Sei sulla pagina 1di 5

drucker

La lettera del teologo ed economista anglofono che nel post precedente ha


stroncato le posizioni di papa Jorge Mario Bergoglio in materia di economia
ha suscitato vivaci reazioni, a giudicare dai commenti che ci sono pervenuti.

I commenti sono stati per lo pi di consenso con il severo recensore. Sono


totalmente daccordo con lui, ha tagliato corto un economista e banchiere
cattolico di primo piano.

Altri hanno espresso un consenso pi circoscritto. S alle critiche a papa


Francesco, no a quelle rivolte per le stesse ragioni ai due predecessori
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Papa Joseph Ratzinger, come formazione personale, era sicuramente


inesperto sui temi economici , ci scrive un lettore. Ma lenciclica Caritas in
veritate stata redatta a pi mani e con laiuto concreto di esperti come il
professor Stefano Zamagni. Firmandola e approvandone le linee guida, papa
Benedetto XVI comprendeva bene che cosa vi era scritto, ad esempio, nella
parte riguardante la solidariet e la sussidiariet. Magari le nazioni guida del
mondo seguissero quelle idee! Avremmo certamente un miglioramento della
vita degli uomini, e non solo dal punto di vista economico.

Anche il commento pubblicato qui di seguito ritiene troppo radicale la


stroncatura dei due papi precedenti. Ma ravvisa dei punti deboli anche nel
loro magistero in materia economica, in particolare sul concetto di bene
comune.

Lautore del commento, Antonio Caragliu, triestino, esercita la professione di


avvocato ed iscritto allUnione dei giuristi cattolici.

Caro Magister,

con riferimento allinteressante intervento del teologo anglofono studioso di


materie economiche il quale rileva che la dottrina sociale della Chiesa
fondamentalmente ideologica e non empirica, vorrei svolgere alcune
considerazioni.

Ritengo laffermazione del teologo-economista troppo radicale per quanto


riguarda il magistero dei due papi precedenti, essa tuttavia tocca un nervo
scoperto.

Questo nervo scoperto io lo ravviso nella concezione di bene comune,


elaborata in maniera canonica da Tommaso DAquino sulla base della
filosofia aristotelica.

Ritengo che il concetto di bene comune non sia, di per s, sbagliato o


vuoto: dipende da come viene inteso nelle societ moderne.

Da parte cattolica sovente se non sempre esso viene usato in maniera


meramente retorica, concettualmente vuota, come la foglia di fico dei
problemi socio-economici.

Bisogna considerare che al tempo di Tommaso dAquino e di Aristotele non


esistevano le societ ed i governi statali moderni.

Peter Drucker, economista e teorico sociale che ha avuto un grande impatto


mondiale, sia teorico che strategico (purtroppo non nella nostra
ideologizzata ed un po provinciale Italia), rileva:

Essendo unistituzione eminentemente protezionistica, il governo incontra


sempre grosse difficolt quando affronta problemi di innovazione e di
rinnovamento. Non una questione di miglior amministrazione: lincapacit
del governo ad affrontare le cose nuove deriva dalla sua legittima e
necessaria funzione di protezione e tutela della societ. [] Il governo, pi
di qualsiasi altra istituzione, soggetto a non abbandonare il vecchio e
lusato: la tipica reazione del governo al fallimento di unattivit di

raddoppiare il bilancio e il personale (Lera del discontinuo, trad. it.,


1970, pp. 209-210).

E ancora:

discutibile la questione per stabilire se il governo un governo di uomini


o un governo di leggi; tutti sono daccordo per nel definire ogni governo
come governo di forme. Questa definizione mette in luce come primaria la
funzione di controllo. Dire controllo significa automaticamente dover
controllare tutto il controllabile e questo tremendamente costoso, poich il
controllo dellultimo 10 per cento dei fenomeni sempre pi oneroso del
primo 90 per cento. Tuttavia ci quanto ci si aspetta dal governo.

Il governo di forme non quindi motivato unicamente da pedanteria


burocratica: la funzione di controllo (esercitata dalla burocrazia governativa)
motivata soprattutto dalla lotta contro la corruzione, che negli uffici e nelle
anticamere dei ministeri ha facilit di movimento. Anche le piccole disonest
sono per il governo una malattia corrosiva: si diffondono rapidamente e
come le mele marce possono contaminare lintero corpo politico (p. 212).

Quindi il governo non sar e non potr mai essere il motore propulsore
della societ, il suo agente di spinta al progresso e allo sviluppo, n
tantomeno un centro di attivit, di attivazione e di produttivit (p. 215).

Daltra parte Drucker rileva che le organizzazioni industriali e commerciali


sono le uniche istituzioni che controllano e dirigono il progresso, le
innovazioni e le trasformazioni della tecnologia. [] In particolare, le societ
industriali e commerciali hanno due grossi vantaggi, che per il governo sono
invece due punti deboli. Primo, esse possono facilmente abbandonare
unattivit, e sono spesso obbligate a farlo, quando operano in un mercato
e ancor pi quando dipendono da un mercato per la domanda di capitale.
[] Esse devono continuamente sostenere la prova della verit, il collaudo
dellefficienza delle loro prestazioni e della validit dei loro risultati (pp.
219-220).

Trovo le considerazioni di Drucker dotate di grande spessore analitico. Non


le trovo ideologiche.

Ora, se dallanalisi di Drucker torniamo al concetto di bene comune


possiamo rilevare che, nelle societ moderne, esso il risultato della
composizione di due funzioni che seguono due logiche distinte: la funzione
in senso lato protettiva propria del governo politico e la funzione in senso
lato di innovazione (tecnologica, organizzativa) del settore privato orientato
alla soddisfazione dei bisogni in un regime di concorrenza (bisogni che, vale
sottolinearlo, per luomo sono infiniti: proprio perch non schiavo dellistinto,
lanimale uomo insaziabile).

In quale misura, allora, orientare le risorse per una funzione invece che per
laltra?

Qui subentrano le politiche, condizionate dalla cultura, dalle tradizioni dei


popoli, dalle ideologie, dal know how delle rispettive societ, dalle
concezioni etico-religiose Ma, qualunque siano le scelte politiche che
vengono prese, quello che si d a una funzione inevitabilmente si toglie
allaltra.

Ci si potrebbe allora chiedere: quale delle due funzioni pi nobile? Quale


socialmente pi buona, pi meritevole di tutela, pi utile per il bene delle
persone?

Su un piano di principio questa una domanda che non ha alcun senso,


perch entrambe queste due funzioni producono beni socialmente rilevanti
e preziosi.

Questo significa che sul piano economico sociale quello che noi chiamiamo
bene comune costituito dalla composizione di due logiche e di due
funzioni che sono necessariamente in tensione tra loro.

questa una tensione inevitabile, che nessun bene comune pu risolvere.


una tensione non ideologica ma funzionale: tra due distinte funzioni,
entrambe meritevoli, che si contendono le risorse nella societ.

Insomma, ritengo che in ambito cattolico dovrebbe venir meno lillusione


che ci sia un bene comune capace di stabilire quellarmonia che possiamo
trovare solo nello Spirito Santo, che, infatti, secondo ledificante magistero
di papa Francesco, ipse harmonia est.

Naturalmente il mio un pensiero discutibilissimo, soprattutto considerando


il fatto che non ho alcuna preparazione economica.

Sono solo un giurista a cui piace molto leggere.

Un caro saluto.

Antonio Caragliu