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RIVISTA DI CULTURA

CLASSICA E MEDIOEVALE
FONDATA DA
ETTORE PARATORE CIRO GIANNELLI GUSTAVO VINAY

Anno XLIV numero 2 luglio-dicembre 2002

DIRETTORE
GIAMPIETRO MARCONI

ISTITUTI EDITORIALI E POLIGRAFICI INTERNAZIONALI


PISA ROMA

RIVISTA DI CULTURA CLASSICA E MEDIOEVALE


Pubblicazione Semestrale
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Anno XLIV numero 2 luglio-dicembre 2002
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ISSN 0035-6085

INDICE
SAGGI

pag.

MARIA PIERA NAPPI, Note sulluso di A nellIliade


MICHELA LOMBARDI, Le vie della conoscenza in Aisch. Ag. 1366-1371E e
Soph. Trach. 141-177; 588-593
LUIGI BRUSCHI, Ares, la notte e il giorno: Soph. Ot. 198-9
HLNE PERDICOYIANNI-PALOLOGOU, The vocabulary of Kinship in Euripide
RUBN FLORIO, Peristephanon: muerte cristiana, muerte heroica
GABRIELE MURESU, Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

211
237
243
253
269
281

NOTE E DISCUSSIONI
STENO VAZZANA, Il carme 64 di Catullo tradotto in versi italiani
GIANFRANCO MOSCONI, Aetna 435: sulphure non solum sed obesa et alumine
terra est? (a proposito dellallume delle Lipari)

325
337

RECENSIONI
PAOLO MAZZOCCHINI, Forme e significati nella narrazione bellica nellepos
virgiliano (Giampietro Marconi)
SILVIA MARCUCCI, La scuola tra XIII e XV secolo. Figure esemplari di maestri
(Giampietro Marconi)
ELENA MALASPINA, Il liber epistolarum della cancelleria austrasica (sec. V-VI)
(Giampietro Marconi)

359
360
362

LIBRI
H. STEPHANUS, Thesaurus Graecae linguae (Giampietro Marconi)
FORCELLINI, Lexicon Totius Latinitatis (Giampietro Marconi)

365
365

SOMMARIO DELLANNATA 2002


SAGGI

pag.

LUIGI BRUSCHI, Ares, la notte e il giorno: Soph. Ot. 198-9


GIOVANNELLA CRESCI MARRONE, La cena dei dodici di
RUBN FLORIO, Peristephanon: muerte cristiana, muerte heroica
CESARE LETTA, Il culto pubblico dei Lares Augusti e del Genius Augusti in una
dedica metrica da Acerrae
RODNEY J. LOKAY, Manzoni, lettore di Dante in chiave comica
MICHELA LOMBARDI, Le vie della conoscenza in Aisch. Ag. 1366-1371 E Soph.
Trach. 141-177; 588-593
GABRIELE MURESU, Le corone della vera sapienza (Paradiso X)
DOMENICO MUSTI, Un ottativo dimenticato (Platone, Lettera VIII, 356 a)
MARIA PIERA NAPPI, Note sulluso di A nellIliade
ALESSANDRO PAGLIARA, Ignifluisque gemit Lipare fumosa cavernis. Mito, archeologia e storia in una colonia greca di Sicilia
HLNE PERDICOYIANNI-PALOLOGOU, The vocabulary of Kinship in Euripideus
ANTONIO ROSSINI, Rane e formiche nella Commedia: la leggenda di due antichi
popoli fra tradizione ovidiana, mediazione patristica ed intertestualit dantesca

243
25
269
35
89
237
281
7
211
45
253
81

NOTE E DISCUSSIONI
GIORGIO BRUGNOLI, Nota a Manzoni, Il Natale, vv. 71-91
ALESSANDRO PARDINI, Alle radici di una Vulgata filologica sul testo di Pind. Ol.
2,77
GIANFRANCO MOSCONI, Aetna 435: sulphure non solum sed obesa et alumine
terra est? (a proposito dellallume della Lipari)
STENO VAZZANA, Il carme 64 di Catullo tradotto in versi italiani

163
153
337
325

RECENSIONI
ULRICO AGNATI, Ingenuitas (Orazio, Petronio, Marziale e Gaio) (Giampietro
Marconi)
DOMENICO LASSANDRO, Sacratissimus Imperator. Limmagine del princeps
nelloratoria tardantica (Giampietro Marconi)
ELENA MALASPINA, Il liber epistolarum della cancelleria austrasica (sec. V-VI)
(Giampietro Marconi)
SILVIA MARCUCCI, La scuola tra XIII e XV secolo. Figure esemplari di maestri
(Giampietro Marconi)
PAOLO MAZZOCCHINI, Forme e significati nella narrazione bellica nellepos virgiliano (Giampietro Marconi)
CARMELO SALEMME, Introduzione agli Astronomica di Manilio (Fabrizio
Comparelli)

174
176
362
360
359
171

LIBRI
DIETER FLACH, Marcus Terentius Varro: Gesprche ber die Landwirtschaft
(Giampietro Marconi)
AIMIIOC EM. MAYOYAHEC, A  A: O  $ %
& ' ' ( * +* , (Giampietro Marconi)
H. STEPHANUS, Thesaurus Graecae linguae (Giampietro Marconi)
FORCELLINI, Lexicon Totius Latinitatis (Giampietro Marconi)

179
179
365
365

SAGGI

MARIA PIERA NAPPI

NOTE SULLUSO DI A NELLILIADE

1. In un articolo sul duale del 1916 leminente filologo e linguista francese


Antoine Meillet cominciava con queste parole: La manire singulire dont est
employ le duel est un des traits qui caractrisent la langue homrique1. Chi
voglia prendere in esame il problema delluso del duale nellepopea omerica non
pu prescindere dalla spinosa questione relativa alla forma duale A, la cui
interpretazione stata spesso oggetto di discussione negli studi di filologia omerica dellultimo secolo. A, infatti, costituisce un caso unico e atipico dimpiego
di questa categoria grammaticale. Si cercher di chiarire lo status quaestionis prendendo in esame i passi pi problematici in cui questa forma occorre, al fine di
mostrare la difficolt di stabilire un significato rigoroso e univoco di A e,
quindi, di tentare di spiegarne le ragioni.
Secondo linterpretatio communis la forma A indica nellIliade i due Aiaci.
noto che nella tradizione epica esistono due eroi con questo nome. Uno, il grande
Aiace, figlio di Telamone e comanda gli uomini di Salamina2. Laltro, figlio di
Oileo, il capo dei Locresi3.
In effetti, nella redazione definitiva dellIliade, quella a noi giunta, quando si
parla di A evidente, nella maggior parte dei casi in cui tale forma attestata,
che il poeta ionico intendesse e volesse indicare Aiace Telamonio e Aiace Oileo. Ci
sono tuttavia alcuni passi in cui questa interpretazione non perspicua e sembra
forzare il testo omerico. Il merito di aver rilevato questa anomalia risale a J. Wackernagel4, che per primo5 si accorse, nel 1877, che in diversi passi dellIliade il duale
1
A. MEILLET, Lemploi du duel chez Homre et llimination du duel, Mmoires de la Socit de linguistique de Paris 1922, pp. 145-65.
2
Cf. O. ROSSBACH - J. TOEPFFER, s.v. Aias 3, in RE I (1894), coll. 930-6.
3
Cf. O. ROSSBACH - J. TOEPFFER, s.v. Aias 4, in RE I (1894), coll. 936-9.
4
J. WACKERNAGEL, Zum homerischen Dual, Zeitschrift fr vergleichende Sprachforschung 1877,
pp. 302-10. Larticolo stato poi ripreso nei suoi Kleine Schriften, Gttingen 1953, pp. 538-46.
5
Negli scolii non si ha alcuna traccia della coscienza di un duplice significato della forma A e
della questione relativa al duale inclusivo; sembra che gli antichi scoliasti abbiano inteso con A
sempre e comunque A, che per loro erano i due Aiaci, cio Aiace Telamonio e Aiace Oileo. Il
commento allIliade di Eustazio presenta invece qualche contraddizione interpretativa: infatti a proposito di XII, 342 ss. (III, 909.30) Eustazio intende con A Teucro e Aiace Telamonio, ma altrove

Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

212

Maria Piera Nappi

A non poteva designare i due Aiaci. Attraverso una minuziosa e articolata analisi corredata di esempi tratti da altre lingue indoeuropee, egli giunse quindi a sostenere che il significato originario di A era un altro: negli strati pi antichi dellIliade lespressione doveva indicare piuttosto Aiace Telamonio e suo fratello Teucro6. Si tratta infatti, secondo la definizione di J. Wackernagel, di un duale ellittico,
che pi propriamente potremmo definire inclusivo. Questo tipo di duale, che scomparve prestissimo in greco, era impiegato originariamente per indicare due nozioni
o oggetti intimamente legati; dei due elementi unificati nella forma duale solo uno
prendeva la desinenza del duale, mentre laltro era ellitticamente incluso nella significazione. Nel caso di A, che doveva appunto indicare la coppia di fratelli, il
nome delluno, Aiace, alla forma duale, poteva designare luno e laltro dei fratelli.
Wackernagel aveva addotto diversi esempi mutuati soprattutto dal latino e dal

sembra propendere per linterpretazione tradizionale (cfr. III, 933.60: - T( / 0 $ A;


III, 934 ss.: 2 A $ T( ,). Questo dimostra che molto probabilmente i passi in cui si
parla di A gi nellantichit avevano potuto generare confusione.
6
Per quanto riguarda i legami di parentela tra Aiace Telamonio e Teucro ci limiteremo ad accennare ai passi omerici che vi fanno riferimento. I due eroi sono spesso indicati con il termine 
(cfr. Il. VIII, 330 e XV, 436, 466). Che Teucro sia figlio di Telamone un dato indiscutibile: nellIliade
definito esplicitamente 45 T6 figlio di Telamone (Il. XIII, 177; XVII, 293) e il suo nome
accompaganto dallepiteto T, (Il. VIII, 281; XIII, 170; XV, 462). C un verso che ha spesso
attirato lattenzione dei filologi: in VIII, 284 Agamennone ricorda che Telamone il padre di Teucro e
lha allevato seppure bastardo ( 57 85), espressione che fa allusione al fatto che la madre
di Teucro, Esione, era una prigioniera straniera, figlia del re troiano Laomedonte (cfr. lo scolio ABD a
Il. VIII, 284, che spiega le parole di Agamennone con la leggenda di Esione). I dettagli relativi a questa
leggenda si trovano nelle fonti postomeriche (cfr. Apd. II, 6, 4; III, 12, 7; Anth. Pal. XV, 9; Arist. Rh. III,
15, 1416b; Hyg. Fab. 89; Isoc. Nicocl., 42; Soph. Ai., vv. 1226-31 e vv. 1302 ss.; Xen. Cyn. I, 9). Il verso
VIII, 284 era stato gi atetizzato dagli Alessandrini (schol. A a Il. VIII, 284), che lo trovavano poco
appropriato alla situazione. Sono due i luoghi dellIliade che presentano i due eroi strettamente congiunti, al punto che potrebbero essere nati dallo stesso padre e dalla stessa madre. In XII, 371, verso
molto controverso, Teucro definito  $ 9 in relazione ad Aiace. I problemi sono
legati allinterpretazione del termine  che secondo alcuni indica una fratellanza uterina; per
altri, tra cui P. Chantraine e M. Lejeune (P. CHANTRAINE, Note sur lemploi homrique de , BSL
1960, pp. 27-31; M. LEJEUNE, Hittite Kati, grec ,BSL 1960, pp. 20-6) il termine un equivalente
poetico di :5 e pu indicare, in Omero, il fratello e il cugino germano per parte di padre: 
un vecchio nome di parentela appartenente al fondo non ionico della lingua epica ed indica unidea
di discendenza maschile legittima e riconosciuta, per cui i  possono essere anche cugini. A
differenza di :5, che designa il fratello in un senso pi stretto, di solito il fratello uterino, nato
dallo stesso padre e dalla stessa madre,  ammette quindi un impiego pi ampio (cfr. Il. III,
333, in cui Paride indossa la corazza di suo fratello - Licaone, figlio di Priamo e di Laote e
quindi fratellastro di Paride; XX, 419, in cui Ettore scorge Polidoro, suo , ma anche lui figlio
di Laote; XV, 445, in cui Ettore si rivolge a suo  Melanippo, che in realt suo cugino
germano per parte di padre). Questa sarebbe la ragione dellaggiunta di 9 che specifica che oltre
ad appartenere alla stessa stirpe per parte di padre, Aiace e Teucro sono fratelli, e non cugini; bisogner
tradurre, quindi, suo fratello germano, nato dallo stesso padre (la stessa espressione  $
9 si trova anche in Il. XI, 257 a proposito di Ifidamante e Coone, figli di Antenore). Ma se
lespressione  $ 9 non autorizza a ritenere Aiace e Teucro due fratelli pienamente
legittimi, il verso XV, 439 decisamente pi chiaro: Aiace, rivolgendosi a Teucro, parla dei nostri
genitori  0. Lo scolio T a XV, 439 annotava: Secondo Omero Teucro non un bastardo
dice anche <  ( 8 in XV 439 ... Bisogna quindi atetizzare il verso VIII 284. Concludendo: Teucro figlio di Telamone e fratello di Aiace; lidentit di sua madre non ci nota, cos come
non lo nemmeno nel caso di Aiace (la prima menzione della madre di Aiace risale a Pindaro, che la
chiama Eriboia: Isthm. 6, 45); ci che conta, che lespressione  $ 9 vuole sottolineare il carattere legittimo e riconosciuto della parentela, contenuto nel secondo termine - di
 (la Souda insiste sullidea di legittimit definendo il > ? :5).

Note sulluso di A nell Iliade

213

sanscrito per corroborare la sua interpretazione di A come Aiace e suo fratello Teucro; in particolare7:
Castores o Polluces, luno e laltro indicanti Castore e Polluce8;
Cereres, per Cerere e Persefone9;
dy+va, i due cieli, che indica il cielo e la terra10
A questi esempi di duale inclusivo citati da Wackernagel possiamo aggiungerne
altri: in latino Romuli, per Romolo e Remo11; in sanscrito Mitr+, i due Mitra,
indica Mitra e Varuna12; us+sa il giorno e la notte. Nellepopea indiana del
Mahabharata la forma duale Krsnau spesso (pi di ottanta volte) impiegata con
riferimento ai due Krsna, cio la divinit Krsna e il suo amico mortale Arjuna,
quando agiscono insieme13. Particolarmente interessanti sono le due forme pit+rau
e mat+rau, letteralmente i due padri e le due madri, indicanti entrambi il padre
e la madre, cio la coppia di genitori. Le ritroviamo in una lingua germanica, il
vecchio islandese, nelle forme fegar e mgur, che sono per forme plurali e
indicano, rispettivamente: il padre e il figlio e la madre e la figlia. Un esempio
di plurale di questo tipo si trova anche in Teocrito: in Id. XV, 141 
utilizzato per Deucalione e Pirra.
Nei poemi omerici unaltra testimonianza di duale inclusivo del tipo A stata
riconosciuta nella forma M14, che dovrebbe quindi designare i due Molioni, cio
Molione e suo fratello, figli di Attore15. In realt il significato di tale termine rimane
oscuro e linterpretazione che ne fa un duale inclusivo stata spesso contestata. Di fronte
allimpossibilit di disporre coerentemente tutti i dati relativi a questa forma di duale16,

7
Per quanto riguarda gli esempi dal latino, naturalmente essi sono al plurale perch il duale non
esisteva in questa lingua. Nel corso dellanalisi avremo modo di approfondire questo discorso relativo
al passaggio dal duale al plurale, che un fenomeno proprio a tutte le lingue indeuropee per lintrinseca tendenza alla semplificazione della flessione.
8
Verg. G. 3, 89; Tert. Apol. 22.12 (phantasmata Castorum). Cfr. anche IG V 1, 1569 p. XXI, dove si
legge Castori et Polluci.
9
CIL 10 1585: sacerdos Cererum.
10
Questa forma fu aggiunta in seguito da Wackernagel come ulteriore esempio alla sua ipotesi: si
veda J. WACKERNAGEL, Altindische Grammatik II 1, Gttingen 1905, p. 150 ss.
11
Tert. De Corona 12; Plin. N.H. 34, 23.
12
Cf. E. SCHWYZER, Griechische Grammatik II, Munich 19663, p. 50.
13
R.J. EDGEWORTH & C. MAYRHOFER, The two Ajaxes and the two Krsnas, AK 1987, pp. 186-188.
14
Gli unici riferimenti ai M (Il. XI, vv. 709 e 750) sono fatti da Nestore, in discorsi in cui il
saggio eroe ricorda nostalgicamente il suo passato: i due eroi designati con il termine M sono
dunque eroi appartenenti ad unepoca precedente; essi non compaiono come combattenti nella guerra
di Troia, cui prendono parte invece i loro figli, Anfimaco e Talpio (II, 621; XIII, 185), alla testa del
contingente degli Epei.
15
Cfr. Il. II, 621; XI, 750; XIII, 185 e XXIII, 638 ss.
16
Il verso che ha suscitato maggiori perplessit XI, 750: A M. Gli antichi mitografi
hanno voluto vedere in M un matronimico derivato dal nome della madre, M5, ma la derivazione linguisticamente impossibile ed inoltre i matronimici sono estranei alla tradizione omerica.
NellIliade non fatta menzione della madre dei Molioni, ma essa compare spesso nella tradizione
postomerica. Ibico, per esempio, parla dei due fratelli come dei  M5 (fr. 16 Page). La tradizione postomerica, inoltre, conosce anche il matronimico M (cfr. schol. a XXIII, 638-42) accanto al pi raro A. Il verso 750 non pu quindi indicare i due figli di Attore e Molione. M
potrebbe invece derivare da M5, che figura nellIliade come padre di Merione (Il. X, 269; XIII, 249),
e si spiegherebbe per la necessit di sottolineare la filiazione umana dei Molioni, nati da Poseidone e
Molione, indicando la loro discendenza anche per parte di madre (Molo infatti considerato padre di
Molione: schol. a XI, 750). Tuttavia la presenza di due patronimici in uno stesso verso improbabile ed

214

Maria Piera Nappi

sembra legittimo considerare A lunico duale inclusivo conservato nellIliade.


La tesi di Wackernagel sul duale inclusivo A ha suscitato reazioni diverse.
Se alcuni studiosi17 ne sono stati favorevolmente persuasi e vi hanno aderito con
entusiasmo, altri18 lhanno rifiutata e considerata assolutamente infondata. Il confronto con le altre lingue indoeuropee permette di appurare lesistenza di questo
tipo di duale inclusivo, ma converr interrogarsi sulla validit di questa tesi in
relazione agli specifici passi omerici in cui la forma A attestata. Che essi, nel
loro insieme, presentino numerose incoerenze e difficolt un dato incontrovertibile; questo, tuttavia, non pu precludere il tentativo di chiarire i luoghi pi discussi e di darne la spiegazione pi coerente possibile. Nella redazione definitiva
dellIliade A significa nella maggior parte dei casi i due Aiaci, cio Aiace
Telamonio e Aiace Oileo; tuttavia questo significato recente non ha cancellato
dovunque quello originario: i due Aiaci, cio Aiace e suo fratello Teucro, le cui
tracce si trovano in particolare in due passi dellIliade: IV, 223 ss. e XIII, 170 ss.
Il. IV, 223 ss. sembra essere estremamente chiaro per la nostra interpretazione.
Si tratta della nota scena dellepipolesis (vv. 220-41). Agamennone passa in rasse-

inoltre i nomi in , vanno distinti dai nomi in ,  con . A questo secondo gruppo
appartengono normalmente i patronimici, tra cui anche A che nellIliade indica appunto i figli
di Attore, gli Attoridi. Al primo gruppo, invece, costituito generalmente da antroponimi, va fatto risalire
M (per questa distinzione si veda larticolo di J. RUIJGH, Sur le nom de Posidon et sur les noms en
, , REG 1967, pp. 6-16). Bisogna quindi escludere che M sia un patronimico e
ammettere che si tratti piuttosto di un antroponimo. A questo punto le possibilit sono due:
a) M un nome collettivo, un appellativo per i due gemelli Cteato e Eurito, esattamente come
in latino la forma plurale Quirini, che ha origine da Quirinus, epiteto dato a Romolo dopo la sua
apoteosi, designa Romulus e Remus (Juv. Sat. 11, 105). In questo caso si tratterebbe di un semplice
duale utilizzato per designare la coppia di fratelli e per sottolineare lo stretto legame di parentela che
esiste tra loro in quanto gemelli (, XXIII, 641: gli scolii ai vv. 638-41 li considerano come
gemelli siamesi: 0. Cfr. Hes. Cat., frr. 17-18 M.-W. e Ibyc. fr. 285 Page: C ');
b) M un duale inclusivo, che indica dunque Molione e suo fratello. NellIliade vi un eroe
troiano di nome Molione (XI, 322), scudiero di Timbreo, ma difficile pensare che vi possano essere
dei rapporti tra questo eroe e i due eroi indicati con il duale M. Sappiamo che M attestato
forse in miceneo nella forma M (PY Cn 1287, 9), ma anche questo dato risulta di difficile interpretazione. LIliade ci dice che i Molioni sono figli di Attore e, nello stesso tempo, che Cteato e Eurito
sono i figli di Attore (II, 621 e XIII, 185), cosa che sembrerebbe indicare che nessuno dei M si
chiamasse Molione. Tuttavia, secondo alcuni studiosi, non si pu escludere che Attore potesse avere
altri figli, oltre a Cteato e Eurito, e tra questi Molione e suo fratello. La situazione si complica se si
considera che Attore menzionato anche come padre di Menezio (Il. XI, 785 e XVI, 14).
17
P. CHANTRAINE ritiene che lipotesi di Wackernagel ne saurait concerner que la prhistoire de
lpope, in Grammaire Homrique II, Paris 1958, p. 29; A. DEBRUNNER adotta questa interpretazione
nella sua sintassi del greco, Griechische Grammatik II, Mnchen 1950, p. 50, facendo osservare che il
solo caso in cui A designa i due Aiaci si trova al canto X, 228, generalmente considerato pi
recente. Tra i sostenitori di Wackernagel vi sono anche M. DURANTE, Preistoria della tradizione poetica
greca I, Roma 1971, pp. 115-6; R. MERKELBACH, A, Glotta 1960, pp. 268-27; D. PAGE, History and
the Homeric Iliad, Berkeley e Los Angeles 1959, pp. 232-5, che ha ripreso con rinnovato interesse
questipotesi argomentandola con estrema chiarezza e lucidit e G. P. SHIPP, Studies in the language of
Homer, Cambridge 1953, pp. 93 ss.; P. WATHELET, Les traits oliens dans la langue de lpope grecque, Roma
1970, pp. 330-4.
18
J. E. KARNEZIS, Homeric Problems, Athens 1980; S. STAGAKIS, The Aiantes who are they, in Studies in
the Homeric Society, Historia 1975, pp. 24-40.

Note sulluso di A nell Iliade

215

gna le sue truppe, disposte sulla linea di combattimento, per incitarle alla battaglia
e, dopo aver rivolto il suo incoraggiamento ad Idomeneo, capo dei Cretesi, arriva
davanti agli Aiaci (v. 273)19. Essi sono accompagnati da file di fanti armati di
scudi e di lance (E $ & 0, v. 282) ed il re, contento di vederli, si rivolge loro in questi termini: Aiaci, condottieri dArgivi chitoni di bronzo
(A, A F? ,, v. 285). Sembra legittimo pensare che qui
il duale A sia impiegato nel suo senso originario, cio Aiace e suo fratello,
secondo luso attestato in indoeuropeo. Infatti i due Aiaci non sono i comandanti
congiunti di ununica armata; anzi, il contingente regolare dei Salamini si distingue nettamente da quello irregolare dei Locresi ed molto pi probabile quindi
che sia Teucro, privo di un contingente proprio, ad affiancare Aiace alla testa degli
Argivi chitoni di bronzo. Come noto in particolare da XIII, 701 ss., la truppa
dei Locresi, comandanta da Aiace Oileo, combatte da lontano senza lance, n
scudi e non armata di chitoni di bronzo, armi di cui invece sono provvisti i
combattenti che, nel passo citato, si trovano agli ordini dei due Aiaci20. Questa
caratterizzazione dei Locresi non smentita dallunico altro passo in cui si parla di
loro nel poema: in II, 527-35 larmatura leggera del loro capo Aiace Oileo
(7,) si accorda perfettamente con le caratteristiche di fanteria leggera che
sono loro attribuite in XIII, 712-21. Si pu immaginare, inoltre, che quando in III,
79 si accenna alla presenza di arcieri nel contingente greco si faccia riferimento
anche ai Locresi: il termine impiegato 8E tendevano larco, mentre
di solito lepiteto che accompagna costantemente gli Achei 21. Sembra quindi difficile pensare che lespressione A F? , possa
riferirsi allinsieme di Locresi e di Salamini.
A tutto questo va aggiunto che, se si considerassero i due Aiaci una coppia
unita come : di un contingente armato, il passo discorderebbe con il principio
enunciato da Nestore per una migliore organizzazione tattica dellesercito sul campo di battaglia; il saggio aveva infatti suggerito ad Agamennone (II, 362) di dividere i guerrieri per ( e H, rendendo pertanto impossibile lipotesi di un
unico contingente comprendente Salamini e Locresi22.
Laltro passo dellIliade che conserva traccia di questuso originario del duale
XIII, vv. 170 ss. Aiace e Teucro stanno combattendo luno accanto allaltro. Teucro,
con laiuto di Aiace, uccide il troiano Imbrio e si avventa sul suo cadavere per

19
Si noti che qui e al verso 280 la forma usata un dativo plurale e non un duale: ACE. Vi
ritorneremo con maggiore chiarezza nel seguito della trattazione.
20
Karnezis, op. cit., ritiene che il confronto tra i due passi non sia valido, perch vi si raccontano
avvenimenti appartenenti a due giorni diversi, rispettivamente il ventiduesimo, che ha luogo vicino alle
mura di Troia, e il ventiseiesimo, che ha luogo nellala destra del campo acheo. Pi verosimile, ma
comunque improbabile, sembra lipotesi di Stagakis, art. cit., p. 37, che risolve il problema sostenendo
che in realt non sussiste alcuna contraddizione tra i due passi se ammettiamo che quando il poeta
parla di 5, al canto XIII, non debba necessariamente fare riferimento allintero reparto dei Locresi ma possa piuttosto riferirsi a una parte del contingente locrese, quella armata di archi e frecce.
21
Lepiteto compare in Il. I, 371; II, 47, 163, 187, 437; III, 127, 131, 251; IV, 199; VI, 454; VII, 275,
444; VIII, 71; X, 136, 287, 367; XII, 352; XIII, 272; XV, 56; XVII, 414; XVIII, 105; XXIII, 575; XXIV,
225.
22
Il passo molto probabilmente uninterpolazione funzionale allintroduzione del Catalogo delle
navi. Sembra inoltre importante notare che nel testo la parola impiegata ( popolo e non ?
stirpe.

216

Maria Piera Nappi

spogliarlo delle armi, ma Ettore sopraggiunge scagliando su di lui la sua lancia.


Aiace accorre per respingere leroe troiano e, a questo punto, i due Aiaci (A
vv. 197 e 201), ardenti di forza focosa, si impadroniscono del corpo di Imbrio e lo
sollevano per spogliarlo delle sue armi. Interviene, allora, Aiace Oileo (v. 203) che
oltraggia il cadavere del Troiano: il capo dal molle collo / tronc lOileo [] / e
lo lanci come palla a rotolar fra la folla (vv. 202-4). Se si guarda con attenzione
lepisodio, non si pu fare a meno di interrogarsi sulla presenza di Aiace Oileo;
difficile spiegare e comprendere perch si lanci sul corpo di Imbrio visto che non
stato lui ad ucciderlo23.
Inoltre, sappiamo che a partire dal canto XII, vv. 364 ss., Aiace e Teucro vanno
a combattere contro i Lici, mentre lOileo e Licomede restano in una parte differente del campo di battaglia. La presenza di Aiace Oileo pertanto assolutamente
incongrua e abrupta: essa ha leffetto di scardinare la coerenza narrativa del passo,
risultando del tutto inopportuna. Bisogna restituire allA dei vv. 197 e 201 il
suo senso originario: ad esser coinvolti nelluccisione di Imbrio sono Aiace Telamonio e Teucro e loro due solo. Naturalmente lintrusione di Aiace Oileo al v. 203
si spiega con linterpretazione che lultimo poeta diede di A: per lui, che non
comprendeva pi questa forma antichissima di duale inclusivo, A doveva indicare i due eroi designati con il nome di Aiace, cio Aiace Telamonio e Aiace
Oileo, e quindi, nella sua prospettiva, lintervento di Aiace Oileo al v. 203 non era
assolutamente fuori posto.
Ai vv. 43 ss. deve essere stata la stessa logica a spingere il poeta a introdurre
Aiace Oileo (v. 66) al fianco del Telamonio. Sembra del tutto verosimile che ai
versi precedenti Poseidone si sia rivolto invece ad Aiace e a Teucro. Il dio, assunto
laspetto e la voce di Calcante (v. 45), si rivolge infatti ai due Aiaci, chiamati in
causa in qualit di campioni della resistenza achea. Le sue parole sono un incitamento al coraggio e al valore e sono accompagnate da un gesto simbolico con cui
Poseidone infonde nelle membra dei due eroi una nuova e incontenibile energia.
In questo caso valgono le stesse osservazioni fatte a proposito dei vv. 170 ss. Infatti, stando ai fatti raccontati al canto XII, Aiace Telamonio e Teucro sono accorsi in
aiuto di Menesteo per arginare lattacco dei principi lici, allontanandosi da Aiace
Oileo e Licomede, e in XII, 400 Aiace e Teucro sono ancora insieme. Quindi, a
meno che il ricongiungimento di Aiace Oileo e di Aiace Telamonio non sia avvenuto ex silentio, ipotesi spesso avanzata24 o che, addirittura, questi versi si riferiscano
al momento stesso in cui i due eroi si riavvicinano, non abbiamo nessun indizio

23
I passi iliadici che hanno a che fare con il trattamento riservato al cadavere del nemico mostrano
che non c una pratica uniforme che permetta di stabilire chi abbia il diritto di impossessarsi dei beni
del nemico ucciso, ma qui sembrano particolarmente chiare le intenzioni di Teucro e lintervento di
Aiace Oileo non si giustifica. Un confronto con il canto XVI, in cui Patroclo uccide Sarpedone (vv. 482
ss.) sembra interessante. Patroclo si rivolge agli Aiaci esortandoli alla lotta ed esplicitando le sue intenzioni: impadronirsi del cadavere del nemico e delle sue armi (vv. 558-61). Inizia cos una lunga lotta
intono al cadavere di Sarpedone, che si conclude con la vittoria degli Achei, che strappano dalle spalle
di Sarpedone le sue armi scintillanti; ma Patroclo che le prende e le d ai suoi compagni perch le
portino alle navi. Il suo coinvolgimento nellazione quindi messo particolarmente in rilievo nel testo,
come del resto lo dimostra il v. 800 del canto XXIII: I ?, K E :I armi
di Sarpedone che Patroclo spogli.
24
Stagakis, art. cit., p. 29 ss., afferma che si tratta di un fenomeno attestato anche altrove nellIliade,
e cita come esempi una serie di passi poco probanti: XIII, 91, 125, 155, 164, 311, 326, 396, 402, 476.

Note sulluso di A nell Iliade

217

che permetta di giustificare la presenza di Aiace Oileo al v. 66. Si tratta, ancora una
volta, di unincongruenza prodotta dallincomprensione dellantico significato della forma duale A: il v. XIII, 66 va dunque considerato uninterpolazione dovuta allerronea e fuorviante interpretazione data allA dei versi precedenti25,
che spinse il poeta ad introdurre poi esplicitamente Teucro al v. 92.
Un passo mostra esplicitamente come il termine A abbia contribuito a
creare confusione negli aedi che si succedettero nella trasmissione dellIliade. In
XVII, 717-21 Aiace mette in pratica il piano di Menelao e ne ordina lesecuzione:
mentre Menelao e Merione recupereranno il cadavere di Patroclo e lo metteranno
in salvo, lui e il suo omonimo compagno darmi terranno alla larga i Troiani (vv.
719-21):
6 57 T $ NE O,
< 7P & -,, Q P E
 RS TA  :? .

noi due lotteremo coi Teucri, con Ettore luminoso,


noi che, avendo lo stesso nome, abbiamo lo stesso coraggio e che da sempre
sosteniamo laspra battaglia stando luno accanto allaltro

Illuminante lemendamento proposto da Merkelbach26, che considera laggettivo -, una sostituzione apportata dallultimo redattore del poema alla forma originaria :, prosodicamente equivalente: : conferma lintima
unione dei due eroi come coppia di fratelli e di combattenti, ed unemendamento legittimo non solo dal punto di vista metrico, ma anche perch non vi sono altre
occorrenze del termine -, in tutta lIliade: si tratta cio di un hapax legomenon27.
Wackernagel, nel suo articolo del 1877, aveva citato altri passi in cui, a suo
avviso, lespressione A avrebbe indotto in errore il poeta spingendolo ad
aggiungere alcuni versi. In particolare XII, vv. 333 ss.. Menesteo, incalzato dallassalto dei Lici, si guarda intorno, verso la linea di difesa achea, in cerca di qualche
guerriero in grado di respingere lavanzata dei nemici. Riconosce allora A
I / T(5 (vv. 335-6). Invia dunque loro laraldo Tote, con lincarico
di chiamare Aiace, o piuttosto entrambi (: U V, v. 344). Aggiunge, per, che qualora anche loro siano impegnati a fronteggiare loffensiva nemica,
venga almeno il Telamonio solo, il forte Aiace, / e Teucro lo segua (vv. 349-50
= 362-63). Il passo comporta notevoli difficolt. Il v. 350 (= 363) stato atetizzato
da diversi studiosi28 ed era gi stato espunto dagli antichi scoliasti per diversi
motivi29: in primo luogo perch sembrava inappropriato al carattere di Teucro,
25
MERKELBACH, art. cit., p. 270, n. 2; PAGE, op. cit., p. 273, n. 52; Wackernagel, art. cit., p. 304. Di avviso
completamente opposto invece Chantraine, op. cit., che invoca esattamente questi stessi versi per
affermare che si tratta dei due Aiaci, cio di Aiace Telamonio e di Aiace Oileo.
26
Art. cit., p. 270.
27
Lunica obiezione a questa lezione potrebbe essere che il termine :5, che indica i fratelli
uterini, non mai impiegato per designare il legame di parentela esistente tra Aiace e Teucro. Per le
osservazioni a tal proposito, si veda quanto detto in precedenza.
28
Page, op. cit., p. 273, n. 52; Wackernagel, art. cit., p. 304.
29
I versi sono contrassegnati dallobelo nel manoscritto di Venezia:  W I.

218

Maria Piera Nappi

ritenuto insensibile a comandi o esortazioni; in secondo luogo perch Teucro vi


figura in qualit di 4? di Aiace e, soprattutto, esso era atetizzato perch si
ritenevano superflue le indicazioni particolari rivolte a Teucro, visto che costui
combatte sempre al fianco di Aiace. Gli antichi filologi, quindi, non avevano notato
lincongruenza nelluso della forma A, ma lultima motivazione addotta per
latetesi rivela che in ogni caso Aiace e Teucro erano ai loro occhi intimamente
associati, al punto tale che si poteva invocare laiuto di Aiace senza doversi rivolgere direttamente a Teucro, sicuri che Teucro avrebbe comunque seguito il fratello
nellimpresa.
R. Merkelbach30 ha condotto una precisa e scrupolosa analisi di questo passo.
Egli accetta pienamente la tesi sostenuta da Wackernagel, ma allespunzione dei vv.
348-50 e 361-3, aggiunge anche quella dei vv. 336, 344-5, 357-8 e 365-70. Lo
studioso, infatti, considera questo passo del canto XII rivelatore del modo in cui
lultimo poeta dellIliade ha modificato il senso originario di A: lerronea interpretazione di A come Aiace Telamonio e Aiace Oileo rendeva il testo
privo di senso, e questo deve aver spinto il poeta ad aggiungere una serie completa
di versi. Si tratta, appunto, dei vv. 336, 344-5, 348-50, 357-8, 361-3 e 365-70, che
nellarticolo di Merkelbach sono scritti in minuscolo per rendere pi evidente
lincongruenza delle interpolazioni, che, secondo laffermazione dellautore, disturbano il fluire del passo e intaccano leffetto poetico del poema31. Ci che convince, nellanalisi di Merkelbach, lipotesi che A e : furono interpretati come i due Aiaci e fu quindi aggiunto il verso 350 (ripetuto al verso
363):  2 T( K '7 5 8S C6 (e Teucro lo segua, ch molto
esperto nellarco) per spiegare la presenza di Teucro al fianco di Aiace nei versi
successivi (vv. 371 ss.; 400 ss.).
I vv. 335-6 costituiscono, insieme a XIII, 313, i passi pi discussi e problematici
tra tutte le occorrenze di A. Vediamoli:
XII, vv. 335-6: A I ... / T(5
XIII, v. 313: A I T(5 7

Non stupisce che questi versi siano stati spesso presi ad esempio da quanti
sostengono che A indichi Aiace Telamonio e Aiace Oileo e non Aiace Telamonio e Teucro, e lo stesso Page, che in generale pienamente daccordo con i
risultati dellanalisi di Wackernagel, ritiene che il verso XIII, 313 sia uno dei rari
passi in cui A non pu identificare Aiace e Teucro32. In effetti, apparentemente, in questi versi sono nominati i due Aiaci e Teucro; si deve quindi
pensare che oltre a Teucro vi fossero altri due eroi: gli A I. Sembra difficile
affermare che il numerale I possa far allusione al numero complessivo dei guer-

30

MERKELBACH, art. cit., pp. 268-270.


Le argomentazioni addotte dallo studioso a questo proposito non sono tutte convincenti, e in
particolare il fatto che Teucro non debba essere considerato 57 e quindi inferiore ad Aiace, non
sembra comportare conseguenze significative per linterpretazione di A come Aiace Telamonio e
Teucro (cfr. in particolare alla p. 270: Teukros wird hier als Vollbruder des Telamoniers bezeichnet.
Er kann dann nicht als 57 eine untergeordnete Figur sein, sondern ist seinem Bruder gleichgestellt.
Das Paar A mu also aus dem Telamonier und Teukros).
32
Page parla a proposito di esso di throughly untraditional phraseology (op. cit., p. 273, n. 52).
31

Note sulluso di A nell Iliade

219

rieri coinvolti nel verso. Ma luso di I o Z con i duali molto ricorrente


nellIliade e mostra che la forza espressiva del duale si era talmente indebolita da
rendere spesso necessario limpiego del numerale due o entrambi per precisarlo33.
Solo un confronto con le altre lingue indoeuropee pu spiegare queste difficolt illuminandoci su quale fosse luso del duale in indoeuropeo. Ancora una
volta si rivelano preziose le indicazioni fornite da Wackernagel. Lo studioso, per
giustificare questi versi, aveva osservato che, secondo un antico uso indoeuropeo,
il duale inclusivo poteva essere seguito dal nome al singolare di uno dei due
personaggi formanti la coppia, quello non rappresentato nel duale34: si tratta di un
caso di duale inclusivo rinforzato. In base a questuso, A T(5 dovrebbe
indicare Aiace e Teucro, espressione possibile perch Teucro gi compreso
nella forma duale. A confronto e sostegno di questa ipotesi Wackernagel citava un
esempio dal Rigveda, il Veda degli Inni, il pi antico testo della letteratura religiosa indiana:
ruhava Vruna ca noi due e Varuna saliamo, cio io e Varuna saliamo35

Possiamo aggiungere allesempio di Wackernagel un costrutto che impiega il


pronome personale36:
yuv+m Indra ca voi due e Indra, cio tu e Indra37

A questi possiamo accostare molteplici altri esempi che presentano un costrutto parallelo, in cui alla perifrasi costituita dal duale inclusivo accompagnato dal
singolare si sostituito un doppio duale senza la congiunzione coordinante e: in
sanscrito Mitr+-Vrun+ i due Mitra e i due Varuna indica Mitra e Varuna; dy+vaprthiv, il cielo e la terra; us+ sa-nkta, il giorno e la notte. Lo stesso fenomeno
si riscontra in avestico: apa urvaire, che indica lacqua e le piante; Mira-Ahura;
pasu-vira 38 , lanimale e luomo.
Quanto alla presenza del plurale in XIII, 313, essa estremamente problematica. Non si hanno infatti termini di confronto per poter affermare che un plurale
seguito dal nominativo singolare potesse adempiere alla stessa funzione del duale
inclusivo rafforzato. Si deve trattare di un verso appartenente ad uno stadio recente dellepopea, in cui loriginario valore del duale inclusivo rafforzato andato
perduto ed stato sostituito da una forma al plurale che pu indicare unicamente
Aiace Telamonio e Aiace Oileo. Il verso testimonia quindi al massimo grado il
fraintendimento del duale inclusivo A e gli effetti negativi che esso ha prodotto sul piano della coerenza narrativa: qui i tre eroi sono uno accanto allaltro, e
come in numerosi altri passi la menzione di Teucro deve essere stata motivata

33

Cfr. WATHELET, op. cit., p. 334.


art. cit., p. 308.
RV 7.88.3. Ruhava una forma verbale al duale, valida per la prima persona plurale: noi saliamo; Vruna il nominativo singolare del nome Varuna; ca corrisponde al greco .
36
Cfr. Pind. Isthm. 5. 17-18: :0 7[ .
37
RV 7.97.10.
38
Cfr. nellantico umbro u(e)iro pequo.
34
35

220

Maria Piera Nappi

dalla necessit di rendere verosimile il seguito del racconto39. Nel verso coesistono
e si giustappongono una struttura formulare, ben nota al poeta e molto ricorrente40, costituita da A (I) $ / pi un nome proprio al nominativo, e leco
del vecchio duale inclusivo rafforzato: linserimento di T(5 deve esser stato
favorito dallanalogia con lespressione A (I) $ / .
Un confronto con le altre occorrenze del plurale A mostra come anche
esso deve aver indicato a partire da una certa fase dellepopea Aiace e Teucro e
non i due Aiaci, esattamente come il duale. Il sentimento della dualit si and a
poco a poco oscurando e le forme duali cedettero progressivamente il passo a
quelle plurali. Fu questo a provocare la maggior parte dei disaccordi sintattici che
troviamo nel testo41. Naturalmente, come si gi accennato a proposito dei plurali
attestati in latino e in vecchio islandese, le forme plurali che si sostituiscono a quelle
duali ne assorbono il significato e ne conservano la funzione: fegar e mgur, per
esempio, sono forme di plurale che si sono imposte solo in seguito alla perdita del
duale, ma originariamente avevano il valore di duali. Una lingua che perde la
categoria grammaticale del duale ricorre al plurale per adempiere alla funzione
originariamente ricoperta dal duale.
NellIliade vi sono unicamente quattro versi che presentano il plurale A,
oltre a XIII, 313. Per quanto riguarda VIII, 79: ] I A , 7E
TA sembra convincente quanto proposto da Hierche42. Lo studioso accetta la
lezione dei due manoscritti C e VI6, respinta da Allen Monro43, che danno per
questo verso la versione: ] A I , 7E TA. In effetti, se
compariamo VIII, 79 con X, 228, risulter chiaro che in questo caso si pu agevolmente ripristinare il duale A in luogo del plurale A: esso sembra pi
conforme al gioco delle formule e ai suoi meccanismi. Lesame delle formule invita
dunque ad accettare la variante respinta dagli editori:
VIII, 79:
X, 228:

] I A , 7E TA (Allen-Monro)
] A I , 7E TA (mss. C e VI6)
^7 A I, 7E TA

Quanto alle altre occorrenze di A, estremamente significativo, ai fini del


nostro discorso, che esse figurino in versi identici, in cui il secondo emistichio
contiene una formula che si trova unicamente in riferimento agli A e che
attestata anche nel Rigveda44. Si tratta dei vv. VII, 164 = VIII, 262 = XVIII, 157 gli
Aiaci rivestiti di furioso vigore45:
39
Cfr. in particolare, nello stesso canto XIII, i vv. 47, 66 e 91, in cui subito dopo aver parlato di
Aiace Oileo e Aiace Telamonio il poeta introduce Teucro.
40
Cfr. Il. II, 406; V, 519; VI, 436; XVII, 507; XVII, 508; XVII, 669.
41
La scomparsa del duale si opera a vantaggio del plurale e le lingue che stanno per perdere
questo numero combinano volentieri, in uno stesso contesto, il duale e il plurale (cfr. in attico Pl. Leg.
X 899 F; Ar. Plut. 599). Questo spiega la giustapposizione e laccordo, in uno stesso verso a volte, tra
forme duali e plurali (cfr. Od. III, 475 ss.). Emblematico in Omero il caso di 5, che si accorda sia
con un plurale, sia con un singolare sia con un duale.
42
H. HIERCHE, Lemploi du duel dans les formules homriques, Lyon 1987, pp. 49-50 e 131-32.
43
T. W. ALLEN-D. B. MONRO, Homeri Ilias, Oxford 1966. Cfr. vol. II., v. 79 app. critico.
44
RV IV.16.14; IX.7.4; XVII.591.
45
Vi sono altri versi che insistono sullardore guerriero degli A: essi sono insaziabili di guerra  :? (XII, 335) e ardenti di forza focosa 5 7I :H (XIII, 197).

Note sulluso di A nell Iliade

221

0  8 A 7( 8 :?
0  8 A 7( 8 :?
$ I A 7( 8 :?

palese che si tratta di un verso formulare, in cui il primo piede dattilico


presenta la variazione 0  8 $ U I secondo lo schema: o, , , o, o,

Questo mostra che laedo poteva scegliere tra il duale e il plurale a seconda
delle necessit metriche: infatti in questo caso la forma duale A sarebbe difficilmente potuto rientrare nellesametro. Si deve trattare di unespressione formulare creata probabilmente quando il passaggio dal duale al plurale era gi in atto.
Per questi plurali si notano infatti le stesse oscillazioni di significato notate a proprosito del duale. In VII, 161 ss., A ha senso unicamente se interpretato
come Aiace e Teucro; il plurale, in questo caso, ha lo stesso significato del duale
inclusivo. Nestore propone di ricorrere al sorteggio per designare il campione che
si batter in duello contro Ettore: nove eroi si alzano, pronti a sfidare il nemico
troiano, e tra questi vi sono anche gli A, rivestiti di furioso vigore. Avviene
il sorteggio ed estratto Aiace. Ai vv. 179 e 182 la menzione di Aiace non
accompagnata da alcun epiteto distintivo che permetta di identificare luno o laltro Aiace. Soltanto se A del v. 164 designa Aiace e Teucro il seguito del
racconto chiaro. Se A avesse indicato il Telamonio e lOileo il poeta avrebbe dovuto specificare di quale Aiace si trattasse. Solo in seguito sappiamo che si
tratta di Aiace Telamonio (vv. 187, 199 ss.)46.
Limiteremo a questi pochi casi la disanima dei passi omerici in cui A
attestato. Vi sono infatti trentaquattro occorrenze47 di questo termine e non riteniamo utile n opportuno prenderle in considerazione tutte48. Nostra intenzione,
infatti, non quella di dimostrare che linterpretazione di A come Aiace e
suo fratello Teucro valida in tutti i passi; anzi, siamo pienamente convinti che
sono rari i casi in cui si conservato il senso originario dellespressione A. Si
sono piuttosto volute mettere in evidenza le complicazioni e le incongruenze generate dalla differenza fra i due significati di A: quello antico, Aiace e Teucro, e quello recente Aiace Telamonio e Aiace Oileo, differenza che talvolta ha

46
In VIII, 262, ritroviamo esattamente gli stessi versi del canto VII (VII, 164-7 = VIII, 262-5). La
cornice molto simile: anche qui si ha una lista di nove eroi, e nono sopraggiunse Teucro, tendendo
larco flessibile / e si piant al riparo dello scudo di Aiace Telamonio (vv. 266-7). Cos inizia la grande
aristia di Teucro, interrotta dal suo ferimento ad opera di Ettore. Lesplicita introduzione di Teucro al v.
266 pu tradire, ancora una volta, un fraintendimento del plurale A del v. 262. Anche in XVIII,
155 ss., in cui si descrive la fine della lotta per il cadavere di Patroclo e si getta luce sui due schieramenti in campo (da una parte ci sono Ettore e i suoi compagni, dallaltra i due Aiaci), sembra che il
significato recente sia prevalso, come del resto in tutto lepisodio della lotta intorno al cadavere di
Patroclo. Qui non fatta alcuna allusione alla presenza di Teucro e il plurale si alterna con una forma
di duale (v. 163).
47
A: II, 406; IV, 285; V, 519; VI, 436; VII, 311; VIII, 79; X, 228; XII, 265, 335, 354; XIII, 46,
47, 197, 201; XVI, 555, 556; XVII, 507, 508, 531, 669, 732, 747, 752; XVIII, 163 A: VII, 164; VIII,
262; XIII, 313; XVIII, 157; ACE: IV, 273 e 280; XII, 353; XVII, 668 e 707; A: XIII, 126.
48
Lo stesso Wackernagel definisce molte occorrenze neutraler: Il. II, 406; V, 519; VI, 436; XVII,
507 e 669.

222

Maria Piera Nappi

portato a una maldestra sostituzione del significato recente a quello antico. Decenni di filologia omerica ci hanno ormai abituati allidea che il testo omerico pieno
di anomalie di difficile, se non impossibile, spiegazione. Eppure la tentazione di
formulare unipotesi che permetta di chiarire anche solo in parte queste difficolt
, in questo caso come in tanti altri, estremamente allettante. Si cercato di dimostrare, attraverso lanalisi di pochi passi ritenuti esemplari, come il significato di
A si sia trasformato nel corso della trasmissione dellIliade e quali siano gli
effetti che questa evoluzione ha prodotto sul testo. A questo punto ci sembra
opportuno giungere ad alcune conclusioni relative alla forma A, tenendo presente quale fosse limpiego del duale in indoeuropeo e nel greco comune, nonostante A sia stato considerato, sin dallinizio di questa trattazione, un caso
assolutamente atipico di duale. Non entreremo nei dettagli della questione delluso del duale in Omero, ma cercheremo piuttosto di delineare un quadro sintetico e il pi chiaro possibile, al fine di accertare e chiarire i fondamenti della nostra
analisi49.
1) A un caso di duale inclusivo, che rappresenta un impiego molto antico
del duale, attestato anche in altre lingue indoeuropee (sanscrito, slavo, lituano,
ecc.) in base al quale la forma duale designa il personaggio il cui nome al duale
e un altro personaggio che lo accompagna normalmente. Esso doveva indicare
originariamente Aiace e suo fratello Teucro, ma un significato pi recente si
imposto in numerosi passi. Il senso dellespressione A si alter e modific nel
corso del tempo e il suo nucleo primitivo cess di essere compreso dai poeti che la
impiegavano. Lautore dellIliade, nella forma a noi nota, non comprese il senso
originario del duale A e, di conseguenza, introdusse il personaggio di Aiace
Oileo nei passi in cui Aiace e Teucro agivano di concerto. Nella sua lingua corrente, lo ionico, egli aveva ormai solo il singolare e il plurale e doveva considerare il
duale delle formule una maniera particolare, secondaria, e senza dubbio arcaica,
di indicare il plurale. Se infatti le forme del duale esistevano nei dialetti che servirono alla composizione dei primi frammenti epici, lautore dellIliade impiegava il
duale solo per tradizione letteraria, cos come molti altri arcaismi, o per necessit
metriche50.

49
A titolo informativo ricordiamo che il duale conservato molto bene in indoiranico, in vecchio
slavo, in lituano e in greco antico. Esso era ancora vivo nel V e IV secolo in alcuni dialetti continentali:
eleo, arcadico, laconico e soprattutto in attico, dove lo troviamo regolarmente impiegato nelle iscrizioni
fino al 409. I dialetti dAsia Minore, il lesbico e i dialetti insulari, il cretese e il cipriota persero di buon
ora il duale; quanto allo ionico, non ve ne sono pi tracce. I Beoti lhanno conservato finch hanno
continuato a parlare il loro dialetto locale. Per quanto riguarda il miceneo, la lingua delle tavolette
una buona testimonianza della vitalit delluso del duale: vi sono attestate un gran numero di forme
nominali al duale e uno pi esiguo di forme verbali. Il duale in miceneo era quindi ancora molto vivo
e regolarmente impiegato (cfr. M. LEJEUNE, Observations sur le nombre duel, Mmoires de philologie
mycnienne, II serie, Roma 1971). Sul duale in Omero si vedano i contributi di G. M. BOLLING, On the
dual in Homer, Language 1933, pp. 298-308; CHANTRAINE, op. cit., pp. 22-9; A. CUNY, Le nombre duel en
grec, Paris 1906; A. MEILLET-J. VENTRIS, Trait de grammmaire compar des langues classiques, Paris 1948,
pp. 528-30; WATHELET, op. cit., pp. 330-4.
50
Un esempio illuminante, a tal proposito, il numerale I, I e , di cui laedo pu sfruttare
tutte le possibilit metriche. Si nota che  utilizzato solo con il duale, mentre I pu essere
seguito sia dal duale che dal plurale.

Note sulluso di A nell Iliade

223

Luso del duale nellIliade porta le tracce delle conseguenze di questa trasformazione della lingua, per cui esso esteso anche a coppie che non erano propriamente paia. Se in numerosi passi lespressione A impiegata nel significato
che doveva avere in uno stadio pi antico della lingua greca, vero anche che, in
altri passi, essa ha perduto il suo senso originario per essere rimpiazzata da uno
nuovo, pi recente. Le incongruenze che ne sono derivate sul piano della coerenza narrativa sono dunque da ascrivere allintepretazione non corretta, dovuta ad
un fraintendimento, che ne diedero i poeti che si succedettero nella trasmissione
dellepopea omerica, i quali, gi molto presto, non compresero pi la funzione di
una categoria grammaticale della loro lingua tradizionale.
Lanalisi di Wackernagel si dimostra quindi pienamente valida, anche se, nel
testo che abbiamo, tale interpretazione non simpone dovunque: si visto infatti
che non possibile interpretare costantemente i duali nel senso recente. Certo
essa spiega perfettamente lo stato di una fase pi antica dellepos. Bisogna sempre
pensare al testo omerico come al risultato di una lunga tradizione. Nellepica arcaica questa formula era impiegata correttamente, e in alcuni contesti essa stata
preservata fino alla redazione definitiva.
Grazie al duale A possiamo dunque avere una testimonianza visibile delle
varie fasi di composizione dellepopea omerica: una fase preistorica, in cui il duale
conservava ancora il suo uso proprio, e una pi recente, coincidente con la redazione definitiva, in cui esso aveva cessato di essere usato nella lingua corrente
degli aedi.
2) Il fatto che due eroi portino lo stesso nome deve essere considerato un
fenomeno occasionale, che non autorizza dunque il ricorso alla forma duale. Il
duale non indicava semplicemente due persone o due cose per distinguerle da tre
o da una sola, ma una coppia strettamente connessa. Esso simpiegava con parole
che designavano due nozioni o oggetti formanti una coppia, un paio, sia che la
dualit fosse indicata da un numerale sia che fosse implicata dalla natura delloggetto; esso non pu indicare due oggetti o persone completamente differenti, accomunati solo dal nome. NellIliade, infatti, lo troviamo utilizzato per esempio per i
nomi degli organi pari: 9, R7, e R70 per gli occhi, E per le
palpebre, `, ` per le spalle, 0 per le mani,  per le braccia, , per
i femori, 0 per i piedi,  per i tendini (di gomiti, caviglie ecc.). evidente che ci che accomuna tutti questi organi il fatto di essere due e due uguali51.
Un dato interessante quello che emerge dal confronto con gli altri rari casi di
nomi propri di persona alla forma duale. Si visto il caso emblematico di M,
che rappresenta la forma pi simile ad A. Vi sono tuttavia anche due casi di
patronimici alla forma duale: A52, gli Attoridi, che indica appunto i due

51
In Omero i nomi degli organi pari, che dovrebbero essere naturalmente alla forma duale, sono
nella maggior parte dei casi espressi al plurale: R7, raro rispetto a R7; 0 meno frequente di 0; accanto a a si trova anche Oa. Questo dimostra che il testo omerico presenta delle
oscillazioni nelluso del duale e del plurale che non sono affatto sistematiche e non possono essere
quindi ricondotte ad un unico modello esplicativo capace di render conto di ogni singolo caso. La
ragione fondamentale di queste anomalie risiede, come si gi sottolineato, nel processo di semplificazione della flessione, per cui il duale lasci progressivamente il posto al plurale.
52
Il. II, 621; XI, 750; XXIII, 638.

224

Maria Piera Nappi

figli di Attore, probabilmente gli stessi Molioni di cui si parlato; e Ab53, gli
Atridi, appellativo dei figli di Atreo, cio Agamennone e Menelao54. Questi esempi
mostrano che in ogni caso la forma duale, che si tratti di un patronimico o di un
duale inclusivo, aveva la funzione di designare due membri della stessa famiglia,
in particolare due fratelli: si tratta quindi di coppie di fratelli.
3) Ci che ha permesso di conservare molti duali, tra cui A nel suo significato originario, il loro uso in espessioni fomulari. Gi nel 1906 Cuny55 aveva
sottolineato come numerosissimi duali della lingua omerica siano degli arcaismi. Il
fatto che il duale, nella maggior parte dei casi, sia impiegato irregolarmente o si
accompagni a forme di plurale, creando evidenti disaccordi sintattici, tradisce, da
parte del poeta, un impiego puramente tradizionale, spesso dettato da esigenze
metriche. Questo il motivo per cui numerose formule al duale sono passate nella
redazione ionica dei poemi. Tra queste, appunto, la forma A:
la formula A ,  6 $ +, attestata due volte (XVI,
555 = XIII, 46), e in entrambi i casi seguita da un verso (XVI, 556; XIII,
47) che inizia con la parola-formula A che riempie il verso fino alla
cesura tritemimera: , |
formula dallinizio del verso alla dieresi bucolica:
) A A F? + nome di persona al singolare preceduto o
seguito da congiunzione:
$ M (XVII, 508)
M5 (XVII, 669)
) A A F? + , (XII, 354; IV, 285)
formula di inizio verso fino alla cesura pentemimera, il cui primo piede
costituito da un elemento monosillabico seguito da A I secondo lo
schema , zz, |
I  A I | $ (V, 519)
Z A I | $ (VI, 436)
formula di inizio verso fino alla cesura eftemimera secondo lo schema zz,
(+ A I:) , zz, |
+% 8 A I | (II, 406)
8  85 A I | (XII, 335)
^7 A I | (X, 228)56
53
Il. I, 16 = I, 375; XIX, 310. Alcuni studiosi hanno ritenuto che i duali in dei nomi maschi della
prima declinazione siano degli atticismi della tradizione e che essi si sono sostituiti alle forme pi
antiche in -, che in indoeuropeo costituiva la desinenza del duale: Wathelet ritiene che non sia da
escludere lipotesi che si tratti di un atticismo grafico, suscettibile di ricoprire il plurale Ab (op. cit.,
pp. 237-9).
54
Cfr. in latino la forma plurale del patronimico Martes, padre di Romolo, che indica quindi Romolo e Remo (CIL V 3262).
55
A. CUNY, op. cit..
56
Questo verso presenta il secondo emistichio formulare, 7E TA, con schema
| zz, zz, z|| Cfr. VIII, 79.

Note sulluso di A nell Iliade

225

formula di inizio verso fino alla cesura trocaica, secondo lo schema:


a)
zz, , z |
: W ?  A | (XVII, 732)
:  A | (XII, 265)
TI ] A | (XIII, 197)
b)
, , z |
 ?  A | (XVII, 531)
d C$ A | (XVII, 752)
d Ce A | (XVII, 507)
formula di fine verso:

a f P + 8I | I A %: XVIII, 163
a f P 4( & | I A %: XIII, 201

Il carattere formulare di queste espressioni ci permette di capire in che modo la


tradizione ha potuto preservare il significato originario del duale A in alcuni
contesti57.
4) Ci che singolare che A ha conferito al nominativo plurale A
e al dativo plurale ACE il suo senso originario di Aiace e Teucro. In altre
parole, A e ACE dovevano significare Aiace e Teucro proprio come
A, nonostante non siano duali58. Il duale attestato unicamente nei casi diretti59, mentre per il dativo plurale si trova una forma in che molto probabilmente un eolismo60. Essa, come ha sottolineato Wathelet, compare spesso in luoghi in cui ci si sarebbe attesi un duale. Se si ammette che queste forme di dativo
sono un eolismo, possiamo concluderne che luso del duale stava sparendo nel
periodo in cui dei tratti eolici sono stati introdotti nellepopea.
Vi sono cinque occorrenze della forma del dativo plurale ACE. Anchessa
si rivela formulare:
formula di inizio verso fino alla cesura eftemimera in cui il primo piede, un
dattilo, costituito da un verbo seguito da due particelle, e ACE (, z)
seguito da un participio bisillabico secondo lo schema zz, , zz, |
- H   ACE 7, <7 I (XII, 353)
- H   ACE ,, <7 I (XVII, 707)
- h7  8 ACE , ... (IV, 273)

una variazione a questa formula costituita da IV, 280, in cui lassenza del
participio bisillabico fa cadere la pausa metrica subito dopo ACE: si ha quindi
una cesura trocaica, con schema zz, , z|

57
Restano isolati i vv. VII, 311 e XVII, 747, in cui si pu comunque individuare una dieresi del
piede iniziale con schema | (A|).
58
Naturalmente anche laccusativo plurale A I, che compare ununica volta in XIII, 126,
va considerato uninnovazione sostitutiva del duale.
59
Naturalmente i casi obliqui del duale si persero molto prima di quelli diretti; inoltre luso del
duale nei casi obliqui per un nome proprio rarissimo.
60
Cfr. Chantraine, op. cit., I, pp. 202-3.

226

Maria Piera Nappi

0 K ACE (IV, 280)

Solo in un caso ACE compare a fine verso: | ACE 8 (XVII,


668).
2. Cercheremo, a questo punto, di dimostrare il pieno fondamento della tesi sostenuta. Linterpretazione di A come Aiace e Teucro non si giustifica solo dal
punto di vista linguistico-grammaticale. In realt esiste tra i due eroi unintimit
che la forma duale veicola, suggellandola e chiarendola. NellIliade i due fratelli
costituiscono una coppia molto unita. Questo risulter manifesto se si prendono in
considerazione le imprese pi importanti di Teucro.
Teucro considerato il migliore arciere di tutti gli Achei61 ed con questarma62
che uccide un gran numero di Troiani63 e partecipa ai giochi funebri in onore di
Patroclo64. Il canto VIII, 261-331 segna lacme della sua aristia: con il suo arco
uccide dieci Troiani uno dopo laltro, fino allintervento di Ettore che lo costringe a
retrocedere. Si tratta di un passo esemplare del modo di combattere di Teucro al
fianco di Aiace. Teucro si pianta al riparo dello scudo di Aiace; poi, quando Aiace
sposta leggermente lo scudo, Teucro si guarda intorno, prudentemente, prende la
mira e scocca inesorabilmente una freccia contro i nemici e subito, come un bambino che ritorna da sua madre, si rifugia allombra di Aiace, che lo copre col suo scudo.
Nei versi successivi Teucro torna allattacco e cerca caparbiamente di colpire
anche Ettore, ma questi passa al contrattacco e, afferrato un gran sasso, lo scaglia
contro di lui e lo ferisce facendogli cadere larco di mano. Allora Aiace accorre
nuovamente, pronto a proteggere Teucro coprendolo da ogni parte con il suo
scudo.
La stretta unione tra i due eroi emerge anche nella breve aristia del canto XV,
vv. 436-83. Aiace chiama a s Teucro e lo invita a prendere le sue frecce per vendicare la morte del proprio scudiero Licofrone; Teucro immediatamente si affretta al
fianco di suo fratello (Z ) e, preso larco, comincia a scagliare frecce
contro i Troiani. Dopo aver ucciso lauriga di Polidamante, Teucro, secondo uno
schema gi visto in precedenza, si appresta a scagliare un nuovo dardo contro
Ettore, ma Zeus fa fallire il suo colpo: Teucro riconosce nella rottura della corda
lintervento di un dio nemico e, esortato da Aiace ad abbandonare larco e ad
armarsi di lancia e scudo, obbedisce prontamente armandosi come un oplita e
tornando rapidamente al fianco di Aiace65.

61
Il. XIII, 313: Z A6 | Ii il migliore degli Achei con larco. Si veda anche Il. XII,
350 = 363: 5 8j C, che ben conosce larte dellarco, esperto dellarco. Teucro considerato
un arciere in tutta la tradizione letteraria: per esempio lEpitome di Apollodoro e le Postomeriche di
Quinto Smirneo, che raccontano lepisodio della sua partecipazione ai giochi funebri in onore di
Achille (Apd. Epit. V, 5; Quint. Smyrn. Posthom., IV, 171-214, 405-17).
62
Il. VIII, 266, 279, 296, 300, 309, 322 ss.
63
Il. VI, 30; VIII, 261-331; XV, 436-83; XVI, 508-12.
64
Il. XXIII, 850-883. Teucro sconfitto da Merione nella prova del tiro con larco: Apollo che gli
rifiuta la vittoria perch Teucro non ha promesso di offrirgli unecatombe di agnelli primogeniti.
65
La scena ricorda da vicino la grande aristia compiuta da Teucro nel canto VIII. Diversi sono gli
elementi in comune: leroe scaglia le sue frecce (cfr. XV, 458 e VIII, 300), larco gli cade di mano (cfr.

Note sulluso di A nell Iliade

227

Da questa corsiva rassegna di passi in cui Aiace e Teucro intervengono uno a


fianco allaltro66, emerge la singolarit della loro strategia di combattimento. Teucro, senza mai allontanarsi troppo da Aiace, avanza lanciando le sue frecce contro
i nemici e, appena scagliata la sua freccia, corre a mettersi al fianco di Aiace. In
questa prospettiva risulta pi chiaro che linterpretazione di A come Aiace e
suo fratello Teucro non si giustifica solo perch si tratta di una coppia di fratelli;
infatti la situazione molto diversa nel caso di Agamennone e Menelao, che, anche
se sono fratelli, non sono mai considerati una coppia cos unita. Ci che permette
di associare cos strettamente Aiace e Teucro nella forma duale A, il fatto
che i due eroi rappresentano i due aspetti complementari e fondamentali della
lotta, rispettivamente quello della difesa e quello dellattacco. Questa strategia di
combattimento, fatta di cooperazione e coordinazione, resta isolata nellIliade: Aiace e Teucro sono gli unici guerrieri ad impiegarla. Se Aiace pu essere considerato
leroe della difesa per eccellenza67, il pi valoroso degli achei, Teucro, da parte sua,
rappresenta laspetto offensivo del combattimento, ed il migliore arciere. Da un
lato lo scudo, dallaltro larco68. Il fatto che i due eroi agiscano congiuntamente
una prova ulteriore del loro particolare legame in quanto coppia di combattenti:
essi formano ununit complementare, di cui Aiace costituisce lelemento statico e
Teucro quello mobile. La similutudine del canto VIII, in cui Teucro si rifugia
allombra di Aiace come un bambino fa con la mamma (E d 4P )69
rende perfettamente lidea dello statuto rispettivo dei due eroi e del rapporto che
esiste tra di loro: essa illumina perfettamente lazione concorde dei due eroi, tanto
pi armoniosa e efficace in quanto sono anche fratelli. A questo va aggiunto che
limmagine pi comune di Teucro, che ritroviamo in seguito nella tradizione figurativa70, quella del fratello minore, dellarciere accovacciato e inginocchiato che

VIII, 329 e XV, 465) e in entrambi i casi uccide un auriga (in VIII, 13 si tratta dellauriga di Ettore,
mentre in XV, 449 lauriga di Polidamante a soccombere).
66
Vi sono altri passi in cui questa tecnica di combattimento impiegata. Per esempio al canto XII,
vv. 361-404, quando Aiace e Teucro accorrono in aiuto di Menesteo, e, mentre combattono luno
accanto allaltro, Teucro colpisce Glauco con una freccia e lo mette fuori combattimento; sono ancora
vicini al canto XIII, 170-186, quando Teucro uccide Imbrio e si avventa sul suo corpo per spogliarlo
delle armi, ma ancora una volta costretto a retrocedere per lintervento di Ettore.
67
Il. XIII, 321-325. Di particolare efficacia lhapax legomenon +, che ribadisce linvincibilit di Aiace nel corpo a corpo (v. 325).
68
Larco ha un ruolo poco importante nellIliade ed considerato unarma inusuale, straniera, il cui
uso molto raro (Cfr. H. L. LORIMER, Homer and the monuments, London 1950, pp. 289 ss.). In effetti, se
si escludono i Locresi (Il. XIII, 712-716), Teucro , con Filottete (Od. VIII, 216 ss.; XIV, 225) e Merione
di Creta (Il. XIII, 650-52, XXIII, 859-81), lunico arciere dellesercito acheo. Larco di Teucro, come lo
scudo di Aiace, molto probabilmente un anacronismo, ed possibile che anche Teucro sia stato un
eroe dellepoca micenea. Del resto, come nel caso di Aiace, il patronimico T, che accompagna
Teucro assicura dellanzianit del personaggio, che, insieme a suo fratello, doveva far parte di cicli epici
anteriori ai poemi omerici. Si veda a questo proposito A.J.B. WACE - F.H. STUBBINGS, A Companion to
Homer, London 1963, p. 520: Do both brothers belong to an early stratum of the epic tradition?;
T.B.L. WEBSTER, From Mycenae to Homer, London 1977, p. 115: His brother, Telamonian Teucer, as a
great archer, is also Mycenaean. A supporto di questa tesi da notare che lo scudo di Teucro definito
7 a quattro pelli (XV, 478), un epiteto arcaico che compare solo una volta nellIliade.
69
Il. VIII, 271.
70
Per le rappresentazioni figurative, si veda W. H. ROSCHER, Lexicon der griechischen und rmischen
Mythologie, t. V, s.v. Teukros, pp. 422-426 e O. TOUCHEFEU-MEYNIER, LIMC, s.v. Teukros 2, VIII, 1, pp.
1195-1197 e VIII, 2, p. 827.

228

Maria Piera Nappi

combatte sotto la protezione dello scudo del grande Aiace, in piedi dietro di lui. I
due eroi formano dunque la coppia mitologica arciere-oplita che rester paradigmatica nellimmaginario ateniese71.
3. Queste osservazioni sulla strategia di combattimento di Aiace e Teucro permettono di rendere conto anche di un altro aspetto legato alla forma A. La
presenza di due eroi aventi per nome Aiace e che, oltre allomonimia, non hanno
niente in comune, potrebbe spiegarsi con linserimento successivo di un secondo
Aiace72, favorito dallesistenza di un termine alla forma duale, A, che non era
pi compreso. Se la forma arcaica A non significava pi Aiace e suo fratello,
doveva evidentemente indicare due eroi con lo stesso nome: i due Aiaci.
Questa ipotesi d ragione di due aspetti significativi riguardanti i due Aiaci. In
primo luogo, si pu cos comprendere perch la presenza di Aiace Oileo, decisamente meno importante del suo omonimo, si limiti ai passi in cui compare quale
uno dei due A accanto allaltro Aiace, fatta eccezione dei soli canti II e XXIII.
In secondo luogo, i tratti che qualificano i due eroi presentano una tale opposizione tra loro, che sembra logico pensare che il poeta si sia impegnato a distinguerli
accuratamente luno dallaltro, marcando il pi possibile i tratti di differenziazione
e creando cos un contrasto evidente e netto: luno grande e massiccio ed
armato di uno scudo enorme, laltro piccolo e veloce e dotato di armi leggere. Le
caratteristiche fisiche dei due eroi non potrebbero essere pi diverse. Vi un
passaggio emblematico a questo riguardo. Si tratta di II, vv. 527-30:
6  F5 OH S A,
, ] 5 W T, A,
:% S > R U &, 7,,
8i  8  $ AI>

Dei Locri era a capo lOileo, il rapido Aiace,


meno grande, non tanto grande quanto lAiace Telamonio
molto meno grande, piccolo anzi e con cotta di lino,
ma con lasta vinceva tutti gli Elleni e gli Achei.

71
Su questo tema si veda F. LISSARAGUE, Lautre guerrier. Archers, peltastes, cavaliers dans limagerie
attique, Parigi-Roma 1990. Le rappresentazioni figurative in cui si possono identificare con certezza
Aiace e Teucro rispettivamente come oplita e arciere sono rare. Se ne possono citare due: un frammento di pinax da Berlino (Berlino, Staatl. Mus. F 764), databile verso il 560 a. C., in cui la presenza di
uniscrizione ha permesso di identificare i due eroi; e la Tabula Iliaca che raffigura il XV canto dellIliade al Museo Capitolino di Roma (Roma, Mus. Cap. 316): cfr. Roscher, op. cit., Fig. 5, p. 423.
72
Cfr. Wackernagel, art. cit., p. 303 e passim; M.C. ROBERT, Studien zur Ilias, Berlin 1901, p. 406
ss.; P. VON DER MHLL, Der grosse Aias, Basel 1930, p. 31. Cfr. P. Wathelet: Lexistence des deux Ajax
pourrait reposer sur une mauvaise interprtation du duel (op. cit., p. 333.) e M.M. WILLCOCK, The
Iliad of Homer, London 1978, I, p. 227 (a proposito di IV, 273): It is not unlikely that the very
ancient figure of Aias has inspired a double for himself, through differentation in local legends, and
the pair of Aiantes really go back to a single figure; cfr. anche II, p. 204 (a proposito di XIII, 46): It
seems probable that the very ancient figure of Aias has become duplicate in different local legends,
so that by Homers day there was a pair of Aiantes. Ci sono studiosi, come U. VON WILAMOWITZ, che
hanno respinto questa opinione ritenendola impossibile (Die Ilias und Homer, Berlino 1916, p. 49, n.
1).

Note sulluso di A nell Iliade

229

Questo passo contiene numerosi elementi di opposizione tra i due Aiaci. I due
eroi sono differenziati soprattutto per la statura e si aggiunge che la qualit fondamentale di Aiace Oileo la rapidit. La formula OH S A ricorre sette
volte73 e in altri due occorrenze74 si presenta con la variazione: (A...) OH
S 25. In questa formula laccento messo sullepiteto I, che sottolinea la
velocit e lagilit di Aiace Oileo, una caratteristica che emerge in numerosi passi
dellIliade75. Aiace Telamonio, al contrario, non I. Questo aggettivo non lo
qualifica in nessun passo del poema. Egli piuttosto il tipo del difensore invincibile che resiste allassalto e che copre la ritirata, lesatto opposto dellOileo, che eccelle invece nella corsa a piedi. Il grande Aiace si distingue per la forza, il coraggio
e il valore in battaglia, ed considerato un vero baluardo degli Achei, l
A676, superiore per forza a tutti i mortali. Finch Achille, con lanimo pieno
dira, si tiene lontano dalla guerra, Aiace domina con il suo valore il campo di
battaglia, dimostrandosi di gran lunga il pi forte e il migliore guerriero di tutto
lesercito acheo, secondo al solo Achille77. La caratteristica fisica che lo contraddistingue maggiormente limponente statura, massiccia e gigantesca78, e leroe
pi volte designato con laggettivo , che indica, appunto, ci che immane, gigantesco, mostruoso, prodigioso; ci che, insomma, esula dalla norma: e Aiace si distingue da tutti gli altri eroi argivi proprio per questa sua anormalit, al
punto che li sorpassa dellintera testa e di tutte le ampie spalle79.
Da questa breve analisi della fisionomia dei due Aiaci si vede nettamente che,
se il Telamonio un eroe dai tratti molto arcaici che rappresenta, con la sua armatura pesante, il prototipo delloplita, lOileo invece limmagine di un guerriero
appartenente ad unepoca molto pi recente. Nellepoca classica il suo ruolo e la
sua tecnica di combattimento saranno tipici dei peltasti e della fanteria leggera.
Esiste dunque tra questi due eroi un sistema di opposizioni che prende in
causa non solo le caratteristiche fisiche, ma anche quelle comportamentali80 e lega73

Il. II, 527; XIII, 66; XIV, 442; XVII, 256; XXIII, 473, 488, 754.
Il. XIII, 701; XIV, 520.
75
Quando gli Achei attaccano, lOileo di gran lunga il primo in rapidit ad assalire e a ferire il
nemico o ad accorrere in caso di pericolo (Il. XIV, 442 ss., 520 ss.); e quando Achille indice la gara della
corsa, in occasione dei funerali di Patroclo, Aiace si porta subito in testa, e avrebbe vinto se Atena non
fosse intervenuta per favorire la vittoria di Odisseo.
76
Il. III, 229. Lepiteto ricorre frequentemente a designare leroe (cfr. anche VI, 5 e VII, 211), quasi
connotato essenziale e imprescindibile della sua figura.
77
Il. XIII, 321 ss; II, 768 (:6 k  Z & T, A, / 9 AS ?>); XVII,
279 ss. Lespressione ritorna nellOdissea (XI, 468-9; 550-1) dove Aiace detto essere il migliore (Z)
di tutti i Danai, per aspetto (<  ) e per imprese (&a) dopo il Pelide perfetto (
:I ), espressione che ricorre identica nel secondo emistichio dei versi considerati (cfr.
anche XVII, 279-80). Non deve quindi stupire che limmagine sia divenuta un topos della caratterizzazione di Aiace: ritorna infatti in Alceo (fr.15 Dihel P Z  A), in Pindaro Nem. VII, 27
(E A Z), in Sofocle (Ai. v. 1340 Z... * A) e nella letteratura pi tarda
(Hor. S. II, 3, 193 heros ab Achille secundus; Philostr., Heroic. 719 ss.; Dictys 4, 5; ecc.).
78
Il. III, 226, 229; II, 528.
79
Cfr. III, 226 ss.
80
Si pu in effetti ravvisare unopposizione tra i due eroi anche sul piano comportamentale: al
nobile e generoso Aiace Telamonio si contrappone il litigioso e crudele Aiace Oileo. Questultimo
rappresentato come un guerriero selvaggio, feroce (XIII, 202), che risponde aspramente (XXIII, 47881) e non si preoccupa degli dei (IV, 499-511; XXIII, 740-97). Questo aspetto del suo carattere fu
sviluppato soprattutto nella tradizione postomerica, in cui divenne celebre la mostruosa offesa com74

230

Maria Piera Nappi

te al modo di combattere: le armi che contraddistinguono i due Aiaci sono un


elemento ulteriore di differenziazione, che contribuisce a sancire la polarit che
esiste tra di loro. Nel passo del canto II citato in precedenza Aiace Oileo definito
7,, egli porta cio la corazza di lino81. A differenza del Telamonio, la cui
marca distintiva il famoso scudo dalle dimensioni sovrumane, che per peso e
grandezza larma meno maneggevole e pi ingombrante di tutto il campo acheo,
il capo dei Locresi dotato di un armamento leggero: non ha scudo, n corazza
pesante. La sua truppa costituita di arcieri che combattono solo a distanza, con
larco, senza scudi n lance n tantomeno elmi di bronzo82. Al canto XIII essi sono
giustamente messi a confronto con i compagni del Telamonio (vv. 719-21):
? f 57 2 U 57 S & 
E T...,
2  W7 E 8E7>

gli uni cos, davanti, con larmi tutte adorne


lottavano contro i Teucri []
gli altri dietro, scagliavano stando nascosti.

Sembra logico dedurre da tutto questo che nella caratterizzazione di un secondo


Aiace abbia giocato un ruolo decisivo il modello della coppia di guerrieri complementari impersonato da Aiace e Teucro. Aiace Oileo ha cos potuto rimpiazzare Teucro come combattente al fianco di Aiace Telamonio in numerose occasioni. Se si
prendono in considerazione i passi in cui i due Aiaci sono associati, emerge chiaramente che i due eroi compiono insieme molte imprese. Essi formano indiscutibilmente una coppia, sebbene si tratti di una coppia ineguale, diversa dalla coppia omogenea
e complementare dei fratelli. Ma ci che unisce i due eroi, nonostante siano due
personaggi di aspetto e di qualit differenti, la complementarit nella strategia di
combattimento, in cui i loro ruoli sono opposti83. I vv. 712-21 del canto XIII mettono
in luce la tattica coordinata degli uomini dei due Aiaci: i compagni del Telamonio
messa dalleroe, che cerc di strappare Cassandra, figlia di Priamo, dalla statua di culto di Atena alla
quale la giovane si era aggrappata per trovare rifugio (cfr. Procl., Chrest., Allen p. 108). Sulle conseguenze nefaste di questo atto sacrilego e le parole oltraggiose rivolte da Aiace agli dei siamo informati dai
testi che riassumono il contenuto dellIlioupersis: Procl. Chr., Allen, p. 108, 2-6; Apd., Epit. V, 22 ss.; Eur.
Tro. 70; Paus. V, 29, 5. Si veda anche Paus. I, 15, 2 e X, 26, 3, che descrive due quadri di Polignoto che
trattavano questo soggetto: uno nella Leskh degli Cnidi a Delfi e laltro nella Stoa Poikil di Atene.
NellOdissea vi sono due passi che alludono allira di Atena contro i Greci: il gi citato IV, 499-511 e V,
108-9. Per uno studio approfondito sul sacrilegio di Aiace Oileo si veda J. DAVREUX, La lgende de la
prophtesse Cassandre daprs les textes et les monuments, Paris 1942.
81
Il termine utilizzato in Il. II, 830 per un eroe troiano. Lepiteto pu essere considerato una
conferma della recenziorit dei passi in cui compare Aiace Oileo. I vv. 528-30 erano stati atetizzati dagli
antichi scoliasti (schol. D ad II, 530), con la seguente motivazione: Omero ignora per i Greci luso di
corazze di lino. Deve quindi trattarsi di unaggiunta tarda.
82
Il. XIII, 712-722.
83
Nella coppia dei due Aiaci D. BRIQUEL (Des comparaisons animales homriques aux guerriers-fauves
indo-europens, Kernos 1995, pp. 31-9) ha voluto vedere uneco della vecchia concezione indoeuropea del guerriero. I due eroi rappresenterebbero i due aspetti distinti e complementari della funzione
guerriera, cos come sono simbolizzati nel Mahabharata da Arjuna e Bhima, rappresentanti delle due
divinit Indra e Vayu: il guerriero con larmatura pesante contrapposto a quello con larmatura leggera,
il guerriero che affronta lavversario in uno scontro regolare contrapposto a quello che combatte da
lontano.

Note sulluso di A nell Iliade

231

sono in prima fila, pronti a combattere i Troiani con le loro armature, e dietro di loro
gli uomini dellOileo lanciano sassi senza essere visti. Questa interazione tra due
schiere diverse e diversamente armate ricorda indubbiamente la collaborazione che
avviene tra Aiace e Teucro, ma in questultimo caso nellambito di uno stesso reparto.
I versi 703-8, che pecedono il passo appena citato, associano i due eroi in
maniera emblematica e sottolineano la stretta unione che esiste tra loro; essi sono
uniti come due buoi che nel maggese, sotto un unico giogo, tracciano il solco:
: a  8 O6 5  P Z
< 7P & > :$  Z
0 E S : 2,>
e  P  8I :$ 8
2 % m>    :I>
d e 6 E l :?.

ma come nel maggese due buoi colore del vino laratro connesso
tirano insieme concordi, e alla radice
delle corna dentrambi gronda molto sudore;
solo il giogo ben levigato di qua e di l li divide,
mentre vanno pel solco, e giungono al confine del campo;
cos quelli, avanzando vicini, stavano stretti uno allaltro.

Limmagine dei due buoi che lavorano nel campo rappresenta una scena isolata. Nonostante i due Aiaci siano due eroi diversi, spesso in opposizione per le loro
caratteristiche, qui viene messo laccento sulla stretta identit di comportamento
dei due guerrieri, uniti uno allaltro come lo sono i buoi sotto il giogo. La loro
interdipendenza e collaborazione espressa e persino rinforzata, il caso di metterlo in rilievo, dallimpiego della forma verbale al duale.
Concludendo: Aiace Oileo potuto entrare in gioco nellespressione A
quale uno dei due Aiaci come eroe combattente al fianco di Aiace Telamonio; come
nel caso della coppia Aiace Telamonio-Teucro, si tratta anche in questo caso di una
coppia di guerrieri che agiscono congiuntamente. Questo permette di riavvalorare
una tesi sostenuta da von der Mhll84, secondo la quale Aiace e Teucro, cio la
coppia originaria di A, costituivano nella tradizione precedente una coppia di
eroi soccorritori, simile alla coppia costituita da Castore e Polluce. Aiace, in particolare, risalirebbe al tipo delln 5, una figura appartenente alla credenza
popolare che, secondo la tradizione, appariva da solo o con un secondo nella battaglia per difendere e aiutare le persone che lo onoravano, esattamente come i Dioscuri avevano fatto sul Sagra85. In questo modello di combattenti, il secondo elemento della coppia era diverso e inferiore rispetto alleroe principale. Era stato cos
per Teucro, larciere, e lo fu in seguito anche per Aiace Oileo, la cui figura, come si
visto, viene caratterizzata in maniera antitetica rispetto ad Aiace Telamonio86.

84

Op. cit., passim.


Al soccorso dei Dioscuri i Locresi dItalia attribuivano la vittoria che avevano riportato contro i
Crotoniati sulle rive del Sagra negli ultimi decenni del VI sec. a. C.. Cfr. Cic. Nat. D. II, 2, 6 e III, 5, 11;
Strab. VI, 261 (il geografo dice la Sagra e non il Sagra).
86
Un esempio divino di Helferpaare, di cui von der Mhll ha parlato a proposito della coppia Aiace
Telamonio e Teucro, si ha con i due Krsnas, che, come si visto, sono Krsn a e Arjuna. interessante
notare, a tal proposito, che Arjuna, considerato figlio del dio Indra, conduca il carro di Krsn a, ottava
85

232

Maria Piera Nappi

Se Aiace Telamonio e Teucro costituiscono la coppia originaria, Aiace Telamonio e Aiace Oileo sono la coppia spuria, generata dal fraintendimento, ad opera del
poeta, di un elemento tradizionale della lingua: il duale A.
Anche lomonimia di questi due eroi pu illuminare i meccanismi che hanno
portato alla caratterizzazione del secondo Aiace. Il nome di Aiace ha attirato lattenzione di molteplici linguisti, che ne hanno proposto diverse etimologie, anche
sulla scorta di quanto i Greci stessi avevano detto87. Molto interessante, e poco
conosciuta, letimologia proposta da Hugo Mhlestein in un articolo apparso nel
196788. Lo studioso, sulla base di unanalisi dei boonimi di Cnosso, giunto a
dimostrare che A unabbreviazione ipocoristica in del nome originario
A. noto, secondo quanto dice anche il lessicografo Esichio, che la parola
C5 ha in greco due significati fondamentali: I svelto, rapido, agile e 
variopinto, screziato, chiazzato. Ora, come ha notato Mhlestein, la qualit di
C5 un tratto che contraddistingue entrambi gli Aiaci, anche se in maniera
differente, secondo le due diverse accezioni indicate. Se infatti Aiace Oileo costantemente accompagnato dallepiteto I ed il suo comportamento e le sue
azioni sono caratterizzate da prontezza e agilit, Aiace Telamonio, dal canto suo,
ha uno scudo che in due occasioni definito C589, in quanto costituito da pelle
di bue variopinta: egli , quindi, leroe dallo scudo variopinto, scintillante90. Questo dimostra, ed la conclusione a cui si voleva arrivare, che anche il nome dei due
Aiaci si prestava alla contrapposizione che esiste tra di loro. Si pu agevolmente
immaginare che, nel momento in cui A stato interpretato come i due Aiaci,
il poeta sia stato facilitato nel suo intento di contrapporre il loro comportamento e
le loro caratteristiche proprio dallesistenza di un nome che presentava pi accezioni: partendo dal nome, stato quindi immaginato un secondo Aiace da accostare al primo secondo larchetipo delln 5.
Una indubbia traccia di questa funzione originaria di Aiace come n 5
risiede nel fatto che lui e il suo compagno, che si tratti di Aiace Oileo o Teucro,
cio la coppia degli A, sono invocati come soccorritori nei momenti di pi
grande difficolt91:
incarnazione del dio Vishnu: si pu quindi individuare una stretta collaborazione tra loro, proprio
come avviene nel caso di Aiace e Teucro da una parte e del Telamonio e dellOileo, dallaltra. NellIliade
sono numerose le coppie di fratelli che combattono insieme: in V, 385, i giganteschi Oto e Efialte, figli
di Aleo, che gettano in catene Ares; in III, 237: i Dioscuri Castore e Polluce; in XXI, 308: il fiume
Scamandro chiama a soccorso il fratello Simoenta. A questi vanno aggiunti i due Molioni, di cui uno
conduce il carro e laltro incita il cavallo con la frusta. Tutto concorre a indicare che la pratica di
combattere in coppia di fratelli fosse un motivo epico antico.
87
Pindaro riconduce il nome di Aiace ad C5 (Isthm. 6, 35 ss.), lanimale che aveva assistito alla
nascita delleroe, e lo stesso etimo risulta dai frammenti della perduta trilogia di Eschilo; Sofocle lo
associa invece al grido di dolore C0 (430, 904, 914). Gli autori tardi greci e latini conoscono invece la
leggenda del giacinto, il fiore nato dal sangue di Aiace suicida, sui cui petali si potevano distinguere le
lettere AI (cfr. Mosco 3, 6; Ov. Met., X, 215 e XIII, 397).
88
H. MHLESTEIN, Le nom des deux Ajax, Studi Micenei ed Egeo-Anatolici 1967, pp. 41-53.
89
Cfr. Il. VII, 222 e XVI, 107. Lepiteto usato nel significato di lucente, scintillante anche per le
armi di Licaone (V, 295). Altrove impiegato solo in riferimento ad animali, col significato di screziato, variopinto: per le api (XII, 167), per il serpente (XII, 208), per il cavallo (XIX, 404) e per i vermi
(XXII, 509).
90
Si noti che Sofocle utilizza lo stesso epiteto per la spada di Aiace: Ajax 1025.
91
Cfr. il noto passo erodoteo secondo cui Aiace e Telamone furono chiamati in aiuto dagli Ateniesi
prima della battaglia contro i Persiani a Salamina (Hdt. VIII, 64).

Note sulluso di A nell Iliade

233

in XII, 331 ss. Menesteo confida negli Aiaci per la difesa dai Lici;
in XIII, 46 ss. Poseidone si rivolge loro nel momento pi drammatico della
battaglia perch sostengano la resistenza achea e facciano fronte allavanzata dei
Troiani;
in XVII, 507 ss. Alcimedonte ad invocarli perch difendano il cadavere di
Patroclo.
4. Nei tratti che caratterizzano la figura di Aiace possiamo distinguere una
tradizione che risale ad unepoca anteriore allepopea omerica. Tra gli eroi che
figurano nella tradizione omerica Aiace ha molte caratteristiche che autorizzano a
ritenere che questo personaggio appartenesse ad unepoca eroica precedente e
sono diversi gli studiosi che ne hanno sostenuto lascendenza micenea92:
a) Citiamo, innanzitutto, uno degli elementi pi ricorrenti e caratteristici del
personaggio di Aiace: larma con cui combatte93. Lo scudo di Aiace, infatti, completamente diverso da quello leggero e di forma circolare degli altri Achei. uno
scudo di tipo miceneo94, che dopo lepoca micenea scomparve per essere rimpiazzato dal piccolo scudo tondo che troviamo descritto in Omero95: esso ricopre tutta
la figura delleroe, proteggendolo dal mento alle caviglie, ed quindi estremamente pesante. Alto come una torre96 (E ^o I), capace di coprire e proteggere anche Teucro97, lo scudo di Aiace formato da sette strati sovrapposti di pelle
di bue, e con un ottavo strato esterno costituito da una piastra di bronzo (E
E, '5)98. Larma, che era stata fabbricata dallartigiano Tichio99, oltre

92
M.P. NILSSON, Homer and Mycenae, London 1933, p. 258; PAGE, op. cit., pp. 234-8; WEBSTER, op. cit.,
p. 101.
93
Sullo scudo di Aiace si veda H.L. LORIMER, op. cit., pp. 134 ss., pp. 181 ss.; D.L. PAGE, op. cit., pp.
232-5; A.J.B. WACE - F.H. STUBBINGS, op. cit., pp. 510-3; T.B.L. WEBSTER, op. cit., pp. 100 ss.; W. WHALLON,
The shield of Ajax, YCS 1966, pp. 7-36.
94
Che lo scudo di Aiace sia dellantico tipo miceneo confermato dal fatto che Aiace lunico, tra
gli eroi pi importanti, a non indossare la corazza, un pezzo dellarmatura il cui uso apparve solo
quando gli scudi divennero pi piccoli e maneggevoli. significativo, a tale proposito, che Aiace maneggi il suo scudo grazie a una cinghia (,) appoggiata sulla spalla sinistra (Il. XVI, 106). Si veda
la descrizione di Erodoto, I, 171, 4, che, parlando dei Cari, dice: Sono essi che per primi hanno
applicato corregge (9) interne agli scudi; fino ad allora tutti quelli che solevano servirsi di scudi li
portavano senza correggia, maneggiandolo per mezzo di cinghie di cuoio (6 ) che
passavano intorno al collo e alla spalla sinistra. A questo si aggiunge il fatto che i compagni di Aiace
intervengono per prendergli lo scudo quando stanco, il che implica che si tratta di unarma molto
pesante, come lo era appunto lo scudo miceneo (Il. XIII, 709-711).
95
NellIliade c solo un altro eroe che ha uno scudo lungo fino ai piedi (?, Il. XV, 646),
simile a quello di Aiace: si tratta del miceneo Perifete (M0 ?).
96
Il. VII 219; XI, 485; XVII, 128. significativo che lo stesso Aiace sia paragonato ad una torre: cfr.
Od. XI, 556: 0 E I :,.
97
Cfr. Il. VIII, 267-272; 331.
98
Per la descrizione dello scudo si veda Il. VII, 219-23 (E ^o I, E '5,
E C5 '5), 245-6 (P E '5), 266-7 (P E '5); VIII, 272
(E 5); XI, 485 (E ^o I), 527 (+S E), 545 (E '5); XVI, 107 (E
C5); XVII, 128 (E ^o I), 132 (E +I); XXIII, 820 (E ).
99
Secondo Il. VII, 219-23 Tichio era il migliore tagliatore di cuoio e aveva la sua casa ad Ile in
Beozia.

234

Maria Piera Nappi

ad essere un caratteristico attributo di Aiace100, anche un simbolo della sua azione di guerriero, valida in attacco ma soprattutto in difesa: Aiace lo usa infatti come
mezzo di difesa stazionaria dietro cui proteggersi per combattere101. Lo scudo,
quindi, un indubbio indizio che Aiace era gi un eroe dellepopea allepoca
micenea: le formule che descrivono lo scudo hanno quindi conservato non solo la
memoria di questarma, poi sparita nellepoca post-micenea, ma anche quella delleroe che le associato102.
b) Un altro elemento che rinvia allepoca micenea il patronimico di Aiace,
figlio di Telamone: T,. P. Chantraine ha dimostrato che il suffisso -yos o
-iyos aveva avuto come esito, in eolico e nella lingua epica, aggettivi patronimici
che, in dialetti diversi dalleolico, erano stati rimpiazzati da composti in -103. Le
tavolette di Pilo hanno confermato le intuizioni di Chantraine, apportando la prova che questo tipo di aggettivo patronimico esisteva gi in greco miceneo104. In
Omero, tuttavia, questa forma di aggettivo miceneo rara105 e spesso rimpiazzata
dalla forma di patronimico in  o E (per esempio TE, A,
)106 .
100
interessante notare che nellAiace di Sofocle Aiace presentato sin dallinizio della tragedia
con il suo scudo leggendario: al v. 19 definito 5 che porta lo scudo.
101
Come si visto, gli epiteti pi frequenti per descrivere Aiace, & A6 e I, evidenziano proprio la sua forza difensiva, che si dispiega nei momenti cruciali della battaglia: quando protegge
la ritirata degli Achei, o difende il corpo di un compagno ferito o ucciso, come accade ai canti XVI, XVII
e XVIII, dove osa affrontare Ettore per impedirgli di impadronirsi del corpo di Patroclo.
102
A questo si aggiunga che E un termine obsoleto e che la similitudine con la torre, E
^o I, viene espressa con un avverbio arcaico. Mi sembra che Page, op. cit., abbia sottolineato
questo aspetto in maniera estremamente chiara e convincente: egli afferma infatti che lespressione
E ^o I the clearest possible example of a Mycenaean relic embedded in a Homeric
formula (p. 232).
103
P. CHANTRAINE, La formation des noms en grec ancien, Paris 1933, p. 38.
104
Sulla tavoletta An 654, alle linee 8-9, si pu leggere: a-re-ku-tu-ru-wo e-te-wo-ke-re-we-i-jo (in
greco alfabetico E?, cio Alektruon figlio dEtewoklewes, e su unaltra, la tavoletta Aq
64.15: ne-que-u e-te-wo-ke-re-we-i-jo, cio Neqeu figlio dEtewoklewes, esattamente come Aiace
T, indica Aiace figlio d Telamone (M. VENTRIS e J. CHADWICK, Documents in Mycenaean Greek,
Cambridge 1959, p. 176 (PY Aq 64. 15) e p. 191 (PY An 654. 8,9). Riferendosi a queste tavolette,
Webster, op. cit., p. 98) ha sottolineato che questo tipo di appellativo era attestato per i nobili di Pilo, che
portavano il loro nome seguito dal cognome (si veda anche A. SACCONI, Due note sul patronimico greco in
-, Atti d. Acc. d. Lincei: Rendiconti 1961, 275-97). Secondo quanto dice C.J. RUIJGH, tudes sur la
grammaire et le vocabulaire du grec mycnien, Amsterdam 1967, pp. 136-7, gli altri dialetti del primo
millennio usano, per il patronimico, il genitivo dellantroponimo.
105
Cfr. Il. IV, 367: 7 K? 25; XXIII, 514 A N?; XXIII, 349 e X, 18:

Ne N?.

106
Non tutti gli studiosi sono concordi nel considerare T, un patronimico. Alcuni hanno
avanzato lipotesi che questo aggettivo in origine non fosse un patronimico, ma piuttosto un epiteto
caratteristico di Aiace, connesso con il termine ,, che indica la cinghia a cui sospeso lenorme
scudo delleroe; solo in seguito esso sarebbe stato preso per un patronimico e collegato con il nome
proprio sul quale sembrava essersi formato, T,. Cfr. J.M. AITCHISON, T A and other
Patronymics, Glotta 1964, pp. 132-8; di questa opinione anche W. Whallon, art. cit., secondo il quale
Aiace divenuto un grande difensore armato di scudo prima che lepiteto T, fosse considerato
esclusivamente come patronimico (si vedano anche le interpretazioni di U. VON WILAMOWITZ-MOELLENDORFF, Homerische Untersuchungen, Berlin 1884, p. 244 ss., e P. GIRARD, Ajax fils de Tlamon, REG
1905, pp. 1-75). Sembra difficile immaginare come una parola indicante una parte secondaria dellarmatura di Aiace, la cinghia appunto, possa aver generato il personaggio di Telamone, soprattutto perch nel testo si parla di essa solo incidentalmente (Il. XIV, 404 ss.).

Note sulluso di A nell Iliade

235

c) Aiace un personaggio molto singolare. Rappresentato come un eroe guerriero, dotato di energia e vitalit particolari e di statura e dimensioni superiori alla
norma, i suoi tratti caratteristici lo avvicinano pi a un gigante che a un eroe: oltre
ad essere di dimensioni smisurate, egli preferisce combattere con enormi macigni107, avanza a grandi passi108, minaccioso e immane come Ares, sprezzante del
nemico, destando sgomento e incutendo un senso di terrore con il suo sorriso
terribile e la sua voce possente109. Aiace inoltre lunico eroe omerico a combattere senza laiuto degli dei e a non avere una divinit protettrice. Egli si distingue
per il suo aspetto gigantesco e imponente, per la sua grandezza e possanza, che ne
fanno il simbolo della resistenza achea. Giustamente stato messo in rilievo il
carattere arcaico e il significato religioso dellattributo ,110, un termine che
suggerisce qualcosa di spaventoso e di terribile, come la stessa enorme statura, e
che Aiace condivide con figure come i Lapiti, Eracle, i Giganti, ecc.111.
d) Come ultimo indizio dellantichit del personaggio di Aiace, e a conclusione
dellarticolo, citeremo appunto la forma A: essa, come si cercato di dimostrare, in alcuni passi dellIliade ha conservato il valore di duale inclusivo, secondo
un uso molto antico del duale, e pu con tutta evidenza essere considerata un
tratto della lingua omerica che appartiene a uno stadio molto remoto della lingua
greca.
Aiace deve aver avuto un ruolo nellepica gi a partire dallepoca micenea. Tutto concorre ad indicare che i tratti tipici di questo personaggio costituiscano leredit di una tradizione eroica molto antica: un eroe di unet precedente, che la
forza della dizione formulare ha preservato fino alla redazione definitiva dellIliade.

107

Il. VII, 264; XII, 383; XIV, 409-413.


Il. VII, 206-13; XV, 674-78.
109
Particolarmente efficace la descrizione di VII, 206 ss.
110
Von der Mhll, op. cit., ha connesso il termine con lo statuto di Aiace come eroe di culto.
Secondo lautore , non si riferisce unicamente alle enormi dimensioni fisiche delleroe, ma
anche al potere quasi magico degli Heroen des Glaubens, degli eroi della fede, cio di personaggi che
appartengono al mondo delle credenze religiose, prima ancora che a quello della poesia: Aiace, secondo von der Mhll, deve essere stato uno di questi eroi.
111
Laggettivo comune nei poemi omerici in questa forma (Il. III, 229; V, 395; VII, 208, 211;
XVII, 174, 360, ecc.) e in quella , (Il. II, 321, ecc.) e si registra anche il sostantivo gemello :
mostro (Il. XVIII, 410; Od. IX 428; XII, 87): in questi passi il termine epiteto di Aiace (Il. III, 229; VII,
211; XVII, 174, 360), oppure accostato a personaggi mostruosi (Gorgone, Ciclope, Scilla), o ancora
utilizzato in riferimento a divinit (Ade, Ares, Efesto) e a cose divine, prodigiose. Ma Aiace non
lunico ad essere definito ,, sebbene il termine sia usato molto pi spesso per lui che per gli altri
eroi: lo ritroviamo due volte per Achille (XXI, 527; XXII, 92), una volta per Agamennone e Ettore (III,
166; XI, 820) e due volte per un eroe minore, Perfante (V, 842, 847).
108

MICHELA LOMBARDI

LE VIE DELLA CONOSCENZA IN AISCH. AG. 1366-1371E


SOPH. TRACH. 141-177; 588-593:
0 e 6 C

La riflessione sul fondamento della conoscenza svolta in Aisch. Ag. 1366-13711


e Soph. Trach. 141-177, 588-593 rivela una comune sensibilit al dibattito suscitato nel V sec. dallimmissione nel ksmos culturale tradizionale di nuove correnti di
pensiero di ispirazione razionalistica. La questione riguarda i principi della conoscenza, ma finisce per coinvolgere le strutture etico-ideali del sapere e del suo
modo di rapportarsi alla realt. Non si tratta dunque di una riflessione puramente
intellettuale, ma della presa di posizione rispetto ad un nuovo modello gnoseologico che rischia di stravolgere lo status etico della persona umana, promuovendo il
primato della dxa sulla conoscenza del vero e annullando la stessa nozione di
verit assimilata al punto di vista soggettivo e relativistico dellopinione.
In Aisch. Ag. 1366-1371 si delinea attraverso la voce dei coreuti lantitesi tra
congettura ipotetica fondata su ?, considerata come una sorta di divinazione, e conoscenza certa. ? ha in Ag. 1366 il significato di segno desunto
dallesperienza, assimilabile alla pi antica accezione nel linguaggio comune di
2 e  come segno di riconoscimento3; tale accezione sembra predominare rispetto a quella pi specialistica in senso epistemologico attestata nel lessico medico e storiografico, in cui ? come segno probativo distinto dal
semplice 04. Il nesso tematico tra il dibattito dei coreuti sulla credibilit di
1
Aisch. Ag. 1366-1371 h %  8 CE / 57 :P r R5; / E
C5 * 6 707 , / P % E ( E C . / I 80 E7 7I,
/ 6 A C (7 W.
2
Vd. Il. 1, 526. Sullaccezione di  nel linguaggio comune vd. L. GERNET, RPhilos, 1956, pp.
79-86, vd. pp. 80 s., che ne illustra luso in campo giudiziario. Il verbo  attestato nella

lingua omerica (Il. 6, 349; Od. 10, 563) con il significato di fissare, determinare, indicare.
3
Vd. Ag. 272 ed Eum. 244.
4
Sulla specializzazione semantica nel lessico medico e storiografico di ? e 0 nel
senso di segno probativo e di semplice segno non dimostrativo vd. V. DI BENEDETTO, Il medico e la
malattia, Torino 1986, pp. 97 ss.; 103; M. VEGETTI, Ippocrate. Opere, Torino 1965, p. 49; ID., Tucididide e
la scienza della storia in Storia del pensiero filosofico e scientifico a cura di L. GEYMONAT, Milano 1970, vol. I,
pp. 159-72, vd. p. 161. Nella prosa filosofica (Alcm. VS 24 B 1), storiografica (Hdt. 1, 57; 2, 33 . 0

Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

238

Michela Lombardi

una congettura fondata solo sullindizio delle grida di Agamennone e laffermazione del corifeo al v. 1346, in cui si prospetta la convinzione sulla morte del re come
opinione indotta dai lamenti5, permette di assimilare la congettura da segni alla
dxa distinta dalla conoscenza certa. Lesitazione dei coreuti nellacquisire come
sicura la notizia della morte di Agamennone ricorda la stessa incertezza dimostrata
nel credere alla presa di Troia in Ag. 2726 in assenza di prove certe. evidente che
lincredulit del coro un espediente finalizzato ad incrementare leffetto emotivo
della scena: la tensione drammatica aumenta infatti quanto pi si dilatano i tempi
dellattesa. In entrambi i casi lincertezza viene superata attraverso lepifania degli
eventi in cui gioca un ruolo decisivo Clitemestra, che ai vv. 281 ss. d al coro la
prova richiesta, descrivendo il lungo percorso del segnale di fuoco che annuncia la
presa di Troia, e ai vv. 1372 ss. rende fondate le congetture del coro, confessando
il proprio delitto.
Ai dubbi del coro, che in Ag. 1366-1371 non sa se credere alla morte di Agamennone, fa eco lincredulit di Egisto che ai vv. 844-849, 851-8547 delle Coefore
dubita dellattendibilit della notizia della morte di Oreste e, sollecitato dal coro,
si propone di verificare di persona se il presunto forestiero latore della notizia
abbia assistito alla morte di Oreste o ne sia venuto a conoscenza per semplice
sentito dire. La scena speculare a quella dellAgamennone: alla morte effettiva del
padre corrisponde quella fittizia del figlio, allincredulit del coro corrisponde
quella ben pi motivata di Egisto, alle grida di Agamennone quelle di Egisto, che
a costo della vita perviene alla conoscenza dellinganno di cui vittima. La corrispondenza tematica svela una connessione allusiva che acquista significato nellottica ideale della legge divina, che impone di patire a chi ha fatto patire8. Anche in
questo caso il motivo delle vie della conoscenza un espediente volto ad accrescere la tensione drammatica: lincredulit e il timore di Egisto di essere ingannato
fanno risaltare il pthos della sua uccisione, che si prospetta paradossalmente come
esperienza risolutiva del dubbio. Pi complesso il meccanismo drammatico connesso alla verifica del 0: la verifica esperienziale conclude infatti sia il processo conoscitivo che quello esistenziale del personaggio, vanificando lutilit della
conoscenza che sopraggiunge quando ormai impossibile mutare il corso degli
eventi. Lattenzione si concentra sulla credibilit delle fonti orali da cui dipende il
sapere in assenza dellesperienza diretta degli eventi e si pone una distinzione tra
il semplice sentito dire e la testimonianza autoptica di chi ha assistito ai fatti, che
ricorda quella delineata da Lica in Soph.Trach. 425 s. tra 5 C0 e 86
5 e la ben nota teorizzazione tucididea9 sulle fonti dei prgmata distinte in

8 % * 5; Thuc. 4, 123) e medica (Aff. 21, 7, 220, 7-8; 42, 7, 272, 11-2; Mul. 11, 8, 46,
1-2) - significa sia tener conto, considerare che valutare, congetturare sulla base di
segni.
5
Ag. 1346 k CE7 0  C,.
6
Ag. 272  % P 5; & 6 ;
7 Aisch. Cho. 844-9 (Egisto) 6 ( :7H $  E; / u P 6 I
5 / E 7O,, 7i? E;  6 v  a 6 ; / (Corifea) ^I
, 7E U 6  / & 7,. ...; 851-54 (Egisto) C0 8 k 7 P Z, / 

+P h 7i? 8I7 ,, /  8 :V 5  7,> / ]  Z 


w.
8
9

Cfr. Ag. 1562-4.


Thuc. 1, 22.

Le vie della conoscenza in Aisch. Ag. 1366-1371E

239

esperienza autoptica e testimonianze orali, tra cui prioritarie quelle fondate sullautopsia.
Lo spazio dato alla riflessione sui principi della conoscenza nella scena citata
dellAgamennone non sembra essere funzionale solo ad amplificare la tensione drammatica; linsistenza su un dubbio tutto sommato poco giustificato, visti gli eventi, si
deve verosimilmente allintento di prendere posizione riguardo ad una questione,
che doveva avere un certo peso nel dibattito culturale del tempo. La netta contrapposizione delineata tra il C e il semplice opinare, supporre, stigmatizzato con tono quasi dispregiativo in E, voce del linguaggio comune10 dissonante rispetto allelevata compagine stilistica del lessico tragico, lascia emergere
lesigenza razionalistica di fondare su basi solide la conoscenza del vero e rivela un
orientamento comune ad alcune espressioni del pensiero filosofico del V sec. di
ispirazione empirica e razionalistica, identificabili ad esempio nel trattato del Corpus ippocratico Sullantica medicina. Nel vanificare lambizione a introdurre il sapere umano nel campo dei fenomeni cosiddetti invisibili11 lautore del trattato sembra infatti condividere con il poeta tragico lo stesso rigore gnoseologico del 6
C e le medesime convinzioni in merito allo scarso fondamento di forme di
conoscenza che trascendono lesperienza, confinate nella sfera soggettiva del 0
contrapposta all:7. La polemica si rivolge qui alle manifestazioni pi estreme
del sapere congetturale fondato su premesse ipotetiche prive di corrispondenza
nella realt fenomenica, identificabili nelle teorie epistemologiche anassagoree12.
Al di l dellesigenza razionalistica emerge soprattutto il dissenso rispetto a concezioni gnoseologiche troppo orientate a confidare nella congettura, nel 7,
tanto da superare talora il limite obiettivo dellesperienza, che sola pu garantire la
credibilit della conoscenza: proprio attraverso la contrapposizione tra E e
C si vuole ribadire come la vera conoscenza non pu fondarsi su semplici
indizi, al di l del loro valore pi o meno probativo. Lammonimento del poeta
potrebbe coinvolgere non solo il livello primario della conoscenza congetturale da
segni, ma anche virtualmente quello ulteriore di ipotesi che varcano i confini della
realt sperimentabile. Forse non si lontani dal vero nel ravvisare nel luogo eschileo una seppur velata allusione al metodo semeiotico anassagoreo13 e alla sua vasta

10
La derivazione del termine dallUmgangssprache confermata dalle attestazioni nella commedia
(Ar. Vesp. 73) e nella prosa platonica (Theaet. 155; Gorg. 489; Phaedr. 228; Lg. 653, 691, 837). Particolarmente significativo il riscontro dellantitesi tra E e C in Pl. Gorg. 489d, dove Socrate si
rivolge a Callicle dicendo : 8e , m 5, $ +P E E (5   P 0,
$ :6 5 6 C W : possibile che i versi eschilei avessero tanto colpito
lattenzione del pubblico da far s che lantitesi eschilea si trasformasse in una locuzione quasi idiomatica ripresa allusivamente nel citato luogo platonico.
11
Cfr. VM 1.
12
In VM 1 + % &, 5 W * : C P  si asserisce limpossibilit di considerare come termine di riferimento dellinvisibile i fenomeni visibili, secondo il procedimento analogico anassagoreo; lallusione ai processi logico-deduttivi elaborati da Anassagora si svela ancor pi nella
connessione istituita sempre in VM 1 tra procedimento ipotetico e studio dei fenomeni celesti e sotterranei, conoscibili secondo le teorie anassagoree in virt della deduzione analogica. Cfr. al riguardo M.
LOMBARDI, Empirismo e logica proporzionale nelle strutture argomentative del trattato Sullantica medicina,
RCCM 2001, pp. 83-90.
13
Cfr. Anax. VS 59 B 21 A su cui vd. E. DILLER, OI AHN TA AINOMENA, Hermes 1932,
pp. 14-42 (= Kleine Schriften zur antiken Literatur, hrsgb. von H. J. NEWIGER und H. SEIFFERT, Mnchen
1971, pp. 119-43).

240

Michela Lombardi

eco nelle metodologie conoscitive poste in opera nel V sec. in vari ambiti del
sapere umano da quello scientifico a quello storiografico e retorico. Un riscontro
oltremodo significativo dellarte del 7 ci che non si conosce per analogia con ci che visibile si coglie ad esempio in Erodoto, che, quasi parafrasando
lenunciazione anassagorea, scriveva nelle Storie non molti anni dopo la tragedia
eschilea r 8e E 0 8 % * 5 514 . Quel
che certo che Eschilo non si trova in sintonia con gli sviluppi pi avanzati del
pensiero presocratico da Senofane15 ad Alcmeone16 e Anassagora17, che, pur partendo dallasserzione del limite della conoscenza umana, avevano teorizzato la
possibilit di costruire il sapere su base congetturale, perseguendo come obiettivo
non il vero, ma lopinione verosimile. Lorientamento della riflessione eschilea sui
principi della conoscenza corrisponde a quello altrove dimostrato nei confronti
dei nuclei tematici pi significativi della cultura razionalistica del suo tempo, come
la teoria anassagorea del progresso svalutata nel Prometeo18 attraverso la contrapposizione tra la hyb ris del sapere tecnico-euristico di Prometeo e la vera saggezza
fondata sulla consapevolezza del limite della condizione umana.
La riflessione sul fondamento della conoscenza mostra dunque lattestarsi di
Eschilo su posizioni moderate in cui il rigore razionale della conoscenza del vero
si combina con concezioni tradizionali ispirate alla pi antica sopha poetica di
ascendenza epico-lirica, che distingue la verit dallinganno dellopinione19 e pone
il limite della conoscenza umana nel limite dellesperienza, che ne costituisce il
fondamento20. Sembra che il monito del poeta richiami alla necessit di tenere
saldamente presente lancoraggio della conoscenza a tale limite esperienziale, che
solo pu garantire la conoscenza veritiera, senza illudersi di poterlo travalicare
grazie a congetture da cui pu nascere unopinione fallace. Tale ammonimento
risulta del tutto coerente con il fondamento ideale della concezione antropologica
eschilea, che pone una netta cesura tra condizione umana e divina e impone losservanza del principio della moderazione: lambizione a superare il limite della
14.

Hdt. 2, 33, 2.
Cfr. Xen. VS 21 B 18, dove si dice come gli dei non abbiano mostrato fin dallinizio ogni cosa ai
mortali, ma nel tempo ricercando essi trovano il meglio. La conoscenza umana resta per confinata
nellopinione verosimile, come conferma laffermazione del fr. B 35 ( E7 U 85 0
8I.
16
Per il fondamento congetturale della conoscenza umana vd. Alcmeone di Crotone (VS 24 B 1),
che attribuisce agli uomini la possibilit di 7 alternativa alla conoscenza certa degli dei; lo
schema oppositivo tra conoscenza divina e umana ricorda quello delineato da Senofane in VS 21 B 34
tra P  riservato agli dei e 5, riservato agli uomini.
17
Cfr. Anax. VS 59 B 21b, dove si riconosce alluomo la capacit di acquisire sopha e tchne attraverso linterazione di nus, esperienza e memoria.
18
Per tale interpretazione dellatteggiamento eschileo nei confronti della teoria anassagorea del
progresso, di cui si ravvisa leco nei vv. 442 ss. del Prometeo, vd. V. DI BENEDETTO, Lideologia del potere e
la tragedia greca. Ricerche su Eschilo, Torino 1978, pp. 106 ss., che contesta altre esegesi, come quella di
C. DIANO (Il concetto della storia nella filosofia dei Greci, Grande antologia filosofica, II, pp. 275-89, vd.
pp. 280 ss.), inclini a ravvisare nei versi eschilei un materialismo dispirazione anassagorea.
19
La contrapposizione tra altheia e dxa enunciata in Hes. Th. 27 s. trova seguito nellantitesi tra
verit e opinioni dei mortali prive di  :7? in Parm.VS 28 B 1, 28-30 e nella censura pindarica in
Ol. 1, 28-34 dei racconti menzogneri il cui inganno risulta credibile per effetto della XE.
20
Cfr. Il. 2, 470 ss.; Hes.Th. 369 s.; Alcm. fr. 125 P. (esperienza principio di apprendimento) di
probabile attribuzione, secondo Lanza (cfr. G. PASCUCCI, Il sapere della prosa ionica: storiografia e scienza,
Storia e civilt dei Greci, vol. 2, pp. 613-44, vd. p. 642.), ad Alcmeone di Crotone.
15

Le vie della conoscenza in Aisch. Ag. 1366-1371E

241

conoscenza si configura come hybris


e in quanto tale viene censurata. Siamo nella

stessa prospettiva ideale della caratterizzazione di Prometeo come sophists, paradigma di un sapere pratico-euristico lontano dalla vera sopha ispirata alla moderazione e allaccettazione dei limiti della condizione umana21.
Il pi immediato riscontro della riflessione eschilea sulle vie della conoscenza
si ravvisa nelle Trachinie di Sofocle ai vv. 141-77, 588-93 nellantitesi tra vera conoscenza fondata sullesperienza e semplice 0. Nel primo dei luoghi citati Deianira, rivolgendosi al coro, gli augura di non conoscere mai per esperienza diretta
lo strazio del suo dolore22; nel secondo Deianira viene sollecitata dal coro a verificare nellesperienza le sue convinzioni personali riguardo allefficacia del filtro
magico utilizzato per riconquistare lamore di Eracle23. Lanalogia nella svalutazione di una conoscenza puramente congetturale pone Sofocle nella stessa direzione
di pensiero di Eschilo e suggerisce lipotesi di una ripresa allusiva del luogo eschileo, confermata dal nesso 8E7 7( del v. 143, che rievoca uno dei nuclei
tematici pi significativi del dramma di Eschilo, enunciato proprio nellAgamennone ai vv. 177 s.24. La valenza gnoseologica ed insieme etico-psicologica25 dellespressione 8E7 7( si delinea nella stessa vicenda esistenziale di Deianira, che
approda alla conoscenza proprio attraverso unesperienza di dolore: la scoperta
della natura malefica del filtro di Nesso accompagnata infatti dalla sofferenza di
veder stravolto in senso negativo lesito dellartificio magico.
In Sofocle il tema dellopposizione tra conoscenza certa e opinione ha uno
sviluppo drammatico pi complesso di quello osservato nella scena dellAgamennone e ricorda quello che si gi visto produttivo in Cho. 844-7, 851-4 nella connessione delineata tra la verifica gnoseologica di Egisto e la sua ?. Meno
diretto e pi accidentato il persorso della verifica della congettura, che propone
prima la congettura e poi lesperienza diretta degli eventi. Infatti alla congettura
segue liniziativa di Deianira del dono della tunica e quindi la verifica esperienziale, che rivela il vero e nel contempo capovolge lesito dellazione contro la volont
del suo artefice. Linnovazione sofoclea si attua non solo in un maggiore coinvolgimento della problematica gnoseologica nel meccanismo drammatico, ma anche
negli esiti della riflessione deducibili dallo sviluppo dellazione che vanifica la
tensione alla conoscenza del vero. Sofocle va oltre lammonimento eschileo a distinguere la vera conoscenza dalla semplice congettura e pone in rilievo il limite
della conoscenza umana nel confine temporale dellesperienza, che per effetto di
un meccanismo deterministico indipendente dalla volont umana segue e non
precede liniziativa dellazione; Deianira infatti fa esperienza del potere distruttivo
del sangue di Nesso solo dopo aver inviato ad Eracle la tunica intrisa con lo stesso
sangue. Il limite della conoscenza condiziona la responsabilit morale dellazione,
ponendosi insieme al meccanismo oggettivo della necessit allorigine di un errore

21
Per questa interpretazione del personaggio eschileo vd. DI BENEDETTO, Lideologia del potere..., cit.,
Torino 1978, pp. 50 ss.
22
Trach. 142 s. r 8e 776 / ? 8E7 7(, ( Z <.
23
Trach. 592 s. : C * 6, r + C 0 / & & Z 6, * .
24
Aisch. Ag. 177 s. (Zeus) P E7 E7 / 7  &.
25
Diversa lesegesi di V. DI BENEDETTO, Sofocle. Trachinie. Filottete, Milano 1990, p. 23, che valorizza
solo laspetto conoscitivo del E7 E7, delineando una distinzione rispetto alla concezione eschilea
prevalentemente etica.

242

Michela Lombardi

involontario26 e della stessa ? del personaggio. In questo approdo pessimistico della riflessione etico-gnoseologica si coglie uno degli aspetti distintivi
della concezione antropologica sofoclea, in cui il limite della conoscenza si traduce nella frustrazione della volont e delliniziativa dellazione e nel radicalizzarsi di
uno stato di :, che inasprisce le radici della sofferenza.
Sia Eschilo che Sofocle mostrano dunque di richiamarsi ad una concezione
tradizionale del sapere e si contrappongono allambizione della cultura razionalistica di superare il limite della conoscenza umana attraverso congetture ipotetiche,
che varcano il confine esperienziale. La polemica prima eschilea e poi sofoclea
nasce da ragioni ideali ed etiche: lo svilimento di una corretta conoscenza del vero
e la valorizzazione della dxa portano infatti a demolire il fondamento etico del
sapere nella misura in cui la dxa confina luomo in una visione soggettiva e illusoria della realt, allontanandolo dalla vera saggezza, e diviene strumento di inganno e di potere. In Sofocle la polemica con la cultura razionalistica27 si fa pi marcata probabilmente per effetto di certi sviluppi del pensiero sofistico28, che affermavano limpossibilit di conoscere la verit in senso assoluto e il primato della relativit soggettiva della dxa.: il fallimento della ragione nella conoscenza del vero
viene colto attraverso il paradigma mitico di Deianira nellartificiosa costruzione di
una visione illusoria e puramente virtuale della realt e riflette quello della cultura
razionalistica del V sec.

26
Tale errore assimilabile all{ posta allorigine della sventura del personaggio tragico
nella Poetica aristotelica (1453a, 10; 16) e distinta da  e 7.
27
Vd. al riguardo V. DI BENEDETTO, Sofocle..., cit., pp. 22 ss.
28
Per le teorie gnoseologiche dei sofisti si veda lo scritto protagoreo La verit o i discorsi demolitori
e quello gorgiano Sul non essere o sulla natura, in cui alla verit inesistente, inconoscibile e incomunicabile si contrappone il verosimile, che viene dimostrato attraverso lesclusione delle altre possibilit, cos
come si evince dalla testimonianza platonica in Phaedr. 267a.

LUIGI BRUSCHI

ARES, LA NOTTE E IL GIORNO: SOPH. OT 198-9

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 5 :E
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 8 P :5 W
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 %  S :iH
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T5, m <V> 5
:V E ,
m Z( E, 4P O6 7 O6.

195

200

In questo noto passo della E dellEdipo re, i vv. 198-9, in particolare,


rappresentano un piccolo grande enigma, la cui problematica fondamentale spesso
sfuggita alla disamina dei validi studiosi che vi si sono applicati, verosimilmente
perch andata sempre pi mimetizzandosi con la vexata, e certo non trascurabile,
quaestio rappresentata dal dativo .
La scena la seguente: il coro, costituito dalla parte pi nobile della citt, gli
anziani tebani, innalza alto il suo lamento; la preghiera si rivolge prima a Fama (vv.1518), poi ad Atena, Artemide, Apollo (vv.159-66); il coro aggiunge quindi pochi tragici
tratti sul quadro funesto della peste che imperversa sulla cittadinanza mietendo innumerevoli vittime (vv.167-89); la peste identificata con Ares 5 (v.190) che il
coro si augura fugga con corsa precipitosa ( E v.193) da Tebe (vv.
190-7). Segue il periodo in questione e laugurio di un intervento di Zeus.
Articoler il lavoro in cinque punti: 1. Spunti di riflessione dal passato: lintuizione di Hermann (condivisa da Dawe); 2. Cosa non va nellinterpretazione classica; 3. Lincognita ; 4. Il punto della situazione e la ricerca dellalternativa; 5.
Una proposta esegetica.
1. I versi 198-9 sono, diciamo cos, incastonati fra due concetti: (1) Ares fugga
via; (2) Zeus, fulminalo.

Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

244

Luigi Bruschi

Gli editori e i commentatori1 interpretano solitamente il passo nel seguente


modo: se infatti la notte tralascia qualcosa, su questa piomba il giorno2. Il senso
di ineluttabilit che una simile lettura esprime, unito alla parvenza gnomica che il
concetto viene in tal modo ad assumere, ha fatto s che essa sia passata praticamente indenne di edizione in edizione, come spesso accade alle espressioni che suonano al nostro orecchio cos scontate e proverbiali da apparirci insostituibili e senzaltro
genuine.
Fatto sta che qualcosa non quadra: unendo i punti logici che legano i tre concetti (fuga di Ares / notte e giorno / folgore di Zeus), si avverte, ad udir bene, una
nota stonata. Il vero problema, ineludibile in prima battuta, non tanto , n
dunque la costruzione del periodo: il black-out logico, sottile se si vuole ma
sostanziale, che la frase in questione viene a creare allinterno del contesto.
Di ci, lo si accennava al principio, la maggior parte degli studiosi non pare
aver avuto coscienza. La cosa quanto pi singolare, tanto pi che gi nel 1833,
nella sua edizione del dramma, G. Hermann aveva espresso in modo piuttosto
chiaro le sue perplessit in tal senso: [] ut dicam quod sentio, suspecta mihi est
librorum scriptura, idque non solum quod illud , quoquo se quis vertat, satis inutile
vocabulum est, sed etiam quia tota sententia parum apte hic posita videtur, nisi sit in ea,
quod disertius ad illam quam finxit poeta Martis personam referatur 3.
Dopo Hermann, le cui osservazioni si sarebbero dovute tenere in gran conto,
la prima posizione decisa in tal senso quella di Dawe4. Lo studioso riflette sulla
scarsa connessione che la frase ha col contesto tutto se letta come di consueto.
Giover anche in tal caso ricordare le sue parole: most attempts to solve this crux
pay too little attention to the context5; e ancora this passage, consisting of simple enough words, and suffering from no obvious corruption, has never been
satisfactorily explained. We have been hearing about Ares, and will hear of him
again (5 200). What relevance 198-9 have to him is far from clear. Commentators look for the sense day bring to completion anything that night has let go, but
[...] there is the problem of how such a sense could be integrated into the Ares
context6.
Fin qui Hermann e Dawe. dobbligo chiedersi, a questo punto, se possibile
sostanziare di argomentazioni una simile, validissima, intuizione.

1
Cfr. le varie traduzioni degli studiosi: Denn am Ende, wenn etwas die Nacht entlt, kommt der
Tag darber her(SCHADEWALDT); Namsi quid nox dimiserit, id dies aggreditur (WUNDER); If Night
leaves something undone, this is assailed by Day (KAMERBEEK); If night omit aught, day attacks this
(JEBB), ecc. Daltronde la lettura classica prende le mosse dagli stessi scolii che, interpretazioni a parte
(vd. infra), leggono in modo del tutto analogo.
2
O il giorno giunge a compierlo adottando al posto di  la restituzione 0 di HERMANN (su
cui vd. infra). Sottolineo qui che ogni osservazione che si far sullinterpretazione classica della frase
senza 0 vale ugualmente per un testo che preveda la fortunata congettura di Hermann.
3
A tal punto lo studioso era convinto di ci, che al posto di  avanzava la proposta di un 
(cunctatur enim: si quid) che restituisse alla frase una qualche coerenza logica col suo contesto.
4
Sebbene la proposta congetturale 0 di KAYSER (sempre con Ares come soggetto), nonch la
variante esegetica che ne fa KAMERBEEK, potrebbero forse essere figlie, non saprei quanto naturali, di
unimpostazione simile a quella di HERMANN. Ma su ci torneremo infra.
5
R.D. DAWE, Studies of the text of Sophocles, Leiden 1973, vol. I, p. 216.
6
Cambridge 1982, p. 113. Sul medesimo tono la lapidaria osservazione dello studioso nelledizione teubneriana (Lipsiae, 1975), apparato ad loc.: neque intelligo neque mutare audeo.

Ares, la Notte e il Giorno: Soph. OT 198-9

245

2. Appare decisamente singolare che la quasi totalit degli studiosi7 non sembri
avere coscienza del fatto che la costruzione della proposizione non affatto univoca.
Le costruzioni possibili, difatti, per la frase cos com tradita, sono perlomeno
due. Costruzioni che danno una sfumatura differente alla frase, frase che offre
pertanto almeno un paio di vie interpretative8.
Lasciamo per ora da parte la costruzione alternativa a quella classica e la via
esegetica che ne consegue (riprender entrambe ai punti 4 e 5), e addentriamoci
sul sentiero da sempre battuto sondandone in ogni punto lo scivoloso terreno.
Dunque: se la notte tralascia qualcosa, su questo piomba il giorno. dobbligo, innanzitutto, una prima, importante, precisazione. Dalla lettura dei commenti a
questo passo, si evince che il concetto sotteso ai versi 198-9, secondo gli studiosi,
qualcosa come i mali sono incessanti, o si soffre notte e giorno, ecc.9. A ben
vedere, tuttavia, mi pare si possa affermare in modo reciso che questo non il
concetto cui rinvia la frase cos com letta. Il concetto sembra rinviare, piuttosto, a
qualcosa come infatti non c possibilit di scampo, sfumatura alquanto differente
da quella vulgata.
Chiarito ci, dovrebbe essere alquanto evidente come i nostri problemi abbiano origine da una singolare schizofrenia di una simile lettura. La frase se la notte
tralascia qualcosa, su questo piomba il giorno, infatti, presa singolarmente, ha un
suo senso compiuto, intrinseco, che per lappunto non c possibilit di scampo10; quando invece viene inserita nel contesto, perde di ogni consistenza. Se vi si
pone la debita attenzione, leggere Ares si dia alla fuga; infatti se la notte tralascia
qualcosa, questo lassale il giorno; Zeus fulmina Ares, non suona affatto altrettanto chiaro come riesce ad esserlo la lettura dei singoli vv. 198-9, scissi dal contesto11.
Il black-out facilitato indubbiamente dal E di 198, che riveste unimportante funzione nel periodo in questione. Difatti, una successione logica del tipo che
Ares se ne vada / infatti non c possibilit di scampo / Zeus fulminalo, pu
portare soltanto, mi sembra, a due tipi di conclusioni esegetiche:
a. il coro sta dicendo che Ares se ne deve andare perch la situazione tale che non c
scampo;
b. il coro sta dicendo che Ares se ne deve andare perch se c lui (o se lui non se ne va)
non c scampo.

7
8

.

Lunico che fa eccezione BOLLACK, cfr. infra., p. 249.


Ammesso sempre che il testo sia fondamentalmente sano e prescindendo per il momento da

9
Cfr. Scholia in Sophoclis tragoedias vetera, ed. Papageorgius, Lipsiae 1888, p. 175 e BOLLACK p. 120;
DINDORF ad loc.: quo significatur, ut iam scholiasta intellexit, malum non per intervalla, sed noctu diuque pari
vehementia grassari; lo stesso DAWE, Cambridge 1982, p. 113; ecc.
10
Ci, oltre alle precedenti osservazioni sulla parvenza gnomica e sul disagio causato da ,
fornisce forse una spiegazione al fatto che lattenzione degli studiosi sia stata spesso deviata dal vero
problema dellunit logica. Sul significato compiuto della frase in s si torner in seguito.
11
Ci lo si pu desumere ancora meglio, credo, se, anzich ragionare prendendo in esame la
menzione riassuntiva dei vari fili logici, leggiamo dun fiato una veloce traduzione del passo nella sua
interezza. Dal verso 190: che Ares violento il quale / ora senza bronzo di scudi / mi brucia e fra le
grida mi assale / rivolga indietro la sua corsa, dalla mia patria / esiliato, o verso il grande / talamo di
Anfitrite, / o verso linospitale tra gli approdi, / il tracio flutto. / Infatti, se la notte lascia qualcosa, / su
questo piomba il giorno. / Lui dunque, [] / Zeus padre, annientalo con il tuo fulmine.

246

Luigi Bruschi

Per quanto concerne la prima ipotesi si osserva facilmente come una simile
interpretazione del passo crei una ridondanza e una banalit poco convincenti. Si
ripensi ai versi della parodo che precedono i nostri. Il poeta ne adopera quasi
venti12 per descrivere il quadro grandioso della peste (che inizia, guarda caso, con
i vv. 168-9 che recitano :E7 %  / ?, infiniti mali patisco): appare
del tutto poco plausibile che egli ricorra qui a quello che verrebbe ad essere una
sorta di inciso esplicativo affermando che ci si augura la fuga di Ares perch non
c scampo (quindi Zeus fulmina Ares). Poniamo pure che ci abbia un senso in
quanto a proporzioni e opportunit stilistiche: ma cosa significa logicamente? Cosa
ha a che vedere Ares con il fatto generico che la situazione al momento irrimediabile? Manca qualcosa. Tutto ci appare pertanto, ad onor del vero, del tutto
privo di una sua coerenza logica e stilistica13.
E veniamo alla seconda possibilit esegetica che la lettura classica offre. Il
coro potrebbe affermare, in questo punto, che Ares se ne deve andare perch in
sua presenza non c alcuna possibilit di salvezza. Come nel caso precedente,
anche in questo nasce, in primo luogo, il problema di capire quale sia loperato di
Ares, come cio il dio influisca effettivamente sul fatto che il giorno assale ci che
la notte tralascia. In secondo luogo, anche ammesso che il primo sia un ostacolo
superabile, resta comunque da risolvere unaltra questione, a mio giudizio non di
poco conto. Nel collegare le due proposizioni infatti (Ares fugga/perch se la
notte), mi sembra si sia costretti a supporre un nesso quale ad esempio infatti per causa di Ares14 che non solo mancante, ma che appare persino alquanto
arduo da colmare mentalmente. A questo proposito, bisogna in particolare soffermarsi a riflettere sul fatto che mentre di un nesso simile non si sentirebbe la
mancanza se nel testo leggessimo direttamente non c scampo, in realt il bisogno di collegamento ad Ares si fa stringente proprio per la dizione articolata della
frase, in cui intervengono due soggetti che non sono Ares e la cui azione diretta
stride con lazione indiretta del dio stesso15.
Analizzate le difficolt che la contestualizzazione della frase (come letta classicamente) presenta, si portati a concludere che esse appaiono davvero poco sormontabili. Lunico tentativo che si pu fare quello di battere unaltra via esegetica. Ma prima, il problema .
3. Con quanto si detto finora, come se non bastasse, va a intersecarsi laltra
grande problematica del passo: la lezione .
12
Noto, en passant, che il quadro di dolore occupa nella parodo la parte centrale ed essa soltanto:
n prima n dopo si fanno riferimenti ugualmente espliciti ai mali patiti.
13
Ancora pi in generale avremmo: o Atena, Artemide, Apollo, giungete a salvarmi / infatti soffro
mali innumerevoli / mali siffatti / e Ares se ne vada / infatti non c scampo / Zeus fulminalo, ecc.
Lascio ad ognuno il giudizio su una simile sequenza concettuale della parodo.
14
O se lui presente infatti, o diversamente infatti cio se Ares non va via ecc.
15
Non un caso che i tentativi congetturali pi particolari abbiano avuto lo scopo di inserire Ares
come soggetto della proposizione. Cfr. ad es.  di HERMANN (vd. infra per la citazione) o 0 di
KAYSER (vd. pure KAMERBEEK, JEBB). Ci, fra parentesi, unaltra importante spia del fatto che alcuni
studiosi erano ben coscienti del livello di problematicit della frase (nonostante il fatto che ritoccando
 si finiva con lo spostare lattenzione su un piano differente della questione). Lassenza di Ares nei
nostri due versi, stato notato, rende anche pi debole il 5 a lui riferito del v. 200; ad es. DAWE
(Studies, cit., p. 216.). Lo studioso osservava altres (ibidem): we might reasonably expect that the
subject of the verb or verbs in the E sentence, giving the reason why the prayer is made, will be Ares.

Ares, la Notte e il Giorno: Soph. OT 198-9

247

Nellanalizzare il problema , due sono gli atteggiamenti adottati dagli studiosi: taluni, la maggioranza, ritengono la lezione genuina; altri ritoccano il testo.
Coloro che ritengono plausibile il passo cos com tradito spiegano  in tre
modi: (a) infine16, di cui una leggera variante appare la lettura nel compimento,
nel compiere17; (b) alla fine della notte18; (c) completamente (omnino)19. Il problema, bene ricordarlo subito, sta ovviamente nel dativo semplice.
Dal momento che la prassi invalsa nellanalisi di questo delicato punto, specie
via via che ci si avvicina ai giorni nostri, stata sovente quella di mettere nuova
carne al fuoco senza esaminare pi, criticamente alla luce del senso, della lingua,
della sintassi le proposte precedentemente avanzate (con spirito cio di mera
giustapposizione critica), con intento riassuntivo, nonch chiarificatore, che mi
accingo a fare le osservazioni che seguono.
Lipotesi a di  come avverbio di tempo (o nel senso di infine, alla fine o
in quello di nel momento del compimento), se non pu forse dirsi impossibile da
un punto di vista strettamente sintattico, lascia comunque alquanto perplessi.
Moorhouse, cit., ricorda Pind. Pyth. 1.35 [V (gi segnalato in apparato da
Pearson); cfr. anche Soph. OT 1516 O6, nel senso di al momento giusto, opportuno. Tutto sommato si resta con limpressione che fu gi di Hermann sulla possibilit del significato postremo: quo modo hic si  dixisset Sophocles, et insolenter esset
et languide loquutus.
Lipotesi b, del resto, non pare molto convincente, perch un simile significato
svilirebbe il ruolo di notevole importanza che  sembra invece rivestire per la
sua posizione (allinizio di frase e subito seguito da un forte E che ne marcherebbe, con lo stacco e il significato, la presenza). Per di pi, la specificazione temporale di una parte precisa della notte non crea i presupposti per uno snellimento
concettuale del periodo, ed anzi lo ingarbuglia di pi, se possibile, rimanendo
oscuro il significato che dovrebbe assumere la menzione della fine della notte in
seno al contesto.
Lipotesi c non mi appare convincente, invece, rispetto al senso globale. Nel
caso sia: Se la notte tralascia completamente qualcosa..., perch completamente?
Pu tralasciarne solo una parte? E cosa cambia, specie ai fini della frase seguente,
se la notte lascia una parte o lintero, sempre ammesso che ci abbia un qualche
significato? Nel caso invece che si leghi ad & (il giorno lassale completamente) la frase mi appare ancora pi inverosimile. In un caso o nellaltro, insomma, non appare spiegabile la valenza di questavverbio20, che risulterebbe un inutile riempitivo in una posizione sintattica, invece, affatto rilevante.
Tirando le somme, verrebbe proprio da concludere che questo , per dirla
con Hermann, satis inutile vocabulum est.

16

Ad esempio SCHADEWALDT.
Soprattutto A.C. MOORHOUSE, The Syntax of Sophocles, Leiden 1982, p. 88: at the time of accomplishment.
18
Cos gli scolii: 8$ O6 'H  (Scholia in Sophoclis tragoedias vetera, ed. Papageorgius, Lipsiae
1888, p. 175); F S 8 O6  (Scholia Byzantina in Sophoclis Oedipum Tyrannum, ed. Longo, Padova
1971, p. 184). Cfr. THOMAS, BLAYDES, CAMPBELL, COLONNA.
19
MANUELE MOSCHOPOULOS (Longo, cit., p. 18):  % v F S :iH, ( %  F F 8.
Cfr. ELMSLEY, HERMANN, WUNDER, ELLENDT s.v. p. 723.
20
Della stessa idea era ad es. JEBB (ad loc.).
17

248

Luigi Bruschi

Non molti, tutto sommato, sono stati gli interventi congetturali sul nostro testo,
verosimilmente perch la semplicit dei vocaboli induceva i pi a non osare discostarsi dalla E nonostante questa risultasse problematica. Arndt pensava ad
:; Kayser a 0 (che a Kamerbeek non dispiaceva se intransitivo). La pi seguita una delle due congetture di Hermann, 0, legato senzaltro ad 8
(se la notte tralascia qualcosa il giorno giunge a compierlo) con buona pace di
Dindorf, il quale invece lo legava ad :iH (nox si quid malorum perficiendum reliquerit, id diem aggreditur et perficit).
Stupisce tuttavia che il 0 di Hermann sia divenuto praticamente textus receptus, quando lo stesso studioso laveva considerato, senza alcuna convinzione,
nulla pi che unipotesi di lavoro: reliquum est, ut  cum :iH coniungatur, hac
sententia, fini si quid nox permiserit: quo perfectio intelligatur morbi mortifera. Fatendum tamen, ista omnia multo planius aptiusque sic dici potuisse, 0 % [] Et erunt
fortasse, qui sic scripsisse Sophoclem credant.
Preveggenza, verrebbe da dire. Hermann per proseguiva, come in parte si
gi riportato allinizio del presente lavoro, scrivendo: sed tamen, ut dicam quod sentio, suspecta mihi est librorum scriptura, idque non solum quod illud , quoquo se quis
vertat, satis inutile vocabulum est, sed etiam quia tota sententia parum apte hic posita
videtur, nisi sit in ea, quod disertius ad illam quam finxit poeta Martis personam referatur. Quocirca per mihi volenti accideret, si per aliquem librum liceret sic scribi: 
cunctatur enim: si quid nox autem dimiserit, id invadit dies.
La congettura che dunque a Hermann premeva di pi era senza dubbio ,
che ha linnegabile pregio di eliminare il problematico , ma soprattutto di
istituire un nesso puntuale che riporta alla persona di Ares; protasi e apodosi, poi,
perdono cos (a favore di ) quella preponderanza che, in assenza del nesso,
fa zoppicare la frase, e vanno a costituire un vero inciso, certo molto pi sopportabile di qualsiasi altro tentativo esegetico proposto. Congettura diagnostica, senza
alcun dubbio, purtroppo presto dimenticata.
4. Si visto dunque come da un lato la lezione  ci appaia poco sostenibile,
dallaltro la lettura classica dei versi lasci del tutto insoddisfatti. Ci che si deve
fare, a questo punto, verificare se esistono, per il nostro passo, altri sentieri
esegetici da battere e sondarne anche qui, in caso affermativo, il terreno. A questo
scopo vorrei tentare di riflettere su cosa verosimilmente Sofocle poteva voler esprimere nel passo in questione.
Come si detto, abbiamo una frase contenente la notte e il giorno, e ci
legato con un E21 al concetto Ares deve andar via. Per i motivi fin qui evidenziati, una frase dal significato negativo del tipo infatti quello che risparmia la
notte, lo compie il giorno appare assai difficilmente sostenibile. Daltronde,

21
Dal momento che al v. 198 presente un E, i casi sono sostanzialmente tre: (1) la frase
lespressione di un avvenimento che in atto nel momento in cui si parla e che getta luce sullaffermazione precedente Ares se ne vada (e.g. infatti causa dei nostri mali); questa stata lunica ipotesi
ad essere stata presa in considerazione fino ad ora. (2) La frase lespressione di un avvenimento che
proiettato nel futuro e che avverr soltanto se e quando si realizzer laffermazione precedente Ares
se ne vada (e.g. infatti se molla la presa possiamo salvarci). (3) La frase lespressione di un fatto
universale (che comunque chiarisce laugurio della cacciata di Ares). cio una sorta di , (e.g se
infatti non si butta ulteriore benzina sul fuoco, questo pu riuscire ad estinguersi). Se vogliamo che la

Ares, la Notte e il Giorno: Soph. OT 198-9

249

espressioni negative plausibili e alternative alla classica non se ne vedono (pur


volendo intervenire sul testo come fino ad oggi si talvolta tentato).
Simili considerazioni sembrerebbero aprire la strada ad una possibilit, credo,
da non sottovalutare: che cio Sofocle possa aver usato unespressione dai connotati positivi, qualcosa che riguardi dunque in qualche modo la speranza, del resto
vero e proprio Leitmotiv della parodo (cfr. infra 5, e n. 30). Nellottica della speranza, la frase che potremmo aspettarci di leggere qualcosa che dia un significato
simile ad esempio a infatti non tutto perduto. Vocaboli quali la notte e il
giorno hanno notevoli capacit di adattarsi ad un contesto simile. Non un caso
che si dica alla notte segue il giorno. Io ritengo che vi siano buone probabilit
che il senso che si cela dietro questa espressione cos oscura sia qualcosa di molto
simile a ci.
Il quesito da porsi, ora, come leggere nel testo tradito quello che ci aspettiamo. La soluzione che propongo di seguito non ha la pretesa di rappresentare
alcuna certezza, ma spero tuttavia possa indicare almeno una direzione di lavoro.
5. Lasciamo ancora per un attimo da parte il problematico . La costruzione
solitamente adottata per la proposizione in questione quella che fa di h il
soggetto dellapodosi e di ( (che riprende il del verso precedente) loggetto
del verbo & in cosiddetta tmesi con 822. Una simile interpretazione tuttavia,
lo si era gi accennato, non lunica possibile. Ve n infatti unaltra, forse addirittura pi semplice, capace di arrecare notevoli vantaggi a fronte dei problemi delineati sino ad ora.
Gi Bollack23, prendendo in esame tutte le possibili costruzioni, aveva adombrato la possibilit che il ( del v.199, sempre riferito al di 198, potesse
essere il soggetto di &, che a sua volta sarebbe in reggenza col naturale
complemento di moto a luogo figurato24 8 h. Bollack formulava lipotesi che,
cos costruito, il periodo potesse significare: se la notte lascia qualcosa di s, di
nocturne, e ci raggiunge il giorno, linterferenza di questo frammento di notte (=
di Male) nel giorno (= nel campo del Bene) pu essere pericolosa. Questo sarebbe
il motivo dellappello alle divinit che vedrebbero minacciato il proprio luminoso
impero dalla force qui est luvre. Tutto ci appare francamente persino pi
intricato dellinterpretazione tradizionale. Non un caso che lo stesso Bollack,
forse conscio di ci, affermi alla fine che il faut sen tenir linterprtation traditionelle (p. 122).
frase sia autoconsistente dal punto di vista del significato e al tempo stesso si regga ugualmente senza
i nessi logici di cui si ampiamente discusso, c una sola possibilit: la proposizione deve avere
realmente una valenza gnomica o tuttal pi proverbiale. Limpostazione della frase che il testo tradito
ci presenta (E, protasi, apodosi) suggerisce che questa una possibilit da non escludere. Se cos
fosse, non si sentirebbe lo stacco dovuto allassenza del nesso mancante di cui si trattato. Le 6
difatti (e con esse i modi di dire proverbiali) hanno un senso universale che mantengono anche
allinterno del contesto, adattandovisi in modo coerente senza bisogno di nessi particolari, un po come
fossero chiavi che girano in tutte le serrature. Cfr. infra (e n.32).
22
O tuttal pi loggetto di 0, per chi accetta questa congettura di HERMANN (1833). Cfr. ad es.
JEBB e, da ultimi, LLOYD-JONES e WILSON.
23
J. BOLLACK, LOedipe Roi de Sophocle: le texte et ses interprtations, Lille 1990.
24
Per quanto riguarda questo complemento, la costruzione preferita da Sofocle sembra proprio
essere 8+ accusativo: Ant. 360, Z 8+U & / P ; El. 1000,  F0 :0 :$
U &; fr. inc. 713.8, :$ U &.

250

Luigi Bruschi

La via esegetica che la struttura in esame indica, in realt, ben pi semplice e


lineare. Il passo cos traducibile: se la notte tralascia qualcosa, ci arriva al
giorno. Si immagini la notte (intesa come la rovina, la morte e ovviamente in
senso metaforico anche la peste)25 che nel suo processo di distruzione porta via
con s, nel suo buio, tutte le cose: se accade che essa, nella sua avanzata, si lascia
qualcosa alle spalle, questo qualcosa riesce ad arrivare al giorno; fuor di metafora:
salvo26. Daltronde, laccezione letterale e metaforica insieme di termini quali I
e h del tutto naturale e frequente nei tragici e non solo. Si veda e.g. lagile
studio di M. G. Ciani, E e termini affini nella poesia greca, Firenze 1974. Da esso
traggo anche (p. 33 e n. 45), a titolo esemplificativo, un esempio eschileo di contrapposizione I-h con valore letterale e anche traslato rovina-salvezza, la
cui affinit metaforica col nostro passo mi pare possa fornire validi spunti di riflessione: Aesch. Pers. 300-1 80 U < , E  / $ P h P
8 .
Tornando ai nostri versi, il periodo, cos interpretato, ha il pregio di offrire un
incastro logico col contesto: che Ares se ne vada; infatti, se la notte si lascia sfuggire qualcosa, questo qualcosa arriva al giorno; dunque Zeus colpisci il dio col tuo
fulmine27. Ci significa pertanto che non tutto ancora perduto, il processo di
distruzione non ha ancora completato la sua opera (si noti come questo acquisti
un notevole senso tragico nello svolgimento del dramma): sebbene Ares abbia gi
fatto molti danni, andandosene lascer dietro di s qualcosa che non ha ancora
toccato, non ha ancora distrutto, e questo qualcosa potr cos arrivare a vedere la
luce del giorno, cio potr salvarsi28.
Rispetto a quella tradizionale, questa esegesi mi pare riesca a rendere maggiore
giustizia al periodo e allintero contesto: non solo viene meno, come si appena
visto, laporia consistente nel black-out logico fra le due proposizioni, ma si crea

25
NI per tenebra, notte dei sensi (morte talora) non certo una novit. Qualche esempio:
Hom. E 310, :$ U 9 * S 8E, ecc.; Aesch. Choeph. 817, I 5 RE 5
; Soph. OC 1684, ( R7 S 8 9 ; e soprattutto Ajax 660, S NA (a
dispetto di BOLLACK, secondo cui, p. 122, per avere nel nostro passo un valore figurato = forza distruttrice, I dovrebbe essere determinato; e questo sarebbe il secondo, decisivo, motivo che induce lo
studioso a tornare allinterpretazione tradizionale!).
26
Il concetto delleredit che una parte della giornata lascia allaltra (il giorno alla notte, o viceversa) si ritrova anche, ad esempio, in un passo dellAiace sofocleo che presenta affinit concettuali con
linterpretazione da me qui suggerita: vv. 208-9, T 8? H { S n E; Altre affinit
possono rinvenirsi in un passo dellAlcesti euripidea, vv. 320-1, dove si legge 0 % 70 > $ 5
+ 8 ] / + 8  P & 5, la cui segnalazione devo allamico Walter Lapini: si
veda in proposito il suo lavoro W. LAPINI, Una crux euripidea: Alcesti 321, BollClass.1997, pp. 73-87.
27
Si pu aggiungere che anche la costruzione classica, sebbene in modo meno lineare, pu avere
un significato analogo a quello qui proposto, a patto che h sia inteso in senso traslato come salvezza.
28
Che il quadro clinico di alcune malattie si aggravi proprio durante la notte, noto da sempre.
Ovvio pertanto come il superamento della notte e lapprodo al giorno sia simbolo di salvezza e persino,
in taluni casi, di guarigione. Dal momento che il nostro contesto ruota interamente sul perno epidemico della peste, non improbabile forse che questa , cos formulata possa adombrare la communis
opinio sulle malattie appena citata. Cfr. e.g. Gal., De crisibus, vol. 9, p. 752, l. 5-8 Khn: 8% k 8$ O6

?  8 $ F S  I $ 8 +iH - P CEi 7V K 
$ ,, 8 8O O6 O6 7 *  :0; Ach. Tat., Leuc. et Clit. 1.6.2.3-5:
& U % I $ % Z ? $ % ( , I <8> $ , $ 8
V F0 FE $ 87 % :5.

Ares, la Notte e il Giorno: Soph. OT 198-9

251

anche, per quel che riguarda la menzione di Ares, un preciso aggancio con il testo.
Aggancio piuttosto stringente se pensiamo ad un Ares che dovrebbe scappar via
voltando le spalle ( ... ) e che dunque ci sembra molto verosimile
che nella sua corsa (E) possa lasciare dietro di s (:iH) qualcosa di intactum. La notte che tralascia pare una metafora alquanto rispondente al concetto di
un Ares che andandosene molla la presa29.
Daltro canto, la sfumatura positiva contenuta nei versi cos interpretati va a
ricollegarsi direttamente con il motivo della speranza che, pur nella situazione
tragica, pervade, come si gi detto, tutta la parodo. Si confrontino i vv. 158 (dove
compare anche E), 164-7, 188-9; ma si veda anche prima, ai vv. 80-3 (il fatto
stesso che Creonte si presenti col capo cinto dalloro segno di speranza), ecc.30.
Resta il problema . Al suo posto si potrebbe sostituire qualcosa che sostanzi ancora di pi, se possibile, il nesso formale con quanto precede. Penso per
esempio a 8$31.
Il periodo ricostruito sarebbe dunque: 8$ E  S :iH / ( 8 h
&32.
forse utile, a conclusione, riprendere qui la traduzione del passo in esame,
gi fornita nella nota 11, con la sola sostituzione dei vv. 198-9 reinterpretati: che
Ares violento il quale / ora senza bronzo di scudi / mi brucia e fra le grida mi
assale / rivolga indietro la sua corsa, dalla mia patria / esiliato, o verso il grande
/ talamo di Anfitrite, / o verso linospitale tra gli approdi, / il tracio flutto. / Infatti,
se la notte risparmia qualcosa, / questo arriva al giorno. / Lui dunque, [] / Zeus
padre, annientalo con il tuo fulmine.

Cfr. LSJ II 1.b, s.v. :, con vari esempi sofoclei.


Sul motivo dellinvocazione benaugurante alle divinit nella nostra parodo come richiamo ai
moduli culturali innografici cfr. le osservazioni di W. AX, Die Parodos des Oedipus Tyrannus, Hermes
1932, pp. 413-37. Cfr. anche G. PADUANO (Torino 1982, ad loc.) che citando Ax e i moduli culturali
innografici ricorda che ad essi appartiene anche il richiamo ai benefci passati che motivano la speranza di un nuovo intervento divino.
31
Ci si pu chiedere come un vocabolo cos semplice possa essersi alterato nella lezione . Ci
ovviamente si accorda male con il noto principio dellutrum in alterum. Se lecita unosservazione del
genere, chiss che non sia degna di considerazione, in tal senso, la lezione alternativa dei cdd. , che
invece appare molto vicina ad 8. Il nesso 8$ E, comunque, quattro volte in Soph. Cfr. in particolar
modo Ph. 331, 8$ % & 0 A 70, in cui il nesso sembra avere una valenza del tutto
identica a quella postulata nel nostro passo.
32
Se si vuole fare un riscontro con quanto detto nella nota 21, la frase cos ricostruita sarebbe
senzaltro ascrivibile al terzo caso (sentenza gnomica o comunque modo di dire). Gli esempi possono
essere facilmente rinvenuti nella congerie di passi sul senso traslato-metaforico di notte e giorno (cfr.
nn. 25-6).
29
30

HLNE PERDICOYIANNI-PALOLOGOU

THE VOCABULARY OF KINSHIP IN EURIPIDES

The aim of this study is to single out and describe the nominal forms denoting
the concept of kinship. This description will be based on the analysis both of
contexts in which each term appears, and of the semantic content of the words
which precede or follow the terms of our semantic field. This will permit us to
detect the common uses of the various words belonging to kinsmen, to point out
the relationship based on both similarities and differences among the various
terms used in Euripides, and to trace the cohesiveness of the terms belonging to
each semantic field. In addition, this approach will reveal the basic and metaphorical meanings of each term as well as their specificity.
Before examining the words denoting the links of kinship in Euripides, I consider it useful to examine briefly those words that denote the concept of kinship
and kin.
In Euripides, I find a few references to this concept. The most representative
words are 1 and ?2. When used in the neuter, this word means
the kinship3 and it is synonymous with . The other terms expressing
the concept of kin are C04, 2 ?5, -?6, -7.
1. The father
When used in its basic meaning, ? appears in the human, divine, and animal worlds. In the human world, the term can refer to the biological father, whether legitimate or illegitimate. In And. 508-509, the son, who is born from the illegitimate union of Andromache and Neoptolemus, addresses his father who is absent
from the scene, asking him to come to help him out:
We express our heartfelt thanks to Dr. WILLIAM WYATT, Professor of Classics at Brown University, for
inviting us as a Visiting Scholar to Brown in the Department of Classics where this research was
undertaken.
1
Euripides, Phoenissae 291, Orestes 733, 1233.
2
Euripides, Alcestis 532; Heracles 798, 1154; Heraclidae 30, 229, 988.
3
Euripides, Heraclidae 240; Orestes 804.
4
Euripides, Bacchae 1250.
5
Euripides, Medea 1304.
6
Euripides, Iphigenia among the Taurians 918; Orestes 243; Helen 1685; Phoenissae 218.
7
Euripides, Iphigenia among the Taurians 1402; Orestes 806.
Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

254

Hlne Perdicoyianni-Palologou
m E,
5  8.

In the animal realm, the term denotes the sheeps father and it is coordinated
with  E8.
Thus ? means him who begets, who procreates. This is confirmed by
the use of the term with verbs denoting the same meaning (I, 8I, ,
E, ,, )9 and by the expressions: Ion 136:  ?; Hec. 1288:
 E.
When used in its biological meaning, ? is synonymous with the terms
taken from verbal roots meaning to beget, to procreate. From the root 
we detected 10, 11 and the compound adjectif 5. This word
denotes the begetter of children, i.e., Zeus, who impregnated the young girl of
Inachos12.
The term ?13 is taken from the verbal root E and it is substitute for
? . ? denotes the divine or human father.
Euripides uses the periphrastic turns - , (<), - I, - I (< I).
These terms are nominalized passive participles meaning him who begot, who
procreated, i.e. the father14. , occurs both in the human15 and divin worlds16.
In plural, 2 5, 2 017 denote the parents and appears in proverbs. In
this case, they are interchangeable with 018.
I have to note three periphrastic turns, - I, - 5, - ,
which are used in their metaphorical meaning and denote the biological father.
Euripides, Cyclops 41-2: V  U  /   8 E.
Euripides, Iphigenia at Aulis 873: * - I; Suppliant Women 574: h V k  & 80
?; Electra 206: ( ( P 8I; Heraclidae 234-5: % 5 8( 6, 326: e
5, 499: - ? ?. Helen 1146: P % 8 5 ? 8 ?; Heracles 1367:
- I r e 4V ?.
10
Euripides, Orestes 986: W & &  8 5; Ion 136: 05  ?.
11
Euripides, Orestes 1010. On the formation of , see P. CHANTRAINE, La formation des noms en
grec ancien, Paris 1979, p. 129.
12
Euripides, Suppliant Women 627-8: Ce (, V E | 5 5 E.
13
Euripides, Hippolytus 683; Iphigenia among the Taurians 576; Ion 735. On the formation of ?,
see E. BENVENISTE, Noms dagent et noms daction en Indo-europen, Paris 1935, pp. 31, 43, 46.
14
Euripides, Phoenissae 19: :0  - I; Alcestis 290:   - I ^ ( I; in
this passage, - I is cordinated with ^ ( denoting the mother.
15
Euripides, Iphigenia at Aulis 1312; Hippolytus 1040; Heraclidae 76: in this passage, the word is
interchangeable with ? (74); Iphigenia at Aulis 473: P 5  .
16
Euripides, Cyclops 262: 6 P 5 , m I; Bacchae 24: ( - .
17
Euripides, Hippolytus 108; Sup. 361, 364; Alcestis 959; Heracles 915: E U  . This
term (2 0) usually refers to a parent, bt is probably applicable to any near ancestor: parent or
grandparent (see H. PHELPS GATES, The kinship terminology of Homeric Greek, Part II Supplement to
International Journal of American Linguistics, vol. 37, No 4, October 1971, Indiana University Publications in Anthropology and Linguistics, 9. A).
18
Euripides, Electra 257. This term refers also to the grandparents, see J. A. SCOTT, Assumed Contradiction in the Parentage of arete, CPh 1939, p. 374.
8
9

The vocabulary of Kinship in Euripides

255

When used in its basic meaning, I means to plant. However, in Euripides the verb is used in its metaphorical meaning and signifies to beget, to
produce, to procreate19.
In the human domain, the nominalized passive participle - I refers to
the illegitimate biological father, i.e. Neoptolemus20. It may also preceed ?,
thus denoting the legitimate biological father21. It is a stylistic and literary means
whereby special emphasis is given on the act of procreation.
In Alc.. 1137, Heracles uses the same means (- I ?) not as distinct
from Amphitryon, his putative father, but simply to emphasize the appropriateness
of Zeus interest in him: as he begot you, so may he preserve you 22.
When used in its basic meaning, - 5 signifies him who cultivates the
land. In Euripides, the word appears in the divine world and it possesses the
meaning the productor, the creator, the father23.
In Euripides, - , a nominalized active participle of , to sow, is
used in its metaphorical meaning and precedes ?. In Hip. 628: -  $
 ? refers to Phaedras father. The participles suggest the affection which
he of all the men might be expected to feel for her24.
In Phoen. 1600 (-  ?), the nominalized participle is used in its concessive value: my father, although he procreated me. The process highlights the
horrible character of the murder of Laios.
Finally, in Or. 750 - % :   ? refers to Tyndare, the
father of Helen, Clytemnestra and Phoibe.
? is the only term to be used in its metaphorical meaning and denotes the
father of waters25 or Time, the ancient father of days26.

In the light of the various types of constructions of all the terms denoting the
father, ? is a bivalent and the most flexible term to be used in the familial,
moral, and social contexts. When ? is preceded or followed by an adjective,
this expresses the social condition of the father27, his noble birth28, his celebrity29,
his impiety30. The particularly complex context in which ? may appear is also
confirmed by its use with adjective expressing his old age31, his mortal condiEuripides, Orestes 552: * U 8I ; Hippolytus 460:  I.
Euripides, Andromache 49.
21
Euripides Iphigenia at Aulis 1177: - I ? the passive participle with concessive value
underscores the abominable character of Iphigeneias sacrifice by her father.
22
A. M. DALE, Euripides, Alcestis, Oxford 1961, p. 129.
23
Euripides, Iphigenia among the Taurians 949: , P .
24
W. S. BARETT, Euripides. Hippolytos, Oxford 1964, p. 279.
25
Euripides, Hecuba 451-4: & P/ 4E  /i$ P  .
26
Euripides, Suppliant Women 786-8: Z5  & ( :$/5 P * /` {V
19

20

.

Euripides, Hecuba 420: P 8.


Euripides, Andromache 766:  :6 ? 5; Heracles 53: i $; Electra 369:  5; Herarclidae 298: P 8( :( , 513: P k +(;
Suppliant Women 1167:  :.
29
Euripides, Andromache 647: S $ P ( ,; Electra 206: ( ( P 8I.
30
Euripides, Iphigenia at Aulis 1317:: 5.
31
Euripides, Hecuba 711: -  ?; Suppliant Women 1101-2: $ | ; Andromache 613:
27
28

S .

256

Hlne Perdicoyianni-Palologou

tion32, his infortunate condition33, and the affection which the son feels for his
father34.
2. The mother
When ? refers to either a human or a divine mother, it is used in terms of
procreation, expressing her relationship to an infant or a young child. In this case,
? is used in its basic meaning.
In the human world, most of the references of ? denote the biological
mother of a legitimate child. However, I found a passage wherein the term denotes
the mother of a child born of an illegitimate union35.
In reference to the divine world, ? appears in a few passages.
M? est un synonymous with E, 5, F (.
E denotes primarily the female animals which are able to beget or to give
birth. In Cycl. 42, E is preceded by the adjective  and denotes the
female ewes36. I isolated a passage in which the term denotes the human mothers37.
5 is used only once. In Andr. 4, it refers to E and is used by the
eponymic heroine to allude to her marital duties (E 0 5 N).
The term signifies she who begets children.
When used in its basic meaning, ? ( denotes either the legitimate38 or
illegitimate39 biological mother.
?, E, F ( are used in their mtaphorical meaning. ? denotes the land40 or the father who, according to the advice of his wife, must replace
her in her maternal duties after her death41.
In Sup. 826-7, iH Ii is cordinated with H Ii, both of them describing the land. In HF 1405, the term describes the native country: F % (

5 $ ].

Finally, in Med. 187, E  is a metaphor for denoting a human being,


i.-e. Medea42.
Like ?, ? is a bivalent term, which appears both in the human and the
divine world, leaving out that of animals. The various types of constructions permit
us to assert that ? occurs in the same contexts as ?, i.e. in familial, moral and

Euripides, Ion 1548: ( 5.


Euripides, Orestes 622: i6 ,i ; Electra 155: P Z .
34
Euripides, Orestes 482:  5; Electra 914:  5; Medea 31:  . On the
concept of friendship in Euripides, see H. PERDICOYIANNI, Philos chez Euripide, RBPhH 1996, pp. 526; J. - C. FRAISSE, Philia, la notion damiti dans la philosophie antique, Paris 1984, pp. 57-67.
35
Euripides, Andromache 722-3.
36
Cfr. supra n. 8.
37
Euripides, Hecuba 1157-8: W U E h, 8I |  8 0 &.
38
Euripides, Andromache 517; HF 1258-60; Alcestis 290: in this passage ? ( is cordinated
with - I.
39
Euripides, Andromache 413.
40
Euripides, Hippolytus 601: m 0 H.
41
Euripides, Alcestis 377: I ( 0 : 8( ? .
42
On this metaphor, see D. L. PAGE, Euripides. Medea, Oxford 1964, p. 84.
32
33

The vocabulary of Kinship in Euripides

257

social ones. When ? is preceded by an adjective, this expresses her noble birth43,
her immorality as a result of committing adultery44, her terrible character45, her impiety46. It can also express the old age of the person47, her unfortunate condition48 or
misfortune49 and, finally, the affection that a child feels towards its mother50.
3. The child
Euripides applies 17 terms to offspring: 0, , , 5, 5, 5,
<, 25, (, 5, E, 5, ?, ?, , , .
In the basic meaning, 0 indicates the child, whether son or daughter, of a
human being, a god or a goddess. In plural, it denotes two or more children of
either sex 51. It also denotes the male offspring born of illegitimate unions52.
In a few passages, 0 denotes the grandson53.
0 has a connotation of familiarity and affection. In this case, the heroine is
treated as 0 by the choir54, the 555 or the old man56.
In the terrestrial realm,  denotes the child, son or daughter, whether
legitimate or illegitimate57. In some passages, it denotes the grandson58.
In most of its uses, it appears in apostrophes and in the context of expressing
affection and emotion.
The term appears in the context of supplication59, in the context of Agamemnons paternal emotion in light of his daughters arrival60 and in the scenes of
farewell which take place between the children and their mother, who freely chooses
to sacrify herself instead of her husband61.  denotes the deceased children62
in the Trojan war or those killed by their mother63.
Euripides, Andromache 623: 8H ... 8 5.
Euripides, Andromache 230: 6 6 % .
45
Euripides, Medea 113: V 5.
46
Euripides, Orestes 24: P :E.
47
Euripides, Alcestis 16: 0 ... ; Suppliant Women 94:  E.
48
Euripides, Hecuba 186:  5; Bacchae 1324: C% U ?.
49
Euripides, Orestes 392: 5 H ,.
50
Euripides, Suppliant Women 1128-9: i | $; Hecuba 409: m  H.
51
Euripides Alcestis 325 0 indicates the son and daughter born of the marriage between
Admetus and Alcestis; Hecuba 12:  alludes to the fifty children of Priam and Hecuba. On the
number of children of Priam, see H. PERDICOYIANNI, Commentaire sur lHcube dEuripide, Athens 1992, p.
44.
52
Euripides, Andromache 309, 339, 381.
53
Euripides, Andromache 709; Suppliant Women 1036.
54
Euripides, Electra 197: m 0.
55
Euripides, Hippolytus 372: m E 0 .
56
Euripides, Electra 516: m 0.
57
Euripides, Andromache 27.
58
Euripides, Heracles 227; Heraclidae 873.
59
In Hecuba 277, Hecuba supplicates Ulysses not to snatch Polyxena from her: ? P  8
6 :Ei; in Electra 1165, Clytemnestra supplicates Orestes not to kill her: m , P 6 *
E .
60
Euripides, Iphigenia at Aulis 643.
61
Euripides, Alcestis 270-3.
62
Euripides, Hecuba 421.
63
Euripides, Medea 1395.
43

44

258

Hlne Perdicoyianni-Palologou

 is often used interchangeably with 0 for singling out the paternal or


maternal affection. Oedipus addresses Antigone as  (Phen. 1719) and in this
way he expresses his affection toward her.  is synonymous with 0 (1703)
which has the same connotation. Aethra similarly addresses Theseus in the beginning as 0 and then as  (103).
 and 0 are juxtaposed in Hec., 171: m , m 0. This iuxtaposition
permits to Hecuba to express her feeling of helplessness as she must announce the
achaean armys decision to her daughter.
As 0,  denotes the hero or the heroine and it is used in the apostrophes by the old man64, the choir65, the pedagogue66, the nurse67.
As 0,  is used by a relative for the purposes of expressing his affection
toward a person. In Her. 427, Ioloas addresses Heracles children: m . In this
passage, the term is interchangeable with 0 (439: m 0, 40  + & 
?).
In the divine realm, the use of  is extremely limited. It denotes the child
born of a goddess, i.e., Achilles born of Thetis68. In Cycl. 590, +H  is
juxtaposed with 0 in order to denote the noble origin of the Satyres: T *,
I 0, +H .
 indicates the children, male or female offspring, born of Priam and Hecuba69, those of Herakles70 or the two sons of Iocaste71. In IA 1614, 5  indicates Agamemnons daughter, i.-e. Iphigeneia.
In divine world,  denotes Thetis, Zeusdaughter72.
When used in the animals realm,  denotes the small owes73.
5 denotes the legitimate son or the as yet unborn child74. It is also used by
the speaker to present his / her family identity75. In this context, 5 is interchangeable with 076.
When used in the divine world, 5 indicates the son of Maia and Zeus77 or

the hunter son of Amazon, i-e Hippolytus78.


5 denotes the new-born79 of a human being.
64

Euripides, Electra 532.


Euripides, Andromache 874.
66
Euripides, Phoenissae 139.
67
Euripides, Hippolytus 203.
68
Euripides, Andromache 1235; Iphigenia at Aulis 892: m  iH, m 0 , I E,
the two apostrophes are juxtaposed,  denotes the child born of a goddess and 0 that born of
a human being.
69
Euripides, Hecuba 475: `  86.
70
Euripides, Heraclidae 114: m  P :E.
71
Euripides, Phoenissae 1568. In this passage  is interchangeable with  (1570, 1578).
72
Euripides, Andromache 1254: % 6 $ ( P .
73
Euripides, Cyclops 47: ] $ .
74
Euripides, Electra 626: P  5; 652: ,  :E k Z 5.
75
Euripides, Andromache 884: 5 $ ? 5.
76
Euripides, Hecuba 1-3: I, E 0 e H  / E 5.
77
Euripides, Orestes 997: E 5; Andromache 276-7: - / $ P 5.
78
Euripides, Hippolytus 10-1:  0, 5 5.
79
Euripides, Bacchae 701.
65

The vocabulary of Kinship in Euripides

259

5 denotes the child, the son born of a marriage80 or of an illegitimate

union81. In some passages, the speaker uses the word to present his familial identity82.
In reference to the divine world, the term denotes the child of a god83 or that of a
goddess, i.-e. Thetis or Semele84. In these passages, 5 is interchangeable with 085.
86 denotes the son of a human being. In HF, l. 1182, the term denotes
Herakles, Amphitryons son87 and in Tr. 571, < alludes to Astyanax, Hectors son.
25 possesses the same meaning as the previous term. It denotes the son either of a god or that of a human being. In Or. 1689, it indicates Zeus sons, i-e the
Dioscures88 and in Tr. 986 that of Hecuba, i-e Hector.

Most of the usages of ( denote the legitimate son. In Hel. 138, 5


denotes Tundarus sons89; in Alc. 903, 5 indicates the adolescent, who is a
single child90; in Sup. 274, I denotes the sons of the choir who have been
killed in the war. In Sup. 356, 5 indicates the Athenians children91. The term
can also denotes the bastard son of Neoptolemus union with Andromache92.
In reference to the divine world, 5 indicates the rustic son of Maia, i.-e.
Hermes93, Zeussons, i.-e. Dioscures94.
KI, 5 is rarely used by the mother or father of the person referred to as
I, 595. It denotes the young girl96, the legitimate daughter97, and the young
girl with whom the speaker shares an indirect familial tie. In Or. l. 110, Helen
addresses her niece, Electra: 6 &,   , 5.
In some passages the word indicates the choir women98.

80
Euripides, Orestes 1038: P  5; Iphigenia at Aulis 621: $ 0 5 P
 5; 0 5 denotes the young Orestes at the moment of the utterance and 5

indicates the same person when he was child.


81
Euripides, Andromache 70: P 8P & 5.
82
Euripides, Orestes 82: P  5.
83
Euripides, Bacchae. 604: P 5.
84
Euripides, Electra 450:  CE 5; Bacchae 278: -  5.
85
Euripides, Electra 454: m  0; Bacchae 581: - , - P 0.
86
On the use of <, see O. MASSON, Le mot , fils, fille chez les Potes, REG 1975, pp. 1-25.
87
Euripides, Heracles 1182; 353-4: 0  P  /  I <; in this passage we
have to single out the difference between 0 and : the first one denotes the son of a god and the
second one that of a human being.
88
Euripides, Orestes 1689:0 P 20.
89
Euripides, Helen 138: 2 E 5.
90
Euripides, Alcestis 904.
91
Euripides, Suppliant Women 356:  5.
92
Euripides, Andromache 24: Z ... 5; in this passage the term is preceded by an adjective
expressing the sex, and it is interchangeable with 0, , 5.
93
Euripides, Electra 462-3:  :H Ii.
94
Euripides, Electra 991: $ 0 :0 I.
95
Euripides, Iphigenia at Aulis 532-3, 611, 693.
96
Euripides, Andromache 488: % E E 5.
97
Euripides, Hecuba 46: 8( H E 5; Andromache 897: E 5.
98
Euripides, Hecuba 485: E 5; Iphigenia at Aulis 1310: m 5; in this passage, 5 is
interchangeable with I (179).

260

Hlne Perdicoyianni-Palologou

When applied to the divine world, the term indicates the daughter of a god, ie Helen99, Thetis 100 or the daughter of a goddess101.
In the majority of the passages, E102 is used by persons sharing direct
familial ties with the denoted daughter. These uses appear more often in apostrophes and in emotional contexts. Consequently, they possess an affective connotation. The word is used by the mother103, the father104, the speakers sister105, and
the grandfather who addresses her daugther - in - law106.
E is rarely used by a third person who does not have family ties with
her. In Andr. 40, the eponymic heroine alludes to the conspiracy which Menelaus is
about to weave with her daugther, Hermione: $ . In Hel. 711, the
messenger addresses Hermione: m I. In El. 563, the old man addresses
Electra who has been brought up by him: I .
When applied to the divine world, I denotes the daughter of a god, i.e.
Dirka, Acheloos daughter107.
The adjectives 5 and ? signify the bastard son. In Andr. 224,
5 0 and 638: 5 , the word denotes the sons born of the illegitimate union of Hector and his concubines108. In Andr. 941, 0 refers to the
bastard son born of the union of Neoptolemus and Andromache. In this case,
0 is interchangeable with 0 and .
The adjective ? is the antonym of 5 and ?. ?109 denotes
the legitimate children110.
I have to point out some particular uses of , , .
 signifies primarly descendance, origin, birth111. In Or. 973, Electra
alludes to the whole descendance of Pelops112. In IT 154,  is preceded by
( and denotes the race of Iphigeneia. In HF 365, the word indicates the
race of Centaures113.
In Hec. 190,  signifies by metonymy the son i.-e. Polydorus. In 383-4 of
the same tragedy,   denotes Achille, Peleus son and it is interchangea-

Euripides, Orestes 1494: % P 5; Andromache 145: 0 V P 5.


Euripides, Andromache 1224:  5.
101
Euripides, Iphigenia among the Taurians 1398: m ( 5; Heraclidae 601: ? 5.
102
On the meaning of the suffixe -er / -or in this word, see P. CHANTRAINE, op. cit., p. 219.
103
Euripides, Hecuba 334; Phoenissae 1272; in this passage, E is interchangeable with 
(1264).
104
Euripides, Orestes 1608: here 5 is interchangeable with 0 (1612).
105
Euripides, Electra 1086.
106
Euripides, Heracles 88, 95.
107
Euripides, Bacchae 519: , I.
108
See also, Euripides, Hippolytus 309, 1083.
109
On the phonetic evolution of into , see P. CHANTRAINE, op. cit., p. 40.
110
Euripides, Andromache 638: 5 $  :.
111
Euripides, Phoenissae 130: {i i.
112
Euripides, Orestes 973: P V  .
113
Euripides, Heracles 365: I U .
99

100

The vocabulary of Kinship in Euripides

261

ble with 0. In Andr. 119,  is preceded by an adjective expressing the birth


place (?) and denotes the daughter of Asia, i.-e. Andromache.
114 signifies primarly descendance. In Euripides, the term is used in
its metonymic meaning and appears in reference to the human world. 
denotes Eacus son115 as well as Leda s daughter, i-e Clytaemnestra116.
When applied to the divine world, the term denotes Nereus daughter, i.-e.
Thetis, and it is interchangeable with 5117. In Hip. 62,  indicates the
Zeus daughter, i.-e. Artemis118.
The basic meaning of  is seed. In Euripides, the word is used in its
metaphorical meaning, and it denotes the descendant women of Cadmos119, the
Tantalus race120, Medeas child121, Herakles child122.
0, 5, 5 are the ony terms to be used in their metaphorical meaning.
0 denotes the offspring of Land, i-e Cyclope123, of a river, i-e Strymon124 or of
Time, i-e the C,125.
K5 denotes the male guardians of the Land126.
K5 refers to the daughter of the Land, i-e the Sirenes127, or the daughter of

the mount Mainalos128.


When preceded or followed by a patronymic, matronymic, or an adjective expressing the possession, 0, , 5, 5, , (, 5, E,
, 25, are used to define the identity of the child in its relationsphip with its
father and / or mother, either in the family circle or in the divine world129.
In sentences where 0 is used, the father is designated by his moral value,
impious character130, marine identity131, intellectual quality132, his glory, while the
On the meaning of the suffixe - -, see P. CHANTRAINE, op. cit., p. 375.
Euripides, Iphigenia at Aulis 855: C( .
116
Euripides, Iphigenia at Aulis 686, 1106: ? .
117
Euripides, Andromache 1224:  5.
118
Euripides, Hippolytus 62: P .
119
Euripides, Bacchae 35: V P H  .
120
Euripides, Iphigenia among the Taurians 987-8: P E .
121
Euripides, Medea 816.
122
Euripides, Heraclidae 540:  ... E.
123
Euripides, Cyclops 648: P , 0 H.
124
Euripides, Rhesus 346: m ( 0, 393-4: 0 H (  6 V | 5
114

115

( 5.

Euripides, Heraclidae 900: C, 5 0.


Euripides, Heracles 1164: & H  5.
127
Euripides, Helen 168:  P 5 / H.
128
Euripides, Phoenissae 1162:iH 5i $ E 5i.
129
Euripides, Electra 462-3:  :H Ii, 454: m  0; Alcestis 37:  0; Heraclidae 210:  h P ? 0; Helen 1680: m 0 ? $ 5; Iphigenia among the
Taurians 4-5: H  P, 238: 5 $ ? , 1234: - (
5; Heracles 47:  , 353-354: 0  5  /  I <; Andromache
1049:  5,1115: ? 5; Iphigenia at Aulis 855: C( ; 686: ?
; Orestes 1689: 0 P 20.
130
Euripides, Hecuba 24:  P 8 5.
131
Euripides, Cyclops 286: m (  0 0.
132
Euripides, Medea 665: 0 ( .
125
126

262

Hlne Perdicoyianni-Palologou

mother is designated by either her marine133 or her musical quality134. On the


other hand, in sentences where  appears, its parents are defined by their
social condition135 and its father by his old age136.
When the speaker wishes to allude to the social condition and the noble birth
of the child, whether son or daughter, he uses any the following terms: 0137,
138,5139, 5140, (141, preceded or followed by an adjective expressing this concept.
When one of the parents wishes to express his affection toward his child, he/
she uses 0 142, 143, 5144 with an adjective denoting this feeling.
In the light of these above data, we assert that 0 is the most flexibe term to
be used in all kinds of contexts. This is confirmed by its use with adjective denoting the physical characteristics of the child145, its familial condition146, its bad character147, its sex148, its unfortunate condition149, its age150, its legal status151.
4. The sibling
In referring to siblings, Euripides uses more often :5 and a family of
words containing the stem kasi- or kasignet-: 152, , ?,
+.

In their basic meaning, :5153,  are used for the human and
divine worlds alike, and signifie brother154.
In Or. 1016, I find the NS CE :? which is used metaphorically to
denote Pylades and his relationship with Orestes.
KE is a polysemic term and denotes the brother155 or sister156 of someone,
whether mortal or divine, i.-e. Helen, the Dioscures sister157.
133

Euripides, Iphigenia at Aulis 812: m V 0 /  ; Iphigenia among the Taurians 270:

m  0 .

Euripides, Rhesus 652-3: H 4( 0 ? V / I.


Euripides, Electra 45: R :6 .
136
Euripides, Hippolytus 1431: m (  C.
137
Euripides, Helen 35: E Ei .
138
Euripides, Electra 370: % .
139
Euripides, Suppliant Women 925: P C 0 5.
140
Euripides, Phoenissae 283: C P 5.
141
Euripides, Electra 991: 0 :0 I.
142
Euripides, Iphigenia among the Taurians 440: ?   0; Andromache 1260: P 
134
135

$ 0 8  .

Euripides, Electra 679: 0 E ; Suppliant Women 793:  E.


Euripides, Hippolytus 1092: m E ... ( 5.
145
Euripides, Cyclops 648: P , 0 H.
146
Euripides, Alcestis 288: S $ R0.
147
Euripides, Andromache 659: 0 8.
148
Euripides, Alcestis 311: 0 ... Z.
149
Euripides, Hecuba 149: P .
150
Euripides, Andromache 755: 0 5 ?.
151
Euripides, Andromache 941: 0 .
152
On the homeric use of , see P. CHANTRAINE, Note sur lemploi homrique de ,
BSL 1960, pp. 27-31.
153
On the etymological connection of :5 and I, see H. PHELPS GATES, art. cit. p. 14.
154
Euripides, Hecuba 18; Electra 526, 1298, 228; Iphigenia among the Taurians 1401.
155
Euripides, Hecuba 428: I E.
156
Euripides, Hecuba 361: * N E.
157
Euripides, Hecuba 943: % 0 I  E.
143
144

The vocabulary of Kinship in Euripides

263

?158 and the compounds of E, i-e ?159, ?160,


+?161, denote the sister of a human being.
When used as adjective, ? denotes the brothers head162.
? is the only term to be in reference to divine world and to denote the

sister of a god163.
I isolated some terms whose meaning brother, sister is derived from the
basic meaning referring to the links of blood and kinship.
I denotes primarly him or her who is of the same blood, i.-e. the relative. In IT 848,  denotes the brother, i.-e. Oreste.
I indicates him who is of the same family, the relative164. The
word indicates the sister or the brother of either a mortal165 or a god, i.-e. of the
Dioscures166 or of Phoibos167. In HF 1076, it denotes the family blood:
I.
 denotes him or her that has the same father with someone, i.e. the

brother, e.g. Polynice168.


5 indicates who he is born of the same semen, the son169, the
sister170 or the sibling171.
 indicates her who is born of the same mother. In Euripides, the
term denotes Dioscures sister, i.-e. Helen172.
When preceded or followed by an adjective or a genitive indicating the possession, all the terms, with the exception of I and +?, places the
person denoted as either brother or sister in the family circle.
5 and I are the only terms to be used in the context of expression of personal feelings173. Among the words denoting the sister, : is the
only one to appear in a particularly complex context.
5. The husband
Euripides uses 8 terms for husband: :?,5, , , ?,
158

Euripides, Hecuba 40; Electra 49.


Euripides, Orestes 94; Iphigenia among the Taurians 374.
160
Euripides, Iphigenia among the Taurians 800.
161
Euripides, Phoenissae 135. This term is probably a metrically variant of , found in
verse-initail position only, M. LEJEUNE, Hittite kati-, grec kasi -, BSL 1960, pp. 20-6. On the use of this
word in Homer, see H. PHELPS GATES, art. cit. p. 14.
162
Euripides, Or. 237: m  E; IT 983: m  E.
163
Euripides, Hippolytus 15: :* T.
164
Euripides, Hippolytus 340.
165
Euripides, Electra 106, 131.
166
Euripides, Helen 1662.
167
Euripides, Iphigenia among the Taurians 86.
168
Euripides, Phoenissae 165.
169
Euripides, Heracles 1078.
170
Euripides, Iphigenia among the Taurians 921; Orestes 658.
171
Euripides, Iphigenia among the Taurians 611: 6 86 -5.
172
Euripides, Electra 746:  :6.
173
Euripides, Iphigenia among the Taurians 1059:   :(; Iphigenia among the Taurians
795: m E I.
159

264

Hlne Perdicoyianni-Palologou

+?, +?, ?. Of these, 5 and :? are the only ones inherited

from PIE174.
? is the regular word for husband in post-Homeric Greek175. The term
denotes primarly the man. However, in some passages of Euripides, it indicates
the husband176 or the man with whom a woman shares the bed out of wedlock177.
5 denotes the husband and it can be used interchangeably with :?178.
The interchangeability between 5 and :? proves that there is no difference
in use and meaning in Euripides179.
For denoting the husband, Euripides also uses the verbal adjective 180,
181 indicating the futur husband or the new married, ?182. The
very rare uses of these terms proves their unfitness to mean the husband.
Euripides also employs derivatives from +? to indicate the husband (+?,
+?), which is the derived meaning from their basic mening: him who shares
the conjugal bed.

+?, +? apply to both the human and divine worlds183. On the other
hand, ?, taken from I184, possess the same meaning as the previ-

ous terms. It is the only term to appear in the human world185.


When preceded by either an adjective or a genitive denoting the possession

5186, :?187, ?188, +?189, ?190 indicate his conjugal relation174


On the indo-european origine of 5 (< * poti -), see P. CHANTRAINE, Les noms du mari et de la femme,
du pre et de la mre en grec, REG 1946-1947, p. 220. See also H. PHELPS GATES, art. cit., p. 52; B. DELBRCK,
Die Indogermanischen Verwandtschaftsnamen. Ein Beitrag zur vergleichenden Alterthumskunde. Leipzig, (= Abhandlungen der philologish-historischen Classe der Kniglichle Schsischen Gesellschaft der Wissenschaft, 11. pp.
379-435) 1889, pp. 408-35. ? has Indo-European cognates (see H. FRISK, Griechisches Etymologisches
Wterbuch, Heidelberg 1970 s. v.). According to Gates, art. cit., p. 70 n. 66, the meaning husband is
evidently an independent development in the various languages where the word appears, and it is not
possible to discover at what stege of Greek this meaning developed. On the attestation of the word in
Mycenaean Greek, see J. CHADWICK and L. BAUMBACH, The Mycenaean Greek Vocabulary, Glotta 1963, p. 173.
175
On the post-homeric uses of the word, see PIERRE CHANTRAINE, Noms, p. 220.
176
In the post-homeric period, the sense of husband is comparatively rare; on this use of the
term in Homer, see H. PHELPS GATES, art. cit., p. 70 n. 68. Cfr. Euripides, Electra 931: +$ :P F ?;
Andromache 228: i6 i6 :.
177
Euripides, Medea 953: :5  : ( ( -.
178
Euripides, Electra 1052; Helen 65.
179
On the semantic distinction between 5 and :? in the homeric and post-homeric periods,
see PHELPS GATES, art. cit., p. 19.
180
Euripides, Suppliant Women 998. On the use of the verbal adjective taken from  for
denoting the husband or the wife, see P. CHANTRAINE, Noms, pp. 230-1.
181
Euripides, Electra 24; Medea 366.  is taken from which provided a group of nouns
denoting the husband or the wife, see P. CHANTRAINE, Noms, pp. 228-9.
182
Euripides, Helen 99. On the formation of this word, see E. BENVENISTE, op. cit., pp. 38, 43, 47.
183
Euripides, Orestes 1392: P +; Heracles 27:  +? I, 97: +? 5; Andromache 1041: P Z +?.
184
On the use of I in the post-homeric period, see P. CHANTRAINE, Noms, p. 227.
185
Euripides, Iphigenia among the Taurians 524; Hippolytus, l. 416; Andromache 208, 908; Medea
240; Helen 1293.
186
Euripides, Electra 254.
187
Euripides, Andromache 228.
188
Euripides, Helen 1293.
189
Euripides, Heracles 97.
190
Euripides, Helen 99.

The vocabulary of Kinship in Euripides

265

ship with his wife.


5 is also defined by his unfortunate condition191, his adventurous life192
and his social condition193. It shares this use with :?194.
On the other hand, 5 and +? are defined by their immoral condition195.
These remarks led us to conclude that 5 is the most flexible term to be
situated in particularly various contexts.
6. The wife
Euripides uses 19 words for wife: ?, E,I, Z, Z, ],

I, -5, I, , , +?, I, -5,


5 E, I, E, I, F ?.
? is parallel to :? in having the sense woman as well as the sens

wife. It denotes the wife of a human being196. The word occurs in the apostrophs which are pronounced by the husband. In this case, it is interchangeable
with E197.
E198 is the wife of either a human being199 (Hec. 493) or of a god, e.g., of
Zeus and Dionysos200.
I is an ancient term, which apperas in Homer for denoting primarly a
nymph. Then it is used in order to refer to young girld or the young spouse201.
In Euripides the terme denotes the legitimate wife202, the future spouse203. In El.1033,
I I indicates the two wifes of Agamemnon, the legitimate, Clytaemnestra,
and the illegitimate, Cassandra. In Med. 804-5, H I | I denotes Jasons new wife.
I singled out a considerable number of words whose basic meaning from which
the meaningwife is derived, mostly refers to the share of the conjugal bed (Z,
Z, ], I, -5, I)204, her union in marriage (I,
-5, 5 E, I, E, I) and her common life with
her husband (F ?). T205 is applied both to the human and the

Euripides, Helen 49: -  Z 5, 296:5 5.


Euripides, Helen 203:  8P 8 {$ * / 5.
193
Euripides, Andromache 456: 5  - 5.
194
Euripides, Medea 952: :5  : ( -.
195
Euripides, Andromache 213: i6 5; Ion 911: P +E.
196
Euripides, Electra 9, 931.
197
Euripides, Heracles 527: * 8* E.
198
On the formation of this word, see P. CHANTRAINE, op. cit., p. 265. E could be an ancient
neuter noun. See E. BENVENISTE, Origines de la formation des noms en indo-europen, Paris 1973, p. 30.
Most scholars established a parallel between this word and 5. Others considered it as a derivative
from E, which is more possible. See P. CHANTRAINE, Noms, p. 224.
199
Euripides, Hecuba 493.
200
Euripides, Iphigenia among the Taurians 385; F P E; Hippolytus 339: I E.
201
On these uses of the word, see P. CHANTRAINE, Noms, p. 228-9.
202
Euripides, Orestes 1147; Trojan Women 250.
203
Euripides, Orestes 1638.
204
The etymology of these words is clear; they are in relation to , , +?, ?.
205
H. PHELPS GATES suggests that Z and ? are simple kin terms, referring to the social and
familial position wife, art. cit., p. 17.
191
192

266

Hlne Perdicoyianni-Palologou

divine worlds206. T207, ]208, I209 are applied only to the human world.
On the other hand, -5 and I are used only in the divine realm210.
Finally I need to note the single use of , preceded by 0 (Andr.
1273), for denoting the noble sharer of Peleus bed, i.-e. Thetis.
I have to indicate two particular uses of +? and . These terms signify
basically bed. In Euripides, they mean by metonymy wife. In Hip. 835, 5
 denotes Phaedra and means by metonymy the faithful wife211. In IA 1355,
? 8?  +? denotes the future wife and in Andr. 907 Z  +?
indicates the illegitimate spouse of Neoptolemus.
Another mean used by Euripides for alluding to the wife is the use of compound adjective taken from 6. This mean permitted him to express the conjugal relationship between the husband and the wife. In fact, the basic meaning of
I and -5 is she who is united in marriage. In Euripides, I
and -5 denote the wife of a human being212 or the co-begetter of a god213. I
singled out the periphrastic turn 5 E in order to indicate someones
life mate214.
All these terms denote the wife as the sharer of the conjugal bed. On the other
hand, the idea of union, which put her on the same level as that of the husband, is
expressed by the words I, E, . The morphological formation
of these words appears in Vth. c. B. C. and proves the institutionnal and moral
evolution in the marriage from Homer to the classical period. Thus, I signifies primarly she who is united under the yoke. In Euripides, the term denotes
the female spouse, namely ones female life mate215. The basic meaning of
E216 is she who is united with someone and that of  is yoke of
two horses217. In Euripides, these terms denote the wife of a human being. Finally,
we have to note the particular use of the periphrastic turn ^ ?218 whose
basic meaning is she who cohabites with someone.

Euripides, Helen 674: { 5  Z.


Euripides, Alcestis 201, 526. On the formation of this word, see P. CHANTRAINE, op. cit., pp. 113,
114. Chantraine suggests that Z is affectionnate term, op. cit., p. 225. On the etymology of this
word, see loc. cit.
208
Euripides, Iphigenia at Aulis 807. On the formation of this word, see P. CHANTRAINE, op. cit., pp.
114, 339.
209
Euripides, Medea 1001.
210
Euripides, Orestes 476: P -5 E. Heracles l: P P I; 1268: F ( P
I. On the meaning of the suffixe - tro- in this word, see P. CHANTRAINE, op. cit., p. 331.
211
Euripides, Heracles 67-68, 799.
212
Euripides, Electra 211.
213
Euripides, Heracles 149: in this passage, I is interchangeable with I (1); Phoenissae 136; Heracles 339. In this passage, -5 is interchangeable with I.
214
Euripides, Heracles 583-4.
215
Euripides, Alcestis 313, 341, 384.
216
Euripides, Orestes 1566; Iphigenia at Alis 50; Heracles 1175; Orestes 1135; Phoenissae 1695. On
the etymology of this word, see P. CHANTRAINE, DELG, Paris, 1968-1980 s.v.
217
Euripides, Phoenissae 1618: ] I.
218
Euripides, Alcestis 734.
206

207

The vocabulary of Kinship in Euripides

267

Within the family, the wife is defined by her belonging to her husband (E,
Z, I, I, E, ?, +?)219, her moral condition
(Z,?, E)220 and her unfortunate condition (Z, E)221. The
affection shown by the husband toward his wife is expressed by the use of an adjective expressing this feeling, and by any of the following words: Z,?, Z222.
These above data permit us to see the easy use of Z in a particularly
complex context.
7. Grandparents
The Euripidean expressions for grandparents are ? 5 and 5 ?.
The fathers name is interposed between two terms223, preceding the whole expression224. The possessive adjective is interposed in the expression225 or preceded by
this226. In Her. 585, 5  ? 8( alludes to Macarias grand-mother.
8. Grandchildren
Euripides employs the periphrasis childchild for denoting the grandchildren: 0 5 denotes the grandson227.   is used in plural228.
9. Uncles
For mothers brother, Euripides uses  :5229 and for fathers brother, however, he uses  5 or 0230.
10. Collaterals
The only term Euripides uses for collaterals is +231.
11. Affine consanguinales
The son-in-law
5232 indicates the daughters lord, the son - in -law.
219
Euripides, Heracles 704: E ; Iphigenia among the Taurians 385: F P E /
,; Heracles 857:F P E ?; Electra 123: V :5; Orestes 1566:* 8* E; Alcestis
392: ? ?; Helen 975: 0 * 8*.
220
Euripides, Trojan Women 130-1: % E % Z; Alcestis 880: H :5, 200:
8H 5, 1163: E (.
221
Euripides, Phoenissae 1566: { U E Z, 1695: m E :E.
222
Euripides, Electra 720: Z  / ; Alcestis 201: Z..., 599: V  :5,
1133: E 5.
223
Euripides, Medea 1321: P N ?.
224
Euripides, Medea 954-9: N | P *.
225
Euripides, Iphigenia at Aulis 473: * +( 5.
226
Euripides, Medea 746 -7:   N 5 | +(.
227

Euripides, Bacchae 1328; Heraclidae 659, 713; Andromache 584, 1063, 1073, 1083.
Euripides, Heraclidae 710: S   80.
229
Euripides, Phoenissae 691: :P P  E 8H, 761: P :P.
230
Euripides, Orestes 1219, Orestes alludes to Menelaus by using the following expression: 
5. In Orestes 674, Orestes addresses his uncle, Menelas: P W 0.
231
Euripides, Heraclidae 987. On the use of this word in homeric and post-homeric periods, see, H.
PHELPS GATES, art. cit., pp. 22-3. On the etymology, see E. BENVENISTE, Noms dagent, p. 234.
232
Euripides, Suppliant Women 15-16, 427; Andromache 360, 640-641, 740. On the formation of
this word, see P. CHANTRAINE, op. cit., p. 222. On the use of the word in the post-Homeric passages, see
H. PHELPS GATES, art. cit., p. 24.
228

268

Hlne Perdicoyianni-Palologou

The father-in-law
5233 denotes the father-in-law.
Conclusion
Our study on the vocabulary of kinship in Euripides led us to conclude that we
have to make a distinction between kinship terms and descriptive terms denoting
the same concept. The expressions Euripides uses are the following234:
1) atomic terms, such as ?, <, 25 etc.;
2) terms for corresponding male and female kinsmen, such as :5, :?
and -, F -5;
3) terms containing prefixes or suffixes, such as I, ?;
4) compound adjectives, such as -, F 5, 5;
5) genitival expressions: e. g.  5,  :5.
Leaving out the last type of expression which refers to kinsmen descriptively,
by an implied genitive relation, all the others belong to the semantic field of
kinship. Within this field the terms whose basic meaning denotes another concept than that of kinship could be considered as marginal components of its peripheral zone.

233
Euripides, Heracles 14, 484; Electra 1285. On the meaning of the suffixe -ro- in this word, see P.
CHANTRAINE, op. cit., p. 228.
234
See also H. PHELPS GATES, art. cit., p. 33.

RUBN FLORIO

PERISTEPHANON: MUERTE CRISTIANA, MUERTE HEROICA

Paradjica parece la idea de vencer a la muerte con la muerte. Pero deja de


serlo cuando la muerte es sentida no como el final irremediable de la vida, sino
como el acceso a la vida o, mejor an, a la vida verdadera. El cristianismo hizo un
tpico del tema, cuyo registro incipiente arranca desde la cultura griega. Su transformacin, y la de los modelos heroicos que haba comenzado a operarse desde la
aparicin de las epopeyas homricas, tuvo un hito destacado en las obras de los
primeros escritores cristianos. La Antigedad clsica haba acuado la figura del
guerrero que, en la flor de sus aos, supo encontrar el cumplimiento perfecto de la
vida en la denominada pulchra mors. El mdulo se asignaba a la muerte heroica del
joven combatiente cado en primera lnea de batalla; la epopeya celebraba su nombre y cantaba su gloria imperecedera1. Ese tipo de muerte cumpla, en cierto modo,
una accin inversa, pues sustraa al guerrero del olvido, ntimamente asociado con
la muerte. En este caso, el triunfo sobre la muerte estaba restringido a unos pocos
hombres de cualidades sobresalientes y dependa de la posteridad.
Como todas las caractersticas de la pica, la relativa al tema de la muerte
heroica tambin fue recogida y readaptada por Virgilio en la Eneida, la obra de
mayor predicamento y difusin entre los autores cristianos. En el canto 9 (433-5),
por ejemplo, las muertes de Euralo y Niso contienen los elementos tpicos del
gnero, aunque con pequeas y significativas variantes: volvitur Euryalus leto, pulchrosque per artus / it cruor. El trmino mors ha sido reemplazado por el ms arcaico
y noble letum, y pulcher ha sido desplazado de la rbita de aquel para vincularlo al
cuerpo de Euralo2, por donde corre la sangre que le arrebata la vida. No se trata,

1
Cfr. J. P. VERNANT, LIndividu, la Mort, lAmour. Soi-mme et lautre en Grce ancienne, Paris 1989, pp.
131 y 92; sobre el hroe pico: G. B. CONTE, Generi e Lettori. Lucrezio, lelegia damore, lenciclopedia di
Plinio, Milano 1991, p. 9.
2
La juventud y belleza del cuerpo de Euralo (quo pulchrior alter / non fuit Aeneadum Troiana neque
induit arma, / ora puer prima signans intonsa iuventa, 9.179-81) haba sido destacada desde su participacin en la carrera: Euryalus forma insignis viridique iuventa, 5.295; pulchro in corpore virtus, 5.344. Pulcher, por otra parte, conlleva y transmite un contenido fuertemente moral; P. MONTEIL, Beau et Laid en
Latin. tude de vocabulaire, Paris 1964, p. 93, apunta: La notion de moralement louable apparat le cas
chant assez proche de dcent, licite, valeur elle-mme voisine de admis, tolr par les dieux.

Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

270

Rubn Florio

tan solo y como de costumbre, de la muerte, tpicamente caracterizada, del joven


guerrero, sino de una singular, en la que el coraje de Euralo, causa de la muerte
heroica, est destacado e individualizado por su belleza fsica. Niso le sigue, contestando a retrica vacilacin previa del narrador: an sese medios moriturus in enses
/ inferat et pulchram properet per vulnera mortem? (9.400-1), y, cayendo sobre su
amigo exnime, encuentra la muerte que busca y, por ello mismo, plcida: placidaque ibi demum morte quievit (9.445). A continuacin, el poeta se encarga de recordar la funcin de sus versos: preservar a ambos hroes del olvido: si quid mea
carmina possunt, / nulla dies umquam memori vos eximet aevo (9.446-7)3.
Para la nueva religin, en cambio, otro ser el significado de la muerte en su
relacin con la vida, y otros sus actores. Cuando el cristianismo se aduea del
poder, cuando sus escritores comienzan la tarea de recardar la cultura vigente y
revisar sus valores morales, entre ellos se encuentra el asignado a la vida y a la
muerte. La peculiar disposicin de los cristianos ante la muerte est registrada
desde los primeros tiempos: el emperador estoico Marco Aurelio destaca el espritu desafiante, rebelde y hasta teatral que adoptaban en sus ltimos momentos de
vida4. La religin triunfante posee un ejemplo supremo que da sentido a la vida y
a la muerte, y ese ejemplo, instaurado por el Arquetipo, ensea que ofrendar la
vida en defensa de la fe asegura el acceso a la vida eterna5. En ello consiste el
triunfo sobre la muerte. A la evolucin del tema no haba sido ajena la obra de
Lucrecio: la vida de su hroe, Epicuro, cuya doctrina disipa el temor a la muerte,
culmina en apoteosis (5.8: deus ille fuit). Sneca avanz un poco ms, recomendando una ejercitacin consciente durante la vida (Ep. 61.4): Ante ad mortem quam ad
vitam praeparandi sumus. El cristianismo, en cambio, adems de hacerlo extensivo
a todos los fieles, confiere un claro e inequvoco sentido trascendente al momento
en que la vida concluye. Lactancio, uno de los continuadores de las reflexiones de
Sneca sobre el tema, la coloca como la prueba ms alta (Inst. 7.27.3): si beati esse
volumus... carcer, catenae, tormenta patienda, sustinendi dolores, mors denique ipsa et
suscipienda est et ferenda...), y Prudencio no vacila en afirmar que la muerte renueva la vida (Cath. 10.120: mors haec reparatio vitae est)6.
El tema de la muerte ocupa en la obra de Prudencio un destacado lugar, pero es
en los himnos del Peristephanon elemento esencial que conjunta dos aspectos, el final
3
El sentimiento de solidaridad era un recurso de la narracin neotrica, como observa con agudeza, a propsito de este pasaje, A. PERUTELLI, La Poesia Epica Latina, Roma 2000, p. 93; recurso habitual
en el Peristephanon.
4
Medit. 11.3: O 8 F * F l, 8% :7H i ( ,, [$] 7H u

7H u 0. P U l ( :P CH  &, * % * E r 2
X, :%  $ 6 $ a $ Z 0, :O,. Cfr. C. GARCA GUAL, El

Crepsculo de la Filosofa Pagana: las Meditaciones de Marco Aurelio, en La Conversin de Roma. Cristianismo y Paganismo, eds J. M. Candau - F. Gasc - A. Ramrez de Verger, Madrid 1990, p. 19. Sobre las
actitudes teatrales de los cristianos, W. JAEGER, Cristianismo Primitivo y Paideia Griega, Mxico 19652, p.
51.
5
Cfr. Prudencio, Cath., 10.157-64.
6
A. M. ALDAMA, La Consolacin de la Tristeza en Paganos y Cristianos, en Tradici Clssica, Andorra
1993, p. 122: A diferencia de Sneca, para el que todo muere, incluso el universo, para los autores
cristianos la caducidad humana, a la que tambin se someti el Salvador, no es sino el paso a la
verdadera vida. P.-A. DEPROOST, Le Martyr chez Prudence: Sagesse et Tragdie, Philologus 1999, pp.
168, 170-1, marca claras diferencias entre Sneca y Prudencio con respecto al sentido y concepcin de
la muerte en sus respectivos personajes.

Peristephanon: muerte cristiana, muerte heroica

271

de una passio heroica y el inicio del camino al cielo7. Si muerte heroica es la de quien,
como el hroe, no teme la muerte, si hitos significativos se encontraban sobre todo
en Sneca8, el mrtir dar testimonio de esa nueva vida con su lucha, arrojndose a
la muerte para vencerla. Los mrtires cristianos no blanden la espada, caen abatidos
por ella, no huyen ante la persecucin de sus enemigos ni se traban en lucha fsica,
entregan el cuerpo al suplicio e, incluso, al desmembramiento, con una serenidad,
fortaleza e inquebrantable conviccin de espritu tan acentuadas, que a Tertuliano,
Minucio Flix y Lactancio no solo no les es difcil demostrar que son iguales a los
hroes romanos; ante tales virtudes, acrecentadas por una completa falta de preparacin militar y condiciones fsicas inadecuadas para el combate (participan hombres,
mujeres y nios sin ningn entrenamiento en el arte de la guerra), terminan por
conferirles una estatura superior a la de los modelos heroicos de la Antigedad9. El
proceso no hace sino revelar la gradual transformacin de la ideologa cristiana en
su lucha por el control del poder poltico del Imperio, su convergencia con la ideologa imperial pagana y, finalmente, la posesin de las estructuras de dominio10.
Desde la expulsin del Paraso, el hombre es, para el cristianismo, un extranjero
que, confinado a esta vida, una milicia, pelea para recuperar la tierra original11.

7
Cfr. M. ROBERTS, Poetry and the Cult of the Martyrs: The liber Peristephanon of Prudentius, Ann
Arbor 1993, pp. 50 y 69; J. L. CHARLET, Lapport de la posie latine chrtienne la mutation de lpope
antique: Prudence prcurseur de lpope mdivale, BAGB 1980, p. 208; F. MORA-LEBRUN, LEnide Mdivale et la Chanson de Geste, Paris 1994, p. 244; L. RIVERO GARCA, La Poesa de Prudencio, Huelva,
Extremadura 1996, pp. 128-9.
8
Ep. 37.2.4: tu neque summittes nec vitam rogabis; recto tibi invictoque moriendum est. P.-A. DEPROOST,
art. cit. p. 165, ha destacado el famoso clich estoico de la postura erguida (station droite), que refiere el
comportamiento del sabio estoico y determina un estado de seguridad interior (securitas). Actitud a
que alude con frecuencia Sneca y recogida por Prudencio en toda su obra (Cat. 1.7; Ham. 716; Ap.
213; Ps. 110, 119), cfr. Pe. 5.233, 286, 484; 10.123, 906; vase J. FONTAINE, Un clich de la spiritualit
antique tardive: stetit immobilis, en Romanitas-Christianitas. Untersuchungen zur Geschichte und Literatur
der rmischen Kaiserzeit, Berlin-New York 1982, pp. 528-52. El tpico se relaciona con otro, complementario: la postura erecta del hombre, distinta del resto de los animales, le permite mirar hacia arriba,
su lugar de procedencia original (cfr. Cicern, Rep. 6.25: igitur alte spectare si voles...).
9
Tertuliano, Nat. 18.1-4; Apol. 50.10; Minucio Flix, Oct. 37.3-5; Lactancio, Inst. 5.13.12-14. Prudencio, Pe. 2.142, llama a los cristianos: infirma agmina. Cfr. H. INGLEBERT, Les Hros Romains, les Martyres et
les Asctes: les virtutes el les prfrences politiques chez les auteurs chrtiens latins du IIIe au IVe sicle, RAug
1994, p. 314; F. HEIM, Virtus. Idologie politique et croyances religieuses au IVe sicle, Berne 1996, p. 374; J.
CL. FREDOUILLE, Le Hros et le Saint, en Du Hros Paen au Saint Chrtien (Actes du Colloque organis par
le Centre dAnalyse des Rhtoriques Religieuses de lAntiquit, Strasbourg 1995), Paris 1997, p. 12,
seala el trasvasamiento del herosmo clsico en los modelos del santo y el mrtir cristiano.
10
El fenmeno se reproduce en la esttica de ese tiempo, como nota J. L. CHARLET, Aesthetic Trends
in Late Latin Poetry, Philologus 1988, p. 79. Fenmeno histrico en el que se advierte la intencionalidad poltica del dilogo que entablaron los cristianos en el terreno de los paganos, invirtiendo los
argumentos de la concepcin cultural de estos, lo que facilit su aceptacin, sin mayores dificultades,
por paganos y cristianos cultivados. Bien describe el proceso H. INGLEBERT, La Mmoire de lhistoire de
Rome chez les auteurs latins chrtiens de 410 480, en La Mmoire de lAntiquit dans lAntiquit tardive et le
haut Moyen ge, Nanterre 2000, pp. 57-66.
11
Jb. 7.1: militia est vita hominis super terram et sicut dies mercennarii dies eius. El carcter combativo
de los fieles cristianos, la nocin de que formaban parte de un ejrcito peculiar, el sentimiento de que
deban soportar todo contratiempo con espritu inclaudicable, se encontraban en muchos pasajes bblicos, como en 2Tm. 3-4: labora sicut bonus miles Christi Iesu nemo militans inplicat se negotiis saecularibus ut
ei placeat cui se probavit. A. PIERO, Cristianismo Primitivo y Estado, en Hroes y Antihroes en la Antigedad
Clsica, Madrid 1997, p. 257, califica como pesimismo antropolgico la percepcin que tiene el cristiano
de la realidad que le toca vivir.

272

Rubn Florio

Muy marcadamente en lo que concierne a los mrtires del Peristephanon, toda


muerte es el acto final de un combate por la vida verdadera. El ferviente deseo de
los mrtires por abandonar cuanto antes la existencia terrenal para alcanzar la del
cielo procede de los beneficios que acarrea la muerte: libera el alma del cuerpo y
abre la puerta a la compaa de Cristo, jefe del nuevo ejrcito (Pe. 1.67: Christus
illic candidatis praesidet cohortibus). As se escucha en un pasaje del himno dedicado a Vicente: (mors) quae corporali ergastulo / mentem resolvit liberam / et reddit
auctori Deo (Pe. 5.358-60). Inmediatamente despus del ltimo aliento, como conclusin natural de tal creencia, su espritu victorioso, liberado del cuerpo se elev
hasta el cielo: victor relictis artubus / caelum capessit spiritus (Pe. 5.367-8).
La presencia de la muerte ha sido, desde antao, el desafo supremo, la prueba
que autentifica la vida y aventura de todo hroe, quien, por su condicin, no debe
morir como mueren los dems hombres12. La falta de turbacin, de temor a la muerte es caracterstica de los dioses. Ya haba sealado Lucrecio que los hombres consideraban dichosos a los dioses porque carecan de todo temor a la muerte13. La
superacin de ese temor es caracterstica heroica, como la demostrada situados en
planos diversos por, entre otros, Epicuro, Hrcules, Eneas y Cristo14. Pero para
vencer ese temor es necesaria una previa y decidida actitud de enfrentamiento del
mundo en que la muerte impera. Antes de que Virgilio describiera el descenso al
reino de los muertos en el canto 6 de la Eneida, la depreciacin del temor a la
muerte haba sido adelantada por Cicern en la literatura romana: luego de que su
abuelo le advirtiera sobre la posibilidad de sufrir un atentado, Escipin Emiliano
confiesa estar ms preocupado por las intrigas de sus allegados que por el miedo a
la muerte15. El tema estar atestiguado en la tradicin cristiana por su figura cimera,
de la que Prudencio da cuenta desde el himno primero del Cathemerinon (1.68), al
sealar la experiencia de Cristo en el reino de la muerte y su regreso: Christum
redisse ex inferis16. Siguiendo sus pasos, los mrtires del Peristephanon tampoco temen
la muerte, tal como est apuntado en el himno inicial de la coleccin: testibus, quos
nec catenae dura nec mors terruit (Pe. 1.22); en esa lnea se inscriben las palabras de
san Romn, moduladas desde una inicial y contundente declaracin de principios:
Dei perennis nomen adserentibus / nihil pavori est, mors et ipsa subiacet (Pe. 10.389-90),
hasta su plena asuncin personal: Appello ad Christum meum non metu mortis tremens...
(Pe. 10.818-9). Guarecidos bajo tal estandarte, los mrtires de Prudencio se convierten en ejemplos supremos de resistencia y coraje humanos, lo que, unido al idealismo de sus acciones y meditados discursos, genera caracteres en trminos de herosmo pico cuya inspiracin procede, muy claramente, en principio, de la Eneida17.
12
Cfr. L. A. DE CUENCA, El Hroe y sus Mscaras, Madrid 1991, p. 28. En poca de Prudencio, el
comportamiento pblico de los cristianos ante la muerte estaba difundido hasta tal punto, que, en uno
de sus himnos, es un verdugo quien refiere el deseo del mrtir por ganarla: Dicis: Libenter oppetam, /
votiva mors est martyri (Pe. 2.329-30).
13
DRN 5.1180: quod mortis timor haud quemquam vexaret eorum.
14
Para Cristo como arquetipo heroico, vase A. F. SEGAL, Heavenly Ascent in Hellenistic Judaism,
Early Christianity and their Environment, ANrW, Berlin-New York 1980, II, 23. 2, p. 1387.
15
Cicern, Rep. 6.14: etsi eram perterritus non tam mortis metu quam insidiarum a meis....
16
Tambin Cath. 3.198-200; 5.127-8; 9.70 ss; 10.158, de fuerte contacto con la obra de Virgilio.
Para la multiplicidad de esta relacin, cfr. A. J. SCHROEDER, Del Elseo de Virgilio al Paraso de Prudencio,
en Actas del VII Simposio Nacional de Estudios Clsicos, Buenos Aires (1982) 1986, pp. 401-16.
17
A. M. PALMER, Prudentius on the Martyrs, Oxford 1989, p. 153.

Peristephanon: muerte cristiana, muerte heroica

273

El santo mrtir, tal como lo presenta Prudencio en su coleccin de himnos


sobre las coronas es, sin duda, ejemplo miliar de la renovacin del arquetipo heroico con la irrupcin y consolidacin del cristianismo en el decurso literario de la
Antigedad clsica. Este nuevo tipo heroico religa la esfera de lo divino a la de lo
humano, al igual que lo haba hecho el hroe clsico, y se perfila como un ser que
sobrepasa la medida humana, con la particularidad de que el cristianismo hizo
accesible esa medida excepcional a cualquiera que profesara sus creencias. Tambin desde esta perspectiva cumplen con su papel heroico todos los mrtires de
Prudencio, impertrritos, incluso gozosos, al enfrentar la muerte en defensa de
una fe que promete la vida verdadera para todos los hombres. Sin embargo, su
herosmo parece ir ms lejos. Desafiar la precaria seguridad que proporciona la
vida es apenas el inicio del verdadero objetivo: alcanzar un estadio existencial que
solo puede lograrse con el abandono de aquella misma seguridad18. Subrayada
con el mdulo gloriosa morte, esa aspiracin aparece en el himno dcimo del Peristephanon, describiendo, adems, el tipo, carcter y actitud de quienes integran la
grey cristiana, un ejrcito peculiar de hombres, mujeres y nios de ambos sexos,
impvido, dispuesto al sacrificio extremo para alcanzar la recompensa eterna:
grex christianus, agmen imperterritum
matrum, virorum, parvulorum, virginum...
...iugulos retectos obstinate opponere
quo gloriosa morte fortes oppetant.

(Pe. 10.57-8... 64-5).

Notorio es el aprovechamiento y adaptacin del legado pagano sobre el tema


en el caso de los mrtires, que, como hroes, no solo no rehuyen la muerte sino la
buscan con plena conciencia, para enfrentarla y, con su misma arma, vencerla,
recibiendo como premio el smbolo de la inmortalidad, la corona. Conscientes y
decididos a afrontar tal prueba, no es extrao que las acciones de los mrtires se
orienten a rescatar a sus semejantes de la condicin servil en que viven; tarea
similar a la de quien, por ello, haba recibido el apelativo de Redentor. Ni extraas
son las resonancias de pasajes bblicos, que resumen las palabras de san Pablo
sobre la estrecha relacin entre muerte e inmortalidad: cum autem mortale hoc induerit inmortalitatem tunc fiet sermo qui scriptus est absorta est mors in victoria ubi est
mors victoria tua (1Co. 15.54-55)19. La seguridad y serenidad que cada uno de los
personajes de los himnos del Peristephanon exhibe ante la muerte, el modo como
la afronta, remite a la exclamacin antes citada de Pablo, confirmndola como la
primera y ltima palabra de una historia de la muerte cristiana20.
Desde esta concepcin, tan ampliamente difundida, tan slidamente sostenida
por la fe cristiana, no puede resultar sorprendente que en varios pasajes del Peristephanon referidos a la muerte no solo aliente el mismo espritu, sino que estn

18
Un sentimiento comn a los autores cristianos, como bien se puede apreciar en trminos de san
Jernimo (Ep. 60.14): aliud vivere moriturum, aliud mori victurum. Ille moriturus ex gloria est; iste moritur
semper ad gloriam.
19
Palabras que son enhebradas en la conclusin de Jernimo sobre la victoria de Cristo; respectivamente, Ep. 60.2: Ille, Ille te vicit; y Ep. 75.1: ideoque et mortuus est, ut mors illius morte moreretur.
20
E. REBILLARD, In Hora Mortis. volution de la Pastorale Chrtienne de la Mort aux IVe et Ve Sicles,
Roma 1994, p. 1.

274

Rubn Florio

enunciados casi con los mismos, y paradjicos, trminos (morte et mortem vincere)
que aparecan en el primer himno de la coleccin. En su discurso ante el juez
explica san Romn la doble naturaleza (natura duplex) de Cristo, consistente en
derrotar a la muerte con su muerte para acceder a la inmortalidad: moritur et
mortem domat, / reditque in illud quod perire nesciat (10.644-5); y, en el himno dedicado a san Lorenzo, se proclama la victoria de su fe con las mismas palabras y
resultados: nam morte mortem diruit / ac semet impendit sibi (2.19-20). Pero a diferencia de la filosofa, que recomendaba meditar sobre la muerte, el cristianismo
aconsej practicarla diariamente21. Ese sentimiento de afirmacin de la vida por
medio de la entrega a la muerte como si se tratara de una marca distintiva de los
cristianos est recogido en el himno 1 de la coleccin, en un verso vuelto hacia
el pasado, la poesa de Horacio, pero tejido con intencional significado cristiano:
Hoc genus mortis decorum, hoc probis dignum viris:
membra morbis exedenda, texta venis languidis,
hostico donare ferro, morte et mortem vincere.
(Pe. 1.25-7).

El mdulo inicial remite al renombrado pasaje de Horacio: dulce et decorum est


pro patria mori (C. 3.2.13)22, contaminado, quizs, con otro de Virgilio, cuando
Eneas, impotente para detener la cada de Troya, concibe la muerte en combate
como el modo ms hermoso honroso de acabar su vida: pulchrumque mori
succurrit in armis (Aen. 2.317)23. Distintos son los motivos por los que esa muerte
pica est calificada con los trminos decorum y dignum (1.25); gloriosa (10.65);
pulchra (8.4; 5.291); pretiosa (10.839)24, como distinto es el uso que no solo de la
mencionada oda de Horacio, en particular, sino de otras, hace Prudencio en los
himnos dedicados a los mrtires.25 Lejos estn del pensamiento de Prudencio la
muerte individual, la gloria individual, temas muy a menudo asociados en las
epopeyas latinas del tiempo de los flavios26. Para el poeta espaol, la muerte y la
apoteosis devengada de esa muerte eran actos de afirmacin de la nueva fe y,
como tales, de la grey cristiana en su conjunto; tal, el sentido del mdulo pulchra
mors, al que alude la inscripcin de un batisterio: hic duo purpureum Domini pro
nomine caesi / martyrium pulchra morte tulere viri (Pe. 8.3-4).
Tan firmes convicciones sobre el valor de la muerte determinan que el mrtir
se dirija a ella no solo con espritu resuelto sino, incluso, con alegra. En el himno
a san Romn, en el momento postrero, el nio que hace gala de su fe, se alegra y se
re de los azotes y del dolor por las heridas: laetus puer / virgas strepentes et dolorem
verberum / ridebat (Pe. 10.791-3). Tambin se re el mrtir Vicente de las torturas,

21
Como lo hace san Pablo: cottidie morior (1Co. 15.31), y desarrolla san Ambrosio: cottidie morior,
apostolus dicit, melius quam illi, qui meditationem mortis philosophiam esse dixerunt; illi enim studium praedicarunt, hic usum ipsum mortis exercuit (De excessu fratris 2.35).
22
Cfr. A. M. PALMER, op. cit. pp. 144-52.
23
Cfr. Aen. 9.401 y 433; 11.647.
24
Este, inserto en un pasaje (pretiosa sancti mors sub aspectu dei), eco del Salmo 115.15: pretiosa in
conspectu Domini mors sanctorum eius.
25
V. CRISTBAL, Horacio y Prudencio, CFCL 1998, pp. 165-9, ampla el espectro horaciano, las
coincidencias y divergencias entre ambos poetas.
26
Cfr. F. RIPOLL, La Morale Hroque dans les popes Latines dpoque Flavienne: tradition et innovation, Louvain-Paris 1998, pp. 193-254.

Peristephanon: muerte cristiana, muerte heroica

275

gozoso y desafiante, o bromea Lorenzo, mientras se cuece vivo en la parrilla. Del


mismo modo se dirige Eulalia a la muerte, cantando con alegra. Cipriano muestra
su agradecimiento al enterarse de su condena a muerte, triunfo obtenido en la
batalla al mejor estilo pico por la fe27. Triunfo y canto de agradecimiento
caracterizan tambin el momento previo a la muerte en el himno a Ins, canto
transformado en gozo exultante ante la presencia del verdugo que ha de quitarle
la vida, hombre de armas, una actividad que de inmediato remite la escena a un
contexto blico28. Risa, burla, desprecio, gozo, agradecimiento ante la tortura, el
dolor, la proximidad de la muerte. La reiteracin de estas actitudes respuesta
caracterstica de los mrtires al suplicio que sufren , y, en particular, la risa, ms
que desdn, manifiestan suficiencia y superioridad frente a la violencia de los
paganos29. Tal conducta se origina, sin duda, en una fuerza moral tan recia e inquebrantable, que sus adversarios, cuando lo intentan, no atinan a explicarla sino
recurriendo a causas poco racionales, como la de un saber esotrico30. Sin duda, la
razn es instrumento insuficiente para entender estos comportamientos. Tan seguras y firmes convicciones proceden de una fe ciega en la justicia divina, cuya
memoria es eterna. Ese es el sentido de los versos finales del antes citado himno,
donde el poeta refiere el valor de las pginas que, sobre los suplicios de los mrtires, Cristo escribe en el cielo31.
La descripcin del heroico momento final ha sido tratada en forma sumamente
peculiar en el himno dedicado a Vicente. En medio del suplicio, paradjicamente
convertido en alimento de su fortaleza espiritual, a la vez que motivo de un desprecio materializado en risa, en serenidad e indiferencia, y sin perder la alegra, el
mrtir lleva el desafo por la resistencia hasta el grado de mxima crueldad segn
el razonamiento pagano, pues termina corriendo, lleno de gozo, hacia los instrumentos de tortura32. La caracterizacin del escenario para la liza final y de las

27
Respectivamente, Pe. 5.117: ridebat haec miles Dei, y 5.131: gaudet, renidet, provocat; 2.409: haec
ludibundus dixerat; 3.141-2: haec sine fletibus et gemitu / laeta canebat; 13.95: grates agit et canit triumphans.
28
Pe. 14.52-3: ibat triumphans virgo...sacro carmine concinens, y 14.67-9: Agnes... laetior haec ait: exulto.... El pasaje del enfrentamiento con el verdugo (14.67-80), est teido de fuerte erotismo, no solo
porque los contendientes son de opuesto sexo, sino por la disposicin de los elementos blicos en la
escena; cfr. M. MALAMUD, A Poetics of Transformation: Prudentius and Classical Mythology, Ithaca, New
York 1989, pp. 169-70.
29
Cfr. R. LEVINE, Prudentius Romanus: the rhetorician as hero, martyr, satirist and saint, Rhetorica
1991, p. 21. Este comportamiento estara avalado por algunos pasajes bblicos donde el Seor se re del
impo porque sabe del final que le aguarda: Sal. 36.13; Sb. 4.18, y, particularmente 2M. 7.27.
30
Un indignado verdugo (parafraseando el inicio de la primera catilinaria de Cicern) cree que la
capacidad de Romn para hacer placenteras las torturas recibidas proviene de sus conocimientos de
magia, Pe. 10.868-70: Quousque tandem summus hic nobis magus / inludet, inquit, Thessalorum carmine /
poenam peritus vertere in ludibrium?.
31
Pe. 10.1119: inscripta Christo pagina immortalis est. Analiza este pasaje J. ROSS, Dynamic Writing
and Martyrs Bodies, JECS 1995, p. 345; previamente (p.329), hace notar que la concepcin de Prudencio sobre el martirio es inseparable de una experiencia potica o literaria. A ello se debe, pensamos,
que el primer himno de la coleccin se inicie con ese tema (1.2): scripta sunt caelo duorum martyrum
vocabula, / aureis quae Christus illic adnotavit litteris. D. P. KUBIAK, Epic and Comedy in Prudentius Hymn to
St. Eulalia, Philologus 1998, p. 321, remite al tpico cristiano de famulos Domini (Prud. Cath. 63.512; Cassiod. In psalm. 134.9).
32
Pe. 5.117: ridebat haec miles Dei; 5.125-7: ast ille tanto laetior / omni vacantem nubilo / frontem
serenam luminat; 5.209-11: ille... gradu citato proripit...gaudio.

276

Rubn Florio

fuerzas en pugna que lo ocupan es inmejorable ejemplo del tono marcadamente


pico del combate que los mrtires cristianos sostienen por la fe. Y tambin lo es
de su muerte: rememorando los juegos de la Antigedad, pero con sentido cristiano, compite Vicente en la palestra por la corona, smbolo de la inmortalidad, en
una lucha singular (Pe. 5.213-6)33. Todos los elementos del pasaje proceden del
acervo de la pica: el escenario de la liza (palestram), los contendientes, tanto en su
aspecto alegrico (spes-crudelitas) cuanto en el real (martyr-carnifex), las acciones
que llevan a cabo (certat-conserunt) y el contexto que promueven y las caracteriza
(luctamen anceps), la anttesis que los divide y enfrenta (hinc-illinc), el voluntario
acuerdo por dirimir fuerzas (ventum), la recompensa que espera al vencedor (gloriae). En el cierre describe Prudencio las fuerzas del mrtir, redobladas por los
suplicios sufridos, no sin haber aludido previamente a la templanza espiritual con
que los recibiera, tan extraordinaria, que el dolor no lo alcanzaba34. No obstante su
brevedad, la escena remite por completo al mundo heroico, estructurada sobre la
decisiva gravitacin que le impone el eje conformado por antiguos ingredientes
del cdigo pico: palestram, certat, conserunt, luctamen, definen el sentido de un
contexto a cuya sintona son atrados los restantes trminos, caractersticos, a su
vez, de un mundo en pugna, de razn dividida35; no solo y apenas el circunstancial
del himno, sino el del Imperio en tiempos de las persecuciones sufridas por los
cristianos haca casi un siglo36, y, por ello mismo y muy probablemente, el de
cristianos del tiempo de Prudencio: los ascetas, los monjes, que, en nmero creciente, escogan un tipo de vida signada por los combates interiores de incierto
resultado (luctamen anceps)37. En suma, dos fuertes concepciones de vida, dos culturas, claramente definidas y polarizadas; dos alternativas de cuya superacin habr de dar cuenta quien obtenga la victoria. Ese es Vicente (5.285: exsurge, martyr
inclyte)38, vencedor al precio de su vida, entregada en bella muerte (5.291: pulchroque mortis exitu). Y, como de costumbre, del vencedor depender una nueva forma
de ver e interpretar el mundo; para ello, no vacilar en servirse, incluso, de acciones y recursos que haba censurado, en tanto pudieren afectarse los intereses de
quien, como en el caso de los cristianos, representa y ejerce el dominio de la nueva
y dominante voz39.
Con respecto al ejemplo muy especfico y representativo de Vicente, la muerte
del mrtir, de quien testimonia con su entrega absoluta la accin ejemplar estable33
Para el pasaje, vase mi trabajo, Peristephanon: asimilacin y renovacin picas, Latomus 2002,
en prensa.
34
Pe. 5.237: sublatus inde fortior, y 5.233-4: haec inter immotus manet / tamquam dolorem nescius.
35
Cfr. HEGEL, Esttica, Madrid 1908, I, p. 79; II, p. 331. G. B. CONTE, Saggio dInterpretazione sullEneide:
ideologia e forma del contenuto, MD 1978, p. 21. Sobre el pasaje, W. EVENEPOEL, Le Martyr dans le Liber
Peristephanon de Prudence, SEJG 1996, p. 12.
36
Cfr. V. EDDEN, Prudentius, en Latin Literature of the Fourth Century, London and Boston 1974, p.
160.
37
C. LO CICERO, Il Certamen col Nemico: Sopravvivenza e rielaborazione di topoi classici in un passo di
Lattanzio (div. inst. 6, 4, 15-24), PAN 1991, p. 168, lo describe como concezione della vita come
certamen contro lavversario diabolico. Buena sntesis del desarrollo del monacato, con el que relaciona a Paulino de Nola y Prudencio, realiza L. A. GARCA MORENO, El Bajo Imperio Romano, Madrid 1998,
pp. 169-72. Cfr. Hamartigenia 721-2: vocat hinc Deus, inde tyrannus / ambiguum, atque suis se motibus
alternantem.
38
Cfr. Act. 22.16; 26.16; y Eph. 5.14: exsurge a mortuis et inluminabit tibi Christus.
39
Vale la pena confrontar la actitud que asume el cristianismo dominante en Psychomachia 705-25.

Peristephanon: muerte cristiana, muerte heroica

277

cida por Cristo, valida la victoria y el sentido de la lucha en los trminos del
cristianismo. La muerte inminente del mrtir, confirmando la victoria, vuelve a
presentarse en la frase de Romn: si cruente puniamur, vincimus (10.1095); un
concepto que no es sino confirmacin del enunciado por Tertuliano dos siglos
antes, al final de su Apologeticum (50.3): vincimus cum occidimur.
Para terminar, en el Peristephanon la muerte cristiana es, adems, muerte heroica en tanto la finalidad ltima del mrtir coincidente con la perseguida desde la
que inaugurara la figura paradigmtica de Cristo (cfr. Pe. 6.112-4) , excede cualquier proyecto o empresa individual. Esa muerte, en efecto, no sirve apenas para la
conquista de la propia inmortalidad; su finalidad ltima, claramente expresada en
la muerte de Cristo, concierne a la salvacin de los dems40. Si la de Cristo atae a
la humanidad, la de los mrtires alcanza a la comunidad. Las 14 piezas que conforman el Peristephanon justifican ese objetivo: todas ellas, tal como se explicita en el
primer himno, intentan preservar la memoria de la gesta que los mrtires cristianos haban llevado a cabo en defensa de la fe41. Pero los triunfos de los mrtires no
son personales, son triunfos de Cristo; ese es el sentido que para Eulalia posee la
atroz tortura que precede a su muerte. Mientras los garfios la desgarran, grabando
sobre su cuerpo los signos del martirio (como si aquel se igualara a un libro y
estos a letras indelebles que habrn de conservar la memoria de su fe), la santa
expresa la satisfaccin de lo que considera la consumacin de la victoria de Cristo:
Scriberis ecce mihi, Domine, / quam iuvat hos apices legere, / qui tua, Christe, tropaea
notant! (3.136-8)42. La concepcin soteriolgica que tiene Prudencio de la muerte
no solo no comprende el beneficio individual, revierte en salvacin de toda la
comunidad a la que pertenece el mrtir, tal como sucede, muy manifiestamente, en
el himno dedicado a los 18 santos mrtires de Zaragoza, cuya sangre derramada
purifica y preserva a sus habitantes de cualquier tipo de servidumbre diablica43.
Una ltima acotacin: esa muerte heroica lo es, tambin y ms aun, porque
grandeza y superioridad son componentes vinculados a la epopeya desde la ms
remota antigedad. No tan solo por la grandeza del tema, por la grandeza que debe
poseer el sujeto que lo asume y la solemne cadencia rtmica en que se expresa44. El

40

Cfr. M. ELIADE, Imgenes y Smbolos, Madrid 19742, p. 179.


Cfr. Pe. 1.73-81. Ese supremo acto heroico provoca con frecuencia la conversin de los paganos:
Tunc ipse manceps carceris / et vinculorum ianitor, /... repente Christum credidit (5.345-8).
42
El cuerpo del mrtir termina por transformarse en terreno frtil gracias a los surcos que en l
trazan los instrumentos de tortura; como libros, recogen y muestran (velado recurso de la evidentia)
ms que la historia individual, la de una comunidad y sus orgenes. K. THRAEDE, Studien zu Sprache und
Stil des Prudentius, Gttingen 1965, pp. 79-113, analiza las proteicas apariciones de la metfora. J.
PETRUCCIONE, The Portrait of St. Eulalia of Mrida in Prudentius Peristephanon 3, AB 1990, p. 98,
remite estos versos a pasajes del Apocalipsis (14.1 y 19.7) relativos a un matrimonio mstico. Esta y
otras alusiones transformaran a la pieza en un himno epitalmico (p. 102).
43
Pe. 4.65-72: Omnibus portis sacer immolatus / sanguis exclusit genus invidorum / daemonum et nigras
pepulit tenebras / urbe piata. / Nullus umbrarum latet intus horror, / pulsa nam pestis populum refugit; /
Christus in totis habitat plateis, / Christus ubique est. Con estos versos abre su trabajo J. PETRUCCIONE, The
Martyr Death as Sacrifice: Prudentius, Peristephanon 4.9-72, VChr 1995, p. 245, destacando luego (p.
248) que los autores patrsticos raramente conceden al sacrificio humano individual un significado tan
decisivo en el drama de la salvacin. Prudencio, en cambio, conceives of the martyr death as a sacrifice
at once redemptive and purificatory. Vase tambin Pe. 14.3-6. La gracia de la salvacin procede de la
generosidad del Salvador; cfr. Pe. 1.115-7.
44
Cfr. Aristteles, Potica, 1448a y 1459b. J. FONTAINE, Naissance de la Posie dans lOccident Chrtien,
41

278

Rubn Florio

desafo a la muerte no es ajeno a esas constantes de la pica clsica antigua. A ellas


se asocian episodios y motivos diversos, pero, sobre todo, aquel ms profundo y
de mayor contacto con el hombre y sus incgnitas: el abismo45. Desde los primeros
versos de la Teogona hasta este primer gran relevo del cristianismo, la epopeya,
bajo rostros y tiempos diversos, no dej de interesarse por avanzar en los dominios de lo desconocido (Lucrecio es un eslabn ms en tal cadena). Cmo, sino
heroicos, podran ser calificados los mrtires descriptos por Prudencio, y la muerte
con que se coronan46, cmo, sino pica, por su grandeza, casi por su desmesura,
podra describirse la empresa que intentan acometer, reiteracin, en escala humana, de la considerada por el cristianismo gesta suprema que llevara a cabo el Hijo
de Quien, en ningn grado de grandeza, admite comparacin? Perifrstico enunciado que no tiene por objeto sino describir la idea de san Agustn cuando se
pregunta retricamente: Quid enim Deo ipso maius est? (Doct. Chr. 4.19.38). Afirmacin potica que expone Prudencio a lo largo de su Peristephanon, y, puntualmente,
enarbola Romn ante el juez como declaracin terica irrefutable en un pasaje de
su defensa de la fe cristiana:
Deus perennis, res inaestimabilis,
non cogitando, non videndo clauditur;
excedit omnem mentis humanae modum,
nec comprehendi visibus nostris valet,
extraque et intus implet ac superfluit.

(Pe. 10.311-5)47.

Para los cristianos, entonces, no puede haber muerte de mayor valor ni pueden
desear muerte ms grande que la ejemplar de Cristo. Para los mrtires del Peristephanon, esta conviccin no solo determina la absoluta supresin del temor a la
muerte propia de la condicin heroica , promueve, adems, un sentimiento
inverso y extremo: el amor a la muerte48. Prudencio resume esta idea en el himno
dedicado a Quirino; las palabras postreras del santo ejemplifican el sentido y alcance de la muerte cristiana: quo nil est pretiosius, / pro te, Christe Deus, mori (7.84-5).
La finalidad de ese acto de amor, el ms valioso, no concierne a la salvacin individual sino a la de la humanidad, por la que muri el Redentor. En la pulchra mors la
excelencia deja de tener que medirse indefinidamente con otros, de probarse en
enfrentamientos; se realiza de un golpe y para siempre en la hazaa que pone fin
a la vida del hroe, ya fuere el antiguo (pagano), o el mrtir cristiano, pero en este
el desafo a la seguridad de la vida se exacerba hasta constituirse en desprecio a la

Paris 1981, p. 201: la grandeur pique ny est pas seulement le corollaire dun emploi de lhexamtre.
Elle procde aussi dun sens de la grandeur du sujet.
45
Bien ha sealado este tema A. MICHEL, Mtamorphoses de lpope: Buzzati, Gracq, Borges, Caesarodunum XIV bis, 1981, p. 342, tanto en la epopeya antigua como en sus variantes contemporneas,
asignndole estrecha vinculacin con el misterio metafsico de la trascendencia divina.
46
San Agustn, Ser. 105.13: in terra exerceantur, in caelo coronentur. Al revisar esta tpica pareja en
que se oponen materia-espritu, seala M. ROBERTS, op. cit. p. 75: The martyr experiences death in life
as he will experience life in death.
47
Cfr. Hamartigenia, 80: Non conferre Deo, velut aequiparabile, quidquam ausim...
48
Alusin directa al tema, e individual, en Pe. 3.40: mortis amore puella ruat; perifrstica, y colectiva,
en Pe. 6.71: ferventes animas amore lucis.

Peristephanon: muerte cristiana, muerte heroica

279

muerte misma49. La recuperacin y exaltacin literarias de esa conducta extrema,


bastante extendida entre muchos cristianos casi cien aos despus de que hubieran terminado las persecuciones y martirios, estara sealando la difusin y aceptacin de un tipo heroico cristalizado y de su conducta ante la muerte. Muerte
heroica en mximo grado significativo, pues se yergue como superacin absoluta
del dolor y caducidad humanos50.
No obstante la descontextualizacin, reconversin y remozado uso a que ha
sido sometido, ese segmento representa una prueba ms de la operacin de trasvasamiento y sincretismo, concretada por Prudencio a fines del siglo IV, entre la
cultura clsica y la cristiana. No estuvo solo en esa tarea (crucial para el cristianismo)51, de la que la poca registra una intensa actividad, tanto en confrontacin
como en seleccin y absorcin de todo tipo de instrumentos temas, ideas, estilos, estticas provenientes de la cultura pagana. En el mbito de la poesa, Juvenco, Ausonio, el Papa Dmaso, Paulino de Nola, colocan, desde su propia y profunda formacin en la literatura y el pensamiento clsicos, los cimientos de la nueva
voz. Con mayor o menor intensidad, autorizados por la experiencia crucial del
Paradigma al que exaltan, todos ellos destinan espacio destacado a la muerte. Y si
bien en la cultura clsica antigua el tema haba sido motivo de especulacin tanto
filosfica cuanto literaria, el cristianismo aporta algunas novedades significativas:
la muerte deja de ser, solo y apenas, momento final de la existencia humana para
transformarse en la puerta de acceso a la vida verdadera, idea de trascendencia
ajena al rango social y a una finalidad individual. La fe triunfante expresar estos
conceptos por medio de segmentos acuados en las cercanas letras paganas, como
el de la muerte gloriosa en sus variadas manifestaciones. De ellos proceden algunas de las vas por las que se consolidar durante siglos, en la literatura cristiana, el
motivo de la muerte gloriosa en defensa de la fe.

49
A san Agustn se debe la valoracin exacta de la muerte de los mrtires cristianos (Ser. 335B.3):
Si nihil est mors, quid magnum martyres contempserunt?.
50
A. CAMERON, Christianity and the Rhetoric of Empire. The development of christian discourse, Berkeley
- Los Angeles 1991, p. 51, hace notar que el mrtir y su muerte se transformaron enseguida en la
representacin y el smbolo de la perfeccin cristiana. Sofisticada y aguda la observacin de L. GOSSEREZ, Les Images Divines de Prudence et lArt Palochrtien, BAGB 1998, p. 349: La victoire du Christ sur
la mort se double en effet, au second degr, dune victoire littraire de lpope sur la tragdie.
51
Tertuliano (Idol. 10.4), se haba preguntado: Quomodo repudiamus saecularia studia, sine quibus
divina non possunt?. Sobre la tarea de sntesis esttica intentada por Prudencio entre las dos culturas,
cfr. I. RODRGUEZ HERRERA, Poeta Christianus Esencia y Misin del Poeta Cristiano en la obra de Prudencio,
Helmantica 1981, p. 68; actividad que extiende a todos los autores cristianos M. TESTARD, Observations sur le Passage du Paganisme au Christianisme dans le Monde Antique, BAGB 1988, p. 155.

GABRIELE MURESU

LE CORONE DELLA VERA SAPIENZA


(Paradiso X)*

1. Il tema trinitario: il sapere terreno e la sapienza celeste.


1.1. Linusuale maestosit con cui, celebrando solennemente lazione creatrice
della Trinit e rivolgendo al lettore lappello pi ampio e articolato dellintero
poema, Dante rievoca il proprio ingresso nel cielo del Sole certo segnala, a mo di
grandiosa ouverture, linizio di una nuova sezione della terza cantica, quella dedicata al Paradiso cosiddetto superiore, comprendente i cieli che al mondo sublunare trasmettono influenze esclusivamente positive: una valutazione, questa, ampiamente condivisa, e tanto pi plausibile se si considera che in alcuni dei versi
immediatamente precedenti il poeta aveva sentito la necessit di precisare come
lombra proiettata dalla terra nello spazio siderale trovi il suo limite estremo nel
cielo di Venere (Par. IX 118-9).
Molto meno persuasiva trovo invece losservazione, anchessa da pi parti formulata, secondo cui gli spiriti che il pellegrino ha incontrato nei primi tre cieli
godrebbero, in quanto maggiormente difettivi, di un grado di beatitudine inferiore rispetto a quello riservato agli altri beati. Qualit e grado della letizia paradisiaca, per tanta parte (pur se non solo) dipendenti dal mistero della grazia, scaturiscono infatti dalla impenetrabilit del consiglio divino1, e non possono dunque

* Le citazioni dantesche sono tratte dalle seguenti edizioni: per la Divina Commedia, laddove non
altrimenti indicato, La Commedia secondo lantica vulgata, a c. di G. Petrocchi, Milano 1966-7; Convivio,
a c. di F. Brambilla Ageno, Firenze 1995; Monarchia, a c. di P.G. Ricci, Milano 1965; Epistole, a c. di A.
Frugoni e G. Brugnoli, e Questio de aqua et terra, a c. di F. Mazzoni, in D. ALIGHIERI, Opere minori, t. II,
Milano-Napoli 1979. Le citazioni dai commenti alla Commedia sono tratte dalle seguenti edizioni: BENVENUTO DA IMOLA, Comentum..., a c. di G.F. Lacaita, Firenze 1887; FRANCESCO DA BUTI, Commento..., a c. di
C. Giannini, Pisa 1858-62; GIOVANNI DA SERRAVALLE, Translatio et comentum..., Prato 1891; A. VELLUTELLO,
Nova espositione..., Venezia 1544; B. LOMBARDI, Firenze 1830; F. TORRACA, Roma-Milano 1905; L. PIETROBONO, Torino 1975; M. PORENA, Bologna 1974; A. MOMIGLIANO, Firenze 1958; S.A. CHIMENZ, Torino 1968;
U. BOSCO-G. REGGIO, Firenze 1979.
1
Sia sufficiente, a tale riguardo, rammentare ci che in Par. XXXII 49-84 san Bernardo afferma a
proposito della diversa condizione beatifica imperscrutabilmente assegnata ai bambini dellEmpireo.

Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

282

Gabriele Muresu

essere tassativamente determinati dalle influenze che le sfere celesti hanno esercitato sugli uomini. Occorre peraltro ricordare che la presenza delle anime nei singoli pianeti , nella sua provvisoriet, del tutto anomala ed esclusivamente funzionale a un preciso disegno didascalico, mirante a prospettare in chiave gerarchica la
fenomenologia delle umane inclinazioni; mentre, se si escludono i pochi nomi in
seguito elencati da san Bernardo (Par. XXXII 1-48), nulla noi sappiamo circa il
posto a ciascuno dei beati stabilmente assegnato nella candida rosa, e nulla siamo
quindi in grado di arguire circa la qualit della rispettiva condizione.
Ad evitare il rischio di generalizzazioni schematiche e astratte sar inoltre bene
non dimenticare che la vita terrena di ogni singolo individuo una realt quanto
mai composita sulla quale, nella particolare ottica dantesca, certamente agiscono
influssi di diversa provenienza: anche se lo scrittore, per ovvie ragioni di sistematicit ed efficacia pedagogica, costretto a evidenziare, in rapporto ai diversi personaggi del suo racconto, soltanto linfluenza astrale da lui ritenuta maggiormente
condizionante. Senza contare, poi, che la concezione cristiana non esclude affatto
leventualit anzi per certi aspetti la impone che gli stessi beati (lo ricorda a
Dante unanima sicurissimamente destinata alla gloria dei cieli) possano essersi in
terra macchiati di orribili peccati (Purg. III 121). Il che, sia detto per inciso,
condizione in certo senso uguale e contraria a quella dei dannati i quali, a dispetto
delle meritorie azioni da essi eventualmente compiute, sono destinati a soggiornare senza alcuna possibilit di scampo nella regione infernale in cui punita la pi
grave e non certo lunica delle colpe che li hanno condotti alla morte eterna.
1.2. Ci precisato, inevitabile chiedersi perch mai il poeta abbia scelto come
tema di questo singolarissimo preludio la magnificazione dellordinato assetto che
il Dio uno e trino ha inteso dare al sistema dei cieli: quellordine (v. 5) che il lettore
subito pressantemente esortato a contemplare, raccogliendosi nella meditazione
relativa a tutti i suoi aspetti, e in specie a quelli che, come vedremo, possono
persino apparire paradossali. Vari commentatori hanno ritenuto che tale esaltazione rappresenti una sorta di contrappunto rispetto alla severa denuncia circa le
gravi manifestazioni di disordine terreno che era emersa dalle parole dei tre spiriti
con cui il pellegrino si era soffermato nel cielo di Venere; una motivazione tuttaltro che infondata (specie considerando quanto netta risulti la contrapposizione
contenutistica e tonale tra le terzine iniziali del X canto e la chiusa del canto
precedente), ma a mio avviso non del tutto esauriente, e comunque accettabile
solo a patto di non trascurare che la veemente condanna dei mali contemporanei
sar uno dei Leitmotive ricorrenti anche nellultima parte del poema, non escluso
quella dedicata allEmpireo. Basti ricordare, per limitarci allepisodio solare, lo
straordinario incipit del canto XI (vv. 1-12), con la dettagliata esemplificazione di
quei beni ingannevoli che spingono la maggior parte degli esseri viventi a mirare
colpevolmente in basso, la duplice e speculare censura dellattuale degenerazione
domenicana e francescana (Par. XI 124-32, XII 112-26), il risentito biasimo verso
il modo affrettato e superficiale con cui molti si sforzano di penetrare il senso dei
divini decreti (Par. XIII 112-42).
Ritengo, nondimeno, che la scelta operata dallo scrittore sia ascrivibile, oltre
che a quello appena indicato, anche ad altri ordini di fattori; non deve innanzi
tutto sorprendere che il mistero trinitario, per la sua centralissima rilevanza, appaia a un poeta cristiano motivo tra i pi convenienti a trovare adeguato spazio nei

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

283

punti nodali (esordio, conclusione, apertura di singole parti, ecc.) di unopera di


vasto respiro; n certo casuale che con un puntualissimo riferimento alla Trinit,
evocata nelle parole incise sulla porta dellInferno (fecemi la divina podestate, /
la somma sapenza e l primo amore - Inf. III 5-6), abbia inizio la narrazione vera
e propria del viaggio di Dante nelloltremondo; per non dire dellaltrettanto preciso accenno agli attributi trinitari (sapenza, amore e virtute - Inf. I 104) gi
reperibile nel canto proemiale del poema; poema che allo stesso tema significativamente riserva un cospicuo numero di versi del suo finale (Par. XXXIII 109-26).
da dire, a parte ci, che nei canti dedicati al cielo del Sole il motivo in questione ha uno sviluppo che, per la sua singolare e niente affatto monotona reiterazione, non trova riscontro in altre sezioni del Paradiso e dellintera Commedia; e
infatti, oltre a contrassegnare le prime due terzine del X canto (ma un immediato
riverbero del medesimo tema gi reperibile a pochissimi versi di distanza, con il
riferimento alla prodigiosa arte / di quel maestro che dentro a s lama, / tanto che mai
da lei locchio non parte - vv. 10-2)2, la Trinit torna in primissimo piano non appena
il poeta accenna agli spiriti solari:
Tal era quivi la quarta famiglia
de lalto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia
(vv. 49-51).

Del tutto trasparente risulta poi il fatto che gli spiriti, prima che uno di loro si
rivolga al pellegrino, ruotino tre volte (v. 77) in segno di giubilo3; una frequenza
numerica che, in modo altrettanto eloquente, anche in seguito caratterizzer il
canto melodioso con cui essi celebreranno un mistero ormai privo, ai loro occhi, di
qualsivoglia oscurit (Par. XIV 28-33); cos come tre sintomaticamente sono i gruppi
di beati che, a una certa distanza luno dallaltro, scendono sul pianeta ponendosi
in cerchio attorno a Dante e alla sua guida (ivi 70-8)4. Si consideri infine che
lazione della Trinit, dopo che le anime lavranno di nuovo celebrata insieme al
mistero relativo alla doppia natura di Cristo (Par. XIII 25-7), per ben due volte
risulter essere tra gli argomenti fondanti dellampia e complessa disquisizione
mediante la quale san Tommaso illustrer al pellegrino le peculiarit specifiche
della scienza, per certi versi incomparabile, di Salomone (ivi 52-60, 79-81)5.

2
Anche in questi versi si allude infatti, e sia pur in forma reconditamente evocativa, ai tradizionali
attributi delle tre persone della Trinit: la potenza del Padre, raffigurato come sublime architetto
(maestro), la sapienza (occhio) del Figlio, lamore dello Spirito.
3
Ci, appunto, ad laudem Trinitatis, come opportunamente chiosa BENVENUTO.
4
Alcuni studiosi hanno escluso che gli spiriti di cui si parla nel luogo qui indicato formino una
terza corona; ma proprio non vedo in che altro modo si debba interpretare il fatto che essi, secondo
quanto Dante sente il bisogno di precisare, fanno un giro / di fuor da laltre due circunferenze (pur
se da dire che tale corona non necessariamente deve risultare anchessa composta di dodici anime).
Indiscutibile appare comunque la valenza trinitaria che il poeta assegna allintera figurazione, dato che
egli esclamativamente accenna ai nuovi venuti come allo sfavillar del Santo Spiro; ed appunto nel
momento in cui la triade si completa che il pellegrino non riesce a sopportarne lo splendore (li occhi
miei [...], vinti, nol soffriro); il che, tra laltro, spiega il motivo per il quale nulla detto circa lidentit
degli spiriti che formano la terza ghirlanda.
5
Coperte allusioni al tema trinitario potrebbero essere anche considerati gli accenni che nella
medesima disquisizione, apertamente biasimandoli, san Tommaso fa a Sabellio e Arrio (Par. XIII

284

Gabriele Muresu

1.3. Il motivo trinitario dunque di sicuro una delle strutture portanti del cielo
del Sole: e ci, specie considerando il modo in cui Dante se ne serve, credo dipenda dal fatto che esso gli appare come lexemplum per eccellenza dellautentica sapienza (n si dimentichi che anche santAgostino aveva sviluppato la sua teorizzazione su tale concetto in un trattato non a caso intitolato De Trinitate). Sapienza
divina, innanzi tutto, se vero che, raffigurandolo nellatto della creazione, egli
immagina che Dio Padre, primo e ineffabile Valore (v. 3), sia ricorso alla pi tipica
prerogativa della seconda persona della triade, vale a dire alla visione sapienziale:
il suo rivolgere lo sguardo al Figlio (guardando - v. 1) altro infatti non lo ha
acutamente rilevato Benvenuto che un intelligere [...] verbum eius quod est
sapientia patris. Un modo comportamentale non limitato daltronde allesclusivo
momento dellazione creatrice, dato che (lho appena messo in evidenza) neppure
in seguito Dio distoglier mai locchio (v. 12) amorevole dalla sua mirabile opera.
Ma il tema trinitario, evidentemente considerato esemplare anche per ci che
concerne la sapienza umana, soprattutto consente al poeta di fissare una distinzione che proprio in questa occasione (e ben lo si comprende, dato che ci troviamo
nel cielo dei cosiddetti sapienti) egli sente di dover sottolineare con la massima
urgenza: la distinzione, cio, tra le conoscenze attingibili in terra e appartenenti
a un sapere che, pur nella sua espressione pi alta, inevitabilmente risulta approssimativo e limitato , e quel lumen gloriae, sola sapienza del tutto esaustiva e assolutamente vera, cui unicamente in cielo dato pervenire.
Basti, a tale proposito, osservare come ai temporanei ospiti del quarto pianeta
venga sin da subito riconosciuto il privilegio di riuscire a comprendere fino in
fondo, al punto da esserne integralmente appagati, il mistero trinitario; quel mistero della cui piena e chiara visione anche in seguito, come si diceva, essi ripetutamente dicono di godere. E sar altrettanto opportuno rilevare come la pi enigmatica delle verit di fede al di l della stupefacente maestria con cui il poeta opera
le variazioni sul tema si palesi ormai sempre al loro sguardo nel modo pi straordinariamente semplice e intuitivo: lalto Padre [...] sempre la sazia, / mostrando
come spira e come figlia (vv. 50-1)6; tre persone in divina natura, / e in una persona
essa e lumana (Par. XIII 26-7); quelluno e due e tre che sempre vive / e regna
sempre in tre e n due e n uno (Par. XIV 28-9).
1.4. Ma lincommensurabile distanza che separa le conoscenze acquisibili nel
corso della vita terrena dalla sapienza di cui le creature intelligenti fruiscono in
Paradiso, indirettamente (eppure senza alcuna ambiguit), in particolare emerge
dallo speciale requisito che il poeta segnala come primo dato caratterizzante gli
spiriti solari:

127): infatti noto che il primo sosteneva una dottrina negatrice della Trinit; quanto ad Ario, anchegli
fu tra i maggiori contestatori della natura divina del Figlio e della sua consustanzialit col Padre.
6
A proposito di questi versi BUTI giustamente osserva che ci appunto quello che gli omini
del mondo non possono pienamente intendere; e forse anche il caso di ricordare la perentoria
ingiunzione che Virgilio, proprio dopo aver accennato al mistero trinitario, aveva rivolto a Dante e,
pi in generale, allintero genere umano: Matto chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la
infinita via / che tiene una sustanza in tre persone. // State contenti, umana gente, al quia (Purg. III
34-7).

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

285

Quantesser convenia da s lucente


quel chera dentro al sol dov io entrami,
non per color, ma per lume parvente!
(vv. 40-2)7:

il fatto che questi beati risplendano con unintensit infinitamente superiore a


quella dellastro pi luminoso dellintero firmamento certo rimarcato anche in
obbedienza a unelementare esigenza narrativa, tale essendo la condizione necessaria a che il pellegrino riesca a distinguerne la presenza sul pianeta. tuttavia da
notare che, oltre a sottolinearne leccezionale chiarore, Dante pone laccento sulla
totale autosufficienza (da s) della luce da essi emanata; una particolarit subito
ribadita a riprova della sua niente affatto fortuita rilevanza mediante la notazione relativa alla totale assenza, nei singoli beati, di qualsivoglia individuabilit
cromatica: cosa quanto mai significativa, considerato che secondo la fisica aristotelica il colore la qualit che proprio ad opera di una luce ad essi esterna rende
visibili i corpi; una fonte luminosa di cui costoro, risultando parventi solo in virt
del proprio lume, evidentemente non hanno pi alcun bisogno.
Altrettanto indicativa, nella stessa direzione, appare inoltre la metafora (ardenti
soli - v. 78) con la quale gli stessi spiriti, per di pi nel medesimo contesto paragonati a stelle (v. 76), sono in un caso designati; quanto poi allaggettivo (vivi) in
precedenza impiegato per qualificarne il folgre (v. 64), esso pure con tutta chiarezza certifica la non dipendenza di quella luminosit da altra sorgente che non sia
la luce divina8. Anche lespressione metaforica cui san Tommaso ricorre in apertura del suo primo discorso per definire laiuto sapienziale di cui egli stesso, insieme
ai suoi compagni, intende gratificare il pellegrino (qual ti negasse il vin de la sua

7
Non a mio avviso pensabile che questi versi, insieme alle due successive terzine, si riferiscano
non alle anime scese sul pianeta per incontrare il pellegrino, bens a Beatrice, come per lo pi ritenevano gli antichi commentatori e come di recente, ovviamente modificando linterpunzione corrente, sono
tornati a riproporre, nelle rispettive edizioni critiche, A. LANZA (La Commeda, Anzio 19962) e F. SANGUINETI (Comedia, Tavarnuzze 2001). Non avrebbe infatti alcuna giustificazione contestuale la dilatazione,
ipertroficamente prolungata per ben quattro terzine (vv. 37-48), di un motivo, qual quello concernente la luminosit della guida celeste di Dante, tante altre volte sviluppato nella terza cantica; mi
sembra invece molto pi sensato ritenere che il poeta, proprio per le ragioni evidenziate in questo
paragrafo, abbia inteso sottolineare il fatto che a risplendere di luce propria e a risultare pi luminosi
del sole siano i beati del quarto cielo; una peculiarit, questa, peraltro gi messa in risalto nella Bibbia,
dove detto che qui [...] docti fuerint fulgebunt quasi splendor firmamenti (Dan. XII 3); ma a
togliere ogni dubbio in proposito credo stia soprattutto limpiego al v. 49 dove senza possibilit di
equivoco Dante si riferisce agli spiriti solari del termine tal in qualit di aggettivo avente appunto la
funzione di specificare quanto narrato nelle terzine precedenti. invece del tutto evidente che nello
specifico contesto, per le ragioni che saranno pi oltre meglio approfondite, di Beatrice viene in particolare messa in risalto la straordinaria rapidit con la quale ha guidato il pellegrino nel passaggio dal
terzo al quarto cielo.
8
Quanto al participio presente (vincenti) che nel medesimo verso il poeta dittologicamente accoppia allaggettivo appena citato, esso certo da intendere nel senso che i beati, oltre a risplendere di luce
propria (vivi, appunto), superano la stessa luminosit del sole. Ritengo sia dunque da respingere linterpretazione proposta, tra gli altri, da F. FORTI (Le Atene celestiali. I magnanimi del sapere, in Magnanimitade. Studi su un tema dantesco, Bologna 1977, p. 60), e avallata dalla stessa Enciclopedia dantesca
(vol. V, p. 1026) secondo cui i beati rifulgono in modo tale da vincere, cio da sopraffare, la capacit
visiva del pellegrino; uninterpretazione smentita dal fatto che allinizio dello stesso verso Dante dichiara di essere perfettamente riuscito a scorgerli: Io vidi.

286

Gabriele Muresu

fiala / per la tua sete, in libert non fora - vv. 88-9) pu essere letta nella medesima
chiave interpretativa: che il vino e non lacqua, come secondo tradizione ci si
sarebbe potuto attendere sia la bevanda nel caso specifico offerta per soddisfare
la sete di sapere di chi ascolta, con ogni probabilit dipende dallessere tale sostanza un prodotto di quel sole (guarda il calor del sol che si fa vino, aveva affermato
Stazio, anchegli ormai beato, in Purg. XXV 77) cui queste anime ancora una volta,
e sia pur in forma segretamente allusiva, vengono equiparate9.
Molteplici sono dunque i pi o meno espliciti segnali che lo scrittore a pi
riprese dissemina per attestare come queste anime risplendano di luce propria;
una condizione certamente analoga a quella di tutti gli altri beati, ma con tanta
insistenza qui evidenziata proprio per marcare la distanza di cui si diceva: coloro
che in vita hanno maggiormente subto linflusso di quel sole che con la sua luce
guida alle pi alte vette del sapere terreno possono ormai farne a meno, derivando
direttamente da Dio, e non pi da una causa seconda, la sapienza che ora rende ad
essi accessibili persino i pi arcani misteri di fede; gli esseri umani, al contrario (e
in special modo coloro che si consacrano alla scienza), al sole non possono rinunciare, risedendo in esso il principio suscitatore di questa loro inclinazione. Ben si
sa, daltronde, che nessun corpo celeste, com detto nel Convivio, pi del sole
appare degno di farsi essemplo di Dio (III XII 7); il che trova esplicita conferma
anche nel X del Paradiso, se vero che, accennando allimpronta indelebile da esso
lasciata sullintero complesso della natura10, Dante impiega lo stesso sostantivo
(valore - v. 29) di cui si era in precedenza servito per definire la prima persona
della Trinit (v. 3): spia evidente bene rilevarlo dellaltissima nobilt che
secondo il poeta, ancora allaltezza della Commedia, contraddistingue la sete di
conoscenza.
1.5. E nondimeno, a ribadire la disparit tra questultima e la sapienza autentica
e integrale, ritengo sia anche finalizzata limmediatamente successiva e niente
affatto ridondante, come potrebbe a prima vista apparire precisazione concernente il fatto che il sole col suo lume il tempo ne misura (v. 30). La quarta stella, che
nel trattato enciclopedico era stata appunto equiparata allAritmetica (Conv. II XIII
15), serve agli uomini e si noti la funzionalit estrema del pronome personale ne
(vale a dire a noi), che suggerisce come ci sia esclusivamente limitato a coloro
che vivono in terra anche in quanto misuratrice del tempo; unentit, questa,
sulla quale, per indagarne lessenza e definirne la nozione, si sono lodevolmente

9
Tali considerazioni naturalmente non escludono che limmagine in questione abbia anche unascendenza scritturale; quanto mai appropriato, per lesplicito accenno alla Sapienza che mesce il vino, appare il rinvio, registrato in pi di un commento, a Prov. IX 1-2, 5; ma soprattutto colpisce, per la singolare
ripresa degli specifici termini ivi impiegati, il passo, che non mi risulta essere mai stato segnalato, di Am.
VI 6: bibentes vinum in phialis.
10
Credo risulti alquanto superfluo chiedersi se la natura cui si fa cenno nella perifrasi del v. 28 (lo
ministro maggior de la natura) sia da intendere come Dio in persona (natura naturans) o non piuttosto come il prodotto della creazione divina; mi sembra infatti che il sole venga nella circostanza rievocato sia in qualit di ministro di Dio, sia come entit che, su suo mandato, si pone al servizio della
natura naturata. Il che, sotto un certo profilo, vale anche per ci che concerne il sostantivo mondo, che
al v. 29 allo stesso tempo designa sia la specifica realt sublunare, sia lintero complesso delluniverso:
si rammenti, infatti, che dal lume solare, com detto nel Convivio, tutte laltre stelle sinformano (II
XIII 15; e lo stesso concetto ribadito in III XII 7).

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

287

esercitati gli ingegni pi lungimiranti (sia qui sufficiente rinviare allacutissima


indagine in proposito svolta nelle sue Confessioni da santAgostino)11, ma che nella
dimensione delleterno non ha pi alcun significato.
A differenza della speculazione cui in vita normalmente, e spesso con profitto,
si dedicano gli amanti del sapere, lesercizio paradisiaco della vera sapienza
coincidente, come si dir meglio pi oltre, con la celeste contemplazione si manifesta in una forma del tutto atemporale. E ritengo sia per la stessa ragione che lo
scrittore sente contestualmente il bisogno di soffermarsi sulla fulmineit del suo
trasloco dal terzo al quarto cielo (ma del salire / non maccorsio - vv. 34-5), per di
pi da lui paragonata allimmediatezza con cui, nella mente umana, sopraggiunge
a volte un qualcosa, qui definito primo pensiero (v. 36), per certi aspetti assimilabile
allintuitivit contemplativa, dato che esso, diversamente da altre forme di investigazione (quella filosofica o scientifica in primo luogo), ha origine ignota e non
procede secondo una cronologica successione di idee12.
Pare inoltre evidente che la momentanea perdita, da parte di Dante, della percezione del tempo sia da mettere in rapporto collessere egli e sia pur con le forti
limitazioni derivanti dal suo stato mortale chiamato ad approssimarsi quanto pi
possibile, per renderne poi testimonianza, alla condizione dei beati; estremamente
sintomatico, in tal senso, che nella terza cantica, a differenza che nelle due precedenti, non vi sia in pratica alcun accenno ai tempi esatti del suo percorso paradisiaco. Cos pure comprensibile che egli si senta in dovere di puntualizzare come la
subitaneit del suo arrivo sul Sole sia stata resa possibile da colei che gli fa da
guida e il cui incedere, per lappunto, per tempo non si sporge (v. 39)13.
Anche Beatrice, daltro canto, nelle incalzanti parole da lei pronunciate per
esortare il suo fedele a mostrarsi riconoscente a Dio (Ringrazia, / ringrazia il Sol
de li angeli, cha questo / sensibil tha levato per sua grazia - vv. 52-4), sembra a sua

11
da dire, tuttavia, che in questa circostanza Dante sembra non condividere quanto da santAgostino affermato circa limpossibilit di misurare il tempo mediante losservazione degli astri (Confess. XI
23).
12
Degna di essere citata appare, in proposito, la chiosa di A. VELLUTELLO: ogni primo pensiero
vien immediate e senza intervallo di tempo [...], quello che poi non fa il pensier secondo, il qual non
immediate, ma vien a poco a poco (cio, si potrebbe aggiungere, secondo gli schemi del procedimento logico-discorsivo).
13
Tutti i passaggi da un cielo allaltro avvengono, com noto, con straordinaria celerit; si osservi,
tuttavia, che per giungere sulla Luna e su Mercurio il pellegrino aveva impiegato un certo (e sia pur
brevissimo) lasso di tempo, in entrambi i casi paragonato allintervallo nel quale una freccia, dopo
essere stata scoccata, raggiunge il bersaglio (Par. II 23-6; V 91-3). Quanto ai pressoch istantanei
trasferimenti nei cieli successivi, singolare che una situazione narrativamente identica a quella qui
descritta (del salire / non maccorsio) sia riscontrabile soltanto per ci che concerne il precedente arrivo
su Venere: Io non maccorsi del salire in ella (Par. VIII 13); se ne pu legittimamente dedurre
specie in rapporto a quanto pi oltre si dir circa la strettissima interdipendenza tra sapienza e amore
che a sottolineare la perdita della nozione del tempo (un dato che tipico dello stato misticocontemplativo e che in questepisodio ha un rilievo tuttaltro che marginale) il narratore sia stato
indotto dalla rievocazione del bel pianeto che damar conforta (Purg. I 19). Il che trova conferma in
ci che egli dir riguardo al tempo impiegato per raggiungere lottavo cielo mediante la scala che parte
da Saturno, cio dal pianeta degli spiriti contemplativi: unascesa compiuta con s ratto moto (Par.
XXII 104) da non poter essere confrontata con alcun movimento terreno; e si osservi, per inciso, che il
termine scala, tradizionale emblema della contemplazione amorosa, ricorre anche nel canto qui analizzato (v. 86) a designare lintero paradiso.

288

Gabriele Muresu

volta voler porre laccento sul netto distanziamento esistente tra le due forme di
sapere; del tutto intenzionale appare invero la differenziazione tra lastro che maggiormente stimola allo studio e alla ricerca (e che qui detto sensibile, vale a dire
percepibile coi sensi, anche perch i sensi sono il primo degli strumenti conoscitivi
di cui luomo si serve), e quel Sole, cio Dio in persona, nella cui luce gli angeli,
prima ancora e meglio degli stessi beati, si profondano per alimentare la propria
continuamente saziata brama di sapienza.
1.6. La stessa opposizione finanche emerge dal riconoscimento, da parte dello
scrittore, della propria inadeguatezza a rendere una sia pur vaga idea del grado di
splendore che contrassegna le anime in questione:
Perch io lo ngegno e larte e luso chiami,
s nol direi che mai simaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami.
E se le fantasie nostre son basse
a tanta altezza, non maraviglia;
ch sopra l sol non fu occhio chandasse
(vv. 43-8);

si consideri infatti che la fantasia , secondo Dante, la virt organica incaricata di


trasmettere allintelletto, affinch li elabori, i dati forniti dalla percezione sensoriale: anchessa, dunque, un fondamentale strumento dellumana attivit gnoseologica, di cui sono qui senza sottintesi palesati i limiti congeniti. E sar anche il caso di
rammentare che gi nel Convivio, in piena sintonia con i versi ora citati, lo scrittore
aveva espressamente dichiarato che tale facolt, a causa delle sue intrinseche carenze (difetto; non ha lo di che), non pu consentirci di intendere e comprendere perfettamente le diverse essenze della metafisica paradisiaca (III IV 9)14.
Tuttaltro che accidentale, sempre al fine di richiamare lattenzione del lettore
sulle insuperabili difficolt che lumano intelletto incontra nellaccostarsi a quelloggetto primario della vera sapienza che sono le realt celestiali, appare poi la
singolarissima frequenza, priva di analoghi riscontri in altri luoghi del poema e
della stessa terza cantica, con cui nel X del Paradiso ricorre il topos dellineffabilit15: un canto che in maniera davvero rivelatrice si apre con la gi ricordata defini-

14
Secondo M. PORENA, ci implica che luomo [...] non possa immaginare oltre la sua esperienza
sensibile: cosa, a dire il vero, alquanto inesatta, dal momento che Dante ipotizza anche lesistenza di
una fantasia messa in moto non dai sensi, bens da una illuminazione celeste (Purg. XVII 13-8); ed
appunto tale facolt che nella terza cornice purgatoriale gli consente di percepire, in stato di estasi, le
visioni di ira punita. Una facolt il caso di aggiungere che nello stesso contesto qualificata come
alta (ivi 25) non perch innalzi verso Dio (come di solito, anche in ragione dellimpiego che lo stesso
sintagma ha in Par. XXXIII 142, detto nei commenti), ma proprio in quanto essa viene accesa dallalto; sar solo da precisare che mentre nel secondo regno tale facolt riesce ancora ad entrare con
successo in azione, anchessa si rivela del tutto insufficiente nel momento della visione suprema: a
lalta fantasia qui manc possa (ibid.).
15
Trovo alquanto singolare che nel gi citato saggio dedicato proprio allanalisi di questo canto
FORTI abbia definito tale tema una fisima dei critici (op. cit., p. 58); puntando lattenzione su alcune
peculiarit numerologiche a suo avviso soprattutto individuabili nei primi versi del canto, G. COSTA ha
invece sostenuto che la parola, non essendo capace di esprimere il mistero di Dio, ha bisogno di
ricorrere al numero mistico (Il canto X del Paradiso, Filologia e critica, 1994, p. 6).

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

289

zione di Dio Padre come ineffabile Valore (v. 3), e si chiude con limmagine la cui
dolcezza, appunto, esser non p nota (v. 147) della danza che i beati riprendono
dopo che san Tommaso ha finito di parlare.
Si gi visto, oltre a ci, con quanta franchezza il poeta proclami la propria
incapacit di descrivere, pur facendo ricorso a tutti gli strumenti del mestiere (ingegno, arte, uso), la stupefacente lucentezza degli spiriti solari; insufficienza con
forza ancor maggiore nuovamente rimarcata (basti pensare che nel caso specifico
Dante parla di se stesso come di un muto - v. 75), anche in rapporto allaltra mirabilissima e perci appunto inesprimibile manifestazione della loro letizia, consistente in un modo di cantare per la sua preziosa bellezza assimilato alle gemme
la cui esportazione tassativamente interdetta:
Ne la corte del cielo, ond io rivegno,
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno
(vv. 70-2).

Sembra dunque palese che anche il motivo dellineffabilit, specie in forza


della sua davvero inusitata reiterazione, nella circostanza reso funzionale allintento di fare ulteriormente emergere la sproporzione tra sapere e sapienza; unutilizzazione tematica che risulta quanto mai efficace, se vero che Dante il quale,
non lo si dimentichi, ben sa di fare a pieno titolo parte delle lites dellumano
sapere , nel riconoscere la propria insufficienza a comprendere e a rappresentare
certi temi sapienziali, implicitamente rende a tutti manifesta quella sproporzione
come meglio non si potrebbe. Vero , tuttavia, che altrettanto bene egli sa di essere
come pochi altri idoneo a perseguire tale scopo, dal momento che la missione
affidatagli dalla divina provvidenza glimpone di farsi mediatore o, meglio ancora, scriba, come proprio in questa circostanza il poeta si autodefinisce (v. 27)
delle verit apprese nel corso del viaggio ultraterreno; un umile trascrittore, dunque, che al pari dei profeti e degli evangelisti si limita a riferire ci che Dio detta16.
quindi in ragione della peculiarit propriamente intellettuale del suo mandato che Dante pu proporsi di evidenziare quanto sterminato sia il dislivello tra
sapere e sapienza; e ci in maniera tanto pi vantaggiosa, se si rammenta che egli
sta attualmente rivolgendosi a un lettore, quello della terza cantica, che, per tentare di placare la propria brama di sapienza, si per tempo volto al pan de li
angeli (Par. II 11), ed quindi certamente in grado di afferrarne il messaggio. Ma
si osservi anche, a ulteriore convalida della asimmetria pi volte rilevata, che quel
pane in terra non riesce comunque a sfamare compiutamente i pochi eletti che pur
aspirano a nutrirsene (vivesi qui ma non sen vien satollo - ivi 12), mentre lo si
visto lo stesso bisogno in Paradiso costantemente saziato (v. 50).
Bene perci si comprende come le dichiarazioni di ineffabilit di questo canto
similarmente si concludano tutte o con un espresso rinvio al solo luogo (col dove
gioir sinsempra - v. 148) in cui tale obiettivo potr essere conseguito, o con unesor-

16
Lo stesso sostantivo infatti da Dante impiegato per definire levangelista Luca (scriba Cristi
- Mon. II VIII 14) e gli altri autori dei libri scritturali (scribe divini eloquii - ivi III IV 11); e si ricordi
anche che questi ultimi sono nel poema designati come scrittor de lo Spirito Santo (Par. XXIX 41).

290

Gabriele Muresu

tazione, rivolta a chi legge, a mettere in atto tutti gli strumenti, a cominciare da una
condotta irreprensibilmente virtuosa, che consentano di pervenirvi senza incertezza alcuna: ma creder puossi, e di veder si brami (v. 45); chi non simpenna s che l s
voli / dal muto aspetti quindi le novelle (vv. 74-5)17.
2. Lappello al lettore
2.1. Le replicate asserzioni di ineffabilit sono qui dunque lo strumento espressivo di tipo parenetico mediante il quale chi legge implicitamente incitato a
comportarsi in modo tale da poter in futuro condividere la stessa esperienza sapienziale che il poeta (sia pur entro limiti ben precisi)18 ha personalmente vissuto.
Dante tuttavia non esclude che un qualche riflesso della vera sapienza si possa
riuscire a coglierlo anche nel corso dellesistenza terrena; ed appunto a ci che
mirata la specialissima apostrofe, per la sua importanza dilatata al punto da estendersi per ben nove terzine e la sola, tra laltro, a registrare una duplice ripetizione del vocativo indicante il suo destinatario (vv. 7, 22) , che in apertura di canto
egli rivolge al lettore.
Un appello il cui peso risulta tra laltro accresciuto dal fatto che il suo mittente,
forse anche per bilanciare le reiterate ammissioni circa lestrema difficolt che egli
incontra nel cercare di rappresentare poeticamente la propria esperienza, si sente
in dovere di rimarcare con frequenza ancor maggiore la sua assoluta veridicit. La
sua concreta permanenza nel cielo del Sole, dopo essere stata dapprima energicamente proclamata con una frase quanto mai asciutta e categorica (e io era con lui v. 34)19, viene infatti ribadita a pochissimi versi di distanza mediante unespressione per di pi rafforzata dal doppio impiego del pronome personale (il sol dov io
entrami - v. 41), e poi ancora riconfermata attraverso il riferimento alla corte del
cielo, ond io rivegno (v. 70). Anche Beatrice, da parte sua, nellinvitare Dante a
ringraziare Dio per averlo levato al quarto cielo (v. 54), sembra voler insistere sulla
effettiva realt della medesima circostanza; una realt peraltro nuovamente avvalorata dallo stesso san Tommaso il quale, nelle primissime parole da lui rivolte al

17
Per ci che concerne questultima espressione, ritengo che anchessa sia da interpretare come un
incitamento a comportarsi virtuosamente in modo da riuscire, dopo la morte, a riconquistare la patria
celeste, e non, secondo quanto intendono Benvenuto e Serravalle, come unesortazione a dedicarsi alla
vita contemplativa; unoccupazione, questa, certo come nessunaltra encomiabile, ma che comunque
non consente lo si visto a sufficienza di riuscire a cogliere in pieno gli aspetti della realt celestiale.
Degna di essere messa in risalto mi sembra inoltre la similare utilizzazione che di questo motivo si
riscontra in Par. XIV 103-8, nel momento, cio, in cui il poeta descrive la prima apparizione di cui ha
fatto esperienza subito dopo aver lasciato il cielo del Sole: la visione del Redentore apparsagli su Marte
allinterno di una particolare figura geometrica (una visione che Dante non ovviamente in grado di
rappresentare) sar soltanto concessa a chi prende sua croce e segue Cristo; il motivo dellineffabilit
dunque ancora una volta reso funzionale allintento esortatorio e pedagogico che lo scrittore prioritariamente si propone di perseguire.
18
bene infatti ricordare che, pur riuscendo a sostenere la luce emanata dal sole e dagli stessi
beati che con ancor maggiore intensit su quel pianeta risplendono, gli occhi del pellegrino non potranno comunque sopportare lincandescenza della terza corona di spiriti solari (Par. XIV 77-8): ci,
per le ragioni che sono state chiarite alla nota 4.
19
F. TORRACA nel suo commento giustamente osserva che, leggendo, la voce deve far risaltare io.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

291

pellegrino, mette appunto in rilievo come egli stia tangibilmente salendo su per
quella scala / u sanza risalir nessun discende (vv. 86-7).
Sar anche da dire, indipendentemente da ci e il parallelo e identico accenno, da parte di entrambi i suoi interlocutori, alla grazia (vv. 54, 83) piovutagli dal
cielo sta a confermarlo20 , che tale reiterazione anche finalizzata a porre laccento sulleccezionale privilegio di cui Dante ha goduto; cos come nello stesso senso
certamente da leggere la precisazione circa il fatto che il sole si trovava allora
nella pi favorevole delle congiunzioni astrali, quella dellequinozio primaverile, e
perci procedeva verso la stagione nella quale le giornate, allungandosi, sempre
pi si giovano della sua luce:
con quella parte che s si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che pi tosto ognora sappresenta
(vv. 31-3);

un privilegio che il poeta con tutta chiarezza evidenzia non certo per fatua vanagloria, bens soltanto per consolidare la propria affidabilit di testimone: avendo
potuto direttamente appurare in cosa davvero consiste la sapienza autentica e integrale, lo scriba intende farsi di ci tramite col lettore.
2.2. E lintendimento pi genuino del lungo appello con cui egli apre la nuova
sezione della cantica appare, a ben vedere, appunto quello di definire, in via implicitamente comparativa, le finalit dellumana speculazione e i termini entro i quali
essa deve dispiegarsi; nellimpossibilit di penetrare lessenza del divino (ci in
cui specificamente consiste la sapienza degli angeli e dei beati), il vero amante del
sapere sollecitato a sforzarsi di individuare le tracce della presenza di Dio nel
cosmo. Il che (credo non sia affatto superfluo rilevarlo) risulta essere in piena
linea con losservazione, gi presente nel Convivio, secondo cui lattivit contemplativa in questa vita lo suo uso avere non puote lo quale aver in Dio che
sommo intelligibile , se non in quanto considera lui e mira lui per li suoi effetti
(IV XXII 13).
Il lettore del Paradiso, anche in virt della sua gi ricordata dedizione al raccoglimento meditativo, viene quindi spronato a sollevare lo sguardo verso lalto; e
ci, innanzi tutto, al fine di poter constatare come il sistema dei cieli perfettamente
risponda a un criterio di ordine (v. 5) supremo21, quello stesso ordine interno alla
Trinit che nella Summa theologiae san Tommaso, proprio parlando della creazione,
aveva avuto modo di sottolineare22. Andr poi, per aprire una breve parentesi,
precisato che il poeta intende riferirsi al sistema dei cieli non solo quando espres-

20
da dire, tuttavia, che nel primo dei due casi qui citati Beatrice intende anche ricordare al
pellegrino che egli giunto sul Sole non certo per i suoi meriti intellettuali, ma solo in virt della grazia
divina.
21
Gi nel Convivio Dante aveva affermato che lordine sensibile per tanti aspetti corrisponde
allordine intellettuale delluniverso (III VII 6).
22
Summa theol. I XLV 6, ad 2; e si osservi anche che, nel rimarcare la piena convenienza dellopera
della creazione alle tre persone della Trinit, lAquinate era per ben due volte ricorso a unespressione
che in parte richiama quella dantesca: ordine tamen quodam.

292

Gabriele Muresu

samente accenna allalte rote (v. 7), ma anche nella di poco precedente perifrasi
quanto per mente e per loco si gira (v. 4), da alcuni invece intesa come unallusione
allintero universo; uninterpretazione non ammissibile, se vero che di questultimo parte integrante quella stessa sfera terrestre che in base alla cosmologia
tolemaica lo scrittore ne era perfettamente a conoscenza fissa e non si gira
(Conv. III V 7); senza contare, infine, che le due espressioni, quasi rispecchiandosi
luna nellaltra, risultano fortemente raccordate dallimpiego della congiunzione
dunque (v. 7).
Ritengo inoltre sia senzaltro preferibile, relativamente alla perifrasi appena
menzionata, tornare alla lezione, fino al lavoro editoriale del Witte registrata nelle
stampe antiche e moderne, per mente o per occhio, una lezione che lo stesso Petrocchi, pur respingendola, riconosce essere attestata in codici quanto mai autorevoli.
Non vedo infatti quale pertinenza, nello specifico contesto, avrebbe un accenno
tanto affrettato, per certi aspetti criptico e privo comunque di rilevanti sviluppi
successivi, allazione di quelle intelligenze motrici la cui attivit intellettiva (per
mente) consente alle sfere celesti di ruotare nello spazio (per loco). Molto pi appropriata al senso complessivo dellintero passo specie se si considera che i versi
iniziali del canto (la congiunzione dunque ne anche in questo caso limplicita
conferma) sono parte essenziale dellappello al lettore risulta invece, a mio avviso, la lezione tradizionale: chi legge viene infatti esortato a sollevare in alto lo
sguardo per cogliere nel cielo un attestato dellordine che Dio, nel momento della
creazione, ha voluto imprimervi.
Dante ben sa, tuttavia, che solo una piccola parte della realt cosmica risulta
percepibile attraverso lorgano sensoriale della vista e che del tutto invisibili restano per luomo quei fenomeni (lincontro delleclittica e del piano equatoriale nei
due punti equinoziali, il grado dinclinazione delluna rispetto allaltro, lopposta
direzione dei moti rotator riguardanti ogni singolo pianeta) da lui additati come
ineccepibile testimonianza dellordine divino. A prendere atto del quale, ben al di
l dellocchio sensibile, perci assolutamente indispensabile il ricorso alla vista (v.
8) intellettuale, vale a dire alla mente la mente delluomo, dunque, e non quella
degli angeli , non a caso definita nel Convivio quella fine e preziosissima parte
dellanima che deitate (III II 19)23; la stessa facolt, forse il caso di aggiungere,
nella quale, secondo santAgostino, possibile rintracciare unimpronta della Trinit24.
2.3. Tornando ora al significato complessivo dellappello, a me pare che due
cose in particolare premano al poeta: egli intende innanzi tutto escludere che le
gravi manifestazioni di disordine terreno su cui nei due canti precedenti aveva,
come si detto, ripetutamente indugiato possano essere messe in relazione con
certe apparenti eccentricit (quali, appunto, la non coincidenza dei due percorsi,
rispettivamente diurno e annuo, seguiti dai pianeti e la posizione obliqua della

23
Esemplare appare, al riguardo, losservazione di BUTI: tutto non si vede co locchio corporale
cioe che si vede collocchio mentale; ma meritevole di citazione, per la sua apprezzabile stringatezza,
anche la chiosa settecentesca di B. LOMBARDI: tutto ci che di creato si vede o sintende. La lezione
tradizionale, con minime varianti, stata di recente lodevolmente recuperata nelle gi citate edizioni
critiche di LANZA (per mente e per occhio) e di SANGUINETI (per mente o per locchio).
24
De Trinit. IX 4, 7.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

293

fascia zodiacale rispetto allequatore astronomico) che la compagine dei cieli presenta25. Tali fenomeni, al contrario, specie in virt della giusta entit di quellinclinazione, consentono ai cieli di trasmettere per intero al mondo sublunare la vitale
energia di cui Dio li ha dotati e, conseguentemente, di mettere in atto tutte le
potenzialit della materia, soddisfacendo in pieno ai bisogni dellumana creatura.
Le storture terrene, sembra voler dire il poeta nel momento stesso in cui fornisce
uno specimen di come in terra ci si deve applicare alla speculazione, non sono
affatto determinate dalla strada [...] torta (v. 16) che i corpi celesti percorrono;
quellobliquit, in apparenza tanto bizzarra, ben lungi dal poter essere caricata di
responsabilit che unicamente pertengono al genere umano, risulta in effetti del
tutto provvidenziale.
Essa mostra inoltre ed questo il secondo aspetto sul quale Dante vuole
richiamare lattenzione del lettore che la divina sapienza, nel disporre lassetto
dei cieli, non ha agito in obbedienza a unastratta norma di geometrica perfezione,
ma si lasciata primariamente guidare da uno slancio caritatevole: essenziale, a
tale scopo, risultato il pieno coinvolgimento, nellazione creatrice avviata dal
Padre e dal Figlio, della terza persona della Trinit, non a caso subito individuata
nella sua prerogativa pi tipica, vale a dire lAmore (v. 1). Ma altrettanto indispensabile, in tale prospettiva, che luomo, a cominciare da chi si dedica a una vita di
studio, a quella sublime manifestazione di affetto, da Dio per di pi ininterrottamente rinnovata26, a sua volta corrisponda manifestando un amoroso anelito alla
contemplazione mistica; il cultore della scienza perci sollecitato non tanto a
impegnarsi in una ricerca di tipo esclusivamente razionalistico, quanto piuttosto a
vagheggiare (v. 10), cio a contemplare con unattitudine in cui leros ha un posto
prioritario, gli effetti della divina sapienza; la stessa propensione del resto eloquentemente mostrata dagli spiriti solari, non a caso essi pure raffigurati nellatto
di vagheggiare (v. 92) colei che sta scortando il pellegrino nella sua ascesa paradisiaca27.
2.4. In un saggio dedicato al primo dei canti del cielo di Saturno ho gi avuto
occasione di soffermarmi su quella che per Dante lessenza della contemplazione, puntualizzando inoltre entro quali termini essa sia attuabile sulla terra e quali
siano le peculiarit che la differenziano dalla speculazione28: un abito comportamentale, questo, con cui in origine appunto sindicava (si pensi alletimologia del
termine) losservazione delle stelle mediante lausilio di uno specchio. Nel rinviare
a quanto gi detto e fermo restando che la distinzione tra le due nozioni non
25
Anche secondo L. PIETROBONO Dante invita qui il lettore a meditare su di un fatto che a primo
aspetto potrebbe parere quasi unimperfezione nellarmonico girar dell alte rote.
26
Dante, come si gi detto, sottolinea il fatto che Dio ama la propria arte a tal punto che mai da lei
locchio non parte (vv. 10-2); una propensione, questa, che gi nel cielo di Venere anzi, per la precisione, proprio in chiusura del canto precedente era stata messa in risalto da uno degli spiriti amanti:
Qui si rimira ne larte chaddorna / cotanto affetto, e discernesi l bene / per che l mondo di s quel
di gi torna (Par. IX 106-8); si tratta, ben lo si vede, di una vera e propria anticipazione tematica, che
va dunque a supporto della lezione da Petrocchi adottata per questa tanto discussa terzina.
27
Il modello supremo di tale attitudine amorosa resta naturalmente Dio il quale, come ricorda
Marco Lombardo, inizia a vagheggiare lanima delluomo prima ancora di crearla (Purg. XVI 85).
28
Lo specchio e la contemplazione (Paradiso XXI), in Il richiamo dellantica strega. Altri saggi di
semantica dantesca, Roma 1997, pp. 225-64.

294

Gabriele Muresu

pu che risultare alquanto approssimativa, visto anche che i due termini sono
dallo scrittore non di rado impiegati come sinonimi , sembra del tutto evidente
che la sapienza di cui si gode nella beatitudine eterna coincide in pieno con lo
stato contemplativo: quello che san Paolo, differenziandolo dalla visio per speculum in aenigmate realizzabile in terra, aveva definito come contemplazione
facie ad faciem29.
Ma sar, in proposito, altrettanto opportuno ribadire che se per Dante (in ci
quanto mai distante dallimpostazione strettamente razionalistica del tomismo) la
visione beatifica ha il suo fondamento primo nellintelletto, essa trova il suo pi
genuino e integrale completamento nellatto amoroso30; ben si sa, daltro canto,
quanto preminente, nella stessa esperienza mistica che i contemplativi attuano in
vita, risulti lobbiettivo dellappagamento erotico. Diverso sembrerebbe essere invece il caso dellattivit pi propriamente speculativa, e invertito il rapporto cronologico tra visione intellettiva ed empito amoroso; con questultimo, infatti, che il
lettore viene invitato a dare inizio (l comincia a vagheggiar - v. 10) a unindagine
conoscitiva che solo in un secondo tempo, proprio perch rinvigorita e riscaldata
dallamore, potr pervenire a risultati scientificamente veritieri, permettendo finanche la comprensione di quegli aspetti in apparenza paradossali che la realt del
cosmo presenta (vv. 13-21).
Quello stesso invito, se lo si esamina con attenzione, nondimeno sottintende
altre implicazioni che nella sua parte conclusiva, a mio avviso generalmente fraintesa, lappello a sufficienza chiarisce:
Or ti riman, lettor, sovra l tuo banco,
dietro pensando a ci che si preliba,
sesser vuoi lieto assai prima che stanco.
Messo tho innanzi: omai per te ti ciba;
ch a s torce tutta la mia cura
quella materia ond io son fatto scriba
(vv. 22-7);

a me non sembra affatto che in questi versi il lettore sia da Dante esortato a proseguire sin da subito nellosservazione appassionata e ammirata della volta celeste,
n, tanto meno, che gli venga immediatamente demandata cos come interpreta
Leo Spitzer la comprensione piena di ci che il poeta solo in grado di suggerire31; se cos fosse, la Commedia (o se non altro la restante parte del Paradiso)
29

I Cor. XIII 12.


Sia sufficiente rammentare quanto Beatrice afferma in Par. XXVIII 109-11: Quinci si pu veder
come si fonda / lesser beato ne latto che vede, / non in quel chama, che poscia seconda; un concetto
poi ribadito in Par. XXIX 139-40 (ma si veda anche Par. XIV 49-50) che, a differenza della generalit dei commentatori, ho interpretato nel senso che la vista intellettuale, per ci che concerne la
condizione beata, pu vantare, rispetto allamore, non una preminenza vera e propria, ma soltanto una
priorit temporale (rinvio, per tale interpretazione, al saggio citato alla nota 28; si vedano, in particolare, le pp. 245-7). La stessa asserzione trova inoltre conferma in alcune delle parole qui pronunciate dal
portavoce della prima corona: infatti dal raggio de la grazia (unimmagine con tutta evidenza luministico-visiva) che secondo san Tommaso saccende il verace amore (vv. 83-4).
31
Gli appelli al lettore nella Commedia, in Studi italiani, a c. di C. Scarpati, Milano 1976, p. 225. ,
questo, un fraintendimento comune alla generalit dei commentatori e degli studiosi; P. DRONKE ha
inoltre incomprensibilmente sostenuto che nel passo in questione Dante sembra rivolgere al lettore la
30

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

295

resterebbe infatti senza alcun destinatario, mentre del tutto palese che, per ci
che riguarda limmediato (or), questi viceversa sollecitato a rimanere seduto al
suo banco, per completare la lettura del poema; senza contare, poi, quanto incongruente, da parte dello scrittore, risulterebbe il preventivare unassenza di pubblico nel momento stesso in cui egli espressamente dichiara di dover impegnare tutte
le proprie energie nella materia del suo libro.
Dante, sia ben chiaro, sa perfettamente che nessuna umana incombenza, in
quanto a eccellenza e nobilt, paragonabile alla contemplazione, e che nulla
meglio di essa garantisce il conseguimento in terra di unottima felicitade (Conv.
IV XVII 9); ma altrettanto consapevole egli si dimostra della necessit di portare a
termine la missione rigeneratrice di cui stato investito. Il che, com ovvio, non
solo glimpone di riversare su di essa ogni sua cura (basti, per analogia, pensare al
caso di Pier Damiano, costretto dalla corruzione dei tempi a impegnarsi direttamente in unazione di rinnovamento morale, e perci a tralasciare quei pensier
contemplativi nei quali pur viveva contento - Par. XXI 117), ma lo obbliga
anche a richiamare di continuo i suoi ideali interlocutori a prestargli il massimo
dattenzione, non sospendendo la lettura del testo nel quale il suo messaggio
registrato.
La frase che per la sua energica concisione ha con ogni evidenza causato il
fraintendimento corrente (messo tho innanzi: omai per te ti ciba) va dunque intesa
nel senso che chi legge approfittando degli assaggi di verit contemplativa elargitigli dal poeta (ci che si preliba) e potendo quindi pregustare il ben pi sostanzioso pasto che lo attende potr s raccogliersi, completamente e da solo, nella
meditazione mistica, ma soltanto dopo aver interamente assimilato tutto ci che
nel poema scritto; ritengo invero che lavverbio omai abbia nella circostanza
valore non tanto temporale (dora in poi), quanto piuttosto conclusivo (stando
cos le cose, in ragione di quanto ti ho detto)32 e che il verbo ti ciba sia qui utilizzato con valore di imperativo futuro.
2.5. Unultima osservazione credo simponga a ulteriore convalida della disparit esistente tra le due forme di sapere: alludendo al traguardo sapienziale che
attende colui che avr la costanza di seguirlo fino in fondo, il poeta contrappone
lallegrezza che sicuramente connessa con il raggiungimento di quella meta allinevitabile spossatezza che ogni pur encomiabile sforzo conoscitivo comporta:
sesser vuoi lieto assai prima che stanco; una frase in cui la locuzione congiuntiva
prima che a mio avviso impiegata n si tratta dellunico caso in Dante in
funzione non temporale, bens oppositiva o, se non altro, comparativa (essa vale,
insomma, invece che, piuttosto che)33.
Che lapplicazione nello studio, quello stesso impegno che un testo come la
Commedia richiede, necessariamente implichi fatica Dante lo aveva affermato nel
Convivio (III V 20); come pure singolare che lo stesso san Tommaso, nellinvitare
minaccia di abbandonarlo (La prima corona del cielo del Sole, in Dante e le tradizioni latine medioevali,
Bologna 1990, p. 137).
32
In tal senso lavverbio per esempio impiegato anche in Par. II 56, 122; V 34; VI 97; XXVII 120.
33
Analoghi impieghi della stessa locuzione sono reperibili in Conv. IV XI 14 (quelli prima morire
vorrebbero che ci fare) e in Purg. XVII 38-9: Io son essa che lutto, / madre, a la tua pria cha laltrui
ruina.

296

Gabriele Muresu

di l a poco il pellegrino a procedere nella speculazione coi piedi di piombo, ricorra a unespressione in proposito quanto mai eloquente: per farti mover lento
comuom lasso (Par. XIII 113). Del tutto opposta e Dante poteva trovarne sacrale conferma proprio nel libro della Bibbia che ad essa sintitola appare invece la
sorte riservata a chi si consacra alla Sapienza: costui, se veglier per andare alla sua
ricerca, non sentir fatica alcuna (qui de luce vigilaverit ad illam non laborabit),
ma trover al contrario in essa la quiete cui ogni uomo affaticato aspira: intrans in
domum meam conquiescam cum illa34.
3. La sapienza e lamore
3.1. La contrapposizione, nei termini appena indicati, tra letizia e stanchezza
sembra in certo qual modo avvalorare quanto gi nel Convivio (e, si badi bene,
sulla scorta di Aristotele) era stato affermato circa il primato della vita contemplativa su ogni altra forma di umana attivit (IV XVII 9); sotto tale aspetto ritengo
quindi che non esista alcuna insanabile scissione tra il poema e il trattato enciclopedico, che alla nozione di sapienza riserva, com naturale che sia, molte
delle sue pagine. E forse la differenza pi sostanziale rispetto alle convinzioni
successivamente da lui maturate consiste nel fatto che nel Convivio Dante mostra
ancora unottimistica fiducia, in seguito a mio avviso smarrita (o comunque fortemente attenuata), nella possibilit di pervenire alla beatitudine terrena non
solo mirando negli occhi e nel riso della sapienza (III XV 2), ma anche muovendo alla conquista del sapere tout court: sia sufficiente, al riguardo, citare laffermazione, fatta proprio in apertura del trattato, secondo cui la scienza ultima perfezione della nostra anima, nella quale sta la nostra ultima felicitade (ivi
I I 1).
da dire, tuttavia, che nello stesso libro lo scrittore si mostra al contempo
pienamente cosciente della necessit che le verit ultime, quelle che nostro intelletto abbagliano, non diventino oggetto di indagine speculativa (ivi III XV 6)35;
ci, in base al radicato convincimento secondo cui lumano desiderio misurato
in questa vita a quella scienza che qui avere si pu (ivi 9); e sar anche il caso di
rammentare che in un altro luogo del trattato la consapevolezza circa gli invalicabili limiti imposti alle operazioni conoscitive delluomo trova nuovamente sostegno nellautorit di Aristotele, oltre che in quella di san Paolo (ivi IV XIII 8-9)36.
Proprio la filosofia peripatetica, accomunata al pensiero stoico e a quello epicureo,
daltronde gi nel Convivio considerata del tutto inidonea a garantire il conseguimento di quella beatitudine che solo il rifugio in Cristo e nella contemplazione
pu assicurare (ivi IV XXII 14-8), come lo scrittore inequivocabilmente sostiene
fornendo linterpretazione allegorica del passo evangelico concernente la visita
delle tre donne al sepolcro da cui Ges era risorto: uninterpretazione che da sola

34

Sap. VI 15, VIII 16.


Tali verit, secondo quanto Dante aveva in precedenza affermato, non potemo perfettamente
vedere mentre che l nostro immortale col mortale mischiato (Conv. II VIII 15).
36
Si consideri, daltra parte, che persino gli angeli e i beati hanno, secondo Dante, una capacit
sapienziale proporzionata alla condizione specifica di ciascuno di essi (ivi III XV 10).
35

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

297

basterebbe a fare giustizia del luogo comune secondo cui Dante si sarebbe in quel
libro esibito in unindiscriminata esaltazione dellaristotelismo.
Non certo questa la sede per tentare di approfondire il problema relativo
allevoluzione del pensiero dantesco e alle diverse fasi che esso ha di sicuro attraversato; comunque indubbio che il Convivio, se lo si valuta dalla prospettiva
dellepisodio solare, anche per altri versi risulta essere lantecedente immediato
della Commedia. Tale compatibilit, che pur non esclude loggettiva realt di alcune
discrepanze tra i due testi, emerge, oltre a quanto gi detto, dalle stesse scelte
lessicali, come si ricava dallestensione che nel X del Paradiso ha unarea semantica
quella, come poche altre tipicamente conviviale, del cibo attestata dallimpiego dei verbi gustare (v. 6), prelibare (v. 23), cibare (v. 25), saziare (v. 50), impinguarsi (v. 96); dei sostantivi vino, fiala (v. 88), sete (vv. 89, 123); del participio digesto (v.
55), utilizzato in direzione potentemente metaforica; della locuzione mettere innanzi (v. 25), ricorrente nel senso di servire il pasto; e di un neologismo vigorosamente espressivo come golare (v. 111), impiegato nellaccezione di bramare. Una frequenza terminologica che si rivela quanto mai appropriata alla tematica del canto,
specie in considerazione del fatto che in latino il verbo sapere ha come significato
primario quello di assaporare, avere sapore; il che, a ben vedere, vale anche per il
sostantivo sapientia, che Tommaso dAquino, con il conforto di un passo scritturale,
interpreta come sapida [cio, appunto, saporita, gustosa] scientia37.
Ma ampiamente reperibile nel Convivio (che dunque non il testo aridamente
razionalistico di cui troppi continuano a parlare) anche quella connessione tra
sapere e amore che contrassegna i canti del cielo del Sole e di cui si in parte gi
detto: unattinenza che per lo scrittore trova il suo fondamento nella definizione
stessa di filosofia come amoroso uso di sapienza (III XII 12; IV II 18); senza
contare, poi, che le due parti componenti (III XV 1) della donna celebrata nella
canzone Amor che nella mente mi ragiona sono appunto la sapienza e lamore38.
Quanto al canto qui analizzato dove, com facile intuire, trovano largo impiego anche i termini inerenti al campo luministico-visivo39 credo sia alquanto superfluo, anche perch in parte lho gi fatto, soffermarmi in dettaglio sul notevolissimo sviluppo (e non solo, come si vedr subito, a livello strettamente lessicale)
che in esso ha la tematica amorosa; baster solo dire che ad ampliare ulteriormente larea in questione comprendente, per limitarci alle attestazioni pi vistose, le
cinque occorrenze di amore (vv. 1, 59, 84, 110, 144), le tre di amare (vv. 11, 84,
141) e spirare (vv. 2, 51, 110), le due di vagheggiare (vv. 10, 92)40 contribuiscono

37
Summa theol. II-II XLV 2, 2 (ma si veda anche I XLIII 5, ad 2); il riferimento scritturale a Eccli. VI
23: sapientia enim doctrinae secundum nomen est eius.
38
La stessa connessione anche evidenziata in tanti altri luoghi del trattato; basti qui rinviare a III
XI 8, 12; XIII 10-1; XIV 6-7; IV VI 18; XVI 1.
39
Quelli pertinenti a tale sfera semantica sono, com facile comprendere, i termini che meglio si
convengono allo sviluppo del tema della sapienza; larea pi specificamente visiva in questo canto
attestata, oltre che dalle dieci occorrenze di vedere (vv. 13, 45, 64, 68, 114, 115, 116, 124, 130, 145) e dalle
cinque di occhio (vv. 4, 12, 48, 62, 121), dai verbi guardare (v. 1), rimirare (v. 6), parere (vv. 42, 79; nel
senso di apparire), e dai sostantivi vista (vv. 8, 66), viso (v. 101), riguardo (v. 133); quella luministica
include i verbi lucere (vv. 40, 66), accendere (v. 83), resplendere (v. 85), e i sostantivi lume (vv. 42, 73, 115,
134), splendor (v. 62), folgr (v. 64), raggio (v. 83), cero (v. 115), luce (vv. 109, 118, 122 - due volte -, 136).
40
Altri termini inerenti a questo specifico campo semantico saranno evidenziati nella parte conclusiva di questo saggio.

298

Gabriele Muresu

in misura davvero ragguardevole i termini, che ad essa a buon diritto competono,


attinenti al calore e al piacere: tra i primi, oltre ad alcuni dei gi citati vocaboli
della sfera luministica (accendere, cero, ecc.), le forme verbali fiammeggiare (vv. 103,
130) e ardere (v. 130); tra i secondi, i verbi gustare (v. 6), sodisfare (v. 15), bramare
(v. 45), gradire (v. 57), ridere (vv. 61, 62, 118), piacere (v. 105), addornare (v. 106),
godere (v. 124), gioire (v. 148); i sostantivi riso (v. 103) e dolcezza (v. 147); gli
aggettivi lieto (v. 24) e dolce (vv. 66, 143)41.
3.2. Ma, al di l di tale (pur tanto rappresentativo) inventario, soprattutto in
alcune delle situazioni pi propriamente narrative che il motivo amoroso acquista
spessore e risalto; si pensi, per esempio, allo slancio mistico con cui il pellegrino
sollecitamente ottempera allincalzante esortazione della sua donna:
Cor di mortal non fu mai s digesto
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto l suo gradir cotanto presto,
come a quelle parole mi fec io;
e s tutto l mio amore in lui si mise,
che Batrice ecliss ne loblio
(vv. 55-60);

e si resta davvero interdetti di fronte al severo quanto distorcente giudizio di chi


in tali versi ha colto lo stile iperbolico ed evasivo dei momenti di entusiasmo
stanco42; tutto il contrario che indefinibile o elusivo a me sembra invero un termine tanto corporale come digesto (qui impiegato nel senso di bendisposto), una
scelta stilistica che a pieno titolo rientra nel tradizionale linguaggio della carnalit
mistico-amorosa; quello stesso linguaggio cui far ricorso un contemplante come
Pier Damiano designando il modo in cui la sua anima racchiusa nel chiarore che
la circonda mediante la forma verbale inventrarsi, e parlando della divina luce
che penetra in lui come di unentit che viene munta dalla stessa divina essenza (Par. XXI 83-7)43.
Cos come integralmente mistica appare lofferta totalitaria di se stesso (tutto l
suo gradir; tutto l mio amore) con cui facendo olocausto del proprio libero volere,
manifestando cio quella divozione che i teologi definiscono come latto volontario
mediante il quale luomo si sottomette nella sua interezza al creatore44 Dante
annulla la propria individualit per rendersi a Dio. N ci si deve sorprendere se tale
disposizione interiore conduce il pellegrino alla fuoruscita dalla propria autocoscienza, vale a dire a uno stato di vera e propria estasi da cui rimosso persino il
ricordo della sua donna; segno evidente, come a ragion veduta ha osservato Giovanni da Serravalle, di quanto il momento mistico-amoroso della preghiera la

41
Sintomatico mi sembra anche il fatto che, per designare le pietre preziose, il poeta sia in un caso
ricorso al sostantivo gioie (v. 71).
42
Cos A. MOMIGLIANO nel suo commento.
43
Questo particolare aspetto stato da me approfondito nel saggio Lo specchio..., cit., pp. 251-4.
44
Devoti dicuntur qui seipsos quodammodo Deo devovent, ut ei se totaliter subdant [...]. Unde
devotio nihil aliud esse videtur quam voluntas quaedam prompte tradendi se ad ea quae pertinent ad
Dei famulatum (TOMMASO DAQUINO, Summa theol. II-II LXXXII 1, resp.).

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

299

medesima situazione (ci torner pi oltre) con cui significativamente il canto si


chiude risulti sovente pi profittevole della stessa speculazione teologica: nam
licet exercitium theologorum sit speculari Sacram Scripturam, et in hoc debeant
multum immorari, tamen aliquando debent se convertere ad orationem et devote
orare; quia sepius Deus revelavit orantibus quod non intellexerunt etiam theologi
speculantes. Et dicit Dyonisius in Angelica Hierarchia, quod ubi scientia foris stat,
amor intus penetrat.
E ben si comprende perch mai Beatrice, lungi dal risentirsi del momentaneo
oblio in cui il suo fedele lha posta, manifesti il proprio consenso con il massimo di
gioiosa intensit:
Non le dispiacque, ma s se ne rise,
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in pi cose divise
(vv. 61-3)45;

n sembri paradossale che sia proprio il riso della sua donna un riso, con tutta
evidenza, anchesso di natura amorosa a sciogliere Dante dal vincolo unitivo (mia
mente unita) che lo aveva sia pur transitoriamente congiunto con la divina essenza,
riportandolo alla percezione di quella molteplicit (pi cose) che, a differenza delluno, si estende nel tempo e nello spazio46: dal momento che, ho gi avuto modo di
puntualizzarlo, sono gli inderogabili impegni connessi con il suo mandato provvidenziale a non consentirgli di prolungare pi di tanto lestasi contemplativa.
Il che, a ben vedere, vale anche in rapporto allatteggiamento stesso che i beati,
a cominciare dal loro portavoce, assumono verso il pellegrino e la sua guida: ardentemente amorevole lo si gi notato il modo in cui essi, appunto vagheggiandola, si pongono in cerchio attorno a Beatrice; un affetto con tutta chiarezza
riversato anche sul suo accompagnatore, se vero che nel medesimo contesto questi
le esplicitamente accostato: la bella donna chal ciel tavvalora (v. 93). Ma in direzione mistico-amorosa pu essere letta anche lantecedente sottolineatura relativa alla
soavit del canto dei beati, un canto risultante allascolto ancor pi eccelso di quanto non fosse apparso allo sguardo il loro stupefacente fulgore (pi dolci in voce che in
vista lucenti - v. 66); ci, considerando che la voce lunico connotato per cos dire
carnale che le anime del Paradiso, prima della resurrezione dei corpi, conservano:
un qualcosa, dunque, dotato di una valenza erotica che la lucentezza, nella sua
peculiarit pi propriamente metafisica, certo possiede in misura pi ridotta47. N,
tanto meno, cosa fortuita che le immagini attinenti la sfera semantico-concettuale
45
Un gaudio, quello di Beatrice, che il costrutto pronominale del verbo ridere sembra rendere
ancor pi intenso.
46
V. PLACELLA al contrario ritiene che il momento specificamente contemplativo sia quello in cui la
mente di Dante, dopo la preghiera, torna a indugiare su una pluralit di oggetti (Canto X, in AA. VV.,
Lectura Dantis Neapolitana. Paradiso, Napoli 2000, p. 223); ma proprio non vedo come alla rinnovata
percezione, da parte del pellegrino, della realt circostante (le pi cose del v. 63 non possono infatti che
comprendere, oltre a Beatrice, i pi folgr vivi e vincenti di cui si parla nel verso immediatamente
successivo) sia possibile attribuire un tasso di misticit superiore a quello che egli aveva appena sperimentato concentrandosi esclusivamente su Dio.
47
Su tale aspetto, a riprova del suo notevole rilievo, il poeta torna ancora ad insistere nei versi 705 di questo canto; e si ricordi anche che in un caso san Tommaso accenna a se stesso e ai suoi compagni
impiegando il termine coro (v. 106).

300

Gabriele Muresu

della gravidanza limpiego dellaggettivo pregno per designare laere saturo di vapori, il ricorso al verbo cingere, cui fa da pendant un sostantivo come zona, che nella
lingua greca e latina indica appunto la cintura, e la stessa perifrasi mediante la quale
la Luna presentata come la figlia partorita da Latona (vv. 67-69) si addensino
nellimmediatamente successiva similitudine, dove la ghirlanda dei beati equiparata allalone luminoso che talvolta si forma attorno al primo dei pianeti.
Per non dire, infine, della danza essa pure, per quanto eterea, allusiva a movenze corporali che gli spiriti intraprendono per felicitare il pellegrino; una danza che essi di buon grado (ed anche questo un segnale amoroso) si adattano a
intervallare per consentire a questultimo di trarre il necessario profitto dalla sosta
nel cielo del Sole, ma senza interromperla del tutto, se vero che essi restano
come in tensione, in attesa di poterla riprendere non appena il loro portavoce avr
condotto a termine la prima parte del suo compito didascalico:
donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che sarrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte
(vv. 79-81);

e il fatto che le danzatrici cui gli spiriti vengono qui equiparati siano in realt
donne accese damore risulter con evidenza davvero inoppugnabile (avr il modo
di tornarci sopra) nei versi conclusivi del canto.
4. I connotati della sapienza: utilit e modestia
4.1. bene, tuttavia, non dimenticare che il ballo, rispondendo a precise cadenze ritmiche, di per s si configura anche come elemento ordinatore: basti pensare che in certe tradizioni mitologiche la danza degli dei risulta essere una componente essenziale della sistemazione delluniverso e della sua regolazione ciclica;
il che, a ben vedere, risponde in pieno alle esigenze di Dante, dal momento che
egli, pur nella consapevolezza di quanto pi appagante risulti labbandono nella
contemplazione estatica, necessita innanzi tutto dellordine mentale indispensabile al proficuo adempimento della missione affidatagli. E ritengo sia proprio a tal
fine che gli spiriti beati, senza che ci faccia minimamente scemare la loro straripante amorevolezza, ruotano attorno a lui con estrema lentezza, com possibile
arguire dalla similitudine che li equipara a stelle vicine a fermi poli (v. 78): noto,
infatti, che nel sistema tolemaico la velocit lineare degli astri posizionati in prossimit dei poli astronomici di gran lunga inferiore a quella delle stelle che si
trovano allaltezza dellequatore.
Una precisazione, questa, niente affatto accessoria, se si considera che tale lentezza appare in marcato contrasto non solo con la prodigiosa celerit con la quale
(lo si visto) Dante era approdato al quarto cielo, ma con lo stesso abituale portamento delle anime del Paradiso, le quali lo asserisce lautore della pi autorevole
delle Summae teologiche del tempo si muovono in tempore [...] imperceptibili
propter brevitatem48. Sembra insomma palese che i beati, avendo intuito che il
48

TOMMASO DAQUINO, Summa theol., III Suppl. LXXXIV 3, resp.; il teologo si riferisce qui pi precisa-

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

301

desiderio del pellegrino quello di conoscere lidentit di ciascuno di essi, abbiano inteso metterlo nelle condizioni ideali perch egli possa raggiungere il suo
scopo, riuscendo a distinguerli con la massima precisione; ed anche per ci che
durante il discorso finalizzato a individuarli uno per uno il loro lento volteggio
conosce la ritmica pausa di cui si detto.
Un discorso, questo, che, per lo meno nella conformazione esteriore, sispira
anchesso a criteri di regolata sistematicit, come peraltro lecito attendersi da
colui che lo pronuncia, cio da quel Thomas dAquino (v. 99) che anche nei suoi
successivi interventi sentir il bisogno di procedere in obbedienza al canone
della distinzione logico-dialettica (Par. XI 27, XIII 109) e che non a caso il
portavoce della seconda corona di spiriti solari eloger per il suo discreto latino (Par. XII 144), ossia per la grande capacit di argomentare con discernimento e precisione.
Affinch il suo silenzioso interlocutore fissi con esattezza nella memoria, potendo quindi adeguatamente riferirne al lettore, lidentit dei singoli beati oltre
che i loro pi salienti connotati sapienziali, la sua meticolosa rassegna si articola
secondo i modi di una vera e propria lezione scolastica; dopo avere rassicurato chi
lo ascolta di aver perfettamente compreso quale sia il suo inespresso desiderio (tu
vuo saper di quai piante sinfiora / questa ghirlanda - vv. 91-2), san Tommaso lo
invita a seguirlo passo passo, ricorrendo di continuo a formule che possono magari sembrare ripetitive e finanche pedantesche, ma che invece efficacemente rispondono alla necessit che in mezzo a un cos folto numero di personalit (per di pi
prive, al pari di tutti gli ospiti del Paradiso, della bench minima distinguibilit
fisiognomica) egli, restando sempre vigile, non perda lorientamento: questi che m
a destra pi vicino (v. 97)49; quellaltro (v. 103); laltro chappresso (v. 106); la quinta
luce (v. 109); appresso vedi (v. 115); ne laltra [...] luce (v. 118); lottava (v. 123); vedi
oltre (v. 130); questi onde a me ritorna il tuo riguardo (v. 133).
Senza contare che due intere terzine, strategicamente collocate a una certa
distanza luna dallaltra e contrassegnate esse pure dal massimo di scrupolosit
metodico-discorsiva, inframezzano lesposizione, quasi rappresentando una sorta
di necessario contrappeso allelevato tasso di amoroso misticismo diffuso nellambiente circostante:
Se s di tutti li altri esser vuo certo,
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto
(vv. 100-2);
Or se tu locchio de la mente trani
di luce in luce dietro a le mie lode,
gi de lottava con sete rimani
(vv. 121-3).

mente alla agilit di cui i beati fruiranno dopo avere riacquistato il loro corpo; ma la cosa deve a
maggior ragione essere considerata valida anche per ci che concerne la loro attuale condizione.
49
Anche il fatto che loratore parta da destra, seguendo cio lordine che per luomo risulta pi
consueto, pu essere considerato come un segnale della sua volont di costruire il proprio discorso con
la maggiore sistematicit possibile.

302

Gabriele Muresu

4.2. Non da dire, tuttavia, che san Tommaso, com sembrato a pi dun
lettore, si limiti a fornire al pellegrino un arido elenco di nominativi50; se negli
ultimi versi ora citati Dante, ben al di l della vista sensoriale, espressamente
invitato a utilizzare locchio de la mente51, ci accade perch egli si sforzi di cogliere
fino in fondo il senso recondito di una lezione soprattutto mirata a precisare quelli
che, in una prospettiva integralmente cristiana, debbono essere considerati i basilari elementi distintivi del pi alto sapere terreno. E fermo restando che la sapienza paradisiaca (come pi volte loratore implicitamente suggerisce facendo ricorso
alla gi segnalata terminologia amorosa) coincide con la contemplazione mistica
della divina essenza, due in particolare a me sembra che siano i fattori inerenti
allambito della scienza umana su cui egli intende richiamare lattenzione del suo
ascoltatore.
innanzi tutto sui concreti vantaggi che il sapere, per essere davvero tale, deve
apportare alla collettivit che il Tommaso dantesco, accennando ai suoi compagni,
pone laccento; ci che, daltronde, sostanzialmente collima con quanto lo stesso
Tommaso storico, nella Summa theologiae, aveva sostenuto, affermando che nellottica teologale, a differenza di quanto intendono i filosofi di professione, la sapienza terrena deve avere una funzione non soltanto speculativa, bens anche pratica e
operativa52. Una posizione che, specie in ragione di quanto urgente egli senta la
necessit di un generale intervento rigeneratore, lo scrittore efficacemente drammatizza, giungendo nella Monarchia a paragonare colui che egoisticamente si rifiuta di mettere la propria cultura al servizio degli altri a una voragine nefasta che
tutto inghiotte senza mai nulla restituire; unimmagine, per cos dire, infernale
alla quale, citando il primo dei salmi, egli contrappone quella dellalbero che, piantato lungo il corso delle acque, nella sua stagione copiosamente fruttifica53: e forse
anche per tale motivo che i beati del cielo del Sole per ben due volte sono
metaforicamente designati come piante (v. 91; e cos anche in Par. XII 96).
E a proposito di questi ultimi, non si pu fare a meno di notare come, pi o
meno direttamente, san Tommaso senta il bisogno di rimarcare quanto profittevole sia risultato e continui a rivelarsi limpegno intellettuale della quasi totalit di
essi. Cos, a partire dal primo nome cui egli accenna, quel Domenico che, pur non
materialmente presente sulla scena, ha di sicuro anchegli subto linflusso solare,
dato che di lui nuovamente si parler come di un gran dottore (Par. XII 85) e,

50
Cito, per tutti, S. DE CHIARA, secondo cui quasi nulla di questo canto (anche perch i personaggi
che vi appaiono non mostrerebbero alcuna vita interiore) sembra toccare il nostro cuore (Il canto
X del Paradiso, Firenze 1903, pp. 8-9).
51
Sembra chiaro che tale invito non concerne soltanto la figura di Boezio; il pellegrino infatti
esortato a impiegare la vista mentale in rapporto a tutte le anime, comprese quelle gi nominate (di luce
in luce).
52
Cos, in particolare, in Summa theol. II-II XIX 7, resp.: sapientia secundum nos [cio secondo i
teologi] non solum consideratur ut est cognoscitiva Dei, sicut apud philosophos; sed etiam ut est
directiva humanae vitae; ma si legga anche quanto lAquinate afferma in un altro passo dello stesso
testo: sapientia [...] non solum est speculativa, sed etiam practica (ivi II-II XLV 3, resp.); e ancora: ad
sapientiam per prius pertinet contemplatio divinorum, quae est visio principii; et posterius dirigere
actus humanos secundum rationes divinas (ivi, ad 3).
53
non enim est lignum, quod secus decursus aquarum fructificat in tempore suo, sed potius
perniciosa vorago semper ingurgitans et nunquam ingurgitata refundens (Mon. I I 2); il riferimento
scritturale a Ps. I 3.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

303

prima ancora, come di un sapiente che ha irradiato nel mondo la sua cherubica
luce (Par. XI 39); una sapienza (ivi 38), la sua, di cui sin da subito messa in
risalto soprattutto lutilit, dato che chi parla lo ricorda come colui che ancor oggi
indica ai suoi seguaci la giusta strada per arricchirsi spiritualmente: mena per cammino / u ben simpingua se non si vaneggia (vv. 95-6).
Analogamente, loratore si riferisce ad Alberto Magno come al proprio maestro
(v. 98), vale a dire come a qualcuno che in misura tanto ragguardevole aveva
giovato alla propria formazione intellettuale. Quanto a Graziano, quale che sia il
significato della controversa espressione luno e laltro foro (v. 104), laspetto eminentemente pratico della sua azione culturale emerge evidente dallimpiego del
verbo aiutare (v. 105); ed altrettanto sintomatico che san Tommaso, mediante
una proposizione consecutiva, si premuri di evidenziare come proprio lo spirito di
servizio con cui egli si era dedicato alla scienza (pi ancora che lo specifico settore
nel quale aveva indagato, cio quel diritto canonico verso cui Dante non ha mai
celato la propria ostilit)54 gli avesse assicurato il pieno gradimento del cielo: s che
piace in paradiso (v. 105).
Allo stesso modo, Pietro Lombardo aveva offerto a Santa Chiesa tutto il suo
tesoro di scienza (v. 108), da lui stesso con grande umilt equiparato ai pochi
spiccioli che la povera vedova del Vangelo, nonostante essi fossero tutto il suo
avere, aveva dato come tributo al Tempio; e a me pare evidente che con il termine
chiesa Tommaso intenda riferirsi non tanto allistituzione giuridica che porta tale
nome, quanto piuttosto allintera comunit dei fedeli, che in fondo ci che quel
sostantivo, nella sua accezione etimologica, anzitutto designa55. Eloquente mi sembra anche il fatto che Dionigi lAreopagita pur essendo generalmente noto come
uno dei maggiori antesignani della teologia mistica (e anche in tale direzione
credo debba essere valutato limpiego dellespressione in carne - v. 116) venga
rievocato per essersi sforzato di scoprire in che cosa, al di l della loro natura,
davvero consista il ministero degli angeli (v. 117): ci, quasi a significare come
persino la pi alta delle condizioni contemplative non escluda affatto la possibilit
di un impegno in altre utili incombenze; e sar anche bene ricordare che lo stesso
Sole, per i benefici arrecati allintero universo, era stato dal poeta in precedenza
menzionato come ministro [...] de la natura (v. 28).
Quanto al personaggio la cui esatta identit resta un problema ancor oggi irrisolto, ci che nella chiave di lettura qui proposta soprattutto conta che egli sia
designato mediante una perifrasi (avvocato de tempi cristiani - v. 119)56 finalizzata

54
Resa esplicita attraverso le parole che Folchetto aveva pronunciato in Par. IX 133-5 (dunque
proprio nel momento in cui il pellegrino stava apprestandosi ad abbandonare Venere in direzione del
Sole), tale ostilit, e sia pure in termini pi velati, riaffiora anche nel quarto cielo: basti pensare alle
parole polemiche che san Bonaventura pronuncia contro il decretalista Enrico di Susa, detto Ostiense, in Par. XII 83 (n da escludere che il Taddeo da lui menzionato nello stesso verso sia da
identificare con il Pepoli, altro celebre canonista). Quanto ai personaggi della prima corona, non si pu
fare a meno di ricordare che almeno due di essi, Dionigi lAreopagita e Beda il Venerabile ma senza
che si possa del tutto escludere Ambrogio, da alcuni studiosi identificato con lavvocato de tempi cristiani (v. 119) , sono da Dante citati nellepistola ai cardinali come esponenti di una sapienzialit che i
moderni prelati, privilegiando gli studi giuridici, oggi colpevolmente trascurano (Ep. XI 16).
55
Le stesse considerazioni, come dir pi avanti (si veda la nota 104), valgono anche per ci che
concerne lespressione perifrastica la sposa di Dio (v. 140).
56
In ragione del grande sviluppo che il motivo della sapienza amorosa ha in questo canto, sar

304

Gabriele Muresu

a segnalare come la sua azione intellettuale fosse stata da lui messa al servizio in
questo caso, cio, alla difesa del nuovo ordine che lavvento di Cristo aveva
imposto al mondo; n, tanto meno, cosa secondaria che i suoi scritti (il suo latino
- v. 120) vengano ricordati per il giovamento che ne ricav santAgostino: anchegli, sia detto per inciso, al pari di san Domenico qui certamente menzionato in
qualit di massimo esponente della cultura solare. Unutilizzazione tra le pi esemplari del sapere terreno poi considerata quella messa in atto da Boezio, impegnatosi con tutte le proprie energie a mostrare quanto ingannevole risulti lamore per
i beni materiali e perci presentato come lanima santa che l mondo fallace / fa
manifesto a chi di lei ben ode (vv. 125-6); e ritengo sia del tutto palese che con tale
espressione san Tommaso abbia inteso riferirsi alla sua pi celebre opera letteraria
e non certo come qualcuno, banalizzandone il senso, ha proposto dintendere
alle angustie da lui patite nel corso della sua vita57: un dettaglio, questo, che nella
dimensione delleterno appare ormai assolutamente irrilevante.
Pur se non detto in forma esplicita, anche la vocazione prioritariamente mistica
di Riccardo di San Vittore (cos come quella degli altri due spiriti, Isidoro e Beda,
che sono a lui accomunati in ragione dellanalogo ardore amoroso mediante il
quale tutti e tre fiammeggiano - v. 130)58 deve essere valutata in funzione degli
immancabili vantaggi che essa apporta: lattivit contemplativa contribuisce infatti
a costituire una riserva di energie spirituali che proprio nel cielo di Saturno lo
spiegher al pellegrino il contemplante Benedetto da Norcia fa nascere i fiori e
frutti santi (Par. XXII 48), ovverosia produce sentimenti e opere di cui tutti
possono profittare. Quanto infine a Salomone, non ritengo affatto che il larghissimo spazio, qui e soprattutto nei canti XIII e XIV, riservato alla sua figura sia da
Dante utilizzato, come sostengono in molti, per approfondire la questione del
rapporto tra Chiesa e Impero con lintento di riaffermare la piena autonomia del
potere temporale59: una questione di cui, a mio avviso, non c nelle parole di san
Tommaso traccia alcuna. Vero , al contrario, che la complessa disquisizione da
forse il caso di segnalare che quello di avvocato uno dei significati originariamente attribuiti al
termine (Paraclito) che in Giovanni designa il pneuma o Spirito di Verit, ovviamente coincidente con
la terza persona della Trinit; si veda, in proposito, R.E. BROWN, Giovanni. Commento al Vangelo spirituale,
Assisi 1979, pp. 1491-2.
57
Secondo S.A. CHIMENZ, un accenno ai patimenti terreni subiti da Boezio sarebbe addirittura gi
presente nellespressione per vedere ogne ben (v. 124), che egli cos intepreta: per laver visto, nella sua
sventura, la somma di ogni bene; ma proprio non vedo come si possa giudicare ovvia e generica, se
riferita a Dio, una notazione che s relativa a una prerogativa comune a tutti i beati, ma nella stessa
misura di tante altre peculiarit (il risplendere, lo spirare amore, ecc.) che san Tommaso, nel corso della
sua esposizione, attribuisce a molti degli spiriti solari; senza contare che la prima parte di quellespressione (ogne ben) calcolatamente messa in opposizione con il sintagma mondo fallace del verso immediatamente successivo.
58
NellEnciclopedia dantesca G. BRUGNOLI sostiene che questi due personaggi sono da Dante
rievocati perch si segnalarono come i due maggiori dottori dellenciclopedismo medievale (Isidoro,
vol. III, p. 521); per il modo in cui se ne parla, a me sembra invece che essi, al pari di Riccardo di San
Vittore, vengano qui presentati come mistici puri; altrettanto opinabile trovo poi laffermazione dello
stesso studioso secondo la quale i tre beati, per il fatto di essere insieme accorpati in un unico verso,
apparirebbero come sapienti in secondo ordine di fronte agli altri sapienti, filosofi e canonisti (Beda,
detto il Venerabile, ivi, vol. I, p. 556).
59
Cos, tra gli altri, . GILSON, Dante e la filosofia, Milano 1987, pp. 231-4; K. FOSTER, The Celebration
of Order: Paradiso X, Dante Studies,1972, p. 119; G.R. SAROLLI, Salomone, in Enciclopedia dantesca, vol. IV, pp. 1079 ss.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

305

questultimo sviluppata nel canto XIII ruota essenzialmente attorno al particolare


tipo di cognizioni che il sovrano dIsraele aveva chiesto a Dio di infondergli: non,
appunto, un sapere astratto o fine a se stesso, qual quello che emerge dai quesiti
settoriali elencati a mo desempio ai vv. 97-102 del suddetto canto, bens una fitta
rete di conoscenze da mettere interamente al servizio dei suoi sudditi60.
4.3. Per il modo in cui se ne parla, gli spiriti solari senza escludere quel
Sigieri sul quale sar indispensabile fare un discorso a parte, ma di cui viene
comunque sottolineato limpegno profuso come insegnante (leggendo - v. 137)
risultano dunque essersi innanzi tutto distinti per i pubblici vantaggi che, in chiave rigorosamente cristiana, il loro individuale sapere ha prodotto. E forse non
da escludere che alla gi segnalata similitudine in cui essi sono equiparati a stelle
vicine a fermi poli (v. 78) possa essere attribuito, oltre a quello allusivo da me in
precedenza proposto, anche il significato allegorico suggerito da Benvenuto: sicut illae stellae circa polum girantes dirigunt navigantes in mari ad salutis portum, ita isti doctores dirigunt degentes in saeculo amaro ad finem felicitatis et
salvationis.
Ma anche da unaltra angolatura che il pellegrino da san Tommaso indirettamente invitato a meditare sulla natura del sapere terreno; intendo riferirmi al
rischio, nella professione intellettuale di sicuro pi che in altre sempre pericolosamente incombente, di montare in superbia, un rischio denunciato e severamente
deplorato in molti passi dellAntico e del Nuovo Testamento; basti ricordare che
nel libro dei Proverbi, un testo tradizionalmente attribuito proprio a Salomone,
scritto che c da avere pi speranza in uno stolto che in colui che si ritiene sapiente61. Una posizione spregiativa con ancor maggiore veemenza echeggiata da san
Paolo il quale, nel citare liberamente le parole dal profeta Isaia attribuite al Signore (perdam sapientiam sapientium, et prudentiam prudentium reprobabo), ripetutamente svaluta il sapere mondano: nonne stultam fecit Deus sapientiam huius
mundi? [...] si quis videtur inter vos sapiens esse in hoc saeculo, stultus fiat ut sit
sapiens; sapientia enim huius mundi stultitia est apud Deum62.

60
Quanto allaffermazione di san Tommaso circa lardente desiderio, da parte dei contemporanei,
di avere su Salomone notizie sicure (tutto l mondo / l gi ne gola di saper novella - vv. 110-1), si
giustamente detto che essa da mettere in relazione con le dispute concernenti la sua salvezza, da
alcuni teologi messa in dubbio a causa della lussuria di cui egli, negli ultimi anni della sua vita, si
sarebbe macchiato: dubbi che, sia pur indirettamente, saranno poi fugati in Par. XIII 139-42. comunque importante osservare che per il momento san Tommaso sente il bisogno di motivare leccezionale
intensit di quel desiderio (ne gola), mettendolo in stretto rapporto di dipendenza logica e sintattica
mediante una proposizione consecutiva che nei commenti non ha a mio avviso trovato adeguata spiegazione con lo straordinario amore che ancor oggi continua a spirare dal beato (v. 110), quasi ci
fosse un ideale prolungamento dellamore che in vita egli aveva dimostrato nel chiedere a Dio di
concedergli soltanto un tipo di sapienza che si rivelasse utile al genere umano; ed appunto lo stesso
amore (tale ritengo sia il senso della consecutiva in questione) che con profonda gratitudine gli uomini
oggi manifestano nel voler essere rassicurati circa la sua sorte ultraterrena.
61
Vidisti hominem sapientem sibi videri? magis illo spem habebit insipiens (Prov. XXVI 12); e si
legga anche, tratto sempre dallo stesso libro, il versetto seguente: argue sapientem, et diliget te (ivi
IX 8).
62
I Cor. I 19-20, III 18-9; il passo dellAntico Testamento cui san Paolo fa riferimento il seguente: peribit enim sapientia a sapientibus eius, et intellectus prudentium eius abscondetur (Is. XXIX
14).

306

Gabriele Muresu

Quanto alla successiva tradizione cristiana, credo sia sufficiente fermare per un
momento lattenzione sullintransigente disdegno con cui, in un capitolo delle
Confessioni, santAgostino si scaglia contro lo sciocco orgoglio di coloro che ciecamente si rifiutano di riconoscere quale sia lunica e vera fonte di tutta la loro
erudizione: Et multa vera de creatura dicunt et veritatem, creaturae artificem,
non pie quaerunt et ideo non inveniunt, aut si inveniunt, cognoscentes Deum non
sicut Deum honorant aut gratias agunt et evanescunt in cogitationibus suis et
dicunt se esse sapientes sibi tribuendo quae tua sunt63. Per non dire di altri suoi
testi nei quali, proprio sulla scorta del magistero paolino, il vescovo dIppona mette in guardia circa la vacuit di una scienza, quella limitata alle cose temporali e
perci caduche, che gonfia senza edificare64.
Sono queste, credo, le ragioni che spingono il Tommaso dantesco, in alcuni
punti della sua esposizione, a ridimensionare limportanza generalmente attribuita
al ruolo intellettuale; ci, a partire da se stesso, dato che egli non solo rivela la
propria identit posponendo per modestia il suo nome a quelli di Domenico e di
Alberto, ma si autopresenta ricorrendo a unimmagine evangelica (Io fui de li agni
de la santa greggia - v. 94) di cui appare chiaro il senso minimizzatore se si tiene
conto del modo in cui Dante, riferendosi alla propria persona, lha utilizzata nellepistola ai cardinali: de ovibus in pascuis Iesu Christi minima una (Ep. XI 9).
Ed in fondo la stessa motivazione che, lo si gi accennato, induce loratore a
elogiare lesemplare modestia con la quale Pietro Lombardo, nel prologo della sua
opera pi famosa, aveva voluto mettersi sullo stesso piano della poverella (v. 107)
di cui parla il Vangelo.
Ma quanto mai indicativo anche il modo in cui egli accenna ad altri suoi
compagni: si pensi alla sobria ed essenziale semplicit dellaggettivo (bella) con
cui viene qualificata la luce (v. 109) pi splendente del luminosissimo cerchio,
quella di Salomone; il quale, quando chiarir la questione relativa alla lucentezza
dei corpi risorti, lo far appunto con voce modesta (Par. XIV 35); n certo un
caso che san Tommaso tenga a rimarcare come il saver di cui pi di ogni altro
essere umano (se si escludono Adamo e Ges Cristo) il personaggio in questione
diede prova gli fu interamente conferito (fu messo - v. 113) dallalto, e non dipese
certo dai suoi sforzi individuali65.
Una volont minimizzatrice che, specie in considerazione di quanto sfolgoranti
appaiano queste anime, emerge anche dalla per certi aspetti riduttiva metafora
(cero - v. 115) mediante la quale designato Dionigi lAreopagita: una metafora
peraltro riferibile a tutti gli spiriti solari, se vero che essi saranno in seguito
paragonati a dei candeli (Par. XI 15). Volont minimizzatrice che, ben sintende,
non affatto in contrasto con la grande affettivit che san Tommaso lascia trasparire da ogni parola del suo discorso; ci che in particolare risulta dallimpiego
dellaggettivo (piccioletta - v. 118) con cui qualificata la luce dellavvocato de tempi

63

Confess. V 3.
Cum enim neglecta charitate sapientiae, quae semper eodem modo manet, concupiscitur scientia ex mutabilium temporaliumque experimento, inflat, non aedificat: ita [...] animus [...] poena sua
discit, quid intersit inter bonum desertum malumque commissum (De Trinit. XII 11, 16; P. L. XLII
1007); la citazione paolina (scientia inflat, caritas vero aedificat) tratta da I Cor. VIII 1.
65
La stessa umile modestia traspare dallimpiego che Dante fa della forma passiva nella gi citata
espressione del v. 27: quella materia ondio son fatto scriba.
64

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

307

cristiani: un termine col quale, a mio modo di vedere, egli vuole non certo fissare
una gerarchia di valori che nella dimensione delleterno non ha pi senso alcuno
(quella, per intenderci, inerente al grado di sapienza di cui ciascuno dei beati ha
fruito in terra), ma soltanto affettuosamente elogiare lesemplare modestia di chi
pur tanto si era rivelato utile a un gigante del pensiero come santAgostino66.
5. Gli spiriti solari: altre considerazioni
5.1. Da quanto si fin qui detto, credo risulti chiaro come, attraverso tale rassegna, successivamente integrata dallelenco delle personalit menzionate da san
Bonaventura (Par. XII 127-41), Dante abbia inteso non tanto indicare quella che
uno studioso, accostandola al catalogo degli spiriti magni ospitati nel nobile castello, ha definito la sua biblioteca ideale67, quanto piuttosto prospettare, nei
suoi pi cospicui tratti distintivi, lideale modello della sapienza perseguibile in
terra; una sapienza la cui amplissima accezione include persino levangelica povert di spirito, dato che della seconda ghirlanda fanno parte due de primi scalzi
poverelli / che nel capestro a Dio si fero amici (Par. XII 131-2), cio due tra i
primissimi seguaci di san Francesco i quali, pur avendo anchessi sicuramente subto lilluminante influsso del Sole, certo non si segnalarono per scritti degni di
essere inseriti tra gli scaffali di una biblioteca: ulteriore riprova, questa, di quanto
lumilt e la semplicit danimo siano per lo scrittore connotati ineliminabili del
sapere.
Alquanto sterile appare anche lo sforzo mirante a stabilire, attraverso la classificazione degli specifici settori di competenza di ogni singolo personaggio dellepisodio solare, quale fosse per Dante la tipologia delle conoscenze meritevoli
della beatitudine eterna; e ci non solo per il fatto che molti di essi si cimentarono
in svariati campi dello scibile umano (senza contare quanto improprio sia operare
delle settorializzazioni allinterno di una concezione profondamente unitaria del
sapere qual quella medievale), ma soprattutto perch estremamente problematico lo ha saggiamente fatto notare Borges in un breve intervento dedicato al
Venerabile Beda68 indicare con esattezza i singoli testi che egli poteva aver letto
o, si potrebbe aggiungere, della cui attribuzione poteva dirsi certo.
Ma soprattutto inaccettabile mi sembra, a parte ci, la tesi secondo cui lo scrittore avrebbe calcolatamente inteso riservare unampia quota del suo catalogo al
sapere, per cos dire, profano69; il che appare contraddetto da ci che pi avanti
san Tommaso affermer, sostenendo senza alcun sottinteso che le ventiquattro
66
Non ritengo quindi che quellaggettivo possa, magari per esclusione, agevolare lidentificazione
del personaggio di cui qui si parla; e pur senza voler prendere posizione in merito, non mi sembra
affatto che quella notazione peraltro riferita al chiarore (e dunque al grado di beatitudine) che
attualmente emana dal beato, e non certo alla sua passata attivit terrena risulti scarsamente adattabile a un grande della tradizione sapienziale cristiana come santAmbrogio.
67
FORTI, op. cit., p. 67.
68
J.L. BORGES, Dante y los visionarios anglosajones, in Nueve ensayos dantescos, Madrid 1982, pp. 12534.
69
Cos, in particolare, U. BOSCO nel commento da lui curato in collaborazione con G. REGGIO (si
veda il cappello introduttivo a Paradiso X); secondo lo studioso i dotti profani sarebbero addirittura
otto.

308

Gabriele Muresu

piante del cielo del Sole sono tutte germogliate dal seme della fede (Par. XII
95-6)70; cosa ben compresa da Benvenuto, che le ha correttamente considerate
tutte appartenenti a degli excellentissimi doctores supereminentes et illustrantes
ecclesiam Dei.
A me pare, in definitiva, che anche per tale aspetto Dante risulti in piena sintonia con santAgostino il quale, pur essendosi impegnato a differenziare la nozione
di scienza da quella di sapienza, non ha minimamente preso in considerazione
leventualit che alla prima fosse consentito occuparsi di cose profane; sostenere,
come troppo spesso si fa, che egli abbia inteso indirizzare la scienza allinvestigazione dei problemi umani, circoscrivendo per converso la sapienza nellambito
esclusivo del divino, rappresenta unalquanto superficiale semplificazione che non
coglie il senso autentico del suo discorso. Oggetto comune ad entrambe, secondo
quanto il pensatore ripetutamente asserisce, in ogni caso la figura di Cristo,
facendo egli consistere lunica loro differenza nel fatto che alla scienza per citare
le sue stesse parole pertiene tutto ci che il Figlio di Dio pro nobis [...] temporaliter et localiter fecit et pertulit, mentre al dominio della sapienza egli ritiene sia
da riservare quod [...] Verbum est sine tempore et sine loco, est Patri coaeternum
et ubique totum71.
Non dunque esatto dire che le due nozioni (della cui possibile, e spesso
anche inevitabile, intercambiabilit egli era comunque perfettamente consapevole)72 siano da santAgostino messe in netta e reciproca contrapposizione, dal momento che egli esplicitamente afferma che luna in funzione dellaltra e che entrambe appunto si inverano in Cristo: Scientia ergo nostra Christus est, sapientia
quoque nostra idem Christus est. Ipse nobis fidem de rebus temporalibus inserit, ipse
de sempiternis exhibet veritatem. Per ipsum pergimus ad ipsum, tendimus per scientiam ad sapientiam: ab uno tamen eodemque Christo non recedimus, in quo sunt
omnes thesauri sapientiae et scientiae absconditi73 (il corsivo mio).
Molto pi semplificato appare, in confronto, il punto di vista del Tommaso
storico, che nella Summa theologiae sostanzialmente si limita a riportare la questione ai suoi termini pi elementari: cognitio divinarum rerum vocatur sapientia;
cognitio vero rerum humanarum vocatur scientia74; n ritengo che santAgostino,
pur essendo da lui stato pi volte citato, avrebbe senza le necessarie puntualizzazioni pacificamente condiviso una tesi quanto mai sbilanciata in direzione secolare
come quella secondo cui ci si pu dichiarare sapienti anche in discipline specifiche
quali larchitettura e la medicina75.

70
Anche in Conv. III XIV 14 Dante afferma che la sapienza al servizio della fede, cos come delle
altre due virt teologali.
71
De Trinit. XIII 19, 24 (P.L. XLII 1033).
72
Basti, in proposito, citare il seguente passo: Nec ista duo sic accipiamus, quasi non liceat dicere,
vel istam sapientiam quae in rebus humanis est, vel illam scientiam quae in divinis. Loquendi enim
latiore consuetudine, utraque sapientia, utraque scientia dici potest (ivi 1034); ma anche Dante, nel
Convivio, spesso costretto a impiegare indifferentemente i due termini.
73
Ibid. Non credo si possa dunque sostenere come fa lEnciclopedia dantesca nelle due voci
redazionali sapienza e scienza (vol. V, pp. 27-30, 74-7) che nel pensiero di santAgostino sia riscontrabile una netta scissione tra i due concetti; come pure discutibile che quella presunta scissione sia stata
da Dante superata in nome dellaristotelismo tomistico.
74
Summa theol. II-II IX 2, resp.
75
Ivi II-II XLV 1, resp.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

309

N, per tornare a quello qui analizzato, egli forse un caso che allinizio del
canto immediatamente successivo a Dante, apostrofi gli uomini aprendo lindicativo elenco delle occupazioni mondane che fanno in basso batter lali (Par. XI 3)
proprio con il riferimento a due settori disciplinari tipicamente profani come le
scienze giuridiche e, per lappunto, la medicina; attivit, anche il caso di aggiungere, messe nella circostanza sullo stesso piano del latrocinio e della lussuria (pur
se scontato che il poeta, lungi dal volerne in assoluto contestare la liceit, intende
soltanto condannare chi le pratica in forma totalizzante e con spirito ambizioso e
venale)76; parole, le sue, che forse sarebbe eccessivo valutare come una presa di
distanza dallAquinate, ma che certo rappresentano un segnale, e non tra i meno
significativi, della sua maggiore consonanza con la prospettiva agostiniana.
5.2. Sostanzialmente privo di sbocco, per ragioni analoghe a quelle che sconsigliano di impelagarsi nella classificazione dei singoli saperi, trovo inoltre il tentativo di distinguere su base, per cos dire, ideologica in che cosa le due ghirlande del
quarto cielo per lesattezza si differenzino. Del tutto insostenibile appare comunque la tradizionale divisione che assegna alla prima di esse i sapienti maggiormente affini allintellettualismo tomistico e alla seconda coloro che risulterebbero pi
facilmente integrabili nel misticismo bonaventuriano77: basti osservare, per limitarci a un solo esempio, che i due maggiori esponenti della corrente mistica vittorina, Riccardo e Ugo, sono collocati in due aggruppamenti diversi; senza contare
che le differenze di scuola in ogni caso appartengono a quella realt contingente
che non ha in cielo diritto alcuno di cittadinanza.
Pi probabile ritengo invece che quella divisione innanzi tutto risponda allesigenza, avvertita dal poeta, di dare alla narrazione un assetto quanto pi possibile ordinato, specie se si tiene conto del fatto che in nessunaltra zona delloltremondo, a esclusione del Limbo, il pellegrino messo nella necessit di identificare un cos elevato numero di anime. Quanto mai opportuna, in primo luogo
a vantaggio di chi legge, si rivela dunque la ripartizione in due gruppi distinti
dei ventiquattro personaggi solari, tanto pi che la fitta serie di nomi che il
lettore si trova in questo caso di fronte risulta, a differenza di quanto si era
verificato nellepisodio del nobile castello, tuttaltro che priva di cospicue caratterizzazioni.
Ritengo comunque, indipendentemente da ci, che la ragione principale della
suddivisione vada individuata nella volont, da parte del poeta, di sviluppare, anche sul piano delle analogie figurative, il tema trinitario di cui ho gi abbondantemente parlato; non si dimentichi, infatti, che nel quarto cielo i beati appaiono al
76
interessante osservare come proprio medici e legisti (posti nella circostanza accanto agli uomini di Chiesa, essi pure polemicamente menzionati in Par. XI 5) siano nel Convivio con severit censurati
per il fatto di mirare, in virt dei loro studi, al conseguimento di onori e denari (III XI 10); e in un altro
luogo dello stesso trattato essi sono aspramente invitati a non pretendere sempre e comunque la
remunerazione delle loro prestazioni professionali (IV XXVII 8-9).
77
A titolo puramente indicativo, si pu citare quanto al riguardo afferma J. FRECCERO: tutti sembrano daccordo nel considerare il primo cerchio composto di intellettuali accesi di cherubico splendore, e il secondo di spiriti amanti che bruciano di serafico ardore, ad esemplificare appunto rispettivamente lintelligenza e la volont (La danza delle stelle: Paradiso X, in Dante. La poetica della conversione, Bologna 1989, pp. 315-6); unaffermazione che sembra tra laltro ignorare le notevoli differenze
emerse tra i dantisti nella valutazione di tale problema.

310

Gabriele Muresu

pellegrino distribuiti non in due soltanto, bens in tre cerchi concentrici78; il che,
tra laltro, rappresenta unanticipazione della figura geometrica mediante la quale,
al momento della visione suprema, egli, sia pur nei limiti consentiti alla sua condizione mortale, potr accostarsi al mistero della Trinit (Par. XXXIII 115-20).
Sar da dire, piuttosto, che le due prime ghirlande quelle i cui componenti
risultano tutti singolarmente individuabili non sono, sotto il profilo strettamente
narrativo, messe da Dante sullo stesso piano, dal momento che egli riserva alla
prima oltre il triplo dello spazio dedicato alla seconda79; il che, ovviamente, non
implica alcuna superiorit culturale delluna rispetto allaltra (cosa, bene ribadirlo, del tutto priva di senso in una dimensione qual quella paradisiaca), ma sta
solo ad indicare la maggiore esemplarit della prima ai fini del discorso complessivo mediante il quale lo scrittore intendeva definire la sua idea di sapienza. Valutata da tale angolazione, la rassegna di san Bonaventura (che comunque non risulta affatto sprovvista di motivi dinteresse) sembra unicamente servire da integrazione a quanto gi espresso da san Tommaso, potendo dunque essere contrassegnata da una maggiore rapidit espositiva.
Quanto infine alla forma circolare che le anime, attorniando il pellegrino e la
sua guida, danno alla propria disposizione sul pianeta, essa pu certo essere stata
suggerita al poeta dal fatto che il simbolo astrologico del Sole costituito da un
punto posto al centro di una circonferenza; il che rende, tra laltro, ragione del
largo sviluppo che nei canti del quarto cielo e non solo sul piano puramente
lessicale ha il motivo della circolarit. Si consideri, tuttavia, che la disposizione a
cerchio appare anche la pi idonea ad eliminare ogni sentore di disparit tra i vari
beati o di preminenza delluno sullaltro, consentendo perci allo scrittore di prospettare un ideale di sapere non antagonistico o competitivo (e si vedr subito
quale rilievo tale aspetto abbia nella valutazione della figura di Sigieri), bens
armonicamente indirizzato al conseguimento di quella veritade etterna verso la
quale i veri sapienti, com scritto nel Convivio, in uno volere concordevolemente
concorrono (III XIV 15).
poi mia opinione che la prima delle tante metafore di cui il poeta si serve per
designare la figura in questione quella della corona (v. 65); ma la stessa considerazione pu esser fatta valere anche per ci che concerne le successive immagini
della ghirlanda (v. 92) e, soprattutto, del serto (v. 102) gli sia stata ispirata dal
passo scritturale in cui la sapienza, per avere ottenuto una vittoria senza macchia,
vista incedere trionfante e cinta di corona: in perpetuum coronata triumphat
incoinquinatorum certaminum praemium vincens80. Cos come intenzionale, pur
se non espresso in termini espliciti, ritengo sia anche il fatto che i beati, nella
rappresentazione di una delle danze da essi intraprese, siano paragonati agli astri
che formano le due costellazioni quelle dette appunto della Corona in cui la
figliuola di Minoi, vale a dire Arianna, fu trasformata dopo la sua morte (Par. XIII
13-5).

78

Si veda quanto al riguardo osservato alla nota 4.


Alla prima corona sono dedicate 16 terzine, alla seconda 5 soltanto.
80
Sap. IV 2. Ma si legga anche il seguente passo scritturale: [sapientia] dabit capiti tuo augmenta
gratiarum et corona inclita proteget te (Prov. IV 9).
79

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

311

6. Una proposta per Sigieri


6.1. La rassegna di san Tommaso si chiude, com noto, con lelogio, per certi
aspetti davvero inatteso, di un personaggio quanto mai controverso:
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
l lume duno spirto che n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo:
essa la luce etterna di Sigieri,
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizz invidosi veri
(vv. 133-8);

esponente di punta dellaristotelismo radicale e professore nellUniversit di Parigi, Sigieri di Brabante vide le proprie tesi dapprima confutate ad opera di Bonaventura da Bagnoregio e dello stesso Aquinate, anchessi docenti nel medesimo
ateneo, e poi ufficialmente condannate dalle locali autorit ecclesiastiche; ci che
lo indusse a portarsi in Italia per tentare di discolparsi di fronte al papa (quel
Pietro Spano, alias Giovanni XXI, a sua volta menzionato tra gli spiriti solari - Par.
XII 134), il quale tuttavia mor prima che egli potesse incontrarlo; e fu proprio in
Italia, come testimonia lautore del Fiore (XCII 9-11), che il pensatore fiammingo,
dopo essere stato per alcuni anni messo sotto stretta sorveglianza, trov la morte
venendo assassinato con un colpo di spada infertogli, pare, da un suo servitore.
La figura di Sigieri, scarsamente nota agli antichi commentatori, ha suscitato
linteresse e non solo in ambito strettamente dantistico di molti studiosi moderni i quali, anche alla luce di alcuni importanti testi che nel secolo appena trascorso gli sono stati (ma non unanimemente) attribuiti, ne hanno ricostruito il
pensiero giungendo a ridimensionare il carattere esclusivamente eterodosso di
una elaborazione teoretica che, soprattutto nella sua ultima fase, avrebbe visto di
molto attenuate le punte pi estreme dellaverroismo di partenza81; il che non solo
sembrerebbe giustificare la presenza del personaggio tra i beati del Paradiso, ma
renderebbe ragione del fatto che a tesserne le lodi anche in nome di quello
spirito di superiore conciliazione che, in netta antitesi col mondo terreno agitato
dagli od di parte, contraddistingue la civitas Dei sia chiamato proprio colui che
in terra era stato tra i suoi pi tenaci oppositori.
, questa, unimpostazione esegetica che in linea di massima pu anche apparire plausibile, anche se a me sembra pi prudente non arrischiare conclusioni che,
in assenza di dati certi circa leffettiva conoscenza, da parte del poeta, dellevoluzione di quel pensiero, restano puramente ipotetiche. Ritengo sia comunque da
contestare la tesi corrente secondo cui Sigieri verrebbe nella circostanza celebrato
in quanto pensatore puro o, per dir meglio, emblema di una filosofia che rivendica
la piena autonomia del proprio ambito dindagine rispetto alla speculazione teologica o alla esegesi della verit rivelata82; basti considerare che tra gli spiriti solari
81
Credo sia del tutto superfluo, per lo meno in questa sede, citare i tanti lavori che in questi ultimi
decenni hanno proficuamente contribuito a ricostruire il pensiero del fiammingo; nelle restanti pagine
mi limiter a discutere alcune delle posizioni critiche specificamente concernenti il ruolo che Sigieri, in
quanto personaggio, svolge nel Paradiso dantesco.
82
Sia qui sufficiente rinviare (ma sulla stessa linea si trovano anche molti altri studiosi) a GILSON,

312

Gabriele Muresu

non pochi, a cominciare proprio da san Tommaso, avevano al contrario mirato a


una feconda cooperazione tra filosofia e teologia; senza contare, poi, che nulla,
come si detto, appare pi alieno dalle intenzioni del portavoce della prima corona che prospettare una settorializzazione dei diversi saperi o stabilire una graduatoria dei vari indirizzi speculativi.
Ma, a parte ci, a me sembra che dalle espressioni che san Tommaso impiega per
indicare al pellegrino il personaggio in questione (fermo restando che anche costui,
al pari degli altri beati, risplende oramai di luce etterna) non emerga affatto, come
comunemente si sostiene, unesaltazione indiscriminata dellattivit teoretica da lui
svolta in terra; unattivit sinteticamente compendiata (oltre che con il riferimento,
come si vedr subito tuttaltro che semplicemente informativo, alle modalit e al
luogo in cui essa si esplic: leggendo nel Vico de li Strami) in un verso composto di
appena tre parole: silogizz invidosi veri. Tre termini che intenzionato come sono
a prospettare uninterpretazione dellintero passo unicamente fondata sul testo dantesco mi propongo ora di vagliare con la massima cura per tentare di cogliere
lautentico significato di ci che san Tommaso ha davvero inteso esprimere.
Quanto al sostantivo veri, del tutto evidente che esso acquista il suo contestuale valore semantico soprattutto per mezzo dellaggettivo che lo accompagna;
ma prima ancora di cercare di precisare in quale accezione un termine tanto caratterizzante come invidiosi nella circostanza impiegato, trovo che eccessivamente
semplicistica risulti linterpretazione secondo cui san Tommaso (e con lui Dante)
intenderebbe affermare che quelle dimostrate da Sigieri debbono essere considerate come verit tout court. Tali, infatti, non possono certo essere giudicate le enunciazioni per le quali il pensatore aveva acquistato rinomanza: e ci non tanto in
quanto esse erano state formalmente condannate come eterodosse o addirittura
ereticali, ma soprattutto perch lo stesso Dante, in pi occasioni, a mostrare di
respingerne in toto la sostanza.
, per cominciare, la realt stessa di unopera come la Commedia a rappresentare la pi radicale smentita della teoria monopsichista, quella che afferma lesistenza di ununica entit intellettiva di cui le singole anime (alle quali negata quellimmortalit che solamente garantita allintelletto superindividuale) non sarebbero che semplici manifestazioni; sono infatti le singole anime, e non certo quella
fantomatica entit, che, a migliaia, il pellegrino ha modo dincontrare nelloltretomba. E ritengo sia a dir poco pleonastico specificare che, se davvero fosse fino
allultimo restato fedele a tale teoria, Sigieri, ben lungi dal godere della beatitudine celeste, sarebbe stato relegato nel sesto cerchio della voragine infernale a tenere eterna compagnia a Farinata e a coloro che lanima col corpo morta fanno (Inf.
X 15). Lo stesso dicasi riguardo alla non ammissione, da parte di chi come lui
sosteneva leternit del mondo, della creazione ex nihilo: proposizione, con tutta
evidenza, anchessa inaccettabile per un cristiano, e che Dante, come proprio linizio del X canto del Paradiso dimostra, non poteva che rigettare; quanto poi al
determinismo astrale, altro centrale enunciato del pensiero del fiammingo, ben si
sa con quale risolutezza Marco Lombardo ne avesse asserito la totale insussistenza
(Purg. XVI 67 ss.).

op. cit., pp. 234-55; e a M.B. CROWE, Paradiso X: Siger of Brabant, in AA. VV., Dante Soundings. Eight
Literary and Historical Essays, ed. by D. Nolan, Dublin 1981, pp. 146-63.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

313

Appare dunque del tutto palese che con il sostantivo veri san Tommaso non ha
potuto certamente alludere a quelli che erano stati i punti nodali della teorizzazione sigieriana; o, per meglio dire, non assolutamente pensabile che proposizioni
come quelle appena elencate possano essere da lui state presentate come verit.
Essendo, daltro canto, quanto mai rischioso (oltre che fondamentalmente arbitrario) sforzarsi di ipotizzare a quali altri concreti enunciati egli abbia eventualmente
inteso riferirsi, trovo preferibile attribuire al termine in questione un termine
che si giustifica in quanto rapportato a una persona che si era comunque messa
alla ricerca della verit (si pensi, per analogia, allespressione, anchessa posta in
bocca allAquinate, chi pesca per lo vero - Par. XIII 123)83 il significato pi
neutro di tesi speculative.
6.2. Molto poco persuasiva, proseguendo nellanalisi della concisa combinazione lessicale mediante la quale lattivit teoretica di Sigieri viene rievocata, considero anche linterpretazione essa pure, a quanto mi risulta, oggi pressoch unanimemente condivisa secondo cui laggettivo invidiosi andrebbe inteso non in
senso attivo (che invidiano) bens in accezione passiva (tali da provocare laltrui
invidia): uninterpretazione che tiene ovviamente conto delle forti avversit dal
fiammingo incontrate nellaffermazione delle proprie idee e dei rancori che queste, forse anche sul piano dei rapporti personali, suscitarono. A farmi dubitare
della correttezza di tale spiegazione (che per lo meno in linea di principio appare,
sia chiaro, tuttaltro che inammissibile) innanzi tutto luso linguistico dantesco,
dal momento che in tutte le altre sue occorrenze (Inf. III 48, XV 68; Conv. I XI 17)
il vocabolo in questione, in un caso ricorrente nella forma invidi (ivi I IV 7),
sempre impiegato in senso attivo84.
Ma, al di l di ci, in particolare sul piano pi ampio della coerenza e della
sensatezza dellintero discorso che linterpretazione corrente non mi convince: san
Tommaso avrebbe infatti avuto ragione a qualificare come invidiate perch tali
in effetti furono, mettendo in moto le ostilit di cui Sigieri rest vittima le tesi
pi estreme da lui propugnate; in tal caso, tuttavia, le sue parole non potrebbero
comunque esser lette in chiave elogiativa, dato che quei presunti veri risultano,
come si detto, assolutamente incompatibili con i pi elementari princip della
dottrina cristiana. Non si vede, daltro canto, perch mai loratore avrebbe dovuto
qualificare nel medesimo senso le molto pi ortodosse enunciazioni di cui il fiammingo si sarebbe fatto sostenitore nellultima fase della sua elaborazione teoretica
quando, giungendo in larga parte a ritrattare le precedenti affermazioni, egli si
sarebbe accostato al tomismo. certamente vero che nellelenco stilato nel 1277
dal vescovo Tempier furono anche incluse, venendo perci espressamente censurate, alcune delle tesi sostenute dallAquinate; ma anche a voler ammettere che
proprio queste fossero state le proposizioni da ultimo condivise da Sigieri, mi
parrebbe alquanto improbabile che il Tommaso dantesco, nella superiore tempe83
E si ricordi che proprio in tale occasione san Tommaso sentir il bisogno di specificare che non
sempre chi si mette alla ricerca della verit la raggiunge: Vie pi che ndarno da riva si parte, / perch
non torna tal qual e si move, / chi pesca per lo vero e non ha larte (Par. XIII 121-3).
84
E cos anche per ci che concerne la forma latina invidis di Ep. XIII 80. Senso passivo
laggettivo invidiosis sembra invece avere in Quest. 3; ma si tratta di attestazione quanto mai controversa, per lo meno a livello testuale.

314

Gabriele Muresu

rie della quiete paradisiaca, abbia voluto polemicamente riesumare le meschine


diatribe terrene nelle quali egli pure, in prima persona, rest coinvolto.
In ragione di tutto ci, non resta a mio avviso che intendere il termine invidiosi
nella sua accezione pi consueta, che quella attiva, anche se ovviamente da
escludere che san Tommaso, impiegandolo, abbia voluto imputare a Sigieri di aver
difeso le proprie posizioni con malanimo e livore. Ma bene ricordare che nella
lingua italiana quellaggettivo designa non soltanto linvidia propriamente detta,
bens anche un atteggiamento molto meno riprovevole e odioso qual lo spirito di
emulazione; e lo stesso vale per ci che concerne il medesimo vocabolo nella sua
forma verbale, come tra laltro risulta dal controverso inveggiar di Par. XII 142, un
verbo cui alcuni commentatori hanno appunto plausibilmente attribuito il significato di emulare85.
perci mia convinzione che a Sigieri venga in definitiva addebitato lerrore di
aver perseguito la verit con una disposizione danimo, quella contrassegnata da
un irriducibile impulso alla competizione, certo tuttaltro che infrequente, specie
tra gli uomini di scienza, ma non per questo valutabile e in particolare dalla
prospettiva celestiale come encomiabile o esemplare. Ed manifesto che in tal
modo san Tommaso, con il peso che le sue parole acquistano per essere quelle
poste a conclusione del suo discorso, non fa che ribadire ancora una volta limmensa distanza che separa lideale della vera sapienza dai modi consueti in cui in
terra ci si mette alla ricerca del sapere; una ricerca, ben sintende, del tutto lecita
ma che, come gi detto nel Convivio, rischia spesso di debordare poich non tiene
sempre conto dei limiti dalla natura imposti alle umane possibilit (III XV 7-9); ed
davvero notevole che nel medesimo contesto Dante abbia contrapposto tale
erroneo atteggiamento alla condotta dei santi del Paradiso i quali, a differenza
degli uomini, non hanno tra loro invidia, per che ciascuno aggiugne lo fine del
suo desiderio, lo quale desiderio colla bont della natura misurato (ivi 10)86.
6.3. La velata critica, se cos si pu dire, al modo in cui il fiammingo si era in
terra dedicato allo studio e alla ricerca emerge inoltre, a mio modo di vedere,
dallimpiego che san Tommaso fa di un verbo come silogizzare, un termine che
secondo molti studiosi semplicemente designa lorientamento razionalistico che
Sigieri aveva impresso al proprio pensiero. Non credo ci sia bisogno di precisare
che nessuna ostilit, per lo meno in linea di principio, il poeta manifesta nei confronti del metodo sillogistico, un metodo che risulta essere un supporto essenziale

85
Uninterpretazione che in parte si avvicina a quella da me proposta stata avanzata da SERRAVALsecondo il quale iste scientie [cio la logica e la filosofia] dicuntur invidiose, quia sepe propter istas
consurgunt invidie unius ad alterum (diversamente dal commentatore quattrocentesco io penso comunque lo preciser subito che Sigieri venga da Dante rievocato non soltanto in qualit di filosofo,
ma come teologo a tutti gli effetti). Proprio non vedo, invece, come allespressione invidiosi veri possa
essere attribuito il significato di dottrine sospettate deresia (B. NARDI, Il canto X del Paradiso, in
Lecturae e altri studi danteschi, a c. di R. Abardo, Firenze 1990, p. 172); ma altrettanto inattendibile mi
sembra la proposta esegetica di R. MORGHEN, secondo cui quei veri sarebbero definiti invidiosi in
quanto soffrivano per la loro mancanza di certezza assoluta nei confronti delle altre verit, quelle della
fede (Dante profeta, Milano 1983, pp. 149-50).
86
Lo stesso, a maggior ragione, vale anche per gli angeli, com detto nella frase che in tale passo
immediatamente precede: e cos [il desiderio] misurato nella natura angelica e terminato, in quanto,
in quella sapienza che la natura di ciascuno pu apprendere.

LE,

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

315

dellattivit gnoseologica e che rappresenta un insostituibile strumento nelle argomentazioni di tipo logico-discorsivo. invece mia opinione che tale strumento sia
da Dante considerato solo in parte (e con limiti ben precisi) idoneo a supportare la
speculazione teologica, come, contrariamente a ci che a prima vista pu apparire,
si ricava da quanto egli afferma nel corso dellesame sulla fede da lui sostenuto
nellottavo cielo alla presenza di san Pietro.
A bene intendere lautentico significato delle sue parole, la deduzione logica
o, comegli appunto si esprime, il silogizzar va in ambito teologico esercitata
non in via preliminare, ma soltanto dopo aver preso atto di certe non dimostrabili
verit che debbono essere accolte senza alcuna prova (sanzavere altra vista Par. XXIV 77). Ed ancor pi significativo che lo stesso termine, nella forma
sostantiva (silogismo), sia dal pellegrino subito dopo impiegato per mostrare
come nella speculazione teologale le conclusioni raggiunte mediante largomentazione logica abbiano scarsissimo valore a confronto di quella verit che possibile
ricavare dalla Sacra Scrittura e che, derivando direttamente dalla terza persona
della Trinit, si nutre damore prima ancora che di raziocinio:
La larga ploia
de lo Spirito Santo, ch diffusa
in su le vecchie e n su le nuove cuoia,
silogismo che la mha conchiusa
acutamente s, che nverso della
ogne dimostrazion mi pare ottusa
(ivi 91-6);

per non dire dellenergica perentoriet con la quale, in un successivo momento


dello stesso episodio, Dante esplicitamente dichiara di non avere alcun bisogno di
fortificare la propria fede con prove / fisice e metafisice (ivi 133-4), ribadendo
nuovamente che la verit, al suo livello pi alto, proviene unicamente dal cielo,
trasmessa attraverso il canale privilegiato dellAntico e del Nuovo Testamento e
alimentata dallo Spirito Santo:
la verit che quinci piove
per Mos, per profeti e per salmi,
per lEvangelio e per voi che scriveste
poi che lardente Spirto vi f almi
(ivi 135-8)87.

Mi sento quindi di poter escludere che la puntualizzazione secondo la quale


Sigieri si era messo alla ricerca del vero servendosi dello strumento sillogistico
esprima un apprezzamento indiscriminatamente positivo; senza contare che il sostantivo silogismi, sia pur impiegato in accezione metaforica, nuovamente ricorre cosa davvero singolare ad appena dodici versi di distanza a designare alcuni
stili di vita non propriamente commendevoli, per di pi risultando qualificato
mediante un aggettivo come difettivi (Par. XI 2). N si obietti che il fiammingo

87
Si osservi, inoltre, che nel medesimo contesto il pellegrino ritiene di dover fondare la propria
definizione di fede su quanto nel Nuovo Testamento aveva affermato san Paolo (Par. XXIV 61-6).

316

Gabriele Muresu

era non un teologo bens un semplice filosofo, dal momento che tale distinguo, lo
si visto, del tutto estraneo allimpostazione del discorso di san Tommaso; e non
vedo, in ogni caso, cosaltro se non strettamente attinenti alla problematica teologale debbano essere considerati i punti essenziali di una teorizzazione che, per
limitarci agli esempi in precedenza addotti, aveva affrontato questioni quali quelle
relative alla mortalit dellanima individuale, alla creazione delluniverso e al libero arbitrio.
Si aggiunga, poi, che unimpostazione teologica di stampo accentuatamente
razionalistico (e laccostamento di due termini quali silogizzare e invidiosi appare
in proposito quanto mai eloquente) comporta secondo Dante il gravissimo rischio
di una conflittualit cavillosa e sofistica, messa inevitabilmente in moto dallimpulso che, a cominciare da chi sceglie la strada del sapere, gli esseri umani generalmente mostrano a esibirsi e a primeggiare; e davvero sintomatico appare il fatto
che san Pietro, nel corso del gi citato esame sulla fede, elogi il pellegrino per
essersi espresso, riguardo a una questione prettamente teologica, in termini tali da
non lasciare spazio alcuno, come in terra troppo spesso malauguratamente accade,
ad ingegno di sofista (Par. XXIV 81).
Ma non solo allaltezza della Commedia che Dante giunge a manifestare tutta
la propria inflessibile avversit nei confronti di quelle sottigliezze che, soprattutto
in una teologia impostata secondo criteri razionalistici e perci sempre a rischio di
trasformarsi in una palestra di fatui esibizionismi dialettici, ineluttabilmente producono litigiosit e antagonismi. Basti al riguardo rammentare i non equivocabili
termini in cui, equiparandola allEmpireo il cielo, appunto, de la divina pace
(Par. II 112) lo scrittore nel Convivio parla della divina scienza, che piena di
tutta pace: la quale non soffera lite alcuna doppinioni o di sofistici argomenti, per
la eccellentissima certezza del suo subietto, lo quale Dio; una scienza che nel
Cantico dei Cantici, secondo linterpretazione che nel medesimo luogo egli propone, Salomone chiama colomba, perch sanza macula di lite, e [...] chiama perfetta perch perfettamente ne fa il vero vedere nel quale si cheta lanima nostra (II
XIV 19-20)88.
6.4. Unancor pi velata allusione al discutibile modo in cui Sigieri si era accostato alle questioni teologiche inoltre racchiusa nellaltrimenti davvero curiosa
specificazione relativa al luogo parigino in cui egli aveva svolto il suo insegnamento; un odonimo (Vico de li Strami) che san Tommaso a mio avviso menziona non
certo per uno scrupolo di esattezza o per rendere pi agevole lidentificazione di
un personaggio che era comunque da lui stato gi direttamente nominato nel
verso precedente, bens per suggerire al suo interlocutore ci che quellindicazione, in base al principio secondo cui nomina sunt consequentia rerum, nasconde.
La Facolt delle Arti nella quale Sigieri aveva esercitato la sua attivit professorale era, com noto, situata in rue de Fouarre, vale a dire in via della Paglia, cos
chiamata, secondo quanto sostengono alcuni antichi commentatori, per le tante
88
Si potrebbe anche pensare che questa particolare interpretazione sia stata a Dante suggerita
dalla presenza, nel passo scritturale cui egli fa qui riferimento (Cant. VI 8), dellimmagine della colomba: unimmagine che, com noto, tradizionalmente simboleggia lo Spirito Santo; si visto, daltra
parte, quanto lo scrittore reputi essenziale che la verit teologale venga ispirata dalla terza persona
della Trinit.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

317

botteghe nelle quali era venduto il fieno per i cavalli; e sembra anche che gli
studenti universitari di quella paglia si servissero per rendere meno scomodi i duri
sedili delle aule di lezione: unutilizzazione senzalcun dubbio quanto mai giovevole al conforto delle parti basse, ma non propriamente edificante, per lo meno in
rapporto al tipo di problemi da Sigieri affrontati nei suoi corsi. N, per ci che
concerne il commercio che si teneva nella medesima strada, escluderei che san
Tommaso abbia indirettamente (e con una certa disapprovazione) inteso alludere
allo spirito mercantile che aleggiava sullateneo parigino e alle aspre polemiche
che in quegli stessi anni erano sorte tra coloro che, in qualit di veri professionisti,
rivendicavano il diritto di farsi pagare dagli studenti il proprio insegnamento e gli
esponenti degli ordini mendicanti (ai quali, non lo si dimentichi, appartenevano
anche Tommaso e Bonaventura) che, considerando la scienza un dono divino,
valutavano tale comportamento come simoniaco89. Un comportamento, tra laltro,
gi nel secolo precedente severamente stigmatizzato cosa per Dante quanto mai
significativa da san Bernardo, cio da colui al quale il poeta affida il compito di
guida suprema del suo viaggio; quello stesso Bernardo che, sia detto per inciso,
aveva pi in generale giudicato Parigi come la nuova Babilonia90, segnalandosi
inoltre come uno tra i pi fieri oppositori di un pensatore (intendo riferirmi ad
Abelardo) che certo presenta non pochi punti di affinit con Sigieri91.
In base a tutto ci, credo risulti evidente quale censurabile realt si celi sotto
lindicazione toponomastica di san Tommaso; n, tanto meno, ritengo sia cosa fortuita che il poeta, nellitalianizzare lodonimo francese, si sia servito di due sostantivi che egli aveva in precedenza unicamente impiegato in contesti al di l di ogni
dubbio contrassegnati da una forte negativit: il termine strame, designante il
foraggio degli animali da stalla (o, peggio ancora, la lettiera ricoperta di escrementi
su cui questi giacciono) ricorre infatti nelle dure e oltraggiose parole con le quali
Brunetto Latini aveva con forza biasimato il comportamento dei fiorentini avversi
a Dante (faccian le bestie fiesolane strame / di lor medesme - Inf. XV 73-4)92;
89
Va dunque a mio avviso rovesciata la tesi di molti commentatori secondo cui in questepisodio il
poeta avrebbe inteso esaltare Sigieri anche in quanto avversario degli ordini mendicanti; a denunciare
lipocrisia dei quali invece senzalcun dubbio finalizzato il riferimento presente nel gi menzionato
sonetto del Fiore; ma ben si sa quanto controversa sia lattribuzione a Dante di tale opera, che in ogni
caso risalirebbe agli anni giovanili. Credo sia inoltre opportuno rinviare alla seconda parte della nota
76, e al severo giudizio, ivi menzionato, che lo scrittore nel Convivio pronuncia riguardo a coloro che
fanno mercato della propria scienza, pretendendo di farsi sempre retribuire il proprio lavoro (IV XXVII
8-9).
90
J. LE GOFF, Gli intellettuali nel Medioevo, Milano 1988, pp. 22-6.
91
Non pare tuttavia accettabile laffermazione di Crowe, formulata nellintervento citato alla nota
82, secondo cui proprio tali affinit avrebbero indotto Dante a celebrare Sigieri. Altrettanto fuori
strada mi sembrano anche gli studiosi che, analizzando il canto in questione, hanno sostenuto la tesi,
peraltro condivisa da molti, secondo cui decisamente razionalistica da considerare limpostazione
teologica alla quale Dante si sente pi affine: cos, per limitarci ad alcuni nomi soltanto, L. FASS, Il canto
X del Paradiso, Firenze 1911 (poi ristampato nelle Letture dantesche, a c. di G. Getto), e i gi menzionati
FORTI (secondo cui proprio nel cielo del Sole il partito dei filosofi, il partito degli aristotelici, [...]
celebra il suo pacato trionfo sugli antidialettici attardati, gli agostiniani diffidenti, i teologi chiusi - op.
cit., p. 78), e DRONKE, il quale, sulla scia di Nardi, ha affermato che Dante si mostra pi vicino alle
posizioni di Alberto e di Sigieri che a quelle di Tommaso (op. cit., p. 142).
92
Tale osservazione acquista ancor pi valore se si rammenta che nel medesimo contesto Dante
era stato da Brunetto metaforicamente designato mediante lo stesso termine (pianta - Inf. XV 74) per
ben due volte nella terza cantica impiegato in riferimento ai beati del cielo del Sole (Par. X 91, XII 96).

318

Gabriele Muresu

quanto al sostantivo vico, esso era stato impiegato da Stazio in riferimento a uno
dei tanti settori in cui la voragine infernale suddivisa (Purg. XXII 99)93.
6.5. Una cosa a questo punto importante precisare: tali considerazioni, se
vero che la critica del Tommaso dantesco soprattutto mirata a far risaltare la
disparit tra la vera sapienza e un certo modo di perseguire in terra il sapere, non
incidono affatto cosa del tutto ovvia sulla piena beatitudine di cui Sigieri
attualmente gode e di cui godr in eterno. N sembri singolare che lattivit terrena di unanima del Paradiso venga, pur se soltanto in parte, messa in discussione;
sia sufficiente osservare, per limitarci ad alcuni soltanto degli spiriti solari, che il
modo in cui Anselmo dAosta aveva affrontato il problema dellincarnazione era
stato nel cielo di Mercurio nettamente contestato da Beatrice94; per non dire degli
stessi Alberto Magno e Tommaso dAquino, che la guida celeste di Dante, sia pur
senza direttamente nominarli, nel nono cielo con davvero insolita virulenza accuser di aver mentito per essersi in un caso permessi di interpretare liberamente,
modificandone il senso letterale, la parola del Vangelo (Par. XXIX 94 ss.)95. E non
chi non veda come, cos facendo, i tre grandi teologi Anselmo per essersi,
perlomeno in una circostanza, mostrato non sufficientemente adulto ne la fiamma damore (Par. VII 69), Alberto e Tommaso per aver tentato di scavalcare i testi
sacri proponendo una spiegazione scientifico-razionalistica dei fenomeni astronomici verificatisi in occasione della morte di Ges non avessero ottemperato allinderogabile obbligo di accostarsi alle verit ultime (basti ancora una volta rinviare al gi citato esame di Dante sulla fede) sottostando allamorosa illuminazione
dello Spirito Santo e prendendo spunto unicamente dalla Scrittura96.
93
Differente, per lo meno in relazione a questultimo aspetto, sarebbe la mia valutazione se il
poeta, nel tradurre lodonimo francese, si fosse servito di sostantivi come via e paglia, che nel
poema hanno un ben diverso, e diversamente qualificato, indice di frequenza (essi infatti rispettivamente vi ricorrono, e in contesti non di rado positivi, 70 e 3 volte). Anche G. MAZZOTTA in due
interventi di cui, forse anche per la sua sovrabbondante propensione alle tonalit apodittico-oracolari,
non sono con tutta franchezza riuscito a cogliere il senso complessivo (Dantes Vision and the Circle of
Knowledge, Princeton 1993, pp. 109-15; Dantes Siger of Brabant: Logic and Vision, in AA.VV., Dante.
Summa Medievalis, ed. by Ch. Franco and L. Morgan, Forum Italicum, Suppl., 9, 1995, pp. 40-51) ha
puntato lattenzione sullimpiego che del termine vico Dante fa in Purg. XXII 99; ma proprio non
vedo come a tale occorrenza, il cui contestuale valore semantico inequivocabilmente quello di sito,
contrada (e per di pi infernale), possa essere attribuito il senso di via verso la conoscenza. Neppure
ritengo per passare ad altre osservazioni dello stesso studioso che limpiego in Par. XI 2 del sostantivo silogismi sia da mettere in relazione col successivo elogio di san Francesco: ma anche a voler
prescindere dalla calcolata ripresa di un termine in precedenza impiegato a tanto breve distanza di
versi, appare del tutto evidente che lintero esordio di Par. XI, sotto il profilo narrativo, da rapportare
alla gloriosa accoglienza (ivi 12) che Dante aveva appena ricevuto e di cui egli aveva appunto parlato
nel canto precedente. Altrettanto insostenibile, per i motivi gi detti, trovo inoltre laffermazione secondo la quale lo scrittore avrebbe considerato verit piene e irrefutabili quelle, palesemente erronee,
relative allunicit dellintelletto e alleternit del mondo.
94
Rinvio, per tale interpretazione, al mio saggio Le vie della redenzione (Paradiso VII), in Il
richiamo..., cit., pp. 203-24.
95
Si ricordi, nondimeno, che, mentre senza mezzi termini portato a respingere la possibilit di
discutere i dati di fatto che la Sacra Scrittura presenta come tali, Dante considera del tutto lecito interpretare con larghezza di vedute le espressioni metaforiche che la Bibbia impiega per venire incontro alle
limitazioni dellumano ingegno; basti rammentare ci che in proposito Beatrice afferma in Par. IV 40-8.
96
Sintomatico, a tale riguardo, appare linciso se l vero vero (v. 113), che il Tommaso dantesco
pronuncia proprio in riferimento a quanto la Bibbia afferma, e al quale deve essere dunque attribuito

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

319

Neppure ritengo che i pi o meno impliciti rilievi mossi a Sigieri dal portavoce
della prima corona abbiano la forza di annullare del tutto il grande fascino che
si pu affermarlo con relativa sicurezza egli aveva esercitato su Dante; un fascino
che, per avventurarmi sul terreno quanto mai insidioso delle congetture, penso sia
stato innanzi tutto originato dallatteggiamento anticompromissorio col quale il
professore parigino, distinguendo radicalmente i diversi ambiti dindagine, si era
rifiutato di stabilire un artificioso e insostenibile accordo tra filosofia e teologia.
Dante, pur non potendo condividere le conclusioni cui egli era pervenuto, evidentemente apprezzava la sua niente affatto paradossale (come a prima vista potrebbe
sembrare) rinuncia a fondare la speculazione teologale su base razionalistica97; n
comunque si dimentichi che Sigieri, in caso di divergenza tra enunciato logico e
verit di fede, aveva sempre inequivocabilmente affermato lindiscussa preminenza di questultima.
Ma c anche unaltra ragione, tornando a ci che si pu esclusivamente ricavare dal testo poetico, che aveva forse spinto Dante a guardare con grande partecipazione e rispetto al lungo e travagliato percorso speculativo del pensatore fiammingo; io penso che san Tommaso, accennando ai pensieri / gravi in cui questi si era
tormentosamente macerato fino al punto di agognare la morte, abbia inteso riferirsi non certo alle quotidiane contrariet da lui patite a causa delle proprie idee, e
forse neppure ai dubbi che il conflitto tra le cosiddette due verit poteva avere
in lui originato; un conflitto che, a ben vedere, tale non era, dal momento che
Sigieri, per lo meno fino a un certo punto del suo tragitto teoretico, lo aveva
tranquillamente risolto decidendo, come si detto, di separare lambito della filosofia da quello della teologia.
A mio avviso quellespressione rende invece, come meglio non si potrebbe, la
profonda scontentezza che da un lato il suo atteggiamento competitivo (si ripensi
al senso che il termine invidiosi nel contesto assume), e dallaltro i contenuti specifici della sua speculazione gli provocavano; gravi ritengo infatti siano qualificati i
suoi pensieri perch egli, secondo quanto tale aggettivo anzitutto designa, avvertiva di esserne come appesantito e spinto verso il basso98: ci, dal momento che i
presunti veri cui le sue rischiose indagini lo avevano condotto non potevano, per
la loro stessa natura, che riportarlo a terra, impedendogli di librarsi, come pur
avrebbe voluto, verso il cielo. Una sofferta angoscia, la sua, tra laltro mirabilmente
resa dal rallentamento ritmico in quellespressione imposto dallenjambement; n
da escludere che proprio da tale interiore insoddisfazione fermo restando che
comunque tassativamente proibito, come di l a poco ancora san Tommaso severa-

il significato seguente: se vero, com vero, che la verit scritturale non pu in nessun caso essere
messa in discussione; unespressione che potrebbe anche essere intesa come una sorta di palinodia
rispetto al proprio antico errore di metodo.
97
Per tale aspetto Sigieri appare dunque su posizioni molto diverse rispetto allimpostazione metodologica di san Tommaso; n credo si possa dire che questultimo abbia dallaltro appreso, per poi
metterla in atto, la nozione chiara di filosofia separata dalla teologia (cos M. CORTI, Dante a un nuovo
crocevia, Firenze 1982, p. 100).
98
Nelluso dantesco, cos come nella lingua italiana, il termine grave ha, come significato primario,
quello di pesante; e nettamente prevalenti risultano nel poema i suoi impieghi in tale accezione. Credo
sia inoltre interessante osservare che in uno stesso passo del Convivio i termini grave e silogismo
ricorrono proprio nel senso che stato da me qui ad essi attribuito (IV IX 6).

320

Gabriele Muresu

mente ricorder, tentare di inoltrarsi nellabisso del consiglio divino (Par. XIII
139-42) Sigieri sia stato forse indotto a quel pentimento che gli aveva consentito
di salvarsi99.
Certo , comunque sia, che dalla propria insoddisfazione (determinata, ancora il caso di ribadirlo, dalla terragna gravezza dei suoi pensieri) egli era stato spinto
a desiderare ardentemente la morte, avvertita come una liberazione risolutiva; e
mi sento a tale riguardo di escludere che lespressione a morir li parve venir tardo
sia stata a Dante suggerita, come propone Maria Corti, dalla frase con la quale uno
dei trattati sigieriani, il De anima intellectiva, si conclude: cum vivere sine litteris
mors sit et vilis hominis sepultura100. E infatti, anche a voler ammettere (cosa tutta
da dimostrare) che il poeta fosse a conoscenza di tale scritto, a me pare che le due
espressioni appena citate dicano cose diametralmente opposte: non certo la paventata assenza, negli anni a venire, delle lettere e della filosofia che, diversamente
dal personaggio storicamente esistito, ha indotto il Sigieri dantesco a considerare
la morte preferibile alla vita, ma , al contrario, la concreta e intollerabile presenza
di pensieri inevitabilmente contrastanti con le sue pi intime aspirazioni che nella
morte gli ha fatto intravedere la liberazione dai gravami che lo imprigionavano101.
6.6. Sigieri insomma, secondo il compendioso ma incancellabile ritratto lasciatone dal poeta, agostinianamente aspirava a veder quietato in Dio il proprio cor
inquietum102: unaspirazione con ogni evidenza soddisfatta, malgrado i potenzialmente fatali rischi che la sua curiosit intellettuale gli aveva fatto correre. E forse
non ci si inganna nel ritenere che Dante abbia calcolatamente voluto giustapporre
la sua vicenda a quella per certi aspetti affine, ma nella sostanza quanto mai difforme, dellaltro grande medaglione di cui la rassegna di san Tommaso si fregia.
Intendo naturalmente riferirmi a Boezio, egli pure anelante la morte una morte,
tra laltro, anche nel suo caso sopraggiunta in modo violento per poter finalmente conquistare la pace (v. 129) celeste, ma senza esser messo, a differenza di Sigieri,
nella necessit di volerla affrettare.
Dai travagli della propria esistenza, ma soprattutto attraverso le sue meditazioni, Boezio aveva serenamente preso coscienza della fallacia della realt mondana
(v. 125): fallacia inevitabile, dato che la vita terrena essenzialmente consiste in
quellessilio (v. 129) dalla vera patria cui ogni essere umano, dopo il peccato di
Adamo, inesorabilmente condannato; ed appunto di tale consapevolezza che

99
Anche alcuni tra gli antichi commentatori hanno, sia pur oscuramente, intuito che le teorie di
Sigieri, non sappiamo fino a che punto ad essi note, avevano potuto mettere a rischio la sua salvezza; e
indicativi appaiono al riguardo certi fantasiosi aneddoti da essi riferiti. BENVENUTO parla, ad esempio, di
un suo discipulus praemortuus, che gli sarebbe apparso in sogno coopertus sophismatibus; ma si
legga lancor pi dettagliata descrizione che dello stesso episodio fa SERRAVALLE: De eo legitur, quod
unus eius discipulus post mortem apparuit sibi, scilicet Magistro Sigiero, in somnis, qui indicavit sibi
penas quas patiuntur in alio mundo garruli [...]. Postquam audivit [...] de penis, quas, qui invicem
invidunt, patiuntur, artisti garruli [vale a dire i troppo loquaci insegnanti della Facolt parigina delle
Arti], semper desideravit mori et non plus vivere in hoc mundo.
100
Op. cit., pp. 100-1.
101
forse anche il caso di ricordare che per Dante lo dimostra la gi segnalata presenza nel cielo
del Sole di due scalzi poverelli (Par. XII 131) del tutto possibile vivere sine litteris e risultare
ciononostante a tutti gli effetti sapienti.
102
SANTAGOSTINO, Confess. I 1.

Le corone della vera sapienza (Paradiso X)

321

egli aveva voluto lasciare testimonianza con la propria opera e, specie se si tiene
conto del significato etimologico che di tale sostantivo propone Isidoro di Siviglia,
finanche col proprio martiro (v. 128)103. Due esperienze, quelle di Boezio e di
Sigieri, poeticamente distinte anche a causa della ben diversa luce che, in confronto al suo analogo parigino, emana dal toponimo designante il luogo in cui il corpo
del patrizio romano giace sepolto: un nome Cieldauro (v. 128), vale a dire la
basilica pavese di San Pietro in Ciel dOro eloquentemente espressivo (cos
come, per ragione uguale e contraria, lo quello di Vico de li Strami) in virt della
sua stessa composizione lessicale.
Lexemplum relativo alla vicenda terrena del pensatore che, prima del salutare
ravvedimento, aveva perseguito il sapere teologico in termini marcatamente razionalistici e con atteggiamento competitivo ma le due cose, lo si gi accennato,
sono per molti aspetti interdipendenti inoltre da Dante collocato, con finalit
di intenzionale contrapposizione, subito dopo il riferimento a tre personaggi (Isidoro, Beda e Riccardo) che, indipendentemente da quella che pu essere la nostra
valutazione della loro attivit speculativa ed erudita, il poeta ci presenta come
esponenti di una sapienzialit connotata limpiego di termini quali fiammeggiare,
ardente e spiro (v. 130) e di unespressione come a considerar fu pi che viro (v. 132)
ne , come gi accennato, la sicura conferma in senso mistico-amoroso.
Ma ancor pi significativo appare il fatto che alle ultime parole di san Tommaso
(quelle appunto riguardanti Sigieri) faccia immediatamente seguito, nel racconto
poetico, la rappresentazione della danza dei beati allinterno di una similitudine
non certo a caso imperniata sul tema della preghiera: un tema, lo si visto, gi
anticipato nella parte centrale del canto e qui ancora una volta sviluppato in direzione mistico-erotica, com possibile ricavare dallimpiego dei sostantivi sposa (v.
140)104, sposo (v. 141), amore (v. 144) e delle forme verbali chiamare (v. 139),
mattinare, amare (v. 141), tirare, urgere (v. 142), turgere (v. 144), gioire (v. 148)105;
103
Martyres Graeca lingua, Latine testes dicuntur, unde et testimonia Graece martyria nuncupantur. Testes autem ideo vocati sunt, quia propter testimonium Christi passiones sustinuerunt, et usque
ad mortem pro veritate certaverunt (Etym. VII XI 1).
104
Come ho gi accennato a proposito dellespressione Santa Chiesa del v. 108 (si veda la nota 55),
ritengo che anche in questo caso la perifrasi la sposa di Dio designi non tanto listituto giuridico e
gerarchico di cui fanno in primo luogo parte gli ecclesiastici, quanto piuttosto lo si ricava senzombra
di dubbio dallimpiego al v. 139 del pronome personale ne lintera comunit dei fedeli, qui evocata
mentre si raccoglie in preghiera. Si consideri, daltro canto, che anche altrove Dante si serve della
tradizionale metafora dello sposalizio mistico in riferimento allintera collettivit cristiana: quello sposo chogne voto accetta / che caritate a suo piacer conforma (Par. III 101-2; dove evidente che tutti
gli esseri umani, facendo voti ispirati alla carit, possono diventare sposi di Cristo); la milizia santa
[vale a dire tutti i beati, compresi coloro che non furono membri del clero] / che nel suo sangue Cristo
fece sposa (Par. XXXI 2-3); trovo dunque quanto mai riduttivo considerare prettamente conventuale
cos come fanno un po tutti i commenti la scena qui rappresentata.
105
Qualche precisazione credo simponga in rapporto ad alcune delle forme verbali qui elencate.
Per il modo in cui nella circostanza impiegato, il verbo chiamare peraltro gi ricorrente ai vv. 15 e
45, in entrambi i casi a significare uninvocazione di soccorso rientra a pieno titolo nellarea semantica dellamore; il che, a maggior ragione, vale anche per ci che concerne il verbo tirare, di cui (sempre
in contesti che come tema centrale hanno quello del desiderio amoroso) frequente nel poema lutilizzazione nel senso di attrarre: se lento amore a lui veder vi tira (Purg. XVII 130); io veggio ben
come ti tira / uno e altro disio (Par. IV 16-7; ma si veda anche Purg. XIX 66; Par. XIX 89; XXIII 98;
XXVIII 129). Quanto a urgere, lunico altro suo impiego, per di pi anche in quel caso in rima con
turgere, quello di Par. XXX 70: lalto disio che mo tinfiamma e urge. Tutti questi termini, insieme

322

Gabriele Muresu

per non dire del modo stesso in cui viene raffigurata limmagine dellorologio (v.
139), le cui ruote dentate sincastrano tra di loro, a simboleggiare una reciproca
compenetrazione perfettamente resa dallo stilema luna [...] e laltra, uno stilema
daltronde ricorrente nel canto per ben quattro volte (vv. 2, 9, 104, 142). Lorazione amorosa, vale a dire il momento in cui luomo, annullandosi, si affida interamente a Dio, costituisce dunque per Dante la pi alta e redditizia forma di sapienza; ed davvero sintomatico che una delle pi recenti invenzioni della moderna
meccanica, lorologio appunto, sia dal poeta rievocata in ragione del suo uso mistico e liturgico e non certo di quello tecnologico e secolare106.

agli altri appena indicati, rientrano il caso di ribadirlo nel tradizionale linguaggio dei mistici,
mentre molto meno rilevante a me sembra lincidenza che sulla rappresentazione della scena con cui il
canto si conclude pu avere esercitato, cos come sostiene P. ZUPAN, la tradizione provenzale; e francamente esagerata trovo linterpretazione in chiave erotico-sessuale, che la studiosa avanza, di alcune
espressioni ivi impiegate; alquanto ardimentosa risulta invero la proposta di leggere nel neologismo
sinsempra unallusione alla perpetually interpenetrative activity of the gloriosa rota, e finanche un
richiamo allo human act which perpetuates the human race (una razza umana, sia detto incidentalmente, che la concezione cristiana non considera affatto destinata alla perpetuit); e altrettanto temeraria mi sembra lattribuzione al verbo gioire di connotations of orgasmic fulfillment (The New Dantean
Alba: a Note on Paradiso 139-148, Lectura Dantis, 6, 1990, p. 97). Senza contare che il diletto de
la carne, che cosa ben diversa dallerotismo mistico, risulta essere proprio una delle umane occupazioni che, a pochissimi versi di distanza, Dante mostra di considerare insensate (Par. XI 1, 8).
106
Le stesse considerazioni valgono anche per ci che concerne laccenno agli oriuoli di Par.
XXIV 13, a sua volta dal poeta inserito allinterno di una similitudine raffigurante unanaloga danza
amorosa, quella dei beati dellottavo cielo. La mia valutazione di tale impiego dunque opposta rispetto a quella di F. BRAMBILLA AGENO, la quale ha certamente ragione nel sostenere che col moto automatico e regolare dellorologio meccanico, il tempo diventa una grandezza fisica: si passa da un Medioevo
liturgico-sacro a un tempo che potremmo chiamare tecnologico; trovo tuttavia che la studiosa cada
in errore quando attribuisce a Dante una piena sintonia con il passaggio da una concezione del tempo
arcaica e strettamente collegata coi riti religiosi e le funzioni sacre, ad una concezione pi moderna,
civile e laica: che ha le sue basi e riceve impulso dallaristotelismo (Strumenti per la misurazione del
tempo nei paragoni della terza cantica, in Studi danteschi, Padova 1990, p. 104).

NOTE E DISCUSSIONI

STENO VAZZANA

IL CARME 64 DI CATULLO
TRADOTTO IN VERSI ITALIANI*

Non perch si senta il bisogno di una nuova traduzione da Catullo, con tante e
pregevoli che il mercato ne offre, ma perch ho sentito la voglia di rigustarmelo
con parole mie e musica mia, in et troppo lontana dalla sua giovinezza, mi son
dato a questo lavoro con vera partecipazione. Mi piaciuto riviverne lo spirito,
inequivocabile confessione di giovinezza di sofferenza e di cultura, calata in un
ritmo immediato e inconfondibile.
Tradurre non trasporre letteralmente, come si pu fare in prosa, verbum de
verbo il significato delle parole da una lingua a unaltra, ma adeguare quanto pi
completamente possibile una totalit linguistica e stilistica ad unaltra. Per questo
credo, contrariamente a quello che fu lo scrupolo romantico, ancor oggi abbastanza operante fra i traduttori (anche di Catullo), che la poesia vada tradotta in poesia
e, se possibile, i poeti dai poeti. E se vero che al pi alto livello una traduzione
poetica poesia ispirata dalla poesia, non per questo deve risultare un tradimento
che sovrapponga la personalit del traduttore al poeta tradotto; pi spesso invece una scoperta (o almeno evidenziazione) critica di quel lato di lui pi percepibile dalla sensibilit dei vari tempi. Ora, riguardo a Catullo, non c dubbio che i
nostri tempi gli sono pi affini forse di tutti i precedenti per la libert democratica
operante nel costume e nel linguaggio. Insomma Catullo un poeta gustabilissimo
interamente da noi per senso e gusto, sia che scherzi, sia che soffra, sia che costruisca con estremo impegno e seriet. Io voglio sperare di essermi sufficientemente
abbandonato a lui per riproporlo senza deviazioni e impacci.
Tradurlo in versi importava un adeguamento ritmico, e, se non proprio ritmico, di respiro. Che io ho cercato studiando di rendere versi di varie lunghezze
nelle lunghezze metriche italiane. Naturalmente, finch stato possibile e con-

* Il prof. S. VAZZANA tradusse gli opera omnia catulliani lestate del 1999: di quellesperimento
poetico, vero tour de force metrico, per la cortese ospitalit del prof. G. MARCONI si anticipano qui la
premessa, che ne illustra la motivazione e i criteri, e lEpitalamio di Teti e Peleo, quale omaggio alla
memoria dellillustre maestro recentemente scomparso e come naturale approdo dellanalisi dellepillio
da lui proposta sul precedente numero della RCCM. [A. Pagliara].

Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

326

Steno Vazzana

veniente. Pi che ad una fedelt filologica e metrica, che, anche se ricostruibile,


non risponde alla natura e alla musica dellitaliano e finisce con lingenerare
fastidio, ho badato alla similarit di tono, di ampiezza e di costrutto. Cos ho
reso con lendecasillabo sdrucciolo il trimetro giambico puro, con endecasillabi
piani il falecio, il trimetro giambico archilocheo e lipponatteo, o scazonte, del
quale ho anche voluto sperimentare, per quel che offre di posato e grave, la resa
con una coppia di settenari, metro pi adatto alla misura del tetrametro giambico e soprattutto del priapeo, in considerazione della totale lunghezza di quindici
sillabe con cesura dopo lottava. Le strofe di gliconei e ferecratei dei carmi 34 e
61, pi popolari e danzati, le ho rese in strofette di ottonari chiuse da settenari,
che offrono un ritmo pi marcato. Per versi pi lunghi, che trascendono la misura del nostro endecasillabo, ho usato accoppiamenti vari nellintento di risultare
quanto pi vicino alla lunghezza sillabica e, se possibile, alle cadenze interne di
essi. Ho reso lesametro con un settenario o senario pi un novenario (pi raramente ottonario); il pentametro con una coppia di settenari, o un senario pi un
settenario, secondo lesempio del Carducci e del Romagnoli; lasclepiadeo maggiore con tre quinari, di cui lultimo sdrucciolo; il galliambo con un quinario pi
un quinario, o senario, pi un settenario (talvolta senario) sdrucciolo, spezzando
il verso latino, in verit in due emistichi, in tre emistichi, per mantenerne la
concitazione.
Ripeto: questo giuoco non presume di essere una ricostruzione filologica della
metrica catulliana non lo affatto ma di avvicinarne il tono, le cesure, lintima
animazione, che mal si renderebbero in prosa. Insomma, riproduciamo alta musica con musica barbara. Anzi barbarissima. Ch se la musica delle Odi carducciane non ha un termine diretto di confronto, poich poesia originale, queste mie
traduzioni, rimandando immediatamente a un modello che le misura troppo da
vicino, cio loriginale latino, si compromettono inesorabilmente. E tuttavia le ho
volute fare per il piacere di far mio un tanto poeta.
Unesigenza identica a quella metrica nella lingua. Quella delle nugae ha richiesto un adeguamento immediato al parlato contemporaneo. Il lettore non si scandalizzer se vedr tradotto unus Italorum con solo italiano, seni recocto con vecchio
restaurato, nummi con soldi, longe plurimos con a non finire, indomitus con irriducibile e simili. Entrano in questa necessit specialmente le parolacce; vedi: mentula che traduco sempre cazzone, pedicabo et inrumabo = vi fotter e inculer,
pathicus et cinaedus = frocio e bagascione ed altri esempi di tal fatta. Al contrario, la
lingua dei carmi dotti lho spostata verso laulico e antico, per mantenere il tono
elevato ed epico del testo. Cos nel carme 64 ho lasciato sermoni per sermones,
gorgo per gurgite, sta locato per locatur, pelago, salvete, fallaci; ho reso
iuvenes con garzoni, puellam con vergine, variata con istoriata; ho allargato per
espansione completiva: tecti in del grande palazzo, funera nec funera in a morte
non ancor morti, illa tempestate in quel tristissimo tempo, regis iniusti in del re
crudelissimo ingiusto. Altre volte ho stimato conveniente contrarre, come multa cum
laude in con gloria, indomitus turbo nel semplice una tempesta, quando m sembrato di non togliere nulla al testo. Secondo lo stesso criterio ho conservato per
adeguamento stilistico costrutti tipici del latino con costrutti molto aulici in italiano,
come laccusativo alla greca (devinctam lumina = legata i begli occhi) o lablativo
assoluto (domito corpore = domatone il corpo) e le ampie costruzioni sintattiche,
talora ad innesto, per la volont di riprodurre il sorvegliato tono epico.

Il carme 64 di Catullo tradotto in versi italiani

327

Quanto al testo, ho seguito ledizione critica di R. A. B. Mynors (Oxford 1958),


distaccandomene solo poche volte, e solo per ragione di senso, nei punti che indicher in nota, dove o la lezione illeggibile o m sembrata preferibile quella di
altri codici o ricostruttori.
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Dicono che una volta dei pini sul vertice nati


del Pelio navigaron le limpide onde del mare
verso i flutti del Fasi e le terre lontane di Eeta,
quando scelti garzoni, il fiore dei giovani argivi,
volendo sottrarre di Colchide il vello dorato,
i guadi salsi osaron percorrer con celere poppa,
la cerulea distesa battendo con remi di abete.
La dea stessa che tiene le rocche nelle alte citt
con leggero vento il carro veloce lor fece,
della curva carena le travi di pino giungendo.
Fu quella la prima che corse la rude Anfitrite.
Appena essa col rostro tagli la distesa ventosa
e londa ritorta si f candeggiante di spume,
sollevarono il volto dal candido gorgo del mare
le marine Nereidi, il nuovo portento ammirando.
Videro occhi mortali quel giorno e mai altro le ninfe
del mare col corpo nudato fino alle mammelle
levarsi dal gorgo canuto. Fu allora, si dice,
che leroe Peleo saccese damore per Teti;
fu allora che Teti non disprezz nozze umane;
allora Giove sanc le nozze di Teti e Peleo.
O voi nati in unera di secoli troppo felici,
salvete, voi eroi, o buona progenie di madri,
stirpe di dei, salvete di nuo<vo e ci siate propizi>1.
Voi spesso invocher, voi spesso nei canti, voi eroi,
e te Peleo innalzato a nozze s esimie e felici,
colonna di Tessaglia, a cui Giove stesso concesse,
Giove di tutti quanti gli dei genitore, il suo amore.
Ottenne te Teti, bellissima tra le Nereidi,
e ti concesse Thety che tu la nipote sposassi
e Oceano che abbraccia col mare lintero universo.
Appena fur giunti i giorni aspettati al fissato
lor tempo, la casa frequenta lintera Tessaglia
riunita e riempie la reggia di folla festante;
portano in mano doni, dimostrano gioia nel volto.
Abbandonano Cieri e la ftiotica Tempe,
di Crannone le case, le mura dellalta Larissa;
e a Farsalo convengon, di Farsalo riempion le case,
i campi nessuno coltiva, riposa il giovenco,
non pi lumile vigna dai curvi rastrelli pulita,
non rivolta le glebe il toro col vomere prono,

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Steno Vazzana

non attenua la falce, potando, dellalbero lombra,


la ruggine sporca conquista gli aratri lasciati.
Ma la sua casa, ovunque la reggia opulenta si estende,
allinterno risplende di fulgido oro ed argento,
biancheggia alle soglie lavorio, risplende la mensa
di coppe, felice di regia ricchezza la casa.
Nel cuore di questa il letto nuzial della dea
sta in mezzo locato, davorio indiano elegante,
dun tappeto coperto di porpora dostrica tinto.
Questa coperta dantiche figure istoriata
mostra gesta deroi dipinte con arte superba.
Sul risonante lido di Nasso, guardando Teseo
con la celere flotta fuggente, si vede Arianna
che porta nel cuore furori damore implacati,
n ancora essa crede veder quel che pure ben vede,
come colei che, appena svegliata dal sonno fallace,
sulla deserta spiaggia si vede infelice lasciata.
Immemore il giovane fuggendo saffretta coi remi,
le promesse incompiute lasciando a ventosa procella.
Lui dalle alghe del lido la mesta Minoide guarda,
fatta di sasso come leffigie duna baccante;
guarda sulle grandi onde dorribile affanno fluttuando.
Non la mitra sottile pi tiene sul capo suo biondo,
non il petto pi tiene coperto dal velo leggero,
non con la liscia fascia pi lega le lattee mammelle;
queste spoglie cadute dal corpo e qua e l sparpagliate,
ora sparse ai suoi piedi bagnavano londe del mare.
Ma n la mitra allora, n il suo vestito caduto,
ma la sola sua sorte curando, con lanimo tutto
perdutamente a te, Teseo, rimaneva attaccata.
Ah, linfelice, che con pene incessanti f folle
Ericina, in petto spinosi travagli gettando,
nel tristissimo tempo che, uscito il crudele Teseo
dal lido del ricurvo Pireo, le case toccava
di Gortina, le case del re crudelissimo ingiusto.
Narrano infatti che, costretta da sorte crudele,
per la morte di Androgeo, la terra cecropia a pagare
la pena, il fiore di giovani e scelte fanciulle
fosse solita offrire in pasto al crudel Minotauro.
Da questo male essendo vessate le piccole mura,
desider Teseo offrire il suo corpo in difesa
della sua cara Atene, piuttosto che a Creta quei corpi
cecropii a morte non ancor morti portare.
E cos su una nave leggera fidando e sui venti
alla citt pervenne superba del grande Minosse.
Col cupido occhio lo vide la vergin regale
che il letticciuolo ancora profumi soavi spirante
dentro il morbido amplesso ancor della madre nutriva,

Il carme 64 di Catullo tradotto in versi italiani

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bella quale i mirti che lacque producon dEurota,


o qual primavera produce distinti colori;
n prima distolse da lui gli ardenti suoi occhi
che ricevette in tutto il corpo una fiamma nel fondo
ed immediatamente bruci nelle viscere interne.
O divino fanciullo che susciti in cuore furori
miseramente e mesci le gioie agli affanni delluomo,
e tu che reggi Golgi e i boschi dIdalio frondosi,
in che flutti spingeste la vergine accesa nel cuore,
che ora continuamente per lospite biondo sospira!
Quali grandi timori soffr nel suo cuore che or langue!
Quanto spesso impallid pi assai che il fulgore delloro,
quando desiderando lottare col mostro crudele,
andava fiero incontro Teseo o alla morte o alla gloria.
Non sgraditi, ma invano dei piccoli doni agli dei
ora essa promette e prega con tacito labbro.
Come nellalto Tauro la quercia che scuote le braccia
o un conifero pino che dalla corteccia trasuda
una tempesta schianta e svelle coi soffi dei venti
e quelli lontano, divelti fin dalle radici,
cadono, ogni cosa per un largo tratto infrangendo,
cos il mostro prostr, domandone il corpo, Teseo,
mentre invano agitava nel vento che vuoto le corna.
Incolume da l il piede ritrasse con gloria,
gli erranti suoi passi guidando col filo sottile,
perch lintricato groviglio del grande palazzo
non gli impedisse duscire dai giri del labirinto.
Ma a che ricordare, deviando dal canto iniziale,
come lasci essa figlia il volto del suo genitore,
labbraccio della cara sorella ed infin della madre,
che perdutamente in lei riponeva ogni gioia,
e a tutti questi il dolce amor di Teseo prepose,
e come, portata per nave, alla spiaggia spumosa
di Nasso giunse, o come, legata i begli occhi dal sonno,
lo sposo la lasci e immemore dessa partiva?
Dicono che essa spesso furente ed ardente nel cuore
dal profondo del petto gridasse con voce echeggiante
e che triste salisse talora sui monti scoscesi,
da dove lo sguardo stendesse sul pelago vasto,
ed ora incontro corresse allonde del tremulo mare,
il morbido velo sullignuda gamba levando
e triste innalzando lestremo lamento dicesse,
ghiacciati singhiozzi dallumida bocca muovendo:
Cos, perfido, me strappata alle patrie spiagge,
perfido, hai abbandonato su un lido deserto, Teseo?
Cos fuggendo via, sprezzato il divino potere,
immemore in patria spergiuri esecrati ti porti?
Nessuna cosa potr piegar della mente crudele

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Steno Vazzana

il perfido consiglio? Nessuna clemenza presente


in cuore ti fu, perch di me compassione sentissi?
Non queste promesse a voce alta mhai fatto,
non questo volevi che io infelice sperassi,
ma le nozze felici, ma i desiderati imenei.
Tutte parole vane che i venti disperdono in aria.
Nessuna donna ormai ad uomo che giuri saffidi,
nessuna donna speri delluomo sinceri i sermoni.
Mentre il cupido cuore smanioso davere qualcosa,
nulla teme giurare, nessuna promessa risparmia;
non appena la voglia del cupido cuore saziata,
nulla ricorda pi, non cura pi alcuno spergiuro.
Io tho salvato mentre giravi nel gorgo di morte,
per te ho deliberato piuttosto immolare il fratello,
che a te ingannatore mancare allestremo bisogno.
Per questo sar data a fiere ed uccelli per pasto,
n coperta di terra sar tumulata da morta.
Quale ti gener leonessa su rupe deserta?
Qual mar ti concep e espulse dallonde spumose?
Quale Sirti, qual Scilla rapace od immane Cariddi,
che tal ricompensa in cambio del viver mi rendi?
Se non ti stava a cuore il nostro connubio, temendo
del vecchio mio padre i duri precetti, potevi
per alle tue case condurmi per serva, dovio
con fatica gioconda tavrei certamente servito,
i tuoi cari vestigi con limpide acque lisciando
e nella tua stanza stendendo purpurei tappeti.
Ma perch mi lamento, dal mal costernata, con laria
non dotata di sensi che udire non pu la mia voce,
n rispondermi pu? Ed egli frattanto non lungi
saggira sul mare in mezzo alle onde. E nessuno
io vedo mortale sullalga deserta apparire.
Cos la crudele mia sorte, insultandomi fino
allestremo mio giorno, mi toglie chi ascolti il mio pianto.
Onnipotente Giove, che mai dal principio le poppe
cecropie toccato avessero il lido di Cnosso,
n, allindomito toro portando s dura mercede,
il perfido nocchiero in Creta legata la fune,
n lospite malvagio, celando i crudeli consigli
in s dolce bellezza, trovato riposo tra noi!
Dove mi volger? Su quale speranza fondarmi?
Andr a Creta montuosa? Ahim, con che enorme distesa
il mar truculento mi tiene lontana e divide!
Sperer nellaiuto del padre, chio stessa lasciai,
un giovane seguendo del sangue fraterno macchiato?
O mi consoler nel fedele amor dello sposo,
che ora fugge curvando sullacqua i flessibili remi?
Inoltre senza un tetto questisola e lido deserto

Il carme 64 di Catullo tradotto in versi italiani

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non moffrono unuscita, cingendomi donde marine.


Nessuna maniera di fuga, nessuna speranza;
tutto muto e deserto, tutto offre soltanto la morte.
Ma non languiranno per nella morte i miei occhi,
n dallo stanco corpo i sensi miei tutti usciranno,
prima che io tradita la giusta vendetta richieda
dal cielo e nellora suprema ai celesti mi affidi.
Eumenidi, voi che i fatti delluom vendicate
con pene, che cinti di serpi i capelli portate,
che dalla fronte lira profonda del petto spirate,
qui, qui venite, i miei lamenti ascoltate, che io
misera dal profondo del cuor son costretta a levare,
io debole impotente, da folle amore accecata.
E poich sono veri e nascon dal fondo del petto,
non vogliate patire che vano riesca il mio lutto,
ma col cuore con cui me sola Teseo ha lasciato,
con questo stesso, dee, funesti se stesso ed i suoi.
Poi che dal mesto cuore siffatte parole profuse,
affannata chiedendo vendetta del crudo misfatto,
annu dei celesti il re con linvitto suo cenno
con cui scosse la terra, trem la distesa del mare
in tempesta, tremaron le stelle fulgenti del cielo.
Avviluppato Teseo da cieca caligine il cuore,
tutti lasci cadere dalla sua dimentica mente
i consigli che prima con tanta costanza teneva,
n al mesto suo padre il dolce segnale innalzando,
indic che salvo il porto di Atene vedeva.
Dicon infatti che, ai venti affidando il figliuolo,
che della casta dea le mura lasciava, il re Egeo
il giovane abbracciando, siffatti consigli gli desse:
O mio unico figlio, pi dolce per me della vita
s lunga, a me dato da poco, in estrema vecchiezza,
o figlio, che costretto a duri pericoli mando,
poich la mia sorte ed il tuo valore ti strappa
a me mio malgrado; di cui non ancora saziato
ha i languidi occhi la cara figura di figlio,
non pieno di gioia col cuore festante ti mando,
n lascer che porti tu segni di buona fortuna,
ma prima caver lamenti infiniti dal cuore
deturpando di terra e polvere la mia canizie
e poi appender allalbero vele oscurate,
poi che al mio lutto e al mio incendio del cuore si addice
una vela che sia di iberica ruggine intinta.
Ch se labitatrice di Itono la santa concede,
quella che il popol nostro difende e le case di Atene,
che la tua destra asperga del sangue del toro, tu allora
nel tuo memore cuore fa s che rimangano impressi
questi consigli e mai nessuna et li cancelli:

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Steno Vazzana

appena i nostri colli vedranno i tuoi occhi, allora


depongano le antenne dovunque le vele funeree
e le ritorte funi sollevino candide vele,
s che appena io le veda con cuore felice conosca
che ti fa tornare incolume il giorno felice.
Questi consigli, prima con somma attenzione tenuti,
lasciarono Teseo, qual nube respinta dal vento
dun monte innevato il vertice aereo abbandona.
Da unalta rupe il padre guardava il lontano orizzonte,
gli angosciati suoi occhi in pianti continui struggendo;
non appena scopr la vela dal telo annerato,
si butt a capofitto dal vertice di quelle rupi,
da crudo destino credendo perduto Teseo.
Nella casa funesta del lutto paterno egli entrato,
il feroce Teseo, quel lutto che alla Minoide
dimentico diede tal qual ricevette egli stesso.
Essa allora mesta guardando la nave fuggire,
molti pensieri tristi ferita nel cuore agitava.
Ma dalla parte opposta il florido Bacco volava
col coro dei satiri e con i sileni di Nisa,
te cercando, Arianna di te per amore infiammato.
.......................................
Con lanimo in delirio correvano esse furiose,
Euho gridando Euho e il capo allindietro flettendo.
Parte di esse i tirsi, coperta la punta, scuoteva,
parte duna giovenca sbranata brandiva le membra,
parte se stesse tutte cingevan dattorti serpenti,
parte in profonde ceste le orge segrete onorava,
le orge che bramano invano ascoltare i profani.
Altre percuotevano con lunghe palme i tamburi
o dai bronzi rotondi traevano acuti tinniti,
soffiavano molte muggiti raucissimi in corni
e la barbara tibia strideva dorribile suono.
Magnificamente di tali figure istoriata,
la coperta abbracciava coprendolo il letto nuziale.
Dopo che fu saziata guardando la tessala gente,
ai venerandi dei a cedere il posto comincia.
Allora, quale Zefiro il placido mare increspando
col soffio mattutino le onde declivi sospinge,
mentre lascia lAurora le soglie del Sole errabondo,
le onde che prima sospinte da un soffio leggero
avanzano ed un lieve sussurro di riso si sente,
poi, il vento crescendo, si fanno via via pi frequenti
e rifulgon lontano fluttuando di luce purpurea,
cos, abbandonando il regio vestibolo, ognuno
alla propria dimora con rapido piede tornava.
Quando furono andati, per primo dallalto del Pelio
venne Chirone, doni boschivi portando; ed infatti

Il carme 64 di Catullo tradotto in versi italiani

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quanti produce fiori nei campi la tessala terra


e negli alti monti o presso le onde di un fiume,
quanti genera laura feconda del caldo Favonio,
tanti fiori port di varie corolle mischiati,
dal cui misto odore sorrise addolcita la casa.
Dopo arriva Peneo, Tempe allietata di verde,
Tempe cui cingono e dalto sovrastano selve,
celebrata da danze frequenti, lasciando e lEmonia2
non a mani vuote, portava fin dalle radici
schiantati alti faggi e allori dal fusto diritto
e platani oscillanti, non senza dellarso Fetonte
la flessile sorella ed alto nellaria il cipresso.
Intorno alla casa li lascia ben bene disposti,
s che latrio verdeggia di morbide frondi velato.
Dopo di questo segue Prometeo dallabile ingegno,
vestigia ormai sbiadite dellantica pena portando,
che una volta, legato le membra alla scizia catena,
dovette scontare a dirupi altissimi appeso.
Poi degli dei il padre con la santa coniuge e i figli
anche venne dal cielo, o Febo, te solo lasciando
e la sorella insieme che abita i monti di Idrio.
Con te la sorella sprezz parimente Peleo,
n la festa nuziale di Tetide volle onorare.
Dopo che gli arti tutti piegarono sui nivei seggi,
largamente imbandita di molte vivande la mensa,
mentre frattanto il corpo con debole moto scuotendo,
cominciaron le Parche veridici canti a cantare.
Il tremulo corpo un candido manto abbracciando
ad esse i talloni cingeva con bordo purpureo;
dallannoso capo pendevano candide bende,
le mani sempre facevan leterno lavoro:
la conocchia la manca teneva riempita di lana,
la destra leggermente tirandola i fili formava
con le dita supine e poi col pollice prono
il fuso librato spingeva in un giro veloce
e, sempre staccando, il dente il lavoro uguagliava
e la lana restava allaride labbra attaccata,
che prima era stata sporgente dal filo lisciato;
panierini di verghe i velli di morbida lana
candida custodivan, dinanzi ai lor piedi posati.
Pettinando la lana con voce sonante allor esse
il futuro destino esposero in canti divini,
canti che nessun tempo potr di perfidia accusare:
O tu che la gloria con grandi virt accrescerai
difesa dalla forza dEmazia, o illustrissimo figlio,
il veridico oracolo ascolta, che tapron nel giorno
felice le sorelle. Ma voi, cui segue il destino,
correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!

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Steno Vazzana

Espero a te verr, che adempie le brame ai mariti,


con la stella felice ti verr incontro la moglie
che ti riempir di tenero amore la mente
e si prepara a unire con te i suoi languidi sonni,
sotto il robusto collo stendendo le braccia sue lisce.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Nessuna casa mai congiunse pi teneri amori,
nessun amore mai congiunse con patto pi certo
qual la concordia che Teti e Peleo congiunge.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
A voi due nascer Achille che ignora il terrore,
non dalle spalle noto, ma dal forte petto ai nemici,
che spesso vincitore in gara di rapida corsa
le fiammanti vestigia superer duna cerva.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Nessun eroe in guerra con lui oser compararsi
quando gronderanno di Teucro sangue le frigie
campagne e devaster con lunga guerra le mura
di Troia assediata di Pelope il terzo nipote.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Di lui le egregie virt e le imprese famose
spesso narreranno le madri sui roghi dei figli,
quando scioglieranno sul cenere i bianchi capelli,
i loro flaccidi petti straziando con deboli palme.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Come un agricoltore che coglie densissime spighe,
sotto lardente sole mietendo la bionda campagna,
col ferro abbatter i corpi di molti Troiani.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Londa dello Scamandro testimonier il suo valore,
che vangando si getta nellimpetuoso Ellesponto,
il cui corso frenando con mucchi di corpi di uccisi,
di strage confusa ne riscalder la corrente
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Sar infin testimone la preda anche offerta alla morte,
quando il suo bel sepolcro in tumulo eccelso ammucchiato
accoglier le membra s bianche di vergine uccisa.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Infatti appena la sorte dar agli Achivi gi stanchi
di scioglier la difesa nettunia dellurbe dardania,
bagner lalta tomba la strage di Polissena,
che, come vittima che alla bipenne soccombe,
il corpo troncato, piegato il ginocchio, offrir.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Quindi i desiderati amori dellanimo unite.
Accolga lo sposo in felice patto la dea,
si conceda la sposa ormai al bramoso marito.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!

Il carme 64 di Catullo tradotto in versi italiani

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Non lei rivedendo al sorger del sol la nutrice


potr circondarle al collo la benda di ieri
n ansiosa la madre e mesta che sola si giaccia
la figlia, finir di attendere cari nipoti.
Correte traendo gli stami, deh, fusi, correte!
Tali canti, felici eventi annunzianti a Peleo,
dal divino petto presago cantaron le Parche.
Visibili gli dei solevano infatti le caste
dimore degli eroi un d visitare e mostrarsi,
quando ancora non era sprezzata piet e devozione.
Spesso il padre dei numi, un fulgido tempio abitando,3
quanderano venuti i giorni festivi annuali,
vide egli stesso a terra procombere ben cento tori.
Spesso Libero, errando in cima dellalto Parnaso,
guid le Tiadi Euho gridanti con sparsi capelli,
quando dalla citt i Delfii a gara irruendo
lo accoglievano lieti tra le are fumanti dei numi.
Spesso nelle gare luttuose di guerra anche Marte
e la dea del veemente Tritone o la vergin Ramnusia
di presenza esortaron caterve di uomini armati.
Ma quando la terra fu colma di infandi delitti
e la giustizia tutti cacciaron dal cupido cuore
e i fratelli le mani bagnaron di sangue fraterno
ed il figlio cess di piangere i suoi genitori
e il genitore sper la morte del suo primo nato,
perch libero il fiore cogliesse di vergine nuora
e la madre, stendendosi accanto allignaro suo figlio,
non temette empiamente di contaminare i penati,
il giusto e lingiusto mischiati da malo furore
la giustissima mente distolser da noi degli dei.
Per cui n guardare si degnaron gente siffatta,
n permettono pi che in chiara luce sian visti.

1
Il verso omesso nellarchetipo, aggiunto dagli scolii Veronesi e Virgilio 5,80; con lintegrazione
di L. Mller.
2
Verso molto contrastato. Scelgo la lezione di Heins.
3
Revisens dei codici troppo dubbio. Baehrens ha proposto ragionevolmente residens.

GIANFRANCO MOSCONI

AETNA 435: SULPHURE NON SOLUM SED OBESA ET ALUMINE TERRA EST ?
(A PROPOSITO DELLALLUME DELLE LIPARI)*

0. Dopo essersi posto la domanda di quale combustibile alimenti le fiamme


vulcaniche dellEtna (v. 3861: quae flammas alimenta vocent, quid nutriat Aetnam) ed
aver dichiarato che, pi di zolfo, bitume ed allume (vv. 389-92: citati pi avanti a
5), la vera e maggiore causa del fuoco che arde sotto lEtna il lapis molaris (vv.
399-400: sed maxima causa molaris / illius incendi lapis est: hic vindicat Aetnam)2,
lanonimo autore dellAetna3 passa in rassegna gli altri luoghi ove vi sono manifestazioni del vulcanismo secondario (v. 425: cerne locis etiam similes arsisse cavernas): in tutti questi luoghi, infatti, vera s, un tempo, un vulcano, ma proprio il
venir meno del combustibile primo del fuoco, il lapis molaris, ha determinato il
progressivo declino di potenza dei fenomeni vulcanici. Si tratta con un ordine
* Lo stimolo per questo intervento mi stato offerto dalla redazione delle note di commento, in
collaborazione con la dott.ssa M. V. Truini, per una edizione dellAppendix Vergiliana pubblicata nel
maggio 2002 per i tipi degli Oscar Mondadori con la traduzione e la cura della prof.ssa M. G. Iodice, che
ringrazio per avermi offerto loccasione di riflettere su testi spesso cos densi di spunti. Ringrazio inoltre
i proff. D. Musti e G. Marconi per lincoraggiamento e i suggerimenti, ed il dott. E. Paparazzo, ricercatore
chimico nonch conoscitore dellopera pliniana, per la consulenza sullAppendice.
1
La numerazione dei versi adottata quella secondo ledizione di F. R. D. GOODYEAR, Incerti auctoris Aetna, Cambridge 1965 (dora in avanti solo GOODYEAR, op. cit.) che espunge il v. 195 ridenominandolo v. 194b, in quanto identico al v. 186 (cos anche nelledizione oxoniense dellAppendix vergiliana,
edd. W. V. CLAUSEN, F. R. D. GOODYEAR, E. J. KENNEY, J. A. RICHMOND, Oxford, 1966, ove ledizione
dellAetna si deve egualmente a Goodyear). Le edizioni critiche, con o senza traduzione e/o commento,
di cui si tenuto conto e che si avr modo di citare qui di seguito, sono le seguenti (tutte le pi
importanti): H. A. J. MUNRO, Aetna, Cambridge 1867; E. BAEHRENS, Poetae Latini Minores, vol. II, Lipsiae
1880; S. SUDHAUS, Aetna, Leipzig 1898; R. ELLIS, Aetna, Oxford 1901; F. VOLLMER, Poetae Latini Minores,
vol. I, Lipsiae 1910; M. LENCHANTIN DE GUBERNATIS, Aetna, carmen Vergilio adscriptum, Augustae Taurinorum 1911; J. VESSEREAU, LEtna. Pome, Paris, 19231, 19612; R. GIOMINI, Appendix Vergiliana, Firenze
1953; W. RICHTER, [Vergil]. Aetna, Berlin 1963; A. DE VIVO, Incerti auctoris Aetna, Neapoli 1987; A. DE
VIVO in Appendix Vergiliana, recensuerunt A. Salvatore, A. De Vivo, L. Nicastri, I. Polara, Romae 1997,
pp. 71-138.
2
Cfr. Plin. Nat. XXXVI, 137: molarem quidam pyriten vocant, quoniam plurimus sit ignis illi e 138
alcuni tipi di pirite: clavo vel altero lapide percussi scintillam edunt.
3
Un inquadramento generale sullopera dato da F. R. D. GOODYEAR, The Aetna: Thought, Antecedents, and Style, in ANRW II, 32, 1, Berlin-New York 1984, pp. 344-63.

Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

338

Gianfranco Mosconi

geografico che procede grosso modo da nord a sud, avvicinandosi allEtna stesso
di Ischia (vv. 429-30: discitur indiciis flagrasse Aenaria quondam, / nunc extincta),
della solfatara di Pozzuoli (vv. 430-2: Neapolin inter / et Cumas locus est, multis iam
frigidus annis, / quamvis aeternum pingui scatet ubere sulphur), di Stromboli (vv. 4348: vd. appresso) e infine di Vulcano, la pi meridionale delle Eolie che, fra le
localit elencate, ha la pi intensa attivit vulcanica grazie alla vicinanza con lEtna
da cui alimentata furtim, per via sotterranea (vv. 439-47).
La descrizione di Stromboli ed in particolare il v. 435 di cui veniamo ora ad
occuparci presenta per alcuni elementi comunque degni di interesse di cui in
genere i commentatori sembrano non essersi accorti. Il testo (vv. 434-8), nelledizione di Goodyear cui qui ci atteniamo, il seguente:
insula, cui nomen facies dedit ipsa Rotunda 4,
v. 435 sulphure non solum nec obesa bitumine terra est,
et lapis adiutat generandis ignibus aptus,
sed raro fumat, quin vix, si accenditur, ardet,
in breve mortalis flammas quod copia nutrit.

Nel v. 435 sulphure non solum nec obesa bitumine terra est la lezione bitumine
recata da un s o l o codice, C5, il pi antico fra quelli a nostra disposizione ed
indiscutibilmente il migliore6; gli altri mss. leggono atimine o atumine H7, acumine

4
Rotunda, come mostra il confronto con Ov. Met. 15, 96, va inteso quale nome proprio e non
aggettivo di facies (vd. J. H. WASZINK, De Aetnae carminis auctore, Mnemosyne IV s., II, 1949, pp. 238
s.). Tuttavia, tale nome proprio solo una creazione dellautore dellAetna, calco sul greco I,
derivato appunto dalla forma dellisola (come ricordavano gi Strab. VI 2, 11, 276C, e poi Steph. Byz.
e Hesych. s.v. I). La tendenza ad evitare luso di termini greci con i corrispondenti latini, anche
a costo di una certa genericit despressione (su cui vd. Sudhaus, op. cit., pp. 88 s.) trova un parallelo in
Manil. III 40 s.: Et si qua externa referentur nomina lingua, / hoc operis non vatis erit.
5
I codici cui facciamo riferimento qui di seguito adottando le sigle correnti sono: il Cantabrigiensis
Kk.v.34 (C), datato al X sec.; il fragmentum Stabulense S (parte del Parisinus Latinus 17177), datato al X
o XI sec. e che contiene solo i vv. 1-345; C ed S insieme costituiscono la famiglia . LHelmstadiensis 332
(H), lArundelianus 133 (A), il Rehdigeranus 125 (R), il Vaticanus 3272 (V), tutti databili dal XV sec.,
hanno numerosi punti di contatto (vd. GOODYEAR, op. cit., pp. 4-5) e rappresentano, assieme ai sette
manoscritti del gruppo di cui qui non occorre distinguere i singoli rappresentanti (databili fra fine
XV e inizio XVI sec., sono fortemente interpolati), la seconda famiglia nello stemma codicum, collettivamente indicata con ; con in particolare Goodyear, op. cit., p. 6, indica all or a majority of this group.
Per una presentazione dei manoscritti, del loro valore e dei rapporti stemmatici, vd. ELLIS, op. cit., pp.
liii-lxxxix e Goodyear, op. cit., pp. 3-10 e 23-52. Le critiche e le rettifiche allo stemma codicum di Goodyear proposte da M. D. REEVE (The textual tradition of Aetna, Ciris, and Catalepton, Maia 1975, pp. 23147 e The textual tradition of the Appendix Vergiliana, Maia 1976, pp. 233-51; vd. pure A. DE VIVO,
Alcune postille sulla tradizione dellAetna, Vichiana, III s., II, 1991, pp. 258-62), soprattutto in merito
allapprezzamento dei singoli testimoni da Goodyear raccolti sotto ma never distinguished from one
another (REEVE, Maia 1975, p. 246), non incidono sulla nostra discussione del v. 435, in quanto
nessun editore segnala lezioni particolari in oltre a cacumine; cfr. ad es. GIOMINI, op. cit., a v. 435, che
pur distingue le varie lezioni di : cacumine indicato come lezione di L (Vat. 3255), U (Urb. Lat. 353)
e Corsinianus 43 F 21 .
6
GOODYEAR, op. cit., pp. 23 ss. ELLIS, Aetna, p. liv, nel ripercorrere la scoperta ed il progressivamente
crescente apprezzamento di C, consacrato dalla completa collazione nelledizione di Munro, ricorda
its immense superiority rispetto a tutti gli altri mss. Il valore di C era stato gi sottolineato da MUNRO,
che lo descrive alle pp. 25 ss. della sua edizione dellAetna.
7
Le letture degli editori in realt divergono al riguardo: GIOMINI, op. cit., in apparato ad loc., attribuisce ad H la lezione atumine, LENCHANTIN DE GUBERNATIS, op. cit., in apparato ad loc., reca invece atimie.

Aetna 435

339

A e R, cacumine . La famiglia (cui appartengono H, A, R, e )8 sembra dunque


aver conosciuto una lezione che comunque iniziasse per a- seguita da consonante
e vocale: ci vale anche per , la cui ultima lezione appare evidente tentativo di
dare ad un acumine un senso pi preciso o pi adatto al contesto9 (o comunque di
correggere lanomalia metrica che un termine iniziante per vocale breve avrebbe
determinato). Di contro, laltro ramo della tradizione reca bitumine: esso per qui
rappresentato solo da C poich S giunge solo fino al v. 345, e bitumine potrebbe
essere pertanto, in assenza di un riscontro con S, anche semplice innovazione di C
rispetto allesemplare da cui sono stati copiati C e S, cio . La lezione di C stata
per sempre accolta senza remore, giacch: 1) metricamente corretta rispetto
alle altre; 2) sembra dare un senso pi che accettabile, in quanto il bitumen viene
esplicitamente menzionato ai vv. 389-92 (citati a 5) fra i combustibili del calore
vulcanico assieme al sulphur e allalumen.
1. Tre problemi. Non mancano per, come si accennato, alcuni aspetti che
meritano almeno di essere evidenziati. In primo luogo, ma il problema minore
resta in qualche modo da spiegare la corruttela di H, A, R (e ), che leggevano
tutti, in luogo di bitumine, un qualche termine di forma a..mine (vi torneremo pi
avanti). In secondo luogo suscita un certo disagio a parere di chi scrive lespressione non solum nec: la traduzione generalmente adottata fa di sulphure e bitumine
due elementi fra loro coordinati (non solo ricca di zolfo e di bitume), il che si
pu fare solo col sottintendere un secondo solum dopo nec (= non solum sulphure
nec solum bitumine); in tal caso il non solum del v. 435 risulta correlato allet del
verso successivo, ove vi sarebbe dunque omissione della congiunzione avversativa
sed secondo la formula, rara ma anche altrove attestata, non solumet 10 (ove et=
etiam); a sua volta al v. 436 si contrappone il v. 437 con il sed, dando vita ad una
struttura del periodo certamente non molto fluida (limbarazzo di fronte a tale
insieme mostrato dai vari interventi sulla punteggiatura attuati nelle traduzioni,
con lintroduzione di pause forti). Cos, ad es., hanno interpretato i vv. 434 ss.
Sudhaus11, Ellis12, Vessereau13, Giomini (vv. 433 ss. della sua edizione, p. 266:
Lisola, che per la sua configurazione fu detta rotonda, non soltanto ricca di un

8
Di fa parte anche il Vaticanus 3272 (V), non utilizzabile per il v. 435 in quanto contiene solo i vv.
1-433.
9
Cacumen frequentemente utilizzato per indicare la cima dei monti o dei colli; non cos acumen.
10
Vd. J. B. HOFMANN, Lateinische Syntax und Stilistik, neuarbeitet von Anton Szantyr, Mnchen
19722 (= Handbuch der Altertumwissenschaften, II, 2, vol. 2), 284c: Aetna 435 vi riportato come
primo esempio.
11
Vv. 435 ss. della sua edizione (p. 31): Die Insel, [], ist nicht nur ein an Schwefel- und Bitumenlagern berreiches Land, nein, auch ein Gestein tritt als Beisteuer hinzu, das sich fr die Erzeugung von
Feuer eignet, doch raucht dasselbe nur selten, brennt es doch kaum, wenn man es ansteckt, weil sein
Material nur zur Speisung kurzlebiger Flammen hinreicht.
12
Vv. 433 ss. della sua edizione (p. 52): The island, [], is soil which has more than sulphur or
bitumen to make its unctuous: there is a stone, besides, which lends its help, one that is naturally fitted
to produce fire: yet it is seldom known to discharge smoke, and with equal difficulty glows to heat,
when kindled, because the supply feeds only short-lived flames and for a little time. Nel commento a.l.
(p. 180), et di v. 435 (=436) inteso quale etiam.
13
Vv. 433 ss. della sua edizione (pp. 30 s.): Lle [], noffre pas seulement un sol charg de
soufre et de bitume; le feu peut encore y compter sur une pierre apte le faire natre; mais elle laisse
rarement chapper de la fume et meme peine sembrase-t-elle, si on lenflamme, car la quantit que
lile en fournit nentretient que des flammes destines stenindre bientt.

340

Gianfranco Mosconi

suolo impregnato di zolfo e bitume, ma cela in s stessa una pietra atta a generare
il fuoco: non emette fumo che di rado, a fatica arde se saccende; ecc.)14. In realt
laddove la prima parte della correlazione nel costrutto non solum/tantum/modo
(a)sed etiam (b) si componga di due o pi elementi fra loro coordinati a1 a2 ...
a3, tale coordinazione avviene generalmente con semplici congiunzioni coordinative di senso positivo (et, ac, -que, ecc.), come possibile constatare da vari esempi15. Quando si usa una congiunzione coordinativa di senso negativo (nec), si ha
spesso la ripetizione, con funzione enfatica, di solum/modo/tantum: cos in Cic.
Verr. II 3, 38, non solum contra legem Hieronicam nec solum contra consuetudinem
superiorum, sed etiam contra omnia iura Siculorum, vi la chiara intenzione di creare
una climax in cui ognuno degli elementi sia chiaramente rilevato16. Viceversa, una
perlustrazione condotta con lausilio della versione informatizzata della Bibliotheca
Teubneriana Latina e di quella del Thesaurus Linguae Latinae17 mostra che si usa
nec con ellissi di solum/tantum/modo in pochissimi casi, quasi tutti relativi alla formula non tantum a1 nec a2.sed etiam18: dove ci avviene, peraltro, lordo verborum chiarisce in modo piuttosto semplice la struttura complessiva della frase. I casi
14
Vd. anche, fra le traduzioni in italiano: M. R. RUSSO, Aetna. Poema attribuito a Virgilio, Torino 1937,
p. 77, vv. 433 ss.: Lisola, [], non solo una terra ricca di zolfo e di bitume, ma contiene anche una
pietra atta a generare il fuoco; essa per raramente fuma e quando si accende arde appena, poich a
stento ha la forza di alimentare le fiamme che ben presto si spengono; A. TRAGLIA, Aetna. Poemetto
dincerto autore, Roma 1968, p. 47: Lisola [] non presenta soltanto un suolo ricco di zolfo e di
bitume: in aiuto al fuoco ha anche una pietra adatta a provocarlo, ma non emette fumo che di rado e,
se prende fuoco, a fatica arde; E. BARELLI, Appendix Vergiliana, Imola, p. 121: Lisola, [], terra che
non soltanto ingrassa di zolfo e bitume; una pietra in essa capace di generare il fuoco, ma che fuma
di rado, che, accesa, brucia a fatica, ecc.. Dello stesso tenore sono ovviamente anche le traduzioni di DE
VIVO, Incerti auctoris Aetna, op. cit., p. 81; G. Pette, in AA. VV., Enciclopedia Virgiliana, vol. V**, Istituto
della Enciclopedia Italiana, Roma 1991, p. 409; infine IODICE, op. cit. nella nota dapertura.
15
Cic. Ad fam. X, 6, 9 non modo consul et consularis, sed magnus etiam consul et consularis; Cic. Balb. 7,
18 non modo amicitias et rei familiaris copias, sed; Cic. Leg. III, 18, 40 non modo mentem ac voluntates,
sed; 1, 16, 44 nec solum ius et iniuriased; Cic. Cluent. 20, 56; Cic. Ad fam. XII, 30, 8; Rabir. 5, 16, De
nat. deor. III, 23, ecc.; Caes. B.G. VI, 11 non solum in omnibus civitatibus atque in omnibus pagis partibusque,
sed; Quintil. Inst. orat. IX, 4, 67 non modo membra atque incisa bene incipere atque cludi decet, sed etiam;
Tac. Annales, IV, 35, 3 non modo Cassii et Bruti, sed etiam, ecc.). Si noti che in Cic. In Q. Caecilium
Nigrum oratio quae divinatio dicitur 29 e De orat. II, 319 si ha non modo nona1 nec a2 , sed:
ma qui appunto nec propriamente et non. La prevalenza di esempi ciceroniani frutto solo della
predilezione per la concinnitas tipica dellArpinate, oltrech del fatto che non solumsed etiam struttura propria del discorso argomentativo. Sul problema non ho trovato menzione in alcuno dei testi di
riferimento sulla grammatica, la sintassi e la stilistica latina da me consultati.
16
Analogo il caso di Sen. Epist. ad Luc., 91, 11: non tantum manu facta labuntur, nec tantum humana
arte atque industria posita vertit dies: iuga montium etc. o di Sen. Epist. ad Luc.. 84, 2: Nec scribere tantum nec
tantum legere debemus: etc
17
Bibliotheca Teubneriana Latina, (BTL), Teubner-Brepols, Stuttgart und Leipzig, 1999 e PHI. CDROM nr. 5.3, The Packard Humanities Institute, 1991. La ricerca stata condotta sui costrutti non
solumsed etiam, non modosed etiam, non tantum.sed etiam, non tantummodo sed etiam.
18
Si tratta di Liv. XXXIII, 18, 14: non numero tantum nec armorum genere sed animis quoque paribus et
aequa spe pugnarunt; XLI, 5, 3: non capta tantum castra ab hostibus nec fuga, quae vera erant, sed perditas res
deletumque exercitum omnem allatum est; XLII, 29, 1: non urbs tantum Roma nec terra Italia sed omnes reges
civitatesque, quae in Europa quaeque in Asia erant; XLV, 45, 38, 11: quemadmodum non de Pyrrho modo nec de
Hannibale, sed de Epirotis Carthaginiensibusque trimphi acti sunt, sic non M. Curius tantum nec P. Cornelius,
sed Romani triumpharunt; Quint. Inst. Or. III, 3, 10: Non enim tantum inventa tenere ut disponamus, nec
disposita ut eloquamur, sed etiam verbis formata memoriae mandare debemus; Iuv. XIV, 51 s.: non corpore
tantum nec vultu dederit, morum quoque filius; Tac. Ann. XVI, 2, 9: non enim solitas tantum fruges nec confusum metallis aurum gigni, sed nova ubertate provenire terram (aggiungi a questi esempi quelli citati alla
nota 20; si noti che in diversi fra questi esempi il valore di nec tende ad essere quasi del tutto negativo,

Aetna 435

341

in cui si ha, come in Aetna 435, la successione non solum a1 nec a2 sono solo
quelli che citiamo qui di seguito e si spiegano con precise motivazioni stilistiche (i
commentatori, forse distratti da ben altre urgenze testuali offerte dallAetna, non
hanno mai rilevato la cosa19): in Liv. XXXIX, 41, 2 (non solum ut ipsi potius adipiscerentur, nec quia indignabantur novum hominem censorem videre, sed etiam quod tristem
censuram periculosamque multorum famae [] exspectabant) e in Plin. Nat. II, 5, 1
(non solum quia talis figura omnibus sui partibus vergit in sese[] nec quia ad motum,
quo subinde verti mox adparebit, talis aptissima est, sed oculorum quoque probatione)
luso di nec giustificato, se non proprio reso necessario (lo dimostra la semplice
prova di sostituire nec con una congiunzione quale, ad es., et) dal fatto che a1 a2
sono proposizioni nettamente distinte e distanti (28 parole in Plinio!), ognuna
delle quali singolarmente correlata con quanto segue dopo sed etiam. Daltra parte,
in questi due casi, diversamente dal passo di Cicerone citato sopra, lomissione di
solum (che non crea comunque problema alcuno di perspicuit o scorrevolezza)
risponde al fine di porre su un piano di minore importanza lelemento a2, ad
indicare che nec quia indignabatur novum hominem censorem videre (Livio), e nec
quia ad motumtalis aptissima est (Plinio) non sono in realt rispetto a quanto
viene dopo sed le vere cause di quanto si afferma20. Nulla di tutto ci in Aetna
435, non la presenza di due proposizioni distinte come a1 a2 ma solo due elementi nominali, non la loro distanza (al contrario, non solum nec), non alcuna
esigenza di contrapporre singolarmente zolfo e bitume al lapis di v. 436 (ch, anzi,
entrambi sono strettamente associati, in quanto combustibili del fuoco vulcanico:
vv. 389-91): usato come al v. 435, non solum nec sicuramente unespressione
insolita, spiegabile solo con i pochi casi analoghi di non tantum nec e non modo
nec, ed indubbiamente, diversamente da questi ultimi, ha un che di faticoso, accentuato dallordo verborum e dal fatto di essere posto in correlazione con et (seguito
a sua volta dallavversativo di v. 437 sed: per cui si ha non solum necetsed). Ci
come se fosse non solonma). Per non modo a1 nec a2sed etiam, si pu citare solo Suet. Aug.
43, 1: Augusto organizz spettacoli non in foro modo, nec in amphiteatro, sed et in circo et in Saeptis.
19
Nonostante LENCHANTIN DE GUBERNATIS, op. cit, pp. 19-30, accluda alla sua edizione del poemetto
un capitolo di Notabilia grammatica, per il v. 435 viene menzionato, fra gli esempi di adiectiva et
pronomina usati ap koino e riferiti a due diversi termini, laggettivo obesa (p. 29). Di non solum nec
non si fa menzione alcuna.
20
Per Livio lo dimostra chiaramente laffermazione immediatamente seguente (41, 3): Etenim tum
quoque minitabundus petebat, refragari sibi, qui liberam et fortem censuram timerent, criminando; per Plinio,
significativa ad es. la traduzione di A. BARCHIESI, in G. Plinio Secondo, Storia Naturale, edizione
diretta da G. B. Conte, vol. I, Torino 1982, p. 217: il mondo in forma di globo non solo perch una
figura del genere converge su se stessa in tutte le sue parti, []; non perch una figura simile la pi
adatta a muoversi e si muove di continuo, come presto sar chiaro ; ma perch anche gli occhi
confermano questidea, ecc. Simile anche il caso di Plin. Iun., Paneg., 70, 9: volo ego, qui in provincia
rexerit, non tantum codicillos amicorum nec urbana coniuratione eblanditas preces, sed decreta coloniarum,
decreta civitatum adleget. chiaro che nec urbana c. e. p. ha un valore quasi pienamente negativo, che non
avrebbe se fosse nec solum; lo stesso vale, peraltro, per molti degli esempi di non tantumnecsed
etiam citati sopra a nota 18. Diversa, infine, la situazione in Vitr. VIII, 3, 13, (quod si terra generibus
umorum non esset dissimilis et disparata, non tantum in Syria et Arabia in harundinibus et iuncis herbisque
omnibus essent odores, neque arbores turiferae, neque piperis darent bacas, nec murrae glaebulas, nec Cyrenis in
ferulis laser nasceretur, sed in omni terra [regionibus] eodem genere omnia procrearentur) dove la correlazione, avviata con non tantum, in realt poi strutturata, nel periodo ipotetico dellimpossibilit, come
semplice opposizione fra non e sed (per cui tantum si riferisce solo a in Syria et Arabia, come mostra
limpossibilit di sottintendere tantum o solum dopo i primi tre nec).

342

Gianfranco Mosconi

sorprende ancor pi in quanto non vi (se argomenti del genere valgono qualcosa) alcuna reale cogenza metrica21: le difficolt nella lingua dellAetna22 peraltro
spesso dovute al deplorevole stato della tradizione manoscritta non sembrano
giustificare insomma ladozione di un simile costrutto, che rasenta lassenza di senso. probabile frutto dello sconcerto di fronte a non solum nec il fatto che H rechi
la lezione et obesa, probabilmente innovazione dellapografo mossa dal tentativo di
sanare un passo in effetti di certo non fluido. In tempi a noi ben pi vicini Richter,
nella sua edizione dellAetna (op. cit. a nota 1), proponeva per il v. 435 (436 della
sua edizione) sed al posto di nec, traducendo dunque: Die Insel, [...], besitzt ein
Erdreich, das nicht nur mit Schwefel, sondern auch mit Asphalt reich durchsetzt
ist; hinzu kommt ein Gestein, das zur Entzndung von Feuer geeignet ist; ecc.....
Vi tuttavia un terzo aspetto del v. 435 che merita senza dubbio di essere
oggetto di riflessione, diversamente da quanto avvenuto finora: la menzione del
bitume come prodotto minerario di cui Strongyle avesse abbondanza (tanto da
esserne obesa, si noti)23 rappresenta un unicum nei testi antichi sullisola di Strongyle, od in generale sulle isole Eolie24. Per quanto riguarda lo zolfo, su cui non a
caso la tradizione manoscritta di Aetna 435 concorde, esso ricordato come
prodotto delle Eolie da Plin. Nat. XXXV, 174, assieme a quello di Melo e a quello
dei colli Leucogei, in Campania; similmente, Dioscoride, De materia medica, V, 107,
afferma che lo zolfo viene prodotto 0 8 M?O $ E. Lautore dellEtna non fa dunque che riprendere un dato ampiamente noto nel mondo antico
(cfr. anche, per un poeta, Sil. It. XIV, 46-7: Lipare..../ sulphureum vomit exeso de
vertice fumum).
2. Bitume nelle Lipari? Mancano invece del tutto, come si detto, notizie
antiche di presenza o produzione del bitume nelle Lipari (cfr. Plin. Nat. XXXV,
178 ss.)25, e la circostanza si badi molto pi significativa di quanto si potrebbe pensare a prima vista, giacch le fonti sono estremamente attente a notizie circa
il bitume (e sostanze affini). Questo perch, in primo luogo, le numerose possibilit duso lo rendevano un prodotto di largo commercio, tanto ricercato che in et
21
A mero titolo desempio, utilizzando i medesimi vocaboli, salvo ovviamente nec, il verso poteva
essere cos congegnato: Stromboli terra est sulphure non solum atque bitumine obesa, con identica cesura
pentemimera e sinalefe in quarta tesi (le cui occorrenze nell Aetna sono raccolte da LENCHANTIN DE
GUBERNATIS, op. cit., p. 33; per luso di atque dinanzi a parola iniziante per consonante, vd. qui nellAetna
i vv. 260, 328, 461, dove atque sicuro ed indiscusso). una possibile lettura alternativa? No: come
diremo subito appresso, non credo si debba intervenire sul testo in tal modo, perch quello di non
solum nec non lunico problema del verso in esame.
22
Non esiste purtroppo alcuno studio complessivo sulla lingua del poemetto: cfr. GOODYEAR, The
Aetna, cit., p. 345 e n. 4.
23
Il termine, fortemente espressivo, rientra nel gusto per una presentazione antropomorfica dei
fenomeni naturali propria dellautore dell Aetna (ad es. vv. 217 s., vv. 403 ss., vv. 469 ss., vv. 552 ss.) ma
pu anche essere stato suggerito dal nome dellisola principale dellarcipelago, E ovvero la grassa
(cfr.  grasso); sullargomento vd. A. PAGLIARA, M-E. Note di toponomastica eoliana,
Kokalos, 1992, pp. 303-18 (cfr. nota successiva).
24
I testi antichi sulle isole Eolie sono tutti comodamente raccolti da A. PAGLIARA, MS H I
$ H . Fonti per la storia dellarcipelago eoliano in et greca, (= L. Bernab Brea - M. Cavalier, a
cura di, Meliguns Lipra, vol. VIII, 2), Palermo 1996.
25
Oltre alla voce Asphalt nella R.E. II, 2, 1896, coll. 1726-9 [Nies.], sui giacimenti noti agli antichi
di bitume, asfalto e petrolio si veda R. J. FORBES, Studies in Ancient Technology, vol. I, Leiden 1955, pp.
23-45.

Aetna 435

343

imperiale doveva essere importato fin dalla Mesopotamia perch nel territorio
dellimpero non vi erano depositi sufficientemente ricchi26 (e allora, come spiegarsi che linsulaRotundaobesa bitumine sia stata esente da sfruttamento minerario27 oppure che questo sia passato inosservato?28); in secondo luogo perch le
particolari caratteristiche delle sostanze bituminose (una terra che brucia!) lo
facevano rientrare facilmente in quella categoria dei thaumast cos cara alla penna
di molti autori antichi29. Alla curiosit e allinteresse delle fonti non sfuggono cos
manifestazioni pur secondarie della presenza di bitumi30: nella vicina Sicilia e
sono peraltro le uniche notizie sul bitume nellarea geografica31 modesti affioramenti bituminosi sono ricordati da Plinio (Nat. XXXV, 179) in una sorgente di
Agrigento32; Teofrasto (De lapidibus 2, 15) ricorda una pietra che emette un odore
di asfalto presente al Capo Erineas, un luogo non identificato localizzabile forse
nel sud-est della Sicilia33, laddove, in provincia di Ragusa, ancor oggi si estraggono
asfalto in buona quantit e, in misura minore, petrolio. La pochezza di tali fenomeni fa risaltare ancor pi, per contrasto, il pondus della definizione di Strongyle

26
FORBES, op. cit., vol. I, p. 42 e Plin. Nat. XXXV, 180. Le possibilit di sfruttamento erano infatti
notevolmente condizionate e ridotte dalla primitivit delle tecniche di estrazione, che permetteva di
utilizzare solo depositi superficiali; giacimenti posti ad una certa profondit sarebbero risultati irraggiungibili; anzi, prima ancora per larretratezza delle conoscenze geologiche ne sarebbe stata semplicemente ignorata lesistenza (vd. FORBES, op. cit., vol. I, pp. 23 s.).
27
Perfino dove il materiale era scarso e difficile da raccogliere si ricorreva a tecniche che richiedevano un notevole dispendio di tempo e fatica, utilizzando, ad es., semplici rametti cui il bitume aderiva:
si veda Herodot. IV, 195 e Plin. Nat. XXXV 179 (citato a nota 32); cfr. FORBES, op. cit., vol. I, pp. 46-7.
28
La commercializzazione di un prodotto minerario non manca mai di attirare lattenzione delle
fonti: cfr. nota 39.
29
Numerosi sono i riferimenti a metalli, minerali e pietre, in particolare a pietre e minerali in vario
modo combustibili (carbone, bitume, asfalto, ecc.), rintracciabili in A. GIANNINI, Paradoxographorum
Graecorum Reliquiae, Milano 1965: vd. ad es. Antig. Car. 136, 166, 168, 170; [Arist.] De mir. ausc. 33b,
115, 127,1; Paradox. Flor. 40; Paradox. Pal. 8, 19,1; Teofrasto dedica un intero capitolo del suo De
lapidibus (il II) alle pietre 5 (II, 17). Altrettanto vivo linteresse per i fenomeni vulcanici o
concernenti la combustione: vd. ad. es. in [Arist.] De mir. ausc. 33a, 34-38b, 39, (40), (41), 105b,2, 114,
127, 154. Si veda peraltro quanto numerosi sono i testi dedicati al vulcanismo raccolti da A. PAGLIARA,
Fonti per la storia dellarcipelago eoliano in et greca, op. cit., pp. 13-25.
30
Ne sono un esempio i fenomeni naturali ricordati da Vitruvio VIII, 3, 8, che menziona un lago
dEtiopia qui unctos homines efficit qui in eo nataverint, un altro lago in India qui sereno caelo emittit olei
magnam multitudinem, e ancora, a Cartagine, un fons in quo natat insuper oleum odore uti scobis citreae, quo
oleo etiam pecora solent ungui. Si tratta di notizie provenienti da ambiti geografici anche lontani (praticamente ai confini del mondo conosciuto dai Romani), eppure di un rilievo, anche dal punto di vista
meramente spettacolare, non eccezionale. Per gli affioramenti di bitume in Etiopia e a Cartagine, no
modern oil-seepage in this country can be indicated as the sources to which Vitruvius is referring;
tuttal pi, possibile che il fons cartaginese possa aver avuto local importance only (cos FORBES, op.
cit., vol. I, p. 27; sottolineatura nostra).
31
Vd. FORBES, op. cit., vol. I, pp. 44-45. Lo studioso sembra non conoscere o comunque non cita
affatto la menzione del bitume in Aetna 435; lo stesso vale per lautore della voce Asphalt in R.E., art. cit.
32
Gignitur et pingue oleique liquoris in Sicilia Agragantino fonte, inficiens rivum. Incolae id harundinum
paniculis colligunt, citissime sic adhaerescens, utunturque eo ad lucernarum lumina olei vice, item ad scabiem
iumentorum. La stessa notizia in Dioscor., De mat. med., I, 83 e [Aristot.] De mirab. ausc. 113 (cfr. su
questo passo [Aristotele], De mirabilibus auscultationibus, a c. di G. VANOTTI, Pordenone-Padova, 1997,
nota ad loc.). Di una sorgente dolio dalle propriet curative posta lungo il corso del Platani (la stessa
descritta da Plinio?) parla Antigono Caristio (Mirab. 139).
33
Vd. D. E. EICHHOLZ (ed.), Theophrastus. De lapidibus, Oxford 1965, nota a.l.. FORBES, op. cit., vol. I,
p. 45 ipotizza che Teofrasto si riferisca nel passo citato al rock-asphalt di Ragusa.

344

Gianfranco Mosconi

quale obesa bitumine di Aetna 435: sorprende, cio, che autori (di cui uno contemporaneo al nostro) attenti a riportare notizie di minor conto sul bitume in Sicilia
tacciano (ovvero: non conoscano affatto) la pinguedine bituminosa della prospiciente Lipari. Del tutto generico (e quindi inutilizzabile) infine laccenno di
Giustino (IV, 1, 3) secondo cui il suolo della Sicilia nel suo complesso ricco di
zolfo e di bitume34; peraltro, parzialmente vera per lo zolfo, per il bitume laffermazione (se non indebita generalizzazione dal bitume liquido affiorante ad Agrigento e dalla pietra di Capo Erineas) trae forse origine dallassociazione paradigmatica nelle fonti di zolfo e bitume (e allume: vd. infra) e dal loro collegamento allattivit vulcanica, di cui erano considerati il combustibile (ma proprio
Aetna 511-4 definisce tale opinione vulgata una fabula mendax): appunto del vulcanismo etneo si occupa il passo di Giustino in questione35. Anche se la cosa in s
pu voler dire poco, varr la pena di ricordare, da ultimo, che quale che fosse
lopinione degli antichi n le testimonianze det moderna36 n la ricerca geolo34
Iust. IV, 1, 3: nec non et ignibus generandis nutriendisque soli ipsius naturalis materia. Quippe intrinsecus stratum sulphure et bitumine, il suolo[della Sicilia] inoltre possiede un combustibile naturale per
generare ed alimentare fuochi. Infatti si dice che allinterno sia diffuso zolfo e bitume. Gi ELLIS, op.
cit., nota ad loc., ricordava il ricorrere dellespressione ignibus generandis anche in Aetna 436. J. C.
YARDLEY (che sembra ignorare Ellis) ha sviluppato il tema dei paralleli fra Giustino e lAetna in Justin,
Trogus and the Aetna, Phoenix 1998, pp. 103-8, sostenendo che Aetna 435 ispiri invece lespressione
intrinsecus stratum sulphure et bitumine. In realt possibile indicare come modello di Giustino per la
menzione di zolfo e bitume (che riguarda peraltro la Sicilia in generale, non Strongyle) il v. 514,
commixtum lento flagrare bitumine sulphur; lo stesso Yardley richiama per Iust. IV, 1, 3 anche Aetna 280
(art. cit., p. 104) e 388 (p. 105).
35
Va ricondotta probabilmente alla stessa spiegazione da noi avanzata per il passo di Giustino la
menzione di zolfo e asfalto in Philostrat. Maior, Imagines, II 17, 5, che menzioniamo per mero scrupolo di completezza. Imagines II 17 (NH) infatti la descrizione di un quadro raffigurante un gruppo
di isole in cui si voluto riconoscere larcipelago eoliano (cfr. Hlsen, R.E. I 1 [1893], col. 1042, s.v.
A5 H) ma che, pur ammettendo singoli punti di contatto con leffettiva realt delle isole (evidenziati ipoteticamente da PAGLIARA, Fonti per la storia dellarcipelago eoliano in et greca, op. cit., nel
commento ad locum, p. 48 n. 53) resta pur sempre fortemente condizionata da elementi di maniera,
una descrizione insomma che, in ogni caso, non aggiungerebbe nulla di nuovo alle nostre conoscenze
circa laspetto e la configurazione delle isole Eolie nellantichit (cos G. LIBERTINI, Le isole Eolie nellantichit greca e romana. Ricerche storiche ed archeologiche, Firenze 1921, p. 19). dunque di maniera anche
la descrizione dellisola di II 17, 5, in cui si supposto potersi identificare non Strongyle ma Vulcano
(cfr. PAGLIARA, ibidem); di essa Filostrato dice che il fuoco da sotto la brucia tutta, penetrando in
fessure e cavit dellisola stessa, attraverso le quali, come per condotti, la vampa si apre il cammino e
produce terribili torrenti di lava da cui scorrono precipiti in mare fiumi di fuoco. A voler filosofare
[phylosophein] su questo, lisola, che presenta una natura di asfalto e di zolfo, poich intrisa dal mare
accesa da molti spiriti [pneumasi], in quanto assorbe dal mare ci che eccita la materia [combustibile:
hylen]. Sia pur ammettendo lipotesi solo unipotesi che Filostrato avesse in mente proprio lisola
di Vulcano, la menzione di zolfo e asfalto presentata come mera teoria scientifica [phylosophein] non
come un dato di fatto: i due elementi costituiscono la hyle, il combustibile, del fuoco vulcanico, acceso
dai molti venti presenti nelle cavit sotterranee, a loro volta stimolati dal moto ondoso. Salvo questultimo aspetto, lo spiritus (vv. 213 ss.) e la materia (identificata in zolfo, bitume, allume e lapis molaris: vv.
389 ss.) sono presentati come i due elementi che rispettivamente accendono e alimentano il fuoco
vulcanico anche nell Aetna, sia pure in posizione subordinata rispetto al lapis molaris.
36
Non si fa mai menzione alcuna di presenza di sostanze bituminose in alcuno dei testi che si
occupano della storia, anche economica, delle Eolie fino allet contemporanea: si veda ad es. la monumentale opera in otto volumi dellArciduca dAustria LUDWIG SALVATOR VON HABSBURG (LUIGI SALVATORE
DASBURGO), Die Liparischen Inseln, Prag. 1894 ss. (ediz. con traduzione italiana e ristampa anastatica del
testo originale a fronte a c. di P. Paino, Le Isole Lipari, Lipari 1978 ss.), o L. ZAGAMI, Le isole Eolie nella
storia e nella leggenda, Messina 19391, 19502, 19603 (= Lipari e i suoi cinquemila anni di storia). Sulleco-

Aetna 435

345

gica37 conoscono presenze di sostanze bituminose a Stromboli (o nelle Lipari nel


complesso). Del resto petroli e bitumi si trovano quasi solo in rocce di tipo sedimentario, in quanto i fenomeni vulcanici sono quanto di meno adatto alla formazione e alla conservazione nel corso delle ere geologiche di giacimenti di tali
sostanze. Il legame istituito in et antica fra vulcanismo e presenza di bitume
dovuto solo al fatto che questultimo fortemente infiammabile.
3. Lallume delle Lipari. Mentre, dunque, in tremila anni di storia antica e
moderna, solo Aetna 435 ricorda labbondante bitume di Stromboli, vera tuttavia
un altro prodotto minerario, oltre allo zolfo (e alla pietra pomice), per cui le Eolie
(e Strongyle in particolare) erano ben note come produttrici: si tratta dellallume
(alumen)38 che lautore dellAetna ricorda con zolfo e bitume fra i minerali infiammabili di cui si alimenta il fuoco dellEtna (v. 390). Scrive Diodoro Siculo V, 10, 2:
Questisola [Lipari] possiede le famose miniere di allume da cui Liparesi e Romani
traggono grossi profitti. Poich infatti lallume non si trova in alcun altro luogo dellecumene ed di notevole utilit, essi, che ne detengono il monopolio e ne alzano cos il prezzo, ne
ricavano unincredibile quantit di denaro. Solo nellisola di Melo, infatti, v un pochino di
allume, che non pu bastare per molte citt39.

Le miniere di allume delle Eolie possedevano dunque, almeno allepoca di


Diodoro Siculo (o piuttosto della sua fonte, Timeo)40, un vero e proprio monoponomia dellarcipelago eoliano dal 1544 (quando le isole, rese deserte dallincursione del corsaro Barbarossa, furono ripopolate) si veda il preciso G. A. M. ARENA, Leconomia delle isole Eolie dal 1544 al 1961,
Messina 1982; si confronti peraltro lindice dei nomi in G. A. M. ARENA, Bibliografia Generale delle Isole
Eolie, (Biblioteca dellArchivio Storico Messinese, III), Societ Messinese di Storia Patria, Messina 1985,
ove non compare alcun riferimento a voci quali bitume, asfalto, nafta, petrolio, ecc. (ma vari sono i
rimandi allallume). In particolare per Stromboli vd. C. CAVALLARO R. CINCOTTA, Stromboli, (Programma
nazionale Biogeografia delle isole Eolie), Genova 1991, Cap. V: Le attivit economiche e le trasformazioni territoriali, pp. 93 ss. La bibliografia dambito antichistico sulle varie isole raccolta sotto le
rispettive voci in G. NENCI G. VALLET, Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle
isole tirreniche, Pisa-Roma, 1977 ss. (si giunti alla R); si veda in particolare la voce Lipari (isola),
curata da L. BERNAB BREA M. CAVALIER, in vol. IX, 1991, pp. 164-185.
37
Sulla geologia dellisola vd. CAVALLAROCINCOTTA, op. cit., Cap. I: Lambiente fisico, pp. 13 ss.: A
Stromboli si osservano tre tipi litologici prevalenti: riodaciti, andesiti e trachiandesiti, basalti e trachibasalti (p. 16) e, pi tecnico, M. ROSI, The Island of Stromboli, Rendiconti della Societ Italiana di
Mineralogia e Petrografia, gi Societ Mineralogica Italiana 1980, pp. 345-68. Esso fa parte di una
raccolta di articoli dal titolo complessivo The Aeolian Islands. An active volcanic arc in the Mediterranean
sea, (Istituto Internazionale di Vulcanologia, CNR, Catania) in Rendiconti della Societ Italiana di
Mineralogia e Petrologia gi Societ Mineralogica Italiana XXXVI, 1, 1980, pp. 343-534, che contiene,
oltre al contributo di Rosi su Stromboli, quelli di J. KELLER (The Island of Vulcano, pp. 369-414), H.
PICHLER (The Island of Lipari, pp. 415-40), L. VILLARI, (The Island of Alicudi, pp. 441-56), idem (The
Island of Filicudi, pp. 467-88), J. KELLER (The Island of Salina, pp. 489-524).
38
Oltre alla voce Alaun in R.E. vol. I, 1, Stuttgart 1893, coll. 1296-7, si veda in generale sullallume
nellantichit FORBES, op. cit., vol. III, Leiden 1955, pp182-4. Per una definizione chimica dellallume,
vd. pi oltre nel testo.
39
Ricorda le miniere di allume di Lipari anche Strabone (VI, 2, 10 C275), anchegli rimarcandone
la redditivit (85).
40
Si veda quanto osserva PAGLIARA, Fonti, op. cit., p. 30 n. 41: la descrizione della prosperit liparense in Diodoro V, 10, 1-3 contrasta in modo stridente con Cic. Verr. III, 37, 85, ove la polis dei Liparesi
definita parva civitasin insula inculta tenuique (ma quella di Cicerone potrebbe essere lesagerazione
di un avvocato).

346

Gianfranco Mosconi

lio: lallume era, per cos dire, un prodotto tipico dellarcipelago. Che sia citata solo
Lipari e non propriamente Strongyle non rende la testimonianza diodorea meno
pertinente: non solo perch, come osservato dal Libertini41, pi che probabile che
questo materiale si raccogliesse anche in altri luoghi dellArcipelago come nella
vicina isola di Vulcano dove pure abbonda (si consideri anche la similarit petrologica fra le diverse isole)42, ma anche perch Diodoro si riferisce probabilmente a
Lipari come unit politico-amministrativa, ovvero, come egli dice proprio allinizio
del passo da cui proviene il brano da noi citato, alla polis dei Liparesi (V, 10, 1)
che costituisce il soggetto reale di tutta questa sezione (10, 1-3). Della polis lisola
Lipari costituiva, come noto, il centro, lsty43, ma la polis stessa si estendeva su tutto
larcipelago s che, come specifica Steph. Byz. s.v. E(, tutti gli abitanti delle
isole di Eolo erano denominati nellinsieme Liparesi, ma distinguendo secondo i
luoghi la provenienza da ciascuna isola44. Appunto come applicazione allambito
della geografia fisica di una classificazione pertinente allorganizzazione politica si
spiega la definizione per le Eolie di isole dei Liparesi adottata da Strabone (VI,
10, 1 275C: E  ?), Eustazio (Comm. ad Dion. Perieg. Orbis descriptio
V, 461) e Plinio (Nat. III 92: septem Aeoliae appellatae, eaedem Lipareorum). Daltra
parte, succede a volte nelle fonti antiche che con 8 EO, a Lipari, si indichi sic
et simpliciter lintero arcipelago, come sembra avvenire in [Arist.] mirab. ausc. 37 e
3845, allo stesso modo di come oggi Malta pu indicare tanto lisola principale
dellarcipelago quanto larcipelago stesso nel suo complesso in quanto entit politica unitaria46; diremo anzi che qualunque notizia delle fonti circa E / Lipara
non deve far trascurare la possibilit che in realt ci si riferisca a qualche altra isola
dellarcipelago, sussunto sotto il nome dellisola suo capoluogo47.
In ogni caso, circa un secolo dopo la testimonianza diodorea, Plinio Nat. XXXV,
183-4 ricorda esplicitamente anche Stromboli, assieme e distintamente da Lipari,

41

LIBERTINI, op. cit., p. 29.


Si veda la bibliografia sulla geologia dellarcipelago citata a nota 37. Sorgenti idrotermali le cui
acque contengono solfati di potassio, di sodio, di ferro, ecc., i quali sono alla base della composizione
dellallume, sono note in varie isole dellarcipelago (Vagnu Siccu e Vagnu a Mari a Lipari, Quartaluoru
a Salina, Acqua du Vagnu a Vulcano, Drauttu a Panarea, ecc.): vd. LUDWIG SALVATOR VON HABSBURG, op.
cit., vol. VIII (Parte generale, Praga 1894 = Lipari 1979), pp. 6-7.
43
Cfr. in questo stesso numero di RCCM, A. PAGLIARA, Ignifluisque gemit Lipare fumosa cavernis.
Mito, XIII e n. 51. Ancor oggi, del resto, dal punto di vista amministrativo, larcipelago eccetto
Salina, distaccatasi nel 1867 fa parte tutto di un unico comune, quello di Lipari
44
Per cui spiega Stefano Bizantino s.v. E( letnico di Ericussa 0 8 EI
come quello di Fenicussa 0 8 I.
45
Vd. LIBERTINI, op. cit., p. 22 e nota 4: in [Arist.] De mirab. ausc. 37 e 39 occorre necessariamente
intendere, al posto di Lipari, Vulcano o Stromboli, perch a Lipari, dopo let neolitica, non vi fu
alcuna attivit vulcanica in et antica. Vi fu invece un improvviso ma non duraturo risveglio del vulcano, con alcune colate laviche, nellalto Medioevo, come mostrano in modo concorde tanto le testimonianze storiche sia pure rivestite di forma leggendaria quanto la ricerca geologica (vd. per le prime L.
BERNAB BREA, Lipari, i vulcani, linferno e San Bartolomeo. Le isole Eolie dal Tardoantico ai Normanni,
ASSirac n.s. 5, 1978-9, pp. 25-89 e BERNAB BREA CAVALIER, op. cit., p. 122; per la seconda PICHLER,
The Island of Lipari, cit., pp. 429-33).
46
Ad es.: dire che Malta ha una superficie di 315,6 kmq, come possibile leggere in ogni testo di
goegrafia, vero solo se si includono nel conto le isole di Gozo e Comino; la superficie della sola isola
di Malta altrimenti di 245, 7 kmq.
47
Si collega appunto alla presenza dellsty a Lipari il fatto che larcipelago sia chiamato anche col
plurare 2 E, Liparae (lo stesso avviene ancor oggi allorch si parla di isole Lipari).
42

Aetna 435

347

fra le localit che fornivano allume: oltre a Cipro, che ne forniva due qualit (candidum et nigrius), lallume gignitur autem in Hispania, Aegypto, Armenia, Macedonia,
Ponto, Africa, insulis Sardinia, Melo, Lipara, Strongyle. Laudatissimum in Aegypto,
proximum in Melo. Negli stessi anni, anche Dioscoride (De materia medica 5, 106)48
ricordava come regioni di provenienza dellallume in primo luogo lEgitto, poi
Melo, la Macedonia, le Lipari [8 E], la Sardegna, Ierapoli di Frigia, la
Libia, lArmenia e parecchi altri luoghi. La menzione di molte altre localit rispetto alla testimonianza di Diodoro Siculo (o Timeo) pu suggerire che fossero state
aperte numerose altre cave; tuttavia, certamente per quanto riguarda Plinio (che
pare dipendere dalla stessa fonte di Dioscoride), sotto la categoria dellallume
sono classificati non solo gli allumi propriamente detti ma anche altre sostanze
astringenti (si confronti il termine greco )49.
In ogni caso, se pure non si vuol tener conto del passo di Diodoro sopracitato,
la testimonianza di Plinio come si detto menziona esplicitamente Strongyle
come sede di miniere di allume: ce n abbastanza, crediamo, per affermare che se
vera un minerale di cui, oltre allo zolfo, un autore antico avrebbe potuto definire
obesa Stromboli, questo era lallume, non il bitume.
Lassociazione di zolfo e di allume peraltro attestata dalle fonti antiche, come
si visto, non solo per le Lipari (eccetto ovviamente Aetna 435) ma anche per Melo,
essa pure caratterizzata da manifestazioni di vulcanismo secondario (sorgenti idrotermali): lassociazione dei due minerali in natura (non solo nelle fonti!) trova spiegazione nel fatto che lallume appunto un solfato (per la precisione si tratta di un
doppio idrato di un metallo monovalente e di un metallo trivalente, in genere di
alluminio e di potassio, che si rinviene in natura nel minerale alunite, di color
bianco madreperlaceo, e si presenta in cristalli incolori che fondono a 92, 5)50.
Zolfo e allume, assieme alla pomice, dopo loscuro periodo di abbandono delle
isole nellalto Medioevo, ritornano come principali prodotti minerari dellarcipelago ancora in et medievale e moderna51, ma a Vulcano, fino al 1888-90, quando
48
Vd. J. M. RIDDLE, Dioscorides on Pharmacy and Medicine, Austin 1985, p. 157:  dovrebbe
essere a sulfate of potassium, aluminium, and/or ammonium. Al immediatamente successivo (107),
Dioscoride passa a parlare dello zolfo, poi della pumice: lassociazione dei tre prodotti si lega alla loro
comune connessione al vulcanismo.
49
Del resto, ancor oggi la definizione di allume raccoglie sotto di s un gran numero di composti
chimici differenti (cfr. nota successiva), come gi rilevava lestensore (NIES) della voce Alaun in R.E.,
art. cit., col. 1296, e come poi ribadito da FORBES, op. cit, vol. III, Leiden 1955, p. 184. Si veda per luso
del termine in Plinio K. C. BAILEY, The Elder Plinys Chapters of Chemical Subjects, voll.I-II, London 192933, nota ad loc., J.-M. CROISILLE, Pline lAncien. Histoire naturelle. Livre XXXV, Paris 1985, nel commento
ad 183, pp. 280 s.. Un quadro generale e aggiornato sul Plinio scientifico in J. F. Healy, Pliny the Elder
on Science and Technology, Oxford 1999.
50
Cfr. M. FORNAINI, Allume, voce in Enciclopedia Italiana, Istit. della Enc. Ital. fondata da G. Treccani,
vol. II, Roma 1950: la formula Al2 (SO4 )3 Me2 SO4 24 H2O dove Me il metallo monovalente, in
genere potassio (cos nelle Lipari); nella formula anche lalluminio pu essere sostituito da altri elementi trivalenti come Fe e Cr.
51
Il primo (?) documento dellera volgare riguardante lallume a Vulcano un diploma di Federico II
di Svevia, datato 1247 (L. GENUARDI, L. SICILIANO, F. SCADUTO, C.A. GARUFI, Il dominio del vescovo nei terreni
pomiciferi dellisola di Lipari. Studi, Acireale 1912, documento n. 5); ARENA, Bibliografia generale delle isole
Eolie, op. cit., ricorda, nellArchivio Capitolare di Patti, una lettera al re da parte del vescovo di Lipari e Patti
con richiesta di autorizzazione allesportazione di zolfo e allume (anno 1276). Nel 1706 lattivit degli
impianti di estrazione e prima lavorazione fu bloccata dal Tribunale del Real Patrimonio perch provocavano seri danni alle coltivazioni agricole di Vulcano, a dimostrazione, ancora una volta, dellimportanza e

348

Gianfranco Mosconi

uneruzione mise fine allo sfruttamento minerario52 (per quanto detto circa il valore di espressioni come a Lipari, ben possibile ipotizzare che le testimonianze
degli antichi sullallume di Lipari includano o riguardino proprio Vulcano, che
peraltro , fra le isole dellarcipelago, vicinissima a Lipari53).
4. Errore dellautore? La notizia contenuta in Aetna 435, tanto de facto, quanto
soprattutto rispetto alle conoscenze stesse degli antichi, precedenti e contemporanei allautore del poemetto, dunque un errore. Di fronte al testo di Aetna 435,
cos come tramandato, certo possibile pensare che lautore sia appunto incorso
semplicemente in un errore, cio che, in effetti, lautografo recasse proprio la lezione bitumine. Tuttavia tale ipotesi non affatto semplice quanto potrebbe apparire
a prima vista. Le sono dostacolo due obiezioni di notevole peso: 1) le miniere di
allume delle Eolie erano, come si visto, ben note nellantichit, addirittura
 per Diodoro Siculo, e tanto pi rinomate quanto collegate ai favolosi
guadagni che se ne ricavavano e che contribuivano a veicolarne la fama54 (vi era
forse perfino un procurator imperiale per sovrintendere alle cave)55; anzi, ai tempi
dellAutore dellAetna, non le Lipari in generale ma proprio Strongyle viene citata
(a torto o a ragione: vd. qui lAppendice) come produttrice di allume56; 2) un simile
marchiano errore (soprattutto un errore rispetto alle fonti a sua disposizione)
sorprende in un autore che si occupa proprio di fenomeni vulcanici57 (in altri
termini, ci sarebbe minor motivo di sorpresa se la menzione delle risorse minera-

perfino dellimpatto ambientale dellestrazione di zolfo e allume nelle Lipari (ARENA, Leconomia delle isole
Eolie, op. cit., p. 28; cfr. p. 29 n. 77). Lo sfruttamento su scala industriale inizi nel 1813-14, quando i
Borboni diedero il monopolio dello smercio dellallume ai marchesi Nunziante di Napoli, e arriv, fra
1850 e 1887, ad una resa media annua di 600 q di allume e 500 q di zolfo (ibidem, p. 45).
52
ARENA, Leconomia delle isole Eolie, op. cit., pp. 45-6. I depositi principali di allume nellisola di
Vulcano si trovavano nelle grotte del Faraglione ma soprattutto nella cavit del gran cratere, precisamente sulla parete interna settentrionale, detta la Schicciola: cos scriveva, prima del 1888, il geologo A.
COSSA, Ricerche chimiche su minerali e rocce dellisola di Vulcano. 1- Allume potassico, Atti e Memorie
della R. Accad. dei Lincei. Classe sc. fis. mat. nat., serie 3, II, 1877-78, pp. 117-25 (specialmente pp.
120 e 124). Con leruzione tutto il cratere fu riempito dalla colata lavica per uno spessore di diverse
decine di metri: vd. G. MERCALLI, O. SILVESTRI, G. GRABLOWITZ, V. CLERICI, Le eruzioni dellisola di Vulcano
incominciate il 3 agosto 1888 e terminate il 22 marzo 1890. Relazione scientifica della Commissione incaricata degli studi dal R. Governo, Annali dellUfficio Centrale Meteorologico e Geodinamico Italiano X,
Parte IV, 1888 [1891], pp. 69-281, in particolare la fig. 8 a p. 189. Da vari accenni contenuti in questa
Relazione a strutture per lestrazione dei minerali in prossimit o allinterno del cratere, si ricava appunto la conferma che era il cratere il centro dellattivit estrattiva (vd. ad es. i cenni alle pp. 91 e 193). Non
ho avuto modo di consultare A. CIANCIO, Ragionamento sulla privativa del Marchese Nunziante sulla
fabbricazione dellallume vulcanico, Napoli, s.d. (ca. 1820), pp. 60 (citato in Arena, Bibliografia generale
delle isole Eolie, op. cit., n 577).
53
Per la provenienza dellallume delle Lipari si rimanda allAppendice.
54
Anche lautore dell Aetna, a proposito dello zolfo di Pozzuoli, non manca di sottolineare che in
mercem legitur, tanto est fecundius Aetna (v. 433): lo sfruttamento commerciale di un prodotto costituisce
sempre, per un autore antico, un fatto degno di menzione e tale da accrescere linteresse.
55
CIL X 7489 ricorda un Cornelio Masuto procurator Tiberii Caesaris Augusti et Iuliae Augustae:
BERNAB BREA- CAVALIER, Lipari (isola), cit., p. 101, propone possa trattarsi del gestore delle cave di
allume e di zolfo; del resto, non sembrerebbe spiegarsi altrimenti la presenza di un apposito procurator
nelle piccole Eolie.
56
Ma il nome della variet strongyle non ha nulla a che vedere con lisola: vd. Plin. Nat. XXXV, 187.
57
Non vi nessuna opera antica o sezione di essa a noi nota che si occupi specificamente dei
vulcani, eccetto lAetna (cfr. GOODYEAR, The Aetna, art. cit., pp. 346 s.).

Aetna 435

349

rie di Stromboli fosse fatta en passant, in un contesto del tutto diverso ad opera di
un autore che si occupi di tuttaltro argomento) e che inoltre vanta a pi riprese
lucrezianamente la propria aderenza al vero (il vero delle sue fonti) e la propria
competenza scientifica, sia pur essa frutto non di osservazione personale ma, come
spesso avviene nella scienza antica, della ripresa di opere precedenti58: omnis / in
vero mihi cura (vv. 91-2; cfr. vv. 23 ss., 74 s., 251 ss.). Come stato recentemente
ribadito da Goodyear the scientific discussion in the Aetna is no patchwork put
together from the incidental remarks of writers primarily concerned with the different, though related, topic of earthquakes. The poets sets out a tight and coherent theory and opposes it on several points to other theories59; in ogni caso, al di
l del giudizio complessivo sulla coerenza e lorganicit delle argomentazioni scientifiche, che meritano comunque di essere apprezzate, perfino chi volesse considerare lEtna, come struttura, una mostruosit o un mero patchwork di notizie sparse, si trover costretto a spiegare perch, al v. 435, il poeta non abbia seguito quella
che, per le Lipari, era per cos dire, la vulgata. Per di pi, si osservi che la sezione
vv. 425-47 tutta costruita su una accurata distinzione delle diverse caratteristiche
geologiche nelle varie localit menzionate appunto in relazione al combustibile
del fuoco vulcanico, la materiae nascentis copia (v. 426): in una sorta di climax, per
Ischia si parla, correttamente, solo di indicia (sorgenti idrotermali), per Pozzuoli
solo dello zolfo; per lo Stromboli si citano zolfo, un ulteriore elemento (bitume?)
e un lapis addirittura distinto dal lapis molaris etneo, con una probabile distinzione fra tipi di lave che trova conferme in natura60; per la sola Vulcano, infine, si dice
che la materia fornita direttamente dallEtna, con un dato scientificamente errato
(per noi moderni) ma che rientra perfettamente nelle cognizioni degli antichi (ad
es. Diod. Sic. V, 7, 4) e che si accorda allaltro dato erroneo ma comune nelle
fonti antiche della maggiore attivit vulcanica di Vulcano rispetto a Stromboli61.
Il tono complessivo quello di chi si richiama, come spesso avviene nel resto del
poemetto (ad es. vv. 135-6, 191, 448-9, ecc.), a dati di fatto in qualche misura
verificabili o comunque noti: vd. a v. 425 cerne, e poi certissima signa (v. 427),
discitur (v. 429), testis (v. 430). In tale ricerca di una accurata distinzione fra le
diverse localit, attuata esclusivamente in base al loro combustibile62, dunque
ben difficile attribuire alla menzione del bitume di Stromboli un valore meramente generico, perch il contesto tutto vuol essere fuorch generico.
Fin qui, dunque, abbiamo assolto al nostro primario intento di evidenziare le
particolarit di Aetna 435.

58
Ma MUNRO, op. cit., p. 35 osservava che The poem too is evidently written by one who was well
acquainted with Etna and his neighbourhood, and has seen its eruptions and consequences.
59
GOODYEAR, The Aetna, art. cit., p. 348. Pi avanti, Goodyear definisce lautore dellAetna the
archetypal professor of geology, defending the claim of his subject against others (p. 357). Per un
apprezzamento di plan and coherence dellopera, vd. ibidem.
60
Vd. SUDHAUS, op. cit., p. 174, nota ad v. 436: la distinzione fra i due tipi di lava, quella trachitica
dello Stromboli e la lava basaltica dellEtna non aus der Luft gegriffen, campata per aria.
61
Cfr. CAVALLARO-CINCOTTA, op. cit., p. 39.
62
Cfr. SUDHAUS, op. cit., ad 435 ss., pp. 173-4: Die Schilderung der beiden liparischen Inseln
Stromboli und Volcano nimmt nur auf das vulkanische Material Rcksicht, das in Flle vorhanden ist
[]. Wir drfen hier also keine ausfhrliche Schilderung nach geographischen oder historischen Gesichtspunkten.

350

Gianfranco Mosconi

5. Il testo di Aetna 435 corrotto? Crediamo sia per lecito chiedersi, a questo punto, se il testo di Aetna 435, cos come trasmesso anche in C, non sia in realt
corrotto, e se non sia dunque giustificata la proposta di emendare bitumine della
vulgata in alumine. Tale possibilit, proprio a giudicare dalla tradizione manoscritta, ben pi di una mera ipotesi: come abbiamo gi notato, tutto un ramo della
tradizione leggeva a..mine o proprio a.umine (cfr. nota 7). dunque possibile pensare che un originario e forse gi non del tutto leggibile alumine si sia dunque
corrotto negli insensati atumine, acumine, cacumine di ; in tal caso, allora, il bitumine di C sarebbe invece unerronea interpretazione da parte del copista di un testo
che era come sembrerebbero mostrare le incertezze di in qualche misura gi
corrotto o di difficile lettura (vd. la nostra proposta pi avanti)63; lintervento del
copista di C si sarebbe fondato probabilmente proprio sulla base dei precedenti
vv. 389-92 ove il bitume appunto, genericamente, uno dei combustibili del fuoco
vulcanico:
uritur assidue calidus nunc sulphuris umor,
v. 390 nunc spissus crebro praebetur alumine sucus,
pingue bitumen adest et quicquid comminus acris
irritat flammas, illius corporis Aetna est.

Ora, proprio il v. 390, che con la menzione dellallume sembrerebbe smentire


lipotesi di un errore di C al v. 435, viene a confermare questa possibilit: la lezione
alumine (lunico luogo in cui il termine ricorre nellAetna)64 infatti frutto, in realt,
di una felice congettura di F. Jacob65, accettata da tutti gli editori in luogo degli
incongrui numine di C e H, munimine di A e R, vimine di V e , che non danno
ovviamente senso. Che la congettura sia certa provato dal fatto che zolfo, bitume
e allume ricorrono anche in altri autori costantemente associati in relazione a manifestazioni del vulcanismo secondario: chiarissimo al riguardo Vitr. VIII, 3, 1,
per il quale in imo per alumen aut bitumen seu sulphur ignis excitatur e ancora Vitr. II,
6, 1: sub his montibus [attorno al monte Vesuvio] et terrae ferventes sunt et fontes crebri,
qui non essent si non in imo haberent aut e sulphure aut alumine aut bitumine ardentes
maximos ignes66. Lassociazione fra i tre elementi nella visione degli antichi viene
peraltro ad essere confermata anche dallordine desposizione nella Naturalis historia di Plinio, dove zolfo, bitume, allume sono trattati uno di seguito allaltro (Nat.
XXXV, 174-177 per lo zolfo; 178-182 per il bitume; 183-190 per lallume)67.
63
Un caso di emendazione in C ad esempio il v. 121, ove la lezione corretta confluvia di HV,
S reca cum fluvia, frutto di errata divisione, e C, copiato dallo stesso manoscritto di S, corregge in cum
fluvio, ulteriormente allontanandosi dalla lezione giusta.
64
Oltre agli indices verborum delle edizioni di ELLIS e di GOODYEAR, opp. citt.,si pu anche consultare
D. LASSANDRO A. LUISI, Aetnae poematis lexicon, Univ. di Genova, Bari 1989.
65
Lucilii iunioris Aetna, Lipsiae 1826.
66
Ancora in Vitruvio vd. VIII, 6, 12: calores unde etiam sulphur alumen bitumen nascitur. Lassociazione dei tre elementi fra loro, anche se non in esplicita connessione con fenomeni vulcanici, si presenta
ancora in VIII, 2, 8 e 3, 5. Per ulteriori approfondimenti si rimanda a Vitruvio. De architectura, a cura di
P. GROS. Traduzione e commento di A. CORSO e E. ROMANO, voll. I-II, Torino 1997, note ad loc. Zolfo,
bitume ed allume, ma fra numerose altre sostanze in Plin. Nat. XXXXI, 4; solo zolfo e allume ricorrono
ad es. in Varr. De ling. Lat. V, 4, 25; Colum. VI, 31; Plin. Nat. XXVIII, 192 e XXXIV 106.
67
Lo segnalava opportunamente gi il SUDHAUS, op. cit., nel suo commento al v. 390, pp. 164-5. Per
un commento ai capitoli citati di Plinio, si rimanda a BAILEY, op. cit., e CROISILLE, op. cit., note ad loc.

Aetna 435

351

Limportanza della tradizione testuale di alumine al v. 390 , ai fini del nostro


discorso, duplice: da un lato esso mostra, infatti, che lo scriba di C, intervenendo
come noi ipotizziamo sul testo (evidentemente gi di difficile lettura) del v. 435,
poteva farlo solo con bitumine, che trovava menzionato al v. 391 e altrove nel
poema (v. 514)68, mentre gi al livello della tradizione di C alumen era del tutto
scomparso dallAetna; dallaltro il v. 390 viene a confermare la nostra ipotesi di una
corruttela di alumine al v. 435 mostrando che, nella tradizione manoscritta dellAetna, la parola alumen, per motivi a noi ignoti forse derivanti dalle caratteristiche
paleografiche dellarchetipo , pi soggetto a corruttela, anche nel codex optimus
C69. Viceversa, si noter che bitumen, laddove compare nellAetna, non soggetto
ad alcuna incertezza. Si connette a quanto or ora detto unultima considerazione:
le occorrenze del termine alumen nei testi latini sono per otto decimi dovute a due
soli autori, Celso e Scribonio Largo, con la parte restante attribuibile a Plinio il
Vecchio, Columella, Vitruvio e rari accenni in pochi altri autori; in poesia il termine
ricorre solo in un frammento di Domizio Marso (fr. 5 Blnsdorf) e in Aetna 390;
viceversa non solo sono diverse le ocorrenze di bitumen anche in testi poetici e non
solo tecnici, ma frequente finanche lassociazione zolfo-bitume in quanto materiali infiammabili o medicamentosi, ed in autori spesso ben noti nel Medioevo70:
Lucr. VI, 806 s.; Verg. Georg. III, 449-51; Ov. Met. XIV 791 s., Calp. Sic. Ecl. V, 7782; Sil. It. Pun. XII, 133 s., Claud. Carm. maior. XXVIII, 325, oltrech, naturalmente, Aetna 514 (ove lassociazione addirittura detta una fabula, unopinione errata
ma diffusa). Un copista medievale incerto di fronte ad un termine di forma a.umine,
usato in poesia e associato con lo zolfo, avrebbe pensato al bitume, non allallume;
proprio questa circostanza, paradossalmente, spiega del resto anche perch non sia
mai stato notato negli studi moderni linusitato bitume di Stromboli.
Unendo dunque a queste considerazioni anche quanto osservavamo sulla durezza e la sostanziale singolarit del costrutto non solum nec, la lettura che qui si
propone del v. 435 allora la seguente:
sulphure non solum sed obesa et alumine terra est.

Questa proposta viene a risolvere tutti i tre problemi di cui prima parlavamo:
1) lorigine delle lezioni di (acumine, atimine...); 2) la durezza del costrutto non
solum nec ed il fatto che esso privo di precisi paralleli; 3) laltrimenti inspiegabile
menzione del bitume di Lipari. Si noti che in tal modo la sequenza dei concetti
esposti in Aetna 434 ss. si presenterebbe con ben maggiore perspicuit rispetto

68

Non teniamo ovviamente conto della ricorrenza di bitumen al v. 435, che appunto sub iudice.
La possibilit che un originario alumine si sia corrotto e perduto nel corso della tradizione
manoscritta stata avanzata per il v. 397, ove si parla di quaedam sine nomine saxa: nomine la lezione di
AR, numine di CHV, vimine di , e MUNRO, op. cit., propose di leggere sine alumine, anche per lanalogia
con le corruttele di v. 390. Tuttavia, vd. le giustificate cautele nel commento di GOODYEAR, op. cit., ad
locum.
70
Cfr. il database elettronico della Bibliotheca Teubneriana Latina, op. cit. Ometto di citare i numerosi casi in cui bitume e zolfo ricorrono in vario modo e a vario titolo associati nei testi in prosa, casi
ben pi frequenti della terna zolfo-bitume-allume, o della coppia zolfo-allume (ne abbiamo forniti
alcuni esempi nel corso del testo); numerosi sono anche i casi in cui il bitume da solo, diversamente
dallallume, citato in testi poetici (un esempio per tutti: Verg. Buc. VIII, 82). Ringrazio la dott.ssa
Maria Vittoria Truini per avermi suggerito questo elemento della ricerca.
69

352

Gianfranco Mosconi

alla successione di coordinative non solum necet (=sed etiam).sed e si salderebbe in una limpida climax a quanto detto subito prima: ad Ischia ci sono solo
indicia del vulcanismo, a Pozzuoli c un primo combustibile, lo zolfo; a Stromboli
c non solo lo zolfo ma anche lallume, e una pietra, atta a generare fuochi, la
aiuta; ma di rado emette fumo, che anzi, se viene accesa, brucia a fatica.
Che et alumine (originariamente, in scriptio continua: ...obesaetalumine... ?) possa
essere divenuto, in C, ununica parola, cio bitumine, peraltro in accordo con
quanto sappiamo di da cui C dipende: come ricordava Goodyear, infatti, C nel
complesso scritto con accuratezza, though not free from errors in word-division
and spelling, un tratto che peraltro doveva sicuramente trovarsi gi nel manoscritto da cui fu copiato, come mostra laccordo di C e S in trivial errors of worddivision and spelling unknown to the rest of the tradition71. Gi Munro notava
che frequenti sono in particolare gli errori di divisione che coinvolgono monosillabi atoni, such as, et [!], qui, non: al v. 447, ad es., C reca ager etventos in luogo di
ageret ventos72. Un errore nella divisione delle parole presente nel subarchetipo
con una scansione obesae talumine spiegherebbe agevolmente il successivo passaggio a obesa bitumine; non da escludere daltra parte, la possibilit che lerrore sia
stato favorito dalluso di qualche abbreviatura in luogo di et nel subarchetipo.
Non ci nascondiamo certo come resti, in effetti, non del tutto chiaro il passaggio da sed a nec: tuttavia in una tradizione manoscritta disastrosa come quella
dellAetna, soggetta, da parte dei copisti medievali e degli editori moderni, ad interventi ben pi pesanti, sembra un problema secondario e comunque di minor
peso rispetto a quelli, qui evidenziati e finora ignorati, che comporta il testo di C al
v. 435. Tuttavia, opportuno richiamare lattenzione su due aspetti: la possibilit
di uno scambio favorita, oltrech dallevidente somiglianza delle due particelle,
dalleventualit che fosse utilizzata, nellarchetipo, una qualche notazione abbreviativa tale da ingenerare confusione (noti e frequenti gli scambi fra sed e et, sia in
scrittura estesa sia per similarit di abbreviazioni); laddove si ha la disponibilit di
un riscontro esterno alla tradizione riconducibile ad , come quello offerto dalle
lectiones Gyraldines G (vv. 138-286), sono numerosi i casi in cui la tradizione manoscritta concorde in un errore rispetto al quale G certainly right o probably right: dei molti esempi raccolti dal Goodyear73 segnalo, per la difficolt nello
spiegare lorigine della lezione erronea di x (consensus codicum CSHARVy), il v.
214 (flammae G, semper x). Numerosissimi infine, daltra parte, i casi in cui editori
moderni abbiano dovuto intervenire sul testo a dispetto del consensus codicum74.
71
GOODYEAR, op .cit., p. 3. Vd. anche ELLIS, op. cit., pp. lx-lxi; cfr. anche p. lxiv: i manoscritti di
appaiono talora preserving what seems likely to be the original reading.
72
Altri esempi citati da MUNRO, op. cit., p. 29, sono: odora ut per odor aut, opera erudibus per operae
rudibus, inclusis olidum per inclusi solidum.
73
Del primo gruppo: vv. 138, 153, 157, 161, 169, 172, 192, 210, 211, 220, 234, 253, 270, 279, 284,
286, del secondo vv. 141, 158, 160, 184, 187, 203, 206, 214, 221, 224, 226, 238, 248, 252, 254, 269, ecc.
Oltre a ci, si tenga conto che solo G ci ha trasmesso il v. 187b e 235b e solo G omette il v. 195, fuori
posto in x, e ha i vv. 276-8 nel giusto ordine (Goodyear, op. cit., pp. 30-52; cfr. p. 6: G rappresenta un
terzo ramo della tradizione older than and superior to and ). Gi MUNRO, op. cit., p. 31, osservava
che le lectiones Gyraldinae (da Munro chiamate ) in 150 versi danno ten times [] many brilliant and
certain corrections []; when one finds so much here that can be understood only from , one trembles to think how much must remain uncorrected in the rest of the poem (sottolineatura nostra).
74
Un esempio fra i tanti: al v. 512 il favilla di C o favillam di stato emendato in nec una da
GOODYEAR, (ignis) ab illa da BAEHERENS.

Aetna 435

353

La questione appunto quella di porre sui due piatti della bilancia gli argomenti a favore dellemendazione proposta e la sola difficolt di spiegare (non certo
impossibilit!) il passaggio da sed a nec in una fase piuttosto remota della tradizione manoscritta. Se il nostro intervento avr come effetto anche solo quello di
evidenziare i problemi del v. 435 e di portare, nel caso si ritenga inopportuno
accettare la nostra proposta testuale, ad un apprezzamento pi consapevole del
testo trdito da C, tanto ci basta.
Appendice
Qualche osservazione sullallume delle Lipari
Lanalisi comparata delle fonti, antiche e moderne, sullallume delle Lipari offre
loccasione per evidenziare una domanda non sempre bene messa a fuoco negli
studi sullarcipelago eoliano: dove (= in quale isola o isole) era estratto precisamente lallume delle Eolie in et antica? Le fonti, come si visto, parlano solo di
Lipari (lisola: ma, come si detto, lespressione pu valere per tutto larcipelago)
o delle Lipari; solo Plinio Nat. 35, 184 cita, distinguendole, Lipara e Strongyle;
invece, in et medievale e moderna, abbiamo testimonianze solo per Vulcano.
LIBERTINI, op. cit., p. 29, si limitava a considerare probabile che, oltrech a Lipari
menzionata come produttrice di allume, questo materiale si raccogliesse anche in
altri luoghi dellArcipelago come nella vicina isola di Vulcano dove pure abbonda; al contrario, per BERNAB BREA-Cavalier, Lipari (isola), cit., p. 122, ovviamente
tenendo conto della situazione det moderna, solo a Hiera [=Vulcano] (non a
L.[ipari]) si trovavano le materie prime di natura vulcanica (zolfo, allume) la cui
esportazione ha costituito una delle risorse economiche dei Liparesi.
Bernab Brea-Cavalier ricordano ma non commentano la notizia pliniana sullallume di Lipari e Stromboli (vd. ibidem, p. 83); lo stesso vale per i commenti ad
loc. di Croisille e Bailey, opp. citt. e per il recentissimo Healy, op. cit. Come spiegare,
dunque, l allume di Stromboli? Imprecisione di Plinio? La cosa sorprende in
quanto proprio Plinio lunica fonte che cita lallume proveniente da una specifica
isola delle Eolie, giacch anzi, distingue fra Lipari e Stromboli. Sar dunque utile
avanzare alcune considerazioni. 1) Lassenza di attivit estrattiva di allume a Stromboli in et moderna contra la testimonianza pliniana potrebbe spiegarsi proprio con lo sfruttamento intensivo dei giacimenti stromboliani in antico e quindi
con il loro impoverimento. 2) Ancor pi si tenga presente che le colate laviche
possono modificare profondamente la topografia dei luoghi e quindi laccessibilit
e la visibilit di giacimenti minerari: come si detto, a Vulcano le cave di allume
furono fuse e sepolte dalleruzione che inizi nel 1888 e prosegu fino al 1890.
Sempre questa eruzione ha provocato sensibili diminuzioni sia dellattivit fumarolica che idrotermale della vicina Lipari (Bernab Brea-Cavalier, art. cit., p. 122),
che gli antichi vantano come una delle risorse naturali dellisola (Diod. Sic. V, 10,
1; Plin. Nat. XXXI, 62; Athen. II 42e-43a) e che pu costituire uno dei modi di
formazione dellallume (ancora dopo il 1890 a Vulcano la sorgente di Acqua du
Vagnu produceva cristalli naturali di allume: vd. LUDWIG SALVATOR VON HABSBURG,
op. cit. vol. VIII p. 6); allo stesso modo, dopo leruzione di Vulcano del 1890, sono

354

Gianfranco Mosconi

scomparse a Lipari le fumarole della regione di Quattropani, alle quali era dovuta
la formazione del caolino. Viceversa, alcune risorse minerarie possono rendersi
disponibili per effetto dellattivit vulcanica: sempre nellisola di Lipari, lestrazione della pietra pomice si fonda oggi sulla colata del vulcano di Monte Pelato,
avvenuta solo nellalto Medioevo, cui si sono accompagnate nello stesso periodo
due ricche colate ossidianiche (per quanto riguarda Lipari, vd. Bernab BreaCavalier, Lipari (isola), cit., p. 122, da cui la precedente citazione). Per quanto
riguarda lattivit eruttiva dello Stromboli, daltra parte, dallultima testimonianza
romana alla prima musulmana, passano oltre settecento anni (CAVALLARO-CINCOTTA, op. cit., p. 40; in generale vd. il cap. II Lattivit vulcanica dello Stromboli nella
storia umana, pp. 39-56). Rimandando ovviamente allindagine di un geologo
una risposta autorevole, ci limitiamo qui ad una osservazione: la composizione
petrologica delle due isole non differisce in modo significativo, in quanto entrambe le isole presentano lave ricche di alluminio e di potassio (cfr. nota 37), i due
componenti principali, con lo zolfo, della forma pi comune di allume; poich
lallume si forma appunto dallazione dellacido solforico su tali rocce laviche (come
ricavo da COSSA, art. cit., pp. 122-23: Finora ebbi agio di esaminare tre lave non
alterate di Vulcano, e dopo averle trattate convenientemente con acido solforico
ottenni dei cristalli di allume; cfr. SUDHAUS, op. cit., nota a v. 390, p. 165: lallume
bildet sich durch ein Einfluss der Schwefelsure, die ausbleichend wirkt, aus
gewissen Gesteinen), e poich emissioni gassose sulfuree (da cui lacido solforico) sono ben note in ambito eoliano (cfr. G. MERCALLI, Manifestazioni vulcaniche
secondarie nelle isole Eolie, in G. MERCALLI, O. SILVESTRI, G. GRABLOWITZ, V. CLERICI,
op. cit., 252-261), per lo meno possibile che processi di formazione di cristalli di
allume si siano verificati, come a Vulcano, cos anche a Stromboli, sia pure in
minor grado; qui, del resto, la presenza di attivit fumarolica sembra indicata, se
lindicazione precisa come appare, da Diod. V, 7, 3 per la sua epoca (o per quella
della sua fonte). In tutto larcipelago, del resto, tutti i fenomeni del vulcanismo
secondario mostrano di essere stati assai pi attivi in tempi antichi, come si argomenta sia da notizie storiche, sia dagli effetti permanenti da essi lasciati sulle rocce
con cui vennero a contatto (Mercalli, art. cit., p. 261).
Nonostante quanto affermavano recisamente Bernab Brea-Cavalier (sopra citati) circa lesclusivit dellallume di Vulcano nelle Lipari, credo quindi utile ricordare una notizia che mi risulta dimenticata nella letteratura sullargomento. Nel
gi articolo del geologo Cossa sugli allumi di Vulcano, leggo infatti (p. 124): si
ritraeva lallume non solo dallisola di Vulcano, ma fino ad un certo tempo anche in
Lipari e precisamente nella localit detta La Perrera. Parlano in modo indubbio
dellallume di Lipari Dioscoride, Plinio e Diodoro Siculo, ecc.. Al di l dellaccenno finale alle fonti classiche, il modo in cui viene data questa informazione cos
circostanziato, con il riferimento ad una precisa localit dellisola , il fatto che di
essa non venga dato riscontro alcuno come di cosa nota e palese, la circostanza che
sia un geologo a parlare in tal modo inducono a pensare che ci si riferisca ad una
effettiva cava di allume a Lipari attiva in et moderna (fino ad un certo tempo),
e nota come cosa sicura allautore. Ragioni di tempo e di opportunit impediscono
un ulteriore approfondimento della questione; ci basti per ora aver fatto rilevare la
notizia.
In relazione al nostro Aetna 435, in ogni caso, pur ammettendo che la menzione di Strongyle in Plinio come produttrice di allume sia erronea, ci non toglie che

Aetna 435

355

lerrore costituisca pur sempre una testimonianza delle conoscenze antiche sullargomento, in et contemporanea si ricordi allAetna: se come abbiamo
ipotizzato Aetna 435 attribuiva a Strongyle zolfo e allume, la sua fonte forse la
stessa di Plinio? Da questo punto di vista, che a Stromboli effettivamente si estraesse allume oppure no in et antica secondario: conta quel che credevano gli
antichi (oltrech, in ogni caso la generica associazione Eolie-allume).

RECENSIONI

PAOLO MAZZOCCHINI, Forme e significati della narrazione bellica nellepos virgiliano, Schena editore, Fasano 2000, pp. 437, 50000.
Efflorescente nelle analisi minute quanto si mostra evanescente questa trattazione nella
ricerca delle tipologie narrative delle aristie virgiliane.
Il punto di partenza doveva essere questo: leccessiva fedelt ad Omero nella parte iliadica del poema stata...negativamente recepita come segno di scarsa originalit artistica, tanto
che non azzardato supporre che lattenzione relativamente minore prestata, fino a qualche
tempo fa, dagli studiosi alla seconda esade si possa giustificare anche con persistenti pregiudiziali di natura estetica (p.362). Il punto darrivo fissato nella prima delle Osservazioni conclusive (pp.361-84) suona cos: i cataloghi degli uccisi dellEneide costituiscono uno degli
aspetti pi appariscenti dellomerismo virgiliano. Innovazioni, tecniche o peculiarit del
combattimento...tutto questo non incide sulla struttura narrativa e sul modo di rappresentare
esternamente gli eventi bellici, che rimangono estesamente e volutamente debitori della stilizzazione omerica. Ma ancor pi esterna risulta la tripartizione nellanalizzare aristie catalogiche di singoli eroi, stragi multiple in forma di catalogo, cataloghi atipici o notevoli per forma
o contenuto. Limpressione finale che si ricava dal complesso della trattazione che Virgilio
ha merlettato nel dettaglio e molto copiato nei grandi meccanismi strutturali. Lanalisi del
Mazzocchini si sofferma difatti a lungo nel mettere in rilievo tutte le figure retoriche presenti
nei contesti narrativi delle aristie: allitterazioni, omoteleuti, chiasmi, uso del nominativo per
gli uccisori e dellaccusativo e del genitivo per lucciso, anadiplosi, messe in rilievo agli incipit
del verso o in parallelo fra le finali dei versi successivi.
Maggiore originalit si sarebbe potuta trovare se si fosse portata lattenzione alla ricerca di
tipologie strutturali. Si pu infatti affermare che le aristie virgiliane sono modulate su tre
sviluppi: a) lZcc balza avanti improvviso come un fulmine e forte della coscienza dessere
gi predestinato alla vittoria; b) come tale si caratterizza con luccidere subito due nemici
connotati dalto casato di cui vengono anche esplicitate le gloriose ascendenze e parentele; c)
nel proseguo dellazione poi fa strage di tanti guerrieri nominali che altro non sono che carne
da macello utile solo a rendere pi terribile la potenza delleroe. Ad esempio, nella sua prima
aristia (9, 695-777) Turno ruit ad portam fratresque superbos. Se subito uccide Antifate che pure
figlio Sarpedonis alti (cio leroe omerico) perch is enim se primus agebat davanti alla porta;
ma il vero obiettivo sono i due fortissimi fratelli: Bizia per il quale viene messo in rilievo e
lunico tipo darma capace di ucciderlo (la falarica) e il rimbombo prodotto dal corpo nel
cadere come masso gettato per le sostruzioni nel lido di Cuma; e Pandaro che provoca Turno
con offese taglienti: non haec dotalis regia Amatae... nulla hinc exire potestas (9, 737 e 739).
Proseguendo nellazione distruttiva Turno uccide altri dodici troiani, guerrieri nominali. Ugualmente Enea nella sua seconda aristia (10, 510-604) appena arriva a contattare lesercito latino
proxima quaeque metit gladio. Il primo ad essere ucciso Mago, che, ricchissimo, vorrebbe
pagare un riscatto che prontamente rifiutato da Enea giacch Turno con luccisione di
Rivista di Cultura Classica e Medioevale - n. 2 - 2002

360

Recensioni

Pallante ha tolto tutti i belli commercia. Il secondo ad essere ucciso Emonide che pure era
sacerdote di Apollo e di Diana e che era anche vestito della sacra infula : qui il valore guerriero
rasenta un gesto dempiet tanto pi che commesso dal sempre chiamato pius Aeneas. Poi si
compie la strage di Anxur, Tarquito e altri sette latini. In tutta questa serie di uccisioni Enea come riconosce lo stesso Mazzocchini (p. 96)- si pone oltre lidentificazione con lAchille delle
stragi di 20, 381-503 e 21, 1-211. Infatti Virgilio lo paragona allempio gigante Egeone (10,
565-8), un tipico esempio di vis consili expers. Rappresentato poi come empio Enea si avvicina
alle figure pi rappresentative della crudelt brutale quali Pirro e Mezenzio.
Le improvvise irruzioni nella battaglia degli eroi virgiliani che subito sono rappresentati
nellatto di uccidere, tolgono via quegli spazi che in Omero sono di frequente ricoperti da
aspri duelli verbali con i quali gli eroi lanciano la sfida e gli avversari ribattono con altrettanta
virulenza. Anche il bello come un dio Paride ardisce lanciare la sfida a tutti gli Zc degli
Achei (3, 19-20). Protervamente Pandaro fa dellironia contro Diomede (5, 277-9) prima di
lanciare lasta e si spinge fino a commentare il suo (creduto) colpo fatale (5, 284-5); ci
provoca una replica feroce da parte di Diomede (5, 287-9). Altra sfida piena dinsulti di vilt
quella che lancia Tlepolemo (5, 633-46) a Sarpedone che assicura allavversario morte certa
e gloria di riflesso per s (5, 648-54). Sprezzanti sono le parole di Aiace (13, 810-20) ad
Ettore che assicura allavversario che il suo corpo diverr pasto ai cani e agli uccelli (13, 82432). Insinuazioni feroci avanza Achille contro Enea (20, 177-98) che elenca con precisione la
sua discendenza (20, 200-58). Perentorio linvito di Achille per un duello definitivo (20,
425-9) ad Ettore che proporr poi un patto (22, 250-9) che verr fieramente respinto da
Achille (22, 261-72). Si pu facilmente concludere che in Omero i duelli verbali sintrecciano
ripetutamente con quelli guerreschi. Si arriva al caso limite di due eroi, Diomede e Glauco,
che riconoscono antichi vincoli dospitalit e che arrivano a scambiarsi le armi (6, 123-43 e
145-212). Evidentemente in Omero larte della parola trova un organico intreccio con la
tecnica del duello nel quadro della azione guerresca. In Virgilio predomina invece assoluta la
rappresentazione di tipo nettamente militare dellattacco immediato e violento, con rare personalizzazioni dovute alla feroce ironia sbattuta dal vincitore in faccia al nemico morente,
quindi dopo il duello. Perci anche in questa abbondanza omerica/rarit virgiliana di duelli
oratori si scorge una netta differenziazione fra la struttura iliadica di gusto e dambientazione
aristocratica, di lites che si conoscono se non altro nominalmente e talvolta si riconoscono
pure sotto le armature e rinnovano gesti dospitale amicizia; e la rappresentazione virgiliana
rispecchiante larte della guerra come era praticata dagli eserciti romani sui campi di battaglia.
Suffraga questa differenziazione anche la facile constatazione che nellIliade gli scontri
hanno sempre un ornatus di similitudini, talvolta lunghe per un numero di versi pari alla
stessa descrizione del duello, e per giunta non sempre in simpatetica direzionalit, di leoni
affamati di tenere prede o di cinghiali lottanti con foga contro laccerchiamento dei cacciatori; ma addirittura in perfettamente antitetico lirismo come nel caso della similitudine
I ?,  U $ :6./ I %  Z E , Z  7
/ 76 I, & 8 a. (6, 146-8). In Virgilio invece ricorrono rare le

similitudini; eppure era stato poeta bucolico e georgico: evidentemente egli non vuole
interrompere lo slancio guerriero, che deve trovare una lirica giustifcazione in se stesso,
nello sforzo di costruire, abbattendo anche le avverse difficolt, un mondo nuovo com
voluto dai fati.
GIAMPIETRO MARCONI

SILVIA MARCUCCI, La scuola tra XIII e XV secolo. Figure esemplari di maestri. IEPI, Pisa-Roma
2002, pp.176.
Sembrer strano, ma un fatto che manca uno studio approfondito della terminologia

Recensioni

361

scolastica in uso nel Medioevo. Linsegnante viene indicato con troppi nomi per non farci
pensare se non a uffici diversi, almeno a caratteristiche molto differenti: scholasticus, che
per talvolta vale anche scolaro, primus scholae, magister che per la sua formazione da *magis-teros dovrebbe comportare nella coppia il contrario *minus-teros> minister che per non
entrato nella serie, rector scholarum, praeceptor, paedagogus, grammaticus, doctor, eruditus.
Linsegnamento qualificato come docere, instituere, erudire: verbi tutte tre di lunga tradizione classica e quindi segni di una persistente identit dellattivit educativa. Lapprendere,
dallaltro versante, pensato con due termini classici, discere e studere, ed uno nuovo, sapere.
Sono tuttinsieme un cumulo di termini che rivelano culture, societ, proiezioni scorrenti
ben differenziate lungo diversi secoli.
Risulta quindi ben gradito questo schizzo relativo allinsegnamento praticato dalla met
del 1200 alla met del 1400 da Bonvesin de la Riva (1250c.- 1313 ca.), Domenico da
Peccioli (1320ca-1408), Gasparino Barzizza (1360ca-1431), Guiniforte Barzizza (1406-1463).
Di questi autori data in appendice (pp.103-66) una problematizzata ricostruzione della
vita e delle opere, con riproduzioni di unopera o di parti, purtroppo solo in traduzione,
senza quindi lasciare la possibilit al lettore di conoscere quella terminologia che la proiezione della visione che essi avevano della loro attivit.
Il primo capitolo traccia una breve storia della scuola, ondeggiante nei 200 anni presi in
esame, fra tradizione ossia consegna (dare) di un sapere gi codificato, attraverso (trans)
un funzionario offerto da un convento o da un comune, in una visione statica del sapere,
funzionale ad uneducazione strutturata per lagire non per il pensare; e fra rinnovamenti
migliorativi che sono il prodotto del passaggio concettuale dalla centralit di Dio alla centralit delluomo. Bonvesin de la Riva impersona pi degli altri, la concezione medievale
della sapienza come conoscenza di Dio. Tutto rivolto a Dio, tutto discende da Dio: rimane
solo da regolare il percorso per arrivare a quella conoscenza. Nel de vita scholastica sono
indicate cinque chiavi della Sapienza, che come galateo spirituale fissano le virt e i doveri
dei maestri e degli alunni. Domenico da Peccioli, accolto lo stesso principio della sapienza=
conoscenza di Dio, ne indica la fonte primaria nella Bibbia, rispetto alla quale tutte le altre
conoscenze si pongono come ancillae. Lobiettivo quello proprio del suo ordine domenicano: imparare per insegnare cio per predicare e divulgare la fede. Intanto per con una
certa libert Domenico sceglie per le lezioni un autore non canonico, il Seneca delle Epistulae morales, ritenendolo evidentemente utile magari al solo primo gradino di perfezionamento. Gasparino Barzizza nella sua scuola-convitto di Padova, la quale rimarr desempio
per tutte le scuole rinascimentali, propone la lettura di alcuni classici con il relativo commento (lectio) come il punto pi alto della attivit didattica. dalla lectio che si dovranno
ricavare comportamenti e valori paradigmatici. Con Gasparino si sente il profumo dellUmanesimo, come sta a dimostrare il fatto che dalla sua scuola sono usciti, fra gli altri, Leon B.
Alberti, A. Decembrio, F. Filelfo, Vittorino da Feltre. Il punto focale della visione del mondo
spostato da Gasparino verso la filosofia che cessa di essere lancilla della teologia, e che
anzi con luso della ragione pu da sola avvicinare a Dio e dare persino impulso alle attivit
nobili quali il governare come alle attivit artigianali.
Il figlio Guiniforte si spinger fino alla pratica di adattare la sapienza al principe. Leducazione perci ora dovr avere di mira lirrobustimento della disciplina che pi torna utile
alla corte, cio leloquenza. La filosofia si riduce ad analisi del quotidiano, per servire da
ancilla alleloquenza. E cos la scuola si viene a trovare bloccata in uninsanabile contraddizione: si schiaccia sul presente e abbandona ogni progettualit del futuro, perch ogni
proposta di miglioramento intaccherebbe la stabilit politica di quella oligarchia a cui leducazione diretta. La scuola offre s la possibilit di conoscere il mondo, ma solo per non
cambiarlo.
I due capitoli seguenti, il secondo sui profili del maestro, il terzo sulla figura del discepolo da plasmare, sembrano derivare da vicino dalle analisi gi fatte. Il quarto capitolo
fornisce un quadro esaustivo dei programmi scolastici, lelenco dei testi fondamentali (Donato minor, Ianua ecc.) e dei classici scelti: Virgilio, Ovidio, Lucano. Non manca nemmeno

362

Recensioni

la presentazione delle strategie didattiche: oralit, memorizzazione, imitazione, lettura mentale. Segue la parte documentale, in traduzione. Purtroppo non si sfugge allimpressione
che tutto il complesso della ricostruzione sia ad effetto di matriosche: si sviluppa dagli
iniziali quadri complessivi via via a quelli sempre pi specificamente interni, con effetti di
fastidiose ripetizioni. Sarebbe stato pi efficace, invece che far procedere la trattazione per
stratificazioni: scuola, maestro, discepolo, didattica, tratteggiare profili totalizzanti dei maestri esemplari: quattro maestri, quattro quadri a tutto tondo. I programmi, le letture, le
strategie educative costituiscono un tuttuno colleducatore col quale saccorpa anche lalunno, da quello che nel convento aspira alla santit, a quello che nella scuola-convitto si
prepara a uscire intellettuale, a quello che nella corte condiziona il maestro, autorevole
nei riguardi delleducato, ma costantemente autorizzato dal principe a trasmettere un
sapere codificato.
GIAMPIETRO MARCONI

ELENA MALASPINA, Il liber epistolarum della cancelleria austrasica (sec. V-VI), Herder, Roma
2001, pp. 367, 150000
Una solida edizione, questa del liber epistolarum, articolata in unedizione critica, in una
precisa e fluida traduzione, e in ricchi corredi comprendenti unintroduzione sugli aspetti
storico-culturali, linguistici, di tradizione manoscritta ed editoriale; in un commento, ricco,
snodato per 949 note; in una bibliografia distribuita in sezioni relative alle fonti antiche,
alla tradizione manoscritta, allambiente storico e alla situazione culturale e linguistica. Di
grande utilit si rivelano poi e lindice onomastico relativo ai personaggi nominati nel liber,
e soprattutto lindice linguistico delle particolarit notevoli lessicali e grammaticali, che
accomunate insieme offrono un panorama della lingua usata nel liber, in parte rispecchiante
la depressione espressiva che fu il latino merovingico, sostanziato di alterazioni fonetiche
e morfologiche e di sconnessioni sintattiche, come si esprime B. Luiselli (Storia culturale
dei rapporti tra mondo romano e mondo germanico, Roma 1992, p. 614) nella cui Biblioteca di
Cultura Romanobarbarica lo studio della Malaspina sinserisce (n. 4).
Non facile impresa unedizione critica del liber epistolarum per tre incidenze di differente ma ugualmente pesante condizionamento. Innanzitutto si tratta di lettere provenienti
da archivi diversi: dallarchivio episcopale di Treviri (5-8, 11, 14, 21, 24), dallarchivio episcopale di Reims (1-4), dalla cancelleria regia di Reims (9-10, 12-13, 15-20), dallarchivio
episcopale di Metz (22), dallarchivio regio di Metz (25-48). Anche le datazioni proposte
oscillano da un tempo anteriore al regno di Clodoveo (23) al 590 (40 e 41). Il redattore del
liber epistolarum non aveva di mira uno scopo letterario o estetico, ma uno scopo pratico:
formare una silloge di modelli utili alla cancelleria di corte, e per questo accoglieva tutti i
testi che poteva trovare. La raccolta collocata dalla Malaspina nellambito della cancelleria austrasica probabilmente negli ultimissimi anni del VI secolo (sotto Asclepiodoto?) (p.
43). Qui sorge il fondato sospetto che il raccoglitore nellassemblare pezzi cos diversi per
provenienza, per data, e per struttura compositiva (le epist. 14 e 23 sono in versi) abbia
proceduto, magari solo a tratti, ma con pi attrazione per i picchi stilistici, ad una normalizzazione dei testi negli standards della lingua merovingica. Si presenta quindi anche la difficolt della individuazione del latino in uso negli ambienti alti, per il doppio livello o, addirittura secondo alcuni, per la doppia lingua corrente nel mondo merovingico. Il latino,
specie quello lessicale dei notarii delle cancellerie merovingiche era ben lontano dalla lingua parlata per linflusso delle scuole grammaticali che, se erano scomparse dalla rete pubblica, erano invece restate attive nel ristretto ambito alto. Difatti nel latino del liber possibile scorgere una certa attenzione per lelaborazione retorica, in continuit dimpiego del
latino usato nelle cancellerie provinciali dellImpero e perfino del latino classico con le

Recensioni

363

clausole ritmiche (accentative) gi individuate da D. Norberg (Ad epistulas varias Merovingici aevi adnotationes, Eranos 1937, pp. 105-15).
La silloge cos redatta e cos ritoccata, fu poi ricopiata nel monastero di San Nazario di
Lorsch nel IX sec. in un manoscritto che rimasto lunico a tramandarci il liber epistolarum,
il Pal. Lat. 869 I. Questa situazione comporta due difficolt per la redazione di unedizione
critica: luna dallunicit del testimone, laltra da una sicura normalizzazione carolingia di
cui rimangono prove evidenti le correzioni proposte nel sec. IX.
Ledizione della Malaspina punta alla restituzione del testo merovingico, ma senza quelle forzature di metodo ipercritico, gi criticate dal Buchner (Textkritische Untersuchungen zur
Lex Ribuaria, Leipzig 1940, p. 33) a proposito della edizione dellHistoria Francorum di
Gregorio di Tours redatta da Krusch (1937) che recuperava e sostituiva qua e l forme
merovingiche dai singoli manoscritti. In questa edizione del liber epistolarum, in presenza di
lettere di diversa provenienza, di diversa datazione, di diversa struttura compositiva, era
necessaria una flessibilit metodica di cui la Malaspina d ampia prova, testo per testo o per
gruppi di testi individuabili come della stessa mano.
GIAMPIETRO MARCONI

LIBRI
da salutare con gioia e riconoscenza la pubblicazione in edizione anastatica del Thesaurus Graecae linguae dello Stephanus, a cura della Accademia Vivarium novum e della
libreria Volumen di Caserta. Saranno nove volumi come erano nove nelledizione Firmin
Didot degli anni 1831-1865. Il primo volume uscito qualche mese fa, il secondo a giugno.
Il formato ridotto dallin 4 (22 x 33) allin 8 (17 x 25) per rendere pi agevole la
consultazione e la conservazione negli scaffali. Ciononostante la lettura e limmagine tipografica ottima perch con lelaborazione elettronica i tecnici sono riusciti ad eliminare le
ondulazioni e a ripulire le macchie che danno tanto fastidio nelle riproduzioni di libri
ingialliti. Sembra un testo di stampa odierna: pagine bianche a caratteri chiari. Il testo
riprodotto quello della Firmin Didot con aggiustamenti successivi. noto che fu ledizione Firmin Didot a ridurre a lemmi quelli che erano articoli, discussioni ecc. in cui si strutturava il Thesaurus nelledizione del 1572.
Contemporaneamente lAccademia Vivarium novum e la libreria Volumen annunciano
nel secondo numero della rivista Docere (anno I, n. 2, marzo-aprile 2002) la riproduzione
anastatica del Lexicon del Forcellini, in sei volumi, in 4 (25 x 35). A fronte delle circa 6000
pagine il prezzo fissato a Euro 1088, 85 appare contenuto; per i lettori di Docere offerto lo
sconto del 15 % incluse le spese di spedizione.
GIAMPIETRO MARCONI

NORME PER I COLLABORATORI DELLA


RIVISTA DI CULTURA CLASSICA E MEDIOEVALE
1) Gli autori vanno indicati in maiuscolo - maiuscoletto.
2) I titoli dei libri e degli articoli in corsivo.
3) I titoli delle riviste, siglate, in tondo fra virgolette doppie e basse.
Esempi:
ETTORE PARATORE, Storia della letteratura latina, Firenze 1951, p. (o pp.)
ETTORE PARATORE, Ancora Orazio, RCCM 1996, pp. 170-80.
Avvertenze:
I numeri delle pagine, dei libri e degli articoli, non vanno ripetuti nella parte comune.
I nomi degli autori vanno indicati in maiuscolo-maiuscoletto una sola volta in ogni nota;
possono essere semplicemente in tondo quando lo scrivente non vuole assegnare rilevanza.
Per articoli o capitoli in grosse raccolte, dopo il nome dellautore e il titolo segnalati come
sopra, si dovr citare con:
Esempio:
ETTORE PARATORE, ........................................, in AA. VV., p. (o pp.).
Le sigle dei codici vanno in grassetto neretto; lindicazione latina e il numero vanno in
corsivo: es. Palatinus 100.

ABBREVIAZIONI
pagina = p.
pagine = pp.
seguente = s.
seguenti = ss.

confronta = cfr.
opera citata = op. cit.
vedi = vd.
articolo citato = art. cit.

Con la pubblicazione nella Rivista di Cultura Classica e Medioevale del proprio originale, lAutore esplicitamente cede alla Casa Editrice ogni diritto duso e dautore.
LAutore, consegnando gli originali alla Redazione, si impegna a non appoartare alcuna
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modifica e/o aggiunta dAutore, se accettata, sar a totale carico e spese dellAutore
medesimo.
Sono pregati tutti i collaboratori, per comodit di stampa, di inviare larticolo su dischetto,
accompagnato da relativa stampata, su formato Word per Windows o Macintosh.

COMPOSTO, IMPRESSO E RILEGATO, SOTTO LE CURE DELLA


ACCADEMIA EDITORIALE, PISA ROMA, PER CONTO DEGLI
ISTITUTI EDITORIALI E POLIGRAFICI INTERNAZIONALI, PISA ROMA

Dicembre 2002
(CZ2/FG3)