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LASSEGNO DIVORZILE PU ESSERE RIDOTTO

SE LA EX MOGLIE NON VUOLE LAVORARE


La Corte di Cassazione, con la sentenza del 5 febbraio 2024 (Cass. Civ., Sez. I, 5 febbraio 2014,
n. 2546) conferma il principio in base al quale laccertamento del diritto allassegno di divorzio
da parte del giudice si scompone in due fasi: la prima orientata alla verifica dellesistenza del
diritto in astratto, e la seconda fondata sulla determinazione in concreto dellassegno in base
alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati dalla legge.
In questultima, deve comunque escludersi la necessit di una puntuale considerazione, da parte
del giudice che dia adeguata giustificazione della propria decisione, di tutti, contemporaneamente, i parametri legali di riferimento. In tema di determinazione dellassegno di divorzio,
deve pertanto escludersi la necessit di una puntuale considerazione, da parte del giudice che
dia adeguata giustificazione della propria decisione di tutti, contemporaneamente, i parametri di
riferimento indicati dallart. 5, comma 6, L. 1 dicembre 1970, n. 898, ovvero, deve aggiungersi,
di tutti tali parametri nella medesima misura.
Inoltre, in tema di scioglimento del matrimonio e nella disciplina dettata dallart. 5, L. 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dallart. 10, L. 6 marzo 1987, n. 74, laccertamento del
diritto allassegno di divorzio si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice chiamato
a verificare lesistenza del diritto in astratto, in relazione alla inadeguatezza dei mezzi o allimpossibilit di procurarseli per ragioni oggettive, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello
goduto in costanza di matrimonio, fissate al momento del divorzio, e quindi procedere ad una
determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare linadeguatezza di detti mezzi,
che costituiscono il tetto massimo della misura dellassegno.

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Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dellassegno
in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nello stesso art. 5, che quindi
agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto, e possono in ipotesi estreme valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione.
Nella recente sentenza la Cassazione ha ritenuto non censurabile la sentenza impugnata con la
quale la corte distrettuale, in parziale riforma della decisione del giudice di primo grado, aveva rideterminato, riducendolo, limporto dellassegno divorzile posto a carico dellex marito.
Quella che la ricorrente denuncia come motivazione contraddittoria, precisa la sentenza in esame, altro non che appunto la duplice operazione compiuta dalla Corte secondo il richiamato
indirizzo giurisprudenziale. Infatti, essa ha dapprima, nellaccertamento dellan dellassegno,
fatto riferimento alla oggettiva impossibilit, in atto, dellex moglie di ricostruire con i suoi
propri mezzi il livello di vita pregresso, per le ragioni gi indicate; quindi, una volta accertata
la sussistenza del diritto in capo alla stessa, il giudice di secondo grado, nella determinazione
della misura di tale assegno, ha dato rilievo anche al carattere volontario del mancato reperimento da parte dellex moglie di una attivit lavorativa remunerata s da consentire al proprio
mantenimento: affermazione, questultima, che la Corte ha ritenuto suffragata proprio dal mancato impegno della donna, nel periodo immediatamente successivo alla separazione -in cui ella
aveva unet che le avrebbe ancora consentito di dedicarsi al lavoro pi confacente alle sue
possibilit- in alcuna attivit retribuita. Resta, dunque, conclude la Cassazione, esclusa ogni
contraddittoriet ed insufficienza nella motivazione della sentenza impugnata.
In sintesi rilevante per la quantificazione dellassegno divorzile la scelta del coniuge di non
lavorare.

Armando Cecatiello Avvocato, Milano


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