di altre gratificazioni. Qui, semmai, entrano in gioco tematiche "radicali" meno banali di
quelle recentemente abbracciate da Bonino e Pannella: l'affermazione di una societ dei diritti,
a cominciare dalla lotta ai tanti proibizionismi che ancora ci soffocano. Insomma, i proletari di
cui la sinistra puo' e deve essere la voce sono oggi, piuttosto che i morenti di fame, i tanti che
sono stufi di essere solo "consumatori" - di merci imposte dalla pubblicit, di programmi
televisivi berlusconiani o no, di sballi momentanei che in realt contribuiscono solo a
mantenere i fortunati che non ne muoiono nei limiti di una disciplina sociale che spegne ogni
progettualit. Proletariato siamo tutti noi anche in quanto non desideriamo vivere in una
societ opulenta ma barricata entro frontiere sempre pi militarizzate, per difenderci da un
terzo e quarto mondo che escluso dai nostri esagerati consumi. E' in questa ultima specie di
insoddisfazione, pi che nella retorica dello sviluppo, che si radica l'apertura imprescindiubile
della sinistra a una solidariet di dimensioni mondiali, la sua alleanza con quell'altro
proletariato, pi vicino al modello marxiano, che ancora lotta per la sopravvivenza in tanta
parte del mondo.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
22 febbraio 2000

La societ dei due


terzi
Vista da (centro)sinistra, la schiacciante vittoria di Aznar nelle elezioni politiche
spagnole pone domande che vanno ben oltre i confini della Spagna. Se, come credo si
debba fare, si prendono sul serio le scelte dei cittadini che lo hanno votato, sfuggendo
alla tentazione di considerarli ingannati dalla propaganda (un fattore certamente
presente, ma forse non cos decisivo), la questione che emerge prepotente, e che
minaccia di riproporsi anche in altri paesi d'Europa, quella del consolidarsi della
cosiddetta societ "dei due terzi". Non c' dubbio che l'economia spagnola conosce in
questi anni uno sviluppo straordinario, solo in parte ridimensionato dal fatto che
partiva da condizioni (disoccupazione, tassi di sviluppo, ecc.) molto pi negative di
quelle di altri paesi.. Accettiamo dunque che chi ha votato Aznar ha fatto una scelta
fondata, corrispondente ai propri interessi. E gli altri? Fino a che punto il meccanismo
economico sostenuto dalla politica della destra spagnola sar capace di estendere il
benessere anche a coloro che per ora ne rimangono esclusi e che dunque non hanno

buoni motivi per appoggiare con il voto questa politica? Sono questi (ancora) esclusi
che la sinistra cerca di non dimenticare, non certo presentandosi come il partito del
proletariato espropriato di tutto. Questo proletariato, fortunatamente, oggi una
minoranza nei paesi industrializzati, anche se le sempre nuove forme di povert (adulti
espulsi dal mercato del lavoro a causa delle nuove tecnologie, giovani senza
formazione superiore, anziani, ecc.) ne fanno un problema difficilmente superabile. La
sinistra crede nella possibilit di una alleanza tra i ceti sociali "emersi", che partecipano
dei frutti della nuova economia, e quelli che ne sono esclusi. La destra sembra
piuttosto convinta che, prima o poi, anche gli esclusi finiranno per godere i vantaggi del
libero mercato, della concorrenza, dell'economia sciolta da lacci e lacciuoli. Tutto sta
nel capire quanto gli esclusi dovranno aspettare. Se l'attesa, sia all'interno dei paesi
industrializzati, sia, soprattutto, sul piano internazionale, con le tante Afriche che
premono sui nostri confini, dovesse rivelarsi troppo lunga, la pazienza degli esclusi
potrebbe esaurirsi; e allora, anche solo per motivi egoistici di pace sociale, la questione
di una politica capace di non dimenticarli potrebbe riproporsi in modo drammatico.
GIANNI VATTIMO

Caff Europa
25 giugno 1999

Secolarizzazione,
biglietto da visita
per l'Europa
fin troppo evidente che l'unit dell'Europa una questione politica e giuridica, e
anche anzitutto finanziaria, come ha mostrato la realizzazione dell'Euro. Tuttavia, come
sempre accade nelle trasformazioni di strutture costituzionali e politiche, non basta
modificare leggi, abbattere sbarre di frontiera, nemmeno unificare programmi scolastici
e curriculi universitari. Come diceva uno statista dell'Ottocento italiano, dell'epoca in
cui l'Italia comp appunto il proprio Risorgimento nazionale diventando uno Stato
unitario, una volta fatta l'Italia bisogna fare gli italiani. La cultura, nel senso pi vasto e
anche naturalmente vago della parola, ha proprio questo compito, difficile e impreciso
insieme: ora che abbiamo cominciato a fare l'Europa, con il Trattato di Maastricht, di
Schengen, di Amsterdam, dobbiamo fare gli europei.
Il termine secolarizzazione che ho voluto collocare nel titolo del mio intervento
riassume in una sola parola, a mio parere decisiva, il contributo che gli uomini di
cultura, filosofi storici scrittori ma anche teologi e artisti, possono dare per costruire
una mentalit europea. Si diventa europei, potremmo dire, solo accettando di
secolarizzare molti elementi della propria tradizione - nazionale, anzitutto: ma anche
religiosa, filosofica, ecc. -: e assumendo la secolarizzazione stessa come il vero e
proprio contenuto dell'eredit culturale caratteristica del nostro continente. Per
continuare con le citazioni, anche in forma di slogan: il titolo del saggio di Novalis, "Die

Christenheit oder Europa", potrebbe essere trasformato in: "Die Saekularisation ierung
(?) oder Europa". Sottolineo che non affatto una trasformazione blasfema. Come ho
cercato di mostrare in altre sedi, la secolarizzazione, intesa nel senso pi ampio, come
passaggio dal sacro misterioso e trascendente alla divinit incarnata e coinvolta nella
storia dell'umanit, pu essere considerata ragionevolmente l'essenza stessa del
cristianesimo. Se la salvezza, come insegna la Bibbia, ha una storia, essa pu solo
essere la consumazione progressiva della distanza tra umano e divino. Le varie
secolarizzazioni che hanno segnato la storia europea dall'antichit a oggi si possono
legittimamente intendere in questo senso. Penso, ovviamente, come esempio
emblematico, alla tesi di Max Weber sul capitalismo moderno come realizzazione
secolarizzata dell'etica cristiana.
Credo che si debba estendere la tesi di Weber molto al di l dei limiti in cui egli l'ha
voluta mantenere: in sensi diversi, tutta la moderna civilt europea mi pare descrivibile
come un fenomeno di secolarizzazione: non tanto di secolarizzazione del cristianesimo,
ma ancora di pi, di secolarizzazione di ogni sacralit naturalistica in virt del
cristianesimo.
Ci che ha fatto la moderna civilt europea stato bens secolarizzare il messaggio
cristiano, interpretandolo in maniera sempre meno letterale e sempre pi "spirituale",
secondo l'intuizione di Gioacchino da Fiore: ma in tal modo non si secolarizzato solo il
contenuto della Bibbia, antico e nuovo testamento: proprio in nome dei valori cristiani,
dell'idea di una storia della salvezza che stata predicata da Cristo e dalle chiese,
l'Europa diventata il continente delle secolarizzazioni, della laicit, della dissoluzione
dei valori eterni in favore di una concezione consensuale della verit, fondata pi sulla
ricerca dell'accordo e il rispetto reciproco delle opinioni, che sulla pretesa di
rispecchiamento oggettivo dei fatti. Come filosofo, questo mi sembra particolarmente
evidente nell'evoluzione dell'epistemologia del nostro secolo, nella centralit che ha
assunto per l'etica filosofica e religiosa l'idea dell'incontro con l'altro, nella stessa
trasformazione della nozione di universalit, che sempre pi viene concepita come una
meta da realizzare attraverso la pratica del dialogo e non mediante la ricerca sulla
struttura del mondo. Persino l'annuncio di Nietzsche, secondo cui "Dio morto", ed
morto perch stato ucciso dai suoi fedeli, pu essere interpretato in questo senso.
Nella prospettiva di Nietzsche, Dio stato una "bugia" utile all'umanit per darsi un
ordine sociale praticabile, tale da rendere il mondo abitabile. E la credenza in Dio ha
svolto questa funzione di razionalizzazione del mondo anche in quanto ha comandato la
veridicit. Ma alla fine, quando il mondo diventato un ambiente un poco pi sicuro
per l'umanit almeno relativamente civilizzata, il comandamento divino di non mentire
si rivolto contro Dio stesso: i fedeli hanno capito che per non dire bugie dovevano
negare anche la bugia suprema, la loro fede in Dio.
Questa ricostruzione nietzschiana della storia del nichilismo occidentale mi sembra una
rappresentazione metaforica della storia delle secolarizzazioni. la rivelazione cristiana
della storia della salvezza che ci ha permesso di dissolvere le credenze superstiziose, e
di vedere il mondo come "natura" che pu essere studiata dalla scienza fisica e
manipolata dalla tecnica. La razionalizzazione ha cos secolarizzato, cio
demitologizzato, il mondo naturale rendendolo abitabile per l'uomo. Nello stesso
tempo, per, la secolarizzazione ha proceduto anche a spogliare progressivamente lo
stesso messaggio giudeo-cristiano dei suoi elementi superstiziosi, sacrali, misteriosi: si
capito sempre meglio che la salvezza non consisteva nella recitazione di formule
magiche, ma nel portare a compimento nella storia l'incarnazione di Dio. Le
trasformazioni moderne dello stato in senso costituzionale e democratico, per esempio,
la politica dei diritti umani, in genere le conquiste del liberalismo. Sono - finora questo compimento, sebbene spesso esso sia avvenuto in contrasto con le autorit
religiose che, fatalmente, hanno sempre cercato di porre limiti istituzionali al

proseguimento della rivelazione nella vita della comunit dei credenti.


Non si tratta solo di riconoscere questo senso alla secolarizzazione finora avvenuta:
non cerchiamo solo una visione retrospettiva della storia dell'Europa moderna. Ci che
importa in un dibattito come il nostro cogliere un filo conduttore capace di servire
come progetto per il futuro, come criterio per le opzioni sempre pi complesse di fronte
a cui ci troviamo. Cos, anzitutto, una politica dei diritti umani di carattere europeo si
fonder molto pi legittimamente sull'idea di secolarizzazione che su quella di una
costituzione naturale dell'uomo che si tratterebbe di rispettare. Capisco che l'idea del
diritto naturale ha avuto un peso determinante nel processo di civilizzazione della
modernit. Credo per che oggi, proprio come effetto di quella morte di Dio di cui ha
parlato Nietzsche, e che in termini politici significa anche la fine dell'imperialismo e
dell'eurocentrismo, noi dobbiamo fare a meno di una simile nozione, che rischia di
divenire un intralcio a quel progresso dei diritti che ha inizialmente promosso. un
fatto che non si vede particolarmente chiaro in certe situazioni. In Italia, per esempio,
ma anche in altri paesi cattolici dell'Europa, la legislazione sul terreno della bioetica,
del diritto di famiglia e di aree affini, rallentata e spesso distorta dalla pretesa di
conformare le leggi dello Stato alla "legge naturale" che solo certe istituzioni, anzitutto
la Chiesa cattolica, riconoscono come tale, opponendola anche alla libera decisione
delle maggioranze parlamentari e soprattutto imponendola in modo autoritario a tutti,
credenti e non credenti. Cos, mentre nella generalit dei paesi europei consentita
alle coppie sterili, e anche ai single spesso, il ricorso alla fecondazione "eterologa" (con
sempre di donatore estraneo alla coppia), in Italia sta per essere approvata una legge
che lo vieta a tutti in nome di una concezione della famiglia "naturale" che ormai
estranea a gran parte dei cittadini, anche credenti, e che tende farsi valere al di l delle
scelte di coscienza dei singoli. Cito questo esempio perch mi pare che proprio su
questo terreno dovr svilupparsi il lavoro per porre al centro della legislazione europea
una concreta politica dei diritti, che non pu farsi ispirare, e ormai soprattutto limitare,
dal riferimento a essenze, leggi naturali, strutture immutabili. In generale, una
legislazione democratica non pu conciliarsi con idee metafisiche di questo tipo.
probabilmente vero che la democrazia ha bisogno di una fede nel valore della persona
umana che ha l'apparenza di una concezione metafisica: ma se si analizza il contenuto
della nozione di persona, facile vedere che esso si riduce all'idea di libert e
autodeterminazione. Il che, in termini pi comprensibili, come aveva gi insegnato Pico
della Mirandola alla fine del Quattrocento nella mirabile orazione De dignitate hominis,
significa che l'essenza naturale dell'uomo di non avere un'essenza prestabilita e di
doversela scegliere liberamente.
Se ci si pensa, questo schema di una storia della salvezza come storia delle
secolarizzazioni che sbocca nella scoperta della centralit della libert individuale,
traduce con estrema fedelt l'idea cristiana secondo la quale la storia della redenzione
anche processo di progressiva comprensione del vero senso spirituale della
rivelazione. La scrittura e la tradizione cristiane insegnano che l'essenza della
rivelazione non una qualche conoscenza della vera natura dell'uomo o di Dio, ma che
tutto si riduce alla carit. Le secolarizzazioni che proprio il cristianesimo, con l'idea di
incarnazione, ha inaugurato e messo in moto aprendo la via alla modernit, hanno un
solo criterio e un solo limite, quello della carit: ama et quod vis fae. Secondo il detto
di Agostino.
Si pu domandare, conclusivamente, se questa identificazione della cultura dell'Europa
con la secolarizzazione e, dunque, con l'idea di una storia della salvezza che ci proviene
soprattutto dalla Bibbia giudeo-cristiana, non rischi di chiuderci in una prospettiva
ancora una volta eurocentrica, che ignorerebbe proprio quel pluralismo culturale che
vuole realizzare. Certamente vi qualcosa di paradossale nel fatto che la stessa idea di
pluralismo culturale sia, per ora, un valore soprattutto presente in una determinata
cultura, quella occidentale cristiana. Noi per non possiamo immaginarci di saltare fuori
dalla nostra tradizione, collocandoci in una posizione "universale", in una "view from

nowhere", che pretenderebbe ancora di identificare la nostra concezione dell'umano


con la vera essenza di ogni umanit. Possiamo solo, riconoscendo la finitezza del
nostro progetto, cercare, proprio il nome dei nostri valori, di ascoltare i valori degli
altri, aprendoci anche a forme di sincretismo, eclettismo, contaminazioni che mettono
da parte ogni illusione di purezza - ideologica, razziale, linguistica - in nome del
rispetto dell'altro come interlocutore a cui riconosciamo pari diritti. Si tratta forse di
sostituire, alla pretesa di verit lo sforzo della carit: in fondo in questo senso che,
come diceva Croce, in quanto europei non possiamo non dirci cristiani - o anche, come
dice un paradossale detto italiano, che "grazie a Dio, siamo atei".

GIANNI VATTIMO

La Stampa
4 marzo 1999

La "vita buona" e i
suoi nemici
Ma la Chiesa rispetta la democrazia?
Fecondazione assistita, coppie di fatto, parit scolastica: i
nodi della nuova contrapposizione tra laici e cattolici
Chi ha paura degli "storici steccati"? La rinascente contrapposizione tra "laici" e
"cattolici" nella politica italiana su temi come la fecondazione assistita, i diritti della
famiglia e delle coppie di fatto, i sussidi alla scuola confessionale, pu certo disturbare,
ma tutto sommato ha anche il senso di risvegliare un dibattito politico che rischiava di
addormentarsi nella melassa del "pensiero unico", qualunque cosa questo termine
voglia dire. Chi paventa tale risveglio sembra essere ispirato, sia sul "fronte" laico sia
su quello cattolico, dalla diffidenza nei confronti del processo di secolarizzazione che,
nella modernit, ha promosso lo sviluppo della democrazia dei diritti. I laici, che pure
dovrebbero credere nel valore di questo processo, sembrano troppo spesso dubitare
delle sue buone ragioni: mentre, pi ovviamente, i cattolici lo considerano una iattura a
cui resistere, in nome di un ideale di societ del quale difficile vedere i contorni. I
cattolici (la gerarchia ecclesiastica) che si oppongono alla fecondazione eterologa e ai
diritti dei single e delle coppie di fatto, per non parlare dell'"orrore" delle convivenze
omosessuali, che ideale di societ hanno in mente? Sembra che per loro si tratti solo di
resistere all'estensione di diritti che il pensiero sociale moderno ha progressivamente
riconosciuto, e che invece dovrebbero essere limitati in omaggio a un ordine "naturale"
che peraltro solo la dottrina della Chiesa riconosce. andata cos in tante
trasformazioni che hanno avuto luogo nei secoli passati, e che hanno visto la Chiesa
ufficiale sempre (esageriamo?) dal lato della conservazione di strutture e privilegi

consolidati. Non il caso di risalire al processo di Galileo, all'Inquisizione, ai roghi degli


eretici; basta pensare alla posizione della Chiesa dell'Ottocento sulla democrazia, e a
pi recenti battaglie su diritti civili come il divorzio e l'aborto. Anche la questione della
scuola privata, a ben vedere, si collega a questi temi. I "laici" non vogliono che lo Stato
sostenga un insegnamento di carattere confessionale, che discrimina gli insegnanti in
base alla fede e ai costumi (quanti professori divorziati o omosessuali insegnano nelle
scuole religiose?). La Chiesa, d'altra parte, rivendica sia il suo diritto di offrire
un'educazione orientata secondo quelli che a lei paiono essere i valori umani universali
(che dovrebbero essere, ma non sono, riconosciuti da tutti) sia la libert delle famiglie
di scegliere quali dogmi trasmettere ai proprio figli; anche questo diritto della famiglia
(lo stesso che certe famiglie rivendicano per imporre l'infibulazione alle loro bambine)
un diritto fondato sulla natura umana, ma solo come la Chiesa la definisce.
La domanda che nasce da queste riflessioni, dunque, : che cosa pensano davvero i
nostri concittadini cattolici e la gerarchia ecclesiastica della direzione in cui deve andare
una societ per diventare pi vivibile, umana, anche pi caritatevole e cristiana?
Certamente si deve riconoscere loro il diritto di far valere democraticamente la propria
visione del mondo e della vita; dunque di affermare i valori della famiglia, i diritti
dell'embrione, anche la castit prematrimoniale e la fedelt coniugale. Ma
"democraticamente" che cosa vuol dire? Solo contando sul consenso della
maggioranza? Paradossalmente, proprio al principio di maggioranza si sono appellati
opinionisti cattolici e persino prelati per rispondere alle proteste dei laici contro il
divieto della inseminazione eterologa. Il ragionamento sembra filare. In democrazia,
singoli e gruppi fanno valere le proprie opinioni su ci che credono bene e verit; se
sono maggioranza, questi valori diventano leggi. Ma, come del resto proprio il Papa ha
ricordato tante volte, la maggioranza numerica non tutto. Anche Hitler prese il potere
per volont di una democratica maggioranza. Sostenere i propri valori
democraticamente significa anche accettare il diritto delle minoranze a rispettare i
propri. Per esempio: nessuno impone ai cattolici di divorziare o di abortire, e ai medici
in quest'ultimo caso riconosciuto il diritto alla obiezione di coscienza. Nel caso della
inseminazione eterologa, il diritto di ricorrervi negato a tutti in nome di una scelta di
coscienza di una maggioranza; nel caso dei single, in nome della stessa scelta di
coscienza il diritto all'inseminazione semplicemente rifiutato. Credere o no nella
famiglia come unico luogo di trasmissione della vita una questione di coscienza;
dunque bisogna rispettare il diritto alla riproduzione anche di chi non crede nella
famiglia. Del resto, questo l'orientamento di molte leggi in vigore anche da noi; se no
si dovrebbe proibire il divorzio, o ancor pi sanzionare penalmente ogni relazione
sessuale fuori dal matrimonio. Eccetera.
Una societ, si anche detto, non si regge se non su valori condivisi, e dunque su leggi
che pongono necessariamente limiti. Ma la nostra societ - con la libert di opinione, di
stampa, di religione, insomma i "diritti di libert" che si sono fatti valere anche con il
contributo dei credenti ma troppo spesso contro le posizioni ufficiali della Chiesa -
diventata estremamente complessa e pluralista. E il pluralismo moderno, che certo
comporta tanti svantaggi, ha anche il pregio enorme di aver affermato, almeno in linea
di principio, la libert della coscienza individuale, di tutti gli individui a ugual titolo. L
dove sorgono conflitti "di coscienza" come quelli in mezzo a cui ci troviamo oggi,
sarebbe il caso di attenersi a questo valore, davvero il pi generale e essenziale tra
quelli su cui si costruito il modello sociale a cui nessuno di noi accetterebbe di
rinunciare, cio il principio secondo cui ognuno libero di fare tutto ci che crede e
vuole fino a che non lede la pari libert di chiunque altro. Se provassimo ad applicare
questo principio al problema della inseminazione artificiale o delle coppie di fatto che
cosa ne verrebbe? I cattolici intendono porre qui dei limiti richiamandosi ai diritti del
nascituro, persino al suo diritto alla propria "identit biologica" e perch non razziale?).
Ma ritenersi i rappresentanti autorizzati dei diritti dei nascituri non viola la pari libert
di altri che, con altre convinzioni vogliono rappresentare gli stessi diritti? Se poi si
sostiene che la visione cattolica della sacralit della vita, sempre e comunque,
"naturalmente" (razionalmente, oggettivamente) pi giusta si finisce di nuovo per

volere che la legge adotti una determinata visione del mondo, una "confessione",
contro altre, imponendola anche alla coscienza di chi non ci crede.
Con tutti i limiti, dei quali siamo fin troppo consapevoli, il valore moderno della libert
di coscienza dell'individuo - di quel singolo di cui anche i capelli del capo sono contati
dalla provvidenza amorevole di Dio - resta l'unico su cui fondare la nostra vita
associata e la nostra speranza di poterne fare una "vita buona".

GIANNI VATTIMO

Reset
Novembre-Dicembre 2000 n. 63

Se deborda,
ripugnante
Per chi pensa la politica come un impegno fondamentalmente etico, cio non finalizzato a scopi
"economici", nel senso crociano di interessi "particolari", ma come promozione di valori che si
sentono universalizzabili e che riguardano specificamente I meccanismi della vita associata, il
cinismo pu essere solo un atteggiamento che talvolta si ritiene di dover assumere proprio per
la promozione di questi valori. E' sempre solo un mezzo, eventualmente, nel senso del
machiavellismo popolare, quello per cui il principe ha addirittura il dovere di "sporcarsi"
moralmente se ne va del bene dello stato (cio, dovremmo pensare pero' noi democratici, del
bene dei cittadini..).Se non pensato in questi termini limitati, nella misura in cui pu essere
richiesto per far bene il proprio lavoro di politico moralmente motivato, il cinismo non un
comportamento politico, non ha diritto di essere considerato tale. Quel che succede spesso
che esso sconfina da questi limiti, in cui pu e deve essere preso sul serio come possibile
dovere in certe situazioni, e si fa regola generale, atteggiamento di base, fino a diventare
caratteristica di interi gruppi "politici" che sono tali solo per modo di dire.
Si deve dunque discutere di cinismo in due sensi: quando o sembra un comportamento
necessario in certe situazioni per realizzare gli scopi di una politica eticamente motivata; o
quando dilaga come atteggiamento eticamente riprovevole che si mette fuori dalla politica
propriamente detta.
Nel primo senso, chiamerei cinismo la decisione di metter da parte interessi legittimi di singoli
o gruppi in nome di uno scopo che sia moralmente giustificabile come pi alto e pi
importante. Comandare un esercito in una guerra difficilmente si pu senza una certa dose di
cinismo: anche il nazista che entra in casa tua per violentare tua sorella , uccidere te,
deportare I tuoi bambini ha una umanit che non puoi rispettare fino in fondo se devi

difenderti. Un certo cinismo richiesto spesso nel comportamento morale, per essere capaci di
fare scelte che non siano in contraddizione con I valori guida a cui si vuole essere fedeli, o
anche solo con l'esigenza di autoconservazione. Davvero si pu non essere alquanto cinici
quando si deve decidere, come medico, giudice, ecc. se operare due gemelli siamesi
sacrificandone uno? Persino rinunciare alla pratica della raccomandazione dei meritevoli in una
situazione in cui si sa che la raccomandazione pratica comune e che I meritevoli sono in
genere sconfitti da altri che meritevoli non sono richiede un certo cinismo. L'anima buona di
Sezuan di Brecht dovette a un certo punto decidere di fare intervenire ogni tanto un finto
cugino cattivo (la stessa anima buona travestita per l'occasione) per non andare
completamente in rovina e distruggere tutte le proprie possibilit di aiutare ancora il prossimo.
L'esperienza dei valori, nella nostra situazione esistenziale, sempre esperienza di scelta tra
valori in concorrenza, che non sono in s inconciliabili ma di fatto non sono realizzabili insieme.
Per questo, forse, nonostante gli sforzi, anche I pi buoni fra noi hanno bisogno di perdono, e
la giustizia (unicuique suum) non davvero mai l'ultima parola, abbiamo sempre qualche
scheletro negli armadi che ci potrebbe essere rimproverato. Un politico che porga sempre
l'altra guancia non si pu nemmeno immaginarlo, gli elettori lo boccerebbero subito, o in caso
di monarchia assoluta sarebbero I cortigiani a farlo fuori. Chiameremo davvero cinismo quello
di chi non pu non scegliere violando anche diritti, aspettative, tenerezza per l'umano?
Possiamo non chiarmarlo cosi', ma dobbiamo aver presente che questa come un'ombra
permanente della nostra condotta morale che, sul piano politico - date le dimensioni di massa
che le scelte spesso devono prendere, come nel caso dell'ordinare un bombardamento - corre il
rischio di indurre una abitudine che fatalmente precipita nel disumano, nella pura ricerca del
proprio interesse immediato, ecc.
E' questo debordare del cinismo che scandalizza di pi in certe situazioni storiche. La polemica
contro il buonismo che diventata di moda nella politica e nella cultura italiana degli ultimi
tempi un sintomo di questo tipo. Mi ha impressionato, gi anni fa (ma non ricordo
esattamente la data, era la celebrazione di un anniversario di piazza Fontana credo) una
trasmissione televisiva in cui Giuliano Ferrara discuteva con un gruppo di giovani, sostenendo
alla fine che I depistaggi, I compromessi, le vere e proprie menzogne che costellano la storia
delle stragi impunite nel nostro paese non devono scandalizzarci - spero, temo, di riferire
correttamente il suo pensiero) perch questo anche (o soprattutto) la politica come arte del
governo. Imparare da Machiavelli, insomma, e non continuare a credersi, spesso
ipocritamente, anime belle solo perch non ci siamo mai trovati a dover prendere decisioni di
questo genere. Ferrara comunque un esplicito sostenitore di questa concezione machiavellica
della politica, di cui il suo giornalismo una espressione spesso esemplare: politica come gioco
di potere, e quindi anche come intrigo, e il giornalismo come scoop che svela retroscena e, sul
piano dei commenti, coltiva un realismo disincantato nella visione della vitaNon so fino a che
punto anche persone che stanno su posizioni opposte, politicamente, a quelle di Ferrara, non
condividano questo cinismo programmatico: che conforme a tante simpatie "filosofiche" di
certa sinistra gi rivoluzionaria e ora delusa, dunque amante di Carl Schmitt e del suo
"realismo". Ora pero' si tratta di un realismo sommamente irrealistico, perch misurato sulla
politica come la si faceva I tempi del Congresso di Vienna, si tempi dei governi assoluti e degli
arcana imperii. In un mondo, almeno in linea di principio, democratico, conta una certa
immagine etica della politica che non pu essere sempre solo immagine, deve corrispondere a
qualcosa se no non funziona (vero che chi sostiene il cinismo realistico dalla parte del Polo ha
anche molte possibilit di manipolare l'immagine). Come si fa a dire chiaramente che la bugia
indispensabile in politica quando ci si rivolge a un elettorato che vuole sapere per chi vota? E
se non lo si dice, si continua per l'appunto a credere alla politica dei gruppi ristretti di potere;
una sorta di piduismo fatto sistema, credenza esoterica, che non pu nemmeno mettersi alla
prova nella discussione pubblica e dunque deve affidarsi a una sorta di certezza profetica, a
qualche guru supremamente sicuro di s .
In questi termini, il cinismo non un aspetto di una politica secolarizzata, piuttosto un
residuo di politica "moderna" nel senso in cui erano moderni Machiavelli e Luigi XIV. Non credo
sia un fenomeno soprattutto italiano, anche se da noi vige una certa tradizione di doppia verit
che, oltre ad avere alcuni effetti positivi - assenza generalizzata di fanatismo, sguardo di
scettica tolleranza anche sulle pi assurde pretese della Chiesa - implica pero' una certa

tendenza a non fare molto conto del dire la verit in politica e in genere nella vita sociale. Ma
non sempre la P2 la fa franca, e soprattutto non sempre chi predica il cinismo disincantato fa
parte della vera P2, vive sempre con il sospetto che ci sia qualcuno pi doppio e cinico di lui (di
qui anche la mania della dietrologia e il gusto per I complotti..); anche solo per ragioni di
salute mentale e di buona digestione, la scelta democratica sembra assai migliore.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
30 dicembre 2000

Laici, grazie a Dio


Ma davvero cos difficile prendere sul serio l'idea che la stessa laicit - delle
istituzioni, dello Stato, dunque anche la democrazia con la sua "neutralit" - sia
appunto quell'elemento cristiano costitutivo della nostra identit culturale europea che
anzitutto la Chiesa dovrebbe essere interessata a difendere? Pu darsi che non sia cos
felice insistere sull'espressione di Bonhoeffer "Come se Dio non ci fosse", che fa da
titolo all'ultimo libro di Gian Enrico Rusconi e che don Zega mette in discussione ancora
una volta nel suo articolo di mercoled scorso. Eppure, se applicassimo il metodo usato
da Max Weber nello studio della economia moderna, domandandoci, come lui ha fatto
con la razionalit capitalistica, come mai l'idea della laicit dello Stato ha trovato il suo
sviluppo proprio nell'Occidente cristiano - giacch non ce ne sono tanti esempi fuori di
questo ambito - scopriremmo che la democrazia e la laicit si sono sviluppate nella
nostra civilt non come se Dio non ci fosse, o perch Dio non c', ma proprio grazie
alla nostra eredit cristiana. la libert di coscienza che abbiamo faticosamente
conquistato nelle guerre di religione, la libert di professarsi cattolici, protestanti, o
anche atei e agnostici, quella che ha reso possibile lo Stato laico moderno,
l'uguaglianza dei diritti, la stessa democrazia. Che difficilmente si pu far risalire alla
polis greca, nella quale i cittadini di pieno diritto erano quattro gatti, circondati da
meteci, schiavi, persino donne (!), forniti di diritti assai pi limitati, magari nemmeno
dell'anima. Dunque, hanno ragione coloro che, come don Zega, ci mettono in guardia
dai rischi che comporterebbe una visione della modernit europea senza il
cristianesimo. Ma per evitare questa pericolosa amputazione dovremmo tornare
all'incoronazione dell'Imperatore da parte del Papa, come ai tempi di Carlo Magno? O
anche solo restaurare lo Stato Pontificio abbattuto a Porta Pia poco pi di un secolo fa?
La vera grave amputazione della tradizione cristiana, al cui rischio siamo sempre pi
esposti, sarebbe proprio quella che ne escludesse la storia della laicit moderna,
considerandola uno sviluppo estraneo o addirittura un rovesciamento e un abbandono.
Ci dica don Zega se le radici e la memoria delle nostre origini cristiane si devono
recuperare ritrovando il Sacro Romano Impero, lo Stato Pontificio, il Sillabo, l'Indice dei
Libri proibiti. Immagino di no: ma una democrazia che non si senta orgogliosamente e
cristianamente (grazie a Dio) laica, non finirebbe per dover tornare l? Per esempio
dovendo riconoscere che, "per legge naturale", l'errore non pu avere gli stessi diritti
della verit, da cui l'Indice, il Concordato con i privilegi per la Chiesa Cattolica, la
censura sulle pubblicazioini oscene o blasfeme, ecc.? Se no che cosa? Noi, con tutta la
buona volont e con tutta la fede nel Vangelo, non riusciamo a vedere una civilt
cristiana se non come quella che, in contrasto con tutte le idolatrie, sa fare spazio alla
libert della coscienza e alla dignit di ogni uomo (anche i capelli della vostra testa

sono contati, voi valete pi di molti passeri).

GIANNI VATTIMO

la Repubblica
4 gennaio 2001

I Lumi. Soffusi e deboli,


cos li preferisco
Caro direttore, sar poi vero che, come dice nel suo bell'articolo del 31 dicembre, Umberto Eco
pi illuminista di me? Ha forse ragione nel dire che non ci tengo a tutti i costi ad essere
riconosciuto come (pi) illuminista (di lui). Ma quando leggo che lui si sente illuminista perch
interessato a come in generale vanno le cose, e dunque a un certo concetto, sia pur
relativamente, stabile di realt, mi vien voglia di obiettargli almeno due cose che, insieme alla
nozione kantiana di illuminismo (la ragione che diventa maggiorenne, ma proprio perch
riconosce finalmente i propri limiti) dovrebbero aiutarci a discutere pi "empiricamente",
realisticamente o come si vuol dire, la questione. Primo: se vogliamo tener conto davvero di
come vanno le cose, non possiamo ignorare che, del loro "andare", fa parte anche il nostro
parlarne e tenerne conto. Come dire che noi guardiamo al corso delle cose non dall'esterno,
from nowhere come ha detto un filosofo americano, o dal punto di vista di Dio (forse solo
Emanuele Severino crede ancora di poterlo fare). Noi guardiamo al corso delle cose ,
distinguiamo il loro andare "generalmente" cos piuttosto che altrimenti, ma siamo dentro al
processo e non possiamo mettere tra parentesi questo "fatto". La differenza tra Kant e Hegel, o
tra Eco e me (ma s, bisogna pure scegliersi un termine di confronto, come diceva Woody
Allen), che nonostante tutto Kant crede ancora di poter parlare dal punto di vista di un
Soggetto, sia pur finito ma stabile e non sottomesso, lui, al divenire storico. Dunque la ragione
(la Ragione) ha una sua purezza , le sue categorie che si applicano sempre e dovunque ci sia
un essere razionale finito eccetera. Hegel - buono questo, dir Eco; e per molti versi concordo
- pensa ancora in termini di Assoluto, certo; ma almeno comincia ad accorgersi che, se si d
un punto di vista vero, divino, definitivo, per l'uomo va conquistato. Per questo Marx era pi
hegeliano che kantiano, pensava anche lui che la visione limpida della verit fosse qualcosa da
conquistarsi nella storia. Poi, come si sa, la storia ha smentito proprio questa aspettativa di
Marx e di Hegel: il comunismo reale non era affatto razionale, e ai pi parso che questo
fallimento non dipendesse solo dalla malvagit degli uomini o dal destino cinico e baro, ma dal
difetto stesso del progetto. Risultato: torniamo a Kant? In parte s, ma riconoscendo che la
finitezza della ragione umana non consiste solo nel fatto che le categorie si debbono SEMPRE
applicare a un materiale che ci viene dalla sensazione; anche quel "sempre" un po' eccessivo.
Finitezza vuol dire che anche il nostro guardare il mondo fa parte dei fatti del mondo, e non
possiamo mai, nemmeno per scherzo, intenderlo come un guardare "puro", che ci direbbe
come davvero e sempre vanno le cose. Illuminismo sarebbe qui dunque la consapevolezza

della storicit della ragione, che giustamente chiameremo piuttosto ragionevolezza: per
esempio, nell'etica, mischiando la fede nei nostri valori con il senso di responsabilit, che tiene
conto delle conseguenze (non: fiat iustitia pereat mundus, per esempio), e tra queste, anche
della storica "vivibilit" di un mondo che si ispiri a quei valori: dunque tenendo conto delle
idee, dei valori, delle aspettative degli altri, e non solo dei propri ideali. Saremmo cos meno
convinti dei diritti umani fondamentali? E' questo che gli "illuministi" rimproverano sempre agli
storicisti. Ma se ci mettessimo d'accordo che il diritto umano fondamentale quello di essere
interpellati sul proprio destino, o, appunto, quello di "mettersi d'accordo"? Non ci troveremmo
cos di fronte n ad autorit assolute che in nome della legge "naturale" ci vietano la
fecondazione eterologa o le unioni civili omosessuali; e nemmeno di fronte a illuministi
"ragionevoli" che , magari con argomenti meno dogmatici, finiscono spesso per arrivare alle
stesse conclusioni (per esempio: le adozioni da parte di coppie omosessuali vanno vietate
perch il bambino pu trovarsi a disagio nei confronti dei compagni che hanno genitori
"normali". Come dire che meglio non essere ebreo in una societ dove tutti celebrano il
Natale e l'Epifania..).
Qui viene il secondo punto. delle mie osservazioni. Che anche il nostro sguardo sul mondo
faccia parte del corso delle cose significa anzitutto che un fatto, cio un prodotto storico
"motivato". Nessuno scienziato guarda il mondo "oggettivamente" per amore della verit o per
corrispondere a un dovere eterno. Lo fa per vincere il Nobel, o per produrre una medicina utile
anche a se stesso, o per realizzare un mondo pi giusto eccetera. I "valori" per i quali si muove
non sono scritti in qualche ordine naturale, sono scelti liberamente. Che non vuol dire a
capocchia ed arbitrariamente: ma appunto in relazione alla loro "presentabilit" agli altri, alla
loro capacit di resistere a ogni obiezione umanamente immaginabile nella situazione concreta.
Non posso dire che vanno sterminati gli ebrei o gli zingari pensando che tutti saranno
d'accordo. Devo pensare che il diritto di ebrei e zingari a non essere sterminati sia legato al
valore eterno e naturale della vita? Qualcuno dir che cos l'imperativo sarebbe pi forte e pi
garantito il suo rispetto. Ma poi proprio in nome di questo diritto eterno della vita che papi e
vescovi o autorit civili varie mi vieteranno di bere alcoolici, di fumare spinelli, al limite anche
di lasciarmi morire se la vita non ha pi senso per me. Dunque, anche dal punto di vista
"politico", molto meglio pensare in termini di consenso; motivato da argomentazioni, certo, che
per si rifanno sempre solo alla nostra possibilmente condivisa esperienza storica - del tipo:
ma se hai letto questo e questo, e se ricordi questo e questo, come fai ancora a dire che? Se
c' una natura vera delle cose, c' anche sempre una autorit - il papa, il comitato centrale, lo
scienziato oggettivo, ecc. - che la conosce meglio di me e che pu impormela anche contro la
mia volont. A che altro serve insistere sulla oggettivit e la "datit " del vero, se non a
garantire qualche autorit a qualcuno? Quando pensiamo che le leggi debbano essere fondate
solo sul consenso consapevole, l'idea di poter ricorrere invece a una natura data (e anche di
per s buona, fonte di norme; ma perch?) appare migliore solo a chi ha una radicata sfiducia
nella possibilit di incontrare ragionevolezza nel mondo umano. Se penso che i miei
concittadini potrebbero dare la maggioranza a Berlusconi, Previti , Bossi e via straparlando e
delinquendo, anch'io sono tentato di pensare che la legge non pu fondarsi sul consenso ma
deve avere basi pi forti e "oggettive". Proprio questo svela per il senso profondamente
autoritario dell'appello alla natura, alla verit, alle leggi eterne delle cose. Se voglio vivere in
un mondo che garantisca la mia libert devo per forza espormi al rischio di vivere in una
societ democratica, dove, per l'appunto, le leggi sono fatte con il consenso argomentato di
tutti. Posso solo ridurre il rischio di lasciar trionfare i pazzi contribuendo allo sviluppo della
cultura collettiva, con investimenti sulla scuola, partecipando attivamente alla discussione
pubblica, e anche evitando politicamente che qualcuno possa imporre a tutti le proprie idee
senza contraddittorio eccetera. Anche, e soprattutto, sforzandomi di garantire, specialmente
quando sono maggioranza e posso farlo, il diritto delle minoranze, fino all'obiezione di
coscienza, quando non violi diritti riconosciuti a tutti (non lascer che l'unico farmacista della
regione mi rifiuti i profilattico o la pillola del giorno dopo..).
Questo modo di vedere il rapporto tra etica - valori professati individualmente purch non a
scapito della pari libert altrui; valori condivisi in base ad argomentazioni storico-culturali, etica
della responsabilit - e politica non ha bisogno di fondamenti assoluti. Si obietta: ma anche il
rispetto della libert altrui deve essere fondato su una scelta di valore. Si tratta per di una

scelta che faccio in nome di una preferenza vitale: preferisco un mondo in cui ci si confronta
discutendo a un mondo in cui ci si ammazza; e lo preferisco anche se sono dalla parte dei forti
e dei privilegiati, perch non mi piace stare in un mondo blindato, se una sera voglio andare a
divertirmi in un locale del Bronx uscendo dalle strade protette di Manhattan voglio poterlo fare.
Inoltre: la fede nella libert una credenza vitale anche in un altro e pi radicale senso: non
posso predicarla agli altri, o addirittura imporla con la forza (se non fate elezioni libere
sospendiamo gli aiuti). La posso rivendicare per me, e aiutare coloro fra gli altri che la
rivendicano (sostegno ai movimenti di liberazione, diritto di asilo, ecc.); ma non la posso n
voglio garantire a chi non ne sente il bisogno..
Ma che sia passato davanti a me il coniglio gavagai, o un qualunque vivente che corre via
comunque io lo chiami, non un fatto naturale, una datit oggettiva con cui devo fare i conti?
Vero: ma: a) nello steso tempo sono passati davanti a me una quantit di altri enti (particelle
di vari elementi, vibrazioni di luce, forse uno spirito invisibile..) e non li ho annoverati tra i
fatti; stavo guardando solo una certa zona del mondo, e facevo attenzione solo a esseri capaci
di correre nell'erba ecc. E' ci che, credo, si chiama questione della rilevanza: anche che abbia
visto un "fatto" gi risultato di una interazione tra me e il mondo; se mi si chiede di dire che
cosa c' davanti a me dir che c' una tastiera di computer, la mia libreria ecc: ma non tot di
ossigeno, tot di azoto, tot di anidride carbonica. Come farei se dovessi rispondere a un
questionario chimico. Siccome neanche quando in laboratorio si fa un esperimento "a parit di
condizioni" si controllano tutte le condizioni, ma solo quelle che si presuppone possano influire
sull'andamento dell'esperimento, dir che non conosco mai LA realt; ma che chiamo reale ci
che non dipende da me e su cui, sempre, intervengo; reale cos una voce che ascolto, certo,
ma che non si d se non mi metto ad ascoltarla, che "c'" solo se e nella misura in cui le
rispondo. Non mi sembra che queste tesi che prendo da Heidegger siano poi tanto diverse da
quelle di Quine.. In ogni caso, che ci sia il coniglio fuori di me comunque lo si chiami non mi
sogno di negarlo. Ma anche solo rivendicare questa realt "in s", come fa Eco, risponde gi a
un piano, a un programma (qui, quello di stabilire se si o no illuministi). E il programma non
pu essere legittimato descrivendo la realt stessa; solo se dovessimo dire che la realt
sempre in s buona, perch creata da un Dio buono (ma anche poco preoccupato della nostra
libert) potremmo trarre da essa norme per giudicare il bene e il male. Invece, come sembra
pensare anche Eco, noi cerchiamo di capire come stanno le cose solo perch ci interessa
intervenire su di esse con le nostre arti e tecncihe; appunto, guardiamo alle cose come stanno
solo dal punto di vista di questo interesse, che storico, culturale, scelto responsabilmente in
dialogo con gli altri, di oggi e di ieri.
Chi dice tutto questo? Non credo che sia l'essere che parla in me; sono io, pensatore debole
collocato nel mio secolo. Propongo cio questa teoria dal punto di vista di una lettura della mia
(nostra) cultura; non perch so come stanno le cose in s, ma perch, dall'interno di una
situazione storica, mi sforzo di capire (che vuol dire: interpretare) il suo "senso" - anche come
direzione verso cui essa indica, provenendo da dove proviene. Ebbene, parlare di pensiero
debole significa ritenere che il senso della nostra provenienza "occidentale", giudaico-cristiana
e anche illuministica, sia l'indebolimento delle pretese strutture forti dell'essere: dallo stato
autoritario a quello democratico, dalla credenza nell'evidenza di coscienza alla consapevolezza
freudiana dei moventi inconsci, dalla certezza dell'oggettivit al sospetto marxiano e
nietzschiano nei confronti delle ideologie, delle bugie inconsapevoli dovute alla nostra
condizionatezza storica Persino gli enti di cui parla la fisica di oggi sono tutto tranne che
"reali" nel senso del coniglio gavagai.. Se c' un'altra interpretazione della nostra situazione,
sar lieto di discuterla, come un'altra possibile interpretazione, e in base ad argomenti storici
(autori, testi, esperienze vissute, ecc.). Naturalmente, se qualcuno viene e pretende che quel
che dice la verit "oggettiva", allora mi ricordo, parafrasandolo, di Goebbels, metto mano alla
pistola.
GIANNI VATTIMO

la Stampa
12 gennaio 2001

Valori forzati
TUTTO bene quello che dice don Zega nel suo intervento di ieri. Ma solo in apparenza. Se la
Chiesa scendesse in campo a sostegno dei candidati che si impegnano "pubblicamente a
sostenere la famiglia" come essa la intende, e l'educazione e il diritto alla vita, e persino di chi
promette ("infine": sempre stato cos, purtroppo) "di battersi per un fisco pi equo", e se
coloro che essa sostiene avessero la maggioranza, che stato democratico ne risulterebbe?
Vietate per legge le unioni non consacrate dal matrimonio, vietata la vendita dei profilattici,
vietata l'eutanasia sotto qualsiasi forma, vietato (non si vede perch non dovrebbe esserlo)
l'insegnamento di dottrine atee o materialiste, o l'esercizio di qualunque religione falsa e
bugiarda (tutte tranne il cattolicesimo romano), stigmatizzata e perseguita penalmente ogni
forma di vita sentimentale e sessuale diversa da quella della famiglia monogamica
eterosessuale - si sarebbe realizzato un perfetto esemplare di "stato laico del silenzio", dove a
chi vuole abortire, amoreggiare in modi "diversi", proteggersi dall'Aids con il preservativo,
leggere Carlo Marx o anche solo D'Annunzio e Pitigrilli, non sarebbe neanche concessa
l'obiezione di coscienza (non libera la coscienza di chi sceglie il male; e le leggi non devono
favorirla). Non credo che don Zega, quando allude all'obiezione di coscienza, pensi a un diritto
di questo tipo, rivendica solo la libert di farmacisti e medici di non prestarsi a pratiche
contraccettive. Esagero? Ma lo stato laico non ha mai imposto per legge a nessun cattolico di
praticare l'aborto, di divorziare dal legittimo consorte, di usare il profilattico, di abbandonarsi a
pulsioni omosessuali, di accoppare la zia malata terminale, di bucarsi con eroina e simili. Ha
sempre solo sostenuto che, salva la pari libert di tutti gli altri, ognuno libero di regolarsi, in
queste e simili materie, come meglio crede. Certo, anche di lasciare per testamento che
quando sia in una condizione di vita-non vita, e incapace anche di uccidersi, lo si lasci (o
faccia) morire in pace e dignit. Perch mai la difesa del senso religioso della famiglia dovrebbe
implicare il divieto per chiunque, che religioso non o lo in modo diverso, di divorziare? So
che nel caso di aborto e embrioni molti cattolici (non tutti, non lo stesso San Tommaso, per
esempio) ritengono di difendere il diritto del nascituro. Ma la madre non sar il primo soggetto
da interpellare? E comunque, sulla natura di persona a pieno titolo dell'embrione ci sono
opinioni scientifiche diverse, perch una maggioranza di cattolici (ammesso che ci sia nel
Paese) dovrebbe imporre la propria visione a tutti gli altri? In conclusione: che razza di idea ha
don Zega (e i tanti come lui) della laicit (cio della non confessionalit, semplicemente) dello
stato? un male minore, da accettare fino a che i cattolici sono minoranza, o per qualche
ragione (per esempio in cambio di privilegi concordatari) la Chiesa, bont sua, si astiene dallo
"scendere in campo"? Davvero una condanna ai "valori forzati" potrebbe essere un rimedio alla
nostra crisi di valori, o finirebbe per distruggere anche l'unico valore su cui tutti possiamo
liberamente concordare, quello della democrazia?
GIANNI VATTIMO

La Stampa
30 gennaio 2001

Globali s ma

democratici
Da che parte stiamo, in fin dei conti? Da quella dei finanzieri, economisti, industriali,
"padroni" di varie dimensioni che si sono riuniti a Davos nei giorni scorsi, oppure dalla
parte del "popolo di Seattle" che li ha contestati duramente per le strade della Svizzera
(e ieri anche nelle piazze di Torino) o, con meno diretta violenza, dal parallelo forum di
Porto Alegre in Brasile? Il "popolo di Seattle" ha tutte le caratteristiche per farsi
detestare non solo dalla lobby globale di Davos, ma anche pi modestamente dai
riformisti che si sforzano di non demonizzare la globalizzazione come tale, cercando
invece di imporle delle regole politiche che ne facciano una risorsa per il mondo, anche
e soprattutto per quel Terzo Mondo che se ne sente pi minacciato. Seattle, e ora Porto
Alegre, sembrano sinonimi di una sinistra alternativa che non di rado sconfina nel
populismo alla Bov e nell'anarchico rifiuto della politica che troppo spesso ispira i
giovani e meno giovani dei nostri centri sociali. Davanti ai movimenti ormai mensili di
queste masse che praticano una sorta di turismo alternativo si prova una irritazione
pari soltanto a quella che suscitano il turismo convegnistico confindustriale e quello
delle varie feste di partito che affollano il weekend dei massmedia. Possibile che, per
risparmiare le spese richieste dall'apparato di sicurezza e dalle riparazioni dei danni, i
"vertici" di lobby private come quella di Davos o gli incontri dei capi di Stato e di
governo, che attirano fatalmente le folle dei contestatori, non possano essere sostituiti
da pi igieniche teleconferenze? O magari tenersi sempre (Prodi ha proposto
giustamente qualcosa del genere per le riunioni europee a Bruxelles) nello stesso
posto, magari a Fort Knox o in qualche remota isola difficilmente raggiungibile?
Tuttavia, nonostante tutto ci, noi (almeno noi che non eravamo invitati a Davos)
simpatizziamo spontaneamente, se non per i casseurs di Davos e di Zurigo, certo per
la gente riunita a Porto Alegre piuttosto che per la lobby raccolta nella citt dei Grigioni
( nomen omen ?). Probabilmente la ragione che, con tutti i suoi eccessi che giusto
respingere e stroncare con le misure di ordine pubblico, il movimento di Seattle
esprime una esigenza che anche molti riformisti ragionevoli sentono con sempre
maggiore urgenza, bombardati come sono dalle minacce di Mucca Pazza e preoccupati
della generale vulnerabilit del nostro sistema di vita rispetto a ogni tipo di terrorismo
o di semplice distrazione tecnologica, scientifica, organizzativa. Sentiamo tutti che alla
globalizzazione dell'economia, e a quella ancor pi rapida della criminalit, deve
corrispondere una globalizzazione della democrazia, la nascita di poteri democratici
sovrannazionali capaci di guidare la crescente integrazione delle economie, ma anche
delle culture e dei costumi, in una direzione che rispetti il diritto di tutti a decidere del
proprio destino. Poteri di questo tipo non possono nascere certo nelle riunioni di Davos,
ma nemmeno nelle fragorose rivoluzioni del weekend.

GIANNI VATTIMO

La Stampa
28 marzo 2001

Dite qualcosa di vero

Dopo il bando della politica in TV


Non ci staremo dimenticando qualcosa? Pi che le liti sulla par condicio e i tempi di
parola che ciascun partito, gruppo, coalizione cerca legittimamente di assicurarsi sulle
reti televisive, quello che sembra paradossalmente mancare sono poi i contenuti della
comunicazione politica che dovrebbe passare negli spazi che tutti vogliono occupare. Di
che cosa parla questa campagna elettorale? Si pu forse sperare che il quasi bando
della politica dai programmi cosiddetti di "approfondimento", come Porta a porta e
simili, conduca a un ampliamento di prospettive: non potendo far parlare i politici delle
questioni del giorno, che poi sono quelle spesso pi marginali, si sar costretti a
discutere, con o senza i politici, di problemi pi vasti, che proprio per la loro
importanza sembrano "irriducibili" alla (nostra) politica. Un buon esempio mi sembra la
puntata di Porta a porta di luned 26: vero che si ripreso il tema dei giovani
assassini di Novi Ligure, fin troppo discusso ormai. E tuttavia con un tono di seriet e
pacatezza che certamente era possibile data l'assenza di politici litigiosi: la ministra
Turco ha dato una delle sue prove migliori, in generale le banalit sono state contenute
al minimo, Vespa si mosso finalmente ad altezza d'uomo, si vorrebbe dire, n troppo
altezzoso n troppo servile come spesso gli capita. Naturalmente, come ha messo in
luce con discrezione Livia Turco, la questione discussa era tutt'altro che priva di risvolti
e implicazioni politiche concrete: delitti come quello di Novi maturano in condizioni di
difficolt psicologica che hanno sicuramente da fare anche con la disponibilit o meno
di servizi sociali, e pi in generale con la qualit della vita collettiva che non coincide
sempre con impresa, inglese, Internet - tutti elementi che non sembravano mancare ai
giovani "per bene" di Novi Ligure. Ma se provassimo a spingerci, nei dibattiti televisivi
liberati dalle polemiche pi effimere, a temi come quelli della salute nel Terzo mondo e
dei costi proibitivi (ecco un'altra forma di proibizionismo assassino) che hanno le cure
dell'Aids per i cittadini africani; oppure alle politiche per ridurre l'inquinamento e alle
resistenze di Bush contro gli accordi di Kyoto; oppure, s, anche alla tematica delle
infelicit dovute alle varie forme di repressione del desiderio che ancora pesano su di
noi, magari discutendo persino la pretesa "pedofilia" di Daniel Cohn Bendit e le
tematiche libertarie del (troppo demonizzato) Sessantotto? I partiti che competono e ci
chiedono il nostro voto dovrebbero anche dirci qualcosa su come si muoveranno a
proposito di questi temi. Che non sono affatto temi estranei alla politica, e anzi solo se
ritorneranno a farne parte a pieno titolo potremo evitare che la democrazia soffochi in
una melassa di pretesa concretezza.

GIANNI VATTIMO

La Stampa
29 aprile 2001

Viva la conflittualit

Condizione necessaria alla politica


Possibile che gran parte dei dibattiti elettorali debba ruotare intorno al tono - pi civile,
meno aggressivo, pi ragionevole, meno demonizzante - che questi stessi dibattiti
dovrebbero avere? A turno, l'uno o l'altro leader (devo dire che in questo eccellono
Berlusconi e Fini) insiste sul fatto che gli avversari insultano e mentono, senza mai dire
quali siano in effetti le gravi bugie e i gravi insulti che usano. Da ultimo, Berlusconi dice
che questa la campagna elettorale pi violenta e bugiarda della storia repubblicana,
dirnenticando che gli insulti al magistrati sono sempre venuti, non da oggi, dalla sua
parte, e che non c' nulla di pi insultante (anche insulso, va detto) che rifiutare il
confronto con il candidato dell'altra parte decretando che non lui il vero leader. Ma a
parte queste amenit, ci che colpisce nell'insistenza sul tema del "tono" probabilmente assunto come centrale perch gli argomenti veri, programmatici, sono
pochi - la mentalit di fondo che essa sembra rivelare: l'ideale un po' melenso di una
politica "normale" che, aiutata dai saperi economici, sociologici, biologici, medici, perda
quel tono di lotta che sempre nella storia ha mantenuto. Non sar pi lotta di classe
nella forma in cui l'aveva pensata Marx, perch almeno quel proletariato industriale
non esiste pi; anche se probabile che se ne stia delineando un altro, assai pi
universale e incombente, quello dei popoli "terzi" a cui vengono negate le medicine
anti-aids e le condizioni minime di sopravvivenza. Ma davvero con questa
preoccupazione di non "farsi (troppo) male" crediamo di poter metter fine al carattere
di conflitto che sempre, e forse fortunatamente, la politica ha avuto, soprattutto nelle
societ libere e democratiche? Forse non che uno degli aspetti negativi e corruttori
del consumismo - l'idea che il mondo delle merci, accessibili a tutti almeno in quel
grande universo immaginario che l'intreccio di informazione e pubblicit nel quale
siamo immersi (la rclame universalizzata di cui parlava Adorno), finisca per ottundere
ogni angolosit della nostra vita, sia quella interiore sia quella sociale. La mano
invisibile del mercato come vera panacea all'inquietudine esistenziale, anche sul piano
politico. E il nostro cuore inquieto (ah, Sant'Agostino) fino a che non riposa nella
melassa della sacrosanta unit nazionale, del resto imposta dal rinascere (quanto
spontaneo?) della minaccia terroristica. Un autentico liberale come Gobetti avrebbe
terrore di una societ "conciliata". E anche i pochi o tanti che, disgustati proprio dalla
melassa, si accingono a non andare a votare (penso anche a Ceronetti, si) non saranno
a loro volta succubi dell'ideale di una societ "normale" che impedisce loro di accettare
il conflitto come concretamente si presenta oggi?

GIANNI VATTIMO

La Stampa
10 maggio 2001

L'elettore artificiale

A leggere la lettera della signora Modolo (Il candidato artificiale, La Stampa del 9
maggio) viene in mente una famosa battuta di Eduardo De Filippo: "Chi c' al telefono?
La televisione. E allora falla parlare con il frigorifero". Anch'io (elettore nel collegio
Torino-Centro) ho ricevuto la registrazione della voce che parlava a nome del notaio
Scarabosio, candidato berlusconiano al Senato, ma per fortuna, se non con il mio
frigorifero, ha "comunicato" con la mia segreteria telefonica, che purtroppo alla fine me
l'ha scodellata con altri messaggi senz'altro pi significativi e umani. Pu darsi, come
mi dice qualche amico giurista, che la norma severissima (promette anni di galera)
della legge che vieta queste procedure (invadere la privacy telefonica altrui con
messaggi registrati che occupano il telefono senza che vi si possa obiettare nulla, e
nemmeno interrompere, giacch la linea resta comunque occupata) valga solo per la
pubblicit commerciale. Finora nessun giudice l'ha interpretata estendendola alla
propaganda politica. Ma forse dovrebbe farlo, non solo in omaggio alla privacy. Anche
in difesa del costume democratico. Come si visto abbondantemente nella attuale
campagna elettorale, la agor dei Greci dove i cittadini discutevano, si suppone anche
animatamente, dei destini della polis, diventata la "agor televisiva" (dove solo alcuni
discutono o fingono di discutere ) e di l si trasformata ulteriormente nel puro spazio
degli slogan, degli striscioni attaccati agli aerei e nei muri in cui l'unico messaggio il
faccione del candidato. I radicali oggi digiunano per richiamare l'attenzione contro una
campagna elettorale che ignora i grandi problemi della vita collettiva, dall'eutanasia
alla ricerca sugli embrioni, e hanno ragione; dispiace che, anche di recente, non si
siano battuti contro l'imbarbarimento della politica che deriva dallo strapotere dei soldi
investiti nella propaganda, giacch il loro liberismo non sopporta che su questo terreno
lo stato ponga alcuna regola, meno che mai che si preveda un finanziamento pubblico
dei partiti. Il vuoto e la disattenzione che oggi lamentano anche frutto di tale
liberismo. Ma forse non siamo ancora arrivati all'estremo: il candidato artificiale (De
Filippo docet) finir per creare l'elettore artificiale, per esempio nella forma di un
collegamento diretto tra gli istituti di sondaggio e gli exit poll, che, passando per
l'auditel, ci dar i risultati elettorali senza che ci si debba scomodare per quel rito
antiquato, umano troppo umano, che si svolge ancora nella "gabina".

GIANNI VATTIMO

La Stampa
7 giugno 2001

Se la sinistra fa la
sinistra

Melandri e il popolo di Seattle


Davvero si finisce per pensare che non ha ragione Andreotti quando dice che il potere
logora chi non ce l'ha. I Ds che stanno ora all'opposizione sono finalmente in grado di
prendere, nei confronti del "popolo di Seattle", un atteggiamento meno ambiguo, e in
definitiva pi responsabile, di quando si trovavano al governo. (Molto bella, a
proposito, l'intervista di Giovanna Melandri sulla Stampa di luned). Atteggiamento pi
responsabile perch pi selettivo, attento ai contenuti specifici della protesta - dunque
anche pi capace di distinguere tra i diversi "popoli di Seattle" che si trovano a
manifestare contro gli effetti della globalizzazione.
Certo, la sinistra, anche di governo, aveva sempre cercato di spiegare chiaramente che
non la globalizzazione come tale (commerci, lavoro anche per la gente dei paesi terzi
che, sia pure pagata meno che nell'Occidente opulento, ha finalmente l'occasione di
una prima uscita dalla miseria) ci che bisogna combattere, ma i suoi effetti perversi; e
anzitutto l'impoverimento fondamentale del Terzo mondo, che consiste nell'imporgli i
nostri modelli di vita senza dargli i mezzi per realizzarli in concreto. Ma ora che non ha
pi la responsabilit principale di assicurare l'ordine pubblico, tendenzialmente
demonizzando, e concretamente spesso bastonando, tutti i diversi popoli di Seattle, la
sinistra ritrova una parte di se stessa che era stata alquanto oscurata nei mesi passati.
E forse non un bene solo per la sinistra e la sua ricerca di identit. probabilmente
un bene anche per tutti, come un bene per tutti l'aria che si respira e il clima
dell'ambiente in cui viviamo.
Rispetto a problemi come questi assai meglio che l'alternativa non sia solo tra Bush e
le vetrine spaccate dai Centri cosiddetti sociali. Non vogliamo a tutti i costi vedere
qualcosa di provvidenziale nella sconfitta elettorale dell'Ulivo; ma non poi tanto male
guardare ad essa facendo di necessit virt, ritrovando appunto quelle virt che
l'esercizio del potere aveva lentamente logorato.
La svogliatezza con cui la gente di sinistra andata a votare in questi anni di
maggioranza ulivista era certo anche la spia della mancanza di una "cultura di
governo", come ci stato tanto spesso ripetuto. Ma esprimeva soprattutto il disagio
profondo di trovarsi troppo spesso di fronte, come avversari, coloro che in realt (per
condizione economica, per visione del mondo e atteggiamento morale) erano sempre
stati amici e compagni di strada. Sanare questa ferita non significa ritornare
nostalgicamente agli ideali "rivoluzionari", o addirittura eversivi, di un tempo.
soprattutto un passo significativo verso la costruzione di un riformismo capace di
dare voce politica agli ancora tanti esclusi, con il risultato, si spera, di realizzare una
societ pi sicura proprio perch meno disperatamente conflittuale.
GIANNI VATTIMO

L'Unit
10 giugno 2001

Come inventare
l'opposizione
Caro direttore,
dobbiamo certo prender sul serio D'Alema quando dice che il suo discorso alla
Direzione Nazionale dell'altra settimana, sull'esigenza che l'Ulivo con le due gambe, di
centro e di sinistra, abbia anche una testa che pu essere solo socialista, non era una
rivendicazione di leadership della coalizione in funzione anti-Rutelli. Che qualcuno, non
pochi, l'abbia potuta intendere cos, tuttavia, la dice lunga sul deterioramento del clima
dentro il partito, e anche sugli effetti che in genere produce lo stile dalemiano.
Ma, appunto, il senso autentico del discorso del tutto condivisibile, almeno come
punto di partenza di una discussione programmatica che finalmente voglia uscire dalle
secche dei personalismi o, quando va bene, dei discorsi di pura trattativa elettorale.
L'allusione alla geografia politica del Parlamento europeo, del resto, perfettamente
trasparente.
I due maggiori gruppi, in quel Parlamento, sono quello popolare e quello socialista.
Rutelli e i Democratici italiani stanno nel gruppo liberaldemocratico; ma altri esponenti
della Margherita sono invece collocati nel Partito popolare europeo, dove si trovano in
compagnia di Berlusconi e C. Per quanto si voglia considerare accidentale questo fatto
- giacch probabilmente Forza Italia che sta "abusivamente" nel Ppe - esso richiama
tuttavia a un problema che l'Ulivo non pu non porsi, quello del proprio orizzonte
programmatico.
E proprio in vista di un rafforzamento della Margherita, anzitutto, che, come ha
osservato su l'Unit del 3 giugno Dino Sanlorenzo, ha il problema di trasformare il
successo elettorale "in una fase politica" per rappresentare un "fatto nuovo positivo
nella geografia politica italiana".
Il che significa, tra l'altro, proprio darsi un programma politico definito, che dovr
esprimere l'orientamento dei vari gruppi che la compongono. la battuta di D'Alema
sulla "testa socialista" dell'Ulivo trova una sua legittimit nel presupposto che,
comunque, i popolari, i socialdemocratici, gli ambientalisti, i vari laici che si sono
raccolti nella Margherita condividono in generale un orientamento che, nella
suddivisione attuale delle forze politiche dei vari paesi europei, dentro o fuori
dell'Unione, sta piuttosto dal lato dei socialisti che da quello dei "popolari". Ovvio che
n i popolari europei sono tutti berlusconiani - anzi, sono in prevalenza piuttosto tiepidi
nei confronti del Cavaliere; n i socialisti europei sono un corpo politico omogeneo, a
cominciare dal diverso atteggiamento che professano nei confronti della stessa forma
dell'Unione europea.
Dunque, con tutte queste cautele, e senza alcuna implicazione sul piano della
leadership dell'Ulivo nei prossimi anni, la questione giusto che si ponga. del resto il
problema intorno a cui si discusse nell'ormai preistorico convegno di Garonza. Da
questo punto di vista, la battuta di D'Alema su gambe e testa sembra anzi una
professione di fede ulivista: una testa pi omogenea, un programma esplicitamente
unitario, la condizione perch l'Ulivo diventi finalmente ci che a Garonza non ha

potuto divenire. Che questa testa porti il nome "socialista", o "socialdemocratica" entrambi termini che in un passato non troppo remoto suonavano, per la "vera" sinistra
comunista italiana, come pesanti ingiurie - o si chiami invece in un altro modo conta
poco. Non credo che D'Alema avesse in mente un ennesimo cambiamento di nome dei
Ds. E penso anzi che gli amici (compagni?) della Margherita si sentano comunque pi
affini a un partito democratico della sinistra che a un partito socialista, per quanto
"europeo". Ma, per l'appunto, come non si tratta solo di persone e di personalismi, cos
non si tratta principalmente di nomi e di nominalismi. Che cosa perseguiamo noi
diessini, e noi ulivisti tutti insieme, come ideale di societ per il quale vogliamo
lavorare? L'enormit del conflitto di interessi di Berlusconi, e la minaccia che egli, con
l'uso spregiudicato del denaro e del potere mediatico, rappresenta per la democrazia
(oggi in Italia, domani, anche solo come esempio, in Europa) rischia di far passare in
secondo piano questa domanda concernente la nostra "cultura", di l dalle molte
preoccupazioni contingenti che tutti conosciamo. Certo, anzitutto noi vorremmo una
societ italiana libera dal peso della pluto-telecrazia berlusconiana, dove dunque il
dibattito e la competizione politica potessero svolgersi in condizioni non truccate.
Anche se fortunatamente la situazione diversa, e qualcuno trover che esageriamo,
ci sono qui molte analogie con la Resistenza e il Cln: ci sembra spesso di dover
abbandonare il dibattito programmatico - e le eventuali differenze non marginali che in
esso si potrebbero evidenziare - perch siamo (e lo saremo sempre di pi nei prossimi
anni) in una situazione di emergenza. Eppure questo dibattito sempre pi urgente, e
condizioner anche la politica di opposizione che riusciremo a fare nel Parlamento e nel
Paese. L'allusione dalemiana al socialismo, per quanto provocatoria, ci mette di fronte
a un passaggio non facilmente accantonabile: pensiamo di proporre solo uno sviluppo
capitalistico dal volto (pi) umano, o un po' meno disumano, o abbiamo in mente un
modello di societ dove, prima di tutto, si mettano in discussione i meccanismi di
distribuzione del potere? Berlusconi vuole abolire la tassa di successione probabilmente
solo per interesse privato; ma si tratta di un provvedimento che ha una grande portata
simbolica, e per questo rappresenta un esempio appropriato. Una societ dove
(secondo la moda liberista) tutto si fonda sulla competizione e il merito, pu davvero
sopportare che le condizioni iniziali della gara sociale siano cos spudoratamente, e
spesso irrimediabilmente, truccate?
GIANNI VATTIMO

La Stampa
30 luglio 2001

Non sfilate,
boicottate
Contestare senza mettere a repentaglio la
vita

Lontano da Genova e dall'Italia per impegni accademici (posso considerarmi


giustificato, si licet, come Noam Chomsky, per questa assenza?), converso con Charles
Taylor, filosofo e politico canadese, sulle possibilit dei movimenti democratici di
cittadini di farsi valere contro lo strapotere delle multinazionali, e anche dei mass
media che, spesso di loro propriet, distorcono gravemente i meccanismi nei vari
Paesi. Taylor mi racconta che in Canada il movimento ecologista riuscito a modificare
radicalmente la condotta di una grande multinazionale dei mobili, che per le sue
produzioni usava legnami provenienti da foreste minacciate di estinzione. Come?
Attraverso un'azione di boicottaggio organizzato da associazioni e movimenti, che certo
hanno dovuto trovare mezzi di comunicazione ancora relativamente liberi come
Internet. Di fronte a ci che leggo sui pestaggi di Genova, e anche sul comportamento
delle polizie di tutto il mondo, mi convinco che l'idea del boicottaggio massiccio pu
essere un'alternativa valida alle manifestazioni di piazza. E' ovvio che da una polizia
che risponda a un governo rispettoso dei diritti dei cittadini mi aspetto un
comportamento diverso da quello che, per testimonianze numerose e concordi, c'
stato a Genova. Ma il punto che bisogna prendere atto che le manifestazioni di
piazza, anche e soprattutto per il dilagare di una violenza sociale che tende fatalmente
(e con la complicit dei governi) a prendere il sopravvento su ogni intenzione pacifica
delle grandi masse, finiscono in genere col produrre danni materiali ingenti e,
soprattutto, col giustificare l'escalation di misure repressive che soprattutto le destre
ritengono di dover affermare per amore della legge e dell'ordine. E' sempre pi
necessario inventare modi di lotta che non mettano a repentaglio l'incolumit fisica e
addirittura la vita di militanti politici dei quali proprio una democrazia ben ordinata non
pu fare a meno. Tenendo conto che l dove si viene allo scontro non ha senso
aspettarsi di poter "sfondare" le difese del potere. Ma se tutti gli antiglobalizzatori che
hanno sfilato a Genova e nelle altre citt per protestare contro la violenza che hanno
subito, dai Black block e dalla polizia, decidessero davvero di non consumare pi le
tante merci superflue che sono loro offerte, ma anche spesso imposte, da quelle stesse
multinazionali che vogliono combattere, qualcosa potrebbe davvero cambiare.

GIANNI VATTIMO

L'Espresso
30 agosto 2001

L'opera dei califfi

Michael Cook, Il
Corano, Einaudi, pp.
173, lire 16 mila
L'immagine "minacciosa" del fondamentalismo islamico che viene spesso agitata contro il
rischio della massiccia immigrazione di musulmani in Europa, e che in genere siamo inclini a
rifiutare proprio per le sue connotazioni politiche reazionarie e razziste, non del tutto
infondata. Questa almeno una delle conclusioni del bel libro di Michael Cook, professore a
Princeton, che presenta in termini piani e rigorosi il testo sacro dell'islam, il Corano. Nella
storia della formazione del canone coranico, straordinariamente rapida rispetto a quella delle
scritture sacre delle altre due grandi religioni monoteiste - quella ebraica e quella cristiana Cook individua uno dei fattori dell'autorevolezza con cui il Corano si presenta nella cultura
attuale; un'autorevolezza che bens fondata sulla compattezza del suo contenuto, ma che
consegue anche dalla stretta connessione che esso ha sempre avuto con lo Stato: la redazione
delle 114 "sure" o capitoli di cui fatto stata opera dei califfi, cio dei compagni del Profeta
che erano anche i capi politici della societ musulmana. Tutto il lavoro di critica testuale che ha
caratterizzato la storia della recezione moderna della Bibbia, non ha avuto luogo nel mondo
islamico. O almeno non in una misura comparabile. Di qui una serie di conseguenze che vanno
tenute presenti per capire la cultura musulmana. Nella quale certo vi sono orientamenti
interpretativi diversi, anzitutto quelli che separano i sunniti dagli sciiti. Nonostante le
apparenze in contrario (l'Iran khomeinista) Cook ha ragione di credere che forse proprio da
certi aspetti pi vivi e moderni dell'Islam persiano possa venire un impulso all'affermazione di
una laicit musulmana.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
27 settembre 2001

Smemorati tra loro


Chi attenta alla democrazia occidentale
Tra i danni che il terrorismo pu produrre sulla nostra esistenza civile, oltre alla
riduzione di libert e di privacy che, forse inevitabilmente, dovremo subire, ce n' un
altro molto pi sottile: la rispettabilit che sembrano destinati a riacquistare discorsi
come quello di Angelo Panebianco nell'editoriale "Smemorati tra noi", pubblicato sul
Corriere della Sera di ieri.
Panebianco ci invita a liberarci finalmente da quel relativismo culturale che,
equivocando sulla nozione di uguaglianza tra gli uomini, arrivato a pensare che la

civilt occidentale non l'unica possibile civilt umana degna del nome, ma forse si
colloca in un contesto in cui culture e sistemi di valori diversi hanno per lo meno la pari
dignit che spetta agli interlocutori di una civile discussione.
Se abbandonassimo finalmente questo pernicioso relativismo - come Panebianco ci
chiede di fare - che cosa dovremmo pensare? Che la nostra civilt occidentale in
assoluto superiore a quelle con cui ci troviamo oggi in confronto e, forse, in conflitto.
Dunque, dovremmo tutti condividere lo spirito di crociata che Bush ha incautamente
evocato, smentendosi subito dopo, sotto la pressione, dobbiamo credere, di consiglieri
relativisti e intellettuali nichilisti?
Panebianco farebbe bene a ricordare - anche lui - che molti attacchi terroristici alla
democrazia occidentale sono venuti dall'interno di questa stessa civilt superiore: dai
terroristi rossi italiani degli anni Settanta, ai baschi, ai nordirlandesi, agli autori della
strage di Oklahoma City di qualche anno fa. E, manco a dirlo, tutti costoro non erano
certo nichilisti, relativisti culturali o simili. Erano esattamente questo tipo di persone
persuase assolutamente della verit della propria "civilt", tanto da volerla difendere a
tutti i costi anche al prezzo della vita propria e altrui. Per favore, se dobbiamo parlare
di memoria, e di rispetto della nostra cultura, ricordiamoci che la sua superiorit, se ne
ha una, proprio nel fatto di aver scoperto che non la sola possibile forma di
umanit civile al mondo.

GIANNI VATTIMO

La Stampa
10 ottobre 2001

Alla guerra senza


sorrisi
Potremo anche impegnarci militarmente di pi, se gli obblighi che abbiamo con la Nato
ce lo imporranno, e insieme ai nostri alleati europei; ma non chiedeteci di gridare viva
Bush, per favore, e nemmeno viva Berlusconi. Non chiedeteci di marciare entusiasti
dietro le bandiere della libert impugnate dal governo italiano della legge sulle
rogatorie, detta giustamente legge Previti; n al seguito del presidente Usa che, eletto
con l'appoggio determinante dei petrolieri, rifiuta gli accordi di Kyoto. Non chiedeteci di
sentirci davvero rappresentati, come cittadini dell'Occidente liberale e democratico,
dalla grande coalizione che, come giustamente fanno osservare i "filoamericani"
radicali, include anche la Corea del Nord, Gheddafi, l'Arabia Saudita e gli altri paesi
degli sceicchi. Quella opinione pubblica riluttante, quel popolo del "s, ma" che oggi
bersaglio di quasi tutti gli opinionisti "indipendenti", e a cui si infliggono quotidiane
lezioni di decisionismo anglosassone, esprime anche e soprattutto perplessit di questo
genere. Si ricordato spesso, in questi giorni, che l'Europa si salvata dal fascismo
per l'impegno degli americani contro Hitler (peraltro diventato effettivo quando furono

attaccati direttamente a Pearl Harbor). Giusto, ma della coalizione antifascista e


antinazista faceva parte anche Stalin: qualcuno si sognerebbe oggi di rimproverare ai
liberali e democratici dell'epoca di non aver inneggiato all'Unione Sovietica, accettando
tuttavia lo stato di necessit imposto dalla situazione? Non aggrediteci subito dicendo
che Bush non Stalin, mentre molto verosimile che i talebani siano come Hitler. Lo
sappiamo bene; ma permetteteci di avere qualche dubbio sulla buona fede democratica
di alcuni, non pochi, membri della attuale coalizione; e di preoccuparci che la
situazione di emergenza sia da loro utilizzata per liquidare troppi conti con loro
dissidenze interne che niente hanno da spartire con la ferocia terroristica di Bin Laden.
Vista sotto questo profilo, l'operazione "tutti uniti dietro agli Usa" molto simile a
quella che tutte le destre hanno sempre tentato anche in condizioni diverse e di minore
oggettiva tensione: le campagne elettorali giocate prima sul pericolo comunista, poi
sulla sicurezza pubblica minacciata dalla caduta dei "Valori" e dall'invasione degli
immigrati; adesso, certo con ben pi forti ragioni ma sempre nello stesso stile, in nome
della difesa della libert occidentale contro il fanatismo terroristico. Date queste
esperienze, concedeteci almeno una certa freddezza, un residuo di atteggiamento
critico - che del resto non guasta: anche nell'uso legittimo della forza necessario non
perdere del tutto il discernimento.

GIANNI VATTIMO

La Stampa
16 ottobre 2001

Oppio Bin Laden


I fondamentalisti e il vecchio Marx
Chiss se Berlusconi, in visita a Bush, ha potuto tener conto dell'articolo di Mario
Deaglio pubblicato ieri sulla Stampa; se no, varrebbe la pena che qualcuno ne facesse
dei manifestini da lanciare sulle centrali del potere occidentale per favorire una
riflessione finalmente non succube della follia fondamentalista. Deaglio ci invita, con
argomenti della solidit che gli consueta, a considerare finalmente l'attacco di Bin
Laden all'Occidente come un fatto politico e non solo religioso. A cui si pu e deve
opporre una risposta politica: una iniziativa che liberi l'Occidente dalla minaccia del
terrorismo, ma che insieme si ponga il problema di liberare anche i paesi musulmani, e
le loro riserve petrolifere, dal dominio di una casta di feudatari che nuotano nei
petrodollari e, come nel caso di Bin Laden, si prendono anche il lusso di presentarsi
come difensori dei diritti degli sfruttati. Giacch questo che, oltre alle riflessioni di
Deaglio, dovremmo finalmente cominciare a dire esplicitamente: Bin Laden solo uno
sceicco dissidente, un aspirante emiro, o califfo, che agita davanti alle masse poco
colte (in tempi meno Fallaci si sarebbe detto ignoranti) del mondo islamico il miraggio
della rivoluzione per sostituire il potere degli sceicchi corrotti con un nuovo potere
ancora peggiore, perch non pi democratico ma solo pi sanguinario e determinato
nella lotta per il dominio del mondo. Un curioso modo di venir meno ai valori della
civilt occidentale, un altro aspetto della nostra "decadenza" (che sarebbe meglio
sempre scrivere con le virgolette, quando ci confrontiamo con i fondamentalisti),

l'oblio in cui sembra esser caduta la grande eredit europea della critica dell'ideologia.
Serpeggia in Occidente, in ci s nichilista nel senso peggiore, una specie di oscuro
sentimento di ammirazione per il fanatismo di Bin Laden e dei suoi accoliti, che non
esitano a sacrificare la vita per potere, attraverso lo sterminio di altri, affermare la
propria fede. Non sarebbe ora di ricordarsi con Marx che la religione, e certo almeno
questa religione, l'oppio dei popoli? E che i kamikaze in buona fede saranno bens dei
martiri, ma che il martirio (lo diceva Nietzsche, ma forse non solo lui) non ha mai
provato la verit di qualcosa. E Bin Laden che cresciuto negli agi di una ricchezza mai
guadagnata con il lavoro, frequentando le pi corrotte classi sfruttatrici di Oriente e
Occidente, se anche - ma poi? - crede in ci che predica, solo vittima di una falsa
coscienza che appunto i maestri del preteso nichilismo occidentale ci hanno insegnato a
smascherare. Cominciamo a non lasciarci torbidamente affascinare da nostalgie
regressive per l'integralismo, guardiamo laicamente alle motivazioni politiche,
economiche, di dominio che stanno dietro a questi crociati della purezza, e inventiamo
una politica che non si limiti ad affidarsi alle bombe o, peggio, addirittura agli scongiuri.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
21 ottobre 2001

Bipartisan? No,
grazie
La smania che contagia Governo e
opposizione
Non solo questione dei dubbi di pronuncia (bi- o bai- partisan?); proprio il
contenuto del termine che ormai, colpa anche dell'abuso che se ne fa, suscita sempre
pi spesso giustificate diffidenze. Si dice: ricordatevi della guerra in Kosovo, quando
solo con l'appoggio parlamentare dell'opposizione, il governo di centro-sinistra riusc ad
assumersi le sue responsabilit internazionali. Appunto: in quel momento il voto
dell'opposizione fu determinante; ma oggi, con la maggioranza debordante di cui
dispone Berlusconi nei due rami del Parlamento, che bisogno c' di invocare
continuamente quella sorta di unione sacra di tutte le forze politiche quasi che di l
dipendesse la salvezza della patria? Forse che indispensabile per far s che l'Italia
figuri un po' meno male nel consesso internazionale, e possa "contare" di pi nella
coalizione antiterrorista - e dunque sedersi con pi diritti al tavolo della pace, quando
si tratter di decidere sui nuovi assetti mondiali? Ma questa idea, di entrare in una
guerra iniziata da altri per partecipare all'eventuale spartizione del bottino, non
quella che indusse sciaguratamente Mussolini a gettarsi nell'avventura hitleriana? Corsi
e ricorsi, certo con molte differenze, e tuttavia non si pu fare a meno di pensarci.
Forse che il grande corteo di solidariet con gli americani - manco a dirlo, bipartisan promosso dal giornale di propriet della signora Berlusconi e dagli altri giornali di
regime per il mese prossimo potrebbe contribuire a non lasciare che l'Italia venga

esclusa dal direttorio europeo inventato da Chirac e riservato a Francia, Germania,


Gran Bretagna? Ma noi vogliamo davvero un'Europa di stati nazionali che procedono a
spartizioni di influenze, o non dovremmo piuttosto difendere (lo ha fatto giustamente
Prodi) l'ideale di una Europa davvero federale, capace solo cos di "contare" nel
mondo? Domande che giustificano altrettanti sospetti nei confronti delle smanie
bipartisan di tanti personaggi dell'opposizione e, soprattutto, del governo. Il fatto che
se l'opposizione si lascia prendere nella logica della bipartisanship (concediamoci anche
questo termine) , il solo risultato sar di far passare in secondo piano le persistenti
ragioni che la separano dal governo Berlusconi. Nel patriottico clima bipartisan, chi si
ostinasse ancora a scandalizzarsi (insieme a tanti politici e giornali stranieri) per il
conflitto di interessi,la legge sulle rogatorie e altre quisquilie "giustizialiste" del genere
dovrebbe rassegnarsi a tacere o ad apparire come un bilioso Catone, o un soldato
giapponese a cui non ancora arrivata la notizia della fine della guerra. Ebbene, anche
a costo di correre questo rischio, noi (io?) diciamo che non ci stiamo. Continuiamo a
non avere nessuna voglia di sfilare insieme a Berlusconi e ai suoi avvocati di
reputazione non proprio specchiata, ai suoi collaboratori variamente inquisiti;
diffidiamo pi che mai dei richiami di una stampa e di una televisione che sempre pi
evidentemente rispondono alla voce di un solo padrone. Se volete, anche per evitare
che il bi (bai?) di bipartisan perda ogni significato.
GIANNI VATTIMO

17 novembre 2001

Forse sta nascendo una


nuova, pulita
socialdemocrazia
Intanto, il rosso, se non sbaglio molto pi visibile e intenso come colore dominante della sala,
del (minimale) palco e di tutta la (sobria) scenografia; poi l'Internazionale cantata in coro con
un'intensit niente affatto rituale; e infine il logo, non pi lo "I care" veltroniano, ma un pi
netto "Il coraggio di cambiare. Il mondo" (quest'ultimo scritto, molto realisticamente, ahim, a
testa in gi). Ecco, queste sono le novit che (mi) colpiscono immediatamente nell'avvio del
secondo congresso dei DS a Pesaro. L'appello veltroniano a prendersi cura non era meglio o
peggio del motto scelto quest'anno; rifletteva solo una situazione diversa - molto diversa,
quanto cambiata in meno di due anni: era un richiamo diretto a una societ ricca e pacifica,
tentata soltanto dal disinteresse e dall'egoismo consumistico, e per giunta governata, bene, da
una maggioranza di centro sinistra. Oggi tutto si come repentinamente rovesciato: governo
Berlusconi all'interno, Bush presidente, e guerra al terrorismo che coinvolge anche, e ancora
non sappiamo fino a che punto, il nostro Paese. Non sappiamo se sia un'impressione

esagerata; ma, in questa situazione, ci che occorre un pi netto e specifico programma


politico, non solo un richiamo a un generico ideale di solidariet.
Forse, ci che si comincia a rovesciare con il Congresso di Pesaro non "il mondo", anche se
verso questo che si deve andare (ma s, ritroviamo un po' di utopia). E' anzitutto lo stesso
nome dei DS che si rovescia: diventando francamente SD, socialdemocrazia. Una
restaurazione? Una svolta vergognosa per un partito che ha tanto a lungo bollato i
socialdemocratici come socialtraditori, e che dalla storia recente dei socialisti italiani stato
spinto a diffidare, fino a vergognarsi, del nome di socialista. Ebbene, anche se non vero che il
passato finito, come pensa un po' ottimisticamente Amato, certo che ormai siamo in
condizione di non provare pi una simile vergogna. E' anzitutto un risultato dell'esperienza
europea, un effetto della collaborazione con i partiti della sinistra riformista che governano
grandi paesi nostri partner nell'Unione. Fassino ha giustamente insistito sul fatto che di contro
alla (disastrosa) esperienza del socialismo italiano sta l'esempio dei successi dei partiti
socialisti di Francia, Gran Bretagna, Germania, Portogallo, anche dei socialisti spagnoli che
hanno saputo pilotare la Spagna fuori dal franchismo verso la modernizzazione. Niente
amnistie, o amnesie, niente revoca di sentenze di condanna passate in giudicato; niente
pentimento per l'aver voluto duramente separare la nostra vocazione di sinistra da una cultura
"di governo" ridottasi a vorace volont spartitoria di potere e di denaro.
Con questo ritrovamento dell'eredit socialdemocratica il partito si star spingendo "a destra"?
Ma proprio la nuova aggressivit della destra, quella interna e quella mondiale (il nostro
"alleato" Bush!), a rendere chiaro che la sola terza via percorribile per le democrazie sviluppate
il socialismo; senza una forte presenza dello stato, e di uno stato sopranazionale rispettoso
dei diritti fondamentali, la libert individuale, compresa quella del mercato che sta tanto a
cuore ai liberisti, e soprattutto la libert civile, la privacy, la libera ricerca della salute (se non
della felicit), tutto ci diventa vuota retorica. Sta forse nascendo faticosamente a Pesaro la
nuova, pulita, socialdemocrazia italiana?

GIANNI VATTIMO

L'Unit
19 novembre 2001

I diritti civili diventano


protagonisti
Possiamo intitolare la giornata conclusiva del congresso di Pesaro ai diritti? Forse questo il pi
evidente denominatore comune degli interventi che si sono sentiti ieri mattina, compresi alcuni
dei pi attesi, da Cofferati ad Amato a Veltroni a Bassolino. Il tono dei diritti stato dato dai
primi interventi della mattinata, quando ancora i congressisti stavano arrivando, e sono stati,
cos si spera, svegliati dalla loro distrazione.

Parlo degli interventi di Sergio Lo Giudice, presidente dell'Arci Gay, e di Pasqualina Napoletano,
capo della delegazione Ds al Parlamento Europeo. Ben lungi dal limitarsi a rivendicare il
riconoscimento delle coppie di fatto e delle convivenze omosessuali, Lo Giudice ha evocato, in
un intervento di largo respiro, la pi generale questione del sostegno che il partito della sinistra
riformista deve dare, laicamente, alle tante libert civili che ancora, in Italia, attendono di
essere legalmente riconosciute. Le libert che hanno da fare con la politica della famiglia, con
la ricerca scientifica (contro l'"embriolatria" del cattolicesimo reazionario), con i limiti stessi
della vita: quando la sinistra avr il coraggio e la forza di condurre in porto una legge
sull'eutanasia?
Il rispetto della coscienza religiosa di cos gran parte degli italiani - che Fassino ha giustamente
evocato nella sua relazione di apertura - non dovrebbe pi francamente ispirarsi all'ideale
autenticamente cristiano della libert di coscienza, contro l'autoritarismo di quelle istituzioni
che credono di dover difendere il nostro vero bene anche contro la nostra libera scelta? Se
anche in Italia potremo arrivare un giorno ad una legge cos civile e cristiana, forse ci sar
possibile solo con l'aiuto dell'Europa, "obbligati" a civilizzarci per stare al passo con i nostri
partner dell'Unione.
il senso dell'intervento di Pasqualina Napoletano, che ha mostrato come l'unit europea non
serva solo all'economia o alla lotta contro la criminalit e alla difesa dell'ambiente; ma pi
fondamentalmente all'affermazione dei diritti. Non forse un caso che questo discorso
sull'Europa dei diritti sia stato affidato a una donna; n che l'ultimo intervento prima della
replica di Fassino sia stato quello di Livia Turco, ex ministro degli Affari Sociali.
Non che l'Europa sia femmina - a parte il genere grammaticale del nome. Ma certamente il
primato dei diritti, che si sentito chiaramente in moltissimi degli interventi congressuali
(compreso, anzitutto, quello di Sergio Cofferati) ha qualcosa di femminile. Specialmente se lo
si confronta con il tradizionale primato di un altro termine che, nei giorni di Pesaro, si sentito
poco, quello di "sviluppo".
Dobbiamo leggere in questo un limite, un ripiegamento, un minimalismo "di guerra"? Forse no,
solo un altro aspetto del coraggio di cambiare: una sinistra che si occupa di pi
dell'uguaglianza, della solidariet (I care, non l'abbiamo certo cancellato!), disposta a pagare il
prezzo di una minore aggressivit machista, nei confronti degli altri (nella competizione senza
regole), nei confronti delle cose e delle risorse della natura (nella ricerca di una indefinita
crescita quantitativa del mondo), in vista della costruzione di un mondo meno frenetico e pi
amichevole.

GIANNI VATTIMO

L'Unit
22 dicembre 2001

Lei difende i giudici?


Ma come si

permette
Caro direttore, sar poi tanto di cattivo gusto, come alcuni hanno subito osservato,
celebrare una "giornata della giustizia" il 17 febbraio, giorno in cui inizi Tangentopoli
con l'arresto, quel giorno del 1992, del piccolo "mariuolo" (cos Craxi) Mario Chiesa? Se
proprio si vuole usare questo termine dell'estetica, si dovr osservare che il gusto
espressione di una spiritualit, di un costume, di un atteggiamento condiviso. E se oggi
siamo arrivati al punto di sollevare un problema di gusto su un tema come quello della
giustizia, vuol dire che il martellamento delle menti e delle coscienze operato da ci
che scrivono e soprattutto da ci che tacciono i media ormai (quasi?) tutti di regime
sta ottenendo quello che si propone: mettere fuori corso il senso della giustizia a
favore di una rassegnata accettazione di ci che, per l'appunto, appare accettato e
accettabile dalle voci dominanti del potere.
Dovremmo vergognarci di celebrare l'inizio di quella che anche autorevoli organi di
stampa "neutrali" come il New York Times chiamarono la "rivoluzione italiana"?
Sappiamo tutti che una rivoluzione dovrebbe essere anzitutto un fatto politico; dunque
che non fisiologico che venga, invece, affidata ai giudici e al potere giudiziario. Ma il
buon gusto ci impone forse di considerare fisiologia autentica quella espressa nel
famoso discorso di Craxi al Parlamento, adattandoci al fatto che i costi della politica
dovevano essere pagati con la corruzione generalizzata - la quale dunque avrebbe
dovuto godere di una sua impunibilit?
Se poi, secondo un gusto (ancora) pragmatico che si diffonde pericolosamente anche a
sinistra (ma forse solo nelle oligarchie burocratiche dei partiti), ci si obietta che con il
"giustizialismo" rischiamo di perdere ancora voti e consensi (certo, dalla stampa di
regime..), e che sarebbe invece pagante una apertura francamente bipartisan alle
riforme, sar meglio non dimenticare che le analisi dei flussi elettorali non danno
affatto ragione a questa posizione; e soprattutto che ci che oggi si ammanta del nome
anglosassone di bipartisanship (ammesso che il termine esista) non altro che il
consociativismo di infelice memoria.
Un consociativismo che, nella versione berlusconiana, si configura cos: prima si fa la
legge salvaladri, si cancellano le rogatorie, si mette al sicuro il cavaliere da ogni
possibile incriminazione; poi si invita l'opposizione al dialogo con la scusa del senso di
responsabilit istituzionale.
Se Berlusconi e i suoi complici vogliono stravolgere la Costituzione e cancellare i diritti
sindacali, lo facciano da soli, speriamo che i cittadini prima o poi si facciano sentire.
Perderemmo davvero consensi se, finalmente, invece di proporci solo come pi
attendibili realizzatori di un programma di destra, ci mostrassimo davvero come una
sinistra alternativa?

GIANNI VATTIMO

L'Unit
27 dicembre 2001

Da sinistra a destra
in nome dello
"sviluppo"
Caro Direttore, non conosco personalmente, se non in modo molto superficiale, Renzo
Foa; so che ha diretto lUnit e adesso un autorevole collaboratore del Giornale di
casa Berlusconi. Quando sento citare con tono elogiativo i suoi articoli da quelle altre
voci libertarie ma anche inspiegabilmente sempre pi berlusconiane che parlano da
Radio Radicale mi domando che cosa lo abbia spinto a compiere una cos stupefacente
"evoluzione". Poi penso anche a tanti colleghi (compagni sarebbe dire troppo, si
offendono) che (ancora?) non hanno fatto lo stesso percorso, e anzi militano nella
sinistra persino con responsabilit parlamentari ( ma s, facciamo i nomi, che sono
nomi di amici: primo fra tutti Franco Debenedetti) e anche qui mi domando che cosa
motivi quelli che a me paiono francamente dei tradimenti, ma che obiettivamente sono
solo dei sempre pi marcati dissensi.
Dei dissensi dalla tradizione della sinistra come ancora, sia pure minoritaria, vive in
tanti di coloro che hanno votato per noi e anche per loro nelle ultime elezioni. Ebbene,
poich in questo campo difficile dire che ci sia una verit oggettivamente innegabile se no la politica dovrebbe essere ancora duramente diretta da una scienza
dimostrativa, saremmo ancora ai piani quinquennali di sovietica memoria - non posso
pensare che il loro atteggiamento sia un "errore" dovuto a debolezza di mente o
addirittura a pochezza morale. Mi spiego il tutto solo guardando a quelle che adesso
non penso pi a Foa, confesso, ma soprattutto agli amici della sinistra "liberal" sono
le motivazioni che pi spesso mi vengono opposte quando discuto con loro. Queste
motivazioni, se lascio da parte quelle pi legate alla opportunit elettorale, del tipo:
con il giustizialismo perdiamo le elezioni, che ovviamente hanno una dignit molto
minore (anche Hitler prese il potere con una maggioranza elettorale), trovo una parola
il cui significato mi sembra sempre pi dubbio, la parola "sviluppo". In fondo, dal loro
punto di vista "realistico", il sistema sovietico davvero caduto solo quando
diventata insopportabile la sua inefficienza economica: tutti potevano comprare
qualunque cosa, ma i supermercati erano vuoti. Per converso, se avesse saputo
produrre merci per tutti e benessere materiale diffuso, le violazioni della libert
avrebbero finito per non pesare tanto, certo non avrebbero dato luogo allo sconquasso
che ha abbattuto il cosiddetto socialismo reale. Sulla base di un ragionamento simile
siamo oggi invitati a non fare tanto gli schizzinosi sugli accordi commerciali con paesi
come la Cina, nei quali le libert civili sono gravemente violate: se ci rifiutiamo a questi
accordi, danneggiamo lo sviluppo (anche nostro) e dunque, pi o meno direttamente,
violiamo quegli stessi diritti umani che vorremmo difendere, i nostri sindacati non
mancherebbero di ribellarsi a questi eccessi di idealismo
Si badi che la Cina, in questo caso, davvero molto vicina. Gli stessi principi valgono
quando si parla per esempio, da noi, dellarticolo 18 e della necessit di limitarne gli
effetti perversi sulla vitalit delle aziende. O della politica fiscale berlusconiana che,

almeno a parole, intende ridurre le tasse , e dunque gli introiti dello stato, con la
conseguenza che si dovranno anche ridurre i servizi sociali; in attesa, ma quanto
lunga, che la nuova vitalit economica cos stimolata ci renda tutti pi ricchi e meno
dipendenti dallassistenza statale. Non ignoriamo quanto complessi e stretti siano i
rapporti tra realizzazione dei diritti umani fondamentali (le condizioni di esistenza
materiale, la sicurezza del futuro..) e la crescita del Pil. Ma irrigidire troppo questi
rapporti significa n pi n meno che affidare tutto alla mano invisibile del mercato. La
quale sempre pi appare, oltre che invisibile, inesistente. Prendete gli esempi sempre
pi frequenti di un paradosso come quello che tutte le statistiche ci mettono sotto gli
occhi: grandi industrie che riducono drasticamente la mano dopera e vedono crescere
il loro valore sul mercato azionario. Oppure, pi banalmente: se lo stato francese,
italiano, vendesse tutti i castelli e le opere darte dei musei, il suo Pil aumenterebbe di
molti punti, ci sarebbe uno "sviluppo". Per un bel po, o magari definitivamente
(giacch le assicurazioni costano), la Gioconda non sarebbe pi esposta al pubblico
ma questo nel Pil non conta. Cos come non conta nel Pil il disagio dei molti disoccupati
prevedibili nella "transizione" nel periodo (quanto lungo?) tra la riduzione delle tasse,
o labolizione dellarticolo 18, e la nuova ricchezza prodotta dalla accresciuta vitalit
delleconomia. Anche prevedere degli "ammortizzatori" che aiutino a "passare la
nottata" si rifletterebbe negativamente sul Pil, dunque ostacolerebbe lo sviluppo. (Da
filosofo, ma conta poco anche questo per lo sviluppo, potrei vedere in questi esempi un
segno della impossibilit di ridurre le scienze dello spirito alle scienze della natura:
"tempi" diversi, quelli dei meccanismi materiali delleconomia e quelli della qualit della
vita. E diversi anche i tempi di chi affronta le transizioni in diverse condizioni di
partenza..).
Non so quando la mano invisibile del mercato abbia cominciato a mostrarsi troppo
debole per garantire quella che, parodiando Kant, si chiamerebbe lunione di virt e
felicit, cio la sintesi tra sviluppo e promozione umana; certo oggi a questa sintesi
non credono pi nemmeno i "transfughi" della sinistra; almeno non ci credono
coscientemente, anche se le loro posizioni restano fondamentalmente determinate da
questa mai consumata convinzione. Non solo sono vittime di una inconscia soggezione
ai dogmi liberisti; peggio, sono ancora dominati dalla dottrina del piano quinquennale.
Quando decidono di schierarsi contro il sindacato in nome di una razionalit sociale che
alla loro scienza economica appare oggettivamente "vera" parlano come gli antichi
programmatori sovietici (o, potenza della sanguinaria tradizione "comunista", cavaliere
mio: come i deportatori di intere popolazioni da una parte allaltra dellUrss in nome
della necessit di razionalizzare la produzione). Talvolta pensano e dicono di parlare in
nome delle generazioni future anche se le generazioni presenti si rifiutano di
ascoltarli. (Non lo stesso quando il cardinale Tonini difende i diritti del feto contro la
volont della madre che pensa in coscienza di non poter non abortire, o i diritti della
vita contro la volont del malato terminale che chiede leutanasia?). Lautentico politico
deve saper mettersi contro gli interessi apparenti, immediatamente sentiti, delle masse
per difendere i loro interessi "veri"
Solo pensieri in libert sul rapporto tra sviluppo e promozione umana? A me pare che
tutto , un po razionalisticamente, si tenga. La scuola-azienda della Moratti risponde
alla stessa logica dominata dal Pil e disposta a sacrificare, per un non molto chiaro
futuro, la qualit attuale dellistruzione. Molto esibito "machiavellismo" di Giuliano
Ferrara si muove nello stesso spirito. Qualche giorno fa la seconda pagina del Foglio
conteneva un articolo di Oscar Giannino che merita di essere ricordato, e su cui occorre
riflettere: secondo uno studio recente condotto negli USA, le esecuzioni capitali
favoriscono al diminuzione del tasso di omicidi, mentre la loro commutazione in pene
diverse riduce la deterrenza della legge. Si potrebbe aggiungere (certo , molto al di l
delle intenzioni di Giannino) che applicare la pena di morte a molti reati gravi che ora ci
costringono ad affollare i penitenziari permetterebbe di ridurre drasticamente le spese
per il sistema carcerario

Oggi, fortunatamente, la parola sviluppo compare sempre pi spesso accompagnata


dallaggettivo "sostenibile". Ma forse bisognerebbe cominciare a domandarsi se
lespressione non finisca per essere un puro e semplice ossimoro; e cio che
dovremmo abbandonare lo stesso termine di sviluppo, il culto degli indici, la
soggezione questa si espressione di materialismo dogmatico della politica
alleconomia. .Non sappiamo verso dove potrebbe condurci una decisione simile; anche
perch, come nel caso di molte malattie che non si curano perch nessuna industria
farmaceutica ha interesse a studiarle, sociologi, economisti, teorici della politica, non
hanno il coraggio di riprendere seriamente le ricerche che, in questa direzione,
avevano intrapreso circoli ristretti come il "club di Roma" e pochi organismi simili.
Anche solo ricominciare a discuterne potrebbe servire a qualcosa.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
23 gennaio 2002

UE contro Ui
"Emergenza democratica": risposta a
Debenedetti
Sono lieto che, per la cortese anche se criptica e polemica citazione che ne fa il
senatore Franco Debenedetti (18 gennaio), i lettori della Stampa vengano a sapere di
un articolo che ho pubblicato sulla Sddeutsche Zeitung ("Europa, stacci vicino") e
della amichevole ma aspra polemica che ci ha visti impegnati nelle ultime settimane a
proposito della politica della sinistra italiana e dell'atteggiamento che essa dovrebbe
tenere nei confronti del governo Berlusconi. Nell'articolo, uscito con un certa evidenza
nelle pagine culturali del giornale di Monaco, io sostenevo una tesi che non mi sembra
affatto stravagante, e cio che "solo l'Europa ci pu salvare". Non soltanto nel senso
pi immediato, per cui il futuro politico, economico, civile dell'Italia, come degli altri
Paesi dell'Unione, e di tutto il continente, dipende strettamente dallo sviluppo delle
politiche di integrazione; ma anche in senso pi specifico, che oggi, di fronte alla
"resistibile ascesa di Arturo Ui" (cio alle sempre pi evidenti tentazioni autoritarie e
antiliberali del governo Berlusconi) proprio l'Europa - con la realizzazione di uno
spazio di libert e giustizia comune (leggi: mandato di arresto europeo, rogatorie
semplificate ecc.), con una legislazione antimonopoli e di difesa della libert di stampa
e di tv, con una attenzione marcata ai diritti civili (a cominciare dalla eguaglianza dei
cittadini davanti alla legge per finire al pari trattamento delle diverse confessioni
religiose..) - che pu rappresentare un argine e una garanzia.
Debenedetti, iscritto ai Ds e senatore di questo partito, sostiene che in Italia la
democrazia e l'ordine liberale non sono in pericolo; e che controproducente e
addirittura autolesionistico, da parte della sinistra, insistere su questo tasto. Gli elettori
ormai non ci sentono pi da questo orecchio, secondo lui. Forse cos (sebbene,
quanto agli effetti della "demonizzazione" del cavaliere sui risultati elettorali, le

statistiche dicano tutto il contrario); ma non sar conseguenza della disparit di armi
mediatiche con cui la sinistra, in regime di non risolto conflitto di interessi, costretta
a muoversi? Anche se noi Ds avessimo i migliori e pi ragionevoli programmi di questo
mondo - e un po', caro senatore, li abbiamo, lo riconosca - i cittadini ne sarebbero
verosimilmente tenuti all'oscuro. Come sempre pi spesso succede. Farei un torto al
Presidente della Repubblica, per cui nutro il massimo rispetto oltre che civico e
personale affetto, chiedendo su tutto ci l'aiuto dell'Europa? Ma se lo stesso
Debenedetti dice che non augurabile n in potere del Presidente un intervento che
ponga limiti all'azione della maggioranza democraticamente eletta, a chi dovremmo
rivolgerci? Non so se non fare attenzione a tutti questi problemi e al deteriorarsi delle
libert nelle condizioni attuali possa chiamarsi un atteggiamento democratico; di
sinistra certo no.
GIANNI VATTIMO

L'Unit
24 gennaio 2002

Intanto a Strasburgo:
sguardo sull'Europa
Il socialismo ossia l'Europa. Potremmo ispirarci al titolo del famoso scritto di Novalis (dove al
posto del socialismo c'era "la Cristianit", e Dio sa quanto i termini siano affini) per sviluppare
una connessione che, anche grazie (si fa per dire) alla politica-non politica del governo
Berlusconi ci diventa sempre pi chiara. Al punto che l'ideale europeo si presenta come un
valido, forse il solo valido, sostituto del progetto marxista di costruzione di una societ
disalienata. Si osserver che i due progetti stanno a un diverso livello di generalit filosofica;
vero. Solo che anche l'ideale europeo, se pensato, come si deve, fuori da ogni prospettiva di
tipo etnico e "naturalistico" - com'era il caso delle unificazioni nazionali ottocentesche: l'Italia
"una d'armi, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di suol", a cui si richiamano ormai solo
Bossi e i suoi padani - diventa un programma denso di significato politico che pu a buon
diritto rivendicare una portata emancipatoria comparabile con quella, ormai logorata, del
marxismo.
Non un caso, insomma, che oggi il progetto europeo sia in Italia patrimonio della sinistra;
come stato a lungo patrimonio di quei movimenti politici di ispirazione liberale e cristiana che
avevano e hanno oggi pi che mai in comune una visione della politica come grande impresa
etica di promozione umana. Liberaldemocrazia, cristianesimo politicamente impegnato,
movimento socialista affrancato dal peso della tradizione sovietica sono oggi pi vicini che mai,
e lo si vede bene soprattutto nelle istituzioni europee, nelle quali sono meno sensibili le remore
create dalle eredit clientelari dei vari partiti nazionali. Un nuova frontiera del cattocomunismo, penser qualcuno. Perch no, se nel frattempo l'impegno etico sia dei cristiani sia

dei socialisti si purificato da ogni integralismo con la piena assunzione dei valori della
democrazia liberale?
L'eredit marxiana a cui i socialisti non dovrebbero rinunciare forse quella che proprio le
democrazie popolari di tipo sovietico hanno tradito di pi, l'idea che l'economia politica non
una scienza naturale, dunque che non pu autorizzare alcuna pianificazione rigida
dell'economia che si pretenda scientifica.
Ma ci che deve restare di una tale idea - oltre a un certo indispensabile volontarismo nella
progettazione politica - soprattutto la conspevolezza che ci che umanamente e eticamente
degno non assecondare una qualche essenza "naturale", bens consiste nell'assumere la
responsabilit piena di scelte argomentate e condivise.
Il valore del progetto europeo risiede tutto nella sua "artificialit"; che si traduce nel fatto di
realizzarsi in modo democratico e, per la prima volta nella storia, non mediante la conquista
violenta da parte di un potere come quello delle dinastie o dei condottieri che hanno operato le
"unificazioni" nazionali o imperiali del passato. I passaggi di questo ragionamento sono
difficilmente riassumibili in breve, ma possono comunque essere accennati; il loro livello di
"generalit" non dovrebbe spaventarci, se, come pensiamo e diciamo spesso, si tratta di
ricostruire le basi di una filosofia e politica della sinistra. Persino la vicinanza, spesso esagerata
a scopo retorico o addirittura polemico (Nietzsche) e caricaturale tra cristianesimo e socialismo
ci pu qui aiutare. Come l'annuncio cristiano, il socialismo - quello che resta o merita di restare
di esso - un radicale antinaturalismo: solo in quanto antinaturalistico si pu intendere la
profezia-speranza marxista della rivolta dei deboli-proletari contro i padroni-forti. Ma poi, molto
pi banalmente: se si cerca un minimo comune denominatore dei programi politici della destra
ci che si incontra proprio l'apologia e la volont di riportarsi alle differenze "naturali" come
motori dell'emancipazione: liberare le energie, togliere lacci e lacciuoli alla libera concorrenza,
gi gi fino alle implicazioni razzistiche di tutto ci. Per non parlare delle varie forme di
autoritarismo sociale, o religioso, che pretendono di fondarsi sulla conoscenza corretta della
vera natura di uomini e cose: papi e comitati centrali comandano in nome di leggi ed essenze
naturali che ai semplici fedeli o ai proletari "empirici" non sono chiaramente accessibili. Non
dovremo riconoscere come una sempre valida eredit marxiana, e dunque socialista, la messa
in luce del carattere ideologico di tutte queste pretese di "verit" su cui gli autoritarismi si
fondano? Ci che si sottrae alla falsa coscienza ideologica soltanto quello che proposto e
assoggettato alla libera discussione e stipulazione. Libera e dunque, certo, anche argomentata:
non per con lo scopo di raggiungere una dimostrazione definitivamente fondata, ma solo di
stabilire un accordo rivedibile che tuttavia impegna seriamente (molto pi seriamente di
qualunque "principio eterno") i contraenti.
L'Europa, anzitutto come progetto di costruzione politica totalmente fondata sulla libera
adesione - di cittadini e stati con uguali diritti - oggi la pi concreta e visibile manifestazione
di una politica antinaturalistica, e cio "marxista", cristiana e socialista. in quanto tale che
pu rivendicare lo statuto di un ideale politico capace di muovere le volont e anche scaldare
gli animi. Tutto il resto viene dopo; ma neanche con mediazioni troppo complicate. Anzitutto:
gli euroscettici sono chiaramente succubi di una visione naturalistica della storia e della
politica. L'Europa delle patrie o delle nazioni l'Europa di chi non rinuncia al culto esagerato
delle proprie radici, appartenenze, dialetti, e non vuole tener conto del fatto che le stesse
identit nazionali o regionali a cui tiene tanto si sono storicamente formate attraverso la
dissoluzione di appartenenze e identit precedenti, pi "naturali"...
L'Europa dei cattolici che vorrebbero una esplicita menzione della religione o del cristianesimo
nella Carta dei diritti rivendica tale richiamo in nome di una naturale vocazione dell'uomo alla
religione, come se proprio il cristianesimo non ci avesse avvertiti che la religione naturale
solo superstizione e idolatria. L'Europa concepita solo come area di libero mercato senza troppi
vincoli statalistici l'Europa dello scontro tra forti e deboli, che non vuole nemmeno
asoggettarsi alle "burocratiche" regole tendenti ad assicurare sportivamente una relativa parit
nelle condizioni di partenza.
Per amore di sistema, e di polemica, si potrebbe andare avanti nel riportare a un "idealtipo"
naturalistico le varie posizioni antieuropeiste che si stanno sempre pi evidenziando quanto pi

- con l'Euro, con l'avvicinarsi dell'allargamento - diventa urgente scegliere tra diversi possibili
modelli dell'Unione. Ma chiaro che, come tutti gli idealtipi weberiani, anche il nostro deve fare
i conti con molte "impurit".
Quel che ci sembra invece pi chiaro il nesso suggerito all'inizio; l'idea cio che oggi un
programma socialista, o di sinistra, pu e deve identificarsi come programma dell'integrazione
europea. in questo programma che si concretano e appaiono praticabili i valori di cui la
sinistra e il socialismo sono ancora portatori. Le tematiche dell'alienazione si traducono oggi nei
diritti sociali, politici, civili che, anche a causa dei diversi livelli di sviluppo che hanno avuto nei
vari paesi, trovano garanzia e prospettiva di affermazione solo nel quadro di una legislazione
comune europea: non pensiamo qui solo ai paesi che gi stanno nell'Unione, ma a quelli
candidati, che spesso vengono da un'esperienza tragica di socialismo autoritario. Quanto sia
importante l'orizzonte europeo per un'economia capace di svilupparsi uscendo dalla soggezione
agli Stati Uniti e mantenendo un modello sociale attento alla solidariet tra classi e generazioni
quello che appare sempre pi chiaro oggi che, con l'Euro diventato moneta "effettiva", siamo
sulla via (non garantita, certo, ma possibile) di una piena attuazione delle potenzialit
economiche del Continente. Sicurezza, efficacia della giustizia, qualit della vita collettiva nei
vari paesi anche dal punto di vista dell'ecologia, della disponibilit di farmaci, della difesa della
privacy nel mondo della telematica - tutto questo, che un insieme di condizioni indispensabili
della libert, si realizza oggi solo nell'ambito di una pi franca integrazione europea.
Ce n' abbastanza per pensare che vale la sinonimia tra socialismo ed Europa. Con una
importante aggiunta: sia i giusti timori circa il carattere imperialistico della globalizzazione, sia
la preoccupazione che, in un mondo non pi bipolare, la potenza "imperiale" statunitense si
abbandoni (con Bush, poi) a sempre pi estese guerre preventive per lo sradicamente
definitivo del "terrorismo" (non solo quello che davvero tale, ormai lo sospettiamo), possono
trovare espressione politica, invece che nelle violenze di strada o nel puro appello papale ai
buoni sentimenti, nella esistenza di una forte Unione "europea" anche nel senso della fedelt a
una tradizione politica ispirata a valori come l'uguaglianza e la solidariet che oggi pi che mai
sembra la sola capace di promettere un futuro non totalitariamente militarizzato e invivibile.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
27 gennaio 2002

I buoni tradimenti
Come sentirsi europei restando italiani
SE dico a un amico francese che mi sento italiano solo quando gioca la nazionale di
calcio o quando mi metto a tavola cercando gli spaghetti si scandalizzer; i francesi si
sa che sono sciovinisti. Sembra se ne scandalizzi anche Enzensberger, nel suo colloquio
con Umberto Eco raccolto ieri da La Stampa, forse per motivi diametralmente opposti: i
tedeschi hanno a lungo dovuto ritrovare una loro identit nazionale dopo il nazismo
attraverso una faticosa elaborazione della "colpa". Ma Eco, quando sostiene l'esistenza
di un homo europaeus riflette una fortunata caratteristica della mentalit italiana;
quella stessa che si manifesta nella editoria, la pi "traduttrice" fra tutte quelle dei
paesi sviluppati. Si dice talvolta: grazie a Dio sono ateo; ebbene, grazie all'Italia non ci
sentiamo anzitutto ed esclusivamente italiani, abbiamo imparato a identificare la nostra
nazionalit come una identit locale, a cui restiamo fedeli come alla nostra famiglia,

alla cucina di casa, al dialetto e alle sue ricchezze. Ma una identit esiste solo per
essere "tradita", superata, inclusa in identit sempre pi ampie. Che cosa sono stati, se
non tradimenti di questo genere, gli ideali unitari del Risorgimento, quando si tratt
appunto di superare le piccole patrie per diventare un solo stato nazionale? Le
tradizioni regionali e municipali non sono affatto morte, allora, e vivono ancora, molto
pi che in altri Paesi come la Francia, nei dialetti, nella cucina, ma anche nella
fisionomia specifica delle accademie e della vita intellettuale che nel nostro Paese
cos policentrica e multiforme. Sempre dal punto di vista, privilegiato (il nostro solo
"primato morale e civile") di una cultura nazionale non nazionalista, vaccinata proprio
dalla dolorosa esperienza del fascismo e della sconfitta bellica, siamo nella condizione
migliore per capire che c' gi, da noi ma anche in tanti altri Paesi del continente, e
almeno in tanti gruppi e ceti sociali (internazionalismo proletario!) anche dei Paesi pi
sciovinisti, una sensibilit europea che non ha niente da fare con delle appartenenze
"naturali".
Come se queste appartenenze non fossero a loro volta gi prodotti culturali, divenuti a
causa di decisioni: davvero il codice giustinianeo o il codice napoleonico sono rimasti
nella storia perch rispecchiavano fedelmente una cultura gi radicata? Non hanno
invece contribuito in modo decisivo a costruirla, come noi speriamo che facciano oggi
l'euro e la vilipesa (da Bossi) burocrazia di Bruxelles?
Per fortuna, l'Europa una cultura e non una nazione; tanto pi cultura quanto meno
pu richiamarsi ad appartenenze "naturali", che per tali non sono perch sono solo
tracce di eventi e decisioni culturali pi antiche, e dunque anche, talvolta, degne di
essere abbandonate come abiti smessi. Se, senza alcuna legittimazione in origini e
nascite comuni, l'Europa oggi riuscir a darsi, mediante stipulazioni volontarie e scelte
politiche, una costituzione, proprio in ci si dimostrer fedele alla sua provenienza, che
come tutte le eredit culturali esiste solo a partire dal momento in cui decidiamo di
riconoscerla.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
7 febbraio 2002

Regime s regime no
Il no degli intellettuali a Berlusconi
Caro direttore, poich sono un collaboratore di lunga data della Stampa, e d'altra parte sono
anch'io uno degli "esuli di carta" di cui parla Gramellini nel suo articolo di ieri, mi permetta di
esprimere il disagio che quell'articolo mi ha provocato, anche perch - ma non sono
ovviamente un giudice neutrale - solo una delle sempre pi numerose voci "centriste" (?) che
dalla colonne del giornale invitano ironicamente a non esagerare nel giudizio sul pericolo che

sarebbe costituito dal governo Berlusconi. Voglio offrire a Gramellini un altro argomento di
osservazioni ironiche. Ecco qua: se durante gli anni del fascismo si fosse ironizzato sul fatto
che Benedetto Croce (ma come, vogliamo paragonarlo a Tabucchi?) continuava a essere libero
di pubblicare la sua rivista e i suoi libri, dimostrando dunque che gli antifascisti come lui
avevano torto, lo si sarebbe trovato grottesco, se non peggio. ovvio che tutti i regimi
autoritari hanno bisogno di una facciata di rispettabilit; Berlusconi ha licenziato Ruggiero ma magari lasciando alla casa editrice Einaudi, ora di sua propriet, la tradizionale impronta di
sinistra - cerca anche con la politica culturale di garantirsi il rispetto di quegli europei che non
ancora riuscito a comprare con i soldi. Il nuovo fascismo italiano non quello dello sdoganato
Fini e nemmeno quello del povero Bossi; il fascismo postmoderno che non si serve di
manganelli e olio di ricino, ma conta sul dominio della pubblicit, della comunicazione, di una
pubblica opinione progressivamente addormentata. davvero esagerato - in una situazione di
crescente controllo di tutti i media da parte del capo del governo, capo del partito di
maggioranza, ministro degli Esteri, imprenditore di successo, proprietario di tutte le televisioni
private e della pi grande casa editrice, primo nella lista dei pi ricchi d'Italia - cercare di farsi
sentire, finch ancora possibile, dai nostri concittadini?

L'Unit
11 febbraio 2002

Dite a Berlusconi le
parole legalit e
giustizia
La manifestazione di Torino di sabato 9 febbraio merita davvero di marcare una svolta
nella politica dell'Ulivo; l'autentica risposta di massa che ha fatto registrare, del resto
non dissimile da altre che si verificano un po' in tutte le citt, richiede che i partiti e la
coalizione reagiscano a loro volta con una immediata indicazione di obiettivi politici,
realistici ma ambiziosi, su cui si possa concentrare la nuova disponibilit all'impegno
politico che si fatta vedere, sorprendendo persino i pi ottimisti fra gli organizzatori.
Una disponibilit direttamente proporzionale alla sempre pi diffusa sensazione dei
pericoli - non solo politici, ma istituzionali - che si delineano nelle scelte del governo
Berlusconi.
Per questo, forse, indispensabile che gli obiettivi di azione dell'opposizione siano
anzitutto legati alla difesa della legalit repubblicana contro gli attentati che le si
rivolgono. Di qui, la necessit di premere perch i processi di Milano si svolgano
regolarmente a dispetto di tutte le iniziative dilatorie che dall'ambito (legittimo) della
difesa degli imputati tendono a straripare sul piano delle iniziative parlamentari "di
supporto", prese da avvocati (del premier) che sono anche deputati (dello stesso) e
sostenute da ministri e sottosegretari (del suo partito).
Castelli si gi dovuto rimangiare il trasferimento immediato del giudice Brambilla, ma
non mancher certamente di inventare qualche altro espediente per interferire con il

processo. Prima di, o almeno insieme a, ogni iniziativa di riforma della giustizia, l'Ulivo
deve battersi perch giustizia sia fatta anzitutto con l'applicazione equa - la legge
uguale per tutti, lo ricorda Castelli? - delle leggi vigenti e cos molteplicemente violate
dal nostro premier e dai suoi adepti. Basta con le accuse alla magistratura, in nulla
diverse, per carattere eversivo, da quelle a suo tempo avanzate dai terroristi di destra
e di sinistra.
Su questo piano della legalit, quali che siano stati gli atteggiamenti erronei del
passato, occorre rivendicare anche l'illegittimit costituzionale della elezione
parlamentare di Berlusconi; il quale ha dedicato gli ultimi anni della legislatura
precedente a rinfacciare a D'Alema la sua condizione di abusivo (non eletto
direttamente alla carica di premier; ma non c'era nessuna norma costituzionale che lo
imponesse), mentre oggi i suoi opinionisti spacciano senz'altro per una caduta di gusto
e di sensibilit politica evocare la legge che vieta ai titolari di concessioni governative
(e quali concessioni: non un'esattoria di paese, ma tutte le reti televisive private) di
concorrere a cariche politiche elettive. Non abbiamo avuto abbastanza forza e
determinazione per rivendicare l'applicazione di questa legge a suo tempo; cos come
non abbiamo fatto la legge sul conflitto di interesse, sulle cariche RAI; e allora? Se ci
fossimo dimenticati di sanzionare con una legge l'omicidio o il furto sarebbe una buona
ragione per non provvedere ora, e lasciare che simili delitti rimangano impuniti?
La difesa senza compromessi dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori appartiene
anch'essa all'impegno per il rispetto della legalit costituzionale; ma gi, anche, un
obiettivo decisamente politico. Da quello che si vede nelle manifestazioni sindacali di
questi giorni, un punto su cui l'Ulivo chiamato a farsi sentire con iniziative anche
estreme, come il sostegno allo sciopero generale, se e quando esso sar indetto.
Contro l'obiezione - ritorno agli anni Cinquanta! - che si tratti di uno sciopero "politico",
il sindacato deve rivendicare il proprio diritto-dovere di difendere non solo i salari, ma
anche il quadro istituzionale entro il quale si colloca il lavoro. E l'Ulivo non pu che
sostenere con tutte le forze questa rivendicazione.
Vuol dire tutto questo che l'agenda dell'Ulivo si lascia condizionare, solo in funzione
difensiva, dall'iniziativa del governo? In qualche misura s, ma il governo persegue ben
precisi scopi politici che sono diretti a limitare profondamente diritti irrinunciabili; o a
intervenire su problemi aperti nella societ italiana che richiedono prese di posizione
specifiche anche dell'opposizione. In entrambi i casi, l'agenda del governo anche la
nostra: nel primo caso in una funzione difensiva, nel secondo con un senso propositivo
che deve configurare precise alternative ai programmi della destra.
L'elenco facile.
- Sanit: difesa e rafforzamento delle strutture sanitarie pubbliche, contro la deriva
privatistica che spinge verso le assicurazioni - per ora integrative, ma domani sempre
pi sostitutive e dunque fonte di nuove disuguaglianze; deriva per giunta promossa da
un governo il cui capo anche un magnate delle assicurazioni.
- Scuola: affermazione del carattere pubblico dell'istruzione, contro ogni tentazione di
utilizzare le scarse risorse per la promozione della scuola privata (confessionale, per lo
pi); e impegno per una scuola che non discrimini fin dall'inizio, come vuole la signora
Moratti, tra ragazzi destinati al lavoro manuale e ragazzi destinati alle carriere "alte" (
quello che la cosiddetta riforma vuole stabilire, con la scelta, imposta a meno di
quattordici anni, tra scuola professionale e scuola orientata al proseguimento liceale).
(Ancora: solo negative, le nostre posizioni sulla scuola? No, avevamo un riforma
Berlinguer gi varata, che l'arroganza dei nuovi governanti ha voluto mandare all'aria).
- Europa: impegno per una Convenzione che arrivi a porre almeno le basi di una
Costituzione europea. Scelta del modello federale contro le ambiguit del governo
Berlusconi-Bossi, che flirta senza costrutto con l'idea della sussidiariet, con i richiami
all'Europa delle nazioni (alias, demagogicamente, dei "popoli": padani, insubrici, e

vattelapesca). Scelta per l'elezione diretta del presidente della Commissione esecutiva.
Scelta decisa per l'allargamento entro il 2004. Mandato d'arresto europeo e
collaborazione giudiziaria da realizzare entro lo stesso termine (senza aspettare che
Berlusconi si faccia altre leggi su misura dei suoi guai giudiziari). - E poi, assenza molto
grave nei discorsi che si sono fatti in questi giorni da parte dei leader ulivisti: presa di
distanza netta da ogni enfasi americana sulla lotta al terrorismo come priorit assoluta.
Se abbiamo potuto simpatizzare con questa tesi nei giorni immediatamente successivi
all'11 settembre, oggi diventa sempre pi chiaro l'uso che Bush vuol fare dello spettro
del terrorismo: giustificare sul piano interno una limitazione grave delle libert civili; e
sul piano internazionale, fondare una rinnovata politica di competenza esclusiva degli
USA come unico gendarme dell'ordine internazionale. Non senza il proposito, oggi
evidentissimo, di coprire con il terrorismo dell'antiterrorismo, le gravi responsabilit
dell'establishment nell'affare Enron. Non si tratta soltanto, anche qui, di opporsi alla
linea "amerikana" del nostro governo; stabilire e sostenere, con gli alleati pi sensibili,
una specifica, e alternativa, politica europea su questo tema, significa anche aprire la
via per un diverso rapporto con il terzo mondo, con i paesi poveri che si ribellano
giustamente alla globalizzazione modello G8. Non vero che Porto Alegre stata
monopolizzata da Bertinotti; chi c'era parla anzi di una sconfitta delle sue tesi davanti
alla platea del Forum, e di conclusioni seriamente riformiste. Non sar il caso, anche
qui, di trovare in un pi esplicito impegno per un ordine mondiale diverso uno "sfondo"
niente affatto occasionale che contribuisca a ridare all'Ulivo quel respiro etico, quel
pizzico di ideale utopico, che del resto scritto nelle migliori tradizioni della sinistra?
GIANNI VATTIMO

La Stampa
18 febbraio 2002

Liberati e rovinati
Qualche dubbio sulle ricette della destra
MA adesso che il Tfr (la famosa liquidazione) ci sar messo a disposizione perch lo
possiamo liberamente investire in "previdenza integrativa", non rischieremo, molti di
noi, di fare la fine degli impiegati della Enron, che sono stati turlupinati e derubati dei
loro fondi pensione che credevano di aver investito in azioni arcisicure? La domanda
non tanto peregrina, anche se qualcuno (magari una nostrana societ di revisione
come la Andersen) ci spiegher subito che il caso del tutto diverso e che possiamo
stare tranquilli. Tranquilli un cavolo, se intanto teniamo conto che il falso in bilancio
stato tempestivamente depenalizzato dal governo Berlusconi, e che dunque la nostra
nuova avventura di investitori, azionisti, speculatori si apre sotto pessimi auspici. Ma
questo caso del Tfr solo il pi preoccupante in un panorama di cambiamenti che
sembrano annunciarsi se andranno avanti le tante liberalizzazioni che vengono ogni
giorno promesse, o piuttosto minacciate. Per esempio: libera concorrenza tra
compagnie telefoniche. Qualcuno dei lettori ha davvero chiaro che cosa gli conviene di
pi tra i tanti diversi tipi di contratti che vengono pubblicizzati? Certo, una ditta avr
dei consulenti e forse (se non sono come la Andersen) le consiglieranno le scelte
migliori. Ma tutti noi tapini privati, che gi per compilare la denuncia dei redditi, anche

semplicissima, dobbiamo ricorrere al commercialista, come ce la caveremo? E pensare


che qualche liberista convinto tempo fa aveva addirittura proposto che si abolisse la
ritenuta d'acconto, lasciando al cittadino la libert di denunciare a fine anno i propri
redditi e di calcolare le imposte dovute. Ancora, e forse pi grave di tutto:
liberalizzazione dell'assistenza sanitaria; ognuno si sceglie il medico, chirurgo, mago,
ospedale preferito, e poi la mutua rimborsa. Perch non prevedere anche che si vada in
farmacia e a naso si scelgano, liberamente, i farmaci che ci sembrano pi adatti?
Paradossi ma non troppo; per dire che un aspetto inseparabile, e certo intollerabile,
delle soluzioni liberiste estreme sono n pi n meno che un ennesimo taglio di servizi
pubblici. un servizio pubblico anche fornire ai cittadini una consulenza che altrimenti
finirebbero per doversi procurare a pagamento. Un punto dolente di questo tipo la
scuola. Davvero le famiglie sono in grado di scegliere a ragion veduta la scuola migliore
per i loro figli? Non succeder che anche questa libert si ritorcer contro i cittadini cos
"liberati"? O, pi semplicemente, molti si affideranno ad altre "agenzie" per operare le
loro scelte . Non un caso che i massimi sostenitori della libert della scuola si trovino
tra il clero: dove viene meno lo Stato, rientra la Chiesa. Che gi gravata da tante
funzioni di supplenza, impostele dalle disfunzioni dello Stato (a quando un servizio
postale di parrocchia?). Insomma, i liberisti ci pensino seriamente: le loro proposte di
maggiore libert potrebbero celare solo una inedita forma di "interruzione di pubblico
servizio".
GIANNI VATTIMO

L'Unit
21 febbraio 2002

Questa destra per


niente gentile
Il livore e il sarcasmo con cui la destra - anche quella degli osservatori autorevoli dei
giornali "indipendenti" - commenta la riunione convocata da Fassino per giovedi 22 in
cui il segretario dei DS vuole ascoltare gli intellettuali italiani che si riconoscono nel (o
semplicemente, anche con molte insoddisfazioni, votano per il) suo partito, si spiega
probabilmente con una certa invidia.
Nonostante tutto, cio nonostante la prospettiva di prebende e di posti di sottogoverno
culturale che si apre con la nuova maggioranza, gran parte dell'intellighenzia italiana
sempre un terreno accidentato per la destra. Galli della Loggia e Panebianco restano,
per esempio, una voce di minoranza nel gruppo del Mulino, che peraltro non si mai
segnalato per giacobinismo e estremismo. E quando Berlusconi dice che Rai e giornali
gli sono ostili, certo non riflette una situazione di fatto, ormai ampiamente modificata a
suo favore.
Ma esprime una sensazione fondamentalmente giusta, prende atto della scarsa
disponibilit degli intellettuali italiani a farsi colonizzare da questa destra. Per un

D'Alema che a Parigi mette in guardia contro il "moralismo" e il gauchismo che


insidierebbero la sinistra del notro paese, ci sono decine di voci diverse, e
culturalmente non meno autorevoli, che parlano molto pi radicalmente a francamente
contro il pericolo di nuovo fascismo rappresentato da Berlusconi e dai suoi soci.
Dunque i commentatori moderati si rassegnino, e prendano atto che, per ora, la
"transizione a destra" della cultura italiana riguarda una sparuta minoranza, e spesso
figure non proprio di primo piano, per giunta non tutte probabilmente mosse da nobili
motivazioni ideali.
Comunque sia, il numero e la qualit di coloro che hanno anunciato la loro
partecipazione all'incontro del 22 dovrebbe almeno suscitare qualche riflessione invece
che soltanto i cachinni delle penne di regime. Un riflessione che avrebbe dovuto gi
farsi sui docenti universitari di Firenze che hanno sfilato contro il governo, o sui
magistrati che, in ogni procura d'Italia, hanno colto l'occasione dell'inaugurazione
dell'anno giudiziario per esprimere la loro opposizione alla politica giudiziaria di
Berlusconi.
Tutte cose ispirate da fanatismo, nostalgie sessantottarde, snobismo radical chic? Sar
vero che gli intellettuali e la borghesia delle professioni, magistrati avvocati tecnici
professori non hanno maggior titolo di qualunque altro cittadino a farsi sentire in
politica; ma una stampa che li tratta come oggetto di scherno o al massimo di bonaria
ironia rivela con cio' stesso che i loro timori di un incipiente fascismo non sono per
niente infondati.
L'olio di ricino con cui i fascisti delle origini trattavano i loro oppositori - anch'essi non
di rado intellettuali - solo una variante un po' pi violenta di questo stesso umoristico
e ironico populismo. Gli oppositori non si discutono, si mandano - oggi solo
metaforicamente, ma chiss, - a cagare. L'espressione forte, ma speriamo che i
nostri avversari cosi' ostili allo snobismo ce la consentano (come potrebbero
sopportare Bossi, se no).
Poste queste chiare premesse, ovvio che si potrebbe anche discutere un po' meno
vagamente del senso dell'impegno degli intelletuali in politica, della loro esistenza o
meno come categoria, dei loro diritti e doveri nei confronti di altre categorie di
cittadini. Ma poich l'argomento sicuramente inesauribile nello spazio di un articolo,
limitiamoci ad osservare che non stupisce il livore di questa destra (niente affatto
Gentile) contro la figura degli intellettuali. In quanto non si identificano con specialisti o
tecnici di questa o quella disciplina "ausiliaria", ma si occupano di tuttologia, di sistemi
di valori, di visioni del mondo, essi sono funzionali a una societ democratica,
contribuiscono a dare alla politica una sostanza che non si riduce solo alla discussione
sui bilanci (e al mascheramento dei falsi in bilancio). Non hanno n arte n parte, non
"servono", chiaccherano, vanno bene l dove non si sono ancora aboliti quei ludi
cartacei che sono le campagne elettorali. Non senza significato che chi ha sollevato il
vespaio da cui scaturita la riunione del 22 febbraio sia un uomo di spettacolo, un
regsita di cinema, anzi un comico: non un premio Nobel per la chimica, non un grande
tecnico o un economista. Almeno in questo, il popolo che i populisti fingono di
rappresentare contro gli intellettuali snob dovrebbe vedere una ragione di
compiacimento. Non staremo dalla stessa parte, noi tuttologi malvisti (e non tutti ben
pagati) e voi operai, giovani non garantiti, pensionati al minimo, lavoratori socialmente
utili minacciati di licenziamento? Il padrone, riconoscetelo, sta comunque dall'altra
parte.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
20 aprile 2002

Cosa c' che non va


L'articolo 18 e lanima profonda del paese
I sindacati facciano pure dei begli scioperi, ma il governo deve governare, anche se i
suoi atti dispiacciono ai sindacati. Oppure: vero che i sondaggi dicono che il 70 per
cento degli intervistati preferisce un posto di lavoro anche difficile da trovare da cui
per non si possa poi essere licenziati (se non per giusta causa, in virt dell'articolo
18); ma una vera classe dirigente ha appunto il compito di far mutare questa idea
(sbagliata, si suppone senz'altro) che domina ancora "l'anima profonda di un Paese
sempre attaccato all'interesse particulare". Queste alcune delle tesi che, con notevole
sintonia, sono state avanzate sulla Stampa negli ultimi giorni da esponenti della
maggioranza e dell'opposizione. Com' che l'anima profonda del Paese, qui
solennemente evocata e stigmatizzata, continua a coltivare un'idea cos irragionevole,
infondata, smentita - si suppone - da tutti i dati disponibili? Com' che tutti i maggiori
sindacati concordano nel non credere che nuovi posti di lavoro (per quei benedetti
giovani, cos perseguitati dai loro padri di sinistra) si creeranno solo se si rende pi
facile licenziare chi un lavoro ce l'ha? L'anima profonda del Paese, e soprattutto la
cervice dei nostri concittadini, deve essere ben dura e sclerotizzata per continuare a
non capire; soprattutto, in una situazione in cui la "verit" le predicata
concordemente dalla grande maggioranza dei media, e persino da lezioni unitamente
impartite da destra e da sinistra. Non ci sar qualcosa che non va? Prima di tutto, a
parte la mancanza di ammortizzatori sociali adeguati (che il governo promette di
istituire; ma come e quando?), non saranno da tener in conto i dati presentati per
esempio da Luciano Gallino in un recente libretto su I costi umani della flessibilit, dai
quali emerge che il nesso tra licenziamenti pi facili e creazione di nuovi posti di lavoro
non affatto provato? E, ancora pi importante: non cos sicuro che il compito di una
classe dirigente sia quello di agire contro "l'anima profonda" di un Paese, almeno
quando si pretende di governare in nome di un mandato popolare (magari anche
difendendo le prerogative del Parlamento dalle pressioni della "piazza"). Del resto,
anima profonda o no, il Paese si formalmente espresso, con un referendum di
qualche anno fa, sulla proposta di abolizione dell'articolo 18 (sostenuta dai soliti
ineffabili radicali cos pronti a digiunare per costringere il Parlamento a fare ci che
sembra non abbia voglia di fare). La proposta non fu approvata; probabilmente per la
solita incapacit del popolo di capire il suo vero interesse. Ma se cos, perch
insistiamo a lasciare che questo popolo vada ancora a votare?
GIANNI VATTIMO

L'Unit
14 giugno 2002

L'insostenibile
leggerezza di Blair
La domanda che mi gira in testa da qualche giorno - perch Berlusconi non stato invitato al
vertice "democratico" convocato da Tony Blair la scorsa settimana, vista la vicinanza (da lui
costantemente rivendicata) delle sue posizioni con quelle del premier inglese - forse troppo
ingenua, o troppo radicale e provocatoria. Ma pu essere tradotta in una pi ragionevole: che
rapporto c' fra il "socialismo-non-pi-socialismo" di Blair e colleghi e l'effettiva situazione del
mondo in cui viviamo, e la storia delle forze politiche che dovrebbero confluire nella nuova
"Internazionale democratica" a cui essi pensano?
La terza via di cui i leader del centro-sinistra occidentale, Blair e Clinton in testa, parlano,
sembra per ora poco pi che una Pratica di Mare colorata di rosa piuttosto che di azzurro, ma
ha la stessa consistenza prevalentemente teatrale, aggravata dal fatto che in questo caso
manca il potere. Il mondo in guerra: in Afghanistan, in Medio Oriente, negli stessi Stati Uniti
dove si impone sempre pi la tendenza ad applicare anche ai cittadini americani (non parliamo
dei desaparecidos di Guantanamo e dintorni) il codice militare, negando loro le pi elementari
garanzie costituzionali. Bush non cessa di ricordarci che la guerra ai terroristi c', che durer a
lungo, e che giustifica la riduzione delle libert civili in tutto il mondo (sempre meno)
democratico. L'altra faccia di questo stato di guerra permanente e di impoverimento
progressivo della maggioranza dei Paesi del mondo - non solo la fame del Terzo mondo, ma
anche le ristrutturazioni industriali del primo; a cui si accompagna la crescita del potere
economico delle mafie, a cominciare da quella russa (continuiamo a trovare difficile che Putin,
ex capo del KGB e ora amico per la pelle del nostro "prescritto" cavaliere, non ne sappia
proprio nulla).
Ecco, questa la situazione. Che cosa dice l'internazionale democratica blairiana-clintoniana di
tutto ci? La risposta che si percepisce chiaramente, in Italia ma forse non solo, questa:
meno "socialismo", meno rigidit sul welfare e sui diritti dei lavoratori, meno sospettosit nei
confronti della ricchezza (altrui), meno attenzione all'uguaglianza e maggiore sforzo per
"liberare" le energie della societ (ovviamente da lacci e lacciuoli...). Per questo po' po' di
progetto "democratico" dovremmo buttare a mare la tradizione socialista e il sogno del riscatto
delle masse? (ma ci facciano il piacere, come direbbe Tot). Il risultato sarebbe solo quello di
allontanare definitivamente dai nostri partiti "di sinistra" coloro che ancora credono nella
politica come impegno etico e di emancipazione, tagliando ogni legame con un patrimonio di
valori, di fedelt, di progettualit che, nella prospettiva di questa evanescente internazionale
"rosa", diventerebbero (o sono ormai diventati) una inutile retorica zavorra.
GIANNI VATTIMO

L'Unit
29 giugno 2002

Gli schiavi della porta

accanto
Non si guarda all'affermazione del nuovo
regime schiavistico che si sta instaurando,
ma al pericolo per la nostra identit
culturale.
L'immigrazione dai paesi pi poveri verso
l'Europa non una catastrofe ma una
trasformazione da regolare razionalmente
Leggendo i sempre pi frequenti reportages sull'immigrazione clandestina che si
abbattuta da alcuni anni sull'Europa (penso per esempio a quello di un recentissimo
numero dello Spiegel), ci che impressiona pi profondamente non solo la
testimonianza di miseria mondiale che emerge dai racconti di viaggi terribili conclusi
spesso tragicamente: o dai numeri - numeri di coloro che tentano l'avventura del
viaggio verso il "paradiso" occidentale, e cifre dei guadagni che gli smugglers, i
contrabbandieri che li trasportano, guadagnano per il loro triste lavoro.
La cosa pi impressionante dover prendere atto che l'immigrazione clandestina sta
ricostituendo il regime della schiavit, nel senso pi letterale e tradizionale del termine.
Oggi una percentuale non piccola di esseri umani che circolano nelle nostre citt, che
lavorano nelle nostre fabbriche, o come domestici nelle nostre case, o come prostituti e
prostitute nelle nostre strade, sono schiavi. In una condizione ancora peggiore di tanti
altri - per esempio dei neri degli Stati Uniti prima di Lincoln - perch la loro condizione
non regolata da alcuna norma di diritto, per quanto disumana. L'assoluta
clandestinit fa s che essi siano trattati come pure e semplici cose, peggio ancora degli
animali i cui diritti, sia pure lentamente, vengono sempre pi riconosciuti, per esempio
con leggi che vietano la vivisezione, il trasporto in condizioni di disagio, altre forme di
crudelt. Si pu chiamare solo schiavit la condizione di una ragazza albanese che, per
pagare il prezzo del suo passaggio clandestino in Italia, rimane legata ai suoi sfruttatori
per un tempo indefinito, spesso sotto la minaccia di ritorsioni contro la sua famiglia
rimasta al paese d'origine nel caso che osi ribellarsi. E di vera e propria vivisezione si
tratta nei casi, ormai documentati, di vendita di organi di trapianto.
Le opinioni pubbliche dei paesi in cui l'immigrazione clandestina pi intensa - oggi
sono soprattutto i paesi del Mediterraneo, ma sempre pi sono esposti anche i paesi
dell'Europa Centrale su cui si riversano gli immigranti dell'Est - tende a reagire a
questa ondata di nuova barbarie pensando di difendere la propria identit culturale e il
proprio livello di vita con una chiusura pi o meno totale delle frontiere.
Si sviluppano cos nuove forme di xenofobia e di vero e proprio razzismo, quando si
credeva di averle definitivamente superate. Ci che si guarda con orrore non tanto,
come si dovrebbe, l'affermazione di un nuovo regime schiavistico: quanto la pura e

semplice presenza dell'altro, dello straniero, anche del povero in cerca di lavoro.
Le leggi che si stanno approvando o che gi sono in vigore nei vari paesi europei hanno
lo scopo di ridurre o addirittura eliminare del tutto, almeno immediatamente,
l'immigrazione. Poich per non ci riescono - come mostra l'analoga triste esperienza
del proibizionismo in materia di droghe, che non ha fermato il traffico ma ha reso solo
pi cospicui i guadagni delle varie mafie - il risultato che l'immigrazione continua e le
condizioni degli immigrati diventano sempre pi disumane.
L'Unione Europea, almeno nelle sue dichiarazioni di principio, sicuramente
consapevole che la chiusura assoluta delle frontiere non si pu materialmente
realizzare e comunque non converrebbe nemmeno alla nostra economia, che si giova
ormai largamente di mano d'opera immigrata. Quando per si tratta di passare dai
principi agli atti, pesano ancora sulla legislazione le molte differenze nazionali non
superate, le lentezze "tecniche" di tutti i processi di integrazione, dalle quali traggono
vantaggio tutti coloro che dall'immigrazione clandestina ricavano immensi guadagni: le
mafie che trasportano gli schiavi e li usano per ogni sorta di attivit illegali, ma anche
le aziende che utilizzano il cosiddetto "lavoro nero" che costa meno e non prevede
alcuna forma di oneri sociali.
L'ideologia che sorregge questa politica di chiusura, peraltro finta, delle frontiere agli
immigrati insiste sull'idea di identit da salvare: persino la Chiesa Cattolica, per voce di
alcuni suoi alti esponenti come il cardinale arcivescovo di Bologna, mette in guardia
contro la "marea" musulmana che minaccia di sfigurare la nostra civilt cristiana.
Contro simili aberrazioni culturali, bisogna cominciare a dire esplicitamente che sia le
identit "nazionali" dei vari paesi europei, sia soprattutto l'identit dell'Europa, si sono
costruite nei secoli superando altre identit "minori", consumandole e dissolvendole in
orizzonti ibridi pi vasti. E questo processo avvenuto in connessione con movimenti
di popoli, grandi ondate migratorie, vere e proprie invasioni. Anche, e lo sappiamo
benissimo noi popoli sia latini sia anglosassoni, con grandi guerre. Oggi, come in tanti
altri campi, la nostra civilt sta realizzando ci che, anche con gravi esagerazioni ed
errori, aveva sognato Nietzsche: non lasciare pi che il tipo "uomo" si modifichi per
cause naturali accidentali, ma si trasformi in base a decisioni coscienti e ragionate.
Dalla bioingegneria alla costruzione di un'Europa unita, siamo in condizione di non
attendere che il futuro si determini da s - per una qualche catastrofe naturale o per la
volont di conquista di un sovrano. Si tratta di processi che vogliamo accadano
deliberatamente e democraticamente. Di qui l'estrema difficolt, ma anche la
straordinaria novit dell'impresa: l'Unione Europea, se riuscir a realizzarsi
completamente, sar la prima entit "statale" della storia ad essersi costruita con
trattative pacifiche e non con la conquista da parte di un sovrano o di uno stato.
Anche il grande movimento di immigrazione dei paesi pi poveri verso l'Europa e
l'Occidente non pu pi essere trattato come un catastrofico fenomeno naturale, a cui
si possono opporre solo difese, chiusure, blocchi. Tanto pi che anche le statistiche
demografiche, e forse persino i campionati di calcio, mostrano una certa tendenza al
declino di certi popoli rispetto a certi altri. Dobbiamo necessariamente immaginare
questi processi come una lotta per la sopravvivenza - della nostra identit contro le
altre, della nostra razza contro i neri e i gialli; oppure possiamo cominciare a pensare
di regolare nazionalmente questa, forse inevitabile, trasformazione? I mezzi pratici non
mancano: alle trattative con i paesi di origine dei migranti, in modo da aiutare lo
sviluppo di attivit economiche locali che permettano a molti di rimanere a casa
propria; a una accoglienza legale di quote di stranieri che trovino possibilit di
abitazione, istruzione professionale, assimilazione alla cultura in cui si inseriscono, e
anche ampie possibilit di continuare a praticare le loro tradizioni (moschee, per
esempio). Ci che manca, si dice spesso, la "volont politica" di mettere in atto

questi mezzi pratici. E, in democrazia, la volont politica sinonimo di opinione


pubblica, dunque di cultura. Qui, credo, c' un importante impegno per gli intellettuali,
persino per i filosofi.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
12 luglio 2002

Sinistra, il
"moderatismo" non
serve
Dai girotondi alle piazze: perch l'ala liberal
dei DS sta sbagliando linea politica
L'ostinazione della CGIL nel difendere l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori anche a
costo di escludersi dalle ulteriori trattative sul cosiddetto "Patto per l'Italia" ha almeno
una utilit innegabile, di cui non tiene conto chi, come Michele Salvati (La Repubblica
del 10 luglio) e Franco Debenedetti (La Stampa del 9 luglio), pensa che i Democratici di
sinistra dovrebbero scegliere con pi decisione la via della lotta parlamentare per
perseguire una "vera" politica riformista, senza lasciarsi attrarre dalla via "sindacale" scioperi parziali o generali, e perch no anche girotondi e altre manifestazioni "di
piazza".
Ci che si tratta di fare, secondo questi autorevoli esponenti della minoranza "liberal"
dei DS autopromossi a portavoce della maggioranza di Pesaro, piuttosto lavorare per
preparare, in vista delle elezioni del 2006 (dicesi 2006), un verosimile programma
alternativo a quelli del governo (magari cominciando con il restaurare il reato penale di
falso in bilancio, la tassazione sulle grandi eredit, una legge seria sul conflitto di
interessi...). E' con questo atteggiamento "costruttivo" che l'Ulivo (o quel che ) pu
sperare di vincere le prossime elezioni, non certo alimentando il conflitto sociale e
ascoltando la protesta sindacale (solo del sindacato indebitamente "politicizzato", la
CGIL). Alla base di questa indicazione liberal sta l'idea che, come ci hanno ripetuto a
saziet, le elezioni si vincono al centro; che la sinistra "di governo" europea quella di
Blair, quella di Schroeder e non di Lafontaine, eccetera.
Che la sinistra italiana abbia perso le ultime elezioni perch non stava abbastanza al
centro una tesi non solo da dimostrare, ma contrastante con serie rilevazioni
sociologiche e anche con il semplice buon senso, se si calcola che la causa principale
della sconfitta stata la mancanza di unit appunto della sinistra nell'Ulivo. Ma poi:

come spiegano i nostri amici liberal la brillante affermazione dell'Ulivo nelle recenti
elezioni amministrative? Non c'entrer in qualche modo il nuovo clima politico creato
dalla grande manifestazione del 23 marzo e dal il rinnovato vigore della opposizione "di
piazza"? Nessuno vuole affidarsi solo alla piazza, ovviamente. Ma certo non si puo'
accettare un atteggiamento che finisce per riasumersi in una "lasciateci lavorare in
pace", noi parlamentari e pensosi riformisti.
Ottenere con la sola, o quasi, azione parlamentare leggi che rispettino i diritti dei
lavoratori, i valori fondamentali della Costituzione (dalla libert di informazione alla
divisione dei poteri dello stato, dal diritto all'istruzione alla libert di ricerca scientifica
alla stessa libert del mercato da monopoli e corruzione)? Ma come, con una
maggioranza blindata come quella che gi oggi svuota il Parlamento di ogni funzione?
Sar anche, questa deriva dell'istituzione parlamentare, una patologia diffusa e non
solo italiana; ma qui difficile non riconoscere che tale patologia sta diventando una
malattia mortale. Che cosa ci si pu davvero aspettare da un Parlamento che digerisce
senza batter ciglio la legge sul conflitto di interessi, che si prepara ad approvare una
legge di bilancio le cui "cartolarizzazioni" abilmente escogitate da Tremonti fanno
ridere, oltre che scandalizzare, i nostri partner europei, che ha discusso della
procreazione assistita con argomenti in cui non si sapeva se prevalese l'ignoranza,il
bigottismo o la pi sfrontata ipocrisia? Ahi, si dir: ecco il rischio giacobino, l'ideologia
che, stigmatizzando la limacciosit e scelleratezza della politica del lavoro governativa,
arma la mano dei terroristi che sparano a Biagi.
Ora: a parte l'indecenza di una maggioranza governativa che pretende di dar lezione di
linguaggio moderato alla sinistra, dopo aver parlato per anni di magistrati criminali
meritevoli della galera, della Guardia di Finanza come di una "associazione a
delinquere", di tricolore da buttare nel cesso ovviamente dopo essercisi puliti il didietro
(si veda il gustoso, ma anche tristissimo, articolo di Enzo Costa su L'Unit del 10
luglio), si vorrebbe comunque domandare che cosa si aspettano i liberal da questa loro
lotta a livello esclusivamente parlamentare. Certo, essi ci rimprovereranno di metterci
sulla strada dell'insurrezione armata. Ma tra l'ascoltare con un po' pi di attenzione la
voce dei cittadini che si mobilitano politicamente e predicare la lotta armata c' ancora
una bella differenza. Ignorarla serve solo a propagandare un moderatismo condannato
alla sconfitta.
Ma che c'entra tutto questo con l'articolo 18? Non dovremmo rispettare la specificit
del sindacato e l'autonomia dei partiti? E' difficile non vedere (ma c' chi ci riesce!),
che l'attacco all'articolo 18 solo la punta di un iceberg, quello di cui fa parte la legge
sul conflitto di interessi, la delegittimazione della magistratura, la distruzione della
scuola pubblica e dell'universit di stato (dunque anche accessibile a tutti, non
dimentichiamolo), la tendenziale identificazione delle leggi dello stato con la morale
cattolica ufficiale, la delega della politica sulla droga a comunit private modellate su
quella di Muccioli e delle sue porcilaie. Soprattutto: davvero se, nel tempo libero dalle
battaglie parlamentari perse in partenza, la sinistra si dedicasse pensosamente alla
costruzione di un programma "davvero" riformista, moderato e rispettoso delle sacre
leggi del mercato e dello sviluppo, avrebbe pi probabilit di vincere le elezioni del
2006? Ci saranno davvero ancora elezioni? Certo che s, visto che chi comanda sui
media non ha nulla da temere (n in questo mondo n nell'altro, si direbbe
parafrasando la saggezza di Socrate).
Ma di sicuro le probabilit della sinistra di vincerle saranno infinitamente minori di oggi.
Ecco perch, quale che sia la prudenza sindacale di Cofferati, ci che la sinistra deve
fare oggi non pu essere altro che cercare di accelerare, anche con una democratica
ma decisa "gestione" dei conflitti sociali che si stanno intensificando, la caduta di
questo governo. Tutto il resto, purtroppo, rischia di essere pura chiacchera, questa s di

salotti liberal-chic.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
24 dicembre 2001

Masse di negri
I pericoli di un mondo globale senza politica
Forse, almeno a titolo profilattico, di precauzione, dovremmo davvero cominciare a dire
e pensare che dopo l'11 settembre non cambiato niente. Intanto, per non essere
succubi di Bush, per il quale l'11 settembre stato tanto catastrofico da giustificare
una limitazione senza precedenti dei diritti civili in America; limitazione che, con
maggiore o minore solerzia, destinata via via a imporsi anche nei paesi europei. Ma
soprattutto, dovremmo sospettare dell'uso che anche a sinistra sempre pi spesso si fa
del significato apocalittico dell'11 settembre per coltivare senza pudore uno dei vizi pi
antichi e pi cari alle correnti di pensiero che si richiamano (fino a che punto
legittimamente?) a Marx; cio la tendenza appunto a pensare la storia solo in termini
di apocalisse, di rovesciamento totale, che poi nel linguaggio quotidiano della politica
diventa il "benaltrismo" che sempre stato nemico del riformismo. Se nemico del
riformismo, dunque molto probabilmente, per una elementare legge transitiva, amico
della conservazione. Questo viene in mente leggendo il dialogo, pubblicato nell'ultimo
numero (Almanacco di filosofia 2001) di Micromega, tra Toni Negri, Roberto Esposito,
Salvatore Veca, e in particolare ci che dice nel dialogo il primo dei tre interlocutori,
invano contrastato, con argomenti pi politicamente ragionevoli, dagli altri due.
Secondo Negri, la globalizzazione toglie senso (se mai ce ne ha avuto; non
dimentichiamo il Toni Negri degli anni Settanta) a qualunque forma di rappresentanza
politica, insomma alle istituzioni liberali e democratiche come le abbiamo ereditate
(anche per questo "obsolete e logore") dalla tradizione europea. Alla situazione
radicalmente nuova venuta in luce piena con l'11 settembre si pu reagire solo con
l'invenzione di un pensiero e un lessico politico totalmente nuovi; che esigono "l'esodo
dalla sinistra rappresentanza". Per Negri, non ha senso puntare "sulla ricostruzione del
mondo attraverso le istituzioni esistenti"; si pu contare solo "sulle moltitudini e sulla
loro possibilit di costruire nuove istituzioni". Non vede il rischio che "un mondo
totalmente spoliticizzato sia strutturalmente esposto alla violenza", con le "moltitudini"
- titolari uniche dell'autentico spirito comunitario - che si affrontano e affrontano il
potere senza alcuna mediazione istituzionale. Addio Max Weber, addio figura del capo
carismatico concepita come un rischio per la libert. Come gli hanno osservato Esposito
e Veca, lo storicismo totale di Negri fa s che la descrizione dei modi in cui di fatto sta
andando la globalizzazione (a cominciare, si licet, dalla telecrazia italiana) diventi una
accettazione euforica dei suoi meccanismi. Non sar anche questo a spiegare
l'entusiasmo con cui l'ultimo libro di Negri stato accolto dai compassati signori di
Time?
GIANNI VATTIMO

La Stampa
11 dicembre 2001

Societ della
conoscenza o societ
del gioco?
Nella sovrabbondanza ingestibile delle
informazioni, un via d'uscita rischiosa
ma senza alternative
Societ della conoscenza o societ del gioco? Mi rendo conto del carattere, consapevolmente,
provocatorio del titolo. Tuttavia ritengo che esprima bene la situazione delle nostre societ
avanzate in cui la quantit di informazione disponibile e utilizzabile per la produzione di cose e
di servizi ormai cos sterminata da doversi necessariamente riferire alle macchine, alle
memorie artificiali, come solo possibile "soggetto" capace di contenerla e di "dominarla".
L'Unione Europea parla oggi di una "societ della conoscenza" come orizzonte direttivo delle
sue politiche comunitarie di istruzione, divulgazione, educazione degli adulti: anche e
soprattutto con il proposito di vincere le sfide del mercato globale, che richiede una capacit
diffusa di utilizzare i nuovi mezzi prodotti dalle tecnologie. Il che significa: quando parliamo di
societ della conoscenza parliamo in realt di una societ del sapere tecnologico diffuso e
perci pi ricca di possibilit "produttive". Se si tengono presenti queste osservazioni, nasce
per lo meno un dubbio circa il significato da attribuire al termine "societ della conoscenza". Il
conoscere sempre stato nella nostra tradizione sinonimo della attivit pi degna e gratificante
dell'uomo. Tuttavia almeno a partire da Kant la filosofia ha colto e teorizzato la differenza tra
conoscere e pensare. A questa differenza si rif evidentemente anche Heidegger quando
pronuncia la scandalosa affermazione secondo cui "la scienza non pensa". In Kant il
"noumeno", l'essere "pensato", l'essere in s del mondo del quale non possiamo sapere e
conoscere nulla, giacch la nostra conoscenza, quella su cui si fonda il sapere, limitata al
fenomeno, a ci che appare. Le attivit superiori, se vogliamo chiamarle cos, della ragione
umana si esercitano tutte oltre il mondo del fenomeno, a cominciare dall'uso morale della
ragione, che caratterizzato da una capacit di iniziativa non determinata causalmente dalla
catena dei fenomeni, per finire alla contemplazione estetica. Il nostro titolo si potrebbe forse
riformulare, a questo punto, come: societ della conoscenza o societ del pensiero? Ma se poi
ci domandiamo un po' pi specificamente che cosa caratterizzerebbe, in questa distinzione, il
pensiero rispetto alla conoscenza, non tarderemmo a trovare ci che ho proposto di indicare
con la parola gioco, che richiama Kant, ma anche Gadamer. In questa accezione, gioco ci

permette di cogliere almeno due importanti caratteristiche del pensare in quanto non riducibile
al conoscere: la libert e il coinvolgimento emotivo. Il pensiero come gioco non certo slegato
dall'attivit conoscitiva; ma vi si lega in quanto la condivisione, gi sempre data con la nostra
esistenza storica, di un orizzonte entro cui l'esperienza dei fenomeni e il conoscere scientifico ci
diventano possibili. Un certo scandalo non pu non sorgere quando si passi dalle (innocue?)
considerazioni filosofiche su pensare e conoscere a un tentativo di trarre da esse conseguenze
di tipo pratico, sociale e politico. Che cosa dovremmo insegnare a scuola? Il gioco al posto della
dura disciplina dell'apprendimento di conoscenze che sono sempre pi indispensabili alla nostra
vita individuale e associata? Il fatto di cui tener conto che con la conoscenza e la diffusione di
essa accade un po' ci che accade con il concetto di "sviluppo"; al quale sempre pi spesso,
oggi, si associa il termine "sostenibile". Chi cerca di tenersi "al corrente" si trova molto spesso
in una condizione di saturazione; deve ricorrere a collaboratori o a "motori di ricerca" che gli
forniscano una pre-selezione del materiale che alla fine cercher di leggere direttamente.
Fortunatamente (o sfortunatamente) il pubblico medio non legge e non ascolta tutto, o non si
preoccupa affatto della completezza della propria informazione, ha altro da fare. E questo
diventa anche un problema per il funzionamento della democrazia. Sempre pi spesso, le
decisioni pubbliche implicano saperi specialistici: se c' un referendum sul problema degli
impianti nucleari, per esempio, coloro che sono chiamati a votare hanno sufficienti conoscenza
di fisica per poter decidere con cognizione di causa? Per sapere ci di cui si tratta, gli elettori
dovrebbero essere dei piccoli Leonardi da Vinci, e ovviamente non lo sono. Si pu immaginare
una societ della conoscenza nella quale, come nel caso dello "sviluppo", si realizza
progressivamente una condizione di "leonardismo" generalizzato? Ma se no, che cosa? Qui la
distinzione tra pensare e conoscere si impone in tutta la sua possibile attualit, per una
inderogabile ridefinizione del significato sociale della conoscenza. Non un caso che la societ
in cui matura la crisi dell'ideale dello sviluppo quantitativo della conoscenza sia anche la societ
dell'informatica. Un fortunato libro di Hubert Dreyfus di qualche anno fa portava come titolo
What computers can't do, ci che i computer non sanno fare. Naturalmente, ci sono cose che i
computer non sanno fare, ma dobbiamo ormai sempre pi prestare attenzione a ci che sanno
fare, e servircene nel modo pi efficace. Non si tratta solo, insomma, di rivendicare l'irriducibile
carattere umano della vita della mente, ma di riconoscere e promuovere positivamente la
possibilit di ridurre al non-umano una quantit di attivit che in passato occupavano e
appesantivano il lato propriamente umano della nostra vita. Una societ della conoscenza
una societ in cui, come nel caso delle buone abitudini che ci fanno fare il bene senza pensarci,
la conoscenza "disponibile", nelle reti, nel sistema delle memorie artificiali, e "funziona"
anche se non c' da nessuna parte un soggetto "assoluto" capace di possedere, nel modo della
concezione classica del sapere, tutte le conoscenze. Preciso che non so bene, per ora, verso
dove conduce la via che propongo di imboccare. So che comporta dei rischi, ma sono convinto
(non posso dire che lo so, mi contraddirei) che non ci sono alternative. Promuovere una societ
della conoscenza come mondo in cui tutti sapranno domani decidere con cognizione di causa
sui pi svariati problemi della vita associata, che sempre pi comportano il possesso di nozioni
specialistiche, mi sembra una mistificazione ideologica che rivela solo l'incapacit di ripensare il
concetto stesso di conoscenza. Gi oggi succede sempre pi spesso che quando si tratta di
decisioni che implicano il possesso di simili nozioni, noi ci affidiamo a esperti che stimiamo e di
cui abbiamo fiducia per un insieme di ragioni che non hanno direttamente da fare con la
valutazione (di cui non saremmo capaci) della loro competenza specifica. in riferimento a
osservazioni come queste che diventa meno scandaloso parlare di una societ del loisir e del
gioco come sola possibile attuazione dell'ideale di una societ della conoscenza. Tenendo
presenti i tratti essenziali del concetto di gioco: quelli della "condivisione" e della spontaneit,
dunque anche del coinvolgimento affettivo. In concreto, significa che nel nostro futuro c' un
sapere che nessuno individualmente sar in grado di possedere; e cio che in sempre pi vasti
settori della vita individuale e associata dovremo "affidarci" a qualcun altro. La forma
socialmente pi generale e visibile di un simile affidamento in definitiva la democrazia
politica. vero che quando esercito il mio diritto di cittadino elettore scelgo tra programmi
politici esplicitamente formulati; ma in essi non vado mai oltre un certo grado di conoscenza e
di competenza. Qualcuno dir che in tal modo si abdica alla libert; ma si tratta appunto di
prendere sul serio le trasformazioni - che proprio la scienza e la tecnologia hanno prodotto del concetto stesso di conoscenza, di verit, di libert. La democrazia e la libert politica non si
realizzeranno mai come competenza scientifica universalmente diffusa, ma come possibilit per

ciascuno di scegliersi gli "esperti" da cui vuol farsi guidare, e di sceglierli in base a una pi
complessa affinit che non esagerato chiamare "esistenziale". Riconoscere questo significher
cedere totalmente a una democrazia dove il carisma dei "capi", per lo pi costruiti dai media e
con la forza degli slogan, soppianta totalmente il dibattito razionale? Siamo consapevoli del
rischio; ma anche in societ meno mediatizzate della nostra la purezza razionale del dibattito
politico, l dove si dava, era profondamente condizionata da appartenenze, amicizie,
"affidamenti"; forse tutto ci era solo ideologicamente mascherato, come sapeva bene Marx. In
democrazia ne siamo finalmente consapevoli, non solo negativamente in quanto siamo divenuti
pi scettici circa la possibilit di scegliere "razionalmente" la via vera; ma anche in quanto
siamo sempre pi perentoriamente chiamati a concepire e vivere l'esistenza sociale come
esercizio di amicizia in cui consiste l'unica possibile essenza della stessa civilt.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
25 settembre 2000

La democrazia debole
Ma ci che mon. Sgreccia ("Una nuova democrazia contro il disimpegno", La Stampa
17 settembre) chiama proceduralismo non sar semplicemente quello che si chiama
democrazia? La democrazia appunto una procedura per operare le scelte politiche
mediante il consenso della maggioranza, e nel rispetto delle minoranze che, dal canto
loro, debbono godere almeno della possibilit di diventare maggioranza. Anche la
democrazia cos intesa, ovviamente, richiede l'accettazione di alcuni valori sostanziali,
che per non si distinguono dalla procedura: bisogna credere nella democrazia per
applicarne le regole. La credenza nella democrazia pu a sua volta motivarsi in modi
diversi: la preferiamo perch meno violenta, o perch crediamo nei diritti dell'uomo,
o perch ci siamo abituati; addirittura, certe volte solo perch ci fa comodo: anche la
Chiesa ha spesso lasciato correre sui regimi fascisti che rispettavano i suoi diritti, e ha
tuonato contro quelli comunisti che li violavano. Anche nel caso della bioetica, in
democrazia bisogna "rassegnarsi" ad ascoltare i cittadini interessati, senza la pretesa di
disporre di una legge naturale che, all'occorrenza, potrebbe essere imposta anche
contro la loro volont, essendo il loro "vero" bene. Il "pensiero debole" della
democrazia procedurale non affatto una mancanza di fede nella capacit della
ragione di operare scelte razionalmente motivate. Proprio perch crede nella ragione, i
cui "portatori" sono le persone concrete, si preoccupa che ciascuno sia libero di far
valere le proprie ragioni nel dialogo sociale, senza sottomettersi ad autorit "naturali" e
assolute di nessun genere. L'etica cattolica, se davvero rispettosa della libert di
coscienza, dovrebbe concordare su questo punto, e forse proprio cos aiuterebbe la
nostra societ a essere meno "debole", meno divisa e incerta. Si prenda solo l'esempio
dell'eutanasia: perch la societ laica non dovrebbe accettare che chi non vuole esser
tenuto in vita a tutti i costi quando non sia pi in grado di avere una vita che considera
degna di vivere, possa, con un testamento, chiedere anticipatamente che lo si aiuti a
morire? Il suicidio pu essere considerato un peccato, dai credenti di varie fedi, ma
certo non un reato penale. Se poi si pensa a questioni come l'aborto, in cui certo
almeno uno degli interessati, il nascituro, non pu essere consultato, anche qui c'
qualcuno che, per "natura", ha il diritto di dire l'ultima parola, la madre che lo porta in
grembo. E poi: anche chi crede che la vita un dono di Dio ha qualche buona ragione
di pensare che, proprio in quanto dono, essa affidata a lui e non ad autorit esterne

alla sua libert e alla sua coscienza. Si deve certo concordare con monsignor Sgreccia
e con le molte voci cattoliche che invocano una societ pi consapevole di valori etici
condivisi. Ma troppo chiedere che proprio i cattolici, contro le ricorrenti tentazioni
autoritarie, comincino a prendere pi sul serio il valore, sia pur debole, della
democrazia, e partecipino lealmente alla sua realizzazione?
GIANNI VATTIMO

L'Unit
19 luglio 2002

Sinistra di governo
Sinistra del governo
Sembra che molte delle discussioni di questi ultimi tempi (tempi difficili, dopo l'infausto
13 maggio) sul destino, la vocazione, i compiti della sinistra si possano riassumere in
una alternativa di preposizioni: la sinistra deve essere sinistra di governo o sinistra del
governo? O meglio: non sarebbe saggio tener presente che per essere sinistra di
governo non si deve essere necessariamente la sinistra del governo?
Naturalmente, come spesso i giochi di parole, anche questo ha un certo fascino
espressivo ma rischia di semplificare troppo le cose. Per vero che coloro che ci
invitano a partecipare attivamente a "migliorare" le proposte governative su lavoro,
sanit, opere pubbliche, sicurezza, immigrazione sembrano orientati a pensare che si
pu essere sinistra di governo solo accettando di diventare la (buona) coscienza di
sinistra del governo. E hanno certo le loro ragioni, quelle stesse che hanno indotto Cisl
e Uil a firmare il cosiddetto patto (scellerato, meglio ripeterlo sempre) per l'Italia.
Meglio cercare di ottenere qualche risultato "concreto" (ma lo sar poi davvero? Si
considerino i calcoli sulla disponibilit di fondi per gli ammortizzatori sociali e per altre
iniziative "a favore dei lavoratori", che sono legati ai calcoli acrobatici e fantasiosi del
ministro Tremonti..) che ostinarsi in una politica di rifiuto e di opposizione; la quale
sembra unicamente capace di rafforzare un obsoleto sentimento di identit della
sinistra, magari spingendola, come ha osservato Giorgio Napolitano su questo giornale,
a rispolverare mitologie e ideologie morte e sepolte da cui non pu derivare niente di
buono.
C' una via per essere sinistra di governo senza ridursi a rappresentare l'ala sinistra del
governo? Mentre quest'ultima si pu identificare grosso modo con la posizione
collaborativa di Cisl e Uil, l'altra come si definirebbe? Per esempio, nella prospettiva dei
pi intelligenti fra i suoi sostenitori, mediante la capacit di elaborare e proporre un
programma alternativo a quello della destra, tale da convincere gli elettori e prepararli
a votare finalmente in modo diverso alla prossime elezioni politiche (2006). Ora,
possiamo davvero considerarla una prospettiva verosimile? Domanda difficile, anzitutto
perch la destra al governo in questo momento in Italia tutto tranne che una "destra
di governo", dotata di un programma politico chiaro che non sia solo la difesa
immediata degli interessi delle sue varie eterogenee componenti, a cominciare dal

presidente del Consiglio e dai suoi famigli implicati nelle pi varie forme di illegalit,
talvolta gi definitivamente riconosciuta come tale dai tribunali della Repubblica.
Davanti alla situazione italiana, con un Parlamento in cui la destra dispone di una
maggioranza blindata, di molto superiore al suo peso numerico nel Paese, e che usa
del suo potere con una spregiudicatezza al limite della criminalit, ha senso ostinarsi
(questa s ostinazione) a immaginare una situazione "normale", con la possibilit,
sempre pi solo teorica, di introdurre miglioramenti occasionali a questa o quella legge
inaccettabile? La situazione italiana certo particolarmente disastrata, quasi
irrimediabile. Ma un fatto che in molti altri Paesi il Parlamento, sebbene dotato di una
fisionomia democraticamente pi accettabile, tende a perdere potere di fronte allo
straripare dell'esecutivo. Sempre pi spesso, le leggi vengono costruite da comitati di
esperti nominati dal governo (in Italia, i progetti di "riforma" della giustizia sono
elaborati direttamente dagli avvocati di Berlusconi, a quanto se ne sa), e quando
arrivano in Parlamento (anche qui, l'esempio italiano solo un estremo negativo, non
una pura e semplice eccezione) vengono votate da maggioranze compatte e poco
sensibili a ogni proposta di modifica migliorativa. (Se volevano farci pentire di esser
passati al sistema uninominale, questo certamente il modo migliore. Continuiamo a
crederci, ma senza doppio turno ci appare sempre pi come una trappola in cui ci
siamo abilmente cacciati..).
persino fisiologico che in questa condizione di impotenza parlamentare conclamata,
la sinistra passi il tempo a farsi del male, magari fingendo che questo sia un primo
passo verso la costruzione dei suoi programmi alternativi, credibili, domani vincenti. Se
si vuole evitare questo autolesionistico gioco al massacro, la sola via quella di
collegarsi pi francamente e nettamente con le lotte sociali che si accendono sempre
pi nel Paese. per questo che il rapporto con il sindacato e le rivendicazioni non solo
del mondo del lavoro, ma dei tanti che vedono ridursi la qualit della loro vita (quando
non anche la durata, vista la politica sanitaria..) e le loro possibilit di progettare
l'esistenza (senza un lavoro stabile, neanche una casa si trova), decisivo per il
destino della sinistra.
Non si tratta di illudersi che il capitalismo stia crollando sotto il peso delle sue
contraddizioni (un'idea non del tutto peregrina, del resto); ma di cominciare a non
credere pi tanto ciecamente nella ineluttabilit di tutti i suoi aspetti, anche i peggiori.
GIANNI VATTIMO

La Rinascita
19 luglio 2002

Liberalismo grottesco
"Quella di Silvio Berlusconi una nave
negriera"
Persino molti noi avevano finito per sospettare, se non convincersi, che fosse ora di
non parlare pi di antifascismo, peggio ancora di Resistenza - quella guerra civile il cui

ricordo andava sterilizzato in celebrazioni formali, con un Venticinque aprile dedicato


alla memoria di tutti i caduti nelle guerre per la libert, del resto senza accentuare
troppo neanche questo ultimo termine: caduti e basta, onore ai morti, per qualunque
causa si siano battuti (tanto ormai morti sono e non possono pi disturbarci...).
Ebbene, un altro dei pochi meriti "dialettici", paradossali, del governo Berlusconi
stato quello di risuscitare il significato dell'antifascismo militante, un culto per i valori
della Resistenza che, questo si' e non l'inno nazionale cantato dai nostri calciatori
miliardari, corrisponde all'accorato richiamo di Ciampi per una ripresa del sentimento
nazionale. Il quale spirito di cittadinanza, dunque patriottismo costituzionale (cosi lo
chiama Habermas), e non attaccamento a un qualche radicamento "naturale", peggio
ancora etnico e, alla fine, razziale. Potremmo davvero pensare che il conflitto fascismoantifascismo sia ormai inattuale nella societ italiana, in una societ nella quale, certo
(per ora) senza olio di ricino e senza (troppi, privati) manganelli si sta restaurando
l'essenza pi vera e pericolosa del fascismo, il suo essere regime, e cio un male ovvio
e accettato, con cinismo, rassegnazione, disprezzo dei capi e della loro pretesa
ideologia? Chi ha vissuto anche solo da bambino, o nei ricordi freschi dei suoi genitori,
il clima del fascismo regime, anni Trenta fino alla guerra, risente fin troppo
chiaramente nell'atmosfera dell'Italia berlusconiana queste caratteristiche tragicogrottesche. Persino il modo in cui i capi di stato degli altri paesi , nell'Unione Europea e
fuori, considerano il nostro presidente del consiglio - le sue barzellette, le sue pacche
sulle spalle, le imputazioni da cui si difende davanti a vari tribunali con trucchi da
Pulcinella - somigliano molto alla considerazione del fascismo da parte dei politici
liberali di quegli anni. Cio' che ha rovinato l'idillio tra gli italiani cinici e menefreghisti e
Mussolini stata l'alleanza con Hitler, la guerra dell'Asse. E - la storia si ripete come
farsa, almeno finora - non forse Berlusconi l'alleato pi fedele, e intimamente
partecipe, di Bush? Non riproduce nella sua politica tutti gli aspetti peggiori del modello
americano, a cominciare dalla privatizzazione della salute e dela previdenza sociale?
Naturalmente, con qualche sbavatura: va a depenalizzare (depenalizzarsi) il falso in
bilancio proprio mentre Bush costretto a tuonare contro questo tipo di corruzione che
ha rovinato tanti azionisti e tanti lavorarori dipendenti che contavano sul loro fondo
pensioni? E in questo clima dovremmo dar retta al "liberalismo" di Dell'Utri che
pretende di imbarcare sulla nave negriera del Cavaliere Croce e Einaudi, Calogero e
Salvemini? Ma andiamo...
GIANNI VATTIMO

L'Unit
23 luglio 2002

Piazza parlamento
partiti, piazza
Come forse - ma lo riconoscevo anch'io - ha poco senso ridurre il dibattito attuale della
sinistra nella forbice "sinistra del governo o sinistra di governo", cos non credo che le
giuste osservazioni di Livia Turco su l'Unit di domenica configurino una vera
opposizione tra i nostri punti di vista. Soprattutto perch, a differenza di altri esponenti
del partito, Turco non pone in alternativa il movimento di piazza con l'azione
parlamentare; non si tratta per lei di scegliere il lavoro "istituzionale" a preferenza del

"movimento" (girotondi, Palavobis, scioperi), che da parte di alcuni esponenti dell'ala


liberal dei Ds sono stati indicati come capaci di alienarci le simpatie dell'elettorato
moderato; con una inspiegabile cecit di fronte al fatto che nelle recenti elezioni locali,
che hanno coinvolto circa un terzo dei cittadini, la netta affermazione delle forze
uliviste anche in comuni e province in passato orientati a destra, stata propiziata, e
comunque non ostacolata, dalle manifestazioni "di piazza".
Dunque d'accordo sul punto centrale: la piazza da sola non basta, ci vuole una decisa
azione a livello istituzionale, ed giusto citare, come fa Turco, i successi recenti sul
piano parlamentare (le dimissioni di Scajola, il ritiro dell'emendamento salva-Previti);
da non sopravvalutare, tuttavia, posto che si trattato anche di regolamenti di conti
all'interno della maggioranza.
Comunque, benissimo. Forse ha meno senso ci che dice Livia Turco sull'importanza di
non fare della piazza e dei movimenti di protesta sociale un'occasione per abbandonare
il progetto unitario dell'Ulivo a favore di una "politica di unit della sinistra". Una simile
preoccupazione, temo, rispecchia una prevalente attenzione per i dibattiti di partito, e
tra i partiti, pi che per ci che si muove di fatto, certo nella piazza. Il progetto unitario
dell'Ulivo vive gi nella manifestazioni unitarie in cui si confondono le bandiere rosse e
quelle verdi.
La bellissima intervista di Rosy Bindi su l'Unit di domenica mi sembra soprattutto un
sintomo di questo; anche se Rosy Bindi una politica di lungo corso come Livia Turco,
riflette per una posizione unitaria che non sembra preoccuparsi troppo dei rapporti tra
segreterie, gruppi, piccole clientele, che hanno cos spesso rovinato i progetti dell'Ulivo.
Persino sui temi pi delicati, come quelli della bioetica e delle politiche familiari, la base
cattolica molto pi disponibile delle gerarchie ecclesiastiche ad accettare una politica
rispettosa della libert di coscienza. Un referendum sulle famiglie di fatto, per esempio,
vincerebbe molto probabilmente anche presso i cattolici praticanti. Bindi, comunque,
sembra giustamente cogliere il senso dell'unit del movimento attivo nelle piazze:
anche e soprattutto come uno stimolo per i politici cattolici ad osare un po' di pi, a
non irrigidirsi in posizioni che rispecchiano il volere di una gerarchia ecclesiastica che
poi, al momento buono, disponibile a buttare a mare il destino della scuola (non solo
di quella pubblica) per il piatto di lenticchie dei sussidi all'istruzione confessionale, e in
genere a lasciare che i pluricondannati di Forza Italia si presentino come rappresentanti
dei "valori cristiani".
L'attenzione attiva alla piazza, non che minacciare la possibilit di una unit dell'Ulivo,
oggi forse la sola scelta capace di preparare tale unit fuori dalla cerchia ristretta
delle trattative, e dalle beghe, delle segreterie di partito. Sapremo non sciupare questa
occasione?
GIANNI VATTIMO

L'Unit
29 luglio 2002

Ho un sogno: una
sinistra davvero

unita
Sar giusto il calcolo con cui Berlusconi, contando sulla forza (ulteriormente)
addormentante della pausa estiva cerca di liquidare, poco prima delle ferie, i suoi
problemi giudiziari con l'approvazione dei provvedimenti sulla giustizia? La tattica del
governo in questi giorni esemplare del modo in cui la maggioranza di destra pensa di
gestire la politica. Un modo che sarebbe difficile non definire "di regime":
normalizzazione, "lasciateci lavorare", basta con le divisioni, promesse generiche di
riforme istituzionali "bipartisan". E, parallelamente, la stampa dipendente, cio quasi
tutta, che punta l'attenzione sulle divisioni interne della sinistra. Spesso, purtroppo,
questa non un'immagine troppo distorta della situazione. Solo che il senso che vi si
pu leggere diverso da quello che il governo vorrebbe; non c' un Paese unito dietro i
suoi capi operosamente impegnati nelle grandi opere, n una piccola minoranza di
scontenti che strumentalizza le difficolt fisiologiche di un esecutivo ancora "nuovo" e
che le volge a scopi di "regolamento di conti" interno. La maggioranza, del Parlamento
e, per ora (riconosciamolo) dell'elettorato sta ormai adagiandosi in una condizione
mentale di rassegnato cinismo: nessuno, o pochi, dubita che le accuse dei pubblici
ministeri contro Previti, Berlusconi, Dell'Utri e compagnia prescrivendo, siano
seriamente fondate. Nessuno, salvo le facce pi bronzee dei famigli di Berlusconi
assurti a cariche istituzionali, pensa davvero che la legge sul conflitto di interessi non
sia quella ridicola presa in giro che tutta la stampa internazionale riconosce come tale.
Semplicemente, aiutata dal coro mediatico addomesticato, si lascia andare a "pensare
positivo": ci tolgono l'articolo 18, cerchiamo almeno di cavarne qualche piccolo
impegno sostitutivo, chi vivr vedr.
Dunque, in molti sensi il calcolo berlusconiano pu rivelarsi vincente. La sola cosa che
pu disturbarlo l'inattesa vitalit di quella "minoranza" che sembra impegnata solo a
distruggere in risse, ideologiche o personalistiche, le proprie chances di vincere. Ma chi
ha seguito in queste settimane i dibattiti, spesso molto accesi, che si svolgono nelle
feste dell'Unit e nelle altre manifestazioni di partito, ha ben chiaro in mente che le
divisioni che vi si esprimono non dimenticano mai chi l'avversario principale.
L'insistenza dei media governativi sulle risse e gli impulsi suicidi della sinistra
testimonia solo che proprio l'unit di fondo che si manifesta, al di l di ogni altra cosa,
in questi nostri dibattiti, il vero pericolo temuto dalla destra al governo. La sinistra
che si divide, si dilania, minaccia ogni giorno di scindersi - almeno nell'immagine che
ne accreditano i media dipendenti - in realt l'espressione di una vitalit che
costituisce la sola speranza di sopravvivenza della democrazia nel nostro paese. Una
vitalit non solo politica, ma etica. La violenza di cui si lamenta cos spesso la
diffusione nelle nostre citt infatti solo il corrispettivo del cinismo politico, privo di
qualunque ispirazione ideale, che la destra sta imponendo in tutta la vita italiana, un
cinismo che sostanzialmente lo stesso che ha garantito per tanti anni la
sopravvivenza del fascismo. La nostra lotta per ritornare maggioranza, vista in questa
luce, non solo un compito politico, ma un impegno morale: che ha molto poco da fare
con i sondaggi d'opinione, con la necessit di non perdere i voti dei moderati senza
allontanare peraltro la sinistra radicale, con gli inviti a battere la destra sul suo terreno
- dell'immagine, della propaganda parolaia, delle promesse irrealizzabili. Ci hanno cos
a lungo rintronati con la necessit di non cedere alla passione identitaria, di guardare
le cose in modo pragmatico, che il solo parlare di un impegno etico, prima che politico,
della sinistra rischia di apparire anche a noi - la carne debole, la voce della
propaganda forte - un richiamo obsoleto. Eppure proprio di questo si tratta, se
vogliamo che l'addormentamento su cui conta Berlusconi non riduca la nostra
democrazia a un fantasma e a un sogno.

GIANNI VATTIMO

L'Espresso
25 luglio 2002

Io preferisco il sublime
Non conosco nessuno che si sia innamorato delle "Demoiselles d'Avignon" di Picasso, che per
esempio sia partito per la Francia del Sud spinto dal bisogno di incontrare gli "originali" di
quelle ragazze. E ancora: ci sar qualcuno che, giustamente consapevole della rivoluzione
antifigurativa dell'arte novecentesca, si innamora, in un senso non totalmente metaforico, del
dipinto come tale? Il discorso sulla bellezza nella massima parte della tradizione occidentale (e
non solo, forse) si sempre mosso alla luce della analogia, o addirittura identit, tra bello
naturale e bello d'arte; per questo dell'arte si parlato cosi' spesso come di una "imitazione
della natura". Perci, se certamente provocatoriamente ingenua la prima domanda, non lo
stesso per la seconda. Il collezionista e l'amatore d'arte continuano a descrivere il proprio
atteggiamento come un'ammirazione che ha molti tratti dell'innamoramento, a cominciare dal
desiderio di possesso dell'opera, che solo, almeno per loro, promessa e condizione di
possibilit di una convivenza, di un "abitare" insieme che ispira anche il desiderio di chi si
innamora o si sposa. Ma fino a che punto anche questo secondo, meno ingenuo, atteggiamento
nei confronti della bellezza dell'arte vale ancora? Ci si puo' innamorare, anche solo in senso
abbondantemente metaforico, della "Merda d'artista" di Manzoni o della "Fontaine" di
Duchamp? Questi esempi, certo estremi (ma si puo' pensare anche alla striscie di Buren, o a
tanti classici surrealisti o dadaisti, per restare sempre nel campo delle arti visive) mostrano
soltanto quanto diverga oggi l'idea della bellezza artistica da quella "naturale". Al punto che
ormai si parla di "belle arti" solo nelle denominazioni delle accademie o in certe formule
stereotipate ("Bellettristik" il titolo delle pagine letterarie nei periodici tedeschi, per esempio).
Hegel sosteneva che la sola vera bellezza quella delle opere d'arte, perch solo in esse si
realizza, quando riescono, la perfetta compenetrazione di esterno e interno, di contenuto
spirituale e forma visibile, in cui la bellezza appunto consiste. La nostra cultura sembra invece
collocata ormai nell'atteggiamento opposto: la bellezza pende tutta dal lato della natura giacch natura, sia pure spesso molto lavorata dalla cosmesi, sono le bellezze che ancora ci
commuovono, da quelle dei paesaggi a quelle dei bei corpi di modelli e modelle al cui fascino si
affida tanta pubblicit, e che uomini e donne si sforzano di "imitare" con arte, ginnastiche,
diete, abiti griffati.
Significato di tutte queste trasformazioni del gusto? Fondamentalmente, e certo era il caso di
Hegel, la diffidenza verso ci che ci dato senza nostra scelta libera; dunque anche una sana
ribellione verso l'indiscutibilit della natura, e allora possibili implicazioni "democratiche" di tale
rivolta. Gi in un titolo come "Poveri ma belli" echeggia qualcosa del genere. I poveri che
rivendicano anche la propria bellezza affermano solo la loro conformit ai canoni del gusto in
vigore, oppure instaurano, consapevolmente o no, un canone diverso? Sicuramente,
comunque, l'assenza di "bellezza" in tanta arte contemporanea legata al sospetto, e al rifiuto,
nei confronti di canoni che si sono rivelati troppo socialmente condizionati per non portare con
s anche quella che Adorno chiamava una apologia dell'esistente, e dunque una implicita scelta

conservatrice e reazionaria. L'attuale rinascita del culto della bellezza in certe arti - penso a
poeti come Giuseppe Conte e ai loro sodali teorici - appare da questo punto di vista come un
aspetto del generale "revisionismo" naturalistico che spinge verso una filosofia pi francamente
realistica, un'arte piu' gradevole e "positiva", un'economia pi rispettosa delle eterne leggi del
mercato... Anche sotto questi aspetti, un segno che stiamo ancora precipitando dal sublime,
come Kant chiamava cio' che turba ma ispira grandi pensieri, al bello - della moda, della
pubblicit, della retorica sociale mediatica, che tende semplicemente a sistemarci
confortevolmente nel mondo com'.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
6 settembre 2002

Malati di fair play


La sinistra liberal e i "girotondi"
Si capiscono perfettamente le riserve della destra (Pera contro la "piazza"; Pisanu che
promette una straordinaria vigilanza poliziesca) contro il girotondo programmato a
Roma per il 14 settembre; si capiscono meno le ragioni avanzate dalla sinistra (?)
liberal che mette in guardia contro il favore che con i girotondi si farebbe a Berlusconi e
alla sua maggioranza, spaventando e allontanando dall'Ulivo quell'elettorato di centro
che bisognerebbe invece conquistare. Intanto, se fosse vero che i girotondi fanno il
gioco del governo e della destra, non si vede perch i media di osservanza
berlusconiana, cio quasi tutti, siano cos unanimi nel condannarli, anche dando voce,
con encomiabile fair play, alle voci che, da sinistra, li stigmatizzano. Queste voci, del
resto, usano due tipi di argomenti: uno del tutto indistinguibile da quello di Forza Italia
e soci, secondo il quale i girotondi sono solo gli eredi e i succubi di quell'irrigimento
conservatore del sindacato che ha gi condannato al fallimento, nella scorsa
legislatura, il riformismo del centro-sinistra. Ma, se si lascia da parte questa pi o
meno inconscia identificazione con l'avversario, l'argomento pi presentabile della
cosiddetta sinistra liberal quello (sostenuto anche dal sindaco Chiamparino alla Festa
dell'Unit di Torino) secondo cui invece di promuovere i girotondi (ma anche lo sciopero
generale?), la sinistra dovrebbe cercare di produrre programmi per conquistare il
consenso di chi ha votato Berlusconi nel maggio scorso. Certo, ripetere con il concerto
mediatico governativo che la colpa di tutti i nostri mali la rigidit del sindacato, cio
che Cofferati il vero avversario della sinistra, tanto pi pericoloso perch si annida al
suo interno (altro che l'innocente babau del Cavaliere), pu essere un buon modo di
conquistare il consenso degli elettori di destra, bench non si veda perch, a questo
punto, essi dovrebbero scomodarsi a cambiare il loro voto.
Ma la difesa della Costituzione dall'attentato della legge Cirami e dei provvedimenti gi
realizzati dal governo Berlusconi (depenalizzazione del falso in bilancio, legge sulle
rogatorie, per dire solo i pi calamorosi e scandalosi anche per i nostri partner europei
conservatori) non un programma politico sufficiente, soprattutto per una opposizione
che in Parlamento si scontrra con una maggioranza blindata e decisa a digerire (Pera
docet) qualunque mostruosit legislativa imposta dal suo signore e padrone? Davvero
la difesa della legalit e dell'uguaglianza dei cittadini davanti alle legge una parola
d'ordine tesa a spostare a sinistra l'asse dell'Ulivo? O non si tratta proprio di valori che
dovrebbero stare a cuore anche ai tanti cittadini onesti che hanno votato per la Casa
delle cosiddette libert? Se non si fa attenzione a questo, resta solo la demonizzazione

di Cofferati come alternativa alla demonizzazione del cavaliere. E la sinistra, per quanto
liberal, non dovrebbe avere dubbi sulla scelta.
GIANNI VATTIMO

L'Unit
9 settembre 2002

Liberi spiriti di
regime
Fingere che si viva in un Paese normale, o peggio crederlo (ma non si vuole esagerare
nella sottovalutazione dell'intelligenza dell'avversario), quando il Paese normale non ,
sempre stato un modo di aiutare "oggettivamente" l'esistenza del regime. Certo, si
pu obiettare che cos facendo si utilizzano positivamente gli spazi di libert che,
nonostante tutto, ancora ci sono. Sar anche vero, ma dato appunto che ci sono
ancora spazi di libert, e - come ci si ricorda continuamente - non siamo ai manganelli
(eccetto Genova e dintorni), all'olio di ricino, ai tribunali speciali (anzi: garantismo
bresciano..), non sarebbe meglio utilizzarli?
Per evitare che si riducano ulteriormente, anche solo con il discredito delle istituzioni
che un governo criminofilo e criminogeno come questo non pu non produrre nei
cittadini? Sono questi i pensieri che spesso, e da ultimo leggendo l'articolo di fondo del
Corriere del 5 settembre, ci vengono in mente di fronte agli scritti di Angelo
Panebianco. Una dissertazione che gronda pacatezza da tutti i capoversi, e che arriva
persino - discutendo una intervista di Amato - a rimproverare ai liberisti che
comandano oggi in Italia di non esserlo abbastanza, giacch in fondo non riescono a
liquidare completamente i lacci e lacciuoli che, manco a dirlo, sono un retaggio del
dirigismo cattocomunista della tradizione italiana. Panebianco, a onor del vero, non
esorta il governo a liquidare ogni regola, giacch si sa che il mercato funziona solo se
regole, appunto, ci sono. Dunque non questa la ragione dell'irritazione che il suo
articolo provoca. Piuttosto, il punto che parlando di regole, e dell'incapacit che
questo governo dimostra di distinguere quelle buone (per il mercato) da quelle
dannose (come sopra), rimprovera ai fanatici dell'Unit e di altri giornali della sinistra
di combattere una destra liberista che esiste solo nella loro immaginazione, mentre
appunto ci con cui abbiamo da fare solo un liberismo imperfetto, ancora prigioniero
di ubbie dirigiste. Tutto questo parlare di regole senza ricordare che il Parlamento
impegnato, anzi stato costretto dalla maggioranza berlusconiana, a discutere una
legge che proprio di alcune regole elementari di giustizia e di diritti costituzionali vuole
"liberarsi", per lasciare in "libert" alcuni imputati eccellenti che rischiano seriamente la
galera - questo ci sembra lo scandaloso spirito di regime che si respira nel testo
dell'accademico bolognese.
Sar la nostra eccessiva familiarit con il brechtiano "parlare di alberi" che ci rende la
"voce roca" (ancora Brecht!), e ci fa preferire l'invettiva? Ma come si fa a prendere sul

serio, e magari a discutere con tono seminariale (in tutti i sensi della parola), uno che
di fronte allo scempio delle istituzioni e al disastro dell'economia (almeno questa
dovrebbe stargli a cuore) non trova di meglio che gingillarsi con i rischi di dirigismo che
avvicinano pericolosamente Berlusconi a Cofferati, contro la pacatezza illuminata che
egli ritiene (bont sua) di condividere con Amato?
GIANNI VATTIMO

Micromega - "I girotondi delle libert"


3/2002

Democrazia formale e
democrazia futura
Se c' una novit significativa, nell'azione e nel dibattito della sinistra non solo italiana
dell'ultimo anno, credo la si debba individuare nel venire in primo piano del rapporto tra
istituzioni e opinione pubblica, o anche tra partiti e movimenti, o ancora: tra democrazia
formale e democrazia sostanziale. Soprattutto se adottiamo quest'ultima formula per
descrivere la situazione dobbiamo mettere sul conto una reazione di fastidio, di rigetto, persino
di paura. Quasi che evocassimo un altro termine che ormai diventato assolutamente tab
anche per la sinistra, quello di rivoluzione. Le cronache politiche dell'estate italiana sono piene
di evocazioni negative di questo tema: Pera che parla al meeting di CL a Rimini agitando il
minaccioso fantasma del "platonismo" politico (versione Popper) come sinonimo di fanatismo e
violenza; la sinistra liberal che rimprovera ai girotondi di voler premere indebitamente sul
Parlamento configurando in fondo una situazione eversiva; la destra che soffia sul fuoco
insistendo sulla "impropriet" democratica di un sindacato che si rifiuta di ridursi alle semplici
battaglie salariali (per giunta, ci si dice, oggi senza sbocco, vista la congiuntura economica).
Sullo sfondo, manco a dirlo, la ricorrente minaccia del terrorismo - quello rosso interno e quello
islamico internazionale.
Non certo una novit la questione pura e semplice del rapporto per lo pi conflittuale tra
partiti e movimenti di base; lo sappiamo. Ma nuova invece la forza con cui questo problema
si pone molto al di l della realt italiana. Basterebbe pensare alla conferenza di Johannesburg
e al ritratto che essa d della realt mondiale, dove difficile non vedere come le aspettative, i
bisogni, i valori condivisi da grandi masse si scontrino con la realt di istituzioni che sono
sempre pi incapaci di rappresentarli e di rispondervi. Dunque, se anche per ragioni ovvie ci
soffermiamo sulla specifica situazione italiana, dobbiamo aver presente che essa un aspetto
della pi ampia situazione dell'Occidente e del suo rapporto con il mondo "esterno", quello in
cui Marcuse, forse indebitamente dimenticato, vedeva la sopravvivenza del proletariato
apparentemente scomparso nella societ industriali a capitalismo avanzato.

Sia che guardiamo in modo specifico, e pi concreto, alla situazione italiana, sia che ci
rivolgiamo alle dimensioni planetarie (non meno concrete, ma difficilmente trattabili..), non c'
da stare allegri; anzi, ci sono tanti motivi di sconforto e di vera e propria disperazione che
risulta spiegabile la difficolt che - almeno questa un'esperienza personale che non credo
affatto eccezionale - si prova quando ci si mette a riflettere e a scrivere su questi temi. Si
incontrano infatti troppe idee che abbiamo paura di pensare, a cominciare dal sospetto che la
democrazia parlamentare , che continuiamo a considerare un valore basilare, sia ormai
destinata a scomparire. Chi, magari dopo aver vissuto per gran parte del tempo come cittadino
privato pur interessato alla politica, o anche militante di base, si trova a frequentare pi
"professionalmente" i luoghi della politica, ha per lo pi un unico problema: non perdere la
fiducia nella democrazia e nei suoi meccanismi; che vissuti dall'interno si rivelano troppo lenti,
defatiganti, e anche troppo aperti a corruzioni di ogni tipo, per essere anche solo minimamente
forme di realizzazione della libert.
Ancora una volta, un'esperienza che hanno fatto tutti; come chi diventa un prelato di Santa
Romana Chiesa e rimane scandalizzato da ci che vi incontra. S, ma oggi in Italia la delusione
per la democrazia ha ben altri e pi intensi significati, che del resto corrispondono a ci che
devono vivere i cittadini americani nel regime Bush e i cittadini di molti altri paesi - soprattutto
dei paesi dove la democrazia meno radicata, o in realt difficili come quella dell'America
Latina.
Possiamo davvero ridurre a un fatto di psicologia individuale il sentimento, blandamente
apocalittico, che ci pervade davanti alle prospettive della politica italiana e davanti alla
situazione mondiale come ci rappresentata dalla insolubilit dei problemi in discussione a
Johannesburg? E' cos che ci siamo comportati fino ad ora, e ci comportiamo ancora, quando
consideriamo tentazioni qualunquiste quelle a cui cedono tanti nostri amici, di sinistra come e
pi di noi, che mettono da parte ogni impegno politico, persino quello minimo richiesto
dall'andare a votare. A questo atteggiamento abbiamo sempre opposto l'ideale di una "sinistra
di governo" che accetta di impegnarsi nelle condizioni concrete e di utilizzare i mezzi a
disposizione per realizzare gli scopi in cui crede, anche a costo di rimandare di molto i risultati
e di dover scendere a compromessi che preferirebbe evitare. Diciamo che oggi un numero
sempre pi grande di persone che hanno preferito questo atteggiamento costruttivo, realistico,
e saldamente istituzionale, cominciano a sospettare di aver sbagliato. La questione del
rapporto tra maggioranza di Pesaro e opposizione interna, nei DS, tutta qui. Ed qui anche il
senso della strana posizione che sembra prevalere nell'Ulivo di fronte alla "piazza" e ai
girotondi: partecipare e condividere, ma senza impegnarsi con una adesione formale. I
girotondini sono certo ulivisti, ma non sfileranno con le bandiere dell'Ulivo il 14 settembre - a
meno che di qui (fine agosto) ad allora qualcosa cambi. Sono "compagni che sbagliano", certo
in modo meno pericoloso dei brigatisti, ma sempre politicamente sospetti e da non
assecondare in alcun modo?
Si dice: se ci lasciamo (noi DS, o Ulivo) identificare troppo con i girotondi capiter che: a)
allontaniamo dalle file del nostro elettorato - pi ampio certo del popolo dei girotondi - quella
fascia di cittadini moderati che diffidano della piazza, e dunque addio possibilit di vincere le
prossime elezioni del 2006; b) ci lasceremo andare a una deriva massimalista, buona per le
frange estremiste tipo Rifondazione, ma fatalmente incapace di elaborare programmi di
governo realizzabili e convincenti da proporre agli elettori con qualche speranza di
affermazione; c) la mancanza di risultati - elettorali, alle scadenze fisiologiche; e economici,
sindacali, legislativi - che potrebbero essere ottenuti con una politica pi "collaborativa", di
opposizione costruttiva, eroder ulteriormente le nostre possibilit di tornare a governare in
futuro.
E' in base a considerazioni, ragionevoli, come queste ultime, che sindacati come CISL e UIL
hanno firmato il cosiddetto "Patto per l'Italia". Una decisione da cui derivano conseguenze che
rispondono in un certo modo anche alle preoccupazioni espresse nei punti (a) e (b). In una
prospettiva come questa, per esempio, l'opposizione dell'Ulivo deve esercitarsi in due sensi
precisi: costruzione di un programma di governo credibile e capace di imporsi all'elettorato nel
2006; tallonamento della maggioranza di governo allo scopo di costringerla a realizzare quanto

promesso o a riconoscere (e far toccare con mano ai cittadini) che i suoi programmi sono falliti
o erano addirittura delle menzogne. In vista di scopi come questi, la piazza dei girotondi non
serve, e anzi disturba, perch, soprattutto dal punto di vista della raggiungibilit di risultati
immediati - sul piano salariale, o del miglioramento di certe leggi - una radicalizzazione dei
rapporti tra opposizione e governo non pu che costituire un ostacolo.
Se si aggiunge poi che i girotondi sono spesso "inquinati" dai no-global, la loro "pericolosit"
per una sinistra (would be) "di governo" diventa ancora pi evidente; nel generale clima
(anti)terroristico che la potenza imperiale dell'Occidente impone a tutti i paesi alleati, la sinistra
rischia infatti di lasciarsi identificare con il terzomondismo pi radicale, destinato a sicura
impopolarit presso l'elettorato italiano, ed europeo, in quanto minaccia direttamente abitudini
di vita e standard di consumo a cui nessuno vuole rinunciare.
Tutte queste considerazioni, quelle che oppone la "sinistra di governo" alla crescente frangia
dei nuovi oppositori radicali, sono estremamente ragionevoli; troppo, per, per valere in una
situazione di democrazia anomala come quella in cui viviamo oggi in Italia (e non solo: vale il
discorso anche a livello mondiale, con l'impero americano senza pi limiti esterni...).
L'anomalia della democrazia italiana dell'era Berlusconi fin troppo evidente; media quasi
totalmente asserviti al governo, il cui capo ne anche il proprietario; maggioranza
parlamentare costituita da clientes del medesimo, disposti a sostenere anche le proposte di
legge pi liberticide in nome, quando va bene (ma quando), di una democrazia capace di
governare, e dunque possibilmente non intralciata da alcuna opposizione. E via dicendo, con in
pi una generale impudenza nell'attacco alle garanzie costituzionali sottoposte alla logica del
pi spregiudicato spoils system. La democrazia pensata e praticata senza limiti come dittatura
della maggioranza.
Possiamo contare che, con i mass media nella condizione di totale asservimento in cui si
trovano, l'elettorato possa mai prendere atto che le promesse berlusconiane erano aria fritta, e
dunque decidere di punirlo alle prossime elezioni? Possiamo mai pensare che, sempre in queste
condizioni della informazione, la sinistra potr elaborare e far conoscere agli elettori, fra
quattro (diconsi quattro) anni, un programma di governo convincente capace di farsi valere
contro quello di Forza Italia? Possiamo sperare che - come sarebbe anche giusto l'appartenenza all'Unione Europea ci aiuti a limitare il degrado della democrazia italiana,
magari imponendo limiti alla distruzione dello stato di diritto, della scuola e dell'universit,
della libert e pluralit dell'informazione? A tutte e tre queste domande difficile - se non
impossibile - trovare qualcuno che risponda affermativamente. Anche i pi accaniti liberal
dell'Ulivo concordano, mi pare, nel definire gravemente anomala e pericolosa la condizione
della democrazia in Italia.
Il fatto che la maggioranza - non cos netta, peraltro - degli elettori abbia premiato Berlusconi
piuttosto che la sinistra non un argomento contro la tesi dell'anomalia, ne anzi, diciamolo
senza falsi pudori, il pi grave sintomo: basti pensare alle elezioni siciliane con sessantuno
seggi su sessantuno vinti da Forza Italia. La maggioranza attribuita a Berlusconi un segno
grave di decadimento morale del costume italiano. Smettiamola di pensare untuosamente che
nel risultato elettorale del maggio 2001 ci sia una qualche "razionalit". Quando un paese vota
a maggioranza per un politico con un carico di accuse, sospetti, processi per corruzione, come
Berlusconi, la moralit collettiva che si mostra gravemente intaccata. I nostri concittadini, sia
pure in piccola maggioranza, mostrano di non parlare pi la stessa lingua che credevamo di
condividere con loro. Un moralista pu riconoscere loro le attenuanti generiche: abbiamo
lasciato che fossero rintronati dal linguaggio dei media berlusconiani per tanto tempo, il
risultato non poteva che essere questo. Stiamo imprecando al destino cinico e baro? Stiamo
snobisticamente considerando gli italiani come dei minus habentes, dei deficienti? Fate un po'
voi; ci che non possiamo negare che ce ne sentiamo distanti non solo, come sempre,
untuosamente ancora, si dice perch hanno programmi politici diversi dai nostri. Qui - e le
ultime vicende parlamentari prima dell'estate lo confermano ampiamente - siamo di fronte
anzitutto a una caduta di sensibilit etica. Nessuno dubita davvero che Berlusconi e i suoi siano
colpevoli almeno di una parte notevole dei crimini di cui sono accusati, come conferma il loro
sforzo di sottrarsi ad ogni costo ai processi; ma molti, i pi, hanno deciso di non farci pi caso,

forse anche di prenderne esempio per tutti i loro rapporti con il potere pubblico e con i loro
concittadini: ruba se puoi farla franca, magari anche pagandoti gli avvocati migliori proprio con
il frutto delle tue ruberie.
Ma dunque: in questa condizione ha senso davvero proporre la prospettiva della vittoria
elettorale nel 2006 come alternativa alla piazza, ai girotondi, all'inasprimento del conflitto
sociale? Manifestare pessimismo circa la possibilit di sostituire "fisiologicamente" questo
governo vincendo le elezioni politiche prossime significa senz'altro porsi in un atteggiamento
eversivo - come ha suggerito Cossiga in una delle sue esternazioni: se davvero credessi la
democrazia in pericolo, prenderei le armi - o prepararsi a una pura e semplice politica "di
testimonianza", da anime belle che sopravvivono solo come appendici tollerate e utili del
sistema, giacch contribuiscono - in cambio di qualche invito al Costanzo Show - a mantenere
la minoranza divisa e inoffensiva?
Che la destra oggi al governo in Italia sia un fenomeno politicamente anomalo e
tendenzialmente eversivo si pu verificarlo se solo pensiamo all'ipotesi di una grande
coalizione, a cui pure ci si spesso avvicinati negli anni del predominio DC: compromesso
storico, apertura a sinistraQualcuno pu immaginare una ipotesi del genere con Berlusconi e
compagnia? Certo una ipotesi del tutto astratta e fuori di ogni attualit: ma pu servire per
rendersi conto di quella vera e propria differenza antropologica, etica, che ci separa dall'Italia
di Forza Italia. Solo effetto del bipolarismo che abbiamo realizzato con le riforme, incomplete e
perci perverse, del sistema elettorale? So bene che sottolineare l'ampiezza di questa distanza
non pu che rendere ancora pi difficile ancora pi difficile il compito di una riconquista della
maggioranza. Ma mi pare molto pi realistico che illudersi di compiacere almeno una parte
dell'elettorato di Forza Italia al punto da convincerlo che meglio votare per noi. Un tale sforzo
non pu che rovinare moralmente quel poco di sinistra che c' ancora nel nostro paese,
rendendola (ancora) meno credibile a chi a sinistra si colloca, e senza certo guadagnarle il
consenso della destra. Il motto secondo cui le elezioni si vincono al centro, che ci si ripete
spesso per raccomandare una politica moderata, e che ritiene di aver ragione perch pur
vero che i risultati elettorali sono decisi da un piccolo numero di voti che si spostano da una
coalizione all'altra, meno realista di quanto si pretenda. Per esserlo, dovrebbe avere il
coraggio di predicare il ritorno alla proporzionale pura: rinascerebbero dei partiti di centro che,
appoggiando questa o quell'ala dello schieramento, deciderebbero come in passato, le sorti dei
governi. Nella struttura attuale, e senza il doppio turno, la preoccupazione di conquistare il
centro non fa che sfigurare le coalizioni, favorendo quella in cui la politica e le idee contano
meno. Nessuno degli elettori "centristi" di Berlusconi si allontanato da Forza Italia perch
questa si allea con gli ex fascisti o i nuovi razzisti della Lega. A sinistra, la sola idea di non
escludere Rifondazione dall'Ulivo provoca terremoti e minacce di defezione, riapertura di
dibattiti ideologici infiniti.
Stiamo solo accumulando, anche alla rifusa, ragioni per guardare con pessimismo al futuro
elettorale della sinistra; e vorremmo che queste ragioni potessero venir smentite. Ma anche i
liberal del nostro schieramento, ripetiamolo, hanno solo da opporre non una diversa
valutazione; solo una sorta di reductio ad absurdum. Se no, ci dicono, che cosa? Dovremmo
dar ragione a Cossiga? Abbracciare la lotta armata, o aspettare che essa, spontaneamente o
magari aiutata da qualche servizio segreto, riprenda da s? Davvero l'alternativa per una
sinistra che non voglia essere stritolata dalle leggi liberticide di Berlusconi e dalla crescente
indifferenza pubblica alla corruzione dilagante, solo quella tra la politica "collaborativa" del
patto per l'Italia e la testimonianza delle anime belle che non disturbano ma anzi forniscono
alibi di democraticit a questo sistema? Non possibile concepire una politica di sovversione
democratica che prometta qualcosa pi di questo? Torno a un termine che ho gi evocato
sopra, quello di rivoluzione. La sinistra l'ha usato fin troppo spesso nel passato, applicandolo a
proposito a realt come quella sovietica e quella cinese. Ma anche un liberale come Gobetti
aveva il coraggio di parlare di rivoluzione. Implicandovi un alto grado di componenti morali, pi
che di violenza eversiva. Perch continuare a non voler vedere che la situazione che si creata
- ancora una volta, non solo in Italia; ma qui con tratti emblematici, per il peso che i soldi di
Berlusconi hanno avuto e hanno nel determinarla - una situazione anomala che non pu
essere trattata con la tranquillit istituzionale di chi crede ancora che il sistema funzioni e che i

diritti delle minoranze siano rispettati? Il disegno di legge Cirami solo un piccolo sintomo,
certo, ma significativo: il Senato lo discute e approva - sotto la presidenza di un liberale! - in
via di urgenza violando precisi articoli della costituzione, e chiaramente nell'interesse esclusivo
di Berlusconi e dei suoi coimputati. Di che cosa abbiamo ancora bisogno per riconoscere che
qui siamo di fronte a un vero e proprio golpe antidemocratico? Certo, non ci sono milizie
fasciste per le strade, non si usa il manganello (tranne che a Genova e dintorni..).
Le armi di Cossiga, allora? Siamo non violenti, i pi di noi, e quindi le escludiamo a priori. Ma
anche chi non ne rifuggirebbe, come l'ex gladiatore Cossiga se pensasse che..., si rende conto
che sarebbe una scelta insensata, capace solo di suscitare repressione pi dura e sicura
impopolarit. Insomma, la storia delle BR la conosciamo abbastanza per non ricaderci. Ma
allora? Non facile ideare e praticare in concreto la sovversione democratica che ci pare
necessaria in questa situazione. Ostruzionismo a oltranza, Aventino, black out mediatico
(quanti leader di sinistra andranno ancora a farsi "intervistare" da Vespa?), uso politico dello
sciopero dovunque possibile, una cento mille piazze, indisciplina sociale diffusa, boicottaggio
delle merci pubblicizzate dalle televisioni La sola speranza di sopravvivenza di una
democrazia decente, in Italia, rendere impossibile la vita a questo governo fin da subito. Pu
essere un programma politico non privo di valore anche teorico, molto pi, insomma, che una
urgenza italiana imposta dalla tracotanza del regime berlusconiano. La questione di un
"sovversivismo democratico" diventer sempre pi generale in societ in cui la manipolazione
dell'opinione pubblica attraverso i media render fatalmente sospetta e sempre pi
vuotamente rituale il richiamo agli strumenti della democrazia formale. Guardate come gi
adesso le vestali di Forza Italia inorridiscono davanti ai girotondi, invocando il rispetto delle
istituzioni. E' ben vero che sono loro a mettersele sotto i piedi, violando leggi specifiche
(Berlusconi titolare di concessioni pubbliche non doveva essere nemmeno eleggibile al
Parlamento, altro che diventare primo ministro) e norme costituzionali (l'urgenza concessa da
Pera al disegno di legge Cirami!). Ma dirlo serve a poco, se cos difficile farlo sapere
all'opinione pubblica degli elettori, subissati di menzogne diffuse senza vergogna dai media
asserviti. Si pu certo sempre contare sul fatto che, prima o poi, i cittadini si accorgano che
Berlusconi mente risentendo direttamente sulla propria pelle le conseguenze negative della sua
politica economica. Si pu davvero contarci? Intanto, per carit di patria non possiamo non
augurarci che gli effetti devastanti della politica governativa non si sentano cos forti e tutti i
una volta. E per, in secondo luogo, la forza dei media tale da indurre anche un modo di
autorappresentazione falso in coloro stessi che sono vittime di questa politica. Potevamo mai
pensare che gli italiani avrebbero votato a maggioranza per il loro concittadino in assoluto pi
ricco? Possibile che lo abbiano sentito come un proprio adeguato rappresentante, come "uno di
loro"? Se andata cos, dobbiamo sicuramente fare i conti anche con la capacit di
falsificazione della stessa autorappresentazione collettiva. Anche questo un segno di
corruzione morale diffusa, su cui pesa in modo decisivo l'industria del loisir, la televisione, il
consumismo diffuso.
Sappiamo bene che tra i contenuti caratteristici della democrazia formale c' anche il rispetto
dei diritti delle minoranze, e dunque che essa non consentirebbe la degenerazione autoritaria
che temiamo, e le cui avvisaglie sono ben visibili nella situazione italiana. E sappiamo anche
che le democrazie possono morire di suicidio, per i limiti che non possono non rispettare nel
difendersi dai propri nemici. Ci che possiamo solo chiamare sovversivismo democratico una
forma di lotta politica che utilizza tutti i possibili mezzi non violenti, non armati, per orientare
in modo diverso l'azione del governo. Sar scandaloso? E' lo stesso che uno sciopero della
fame inteso a premere sulle istituzioni perch facciano qualcosa che da s non farebbero.
Pannella docet? Per quanto peso corporeo abbia perso, e per quanto rischio autentico abbia
corso, la sua azione stata troppo amichevolmente guardata, addirittura coccolata
dall'opinione di regime, per valere come esempio. Ne riprova il fatto che nessuna delle vestali
delle istituzioni che tuonano contro i girotondi ha mai pensato di usare nei suoi confronti gli
argomenti opposti alla "piazza". Non crediamo che sia per rispetto alla "nobilt" dei suoi metodi
non violenti. Se ascoltate qualche volta Radio radicale e le sue violente invettive contro tutto
ci che sa lontanamente di sinistra, capirete che in questo atteggiamento amichevole dei
media di regime c' ben altro che il rispetto.

Ma l'uso di metodi non violenti in vista di un rovesciamento delle politiche della maggioranza
pu andare ben al di l degli innocui digiuni pannelliani. Il boicottaggio, lo sciopero bianco,
l'ostruzionismo, sono forme di azione che dobbiamo ancora imparare ad usare meglio; e che,
se diventano tecniche di massa, possono davvero significare molto. Naturalmente non
intendiamo rinunciare alla lotta parlamentare, allo sforzo di vincere le elezioni. Ma il futuro
della democrazia, se ancora ne ha uno, passa attraverso una non ancora sperimentata
composizione di questa azione politica istituzionale con la pressione "sovversiva" che, qui e
ora, appare sempre pi indispensabile proprio per garantire la sopravvivenza delle istituzioni.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
11 settembre 2002

L'impero dentro di noi


Egemonia culturale e consenso, i concetti chiave
del novecento nell'era del mercato globale
Nell'ultima intervista concessa, ormai anni fa, alla televisione italiana prima di rientrare in Italia
a costituirsi, Toni Negri, allora rifugiato a Parigi, aveva sullo scaffale alle sue spalle, in bella
evidenza, il libro (purtroppo postumo) di un filosofo franco-tedesco-americano, Reiner
Schrmann, intitolato Des hgmonies brises, Le egemonie spezzate. Lo avevo notato sia
perch di Schrmann ero stato amico, sia perch mi sembrava un riferimento (credo non
casuale) interessante per capire le posizioni di Negri, che ricordavo pi dogmaticamente legate
al marxismo, sia pure molto personalmente interpretato. L'immagine mi tornata in mente
leggendo il famosissimo Impero, il lavoro scritto da Negri insieme a un filosofo americano,
Michael Hardt, che stato universalmente acclamato (a partire dalle universit statunitensi)
come il manifesto della nuova contestazione (anti)globale. Anche se Schrmann appena
nominato in questo libro, non esito a pensare che la sua idea dell'epoca attuale come epoca
dove tutte le egemonie sono cadute, con le varie metafisiche che le reggevano, sia uno degli
elementi ispiratori del lavoro. L'impero di cui parlano Negri e Hardt il mondo globalizzato
dove le sovranit locali, nazionali, con tutto ci che di istituzionale, e anche di liberale e
democratico, portavano con s, sono state ormai sostituite da un insieme di meccanismi
integrati che rispondono solo alla impersonale, anche se rigidissima, legge del mercato. Di
fronte a questo sistema sono ormai impotenti le autorit degli Stati nazionali, e di conseguenze
i cittadini che, almeno negli Stati democratici, votano per governi del tutto privi di peso nei
confronti del potere globale.

Tra Foucault e Toni Negri


L'uso del termine "impero" che fa da titolo al libro sottolinea proprio sia il carattere
sovranazionale di questo potere, sia il suo presentarsi come ordine legittimato da una specie di
diritto universale - appunto perch non sembra costruito nell'interesse di un qualche soggetto,
o sovrano, determinato. Confluiscono in tale rappresentazione dell'impero anche molte delle

analisi di Michel Foucault, che aveva parlato del potere moderno, e tardo moderno, come di
una forza coercitiva diffusa capillarmente nella societ, a cui tutti finiscono con il soggiacere
perch in molti sensi vi consentono. Per esempio, e anzitutto, attraverso l'assoggettamento
dell'immaginario collettivo ai modelli diffusi dal mercato mediatico, dalla pubblicit, da quella
che gi Adorno (altro autore di riferimento) aveva chiamato la "fantasmagoria della merce".
Insomma, anche se le analisi di Negri e Hardt sono spesso inutilmente fumose, capiamo
benissimo che qui si descrive solo la condizione della societ contemporanea, indicata anche
come post-fordista, nella quale, cio, i proletari non sono pi gli operai di fabbrica di cui
parlava il marxismo, e che sono diventati una minoranza delle forze di lavoro; ma tutta la
massa di gente che, quando lavora, assolve a mansioni difficilmente classificabili, secondo
modelli variabili, flessibili, che per lo pi non richiedono, e anzi non consentono nemmeno
(data la loro flessibilit) l'acquisizione di un mestiere e di una identit di classe. Al potere
capillare, ma anche impersonale, del mercato globale, corrisponde dunque una altrettanto
anonima soggettivit di persone che vivono immerse in un immaginario collettivo, fatto di
conoscenze diffuse e di una affettivit altrettanto condivisa e partecipata, che tende sempre
pi a coincidere con ci che il potere globale le impone e richiede. Possiamo tradurre cos: se
l'autoritarismo moderno era ancora fondato sulla imposizione di una disciplina da parte di
centri di potere determinati (lo Stato, il padrone ecc.), il potere dell'impero si identifica ormai
totalmente con il sentimento e l'immaginario "spontaneo" di tutti. Abbiamo spesso osservato,
in questa o quella situazione, la contraddizione dei giovani antiglobal che mangiano al
MacDonald, portano scarpe magliette e jeans rigorosamente griffati, consumano la musica e il
cinema che vengono dall'America, che insomma contestano quel potere di cui di fatto sono i
massimi sostenitori, quasi i prodotti. (E la maggioranza dei nostri concittadini non ha forse
eletto a capo del governo l'imprenditore pi ricco del paese, in fondo sentendolo come simile a
s, condividendone spontaneamente gli ideali e gli atteggiamenti, non immaginandolo
nemmeno lontanamente come un "padrone"?).

La scelta di Togliatti
E l'egemonia? Il libro di Negri e Hardt, magari con il filo conduttore di Schrmann, si pu
capire meglio se lo si confronta con la nozione di egemonia. Che, come si sa, e come si pu
leggere nel bel libro di Giuseppe Bedeschi sul pensiero politico italiano del Novecento, un
concetto chiave di Gramsci. Nelle societ complesse come quella italiana (di oggi, ma gi della
prima met del secolo scorso) non si pu immaginare di prendere il potere come Lenin in
Russia, con un atto di forza. Bisogna invece costruire una cultura condivisa orientata in senso
egualitario, insomma bisogna produrre consenso. Sulla base di questa nozione di Gramsci (che
qui risulta inevitabilmente semplificata, e che gli avrebbe permesso anche, se fosse vissuto pi
a lungo, di spiegare il fallimento del regime sovietico a causa delle sue origini leniniste) si
fondata la scelta democratica dei comunisti italiani a partire da Togliatti. Il consenso e
l'egemonia culturale si manifestano (anche) nelle scelte elettorali. La lotta politica una lotta
di culture, di visioni del mondo, che competono per farsi valere come l'orientamento prevalente
di una certa societ. Ma a proposito delle masse che, nel libro di Negri e Hardt, sono insieme i
prodotti e i produttori dell'impero - in quanto ne condividono sempre pi "spontaneamente" le
regole - si pu ancora parlare di egemonia, e addirittura di egemonia culturale? Per molti versi,
sembrerebbe di s; giacch il consenso qui non prodotto da una qualche pressione esterna,
l'adesione alle regole imperiali non imposta da nessuna forza coercitiva. E al fondo dell'idea
di egemonia, come fa notare bene Bedeschi, c' sempre stato il sogno di una societ organica,
dove la volont dei singoli si identificasse senza residui e senza sforzo con la volont di tutti,
come nell'immagine che i romantici avevano della citt greca e della sua "bella eticit" senza
conflitti. Una simile societ doveva anche essere quella che, una volta realizzato il comunismo,
avrebbe potuto fare a meno dello Stato. Per quanto in modo diverso, questo sogno di una
societ "etica" domina anche i tanti lamenti contemporanei sulla caduta dei "Valori": le
difficolt della nostra societ deriverebbero dalla mancanza di valori spontaneamente condivisi
e dallo sfrenarsi di tendenze anarchiche.
Il paradosso e l'interesse dell'Impero di Negri e Hardt consiste nel fatto che, mentre da un lato
essi prendono atto della caduta di tutte le egemonie, dal potere degli Stati al vigere delle varie
culture, a favore di una globalizzazione della mentalit e persino degli affetti determinata
dall'imporsi universale del mercato, continuano poi a immaginare la possibile emancipazione in

base a un modello organico. Alla rivoluzione del proletariato industriale a cui pensava Marx,
Negri-Hardt sostituiscono la rivolta delle "moltitudini", che essi comparano addirittura con il
cristianesimo nascente che determin, o contribu potentemente a determinare, la fine
dell'impero romano.

Marxismo dannunziano
La fiducia, che traspare anche da questa comparazione, nella forza "buona" delle moltitudini,
accompagnata da una dura polemica contro tutte le forme di rappresentanza e in fondo contro
ogni costruzione statuale, costituzionale, giuridicamente strutturata, un segno evidente del
fatto che la vecchia nostalgia per la bella eticit, per la societ organica, per l'egemonia, non
affatto scomparsa nella visione politico-filosofica di Negri. Il problema che il libro pone certo
quello davanti a cui tutti ci troviamo: tentare la costruzione di una societ libera anche nelle
nuove condizioni della globalizzazione, che non solo economica ma coinvolge profondamente
la nostra mente e i nostri stessi affetti, desideri, sogni. L'analisi di questi aspetti radicali della
globalizzazione forse il contributo pi originale di questo lavoro. Non ci aiuta, per, la
costruzione (un po' astratta, un po' estetizzante: Guido Viale ha parlato in proposito di
"marxismo dannunziano") di una nuova mitologia che, invece di prendere davvero atto della
fine delle egemonie, va in cerca di nuove pericolose figure di redentori globali.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
10 ottobre 2002

Lo straccio della sfida


Perch il gesto di un singolo pu cambiare il
mondo?
Non sar che anche il tramonto delle ideologie rivoluzionarie negli ultimi decenni, un tramonto
di cui ci siamo spesso rallegrati perch destinato a togliere di mezzo utopie violente, lotte di
classe o guerre di religione, in fondo legato al clima facile dell'abbondanza, all'imporsi di una
societ in cui nessuno pi davvero espropriato di tutto, ma vive in una "infelicit senza
desideri" (un titolo di Peter Handke), come un adolescente viziato che odia i genitori ma
preferisce pur sempre la comodit della vita di famiglia? Ci siamo cos spesso ripetuti che
felice una societ che non ha bisogno di eroi, da aver dimenticato anche che forse non
possiamo fare a meno di profeti.
I profeti per non parlano mai in nome proprio, sempre in nome di un altro, o di altri. In una
pagina di Spirito dell'utopia (1918), Ernst Bloch, discutendo la figura di Don Chisciotte, si
domanda quale sia la differenza tra il pazzo e il profeta rivoluzionario; e suggerisce che una
tale differenza non si pu stabilire con certezza a priori, ma solo sulla base della capacit che
l'individuo "strano" ha di costruire intorno a s una comunit di seguaci. Chi vuole vedere una

qualche razionalit nella storia, deve credere in una qualche forma di provvidenza, o di "astuzia
della ragione", come diceva Hegel: profeti e pazzi si distinguono solo in base alla riuscita
(dunque ha ragione chi vince?), ma alla fine la razionalit della provvidenza conduce tutto
verso il fine che, anche a loro insaputa, si propone; e che l'inevitabile trionfo del bene.
Perci, bench non lo si possa mai dire a priori con certezza, il profeta parla davvero in nome
della ragione, di Dio, del progresso, anche se non lo sa, o si crede predestinato esattamente
come il pazzo.
Ma se si prescinde, come forse non si pu non fare dopo Benjamin e dopo Nietzsche, da ogni
fede provvidenzialistica, svelata come ideologia delle classi dominanti, allora la storia umana ci
appare identificabile nella grande metafora che meglio di tutti ha proposto Chaplin nella scena
di un suo film, dove il povero Charlot in fuga da qualche poliziotto raccatta uno straccio per
strada e, quando lo solleva, si trova subito alla testa di un improvvisato corteo di dimostranti
che lo acclamano come loro capo. I valori in cui ci riconosciamo non sono dedotti a priori da
argomentazioni astratte, sono riconosciuti solo in opere, forme storiche, grandi personaggi,
realizzazioni di qualche tipo, che fondano anche le regole in base a cui noi li giudichiamo. Non
corrispondono a nessuna norma preesistente; vale qui ci che Luigi Pareyson diceva dell'opera
d'arte, che si costruisce seguendo una norma che essa stesa inventa.
Ritrovare il senso della sfida come positiva esperienza di vita sembra voler dire riconoscere
coraggiosamente l'infondatezza della esistenza umana nel mondo, una infondatezza senza di
cui non possiamo aspettarci nulla dal futuro, perch il senso di esso sarebbe solo nella
conservazione neghittosa degli ordini esistenti; in una rassegnata infelicit senza desideri,
appunto.
Gi, desideri. Si capaci di sfidare l'esistente, o anche di opporsi a tutti i costi agli altri, di
iniziare una rivoluzione, solo se la passione ci sostiene e ci spinge. Ma c' pur sempre una
differenza tra la folla urlante dei tifosi che assaltano l'arbitro, senza bisogno di alcun profeta
che li guidi, e Pier Paolo Pasolini che vive, pagandone grandi prezzi (come l'espulsione dal PCI
negli anni Cinquanta), la sua diversit stigmatizzata di omosessuale. All'inizio come Don
Chisciotte; i molti che vivono la sua stessa condizione si sono adattati al "don't ask, don't tell"
che valeva nell'Italia fascista (e che vale oggi, ufficialmente, nell'esercito americano). Vivi e
lascia vivere, non bisogna turbare le certezze della maggioranza, la quale del resto ti tollerer
se non pretendi ANCHE che ti riconosca un tuo buon diritto. Non solo l'omosessuale in rivolta
deciso a conquistare piena cittadinanza; prima di tutto il rivoluzionario che vuole rovesciare
l'ordine esistente si muove sotto la spinta di una passione; sia essa il patimento della miseria e
dell'oppressione sociale, oppure la compassione per chi sta peggio di lui. Chi di noi non conosce
un ricco borghese che si schiera a sinistra perch, faccio solo un esempio, omosessuale e per
questo si sente fuori dall'ordine esistente? O, d'altra parte, quanto agisce e ha agito (per
esempio nella caduta delle societ comuniste) il desiderio di liberare anche la propria sessualit
e voglia di vivere dai tab di una societ che - Marcuse insegna, ancora - ha sempre
accoppiato lo sfruttamento economico con la repressione sessuale? Ebbene, sia il borghese
omosessuale e PERCIO' di sinistra, sia le masse del socialismo reale che si ribellano al
familiarismo reazionario di Stalin e Breznev, hanno buone e serie ragioni per lottare contro
l'ordine esistente, e meritano tutta la fiducia dei proletari in rivolta, i quali anche lottano in
nome di una passione-patimento niente affatto pi "rispettabile".
Ma, per tornare a Don Chisciotte e a Chaplin: davvero la sfida e rimane una faccenda
individuale, legata alla comunit al massimo per il fatto di costruirla dopo, come effetto
"istituzionale" dell'iniziativa originaria? Ancora l'esempio di Pasolini: la forza con cui rivendicava
il diritto alla propria diversit era profondamente nutrita dalla coscienza di rappresentare i
dannati della terra: ebrei, proletari, emarginati, donne oppresse dalla societ maschilista,
immigrati senza il visto... Persino quel proverbiale individualista di Nietzsche alla fine si invent
la "grande politica", si mise a mandare messaggi ai potenti della terra per esercitare,
attraverso di loro, un'influenza sui popoli. Non si pu raccattare uno straccio per terra e
sollevarlo senza correre il rischio di diventare un "eroe", con le relative responsabilit.. E chi fa
questo gesto consapevolmente non lo fa mai solo in nome di una comunit a venire, ma
anzitutto in nome di altri con cui si sente legato, e dai quali ritiene di essere legittimato. Con

tutto il significato individualistico che va riconosciuto alla sfida, forse su questo suo
inevitabile aspetto comunitario, solidaristico, autenticamente profetico, che dobbiamo riflettere.
GIANNI VATTIMO

L'Unit
16 ottobre 2002

Maggioranza,
minoranza,
lontananza
Ma i compagni della maggioranza del 65 per cento che ha approvato l'altro giorno la
relazione Fassino ci possono spiegare perch ogni volta che alcuni di noi vanno in giro
nelle sezioni periferiche del partito, nelle associazioni culturali che vi sono in qualche
modo collegate, nelle Feste dell'Unit dei mesi scorsi, non incontrano mai nessuno che
sostenga appassionatamente le posizioni sagge e moderate che si sono riaffermate
nella Direzione del 14 ottobre? Possibile che non solo il sottoscritto - spesso invitato
non per parlare di politica (e magari hanno ragione) ma di tematiche culturali con solo
qualche remoto risvolto politico - ma molti altri compagni che si sono fatti vedere ai
Girotondi, a piazza San Giovanni (dove Fassino era presente, vero), si sentono al
massimo obiettare, molto di rado, che bisogna purtroppo adattarsi a una politica di
compromesso, di saggezza, in fondo di soggezione mal tollerata al modello "liberal"?
Davvero in tutti questi incontri parlano solo coloro che vogliono compiacere noi fanatici
identitari, cripto-vetero-comunisti nostalgici di Stalin?
Io mi permetto di avere un altro sospetto. Negli incontri a cui penso, le persone che
vedo non sono per lo pi iscritte al partito. Non sono state consultate, ovviamente e a
termini di statuto, prima del congresso di Pesaro, che ha plebiscitato ancora una volta
D'Alema e ha dato la segreteria (ma forse con speranze diverse) a Fassino. Non
dobbiamo davvero pensare a questa gente, visto che non organizzata e tesserata?
Sono davvero, costoro, le masse di moderati che, per iscriversi, e magari votarci,
aspettano solo che noi ci schieriamo con Bush - benedetto o no dall'Onu dei cinque
"grandi" - fingendo di credere che con le bombe su Saddam ci libereremo del
terrorismo? Non ci si dir, spero, che abbiamo perso le ultime elezioni perch non
siamo stati abbastanza "liberal"! (Anzi, abbiamo recuperato qualche speranza con il
voto amministrativo di primavera proprio dopo il Palavobvis e lo sciopero di marzo).
Adesso poi si sente dire che tutto dobbiamo proporci di ottenere tranne le elezioni
anticipate. Ossia: dovremmo aiutare Berlusconi, Buttiglione e Bossi a non litigare
perch altrimenti sarebbe peggio per noi? Allora, meglio anche rinunciare a ogni lotta
contro l'infame legge Cirami, giacch se fallisse nel suo scopo di salvare Previti e il suo
amico premier, alla elezioni anticipate si andrebbe comunque. O invece che cosa?
Preparare un accordo con Fazio sotto la protezione di sant'Escriv per costruire
l'ennesimo governo ribaltonico-inciucesco?
La mia (settaria, fanatica) impressione che (la maggioranza di) un partito che, nella

situazione presente di sfascio, non solo della nostra economia e della nostre etica
collettiva, ma anche del sistema di mercato in generale (Fiat docet) guarda con
preocuppazione all'eventualit di elezioni anticipate condannata da subito a essere
sconfitta, presto (se elezioni saranno) o peggio alla scadenza elettorale del 2006, e
prima del 2003 e 2004. Il partito ritiene di non poter affrontare la prova elettorale
perch non ha ancora risolto la secolare questione del rapporto con la Margherita e gli
altri partitini? Queste preoccupazioni esprimono paure tipiche di una classe dirigente
che teme di doversi confrontare con ci che sta fuori dalle stanze di partito e del suo
confortante 65 per cento. Che Escriv ci protegga!
GIANNI VATTIMO

La Stampa
26 ottobre 2002

Sempre meno libert


Serial killer a Washington, sequestro del pubblico di un teatro a Mosca, omicidi plurimi
commessi da squilibrati in Italia; e poi lo stillicidio sanguinoso del terrorismo
palestinese e della rappresaglia israeliana: un quadro decisamente spaventoso, che
accresce la nostra insicurezza e l'ansia che accompagna ormai ogni momento della
nostra vita. Primo pensiero, quando sentiamo che la polizia americana mette in atto le
pi sofisticate tecniche di ricerca per arrestare l'assassino: speriamo che ce la facciano,
che riescano a fermarlo. Magari usando intercettazioni "illegali", controlli a tappeto,
violazioni della privacy e altri marchingegni non autorizzati da alcun magistrato. Che
cosa importa, purch siano efficaci. Lo stesso sentimento generale che abbiamo
provato subito dopo l'11 settembre dell'anno scorso e il crollo delle torri di New York.
Secondo pensiero: se andiamo avanti cos, che ne sar della nostra libert: di
movimento, di comunicazioni private, di orientamento politico, religioso, etico. La
sicurezza e la libert da difendere impongono per l'appunto che si rinunci a parti non
marginali di esse, accettando irruzioni di ogni tipo nella nostra vita privata e anche
nella sfera dei diritti politici. Se per cos, comincia a farsi strada un sentimento
misto di rassegnazione, pessimismo, che pu facilmente degenerare nel cinismo o nella
tentazione di tirarsi fuori da tutto, almeno nella misura che a ciascuno consentita,
secondo il suo mestiere, la condizione sociale, le sue capacit complessive di resistenza
passiva. Addio al sogno ingenuo di un mondo in cui, come hanno sempre pensato i
teorici del contratto sociale, fosse possibile cedere un po' di sovranit individuale in
cambio di una garanzia che tutto il resto, la maggior parte, sarebbe stato assicurato.
Usciamo dalla foresta primitiva solo per cadere nel mondo del Grande Fratello - non
quello provinciale e scollacciato di Canale 5, ma quello di Orwell.
O il controllo totale delle dittature rosse, nere o brune; oppure quello dei difensori della
democrazia che, fatalmente, devono adeguarsi, imponendoci pi o meno (certo la
differenza non irrilevante) le stesse cose. Con l'integrazione sociale ed economica
crescente, e con le nuove tecnologie della comunicazione, difficile non prevedere che le
cose andranno fatalmente cos. Almeno ai tempi del muro di Berlino - di cui certo non

rimpiangiamo l'esistenza - la guerra era fredda, l'equilibrio del terrore reciproco


reggeva. Dovremo arrivare ad augurarci che si affermi nel mondo un altro protagonista
internazionale (Saddam? L'Islam politico?) capace di restaurare quell'equilibrio? Con
l'egemonia incontrastata dell'impero americano, quel che ci aspetta, al di l delle
intenzioni dello stesso imperatore, sembra essere proprio questo "stato universale
omogeneo", come lo chiamava Alexandre Kojve. C' ancora un futuro per la libert?
Domandarselo, anche senza troppe speranze, potrebbe essere l'unica forma di
resistenza che ci rimane.
GIANNI VATTIMO

L'Espresso
21 novembre 2002

Tutta colpa della paura


diffusa
Negli Stati Uniti assistiamo a un ripiegamento
culturale. Che cancella il mito della frontiera
Certo il romanticismo stato anche un fenomeno di affermazione dell'identit, ma pi di quella
delle comunit, soprattutto nazionali e linguistiche, che dell'identit individuale. Se Bush
riscopre e valorizza questo tipo di identit collettive, lo far per una improvvisa vocazione
"romantica"? Una tale vocazione talmente fuori tempo e fuori luogo che non si pu non
sospettarvi una ciurmeria ideologica. Intanto, il romanticismo delle identit nazionali poco
americano, almeno a prender sul serio le tante teorie del melting pot come tratto caratteristico
della storia statunitense. E il west, i pionieri che si conquistavano le praterie nono solo contro
gli indiani, ma anche contro altri apolidi decisi a costruirsi l una nuova vita a prescindere dalla
proprie appartenenze nazionali d'origine?
A dispetto di questi elementi fortemente moderni della tradizione americana, Bush sembra
orientato a offrire una visione della storia di tipo leghista. Arriver fino al "sangue e suolo" di
hitleriana memoria? (Sentiamo gi gli stepiti del partito "amerikano", lo sdegno degli
"autoconvocati" di Piazza del Popolo). Eppure, quanto pi si riduce lo spazio per il patriottismo
costituzionale, cio per l'orgoglio americano di fungere da custode della democrazia e della
libert in tutto il mondo, tanto pi il governo Usa dovr ricorrere al nazionalismo "romantico".
Ora che anche molti cittadini statunitensi cominciano a rendersi conto che il loro presidente
non un crociato della civilt liberale, un paladino dei diritti umani - li ha ormai buttati nel
mare di Guantanamo, o sacrificati a una sempre pi occhiuta sorveglianza non solo all'estero,

ma anche all'interno, li ha sospesi istituendo un vero e proprio ministero della propaganda e


della disinformazione - il solo elemento unificante su cui pu contare Bush una fierezza
nazionale fondata sull'esaltazione dell'identit nel senso pi nazionalistico e biologico. Il
significato dell'allarme, se tale come speriamo, circa il "romanticismo" di Bush, sta tutto qui:
nel dover prendere atto che, certo non solo per colpa del presidente, ma anche per colpa dei
terroristi che gli hanno fornito le pi ampie giustificazioni alla ripresa del nazionalismo, gli Stati
Uniti sono in una fase di ripiegamento culturale che li riduce a rifugiarsi in mitologie che
l'Europa ha fortunatamente consumato quasi del tutto, ormai da almeno mezzo secolo.
Pi che la difesa di interessi che si devono mascherare con menzogne ideologiche, qui gioca
pesantemente la paura che attanaglia molta parte della societ americana, aggredita (per la
prima volta) sul proprio territorio da nemici che non riesce nemmeno a identificare e dai quali
dunque fatica a difendersi. E' la paura diffusa che rende di nuovo presentabili i miti
nazionalistici, anche nella patria di Jefferson. Altro che chiusura della mente americana, come
l'aveva chiamata - pensando per ad altri fenomeni - l'arguto (e conservatore rispettabile)
Allan Bloom. Non solo ripiegamento su miti obsoleti; anche legittimazione di comunitarismi
pericolosi per la stessa unit della federazione. Gli auto-segregati di Waco, Una Bomber e
fenomeni simili sono solo piccoli esempi di dove pu condurre il delirio identitario. A limiti ai
quali Bush non ha certo pensato, ma che potrebbero rivoltarglisi contro, in un paese dove ci
sono pi armi da fuoco in possesso di privati di quanti siano i cittadini.
GIANNI VATTIMO

La Stampa
23 novembre 2002

La filosofia al tempo no
global
A Vattimo il premio Hannah Arendt per il pensiero politico. Ecco
una parte della sua "lectio"
L'idea di una globalizzazione politica che sappia fare da contrappeso a quella economica delle
multinazionali ha qualche speranza di funzionare? Qui si presentano almeno due risposte che
vale la pena di discutere. Per comodit le indicher come la risposta populista e la risposta
federalista. La prima, che riprende e esprime molti dei motivi di rivolta presenti nell'anarchismo
populista e nell'indisciplina sociale diffusa, si muove ancora nell'orizzonte dell'eredit marxista
e della sua idea di una rivoluzione del proletariato mondiale capace di instaurare un nuovo
ordine giusto e umano. stata da ultimo formulata, in termini aggiornati, da Toni Negri e
Michael Hardt nel libro Impero, che arriva addirittura a identificare, almeno in una certa
misura, il populismo antiglobal dei nostri giorni con il cristianesimo delle origini; come i cristiani
furono il fattore decisivo nel dare il colpo di grazia all'impero romano gi in via di dissoluzione,
cos oggi le moltitudini dei diseredati dalla ristrutturazione globale dell'economia mondiale
finiranno per condurre alla rovina l'impero americano. La teoria di Negri e Hardt non si pone

naturalmente il problema del dopo - giacch proprio dopo la caduta dell'impero romano che
si costruito l'ordine mondiale poi sboccato nella situazione attuale. Sembra che, del resto con
qualche ragione, Negri e Hardt pensino la storia nei termini della Critica della ragione dialettica
di Sartre: momenti di autenticit - le rivoluzioni e le nuove societ che esse fondano - seguiti
dalla fatale ricaduta nella serialit, burocraticit, dominio del "pratico inerte". Una visione che
ha il suo fascino (largamente sentito dalla sinistra intellettuale americana),e che per o si
decide per un esito religioso (la salvezza sta comunque in un al di l della storia) oppure per
una sorta di estetismo esistenziale (un critico italiano di Negri ha fatto il nome di D'Annunzio).
Certo per le stesse ragioni - rifiuto di costruire una filosofia della storia universale - Negri e
Hardt non affrontano nemmeno il problema dell'ordine politico che dovrebbe succedere alla
rivoluzione delle moltitudini; quasi volessero allontanare il pi possibile il momento della
ricaduta nel "pratico-inerte" e prolungare al massimo l'esperienza di autenticit del "gruppo in
fusione".
Eppure la costruzione di un ordine politico che non risusciti la rivolta delle moltitudini - cos
chiamano gli autori di Impero il proletariato mondiale non pi caratterizzato dall'omogeneit di
classe dei lavoratori di Marx - si troverebbe a dover risolvere tutte le questioni che hanno
bloccato sul nascere le varie utopie della democrazia diretta, e che in fondo sono alla base di
quella ricaduta nel pratico-inerte che Sartre riteneva inevitabile. Senza una risposta a tali
questioni, Negri e Hardt sembrano approdare a una ennesima teoria della "rivoluzione
permanente" che non per nulla suscita l'interesse e il consenso della sinistra intellettuale, la
quale - in America ma anche altrove - vi pu trovare una sorta di legittimazione della propria
"pratica teorica", delle sue tante "decostruzioni" puramente testuali attuate sulle riviste e nelle
biblioteche. Una analoga mancanza di progetti politico-istituzionali si pu trovare nelle opere di
Hannah Arendt, pi preoccupata di criticare il degrado moderno della politica che di delineare
forme di stato che sfuggano a tale critica. Tuttavia, la filosofia politica arendtiana contiene
almeno qualche spunto che pu aiutare a caratterizzare l'altra possibile risposta alla domanda
sull'ordine politico che si dovrebbe costruire in alternativa alla globalizzazione delle
multinazionali e alla guerra di Bush. Si tratta della sua preferenza, pi o meno esplicita, per
una polis non sovradimensionata, che possiamo tradurre in una preferenza federalista. Alla
globalizzazione dominata dall'economia che si fa, immediatamente, ordine (abusivamente)
politico, non si rimedia con la costruzione d'un parallelo ordine politico globale. Del resto, qui
Hannah Arendt incontra le legittime preoccupazioni di tanta sinistra critica del Novecento, a
cominciare dagli esponenti della Scuola di Francoforte, Adorno soprattutto, che hanno
teorizzato una sorta di vocazione inevitabilmente totalitaria della tecnologia moderna. E' vero
che il pessimismo di Adorno - fondato soprattutto sulla considerazione del potere illimitato dei
mass media - pu essere stato smentito dall'uso interattivo che molti dei media da lui
"demonizzati" hanno finito per avere anche in vista della liberazione di minoranze sociali prima
senza voce; ma noi ci rendiamo conto che tale pessimismo oggi motivato dalle dimensioni
che uno stato "globalizzato" dovrebbe necessariamente prendere per fare da contrappeso
politico alla globalit dell'economia (e del crimine organizzato).
E' possibile, in altre parole, una politica globalizzata che non perda fatalmente i tratti della
politica autentica - distinta dall'economia e non ridotta a funzione della sopravvivenza?
Naturalmente, qui ci si pone subito una domanda circa la validit della concezione arendtiana
della politica; che appare troppo letteralmente modellata sulla sua idealizzazione della plis
greca per poter essere trasposta senz'altro nella nostra situazione. Per poter utilizzare questi
concetti della Arendt, noi dobbiamo probabilmente spogliarli di una certa retorica legata alla
nozione di onore contrapposta ai valori della sopravvivenza, mantenendo per l'esigenza e il
principio della distinzione tra sfera del sociale, o della societ civile hegeliana, e sfera della
politica. Che anche l'esigenza che si manifesta nella teoria dell'agire comunicativo di
Habermas, l dove egli si preoccupa di evitare la "colonizzazione" della sfera della
comunicazione sociale complessiva - la Lebenswelt - da parte dell'agire strategico che tocca
alle scienze positive e alla tecniche, compresa tutta la sfera dell'economia. La tematica del
riconoscimento come esigenza che trascende i problemi della sopravvivenza - e che diventa
sempre pi evidente nelle societ avanzate che, bene o male, hanno fornito una qualche
soluzione a questi ultimi, ma che tuttavia sono ancora luoghi di intenso disagio e di vera e
propria alienazione - si pu facilmente leggere alla luce anche della concezione arendtiana della

politica. La quale, dunque, al di l della condivisione della sua ammirazione per la polis greca
(popolata di una maggioranza di schiavi, che Nietzsche, come si sa, considerava necessari; ma
la Arendt?), suona affermazione di una separazione "etica" della politica dalla sfera degli
interessi, separazione che non un mero imperativo morale astratto, se vero che la
questione del riconoscimento, anche se non ha da fare con le possibilit immediate di
sopravvivenza, resta decisiva per la qualit della nostra esistenza nel mondo.
GIANNI VATTIMO

L'Unit
29 novembre 2002

La politica delle
apparenze
Cresce, nella societ dell'informazione (cosiddetta) in cui viviamo, la sensazione di
essere continuamente presi in giro: se non proprio manovrati come burattini, certo
spinti in una direzione o nell'altra dall'agitarsi incontrollato (da noi) di panni variopinti
che orientano la nostra attenzione su questa o quella questione, che a un secondo
sguardo ci appaiono, o ci appariranno presto, come secondarie rispetto ad altre che ci
erano state nascoste. E' una sensazione che ci stata provocata in modo fin troppo
scoperto (tanto da non funzionare nemmeno come un inganno) nel caso di Berlusconi
"clemente" verso Sofri.
Con il primo impegnato a promettere al secondo una grazia che non gli dar (non pu
e non la chiede); mentre aveva appena condotto a buon (per lui) fine la legge Cirami,
che infatti stata immediatamente applicata per sospendere il processo di Milano. Ma
non sapremmo nemmeno dire se, rendendoci conto di questo gioco, non siamo ancora
ingannati da altri schermi. Cos, la questione giustizia su cui i giornali di regime
imbastiscono la favola di un "disgelo" che non c' (come giustamente ha osservato
Violante sull'Unit), viene agitata anche e soprattutto per far dimenticare la
conclusione del processo Andreotti, rivoltando la sentenza contro quella magistratura
che rimane lo spauracchio principale di questa maggioranza. E la devoluzione, con le
sue nebulose modifiche costituzionali per ammansire la Lega (come dice Cacciari), non
sar l'ennesimo gioco di specchi per attirarci in conflitti senza costrutto? Domina su
molte delle discussioni politiche considerate "calde" una generale aria di distrazione
dall'essenziale - che non sappiamo indicare con nome e cognome, ma che non cessa di
farsi presente nella forma di questo sospetto diffuso.
Per esempio: l'Italia sotto metri di acqua in varie regioni, ma solo qualche isolato
climatologo ci ricorda che dovremmo finalmente prendere sul serio (e far prendere sul
serio ai nostri alleati, primi fra tutti gli Stati Uniti) il protocollo di Kyoto. Per esempio:
in corso a Torino una conferenza internazionale sull'Aids in cui vengono presentati dati
apocalittici sulla continua diffusione della malattia, profezie sulla scomparsa annunciata
di popolazioni di interi continenti; ma gerarchie cattoliche e maggioranze "osservanti"
continuano a guardare con sospetto la pubblicit del preservativo e a non fare nulla
contro l'indifferenza omicida delle multinazionali che possiedono i brevetti dei farmaci.

Per esempio: la crisi Fiat rivela, non solo le magagne di una dirigenza che ha
commesso errori di strategia, ma anche le magagne delle ricette dell'economia
capitalistica che prima o poi generalizzer nel mondo industrializzato crisi di questo
tipo; ma noi - i nostri governi di democrazia matura (marcia?) - continuiamo ad agitare
davanti agli occhi della gente la bandiera dello sviluppo a tutti i costi e retto dagli stessi
schemi del profitto a breve scadenza. Per esempio: Bush continua a preparare la sua
guerra contro l'Iraq, con buone probabilit che essa diventi una guerra pi vasta; ma
noi, orgogliosi di aver potuto mettere a sua disposizione gli alpini, ci consoliamo con la
promessa che altre nostre truppe saranno impiegate solo a conflitto finito,
verosimilmente per raccogliere cadaveri o, pi probabilmente, per partecipare alla
spartizione delle commesse per le varie "ricostruzioni". Non ce n' abbastanza per
provare un moto di scetticismo nei confronti di questa politica delle, impure,
apparenze?
GIANNI VATTIMO

L'Unit
14 dicembre 2002

Il vecchio Marx mi ha
detto
Ci che stupisce di pi i tanti di noi che non provengono da un'esperienza di militanza
comunista, perch si rifiutavano di credere alle "profezie" di Marx - soprattutto a causa dei
crimini del socialismo reale - la sempre pi evidente verit, sia pure in qualche senso
distorta, o quasi allegorica, proprio di quelle previsioni.
Cos, quando leggiamo in statistiche attendibili che negli ultimi anni, in una societ capitalistica
"modello" come quella degli Usa, la ricchezza si concentrata nelle mani di un sempre minor
numero di straricchi, e che il divario tra ricchi e poveri si allargato invece di ridursi, non
possiamo non ripensare con meno scetticismo alla previsione marxiana circa la progressiva
proletarizzazione del mondo. Non vale niente qui l'obiezione che nei sistemi socialisti era, o
sarebbe, peggio.
Le soluzioni di Marx forse non hanno funzionato e non funzionerebbero, ma la sua analisi del
destino del capitalismo non poi cos priva di senso. Si dice che l'impoverimento di grandi
masse di proletari in paesi ricchi come gli Stati Uniti solo un fatto relativo: se i ricchi sono
sempre meno numerosi e pi ricchi, non vuol dire che i poveri non abbiano visto migliorare le
loro condizioni in termini assoluti, solo il rapporto con la sezione di societ a reddito pi alto
che produce l'apparenza dell'impoverimento. Gi; ma intanto la povert sempre stata un
fatto relativo, e oggi soprattutto condizionata dalle aspettative di consumo che, se stimolate e
frustrate producono effettivamente pi infelicit e cio povert.

Poi: sar solo cos, quando assistiamo a crisi industriali come quella della Fiat, che non un
fatto tanto eccezionale anche se in altre situazioni riesce ancora a non manifestarsi in modi
tanto devastanti? Forse non solo colpa del management, della scarsit di investimenti, di
errori e omissioni della propriet. Non ci sar qualcosa di pi radicale - il fatto stesso che il
capitalismo sempre fiorito nutrendosi delle proprie crisi, ma in condizioni diverse da quelle
intensamente globalizzate in cui viviamo noi? Nel mondo della globalizzazione diventato
apparentemente pi facile spostare produzioni da una regione all'altra, inseguendo i bassi costi
della mano d'opera. Ma gli intervalli in cui questa differenza di costi si pu sfruttare diventano,
proprio a causa della globalizzazione, sempre pi brevi. Non pi il tempo in cui la banca
Fugger realizzava alti guadagni procurandosi (era con piccioni viaggiatori?) notizie anticipate
sull'andamento dei raccolti in lontane parti del mondo.
Per non parlare del peso che anche le opinioni pubbliche e i fattori di immagine hanno sempre
pi spesso sui comportamenti dei consumatori: i palloni fabbricati da bambini in India non si
vendono pi tanto liberamente e facilmente come qualche tempo fa. Si aggiunga ancora che gli
alti profitti dell'economia capitalistica sono sempre stati favoriti dal basso costo delle risorse
naturali; ma oggi anche l'acqua e l'aria ormai costano.
Se la sinistra, come si lamenta spesso, esagerando (infatti: che cosa il progetto di Prodi del
96, che cosa sono le tante proposte del Social Forum di Firenze di qualche settimana fa? ), non
ha un programma anche e soprattutto perch si rifiuta di prendere atto di questa rinnovata
"verit" di Marx; ossia della crisi non puramente temporanea dell'organizzazione capitalistica
dell'economia. D'accordo, non potremmo dire precisamente in che cosa tale organizzazione e la
sua crisi consistano. Quel che vediamo, per, forse basterebbe a fornire la base di una
discussione; magari anche riferendosi ad "autorit" non sospette come quella di Stiglitz; e
guardando alle difficolt concrete in cui si dibattono le economie del mondo "sviluppato".
Certo, gli stessi liberali hanno ormai di molto annacquato la loro fede nel potere salvifico del
mercato. Ma forse unicamente per convincersi che questo potere non affatto finito, solo ha
bisogno di sostegni, regole, aiuti vari per farsi valere. Persino la parola d'ordine della
competitivit ad ogni costo rientra in questa logica di prolungamento della vita del capitalismo:
se recuperiamo competitivit, reggeremo ancora una decina d'anni, in attesa che altri paesi si
siano attrezzati per batterci. Ma fino a quando? E, soprattutto, a prezzo di quali e quanti
licenziamenti, casse integrazione, famiglie sul lastrico, riduzione di provvidenze sociali, suicidi
attuati o minacciati da persone che, senza lavoro, non hanno davvero pi niente di che, e per
che, vivere? Se non qui, ora, in India o in Africa, fino a che la logica del mercato non metter
noi nelle stesse condizioni. Magari riproducendo quello che accade entro la grande societ ricca
degli Usa; se il numero dei ricchi destinato a restringersi sempre pi, siamo poi sicuri che noi
ci rientreremo? E anche se fosse, non saremmo dei ricchi sempre pi militarizzati, per
difenderci dalla realizzazione di quell'altra "falsa" profezia di Marx, quella sulla rivoluzione del
proletariato mondiale divenuto universale?
GIANNI VATTIMO