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ISTOLOGIA. INTRODUZIONE.

CENNI STORICI.
Nasce alla met del secolo scorso con la denominazione originaria di Istologia
descrittiva, la quale aveva essenzialmente finalit descrittive e classificatorie della
morfologia dei vari tessuti, senza preoccuparsi di analizzarne la componente
funzionale.
Successivamente, in seguito alla rivoluzione che accompagna dottrina cellulare, la
scoperta dei meccanismi morfofunzionali della cellula, e pi ancora in seguito alla
evidenziazione delle principali macromolecole organiche (con labbassamento del
potere risolutivo della microscopia ottica e con la microscopia elettronica),
laccezione puramente morfologica che accompagnava unanalisi di tipo istologico
non soddisfece pi, e si sostitu ad essa unaccezione pi prettamente
morfofunzionale.
In questo senso, dunque, si inizi a prestare grande attenzione a quello che viene
comunemente definito metabolismo cellulare, cio a dire:
Il complesso delle trasformazioni chimiche e chimico-fisiche che consentono la
produzione di energia che viene impiegata nelle attivit cellulari.
Infatti, i legami che trattengono gli atomi nelle molecole e le molecole fra loro
esprimono una E.P. (energia potenziale) che pu essere opportunamente utilizzata
dalle cellule per lespletamento delle loro esigenze funzionali.
Da un punto di vista storico, quindi, distinguiamo tre fasi di diversificazione ed
evoluzione del pensiero istologico, in accordo alla diversificazione ed evoluzione
delle tecniche di microscopia:
1) Stato cellulare.
2) Stato colloidale.
3) Stato macromolecolare.
DEFINIZIONI.
- Istologia classica: Studio della struttura delle entit di ordine microscopico o
strutturale (con la microscopia ottica) e submicroscopico o
ultrastrutturale (con la microscopia elettronica).
- Istochimica e istotopochimica: (con cui viene introdotta la rivoluzione e si
comincia a dare il giusto peso allaspetto
funzionale).
Studio della localizzazione e distribuzione
di sostanze chimiche nelle strutture e substrutture cellulari, condotto con mezzi di
microscopia ottica ed elettronica.

- Istologia moderna:
Studio delle strutture e delle funzioni delle entit di ordine di grandezza
microscopico, submicroscopico e macromolecolare.
Quindi, in questo senso, un indirizzo di studio semplicemente descrittivo-morfologico
diviene morfo-funzionale: importanza della funzione correlata alla struttura.
Se, infatti, una procedura di indagine istologica necessita dellutilizzo di tecniche di
microscopia, quando ancora il progresso in questo campo era molto limitato, ambiti
di studio come quello macromolecolare erano appannaggio della Chimica e della
Chimica Fisica, le quali si servivano di differenti altre procedure dindagine.
Successivamente, per, con la miglioria delle tecniche di microscopia ottica e
soprattutto con lavvento della microscopia elettronica, ambiti di studio come il
suddetto entrarono pienamente a far parte della Istologia.
Oggigiorno, possibile effettuare una ulteriore classificazione che ci consente di
collocare lIstologia in un campo di interesse a met tra quello della Chimica
biologica e quello della Anatomia.
La Istologia, al contrario, pu essere suddivisa in tre branche, a seconda del
particolare campo di interesse a cui si rivolge:
1) Microscopico.
Ci si serve di strumenti come i cosiddetti microscopi a luce, che hanno un campo di
interesse che va dai 0,2 (2000 A) ai 0,15 (1500 A), cio dalla Luce Ordinaria alla
Luce U.V.
2) Submicroscopico.
Il campo di interesse questa volta indirizzato alle cosiddette microstrutture (ad es.,
lapparecchio membranoso) e ci si serve dei cosiddetti microscopi elettronici a
trasmissione (TEM), che hanno un range di risoluzione di 0,002-0,001 (20-10 A).
3) Macromolecolare.
Si occupa dellanalisi di strutture realmente molto piccole (come il citoscheletro), e
quindi con una capacit di risoluzione inferiore ai 10 A, consentita solo dallutilizzo
dei cosiddetti microscopi elettronici ad alta tensione.
Vediamo, adesso, di dare qualche altra definizione generale.
- Cellula.
Unit elementare di sostanza vivente dellordine di grandezza microscopico.
- Citodifferenziazione.
Processo di acquisizione graduale di caratteristiche strutturali e di attitudini
funzionali, proprie di ciascun citotipo.

Molti organismi pluricellulari, infatti, possiedono unimportantissima caratteristica


strutturale, che prende il nome di pleiotropismo, ovvero la eterogenea presenza di
cellule citotipicamente differenti.
E tale differenza, che quindi determina il pleiotropismo, determinata da quel
graduale processo che abbiamo definito di citodifferenziazione,
Ci si potrebbe chiedere, infatti: come mai dalle cosiddette cellule staminali (lo
zigote), si originano poi cellule cos diverse, come sono quelle caratterizzate da
pleiotropismo di un soggetto biologicamente evoluto, come luomo?
In quanto le cellule staminali sono totipotenti, cio presentano gi in potenza tutti i
molteplici indirizzi istogenetici che poi gradualmente si reprimono e si sviluppano,
con il processo cosiddetto della citodifferenziazione.
In particolar modo, lo zigote, che una cellula totipotente, pu condurre
essenzialmente a due differenti processi evolutivi:
1) Cellule somatiche.
Cio, tutte quelle cellule che, da un punto di vista morfologico e funzionale,
presiedono alla costruzione del soma.
(Ed interessante notare, a tal proposito, le molteplici caratterizzazioni patologiche
che possono venire a presentarsi. Ad es., per le cellule tumorali come se si
ripercorresse al contrario il normale processo di evoluzione e cio di
differenziamento delle cellule staminali. E a riprova di ci, si pu notare come la
stessa terminologia risulta essere particolarmente affine. Si parla, ad es., di amitosi
(riproduzione delle cellule tumorali) piuttosto che di mitosi (riproduzione delle
cellule normali). Al posto di differenziamento si parla di sdifferenziamento, per
intendere:
Lattitudine moltiplicativa molto intensa delle cellule tumorali che ricorda quella
delle cellule embrionali.
2) Cellule germinali.
Cio, i gameti: la cellula uovo e lo spermatozoo.
Quindi, come se il concetto di Sdifferenziazione debba intendere specularmente
quello di Differenziazione.

Tutte le suddette affermazioni, ci conducono a due corollari di fondamentale


importanza:
1) Lapprendimento non soltanto dellorganizzazione morfologia delle varie strutture
di interesse istologico, ma anche il loro risvolto funzionale ( facile capire, infatti,

che, in linea generale, un cattivo funzionamento corrisponde a una cattiva


struttura, e viceversa).
2) La propriet fondamentale di ogni elemento strutturale che acquisisce funzioni e
strutture ad esso congeniali. Cio a dire, il concetto della citodifferenziazione per
cui, da cellule staminali totipotenti possibile evolvere verso due diversi destini
istogenetici con competenze morfofunzionali assolutamente diverse: la linea delle
cellule somatiche e la linea delle cellule germinali (che consentono la
perpetuazione della specie).
- Anaplasia.
Proprio di cellule, come quelle tumorali, che gi differenziate in ben determinati
citotipi, che, in seguito a un processo di Sdifferenziazione, ripercorrono al contrario il
processo di Differenziazione, per ricordare pi o meno alla lontana, a seconda del
grado di atipia, la fisionomia delle cellule staminali.
Alla luce di tutto ci, ovvio che cellule come le cellule tumorali abbiano
unevoluzione di tipo anaplastico e atipico, che fa assumere loro una attivit
moltiplicativa intensissima e assolutamente non funzionale.
Il processo di citodifferenziazione , quindi, un processo piuttosto complesso, se si
considera ad es. che esistono circa 200 citotipi costitutivi della nostra mole somatica.
Ma le cellule, una volta che si differenziano, che destino subiranno?
Si ha quella che viene definita una attivit mitotica, per cui si produce un
innumerevole quantit di cellule figlie con la stessa identit morfologica e funzionale
della cellula madre.
In altri termini, alcune cellule assumono la stessa identificazione morfologica e
funzionale. Ed questo il meccanismo che produce la formazione dei differenti
tessuti: si ha la cosiddette istodifferenziazione.
Ovviamente, negli organismi unicellulari (che spesso hanno un significato patogeno),
tutto devoluto alla singola cellula che pertanto fallisce nel processo di
citodifferenziazione e soprattutto istodifferenziazione.
Nelluomo e negli altri organismi pluricellulari biologicamente evoluti, si ha una vera
e propria ripartizione dei compiti in relazione alle varie identit tissutali.
E il tutto, come prestazione morfologica e funzionale, confluisce nel concetto di
organismo.
- Istodifferenziazione.
Processo di acquisizione graduale di caratteristiche strutturali e di attitudini
funzionali proprie delle cellule di un determinato territorio.
- Tessuti.
Aggregati di cellule andate incontro a un identico processo di differenziazione
morfofunzionale ed aventi la stessa derivazione embrionale.

- Organi.
Associazioni di tessuti che collaborano da un punto di vista funzionale.
Si tratta di entit dimensionalmente maggiori. Per cui, un organo unentit
politessutale.
Ad es., nellorgano polmonare confluiscono pi tessuti che hanno fisionomie
strutturali diverse le une dalle altre: il tessuto alveolare, in cui si compiono gli atti
primordiali della respirazione, cio gli scambi di ossigeno e di anidride carbonica; il
tessuto bronchiale; il tessuto bronchiolare; ecc.
E tutti collaborano nel funzionamento globale dellorgano.
In realt, qualsiasi organo rappresenta ununit pluritessutale.
In ogni organo, comunque, riconosciamo essenzialmente 2 tipologie tissutali:
1) Un primo gruppo di tessuti funzionalmente attivi a cui viene direttamente
demandata lattivit funzionale e a cui si d genericamente la denominazione di
Parechima. (Per cui, ad es., nei polmoni, il parechima costituito dai tessuti
alveolare e bronchiale).
2) Un secondo gruppo di tessuti costituito da tessuti, per cos dire, di supporto,
con una funzione servile. Tessuti di questo tipo costituiscono lo Stroma. E
fanno parte dello stroma i cosiddetti tessuti connettivi a cui si appoggiano
topograficamente i tessuti parechimali.
Ma una gerarchizzazione di questo tipo fra tessuti parechimali e tessuti stromali
eccessiva e sicuramente imprecisa.
Nel tessuto connettivo stromale, infatti, si adempiono funzioni come il rifornimento
nutritizio del parechima. Questultimo costituito, infatti, essenzialmente da tessuti
epiteliali, che tuttavia non hanno una base e che debbono essere riforniti dal sangue e
dai tessuti connettivi stromali.
Inoltre, un gerarchizzazione non avrebbe senso anche da un punto di vista pi
specificatamente patologico. Esistono, infatti, patologie che interessano tanto il
parechima quanto lo stroma, e i loro effetti sono egualmente nefasti.
Ad es., lalveolite (la volgare polmonite) una malattia del tessuto alveolare, e in
questo senso quindi, i tessuti connettivi non sono immediatamente interessati. Al
contrario, la fibrosi una patologia del tessuto connettivo, ma egualmente si hanno
ripercussioni sui tessuti parechimali: in seguito allaccrescimento cellulare del tessuto
connettivo si ha, infatti, un soffocamento del parechima nobile.
E ancora, la cirrosi epatica non una patologia del tessuto parechimale del fegato,
bens un soffocamento di questultimo in seguito alla proliferazione incontrollata del
tessuto stromale.
Quindi, una gerarchizzazione non ammissibile non soltanto da un punto di vista
eruditivo, ma anche patologico.

- Apparati.
Associazione di organi che pur non presentando analogie di struttura e di origine,
collaborano nellespletamento di unidentica funzione.
E importante puntualizzare che alcune patologie che colpiscono direttamente alcuni
organi o alcuni tessuti, poi determinano un malfunzionamento dellintero apparato.
- Sistemi.
Associazioni di organi che presentano analogie di struttura, funzione e origine. (Di
conseguenza, la differenza con il concetto di apparato ha un significato puramente
eruditivo: nel caso dellapparato, infatti, non si hanno analogie di funzione, struttura e
origine.
- Organismo.
Insieme di sistemi (es., il sistema nervoso) e di apparati (es., gastroenterico,
cardiovascolare, respiratorio, orinario, scheletrico, muscolare, ecc.).
E non raro avere strette correlazioni fra sistemi ed apparati: basti pensare ai disturbi
da somatizzazione dellapparato gastrico.
DIMENSIONI DELLA CELLULA.
Il range dimensionale risulta essere sotto questo punto di vista molto ampio: si va da
cellule delle dimensioni di 1-2-3 a cellule di ben pi ragguardevole volume. Ad es.,
le cellule piramidali del tessuto nervoso di dimensioni di ben 150 .
Nellambito di questa consistente variabilit fisiologica sono stati introdotti 2
corollari.
1) Legge di Driesch.
Essa deriva ad esempio dalla constatazione che le cellule di ben determinate organi
non sono caratterizzate dimensionalmente dalla mole corporea di provenienza. Ad es.,
la confrontabilit dimensionale delle cellule epatiche di diversi animali, perch c
una sorta di costanza della grandezza del volume, che vale per tutti i citotipi e che si
esprime con un indice: indice nucleoprotoplasmatico.
Esso consiste nella misurazione del valore dimensionale del nucleo nei confronti
dellintero citoplasma. Quindi, il protoplasma estende il suo volume e in
conseguenza, mediante unopportuna attivit mitotica, si ristabilisce il corretto e
costante valore del rapporto NUCLEO\CITOPLASMA.
E interessante notare che questa, che altro non che la legge di Driesch, trova una
sua applicazione per buona parte, ma non per tutte le tipologie cellulari della massa
molare somatica.
2) Legge di Levi.
A differenza delle altre cellule, ad es., le cellule nervose possono variare il loro
volume caratteristico in relazione alle variazioni della mole somatica. In altri termini,

si stabilisce una proporzione diretta fra la grandezza della mole somatica e la


grandezza di queste cellule nervose.
Ci possiamo chiedere il perch di ci e la risposta risiede nella variazione
dellestensione del territorio di innervazione.
Dal momento che, infatti, la cellula nervosa tributaria, con le sue propaggini, delle
periferie corporee, allaumentare di queste dovr pure aumentare la sua stoffa
costitutiva.
La ragione risiede in una propriet particolare delle cellule nervose: esse acquisiscono
molto precocemente (gi in epoca embriofetale) le loro propriet morfofunzionali.
Ma altrettanto precocemente perdono, rispetto alle altre cellule del soma, le capacit
riproduttive. Ecco perch dovr adeguare il proprio volume, supplendo cos alla sua
carenza mitotica, proporzionalmente al territorio di innervazione.
Tuttavia, il fatto che la riproduttivit delle cellule nervose sia molto limitata non deve
far pensare che esse non siano in grado di ripopolare un tessuto danneggiato, ad es.,
da cause morbose: si ha la cosiddetta Neuroplasticit.
MOMENTO COSTITUTIVO DELLA CELLULA.
PROTOPLASMA.
Esso si suddivide in:
1) Carioplasma.
Protoplasma che riempie lambiente nucleare.
2) Citoplasma.
Protoplasma che riempie lambiente endocellulare, dal nucleo allinterno della
membrana plasmatica.
Lo studio del Protoplasma pu essere condotto alla luce di vari aspetti:
- Studio fisico-chimico.
- Studio chimico.
- Studio morfofunzionale.
CARATTERIZZAZIONE DEL PROTOPLASMA DA UN PUNTO DI VISTA
FISICO-CHIMICO.
Esso si definisce:
Sistema colloidale complesso che passa alternativamente dalla fase di Sol alla fase
di Gel.
Si tratta della identificazione dello stato fisico-chimico del protoplasma che avvenne
nel tempo transeunte che corre tra i primordi della microscopia ottica e linnovazione
della microscopia elettronica.
Si concepisce il Protoplasma come uno stato colloidale complesso, una quasisoluzione, in cui la fase disperdente sicuramente acqua e la fase dispersa costituita

da sostanze che non si miscelano omogeneamente e che costituiscono una


sospensione di natura micellare.
E una soluzione falsa, in cui le micelle iniziano a flottare, a galleggiare. Ovviamente,
si stabiliranno dei gradienti di concentrazione.
Ora, se il sistema progredisce verso un aumento della fase dispersa si avr una
gelificazione, mentre al contrario, se si avr una progressione del sistema verso la
fase disperdente, si avr una sua progressiva soluzione.
Ecco perch si suole dire che in relazione al traffico di sostanze dallinterno
allesterno delle cellula, e viceversa, si passa alternativamente dalla fase di Sol a
quella di Gel, dal momento che si avr la modificazione delle concentrazioni
rispettivamente della fase dispersa e della fase disperdente.
La concezione protoplasmatica come sistema complesso colloidale consent a Frey
Wyssling di intuire che queste strutture citoplasmatiche, mediante unopportuna
indagine ai raggi X, risultano essere poste in comunicazione fra di esse stesse.
Venne cos elaborata lipotesi del reticolo tridimensionale di Frey Wyssling.
E infatti, diciamo con il senno di poi, che cos il citoscheletro?
Esso la risultante di un insieme di macromolecole disposte in strutture
filamentose.
Quindi, una componente del citoscheletro, reticolo microtrabecolare il costituente
del citoscheletro che corrisponde al reticolo tridimensionale.
Oggigiorno, stato dimostrato abbastanza incontrovertibilmente in seguito
allapporto fornito dalle tecniche di microscopia ottica che il concetto del reticolo
microtrabecolare rappresenta la concretizzazione molecolare della vecchia ipotesi del
reticolo tridimensionale.
Ad esso si ascrive tutta una serie di funzioni primigenie il cui danneggiamento pu
determinare una vasta gamma di patologie cellulari, al punto che la diagnostica
moderna individua le cause di molte sofferenze cellulari (che spesso possono
determinare un esito anaplastico-tumorale) nelle variazioni o nellassemblaggio
anomalo delle molecole che costituiscono il reticolo microtrabecolare.

CARATTERIZZAZIONE DEL PROTOPLASMA DA UN PUNTO DI VISTA


CHIMICO.
La disamina della componente istochimica ha una notevole incidenza nellambito
dello studio della prestazione funzionale della cellula stessa.
La conoscenza dellaspetto chimico, infatti, ci consente di ravvisare le modalit
caratteristiche fisiologiche e talora anche patologiche cellulari.

Le macromolecole organiche, inoltre, non costituiscono entit stabili o cristalizzate,


ma entit fortemente dinamiche, in continuo trasformismo da un punto di vista della
reattivit chimica.
Le macromolecole vengono continuamente modificate: esse possono essere
scomposte nelle loro componenti chimiche di base e quindi ne deriva una Energia
Potenziale (di legame) che pu essere trasferita in Energia Attuale.
Infatti, il metabolismo cellulare nelle sue fasi costitutive presuppone lutilizzo di alti
quantitativi energetici per ladempimento di svariate funzioni (come, ad es., la
funzione secretiva esplicata da varie tipologie cellulari).
Questo del metabolismo cellulare, in effetti, lesempio paradigmatico che si suole
apporre, unattivit cellulare che richiede un grande dispendio energetico; esso la
chiave di volta che ci consente di comprendere come la cellula, sfruttando lenergia,
possa compiere le sue attivit; e come, in seguito a un malfunzionamento, si possa
compromettere il corretto funzionamento biologico.
Il metabolismo cellulare consta essenzialmente di due fasi: lanabolismo e il
catabolismo.
Ed infatti, i cataboliti sono i prodotti di rifiuto dellattivit metabolica cellulare.
Tali reazioni chimiche di tipo metabolico avvengono spontaneamente, sebbene con
grande lentezza. Ma in condizioni emergenziali (come intensa attivit fisica), per la
sollecitazioni di tali attivit metaboliche, intervengono entit enzimatiche che
fungono da catalizzatori biologici.
In alcune condizioni morbose, ci pu essere un incremento delle necessit
metaboliche e una conseguente risposta di tali attivit enzimatiche molto lenta,
tardiva: molecole che tardano ad effettuare il loro ufficio catalitico. Ci potrebbe
essere determinato da fattori genici e da una carenza connatale.
Fatto sta che le patologie di carenza enzimatica sono molte e ovviamente con una
genesi molecolare.
Per molte di queste malattie molecolari da un punto di vista terapeutico spesso c
poco o nulla da fare.
In relazione a quanto detto, dunque, si pu ben capire che buona parte della fisiologia
ed in effetti anche della patologia della cellula dipendono da fattori di tipo
esclusivamente chimico.
E di conseguenza, conoscere la struttura chimica cellulare una necessit
assolutamente imprescindibile.
Caratterizzazione chimica del protoplasma.
1) Componenti inorganici (acqua, sali, ioni).
2) Componenti organici (glicidi, peptidi, lipidi, enzimi, vitamine ecc.).
E interessante notare che tutte le tipologie cellulari hanno il loro metabolismo: la
presenza dei metaboliti una nozione funzionale comune a tutte le cellule.

Troviamo sempre gli stessi componenti della ruota metabolica, ma, in alcune cellule e
non in tutte, possibile individuare anche delle altre sostanze specifiche, in
aderenza alla funzione di secrezione, accanto ai metaboliti (che, al contrario, sono
sostanze comuni a tutte le cellule).
La differenza tra metaboliti e secreti insita nella peculiarit secernente di alcuni
citotipi.
1) Componenti inorganici.
Si tratta essenzialmente di acqua e sali che conferiscono al protoplasma la particolare
caratterizzazione di soluzione vera, infatti i sali disciolti in ambiente acquoso non
costituiscono una dispersione colloidale dal momento che i sali sono
completamente disciolti nel suddetto ambiente acquoso.
Inoltre, lacqua il costituente percentualmente pi cospicuo dellambiente cellulare.
Essa pu trovarsi:
- libera in soluzione.
- legata a molecole organiche, determinando formazioni cellulari che conferiscono
al protoplasma la caratterizzazione colloidale: complessi macromolecolari non
completamente disciolti.
Le sue principali funzioni, invece, sono:
- fungere da solvente.
- fungere da componente dei prodotti di rifiuto: i cataboliti. Essi vengono veicolati
dallacqua che, pertanto, ne facilita leliminazione. La non eliminazione di tali
componenti, infatti, provocherebbe uno stato di sofferenza.
Ecco perch mediante lutilizzo di una terapia farmacologica che sfrutti diuretici e
stimolatori si favorisce, in condizioni particolari, leliminazione dei cataboliti.
- consentire un isolamento termico e in particolar modo fungere da regolatore
omeotermico.
I sali, al contrario, sono sostanze completamente miscibili in ambiente acquoso.
Essi possono trovarsi in forma dissociata e in forma non dissociata.
La dissociazione ionica si determina sottoponendo ben determinate sostanze
allazione di un campo elettrico.
Con il processo dellelettroforesi, inoltre, si determina la migrazione degli ioni.
Alcuni esempi sono:
- i cloroioni (Cl-): sostanze edificate ex novo dalla cellule per fornire prodotti
interessanti come lHCl.
- Gli ioni Na+ e K+, la cui concentrazione critica e deve obbedire a limiti precisi
espressi nella pratica clinica in m-equivalenti (ad es., K+ 4-4,5 m-equivalenti).
Si parla di transmineralizzazione: la concentrazione allinterno e allesterno
dellambiente cellulare deve essere ottimale per non creare squilibri elettrolitici.

Si tratta di valori realmente molto piccoli, risibili, ma egualmente di fondamentale


importanza.
Fra le principali funzioni che essi svolgono:
- regolazione degli equilibri acido-base.
- stabilizzazione delle concentrazioni cellulari (legandosi a molecole di acqua).
2)
-

Componenti organici.
Glucidi.
Proteine.
Lipidi.
Enzimi (a costituzione in parte proteica e in parte non proteica) vitali per il
buono e sollecito espletamento delle funzioni cellulari.

- Glucidi.
Idrati del carbonio.
Composti ternari di C,H,O.
Funzione.
Eterogenea 1) Energetica 2) Strutturale.
Rappresentano le sostanze pi facilmente utilizzabili a livello energetico-metabolico.
E importante precisare, per, che essi esplicano anche funzione strutturale-plastica:
essi costituiscono la base di strutture e ultrastrutture protoplasmatica.
Classificazione.
a) Monosaccaridi.
b) Oligosaccaridi (fino a 10 unit monosaccaridiche).
c) Polisaccaridi.
a) Monosaccaridi.
Si classificano in base al numero di atomi di carbonio e in base al gruppo carbonilico
(se aldosi o chetosi).
I principali esempi sono: Fruttosio; Glucosio; Lattosio; Mannosio.
b) Oligosaccaridi.
I principali esempi sono: Saccarosio; Maltosio; Cellobiosio.
Hanno unimportante funzionalit energetica. Si tratta di polimeri costituiti da corte
catene di monosaccaridi, legati con legame glicosidico e succedentisi in sequenze non
rigide.
Nelle condizioni protoplasmatiche raramente li troviamo in forma libera, ma
mediante legami di tipo covalente, legati ad altre formazioni come le proteine: si
avr, pertanto, la formazione di glicoproteine.
Essi svolgono essenzialmente funzioni di tipo strutturale nei plasmalemmi (stato
limite periferico che contrassegna lindividualit delle singole cellule).

O anche, possono costituire alcuni prodotti di secrezione specifica (come, ad es., il


muco gastrico) da parte di alcune cellule: quelle del tessuto di rivestimento interno
delle cellule dellepitelio dello stomaco. Un altro esempio costituito dalle cellule
calciformi, disperse nellambito dei tessuti di rivestimento. Le cellule calciformi
sono anche dette cellule mucipare, con il muco come prodotto di secrezione
specifico di questi particolari citotipi.
Nellarchitettura spaziale delle glicoproteine c un filamento centrale proteico che
lega varie formazioni oligosaccaridiche.
La sede di sintesi di queste formazioni oligosaccaridiche nelle membrane del
complesso del Golgi, in cui si trovano particolari enzimi (glicosiltransferasi) che
catalizzano la sintesi degli oligosaccaridi e dei polisaccaridi.
c) Polisaccaridi.
- Con funzione energetica (Es.: Amido, Glicogeno).
- Con funzione strutturale: 1) Nei tessuti animali glucosamminoglicani (GAG),
precedentemente denominati mucopolisaccaridi. 2) Nei tessuti vegetali
glicomannani (che hanno unimportanza essenzialmente terapeutica).
La differenza tra lo sfruttamento energetico di un monosaccaride e quello di un
polisaccaride risiede nel fatto che i monosaccaridi vengono immediatamente
demoliti. Al contrario, il polisaccaride viene sfruttato tardivamente, in situazioni
emergenziali e viene custodito in alcuni parechimi.
Un polisaccaride animale il Glicogeno, concentrato nelle cellule del fegato.
Lequivalente delle piante , invece, lAmido.
Ora, si possono verificare delle patologie da teaurismosi: se le cellule epatiche
falliscono nelle loro capacit di glicogenosintesi e non si pu applicare un processo di
glicogenolisi nelle singole cellule; o anche, nel caso in cui si verifica una
glicogenosintesi superiore alle attivit di glicogenolisi.
Patologie di questo tipo sono, ad es., la glicogenosi, una malattia infantile ed
ereditaria di carenza enzimatica dovuta alla incapacit degli enzimi che esercitano la
glicogenolisi.
- GLUCOSAMMINOGLICANI (GAG).
Si tratta di polimeri di disaccaridi (amminozuccheri), acidi uronici e talvolta radicali
solfati.
Gli esempi pi caratteristici sono:
- Acido ialuronico.
Esplica funzioni particolari nellambito di alcuni tessuti.
- Acidi condroitinsolforici A e B.
Riguardano i tessuti cartilaginei.
- Keratansolfato.
Riguarda lepidermide.

- Dermatansolfato.
Riguarda il derma.
- Eparansolfato.
- Eparina.
Sostanza anche sfruttata commercialmente per scopo anticoagulante. Presente in
alcune cellule di tessuti connettivi (mastociti) rientra nel novero dei fattori che
regolano i processi coagulativi. Per scopi farmacologici, vengono sintetizzate nei
laboratori sostanze che mimano la forma delleparina e che, pertanto, prendono il
nome di eparinoidi.
Ad eccezione dellacido ialuronico, tutti i GAG sono legati covalentemente con una
proteina (coreprotein) formando cos i Proteoglicani.
Sede dei glicosamminoglicani e proteoglicani.
Essenzialmente, possiamo individuare 2 possibili sedi per i Glicosamminoglicani e,
dunque, anche per i Proteoglicani:
1) Componenti della matrice intercellulare: sostanze interposte tra le cellule di
tessuti trofomeccanici.
Si definisce matrice intercellulare quella sostanza interposta tra le cellule di
alcuni tessuti e non di tutti. Mentre le cellule del tessuto epiteliale, infatti, vengono
a diretto e mutuo contatto, le cellule di alcuni altri tessuti (come, ad es., in primo
luogo, i tessuti connettivi, ovvero, appunto, dei tessuti trofomeccanici) sono
separate da sostanze cementanti di matrice intercellulare.
A tal proposito, occorre precisare che la matrice intercellulare venne intesa per
lungo tempo erroneamente come una componente amorfa.
Questa erronea convinzione era determinata dalle deficienze delle passate tecniche
di microscopia ottica. Oggigiorno, le recenti tecnologie hanno stabilito che, al
contrario, questa matrice intercellulare essenzialmente costituita da
Proteoglicani.
E tutto questo, grazie al Microscopico Elettronico ad Alta Tensione che, appunto,
ha consentito di individuare questa componente organica che costituisce il
metaplasma (la sostanza intercellulare dei tessuti trofomeccanici) in proporzioni
maggioritarie appunto costituita da Proteoglicani.
E interessante notare che neppure con il TEM (microscopico elettronico a
trasmissione) si poterono studiare tali strutture macromolecolari.
La dizione componente amorfa, dunque, perch priva di strutture visibili,
assolutamente obsoleta e imprecisa. In realt, anche in passato si distingueva una
componente strutturata oltre alla componente amorfa rappresentata da fibre e
visibile gi con tecniche di microscopia tradizionale e con espedienti quali
apposite colorazioni.

2) Componenti del mantello cellulare che sormonta, come una specie di feltro, i
bordi apicali di tutte le cellule che fanno parte dei tessuti di rivestimento (es.,
cellule del tessuto epiteliale).
Oggigiorno, sulla base dellevoluzione delle tecniche di microscopia ottica, si
parla di cell coat, a differenza del passato in cui, sulla base delle passate tecniche
di microscopia ottica, si parlava di glicocalice.
Organizzazione spaziale dei Proteoglicani.
E come sono organizzate spazialmente queste macromolecole?
Abbiamo gi puntualizzato che tutti i GAG, ad eccezione dellacido ialuronico, sono
legati covalentemente con una proteina (coreprotein) formando cos i Proteoglicani.
A sua volta, una macromolecola di Proteoglicano (che viene, appunto, definita
subunit di Proteoglicano) viene a costituire un edificio di dimensioni enormi che
costituito da svariate molecole di Proteoglicani legate a un componente che, abbiamo
detto, non si legava ai GAG per formare i Proteoglicani, che lacido ialuronico
mediante una particolare proteina (proteina A o proteina di legame).
Quindi, riassumendo, lacido ialuronico costituisce un asse portante centrale a cui,
mediante lapporto delle proteine A, si legano i vari Proteoglicani.
GLICOMANNANI.
Polisaccaride con funzione strutturata di origine vegetale.
Esse sono oggetto di studio in quanto tali sostanze possono essere sfruttate nella
terapia di alcuni eventi morbosi che riguardano luomo.
Si tratta di polisaccaridi ramificati che vengono estratti dalle radici di una pianta
(Konjak) coltivata in India e in Indonesia.
Funzioni dei Proteoglicani.
- Idrofilia.
Questa essenzialmente una funzione dei Glicomannani. Si viene a formare, infatti,
una massa poltigliosa utilissima da un punto di vista terapeutico.
Si somministrano in tutti quei casi in cui c un ritardo della evacuazione intestinale
(stipsi o stitichezza).
Si sostituisce ai lassativi o ai purganti che, a lungo andare, finiscono con il
determinare lirritazione della membrana mucosa, cio della parete interna del
colon.
Lassunzione di Glicomannani, infatti, agendo su un tratto del segmento colico che
lampolla rettale, richiamando acqua, distende i tessuti e determina cos i meccanismi
fisiologici dellevacuazione.
- Sostegno.
Essendo presenti, come abbiamo detto, nel metaplasma dei tessuti trofomeccanici
connettivi ed essendo i tessuti connettivi i costituenti della componente stromale dei
vari organi ed essendo la componente stromale quella servile di sostegno e apporto

trofico della componente parechimale, possiamo sicuramente dire che sensu latu i
Proteoglicani esplicano unimportantissima funzione di sostegno.
- Affinit per il Ca.
Importantissimo, perch questo ione esplica il suo particolare ufficio connesso con la
contrattilit, in particolare a livello dei visceri e a livello dei vasi.
- Attivit anticoagulante.
Controllo della fluidificazione del sangue e impedimento della formazione di trombi.
Esplicano tali funzioni i Proteoglicani derivanti, come abbiamo gi detto,
dallEparina come Glucosamminoglicano, prodotta in particolari tipologie cellulari
come i mastociti.
In condizioni deficitarie di queste particolari sostanze, si hanno le cosiddette diatasi
trombofiliche: tendenza a costituire dei trombi allinterno del sistema
cardiovascolare.
Alterazioni dei Proteoglicani.
- Iper.
Un eccesso di deposito determina gravi patologie che prendono il nome di
mucopolisaccaridosi.
Il gruppo di queste malattie, che coinvolgono let infantile, si caratterizzano per il
ristagno eccessivo di tali sostanze nelle cellule di alcune tipologie tissutali.

- Ipo.
Condizioni deficitarie che fanno sentire il loro effetto soprattutto in corrispondenza
dei tessuti connetivi articolari e pararticolari, il che comporta una minore funzionalit
di tali Proteoglicani malattie artroreumatiche.

- Protidi.
Composti quaternari costituiti da C,H,O,N.
Funzioni.
Eterogeneaenergetica e strutturale.
I 2 aspetti si invertono rispetto ai glucidi in termini di preminenza.
1) Funzione plastica.
Esistono varie Proteine di struttura (dellapparecchio membranoso del citoplasma)
coinvolte nelledificazione di varie strutture cellulari.

2) Funzione energetica.
Lattribuzione energetica alle proteine risiede nel fatto che alcune macromolecole
proteiche sono quei catalizzatori biologici che intervengono nel metabolismo
cellulare e quindi anche a livello energetico.
Si tratta, quindi, di Proteine enzimatiche.
3) Funzioni specifiche.
Costituiscono sostanze biologicamente attive.
Funzione ormonale.
Esistono proteine ormonali ipotalamiche, ipofisarie, tiroidee.
(Lipotalamo un settore dellencefalo detto diencefalo. E proprio grazie allo studio
di questo distretto del cervello che la Endocrinologia fu sostituita dalla
Neuroendocrinologia, grazie alle ricerche degli anni 50 dei coniugi Scherrer che
dimostrarono in maniera inconfutabile, nonostante liniziale diffidenza degli ambienti
scientifici, che alcune cellule nervose sono in grado di elaborare ormoni. Di
conseguenza, lo studio delle strutture endocrine deve essere sottoposto, in termini di
gerarchia funzionale, al sistema nervoso).
Lormone un prodotto di secrezione specifica di alcune cellule.
A seconda delle modalit di secrezione, i secreti possono assumere diverse
connotazioni.
Lormone un secreto di alcune tipologie cellulari versato direttamente nel cicolo
ematico: infatti, si parla di ormone o increto.
Pertanto, lormone pu esplicare la sua azione a distanza.
Si tratta di una sostanza molto attiva biologicamente e che esplica la sua azione in
condizioni minimali dellordine dei picogrammi.
La loro carenza, tuttavia, provoca uno squilibrio dello stato di equilibrio del nostro
organismo (cenestasi: condizione di benessere).
LEndocrinologia e la Neuroendocrinologia sono le discipline che si occupano dello
studio delle cellule ormonopoietiche.
Alcuni ormoni sono di natura proteica, altri, vedremo, sono di natura lipidica.
Funzione difensiva.
Esplicata dalle cosiddette proteine anticorporali.
Esse hanno il compito di assicurare i processi di difesa specifica del nostro
organismo.
Esistono, infatti, fondamentalmente 2 meccanismi di difesa: 1) Meccanismi di difesa
specifici. In cui rientrano sostanze di anticorpali di natura proteica che determinano
interazioni con gli antigeni mediante movimenti umorali, cio attraverso il sangue.
3) Meccanismi di difesa aspecifici.
Gli anticorpi sono elaborati dalle plasmacellule del tessuto connettivo.
Funzione di trasporto transmembranale.

Si tratta di proteine carrier scaglionate nelle membrane plasmatiche per finalit di


trasporto attivo.
Si distingue in proteine canali: adibite al trasporto di sostanze diverse; e proteine
pompa: per il trasporto di ioni.
Funzione recettoriale.
Si tratta di recettori di membrana.
Non trasportano sostanze, ma ancorano sostanze di varia natura (es., farmaci), pur
non facendole penetrare allinterno delle cellule.
Dallinterazione tra queste proteine recettrici e le sostanze che ad esse si legano, si
innescano meccanismi molto importanti da un punto di vista biologico.
Si ha una condizione molto discriminata e caratterizzata da grande specificit.
Struttura.
- Struttura primaria: catene polipeptidiche costituite da amminoacidi in sequenze
stabili e definite.
- Struttura secondaria: struttura spaziale di tipo elicoidale.
- Struttura terziaria: ripiegamento ulteriore della struttura secondaria, solo per
alcune formazioni proteiche.
- Struttura quaternaria: associazione di pi molecole proteiche, solo per alcune
formazioni proteiche.
Classificazione.
1) Proteine semplici.
(Es.: Albumine, Globuline, Istoni, Protamine).
2) Proteine complesse o coniugate.
1) Proteine semplici.
Albumine.
E interessante premettere che sussiste un rapporto costante tra la concentrazione di
albumine e quella di globuline presente nellorganismo. E una variazione di tale
rapporto ha importanti conseguenze patologiche.
Sono elaborate dagli Epatociti (le cellule parenchimali epatiche) secondo un ritmo
obbligato che deve corrispondere alla loro concentrazione ottimale nel sangue.
Sono caratterizzate da un intenso potere idrofilo che esplicano allinterno dei vasi
sanguigni.
Avevamo, infatti, gi discusso di potere idrofilo a proposito dei Proteoglicani.
Esse sono responsabili di un importantissimo valore pressorio che prende il nome di
pressione oncotica: gradiente pressorio esplicato dalle albumine in relazione alla
loro capacit di attrarre acqua.

La volemia (volume ematico), infatti, dipende specificatamente, fra laltro, proprio


dalle albumine. Per cui, aumentando la concentrazione delle albumine aumenter
anche il valore della pressione oncotica e, di conseguenza, lo stesso volume ematico.
Al contrario, una carenza di Albumine fa inevitabilmente diminuire il gradiente di
pressione oncotica, determinando una particolare patologia che prende il nome di
iponchia plasmatica.
Che cosa avviene?
Liponchia plasmatica comporta una fuga di acqua dallinterno dei vasi alla volta dei
tessuti interstiziali, dal momento che questa quantit di acqua non pi
opportunamente trattenuta dalla Albumina.
Si avr, pertanto, come detto, linvasione di alcune cavit organiche: essenzialmente,
la cavit pleurica e la cavit addominale, determinando quella manifestazione
morbosa che prende il nome di edema.
E una manifestazione esplicita di epatopatie, infatti, dato proprio dalla cosiddetta
ascite.
Da un punto di vista terapeutico, in passato, si cercava di eliminare la presenza di
liquidi mediante apposite punture evacuative (paracentesi). Ma non si raggiungeva
lo scopo previsto in quanto, non essendo stata eliminata la causa determinante (e cio,
la carenza di albumine), in tempi pi o meno lunghi, si ha la formazione rinnovata di
liquido.
In altri casi, si interviene mediante terapie sintomatiche che consistono nelluso di
diuretici.
Oggi, infine, in maniera ben pi ragionata, si interviene con la somministrazione di
albumine, pratica che egualmente pu presentare pro e contro, come una
problematica tolleranza da parte di alcuni pazienti.
Infine, abbiamo detto, la pressione oncotica un concetto molto importante in quanto
la concentrazione delle albumine nel siero del sangue in rapporto costante con la
concentrazione delle Globuline.
Globuline.
A differenza delle Albumine (elaborate dalla quota parenchimale del fegato), le
Globuline sono elaborate dalla quota stromale del fegato.
Esse rappresentano lo specchio del buon andamento dei processi infiammatori.
Si parla, infatti, di una difesa specifica umorale, che si realizza mediante le propriet
anticorpali delle suddette Globuline.
Si ha unattivit antagonistica e specifica nei confronti di aggressori che prendono il
nome di antigeni.
Il tasso di anticorpi lo specchio dei nostri poteri di difesa. Mediante questi ultimi,
infatti, lorganismo difende lintegrit della nostra costituzione somatica.
Si possono avere svariate patologie da immunodeficienza, che culminano nellAIDS.

Si ha una nefasta diminuzione di linfociti e plasmacellule, le cellule che producono i


vari anticorpi.
Esistono, tuttavia, anche patologie da eccesso di sintesi di Globuline, derivante dalla
indiscriminata proliferazione delle cellule che costituiscono il connettivo epatico.
Questa ipertrofia, questa iperplasia pu determinare un eccesso di sintesi delle
globuline, che sfocia in malattie come la cirrosi epatica, che comincia con
unintensissima e perniciosa produzione di Globuline e che culmina nel vero e
proprio soffocamento del Parenchima epatico.
Abbiamo gi discusso, a proposito delle Albumine, della costanza del rapporto
Albumine\Globuline.
Fra le formazioni globuliniche a carattere immunitario, occupano una posizione di
riguardo le Immunoglobuline.
- IMMUNOGLOBULINE (Ig).
Proteine animali di natura globulinica che esplicano unattivit anticorpale di tipo
immunitario (difesa specifica).
Metodo di studio: Immunoelettroforesi.
Campo elettrico applicato a un campione di sangue che determina lo spostamento
delle diverse tipologie proteiche (frazionamento) in relazione alla loro carica e alla
loro massa.
Composizione chimica fondamentale comune.
2 catene polipeptidiche pesanti (catene H: catene high), a PM 50000.
2 catene polipeptidiche leggere (catene L: catene low), a PM 20000.
E possibile individuare le 2 differenti tipologie di Ig, quella costituita da 2 catene
pesanti e quella costituita da 2 catene leggere, mediante la classica procedura di
Immunoelettroforesi.
E interessante questo aspetto del problema da un punto di vista terapeutico, perch
esistono alcune malattie molecolari dette malattie delle catene pesanti e alcune
altre dette malattie delle catene leggere.
Ci a dimostrazione dellestrema specificit con cui si individua leziologia di alcune
alterazioni macromolecolari caratteristiche.
Eterogeneit.
Le varie forme immunoglobuliniche, in affermazione della estrema specificit che le
caratterizza, sono appunto caratterizzate da unestrema multiformit che dipende da
vari fattori:
- Massa molecolare.
- Diversa mobilit elettroforetica.

- Sede di azione ( questo laspetto pi studiato. Esso concerne anche le producono,


le cellule che secernono questi prodotti specifici.
Classi.
1) Immunoglobuline sieriche.
Quote presenti nella parte fluida del sangue: plasmao siero.
Per la loro sede, sono responsabili della difesa specifica di tipo umorale.
Citotipo di sintesi: plasmacellule.
Localizzate specificatamente nei tessuti connettivi, hanno un carattere ubiquitario dal
momento che i tessuti connettivi sono propri di tutti gli organi.
Ne esistono diversi tipi, e le principali sono: IgG, IgA, IgM, IgD, IgE.
Nelle varie patologie, possono venire a mancare alcune di queste.
2) Immunoglobuline secretorie.
(Sono le ultime acquisizioni istologiche di Ig, cronologicamente parlando).
Si ritrovano nelle secrezioni esterne prodotte da particolari cellule esocrine di alcuni
tessuti.
Fanno parte, quindi, di un sistema che compendia questa attivit secretoria: Sistema
immune secretorio (Secretory Immune System).
Citotipo di sintesi: plasmacellule mucosali (che fanno parte delle membrane
mucose. Si tratta di lamine costituite da 2 tessuti: tessuto di natura epiteliale
sovrastante e tessuto sottostante di natura connettiva. Tipologia bitessutale che
ricopre le cavit interne di organi fornite di lume. Es., i visceri o la cavit gastrica.
Infatti, la lamina pi interna della parete gastrica la lamina gastrica) e che elaborano
una frazione di Ig, frammista a prodotti specifici di secrezione.
3) Immunoglobuline di membrana.
Vengono dette Sm-Ig (Surface Membrane-Ig).
Abbiamo gi parlato di alcune tipologie proteiche che interessano la membrana (Es.:
proteine-canali, proteine con funzione recettiva di membrana), adesso tratteremo di
questultima formazione proteica che ha scopi essenzialmente difensivi: sta a
fronteggiare alcune aggressioni di carattere antigenico.
Cenotipo di sintesi: linfociti B.
La specificazione B sta per abbreviazione di Bone. Essi, infatti, vengono prodotti
dal midollo osseo o tessuto mieloide, un organo di natura emopietica.

E non a caso, nella circostanza di malattie che interessano i linfociti B (linfomi)


siamo in grado di effettuare una tipizzazione delle medesime, non attraverso semplici
indagini di tipo morfo-strutturale, dal momento che, in caso di cellule tumorali, si ha
una modificazione cos estrema della struttura delle cellule normali da rendere
praticamente impossibile ogni forma di riconoscimento strutturale, bens attraverso le
specifiche tipologie di SM-Ig che sono secrete dalle stesse cellule tumorali e che,
inevitabilmente, ci riportano alle loro precedenti condizioni di normalit.
2) Proteine complesse o coniugate.
Classificazione.
Nucleoproteine (istoni + acidi nucleici).
Gli acidi nucleici costituiscono il rappresentante prostetico di questo tipo di proteine,
mentre gli istoni costituiscono il rappresentante proteico di proteine semplici.
Di Acidi Nucleici, ne esistono fondamentalmente 2 tipi:
1) Acido Desossiribonucleico (DNA).
2) Acido Ribonucleico (RNA).
Esso occupa una sede citoplasmatica e un ruolo di fondamentale importanza nel
meccanismo della sintesi proteica.
- RNA ribosomiale. Ha concretizzazione morfologica perch presente nei ribosomi.
- RNA solubile o di trasporto (transfer).
- RNA messaggero.
METODI DI VISUALIZZAZIONE ISTOCHIMICA.
- Metodo di Feulgen: valido per il DNA.
- Metodo di Brachet: valido per lRNA.
Lipoproteine (apparecchio membranoso del citoplasma).
In questo caso, il gruppo prostetico di natura lipidica.
Hanno una rilevanza come fattore di rischio delle malattie cardiovascolari.
Possono essere di 2 tipi:
1) Lipoproteine di struttura o insolubili.
Esse possono costituire lo scheletro compositivo delle membrane cellulari,
cristallizate nelle biomembrane o plasmalemmi.
Fanno parte anche dei dispositivi membranari che costituiscono lapparecchio
membranoso.

In questo senso, hanno essenzialmente funzione plastica.


2) Lipoproteine seriche.
Hanno una valenza funzionale perch una loro frazione presente nel siero del
sangue.
Anche in questo caso, la quota proteica consente metodi di indagine come
lelettroforesi.
Ne esistono varie tipologie:
- CHILOMICRONI.
Gi a occhio nudo, si percepisce che campioni di sangue di individui affetti da
ipertrofia chilomicronica assumono un aspetto lattescente, dovuto appunto
allaumento della loro concentrazione.
Esse vengono secrete dal Pancreas, unimportante ghiandola del sistema digerente,
con la basilare funzione di emulsionare i grassi. Una condizione di morbosit,
dunque, evidentemente determina la cosiddette pancreatiti.
- VLDL (Very Low Density Lipoprotein).
Un eccesso e un ristagno di un loro componente, lacido urico, determina varie
patologie articolari come liperuricemia.
Talvolta, si pu sfociare addirittura nella Gotta, una manifestazione patologica
fortemente dolorosa.

- LDL (Low Density Lipoprotein).


Determinano varie vasculopatie come laterosclerosi prematura: un processo di
degenerazione delle componenti di un vaso, che coinvolge let giovanile.
(A differenza dellarteriosclerosi, che comporta un irrigidimento delle pareti del vaso
e che ha un carattere pi specificatamente senile).
- HDL (High Density Lipoprotein).
In condizioni morbose, rischio di malattie cardiovascolari (es., infarto, trombosi).
Mucoproteine: sialomucine.
Cromoproteine.
Hanno un gruppo prostetico colorato (donde la qualifica).
Le pi importanti sono:
- Emoglobina.
Formata da un componente proteica (globina) e da una componente proteica (gruppo
eme).

Consente la fisiologia della respirazione grazie ad alcune cellule come gli eritrociti.
- Emocianina.
Analogo vegetale dellemoglobina da cui si originano i citocromi.
- Citocromi.

- Lipidi.
Caratteristica fondamentale: insolubili in acqua e solubili in solventi organici (es.:
xilolo, alcoli, cloroformio, tetracloruro di carbonio).
Funzione: eterogenea (energetico-strutturale).
Funzione energetica.
Entrano nellambito dei processi metabolici quando, per motivi patologici, bloccato
il metabolismo glucidico (es., il diabete mellito).
Si tratta di fonti energetiche di riserva o di deposito.
In questi casi parafisiologici, detti di cachessia, essi sono presenti nel tessuto adiposo
sottocutaneo. E lutilizzo di lipidi a funzione energetica determina come effetto
visibile appunto quello del dimagrimento.
Funzione plastica.
Facenti parte dellapparecchio membranoso del citoplasma, come costituenti del
protolemma.
Funzioni specifiche (biologicamente attive).
(ormoni surrenalici, ormoni sessuali, acidi biliari e complesso vitaminico D).
Lo abbiamo detto, gli ormoni sono sostanze che agiscono in quantit minime,
elaborate dalle cellule endocrine.
- ORMONI SESSUALI.
Sono elaborati da cellule di organi particolari: le gonadi.
Si tratta di un organo che, secondo la etimologia del termine, preposto alla
costituzione delle cellule della linea germinale (spermatozoo e cellula uovo).
Ma, come detto, le gonadi sono anche costituite da cellule che non hanno niente a che
fare con la gametogenesi, ma sono deputate esclusivamente alla produzione di
ormoni maschili (androgeni) e ormoni femminili (estrogeni e progestinici).
Quindi, le gonadi sono organi a funzione mista.
- ACIDI BILIARI.

Gli Acidi Biliari, pur non essendo ormoni, sono prodotti di secrezione specifica di
alcune cellule che compongono delle vie canalicolari che prendono il nome di vie
biliari.
Gli acidi biliari rappresentano una quota della Bile: il prodotto dellattivit secretoria
dellorgano epatico.
Sono adibiti alla digestione dei grassi.
Oggigiorno, c uno spunto terapeutico interessantissimo. Somministrando acidi
biliari, possibile, infatti, dissolvere alcune concrezioni patologiche di alcune
componenti della bile: calcolosi.
Si distinguono in:
1) Acidi Biliari Primari.
Eliminati fisiologicamente con la bile.
(Es.: acido colico e acido chenodesossicolico, coniugati con glicina e taurina).
2) Acidi Biliari Secondari.
- Acido desossicolico.
- Acido ursodesossicolico per la terapia, come abbiamo visto, di alcune
calcolosi, per laccrescimento delle propriet solubilizzanti della bile. Si tratta di
un prodotto naturale che non paventa gli effetti nocivi che sono tipici di tutti i
farmaci. Si tratta di un tipo di farmaci endecolidi: prodotti dallorganismo stesso.
Esso inibisce, per via enzimatica la sintesi di un componente che nel fegato
rappresenta il capostipite di alcuni componenti della bile: il colesterolo.
Classificazione.
Si basa sul grado di complessit molecolare.
Si distinguono in: 1) Lipidi semplici. 2) Lipidi complessi.
1) Lipidi semplici.
Prodotti di esterificazione di acidi grassi a basso o elevato numero di atomi di
carbonio con alcoli di diversa natura.
Si suddividono in:
- Gliceridi o grassi neutri.
- Ceridi.
- Steridi o steroidi.
- Esteri di carotenoidi.
GLICERIDI O GRASSI NEUTRI.
Esteri di acidi grassi superiori con un alcol trivalente (glicerolo).

Si formano tre tipologie di gliceridi a seconda del numero alcoli esterificati:


- Monogliceridi.
- Digliceridi.
- Trigliceridi.
Il dosaggio dei trigliceridi la spia del metabolismo dei lipidi semplici: esiste, infatti,
un range ottimale al di l del quale c una condizione patologica.
CERIDI.
Acidi grassi con alcoli monovalenti.
Si utilizzano in un preparato istologico per favorire la pratica della inclusione, che
consiste fondamentalmente in un rapprendimento del ceride e, di conseguenza,
unagevole pratica di sezionamento.
Ad es., la paraffine una sostanza molto utilizzata.
STERIDI E STEROIDI.
Gruppo di fondamentale importanza biologica.
Si tratta di esteri di acidi grassi con alcoli ciclici (detti steroli)
Gli steroli sono derivati da un nucleo chimico fondamentale che prende il nome di
ciclopentanoperidrofenantrene.
Derivano da questultimo:
- Colesterolo. Un elemento precursore della biosintesi di alcuni steroidi, mediante
appositi enzimi detti enzimi della steridogenesi.
- Acidi biliari.
- Ormoni sessuali maschili e femminili. Prodotto di increzione di organi
ghiandolari a funzione mista (ovaio e testicoli): non solo funzione gametogenetica,
ma anche ormonopoietica.
- Sostanze cardioattive. Sostanze primitivamente estratte da piante (come lo
Strofanto officinalis, da cui deriva il gruppo delle strofantine. Vengono utilizzate
in caso di insufficienza cardiaca o in caso di deficienza della capacit contrattile.
- Complesso vitaminico D.
- Ormoni corticosurrenalici. (Infatti, le ghiandole surrenali sono costituite da 2
comparti: la corteccia (da cui vengono prodotti gli ormoni corticosurrenalici) e il
midollo.
ESTERI DI CAROTENOIDI.
Pur essendo pigmenti del regno vegetale, sono costituenti di alcune sostanze di
estrema importanza biologica: le vitamine.
Ad es., il Retinene: precursore del gruppo vitaminico A (implicato nei processi
chimici della percezione visiva oltre che nella pratica dermatologica) e la stessa
Vitamina A.

Funzioni del Colesterolo.


- Trasporto degli acidi grassi nel siero. Il colesterolo ha, infatti, una carica elettrica
anfipatica per cui parzialmente solubile nel sangue e parzialmente negli acidi
grassi insaturi che vengono trasportati in forma esterificata.
- Precursore degli acidi biliari e di ormoni steroidei.
- Composizione della quota lipidica dellapparecchio membranoso del citoplasma.
Esso funge da stabilizzatore dei fosfolipidi di membrana (sempre grazie alla sua
parziale solubilit in ambiente acquoso): i fosfolipidi, infatti, sono impiegati nella
plasticit delle membrane plasmatiche.
- Isolante elettrico.
La colesterolemia (concentrazione del colesterolo) ha un range ben definito 150220 mg%.
Ed in effetti, un valore esterno al range determina condizioni patologiche: le placche
aterosclerotiche come patologie di ipercolesterolemia.

2) Lipidi complessi.
Esteri di acidi grassi con glicerolo o amminoalcoli, contenti acido fosforico, basi
azotate (puriniche e pirimidiniche) e idrati di carbonio (zuccheri).
Classificazione eseguita o sulla base delle sedi o sulla natura dei componenti.
Fosfolipidi. (glicerolo+acidi grassi+acido fosforico+basi azotate).
Es.:
- Acido Fosfatico o Acido Glicerofosfatidico.
- Fosfatidilinositolo.
- Fosfatidiletanolammina.
- Fosfatidilcolina o Lecitina.
- Fosfatidilserina.
- Surfattante alveolare.
SURFATTANTE ALVEOLARE.
Viene cos definita una miscela di fosfolipidi prodotta da particolari cellule dette
pneumociti di II tipo, cellule terminali degli alveoli polmonari.
Questa miscela di fosfolipidi costituisce un rivestimento parietale interno (si parla di
film: sottile strato di copertura dellepitelio degli alveoli, il pi semplice degli
epiteli di rivestimento. Si parla, infatti, di Epitelio Pavimentoso Semplice: costituito
da un singolo strato. E non a caso, poich un ispessimento determinerebbe una

compromissione del processo respiratorio) che si stratifica essenzialmente nel tessuto


alveolare e che non impedisce la fisiologia della respirazione, ma anzi responsabile
della tensione alveolare, indispensabile per lespletamento dei meccanismi di
respirazione.
Esso, infatti, regola le variazioni volumetriche inspiratorie ed espiratorie, per cui una
sua mancanza pu determinare una deficienza negli atti respiratori alla nascita:
sindrome da membrane ialine, molto studiata in America. In America, addirittura,
esistono banche del surfattante.
Il tessuto placentare contiene grandi quantit di surfattante.
Nella pratica farmacologica, il surfattante esplica unazione di anti-irritante.
Lazione del surfattante valida anche per le vie superiori bronchiali e quelle finitime
bronchiolari.
Sfingofosfolipidi (classificazione chimica) o sfingomieline (classificazione di
sede): (sfingosina, un amminoalcol+acido grasso+acido fosforico+colina).
Lo troviamo nella guaina mielinica: struttura fondamentale con funzione di involucro
per le cellule neuroniche.
Sfingoglicolipidi o Cerebrosidi. (sfingosina+acido grasso+galattosio).
Gangliosidi. (sfingosina+acido grasso+esoso+galattosammina+acido
neuraminico).
Lacido neuranimico, del resto, un composto di natura specificatamente
gangliosidica e tale, dunque, da consentirne un esplicito riconoscimento.
Li troviamo nei gangli cerebrospinali: organi del sistema nervoso periferico, costituiti
da cellule gangliari.
Destino di rimaneggiamento dei Fosfolipidi.
Essi vengono metabolizzati, catabolizzati.
In altri termini, subiscono una parziale demolizione.
I processi di rimaneggiamento hanno costituito un punto di partenza per lo studio dei
processi della senescenza cellulare che, in condizioni patologiche, pu verificarsi
precocemente determinando un danneggiamento parafisiologico ed involutivo di
questi costituenti, i fosfolipidi, delle membrane cellulari.
Si parla, pertanto, di membranopatie.
FOSFOLIPIDI
|
|
|
(Fosfolipasi)
|

|
|
-- ------- ACIDO ARACHIDONICO---| (Ciclossigenasi)
|
1) Prostaglandine
2) Trombossani

| (Lipossigenasi)
|
1) Leucotrieni

ACIDO ARACHIDONICO.
Si tratta di un acido grasso superiore, frutto del catabolismo dei fosfolipidi.
Abbiamo precedentemente detto che il catabolismo produce in linea di massima
prodotti di rifiuto, detti appunto cataboliti. In realt, cos non sempre.
In questo caso, infatti, si ha un vero e proprio riciclaggio delle sostanze che da un
edificio molecolare complesso, come i fosfolipidi, produce un vero e proprio ciclo
metabolico che ha come capostipite proprio lacido arachidonico.
CICLOSSIGENASI.
Rende possibile lattuazione di composti biologicamente importanti come le
prostaglandine e i trombossani.
Si tratta di un enzima ad azione catalitica della reazione di modificazione dellacido
arachidonico.
LIPOSSIGENASI.
Rende possibile lattuazione di composti biologicamente pericolosi, se presenti in
quantit massive, come i leucotrieni.
Si tratta di un enzima ad azione catalitica della reazione di modificazione dellacido
arachidonico.
CORTISONICI.
Sostanze ormonali elaborate dalla corteccia surrenale.
Utilizzati per scopi terapeutici per le loro propriet antinfiammatorie.
Non c capitolo della patologia iatrogena (determinata dagli errori dei medici) che
non compendi effetti indesiderati che concernono i cortisonici (come il cortisone).
In realt, tuttavia, la denominazione di effetti indesiderati alquanto impropria. Si
tratta, infatti, di effetti assolutamente prevedibili alla luce della conoscenza del
meccanismo di azione di queste sostanze.
Che cosa producono come effetto collaterale (che poi normale)?
Lassunzione protratta pu determinare lacerazioni gastriche (ulcera, emorragie
gastriche). Ma perch?
La risposta risiede nel fatto che essi bloccano lattivit dei fosfolipidi di membrana e
quindi la sintesi di acido arachidonico e quindi la produzione di sostanze come le

prostaglandine (che, guarda caso, esplicano unazione protettiva dellintegrit della


mucosa gastrica che, pertanto, viene danneggiata dallazione corrosiva dellHCl).
Come si pu porre rimedio?
Banalmente, assumendo prostaglandine (che si trovano in commercio).
FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei).
Si tratta di un gruppo di sostanze che, analogamente ai cortisonici, ma per cause
diverse, determina il danneggiamento della mucosa gastrica.
Essi, infatti, bloccano la sintesi degli enzimi ciclossigenasi che, a partire dallacido
arachidonico, consente la sintesi delle prostaglandine.
LEUCOTRIENI.
Esplicano unazione quasi speculare rispetto alle prostaglandine.
Sono coinvolti in processi di spasmo delle vie respiratorie (che sfociano in patologie
asmatiche).
Ci si serve di sostanze antileucotrieniche che limitano tali conseguenze dovute
alleccesso di leucotrieni.
PROSTAGLANDINE.
C una grande rosa di attivit funzionali:
-

Sistema cardiovascolare (con azione vasodilatante).


Sistema nervoso (regolamento delle trasmissioni nervose).
Sistema immunitario (ne regolano la prontezza di risposta).
Apparato respiratorio (opposta a quella dei leucotrieni: broncodilatante).
Sistema endocrino e riproduttivo (usate come farmaci che possono indurre
laborto perch, assunte in dosi adeguate, determinano una contrazione eccessiva
dellutero).
- Apparato urinario.
- Processi cancerosi.
- Apparato gastroenterico.

CARATTERIZZAZIONE MORFOLOGICA DEL CITOPLASMA.


Organizzazione strutturale (possibile mediante tecniche di microscopia
ottica).
Descrizione morfofunzionale delle strutture:
- Membrana plasmatica o Plasmalemma.
- Citoplasma.
- Nucleo.

Sulla base delle passate tecniche di microscopia ottica, si pensava che il citoplasma
fosse sostanzialmente amorfo (ialoplasma). A causa del limitato potere di
risoluzione, infatti, si riusciva a distinguere solo alcune strutture filamentose
scarsamente definite (come i mitocondri) e che, vedremo, sulla base della pi
potente microscopia elettronica, verranno ascritte a quello che definiremo
apparecchio membranoso del citoplasma.
Organizzazione ultrastrutturale (possibile mediante microscopi elettronici a
trasmissione e a scansione).
La microscopia elettronica amplifica il corredo dellorganizzazione ultrastrutturale:
si dice che lultrastruttura loggetto dindagine della microscopia ottica.
Si individu un complesso di entit membranoso che, nel loro insieme, compenetrano
la maggior parte del protoplasma, anticamente considerato componente amorfa.
Queste strutture sembrano rappresentare le propaggini interne, le emanazioni interne
della membrana plasmatica.
Esistono forme svariate: tondeggianti, irregolari, allungate
Queste ultrastrutture ripetono lorganizzazione morfologica del protolemma del
quale, pertanto, sembrano propagazioni.
Porta in senso unitario alla presenza di alcune membrane che conducono alla
funzionalit dei vari citotipi.
- Apparecchio membranoso del citoplasma.
Organizzazione macromolecolare (possibile mediante microscopi ad alta
tensione e ad alta risoluzione).
Si impoverisce ulteriormente, cos, il concetto di ialoplasma.
- Reticolo microtrabecolare.
- Citoscheletro.

MEMBRANA PLASMATICA.
Struttura che, come tutti gli altri dispositivi cellulari ha una sua composizione
chimica di base.
COMPONENTE PROTEICA.
Anticamente, si credeva che le membrane biologiche avessero esclusivamente una
composizione chimico-strutturale: in parte lipidica e in parte proteica.
Oggi, si d il giusto peso anche alla componente glicidica (sia pure in diversa
proporzione rappresentativa) che entra a pieno titolo e con un alto grado di dignit
nella costituzione delle biomembrane.

- Proteine totali. 57-63%


Proteine semplici.
Proteine complesse.
Gruppi prostetici costituiti da oligosaccaridi (glicoproteine).
COMPONENTE LIPIDICA.
E quella che, nella storia, stata maggiormente oggetto di studio.
- Lipidi totali. 42%
Fosfolipidi. 55%
Alcuni obbligatoriamente costitutivi delle membrane plasmatiche (detti, essenziali).
I principali sono:
-

Fosfatidilcolina.
Fosfatidiletanolammina.
Fosfatidilinositolo.
Fosfatidilserina (importante per le cellule nervose).
Fosfatidilglicerolo.
Acido Fosfatidico.
Cardiolipina.

Sfingomieline. 17%
Importanti per alcune componenti di rivestimento nelle membrane delle cellule
nervose: fibre nervose.
Colesterolo ed esteri. 17%
Con funzione di stabilizzazione della quota lipdica.
Trigliceridi. 7%
Intervengono nella plasticit.
Glicolipidi. 4%

COMPONENTE GLICIDICA.

- Glicidi totali. 2-10%: percentuale sicuramente riduttiva rispetto a proteine e


lipidi. Eppure, questa blanda presenza non impedisce un importante ruolo
funzionale.
Oligosaccaridi legati a proteine (glicoproteine) o legati a lipidi (glicolipidi).
Glicosamminoglicani (GAG).
Si trovano nelle matrici intercellulari del tessuto connettivo e in quella copertura
extracellulare che prende il nome di mantello cellulare (o glicocalice o cell coat).
Proteoglicani.
Si trovano nel mantello cellulare o glicocalice.
La componente proteica ancorata saldamente alla membrana plasmatica per cui
riesce difficoltosa la distinzione fra le proteine di membrana e quelle del glicocalice.

Disposizione e posizionamento configurativo e spaziale.


(Vedi Figura 1).
Osservando la disposizione del Fosfolipide rispetto alla membrana plasmatica, si nota
come essi espongono la testa polare allambiente acquoso endocellulare ed
esocellulare ed allontanano la coda idrofoba.
Pertanto, essi sono allocati perpendicolarmente a un tangente immaginaria della
membrana plasmatica.
Si pu osservare, anche, come il Colesterolo, che ha una caratterizzazione chimica
analoga, abbia uguale configurazione.
(Vedi Figura 2).
Pertanto, si parla di bi-layer o strato bimolecolare, come si pu vedere in figura,
della componente lipidica che, appunto, volge le teste polari allesterno e mantiene
allinterno le lunghe code apolari.
Si vede come i Fosfolipidi siano orientati in maniera perfettamente perpendicolare
alla membrana.
Configurazione di Davson e Danielli o modello tradizionale.
(Vedi Figura 3).
Si deve aggiungere, tuttavia, alla suddetta componente lipidica, anche una
componente proteica (ancora, non si raggiunto un grado di conoscenza tale da
includere anche la componente glicidica).

Si hanno le proteine disposte in due frontiere luna in corrispondenza del versante


endocellulare, laltra in corrispondenza del versante esocellulare, ed entrambe
parallelamente rispetto alla tangente immaginaria della membrana cellulare.
Quindi, le proteine interagiscono con la testa della forchetta lipidica.
I gruppi polari idrofobi sono rappresentati dalle molecole di acidi grassi. Essi sono
rappresentati con linee pieghettate perch insaturi.
(Vedi Figura 4).
Si parla, pertanto, di idea del tramezzino.
Ma, fino a questo momento, quando ancora non si perviene alla individuazione della
componente glicidica, sussistono varie problematiche nello studio delle funzionalit
della membrana plasmatica.
Ma la membrana plasmatica non una frontiera inerte: al contrario, con unattivit
di selettivit bidirezionale c un passaggio di sostanze in entrambi i sensi.
Secondo questo schema di Danielli e Davson, si potrebbe pensare che possano
attraversare la membrana biologica solo sostanze solubili.
Poich una condizione di questo tipo assolutamente inaccettabile, per superare
questo impasse, si propose la presenza di pori (entit fisiche reali, dimensionalmente
ben definite) che garantiscano il passaggio di sostanze non solubili nei lipidi (che,
peraltro, sono la maggior parte).
Questa interpretazione crea unimmagine statica, cristallizzata della membrana
plasmatica.
(Vedi Figura 5).
In realt, per, le immagini della microscopia elettronica sembrerebbero confermare
lipotesi di Davson e Danielli.
Si interpretano i 2 versanti elettron-opachi come componenti proteiche e il
frammezzo chiaro come componente lipidica.
Tuttavia, questa interpretazione concettualmente inaccettabile.
Ci si serv, allora, di unaltra tecnica: raffreddamento fino a bassissime temperature
con N liquido (fino a 180) e fissurazione con lamine molto sottili: tecnica del
criodecappaggio.
E ci consentiva, con limpiego di particolare fissativi, di individuare una qualche
ultrastruttura che compenetra lo strato fosfolipidico affondandosi completamente o
parzialmente in esso: si tratta di formazioni proteiche.

Ipotesi del mosaico fluido di Singer e Nicolson.


La tecnica del criodecappaggio port al secondo modello di membrana.
A differenza del modello di Davson e Danielli, le proteine non sono solo estrinseche
di membrana, ma anche intrinseche.
Ci deve essere una ragione pratica di questo posizionamento non rigido, ma
dinamico, plastico.
Si attribuiscono particolari prestazioni a queste proteine intrinseche di membrana, per
cui il modello dei pori viene abbandonato.
Le proteine sono in grado di agganciare alcune sostanze e di veicolarle allinterno o
allesterno dellambiente cellulare. Si parla, pertanto, di proteine carrier.
(Vedi Figura 6).
Si vede dal disegno una sorta di linea centrale che d lidea di un canale: in
realt, il canale altro non che la modificazione della configurazione spaziale delle
proteine per lespletamento delle funzioni di trasporto.
Quindi, non si parla pi esclusivamente di trasporto passivo, come quello che
determinerebbero i pori.
In realt, oltre a un trasporto passivo (legato al trasferimento, attraverso la membrana,
di acqua e componenti disciolte in essa: i sali) , si ha anche un trasporto attivo
(c un trasporto selettivo che si realizza compiendo un lavoro metabolico).
In caso di trasporto passivo, la membrana si comporta come un componente inerte,
per cui si realizza un gradiente osmotico. Il trasporto attivo urta con le leggi
dellosmosi, ma ci comporta un dispendio di energia.
Ruolo delle proteine di membrana.
Sono indispensabili per il mantenimento dellintegrit strutturale (proteine di
struttura) e funzionale delle biomembrane.
Sono potenzialmente mutevoli come assetto: esse galleggiano e fluttuano nel mare
fosfolipidico.
Ci reso possibile dal fatto che il tramezzino lipidico non n troppo rigido (per
cui, le proteine non avrebbero nessuna mobilit) n troppo labile (per cui, le proteine
non avrebbero alcun sito di ancoraggio).
Sono ancorate sul versante endocellulare mediante microtubuli e microfilamenti. Si
tratta di componenti del citoscheletro, ultrastrutture filamentose piene in un caso
(microfilamenti) e vuote nellaltro (microtubuli), responsabili, fra laltro, della
mobilit delle proteine. Talvolta, lancoraggio avviene mediante altre apposite
proteine.

Sul versante esocellulare, i punti di sostegno sono rappresentati dalla componente


lipidica con cui le proteine stabiliscono alcune interazioni: non esistono, infatti,
glicidi liberi, ma essi sono legati sempre a lipidi o a proteine per formare il
glicocalice, costituito da glicoproteine e proteoglicani.
Proteine enzimatiche.
Attivano il metabolismo di membrana: trasporto attivo.
- Adenosintrifosfatasi (ATPasi).
- 5-Nucleotidasi.
- Disaccaridasi.
Sono allocati sul bordo libero delle cellule intestinali.
Hanno un ruolo fondamentale nel primo smaltimento degli idrati di C. E questo
essenzialmente nei primi mesi di vita post-natale, quando, appunto, consentono
lassorbimento del glicidi, specie dal latte.
Tuttavia, spesso, in condizioni patologiche, la cellula non riesce ad attrezzarsi
sufficientemente con tali enzimi che non giungono a maturazione.
Si hanno, pertanto, tutta una serie di malattie pediatriche che, non a caso, vengono
definite malattie o sindromi di mal assorbimento: il bambino non soltanto non
ricava alcunch dallassunzione del latte, ma addirittura si ha una condizione di
rigetto che si manifesta con il vomito.
Mediante prelievi di tipo bioptico di porzioni di tessuti intestinali, si va a vedere se,
nelle cellule intestinali, si ha la presenza di disaccaridasi.
Talvolta, lacquisizione piena e la maturazione dei suddetti enzimi arriva con let.
Ma, se si tratta di carenze enzimatiche congenite, esse sono assolutamente non
emendabili, anche mediante terapia.
- Adenilciclasi (o Adenilatociclasi).
E responsabile della ciclizzazione di un composto imparentato con lATP, un
composto che normalmente ha una configurazione lineare, e che prende il nome di
AMP ciclico.
Oggi sappiamo che si tratta di un vero e proprio messaggero chimico che opera a
livello delle membrane plasmatiche, compendiato dal meccanismo di trasduzione
dal versante esocellulare al versante endocellulare.
E importante conoscere questa proteina enzimatica per capire come i messaggi
chimici si trasferiscano dallesterno allinterno dellambiente cellulare.
Proteine-pompa.
Trasferiscono attraverso le biomembrane ioni Na+ e K+, in senso bidirezionale.
Si ha un particolare fenomeno che prende il nome di transmineralizzazione
(trasferimento di ioni attraverso la membrana plasmatica).
La concentrazione deve obbedire a dei valori ben precisi e ben definiti, altrimenti si
hanno gravi squilibri ionici.
Proteine-canali o trasportatrici o vettrici (carriers).

Si comportano come vie selettive di membrana, attraverso le quali fluiscono


specifiche sostanze.
Proteine giunzionali.
Entrano nella costituzione dei dispositivi membranali.
Si tratta di ben determinate proteine di membrana a livello di ben determinati distretti
tissutali caratterizzati da cellule fra di loro a mutuo contatto (es., le cellule epiteliali),
e quindi privi di matrice intercellulare.
Si tratta, dunque, di un mezzo di appoggio, di ancoraggio, di giunzione delle cellule
suddette, a mutuo contatto mediante tali particolari proteine.
In realt, in alcuni casi, il loro ruolo ancora pi sofisticato: mezzo di comunicazione
chimica intercellulare fra cellule che sono a diretto contatto mediante proteine
giunzionali.

Meccanismi di funzionamento delle proteine di membrana.


Ne esistono fondamentalmente 2:
1)Meccanismo della porta chimica girevole.
2)Meccanismo dei pori oscillanti.
1) Meccanismo della porta chimica girevole.
(Vedi Figura 7).
Si tratta di un primo esempio di meccanismo con cui si effettua il passaggio di
sostanze attraverso le membrane.
Si pu vedere come la proteina modifichi la propria struttura. Si ha, pertanto, una
vera e propria mutazione conformazionale che consente il passaggio delle sostanze
allinterno della cellula e che, poi, fa assumere alla proteina la configurazione
iniziale.
Tale modificazione consentita dal metabolismo energetico cellulare, dal momento
che sono richiesti grandi quantitativi energetici perch la proteina esplichi le sue
funzioni.
Il sistema, tuttavia, in questo senso, termodinamicamente sfavorito: sono richiesti
quantitativi energetici troppo consistenti.
Ecco che, allora, stato individuato un altro meccanismo di funzione delle proteine di
membrana.
2) Meccanismo dei pori oscillanti.
(Vedi Figura 8).
E come se vi fosse un sistema a pinza: la proteina, infatti, si apre ad una delle due
estremit e contemporaneamente si chiude allaltra, e viceversa.

In questo senso, il sistema termodinamicamente pi favorito. E questo , pertanto, il


meccanismo pi accreditato.
Si tratta di modelli che si basano su tutta una serie di condizioni sperimentali.
Abbiamo gi detto che il malfunzionamento di queste proteine di membrana
determina gravi patologie che prendono il nome di membranopatie.

Ruolo dei lipidi di membrana.


Sono indispensabili per il mantenimento dellintegrit strutturale delle biomembrane
delle quali regolano la struttura fondamentale e lorganizzazione molecolare,
essenzialmente sotto forma di fosfolipidi polinsaturi essenziali (E.P.L.) che,
essendo molecole anfipatiche formano spontaneamente doppi strati (bi-layer
lipidico).
Ci consente al tramezzino lipidico di costruirsi da s ed, entro certi limiti, di
rimaneggiarsi se lacerato.
Questa, tuttavia, unaccezione di carattere prettamente generale perch, per la
particolare caratterizzazione fisica dei lipidi di membrana che, ad eccezione dei lipidi
di delimitazione (che attorniano, inguainano le proteine integrate nella membrana)
che hanno un assetto fisico stabile, costituiscono un fluido bidimensionale.
La fluidit del corpo lipidico consente lancoraggio delle proteine integrate, dal
momento che non n troppo rigido n troppo fluido.
Tale particolare condizione determinata da alcuni particolari fattori, quali:
- Temperatura.
Regola laspetto termodinamico.
In caso di temperatura eccessivamente alte si ha un assetto eccessivamente liquido e,
al contrario, temperature basse determinano un assetto gelificato.
- Grado di insaturit.
Numero di doppi legami degli acidi grassi.
Si vede che quanto pi elevato il numero di doppi legami tanto pi lassetto diviene
fluido.
- Presenza del Colesterolo.
Ne abbiamo gi descritto leffetto stabilizzante.
La mutevolezza dellassetto fisico del bi-layer consente alle proteine di diffondere
liberamente al suo interno.

Ci, inoltre, consente quel rinnovamento che segue il ciclo vitale di tutti i gruppi
chimici che vengono sostituiti se le strutture di cui fanno parte sono invecchiate o
danneggiate.
E ci si verifica attraverso uno spostamento di gruppi molecolari, che pu essere
essenzialmente di 2 tipi:
(Vedi Figura 9).
- Spostamento di lateralit.
Allinterno del medesimo monostrato, che ha teste adiacenti di Fosfolipidi: tali
movimenti sono frequenti perch non richiedono grandi quantitativi energetici.
- Spostamento di traslazione verticale.
Dalluno allaltro strato mediante movimenti di giravolta o di flip-flop.
Tali movimenti sono pi rari, dal momento che, essendo particolarmente complessi,
richiedono grandi quantitativi energetici.
Il fatto che siano richiesti grandi quantitativi energetici ulteriormente dimostrato
dalla presenza di enzimi specifici che catalizzano le reazioni di metabolismo cellulare
(come ad es., la Fosfatidilcolina, un fosfolipide che, per far avvenire movimenti di
flip-flop, necessita di un apposito enzima: metiltransferasi).
Regolando lo stato di fluidit dei plasmalemmi e, conseguentemente, esercitando
un controllo sulla mobilit delle proteine, i lipidi di membrana regolano lintensit
degli scambi bidirezionali attraverso i plasmalemmi.
Attivano i sistemi enzimatici ancorati a membrana.
Esplicano, in altri termini, una azione permissiva sulle proteine enzimatiche che,
dunque, senza questi lipidi, non potrebbero essere attivate.
Alcuni esempi sono:
- -idrossibutirrico deidrogenasi.
Che regola le attivit di biosintesi della steridogenesi.
- Enzimi della catena respiratoria mitocondriale.
- ATPasi.
Attivano la sintesi di Prostaglandine.
Non a caso, il loro precursore lacido arachidonico, il cui metabolismo di sintesi, a
sua volta, regolato dai lipidi di membrana.

Agiscono da trasportatori intramembranosi del messaggero chimico che il


recettore proteico di membrana (sul versante esocellulare) trasmette allunit
catalitica adenil-ciclasi (sul versante endocellulare).

Ruolo dei Glicidi di membrana.


Si trovano sempre esposti sul versante esocellulare delle biomembrane, non liberi ma
associati a proteine (glicoproteine) o a lipidi (glicolipidi).
Intervengono nei meccanismi di riconoscimento tra le cellule e nella
caratterizzazione della identit cellulare.
Si parla di teoria del self e del non-self: riconoscimento di ci che consono
allambiente cellulare da ci che ad esso estraneo.
In caso di malfunzionamento, si ha la produzione di anticorpi che distruggono le
nostre stesse cellule: malattie da autoimmunizzazione.
Ad es., formazioni antianticorpiche distruggono le cellule del tessuto tiroideo
perch fallisce questa particolare funzionalit dei Glicidi.
Intervengono nei meccanismi di interazione cellulare, mediante dispositivi di
adesione: placche e cappucci.
Ad es., le cellule coltivate in vitro aderiscono proprio mediante tali formazioni al
fondo del recipiente.
Intervengono nei processi di regolazione della crescita cellulare.
Intervengono nei processi di divisione cellulare (mitosi).
Intervengono nel processo di costituzione del mantello cellulare o glicocalice o
cell-coat.

(Vedi Figura 10).


Struttura di una glicoproteina.
Strutture della membrana delle cellule tumorali.
Le cellule tumorali cominciano ad alterarsi proprio nellaspetto strutturale dei suoi
componenti di membrana.
Si stabilisce un grado di insaturazione eccessivo degli acidi grassi dei Fosfolipidi.
Una depolimerizzazione dei GAG.

Un disancoraggio delle proteine dalla struttura della membrana.

APPARECCHIO MEMBRANOSO DEL CITOPLASMA.


Lestensione del citoplasma effettivamente priva di struttura molto esigua.
Ci sono vari dispositivi cavitari, filamentosi
E un aspetto di competenza della microscopia elettronica ad alta definizione.
Nel corso dellevoluzione tecnologica, si , pertanto, passato dal concetto di
protoplasma amorfo (ialoplasma) a quello di protoplasma con dispositivi
membranari, ultrastrutturali e macromolecolari.
Si parla, dunque, di Apparecchio Membranoso: insieme di dispositivi con diversa
fisionomia che, collaborando fra loro, esplicano unimportante sinergia funzionale,
garantendo la prestazione ultima dellelemento cellulare a cui appartengono.
Questi dispositivi cavitari vengono detti organuli.
Tali organuli si scambiano informazioni chimiche ed elementi strutturali.
Reticolo endoplasmico.
Qualifica attribuita da un ricercatore di nome Porter, in base a ci che la microscopia
elettronica tradizionale consentiva di individuare.
Si ha una precisa spiegazione della qualifica:
- Reticolo: insieme di strutture filamentose che, nellambito delle cellule,
rappresentano una costituzione reticolare.
- Endoplasmico: identificazione locativa. Nella zona pi interna del citoplasma,
zona perinucleare.
Tali definizioni, molto imprecise, vanno riviste alla luce delle precisazioni attuali
della microscopia elettronica.
In realt, non si tratta di una struttura esclusivamente reticolare, ma di un insieme di
microcavit appiattite ma disperse nelle tre dimensioni dello spazio, affastellate le
une alle altre e comunicanti mediante apposite microvie.
Inoltre, non proprio corretto parlare di endoplasmicit: si ha una comunicazione
labirintica che si estende dalendoplasma alla zona immediatamente interna della
membrana plasmatica.
Si tratta di vere e proprie scorciatoie per lespletamento delle principali funzioni
cellulari.
Esistono fondamentalmente 2 tipologie di Reticolo Endoplasmico:
1) Reticolo endoplasmico rugoso e granulare.
2) Reticolo endoplasmico liscio o agranulare.

1) Reticolo Endoplasmico Rugoso o Granulare.


Si tratta di ampi spazi appiattiti, delimitati da membrana: vere e proprie valve.
Si ha una condizione di mutevolezza della spazialit tridimensionale.
Si parla di struttura granulare perch la superficie esterna della membrana orlata da
strutture minutamente puntiformi adese alla sua struttura: i ribosomi.
La presenza di queste strutture rende intuibile la prestazione funzionale: collegata
allandamento della sintesi proteica citoplasmatica: proteine di struttura, ormonali,
enzimatiche, vettrici
In realt, gi la microscopia elettronica tradizionale dava lidea del polimorfismo
costitutivo.
La rimanente porzione del citoplasma costellata da altre strutture puntiformi
ribosomiali, dette ribosomi liberi.
Questa quota di ribosomi liberi trae ancoraggio da strutture che microscopia
elettronica tradizionale non consentiva di individuare: il reticolo microtrabecolare.
Oggigiorno, per il Reticolo Endoplasmico si parla di ergastoplasma, tralasciando
laccezione di struttura indipendente che, in passato, si considerava. Si parla,
invece, di struttura caratterizzata da una capacit di sintesi molto intensa (per cui, ad
es., si parla di ergastoplasma per le plasmacellule, devolute allattivit di
anticorpopoiesi).
In questi termini, i processi di protidosintesi inizierebbero proprio nel Reticolo
Endoplasmico Granulare. Ed esistono evidenze sperimentali inoppugnabili che
dimostrano ci.
Tali processi, tuttavia, in un secondo momento, si trasferiscono, si completano e si
perfezionano a carico di altri particolari dispositivi, che esamineremo e che lavorano
in maniera sequenziale.
Il metodo, la tecnica di indagine che ci consente di affermare ci consiste nella
autoistoradiografia: un processo di marcatura con isotopi radioattivi.
In genere, si marcano le unit strutturali fondamentali: gli amminoacidi.
Ci consente di seguire il cammino della sostanza a livello dei vari dispositivi
cellulari, ad es. con un contatore Gaiver, dal Reticolo Endoplasmico Rugoso
(ergastoplasma) alle altre strutture cellulari.
Dopo il Reticolo Endoplasmico Rugoso si ha un passaggio delle strutture proteiche al
Complesso del Golgi (che, infatti, si mostra con una condizione di continuit con il
Reticolo Endoplasmico).
Ed infine, si passa al bordo apicale delle cellule dove si formano i cosiddetti granuli
di zimogeno. Si tratta di materiale proteico quasi confezionato.

Il contenuto, infine, viene riversato allesterno e rappresenta il prodotto finale


proteico.
Quindi, la protidosintesi una funzione condivisa: non assolutamente ascrivibile a un
organulo piuttosto che a un altro.
2) Reticolo Endoplasmico Liscio o Agranulare.
A questo si sono temporalmente appuntate le ricerche di molti scienziati.
In genere, c una commistione delle 2 tipologie di reticolo, cos come ci pu essere
unapparente esclusivit che contraddistingue una funzione esaltata o delluno o
dellaltro.
Ad es., durante la sintesi proteica, si avr una forma esaltata del Reticolo
Endoplasmico Rugoso.
Di conseguenza, la proporzionalit di presenza dei 2 tipi di Reticolo dovuta
allindirizzo funzionale della cellula stessa.
Esistono particolari metodiche di laboratorio che consentono di esaltare la forma del
REL, ad es. somministrando alla cavia da laboratorio particolari farmaci, come i
farmaci barbiturici che, se somministrati in dosi massive, inducono unattivit
ipnogena intensa ma che, a piccole dosi, determinano un accrescimento del REL.
Essi, infatti, agiscono come induttori del REL e si d vita al fenomeno della
induzione enzimatica.
Esiste un gruppo di sistemi enzimatici che potenziano la caratterizzazione
morfologica e funzionale dellorganulo, enzimi che hanno specificatamente a che fare
con lo smaltimento dei barbiturici.
In generale, il farmaco deve essere smaltito velocemente, subito dopo che ha
esplicato il suo effetto terapeuticamente utile. Di conseguenza, questi enzimi
rientrano nei cosiddetti processi di detossicazione farmacologica.
Quanto detto, vale essenzialmente per le cellule epatiche: infatti, lo stesso organulo,
in cellule differenziate, pu essere indirizzato per svolgere differenti funzioni.
Diversa funzionalit esplica, infatti, ad es., il REL delle cellule interstiziali del
testicolo: la gonade maschile (organo, abbiamo detto, con duplice funzione:
ormonopoiesi e gametogenesi).
Queste cellule della quota stromale interstiziale (cellule di Laidig) producono la
formazione di androgeni, come ad es. il testosterone, che uno steroide.
Qui, infatti, sono presenti gli enzimi della steridogenesi.
Altra tipologia ha il REL delle cellule dei tessuti muscolari.
Il REL si dispone in correlazione con la prestazione finale delle cellule in cui si trova:
la contrattilit.

Quindi, questi organuli modificano la propria forma, disponendosi opportunamente,


per favorire la contrazione.
Si parla di Reticolo Sarcoplasmatico (dal termine sarcos, carne, perch,
nellaccezione generale, le cellule contrattili costituiscono proprio la nostra massa
muscolare).
Si organizza in forme a struttura cavitarie, prevalentemente tubolari, adeguate alle
unit contrattili delle cellule in senso parallelo: miofibrille.
Il REL, pertanto, disposto in tubuli disposti parallelamente al maggior asse delle
miofibrille.
Ad intervalli regolari, confluiscono in uno spazio pi ampio cavitario che fa parte
dello stesso organo (cavit cisternali), trasversalmente rispetto alle miofibrille.
Infine, laddove due cisterne si affrontano, c unintercapedine, un interstizio di
forma tubolare che non appartiene al Reticolo Endoplasmico, ma che si insinua fra
due cisterne e che fa parte della membrana plasmatica interna (sarcolemma).
Si costituisce quella che impropriamente descritta come triade muscolare.
Ci serve alla distribuzione di sostanze implicate nei processi contrattili (lo ione Ca+
+): forma che favorisce la funzione.

Propriet fisiologiche del Reticolo Endoplasmico.


Propagazione, concentrazione e metabolismo di sostanze provenienti
dallambiente extracellulare (mediante i meccanismi gi osservati) e nellambiente
intracellulare (si tratta di uno smistamento delle sostanze che devono essere cedute
o distribuite, fra le varie strutture subcellulari. Sostanze caratterizzate da un loro
specifico turn-over o metabolismo ciclico, a livello del citoplasma).
Partecipa alla sintesi delle proteine, nelle fasi di primo confezionamento (Reticolo
Endoplasmico Rugoso).
Partecipa alla sintesi dei lipidi, come, ad es., le lipoproteine secrete dagli epatociti
(Reticolo Endoplasmico Liscio).
Trasporto e smistamento di vescicole contenenti lipidi e proteine neosintetizzate
alle varie substrutture cellulari (Reticolo Endoplasmico di Transizione) e di
sostanze nel citosol (Reticolo Endoplasmico Granulare e Liscio).
Sintesi degli ormoni steroidei (Reticolo Endoplasmico Liscio) secondo il
meccanismo della steridogenesi e di sostanze steroidee non ormonali: vitamine
del gruppo vitaminico D e Acidi Biliari.
Detossicazione farmacologica (il complesso sistema enzimatico che metabolizza i

farmaci) in caso di effetti indesiderati (ad es., a causa di una somministrazione


intensa e prolungata) o di intolleranza. Si parla, infatti, di Drug Metabolization
System (Reticolo Endoplasmico Liscio).
Partecipa ai fenomeni della contrattilit miofibrillare (dove, le miofibrille sono
formazioni filamentose con funzionalit contrattile), mediante particolari enzimi
come la ATPasi e lo ione Ca++.
Glicosilazione (ad es., in caso di diabete mellito, per cui si ha un blocco del
metabolismo glicidico) di alcune sostanze proteiche (Reticolo Endoplasmico
Granulare), in particolari situazioni emergenziali.
Probabile partecipazione tramite un proteina non ancora identificata al
meccanismo di flip-flop.

Complesso del Golgi.


Assume tale denominazione dal nome di un ricercatore, Camillo Golgi, che lo studi
per tutta la vita, mediante lutilizzo di particolari coloranti di sua invenzione.
Inizialmente, fu definito da questultimo apparato reticolare interno, in ossequio a
tutto quel (ben poco) che poteva essere osservato mediante la microscopia ottica.
Le identific (molto imprecisamente), in alcune cellule gangliari (che, evidentemente,
presentavano tale formazione ultrastrutturale particolarmente sviluppata, a causa dei
partcolari uffici biologici a cui sono preposte) come apposite strutture filamentose,
talvolta organizzate in grumi e che, spesso, sembravano interessare anche il nucleo.
In realt, quella di Camillo Golgi era inevitabilmente unidea falsata perch, ad es.,
tali strutture non interessano il nucleo, ma passano sul nucleo.
Per tutta la vita, Golgi fu osteggiato dagli ambienti scientifici, perch si riteneva che
questa ultrastruttura fosse inesistente e unicamente il frutto di una procedura di
colorazione imperfetta.
La microscopia elettronica degli anni 50 ha per dato ragione a Golgi, dimostrando
che:
1) Il Complesso del Golgi presente in tutti i citotipi.
2) Esso non costituito da un insieme semplice di strutture filamentose, ma da un
insieme eterogeneo ed articolato di ultrastrutture.
Ecco perch oggi si parla pi specificatamente di Complesso del Golgi: una struttura
molto complicata, propria di tutti i citotipi, frutto della riunione di molte unit
ultrastrutturali.

Vediamo adesso di identificare alcune tipologie cellulari che presentano una marcata
evidenziazione del Complesso del Golgi.
CELLULE CALICIFORMI O CELLULE MUCIPARE.
Si tratta di cellule secernenti sostanze a composizione essenzialmente carboidratica,
che costituiscono il cosiddetto muco.
Anche in queste cellule non nervose, Golgi, negli ultimi anni della sua vita, riusc,
servendosi unicamente della microscopia ottica, ad identificare quelle strutture
filamentose del reticolo interno che, pi tardi, mediante la microscopia ottica,
verranno ridefinite come Complesso golgiano.
Organizzazione strutturale e funzionale del Complesso del Golgi.
Questo organulo il dispositivo citoplasmatico pi dinamico.
I processi micronelettronici, infatti, lo colgono soltanto in una determinata fase della
sua funzionalit, ma esso, in realt, costantemente sottoposto a modificazioni
nellambito della sua composizione ultrastrutturale.
(Vedi Figura 1).
Come si vede, sono presenti strutture di forme svariate e di dimensioni diverse.
Sulla faccia inferiore (quella convessa della struttura a ferro di cavallo) si ha la
presenza di formazioni che, a primo impatto, possono correttamente essere definite
microvescicole, per poterle distinguere dalle formazioni egualmente vescicolari, ma
dimensionalmente ben pi consistenti, sulla faccia superiore (quella concava della
struttura a ferro di cavallo), che definiamo macrovescicole.
Inframmezzato e occupante la maggiore estensivit quel settore dellorganulo che
sembra essere costituito da cisterne regolarmente impilate e sovrapposte.
Inoltre, alcuni dei complessi vescicolari sembrano liberi, come se si separassero
dalla struttura sacculare cisternaria, altri sembrano estroflettersi direttamente da
questultima.
Con la microscopia elettronica, si perfezion laspetto tridimensionale.
La ricostruzione tridimensionale comport alcune modifiche sostanziali, ma ribad
anche alcuni dei precedenti concetti:
- Rimangono di forma vescicolare le microvescicole e macrovescicole.
- Le cisterne, invece, assumono laspetto di dischi e sacculi, disposti gli uni sugli
altri con una certa estensivit.
Nella realt dei fatti, le microvescicole non fanno parte della struttura primigenia del
Complesso del Golgi, ma provengono da altre sedi.
Esse sono vescicole di trasferimento (microvescicole transfert) che si
incorporano al primo disco golgiano, detto disco fermante.

La integrit dei sacculi del Complesso golgiano dipende da un equilibrio di strutture


vescicolari che ad esso pervengono e da esso si distaccano.
Oltre alle vescicole di trasferimento (in entrata), si hanno grosse vescicole che
vengono dismesse quasi fossero strutture di secrezione (in uscita), dette vescicole di
secrezione.
Ecco perch questo organulo un dispositivo cellulare fortemente dinamico e in
continua trasformazione. Ed ecco perch una sua precisa identificazione strutturale
risulta essere molto complessa.
Le microvescicole provengono da dismissioni del RER.
I tubuli terminali del RER, infatti, estroflettono queste piccole vescicole (che
trasportano materiale proteico) e che vanno a finire proprio sul Complesso golgiano.
Quindi, la sintesi proteica condivisa dalle due entit: il RER, dove si ha il primo
confezionamento delle proteine, e il Complesso del Golgi, dove si assiste ad un
ulteriore rimaneggiamento delle medesime.
Le formazioni proteiche passano, in un secondo momento, nei dispositivi cisternari.
Ed infine, in seguito ad un rimaneggiamento, vengono eliminate mediante vescicole
di exocitosi (lexocitosi una particolare funzione delle membrane delle vescicole e
del plasmalemma) che costituiscono i cosiddetti granuli di zimogeno: materiale
proteico praticamente ultimato nel suo confezionamento, ben visibile mediante
tecniche di microscopia elettronica.
Un esempio di questa correlazione si ha nelle cellule del Pancreas.
Ma il Complesso del Golgi viene chiamato dalleconomia metabolica dei vari citotipi
a compiere funzioni autonome nellambito del metabolismo glicidico e nella sintesi di
materiale glicidico complesso.
Si tratta di polisaccaridi e di materiale glicidico ben determinato.
E interessante fare qualche esempio pratico anche in questo senso.
CELLULE CALICIFORMI O MUCIPARE.
Sede, lo abbiamo gi detto, gi alla luce della microscopia ottica, di un Complesso
del Golgi particolarmente sviluppato.
Si tratta di cellule secernenti. Lapice delle cellule, infatti, stipato di grosse gocce
contenenti materiale polisaccaridico: il muco.
Qui, il Complesso del Golgi ripete come estensione quella che caratterizzava
lergastoplasma nei processi di sintesi proteica. Al contrario, il Reticolo
Endoplasmico assai poco sviluppato.

La tecnica che ci consente di trarre tali considerazioni, la stessa tecnica utilizzata


per cellule con RER amplificato: lautoistoradiografia. In questo caso, tuttavia, non si
potr utilizzare un processo di marcatura che riguarda gli amminoacidi, bens gli
zuccheri semplici.
Mediante tale tecnica si pu anche seguire il percorso della sintesi dei materiali
glicidici:
- Nellanimale da esperimento, gi dopo 5 min., il materiale glicidico si concentra,
sotto forma di microvescicole, nel complesso cisternario del Complesso golgiano.
- Circa 40 min. dopo, la reattivit si concentra sulle macrovescicole secretorie.
- Poi, 4 ore pi tardi, la reattivit si sposta sui granuli di zimogeno situati sul settore
apicale della cellula.
Alcuni esempi:
CONDROCITI (CONDROBLASTI).
A proposito dei polisaccaridi, inoltre, abbiamo parlato di Proteoglicani.
Ci sono cellule in alcuni tessuti organici che secernono materiale proteoglicanico. Si
tratta di un materiale che, abbiamo detto, presente nella matrice intercellulare dei
tessuti connettivi trofomeccanici, quella che abbiamo definito metaplasma.
Si tratta, pertanto, di citotipi caratteristici di tali tessuti che secernono questa
componente proteoglicanica polisaccaridica.
Ad es., nei tessuti cartilaginei, che sono tessuti connettivi trofomeccanici, si trovano i
condrociti che, in uno stato di intensa attivit funzionale, vengono detti
condroblasti. E appunto, quando spengono la loro attivit, si chiameranno condrociti
(con uguale accezione, si parla anche di osteoblasti, fibroblasti ecc. Un esempio a
parte dato dagli eritroblasti che, al contrario, sono cellule senza maturit di
sviluppo e si adopera tale denominazione perch, a differenza delle altre cellule che
nascono e muoiono negli stessi tessuti in cui si trovano, le cellule del sangue nascono
in appositi distretti ematopoietici).
Il condroblasto edifica GAG: Condroitinsolfato A e B e una parte proteica.
FIBROBLASTI.
Lo stesso accade in alcune cellule del tessuto connettivo propriamente detto: i
fibroblasti.
Tali cellule generano quella componente strutturata del metaplasma a cui, con la
microscopia ottica, si era dato il nome di fibre.
Oggi, pi accuratamente: i fibroblasti elaborano quel materiale chimico che
costituisce le future fibre del connettivo, come la molecola del tropocollagene, una
glicoproteina.
Le singole molecole si appaiano e dalla polimerizzazione si forma la protofibrilla,
mentre dalla condensazione di pi protofibrille si costituiscono le fibre del
connettivo.
In questi citotipi, la intensa produzione di polisaccaridi non pu non richiedere la
costituzione di amplificati Complessi del Golgi.

OSTEOCITI (OSTEOBLASTI).
Cos come le tipologie cellulari precedenti si occupano della sintesi di una
componente polisaccaridica a carattere essenzialmente proteoglicanica o
glucosamminoglicaniche.
SPERMATOZOO.
Si ha una struttura apicale cefalica, di nome acrosoma.
Si tratta di una grossa vescicola apposta a guisa di cappuccio. E il frutto della
condensazione, della coalescenza di pi vescicole secretorie del Complesso golgiano.
Essa contiene enzimi di natura saccaridica che gli consentiranno di realizzare la
perforazione, la lisi della membrana della cellula uovo.
CELLULE NERVOSE.
A livello delle cellule nervose il Complesso golgiano (che, abbiamo detto, essere, se
in comunicazione con il RER, volto ad un ulteriore confezionamento dei materiali
peptidici che provengono da questultimo; se in lavorio autonomo, volto alla sintesi
di materiali di natura polisaccaridica, mediante processi cosiddetti di glicosilazione)
svolge unattivit di secrezione di materiali specifici.
E anche qui connesso con altri elementi ultrastrutturali neurocitoplasmatici (il
citoplasma delle cellule nervose cos detto), che analizzeremo a tempo debito.
Il fatto che le cellule nervose abbiano potere secernente consent, abbiamo anche
detto, intorno agli anni 50, ad opera dei coniugi Scherrer, di passare dalla restrittiva
Endocrinologia (quella branca che si occupa dello studio di specifici prodotti di
secrezione che prendono il nome di ormoni o increto) alla Neuroendocrinologia (in
base, appunto, allacquisizione del concetto della potenzialit secernente delle stesse
cellule nervose).
E le sostanze che possono essere secrete dalle suddette cellule nervose sono
sostanzialmente di 2 tipi:
1) Sostanze neurormonali.
Proprio come per le cellule endocrine.
2) Sostanze neurotrasmettitrici.
Che mediano la trasmissione neuronica.
In entrambi i casi, di fondamentale importanza la potenzialit secernente.
Per lelaborazione di questi materiali, il Complesso del Golgi congiunto con altri
dispositivi cavitari nel neuroplasma, che adesso analizzeremo pi specificatamente.
Dispositivi cavitari di questo tipo sono, oltre al RER, anche i lisosomi.
Tratteremo, in un secondo momento, pi specificatamente di questi ultimi organuli.
Fin da adesso, tuttavia, diciamo che si tratta di vescicole secretorie riempite di
sostanze tipiche a carattere litico. E trattandone la genesi strutturale, si vede che si
tratta del frutto di estroflessioni distaccantisi dalla struttura del Complesso del Golgi.

Questo rapporto cooperativo tra Complesso del Golgi, RER e lisosomi


maggiormente sentito nel caso della cellula nervosa, per il quale Norikov ha creato un
acronimo: GERL complex.
Nelle cellule nervose, questi tre dispositivi cavitari e membranari collaborano per la
sintesi di neurosecreti (neurotrasmettitori e neurormoni).
Si ha quella che viene definita una sintonia correlativa.
E interessante notare che il coinvolgimento dei lisosomi in questo processo contrasta
con la normale funzionalit del lisosoma: unattivit essenzialmente litica,
degradante.
Ci, evidentemente, cre qualche perplessit: possibile che uno stesso dispositivo
presenti da un lato funzioni litiche e dallaltro funzioni sintetiche?
In realt, ci il frutto di un processo citodifferenziativo che riguarda, in primo
luogo, gli stessi organuli ultrastrutturali cellulari che, a seconda del tessuto di
appartenenza, possono svolgere attivit diametralmente opposte.

Funzioni del Complesso del Golgi.


Facciamo, infine, una breve ricapitolazione di quelle che sono le principali funzioni
del Complesso golgiano.
Concentrazione di sostanze proteiche, mediante:
- Microvescicole transfer (uscenti dal RER alla volta del Complesso).
- Macrovescicole secretorie (distaccantisi dal Complesso).
Concentrazione e sintesi di polisaccaridi e GAG (autonomamente):
- Confezionamento dellacrosoma.
- Sintesi della frazione glicidica del muco delle cellule caliciformi.
- Sintesi della frazione glicidica in cellule particolari: condroblasta, fibroblasta,
osteoblasta.
Formazione dei lisosomi primari.
Partecipa al riciclaggio dei componenti di membrana (ricava dal RER e cede a sua
volta strutture membranarie).
Sintesi dei materiali neurosecretori (GERL complex).

Lisosomi.

Etimologicamente corpo lisante, in relazione alla sua attivit funzionale di


degradazione.
Appena scoperti, vennero identificati come microapparati digerenti di cui
disponibile la cellula.
Questa attribuzione deriva dalla primaria individuazione di una sostanza a carattere
enzimatico che il marcatore funzionale del lisosoma (che la contiene): la fosfatasi
acida.
Tuttavia, una cognizione di questo tipo, seppur corretta, alquanto generica
riduttiva. La fosfatasi acida , infatti, un enzima proteolitico, e dunque caratteristico
del metabolismo degradativo, del catabolismo protidico. Ci indusse, per molto
tempo, a pensare erroneamente che il lisosoma avesse unicamente questo ruolo.
Oggi, si a conoscenza di una vera e propria batteria di enzimi, contenuta in esso,
protesa anche verso il metabolismo lipidico e glicidico. In sostanza, verso le
principali classi macromolecolari esistenti.
Lidentificazione del lisosoma, come organello cellulare, non si deve, tuttavia,
allIstologia, ma ascrivibile alla Biochimica.
Ci si serv di una particolare tecnica, detta di ultracentrifugazione su gradiente di
densit (ovviamente, successiva ad una omogeneizzazione, mediante appositi mortai
elettrici, della intera struttura cellulare) che consent, appunto, la scoperta del corpo
lisosomiale.
Al microscopio ottico, le potenzialit visive sono molto ridotte.
Sfugge la membrana (che, rispetto alla membrana cellulare, che presenta una struttura
molto pi ripetitiva e ben organizzata, rispetto a quella lisosomiale) che presenta un
alto livello di semplicit molecolare-strutturale.
Riesce nella sua individuazione la microscopia elettronica, identificando il lisosoma
come una struttura cavitaria, membranaria, elettron-opaca che contiene enzimi litici.
In microscopia ottica, essi vennero individuati mediante la tecnica della
transilluminazione a fluorescenza su campo scuro, che li identificava come
strutture puntiformi giallastre.
Ma, del resto, neanche la microscopia elettronica, consente potenzialit visive di
molto maggiori.
Venne successivamente individuato un altro metodo che consiste in una marcatura
istoenzimatica della fosfatasi acida, che consent di avere, anche mediante la
microscopia ottica, unidea pi fedele del lisosoma.

Alcuni esempi di enzimi lisosomiali.

Carboidrati (GAG, Proteoglicani, Sfingolipidi):


- Acetilglucosaminidasi.
- Glucosidasi.
- Neuraminidasi.
Esteri fosforici.
- Fosfatasi acida.
- ATPasi.
Acidi Nucleici.
- Ribonucleasi acida.
- Deossiribonucleasi acida.
Proteine.
- Capsine.
- Collagenasi.
- Aminopeptidasi.
Lipidi semplici e complessi.
- Sfingomielinasi.
- Glucocerebrosidasi.
- Ceramidasi.
- Fosfolipasi.
- Lipasi acida.
Integrit della membrana lisosomiale.
E importantissimo questo concetto dellintegrit della membrana lisosomiale.
Si distingue, infatti, fra lisosoma intatto e lisosoma leso (ovvero, alterato nella
struttura e\o nellattivit permeabilizzante della membrana).
Nel primo, la tanto indispensabile (in condizioni fisiologiche) quanto pericolosa (in
condizioni patologiche, se lattivit lisante impropriamente esplicata allinterno
dellambiente citoplasmatico) batteria enzimatica rimane impacchettata allinterno
della membrana lisosomiale ed inaccessibile.
Nei lisosomi lesi si ha, al contrario, la fuoriuscita degli enzimi lisosomiali, con le
funeste conseguenze della solubilizzazione enzimatica citoplasmatica delle attivit
litiche del lisosoma. In questo caso, infatti, essi attaccano con le proprie attivit
degradative indiscriminatamente tutte le ultrastrutture cellulari.
E ci fece avere loro la impropria nomea di sacchetti suicidi.
Esistono svariate cause di tali alterazioni patologiche:
- Radiazioni ionizzanti e radionuclidi (si tratta di metodiche diagnostiche
particolarmente impiegate nella pratica clinica. Esse, tuttavia, si appurato,

possono essere anche causa di un danneggiamento dellintegrit della membrana


lisosomiale, con le funeste conseguenze che ne derivano).
Omogeneizzazione (quale tecnica di indagine di laboratorio).
Protezione osmotica inadeguata.
Congelamento e scongelamento.
Ultrasuoni.
Batteri, virus, enzimi come la Lecitinasi (contenuta nella saliva dei serpenti, che
pertanto velenosa), alcuni detergenti e alcuni solventi.
Mancanza di ossigeno (ad es., un prelievo di tessuto per una indagine istologica
determina la disconnessione del suddetto tessuto dallinsieme vascolarizzato di cui
faceva parte e, dunque, un mancato apporto di ossigeno che pu essere, in prima
istanza, causa della alterazione del lisosoma e, quindi, la necrosi della cellula
stessa. Questa condizione, detta di Ipossia o Anossia, limitata, in laboratorio,
mediante la tecnica della fissazione).

Significato funzionale dei lisosomi.


Eterolisi.
Attivit degradativa nei confronti di sostanze esterne allo stato corpuscolato o
Liquido di sostanze assunte dalla cellula. In questo senso, il lisosoma un vero
e proprio cimitero fisiologico. Tale attivit non danneggia la cellula poich si
esplica allinterno dellorganulo stesso.
Autolisi.
Attivit degradativa nei confronti di strutture autoctone, proprie della cellula. In
questo senso distinguiamo 2 tipi di autolisi:
1) Autolisi fisilogica.
Normale. Nei confronti di dispositivi membranosi endocellulari invecchiati che
devono essere sostituiti (non un processo dannoso, poich avviene allinterno dello
stesso corpo lisosomiale).
2) Autolisi patologica.
Anormale: a causa di unalterazione della membrana lisosomiale. Nei confronti di
dispositivi membranosi endocellulari ancora validi, con un attacco indiscriminato.
Da qui deriva il concetto del cosiddetto sacchetto suicida.
Escrezione di pigmenti biliari.
La cellula epatica secerne componenti specifici della bile e, nel processo di
estrusione dei componenti biliari, intervengono i lisosomi.
Si tratta dunque, di una funzione speciale che i lisosomi esplicano allinterno delle
cellule epatiche che secernono una componente fondamentale della bile, a patire
da una sostanza fondamentale: la bilirubina.

I lisosomi, nellambito delle cellule epatiche, si occupano del trasporto della


bilirubina da un punto allaltro della cellula epatica.
(Vedi Figura 2).
Le cellule epatiche, come si vede, sono costituite da 2 polarit segnate dai confini
della membrana plasmatica.
Le cellule epatiche non sono direttamente unite, ma distanziate. Da queste 2 cellule
affiancate ha origine un canale che costituisce le cosiddette vie biliari: vie di
escrezione dei prodotti delle cellule epatiche.
Tali vie epatiche conducono la bile, che ha funzionalit emulsionanti dei grassi, nella
seconda sezione del duodeno.
La bilirubina viene assunta allinterno delle cellule epatiche attraverso quello che
prende il nome di polo ematico, che si affaccia direttamente su un capillare
sanguigno in cui si scorre il torrente sanguigno, che ha, fra le sue componenti, anche
una quota di bilirubina.
La bilirubina, infatti, viene assunta dal circolo ematico.
Allinterno della cellula epatica, la bilirubina viene processata e coniugata con
unaltra sostanza di natura glucidica (acido glucuronico), con la formazione di
bilirubinaglucuronite.
Tale sostanza viene veicolata allaltro polo della membrana citoplasmatica della
cellula epatica, il polo biliare, caratterizzato da una fine pieghettatura che facilita
lespulsione di queste sostanze.
Queste attivit di trasferimento sono regolate dalla attivit dei lisosomi della cellula
epatica che si incaricano, appunto, del trasferimento intercellulare di queste sostanze.
I lisosomi, allinterno della cellula epatica, occupano la cosiddetta posizione
peribiliare: si affastellano, cio, al di sotto del bordo libero della membrana cellulare
che prospetta le vie biliari.
Se il meccanismo di trasporto esplicato dai lisosomi fallisce si ha un mancato
riversamento della bilirubinaglucuronite.
E allora si ha, in un primo momento, un ristagno patologico di queste sostanze
allinterno della cellula epatica che determina uno stato di sofferenza e, in un secondo
momento, un riversamento allinterno del circolo ematico, tuttavia non di bilirubina
vera e propria, bens di bilirubina coniugata, di bilirubinaglucuronite.
Ecco allora che la sintomatologia di ci una colorazione anomala giallastra della
cute e a livello endoculare, dovuta allimmissione allinterno del torrente circolatorio
della suddetta sostanza: littero. Ittero che, dunque, una manifestazione dello stato
di sofferenza, della disfunzione della cellula epatica la cui eziologia consiste,
appunto, nella non funzionalit lisosomiale.
Dalla analisi di citotipi epatici mal funzionanti, si pu manifestamente notare come i
lisosomi perdolo la loro funzione. Anzich essere ordinati al di sotto della membrana

biliare delle cellule epatiche, i lisosomi si disperdono dando vita a dannosi fenomeni
di autolisi.
Queste disfunzioni sono ravvisate in seguito alla incongrua somministrazione di
farmaci (quindi, per cause iatrogene), come un indebito sovradosaggio, per cui il REL
non riesce ad esplicare la sua normale funzione di detossicazione, che pertanto
vengono detti farmaci epatolesivi.
Fra questi, in particolar modo, farmaci utilizzati per psicopatologie come, ad es., gli
antidepressivi.
Come tecnica diagnostica, ci si serve di quella che consiste in un prelievo di un
frammentino di fegato in vivo (biopsia epatica), attraverso cui si pu vedere, ad es.,
se il danno ascrivibile ai lisosomi.
Controllo dellattivit neurosecretoria.
Analizzata precedentemente a proposito del Complesso del Golgi (GERL
complex).
Nelle cellule nervose, i lisosomi svolgono unaltra funzione ancora.
Ci determin ingenti perplessit interpretative. Ci si chiese, infatti: come mai il
lisosoma, che una ultrastruttura cavitaria ricolma di idrolasi (e cio, enzimi a
carattere idrolitico), pu esplicare una attivit tanto importante in processi di sintesi
dei neurotrasmettitori?
In realt, i neurotrasmettitori sono molecole piccolissime costituite dallassemblaggio
di poche, pochissime unit amminoacidiche.
Si parla, infatti, di neuropeptidi.
Ora, il fatto che i lisosomi non esplicano unattivit immediatamente sintetica di tali
formazioni oligoamminoacidiche, ma si occupano della demolizione dei grandi
edifici proteici da cui esse scaturiscono.
Cos, indirettamente, a spesa di un coinvolgimento del Complesso del Golgi e del
RER, si ha lallestimento di amminoacidi semplici disposti in pochissime filiere
(circa 12), ma che, comunque, costituiscono la grandissima ed eterogenea classe dei
neuropeptidi.
Ecco che, in questo senso, anche i lisosomi sono responsabili del processo di
neurosecrezione.
Schema riassuntivo di funzioni e disfunzioni del lisosomi
(Vedi Figura 3).
Come si vede, il RER fornisce al lisosoma il corpus enzimatico di cui dotato; il
Complesso del Golgi, al contrario, gli fornisce la struttura (esso , infatti, il prodotto
della estroflessione macrovescicolare dalla struttura del Golgi).

Il lisosoma primario, successivamente, pu avere 3 diversi destini:


- Azione eterolitica:
1) Di materiali solidi Fagocitosi. Per cui il lisosoma assume la qualifica di
fagolisoma.
2) Di liquidi Pinocitosi. Per cui il lisosoma assume la qualifica di pinolisoma.
Si riscontra, nel conseguente processo evolutivo, la formazione di un vacuolo detto
corpo residuo, che consiste nel lisosoma che, per funzioni digestive, ha inglobato
sostanze esterne alla cellula, sia natura solida che di natura liquida.
I materiali rimangono allinterno del lisosoma come cataboliti e vengono
successivamente eliminati dal corpo lisosomiale mediante un processo di exocitosi
(un processo che, senza alcuna lacerazione della membrana plasmatica, ma mediante
una complessa interazione fra la membrana plasmatica e la membrana lisosomiale,
consente lespulsione di tali sostanze).
- Azione autolitica:
Il lisosoma che ingloba frammenti di strutture cellulari ormai inservibili, divenendo
un Citolisoma. Anche in questo caso si d vita a una formazione vacuolare che
prende il nome di vacuolo di accumulo.
Anche in questo caso, si ha leliminazione dei suddetti materiali di rifiuto sotto forma
di cataboliti.
- Autolisi patologica:
Alterazione che pu essere ascritta a svariate cause lesive.
La funzione del lisosoma pu fallire a livello del fagolisoma o del pinolisoma.
In alcune patologie infantili, ci pu essere una carenza totale o parziale degli enzimi
litici del lisosoma.
Si tratta di patologie connatali (le cosiddette malattie da accumulo
intralisosomiale), per cui, sostanze che di norma vengono smaltite, si accumulano
indebitamente (tesaurismosi) allinterno del corpo lisosomiale.
Incidenza di radionuclidi, radiazioni ionizzanti e ultrasuoni sui lisosomi.
Le metodiche diagnostiche scintigrafiche impiegano radionuclidi.
I radionuclidi sono sostanze che vanno a localizzarsi a livello di vari parenchimi
organici (renale, epatico, tiroideo) che, per il loro tropismo caratteristico, danno
segno di s in una mappa che fornisce la configurazione dellorgano con isotopi
radioattivi.

Ci si serve, nella pratica diagnostica, di diversi radionuclidi (ad es., lo iodio per la
tiroide, diuretici marcati per il parenchima renale).
Ma, ci si chiede: tali sostanze sono realmente innocue, come per molto tempo si
creduto, per il paziente che le riceve?
Si ormai dimostrato incontrovertibilmente che, soprattutto in dosi massive,
danneggiano gli organi in cui si concentrano.
Oggigiorno, infatti, ci serve di radioisotopi non offensivi.
In genere, le lesioni che si producono sono reversibili, ma intanto si producono e
producono ai lisosomi un danno autolitico di natura patologica.
Ci possiamo rendere conto di possibili danni, mediante apposite tecniche
istochimiche che rivelano alcuni degli enzimi lisosomiali. E gi mediante tali
tecniche, si possono ravvisare alcune differenze patologiche dalla condizione di
normalit.
Solitamente, si marca la fosfatasi acida del lisosomi.
In condizioni patologiche, allinizio si avr la formazione di microgranuli. Se il
processo evolve, in un secondo momento si hanno granuli pi dimensionati e, se si
procede ancora, si avr la fuoriuscita allinterno del citoplasma dei vari enzimi
lisosomiali.
La diagnostica moderna si serve anche ultrasuoni per varie indagini ecografiche:
effettuate o in presenza di eventi morbosi o, peggio, durante la stessa gravidanza.
Effettivamente, si sono avuti dei responsi che rendono perplessi circa la sicurezza
degli ultrasuoni nei confronti dei pazienti.
Gli ultrasuoni erano, infatti, normalmente impiegati, nella pratica istologica, per
rompere le membrane biologiche (e quindi possono danneggiare anche la membrana
dei lisosomi). 20 anni dopo nascono le tecniche ecografiche che sfruttano gli
ultrasuoni per scopi diagnostici.
Ci, evidentemente, cre molte perplessit, tanto che in base a uno studio di un
Comitato americano opportunamente costituitosi, si stabilito che:
Gli ultrasuoni possono non rappresentare un rischio per tutti, ma necessario che
ci venga dimostrato prima che milioni di bambini vi siano esposti. Diversamente
sar come giocare alla roulette russa, ma con la salute dei nostri figli.

I mitocondri.
I mitocondri rappresentano, nellambito dellapparecchio membranoso del
citoplasma, le prime ultrastrutture cellulari identificate con la microscopia ottica.
Furono identificati come strutture filamentose.

Inizialmente, si parl di condrioma: costituente cellulare costituito dallinsieme dei


mitocondri.
Si defin gli stessi mitocondri come condriosomi. E, alla luce del perfezionamento
delle tecniche di microscopia ottica, anche di condriomiti (tipo di elemento del
condrioma, costituito da una serie lineare di granuli) e condrioconte (nome con cui,
nellapparato del condrioma, si indicano i condriosomi in forma di bastoncelli
omogenei o di fibrille).
Si tratta di dispositivi cavitari muniti di membrana.
E, per essere pi precisi, si ha una condizione speculare rispetto ai lisosomi
Mentre, infatti, i lisosomi possiedono una struttura membranosa molto semplificata, i
mitocondri, addirittura, possiedono 2 membrane.
Una membrana esterna che appare continua e un secondo foglietto di membrane
interno che forma delle introflessioni, dispositivi in parte in disposizione
perpendicolare e in parte parallele al maggior asse dellorganulo che assume un
aspetto ellissoidale. Tali formazioni vennero definite creste mitocondriali.
Pi internamente, si vede anche una matrice: un materiale di aspetto finemente
granulare e relativamente opaco; un gel, discretamente viscoso, nel quale si trovano
molecole proteiche ad attivit enzimatica.
I dettagli aggiuntivi forniti dalla microscopia elettronica e, soprattutto, da specifiche
tecniche di laboratorio che esamineremo hanno fornito interessanti informazioni circa
la componentistica strutturale delle membrane: esse ripetono, scheletrizzate nella loro
componentistica, la disposizione delle molecole lipidiche e proteiche del
plasmalemma (e sempre pi si concretizza, cos, il concetto di membrana unitaria).
Fra le funzioni principali del mitocondrio individuiamo sicuramente la funzione
energetica. Sono considerati sedi di sfruttamento energetico, delle vere e proprie
centrali elettriche in miniatura di cui dispone la cellula per assolvere a tutta una
serie, vasta ed eterogenea, di attivit biologiche che presuppongono un dispendio
energetico e delle quali alcuni esempi caratteristici sono:
-

Motilit\Contrazione.
Attivit sintetiche cellulari.
Trasmissione degli impulsi.
Attivit secretoria.
Riproduzione cellulare (cariocinesi).
Irribitabilit.

I materiali entranti ed uscenti sono:

ADP+P (forma inattiva)

ATP (forma

OSSIGENO
PROTIDI, GLUCIDI, LIPIDI

MITOCONDRIO

attiva)
ANIDRIDE
CARBONICA
E ACQUA
(materiali combusti)

Cicli metabolici.
Nellattivit funzionale del mitocondrio, si possono individuare 3 ruote metaboliche.
PROTIDI Ciclo di Krebs, detto anche
GLICIDI ciclo degli acidi tricarbossilici (con eliminazione di anidride
LIPIDI
(con enzimi Deidrogenanti e
carbonica ed elettroni, che
Decarbossilanti, che strappano
vengono sfruttati dalla successiva
acqua e anidride carbonica)
ruota metabolica)
Catena respiratoria o (con eliminazione di acqua e ossigeno, prodotti
di trasferimento
di primaria importanza per la cellula)
elettronico
(mediante i Citocromi)
Tanto il Ciclo di Krebs quanto la Catena respiratoria convergono nellultima ruota
metabolica:
Ciclo di Krebs
Sistema ossidativo mitocondriale
Catena respiratoria
CICLO DI KREBS.
Si tratta della prima ruota metabolica che compendia lo sfruttamento di
macromolecole chimiche come i Protidi, i Glicidi e i Lipidi e, mediante enzimi
deidrogenanti ed enzimi decarbossilanti, produce, come prodotti di scarto,
anidride carbonica ed elettroni, che verranno sfruttati dal ciclo metabolico successivo.
CATENA RESPIRATORIA.
A seconda dellandamento della catena respiratoria, per leconomia della cellula,
possibile avere conseguenze positive o negative.
Lossigeno, infatti, un elemento fondamentale per la vita della cellula, ma, se
presente in concentrazioni anomale, tanto superiori quanto inferiori, pu determinare
pi o meno gravi conseguenze.
Ad es., in concentrazioni eccessive, esso pu dare vita a specie chimiche fortemente
reattive, i radicali liberi, che finiscono per danneggiare la stessa cellula.

Si ha il cosiddetto danno radicalico, che finisce per ripercuotersi soprattutto sulle


membrane dellapparecchio membranoso, con uno scombussolamento strutturale che
prende il nome di perossidazione lipidica.
E dalla conseguente alterazione delle membrane plasmatiche e ultrastrutturali che
hanno origine i processi di invecchiamento cellulare che, se non fisiologici, possono
determinare anche danni gravissimi.
Ecco perch levoluzione ha fatto s che gli organismi dispongano di particolari
sostanze, denominate scavenger (spazzini naturali dei radicali liberi) che,
eliminando i radicali liberi, si contrappongono al danno radicalico.
SISTEMA OSSIDATIVO MITOCONDRIALE.
Terza ruota metabolica del mitocondrio, che sfrutta i prodotti derivanti dai primi 2
cicli.
Viene pi correttamente detto Sistema della fosforilazione ossidativa, dal momento
che si determina uno scambio di radicali fosforici altamente energetici.
Generica e tradizionale localizzazione istochimica degli enzimi mitocondriali
nella struttura mitocondriale.
Matrice.
Pochi sistemi enzimatici che hanno a che fare con il metabolismo degradativo dei
lipidi.
Membrane.
Enzimi del Ciclo di Krebs.
- Deidrogenanti (specifici per i vari metaboliti del Ciclo: acido succinico, acido
fumarico, acido isocitrico, acido malico).
- Decarbossilanti.
- Diaforasi (che esplicano unazione permissiva nei confronti delle prime 2 classi
enzimatiche. Possono essere attentamente studiati da un punto di vista metabolico.
Alcune cellule dellepitelio dello stomaco, ad es., sono incaricate della produzione
di HCl. Tale attivit, che fra laltro compendiata nellelenco precedentemente
proposto di attivit di alto dispendio energetico. Ora, si nota, essendo tali attivit
connesse con lattivit energetica dei mitocondri e quindi anche degli enzimi che
la regolano, una relazione tra la succinodeidrogenasi delle cellule
cloridropoietiche e la quantit stessa di HCl prodotta.
Ci pu essere sfruttato in maniera realmente interessante per scopi clinici. Ad es.,
nel caso in cui vi siano patologie caratterizzate da una produzione eccessiva di
HCl, come la gastrite, una diagnosi di tipo bioptico potr far ravvisare un
aumento, rispetto ai normali valori di concentrazione, della succinodeidrogenasi

perch necessario un maggior quantitativo energetico per lespletamento di


questa anormale, accresciuta funzionalit metabolica.
O, al contrario, in caso di cancro allo stomaco, si avr una minore produzione di
HCl e, di conseguenza, una minore concentrazione di succinodeidrogenasi rispetto
ai valori normali).
Enzimi della Catena respiratoria.
- Citocromo a.
- Citocromo a3 (detto citocromossidasi).
- Citocromo c.
Enzimi della Fosforilazione ossidativa.
- Coenzima q.
- ATPasi.
Precisa localizzazione istochimica degli enzimi mitocondriali nella struttura
mitocondriale.
A dire il vero, in questo senso, lindagine micronelettronica, bench laccresciuto
potere di risoluzione, non consente una magnificazione dellimmagine
particolarmente pi consistente rispetto alla microscopia ottica.
Consente unicamente una maggiore percezione della struttura della membrana, con
lutilizzo di ben determinati fissativi e tecniche di laboratorio che consentono di
prelevare opportunamente frammentini di membrana.
Una tecnica di questo tipo quella detta della sonicazione, che presuppone lutilizzo
di ultrasuoni.
Tuttavia, si tratta pur sempre di un procedimento molto drastico, che tuttavia stato
abbandonato per la drasticit.
Oggigiorno, si preferisce il meccanismo di trasporto passivo caratteristico
dellosmosi.
Si pongono i mitocondri:
- preliminarmente, in un mezzo osmotico a concentrazione bassa, sicch si verifica
una prima modificazione della struttura della membrana che prende il nome di
osmolisi.
- Secondariamente, in un ambiente a tono osmotico elevato.
- Ed infine, si applica una centrifugazione in gradiente di densit.
Si vede che gli enzimi del Ciclo di Krebs sono localizzati sulla membrana esterna.
Qui si trovano rilievi proteici in cui sono incastonati gli enzimi caratteristici.

Sulla membrana interna sono presenti particelle peduncolate che racchiudono in parte
gli enzimi della Fosforilazione ossidativa e in parte quelli della Catena respiratoria e
che assumono la denominazione di ribosomi mitocondriali.
(Vedi Figura 4).
Si vede che si ha una grande base idrofobica, successivamente la struttura denominata
Fattore F-0 e quella denominata Fattore F-1, in cui sono contenute le sostanze ad
attivit catalitica.
Si pu notare come non sia affatto casuale la dislocazione dei vari enzimi allinterno
della struttura ribosomiale, ma secondo un ben preciso criterio logico.
Non a caso gli enzimi della prima ruota metabolica (Ciclo di Krebs) sono disposti
sulla membrana esterna, mentre quelli delle altre 2 ruote metaboliche successive si
trovano sulla membrana interna.

Microbodies (Rhodin, 1959) o Perossisomi (De Duve e Baudhuin, 1966).


Si tratta di strutture scoperte in tempi relativamente vicini, in quanto sfuggenti alle
tecniche di indagine istochimica e suscettibili a ingiusta omologazione ai lisosomi.
Sono organuli, infatti, che presentano le stesse dimensioni dei lisosomi, una uguale
caratterizzazione membranaria e, addirittura, uguale coefficiente di sedimentazione se
sottoposte a tecniche di centrifugazione.
Strutture che, tuttavia, come vedremo, presentano un diversissimo corpus enzimatico
ed una completa autonomia funzionale.
Sono dispositivi cavitari presenti in tutte le cellule eucariotiche (prevalentemente
renali ed epatiche), di forma tondeggiante o ovalare (0.5 di media), delimitati da
membrane semplificate (come i lisosomi).
A differenza dei lisosomi non contengono enzimi idrolitici (lIdrolasi Acida), bens
enzimi ad attivit ossidativa (Ossidasi), che impiegano ossigeno molecolare per
ossidare vari substrati.
Caratteristiche ultrastrutturali.
Sono variabili in funzione di vari fattori, come:
- La specie animale.
- Lorgano che li ospita.
- La suscettibilit dei diversi substrati ad essere interessati da particolari
farmaci.

Le affezioni morbose che li caratterizzano prendono il nome di


Perossisomopatie.
Nei nefrociti e negli epatociti delluomo, dello scimpanz, dei cani dalmata e
degli
uccelli, i perossisomi appaiono costituiti da una matrice omogeneamente
elettronopaca e finemente granulare.
Nei nefrociti e negli epatociti di tutti gli altri mammiferi, nel contesto della
matrice perossisomica, si visualizza una struttura bastoncellare (nucleoide) di
natura cristallina, fortemente elettron-opaca, costituita da un fascio di
minuscoli
tubuli (che prenderemo in esame, trattando del reticolo microtrabecolare) e
che
contiene uricasi.
(Luricasi un enzima chiave nellambito del metabolismo purinico, perch
lacido urico il metabolita ultimo delle basi puriniche).
Quindi, alcune specie animali (fra cui anche luomo) difettano di uricasi nei
microbodies. E allora, in condizioni anomale si possono avere abnormi
precipitazioni di acido urico nei tessuti articolari e pararticolari (tofo), che
determinano un patologia ad elevato potere algizzante, che la gotta.
Caratterizzazione enzimatica.
Enzimi implicati nel metabolismo del perossido di idrogeno (da cui la
denominazione di Perossisomi).
Le ossidasi perossisomiche, cos si chiamano, impiegano ossigeno molecolare
per
asportare atomi di H da diversi substrati, formando perossido di idrogeno.
Al tempo stesso, un altro enzima, la catalasi, utilizza e distrugge perossido di
H, formando acqua molecolare. Evitano cos pericolosi accumuli
intracitoplasmatici di perossido di H, un forte ossidante.
I Perossisomi, cos, proteggono la cellula da aggressioni ossidative, con
Formazione di radicali liberi, responsabili dellinvecchiamento cellulare. Ci li
ha fatti definire organuli della giovinezza.
Il danno radicalico inizia, abbiamo detto, con un danneggiamento della
membrana
plasmatica e si conclude con la senescenza dellintera cellula.
Sono questi gli enzimi tradizionalmente noti dei Microbodies.

Enzimi implicati nel metabolismo degli acidi grassi a catena molto lunga (2028
C), fino a comparsa di acido palmitico e acido stearico, ulteriormente demoliti
dai mitocondri.
E un processo detto di -ossidazione ausiliaria, che si realizza in cooperazione
con quella mitocondriale.
Enzimi implicati nella fase finale della biosintesi del colesterolo (HMG, CoH
riduttasi) e degli acidi biliari (acido colesteronico. La cui fase iniziale inizia
nel REL, dove si hanno le fasi iniziali del meccanismo della steridogenesi, e il
cui completamento avviene proprio nei Perossisomi).
Enzimi implicati nella fase iniziale della biosintesi dei plasmalogeni (Hayra),
per
cui i Perossisomi sono necessari per lo sviluppo corporeo (vita effimera dei
neonati affetti da una turba accrescitiva che prende il nome di sindrome di
Zelewenger).
(In realt, molte attivit funzionali enzimatiche dei Perossisomi sono state
scoperte sulla base del dato patologico. E cos, stato possibile risalire dalla
patologia alla fisiologia. Quello della sindrome di Zelewenger non affatto un
caso isolato).
Enzimi (d-amminoacidossidasi o destro-amminoacidossidasi) implicati nella
desamminazione ossidativa degli amminoacidi.
Tali enzimi attaccano gli amminoacidi nella forma destrogira (che non sono
quelli naturali).
E interessante notare che nel metabolismo proteico delle cellule tumorali
prevale non a caso la forma destrogira.
Enzimi implicati nel ciclo del glicossilato, importanti per le piante e, soltanto
per fini patologici, per luomo.
E un ciclo degenerativo, per cui si derivano indebitamente dagli acidi grassi i
carboidrati.
Enzimi implicati nel metabolismo dellacido urico.
Luricasi, enzima perossisomico precedentemente introdotto, si occupa della
demolizione dellacido urico, il cui ristagno nelle zone articolari e
pararticolari
determina la gotta.
In questo senso, si distinto fra organismi a ricambio uricotelico e a ricambio
ureotelico.
I primi (fra cui luomo, lo scimpanz e i cani dalmata) non sono in grado di

demolire lacido urico, non presentando uricasi. Viceversa, i secondi.


Uno spunto terapeutico che pu ovviare al deposito di acido urico consiste
nello
intervenire con farmaci uricosurici, che demoliscono lacido urico e lo
eliminano
mediante le vie urinarie. Una somministrazione sconsiderata pu, tuttavia,
determinare vari effetti collaterali, come il deposito di acido urico nelle stesse
vie
urinarie (calcolosi).
IL TESSUTO EPITELIALE (classificazione generale).
Una generica classificazione spesse volte, ma impropriamente, proposta la
seguente.
di rivestimento
TESSUTO EPITELIALE
ghiandolare
SEMPLICE
Di rivestimento PSEUDOSTRATIFICATO-CILINDRICO
STRATIFICATO
SEMPLICE Pavimentoso (incluso lEndotelio)
Cubico-ciliato
Cilindrico-non ciliato
PSEUDOSTRATIFICATO-CILINDRICO Ciliato
Non ciliato
STRATIFICATO Pavimentoso
Cubico
Cilindrico
Di transizione
ENDOCRINO
Ghiandolare
ESOCRINO

ENDOCRINO Tipo cordonale


Tipo follicolare
ESOCRINO Semplice Tubolare
Alveolare
Composto Tubolare
Alveolare
Tubolare-alveolare
Questa classificazione, tuttavia, in molti casi risulta essere grossolanamente
errata.
Ad es., lepitelio ghiandolare un epitelio presente in un organo secernente (
corretta la dizione di organo, perch costituito da una morfologia politissutale),
che prende il nome di ghiandola.
Ora, vero che lepitelio ghiandolare un particolare tipo di epitelio secernente,
ma non affatto vero che ogni epitelio secernente un epitelio ghiandolare,
poich esistono svariati esempi di epiteli che, pur avendo una funzionalit
secernente, non costituiscono certo epiteli ghiandolari.
E questo solo un esempio dei molti che si potrebbero fare.
Pur tuttavia, possiamo individuare un connotato morfologico comune a tutti gli
epiteli.
Connotato morfologico comune a tutti i tessuti epiteliali.
In termini piuttosto generici, si dice che le cellule dei vari tessuti epiteliali si
caratterizzano per lessere direttamente e strettamente a contatto, le une alle
altre.
E cio a dire, senza alcuna interposizione di sostanza intercellulare.
Questa funge da nota discriminante dei tessuti epiteliali rispetto ai tessuti
trofomeccanici (dei quali, il tessuto connettivo solo un esempio) che si
contraddistinguono per un dato morfologico esattamente speculare: presenza di
matrice intercellulare.
Tuttavia, una classificazione di questo tipo ha una valenza puramente didatticoeruditiva.
Si chiarito, infatti, che anche nei tessuti epiteliali si ha la presenza di un
insieme di sostanze chimiche disposte allesterno della cellula e che ricoprono il
bordo libero di 2 cellule contigue: le cosiddette giuzioni.

Si tratta di meccanismi di un attracco altrimenti non realizzabile.

CLASSIFICAZIONE PIU CORRETTA DEI TIPI DI TESSUTO EPITELIALE.


Si cos osservato che la maniera migliore per distinguere i diversi tipi di
epitelio, non su base unicamente morfologica (fermo restando il carattere
morfologico comune, che abbiamo evidenziato), bens su base funzionale e, pi
specificatamente, morfofunzionale.
Epiteli di rivestimento.
Con funzione di copertura, di protezione e di salvaguardia dellintegrit delle
cellule che costituiscono lepitelio stesso e dei tessuti sottostanti.
Epiteli secernenti.
Tessuti di natura epiteliale, differenziatisi per lespletamento di una attivit
secretoria. Si ha, pertanto, lelaborazione di sostanze specifiche e non dei
cosiddetti metaboliti comuni.
Abbiamo anche detto che, nel caso in cui lepitelio secernente, faccia parte
della
conformazione politissutale che costituisce lorgano di secrezione denominato
ghiandola, lepitelio secernente assumer la individuazione specifica di
epitelio
ghiandolare. Ma un errore quantomai grossolano considerare lepitelio
ghiandolare come lunica specie di epitelio secernente, perch esistono epiteli
secernenti a carattere non ghiandolare.
Epiteli sensoriali.
Si tratta di un gruppo di epiteli differenziatisi non per eplicare le canoniche
funzioni di copertura o quelle specifiche di secrezione, ma di tipologie di
tessuti
epiteliali coinvolti nei fenomeni di recettivit di ben determinati stimoli,
spesso
chimici, provenienti dallesterno.
Questa irritabilit peculiare anche della cellula nervosa, ma grave
errore
confondere una cellula del tessuto epiteliale con la ben pi caratterizzata e
complessa cellula nervosa.
Ci che differenzia una cellula nervosa da una cellula del tessuto epiteliale di
rivestimento che questultima condensa, accumula gli stimoli di senso,
ma,
a differenza della cellula nervosa, non li pu trasmettere autonomamente.

Epiteli particolarmente differenziati (detti anche, derivati epiteliali).


Subiscono un grado talmente spinto di differenziazione che, allocchio
inesperto,
potrebbero anche apparire come tessuti non epiteliali.
Un es., caratteristico potrebbe essere lo smalto, un tessuto di rivestimento del
dente che , appunto, di derivazione epiteliale. O ancora, una struttura che fa
parte
del nostro bulbo oculare: il cristallino.
PIANO DI ORGANIZZAZIONE DEGLI EPITELI DI RIVESTIMENTO.
Ci si pu porre, tuttavia, dopo averne effettuato questa primaria classificazione,
come siano disposti, nellorganismo, i vari epiteli di rivestimento.
Una prima risposta corretta : solidalmente a un altro tessuto.
Infatti, gli epiteli di rivestimento formano con il tessuto sottostante, un tessuto
trofomeccanico e quindi connettivo, che esplica unazione meccanica di sostegno
e trofica, una lamina.
Il tessuto connettivo sottostante esplica unazione trofica di apporto nutritizio di
cui il tessuto epiteliale di rivestimento necessita, in quanto non vascolarizzato. Al
contrario, il tessuto connettivo trofomeccanico, che interamente percorso da
vasi sanguigni.
Si ha, pertanto, il passaggio di questo materiale nutritizio preliminarmente al
metaplasma e, in un secondo momento, per trasudazione, al tessuto epiteliale di
rivestimento.
Il tessuto epiteliale di rivestimento riveste superfici esterne e superfici interne di
organi cavitati.
Si tratta, dunque, di una lamina bitessutale epitelio-connettivale, che, vedremo,
assume una denominazione specifica differente, a seconda della sede in cui si
trova.
Analizziamone, adesso, i vari tipi.
- Cute EPIDERMIDE (componente epiteliale)
DERMA (componente trofomeccanica-connettiva)
Lamina bitessutale (la possiamo compiutamente definire organo in quanto entit
politissutale) che riveste la superficie del nostro corpo.
Al solito, il tessuto esterno di natura epiteliale e prende il nome di epidermide,
mentre quello pi interno, di natura connettivale, assume la denominazione di
derma.
Non sussiste alcuna caratterizzazione sinonimica rispetto a unaltra entit
politissutale, che prende il nome di pelle o tegumento.

- Pelle o Tegumento EPIDERMIDE


DERMA
IPODERMA
Come si vede, essa costituita solo parzialmente dalla cute (che quindi, ne un
costituente) ed ulteriormente da un tessuto sottocutaneo connettivale che prende
il nome di ipoderma.
Questi prime 2 disposizioni del tessuto epiteliale di rivestimento riguardano
essenzialmente il rivestimento della superficie esterna.
Abbiamo, tuttavia, gi detto che esso si occupa anche del rivestimento delle
superfici interne di organi cavitati.
Anche in questo caso, trover una particolare disposizione in lamine
politissutali, congiuntamente a tessuti connettivi che esplicano unazione
trofomeccanica.
Ora, in questo caso, si dovr distinguere se:
- le cavit siano comunicanti (aperte)
- o non comunicanti con lambiente esterno.
E, nel caso in cui lo siano, se lo sono:
- direttamente
- o indirettamente.
Nel caso in cui, la lamina bitessutale sia comunicante con lambiente esterno, si
avranno:
- Membrane mucose EPITELIO DELLA MUCOSA (quota epiteliale)
TONACA PROPRIA o CORION (connettivo
epiteliale)
In realt, in Istologia, per corion si pu intendere sia la quota connettiva delle
membrane mucose sia un annesso embrionale.
Ma dove troviamo, ad es., le membrane mucose?
Gli organi viscerali sono, per la maggior parte, organi cavitati, e quindi
rivestono di un epitelio di rivestimento:
- Cavit orale: cavit aperta direttamente.
- Faringe: cavit aperta indirettamente.
- Esofago: cavit aperta indirettamente.
- Stomaco: cavit aperta indirettamente.
- Intestino tenue (duodeno, digiuno, leo): cavit aperta indirettamente.
- Intestino crasso (cieco, colon, retto): cavit aperta indirettamente.
- Sfintere anale :cavit aperta direttamente.

Tutti questi organi, essendo organi cavitati, avranno una membrana mucosa.
Qui si riconosce la stratificazione parietale: lepitelio un epitelio di
rivestimento che, per, di volta in volta, assume particolari attitudini funzionali.
Si visto che le formazioni neoplastiche a carattere tumorale si originano
proprio in segmenti di epitelio di membrana, sia essa mucosa o sierosa.
Nel caso in cui la lamina bitessutale sia propria di organi non comunicanti con
lesterno (chiusa), si parler di:
- Membrane sierose MESOTELIO (parte epiteliale)
CONNETTIVO SOTTOMESOTELIALE (parte
connettivale)
Quindi, abbiamo detto, che riveste cavit chiuse: che non comunicano con
lesterno n direttamente n indirettamente.
Mesotelio: un tipo di epitelio del tutto particolare perch, a differenza degli altri
tessuti epiteliali che derivano o dallectoderma (il pi esterno) o dallendoderma
(il pi interno) dei tre foglietti germinativi embrionali, deriva dal mesoderma.
Ed, in ragione di questa derivazione, se ne spiega il nome.
Nella pratica clinica si ricordano i mesoteliomi: tumori che colpiscono il
mesotelio.
Alcuni esempi di cavit chiuse che dispongono proprio di mucose sierose sono:
- Cavit pleurica.
- Cavit pericardica.
- Cavit peritoneale.
Nel caso della cavit pleurica (che ha una sua allocazione nel torace), i limiti
sono rappresentati da un lato dalla superficie esterna dei polmoni e dallaltro da
quella interna della parete toracica.
Nel caso della cavit peritoneale, i limiti sono rispettivamente la superficie
esterna degli organi addominali e quella interna della parete viscerale.
Ed infine, nel caso della cavit pericardica, il limite interno rappresentato
dalla superficie esterna del cuore e quello esterno dal pericardio.
In ogni caso, siamo, tuttavia, come appena visto, in grado di distinguere 2
foglietti delle membrane sierose:
- Foglietto viscerale: che aderisce alla superficie esterna del viscere,
dellorgano.
- Foglietto parietale: che riveste la superficie interna della parete.

CLASSIFICAZIONE MORFOLOGICA DEGLI EPITELI DI RIVESTIMENTO.

Si ispira a 2 parametri:
1) La forma delle cellule che lo costituiscono.
2) Il numero degli strati che compongono i diversi epiteli di rivestimento.
Sulla base della forma si distinguono 3 tipi di epiteli di rivestimento:
1) Epiteli pavimentosi.
Assumono tale denominazione, abbiamo detto, in relazione alla forma che
delle cellule che lo costituiscono: schiacciate, assottigliate, ad altezza esigua,
con superficie ragguardevole, estensiva. Sono cellule morfologicamente molto
simili alle mattonelle di un impiantito.
2) Epiteli prismatici.
In genere, caratterizzati da cellule di altezza pi ragguardevole rispetto a
quella degli epiteli pavimentosi.
A sua volta, la classe degli epiteli prismatici si differenzia in altre 2
sottoclassi:
- Epiteli isoprismatici o cubici.
Caratterizzati da cellule con unaltezza equivalente alla base di appoggio, tale
da fare assumere loro, appunto, la denominazioni di epiteli isoprismatici o
cubici.
- Epiteli batiprismatici o cilindrici o colonnari.
Caratterizzati da cellule con unaltezza maggiore rispetto alla base di
appoggio, tale da fare assumere loro, appunto, la denominazione di epiteli
batiprismatici o cilindrici o colonnari.
Il nucleo si colloca nella parte mediana-bassa della struttura cellulare.
Rivestono superfici mucosali molto importanti da un punto di vista biologico.
3) Epiteli di transizione.
Caratterizzati da una forma non inquadrabile in uno schema fisso: hanno,
infatti,
una forma transeunte, mutevole, in funzione dello stato funzionale del viscere
che
li ospita.
Appartengono specificatamente allapparato urinario, in qualit di epiteli
mucosali, in conformit alla plasticit degli organi che li ospitano.

Sulla base del numero e della struttura degli strati che li compongono, le classi
epiteliali precedentemente considerate, si diversificano ulteriormemente:

- Epiteli pavimentosi SEMPLICI (o monostratificati)


COMPOSTI (o pluristratificati) Cheratinizzati
Non cheratinizzati
(Si deve, tuttavia, nella realt istologica, correggere la drasticit della
classificazione. Ad es., si vede che lepitelio pavimentoso composto, allatto
pratico, di pavimentoso ha effettivamente ben poco: la forma delle cellule non
cos schiacciata, spesse volte, come la dizione di epitelio pavimentoso potrebbe
far credere; ma, al contrario, esse hanno spesso una forma isoprismatica o
batiprismatica).
Si vede che gli epiteli pavimentosi composti o pluristratificati si differenziano
ulteriormente in 2 varianti a seconda che si stabilisca una modificazione
regressiva, involutiva, fisiologica a livello degli strati superficiali:
1) Cheratinizzazione o Corneizzazione.
Si tratta di una continua degenerazione, espoliazione delle cellule degli strati
superficiali che la subiscono, muoiono e vengono sostituite.
Si ha, pertanto, unaltissima capacit di rinnovamento. Si ha la continua
perdita di cellule degli strati superficiali e, allo stesso tempo, un continuo
apporto sostitutivo di cellule da parte degli strati sottostanti che, pertanto, ne
garantiscono lintegrit.
Riguarda lepitelio di rivestimento della cute: lepidermide.
Quindi, diremo che lepitelio dellepidermide un tessuto pavimentoso,
composto, cheratinizzato.
Si tratta dellepitelio di rivestimento a pi alto turn-over: ciclo riproduttivo.
Ne sono caratterizzati gli strati epidermici costantemente soggetti ad usura,
come quelli delle palme delle mani e delle piante dei piedi: zone sottoposte a
microtraumi di diversa natura.
2) Non cheratinizzazione.
Nel caso in cui le cellule degli strati superficiali non subiscano questa
continua modificazione e non siano caratterizzate dal deposito di questa
particolare sostanza di natura proteica, la cheratina, che determina un
indurimento degli strati cellulari.
Ecco, appunto, che tali tessuti vengono definiti non cheratinizzati o
molli.
- Epiteli isoprismatici SEMPLICI (o monostratificati)

COMPOSTI (o pluristratificati)

Quanto detto per gli epiteli pavimentosi, parimenti proponibile per gli epiteli
isoprismatici che sono egualmente differenziati in:
- SEMPLICI (o monostratificati).
- COMPOSTI (o pluristratificati).
- Epiteli batiprismatici SEMPLICI (o monostratificati)
COMPOSTI (o pluristratificati)
PSEUDOSTRATIFICATI o PLURISERIATI o
PLURIFILIARI o A PIU FILE DI NUCLEI
Alcuni di questi epiteli, appunto, assumono unulteriore caratterizzazione
rispetto a quelle degli epiteli gi analizzati: quella di possibili epiteli
pseudostratificati.
C limpressione di una stratificazione che in realt non esiste.
Ma che cosa determina tale stratificazione?
Locchio inesperto pu essere ingannato dalla diversa altezza a cui si collocano i
nuclei, in maniera sfalsata, nelle cellule contigue. Essi sono disposti su pi piani,
su pi file. Ci pu indurre locchio inesperto a ravvisare una stratificazione che
in realt non esiste. Ecco perch si parla di pseudostratificazione o
pluriseriazione.
Tali tessuti sono esclusivi di determinati distretti corporei: le grandi vie
respiratorie (le vie bronchiali) che, appunto, sono caratterizzati da un epitelio
mucosale pseudostratificato.
- Epiteli di transizione POLIMORFI SEMPRE COMPOSTI
E lepitelio di un segmento delle vie urinarie: la vescica.
E quindi lepitelio della mucosa vescicale.
La forma delle cellule dello strato intermedio di questo epitelio
caratteristicamente clavata. Ma la forma si modifica sostanzialmente (donde il
nome di epitelio di transizione) a seconda che la vescica si colma di urina o
vuota.

Si ha, infatti, nel caso in cui la vescica sia colma di urina uno stiramento del
tessuto vescicale e le cellule subiscono una modificazione strutturale, stirandosi
in senso laterale.
Le cellule che subiscono una maggiore modificazione sono appunto le cellule
dello strato intermedio.

CLASSIFICAZIONE TOPOGRAFICA DEGLI EPITELI DI RIVESTIMENTO.


Epitelio pavimentoso semplice.
- E. P. S. DEGLI ALVEOLI POLMONARI.
Tipologia sottilissima di epitelio che si trova nelle sacche finitime delle vie
resiratorie, in cui si verificano gli scambi gassosi di ossigeno e anidride
carbonica: ematosi.
Non a caso, si avr un epitelio pavimentoso semplice, indispensabile per
consentire il meccanismo fisiologico della respirazione. Tanto che un anomalo
ispessimento di questo tessuto epiteliali ha conseguenze dannosissime,
compromettendo irrimediabilmente il processo.
Al microscopio, si pu notare come le singole cavit di sacchi alveolari
siano delimitate da segmenti molto sottili costituiti da epiteli di rivestimento.
Al di sotto, scorrono piccoli vasi capillari che assorbono, legano, attraverso
lemoglobina, ossigeno molecolare, mentre la carbossiemoglobina scarica,
sempre attraverso di essi, lanidride carbonica allesterno.
E chiaro, dunque, come giochi un ruolo di primaria importanza per
lespletamento degli scambi gassosi, la estrema sottigliezza (si tratta, infatti,
di un epitelio semplice) di questo epitelio, che pu essere compromessa a
causa di affezioni patologiche come la polmonite, meglio detta alveolite e che
pu concretizzarsi nellindebito ispessimento del tessuto.
Due affezioni patologiche diametralmente opposte sono ledema (una
trasudazione di liquido dai vasi alle cavit alveolari, per cui gli alveoli non
garantiscono gli scambi gassosi, essendo inondati di liquido) e lenfisema (un
ristagno di aria. Ma, pur essendo aumentato il volume di aria, si ha una
eguale interruzione della funzionalit respiratoria).
- E. P. S. DELLA RETINA.
Lo strato epiteliale uno dei ben 10 strati di cui essa costituita.
Qui si creano i presupposti biochimici della percezione visiva: le cellule si
riempiono di viamina A, un composto che consente, appunto, il processo
biochimico della visione.
Analizzando al microscopio le cellule che lo costituiscono, si nota come il
citoplasma di ciascuna cellula sia infarcito di granuli, che danno vita a quella
che viene comunemente definita porpora visiva.

- E. P. S. DELLA MEMBRANA TIMPANICA.


E disposto perpendicolarmente al condotto uditivo, separando lorecchio
esterno dallorecchio medio.
E necessariamente cos sottile, perch su di esso impattano le onde sonore. Si
vanno cos a stimolare altre cellule di natura epiteliale: le cellule degli epiteli
sensoriali.
In processi patologici che lo riguardano, le otiti, si ha una flogosi della
membrana timpanica che, oltre al carattere algizzante, determina una
tumefazione dellorgano (ovvero, dei tessuti che lo costituiscono). E un tale
ispessimento (come per ognuno degli epiteli precedentemente descritti che
risultano, non a caso, essere costituiti da ben determinati tipi di epitelio di
rivestimento semplici) determina una deficienza funzionale dellorgano
stesso, che prende il nome di ipoacusia, poich viene appunto meno la
caratteristica di esiguit di spessore.
- E. P. S. DELLA PARETE DEL LABIRINTO MEMBRANOSO.
Caratterizza i distretti pi interni dellapparato uditivo.
Qui hanno locazione gli organi che regolano lequilibrio.
- E. P. S. DELLA CAPSULA DI BOWMAN.
Organo di primaria importanza per leliminazione di sostanze nocive.
Si tratta del Glomerulo del Malpighi: un involucro di capillari che, se
considerato ricoperto da capsula (come effettivamente ), prende il nome di
Capsula di Bowman.
Come detto, il glomerulo un vero e proprio involucro di capillari in cui
scorre sangue ricco di sostanze di scarto. Esso ricoperto da una capsula
costituita da 2 foglietti. Il foglietto pi interno, quello direttamente a contatto
con i capillari, detto foglietto viscerale ed appunto costituito, non a caso, da
un epitelio pavimentoso semplice. La sottigliezza, infatti, consente il processo
della filtrazione glomerulare dei prodotti tossici dal circolo ematico alla zona
cavitaria della capsula, costituita dai 2 foglietti, in cui si dice che si riversa la
preurina, e attraverso la quale si ha limmissione della preurina nei tubuli
escretori.
Affezioni patologiche come le glomerulonefriti o glomeruliti determinano un
ispessimento dellepitelio pavimentoso semplice che costituisce il foglietto
viscerale e una compromissione del meccanismo di filtrazione glomerulare
che sfocia in un ristagno nel sangue di prodotti tossici.
Si determina, allora, una anuria (non viene pi prodotta urina) e una uremia
(cio, un ristagno nel sangue di prodotti tossici).
Un parametro che consentono di evidenziare un malfunzionamento di questo
tipo , ad es., lazotemia.

- E. P. S. DELLE MEMBRANE SIEROSE (LA QUOTA EPITELIALE


DELLA MEMBRANA SIEROSA: IL MESOTELIO).
Anche in questo caso, lo spessore esiguo rappresenta un requisito tecnico
critico per lespletamento dellorgano.
Quando la pleura (la membrana sierosa che riveste i polmoni e le pareti
toraciche), in seguito a un processo infiammatorio che prende il nome di
pleurite, si ispessisce, si ha la produzione di un liquido, un essudato, che si
raccoglie nel cavo pleurico.
I 2 foglietti che la costituiscono, in un primo momento della flogosi,
strofinano con conseguenze realmente dolorose, poich nel connettivo
sottomesoteliale si ha una gran quantit di terminazioni nervose. In un
secondo momento, a causa della presenza del liquido, i 2 foglietti vengono
distanziati: cessa il dolore intenso, ma il sofferente non pu respirare a causa
della compressione che si viene ad esercitare.
In passato, da un punto di vista terapeutico, si interveniva con la
dolorosissima pratica della toracentesi. Oggigiorno, si preferisce una accurata
terapia farmacologica.
Nel caso in cui la terapia sia stata fortunata, si avr una sinechia: ladesione
dei 2 foglietti.
Epitelio pavimentoso complesso.
Si distingue in:
- Epitelio pavimentoso complesso cheratinizzato: epidermide.
Diremo, quindi, che lepitelio dellepidermide cheratinizzato o corneificato.
Lepidermide costituita da pi strati che, procedendo dallinterno verso
lesterno sono:
1) Strato delle cellule basali o Strato germinativo o Strato germinatore.
E continuamente animato da processi riproduttivi.
Si tratta dello strato pi profondo e viene detto basale perch su di esso
poggiano tutti gli altri strati.
Le cellule che lo compongono danno vita a tutti i cheratinociti degli strati
sovrastanti.
Le cellule che lo costituiscono sono alte (cubiche o cilindriche), sono disposte
in un solo ordine, con il loro asse maggiore perpendicolare alla superficie
dellepitelio, e poggiano su una sottile membrana basale che separa
lepidermide dal derma.
2) Strato delle cellule spinose o Strato del Malpighi.
Rappresenta il momento di transizione dalla microscopia ottica alla
microscopia elettronica. E proprio studiando le cellule di questo strato che si
cerc di capire come le cellule adiacenti fossero collegate le une alle altre.

Alla luce della microscopia ottica, sembr chiara lindividuazione di veri e


propri ponti intercitoplasmatici tra cellule contigue, che inizialmente
vennero chiamati spine (da cui, la denominazione di strato delle cellule
spinose).
In realt, il problema venne risolto e corretto mediante la microscopia ottica:
i ponti spinosi corrispondono a quei dispositivi di giunzione, frutto della
differenziazione dei versanti plasmalemmatici di due cellule contigue che si
affrontano. E, mediante una analisi, ultrastrutturale e macromolecolare pi
corretta, consentita unicamente dalla microscopia elettronica, si ha
lindividuazione di vere e proprie proteine di giunzione, che prendono il nome
di desmosomi.
3) Strato granuloso o Strato granulare.
4) Strato molle, o meglio Strato lucido.
5) Strato corneo.
- Epitelio pavimentoso complesso non cheratinizzato o molle.
Esempi di strutture che presentano Epitelio Pavimentoso Complesso sono:
- E. P. C. DELLA CORNEA.
Struttura di natura epiteliale che raddoppia la porzione anteriore del bulbo
oculare.
In varie condizioni infelici, per la sua estrema delicatezza, pu essere soggetto
a microtraumi che lo discontinuano. E allora, perde la funzione di copertura
a cui preposto.
- E. P. C. DELLA MUCOSA VAGINALE.
Essa sede di particolari modificazioni a carattere ciclico e periodico, tanto
che in Endocrinologia si parla di ciclo vaginale.
Nella pratica clinica, per stabilire alcune situazioni ormonali, si pratica uno
striscio vaginale, che consiste nel prelevare, con una piccola spatola, un
frammentino di epitelio e, successivamente, di effettuare lo striscio vero e
proprio: procedimento tecnico che consiste nel distendere su un apposito
supporto uno strato sottile di cellule, per effettuarne un analisi microscopica.
Quando parliamo di ciclo, parliamo, in generale, di un complesso di
funzioni che si ripetono con un certo periodismo.
Oltre che di ciclo vaginale, ad es., si parla anche di ciclo uterino.
- E. P. C. DELLA MUCOSA DELLURETRA FEMMINILE.
Si tratta dellultimo segmento delle vie urinarie.
- E. P. C. DELLA META SOPRADIAFRAMMATICA DEL TUBO
DIGERENTE

(BOCCA-FARINGE-ESOFAGO).
E interessante effettuare la distinzione del tubo digerente nelle due porzioni
di:
1)Tubo digerente della met sopradiaframmatica e 2) Tubo digerente della
met sottodiaframmatica. Tale distinzione viene effettuata perch, come si
vedr, cambia, nei 2 distretti le caratterizzazioni morfofunzionali degli epiteli
rispettivi.
Ad es., nel passaggio dallesofago allo stomaco, si ha il passaggio da un
epitelio pavimentoso complesso ad un epitelio prismatico semplice.
(Il diaframma un muscolo piatto aponeurotico, ove laponeurosi una
membrana fibrosa che riveste i muscoli, che separa la cavit toracica da
quella addominale).
Epitelio isoprismatico o cubico semplice.
- E. C. S. DELLA SUPERFICIE OVARICA.
- E. C. S. DEI PLESSI CORIOIDEI.
Si tratta di gettoni vasculo-connettivali rivestiti da epitelio e che ritroviamo
sul tetto di cavit corporee naturali nello spessore dellencefalo (che prendono
specificatamente il nome di cavit ventricolari), in cui si elabora il cosiddetto
liquido cerebro-spinale.
- E. C. S. DELLA FACCIA INTERNA DEL CRISTALLINO.
Che ritroviamo come una lente biconvessa sulla superficie anteriore del bulbo
oculare.
- E. C. S. DEI CONDOTTI ESCRETORI.
I condotti escretori sono canali di veicolazione del secreto di particolari tipi di
ghiandole e pi specificatamente degli adenomeri di molti tipi di ghiandole
(intendendo specificatamente con il termine adenomero o la parte terminale
della struttura ghiandolare o, meglio, quella pi attiva funzionalmente).
Epitelio batiprismatico o cilindrico o colonnario semplice.
- E. B. S. DELLA META SOTTODIAFRAMMATICA DEL TUBO
DIGERENTE.
Dal cardias allo sfintere anale.
- E. B. S. DELLA MUCOSA DELLUTERO.

Lutero un organo cavo mediano dellapparato genitale femminile, posto nel


piccolo bacino, destinato ad accogliere luovo fecondato e a sostenerne lo
sviluppo e ricoperto da una membrana mucosa.
La mucosa dellutero propriamente detta endometrio, ed soppannata da
una struttura muscolare contrattile, che prende il nome di miometrio.
Abbiamo gi detto che la cavit uterina caratterizzata da un grande
dinamismo, tale da farle subire delle nette modificazioni morfofunzionali
periodiche, che prendono il nome di ciclo uterino.
- E. B. S. DELLA TUBA.
La tuba uterina un condotto tubolare dellapparato genitale interno
femminile, che va dallovaio allutero. Si pu notare che la comunicazione tra
tuba ed utero si verifica con una soluzione di continuit, non altrettanto per la
connessione tra tuba ed ovaio che, al contrario, si presenta con un grado di
connessione molto meno marcata, che prende il nome di contiguit.
Ecco perch, talvolta, la cellula uovo che matura nellovaio e che deve subire
il processo di fecondazione, pu non imboccare il cammino tubarico,
determinando ben precise conseguenze.
- E. B. S. DEI CONDOTTI ESCRETORI DI MOLTE GHIANDOLE.
Che non presentano come rivestimento un epitelio cubico semplice.
- E. B. S. DEI PICCOLI BRONCHI.
Si tratta quasi delle vie finitime delle vie respiratorie, a livello dei bronchioli,
prima che questi condotti si aprano sugli alveoli polmonari.
- E. B. S. DELLA COLECISTI.
Costituisce la quota epiteliale della mucosa della colecisti.
Per colecisti o cistifellea si intende la vescichetta a forma di pera piuttosto
allungata applicata alla faccia inferiore del fegato, in cui si raccoglie la bile.
Considerazioni aggiuntive meritano alcuni di questi tessuti epiteliali.
Epitelio batiprismatico o cilindrico o colonnario semplice della mucosa gastrica.
Alla luce della stessa microscopia ottica, sono evidenziabili successive ed
alternantisi introflessioni ed estroflessioni.
Si avr dunque la conformazione detta delle creste villose. E occorre stare ben
attenti alla terminologia. Si parla, infatti, di creste villose e non di villi, in
quanto, pur essendo presente una caratteristica analogia conformazionale con i
cosiddetti villi intestinali (i villi propriamente detti), sono tuttavia presenti
anche notevoli discrepanze.

Si tratta di preminenze irregolari della mucosa dello stomaco, mentre (ed gi


questa una prima differenza) i villi presentano una dislocazione molto pi
cospicua e regolare.
Gli intervalli fra le creste villose sono appunto depressioni che terminano al
fondo con una piccolissima apertura: le cosiddette fossette gastriche, le cui
funzioni adesso analizzeremo.
Si ha, comunque, bene sottolinearlo, un andamento prettamente irregolare.
Per lo studio di questi preparati istologici spesso ci si serve di particolari
coloranti, come lematossina e lossina. Tali coloranti hanno la caratteristica
capacit di rivelare possibili prodotti di secrezione.
La presenza di una caratteristica colorazione blu (derivante dallazione
dellematossina e dellossina) sul bordo apicale di queste cellule epiteliali, ne
rivela una caratterizzazione funzionale aggiuntiva oltre alla canonica di
copertura: quella secernente.
Tali cellule, infatti, elaborano un secreto di natura glicoproteica: il muco.
In questo caso, dunque, il concetto di epitelio secernente distinto da epitelio di
rivestimento (proposto nello schema iniziale) fa difetto.
Il muco costituisce un importantissimo film protettivo, per 2 fondamentali
ragioni:
- In esso rimangono imprigionate possibili sostanze irritanti ingerite, che
potrebbero determinare unirritazione dellepitelio.
- (Ed la funzione principale) esercita unazione protettiva nei confronti
dellacido forte HCl, che uno dei costituenti principali del succo gastrico.
Occorre, per, fare qualche precisazione aggiuntiva: lHCl non proviene
dallattivit secretoria epiteliale, ma dalla tonaca propria (e cio, dalla parte
connettivale della membrana sierosa) della mucosa gastrica. E, pi
specificatamente, lHCl prodotto raggiunge la cavit gastrica vera e propria
attraverso le fossette gastriche, che quindi assumono questa specifica funzione.
Il muco, dunque, ha una funzione essenzialmente protettiva. Tuttavia, esso non
lunica sostanza prodotta dalle cellule dellepitelio della mucosa gastrica. In
termini generali, possiamo individuarne fondamentalmente 3:
1) Il muco.
2) Bicarbonati. In maniera chimicamente pi mirata dello stesso muco, servono a
neutralizzare lazione corrosiva dellHCl.
3) Prostaglandine.
In termini generali, queste sostanze rappresentano la barriera muco-bicarbonatoprostaglandinica.
Alla domanda: quante cellule dellepitelio della mucosa gastrica hanno attivit
secernente?, va risposto: tutte.
Si tratta, infatti, abbiamo detto, di uno specifico caso di superficie epiteliale
secernente, concetto ben diverso da quello di superficie epiteliale ghiandolare,

sebbene in entrambi i casi vi sia lelaborazione di sostanze specifiche che


prendono il nome di secreti.
Si tratta, quindi, in generale di cellule con una canonica funzionalit protettiva,
ma che presentano egualmente quella secretiva.
In campo patologico, nel caso delle gastriti iperacide si presume che vi sia
unesaltata produzione di HCl, tale da superare la capacit naturalmente
protettiva della barriera muco-bicarbonato-prostaglandinica. Si determinano,
allora, gravi erosioni dellepitelio mucosale.
In condizioni di maggior gravit, lHCl pu addirittura ritornare indietro nella
sede che lo ha prodotto, compromettendo dunque lintegrit della tonaca
propria, e determinando una condizione particolarmente dolorosa che prende il
nome di ulcera.
Va considerato, inoltre, che essendo la tonaca propria intensamente
vascolarizzata, ci pu provocare emorragia.
Ecco, dunque, che quando un paziente presenta ematoemesi (e cio, vomita
sangue), la causa di ci pu essere ascritta o a un cancro (che, a differenza delle
gastriti, interessa preliminarmente la tonaca propria. Si parla di adenocarcinoma,
perch una formazione tumorale che agisce sulle strutture ghiandolari) o,
molto pi spesso, a unulcera.
Oggigiorno, tuttavia, la patogenesi dellulcera ha subito grandi rinnovamenti.
Prima si pensava, come detto, che essa fosse determinata da uneccessiva azione
corrosiva dellHCl. Oggi, invece, si scoperto che nel 95% dei casi essa
determinata da uno specifico germe, le cui lisine hanno unazione prettamente
corrosiva.
Ci modifica molto. A differenza di quanto si pensava prima, si visto che
lulcera altamente contagiosa.
Alla luce della microscopia elettronica a scansione, ovviamente, si avr un ben
superiore potere risolutivo.
Si pu meglio notare, ad es., landamento tormentato, irregolare delle creste
villose.
Si possono distinguere gli stessi filamenti di muco.
Si vede come le singole creste villose sono costituite dalle sommit apicali delle
varie cellule.
E che ogni cellula superficialmente minutamente estroflessa, per consentire
lattivit secernente.
Si vedono chiaramente le fossette gastriche da cui risale lHCl prodotto dalla
tonaca propria.
Epitelio batiprismatico o cilindrico o colonnario semplice dellintestino tenue.
Anche qui individuiamo delle caratteristiche protuberanze. Tuttavia, a
differenza delle creste villose della parete gastrica, i villi (adesso il caso di

parlare specificatamente di villi) dellintestino tenue si presentano con una


distribuzione ben cospicua e pi regolare.
Tali formazioni, inoltre, sono dimensionalmente pi consistenti, tanto da riuscire
a coglierli quasi ad occhio nudo (in realt, ad occhio nudo, si percepisce come la
mucosa intestinale presenti un aspetto finemente vellutato, determinato
proprio alla presenza dei villi).
Unaltra importante differenziazione funzionale dalle creste villose che le
cellule dei villi intestinali non hanno la funzione di secernere, bens di assorbire.
Il villo, infatti, un geniale espediente della natura che serve ad estendere
consistentemente la superficie di contatto nei confronti del materiale che deve
essere assorbito.
Lasse, il contenuto di queste prominenze che prendono il nome di villi e
costituiti superficialmente da un tessuto epiteliale batiprismatico semplice
(semplice per favorire lassorbimento delle sostanze nutritizie) dato dalla
tonaca propria di questa lamina mucosale.
In termini generali, tale epitelio, abbiamo detto, formato da cellule cilindriche.
Di tanto in tanto, sono tuttavia presenti, inframmezzate a queste, anche cellule di
un colore verdastro, che prendono il nome di cellule caliciformi.
Queste ultime non hanno niente a che fare con lattivit prettamente assorbente
delle altre cellule cilindriche.
Elaborano muco, ma un altro tipo di muco rispetto a quello delle cellule
dellepitelio della mucosa gastrica precedentemente considerato.
Analizzando, mediante la microscopia elettronica, la struttura dellepitelio di un
villo intestinale, si pu notare un ispessimento del loro bordo apicale, che prende
il nome di cuticola striata.
In realt, il bordo libero di queste cellule si ripiega in forma di minutissime
estroflessioni digitiformi del loro plasmalemma, che assumono la caratteristica
denominazioni di microvilli.
Possiamo dire che, in piccolo, i microvilli hanno la stessa funzione che, pi in
grande, ha il villo.
Se andiamo pi a fondo nellosservazione micronelettronica, si vede che i
microvilli sono a loro volta sormontati da quella protezione (che peraltro facilita
lassorbimento) e che abbiamo definito glicocalice o mantello cellulare o cellcoat.
Epitelio batiprismatico o cilindrico o colonnario composto.
- E. B. C. DEL FORNICE CONGIUNTIVALE.
Formato dalla riflessione della congiuntiva nel passaggio dalla palpebra
(congiuntiva palpebrale) al globo oculare (congiuntiva oculare).

La congiuntiva la mucosa che riveste, congiungendole, la parte interna delle


palpebre e la parte esterna della sclera.
- E. B. C. DELLA MUCOSA DELLURETRA CAVERNOSA NELLUOMO.
Luretra, il tratto terminale dellapparato urinario, suddivisa in tanti piccoli
distretti, ed uno di questi proprio luretra cavernosa.
- E. B. C. DELLA EPIGLOTTIDE.
Cartilagine laringea a forma di racchetta che chiude la glottide, e cio di
quello spazio compreso fra le corde vocali.
- E. B. C. DELLA MUCOSA ANALE.
Abbiamo gi parlato dellepitelio batiprismatico semplice della met
sottodiaframmatica del tubo digerente, che va dal cardias allo sfintere anale e
che, dunque, caratterizza attivamente la stessa mucosa anale.
Qui, tuttavia, siamo in grado di individuare anche un epitelio a carattere
batiprismatico composto. Si ha, dunque, uninterazione sostanziale tra le 2
forme di epitelio.
E interessante, per, ravvisare che un possibile slittamento dellordine
cellulare pu portare ad una condizione di atipia, anaplastica e neoplastica
propria delle cellule tumorali.
- E. B. C. DEI CONDOTTI ESCRETORI DELLE GHIANDOLE
LACRIMALI E
SALIVARI.
Abbiamo gi discusso degli epiteli batiprismatici semplici dei condotti
escretori di molte ghiandole.
In questo caso, tuttavia, essi concernono particolari condotti escretori di
formazioni ghiandolari.
Epitelio batiprismatico pseudostratificato o pluriseriato o plurifiliare
o a pi file di nuclei.
(Abbiamo gi detto della erronea impressione di pluristratificazione a causa
delle diverse altezze a cui si pongono i nuclei delle diverse cellule. In sostanza,
tutte le cellule hanno la stessa base di impianto, a livello della tonaca propria,
ma non tutte effettivamente raggiungono la medesima altezza).
- E. B. P. DELLA MUCOSA DELLE VIE RESPIRATORIE.
E cio, specificatamente, della trachea e delle grandi vie bronchiali.
- E. B. P. DEL CONDOTTO DELLEPIDIDIMO.

Primo segmento delle vie spermatiche, che si diparte dai tubuli seminiferi (il
parenchima del testicolo).
Trattandosi di un segmento viscerale cavo, ovviamente, presenter un
rivestimento interno di natura epiteliale.
Lepitelio in questione , appunto, un epitelio batiprismatico
pseudostratificato.
Epitelio di transizione polimorfo composto o epitelio delle vie urinarie.
- E. T. C. DELLE VIE URINARIE.
E cio a dire, nellordine: calici canali, ureteri, vescica, uretra.
Questo aspetto formale transeunte specifico delle vie escretrici urinarie.
I calici renali sono i primi confluenti nel contesto del rene del quale
costituiscono quella porzione che prende il nome di ilo (e cio il distretto a
livello del quale i vasi penetrano lorgano irrorandolo e ne fuoriescono quelli
venosi).
Luretere il distretto canalicolare che segue che porta lurina alla vescica.
Segue un condotto terminale che segue la sequenza delle vie urinarie:
luretra.
Tutti questi distretti sono caratterizzati da una estrema plasticit, e cio la
capacit di modificare la propria forma, in relazione a uno stato possibile di
vacuit o empimento.
Epitelio di transizione composto della vescica.
La vescica il distretto delle vie urinarie in cui in maniera pi eclatante si
verificano queste modificazioni di forma.
Si tratta di un epitelio di transizione composto, con particolari effetti formali
differenti rispetto alle condizioni di vacuit ed empimento.
Analizziamo, preliminarmente, lo stato dellepitelio vescicale, quando in una
condizione di vacuit, e cio vuoto di urina.
C uno strato di cellule che rappresentano la base dellepitelio, che poggia
direttamente sul corion vescicale.
Sono cellule di aspetto isoprismatico.
Le cellule dello strato sovrastante, che si insinuano con le basi minute fra le
cellule dello strato basale, hanno una forma svasata, tanto da far definire questo
strato come strato delle cellule clavate.
Sulla sommit si adagiano le cellule dellultimo strato che, poich polinucleate,
danno via a formazioni simplastiche, il cui bordo inferiore caratteristicamente
festomato, ovvero fatto da tutta una serie di concavit che vanno ad incastrarsi
perfettamente con le sommit delle cellule dello strato sovrastante.

Non a caso, per la loro caratteristica forma, esse assumono la denominazione di


cellule a ombrello o cellule a paracadute.
Tutto questo in condizione di vacuit.
Se, invece, consideriamo lo stato di empimento, noteremo una modificazione
sostanziale.
A subire le maggiori modificazioni non sono dello strato basale e le cosiddette
cellule ad ombrello, bens le cellule dello strato intermedio, le cellule clavate che
perdono il caratteristico aspetto clavato e ne assumono uno sostanzialmente
isoprismatico.
Va notato che, nellorganizzazione di una mucosa in genere, molto spesso, tra lo
stato basale epiteliale e il corion si interpone uno straterello di fine tessuto
connettivo particolarmente variegato, a cui dato il nome di membrana basale.
La sua valenza di determinare una certa indipendenza funzionale tra lepitelio
e il connettivo sottostante, bench lepitelio sia succubo di questultimo da un
punto di vista trofico e di sostegno. Quindi, attraverso la membrana basale si ha
lapporto del materiale nutritizio.
Ma la membrana basale fondamentale anche per comprendere lorigine e
levoluzione di alcune patologie tumorali della vescica, cos come di tutte le
mucose dotate di membrana basale.
Ci vale, dunque, ad es., anche per la mucosa uterina, la cui porzione epiteliale,
detta endometrio (ed bene puntualizzare che le formazioni cancerose si
originano sempre dallo strato epiteliale) pu essere interessata da formazioni
atipiche ed anaplastiche a carattere tumorale.
Da un punto di vista della stadiazione, si parla di stadio zero, che un tempo
esteso, che pu durare anche alcuni anni, la cui manifestazione si limita
esclusivamente allepitelio. Si parla, allora, di carcinoma in situ.
La prima riproduzione a distanza (le metastasi) si verifica nella tonaca propria, e
in questo caso si parla di metastasi per contiguit.
In questo senso, la membrana basale ha la funzione specifica di limitare un
possibile insorgere di metastasi nel tessuto connettivale. E, dal momento che lo
strato connettivale risulta essere interamente vascolarizzato, possibile dar vita
ad una funesta propagazione delle metastasi per via ematica ( interessante
notare che una formazione cancerosa, pur essendo costitutivamente
anarchica, segue unevoluzione assolutamente regolare: attraverso il sistema
ematico e quello linfatico).
E allora, se diagnosticato in tempo, il cancro pu essere guarito, effettuando
unopportuna asportazione dellendometrio.
E, dunque, importante, con un esame istologico, esaminare, quando si ha il
sospetto di formazioni tumorali, lintegrit strutturale della membrana basale e,
ad ogni modo, per stabilire la stadiazione dellevento tumorale.

PRECISAZIONI TERMINOLOGICHE SULLANDAMENTO DEL PROCESSO


SECRETIVO.
Si distingue in:
CELLULE ESOCRINE.
CELLULE ENDOCRINE.
CELLULE PARACRINE.
CELLULE AUTOCRINE.
Attribuiamo queste differenti qualifiche non sulla base del meccanismo di secrezione
(che praticamente analogo nei vari citotipi), bens sulla base di altri fattori:
- Sulla base delle modalit con cui il prodotto di secrezione esercita i suoi effetti al
di fuori della cellula che lha generato.
- Sui diversi stadi fondamentali di sviluppo, e cio sui diversi destini istogenetici
seguiti dai rispettivi citotipi.
- E quindi sulla modalit di riversamento allesterno.
Quando parliamo di cellule secernenti non parliamo sempre ed in ogni caso di cellule
che costituiscono necessariamente una ghiandola (e, quando parliamo di ghiandole,
parliamo di organi, in quanto unit pluritessutali).
Quindi, altra cosa sono le cellule secernenti e altra cosa sono le ghiandole, proprio
perch non sempre le cellule secernenti sono ghiandole, perch possono esistere
cellule isolate che no fanno parte diorgani ghiandolari e che svolgono pur sempre
funzione secernente .
Inoltre, come si visto, possibile effettuare unulteriore differenziazione delle
cellule (o ghiandole) secernenti in esocrine ed endocrine.
Ed ancora, in paracrine ed autocrine (se il prodotto di secrezione svolge il suo
effetto terminale allinterno della stessa cellula, regolando, modulando il
comportamento funzionale di alcune componenti della cellula stessa).
Come detto, il modo migliore per potere discernere una cellula endocrina da una
esocrina di riferirsi ai differenti stadi di sviluppo.
(Vedi Figura 1)
Come si vede dalla figura, bench si abbiano 2 differenti destini evolutivi, la funzione
secretiva si acquisisce nel corso dello svilippo.
Le strutture secernenti nascono da un epitelio di rivestimento (come, lepitelio della
mucosa gastrica) da cellule che, nel corso dello sviluppo, hanno acquisito una
differenziazione in senso secretivo.

(2) Si ha una proliferazione di cellule, che danno vita a una struttura detta zaffo, al di
sotto dellepitelio di rivestimento, nel connettivo vascolarizzato sottostante.
Ed a questo punto che si possono imboccare 2 differenti indirizzi istogenetici.
(3) Ghiandole endocrine.
Primo destino istogenetico.
Il piccolo zaffo si distacca. Segrega nel connettivo sottostante e si stabilisce fra
queste cellule e i piccoli vasi presenti nella tonaca propria un rapporto molto intimo.
Le cellule poi assumeranno una funzionalit secretoria.
Quindi, una formazione esocrina nasce come introflessione dellepitelio di
rivestimento, dal quale perde successivamente contatto e si distacca, prendendo
attivamente contatto con il torrente circolatorio.
Il prodotto versato allinterno dei vasi sanguigni diventa un increto e allora si ha
unazione a distanza del medesimo rispetto alla sede che lo ha elaborato. Si ha il
cosiddetto ormone.
Unaltra interessante caratterizzazione funzionale che gli ormoni agiscono in
quantit minimali, dellordine dei millesimi di mg, dei picogrammi.
Ma influenzano la cenestasi, lo stato di benessere del nostro organismo, agendo sui
cosiddetti organi-bersaglio.
Ed ecco che, allora, sorge una branca specialistica di studi che prende il nome di
Endocrinologia.
Le canoniche ghiandole endocrine nellorganismo sono pochissime. Ma a fronte
abbiamo un vastissimo microcosmo di cellule isolate a funzione secernente endocrina
. Si parla, infatti, di Sistema neuroendocrino diffuso (dal quale vengono secreti pi
di 200 diversi tipi di ormoni).
(4) Ghiandole esocrine.
Laltro processo istodifferenziativo quello delle cellule e delle ghiandole esocrine.
In questo caso accade che il piccolo zaffo, pur proliferando nel tessuto connettivo
sottostante (e quindi, pur mantenendo un rapporto con i vasi che qui si trovano), si
mantiene in diretto contatto con quello epiteliale mediante una sorta di peduncolo, di
picciolo.
Inoltre, si provvede di un lume.
Si ha anche in questo caso una differenziazione in senso secretivo.
Le cellule basali di questa struttura ne costituiscono ladenomero.
E detta correttamente ghiandola esocrina perch il secreto viene veicolato sulla
superficie dellepitelio di origine.
Non corretto dire (ma generico e restrittivo): si parla di ghiandole esocrine perch il
secreto viene veicolato allesterno del corpo; esistono, infatti, solo 2 ghiandole
esocrine di questo tipo (mentre tutte le altre formazioni ghiandolari sono disposte
sulla superficie interna di un organo cavo): le ghiandole sebacee e le ghiandole
sudoripare.
Nella realt istologica, pur necessario precisare che queste strutture rimangono

comprese nel tessuto connettivo e i vasi si possono mettere in contatto con le cellule
che le compongono. Quindi, cos come per le cellule secernenti endocrine si ha un
diretto contatto con i vasi. E, daltronde, non potrebbe essere altrimenti, dal momento
che proprio dal torrente circolatorio si assumono le sostanze di preparazione
necessarie per il confezionamento del prodotto di secrezione proprio della suddetta
cellula esocrina.
Il secreto, tuttavia, non prende la via del sangue (che pur bagna le cellule e conferisce
loro un apporto trofico).
Quindi, riassumendo, possiamo discriminare le cellule secernenti esocrine dalle
endocrine da un punto di vista 1) dei diversi destini istogenetici seguiti da i differenti
citotipi secernenti, per cui le prime e le seconde si originano da unintroflessione
dellepitelio da cui originano nello strato trofomeccanico sottostante, ma mentre nel
secondo caso si ha il distaccamento del piccolo zaffo dallo strato epiteliale, nel primo
non si ha alcun distaccamento dal suddetto strato epiteliale, al quale rimane connesso
mediante un peduncolo cavitato attraverso cui passa il prodotto di secrezione.
E ancora 2) da un punto di vista della sede raggiunta da i prodotti di secrezione:
organi-bersaglio allocati anche a consistente distanza dal distretto di secrezione e
raggiungibili mediante il torrente circolatorio (in cui viene riversato lincreto
ormonale) nel caso delle cellule secernenti endocrine; e la superficie dellepitelio di
origine al quale rimane connesso il piccolo zaffo mediante un peduncolo cavitato
attraverso cui trasmesso il prodotto di secrezione, nel caso delle cellule esocrine.
Ed infine, 3) sulla base della modalit secretiva, per cui si suole dire che i 2 differenti
citotipi secernenti funzionano con polarit diversa.
Questo concetto merita di essere analizzato pi approfonditamente.
La polarit diversa delle cellule esocrine ed endocrine.
Ad es., le cellule esocrine secernenti sostanze di natura proteica dovranno (ed
effettivamente, abbiamo detto, lo fanno essendo pur sempre a contatto con il circolo
ematico, proprio come le cellule secernenti endocrine, ma non riversante in esso il
prodotto secretivo) assumere le unit fondamentali di confezionamento (come gli
amminoacidi) dal torrente circolatorio.
Successivamente, vi sar quella sequenza specifica di eventi a livello ultrastrutturale
intracellulare, che abbiamo gi analizzato trattando dellattivit funzionale del
cosiddetto apparato membranoso interno del citoplasma.
Ed infine, si riversa il prodotto secretivo sullepitelio di origine con cui queste cellule
mantengono lintimo contatto.
Si ha quindi una polarit di traversata assolutamente unidirezionale. Proprio come
accade, ma con modalit differenti, per le cellule secernenti endocrine.
In questo caso, infatti, si ha una differente polarit.
La cellule secernente endocrina, infatti, contrae un rapporto molto intimo con un
capillare sanguigno.
Da questultimo assume sempre gli elementi fondamentali costitutivi del prodotto di

secrezione ormonale (ad es., amminoacidi se lormone di natura proteica; acidi


grassi e alcoli, nel caso in cui vengono prodotti ormoni lipidico-steroidei).
Sono sempre attivamente coinvolti i vari componenti ultrastrutturali (ovviamente,
disposti in maniera differente rispetto alla cellula secernente esocrina).
Ed infine, lo sbocco di tali sostanze nel circolo ematico.
Si ha, in altri termini, una polarit invertita rispetto a quella delle cellule esocrine.
Cellule secernenti paracrine.
Come lanalisi etimologica dello stesso termine rende esplicito, si tratta di cellule
secernenti che riversano il loro prodotto di secrezione in prossimit (para) alla loro
allocazione.
E insolito assegnare ad una cellula epiteliale la dotazione di un prolungamento,
eppure esso un elemento costitutivo fondamentale della cellula secernente
paracrina.
(Vedi Figura 2)
Come si vede dalla figura, si ha una coalescenza di granuli di secrezione in
corrispondenza della membrana interna del prolungamento.
E poi, con un processo exocitotico, si ha lemissione del secreto nellambiente
immediatamente circostante al prolungamento.
Tuttavia, le cellule secernenti paracrine possono, nel caso in cui, il prodotto di
secrezione imbocchi la via del sangue, anche assumere una connotazione endocrina.
(Quindi, possiamo dire che la differenziazione fra cellula endocrina e cellula
paracrina viene effettuata essenzialmente sulla base delle diverse modalit di
trasmissione. Mentre, al contrario, come abbiamo visto, la discriminazione fra cellula
endocrina ed esocrina viene inizialmente effettuata sulla base del differente destino
istogenetico seguito).
Sulla base di questa particolare caratterizzazione endocrina delle cellule paracrine si
introduce il concetto di Sistema neuroendocrino diffuso.
Adesso possiamo capire perch si aggiunge il prefisso neuro. Esso deriva dalla
estrema somiglianza di questi citotipi alle cellule nervose.
Ed in effetti, questa somiglianza non affatto casuale. Le cellule secernenti paracrine
sono cellule isolate che trovano una precisa allocazione nel foglietto ectodermico
dellembrione in abbozzi prossimi a quello da cui originer il sistema nervoso: il tubo
neurale. Al di sopra di esso troviamo, appunto, escrescenze specifiche che prendono
il nome di creste neurali, da cui si sviluppano le cellule paracrine del sistema
neuroendocrino diffuso.
Si ha, dunque, con le cellule nervose, un rapporto di parentela topografica, tanto che,
per questo motivo, le suddette cellule paracrine assumono la caratteristica
denominazione di paraneuroni.
Il contrassegno di un elemento nervoso quello di avere un numero pi consistente di

propaggini.
Tutto ci ha importanti incidenze anche nel campo della patologia.
Ci possono essere, infatti, tumori che originano proprio da questi particolari citotipi.
Un es. di cellule paracrine lo troviamo nella tonaca propria della mucosa
gastroenterica (e cio, gastrointestinale).
In questo caso, ladenomero ha forma tubolare ed costituito essenzialmente da
cellule secernenti esocrine.
Nellambito di questa struttura si individuano, in forma isolata, alcune formazioni
cellulari abbarbicate sulla sua superficie esterna e che svolgono unattivit
essenzialmente paracrina secernendo sostanze come la somatostatina.
Essa non imbocca la via del tubulo escretore, ma manifesta la sua azione sulla stessa
struttura esocrina.
Questa unosservazione di sconvolgente importanza in quanto rileva che una netta
separazione fra le diverse cellule secernenti, bench corretta da un punto di vista
concettuale, da un punto di vista topografico non assolutamente ammissibile.
In questo caso, infatti, si ha la presenza di cellule paracrine allinterno di strutture a
natura esocrina. Ed ancora, vedremo, si potr avere la presenza di cellule endocrine
allinterno di strutture esocrine.
Cellule secernenti autocrine.
Lultima acquisizione da parte degli ambienti scientifici.
In questo caso, il prodotto di secrezione non viene estruso dalla cellula secernente,
ma agisce sullo stesso citoplasma delle cellule che lo hanno prodotto, modulando
alcune funzioni dellapparato membranoso.

PRECISAZIONI TERMINOLOGICHE SULLE STRUTTURE SECERNENTI


ESOCRINE.
Cellule secernenti isolate.
Si tratta di cellule singole, incastonate nellambito di un tessuto epiteliale di
rivestimento da cui, appunto, derivano.
E contraddittoria e quindi assolutamente inaccettabile la dizione di ghiandole
unicellulari, talvolta impropriamente attribuita loro. La ghiandola, infatti, un
organo, in quanto formazione pluritissutale. Ovviamente, una singola cellula,
dunque, non pu rappresentare certo una ghiandola.
Un esempio abbastanza caratteristico di cellule secernenti isolate offerto dalle
cellule caliciformi dellepitelio dello stomaco.

Cellule secernenti diffuse.


Caratterizzazione speculare rispetto a quella delle cellule secernenti isolate. In
questo caso, infatti, le cellule costituiscono un epitelio che pur presentando la
primigenia funzione di rivestimento hanno subito un destino differenziativo in
senso secretivo.
Un es. abbastanza caratteristico di epiteli di rivestimento a funzione secernente,
lo ritroviamo nellepitelio della mucosa gastrica e della mucosa della colecisti.
( Epiteli ghiandolari.
Si tratta della quota epiteliale della ghiandola, in quanto entit pluritissutale.
Ovviamente, si tratta di un epitelio a funzione secernente.
Se le cellule non fanno parte di una ghiandola, andranno, a seconda delle
particolari caratterizzazioni, a far parte di una delle 2 classi precedenti.
( Ghiandole.
Si tratta di un organo a funzione secretiva.
Tuttavia, trattandosi di un organo unentit pluritessutale, costituita s, quindi, da
un epitelio secernente, ma anche da un connettivo e dal sangue e da nervi.
CRITERI DI CLASSIFICAZIONE DELLE GHIANDOLE ESOCRINE.
( Morfologico.
( Chimico.
( Topografico.
( Modalit secretiva (in relazione al modo in cui il citoplasma di queste cellule
partecipa al processo di secrezione)
Classificazione morfologica delle ghiandole esocrine.
Tiene conto di 2 componenti:
Forma delladenomero.
Comportamento del sistema escretore ( corretto dire comportameto e non forma,
poich interessa il rapporto tra ladenomero e il sistema dei condotti escretori).
FORMA DELLADENOMERO.
(Vedi Figura 3)
Come si vede, esistono 3 fondamentali tipologie:
Adenomero tubolare.
Si tratta di una cavit delimitata da una parete costituita da cellule secernenti.

Adenomero alveolare.
Si tratta di una struttura globare, similtondeggiante.
E interessante, per, notare che la cavit interna ripete la forma esterna.
Adenomero acinoso.
La struttura esterna praticamente analoga a quella delladenomero tondeggiante. Le
cellule che costituiscono la parete, tuttavia, essendo dimensionalmente pi
consistenti, limitano una cavit assai pi ridotta.
COMPORTAMENTO DEL SISTEMA ESCRETORE.
E interessante notare che ognuno dei seguenti sistemi escretori sono attribuibili, ad
incrocio, ad ognuno degli adenomeri precedentemente presi in esame.
Sistema escretore semplice.
Un condotto unico semplice a cui sta agganciato un singolo adenomero.
Sistema escretore ramificato.
Si individua un singolo condotto principale a cui sono connesse varie ramificazioni.
Allestremit di ciascuna ramificazione ai avr un adenomero.
Sistema escretore composto.
Anche in questo caso si individua un singolo condotto principale, da cui si dipartono
svariate ramificazioni.
Allestremit delle singole ramificazioni e, in questo caso, anche alle loro estremit si
avranno degli adenomeri.
Classificazione chimica delle ghiandole esocrine.
Tiene conto della natura chimica del secreto, per cui si distinguono 2 diversi tipi di
secrezione:
Secrezione sierosa.
Secrezione mucosa.
Questa diversa composizione chimica determina anche una differente incidenza
visiva nella microscopia micron-elettronica.
Quelle che presentano una secrezione mucosa e che, dunque, saranno ricolme di
muco (che si presenta come una sostanza trasparente) risulteranno apparire come
vuote nellindagine microscopica.
Al contrario, quelle ricolme di secrezione sierosa presenteranno un citoplasma con un
aspetto finemente polverulento.
Classificazione topografica delle ghiandole esocrine.

In questo caso, si fa riferimento alla posizione degli adenomeri nel contesto della
parete di un viscere cavo da cui lepitelio ghiandolare ha avuto origine.
Infatti, le ghiandole che abitano nella parete di un organo cavo (come accade per la
maggior parte delle ghiandole esocrine, fatta eccezione per le ghiandole sebacee e le
ghiandole sudoripare) sono disposte a diverse altezze.
Si distinguono in:
( extraparietali
( intraparietali.
A loro volta, quelle intraparietali si distinguono in:
Intraepiteliali.
Intracoriali.
Sottomucose.
Sulla base della precisa dislocazione nei vari strati tissutali della parete del viscere.
A questo proposito pu essere utile fare un esempio pratico analizzando la parete
dellintestino.
CARATTERIZZAZIONE GHIANDOLARE DELLA PARETE INTESTINALE.
Essa costituita da una sovrapposizione di pi tessuti, dei quali quello pi interno
la mucosa intestinale.
E possibile individuare, in laboratorio, i vari strati ed, effettuando una sezione
trasversa, si individuano, procedendo dal pi interno al pi esterno i seguenti strati:
Mucosa.
Sottomucosa.
Tonaca muscolare.
Tonaca sierosa.
Dallepitelio della mucosa intestinale si originano i villi.
Al di sotto della mucosa, troviamo un tessuto di natura connettivale trofomeccanica
vascolarizzata, che prende il nome di tela o tonaca sottomucosa.
Al di sotto della sottomucosa, individuiamo 2 o 3 lamine di tessuto contrattile, le cui
cellule caratteristiche sono le miocellule, cellule dalla forma allungata.
Quando le mio cellule sono disposte perpendicolarmente al maggior asse formano
una struttura che prende il nome di strato circolare.
Quando, invece, si orientano parallelamente formano il cosiddetto strato
longitudinale.
E si ha, infine, il foglietto viscerale, detto peritoneo.
E possibile individuare cellule secernenti esocrine isolate nella struttura dellepitelio
della mucosa intestinale: le cellule caliciformi (ghiandole intraparietali
intraepiteliali).

La maggior parte di ghiandole esocrine, per, si ritrova nella zona coriale, tant che
si parla di ghiandole intraparietali intracoriali.
E presente anche un numero sparuto di ghiandole intraparietali sottomucosali, le
cosiddette ghiandole sottomucose di Bunner (che ritroviamo nel duodeno).
Ovviamente, poich i prodotti di secrezione verranno riversati sempre allinterno del
tubo intestinale, via via che la dislocazione nei vari strati parietali risulta essere
sempre pi lontana dalla cavit interna, dal momento che gli adenomeri saranno via
via sempre pi distanti dai punti che li hanno generati, si avr un incremento della
lunghezza dei condotti escretori.
E interessante notare che non si trovano formazioni ghiandolari nel contesto della
tonaca muscolare e della tonaca sierosa.
Talvolta, tuttavia, nel processo di zaffaggio, pu avvenire che ghiandole gi collocate
nella parte pi esterna della parete dellorgano, finiscano per distaccarsene, pur
rimanendo in contatto, mediante un complesso sistema di dotti afferenti, con
lepitelio intestinale di origine in cui riversano i propri prodotti di secrezione.
Si parla, allora, di ghiandole extraparietali, delle quali il fegato e il pancreas sono
esempi pi che caratteristici.
I condotti di riversamento del prodotto di secrezione (che prendono rispettivamente il
nome di vie biliari e vie pancreatiche) perforano la parete intestinale e sboccano sulla
superficie dellepitelio del duodeno.

Il SISTEMA NEUROENDOCRINO DIFFUSO.


CENNI STORICI.
E relativamente recente lacquisizione di ghiandole isolate che esplicano unazione
incretiva-ormonale di significato endocrino allinterno di strutture mucosali o di
strutture ghiandolari tradizionalmente considerate esocrine.
Abbiamo gi analizzato la caratteristica polarit di queste ghiandole a significato
endocrino, che le fa differire enormemente da quelle esocrine.
Esse, infatti, assumono dal torrente circolatorio le sostanze di edificazione del loro
prodotto secretivo (come del resto, le stesse ghiandole esocrine), ma, a differenza
delle ghiandole esocrine (e cio, in seguito a un differente processo
istodifferenziativo), non sono dotate di uno sbocco sullepitelio di origine.
E cos, il prodotto secretivo riversato direttamente nel circolo ematico.
Vedremo che queste ghiandole isolate endocrine fanno parte di quellorganizzazione
ghiandolare che prende il nome di Sistema neuroendocrino diffuso.
Vedremo con che accezione.

Il concetto di ghiandole endocrine isolate nasce storicamente nellambito della


mucosa dellapparato gastroenterico, ad opera di due istochimici italiani: Vittorio
Espamer e il suo maestro Vialli.
Poi, gli studi vennero accresciuti ad opera dellinglese Pierce (che conier il
caratteristico acronimo APUD, vedremo con che significato).
Queste cellule, di cui non venne chiarita subito la natura ormonopoietica endocrina,
vennero scoperte sfruttando una loro caratteristica propriet: la cromo-affinit e
largento-affinit.
Si tratta di una propriet che si manifesta come la capacit caratteristica di queste
cellule di fissare e ridurre chimicamente sali di metalli pesanti (come il Cr e lAg) nel
loro citoplasma.
Ecco perch, al momento della loro scoperta, esse vennero definite appunto cellule
cromo-affini e cellule argento-affini.
Seguitando nel loro studio, Espemer scopr che queste cellule possedevano la
capacit di elaborare una sostanza speciale a cui venne inizialmente attribuita la
generica denominazione di enteramina.
In un secondo momento, riusc anche a caratterizzarla chimicamente: si tratta della
serotonina.
La serotonina una sostanza monoaminica biogena.
La confusione nacque perch questa sostanza venne ritenuta un prodotto a significato
ormonale e ci verrebbe in apparenza a cozzare con il concetto generico di struttura
secernente esocrina, quale lepitelio secernente dello stomaco.
Su questa base, listochimico inglese Pierce continu nello studio di queste cellule e
formul unipotesi per cui si ribad che queste cellule sono in grado di processare
sostanze monoaminiche biogene, tra cui la stessa serotonina e di altre sostanze dette
catecolamine (come ladrenalina e la noradrenalina).
Lo si dimostra sperimentalmente offrendo a questi citotipi i precursori delle due
sostanze (la serotonina e le catecolamine) i loro precursori:
- Levodopa Catecolamine.
- 5-idrossitriptofano Serotonina.
Enzimi specifici, presenti in queste cellule, captano il precursore aminico e lo
decarbossilizzano.
Ecco che si spiega, allora, il significato dellacronimo APUD, creato da Pierce:
A Amine
P Precursores
U Uptake
D Decarbossilation
(Aggancio dei precursori aminici e decarbossilazione).

Si va avanti nella ricerca e si scopre che queste cellule svolgono, a fianco di queste
propriet monoaminergiche (di elaborazione di monoamine, come la serotonina e le
catecolamine), sono presenti anche propriet peptidergiche (che conferiscono a
questa struttura una impronta ormonopoietica e, quindi, a significato endocrino).
Questi prodotti di secrezione sono utilizzati come neurotrasmettitori chimici
dellimpulso nervoso.
Pierce estese lo studio di queste sostanze anche ad altri organismi che occupano le
posizioni pi basse della scala evolutiva, come, ad es., gli anfibi (e soprattutto le
rane). Se ne individuata la presenza sulla cute di questi animali.
E si fatta una interessante comparazione con molte di quelle prodotte nello stomaco,
che, pertanto, una formidabile fonte di lipidi.
Lassimilazione non sempre applicabile: in alcuni casi, infatti, si tratta di sostanze
altamente velenose per la specie umana.
Egualmente, vanno notate queste propriet comuni alle varie specie.
Dislocazione di queste cellule secernenti endocrine nellambito di una struttura
ghiandolare esocrina.
(Vedi Figura 1).
Abbiamo considerato le ghiandole tubulari semplici (del corpo dello stomaco) e le
ghiandole tubulari ramificate (della zona cardiale e pilorica).
Si vede che nel fondo degli adenomeri si evidenzia la presenza di queste cellule
cromo-affini e argento-affini.
(Vedi Figura 2).
Abbiamo preso in esame anche lepitelio secernente della parete intestinale.
Qui, si individuano delle estroflessioni villose e delle introflessioni.
Si vede la presenza di queste cellule cromo-affini e argento-affini a carattere
endocrino nelle introflessioni e sulla superficie dei villi.
Morfologia di una cellula endocrina isolata gastroenterica.
(Vedi Figura 3).
Lanalisi condotta mediante tecniche di microscopia ottica.
Si individuano fondamentalmente 2 contrassegni ultrastrutturali caratteristici:
- Presenza di granuli di deposito nella zona basale. Si tratta di sostanze miste che
conferiscono alla cellula la cromo-affinit e la argento-affinit.

- Presenza di vescicole, in cui sono contenute le sostanze peptidiche (che non


producono assolutamente la caratteristica cromo-affinit e argento-affinit).
Sistema neuroendocrino diffuso monoaminergico e peptidergico (sistema APUD).
(Il prefisso neuro dipende dalla condizione di parentela con le cellule nervose.
Queste cellule endocrine isolate trovano una precisa allocazione nel foglietto
ectodermico dellembrione in abbozzi prossimi a quello da cui originer il sistema
nervoso: il tubo neurale. Al di sopra di esso troviamo, appunto, escrescenze
specifiche che prendono il nome di creste neurali, da cui si sviluppano alcune di
queste cellule endocrine isolate. Si ha, dunque, un rapporto di parentela topografica,
tanto che, per questo motivo, le suddette cellule assumono la caratteristica
denominazione di paraneuroni).
Si possono distinguere il vasto microcosmo delle cellule isolate endocrine (che
annovera oltre 200 citotipi) in 3 grandi classi:
- Cellule endocrine APUD del Sistema nervoso centrale e periferico.
- Cellule endocrine APUD del Sistema GEP.
- Cellule endocrine APUD di Sistemi organici variamente distribuiti.
Si parla di Sistema GEP (Sistema gastro-enterico-pancreatico).
Si effettua questa assimilazione per la stessa caratterizzazione strutturale (fra cui,
presenza di cromo-affinit ed argento-affinit) e per le molte analogie funzionali.
Tanto che, vedremo, anche a livello di nomenclatura, spesso, ci si serve di nomi, per
distinguere i vari citotipi, analoghi.
Esempi di ghiandole endocrine variamente distribuite li si individua nel cuore e negli
organi gonadali.
Parametri comuni ai citotipi endocrino-diffusi.
Che consentono lidentificazione dei vari citotipi nei 3 principali Sistemi APUD.
Caratteristiche ultrastrutturali.
Caratteristiche istochimiche.
- Funzione monoaminergica.
- Funzione peptidergica.
Caratteristiche embriologiche.
Vediamo di analizzare pi nello specifico questi aspetti.

CARATTERISTICHE ULTRASTRUTTURALI.
- Disposizione dellapparecchio membranoso del citoplasma.
Che, peraltro, presenta le stesse caratteristiche generali delle cellule ad elevata
attivit protidosintetica: RER e Complesso del Golgi in forma attivata e loro
vicinanza al nucleo.
- Sede, forma, volume e aspetto elettron-microscopico dei granuli.
In base a queste caratteristiche possiamo distinguere le varie tipologie di cellule
endocrine isolate le une dalle altre.
- Sequenza degli eventi ultrastrutturali di ormonopoiesi.
- Dispositivi ultrastrutturali (microvilli terminali assonici) correlati alla stimolazione
dellormonopoiesi.
In base a questultima classificazione distinguiamo ulteriormente in:
1) Cellule di tipo aperto.
Se affiorano sulla superficie del lume.
Ad es., nel lume gastroenterico la loro sommit e post-tubulare.
Esse hanno un meccanismo di regolazione dellattivit secernente in funzione
della natura chimica delle sostanze ingerite, poich entrano a diretto contatto con
queste ultime avendo la sommit post-tubulare.
2) Cellule di tipo chiuso.
Se non si ha alcuna apertura sulla superficie luminale, ma sullinterno, sul
connettivo.
Caratteristiche istochimiche.
Affinit per i sali di metalli pesanti.
Si distingue in:
- Cromo-affinit e Argento-affinit.
- Cromo-filia e Argento-filia.
E va precisato che sussiste una grande differenza fra le 2 propriet.
Le prime 2 indicano, infatti, la capacit dei citotipi che la possiedono di assumere e
ridurre sali di metalli pesanti, mentre le ultime 2, la capacit di assumere e non di
ridurre sali di metalli pesanti.
Metacromasia spontanea e mascherata.
Reattivit allazione di alcuni coloranti che le colorano in maniera differente rispetto
al colore iniziale.

Attivit enzimatiche.
Se possiedono la propriet monoaminergica, ad es., dovranno possedere gli enzimi
specifici che la catalizzano.
Caratteristiche istogenetiche.
Abbiamo gi citato il rapporto di parentela topografica embrionale nel foglietto
ectodermico con le cellule prettamente nervose, tanto da parlare di paraneuroni.
E questo rapporto di parentela non si individua unicamente a livello topografico, ma
anche funzionale.
Ad es., le cellule della porzione midollare della ghiandola surrenale (che, non a
caso, derivano istogeneticamente proprio dalle creste neurali) secerno catecolamine.
Vero che in questo caso queste sostanze sono immesse nel circolo ematico sotto
forma di sostanze ormonali, mentre nel caso delle cellule endocrine diffuse si ha,
spesso, una secrezione di tipo paracrino, localizzata nella zona prossima alla cellula
secernente e svolgente unazione stimolatrice su altre cellule contigue, ma si tratta
sempre dello stesso tipo di sostanze, chimicamente parlando.
E questo un classico esempio di stesse sostanze che in distretti differenti esplicano
un differente ruolo funzionale.
(Vedi Figura 4).
Come si vede, da ununica locazione embrionale, le creste neurali, si originano
svariati citotipi che possiamo distinguere inizialmente in:
- Cellule del Sistema nervoso-enterico.
- Cellule del Sistema endocrino diffuso.
E, per il primo caso, distinguiamo in:
- Cellule endocrine.
- Cellule paracrine.
Mentre, per il primo caso, parliamo di:
- Cellule gangliari.
Principali esempi di cellule endocrine dello stomaco.
- Cellule G gastrina (sono le pi antiche).
- Cellule D somatostatina.

- Cellule D-1 VIP (peptide vaso-attivo intestinale).


Principali esempi di cellule endocrine dellintestino.
- Cellule D-1 VIP.
(E chiaro che, come detto, individueremo citotipi con analoghe caratteristiche
funzionali e strutturali nellintestino, nello stomaco e nel pancreas. Tanto da parlare di
GEP complex e da attribuire la stessa nomenclatura a vari citotipi dei 3 organi).

DISLOCAZIONE TOPOGRAFICA DELLE GHIANDOLE ESOCRINE


CLASSIFICATE SULLA BASE DELLA FORMA DELLADENOMERO.
Tubulo-alveolari.
E quindi, in forma mista.
Si distinguono in:
1) RAMIFICATE.
- Ghiandole esocrine della prostata.
La prostata una ghiandola annessa in parte alle vie genitali maschili che, oggi
sappiamo, esplica non solo una funzione esocrina, ma anche endocrina.
- Ghiandole esocrine duodenali di Brunner.
Ne abbiamo gi parlando, trattando la caratterizzazione ghiandolare della parete
intestinale.
Si tratta dellunico caso di ghiandole intraparietali sottomucosali.
Acinose.
Se ne distinguono pi tipi
1) SEMPLICI.
- Ghiandole sebacee minori.
Sempre a secrezione olocrina.
2) RAMIFICATE.
- Ghiandole sebacee maggiori.
- Alcune ghiandole salivari minori (quelle del palato, della radice linguale e delle
guance).
3)
-

COMPOSTE.
Alcune ghiandole salivari minori (linguali anteriori).
Alcune ghiandole oroesofagee.
Pancreas esocrino.

Grosso organo ghiandolare disposto posteriormente allo stomaco.


Vi si riconosce una funzionalit in parte esocrina ed in parte endocrina (ad opera
delle cosiddette Isole di Langherans).
Ma non fa pi scalpore il fatto che nella organizzazione di una ghiandola a
significato esocrino, si individuino anche strutture secernenti a carattere
endocrino.
- Ghiandole salivari maggiori (la parotide, la sottomascellare e la sottolinguale).
Da un punto di vista topografico sono ghiandole extraparietali.
Sono 3 per ciascun lato della linea mediana. La loro porzione parenchimale
rappresentata da un tessuto epiteliale che rappresenta gli adenomeri.
Ghiandole salivari acinose ramificate.
Si tratta di strutture ghiandolari ramificate (i cui grappoli sono rappresentati dagli
adenomeri) che assumono la cosiddetta conformazione a grappolo.
(Vedi Figura 1).
Nella figura rappresentata solo una porzione terminale dellintera struttura
ghiandolare.
Quello che appare come un condotto principale (e che, in realt, solo una
diramazione estrema) prende il nome di condotto salivare.
A sua volta, il condotto salivare si ramifica ulteriormente in ramificazione terminali
che vengono dette condotti preterminali, a cui, in forma di grappoli, sono appesi i
vari adenomeri ghiandolari.
Nel corso degli anni, sorta una notevole confusione in merito allo studio del tipo di
secrezione di queste ghiandole.
A differenza delle parotide che ha una caratterizzazione di secrezione sierosa pura
(priva, cio, di alcuna componente mucosale), la sottomascellare e la
sottolinguale hanno una caratterizzazione di secrezione e sierosa e mucosa.
Ma gli adenomeri delle ultime 2 formazioni ghiandolari hanno una caratterizzazione
unicamente sierosa.
E allora ci si chiede: da dove proviene la componente mucosa?
Il condotto preterminale ha pareti costituite da cellule prismatiche.
Tuttavia, in alcune sezioni del tubulo preterminale le cellule parietali aumentano in
numero e in dimensioni: sembrano rigonfie e risultano essere addossate e compresse
in quanto occupano uno spazio troppo ristretto per la locazione consentita loro
dallorigine istogenetica.
Il loro nucleo sembra schiacciato da un certo contenuto. Si sono differenziate in senso
secretivo e, in effetti elaborano una secrezione mucosa, tanto che limmagine
microscopica che se ne ha di un citoplasma quasi vuoto, dal momento che il
muco appare trasparente.

Al contrario, sezionando gli acini si vede che essi appaiono allindagine microscopica
con un aspetto finemente polverulento, granulare, caratteristico di una secrezione di
tipo sieroso.
Ecco che allora sorto lequivoco di supporre la presenza di acini a secrezione
mucosa: in realt, come detto, gli acini sono solo a secrezione sierosa e la secrezione
mucosa elaborata da una quota parte delle suddette cellule parietali, che hanno
questa specifica funzione secernente.
(Vedi Figura 2).
Spesso, per, la presenza di queste cellule del tubulo preterminale a secrezione
mucosa determina una caratteristica modificazione della struttura delladenomero
acinoso a causa delle forze pressorie determinate dal rigonfiamento caratteristico
delle cellule parietali preterminali adibite ad una funzione secernente mucosale.
Talvolta, queste strutture cellulari entrano addirittura parzialmente allinterno della
struttura adenomerica, determinandone una manifesta mutazione conformazionale da
acinosi a semilunari.
Si parla, infatti, di semilune del Giannuzzi e di ghiandole semilunari.
Esse hanno ulteriormente sostanziato la erronea convinzione di molti circa lesistenza
di formazioni adenomeriche secernenti a carattere mucosale.
Per cui, per sottomucosali e sottomascellari si avr una secrezione mista di tipo seiromucosa (perch si ha la prevalenza della componente sierosa).
Ovviamente, le formazioni semilunari avranno una caratterizzazione muco-sierosa (i
termini sono invertiti poich la secrezione mucosa prevale su quella sierosa).
Ed infine, le ghiandole parietali che avranno una caratterizzazione esclusivamente
sierosa.
(Vedi Figura 3).
Inoltre, gli acini allesterno si trovano, molto spesso, soppannati da cellule speciali
che osservate frontalmente mostrano atteggiamenti morfologici particolari: sono
provviste di prolungamenti attraverso i quali si abbarbicano sulla superficie esterna
della struttura adenomerica imbrigliandola.
Possono ricordare, per la loro attivit contrattile, cellule muscolari. Ma si tratta di
cellule del tessuto epiteliale.
Esse sono dette cellule mioepitelioidi o cellule a canestro o basket cells.
Hanno la funzione di esercitare una vera e propria spremitura degli acini. Molte
cellule della struttura, infatti, sono distanti dal condotto escretore.
E cos, perch il loro prodotto di secrezione ne imbocchi la via necessaria una sorta
di vis a tergo: una spremitura.
Ancora una volta si ha un intimo rapporto tra struttura e funzione.

COSTELLAZIONE NEUROENDOCRINA.
Sistema ipotalamo-ipofisiario e ghiandole endocrine bersaglio.
Sistema neuroendocrino diffuso.
Vediamo di capire, tuttavia, genericamente, perch si parla di Sistema
neuroendocrino e non semplicemente di Sistema endocrino.
Tale terminologia stata acquisita alla fine degli anni 50 sulla base di alcune precise
acquisizioni.
Precedentemente, infatti, si parlava di ghiandole e costellazioni endocrine.
E, in questo contesto, lipofisi sembrava, mediante una secrezione di natura
ormonale, esercitare la funzione di ghiandola-controllore e regolatore della intera
costellazione di ghiandole endocrine che, pertanto, vennero definite ghiandolebersaglio.
Successivamente, per, si destitu lipofisi della carica di ghiandola-direttrice e
ghiandola-maestra , perch sembrava, a sua volta, subire lazione regolatrice di una
struttura della base encefalica: lipotalamo.
Si tratta di una formazione impari e mediana dellencefalo del quale occupa la
superficie ventrale, formando la parte inferiore del diencefalo che da un punto di
vista topografico sovrasta lipofisi.
Cos, oltre che topograficamente (ed anche embriologicamente, si scopre in seguito),
queste zone del sistema nervoso ne sono sovrastanti lipofisi anche da un punto di
vista funzionale.
Ecco che, allora, si parla di Sistema ipotalamo-ipofisiario e delle ghiandolebersaglio.
Ed in effetti, se vero che lipotalamo esercita la suprema azione di controllo
sullipofisi mediante secrezioni a carattere incretivo-ormonale, pur vero che
anchesso pu, a tutti gli effetti, essere considerato una struttura a carattere endocrino,
tanto che si parla di Ipotalamo endocrino.
Daltra parte, per, anche una tale classificazione risulta essere incompleta.
Si scoprirono, infatti, e si continuano a scoprire tuttoggi, accanto al Sistema
neuroendocrino e delle ghiandole-bersaglio tradizionale, un vasto, complesso ed
eterogeneo sistema di oltre 200 citotipi, a carattere incretivo-ormonale, con le
dislocazioni pi disparate (anche allinterno di strutture a carattere esocrino), che
danno vita al cosiddetto Sistema neuroendocrino diffuso.
Infatti, il numero di strutture secernenti a carattere manifestamente endocrino
realmente molto piccolo. Ma a fronte, si ha un vero e proprio microcosmo di strutture
secernenti, sebbene in molti casi isolate, che costituiscono il Sistema neuroendocrino
diffuso.

Criteri di classificazione del Sistema ipotalamo-ipofisario e delle ghiandole-bersaglio.


Morfologico-topografico.
Chimico (di analisi dellincreto).
Aspetto morfologico-topografico.
Tiene conto della conformazione e della locazione di queste strutture ghiandolari.
Si distingue in:
- Ghiandole follicolari.
Le cellule che ne sono costitutive si dispongono caratteristicamente in modo da
formare vescicole, e quindi strutture cavitate di aspetto tondeggiante.
- Ghiandole cordonali.
Si hanno quando le cellule endocrine sono appunto disposte in filiere, in cordoni.
- Ghiandole interstiziali.
Questa volta, la classificazione sulla base della sede di locazione: gli interstizi
degli organi, e cio il loro stroma e mai nel parenchima (i cui citotipi hanno
funzioni diverse).
Esse sono: nella donna, le ghiandole interstiziali dellovaio; nelluomo, le
ghiandole interstiziali dei testicoli.
- Ghiandole a rete.
Quando si dispongono in filiere molto sottili che si intrecciano, dando vita ad una
struttura a rete e a maglie larghe.
Il timo ne lesempio pi caratteristico.
Aspetto chimico.
- Ormoni glicoproteici.
- Ormoni lipidici: steoidi.

LIPOFISI.
Un aspetto morfologico caratteristico di questorgano una propaggine, un
peduncolo che lo collega alle strutture sovrastanti, di natura nervosa.
(Vedi Figura 1).
Come si vede, sono presenti cellule nervose i cui prolungamenti sfioccano nei 3
settori in cui si pu suddividere lipofisi:
- Lobo (o distretto) anteriore.
- Lobo (o distretto) intermedio.
- Lobo (o distretto) posteriore.
ADENOIPOFISI O IPOFISI GHIANDOLARE (LOBO ANTERIORE).
Il lobo anteriore la classica adenoipofisi.
Esso fa assumere specificatamente allipofisi lattribuzione di ghiandola: ipofisi
ghiandolare.
Si ha un processo secretivo di tipo endocrino.
Sicuramente, costituita da cellule che elaborano ormoni che regolano il
comportamento delle ghiandole-bersaglio: gli ormoni tropici o tropine.
LOBO INTERMEDIO.
Anche al lobo intermedio tradizionalmente ascritta la propriet
ormonopoietica, per lelaborazione di un ormone che prende il nome di
intermedina.
IPOFISI NERVOSA O NEUROIPOFISI (LOBO POSTERIORE).
Il lobo posteriore quello la cui interpretazione funzionale ha suscitato pi
problemi.
Per lungo tempo stato erroneamente considerato produttore di ormoni.
E stato definito neuroipofisi perch la parte pi alta costituita da una sorta di
peduncolo, che pone in contatto lintera ipofisi con le strutture nervose
sovrastanti.
E allora si commette lerrore di pensare a una possibile secrezione incretiva
ormonale: i cosiddetti ormoni neuroipofisari.
In realt, si ha un vero e proprio rapporto di sudditanza dellipotesi allencefalo:
ed ecco che si parla di Sistema ipotalamo-ipofisario.
Si ha un collegamento delle 2 strutture istologiche, attraverso i prolungamenti
delle cellule nervose, i cui corpi abitano nellipotalamo, e che si immettono
proprio in questo lobo dellipofisi. Proprio per questo motivo si parla di ipofisi
nervosa o neuroipofisi.
In passato si credeva, appunto, che le cellule della neuroipofisi (dette cellule
pituicitarie o cellule di nevroglia (complesso di elementi cellulari di origine

ectodermica che ha stretto rapporto con i neuroni ma che funzionalmente


distinto dal tessuto nervoso vero e proprio) elaborassero sostanze ormonali: gli
ormoni neuroipofisari.
Adesso, si capito che, in realt, queste sostanze ormonali non nascono in loco,
ma sono il frutto dellattivit secretiva delle sovrastanti strutture nervose.
Si parla, allora, correttamente, di neurosecrezione dellipotalamo.
Quindi, riassumendo, gli elementi che ci consentono di definire il lobo posteriore
dellipofisi Neuroipofisi o Ipofisi ghiandolare sono fondamentalmente 2:
1) Il fatto che questa sezione della ipofisi in comunicazione, sul suo versante
apicale, tramite una sorta di peduncolo, con le strutture nervose sovrastanti.
2) Perch da un punto di vista embriologico, a differenza del resto della ipofisi,
in
parte deriva dalle suddette strutture nervose.
Derivazione embriologica della neuroipofisi.
(Vedi Figura 1).
(1) Come si vede, da un punto di vista embriologico, si individuano:
- Una grande struttura di derivazione del tessuto osseo da cui, in seguito ad
ulteriori modificazioni conformazionali si originer losso sfenoidale.
- Una grande cavit della quale si individua il rivestimento ectodermico, per
cui si parla di rivestimento ectodermico della cavit buccale primitiva.
- Una sopraelevazione dellectoderma della cavit buccale primitiva.
- Uno strato di derivazione delle strutture nervose adeso su una delle due
superfici del rivestimento ectodermico della cavit buccale.
(2) Come si vede, si avr una consistente estroflessione del rivestimento
ectodermico della cavit buccale primitiva e, conseguentemente, dello strato
sovrastante di derivazione nervosa. Si forma quella struttura che prende il nome
di tasca di Riske.
Conseguentemente, accanto alla suddetta estroflessione vi sar la formazione di
una introflessione.
(3) Intanto lo strato di derivazione del tessuto osseo si ulteriormente
modificato, dando vita alla conformazione dellosso sfenoidale.
La estroflessione del passaggio precedente che, ormai, sembra essersi
interamente chiusa su se stessa, appare essere interamente inglobata in uno
spazio cavitato dellosso sfenoidale.
Lo strato di derivazione delle strutture nervose sembra ripiegarsi ulteriormente
dando vita ad una struttura quasi ad ansa.

(4) E come se le 2 entit considerate si condensassero in ununica struttura pi o


meno globata, che rientra nellincavo naturale dellosso sfenoidale, costituendo
lipofisi.
E di questa distinguiamo 3 settori, fra i quali uno risulter essere di derivazione
prettamente nervosa e sar quello posteriore della neuroipofisi o ipofisi nervosa.
Meccanismo di feedback: di regolazione e controregolazione.
Abbiamo detto che la ipofisi anteriore quella porzione della ipofisi devoluta
alla regolazione delle ghiandole-bersaglio facenti parte della costellazione delle
ghiandole endocrine.
Tale operazione di controllo e di regolazione si fonda sul tasso di ormoni lanciati
proprio da questa porzione della ipofisi nel sangue.
Essi, in parte sono suscettibili allazione di coloranti in parte non lo sono, e
pertanto li si distingue in cromofili e cromofobi.
Dal momento che presentano un tropismo caratteristico nei confronti delle varie
ghiandole-bersaglio, abbiamo detto, si parla specificatamente di tropine
ipofisarie.
Queste sostanze ormonali vanno a stimolare la produzione dei vari ormoni a
livello delle varie ghiandole-bersaglio, mediante una via che prende il nome di
segmento anterogrado: perch procede in senso vettoriale dalla ipofisi alle
ghiandole-bersaglio.
Daltro canto, si ha un meccanismo di controregolazione: segmento retrogrado,
che procede in senso vettoriale dalle ghiandole-bersaglio allipofisi.
Il sistema prevede che, in conseguenza di uneccessiva produzione di ormoni da
parte delle varie ghiandole-bersaglio, in conseguenza di uneccessiva
stimolazione da parte della ipofisi con la sua secrezione ormonale, vi sia un
bloccaggio dellattivit di secrezione della ipofisi stessa, in conseguenza di una
sua stimolazione da parte degli ormoni prodotti dalle ghiandole bersaglio, che
avranno raggiunto range di concentrazione superiori alla norma.
Ovviamente, dunque, si tratta di un sistema di controllo che si realizza per via
ematica e che si fonda su un equilibrio di concentrazione sia degli ormoni tropici
dellanteipofisi sia degli ormoni delle ghiandole-bersaglio.
Va precisato che, in un caso e nellaltro, quando parliamo di secrezione
endocrina parliamo di produzioni minimali dellordine dei millesimi di mg, dei
picogrammi.
Le varie ghiandole-bersaglio che devono essere stimolate sono:
- Tiroide.
- Ghiandole surrenali.
- Strutture endocrine del testicolo e dellovaio.
- Strutture di stimolo dellaccrescimento osseo.

- Ghiandole mammarie in corso di allattamento.


Ipopituitarismo e Panipopituitarismo.
Nel primo caso, condizione morbosa che si caratterizza per una deficienza delle
funzioni ipofisarie, a seconda del grado di distruzione delle cellule
dellAnteipofisi, a causa di agenti anomali come formazioni neoplastiche.
In questo caso, lo smantellamento delle cellule secernenti che producono le
tropine che andranno a stimolare le ghiandole-bersaglio solo parziale, e cos
altrettanto parziale la compromissione delle funzionalit realizzate dallattivit
secernente dellipofisi.
Al contrario, nel secondo caso, si avr, sempre a causa di agenti tumorali, la
distruzione di una sostanziale quota parte delle cellule secernenti adenoipofisarie
e , di conseguenza, una totale compromissione della loro attivit funzionale. Con
le nefaste conseguenze che ne derivano.
IPOTALAMO ENDOCRINO.
1) Sistema ipotalamico-neuromagnocellulare.
2) Sistema ipotalamico-neuroparvicellulare.
Fin dora, tuttavia, necessario fare una precisazione.
Nel caso del Sistema ipotalamico-neuromagnocellulare non si ha alcun esercizio
di regolazione nei confronti della neuroipofisi (e cio, nei confronti della
porzione della ipofisi in cui le sostanze prodotte da specifico nuclei
dellipotalamo vengono riversate).
Al contrario, lattivit di regolazione nei confronti dellattivit secernente della
adenoipofisi caratteristica particolare del Sistema ipotalamiconeuroparvicellulare (che, proprio per questo motivo, vedremo, detto anche
Sistema parvicellulare ipofisiotropico.
Sistema ipotalamico-neuromagnocellulare.
Lattenzione degli studiosi, in questo ambito, ritorna allesame del lobo
posteriore o neuroipofisi, che risulta essere collegato
- da un punto di vista topografico
- da un punto di vista embriologico
alle strutture nervose sovrastanti.
Ed ecco che, intorno agli anni 50, ad opera degli coniugi Scherrer, viene
elaborato il concetto di neurosecrezione: di attribuzione della capacit secretiva
(oltre che della canonica capacit trasmittente dellimpulso nervoso) di sostanze
specifiche di tipo ormonale alle cellule nervose.

E quindi, gli ormoni allocati nella neuroipofisi (che erroneamente sono detti
ormoni neuroipofisari) non provengono dalle sue costitutive cellule di nevroglia o
cellule pitucitarie, ma dalle cellule nervose sovrastanti.
Quindi, tali sostanze pervengono alla neuroipofisi attraverso i prolungamenti
delle suddette cellule nervose, i neuriti o assoni, che, nel loro complesso,
costituiscono la cosiddetta struttura peduncolare di rapporto fra la neuroipofisi
e i corpi, i pirenofori delle cellule nervose stesse.
E le sostanze prodotte sono 2:
- Ossitocina.
Che controlla la contrattilit della parete uterina durante lespulsione del
feto.
- Adiuretina-vasopressina.
Adiuretina perch rappresenta un freno inibitorio della eliminazione della
urina.
Vasopressina per lazione vasocostrittrice-ipertensiva.
Quindi, la neuroipofisi non un locus di sintesi, bens di accumulo.
La produzione di queste sostanze avviene ad opera di 2 gruppi fondamentali di
cellule nervose.
Costituiscono 2 nuclei cellulari dellipotalamo (ove si intende per nuclei:
raggruppamenti cellulari) e trattandosi di cellule nervose che presentano corpi
cellulari, pirenofori di grandi dimensioni, vengono detti nuclei magnocellulari:
1) Nucleo sopraottico (N.S.O.).
(Cos detto perch allocato sopra il chiasma ottico).
2) Nucleo paraventricolare.
(Cos detto perch ai lati di una cavit tipica scavata nello spessore
dellipotalamo,
detta terzo ventricolo).
(Vedi Figura 1).
Si tratta di una sezione sagittale.
Come si vede, possibile individuare la lamina sovraottica e il chiasma ottico, al
di sopra del quale individuiamo il nucleo sovraottico.
Si ha anche il terzo ventricolo, ai lati del quale individuiamo il nucleo
paraventricolare.
Si individua, infine, il cosiddetto pavimento dellipotalamo, che prende
specificatamente il nome di eminenza mediana.
Dalla eminenza mediana si diparte il peduncolo che mette in comunicazione
lipotalamo con il lobo posteriore.
Analizzeremo successivamente la conformazione della eminenza mediana.

Ecco che si parla di Sistema ipotalamico-neuromagnocellulare.


Ed questo un concetto che sta alla base della Neuroendocrinologia.
Per evidenziare queste cellule del Nucleo sopraottico, ci si serve del cosiddetto
Metodo di Gomori, una miscela di coloranti cromoematoxidina e filoxina, per
tingere il citoplasma dei pirenofori dei nuclei.
Oggi si utilizza un metodo pi rivoluzionario: il metodo immunocitochimico (per
cui si colorano in maniera selettiva i citoplasmi di alcuni citotipi, che sono
maggiormente reattivi).
Oggigiorno, si visto che gli ormoni elaborati dal nucleo sopraottico e dal nucleo
paraventricolare sono di pi che i canonici 2: si tratta di ormoni di natura
proteica.
Essi sono stati caratterizzati chimicamente da Duignn.
(Vedi Figura 2).
Come si vede, i nuclei paraventricolari sembrano ali di farfalla vicino alla cavit
del terzo ventricolo.
(Vedi Figura 3).
Si tratta della conformazione del neurone muco-secernente.
Si ha il pirenoforo, il corpo della cellula nervosa.
Si vede il prolungamento, che prende il nome di neurite o assone.
Lestremit termina nella rete vascolare che bagna la neuroipofisi.
Si parla, allora, di via neuritica. Ed , quindi, una via nervosa, non una via
ematica.
Il peduncolo ipofisario costituito dagli assoni dei 2 nuclei.
Ecco, allora, che si parla di Sistema ipotalamo-neuromagnocellulare.
CARATTERIZZAZIONE FUNZIONALE DELLADH (AdiuretinaVasopressina).
Da un punto di vista topografico, esplica la sua azione sui tubuli renali.
Qui, la preurina filtrata nel glomerulo, da cui successivamente imbocca le vie
escretrici.
Nella capsula di Bowman, ogni giorno viene filtrata una quantit enorme di
liquido. Esso, tuttavia, si riduce in ultimo a 1 l- 1,5 l (e cio, a confronto, ad una
quantit davvero minimale).
Questo si verifica perch in condizioni fisiologiche, avvengono 2 tipi di
riassorbimento:

1) Assorbimento obbligatorio. Si tratta di un riassorbimento di ingenti quantit


di acqua, che avviene nei tubuli renali, mediante un trasporto passivo che si
verifica attraverso un gradiente osmotico.
2) Assorbimento facoltativo. Si ha verso la fine. Esso consentito dallazione
antidiuretica gi citata dellADH.
Abbiamo gi trattato come, la provenienza di questo ormone, in realt non
ipofisaria, bens ipotalamico-magnocellulare.
Da un punto di vista della patologia, si deve notare che in caso di
scombussolamento funzionale dellipotalamo, a causa di tumori o granulomatosi,
si avr una ripercussione su tale attivit di riassorbimento, che verr
irrimediabilmente compromessa (in quanto non si avr pi produzione di ADH).
E allora, il paziente pu arrivare ad urinare fino a 20 l di liquido al giorno.
Si avr quella patologia impropriamente detta di diabete insipido (perch lurina
non ha pi il caratteristico sapore dolciastro del diabete mellito).
Da un punto di vista terapeutico, occorre intervenire tempestivamente con la
somministrazione di ormoni ADH.
CARATTERIZZAZIONE FUNZIONALE DELLOSSITOCINA.
Essa entra in azione al momento dellespulsione del prodotto del concepimento e
durante lallattamento.
E un importante stimolatore che si va a legare ai recettori di membrana delle
cellule muscolari del corpo dellutero gravido (e solo dellutero gravido).
Da un punto di vista della patologia, avremo le cosiddette discinesie, che si
configurano come vere e proprie turbe della motilit.
Alle volte, quando necessario, il parto pu essere addirittura indotto mediante
somministrazione esterna di ossitocina.
Sistema ipotalamo-neuroparvicellulare o Sistema parvicellulare ipofisiotropico.
Abbiamo gi discusso il significato della seconda attribuzione: tropismo spiccato
ed attivit di regolazione nei confronti della adenoipofisi, a differenza del
Sistema ipotalamo-neuroparvicellulare nei confronti della neuroipofisi.
Riguarda il meccanismo con cui lipotalamo regola la adenoipofisi.
Il suo studio si effettuato principalmente negli ultimi 15 anni.
E proprio la ipofisi anteriore che riceve un meccanismo di regolazione
dallipotalamo sovrastante.
Nellipotalamo, pertanto, si identifica una serie pi numerosa di cellule nervose.
Esse elaborano i cosiddetti principi: increti di derivazione ipotalamica che
regolano la liberazione dell tropine ipofisarie.
Si ha, quindi, una regolazione nel senso della stimolazione ed inibizione.

Cos, inizialmente si parl di realising and inibiting factors (fattori di rilascio e di


inibizione).
Ma, poich, in seguito, si chiar che agiscono per via ematica, li si caratterizz
specificatamente come ormoni.
Ed ecco che si parla di Sistema parvicellulare.
(Vedi Figura 1).
Si individuano piccoli neuroni diffusi che elaborano i realising and inibiting
factors: il cosiddetto Sistema parvicellulare.
I corpi, i pirenofori dei citotipi nervosi secernenti sono molto pi piccoli (ed
per questo che si parla di Sistema parvicellulare), e si identificano in 8-9
stazioni (non pi soltanto 2) dai confini non molto netti.
(Vedi Figura 2).
Come si vede, possibile individuare lipotalamo al di sotto della regione del
Talamo (come lo stesso nome rende esplicito).
E qui sono presenti varie formazioni nucleari (non solo le 2 formazioni nucleari
del Sistema magnocellulare).
Due di queste sono:
- Nucleo ventromediale.
- Nucleo arcuato.
Ma, come detto, ne sono presento molti altri, essendo complessivamente presenti
8-9 nuclei di cellule.
(Vedi Figura 3).
In questo caso, la via di dismissione non pi solo neuronale. Si parla di via
mista: in parte neuronale, nel primo segmento, e in parte ematica, nel secondo
segmento.
Il secreto prodotto dal corpo della piccola cellula nervosa secernente e viene
dismesso attraverso il suo prolungamento, neurite o assone.
Il secreto riversato in una prima via capillare.
Si ha poi la vena porta inferiore.
Si ha poi una seconda via capillare.
E poi il passaggio delle sostanze ormonali di regolazione alle cellule
anteipofisarie.
Quindi, come si vede, la via di dismissione del secreto mista: in parte per via
neuronale e in parte per via ematica.
In definitiva, si parla di Sistema portale-ipofisario.

Conformazione strutturale della Eminenza mediana.


Nella Eminenza mediana, come detto, individuiamo specificatamente 2 strati:
1) Zona interna o Strato interno.
La parte pi alta, che sottende immediatamente il recesso infundibolare.
2) Zona esterna o Strato esterno o Zona vascolarizzata.
La parte pi bassa, da cui si diparte il peduncolo dellanteipofisi.
(Vedi figura 4).
Sulla base di unanalisi micronelettronica, possibile distinguere la zona
interna, che si caratterizza per un aspetto caratteristicamente elettron-opaco,
dalla zona esterna che, al contrario, appare quasi traforata da spazi
trasparenti al fascio elettronico e circondati da materiale puntiforme elettronopaco.
I pirenofori dimensionalmente consistenti dei 2 nuclei magnocellulari emanano
prolungamenti che si impacchettano nella zona interna della eminenza mediana,
sciamando, ancora pi in basso, per ricongiungersi nella costituzione di quel
peduncolo di collegamento con la neuroipofisi.
Al contrario, gli spazi trasparenti della zona esterna corrispondono ai lumi di
un sistema di capillari: la prima rete capillare del Sistema portale-ipofisaro.
Dunque, proprio in questa zona esterna della Eminenza mediana, si ha la
confluenza dei prolungamenti delle cellule nervose (dai pirenofori
dimensionalmente poco consistenti) dei nuclei parvicellulari.
Tali prolungamenti scaricano nel lume dei capillari di questa Prima via
capillare i loro Realising factors ed Inhibiting factors.
Si ha, successivamente, il loro passaggio alla vena porta inferiore o vena
ipofisaria, che costeggia il peduncolo della ipofsi.
Ed infine, la dismissione di queste sostanze nella Seconda via capillare, di
ingresso allanteipofisi.
(Vedi Figura 5).
Come si vede, sono schematizzate alcune cellule facenti parte del Sistema
parvicellulare, caratterizzate da pirenofori piccoli e da prolungamenti che si
immettono nella Prima rete capillare del Sistema portale-ipofisario. Essa, come
dice lo stesso termine, costituita da tutta una serie di diramazioni che derivano,
in prima istanza dalla cosiddetta Arteria ipofisaria superiore che, a sua volta,
deriva dalla Arteria Carotide.
Si ha poi il passaggio alla Vena porta inferiore, che costeggia parallelamente il
peduncolo (che unisce lipotalamo alla neuroipofisi).
Ed infine, la Vena porta inferiore si dirama in un ulteriore complesso di
capillari: la Seconda rete capillare del Sistema portale-ipofisario.

I Fattori di rilascio e i Fattori di inibizione possono essere cos trasferiti, per


via ematica, alle cellule secernenti della Adenoipofisi (che ne sono irrorate) ed
esercitare, pertanto, quella fondamentale attivit di regolazione e di controllo.
Infine, i prodotti di secrezione della Adenoipofisi (secreti, appunto, sulla base
della attivit di regolazione dellipotalamo) entrano in circolo, attraverso la
cosiddetta Vena Giugulare interna.
NEUROPEPTIDI ORMONALI IPOTALAMICI.
Va detto fin dora che stato codificato un ben preciso simbolismo, che ci
consente di siglare in maniera ottimale i vari prodotti di secrezione sulla base
della loro principale attitudine funzionale.
Troveremo, ad es., la sigla
- RF per intendere Realising factors, e la sigla
- IF per intendere Inhibiting factors.
A dire il vero, per, ormai le suddette sigle sono sostituite dalle seguenti:
- RH per intendere Realising hormon.
- IH per intendere Inhibiting hormon.
Simbolismo che, per quanto riguarda la specificazione del prodotto di secrezione
consente una certa analogia fra i Neuropeptidi ormonali ipotalamici e i relativi
prodotti di secrezione ipofisari.
Va precisato che , oggigiorno, possibile individuare con una selettivit
realmente sorprendente i citotipi che elaborano i singoli prodotti di secrezione
sulla base di un Metodo immunoistochimico, mediante lutilizzo di un antisiero tracciante radioattivo.
A) Neurormoni del Sistema magnocellulare.
ADH (ADIURETINA-VASOPRESSINA).
OSSITOCINA.
B) Neurormoni del Sistema parvicellulare-ipofisiotropico.
Si suddividono a loro volta in:
1) Stimolanti il rilascio di ormoni adenoipofisari (REALISING FACTORS).
CRH o CORTICOLIBERINA.
Essa stimola, nellAdenoipofisi, il rilascio di ACTH o ORMONE
ADENOCORTICOTROPO. Esso agisce su una delle due porzioni della
ghiandola surrenale: la corteccia del surrene o corticale del surrene.
In questo senso, la porzione corticale della ghiandola surrenale la
ghiandolabersaglio dellACTH ipofisario.

TRH o TIREOLIBERINA.
Stimolante il rilascio del TSH o ORMONE TIREOSTIMOLANTE, per il suo
spiccato tropismo nei confronti della tiroide.
PRF o PROLATTOLIBERINA.
( In questo caso, si mantenuta la sigla RF). Stimola il rilascio del PRL o
PROLATTINA.
GH-RF o GROWTH-HORMON o SOMATOLIBERINA.
Stimolante il rilascio dell STH o ORMONE SOMATOTROPO.
LH-RH o Gn-RH o GONADOLIBERINA.
Stimolante il rilascio dell LH (ORMONE LUTEOSTIMOLANTE) e FSH
(ORMONE FOLLICOLOSTIMOLANTE).
In questo caso, quindi, un solo ormone ipotalamico stimola la produzione di 2
diverse tropine ipofisarie.
MRF.
Stimolante il rilascio di MSHo ORMONE MELANOCITOSTIMOLANTE.
2) Inibenti il rilascio di ormoni adenoipofisari (INHIBITING FACTORS).
Si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di ormoni corrispettivi ai
precedenti.
PIF o PROLATTOSTATINA.
Inibenti il rilascio di PRL.
GH-RIH o SOMATOSTATINA.
Inibenti il rilascio di STH.
MIF.
Inibenti il rilascio di MSH.
Da un punto di vista delle applicazioni mediche, va detto che, essendo il GH-RIH
un ormone inibente il rilascio di ormone somatrotopo STH, e cio lormone che
regola lo accrescimento, in passato si creduto che potesse essere fruttuosa
una sua applicazione nellarresto dellattivit proliferante di formazioni
neoplastiche.
In realt, sebbene una sua somministrazione determina unazione frenante,
questa assolutamente insufficiente (tanto pi che un prodotto gi presente
nellorganismo) nei confronti delle sdifferenziate e mostruose cellule tumorali.

Quindi, riassumendo, possiamo dire che lipotalamo endocrino esplica la sua


azione indiretta nei confronti di numerosi e disparati distretti corporei:
- Tiroide (TRH).
- Ovaio e testicolo (LH-RH).
- Corteccia surrenale (CRH).
- Ghiandola mammaria (PRF).
- Ossa (GH-RH).
- Cute (MRF).
E, da un punto di vista delle ricadute patologiche, ovvio che se non funziona
bene lipotalamo, lattivit di dismissione delle tropine ormonali da parte
dellipofisi sar altrettanto turbata.
CORRELAZIONI NEURORMONALI CHE SI ISTITUISCONO FRA CERVELLO,
IPOFISI ED ORGANI EFFETTORI.
Abbiamo gi detto che lipofisi si trova in un vero e proprio rapporto di
sudditanza topografica, morfologica e funzionale nei confronti dellipotalamo.
Sotto questo punto di vista quella rivoluzione copernicana (che segna, ad opera
degli Scherrer, il passaggio dallEndocrinologia alla Neuroendocrinologia) per
cui le stesse cellule nervose hanno la capacit di elaborare sostanze specifiche di
carattere ormonale. Ed esse sono incluse nellambito della struttura classica
dellencefalo.
Ma, perch il quadro sia completo, occorre precisare che lo stesso ipotalamo
endocrino si trova in diretta comunicazione, attraverso le cosiddette sinapsi o
giunzioni sinaptiche, con neuroni di regioni circostanti dellencefalo, fino ad
arrivare alla stessa corteccia.
La corteccia la sede pi nobile di stimoli che provengono dallesterno.
Quindi, possiamo dire che:
- Il rapporto di comunicazione tra le altre regioni dellencefalo e lipotalamo
avviene attraverso i neurotrasmettitori o neuromediatori (da non confondersi
con i neurormoni).
- Il rapporto di comunicazione tra lipotalamo e lipofisi avviene attraverso
ormoni.
Il fatto che vi sia questa correlazione sperimentalmente provato. Ad es.,
sottoponendo la ratta da laboratorio a ingenti stress, possiamo, determinando
unazione inibitoria a monte, bloccare la stessa ovulazione.
Perch andremo a bloccare tutte quelle sostanze che stimolano lovulazione
stessa.

(Vedi Figura 3).


Come si vede, si ha una vera e propria regolazione a cascata che parte dai Centri
nervosi encefalici extra-ipotalamici (fra cui, abbiamo detto, in primo luogo, la
corteccia) e, attraverso i neuromediatori o neurotrasmettitori (ovvero,
attraverso le giunzioni sinaptiche), giunge fino allipotalamo.
Dallipotalamo, mediante i Fattori di rilascio e i Fattori di inibizione (e, in questo
caso, si tratta di sostanze ormonali), si passa allAnteipofisi o Adenoipofisi.
Le Tropine da questultima elaborate vanno a stimolare gli Organi endocrinibersaglio e, dunque, i vari Tessuti.
Ad ogni modo, sono presenti svariati feedback di regolazione, che coinvolgono,
con percorsi pi o meno lunghi (ma il sangue bagna dappertutto), anche i pi
lontani promotori di questo processo a cascata, e cio gli stessi Centri nervosi
encefalici e lo stesso ipotalamo.
Questo ha significative incidenze in ambito terapeutico e diagnostico.
Un primo momento di guasto pu essere individuato anche a livello degli stessi
Centri nervosi encefalici (le cui ripercussioni si esplicano a livello endocrino).
Ed ecco dunque che alcune malattie non vanno curate con ormoni, ma farmaci
psicotropi che esplicano la loro azione curativa sui neuroni, a monte.

La sindrome di Schian.
Pu anche causare la morte della puerpera (e cio, della donna che ha appena
espletato il parto).
Il ginecologo deve attendere almeno 2 ore, dopo che il parto stato espletato: il
tempo necessario perch vi sia lespulsione della placenta.
In seguito, si former il cosiddetto lobo di sicurezza: lutero si contrae
fisiologicamente, assumendo una forma globulare, in maniera tale da otturare i
vasi sangugni. Altrimenti, vi sarebbe una grave emorragia che pu portare la
puerpera anche in breve tempo alla morte.
Ma non si avr contrazione dellutero, fino a formazione del lobo di sicurezza, se
al suo interno permangono ancora frammenti di placenta, in seguito
allespulsione della placenta stessa. E allora, il ginecologo deve saggiare che la
placenta espulsa sia integra e che, dunque, non siano rimasti frammenti di essa
nellutero (che altrimenti devono essere tempestivamente asportati. Anche
manualmente).
Ad ogni modo, da un punto di vista istologico, nel caso in cui si verifichi la
emorragia, la perdita di sangue determiner un aumento del volume dellipofisi,
della sua stoffa endocrinopoietica, e il calo di pressione, che conseguentemente
allemorragia si verr a determinare, impedir un giusto apporto di sangue

(ischemia). E allora, le cellule dellipofisi possono andare in necrosi: si avr un


panipopituarismo.
Al contrario, se si supera lemorragia, egualmente vi sar un parziale danno per
ladenoipofisi: ipopituarismo. E un sintomo di questo danno , ad es., la
mancanza anormale di secrezione lattea. E questo per il danneggiamento delle
cellule secernenti adenoipofisarie che producono le tropine che stimolano le
ghiandole-bersaglio produttrici di prolattina.
GHIANDOLA SURRENALE.
La denominazione deriva dalla sua allocazione sul polo superiore del rene.
E una ghiandola pari: ne abbiamo una per ogni rene.
Ha forma vagamente piramidale ed vascolarizzata.
Si distingue in 2 parti:
- Esterna Corteccia surrenale o corticale del surrene.
- Interna Midolla surrenale o midollare del surrene.
Differente origine embrionale delle due strutture.
Le 2 strutture hanno una differente origine embrionale:
- Corteccia Mesoderma.
- Midolla Creste neurali (le formazioni che si addossano al tubo neurale).

La midollare del surrene.


CARATTERIZZAZIONE EMBRIO-FUNZIONALE.
Le strutture costitutive della midollare si originano da quelle formazioni embrionali
che soppannano il tubo neurale: le crete neurali. Sotto questo punto di vista, gli
elementi costitutivi della midollare sono elementi di importazione.
Inoltre, abbiamo visto come le strutture ghiandolari che originano dalle creste neurali
hanno essenzialmente una caratterizzazione peptidergica, pi che monoaminergica.
Ma la midollare del surrene un classico esempio di struttura monoamonergica, in
quanto si ha elaborazione di catecolamine, (e le catecolamine sono, infatti,
monoamine biogene) che vengono immesse nel circolo ematico. E allora ecco che
assumono una caratterizzazione ormonale.
E un tipico esempio di come una stessa sostanza in relazione alla modalit di
dismissione assuma una differente caratterizzazione. Cos, sono presenti altre
strutture secernenti catecolamine ma che, non immetendole in circolo, non
consentono che tali sostanze siano dette ormonali.
CONFORMAZIONE MORFOLOGICA.

Ad unanalisi microscopica si osserva come le cellule, nella porzione midollare del


surrene, si dispongono in cordoni, distanziati da spazi lacunosi elettro-trasparenti (che
corrispondono a capillari).
Questi capillari che assumono una fisionomia dilatata, li ritroviamo nel corpo di molti
organi (come, appunto, la midollare del surrene, ma anche il fegato e la milza).
Laspetto morfologico assolutamente connesso alla caratterizzazione funzionale:
questi capillari dilatati, che prendono il nome di sinusoidi si trovano nel corpo di
organi le cui cellule, per particolari loro attivit (come, ad es., lattivit
secernente) necessitano larghe superfici di contatto con il torrente ematico.
CELLULE PARAGANGLIARI-CROMOAFFINI.
Le cellule che costituiscono la midollare del surrene vengono, proprio per la
derivazione embriologica, dette cellule paragangliari.
Questa denominazione comune a diverse formazioni anatomiche, per lo pi di
piccole dimensioni, che sono dotate di cromoaffinit e caratterizzazione endocrina, e
che hanno in comune lorigine embriologica, in quante derivano dalle stesse cellule
embrionali da cui si differenziano le fibre nervose simpatiche, costituite dalle
cellule gangliari vere e proprie.
Disseminazioni di queste cellule paragangliari cromoaffini le ritroviamo in molti
distretti dellorganismo: in piccoli cumuli in corrispondenza della biforcazione
dellaorta addominale, ad es..
Per quanto riguarda la cromoaffinit di queste cellule, va detto che questa particolare
propriet, di interessante rilievo nellambito della ricerca istologica, stata
originariamente individuata proprio nelle cellule paragangliari della midollare del
surrene ed poi stata estesa, con il progresso delle conoscenze scientifiche, alle
cellule del Sistema neuroendocrino diffuso.
LE CATECOLAMINE.
Va detto che le catecolamine sono monoamine biogene.
Ma si visto che esse non vengono prodotte esclusivamente in questo distretto
endocrino.
Si visto, infatti, che le catecolamine sono prodotte anche da:
- Cellule nervose.
- Cellule secernenti del Sistema Neuroendocrino Diffuso o Sistema APUD.
E a seconda del differente distretto in cui tali catecolamine sono prodotte, esse
assumono un ruolo funzionale differente:
- Cellule nervose: neurotrasmettitori.

- Sistema Neuroendocrino Diffuso: sostanze specifiche che stimolano o inibiscono


la secrezione ormonale.
- Midollare del surrene: neurormoni.
Va ribadito il concetto gi tante volte presentate: tutto dipende dalla modalit con cui
tali sostanze sono dismesse dalle cellule secernenti:
- Sistema Neuroendocrino Diffuso: sostanze paracrine.
- Midollare del surrene: neurormoni.
- Cellule nervose: prodotti neurocrini, cio neurotrasmettitori. Essi agiscono non a
distanza, come fanno i neurormoni. Possiamo dire che si tratta di una sorta di
dismissione paracrina di cui sono specificatamente responsabili le cellule
nervose.
BIOSINTESI DELLE CATECOLAMINE.
Quanto diremo a proposito delle cellule della Midollare del surrene, sar ripetuto
anche per le cellule nervose e per quelle del Sistema neuroendocrino diffuso, che
egualmente presentano attivit di biosintesi delle catecolamine.
Un metodo di indagine istochimica di fondamentale importanza per lindividuazione
e lo studio di cellule che presentano la suddetta attivit il cosiddetto metodo di
Falck, del 1965, che si fonda sullutilizzo del microscopio a fluorescenza.
Ecco che, allora, lo si pu impiegare con successo per le cellule della Midollare del
surrene.
(Vedi Figura 1).
Va detto che, nella Midollare del surrene, a differenza di quanto avviene in alcuni altri
distretti, si ha lulteriore elaborazione di noradrenalina in adrenalina.
E questo avviene ad opera di specifiche sostanze enzimatiche: lenzima PNMT
(Fenilalaninametil-tranferasi).
Nellambito della Midollare del surrene la noradrenalina presente in proporzioni
minoritarie rispetto alladrenalina.
In altri distretti, come nellambito delle cellule nervose, si ha, al contrario, la
prevalenza di noradrenalina.
Infatti, inizialmente si credeva che esse fossero capaci di secernere solo
noradrenalina, ma, successivamente, in alcune di esse fu individuata la presenza
dellenzima PNMT che consente lulteriore elaborazione della noradrenalina in
adrenalina.
Ma non tutte le cellule nervose presentano lenzima PNMT, per cui si ha la
condizione speculare rispetto a quella delle cellule della Midollare del surrene:
concentrazione di noradrenalina inferiore rispetto alla concentrazione delladrenalina.
AZIONE FUNZIONALE DELLE CATECOLAMINE.

Le catecolamine immesse in circolo hanno fondamentalmente unazione eccitometabolica.


Unattivit funzionale che torna utile al nostro organismo soprattutto in condizioni di
stress di diversa natura: stress psichici e fisici, aggressioni microbiche e virali.
Esplica unazione ipetensiva-vasocostrittrice. Ed in effetti, vedremo quali sono le
ricadute patologiche di questa loro particolare propriet.
RICADUTE PATOLOGICHE.
Lazione benefica esercitata sui valori della pressione sanguigna dalle catecolamine,
se presenti nei normali range di concentrazione, pu rivelarsi unarma a doppio taglio
in condizioni di iper e ipoproduttivit.
E cos, soprattutto in caso di una produzione eccessiva di catecolamine ad opera delle
cellule della Midollare, possibile raggiungere picchi pressori di addirittura 300
mmHg.
Cos, le formazioni neoplastiche che interessano la midollare del surrene, tanto
maligne quanto benigne (i cosiddetti adenomi), prendono il nome di
feocromocitomi.
(Infatti, le cellule paragangliari sono dette feocromociti, per le 2 caratteristiche della
cromoaffinit e della colorazione scura al fascio elettronico).
Tali affezioni interessano soprattutto soggetti in giovane et.
Si tratta di tumori iperfunzionanti (che accrescono il volume e il numero delle cellule
della midollare, senza privarle delle loro caratteristiche ormonopoietiche) che
esplicano unazione fortemente ipertensiva, tanto che si possono raggiungere, come
detto, livelli pressori di ben 300 mmHg.
Come conseguenza ultima, vi sar ovviamente il decesso in seguito a rottura delle
pareti dei vasi e soprattutto in quei distretti di maggiore fragilit, come la regione
cerebrale: il cosiddetto ictus.
Differente natura chimica dei secreti prodotti.
Si differiscono anche per la natura chimica dei secreti prodotti:
- Corteccia Ormoni steroidei (di origine lipidica) genericamente. Adesso li
caratterizzeremo meglio in funzione delle 3 regioni in cui si suddivide la
corteccia:
1) Regione esterna,
2) Regione intermedia,
3) Regione interna.
- Midolla Catecolamine (Adrenalina e Noradrenalina).
REGIONI IN CUI SI SUDDIVIDE LA CORTECCIA SURRENALE.

Abbiamo detto che nella zona corticale individuiamo 3 regioni, distinguibili fra di
loro in funzione della diversa aggregazione delle cellule che le costituiscono:
- Regione esterna Zona glomerulare. Qui, le cellule si dispongono in cordoni, in
filiere, dando appunto vita a conformazioni ad ansa, glomerulari (Vedi Figura 2).
- Regione intermedia Zona fascicolata. Qui, infatti, i cordoni hanno una
conformazione rettilinea (Vedi Figura 3).
- Regione interna Zona reticolare. Qui, le cellule si anastomizzano a rete, con un
andamento pi disordinato (Vedi Figura 4).
Nella midollare, le cellule formano degli aggregati tondeggianti e cordoni curvilinei. I
nuclei sono pi visibili, perch il citoplasma pi chiaro.
Prodotti di secrezione elaborati dalle 3 regioni della corteccia surrenale.
Prodotti di secrezione elaborati dalle 3 regioni della corteccia surrenale:
- Regione glomerulare mineralcorticoidi o mineralo-attivi (come
laldosterone). Sono sostanze che influenzano il metabolismo idroelettrico, in
quanto condizionano lassorbimento di Na e acqua.
- Regione fascicolata glicocorticoidi o glico-attivi (come il glicocortisolo).
- Regione reticolare androgeni. Tanto che si parla di terza gonade. Se un
soggetto femminile, in condizioni patologiche, presenta una attivit secernente di
queste cellule superiore alla normale, si individueranno anomali caratteri
mascolinizzati.
Azione dellACTH sulla regione fascicolata della corteccia surrenale.
LACTH o ormone adenicorticotropo, prodotto dalla adenoipofisi, produce una
iperplasia della regione fascicolate.
Ha per anche unazione trofica, in quanto consente un aumento della regione.
Sulla regione glomerulare non si sente la sua influenza.
LACTH rilasciato sulla base del tasso ematico di cortisolo.

LA TIROIDE.
CARATTERIZZAZIONE MORFOLOGICA.

Si tratta di un organo disposto fra la cartilagine laringea e la faccia anteriore della


trachea.
Espanso nelle sue porzioni laterali, i cosiddetti lobi della tiroide, trattenute da una
regione centrale che prende il nome di istmo della tiroide.
E abbondantemente sanguificata dai vasi arteriosi e venosi del collo.
Ecco perch, da un punto di vista pratico, un intervento di tiroidectomia comporta in
generale una grande accuratezza e precisione, a causa dellelevato rischio di
emorragia, se eseguito incautamente.
E la classica ghiandola follicolare.
Abbiamo precedentemente detto che le ghiandole della Costellazione neuroendocrina
possono essere distinte sulla base dellaspetto morfologico-topografico in:
-

Ghiandole follicolari.
Ghiandole cordonali.
Ghiandole interstiziali.
Ghiandole a rete.

Sotto questo punto di vista, appunto, la Tiroide rientra a pieno nel primo ambito.
Infatti, le cellule che ne sono costitutive si dispongono caratteristicamente in modo da
formare vescicole, e quindi strutture cavitate di aspetto tondeggiante.
La struttura follicolare costituita da un epitelio monostratificato di cellule
prismatiche che limita una cavit riempita di una sostanza che prende il nome di
colloide.
Essa facilmente evidenziabile istochimicamente mediante una semplice colorazione
di Ematossina ed Ossidina.
In passato, si considerava la colloide come il frutto dellattivit secernente delle
cellule del follicolo. Oggi, cos non : si individua in essa la presenza di una proteina
di deposito, di derivazione non tiroidea, la tireoglobulina, che, vedremo, si lega
selettivamente agli ormoni tiroidei.
Rapporto funzionale fra ipofisi e tiroide.
Il follicolo una struttura altamente dinamica che modifica la propria organizzazione
cellulare in relazione allazione regolatrice della ipofisi.
E va precisato che il TSH o ormone tireostimolante (rilasciato dallipofisi su
stimolo della TRH o tireoliberina ipotalamica) esercita unazione sia tropica che
trofica nei confronti della tiroide.
La componente tropica di stimolo stata gi precedentemente analizzata.
Per quanto riguarda, invece, la componente trofica, va detto che essa consiste
essenzialmente nella potenzialit di aumento della massa stessa dellorgano tiroideo.

Ed in effetti, da un punto di vista diagnostico, va precisato che lingrossamento del


collo che, in alcuni pazienti affetti da uneccessiva liberazione di TSH, si presenta in
maniera abbastanza evidente, altro non che il frutto di un aumento abnorme della
struttura della tiroide.
Ricadute patologiche.
Da un punto di vista patologico, una disfunzione della tiroide si manifesta
essenzialmente secondo 2 possibili modalit specularmente opposte:
1) Ipofunzionalit della tiroide.
2) Iperfunzionalit della tiroide.
IPOFUNZIONALITA DELLA TIROIDE.
(Vedi Figura 1).
Come si vede dalla figura, in caso di tiroide ipofunzionante,
- le cellule dellepitelio monostratificato, da prismatiche che erano, divengono basse
e appiattite.
- Alla luce della microscopia elettronica si notano anche i contrassegni
ultrastrutturali del torpore funzionale: una sostanziale povert dei dispositivi del
citoplasma che consentono lattivit secernente.
- La colloide abbondantemente presente. E questo non deve fare pensare ad
uniperproduttivit. In realt, i pochi ormoni tiroidei qui presenti sono
abbondantemente trattenuti dalle tireoglobuline e, pertanto, non vengono dismessi
nel circolo ematico.
E ancora, da un punto di vista diagnostico, poich gli ormoni tiroidei hanno
fondamentalmente unazione di stimolo metabolico, in soggetti affetti da una
ipofunzionalit della tiroide, si possono riscontrare contrassegni parafisiologici come
eccessive inattivita e anemia, e ancora torpore fisico e psichico.
E ancora, dal momento che gli ormoni tiroidei stimolano il metabolismo dei GAG
(abbondantemente presenti nei tessuti connettivali), si vede che in caso di una
ipotiroidemia, un segno molto manifesto quello per cui i soggetti che ne sono
affetti hanno difficolt nel parlare. Infatti, la lingua un organo a caratterizzazione
abbondantemente connettivale, e quindi un abnorme ristagno di GAG determina un
suo ingrossamento, una macroglossia.
Ecco perch si suole dire che la diagnosi di ipofunzionalit tiroidea la si pu quasi
effettuare per telefono.
IPERFUNZIONALITA DELLA TIROIDE.

(Vedi Figura 2).


Come si vede, in questo caso,
- le cellule di quel monostrato sono molto alte.
- Il lume pi ristretto e quindi la colloide pi ridotta.
- Si spezzano i legami fra gli ormoni tiroidei e la tireoglobulina.
- Si hanno contrassegni ultrastrutturali speculari rispetto a quelli considerati per la
ipofunzionalit tiroidea.
Da un punto di vista diagnostico, la sintomatologia di un soggetto affetto da
ipertiroidismo sono diametralmente opposti a quelli di un soggetto affetto da
ipotiroidismo.
Il sofferente, in genere, ansioso, iperattivo
E, nelle manifestazioni pi gravi, possibile anche un esoftalmo: una proclusione del
bulbo oculare che, nelle condizioni estreme dellesoftalmo maligno, impedisce
addirittura la chiusura delle palpebre, con conseguenti lacerazioni del bulbo oculare.
Inoltre, linondazione smodata di ormoni tiroidei produce le cosiddette tireotossicosi.
E cio un malfunzionamento a danno dei parenchimi di molti organi, fra i quali il
cuore, per cui si ha un aumento del ritmo di pulsazione: la fibrillazione.

PANCREAS ENDOCRINO.
Caratterizzazione morfologica e incidenze nella patologia.
Volgarmente detto organo traditore, per la sua allocazione nella porzione profonda
della cavit addominale.
Per cui, coperto frontalmente dalla cavit gastrica, difficilmente trattabile da un
punto di vista diagnostico ( abbastanza frequente confondere unaffezione morbosa
che riguarda il pancreas con altre patologie a carico della postposta cavit gastrica,
come, ad es., unulcera. Quindi, il dolore non un metodo sufficiente per condurre
unindagine diagnostica sullorgano pancreatico), e, dal momento che costituito da
tessuti molto delicati, un possibile intervento chirurgico condotto sulla cavit gastrica
pu produrre effetti indesiderati e nefasti sul pancreas stesso, come irritazione e
lacerazioni, tanto che si parla di pancreatiti acute.
Caratterizzazione funzionale.
Il pancreas una ghiandola mista. Si parla, infatti, di:
- Pancreas endocrino.
- Pancras esocrino.
Il parenchima costituito da ghiandole acinose sierose composte nel cui contesto
sono scaglionate poche cellule endocrine.

Per la particolare caratterizzazione delle ghiandole presenti nel Pancreas si ravvisa


una forte corrispondenza con le ghiandole salivari e la parotide.
In tutti e tre i casi, infatti, si parla di ghiandole acinose sierose.
Tanto che, da un punto di vista della patologia, uniniziale flogosi della ghiandola
parotide (parotite) pu sfociare, in un secondo momento, in una vera e propria
pancreatite.
E questo perch il virus della parotite ha uno spiccato tropismo proprio nei confronti
delle ghiandole acinose sierose.
PANCREAS ESOCRINO.
Elabora sostanze enzimatiche ad attivit proteolitica che vengono riversate nel lume
del duodeno.
Ecco perch in condizioni parafisiologiche di ultraproduttivit, tali enzimi vanno ad
attaccare gli altri organi della cavit addominale, disgregandoli.
Ecco che, in breve tempo, ci pu portare a morte lindividuo.
PANCREAS ENDOCRINO.
Le cellule endocrine sono incastonate nellambito del parenchima pancreatico, nel
contesto degli acini sierosi, sotto forma di isolotti: le cosiddette isole di Langherans.
Quante sono le isole di Langherans?
In realt, poche rispetto allestensione del Pancreas.
Tuttavia, il loro numero si differenzia in base:
- Alla specie animale.
- Alla individualit intraspecifica.
Pertanto, non esiste neppure una univocit di locazione.
Ci sono informazioni classiche per cui il pancreas endocrino costituito da 2 tipi di
cellule, dette in passato:
-
-
Ma riclassificate oggigiorno come:
- Cellule A.
- Cellule B.
In realt, oggigiorno, si individuato un terzo citotipo:
- Cellule D.
Si stabilisce che le cellule A elaborano glucagone, un ormone antagonista allinsulina
mentre le cellule B elaborano insulina e le cellule D elaborano somatostatina (che,
quindi, non prodotta solo dallipotalamo).

Lattenzione degli studiosi si maggiormente concentrata sulle cellule del tipo B,


perch una disfunzione della insulinopoiesi comporta quella grave affezione che
prende il nome di diabete mellito: un aumento abnorme del tasso di glucosio, in
quanto non si ha pi una sua assimilazione che stimolata proprio dallinsulina.
IL GLUCAGONE.
Il glucagone un antagonista dellinsulina, nel senso che ha un effetto
iperglicemizzante: fa aumentare la concentrazione del glucosio nel sangue
(glicemia), in quanto ne inibisce lassunzione da parte dei vari citotipi, per un utilizzo
a livello metabolico.
LINSULINA.
Ovviamente, in termini opposti, linsulina avr un effetto ipoglicemizzante, di
diminuzione del tasso ematico glicemico, svolgendo unattivit di stimolazione
dellassunzione da parte dei vari citotipi.
LA SOMATOSTATINA.
Abbiamo visto che lipotalamo produce il GH-RF o Growth-hormon o
Somatoliberina, stimolante il rilascio dellSTH o Ormone somatrotopo ipofisario,
che a sua volta, nellambito delle cellule D dellisola di Langherans, stimola la
produzione di somatostatina.
Questo neuropeptide venne isolato ed identificato per la prima volta nellambito
proprio del Pancreas endocrino.
Studio del Pancreas mediante la tecnica di colorazione dellEmatossilina ed
Eosina.
Gi la semplice colorazione con Ematossilina ed Eosina pi che sufficiente per
levidenziazione dellisola di Langherans.
(Vedi Figura 1).
Come si vede, si distinguono le formazioni nucleari delle varie cellule e la presenza
di sinusoidi (capillari dilatati).
Ad ogni modo, mediante questo metodo di colorazione non possibile individuare,
nellambito dellisola di Langherans, le rispettive componenti cellulari.
I citotipi A, B e D.
Per fare ci occorre servirsi di un ulteriore metodo di indagine.
Studio del Pancreas mediante la tecnica della Paraldeide-Fuxina.
Si tratta pur sempre di una tecnica istochimica tradizionale che impiega una miscela
di coloranti: la Paraldeide e Fuxina.
Mediante tale tecnica stato possibile identificare la popolazione di cellule B.

E i dati consentirono di sancire che, nel citoplasma delle cellule B, linsulina


racchiusa e concentrata allinterno di particolari granuli di deposito.
Questa particolare caratterizzazione va poi estesa a buona parte del vasto panorama di
cellule secernenti, fra cui, in particolare modo, di molte cellule del Sistema
neuroendocrino diffuso.
Questo consent di stabilire il turn-over intracellulare del metabolismo insulinico.
Il granulo di deposito rappresenta il frutto di una tappa terminale della sequenza di
vicende ultrastrutturali che termina con la canonica exocitosi, attraverso cui linsulina
viene dismessa, mediante un processo che prende il nome di degranulazione.
Analizzando, mediante unanalisi comparativa, una isola di Langherans prima e dopo
lemissione di insulina, mediante la tecnica della Paraldeide-Fuxina (che colora
selettivamente le cellule B), possibile ravvisare una maggiore colorazione nel primo
caso ed una minore nel secondo: a dimostrazione sperimentale del fatto che tale
emissione avviene proprio ad opera delle cellule B.

Studio del Pancreas mediante lapplicazione di un metodo immunoistochimico.


Oggigiorno, questa la tecnica di maggiore utilizzo.
Essa prevede lutilizzo di un anti-siero: un siero in cui siano presenti anticorpi che
agiscono in maniera specifica contro le sostanze delle quali si vuole identificare la
sede.
E allora, mediante questa tecnica, stato possibile individuare, pur riaffermando che
il numero e la dislocazione dei citotipi nellisola di Langherans varia, in funzione
della specie e in funzione del singolo individuo in una stessa specie, la locazione dei
suddetti citotipi.
(Vedi Figure 2 e 3).
E allora, si vede:
- (mediante siero anti-insulina) che le cellule insulino-poietiche sono
tendenzialmente dislocate al centro dellisola di Langherans.
- (mediante siero anti-glucagone) che le cellule glucagone-poietiche sono
tendezialmente dislocate alla periferia dellisola di Langherans.
(Vedi Figura 4).

Poi, con la sofisticazione della tecnica, stato possibile colorare in maniera


discriminata le due differenti tipologie cellulari allinterno di uno stesso preparato
istologico.
Studio del Pancreas mediante lapplicazione della microscopia elettronica.
I risultati sperimentali che si ottengono, sicuramente pi precisi, non fanno altro che
confermare, tuttavia, quelli gi ravvisati mediante la tecnica della Paraldeide-Fuxina.
Ricadute patologiche e farmaci ipoglicemizzanti orali.
La principale manifestazione patologica che rivela una disfunzione delle cellule B
dellisola di Langherans sicuramente, come detto, il diabete mellito.
In questo senso, possibile che si verifichi:
- una carenza parziale di insulina.
- Una carenza totale di insulina.
CARENZA TOTALE DI INSULINA.
Quando il citotipo B colpito da cause esterne di varia natura e consistente gravit o
se si ha una alterazione della sua caratterizzazione genetica, si distrugge e si ha,
dunque, una produzione insulinica impossibilitata.
La carenza insulinica totale ed dovuta ad una alterazione morfologica delle cellule
B.
CARENZA PARZIALE DI INSULINA.
Nella maggioranza dei casi.
La cellula B apparentemente indenne da un punto di vista morfologico.
Tuttavia, si avr pur sempre una carenza insulinica: linsulina prodotta non viene
immessa nel circolo ematico.
Viene meno il meccanismo di estrusione exocitotica e cos si ha una carenza parziale
di insulina.
E come se la cellula si trovasse in uno stato di torpore funzionale.
E allora, da un punto di vista terapeutico, quando la cellula B non alterata
morfologicamente ma solo funzionalmente (e si ha, quindi, una carenza parziale di
insulina) la farmacologia sperimentale si attivata nella ricerca di sostanze che
stimolino, nella cellula B torpida, la produzione e lestrusione di insulina.
In questo caso, dunque, si corregge il metabolismo glicidico, stimolando la
liberazione dei granuli di deposito: la degranulazione delle cellule B.
La cosa curiosa che i capostipiti di tali farmaci, detti farmaci ipoglicemizzanti
orali, appartengono al gruppo dei Sulfaminici.
I Sulfaminici, in origine, furono identificati come sostanze ad azione anti-batterica,
che, quindi, manifestavano unattivit bloccante nei confronti della trasmissione di
malattie infettive.

Ma, successivamente, si evidenzi, da parte di alcune sostanze appartenenti alla


classe dei Sulfaminici, unazione stimolante della degranulazione delle cellule B.
E allora si produsse una gamma di derivati di questi farmaci, in cui era stata esaltata
lazione degranulante.
Essi, tuttoggi, trovano larga applicazione nella terapia delle forme pi blande di
diabete mellito.
Caratterizzazione dei granuli delle cellule A, B e D mediante lutilizzo di
tecniche di microscopia ottica.
CELLULE B.
(Vedi Figura 5).
Come si vede, possibile individuare, al di l del nucleo, la componentistica
ultrastrutturale che, ovviamente, trover una disposizione abbastanza caratterizzata,
in conformit alle esigenze funzionali secretorie della cellula stessa.
Nella regione pi estrema, quasi al confine con la membrana plasmatica, possibile
individuare la presenza di granuli di deposito.
Il loro contenuto appare denso al fascio elettronico, elettron-opaco, ma non
omogeneamente.
Infatti, lormone insulinico ha la possibilit di precipitare in forma microcristallinica,
determinando cos laspetto disomogeneo, a scaglie.
CELLULE A.
(Vedi Figura 6).
In questo caso, il contenuto dei granuli appare omogeneamente elettron-opaco e
discosto dalla membrana del granulo da un alone elettron-trasparente.
CELLULE D.
(Vedi Figura 7).
Il contenuto dei granuli ha un aspetto finemente microgranulare, apparendo come un
precipitato fioccoso.
Sostanze elaborate dal Pancreas endocrino.
Analizzando la variet di sostanze prodotte dal Pancreas endocrino, si individua la
presenza di una certa analogia con quelle prodotte in altri distretti dellorganismo:
- Il sistema GEP.

- Il sistema neuroendocrino diffuso.


Ed in effetti, ci non deve stupire pi di tanto, dal momento che tutte le cellule
secernenti endocrine, e quindi anche quelle della quota endocrina del Pancreas,
originano da una stessa matrice staminale: le creste neurali.
E cos, in funzione della cosiddetta regolazione genica, da totipotenti anche in senso
secretorio, il codice genetico delle singole cellule privilegia, allatto pratico, in
seguito a un processo di differenziamento, una specifica funzione ormono-poietica.
Ed infatti, gli insulinomi (un particolare tipo di apudoma), i tumori specifici della
cellula B ripristinano la totipotenza ormonopoietica iniziale, facendo s che le cellule
B, in maniera parafunzionale, cominciano a secernere anche altri ormoni non
caratteristici delle cellule B.
E ci, in effetti, non deve stupire pi di tanto, dal momento che, abbiamo visto, il
processo evolutivo che caratterizza una cellula tumorale quello anaplastico di
sdifferenziamento (e cio, si ripercorre allindietro il processo evolutivo di normale
differenziamento) fino al raggiungimento della facolt secretoria totipotente delle
cellule staminali da cui sono originate.
Alcuni esempi sono.
CELLULA
- A.

PRODOTTO
- Glucagone,
Endorfine,
Colicistochinina.

LOCALIZZAZIONE
- Pancreas insulare.

(Le Endorfine sono altres dette morfine endogene o sostanze oppioidi: imitano
lazione analgesica della morfina. La seconda tipologia di morfine endogene
elaborata dalle cellule del nostro organismo quella delle Enkefaline).
- B.

- Insulina,
e altre sostanze
monoaminiche
biogene, come la
serotonina.

- Pancreas insulare.

- D.

- Somatostatina,
Gastrina.

- Pancreas insulare.

- D-1.

- VIP (Peptide
- Pancreas insulare.
inibitore vasoattivo,
che avevamo gi
analizzato nellintestino).

- PP (detta F).

- PP (ormone polipeptide - Pancreas insulare,

pancreatico).

Ed extrainsulare (ma
il fatto che possano
esserci cellule a
significato endocrino,
anche nellambito di
strutture esocrine non
fa pi scalpore).

ATTIVITA MONOAMINERGICA DEL PANCREAS.


Negli anni 65, quando si cominci ad utilizzare le tecniche immunoistochimiche, si
utilizz, per le cellule del Pancreas insulare, un anti-siero specifico contro enzimi che
smaltiscono le monoamine biogene (e cio, le catecolamine, la serotonina,
ladrenalina e la noradrenalina).
Tale enzima la MALO (monoammino-ossidasi).
Quindi, una presenza di questo enzima rileva in maniera indiretta anche la presenza
di monoamine biogene.
Il fatto che si riscontrasse una delle forte positivit nellambito cellule B,
testimoniava la presenza di unattivit monoaminergica.
Successivamente, nel 66, come ulteriore riprova, si utilizz la tecnica di Falk che,
come detto, rileva specificatamente la presenza di monoamine biogene.
Si evidenzia una forte fluorescenza giallo-verde.
Ed in effetti, si evidenzia, in un preparato istologico, la presenza di fluorescenza
anche in strutture filamentose prossime allisola di Langherans: si tratta dei nervi.
Ci testimonia fondamentalmente 2 cose:
1) Il fatto che le strutture monoaminiche biogene sono caratteristiche tanto del
Pancreas endocrino, quanto delle cellule nervose.
2) Il fatto che le strutture nervose esercitino sicuramente, mediante le proprie
sostanze monoaminiche biogene, unazione stimolante sulle cellule del Pancreas
endocrino che, a loro volta, stimolano la produzione di monoamine biogene.
Le catecolamine esercitano unattivit inibitoria nei confronti della liberazione di
insulina.
Da un punto di vista delle ricadute patologiche, quindi, in soggetti affetti da una
concentrazione iperglicemica (che necessitano di insulina), si pu intervenire
mediante somministrazione di catecolamine.

EPIFISI O GHIANDOLA PINEALE.


Si tratta di una ghiandola a secrezione endocrina annessa allencefalo.
Caratteristica dellepifisi di rimanere particolarmente attiva fino al settimo anno di
vita e di subire, poi, fino alla pubert, una graduale involuzione.

Ed infatti, vedremo che lepifisi presenta, fra le altre, unattivit inibente nei confronti
delle gonadi, tanto che, in caso di formazioni tumorali di essa caratteristiche (come i
pinealomi), e che non a caso colpiscono proprio nellattivit infantile, in seguito alla
conseguente disfunzione, si avr la presenza di una precoce maturit sessuale.
Essa collocata nella zona speculare rispetto allipofisi (e da questo deriva la
caratteristica denominazione), nella zona caudale del terzo ventricolo, e quindi nella
zona opposta rispetto allasse ipotalamico-ipofisario.
Presenta una innervazione ricchissima e si parla di innervazione serotoninergica, in
quanto riceve un apporto neurotrasmettitoriale da parte delle cellule di tali formazioni
nervose.
Vediamo, adesso, di analizzare schematicamente le sue principali caratteristiche.
Anatomia.
Unica: nei mammiferi (fra cui luomo), negli uccelli e negli anfibi.
Duplice: nei vertebrati inferiori (lucertole).
Lunghezza di 8 mm.
Peso di 100-200 mg.
Struttura istologica.
Cellule parenchimali secernenti a disposizione cordonale.
Si evidenzia la porpora arenecea (detta anche sabbia cerebrale).
Funzione.
Elaborazione di 2 ormoni:
1) Glomerulotropine: che rivela il suo tropismo nei confronti della regione
glomurulare della corteccia surrenale, stimolando la produzione di aldosterone
cortico-surrenale (che controlla il metabolismo idro-salino).
2) Melatonina: oggigiorno molto usata, ma spesso impropriamente. In questo caso,
si ha, da parte dellepifisi, un ritmo di elaborazione particolare, per cui si parla di
cronologia nicto-emerale. Lormone viene secreto pi di giorno che di notte. E
cos viene somministrato in tutte quelle condizioni di stress da fuso orario per
limitare lo scombussolamento provocato da uno squilibrio della normale
cronologia di rilascio. Essa, per, in dosi massive determina una carenza della
libido (ed in effetti, abbiamo gi detto che, mediante i suoi ormoni, lepifisi
determina un controllo dellattivit gonadica).
La melatonina si ottiene mediante elaborazione, ad opera di specifici enzimi come
lHIMT (idrossiindolometil-transferasi) della serotonina.

Da un punto di vista delle principali attivit funzionali, riscontriamo:


- Determina una chiarificazione della pelle (in opposizione allattivit della
melanina) negli anfibi.
- Blocca lovulazione (indotta con intense sorgenti luminose) nella ratta.
- Stimola laldosterone e quindi controlla il metabolismo idro-salino.
- Agisce sullattivit gonadica dellipofisi.

EPITELI SENSORIALI.
Classificazione e rapporto con gli elementi nervosi.
Il criterio della differenziazione morfofunzionale per questo tipo di epiteli, rispetto
alle altre tipologie epiteliali, molto pi spinto, molto pi esaltato, molto pi
sofisticato.
Si tratta di tessuti epiteliali costituiti da cellule specializzate per la ricezione delle
impressioni di senso, denominate cellule sensitive secondarie, e da cellule epiteliali
con funzione di sostegno nei confronti della prima.
Questa particolare differenziazione le accomuna, per molti versi, con alcuni tipi di
cellule nervose.
Ma va precisato che si tratta di un accostamento che si basa unicamente sulla capacit
recettiva, sulla capacit di essere sensibilizzate da stimoli esterni. In realt, vedremo,
sono pi le differenze che le analogie.
E cos, parliamo anche di cellule sensitive primarie da cui le cellule sensitive
secondarie vanno distinte. In questo caso, si tratta, infatti, di vere e proprie cellule di
natura nervosa e non di natura epiteliale che costituiscono una speciale classe di
neuroni sensitivi di cui fanno parte anche le cosiddette cellule gangliari.
Ad ogni modo, destiniamo la qualifica di cellule sensitive primarie ad una categoria
molto ristretta di cellule nervose, che compendia solo 2 citotipi:
- Cellule sensitive primarie olfattive.
- Cellule sensitive primarie visive (facenti parte del bulbo oculare).
E quindi, la maggior parte di elementi nervosi funziona recependo stimoli di senso.
Esistono varie classi di cellule nervose stimolate da forme di energia esterne: esse
vengono definite, abbiamo detto, neuroni sensitivi.
Ed occorre effettuare una ulteriore differenziazione dei neuroni sensitivi in 2 grandi
classi:
- Cellule sensitive primarie (gi analizzate).
- Cellule o neuroni gangliari.
Criteri di differenziazione dei neuroni sensitivi.
Fondamentalmente, esistono 2 ordini di differenza:

1) Topografica.
2) Embrionale.

DIFFERENZIAZIONE TOPOGRAFICA.
- Le cellule nervose sensitive primarie sono disposte alla periferia corporea, nel
contesto di organi di senso periferici.
- Al contrario, le cellule gangliari non sono situate allestrema periferia corporea,
ma a met strada fra la periferia e gli organi del sistema nervose centrale
(cio, dal cosiddetto neurasse).
Diremo, pertanto, che si tratta di cellule che fanno parte del cosiddetto sistema
nervoso periferico. Si costituiscono i gangli cerebrospinali, che si dispongono ai
lati del neurasse, ma nella zona pi vicina al neurasse che alla periferia corporea.
DIFFERENZIAZIONE EMBRIONALE.
- Le cellule nervose sensitive primarie nascono e si sviluppano nel contesto di
quegli organi di senso periferici.
Esse si formano assieme ad altre cellule che costituiscono lorgano della vista e
dellolfatto (costituito, infatti, anche da cellule non sensitive) in speciali abbozzi: i
placoidi, per cui si parla di 1) placoide ottico e 2) placoide olfattivo.
- Si ha una differente origine embrionale per le cellule gangliari, non placoidale.
Esse derivano da un territorio embrionale che la cosiddetta neurocresta, una
regione di cellule potenziali staminali da cui originano vari citotipi, fra cui,
appunto, le cellule gangliari e le cellule neuroendocrine.
E allora, riassumendo, possibile individuare fondamentalmente 3 possibili distretti
di origine per le cellule nervose:
1) I placoidi per le cellule sensitive primarie ottiche ed olfattive.
2) La neurocresta per le cellule gangliari.
3) Le pareti del tubo neurale per le cellule di tutte le rimanenti strutture nervose
(si tratta dellabbozzo embrionale da cui origina il sistema nervoso centrale).
Ed in effetti, non a caso individuiamo topograficamente le cellule gangliari in
prossimit del neurasse. Esse, infatti, originano dalla neurocresta che abbarbicata
sul tubo neurale (da cui deriva, appunto, il neurasse).
Cos, anche in epoca post-embrionale, per le cellule gangliari, possibile individuare
questa caratteristica locazione (che non ravvisabile, ad es., per le cellule
neuroendocrine che, pur condividendo lorigine embrionale) migrano nelle zone pi
disparate dellorganismo.

Motivo di accostamento delle cellule sensitive primarie e secondarie: la recezione


dello stimolo.
E questo il fondamentale motivo funzionale che consente di mettere in comparazione
cellule di natura prettamente epiteliale, come le cellule sensitive secondarie, e cellule
di natura pi propriamente nervosa, come le cellule sensitive primarie.
In realt, tuttavia, se entrambi i citotipi sono in grado di accumulare gli stimoli di
senso, solo il secondo in grado di trasmetterlo autonomamente.
Eppure, si potrebbe obiettare, le impressioni di senso accumulate dalle cellule
nervose secondarie vengono egualmente recepite, in ultima istanza, dallo stesso
encefalo.
E quindi, occorre potere spiegare come si configura tale modalit di trasmissione.
Vedremo che si ha lintervento di un particolare dispositivo (che non fa parte della
organizzazione della cellula epiteliale sensoriale) che fa pervenire lo stimolo ai centri
del Sistema nervoso centrale.
Le 3 tipologie di cellule sensitive.
Riassumendo, abbiamo visto che esistono 2 grandi classi di cellule sensitive:
1) Neuroni sensitivi.
2) Cellule epiteliali sensoriali.
E, nel primo caso, si differenzia ulteriormente in:
- Cellule sensitive primarie.
- Cellule gangliari.
Nel secondo, invece, si parla specificatamente di:
- Cellule sensitive secondarie.
CARATTERIZZAZIONE MORFOLOGICA DELLE CELLULE SENSITIVE
PRIMARIE.
(Vedi Figura 1).
Come si vede, possibile ravvisare 3 contrassegni morfostrutturali:
- Una porzione apicale, in cui sono presenti ulteriori prolungamenti che favoriscono
la ricezione dello stimolo.
- Una zona espansa centrale in cui individuiamo il nucleo.
- Un prolungamento terminale che fa parte integrante della cellula (e che
rappresenta un contrassegno strutturale caratteristico delle cellule nervose).
I vari prolungamenti di cellule vicine si impacchettano nella costituzione del
cosiddetto tronco nervoso.

CARATTERIZZAZIONE MORFOLOGICA DELLE CELLULE SENSITIVE


SECONDARIE.
(Vedi Figura 2).
Sono qui rappresentate le 3 tipologie di cellule sensitive secondarie:
- C. s. s. gustative.
- C. s. s. acustiche.
- C s. s. vestibolari.
Come si vede, si ha un denominatore strutturale che le accomuna tutte.
Si potrebbe erroneamente pensare che siano strutturalmente ripartite come le
precedenti cellule sensitive primarie:
- Settore apicale.
- Zona centrale espansa.
- Prolungamento terminale.
Ma proprio in questultimo dispositivo si ha la differenza sostanziale. Infatti, se ben si
osserva, alla base, la cellula chiusa, come consono ad una cellula di natura
epiteliale.
Questo prolungamento terminale, in realt, costituito da una giustapposizione
esterna alla cellula stessa, che ora impareremo a meglio caratterizzare.
Si ha, con questo prolungamento un rapporto di contiguit, e non di continuit.
Questa espansione terminale deve appartenere ad un elemento di natura diversa, che
in grado di prelevare e soprattutto trasmettere gli stimoli di senso ai centri nervosi.
Si parla, allora, di giunzione citoneurale (altres impropriamente detta giunzione
neurosensoriale o, in maniera assolutamente errata giunzione sinaptica).
E corretta la prima dizione in quanto d il senso della trasmissione dellimpulso di
senso: dalla cellula alle strutture nervose.
Per certi aspetti, per il motivo suddetto, fuorviante la seconda.
Ed infine, assolutamente errata la terza: le giunzioni sinaptiche sono, infatti,
specificatamente interneuroniche, e non quindi fra cellule di natura epiteliale e cellule
di natura nervosa.
Si tratta, in definitiva, di un prolungamento proveniente da una vicina cellula nervosa
che consente la trasmissione dellimpulso dalla cellula sensoriale secondaria alla
cellula nervosa stessa (e poi, alle varie altre cellule nervose fino ad arrivare al
neurasse). E, quindi, questo il meccanismo con cui una cellula non autonomamente
in grado di trasmettere uno stimolo, come una cellula epiteliale, consente egualmente
la trasmissione dello stimolo stesso.
La direzione dello stimolo, dal prolungamento al centro della cellula nervosa, si dice
che una direzione centripeta.
E ancora, poich limpulso afferisce al centro della cellula nervosa si parler di
impulso afferente.

E allora, ci si pu chiedere: ma che tipo di neurone questultimo?


Sar sicuramente un neurone gangliare. E il perch abbastanza evidente.
Trattandosi, infatti, di un neurone sensoriale, poich non pu certo essere un neurone
sensoriale primario (per le tipologie di neuroni sensoriali primari esistenti), sar
sicuramente un neurone gangliare.
Si pu dire, in termini generali, che i prolungamenti di una piccola quantit di cellule
gangliari terminer sulla zona basale delle cellule sensitive secondarie, consentendo
la trasmissione dei particolari stimoli suddetti.
Nella maggior parte dei casi, invece, i prolungamenti termineranno nella quota
connettivale (derma) della periferia corporea cutanea.
E consentiranno la ricezione 3 possibili stimoli sensoriali:
- Tattile.
- Termico.
- Dolorifico.
Organizzazione strutturale comune delle cellule sensitive secondarie.
Presenza di una zona basale o della giunzione citoneurale (per il trasferimento
dellimpulso).
Zona perinucleare pi o meno espansa.
Zona energetica: settore apicale riempito di mitocondri (e daltronde, ci
comprensibile perch laccumulo dello stimolo richiede energia).
Zona cuticolare o recettiva: quella sensibile.
Caratteristiche morfofunzionali delle cellule sensitive secondarie.
Sono in grado di recepire un impulso, ma non di trasmetterlo.
Possiedono una base strutturale comune, che consente di effettuare la
quadripartizione in settori sopra esposta.
Le cellule sensitive secondarie sono:
- Cellule gustative.
- Cellule acustiche.
- Cellule vestibolari.
Gli epiteli sensoriali.
In relazione a quanto detto, gli epiteli sensoriali sono:
1) Epitelio gustativo: costituito da cellule chemiorecettrici o chemioaccettrici
(sensibili a stimoli chimici).
2) Epitelio acustico: costituito da cellule fonorecettrici (sensibili a stimoli sonori).

3) Epitelio vestibolare: costituito da cellule statocinetiche (sensibili agli stimoli che


contribuiscono a realizzare lequilibrio corporeo: che riguardano sia la statica che
la deambulazione).

Lepitelio gustativo.
A) Cellule gustative.
Si trovano sulla superficie dorsale della mucosa linguale, nel contesto di
particolari strutture di forma ovoidale, i calici gustativi o botticelli gustativi.
Questi ultimi, a loro volta, non sono sparsi, ma riuniti in rilevatezze della mucosa
linguale: le papille gustative.
Esse possono essere di 3 tipi: 1) papille fungiformi, 2) papille foliate, 3) papille
circumvallate.
E le possiamo ritrovare anche nella mucosa della orofaringe.
Sono dette chemiorecettrici, per la loro particolare capacit di recepire lo stimolo
chimico.
Nel calice gustativo possibile individuare: 1) una lamina basale, e 2) il poro
gustativo.
Ed possibile distinguere le seguenti cellule:
1) Cellule gustative. Da 4 a 20, per calice. Il cui polo apicale presenta numerosi
microvilli con funzione di percezione.
2) Cellule di sostegno. Distinte in cellule a pilastro (pi esterne) e cellule a
bastoncello (pi interne).
3) Cellule basali.
(Vedi Figura 3).
Si tratta della lingua.
Come si vede, possibile distinguere la generica allocazione delle 3 classi di papille
gustative e quali sensazioni di sapore corrispondono le varie porzioni della lingua
stessa.
(Vedi Figura 4).
Si tratta della sommaria struttura di una papilla gustativa.
(Vedi Figura 5).

Si tratta della sommaria struttura di un calice gustativo.

EPITELIO GUSTATIVO.
Risulta essere costituito dalle cosiddette cellule gustative.
Esse si trovano sulla superficie dorsale della mucosa linguale, nel contesto di
particolari strutture di forma ovoidale, i calici gustativi o botticelli gustativi.
Questi ultimi a loro volta non sono dispersi, ma riuniti in rilevatezze della mucosa
linguale e della orofaringe: le papille gustative.
Esistono 3 tipi di papille gustative:
1) Papille gustative fungiformi.
2) Papille gustative foliate.
3) Papille gustative circumvallate.
Abbiamo gi classificato, inoltre, le cellule dellepitelio gustativo come cellule
chemiorecettrici o chemioaccettrici: cellule sensibili agli stimoli chimici.
Pi precisamente, nel calice gustativo possibile distinguere 3 categorie di cellule:
1) Cellule gustative (da 4 a 20 per ogni calice).
Il cui polo apicale presenta numerosi microvilli con funzione di percezione, detti,
alla luce della microscopia elettronica, peli gustativi.
2) Cellule di sostegno.
Ulteriormente distinte in:
cellule a pilastro (pi esterne)
cellule a bastoncello (pi interne).
3) Cellule basali.
DISLOCAZIONE DELLE 3 TIPOLOGIE PAPILLARI NELLAMBITO DELLA
MUCOSA LINGUALE.
(Vedi Figura 1).
Come si vede, possibile individuare:
- Nella zona pi profonda e nella orofaringe, le papille circumvallate.
- Nella zona centrale, le papille fungiformi.
- Nelle zone laterali, le papille foliate.
(Vedi Figura 2).

Si ha qui la schematica rappresentazione di una generica papilla circumvallata, nei


cui bordi possibile individuare i diversi calici gustativi.

(Vedi Figura 3).


Si ha qui la schematica rappresentazione di un generico calice gustativo, nel quale
possibile distinguere le 3 diverse categorie cellulari: cellule gustative, cellule di
sostegno, cellule basali.

CELLULE ACUSTICHE.
Si trovano nellorgano spirale interno del Corti (che fa parte del labirinto
membranoso dellorecchio interno) e sono dette cellule fonorecettrici, in quanto in
grado di recepire gli stimoli sonori.
(Vedi Figura 4).
Come si vede, da questa figura molto schematica, possibile individuare il
padiglione auricolare, da cui si diparte il meato acustico.
Questultimo termina nella chiocciola o scala timpanica, allinterno della quale
possibile individuare lorgano del Corti.
Le cellule fonorecettrici si dividono in:
1) Cellule acustiche esterne.
~15000, disposte in 3-5 file. Nella zona apicale recettrice, vi sono 50-100
stereociglia disposte a diversa altezza con una conformazione a V (che, nella
Istologia classica, caratteristicamente, venivano definite peli acustici).
(Per stereociglio si intende un ciglio fisso, non vibratile).
2) Cellule acustiche interne.
~3500, disposte in ununica fila. Nella zona apicale recettrice, vi sono ~20
stereociglia pi spesse di quelle delle cellule acustiche esterne.
(Vedi Figura 5).

Si ha una formazione membranosa che prende il nome di membrana tettoria. In


corrispondenza di questultima impattano gli stimoli sonori e si trasmettono,
successivamente, ai cosiddetti peli acustici delle cellule acustiche esterne sottostanti.
E possibile notare, sempre dallanalisi della stessa figura, in corrispondenza della
porzione basale i terminali assonici di neuroni di senso che, compattandosi e
riunendosi, costituiscono un vero e proprio tronco nervoso.
I suddetti neuroni di senso vengono a costituire i gangli cocleari o gangli acustici,
che, a loro volta, costituiscono il nervo cocleare o nervo acustico (attraverso cui lo
stimolo trasmesso al sistema nervoso centrale).
Il nervo cocleare insieme al nervo vestibolare viene a costituire il cosiddetto nervo
acustico.
Sono presenti nella struttura dellorecchio interno anche altre cellule che non hanno
funzione sensoriale, ma unicamente plastico-strutturale: i pilastri timpanici.
(Vedi Figura 6).
Si tratta della rappresentazione molto schematica di una cellula acustica esterna,
condotta sulla base della SEM.
Nella porzione apicale facile individuare, anche sulla base della microscopia ottica,
il contrassegno ultrastrutturale delle stereociglia a scalare, con la caratteristica
conformazione a V.
Nella porzione basale, possibile individuare il terminale assonico di un neurone
gangliare di senso.
Esso si incarica di recepire lo stimolo e di trasferirlo per via afferente, in senso
centripeto: dalla cellula acustica al corpo della cellula gangliare. Si parla, allora, di
componente afferente.
Ma possibile individuare anche unaltra terminazione che percorsa da un impulso
che decorre in senso inverso rispetto al verso di percorrenza del terminale assonico
sensitivo: terminazione motrice o terminazione motoria.
Essa si incarica di inviare impulsi che regolano la funzionalit ricettiva delle cellule
acustiche per via efferente, in senso centrifugo: dal corpo della cellula gangliare alla
cellula acustica.
Si tratta di una terminazione nervosa mista, caratterizzata da:
- una componente sensitiva
- una componente motrice.
TERMINAZIONI DI I e II TIPO.

Quindi, riassumendo quanto detto, entrambi i tipi cellulari (cellule acustiche esterne
ed interne) sono in rapporto, nel loro polo basale, con 2 tipologie di giunzioni
citoneurali di tipo sinaptoide:
1) Terminazioni di I tipo.
Sono piccole e presentano vescicole sinaptiche.
Abbiamo gi detto che si tratta di terminazioni afferenti di tipo sensoriale:
riconducono lo stimolo dalla periferia al centro della cellula nervosa, con decorso
centripeto.
2) Terminazioni di II tipo.
Appaiono pi grandi.
In questo caso, si tratta di terminazioni efferenti di tipo motorio.

CELLULE VESTIBOLARI.
Le cellule vestibolari si trovano:
- in zone differenziate dette macule. Si parla, allora, di macula dellutricolo e
macula del sacculo. Le macule rappresentano dilatazioni del labirinto
membranoso;
- nelle 3 creste ampollari, porzioni dilatate a forma di ampolla di terminazione dei
3 canali semicircolari.
Per la notevole lunghezza delle chinociglia (per chinociglio si intende uno
stereociglio particolarmente lungo) e delle stereociglia, le cellule vestibolari
ampollari sono dette anche cellule capellute.
(Vedi Figura 7).
Dalla figura possibile distinguere, nella parte sinistra, la chiocciola o scala
timpanica e, nella parte destra, lorgano vestibolare.
Qui, possibile distinguere una zona espansa e dei canali semicircolari che terminano
con delle porzioni dilatate, le creste ampollari.
E possibile individuare anche altre 2 formazioni estroflesse del labirinto: le macule.
CLASSIFICAZIONE FUNZIONALE.
C. v. delle macule utricolare e sacculare: si tratta di cellule recettrici delle
sollecitazioni statiche gravitazionali e cinetiche delle accelerazioni lineari.

C. v. delle creste ampollari: si tratta di cellule recettrici delle sollecitazioni


cinetiche delle accelerazioni rotatorie.
CLASSIFICAZIONE MORFOLOGICA.
In questo caso, si distingue in:
C. v. di I tipo: a forma di fiasco.
C. v. di II tipo: di forma cilindrica.
RISVOLTO PATOLOGICO.
Un esempio abbastanza caratteristico delle affezioni che riguardano lorgano
vestibolare, le cosiddette sindromi vertiginose, sicuramente la sindrome di
Menier.
Essa, riguardando le sollecitazioni cinetiche, interessa preminentemente le cellule
vestibolari delle creste ampollari.
Ad ogni modo, va detto che possibile ricollegare ad un particolare danno
vestibolare le varie patologie vertiginose in relazione alla caratteristica disfunzione
che si viene a determinare.
In ogni caso, possibile distinguere in:
- Lesioni estrinseche.
Se determinate, ad es., da formazioni tumorali che interessano le strutture
encefaliche circostanti, che possono determinare compressioni e quindi pi o
meno parziale danneggiamento alla stessa struttura vestibolare.
- Lesioni intrinseche.
Nel caso in cui interessano direttamente la struttura vestibolare.
Da un punto di vista diagnostico, pertanto, si interviene con i cosiddetti test o prove
funzionali dellapparato vestibolare.
(Vedi Figura 8).
Come si vede, possibile individuare 2 citotipi sensoriali vestibolari, sulla base di
una classificazione morfologica:
- Cellule a fiasco.
- Cellule a cilindro.

Come ulteriore pi fine notazione ultrastrutturale, va detto che i terminali che


interessano la cellula a fiasco ne abbracciano il corpo interno, lasciandole libere
unicamente le chinociglia e le stereociglia.
Al contrario, nel caso delle cellule cilindriche, i terminali nervosi si limitano
canonicamente alla regione basale.
Inoltre, va precisato che si tratta anche in questo caso, come per le cellule sensoriali
acustiche, di terminazione mista, che presenti:
- una componente sensoriale afferente-centripeta;
- una componente motoria efferente-centrifuga.

IL TESSUTO NERVOSO.
Cenni introduttivi.
Lo studio delle cellule del tessuto nervoso ha subito una vera e propria evoluzione
interpretativa, da parte degli ambienti scientifici, che ha trovato un suo
perfezionamento solo in tempi relativamente recenti.
LANALISI PURAMENTE MORFOLOGICA.
Le prime acquisizioni concettuali le si ottenute con limpiego della microscopia
ottica e mediante limpiego di un particolare metodo di colorazione, messo a punto da
Camillo Golgi e Ramn y Kajal Santiago, che, peraltro, ottennero il primo nobel
assegnato per questo genere di studi.
Il metodo di colorazione in questione (ancora oggi largamente usato, per scopi
analitici puramente morfologici) consiste nellutilizzo di sali di Ag, di Cr e di altri
metalli pesanti.
Esso ha incontrato una tale fortuna per la sua capacit di selezionare pochi elementi
neuronali, ignoriamo ancora oggi perch, fra la moltitudine altrimenti presente nel
preparato (si tratta, dunque, di un vero e proprio artefatto di tecnica) in maniera tale
da condurre in maniera pi agevole e discriminata lindagine morfologica.
Quindi, sulla base dellutilizzo del microscopio ottico e dei suddetti coloranti, ci
muoviamo ancora nellambito di una analisi morfologica di tipo strutturale.
Successivamente, con il progresso della tecnica, si pot impiegare anche il
microscopio elettronico. Anche in questo caso, ad ogni modo, ci si limitava ad una
analisi morfologica bench di tipo ultrastrutturale.
Di conseguenza, siamo ancora immersi nel campo della Istologia classica, che basa la
propria indagine su una pura e semplice analisi di tipo strutturale-morfologico.

E fino a questo momento, la potenzialit recettiva e quella trasmittente dei citotipi in


questione apparivano come le uniche possibili estrapolazioni funzionali deducibili.
LA RIVOLUZIONE DEI CONIUGI SCHERRER.
In corrispondenza dello sviluppo degli studi istochimici e del loro costante
perfezionamento, ci si rende conto che unanalisi come quella precedentemente
proposta risultava essere grossolanamente limitante.
Fu grande, infatti, lo scandalo quando i due coniugi Scherrer riuscirono a dimostrare,
nei primi anni 50, in maniera assolutamente inconfutabile, che, in realt, le cellule
nervose tradizionalmente reputate in grado di percepire e trasmettere gli stimoli, in
realt presentano anche una potenzialit secretoria di sostanze specifiche a significato
incretivo-ormonale, per cui si pass dalla riduttiva dizione di Endocrinologia a quella
ben pi estensiva di Neuroendocrinologia, e si parla di neurosecrezione.
Gli studi, in questo senso, vennero inizialmente condotti sul cosiddetto Sistema
ipotalamico-magnocellulare e, successivamente, sul Sistema ipotalamicoparvicellulare, ma venne poi esteso ad altre strutture nervose diffuse.
LANALISI MORFOFUNZIONALE DELLISTOCHIMICA E DELLISTOLOGIA
MODERNA.
La rivoluzione apportata dai coniugi Scherrer ebbe il merito di aprire nuovi orizzonti
a questo tipo di ricerche sul tessuto nervoso, che analizzavano pi in particolare
laspetto funzionale della questione, prima tenuto in scarsa considerazione.
Con lutilizzo di pi sofisticate tecniche di indagine istochimica, come la cosiddetta
tecnica di Falk, ci si rese conto, ad es., che un numero di neuroni molto pi elevato
rispetto a quello delle cellule nervose che elaborano sostanze specifiche a significato
incretivo-ormonale capace di elaborare sostanze specifiche di natura non ormonale:
i neurotrasmettitori.
Viene, quindi, esteso ed ampliato il concetto di neurosecrezione introdotto dagli
Scherrer.
Cos si riesce a capire definitivamente come, a livello delle giunzioni sinaptiche
intraneuronali, avvenga la comunicazione dellimpulso.
I neurotrasmettitori a cui si rivolge la tecnica di Falk sono monoamine biogene e
specificatamente:
- le catecolamine (adrenalina e noradrenalina);
- la serotonina.
E poi, con le indagini immunoistochimiche, il concetto di neurosecrezione stato
ancor di pi ampliato, alla luce del fatto che si ha, per scopi neurotrasmettitoriali,
anche lelaborazione di sostanze peptidergiche.

LA NEUROSECREZIONE.
Ma opportuno precisare che si ha a che fare fondamentalmente con 2 generici tipi di
neurosecrezione:
- Neurormonopoiesi.
- Neurocrinia o paracrinia neuronale.
E, ad ogni modo, frequente che una stessa sostanza assuma una differente
caratterizzazione funzionale, in relazione alla differente modalit di dismissione.
Classificazione del Sistema nervoso.
(Vedi Figura 1).
In termini generali, va detto che, come ovvio, si ha a che fare con differenti
tipologie di Sistema nervoso, in relazione al differente tipo di organismo vivente (ed
al posto da esso occupato nella scala evolutiva) in questione, per cui via via che si
passa dallo studio di organismi molto semplici (come i vermi e, in genere, gli insetti)
allo studio di organismi molto evoluti (come luomo) la questione si va complicando.
In altri termini, si assiste a una progressiva centralizzazione delle strutture nervose
dai tessuti periferici allasse corporeo.
(1) E qui presentata la schematizzazione di una delle pi semplici tipologie di
Sistema nervoso. Come si vede, le cellule neuronali sono direttamente immesse
nellambito dei tessuti periferici, da cui ricevono gli impulsi che si incaricano di
trasmettere ai principali Centri nervosi, con cui sono immediatamente in
comunicazione.
(2) E qui presentata la schematizzazione di una pi evoluta, ma sempre piuttosto
semplice, tipologia di Sistema nervoso. In questo caso, i neuroni sono sempre
direttamente immessi nellambito dei tessuti periferici, ma la comunicazione
dellimpulso ai Centri nervosi non avviene per via diretta, ma pu avvenire
mediante giunzioni sinaptiche interneuronali.
(3) E qui presentata la schematizzazione di una particolarmente evoluta tipolgia di
Sistema nervoso. In questo caso, i neuroni sono comunicanti mediante giunzioni
sinaptiche e non si ha quasi assolutamente la presenza di neuroni sui vari tessuti
periferici, che, al contrario, sono raggiunti mediante le terminazioni neuroniche.
Ed importante sottolineare che, negli organismi superiori (come lUomo), il
processo di centralizzazione si compie gi a livello dello stesso tubo neurale, ad opera

delle cellule nervose ancora non particolarmente differenziate che lo costituiscono: i


neuroblasti, anticipando cos la futura organizzazione strutturale delladulto.
E vedremo quanto grande, in questo senso, sar la funzione di guida esplicata dalle
cellule di nevroglia nei confronti dei neuroblasti migranti.
Ad ogni modo, bene, gi fin dora, sottolineare lestrema importanza di un tale
fisiologico processo di sviluppo embrio-fetale per la conseguente costitutivit
morfologica e strutturale delladulto.
CLASSIFICAZIONE MORFOLOGICA DEL SISTEMA NERVOSO.
Nellambito di questa generica premessa iniziale, abbiamo pi volte fatto riferimento
al cosiddetto Sistema nervoso.
Adesso, vediamo di meglio caratterizzarlo da un punto di vista morfologico.
In questo senso, possibile distinguere in:
1) Sistema nervoso centrale (SNC) o Neurasse o Asse cerebro-spinale: costituito
dallencefalo e dal midollo spinale.
2) Sistema nervoso periferico (SNP) o paraneurassiale (per la allocazione in
prossimit del neurasse) o extraneurassiale: costituito dalle cellule gangliari e
dai nervi. Le cellule gangliari, che vengono a costituire i gangli cerebro-spinali,
originano, come si visto in Embriologia, dalle cosiddette neurocreste: strutture
ectodermali e a forma di semiluna, disposte al di sopra del tubo neurale.
E dalle cellule delle neurocreste (che, per il loro rapporto di parentela topografica
con il tubo neurale, vengono chiamate paraneuroni), che sono cellule staminali,
originano, appunto, le cellule gangliari, che si collocano ai lati del neurasse e le
cellule del Sistema Neuroendocrino Diffuso.
E allora, si stabilisce un certo grado di affinit fra le cellule del Sistema
Neuroendocrino Diffuso e i neuroni propriamente detti in termini di metaboliti
istochimici presenti in entrambi i citotipi, rivelando dunque la comune origine
filogenetica.
E poi, possibile distinguere una terza tipologia di strutture nervose:
3) Le cellule sensitive primarie olfattive e visive, che, derivanti embriologicamente
dagli abbozzi placodiali, nel contesto di quegli organi in cui funzionano,
rappresentano, per la loro diretta dislocazione nellambito dei tessuti periferici
(normalmente, abbiamo visto, raggiunti mediante le terminazioni nervose) un residuo
vestigiale filogenetico ancestrale dei pi antichi antenati delluomo.
CLASSIFICAZIONE FUNZIONALE DEL SISTEMA NERVOSO.
Sulla base di una classificazione funzionale, possibile distinguere in:
- Sistema nervoso volontario (o della vita di relazione).
- Sistema nervoso involontario o autonomo (o della vita vegetativa).

Questultimo, in particolare, sfugge ai nostri controlli volitivi.


Ad es., si incarica di regolare le 2 principali funzioni dellapparato gastro-enterico: la
secrezione e la motilit.
Per cui, il Sistema nervoso enterico un tipo di Sistema nervoso autonomo.
IL PARENCHIMA E LO STROMA DEGLI ORGANI NERVOSI.
Trattandosi di strutture organiche, e quindi pluritissutali, anche in questo caso
possibile individuare un parenchima e uno stroma.
Il parenchima degli organi nervosi il cosiddetto tessuto nervoso propriamente
detto.
Al contrario, lo stroma il cosiddetto tessuto di nevroglia.
A tal proposito, va detto che impropriamente, in passato, si ritenne che lo stroma
avesse, nei confronti del nobile parenchima, un ruolo satellitare, subordinato e che si
limitasse allesecuzione del supporto meccanico e dellapporto trofico.
In realt, si tratta di un tessuto altamente attivo, che si incarica delladempimento
anche di funzioni nobili, come:
- la secrezione;
- la trasmissione dellimpulso.
Tant vero che, oggigiorno, si preferisce parlare di unit neurone-glia (dove il
suffisso glia unabbreviazione di nevroglia).
Concezione morfologica del neurone.
CENNI INTRODUTTIVI.
I molti ricercatori dellultima met del diciannovesimo secolo e della prima met del
ventesimo, attraverso le tecniche di microscopia ottica prima e con il beneficio della
microscopia elettronica successivamente, si limitarono alla pura e semplice analisi
morfologica delle cellule del tessuto nervoso, producendo inizialmente dati che si
soffermarono sulla struttura generale e in un secondo momento su una fine analisi
strutturale, ultrastrutturale e macromolecolare.
Ma niente venne fatto in merito alla componente funzionale.
Perch vi fosse un corretto approccio funzionale fu necessario il contributo della
Istochimica, che consent, ad es., di rilevare la presenza, allinterno delle cellule
nervose, di sostanze specifiche elaborate dalle cellule nervose stesse che, pertanto,
acquisiscono una significativa potenzialit secretoria che sostanzia la funzionalit
conduttrice di quello che chiameremo impulso nervoso.
E stato sperimentalmente dimostrato, infatti, che, se private della capacit di
elaborazione di specifiche sostanze che facilitano la trasmissione di messaggi chimici
fra un neurone e laltro (neurotrasmettitori), le cellule nervose perdono pure la
capacit neurotrasmettitoriale.

E quindi, la funzione trasmittente dellimpulso nervoso soggiace alla suddetta


produzione di sostanze specifiche di natura chimica che facilitano loperazione e che,
pertanto, chiamiamo neurotrasmettitori.
Una pi precisa analisi della caratterizzazione funzionale dei neuroni, tuttavia,
presuppone una pi approfondita conoscenza dellaspetto morfologico che
caratterizza le cellule nervose.
Anzi, a tal proposito, bene sottolineare che non c un rapporto di sinonimia fra
neurone e cellula nervosa: il neurone, come dimostreremo, un qualcosa di pi
esteso strutturalmente e funzionalmente parlando rispetto alla pi semplice cellula
nervosa.
(Vedi Figura 1).
Il concetto di cellula nervosa, infatti, terminologicamente, si ferma a livello di quel
primo, sottilissimo prolungamento che si diparte dal pirenoforo, e che chiamiamo
neurite o prolungamento nervoso.
Esso, tuttavia, si continua con tutta una serie di guaine e rivestimenti (che
consedereremo successivamente), tanto da fare del neurite un corpo assile centrale
che prende il nome di assone o cilindrasse.

Il soma o pirenoforo o corpo del neurone.


(Il termine pirenoforo, di reminiscenza aristotelica, sta ad indicare
etimologicamente la struttura neuronale da cui scaturisce, come una fiamma,
limpulso nervoso).
(Vedi Figura 1).
Esso rappresenta il centro trofico dellintero neurone.
E qui possibile distinguere un nucleo molto distinto e disposto nella porzione
centrale.
Da esso si dipartono, inoltre, altri prolungamenti di diverso aspetto (che
successivamente analizzeremo pi approfonditamente):
- Prolungamenti protoplasmatici o dendriti: si tratta di prolungamenti tozzi, corti
e grossolani che si dipartono a breve distanza lungo il pirenoforo della cellula
nervosa, ramificandosi successivamente e conferendole il caratteristico aspetto
arborescente (Vedi Figura 1).

- Neurite o prolungamento nervoso: esso si diparte da una struttura caratteristica


del pirenoforo, che prende il nome di cono demergenza. Si tratta di un singolo
prolungamento molto pi sottile rispetto a un comune prolungamento dendritico,
che si porta ad una certa distanza dal corpo cellulare, divenendo successivamente
assone o cilindrasse, allorch da nudo che era, si riveste da tutta una serie di
guaine ed involucri caratteristici, che andranno a costituire la cosiddetta fibra
nervosa. Si viene, con la trasformazione del prolungamento neuritico in assone, il
sostanziale passaggio dalla cellula nervosa al neurone.
La fibra nervosa si apre alle terminazioni nervose ed , quindi, il prolungamento
del neurite rivestito da guaine ed involucri di varia natura tissutale (vedremo,
successivamente, e nevrogliare e connettivale).
Si suole spesso ma erroneamente dire che, nel pirenoforo, sono contenuti elementi
caratteristici della cellula nervosa.
In realt, dimostreremo, tali componenti sono caratteristici di ogni possibile citotipo,
ma proprio nelle cellule nervose assumono una particolare rilevanza, che non
assumono in altre cellule, tanto da far credere, in passato, erroneamente ad una
esclusivit di possesso da parte dei neuroni.
Analizzeremo, adesso, pi nello specifico ognuna di tali componenti, ma fin dora
possiamo dire che esse sono fondamentalmente 3:
- Neuroplasma con pigmenti.
- Sostanza tigroide o Sostanza cromofila di Nissl o Zolle di Nissl.
- Neurofibrille.
NEUROPLASMA CON PIGMENTI.
Innanzitutto, ovvio che il neuroplasma altro non sia che una particolare forma di
citoplasma, specifica delle cellule nervose.
Inoltre, possibile rilevare qui una caratteristica pigmentazione che, tuttavia,
errato considerare componente esclusiva delle cellule nervose. Il fatto , per, che
proprio nelle cellule nervose si ha una assai maggiore rilevanza quantitativa.
Esistono, sotto questo punto di vista, differenti forme di pigmenti, come i pigmenti di
Melanina, di colore particolarmente scuro e caratteristici delle aree neuronali del
mesencefalo; o ancora, pigmenti lipidici, dal caratteristico colore giallastro etc.
SOSTANZA TIGROIDE O SOSTANZA CROMOFILA DI NISSL O ZOLLE DI
NISSL.
(Vedi Figura 2).
Si sa oramai che quella sostanza tigroide, presente allinterno del neuroplasma in
forma di zolle (da cui la denominazione di zolle di Nissl) o di granuli paranucleari,
altamente reattiva a sali di metalli pesanti come il Cr (da cui la denominazione di

sostanza cromofila di Nissl), altro non , alla luce della microscopia ottica e
soprattutto della microscopia elettronica, che ergastoplasma.
Lergastoplasma, che gi di per s per definizione possiede una caratterizzazione di
intensa attivit funzionale, in realt nei neuroni si trova in uno stato di ulteriore
esaltazione.
Essa rispecchia una spiccata potenzialit protidosintetica, da parte delle cellule
nervose, che spiegabile alla luce delle seguenti considerazioni:
- la cellula nervosa direttamente coinvolta nella sintesi dei neurotrasmettitori che,
fino ad una decina di anni fa, erano considerati di esclusiva costitutivit proteica;
- la cellula nervosa perde assai precocemente la capacit divisionale moltiplicativa.
Si sempre supposto, infatti, che quanto precocemente il neurone subisce un
processo differenziativo altrettanto precocemente perde la capacit moltiplicativa
divisionale, al punto che, si pensato, i neuroni di un individuo adulto sono
esattamente gli stessi che il medesimo possiede alla nascita.
Ecco, allora, che, per adeguare la propria struttura al territorio di innervazione in
accrescimento (secondo unattivit compendiata dalla legge di Levi, e non da
quella delle dimensioni cellulari costanti di Driesch), le cellule nervose
aumentano il proprio volume e la propria massa proporzionalmente alla struttura
del soma. E per fare ci, necessaria unintensissima attivit sintetica di
produzione della principale loro stoffa costitutiva: le proteine.
Questultimo aspetto, tuttavia, potrebbe, come accaduto in passato, far
erroneamente pensare ad una sostanziale staticit evolutiva della cellula nervosa. E
stato sperimentalmente dimostrato, per, che un tale convincimento non trova
fondamento nella realt istologica.
Lo si pu assai facilmente osservare praticando, ad es., unassonomia sperimentale,
resecando il prolungamento neuritico che si diparte dal pirenoforo (per cui, alla luce
di quanto detto prima circa la differenza fra neurite e assone, una tale denominazione
non molto precisa). La cellula nervosa risponde, tendendo a ripristinare la propria
struttura, impegnando in maniera massiva la capacit protidosintetica della sostanza
tigroide che, pertanto, si raref nel citoplasma, dando vita al caratteristico processo di
tigrolisi.
Quindi, a differenza di quanto erroneamente si pensava in passato, la tigrolisi non
rappresenta uno stato di sofferenza del neurone, bens unoperazione di
ristrutturazione. E allora, si d un significato funzionale differente al concetto di
tigrolisi, che rappresenterebbe la prontezza del neurone nel ristabilire le porzioni
perdute.
Ed allora, in tempi relativamente recenti, stato introdotto il concetto di
neuroplasticit neuronale, a dispetto delle teorie di Kajal Santiago che riteneva il
neurone come un citotipo altamente cristalizzato da un punto di vista della risposta a
possibili stimoli esterni, intesi come modificazioni della sua struttura.
Cos, in risposta a vari stimoli (farmacologici, indotti, spontanei etc.), il neurone
reagisce un riadattamento e rimodellamento della sua struttura.

(Vedi Figura 3).


Allo stesso modo, se alteriamo la sinapsi si ha una naturale e spontanea tendenza ad
un suo ristabilimento, attraverso un processo di neosinaptogenesi, che contraddice
ulteriormente il concetto cristalizzazione neuronale.
La neuroplasticit apre, inoltre, una grande finestra sulla prospettiva di riorganizzare
un territorio nervoso, anche se esso va in preda a fenomeni di necrosi. Ci, ad es., pu
essere importante nellambito della cosiddetta patologia vascolare dellencefalo, nel
caso in cui non vi sia un sufficiente apporto di sangue.
Si ha la possibilit di intervenire nel focolaio apoplettico e ischemico direttamente,
attraverso stimoli terapeutici che inducono la neuroplasticit delle cellule nervose.
Quindi, in termini pi espliciti, per neuroplasticit si intende: la capacit di
adattamento morfofunzionale dei neuroni, di modificazione a breve, a medio e a
lungo termine delle loro attivit funzionali (metabolismo, eccitabilit), delle loro
caratteristiche morfologiche (ristrutturazione delle sinapsi e del citoscheletro), in
seguito a sollecitazioni di varia natura (livello di neurotrasmettitori, di ormoni, di
cambiamenti ambientali).
Esistono, quindi, fondamentalmente 2 tipi di neuroplasticit:
- neuroplasticit spontanea;
- neuroplasticit indotta.
LE NEUROFIBRILLE.
Anche questa, struttura erroneamente ritenuta esclusiva dellelemento nervoso.
Lequivoco sorge alla luce del cosiddetto metodo neurofibrillare della microscopia
ottica, attraverso cui possibile evidenziare allinterno del pirenoforo, una serie di
filamenti che si incrociano in unimmagine reticolare.
E importante lintuizione del ruolo funzionale di trasmissione che esse
svolgerebbero, che avvenne inizialmente in un contesto in cui tale assunzione non
poteva ancora essere dimostrata.
In realt, tuttavia, non si tratta di una struttura reale, bens il frutto di un vero e
proprio artefatto di tecnica: il prodotto della conglutinazione, dellappaiamento, a
causa dei fissativi utilizzati, delle 2 subunit citoscheletriche costitutive di ogni
citotipo: i neurotubuli e i neurofilamenti.
Di conseguenza, la neurofibrilla non ha un reale substrato molecolare.
E, per, egualmente vera la teoria per cui risiede nei neurotubuli e nei
neurofilamenti, come vedremo, il segreto della trasmissione dellimpulso nervoso.
Le spine dendritiche.
(Vedi Figura 4).

Come si pu facilmente riscontrare, osservando un opportuno preparato istologico, il


decorso dei prolungamenti dendritici non lineare, uniforme, regolare. Al contrario,
come se essi fossero armati di tutta una serie di emanazioni spigolari: le spine
dendritiche.
Esse divengono dei dispositivi sinaptici di interconnessione fra un neurone e laltro.
Quindi, lungo i prolungamenti dendritici vi sono molti collegamenti sinaptici.
E possibile rilevare la presenza di neuroni con dendriti ad elevatissima densit di
spine dendritiche in specifiche regioni dellencefalo coinvolte nei processi
dellapprendimento e della memoria, quale la regione setto-ippocampica.
Dimostrazione abbastanza palese di ci la si ha considerando che, nel senile, si ha
una progressiva diminuzione e della capacit di apprendimento e della memoria, e ci
corrisponde ad una altrettanto progressiva diminuzione nel numero delle spine
dendritiche lungo tutto il decorso dei prolungamenti dendritici dei neuroni, ad es.,
nella regione setto-ippocampica, in cui i neuroni piramidali dellIppocampo
comunicano con i neuroni colinergici della Regione Settale, proprio mediante
particolari giunzioni sinaptiche da esse assicurate.
Pertanto, si pu sicuramente dire che le spine dendritiche costituiscono lequivalente
strutturale dei processi cognitivi.
Recenti evidenze sperimentali dimostrano che la somministrazione di
fosfatidilserina, un fosfolipide insaturo essenziale, determina in un ratto vecchio il
ripristino, in seguito a fenomeni di neuroplasticit, delle spine dendritiche.
La fibra nervosa.
OLIGODENDROCITI E CELLULE DI SCHWANN.
Abbiamo gi in precedenza introdotto il concetto di fibra nervosa: prolungamento
del neurite, rivestito da guaine. Di conseguenza, bene sottolineare che la fibra
nervosa non nasce dal pirenoforo della cellula nervosa, ma nasce dopo un certo tratto
sul decorso del neurite, inizialmente molto esile e nudo, trasformandolo di
conseguenza nel terminale assonico o cilindrasse (che assume una tale
denominazione, abbiamo detto, proprio perch si ritrova ad essere assialmente al
centro di tutta una serie guaine e fibre di varia natura istologica).
La cosa interessante, inoltre, che le neurofibrille si estendono a livello del
prolungamento neuritico, e non solo nel neuroplasma.
(Vedi Figura 1).
Come si vede, il manicotto esterno di rivestimento non ha un andamento regolare, ma
subisce strozzamenti ad intervalli regolari: strozzamenti anulari del Ranvier o nodi
del Ranvier. Si tratta di restringimenti in corrispondenza dei quali la guaina
mielinica sembra interrompersi. Tuttavia, non si ha alcuna reale discontinuazione, ma
un semplice restringimento, una diminuzione dello spessore ad intervalli regolari.
Il tratto di fibra compreso fra due successivi strozzamenti prende il nome di
segmento interanulare o segmento internodale.

A questo punto, dunque, necessario chiedersi da dove provenga la guaina mielinica.


A tal proposito va detto che la struttura assonica centrale sicuramente di derivazione
neuronale e rappresenta una particolare emanazione della cellula nervosa.
Ma, tutto quello che rimane addossato allassone e che compone parte delle guaine e
degli involucri della fibra nervosa non di pertinenza del tessuto nervoso. Si tratta,
invece, di strutture extra-neuronali. La guaina mielinica (il rivestimento pi interno.
Essa, nei comuni preparati istologici, si perde, divenendo trasparente, poich gli
alcoli, utilizzati nellallestimento del preparato, la sciolgono, essendo questultima
fondamentalmente di natura lipidica) cosiddetta, nel processo formativo della
mielinogenesi, di derivazione nevrogliare.
Oggi sappiamo che, a differenza di quanto si pensava precedentemente e cio che
solo uno il citotipo funzionalmente deputato al processo della mielinogenesi, ci sono
2 precisi citotipi che si incaricano di fabbricare la guaina mielinica in sedi differenti
del tessuto nervoso:
- Oligodendrociti a livello delle fibre e degli organi del SNC, ove costituiscono
la cosiddetta oligodendroglia.
- Cellule di Schwann a livello delle fibre e degli organi del SNP, ove
costituiscono la cosiddetta nevroglia periferica.
Si ha quindi una vera e propria condivisione funzionale fra oligodendrociti e cellule
di Schwann.
IL PROCESSO DI MIELINIZZAZIONE.
Il processo di mielinizzazione avviene in epoca embrio-fetale allorch il neurite,
inizialmente nudo, inizia a ricoprirsi di involucri, il primo dei quali appunto la
guaina mielinica. Ed , dunque, ovvio che tanto gli oligodendrociti quanto le cellule
di Schwann debbono trovarsi, nel corso dello sviluppo, strettamente associate al
neurite nudo.
Cerchiamo di analizzare le tappe fondamentali di questo evento altamente transeunte.
(Vedi Figura 2).
Avviene che le cellule di nevroglia, inizialmente associate al neurite nudo (I),
cominciano ad abbracciare, per cos dire, il neurite posto al centro del futuro
cilindrasse della fibra nervosa (II).
Si tratta di un processo assolutamente sequenziale.
Il manicotto mielinico si forma a spese di quella che erroneamente in passato era
considerata lunica cellula con potenzialit mielinogenetiche. Tuttavia, nella realt
istologica, lo schema da riferirsi ad entrambe le cellule di nevroglia.
Essa ha un suo nucleo e una certa espansione citoplasmatica.

I 2 lembi periferici cominciano ad avvolgere uniformemente ed estesamente lassone


(III).
Si formano due vere e proprie propaggini citoplasmatiche che si avvicinano da
distanti che erano e, successivamente, un si insinua al di sotto dellaltra a ridosso
dellassone (IV). Questo primo prolungamento detto mesoassone.
Si verranno a formare successivamente varie volute di lembi citoplasmatici che si
sovrappongono, in volute, le une alle altre (V).
Si origina, pertanto, un movimenti di spiralizzazione di lembi citoplasmatici che si
avvolgono intorno al neurite, che diviene assone.
Quindi, i vari lembi sono costituiti dalla membrana plasmatica e dal citoplasma delle
cellule di nevroglia, che progressivamente si assottigliano e si impoveriscono.
Sicch a mielinizzazione completata, attorno allassone si sono disposti parecchi
strati concentrici e spiralizzati del primitivo citoplasma.
La cellula di nevroglia rimane, con un sottile lembo citoplasmatico al cui centro
ritroviamo il nucleo, addossata al di sopra di quel costituente che essa stessa ha
formato (e cio a dire la guaina mielinica).
Cos, riassumendo, la si costituisce la guaina mielinica, che qui rispetta
unevoluzione fisiologica normale.
E le cellule di nevroglia rimangono stratificate al di sopra della guaina mielinica che
esse stesse hanno prodotto a guisa di rivestimento foliaceo. Nel loro insieme, queste
oramai sottilissime cellule di nevroglia costituiscono una guaina molto sottile che
(per il fatto che si credeva, inizialmente, che a svolgere il processo della
mielinogenesi fossero unicamente le cellule di Schwann) prende il nome di guaina di
Schwann.
(Vedi Figura 1).
Oggigiorno, preferiamo utilizzare la denominazione alternativa di nevrilemma.
E quindi, in sostanza, il nevrilemma la seconda guaina di natura nevroglica che si
sovrappone alla guaina mielinica.
Questo il processo di mielinizzazione fisiologico.
Tuttavia, allatto pratico, possono venire a determinarsi processi di mielinizzazione
abnormi che si arrestano a stadi troppo precoci.
E allora, se il processo di mielinizzazione si ferma, si forma una guaina mielinica
ridotta nel suo spessore a cui fa riscontro una cellula nevroglica di spessore
ragguardevole, poich la minima parte del citoplasma ha costituito la guaina
mielinica. E allora, si suole dire che a sviluppo ultimato lo spessore della guaina
mielinica inversamente proporzionale a quello della cellula di nevroglia da cui
origina.
Queste fibre che hanno subito errori nel processo embrio-fetale della mielinogenesi
sono dette fibre amieliniche. Letimologia fuorviante in quanto potrebbe fare
supporre che si tratti di una fibra completamente priva di guaine mieliniche, mentre

in realt vi sar pur sempre almeno una ridottissima mielinizzazione, almeno il


mesoassone che avvolge il neurite. Per cui, in teoria, sarebbe pi corretto parlare di
fibre nervose con scarsa mielina.
Inoltre, bench la diversit di allocazione, il processo mielinogenetico
sostanzialmente lo stesso tanto per una c. di Schwann quanto per un oligodendrocita:
la differenza puramente quantitativa.
Infatti, in condizioni di normalit, una c. di Schwann si limita ad abbracciare un solo
neurite, mentre un oligodendrocita pu mettersi contemporaneamente in
comunicazione con diversi neuriti (tanto che, nel suo aspetto tridimensionale, una c.
di oligodendroglia appare munita di molti prolungamente citoplasmatici peraltro
abbastanza evidenti, attraverso cui avvolger pi neuriti e di un citoplasma
abbastanza ragguardevole).
E attorno a ciascun assone che la c. di oligodendroglia mielinizza, essa former una
guaina mielinica completa.
In verit, pu accadere che anche una c. di Schwann si metta in rapporto con pi
neuriti contemporaneamente. Tuttavia, essa non presenta sufficienti prolungamenti
citoplasmatici e sufficiente citoplasma, per cui ogni neurite con cui viene a contatto
riceve un contributo relativamente scarso di mielinizzazione (dal momento che il
citoplasma viene distribuito in maniera proporzionalmente uguale a ciascuno degli
assoni). Ne consegue una guaina mielinica incompleta, a differenza di quanto
avverrebbe, in condizioni di normalit, con un oligodendrocita.
SEZIONE TRASVERSALE E SEZIONE LONGITUDINALE DI UNA FIBRA
NERVOSA.
(Vedi Figura 3).
Di conseguenza, alla luce di quanto detto finora, se osserviamo una sezione
trasversale di una fibra nervosa, possiamo scorgere degli involucri e dei rivestimenti
del prolungamento neuritico, assolutamente costitutivi.
Come si vede, il manicotto mielinico appare fortemente elettron-opaco al fascio
elettronico. E questo perch losmio (che il pi comune fissativo impiegato nella
microscopia elettronica) si fissa sui fosfolipidi delle volute delle membrane del
plasmalemma, che costituiscono quellinsieme di avvolgimenti concentrici che
comunemente chiamiamo guaina mielinica (proprio perch la mielina il fosfolipide
principale che in essa ritroviamo).
Si tratta di un manicotto di spessore, di norma, ragguardevole.
Allinterno ritroviamo lassone, di cui scorgiamo una struttura apparentemente
omogenea, che il neuroplasma (che deriva dal neuroplasma contenuto allinterno
del pirenoforo).
E, dispersi nel neuroplasma, ritroviamo fondamentalmente 2 tipi di costituenti:
- strutture circolari piene;
- strutture circolari cave.

Si tratta di quei 2 elementi citoscheletrici che, in termini di microscopia ottica,


abbiamo visto, danno vita a quellartefatto di tecnica che la neurofibrilla. In realt,
in questo caso, poich ci stiamo servendo di indagini di microscopia elettronica, si ha
un potere risolutivo sufficientemente elevato per cogliere nella loro singolarit i
neurotubuli (formazioni cave) e i neurofilamenti (formazioni piene).
Si tratta, quindi, di quel sostrato ultrastrutturale tipico dellassone per cui si suole dire
che lassone ha uno struttura neurofibrillare.
E, poi, possibile scorgere il sottilissimo strato di Schwann o, meglio, nevrilemma.
Ed infine (ma ne parleremo pi approfonditamente successivamente), non sempre ma
solo se la fibra nervosa entra a far parte di quellorgano che il tronco nervoso, alla
estrema periferia, al di sopra del nevrilemma, possibile scorgere un ultimo
caratteristico rivestimento, che qui ci limitiamo a citare e che prende il nome di
endonevrio.
(Vedi Figura 1).
Per quanto riguarda, invece, la sezione longitudinale della medesima fibra nervosa,
va detto che sar possibile scorgere la medesima caratterizzazione di involucri:
- guaina mielinica;
- nevrilemma (costituito dallo scarso citoplasma delle c. di Schwann o degli
oligodendrociti, a guisa di ulteriore rivestimento di spessore foliaceo);
- (in alcuni casi) endonevrio.
Il tronco nervoso.
GENERALITA SUL TRONCO NERVOSO.
(Vedi Figura 1).
Alcune volte presente ulteriore involucro, al di sopra del nevrilemma, gi citato e
che nel disegno schematico appare tratteggiato e sottile.
Esso, tuttavia, localizzato unicamente nelle fibre del SNP, allorch le fibre nervose
si impacchettano in quegli organi (in quanto, entit pluritissutali) che chiamiamo
tronchi nervosi.
Si tratta di nervi periferici, che, per lo spessore ragguardevole, possibile scorgere
anche ad occhio nudo in operazioni quali la dissezione di un cadavere, con laspetto
caratteristico di un cordoncino di colore biancastro. Esso costituito da un insieme di
fibre nervose.
Ma cosa organizza strutturalmente un tronco nervoso?
In questo senso, bene precisare che si tratta di un tessuto di natura non nervosa. Al
contrario, il tessuto connettivo direttamente responsabile dellorganizzazione
strutturale del tronco nervoso e della suddivisione delle fibre nervose in veri e propri
singoli fasci nervosi (intesi come raggruppamenti di varie fibre nervose).

Tuttavia, si hanno diverse segmentazioni del suddetto tessuto connettivo. Infatti, si


tratta di ununica tipologia di connettivo che subisce varie stratificazioni e
differenziazioni specifiche.
Lultimo e pi periferico involucro,
(Vedi Figura 4).
quello che, avvolge il nevrilemma, prende il nome di guaina endonevrale o guaina
endonervale o endoverio.
Si tratta, per, di un tessuto connettivo molto sottile e fine, costituito da esili filamenti
che (vedremo, trattando del tessuto connettivo) prendono il nome di fibre reticolari.
Ecco, allora, che si parla di tessuto connettivo reticolare.
Nel disegno, inoltre, possibile scorgere una cellula tipica del connettivo: il fibrocita.
Si tratta di una cellula secernente che si stratifica, insieme al metaplasma, del quale le
fibre reticolari, immediatamente al di sopra del nevrilemma, vengono comunemente
considerate la componente strutturata.
Occorre, per, ricordare che tutto ci avviene unicamente a livello delle fibre nervose
del SNP. E si ha, cos, il completamento della fibra nervosa.
LIMPORTANZA DELLA G. MIELINICA E LA SCLEROSI A PLACCHE.
Lattenzione degli studiosi, inoltre, da un punto di vista funzionale, nel corso degli
anni, si principalmente appuntata sulla costituzione della guaina mielinica e sul
processo della mielinogenesi, dal momento che la guaina mielinica serve a conferire
un certo isolamento di conduzione di quello che, in termini elettronfisiologici, si
chiama impulso nervoso, ma che, in termini pi specificatamente istochimici,
definiamo flusso o traffico intrassonico di neurotrasmettitori.
Esistono, infatti, malattie in cui si determina un errore nel processo mielinogenetico.
O ancora, vicende parafisiologiche in cui la guaina mielinica si danneggia,
determinando processi di demilienizzazione della fibra nervosa e che confluiscono in
quellevento morboso che chiamiamo Sclerosi a placche.
Infatti, la continuit del manicotto mielinico pu essere interrotta, e allora si ha
questo caratteristico aspetto a placche.
In verit, si cercato di fare molto, da un punto di vista terapeutico, cercando di
sfruttare i processi di neuroplasticit (di cui, si visto, si caratterizza la cellula
nervosa), ma ad oggi essa rappresenta una malattia quantomeno invalidante per
quanto riguarda il processo di conduzione attraverso la fibra nervosa, con deficit negli
impulsi di tipo motorio e sensitivo.
Si tratta di una patologia giovanile assai difficile da diagnosticare. Oggi, tuttavia, ci
vengono in aiuto sofisticate tecniche di laboratorio, quali la TAC o Tomografia
Assiale Computerizzata, e ancora la Tomografia Assiale con Emissione
Positronica.
Da un punto di vista puramente clinico, il primo caratteristico effetto che si scorge
la parestesia: perdita di sensibilit alle estremit corporee.

COME E FATTO UN TRONCO NERVOSO.


(Vedi Figura 5).
Si tratta dellimmagine abbastanza schematica della sezione di un tronco nervoso.
Come si vede, esso risulta essere costituito da raggruppamenti di fibre nervose, che
abbiamo definito fasci nervosi, circondati da tessuto connettivo di vario tipo.
Nei comuni preparati istologici, il tessuto connettivo assume una caratteristica
colorazione rosso-mattone. Il connettivo, in sostanza, rappresenta lo stroma del
tronco nervoso.
Allestremit pi esterna, possibile scorgere un rivestimento relativamente spesso,
che si chiama epinevrio: un t. connettivo capsulare, fibroso, denso e spesso, che
costituisce la guaina grossolana che riveste il tronco nervoso.
A riunire in fasci le singole fibre nervose, il t. connettivo che emana dalla faccia
profonda dellepinevrio, sicch ognuno dei fasci costitutivamente formato da
unaltra guaina avvolgente che emana dalla faccia profonda dellepinevrio, e che
prende il nome di perinevrio.
Infine, giungendo allesame di ogni singolo fascio, si nota che, dalla faccia profonda
del perinevrio, emana il connettivo si addentra in ciascuno dei fasci, assai sottile e
delicato, che va ad avvolgere le singole fibre al di sopra del nevrilemma, e che
abbiamo gi chiamato endonevrio.
Alla luce di quanto detto, dunque, ne deduciamo che il tronco nervoso , in effetti,
unentit pluritissutale: esso lorgano caratteristico del t. nervoso periferico.
La sinapsi.
GENERALITA.
La includiamo nella trattazione della componentistica morfologica, poich proprio
questo dispositivo di comunicazione interassonica che crea la possibilit di un
passaggio di un qualche cosa che sappiamo essere un messaggio chimico, e non,
come solitamente si dice, un messaggio elettrico (in realt, quello che avviene da
un punto di vista elettronfisiologico, , nellUomo, la conseguenza del passaggio di
sostanza chimiche specifiche. NellUomo, infatti, la trasmissione si basa
fondamentalmente su eventi di tipo chimico).
Il dispositivo sinaptico , quindi, un componente strutturato ed ultrastrutturato, che ha
il suo substrato funzionale nella presenza di sostanze chimiche.
E bene sottolineare, per, che la regione della sinapsi non affatto lunico
componente del neurone a livello del quale si concretizzano fenomeni chimici
indirizzati alla trasmissione dellimpulso nervoso.
Al contrario, la sinapsi il dispositivo della cellula nervosa e del neurone a livello del
quale si concludono tali eventi chimici ed istochimici, e non quello in cui iniziano,
come erroneamente si credeva in passato.

Tale processo, vedremo, inizia in altri ambiti della cellula nervosa, a cominciare dal
pienoforo. Il turn-over, il ciclo metabolico dei neurotrasmettitori, invece, a livello
della sinapsi si conclude. E anzi, a dire il vero, ancora oltre, a livello di quello che
definiamo spazio o intervallo sinaptico (facendo intendere con questa espressione
che la sinapsi un dispositivo di giunzione fra cellule nervose, che stabilisce un
rapporto di contiguit fra un neurone e laltro, e non un rapporto di continuit, come
si credeva).
Si ha un accostamento fra due componenti neuronali a livello della regione sinaptica,
ma c pur sempre un intervallo che definiamo intervallo sinaptico e che sigla,
contrassegna lindividualit di ogni cellula nervosa. E allora, i neuroni non
rappresentano una rete continua, cos come aveva erroneamente pensato Golgi
(teoria della rete nervosa diffusa), ma, come giustamente aveva pensato il suo
condivisore del premio nobel, Ramn y Kajal, sono presenti spazi interposti.
E allora, il commento della sinapsi completa i corollari della cosiddetta Dottrina del
neurone, che si concretizza nella formulazione di principi che stanno alla base del
funzionamento della cellula neuronale.
I 2 corollari fondamentali sono:
1) Il neurone indipendente ed autonomo. Infatti, fra i neuroni esiste un rapporto di
indipendenza che, abbiamo detto, compendiato dallinterruzione di contiguit
che si stabilisce a livello dei cosiddetti intervalli sinaptici.
2) Questo secondo corollario viene comunemente ricordato anche con la
denominazione di Legge della polarizzazione dinamica del neurone, che
impone una direzione obbligata allimpulso che percorre tutti i suoi componenti.
Questo aspetto, vedremo, consentito in massima misura proprio dalla
caratterizzazione morfofunzionale dei dispositivi sinaptici.
E allora, si stabilisce che nei dendriti limpulso ha un decorso centripeto (che si
avvicina al pirenoforo dalla periferia), e definiamo tale impulso: impulso di
natura sensitiva, poich gli impulsi vengono raccolti nei pi disparati distretti
della periferia corporea e smistati in corrispondenza del pirenoforo.
Nellassone la direzione dellimpulso speculare: in senso centrifugo (dal
pirenoforo al terminale neuritico), secondo una direttiva che segna la natura
dellimpulso di natura motoria.
Ecco per quale motivo si pala di polarizzazione dinamica del neurone, secondo cui
la direzione dellimpulso univoca.
LE 3 PRINCIPALI FORME DI GIUNZIONI SINAPTICHE.
Le qualifiche che, negli anni, sono state date ai vari dispositivi sinaptici rispecchiano
gli assunti fondamentali di tale legge, per cui possibile parlare di:
- Sinapsi asso-somatica.

(E non somato-assonica, alla luce di quanto abbiamo detto a proposito della legge
della polarizzazione dinamica).
Essa si stabilisce a livello del corpo della cellula nervosa (bench pi
tradizionalmente la sinapsi sia raffigurata allestremo terminale di un
prolungamento del neurone). Infatti, lungo tutto il contorno neuronale possono
intrattenersi svariati rapporti sinaptici: fra il terminale assonico di un altro neurone
e il corpo del neurone che oggetto di studio.
- Sinapsi asso-dendritica.
Fra il terminale assonico di un neurone che si congiunge con il dendrite di un
secondo neurone, in ottemperanza alla legge di polarizzazione dinamica.
- Sinapsi asso-assonica.
E quella tipologia di giunzione sinaptica che ha suscitato pi diatribe.
Sembrerebbe contraddire la legge della polarizzazione dinamica, dal momento
che, abbiamo detto, lungo lassone limpulso decorre solo in senso centrifugo,
facendo s che, se davvero si stabilisse una giunzione sinaptica fra due elementi
assonici contigui, necessariamente perch vi sia trasmissione dellimpulso, in uno
dei due casi, esso debba decorrere in maniera anomala in senso centrifugo.
(Vedi Figura 6).
In realt, una tale rappresentazione della sinapsi asso-assonica totalmente
sbagliata.
Al contrario, essa deve essere concepita secondo la seguente modalit:
(Vedi Figura 7).
Il terminale di un assone che si inserisce sul decorso di un altro assone, che
stabilisce un rapporto sinaptico secondo le 2 possibilit precedentemente descritte
con un terzo assone. Pertanto, limpulso si inocula in senso latero-laterale, per
dirla con termini chirurgici, senza quindi contraddire la legge di polarizzazione
dinamica.
Di sinapsi asso-assoniche pieno il territorio dellIpotalamo, con i suoi neuroni
endocrini, trasmettitoriali etc.
CARATTERIZZAZIONE ULTRASTRUTTURALE DELLA REGIONE
SINAPTICA.
(Vedi Figura 8).
La regione sinaptica si pu pienamente configurare, a livello di microscopia
elettronica.

Servendoci della meno sofisticata microscopia ottica, infatti, concepiamo la regione


sinaptica come un puro e semplice ispessimento fra due differenti terminali assonici o
fra il terminale assonico di un neurone e il soma o il dendrite di un altro.
E allora, in sostanza, si avranno fondamentalmente sempre 2 componenti: quella del
neurone trasmittente (sempre di natura assonica) e quella del neurone che subisce la
trasmissione (di varia natura).
Possiamo, quindi, distinguere fondamentalmente 2 regioni caratteristiche:
- Regione o elemento pre-sinaptico.
- Regione o elemento post-sinaptico.
Ma fra le due regioni presente un intervallo sinaptico che la microscopia elettronica
considera dellordine dei 200 angstroms, e che stabilisce la sostanziale
indipendenza ed autonomia dei due neuroni.
Quindi, i due neuroni non sono caratterizzati da un rapporto di continuit. E il
problema, vedremo, sar proprio quello di capire come, nonostante manchi un
rapporto di continuit fra i due neuroni, possa avvenire il passaggio del messaggio
chimico.
Nella regione post-sinaptica non vi nulla che richiami lesistenza di una
componentistica ultrastrutturale, cosa che, al contrario, accade nella regione presinaptica.
In questultima, infatti, rilevabile la presenza di mitocondri, ad es., e di piccole
strutture vescicolari e tondeggianti, e della porzione terminale degli apparati
citoscheletrici, neurofibrille e neurofilamenti.
E fu proprio lindividuazione delle suddette vescicole sinaptiche a far erroneamente
pensare, in passato, che proprio in corrispondenza della sinapsi avvenissero gli eventi
biochimici caratteristici della trasmissione dellimpulso nervoso (che, abbiamo visto,
frutto di un lavorio metabolico che si colloca pi a monte, in corrispondenza del
pirenoforo).
Sequenze endo- ed extraneuronali della trasmissione chimica dellimpulso
nervoso.
(Vedi Figura 1).
Abbiamo gi descritto la sinapsi come: dispositivo interneuronico che assume
diverse qualifiche in relazioni ai componenti che vengono in giunzione fra di loro
(rispettando pur sempre la Legge della Polarizzazione Dinamica).
E, alla luce di tale concetto, abbiamo anche distinto, nella realt istologica,
fondamentalmente 3 tipi di giunzioni sinaptiche:
- Sinapsi asso-assonica.
- Sinapsi asso-dendritica.
- Sinapsi asso-somatica.

Abbiamo anche sfatato lerroneo convincimento che nella sinapsi nascessero e si


attuassero gli eventi biochimici ed istochimici che consentono la trasmissione
dellimpulso nervoso, alla luce della constatazione, oramai inconfutabilmente
accettata, che lintero neurone, nelle sue diverse componenti, partecipa al turnover di
neurotrasmettitori. E cos, a livello della sinapsi si ha una pura e semplice
conclusione degli eventi biochimici ed istochimici che soggiacciono alla trasmissione
dellimpulso nervoso.
Al contrario, il pirenoforo o corpo cellulare o soma del neurone ad essere
identificato come il compartimento neuronale a partire dal quale scaturiscono tali
eventi, eventi che si concretizzano nel confezionamento e nella biosintesi dei
neurotrasmettitori.
Quindi, volendo (ovviamente per puri scopi illustrativi, poich si tratta di eventi tanto
complessi ed articolati e tanto intimamente legati che unanalisi di questo tipo non
pu che essere una consistente generalizzazione) analizzare le varie e successive
tappe del turnover metabolico endo- ed extraneuronale dei neurotrasmettitori,
considereremo:
I TAPPA: CAPTAZIONE PRECURSORI.
Essa si esplica a livello del pirenoforo.
Si tratta di una vera e propria captazione, assunzione attiva, ad opera della membrana
plasmatica del pirenoforo, dei precursori delle varie sostanze neurotrasmettitoriali.
Ovviamente, tali precursori avranno una natura chimica differente a seconda della
specifica natura chimica del neurotrasmettitore che dovr essere elaborato, ma che,
nella maggior parte dei casi, sono materiali di natura glicoproteica (e quindi, proteine
neuronali o neuropeptidi).
Tuttavia, il discorso ben pi complesso. Sono stati scoperti, infatti, ad es., anche
altri neurotrasmettitori di natura non proteica.
II TAPPA: BIOSINTESI DEI NEUROTRASMETTITORI.
Questa seconda tappa , evidentemente, endoneuronale.
Si ha un primo confezionamento, gi completato a livello del pirenoforo, ad opera dei
cosiddetti dispositivi membranosi che, presenti fisiologicamente in quasi tutte le
cellule, qui assumono una particolare esaltazione funzionale, in relazione allo stato di
esaltazione che la cellula nervosa mostra nei confronti di questi processi di sintesi.
Tali dispositivi sono:
- Ergastoplasma o Sostanza tigroide o Sostanza cromofila di Nissl.
- Apparato del Golgi.
- Lisosomi.
Essi, in questa particolare sede citotipica, cooperano, al punto che stato coniato un
acronimo che indica questo stato di sinergia funzionale: GERL complex (vedi I
lisosomi).
III TAPPA: TRASPORTO DEI NEUROTRASMETTITORI.

Dopo il loro confezionamento, tali sostanze devono essere trasferite a quellaltra


caratteristica struttura neuronale (che, nella figura , nella parte presinaptica,
rappresentata come una sorta di espansione bottonuta) che chiamiamo sinapsi,
seguendo lindirizzo e la direttiva del cosiddetto flusso assonico (che si verifica nel
contesto del neurite che, sotto questo punto di vista, ne lequivalente
macromolecolare).
Il flusso assonico deve imboccare determinate microvie di scorrimento, alle volte di
entit addirittura macromolecolare (che rientrano nella strutturazione di alcune
componenti del citoscheletro del neurone).
E, la via di scorrimento principale (perch, vedremo, esiste pure una via di
scorrimento secondaria, che procede in direzione opposta) viene a costituire il flusso
assonico anterogrado (e cio, dal pirenoforo verso la sinapsi e i terminali assonici).
Le ultrastrutture citoscheletriche implicate, in questo senso, sono i microtubuli, che,
nellambito della cellula nervosa, acquisiscono la denominazione suppletiva di
neurotubuli.
Si tratta di ultrastrutture cave, che si impacchettano nellambito del prolungamento
nervoso, e che costituiscono appunto le microvie di scorrimento dei
neurotrasmettitori, dal pirenoforo alla regione della sinapsi.
A questo punto, bene effettuare di specificazioni di scopo chiarificatore:
1) Che i microtubuli siano implicati nel processo di trasmissione, e
2) Che il processo di neurosecrezione abbia inizio a livello del corpo della cellula
nervosa (e non a livello della terminazione sinaptica, come si credeva prima),
sono oramai dati di fatto, facilmente dimostrabili attraverso lutilizzo di una
particolare sostanza chimica che si chiama colchicina.
Questultima stata tradizionalmente impiegata, per scopi farmacologici, nella
terapia di una malattia congenita del metabolismo proteico, che la gotta, e poi nella
terapia antimitotica delle manifestazioni tumorali, perch risaputo che la colchicina
rappresenta un vero e proprio veleno fusoriale, interferendo con quella
rappresentazione strutturale che, nelle cellule in mitosi, il fuso mitotico acromatico.
Infatti, il fuso viene a costituirsi per polimerizzazione di proteine, le tubuline, che
vengono inattivate dalla colchicina.
E allora, deponendo sperimentalmente questa sostanza su un prolungamento
assonico, si realizzano molto caratteristicamente delle evidenze che ci portano ad
affermare inconfutabilmente che i neurotrasmettitori sono sintetizzati a livello del
pirenoforo e che i neurotubuli sono le vie di scorrimento elettive dei medesimi.
Infatti, si nota una concentrazione massiva di neurotrasmettitori a livello del
pirenoforo e una loro quasi totale deficienza a livello della sinapsi (in corrispondenza
delle vescicole presinaptiche), proprio perch le tubuline costitutive dei neurotubuli
sono inattivate dalla colchicina e, allora, non si verifica la trasmissione attraverso di
questi. Segno della veridicit inconfutabile delle due premesse fatte inizialmente.

Tutto questo venne ad essere dimostrato allorch si speculava sul meccanismo di


propagazione del flusso assonico anterogrado.
Oggi, sappiamo molto di pi sulla natura del flusso assonico e sappiamo anche che i
neurotubuli (i microtubuli della cellula nervosa) rappresentano, in realt, strutture
citoscheletriche implicate non in fenomeni dinamici, bens statici, con la precisazione
che, in alcune cellule (come la cellula nervosa), sono anche pi o meno direttamente
implicati in fenomeni di natura dinamica. Vedremo, ad es., che le ultrastrutture di
quelle appendici mobili e vibratili che sono le ciglia vibratili e della coda flagellare
dello spermatozoo, hanno una caratterizzazione microtubulare.
Tuttavia, bene precisare che a far acquisire il carattere dinamico, in alcuni citotipi,
ai microtubuli, non sono tanto le tubuline (abbiamo detto le prncipali proteine
costitutive dei microtubuli), quanto le cosiddette proteine MAP o proteine associate
ai microtubuli, allocate sulla corteccia di ciascun microtubulo.
(Vedi Figura 2).
Qui rappresentato molto schematicamente un neurotubulo.
Come si vede, esso costituito dallassociazione di microcavit determinate
dallassociazione di questa proteina dimerica, che la tubulina. E appunto, a
determinare il carattere dinamico non tanto la tubulina quanto le MAP. E queste
proteine che si associano alla corteccia di ciascun microtbulo (e quindi, anche il
neurotubulo) sono differenti a seconda della sede citotipica che stiamo analizzando, e
quindi a seconda dello specifico destino funzionale a cui sono devolute.
Ad es., nel neurotubulo, le proteine implicate nella propagazione dinamica del flusso
assonico, sia anterogrado che retrogrado, sono le cosiddette cinesine (esclusive della
struttura neurotubulare) e la dineina citoplasmatica (a cui si attribuisce anche la
qualifica topografica, poich la dineina entra a far parte integrante anche degli
apparati ciliari, per cui, per distinguere selettivamente la dineina del neurotubuolo, si
parla di dineina citoplasmatica). Ed interessante notare come le stesse derivazioni
etimologiche ci portino ad apprezzare le funzionalit cinetiche e dinamiche di queste
proteine.
E quindi, proprio grazie alla modificazione della particolare configurazione spaziale
di queste proteine che si conferisce al neurotubulo la funzione trasmittente di
scorrimento sia anterogrado che retrogrado.
E poi, come sottospecifica del flusso assonico anterogrado, in funzione della velocit
di propagazione, distinguiamo:
- flusso assonico anterogrado rapido;
- flusso asonico anterogrado lento.
Il flusso assonico anterogrado quello prescelto dai neurotrasmettitori.
Al contrario, un es. di quello retrogrado dato da una particolare evidenza
sperimentale, consentita da una particolare sostanza, la perossidasi del rafano,
utilizzata in istochimica, nellambito di alcune miscele di colorazione istochimica,

che, per le particolari propriet della perossidasi, vengono raccolte nella regione
sinaptica e risalgono fino al pirenoforo, mediante flusso assonico anterogrado.
E questo molto utile per le applicazioni pratiche che ne derivano. Infatti,
landamento dei terminali assonici, nella realt istologica ed anatomica, non cos
semplicistico come gli schemi didattici che frequentemente si utilizzano per puri
scopi illustrativi potrebbero fare credere (sia per la consistente lunghezza che
raggiungono i terminali assonici sia per il rapporto molto intricato che contraggono
vicendevolmente). E cos, nellambito di particolari applicazioni di laboratorio, in cui
si vuole seguire con precisione landamento di un terminale assonico dalla regione
sinaptica o di innervazione fino al corpo cellulare, attraverso un vero e proprio
mappaggio topografico, giova limpiego di questa particolare tecnica istochimica che
si fonda sullutilizzo della Perossidasi del rafano, per ricostruire le vie nervose
(odologia).
Un es. di flusso retrogrado dato anche dalla patologia spontanea con il virus della
Rabbia. La Rabbia appunto una malattia spesso mortale veicolata da questo virus
neurotropo, che presenta una spiccata affinit per certe regioni encefaliche, come
lIppocampo e il Corno di Ammone. Esso risale per via retrograda dalle terminazioni
sinaptiche fino ai pirenofori che distrugge, costituendo quelle caratteristiche
formazioni istopatologiche denominate corpi del Negri, che rappresentano leffetto
delleffetto citopatogeno esplicato dal virus. In questo senso, molto dipende dal luogo
in cui avviene il morso dellanimale infetto: si hanno maggiori probabilit di
immunizzazione farmacologica se localizzato a livello di terminazioni organiche
periferiche, come gli arti; quasi certamente mortale, invece, se localizzato in
prossimit dellencefalo, come nel volto.
A questo proposito, per puri scopi descrittivi, opportuno fare riferimento almeno
sommariamente anche allaltra componente citoscheletrica che poi, conglutinata con
il neurotubulo, d vita allartefatto neurofibrillare: il neurofilamento.
Si pu dire che appartengono alla categoria dei neurofilamenti (strutture piene che
appartengono alla cellula nervosa, impegnate nel mantenimento della struttura statica
del neurone e dello spessore dello stesso prolungamento nervoso, tanto che, in
condizioni patologiche di eccessivo accumulo di neurofilamenti, si ha un
ispessimento cospicuo del prolungamento assonico, che d vita al gruppo delle
cosiddette Malattie degli assoni giganti) filamenti intermedi presenti nel pirenoforo
e nei prolungamenti dendritici e assonico dei neuroni centrali e periferici.
La costitutivit chimica essenzialmente proteica, e
- per i neuroni centrali, si parla di tripletta neurofilamentosa, costituita
dallassociazione e dalla polimerizzazione di tre diverse proteine (rispettivamente
di 68000, 145000 e 200000 Da);
- per i neuroni periferici (cio, nelle cellule degli organi nervosi periferici: nelle
cellule gangliari), si parla di una sola proteina, che chiamiamo proteina NF-L o
periferina.

Ed bene sottolineare che tutto ci interessa e la fisiologia e la patologia, a causa


delle turbe nellassemblaggio di queste strutture macromolecolari, che si chiamano
Patologie molecolari del neurone. Per cui, distinguiamo in:
1) Patologia molecolare dei neurofilamenti dei neuroni centrali.
Essa interessa sia let giovanile che senile. Oggi oggetto di intense indagini da
parte dei ricercatori, data la loro incidenza nella pratica clinica.
Da un punto di vista del substrato istopatologico comune, si riscontra un esagerato
accumulo intraneuronale ed endoassonico di neurofilamenti, responsabili
dellalterata dinamica del citoscheletro (infatti, pur essendo i neurofilamenti
determinanti per la statica, esercitano, per riflesso, grande importanza anche
nellambito della dinamica).
Le forme cliniche pi gravi sono:
- Malattia di Alzheimer.
In questo caso, si parla di neurofibrillary tangles: ingrossamente neurofibrillare, in
senso lato. Oggi sappiamo, in maniera pi precisa, che la componente
neurofilamentosa ad essere interessata, e non genericamente la componente
neurofibrillare. Come risultato clinico, si ha una compromissione delle
performance cognitive, con situazioni demenziali.
- Demenze senili.
- Panencefaliti.
Si tratta di infiammazioni acute e croniche degli organi del nevrasse.
- Malattie degli assoni giganti.
Si tratta di una polineuropatia: vengono colpite le ramificazioni periferiche con
manifestazioni algiche notevolissime.
- Neuropatie tossiche accidentali e sperimentali.
Da un punto di vista della patogenesi biochimica comune, invece, si evidenziano
disturbi della fosforilazione ossidativa che causa modificazioni dello stato di
polimerizzazione delle proteine neurofilamentose. Le strutture citoscheletriche non
hanno carattere di stabilit identificativa. Non che non siano presenti in tutte le
cellule, anzi sono presenti in tutte le cellule, solo che alle volte sono visibili e altre
volte no, secondo una vera e propria evanescenza visiva.
In condizioni patologiche, si ha un abnorme irrigidimento del citoscheletro, uno stato
di polimerizzazione delle proteine stabile e permanente, a differenza
dellassemblaggio e disassemblaggio mutevole. Ed ecco che, allora, si crea questa
alterazione dinamica del citoscheletro. E viene meno anche quellaspetto di plasticit
dellaspetto formale del neurone (che, abbiamo visto, in condizioni fisiologiche
altamente plastico).
2) Patologia molecolare dei neurofilamenti di periferia.
Si tratta dei filamenti intermedi della cellula nervosa, costituiti dalla proteina
neurofilamentosa NF-L o periferina.
Gli es. pi significativi sono:
- Sclerosi laterale amiotrofica.

Che provoca lalterazione della sensibilit e della motilit in alcuni distretti


corporei. E la struttura muscolare che viene a soffrire per la mancanza di impulsi
che non percorrono pi le terminazioni nervose periferiche che terminano a livello
della muscolatura striata.
Quando si viene a determinare qualcosa di anormale in corrispondenza delle
terminazioni nervose motrici che confluiscono sulla muscolatura volontaria si ha
una mancata risposta del muscolo.
- Carcinomi neuroendocrini.
Stranamente. Essi, infatti, riguardano le cellule che fanno parte del Sistema
Neuroendocrino Diffuso, che originano dalla cresta neurale e che, sciamando,
occupano i diversi distretti periferici.
Cos, quando nelle cellule tumorali della cute, ritroviamo la presenza di filamenti
di periferina (che una struttura precipua delle cellule nervose periferiche e non
delle cellule epiteliali o di quelle connettivali), comprendiamo che si trattava
originariamente, prima di imboccare lesito neoplastico, di una cellule del Sistema
APUD, che, come caratteristico delle cellule tumorali, ha percorso allindietro il
processo di differenziamento e ha riacquisito le potenzialit caratteristiche della
cellula neurocrestale (e cio, in particolare, quella di dare origine a una cellula
gangliare con tutto il suo corredo biochimico caratteristico, tra cui anche i
neurofilamenti). In questo caso, quindi, la presenza dei neurofilamenti rappresenta
un espediente di marcatura e di identificazione di queste particolari forme
tumorali.
IV TAPPA: ACCUMULO.
Si tratta di un accumulo di neurotrasmettitori a livello di quei fortilizi che sono le
vescicole sinaptiche.
Nella regione della sinapsi, vengono identificati anche mitocondri, a cui spettano
funzioni di donazione energetica. Nella sinapsi, infatti, avvengono attivit operative
che comportano grande dispendio di energia, come: lo spostamento delle vescicole
presinaptiche fino alla membrana presinaptica, la fusione della membrana della
vescicola presinaptica con quella presinaptica, il meccanismo di rilascio etc.
V TAPPA: RILASCIO.
Nellambito di questa quinta tappa, siamo usciti dallo spazio neuronale e siamo
entrati nello spazio interneuronale dellampiezza di 200 A, che contraddistingue
lindividualit dei singoli neuroni.
E bene notare che sulla membrana plasmatica del secondo neurone, sono presenti
aree chimiche specifiche (prima si riteneva unicamente costituite da glicoproteine,
oggi si sa molto pi varie) che captano i relativi neurotrasmettitori. Ed corretto dire
i relativi, perch si ha un rapporto di affinit molto stretta e specifica fra i vari
neurotrasmettitori e le corrispondenti aree recettoriali.

E allora, in funzione di questo ancoraggio, si stabilisce il meccanismo di trasduzione


molecolare interna del segnale chimico, che si compie nel contesto del secondo
neurone.
Si tratta di un meccanismo che comporta delle variazioni di potenziale della
membrana post-sinaptica e lapertura di particolari porte chimiche, che chiamiamo
canali, attraverso cui, in breve, fluisce Ca, che entra allinterno del secondo neurone
(in sostanza, questi canali sono aperti, nel secondo neurone, dallinterazione
neurotrasmettitore-recettore) e che va ad attivare determinate proteine. Si attivano,
quindi, i messaggeri intracellulari del secondo neurone che, stimolando a loro volta
determinati sistemi enzimatici, ne scatenano la risposta. Sta qui, di conseguenza, il
meccanismo attraverso cui, mediante la produzione di neurotrasmettitori, un neurone
risponde alla stimolo di un altro neurone.
E, in questo senso, va precisato che la trasmissione dellimpulso inizialmente su
base chimica, mentre i fenomeni elettrici non ne sono che corollari conseguenti.
In termini generali, si pu intendere una cellula nervosa come una sorta di pila in
miniatura con linterno caricato negativamente e lesterno positivamente. E proprio
come tra i due elettrodi di una pila, tra lesterno e linterno delle cellule, si stabilisce
una d.d.p., detta potenziale di riposo, pari a ~ -60mV.
Esso si mantiene inalterato finch la cellula non viene stimolata (attraverso segnali di
natura chimica): in tal caso i canali della membrana si aprono ed il Na+ (che era
maggiore allesterno) diffonde allesterno, mentre il K+ (che era maggiore
allinterno) diffonde allesterno. Poich il Na+ diffonde pi velocemente del K+,
linterno tende a divenire positivo rispetto allesterno e si crea un potenziale
dazione, pari a ~ +30mV.
Tale impulso si sposta lungo la fibra con una velocit di 100m\s.
Nel frattempo, il K+ che esce dalla cellula compensa il Na+ che entra, finch non si
ristabiliscono le condizioni iniziali.
VI TAPPA: INATTIVAZIONE ENZIMATICA (COMT, AchE).
Una volta che ha innescato il meccanismo di trasduzione interna chimica del segnale,
il neurotrasmettitore si sgancia dal suo recettore, secondo un meccanismo che stato
paragonato al rapporto fra una chiave e la sua serratura o, con una simbologia ancora
pi azzeccata, in quanto esprime la plasticit e la fluidit dellevento molecolare in
questione, al rapporto di un dito con il suo guanto.
Per un certo intervallo di tempo, il neurotrasmettitore sganciato permane nello spazio
sinaptico.
Qui (ovviamente, in funzione della specifica natura biochimica del
neurotrasmettitore, vi sar un cambiamento negli enzimi preposti alladempimento di
tale operazione) i neurotrasmettitori subiscono una inattivazione metabolica.
A proposito dellinattivazione metabolica nei confronti dei neurotrasmettitori, ad
opera di particolari enzimi, si ha un rilievo di grande importanza pratica, e non
esclusivamente eruditiva.

Alla luce di queste conoscenze, infatti, la Farmacologia terapeutica ha inventato un


vasto gruppo di farmaci che agiscono ai vari livelli della neurotrasmissione.
Fra questi, i pi importanti sono sicuramente i cosiddetti Farmaci bloccanti i
recettori. Essi impediscono lancoraggio dei neurotrasmettitori allre specifiche aree
chimiche di ricezione, inattivando o rallentando la trasmissione nervosa.
Si tratta di farmaci andati molto di moda nellultimo decennio.
Ne esistono di diversi tipi (ad es., quelli che bloccano la trasmissione adrenergica
impediscono lancoraggio delle monoamine, e cos via), ma spesso determinano
effetti controproducenti, sebbene prevedibilissimi. Si consideri, ad es., che i recettori
non sono localizzati esclusivamente a livello del cervello, ma anche a livello di vari
altri organi dellorganismo, per cui un loro utilizzo massivo potrebbe provocare
inopportuni effetti collaterali.
Abbiamo visto a questo proposito, ad es., come uno dei recettori caratteristici della
cellula cloridropoietica delomorfa sia il Recettore H-2, a cui si aggancia listamina.
Per impedire farmacologicamente la produzione istamina, possiamo somministrare
farmaci anti-istaminici. Ma si visto che, come effetto collaterale, si ha un blocco
dellaggancio dellistamina anche per le cellule gonadali maschili, che sono ricche di
Recettori H-2, e un conseguente arresto della libido.
VII TAPPA: RICAPTAZIONE E RIUTILIZZO DEI NEUROTRASMETTITORI.
I neurotrasmettitori che sfuggono allinattivazione metabolica degli specifici enzimi
preposti rientrano nella regione della sinapsi.
Questa tappa assai importante per leconomia del metabolismo della cellula
nervosa: si ha, infatti, un riciclaggio e recupero attivo esplicato dalla membrana
presinaptica, una ritesaurizzazione. Si tratta, quindi, di un espediente fisiologico di
recupero di una quota attiva che sfugge allinattivazione extra-sinaptica.
E, per alcuni neurotrasmettitori, come i neurotrasmettitori monoaminici (le
monoamine biogene), in seguito alla ricaptazione, prima del rientro nel fortilizio
protettivo della membrana della vescicola presinaptica, si ha unulteriore
inattivazione, ad opera di altri enzimi specifici, come le MAO (Mono-Amino
Ossidasi).
Quindi, la quota che, al termine dei due processi disattivanti, si recupera, veramente
molto ridotta.
Deroga al principio di Dale.
I concetti fin qui analizzati hanno una particolare importanza non esclusivamente sul
piano squisitamente eruditivo, ma anche per quanto riguarda i risvolti pratici
nellambito delle applicazioni cliniche conseguentemente possibili, attraverso
limpiego di particolari farmaci. Attraverso questi farmaci possiamo intervenire nella
regolazione del turnover metabolico delle cellule nervose.

Essi, tuttavia, sono stati prodotti sinteticamente sulla base concettuale di un vero e
proprio corollario della Neuroistologia che, con il tempo, andato sempre pi
disgregandosi e perdendo in vali dit pratica: il postulato di Dale.
Sulla base di questultimo, nel corso delle neuroscienze, si credeva che ogni neurone
elaborasse un solo neurotrasmettitore, convincimento questo assolutamente infondato
che, nel corso degli anni, ha subito tutta una seri di eresie, per cui solitamente si
parla di deroga al principio di Dale.
La prima constatazione che (e lo si potuto appurare inconfutabilmente in
Istochimica) nel neurone possono esistere diverse sostanze impiegate per scopi
neurotrasmettitoriali. Si parla, allora, di colocalizzazione.
Ci, ovviamente, comporta ulteriori complicanze al gi complesso metabolismo
neurotrasmettitoriale, per cui necessario parlare, almeno, di tre differenti categorie
di sostanze che possono essere colocalizzate allinterno di uno stesso neurone (cosa
impensabile alla luce del postulato di Dale):
1) Neurotrasmettitore primario (ad es., monoaminico, colinergico etc.).
2) Cotrasmettitore (che coadiuva il Neurotrasmettitore primario).
3) Modulatore allosterico (che agisce sui Recettori vicini a quello fondamentale sui
cui agisce il Neurotrasmettitore primario).
Inoltre, per quanto riguarda la seconda constatazione, va detto che fino a qualche
decennio fa, si pensava che nella membrana post-sinaptica e solo nella membrana
post-sinaptica fossero presenti i Recettori per i neurotrasmettitori.
Successivamente, tuttavia, si avuta lidentificazione di Recettori non solo nella
membrana post-sinaptica, ma anche in quella pre-sinaptica, che ampia il corredo di
aree chimiche a cui si possono legare i neurotrasmettitori. Per cui, si parla di
Recettore presinaptico o Prerecettore o Autorecettore.
Sono, cos, modulabili anche i processi che avvengono nella regione presinaptica,
mediante lemissione neurotrasmettitoriale di altri neuroni, come ad es.:
- ricaptazione;
- riutilizzo;
- espulsione dei neurotrasmettitori;
- parziale disattivazione;
- etc.
Ed esiste una gamma di Autorecettori tanto vasta quanto quella dei post-Recettori
classicamente intesi, di cui i seguenti non sono altro che qualche sparuto esempio:
- Autorecettori per i n. noradrenergici.
- Autorecettori per i n. dopaminergici.
- Autorecettori per i n. serotoninergici.
- Autorecettori per i n. colinergici.
- Autorecettori per i n. glutammatergici.
- Autorecettori per i n. GABAminergici.

Infine, la terza constatazione riguarda la complessit strutturale del Recettore.


E importante, quindi, una conoscenza dettagliata dellarea recettoriale.
(Vedi Figura 3).
Se, ad es., si esamina il recettore per il GABA (GABA:
acidoidrossibutirrico) che un mediatore inibente della trasmissione
intersinaptica, si nota abbastanza facilmente che non si tratta di una singola proteina
con un singolo sito attivo recettoriale, ma di un complesso di proteine con pi siti
attivi recettoriali.
Infatti, si ha anche un sito recettoriale detto sito BDZ: sito delle benzodiazedine. Si
tratta di farmaci che esplicano unazione antidepressiva (prima non si capiva perch,
oggi si, alla luce delle considerazioni che faremo).
E ancora, si ha un sito detto sito BARB: sito di ancoraggio dei farmaci barbiturici,
che esplicano unazione ipnogena che pu indurre anche al sonno, tanto che sono
stati utilizzati per scopi anestetici.
Ed infine si ha un sito Cl: sito per il Cloro.
Prima, come detto, non si capiva perch la somministrazione di tali farmaci
esercitasse tali caratteristici effetti. Oggi, si finalmente compreso che essi, legandosi
a specifici siti di ancoraggio del recettore GABA, ne mimano lattitudine funzionale:
quella di inibizione della trasmissione nervosa, con i relativi effetti pratici che ne
derivano (e che, quindi, possono essere sfruttati in campo farmacologico).
Altre sono le interessantissime applicazioni pratiche che ne derivano.
Esistono tecniche, infatti, diagnostiche moderne, soprattutto per quanto riguarda il
territorio dellEncefalo, che servono ad identificare i siti recettoriali funzionanti e non
funzionanti.
Una di queste una forma pi evoluta di TAC: la PET (Tomografia ad Emissione
Positronica), che impiega determinate sostanze che vanno a legare ben determinati
recettori, evidenziando laspetto e la conformazione delle ben determinate aree
cerebrali a cui vanno a legarsi e quindi possibili anormalit.

Fattori di crescita del t. nervoso (NGF: Nerve Growth Factor).


Il Nerve Growth Factor una proteina cos definita poich la sua azione precipua,
anche se non unica, lindurre la crescita di fibre nervose nella cellula bersaglio.
Venne inizialmente identificata da Beuker, con un esperimento, tuttavia, mal
interpretato.
Egli trapiant in embrioni di pollo un sarcoma di topo, ed osserv che, dopo appena
4-5 giorni, si aveva un accrescimento veramente notevole delle fibre nervose. Allora,

interpreto erroneamente lesperimento, deducendone che le cellule tumorali fornivano


un terreno di accrescimento ottimale per le fibre nervose.
La giusta interpretazione venne prospettata alcuni anni pi tardi da R. LeviMontalcini, che ritenne giustamente che, in realt, lesperimento di Beuker era tanto
importante in quanto stabiliva lesistenza di certe sostanze, secrete in grandissime
quantit dalle cellule tumorali e che inducevano un accrescimento sostanziale delle
fibre nervose.
Era stato scoperto il Nerve Growth Factor, che quindi esplicherebbe nei confronti
della fibra nervosa, unazione tropica, trofica e differenziativa.
.

Classificazione morfologica dei neuroni.


Alla luce di quanto finora detto, facilmente intuibile che una classificazione
puramente morfologica dei neuroni non ha grande valore informativo. Ed infatti,
oggigiorno, si preferisce porre laccento soprattutto sullaspetto istofunzionale.
Ad ogni modo, poich per molti decenni ci si concentr esclusivamente sulla
descrizione morfologica dei neuroni, opportuno farvi almeno sommariamente
riferimento.
METODI DI INDAGINE.
Abbiamo gi descritto le principali tecniche di microscopia ottica che ci consentono
lo studio del neurone come entit morfologica, prima che come entit citochimica.
E preferibile, tuttavia, farvi ancora una volta riferimento.
Va ricordato, innanzitutto, il metodo di impregnazione argentica di Golgi, ancora
oggi usato per la caratteristica potenzialit di identificare in un determinato campione
di tessuto, soltanto un numero assai limitato do neuroni (5%), per ragioni ancora oggi
oscure. Sicuramente, per, consente una notevole facilit di osservazione dei
preparati istologici.
Sulla stessa scia si colloca il metodo fotografico allAg ridotto di Kajal.
Lo studio della morfologia del neurone ha ricevuto nuovo impulso dallavvento della
microscopia elettronica. Essa ha fornito dati di estremo interesse nella chiarificazione
dettagliata dellorganizzazione strutturale del neurone, e in particolare modo degli
equivalenti ultrastrutturali.
La tecnica istochimica, infine, ha consentito di vagliare pi approfonditamente
laspetto istofunzionale del neurone.
Fra le principali tecniche istochimiche, va ricordato il metodo di Falck e Hillarp, il
quale rileva in maniera specifica la presenza endoneuronale di neurotrasmettitori
monoaminici (catecolamine, serotonina).

Attraverso di esso, stato possibile precisare non soltanto gli aspetti


morfoistochimici statici del neurone monoaminergico, ma anche quelli dinamici. Ed
ha fornito anche un interessantissimo metodo di valutazione semiquantitativa.
Un altro metodo abbastanza caratteristico il metodo di Gomori alla
cromoematossilina-floxina, che ha consentito di individuare i neuroni del Sistema
magnocellulare.
La tecnica autoistoradiografica permette di seguire la traversata interneuronale di
sostanze marcate con isotopi radioattivi e di identificare, quindi, particolari categorie
neuronali (neuroni noradreninergici, neuroni GABAergici etc.).
Le tecniche istoenzimatiche si fondano sullidentificazione indiretta dei neuroni, sulla
base dellanalisi delle sostanze che producono, per cui si avranno una tecnica
istoenzimatica per la MAO, tecnica istoenzimatica per la AchE (acetilcolinaesterasi) etc.
Ed infine, con le tecniche immunoistochimiche, si riuscito ad effettuare
lidentificazione strutturale ed ultrastrutturale di un gran numero di neuroni implicati
nellelaborazione di svariati neuropeptidi.
IL NEURONE COME ENTITA MORFOLOGICA.
Al di l della gi citata teoria della rete continua di Golgi e della pi corretta teoria
del neurone autonomo di Kajl, va detto che, un po erroneamente (vedi il concetto
di Neuroplasticit), secondo la qualifica di Bizzozero, i neuroni vennero sempre
identificati come elementi perenni, che si differenziano abbastanza precocemente
nella vita embrionale ma altrettanto precocemente arrestano il loro ritmo mitotico, in
maniera che il loro numero rimane pressoch costante nellorganismo adulto, da cui
la formulazione della legge di Levi in contrapposizione alla legge delle grandezze
cellulari costanti di Driesch.
Sul piano morfologico esistono differenti modi di classificare un neurone, dei quali
considereremo i principali:
1) In base alla individualit formale del neurite.
Per cui si distingue in:
- Neuroni di I tipo di Golgi: se si distingue e si individualizza sempre il neurite,
nonostante il groviglio di fibre nervose.
- Neuroni di II tipo di Golgi: se il neurite perde la sua individualit formale nel
groviglio di fibre nervose.
2) In base al puro e semplice aspetto formale.
In questo senso, potrebbero essere farti molti es., di cui ne considereremo solo
alcuni:
- Cellule piramidali della Corteccia cerebrale.

Cellule a ventaglio o a spalliera di Purkinje.


Cellule mitrali del bulbo olfattivo.
Cellule stellate.
Cellule sferiche.
Etc.

3) In base alla modalit di ramificazione dei prolungamenti e al loro numero.


Questa classificazione si avvicina di pi allaspetto funzionale, perch come se
classificasse i neuroni in base alla Legge della polarizzazione dinamina:
- Neuroni unipolari: se provvisti di un solo tipo di prolungamenti (e non di un
solo prolungamento: o dendrite o neurite). Esempi abbastanza caratteristici
sono i neuroni embrionali e i neuroni sensitivi primari visivi e olfattivi
nelladulto.
- Neuroni bipolari: se provvisti di entrambi i tipi di prolungamenti. Sono es.
abbastanza caratteristici i neuroni gangliari o neuroni pseudounipolari o
neuroni a T, le cellule bipolari della retina e le cellule di Purkinje
(costituite da un neurite e un dendrite che si ramifica ulteriormente).
(Vedi Figura 1).
La caratteristica conformazione a T la risultante di un processo abbastanza
Caratteristico, che avviene nello sviluppo formativo di questa cellula.
(Vedi Figura 2).
Poich si tratta di una cellula gangliare, iniziamo la nostra descrizione dalle
creste neurali. Inizialmente, questa cellula neuroblastica ha 2 prolungamenti
distinti, posti ai poli opposti del pirenoforo (ed infatti, assume la caratteristica
denominazione di cellula opposito-polare). Poi, avviene un accrescimento
eccentrico del pirenoforo, che comporta lavvicinamento del due
prolungamenti in posizione opposito-polare, fino a far assumere alla cellula la
caratteristica conformazione a T.
(Un ganglio un organo del SNP. I secondi organi del SNP sono i nervi o
tronchi nervosi. I gangli sono, appunto, costituiti dalle cellule nervose di
senso, che chiamiamo cell. Gangliari o neuroni gangliari o neuroni pseudounipolari o cellule a T).
- Neuroni multipolari: in questo caso, entra in gioco anche il numero dei
prolungamenti, oltre che la loro polarit. Si tratta dei neuroni con due tipi di
prolungamenti e con pi dendriti. Si annoverano in questo gruppo anche gli ex
neuroni di I e II tipo di Golgi.
4) In base alla allocazione topografica.
E allora, si distingue in:
- Neuroni intranevrassiali: situati nel contesto dellasse cerebro-spinale.
- Neuroni extranevrassiali: situati al di fuori del nevrasse.
Il neurone come entit citochimica.

Come gi detto, gli studi di Neuroistochimica hanno consentito di identificare, in


maniera pi pregnante, il neurone come vera e propria entit citochimica, coinvolta
nellelaborazione di sostanze specifiche coinvolte o nel meccanismo di trasmissione
dellimpulso nervoso (neurotrasmettitori) o in un meccanismo di significato
endocrino (neurormoni).
Successivamente, per, quando le conoscenze sui due diversi ambiti si sono
accresciute, una differenziazione netta sembrata piuttosto aleatoria (al punto che
moltissimi neurormoni possono essere additati come putative transmitters, e
viceversa).
E cos, entrambi convergono nellambito di quel concetto che, dai tempi di Scherrer,
prende il nome di neurosecrezione.
Nellambito della classificazione che segue, inoltre, si ricordino le varie deroghe al
principio di Dale, per cui occorre tenere presente che ci si basa unicamente ed
arbitrariamente sul Neurotrasmettitore primario, ma ogni classe di neuroni pu
produrre differenti sostanze.
Da un punto di vista della Neurosecrezione possibile classificare i neuroni
fondamentalmente in 4 grandi famiglie:
A) Neuroni aminergici.
B) Neuroni purinergici.
C) Neuroni peptidergici.
D) Neuroni nitrossidergici.
I neuroni aminergici.
Essi comprendono 3 grandi classificazioni che, a loro volta, implicano altre
sottoclassificazioni:
1) Neuroni monoaminergici (se sfruttano come neurotrasmettitori le monoamine).
- Neuroni Dopaminergici.
- Neuroni Noradreninergici.
- Neuroni Adreninergici.
- Neuroni Serotoninergici.
2) Neuroni colinergici (se sfruttano come neurotrasmettitori lacetilcolina).
3) Neuroni aminacidergici (se sfruttano come neurotrasmettitori gli aa).
- Neuroni GABAergici.
- Neuroni Glicinergici.
- Neuroni Taurinergici.
- Neuroni Glutammatergici.

- Neuroni Aspartatergici.
I NEURONI COLINERGICI.
Si tratta del primo gruppo di neuroni, caratterizzati dalla produzione e dallutilizzo,
come neurotrasmettitore, delle amine.
In effetti, lera che segna lutilizzo di questa classificazione, per, inizia con
lidentificazione dei Neuroni colinergici (che utilizzano, come neurotrasmettitore,
lacetilcolina), per aggiunta non a livello del SNC, ma delle giunzioni mioneurali
periferiche. E tutto questo grazie allimpiego di tecniche di rilevazione istochimica
indirizzate nei confronti dellenzima che inattiva lacetilcolina: lAchE o
acetilcolina-esterasi. Successivamente, con lo stesso metodo, stata rilevata la loro
presenza anche in ambito cerebrale.
Da un punto di vista del turnover metabolico neurotrasmettitoriale, infine, si ha quella
sequenza di processi precedentemente analizzata.
(Vedi Figura 3).
E questo lo schema di un neurone colinergico.
Esso perifericamente agganciato alla struttura muscolare, in corrispondenza della
cosiddetta regione sinaptoide, cos chiamata in quanto costituita fra un neurone e
una struttura muscolare, per cui altres indicata come giunzione mioneurale o
placca motrice, in cui il prolungamento assonico colinergico si inoscula nella
regione tissutale muscolare.
E interessante sottolineare che nella identificazione del neurone colinergico non
concorse tanto lidentificazione dellACH (acetilcolina), quanto del suo enzima
demolente: lAchE (aceticolina-esterasi).
I NEURONI MONOAMINERGICI.
Bench scoperti, cronologicamente, successivamente rispetto ai Neuroni colinergici,
sono quelli pi largamente studiati, per le facili possibilit applicative, come il
metodo di Falck e Hillarp (64).
Essi si incaricano di produrre le cosiddette monoamine biogene: la serotonina e le
catecolamine (adrenalina e noradrenalina).
Ed in base al prodotto di sintesi neurotrasmettitoriale specifico, abbiamo visto,
esistono svariate classificazioni.
Per quanto riguarda la dislocazione topografica, va precisato che essi si trovano sia a
livello del SNC che del SNP.
Ad es., si pensava che i gangli cerebrospinali, non facendo parte del SNC, fossero
unicamente costituiti da Neuroni colinergici. Poi, si dimostrato che cos non .
E quindi, la cellula a T, che si ritenne per lungo tempo esclusivamente colinergica in
base al principio di Dale, pu anche essere una cellula monoaminergica.

Ci se ne pu rendere facilmente conto osservando un opportuno preparato istologico,


mediante metodo di Falck.
Tuttavia, non fu facile tale acquisizione, poich il metodo di Falck presuppone
lutilizzo della tecnica del freeze-drying (vedi), e quindi di macchinari piuttosto
sofisticati. Si riusc, tuttavia, infine, a stabilire che le cellule gangliari elaborano non
solo ACH, ma anche monoamine biogene.
(Vedi Figura 4).
Le monoamine si depositano, in forma caratteristica, in forma minutamente
granulare, in piccoli rigonfiamenti distribuiti lungo i terminali assonici, a forma di
coroncine di rosario, in corrispondenza delle componenti terminali.
Ed infatti, i Neuroni di tipo monoaminergico assumono un caratteristico colorito
verdastro a livello delle terminazioni assoniche, in conseguenza della presenza di
monoamine neurotrasmettitoriali.
E, ovviamente, si individua una maggiore fluorescenza in corrispondenza dei
terminali assonici, piuttosto che nel prolungamento assonico, poich questultimo
un prolungamento di trasmissione continua e quindi non si avr alcun ristagno, a
differenza di quanto avvenga nei terminali assonici, ove si individuano caratteristici
rigonfiamenti che prendono il nome di varicosit assoniche.
E ciascuna di queste varicosit potrebbe essere il corrispettivo di una spina dendritica.
Infatti, queste zone di rigonfiamento, a causa della massiva presenza di
neurotrasmettitori, divengono zone di innesto sinaptico.
Biosintesi delle Catecolamine.
Abbiamo gi analizzato la biosintesi delle catecolamine a proposito della medulla
surrenale.
(Vedi Figura 5).
Va detto, inoltre, che, a differenza delle cellule della midollare del Surrene, che
presentano ingenti quantit di enzima PNMT (fenilalaninmetil-transferasi), capace
di trasformare ulteriormente la Noradrenalina in Adrenalina, le cellule nervose sono
caratterizzate dalla presenza di bassissime concentrazioni di PNMT (e quindi, di
molta Noradrenalina e poca Adrenalina), con il risultato che per molto tempo si pens
erroneamente che fossero in grado di produrre sono Noradrenalina.
Biosintesi della Serotonina.
Anche in questo caso, si ha un preciso processo biosintetico, con la differenza che il
precursore non la Tirosina, bens il Triptofano.
(Vedi Figura 6).

La serotonina stata frequentemente impiegata in farmacologia, nella terapia delle


cefalee o crisi cefalalgiche.
Essa la stessa sostanza che Vialli ed Espamer ritrovarono in cellule dellapparato
gastro-enterico, tanto che la chiamarono Enteramina.
Da un punto di vista delle applicazioni pratiche in campo farmacologico, va ricordata
lesistenza di farmaci inibenti la MAO (e cio, inattivanti lenzima inattivante
mitocondriale) che, quindi, fanno aumentare la concentrazione monoaminica, che,
quindi, sono utilizzati come antidepressivi.
Infatti, la depressione clinica, riduttivamente e semplicisticamente (poich nel
processo di neurotrasmissione, abbiamo visto, non interessato solo il
Neurotrasmettitore primario), era considerata come frutto di un decremento
endoneuronale di neurotrasmettitori, e viceversa lansiet clinica, come frutto di un
aumento endoneuronale di neurotrasmettitori.
Unaltra classe di farmaci la COMT (catecolamine-o-metil transferasi): enzima
inattivante extrasinaptico.
Esistono anche farmaci bloccanti i recettori, che occupano i recettori a cui si
legano, impedendo il legame dei relativi neurotrasmettitori.
NEURONI AMINACIDERGICI.
Sono cos definiti perch impiegano aa o frammenti di aa come neurotrasmettitori.
Gli es. pi costitutivi sono sicuramente:
- Neuroni GABAergici (acido-amino-idrossibutirrico).
Si tratta di classici neurotrasmettitori di tipo inibitorio.
Essi contraggono rapporti con alcune cellule di Nevroglia, gli Astrociti e gli
Oligodendrociti, che, a quanto pare, svolgerebbero la funzione di serbatoio di
neurotrasmettitori, accostate come sono al terminale sinaptico.
Cos, il GABA in parte ritorna alla regione presinaptica e in parte viene deviato
e fa tesaurizzazione nellAstrocita, che quindi diviene serbatoio succedaneo in
particolari situazioni emergenziali.
Al contrario, gli Oligodendrociti sono produttori strani ed insoliti di steroidi, di
ormoni sessuali femminili derivati del Progesterone, che vengono definiti
neurosteroidi. Essi vengono smistati al neurone GABAergico, del quale
divengono cotrasmettitori o neurotrasmettitori succedanei, determinando un
caratteristico effetto di sedazione, in analogia a quella che la funzione
primigenia del neurone GABAergico. Ed ecco che, proprio per questo motivo,
tale idrossi-progesterone viene spesso impiegato come anestetico.
Il rapporto che gli Oligodendrociti e gli Astrociti possono contrarre con i
neuroni (cos come, vedremo, il rapporto che gli Astrociti possono contrarre
con Neuroni glutammatergici) dimostrano abbastanza significativamente che la
cellula di Nevroglia non affatto un partner silenzioso, cos come
erroneamente si credeva in passato.
- Neuroni Glutammatergici.

Lacido glutammico, che sigla lesistenza dei neuroni glutammatergici, il


contraltare funzionale e farmacologico del GABA, e cio con potenzialit
attivante.
Si capisce quanto sia importante, se si considera che ogni neurone del nostro
Sistema Nervoso riceve almeno una sinapsi di tipo glutammatergico.
In condizioni patologiche di mancato apporto di sangue al cervello e quindi di
ossigeno, come a causa di ischemie cerebrali, lac. glutammico ha un eccesso
di produzione e si ha quindi un assorbimento di glutammato da parte dei
neuroni dellarea ischemica. E allora, si parla di azione eccito-tossica del
glutammato nellarea ipossiemia, poich si ha una estensione ulteriore della
necrosi nel soggetto colpito da ictus.
E allora, si iniziato ad impiegare, nel recente passato, farmaci che bloccano la
sintesi di acido glutammico, per limitare lestensione della zona necrotica.
Infine, come gi detto, in condizioni fisiologiche e in condizioni patologiche di
eccesso di produzione di glutammato, il Neurone glutammatergico pu
contrarre rapporto con le cellule di Nevroglia astrocitarie, che svolgono la
funzione di serbatoi succedanei.
Neuroni purinergici.
Si tratta di una categoria molto ristretta, che sfrutta come base di trasmissione
neurotrasmettitoriale le basi puriniche.
Sono gruppi di neuroni limitati a quelle emanazioni del nostro Sistema Nervoso,
costituite da cellule gangliari, comprese nello spessore delle tonache muscolare e
sottomucosa dellapparato gastro-enterico: Sistema neuroenterico. Una quota
sparuta di neuroni, in questa sede, sono proprio neuroni di natura purinergica.
I neuroni peptidergici.
Etimologicamente, significa: neuroni che elaborano peptidi.
Occorre puntualizzare, tuttavia, che, quando fu inizialmente coniato, il termine di
neurone peptidergico indicava s la possibilit di certi neuroni di elaborare peptidi,
ma tali peptidi erano gi stati studiati ed analizzati dagli Scherrer (che, intanto,
avevano scoperto il Sistema ipotalamico magno cellulare-neuroipofisario), in qualit
di peptidi con funzione ormonale.
Per cui, quando fu inizialmente coniato, con il termine neurone peptidergico, ci si
limitava ad indicare neuroni con potenzialit secretive ormonali, e quindi capaci di
elaborare sostanze specifiche immesse nel circolo ematico.
Ed, in effetti, siamo a conoscenza del fatto che gli ormoni smistati dalla Neuroipofisi
non sono, in realt, di derivazione ipofisaria, ma prodotti da cellule nervose della
regione diencefalica, successivamente raccolti nella Neuroipofisi, ed infine smistati
nel circolo ematico.

Lelemento rivoluzionario consiste nel fatto che, oggi, con la qualifica di neurone
peptidergico, non ci limitiamo ad indicare neuroni che elaborano peptidi utilizzati
per scopi ormonali, ma anche per scopi neurotrasmettitoriali.
E allora, per completezza di esposizione, includiamo nel novero dei neuroni
classificati su base funzionale di elaborazione neurotrasmettitoriale anche la famiglia
dei Neuroni peptidergici.
Essi sono ulteriormente classificabili in tre grandi raggruppamenti:
1) N. peptidergici del sistema ipotalamico magnocellulare-neuroipofisario.
- Neuroni elaboranti ossitocina.
- Neuroni elaboranti adiuretina-vasopressina (ADH).
2) N. peptidergici del sistema parvicellulare-ipofisiotropico.
- Neuroni elaboranti TRH.
- Neuroni elaboranti LRH.
- Neuroni elaboranti CRH.
- Neuroni elaboranti MIP.
- Neuroni elaboranti SRF.
- Etc. (vedi Ipofisi).
3) N. peptidergici extraipotalamici centrali e periferici (si tratta di peptidi che,
nella maggior parte dei casi, sono stati isolati in altri territori endocrini del
Sistema Neuroendocrino Diffuso).
- Neuroni elaboranti Sostanza P.
- Neuroni elaboranti colecistochinina (CCK).
- Neuroni elaboranti neurotensina.
- Neuroni elaboranti VIP.
- Neuroni elaboranti angiotensina.
- Neuroni elaboranti Endorfine.
- Neuroni elaboranti Enkefaline.
- Etc. (sono pi di 210, ed un raggruppamento in continuo accrescimento).
SCHERRER, PADRE DELLA NEUROSECREZIONE PEPTIDERGICA.
Alla luce di quanto detto, Scherrer fu giustamente definito padre della
Neurosecrezione peptidergica, caratterizzata inizialmente unicamente da peptidi di
natura ormonale e, solo successivamente, anche con funzione neurotrasmettitoriale.
Per quanto riguarda la Neurosecrezione endocrina, si concepisce il neurone
caratterizzato dalle presenza di granuli, che non sono vescicole presinaptiche, perch
non hanno niente a che fare con il contatto interneuronico.
E allora, si parl di vescicole neurosecretorie, perch contengono sostanze che non
partecipano alla neurotrasmissione, ma che vengono riversate dal neurone nel circolo
ematico, divenendo quindi ormoni.

Quando, al contrario, il neuropeptide, invece che nel sangue, viene riversato con un
rapporto di contiguit su un neurone adiacente, esso diviene un prodotto
neurotrasmettitoriale.
I neuroni nitrossidergici (impropriamente chiamati, in passato, neuroni
nitrinergici).
Si distinguono fondamentalmente due categorie:
1) Neuroni nitrossidergici del SNC.
2) Neuroni nitrossidergici del Sistema Nervoso Autonomo (NSE).
Tre studiosi americani, di recente, hanno vinto il Nobel per lo studio di questa
particolarissima famiglia di neuroni.
Essi hanno concentrato la loro attenzione sullo studio della sostanza specifica
elaborata da questi neuroni. E, in questo senso, assolutamente suggestivo che il
Nitrossido (NO2), che una delle pi piccole molecole esistenti, e che abbiamo
sempre considerato un inquinante atmosferico e sostanza nociva per lorganismo,
presente nei gas di combustione delle automobili e nel fumo delle sigarette,
distruttore dellozono, in realt , in condizioni fisiologiche, il frutto della
potenzialit elaborativa di alcuni citotipi.
Le prime cellule produttrici di nitrossido studiate (siamo nell 87), sono state le
cellule dellendotelio vascolare, e qui il nitrossido esplica essenzialmente la funzione
di vasodilatazione. E allora, si parl di Nitrovasodilatatore endogeno (e cos venne
denominato per la prima volta).
Dopo il 91, si effettua la scoperta fondamentale che, nelle cellule nervose, presente
lenzima Nitrossido-sintetasi, in grado di sintetizzare Nitrossido. E i tre autori
suddetti inventarono un interessante metodo istochimico per il rilevamento della NOS
endoneuronale. E si appur, finalmente, che alcuni neuroni sono in grado di elaborare
Nitrossido.
Esso una sostanza assai strana, ambigua e bizzarra: come Dr. Jekyll e Mr. Hyde,
perch, in condizioni fisiologiche, rappresenta un neurotrasmettitore benefico per il
nostro organismo, ma, in condizioni patologiche, diviene un killer, una sostanza
citotossica responsabile di moltissime malattie (esso, si scoperto, interviene in quasi
tutti i processi patologici: polmonari, gastro-enterici, nervosi, gonadali- il famoso
VIAGRA, ad es., il risultato degli studi condotti a livello gonadale sul Nitrossido).
E allora, inizialmente (oggi si contano pi di 15000 voci bibliografiche), tali neuroni
vennero identificati con la denominazione alquanto impropria di neuroni nitrinergici,
impropria perch etimologicamente inconsistente. Sicch venne successivamente ad
essere sostituita con la pi calzante: neuroni nitrossidergici.

I neuroni nitrossidergici sono allocati a livello del SNC e del SNP.


Le terminazioni nervose periferiche.
Prima di trattare pi specificatamente delle Terminazioni nervose periferiche, bene
effettuare qualche interessante puntualizzazione.
Da un punto di vista strettamente fisiologico, i neuroni possono essere suddivisi in 3
grandi categorie, in funzione della natura degli impulsi che esprimono (e quindi, in
relazione alla direzione di propagazione dellimpulso e alla Legge della
polarizzazione dinamica):
1) Neuroni motori o efferenti.
Si tratta di quei neuroni che inviano, alla periferia, impulsi di significato motorio o
afferente.
2) Neuroni sensitivi o afferenti.
Si tratta di quei neuroni che prelevano impressioni di senso, sotto forma di stimoli
di diversa natura sensoriale, alla periferia corporea e, tramite le loro fibre nervose,
le trasferiscono ai pirenofori e da qui smistato alle diverse zone del Sistema
Nervoso .
3) Neuroni intercalari.
Cos chiamati, perch topograficamente interposti fra i neuroni motori e i neuroni
sensitivi.
Quindi limpulso viene inizialmente captato dai neuroni sensitivi, poi trasmesso ai
neuroni intercalari che, a loro volta, lo smistano ai neuroni motori (che possono
rispondere con impulsi di tipo efferente, indirizzati verso i tessuti periferici).
Abbiamo detto, occorre fare questa premessa per comprendere le modalit con cui
terminano le fibre nervose, sicch, per quanto riguarda le Terminazioni nervose
periferiche, distinguiamo:
- Espansioni delle fibre dei neuroni efferenti o motori.
- Espansioni delle fibre dei neuroni afferenti o sensitivi.
A) Espansioni delle fibre dei neuroni afferenti o sensitivi.
Ne esistono fondamentalmente 3 possibili modalit:
1) Espansioni libere.
In questo caso, la fibra nervosa di senso si sfiocca alla periferia senza nessuna
complicanza strutturale, e si perde, si innesta, si inocula sia nellambito dei tessuti
epiteliali sia nellambito dei connettivi.

Ma poich ci troviamo sulla superficie corporea, e qui si trova quellorgano di


copertura del nostro soma che la cute, costituita da uno strato superficiale di
natura epiteliale, detto epidermide, e da uno strato connettivale sottoepiteliale, il
derma, distinguiamo ulteriormente in:
- E. libere intraepiteliali.
- E. libere intraconnettivali.
In questo senso, si osserva come, a livello della cute, in sede intraepiteliale, si
venga a costituire una rete di terminazioni molto esili ed eleganti, fini e fitte, detta
rete di Langherans.
2) Espansioni corpuscolate.
In questo caso, il terminale della fibra nervosa si affonda nei tessuti, che sono
quasi tutti di natura connettivale. E, una volta che si inoscula nel connettivo di
svariati distretti corporei, questa espansione viene circondata dalle zone
connettivo circostante (che, pertanto, modifica i suoi aspetti strutturali ed
istologici).
E allora, si costituiscono attorno al terminale della fibra nervosa di senso, delle
capsule, degli involucri costituiti dal connettivo in cui la fibra si addentrata, che
realizzano un tuttuno con lespansione terminale, la quale viene ad occupare il
centro di questa nuova formazione, che in genere proprio una formazione
corpuscolata. Si formano i cosiddetti corpuscoli terminali: ecco perch questa
seconda modalit espansiva della fibra nervosa detta Espansione corpuscolata.
I corpuscoli sono formazioni interconnettivali, pluritissutali (organelli), perch
costituiti al centro da una rappresentanza nervosa (che la fibra nervosa, affondata
nel connettivo) e attorno da una stratificazione (differente a seconda del
particolare tipo di corpuscolo. E, vedremo, ne esistono molti) del tessuto
connettivo circostante.
Il connettivo, abbiamo detto, pu essere di varia natura, a seconda della precisa
sede organica in cui ci troviamo. Per cui, volendo fare qualche esempio,
distinguiamo:
a) Il derma: dove, abbiamo visto, terminano anche espansioni in forma libera.
b) Le tonache o lamine proprie delle membrane mucose.
c) Il connettivo periarticolare: che circonda le strutture articolari.
d) Il connettivo intermuscolare: fra i fasci muscolari, nella muscolatura volontaria
somatica striata, che costituisce i muscoli.
e) Il connettivo tendineo: e cio dellestremit terminale di un muscolo, che lo
fissa allo scheletro.
In queste diverse sedi, che sono sempre di natura connettivale, si possono
approntare e costituire, appunto, delle Espansioni corpuscolate di fibre di neuroni
sensitivi.
PIANO DI ORGANIZZAZIONE COMUNE DELLE ESPANSIONI
CORPUSCOLATE.

Va detto che ai corpuscoli terminali, si diede inizialmente anche la


denominazione piuttosto equivoca di Recettori periferici (equivoca perch il
termine Recettore comunemente attribuito a quelle aree attive periferiche
plasmalemmatiche che ancorano sostanze di diversa natura: neurormoni e
neurotrasmettitori. Quindi, oggigiorno, il termine Recettore ascritto
esclusivamente a quel complesso macromolecolare glicoproteico che costituisce le
varie aree di ancoraggio per farmaci o induttori endogeni di vario tipo).
Sicuramente, per, i corpuscoli terminali sono organelli che recepiscono
impressioni di senso, e proprio in questo senso si spiega il significato funzionale
del termine recettore altrimenti attribuito loro.
Allora, cerchiamo di capire come fatto un recettore e perch esistono differenti
tipi di recettori, con diverse qualifiche. Una prima risposta : questa variet
determinata dal fatto che diverse sono le forme di energia recepibili alla periferia
corporea: variazioni termiche, pressorie, sensazioni dolorifiche, sensazioni tattili,
sensazioni di stiramento (che contribuiscono a mantenere il tono muscolare),
etc.
Per, nellambito di questa variet di fine dettaglio, vi una base, un piano di
organizzazione comune che vale per tutti i corpuscoli: il corpuscolo terminale un
organo neuroconnettivale costituito da unespansione nervosa di vario tipo che,
quando si affonda nei tessuti connettivi periferici, caratteristicamente perde la
guaina mielinica e si risolve al solo neurite, che per viene circondato da un
involucro di connettivo capsulare (perch forma una vera e propria capsula), ma
che sostanzialmente modificato nel suo comportamento microscopico.
E allora, distinguiamo:
- Corpuscoli del Pacini.
I pi studiati. Sensibili a stimoli di natura pressoria, tanto da essere anche definiti
pressocettori (da notare la terminologia affine a quelle cellule epiteliali sensoriali
che abbiamo definito chemiorecettrici o chemioaccettrici, fonorecettrici e
statocinetiche).
Analizzandoli morfologicamente si ribadisce quel piano di organizzazione
comune precedentemente esposto. E possibile distinguere le cellule connettivali
appiattite che si dispongono intorno al prolungamento neuritico privo di guaine,
assumendo la caratteristica fisionomia icasticamente paragonata alla buccia di una
cipolla.
- Corpuscoli del Meissner.
Formato morfologicamente da un avvolgimento connettivale imbutiforme, mentre
al centro la fibra si risolve in tante spire sovrapposte, dando vita ad un vero e
proprio viticcio di espansioni semplici di natura nervosa.
Essi sono sensibili alle sensazioni tattili: tattocettori.
- Corpuscoli di Merkel.
Sensibili alle sensazioni meccaniche: meccanocettori.

- Dischi tattili di Pinkus.


Anchessi sensibili alle sensazioni tattili.
- Corpuscoli di Golgi-Mazzoni e Clave di Krause.
Caratterizzate morfologicamente da uno sdoppiamento della fibra nervosa, che
conferisce alla conformazione corpuscolata un aspetto bilobato.
- Corpuscoli di Ruffini.
Di aspetto pi delicato, nel senso che le espansioni nervose che si ramificano
molto sottilmente terminano con una fisionomia bottonuta, e vi un esile strato
connettivale di rivestimento.
Ed possibile individuare, ancora, altre 2 formazioni corpuscolate, che hanno un
significato un po pi complesso, da un punto di vista del loro funzionamento,
poich acquisiscono attitudini anche di tipo motorio, oltre che sensitivo:
- Organi muscolo-tendinei di Golgi.
Espansioni corpuscolate disposte in corrispondenza del connettivo intermuscolare
e tendineo soprattutto, responsabili, essendo sensibili alla cosiddetta tensione
muscolare, del cosiddetto tono muscolare, che lo stato di permanenza contrattile
basale di ogni fibra muscolare contrattile striata volontaria somatica.
- Fibre neuromuscolari.
Sensibili allallungamento muscolare.
3) Espansioni formanti un giunzione cito-neurale.
Modalit limitata solo a 3 distretti periferici.
Non si realizza pi n con un epitelio n con un connettivo, ma (limitatamente a 3
distretti corporei), con una particolare classe di cellule epiteliali: la cellula
sensitiva secondaria:
- cellule acustiche;
- cellule vestibolari;
- cellule gustative.
Si tratta, ad ogni modo, di distretti di natura epiteliale e non nervosa, se no si
stabilirebbe con le espansioni terminative dei neuroni afferenti una giunzione
sinaptica, e invece si tratta di una giunzione sinaptoide.
B) Espansioni delle fibre di neuroni efferenti o motori.
Se ne distinguono fondamentalmente due tipologie:
1) Espansioni somatomotrici.

Localizzate nel tessuto muscolare striato, il tessuto muscolare somatico contrattile


per eccellenza, e quindi sui muscoli volontari.
La fibra motrice affondandosi, ma non perforando, nella struttura muscolare,
costituisce un dispositivo che prende il nome di placca motrice: il punto di
giunzione fra un neurone di tipo motore con la struttura muscolare striata.
E bene fare questa precisazione perch esiste unaltra variet di tessuto muscolare
striato, che quello che costituisce il miocardio, la tunica contrattile del cuore.
Quindi, bene distinguere fra tessuto muscolare striato scheletrico e tessuto
muscolare contrattile striato cardiaco. Ma qual la differenza?
Perch si effettua questa duplicit di discriminazione?
Non soltanto per la sede: luno costituente la muscolatura somatica, laltro
costituente la muscolatura cardiaca. Occorre affrontare il problema da un punto di
vista istologico.
La fibra muscolare scheletrica un simplasma, non una cellula, ma una massa
protoplasmatica plurinucleata di vasta entit, priva di confini precisi. E il
componente fondamentale della muscolatura striata cardiaca , invece, una cellula
che si chiama miocellula o cardiocita.
Quindi, la distinzione va fatta perch si fa riferimento ad una organizzazione
strutturale completamente differente.
Esistono prove sperimentali per affermare che il miocardio ha una costitutivit
cellulare e le fibre muscolari scheletriche una costitutivit simplastica. Tuttavia,
nel primo caso, da un punto di vista funzionale, la individualit cellulare non
regge nei confronti dellesito funzionale finale, che contrattile, perch, pur
essendo costituita da miocellule distinte, la muscolatura cardiaca, da un punto di
vista istofunzionale, un sincizio: cio, le cellule si contraggono alla stessa
maniera, uniformemente, come se il tessuto fosse un continuum e non
contrassegnato, come , da singole individualit cellulari.
E allora, si suole dire che da un punto funzionale, il miocardio si comporta come
un sincizio, affermazione questa praticamente corretta, ma che, se non
concettualmente sostanziata dalle precisazioni fatte, pu indurre in gravi
miscomprensioni.
Inizialmente, tuttavia, si pens che il miocardio avesse unorganizzazione
sinciziale.
Ma, come si fece a dimostrare sperimentalmente che si ha a che fare con cellule
distinte?
Occorre tenere presente che gi al m.o., senza neppure ricorrere a sofisticatissime
tecniche di colorazione, possibile appurare ci, attraverso lanalisi di particolari
contrassegni morfologici. In termini generali, per individuare lindividualit di una
cellula, oltre che il nucleo, occorre individuare la membrana plasmatica, che funge
da delimitazione periferica. Ma, come si fa a distinguere la membrana plasmatica?
Infatti, in genere, al m.o., la membrana plasmatica delle singole cellule
difficilmente distinguibile. E allora, ci deve essere qualcosa di aggiuntivo da un
punto di vista della identificazione cromatica, rispetto alle altre cellule, per potere

dire che gi al m.o. ci sono dati strutturali, possibilmente confermati


successivamente dalla m.e., che ci portano ad affermare che si tratta di singole
cellule.
Al m.o., in realt, le singole membrane non sono visibili. E allora, qual il segreto
che ci pu fare dedurre ci? Le gap-junctions o nexus riguardano le membrane
plasmatiche s, ma vengono identificate alla luce della m.e.: i dispositivi di
giunzione sono differenziazioni ultrastrutturali fornite dai plasmalemmi delle
diverse cellule. Ma tutto questo, lo si pu affermare soltanto alla luce della m.e.
E invece, i rilievi strutturali che ci consentono di asserire che con buona
probabilit che si ha la presenza di singole membrane plasmatiche e singole
cellule, quali sono?
Nel miocardio si rilevano dei tratti che sono maggiormente colorati, ispessiti, con
un andamento a gradino, scalare: i tratti scalariformi o strie intercalari.
Queste strutture si colgono molto bene allesame ottico. Rappresentano i punti in
cui i versanti citoplasmatici sono a contatto fra di loro e si ha questo ispessimento,
visibile anche al m.o., grazie, come rivela la m.e., alla presenza di due versanti
citoplasmatici uniti mediante gap-junctions o giunzioni serrate.
2) Espansioni visceromotrici.
Non si stabiliscono dispositivi di giunzione cos netti e dettagliati, come nel caso
della placca motrice, ma il tessuto muscolare liscio, che quello che costituisce
le tonache viscerali, che si mette in contatto con le fibre nervose, senza ulteriori
complicanze strutturali.
Si trovano nei visceri e negli adenomeri delle ghiandole (dove le espansioni
motorie hanno il compito di regolare lattivit di sintesi del prodotto di secrezione
e la sua espulsione).
IL TESSUTO DI NEVROGLIA O GLIA (Virchow, 1846).
Generalit.
E il tessuto di sostegno degli organi nervosi, tradizionalmente considerato, con
funzioni anche trofiche. In una parola, la quota stromale, il connettivo degli organi
nervosi.
E anche alla luce di ci, si pu spiegare la denominazione che gli si attribuisce
solitamente: Nevroglia o Glia, (da ), in funzione del suo ruolo di connessione
fra gli elementi nobili del tessuto nervoso.
La caratteristica istologica saliente della Nevroglia rappresentata dal polimorfismo
tipologico dei suoi elementi costitutivi, che ben si accorda a una altrettanto
pleiomorfa funzione, a uneterogeneit di origine embriologica e a una ben distinta
discriminazione topografica.
Lelemento cellulare caratteristico del tessuto di Nevroglia la cellula gliale o
gliocito.

La sua funzione nei confronti del tessuto nervoso essenzialmente trofomeccanica,


ma ci non deve far pensare a un ruolo di subordinazione funzionale.
- Si gi precisato, ad es., che le cellule di Nevroglia partecipano ai fenomeni di
neurosecrezione, rappresentando un serbatoio di neurotrasmettitori che, in tempi
successivi, possono essere smistati ai neuroni propriamente detti.
- Le cellule di Nevroglia possono, inoltre, sintetizzare ed elaborare fattori di crescita
neuronale.
- E poi, elaborano neurosteroidi, che svengono smistati a particolari tipi di neuroni.
- E infine, se non ci fosse la Nevroglia non ci potrebbe essere una collocazione
esatta fra gli elementi nervosi che definiscono la struttura di un organo nervoso,
per cui si attribuisce alle cellule di Nevroglia la funzione di guida.
E questi sono soltanto alcuni dei caratteristici aspetti di correlazione fra cellule
neuronali propriamente dette e cellule di Nevroglia, tant che, da un punto di vista
istofunzionale, si parla di unit neurone-glia.
E ci ha ricadute anche in senso patologico, nel senso che, ad es., quando parliamo di
neoplasie dellencefalo, generalmente parliamo di neoplasie che non si svolgono a
carico dei neuroni (sono assai rare queste forme tumorali, dette neuroblastomi), ma a
carico delle cellule della Nevroglia.
Quindi, ci sono dati sia della Fisiologia sia della Patologia, che autorizzano a pensare
che la Nevroglia non sia un partner silenzioso.
In pi, esaminando la classificazione della cell. di Nevroglia si pu ravvisare uno
spiccato polimorfismo, che gi di per s, espressivo di funzioni ben discriminate e
complesse.
Classificazione della Nevroglia.
Esistono modalit classificative differenti che mettono in evidenza differenti rilievi,
che sono essenzialmente di tipo embriologico e di topografia.
In base a tali rilievi, in parte embriologici e in parte topografici, possibile
distinguere:
- Nevroglia o Glia radiale o prenatale.
- Nevroglia (delladulto) del SNC.
- Nevroglia (delladulto) del SNP.
Cerchiamo di classificarle pi approfonditamente.

Si tenga presente, tuttavia, che, nellambito di queste classificazioni, includiamo


svariate tipologie di tessuto (e non di cellule) di natura nevrogliare.
E, a parte le cellule che fanno parte delle singole forme di tessuto di Nevroglia,
vedremo, esistono cellule isolate di Nevroglia che sono sparse nei vari distretti
organici.
Nevroglia o Glia radiale o prenatale.
Appartiene alla vita intrauterina. Infatti, le cellule di Nevroglia che ne sono
costitutive, evidenziate abbastanza caratteristicamente attraverso la m.e., sono tipiche
della vita embrio-fetale e fanno parte del neuroepitelio, lepitelio colonnario o
batipismatico che costituisce la parete del tubo neurale. E si estendono per tutta la
superficie del tubo neurale, dalla superficie interna (che fatta, vedremo, di cellule
ependimali) fino alla superficie esterna.
Ricostruzioni tridimensionali al m.e. rivelano che i neuroni immaturi, i neuroblasti,
che compiono una migrazione intraparietale nello spessore del tubo neurale, si
affiancano a queste cellule radiate, munite di minutissimi prolungamenti che
compenetrano nello spessore del tubo neurale.
E allora, i neuroblasti, che non hanno prolungamenti (tant che si parla di
neuroblasti apolari), ma che riescono a muoversi, scivolano lungo questi
prolungamenti e si portano alle loro sedi di assetto definitivo.
Ed proprio questa la funzione guida delle cellule della Glia radiale, compiuta la quale
nei confronti dei neuroblasti apolari, scompaiono e si pensa che trasformino in
Astrociti.
Senza queste cellule, quindi, non si stabilisce lassetto definitivo dei neuroni, che
caratterizza gli organi nervosi. Senza di esse, quindi, si avrebbero manifestazioni
patologiche molto gravi, delle distopie neuronali: difetti di posizionamento
topografico che causano embrio-fetopatie di diversa natura.
Nevroglia (delladulto) del SNC.
Prima di soffermarci pi approfonditamente sulle varie forme di Nevroglia a livello
del SNC, bene, almeno sommariamente, fare riferimento ai citotipi che ne sono
caratteristici.
CITOTIPI CARATTERISTICI DELLA GLIA DEL SNC.
(Nonostante la trattazione che segue, tuttavia, occorre sempre tenere presente che non
assolutamente imprescindibile che i citotipi seguenti si riuniscano nella costituzione
di unentit tissutale: potrebbero, infatti, essere presenti cellule di Nevroglia disperse
in forma isolata sia a livello del SNC che a livello del SNP).
- Ependmocita.
Costituisce, nel suo associarsi, lEpendima.
E vedremo come ne esistano due forme: 1) Ependimocita tipico ed 2)
Ependimocita atipico o tanocita.

- Macrogliocita o Astrocita (fibroso e protoplasmatico).


E la cellula costitutiva, nel suo associarsi, della Macroglia o Nevroglia
propriamente detta.
E, vedremo pi approfonditamente, si distinguono due forme diverse di cellula
astrocitaria, che occupano differenti distretti dellSNC.
- Oligodendrocita.
Costitutivo, nel suo associarsi, della Oligodendroglia.
- Microgliocita o cellule di Del Rio-Hortega.
Caratteristico della Microglia.
Ed, infine, sono stati isolati altri due citotipi di natura gliale, specifici del SNC, che
sono:
- Pituicita.
Costitutivo della Adenoipofisi.
- Cellula di Muller.
Allocata nella retina.
Si tratta di una grossissima cellula di Nevroglia, che offre un supporto meccanico,
di sostegno, ma non soltanto, poich stato osservato che capace di sintetizzare
sostanze speciali, che possono costituire alcuni putativi neurotrasmettitori
(soprattutto nelle classi viventi inferiori).
Si tratterebbe quindi, nonostante la natura gliale, di una cellula caratterizzata dalla
nobile attivit peptidergica, un tempo attribuita impropriamente solo ai neuroni.
- Gliociti di Bergmann.
Che si trova in forma isolata nella regione del Cervelletto.

I TESSUTI DI NEVROGLIA DEL SNC.


E possibile distinguerne varie forme:
- Ependima.
Di origine ectodermica.
E costituito da specifiche cellule di Nevroglia, dette ependimociti.
Si tratta di cellule di rivestimento (: rivestimento, : cellula) che
fanno parte del neuroepitelio del tubo neurale.
E, cos come esistono, vedremo, due classi di ependimociti, distinguiamo anche
due classi di Ependima:

1) Ependima tipico.
Quello tradizionale.
Costituisce un epitelio monostratificato, semplice o cubico, che riveste la
superficie interna del canale centrale del midollo spinale e dei ventricoli
centrali (o cavit ventricolari cerebrali, ovvero cavit scavate nello spessore
dellencefalo e che rappresentano i punti di espansione della cavit del
primitivo tubo neurale).
E importante puntualizzare le caratteristiche strutturali ed ultrastrutturali degli
ependimociti tipici ed atipici, poich esse rappresentano un importantissimo
elemento di differenziazione fra i due citotipi.
Da un punto di vista ultrastrutturale, il bordo apicale (che quello che
prospetta sul versante endoventricolare o sulla cavit del canale centrale del
tubo neurale) degli ependimociti tipici munito di numerose ciglia vibratili, e
c anche qualche raro microvillo, ma sostanzialmente si hanno solo ciglia
vibratili.
I versanti plasmalemmatici laterali, di contatto fra un ependimocita e laltro,
posseggono dispositivi di tipo nexus o gap-junctions, ma non ci sono giunzioni
pi classiche di tipo occludente. E bene fare questa puntualizzazione perch
negli ependimociti atipici troveremo un risvolto speculare a tali
caratterizzazioni.
E poi, infine, possibile rilevare un corredo enzimatico (del metabolismo
energetico ossidativo) di tipo sedativo (e quindi, potenzialmente analgesico)
deputato al movimento ciliare. Inoltre, gli ependimociti tipici, avendo ciglia
vibratili, debbono possedere un corredo proteico dinamico, che metta in moto
la struttura, altrimenti immota, tubulinica dei microtubuli delle ciglia vibratili.
2) Ependima atipico.
Cos chiamato perch non mostra i contrassegni strutturali ed ultrastrutturali,
caratteristici della quota pi grande di ependima: lependima tipico.
Abita zone circoscritte della superficie delle cavit endoventricolari, e
precisamente in corrispondenza dei cosiddetti plessi corioidei (gettoni vasculoconnettivali che sono rivestiti da ependim di natura tanicitaria) e in
corrispondenza del pavimento e recesso infundibulare del terzo ventricolo
(una cavit sostanzialmente scavata nello spessore del territorio ipotalamico, in
rapporto con la cosiddetta area ipofisiotropica dellipotalamo).
Si tratta di una cellula cubica, fornita di un grosso nucleo.
E costituito da ependimociti profondamente modificati, detti tanociti o
ependimociti atipici.
Essi presentano un aspetto morfologico speculare rispetto a quello degli
ependimociti tipici: superficie esterna ricca di microvilli e, nei versanti laterali,
compaiono giunzioni occludenti (e non gap-junctions). E la giunzione
occludente il dispositivo di membrana plasmalemmatica che impermeabilizza

gli accessi intercellulari: si chiude il passaggio intercellulare, allinterfaccia, di


grosse molecole.
Essi svolgono funzione di secrezione: secernono 1\2 litro\die di quel
Caratteristico liquido contenuto nella cavit ventricolari e del canale midollare:
il liquido cefalorachidiano, un mezzo veramente importantissimo.
Va detto che, inoltre, i tanociti dei recessi infundibulari del terzo ventricolo
presentano caratteristiche ultrastrutturali che mancano nei tanociti dei plessi
corioidei: alla base della cellula si crea un prolungamento che si affonda nel
contesto della eminenza mediana.
Tali prolungamenti possono contrarre rapporti con i capillari del Sistema
Portale. Questo rapporto ci dice molto circa la funzione di questo tanocita, a
proposito del riversamento di sostanze specifiche, che lo stesso ependimocita
atipico pu elaborare o assumere dal liquido cefalorachidiano (in cui sono
presenti sostanze speciali e ci possono essere anche principi ormonali, riversati
dai neuroni peptidergici adiacenti al rivestimento ependimale di questa zona
della superficie paraventricolare. E allora, si capisce che esistono vie alternative
di smistamento degli ormoni ipotalamici, da parte dei neuroni peptidergici che
riversano il loro prodotto di secrezione nella cavit del terzo ventricolo, da cui
sono captati attraverso tanociti che, a loro volta, li smistano nella prima via
capillare del Sistema Portale, in alternativa alla via neuro-emale
precedentemente considerata (i neuriti che sboccano direttamente nella via
capillare).
- Macroglia.
Di origine ectodermica.
E la forma di Nevroglia pi estesamente rappresentata nel nostro organismo.
LAstrocita, che ne caratteristico, una cellula stellata, con prolungamenti
protoplasmatici che ne definiscono il caratteristico aspetto aracniforme.
Si tratta di cellule con un corpo cellulare e prolungamenti che, da un lato, si
possono mettere in contatto con il rivestimento delle membrane sierose che
attorniano lencefalo, le meningi, di cui caratteristica la pia madre, e dallaltro
si possono mettere in contatto con la parete dei vasi sanguigni da cui traggono
principi nutritizi che smistano poi ai neuroni con cui tali cellule entrano in
rapporto. Essi, quindi, suggono sostanze dai vasi, e c in questo senso il
riferimento alla Istologia classica circa i rigonfiamenti bottonuti di queste cellule
in corrispondenza dei vasi sanguigni, come se fossero dei piccoli apparati
succhiatori, tanto che furono chiamati piedi vascolari o apparati succhiatori del
Kajal.
Sono distinguibili fondamentalmente due forme astrocitarie:
- Astrociti a lunghi raggi o fibrosi.
- Astrociti a corti raggi o protoplasmatici.

Le due forme occupano sedi differenti del Sistema Nervoso, nel senso che lAstrocita
fibroso occupa la cosiddetta Sostanza bianca (sede delle fibre nervose dei neuroni)
dellEncefalo, a differenza di quello protoplasmatico che occupa la cosiddetta
Sostanza grigia (sede dei pirenofori dei neuroni).
Da un punto di vista delle ultrastrutture, sono caratteristici degli Astrociti fibrosi i
microtubuli e soprattutto i filamenti intermedi o gliofilamenti. E vi una proteina
caratteristica del gliofilamento che la GPA o Proteina Acida Gliofibrillare, che
utilizzata, in campo istochimico, come substrato di evidenziazione di tali cellule di
Nevroglia (che, con metodologie classiche sono assai difficili da individuare),
mediante marcatura indiretta.
Va aggiunto, a proposito della proteina GPA, che essa si ritrova anche in alcune
cellule di Nevroglia localizzate nel Sistema Nervoso Enterico, assieme a cellule
gangliari presenti nello spessore del tubo gastro-enterico, per cui si parla di cellule
astrocitosimili.
Ed ancora, presente unaltra sostanza proteica, la suppletiva proteina S-100,
presente sia nelle cellule gliali del Sistema Nervoso Enterico assieme alla GPA, sia
nelle cellule elettive che abitano la Nevroglia periferica e che, vedremo, sono le
cellule di Schwann. Anche la marcatura di questultima proteina pu rappresentare
un interessantissimo metodo di individuazione delle cellule di natura gliale, sia a
livello del SNC sia a livello del SNP.
Gli Astrociti protoplasmatici, come elementi di differenziazione dagli Astrociti
fibrosi, presentano una diversa dimensionalit sia dei gliofilamenti che dei
microtubuli. Ad ogni modo, anche negli Astrociti protoplasmatici sono presenti
gliofilamenti (a differenza di quanto accadr per altre cellule di Nevroglia, che non
possiedono gliofilamenti).
Poich contraggono rapporti e con i capillari e con i neuroni, si tratta delle tipiche
cellule di Nevroglia con funzioni trofiche.
C la possibilit, inoltre, da parte degli Astrociti di elaborare neurosteroidi, per cui
si parla di funzione della neurosteroidogenesi.
Quindi, riassumendo, le principali funzioni sono:
- di sostegno;
- trofica;
- cicatriziale. E non va trascurata neppure questultima funzione esplicata dalle
poliedriche cellule astrocitarie, condivisa con le cellule di Microglia. O meglio,
mentre gli Astrociti sono cellule di Macroglia implicate, con le loro attivit
cicatriziali, nella costruzione di una cicatrice, che rappresenta lesito del
rimaneggiamento di una zona nervosa lesa, la cellula di Microglia, vedremo, si
incarica di esplicare unattivit fagocitaria nei confronti dei detriti neuronali.

- Oligodendroglia.
Anchessa di origine ectodermica.
La cellula che ne caratteristico, abbiamo detto, lOligodendrocita.
Non ci sono gliofilamenti, ma ci sono microtubuli.
Esiste una classificazione degli oligodendrociti, in funzione della loro sede
(attraverso Mori e Leblond):
- Oligodendrociti satelliti perineuronali (10).
- Oligodendrociti interfascicolari (20).
Nel primo caso, si ha a che fare con oligodendrociti molto piccoli, confinati
nellambito della cosiddetta Sostanza grigia, e cio in corrispondenza dei
pirenofori delle cellule nervose (dove si trovano anche gli Astrociti
protoplasmatici).
La loro funzione chiaramente nutritizia.
E poi, vi il secondo gruppo di oligodendrociti, caratterizzata da una
dimensionalit doppia rispetto ai primi, allocati nelle fibre nervose del SNC, ed
implicati nel processo della mielinogenesi (e quindi, nella formazione della
cosiddetta Sostanza bianca).
Quindi, il fatto che le dimensioni degli oligodendrociti interfascicolari siano
doppie rispetto a quelle degli oligodendrociti satelliti assolutamente logico: essi
devono fornire, attraverso i propri prolungamenti, una maggiore quantit di stoffa
citoplasmatica per costituire la guaina mielinica ed esplicano, al tempo stesso, un
ruolo nutritizio di trasferimento di sostanze tra vasi e corpi cellulari. Infine,
occorre tenere presente che, a differenza di quanto, vedremo, accade in condizioni
fisiologiche per la cellula di Schwann, si ha una mielinizzazione plurineuritica.
- Microglia.
Lunica forma di Glia, a livello dellSNP, di origine mesodermica.
Abbiamo definito la cellula che ne caratteristica Microgliocita o cellula di
Del Rio-Hortega.
Si tratta di cellule, come fa intuire lo stesso nome, con un corpo caratterizzato da
uno scarsissimo citoplasma, caratterizzate da un corpo molto ristretto e da
propaggini spinose che lo fanno assimilare al fibroblasto (e del resto, ci
assolutamente plausibile, alla luce della medesima derivazione istogenetica
mesodermale).
La loro funzione primigenia quella fagocitaria.
E allora, spesso, dopo avere esplicato il loro principale ufficio funzionale,
assumono un corpo pi globoso e caratteristici residui citoplasmatici, denominati
corpuscoli granulari.
NEVROGLIA ECTODERMICA E NEVROGLIA MESODERMICA.

In relazione a quanto detto, si capisce che, analizzando queste differenti forme di


Nevroglia del SNC (Nevroglia dellAdulto), possibile riconoscere differenti stipiti
di origine di sviluppo embriogenetico.
Ovviamente, vi saranno precipue cellule staminali. E allora, possibile distinguere
fondamentalmente una Nevroglia ectodermica e una Nevroglia mesodermica.
Dalla prima, originano cellule staminali definite Spongioblasti, che quindi sono
progenitrici delle varie forme prima considerate di Nevroglia ectodermica
(Ependima, Macroglia, Oligodendroglia).
Al contrario, lunica forma di Nevroglia di origine mesodermica la Microglia, che
quindi, una sorta di Nevroglia dimportazione, negli organi del SNC.
I Microgliociti penetrano nellabbozzo cefalico assieme a vasi caratteristici, gli
zampilli di Nevroglia, caratterizzati ovviamente da cellule di natura mesodermica.
E anche la funzione risponde allorigine, perch la Microglia il tessuto di Nevroglia
che, essendo derivante dal Mesoderma, pu acquisire anche particolari funzioni di
cellule di derivazione mesodermica classicamente note, che sono le cellule dei tessuti
trofomeccanici. Molte delle funzioni de tessuti trofomeccanici, vedremo, come ad es.
quella fagocitante e di endocitosi in genere, sono appunto precipue delle cellule di
Microglia che, pertanto, sono anche dette cellule di spazzatura.
Ed esplicano la loro particolarissima attivit nei confronti dei detriti neuronali: ad es.,
i neuroni possono morire a causa di insulti ischemici e le cellule di Microglia si
preoccupano delloperazione di ripulitura della zona neuronale che stata interessata
dallinsulto ischemico.

Nevroglia (delladulto) del SNP.


In questo caso, sufficiente passare direttamente allanalisi dei citotipi che ne sono
caratteristici:
- Cellule capsulari o satelliti.
Allocate nei gangli cerebrospinali (che, quindi, sono veri e propri organi, per la
presenza del tessuto gliare e del connettivo propriamente detto).
Le cellule gliari si incaricano di costruire attorno al pirenoforo delle cellule
gangliari una sorta di capsula, mediante i loro prolungamenti. E da questo, la
caratteristica denominazione.
Per cui, si d vita a un processo che prende il nome di satellitosi perineuronale.
- Cellule di Schwann o lemnociti.
La loro primigenia funzione, si detto, la costituzione della guaina mielinica,
in corrispondenza dei neuriti dei neuroni del SNP.
Si tratta di cellule particolarissime, originariamente molto espanse, ma che,
successivamente, si assottigliano per il contributo graduale alla formazione della

guaina mielinica, sicch il loro spessore inversamente proporzionale a quello


della guaina mielinica.
Ed ecco che ogni cellula di Schwann, nella fibra nervosa, occupa quello spazio
che abbiamo definito segmento interanulare. Quindi, parecchie cellule di
Schwann, messe le une accanto alle altre, hanno una porzione periferica pi
assottigliata rispetto alla porzione centrale dove si trova il nucleo, ed ecco perch
si formano quei restringimenti che abbiamo definito nodi del Ranvier: si tratta dei
limiti periferici di due cellule di Schwann contigue che si toccano.
Esistono poi altri due citotipi, non appartenenti, tuttavia, alla specie umana:
- Cellule lemmali.
- Cellule di teloglia.
Interazione neurofunzionale fra neurone e glia: unit neurone-glia.
Le moderne tecniche di allestimento di una coltura di Astrociti in vitro hanno messo
in evidenza che, nei mezzi di coltura, si accumulano sostanze neurotrofiche a basso
PM di natura non proteica, necessarie per la sopravvivenza dei neuroni sia del SNC
che del SNP.
Tali sostanze neuroattive, prodotte dagli Astrociti, potrebbero rifornire la cellula
nervosa di fattori trofici, metabolici e di difesa anti-perossidi.
Per questo motivo, si coniata la definizione di unit neurone-glia, nel senso che non
si ha una condizione di subordinazione della cellula di Nevroglia nei confronti del
neurone, ma semmai un rapporto di sostentamento e collaborazione funzionali.

ECCEZIONI DELLA DOTTRINA CELLULARE\SIMPLASMA.


In base alla dottrina cellulare, tutti gli organismi viventi sono costituiti da una (se
unicellulari) o pi cellule (se pluricellulari).
Abbiamo anche dato una definizione pi o meno generica di cellula: unit
elementare di sostanza vivente dellordine di grandezza microscopico.
Le cellule, in generale, dispongono di alcune caratterizzazioni comuni e di caratteri
morfologici similari, come, ad es., la presenza di membrana plasmatica, che limita e
protegge lambiente cellulare, e di nucleo.
Esistono, per, entit biologiche che sicuramente non possono essere definite
cellulari in senso stretto, in quanto non presentano caratterizzazioni come le suddette

e che, di conseguenza, presentano pareti plasmatiche non definite e formazioni


polinucleiche.
Formazioni di questo tipo prendono ad es. la denominazioni di simplasmi. Si
definiscono come simplasma:
Vasta entit protoplasmatica (vasta, ad es., rispetto allestensione del protoplasma di
una singola cellula tipo), polinucleata e a limiti indistinti.
Il meccanismo istogenetico di formazione del simplasma duplice, nel senso che i 2
possibili effetti spesso si assomigliano anche e soprattutto morfologicamente, ma la
derivazione istogenetica e quindi il meccanismo di produzione nettamente
differente:
1) Sincizio.
2) Plasmodio.
SINCIZIO.
Simplasma che si costituisce per la confluenza casuale (che avviene per modalit che
ancora oggi non precisiamo), di formazioni cellulari primitivamente ben distribuite
che perdono il protolemma e danno vita a ununica formazione di dimensioni molto
pi vistose rispetto ai costituenti cellulari.
La formazione di un sincizio, pertanto, prevede la conflusione dei singoli
protoplasmi, cosicch di determinare la formazione di ununica massa
protoplasmatica, polinucleata e a limiti indistinti geometricamente parlando (proprio
la fenomenologia caratteristica di un simplasma!).
Il sincizio ricorre in condizioni fisiopatologiche per tessuti anormali che si possono
impiantare nel nostro organismo.
Ad es., il tessuto tubercolare. Infatti, quando il bacillo di Kock esplica la sua azione si
ha la formazione di un tessuto di granulazione: si tratta di cellule sinciziali che non a
caso il patologo definisce cellule giganti di Langans, con una definizione alquanto
imprecisa dal momento che le formazioni sinciziali non sono assimilabili alla
struttura cellulare. In un soggetto affetto da bacillo di Kock, quindi, basta effettuare
una broncoscopia per evidenziare cellule sinciziali.
Un altro esempio, potrebbe essere il cosiddetto linfogranuloma maligno, in cui,
egualmente, si instaura un tessuto simplasmico sinciziale (cellule di Stemberg).
Plasmodio.
Si tratta di unentit biologica poliplasmatica e polinucleata, proprio come il sincizio.
Si ha in questo caso, tuttavia, un iter istogenetico completamente diverso. Si parte,
infatti, da ununica cellula che commette errori nelle fasi riproduttive. Normalmente,
infatti, alla citodieresi dovrebbe seguire la cariodieresi.
In caso di plasmodio, invece, si realizza una cariodieresi non seguita da una normale
citodiersi. E si perviene anche, in questo caso, a una massa citoplasmatica
polinucleata, mediante a un accrescimento protoplasmatico.

E interessante notare che facile incontrare identit tissutali costituite non da cellule,
ma da plasmodi (ad es., nel tessuto muscolare-scheletrico).
Ora, sebbene esistano varie tipologie di tessuti muscolari contrattili, a differenza del
tessuto muscolare liscio involontario (costituito da cellule ben definite, le miocellule),
il tessuto muscolare scheletrico costituito da plasmodi e non da cellule. E infatti, si
parler di fibre muscolari e non di cellule muscolari.

FORMA DELLA CELLULA.


- Eterogeneit.
E evidente che nella edificazione delle nostre moli somatiche sono necessari diversi
citotipi. La forma cellulare, pertanto, caratterizzata da un pleiomorfismo,
condizionato da 2 fattori fondamentali:
1) Fattore meccanico.
Esso costituito da forze pressorie che possono agire nellinterno delle cellule o fra
le varie cellule allorch sono a diretto contatto fra di loro.
Il fattore meccanico regolato dalle cosiddette leggi della citomorfogenesi di Lewis,
ostiche e farraginose, che spiegano il perch delle forme assunte dalle varie cellule.
In particolare, fattori pressori endocellulari determinano, ad es., un aspetto delle
cellule di tipo sferoidale. Abbiamo visto che la cellula uovo, ad es., costituita al suo
interno da una sostanza nutritizia chiamata vitello e che ne determina la forma
sferoidale. Allo stesso modo, le cellule del tessuto adiposo contengono al loro interno
una gocciolina di grasso che egualmente ne determina la forma sferoidale. In
entrambi i casi, infatti, il liquido interno esercita una pressione omogenea e uniforme
sulla superficie interna della membrana plasmatica tale da determinare la
caratteristica forma sferoidale.
Al contrario, forse pressorie intercellulari, che si esercitano fra le varie cellule le cui
superfici esterne si trovano a contatto, condizionano laspetto prismatico, che tuttavia
caratterizzato da una gran plasticit, ovvero una capacit di modificare la loro
struttura, compatibilmente con le condizioni fisiologiche normali, in concomitanza
della modificazione dei valori pressori intercellulari.
2) Fattore funzionale.
Nella maggior parte dei casi, la forma delle cellule determinata da un fattore pi
prettamente funzionale. Essa, infatti, assume quella forma che le utile per esplicare
ben determinate funzioni.
Ad es., le cellule nervose assumono un aspetto ramificato per proiettarsi verso i
diversi distretti corporei. E in merito a questo fattore funzionale, un embriologo del

passato, di nome Ruffini, scrisse alcuni importanti corollari, che adesso


esamineremo.
E necessario che si abbia laspetto formale pi adatto alla esplicazione dellambito
pi squisitamente funzionale.
Intuizione fondamentale di Ruffini, nel trattato Fisiogenia, risiede nella convinzione
che nella cellula uovo vi sia gi un quid che condizioner la forma futura della
cellula:
luovo una Forma individuale in potenza.
Ne abbiamo gi discusso trattando del concetto di totipotenza dello zigote e delle
cellule staminali.
Questo fatto, venne intuito in unepoca molto nebulosa in cui si era vessati da
tecniche di microscopia alquanto imperfette.
Egli correla questa Forma in potenza a un complesso di funzioni succedentisi in
ordine regolare.
Di conseguenza, luovo un sistema di funzioni in potenza.
Nella nostra epoca, non siamo andati molto avanti, tutto sommato, nel capire quali
sono le motivazioni particolari e scientifiche di questo processo di
citodifferenziazione e soprattutto i meccanismi che ne stanno alla base: perch, in
altri termini, da una cellula uovo si produca in alcuni casi una cellula epiteliale, in
altri una cellula nervosa
Evidentemente, sar un problema connesso al fattore genetico, ma non sono stati
ancora esplicitamente identificati i geni che determinano ci.
Il progresso in questo campo, tuttavia, si fatto egualmente sentire. Ad es.,
nellutilizzo di tecniche di microscopia elettronica a scansione e a trasmissione
(TEM), che consentono di percepire visivamente la tridimensionalit degli elementi
oggetto dindagine.
Spesso, ci si serve anche di alcuni espedienti come la colorazione, che serve ad
evidenziare visivamente le varie strutture.
La variet morfolofica (pleiotropismo) , sotto questo punto di vista, a dir poco
sorprendente.
Abbiamo visto che esistono ben circa 200 tipi differenti di cellule che costituiscono il
nostro soma. Esse presentano le pi svariate forme, in adempimento delle pi svariate
funzioni che esplicano.
E adesso, cercheremo di fare qualche esempio pratico che renda pi esplicita la
strettissima correlazione che sussiste tra la forma di una cellula e le funzioni che la
caratterizzano.
- Cellule avventiziali. Si tratta di cellule solitamente abbarbicate alla parte esterna
del vaso sanguigno, determinandone conseguentemente una compressione, e che
hanno il compito di regolare il flusso ematico con i suoi prolungamenti.

- Cellule nervose. Anchesse dotate di prolungamenti, le cui funzioni strutturali


abbiamo gi introdotto.
- Cellule della mucosa della tuba, dotate anchesse di prolungamenti (ciglia
vibratili) che consentono un movimento di propulsione delluovo dallovaio alla
cavit uterina.
- Globulo rosso. Esso caratterizzato da un aspetto sicuramente molto mutevole,
bench entro i limiti fisiologici a causa delle modificazioni del calibro dei vasi che
li contengono e alle variazioni pressorie del flusso ematico a cui tali cellule
devono soggiacere. Da un punto di vista strutturale, si tratta di un disco biconcavo
schiacciato al centro da entrambe le facce. E una modificazione anche minima
della forma determina tutta una serie di gravi patologie, a carattere endemico nel
nostro territorio, che prendono il nome di anemie emolitiche. Esse consistono in
una prematura distruzione del globulo rosso in seguito al processo di emolisi,
ovvero della proteina emoglobina in esso contenuta.
Il solo riscontro microscopico pu fornire un interessante metodo di indagine.
Si parler pertanto di poichilocitosi: presenza di aspetti diversi e anormali della
forma globulare.
Occorre, per, non fare confusione con normale e fisiologico adattamento del
globulo alle variazioni di forma del lume vasale e alle conseguenti variazioni
pressorie.
Al contrario, propaggini, prolungamenti, grinzosit e, in genere, bizzarria di
forma, determinano tutta una serie di patologie.
- Globulo bianco. E un particolare tipo di linfociti. Caratterizzato da aspetto
definitamente sferico, con una superficie munita di minutissime estroflessioni, che
aumentano di grandezza, si prolungano e si restringono, quando il linfocita si
cimenta in attivit difensive nei confronti di altre cellule.
La forma di questa struttura espressione di contatto con corpi esterni e con
intenti distruttivi. Si instaurano certe interazioni.
Essi hanno spesso una funzione efficacissima, ad es., nei confronti di molte cellule
batteriche, mentre la loro efficacia del tutto assente nei confronti delle ben pi
grandi e mostruose cellule tumorali.
- Possiamo addirittura estendere il discorso al paradosso, affermando che la stessa
evoluzione amitotica e anaplastica delle cellule tumorali, ha, in termini di
espressione formale, la corretta manifestazione dei nefasti effetti che essa esercita.
Si perde, infatti, la normale caratterizzazione formale. E grande, mostruosa. Priva
di ordine. E si potr facilmente osservare, in seguito ad esame istologico,
lintensissima attivit riproduttiva a carattere tumultuoso e afinalistico, proprio
insomma delle cellule di tipo tumorale.
- Propaggini filamentose differenti rispetto alle ciglia vibratili sono proprie anche di
4 tipi di cellule degli apici. Si tratta di cellule sensitive che si allocano nel fondo
delle nostre cavit nasali e che sono dotate di recettori chimici che consentono
loro di esplicare la loro attivit sul senso dellolfatto.
- Infine, ad es., se consideriamo leffetto dellattacco del virus dellepatite alle
cellule epatiche, si vede come il primo effetto citopatogeno si realizza sulla

superficie di contatto, sulle membrane. Esplica unazione parassitante, perch


sopravvive a spese delle cellule epatiche. Ne cambia la forma e di conseguenza ne
modifica irreparabilmente e dannosamente la struttura.