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Mi sveglio di colpo, alle 13, come ogni mattina in cui non ho una sveglia. Ennesimo sogno. Incubo.

Che poi, incubi non sono: sono sogni strani, come guardare un film indie di cui non capisci il
significato, ma passa tutto attraverso ai tuoi occhi, e attraverso la tua pelle onirica, come langoscia
che i sogni mi portano sempre. Cos, mi sento pesante, stanca, sono sudata e odio quella sensazione.
Mi passo una mano sul collo, umido, e scopro che i capelli sulla nuca sono fradici. Impreco. Calcio
via le coperte e fisso il lampadario un lampadario a goccia, nero traslucido, bellissimo che filtra
fra il vetro fume le striature di luce fra le persiane. Mi alzo, incespico per scendere la scaletta del
letto. Puzza ancora di Ikea, quel letto, di legno nuovo e sostanze chimiche. Ma le lenzuola sono
bellissime, bianco immacolato, solo un piumino, per lasciarmi libera. Mentre cerco con un piede il
piolo successivo, vedo i peli neri e soitili del cane, che oramai in casa sono ovunque. Strati di peli
soffici e rossicci, del gatto, e strati di peli irti e neri, di Nox, sono ovunque. Sul divano, sotto ai letti,
sul pavimento, sotto ai cuscini, fra i miei silenzi, ad ovattare lossimoro perfetto di un silenzio
assordante.
Apro la finestra, faccio scattare il blocco e attivo linterruttore automatico della persiana. Che
stronzata. La tapparella cigola e vedo il sole che speravo fare capolino da sotto il bordo, intiepidirmi
le gambe. Apro la grata ed esco in giardino. Mi crogiol in quella sensazione densa e dolce, un sole
che profuma di primavera che per la prima volta dopo mesi riesce a scaldare. Ha rotto lo strato di
nebbia, finalmente, il freddo leggero dellinverno, evitando i fiocchi di neve e arrivando fino ad ora.
In quel momento, sono grata al mondo per quel momento. Per i nervi, le terminazioni che possiedo,
che mi fanno avvertire il sole, come un luccichio, come lenergia, anche se chiudo gli occhi.
Mi affaccio dentro e afferro il pachetto mezzo vuoto di sigarette. Lo apro, il profumo di tabacco si
accorda alla perfezione con quel tepore tenero. Laccendino di fianco al posacenere. Lo afferro e
lo faccio scattare, due volte. Una scintilla, e poi una fiamma, con un impercettibile rumore di aria
che si sposta, di ossigeno che brucia, e muovo le labbra per indirizzare la punta della sigaretta fra la
fiamma. Sfrigola e il tabacco brucia e un fiore di fumo speziato mi fiorisce in bocca ed anestetizza
la lingua. Espiro e lo strato polveroso del sonno che mi intrappolava il cervello, viene soffiato via.
Quando sento la nicotina scaldarmi le vene, spengo il mozzicone, e rientro. Iniziare la giornata non
facile.