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ASSEGNO DIVORZILE: NOVIT SULLA QUANTIFICAZIONE

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 28 ottobre 2013, n. 24252 ha introdotto importanti
novit in tema di quantificazione dellassegno divorzile.
Secondo la Suprema Corte la titolarit, in capo al richiedente, di un reddito che gli consenta di
fruire di un tenore di vita dignitoso o agiato, ma non corrispondente a quello elevatissimo condotto durante la convivenza matrimoniale, legittima unintegrazione dellassegno che, pur non
consentendo il raggiungimento del medesimo standard di vita goduto in costanza di matrimonio, sia tendenzialmente volto a riequilibrare, sia pure in parte, la situazione economico-sociale
dellex coniuge.
La disciplina dettata dallart. 5, L. n. 898 del 1970, come modificato dallart. 10, L. n. 74 del
1987, prevede che laccertamento del diritto allassegno di divorzio si articoli in due fasi.
Nella prima fase il giudice chiamato a verificare lesistenza del diritto in astratto, in relazione
allinadeguatezza dei mezzi o allimpossibilit di procurarseli per ragioni oggettive, raffrontati
ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio, e quindi procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare
linadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dellassegno.
Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dellassegno
in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nello stesso art. 5, che quindi
agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto e
possono valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal
matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione.
La titolarit, in capo al richiedente, di un reddito che gli consenta di fruire di un tenore di vita
dignitoso o agiato, ma non corrispondente a quello elevatissimo condotto durante la convivenza
matrimoniale, legittima unintegrazione dellassegno che, pur non consentendo il raggiungimento del medesimo standard di vita goduto in costanza di matrimonio, sia tendenzialmente
volto a riequilibrare, sia pure in parte, la situazione economico-sociale dellex coniuge.
I principi, gi enunciati in precedenti pronunce, sono stati ribaditi nella recente decisione della
Suprema Corte. La decisione in epigrafe ribadisce anche in conformit a precedenti in tema
(cfr., Cass. Civ., n. 6864 del 2009), che le somme percepite da uno dei coniugi per il mantenimento dei figli in base ad una statuizione giurisdizionale, successivamente riformata da
unaltra che disponga la riduzione o leliminazione dellassegno (seppure con normale effetto

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dal momento della domanda), sono di norma irripetibili in quanto riconducibili a prestazioni di
carattere sostanzialmente alimentare, con la conseguenza che la parte che abbia gi ricevuto le
somme previste dalla statuizione originaria non pu essere costretta a restituirle, n pu vedersi
opporre in compensazione, per qualsivoglia ragione di credito, quanto ricevuto a tale titolo.
Armando Cecatiello Avvocato, Milano
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