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18.

IL MIO MOMENTO NON ANCORA VENUTO


7,1-10
7,1
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E dopo queste cose Ges girava per la Galilea;


non voleva infatti girare per la Giudea,
perch i giudei cercavano di ucciderlo.
Era vicina la festa dei giudei,
quella delle Capanne.
Allora gli dissero i suoi fratelli:
Trasferisciti di qui
e va in Giudea,
affinch anche i tuoi discepoli
possano vedere le tue opere che fai.
Nessuno infatti agisce di nascosto,
ma cerca di essere noto.
Se fai queste cose,
manifesta te stesso al mondo!
Infatti neppure i suoi fratelli
credevano in lui.
Allora dice loro Ges:
Il mio momento
non ancora venuto;
ma il vostro momento sempre pronto.
Il mondo non pu odiare voi;
odia invece me,
perch io testimonio di lui
che le sue opere sono malvagie.
Salite voi alla festa;
io non salgo a questa festa,
perch il mio momento
non ancora compiuto.
Ora, dette loro queste cose,
egli dimor in Galilea.
Quando per i suoi fratelli salirono alla festa,
allora sal anche lui,
non manifestamente,
ma [come] di nascosto.

1. Messaggio nel contesto


Il mio momento non ancora venuto, risponde Ges ai suoi familiari che non credono
in lui e gli dicono: Manifesta te stesso al mondo.
I cc. 7 e 8 formano ununit che culmina nella domanda: Chi sei tu? (cf. 8,25) e nella
risposta: Io-Sono! (cf. 8,58). Si tratta di una successione movimentata di scene, che hanno
come tema lidentit della persona di Ges. un dialogo o, meglio, un concerto sinfonico,
una lotta a pi voci tra la Parola, che si rivela come fonte di salvezza, e il timido assenso, il
dubbio o lincredulit degli ascoltatori. Alla fine le varie voci si unificano davanti alla
chiarezza di una parola che si pu solo accogliere o rifiutare. Giovanni riprende dal finale del
c. 6 il tema dellincredulit nei confronti di Ges; lo sviluppa ampiamente in due capitoli, per

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giungere, nel c. 9, alla fede esemplare del cieco guarito, che vede colui che la luce del
mondo.
Lunit di tempo, di luogo e azione rigorosa: il tempo la festa delle Capanne, il luogo
il tempio e lazione quella della Parola che chiede risposta.
La Parola, luce e vita degli uomini, viene tra i suoi, ma i suoi non laccolgono (cf.
1,5.10.11). Cercano anzi di catturarlo, di ucciderlo. Il processo a Ges, che negli altri Vangeli
si svolger lultimo giorno davanti al sinedrio, per Giovanni accade qui e ora, mentre il
Signore parla e noi lo ascoltiamo: il giudizio accogliere o rifiutare la Parola, con la quale
egli si identifica. Il giudizio, suo e nostro, avviene mentre lui si rivela; e lo compiamo noi che
ascoltiamo.
Giovanni presenta lo scandalo che tutti ci coglie davanti alla Parola diventata carne. La
Parola ha posto la sua tenda tra noi (cf. l,14b) e offre pienezza di vita: perch la rifiutiamo?
Come mai, anche in seguito, incontrer la medesima resistenza da parte di tutti, compresi i
cristiani?
Come sempre in Giovanni, difficile fare cesure precise. Il testo infatti un tessuto
unico di intrecci: chi lo taglia, recide i fili e lo lacera. Anzi, possiamo dire che un organismo
vivo: chi lo divide in brani, lo sbrana e lo uccide. bene lasciare il testo com e vedere le
articolazioni del suo movimento vitale. Per comodit di lettura, senza separare le varie parti,
articoliamo il c. 7 come segue: i vv. 1-10 presentano landata di Ges a Gerusalemme per la
festa, i vv. 11-36 il dibattito tra lui e gli interlocutori, i vv. 37-52 la sua rivelazione come
sorgente di acqua viva e le varie reazioni.
Ci troviamo alla terza salita di Ges a Gerusalemme. Nella prima, in tempo di Pasqua,
entr nel tempio con la frusta e si rivel a Nicodemo, attirandosi lostilit dei capi, preludio
della sua Pasqua (cf. 2,12-3,21). Nella seconda, durante una festa, guar il paralitico e si rivel
a tutti come il Figlio, guadagnandosi persecuzione e odio mortale (cf. 5,1-47). In questa terza,
come poi nella quarta (10,22ss), anticipo dellultima, c il processo ufficiale contro di lui,
con i tentativi di arrestarlo e di eliminarlo (7,1.30.32; 8,59; 10,31-39).
Dopo la defezione di molti discepoli e il riconoscimento da parte di uno dei Dodici
(6,66ss), Ges gira per la Galilea, evitando la Giudea perch vogliono ucciderlo (v. 1).
vicina la festa dei Tabernacoli o delle Capanne, in cui si ringrazia per la raccolta dei frutti
della terra (v. 2). Ges miete incredulit anche tra i suoi, che non accettano il suo
nascondimento: lo provocano a salire a Gerusalemme, per manifestarsi al mondo (vv. 3-5).
Ges risponde che il momento opportuno della sua manifestazione non ancora giunto;
infatti diversa da quella che essi desiderano (vv. 6-8). Rimane, quindi, in Galilea e sale poi di
nascosto a Gerusalemme (vv. 9-10).
Linizio del capitolo d il tema: il manifestarsi di Ges che d la vita svela la nostra
incredulit che lo uccide. C un contrappunto tra nascosto/pubblico, vostro/mio momento. I
suoi fratelli ritengono che sia lora giusta di esibirsi e ottenere successo. Essi la pensano
come il mondo: vogliono un Messia glorioso e non lo accettano come colui che d la sua
carne per la vita del mondo (6,51). Questi fratelli, a livello di lettura, siamo noi cristiani che
non viviamo ancora di quel cibo che riceviamo nelleucaristia: non accettiamo la sua
debolezza come forza, il suo nascondimento come rivelazione, la sua croce come
glorificazione, la sua carne di Figlio delluomo come nostra vita.
In fondo, anche se lo amiamo, non lo accogliamo: davanti a un Dio che tanto ha amato
il mondo da dare suo Figlio, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna (3,16), in
ciascuno di noi, come in Pietro, c il satana dellincredulit (cf. Mc 8,32s; Mt 16,21-23).
Anche noi, come i suoi nemici, cerchiamo di impadronirci di lui e piegarlo al nostro volere.
Ne testimone la storia della Chiesa, che non solo ora, ma sempre sente il bisogno di dire
mea culpa. Infatti ha esercitato ed esercita, in nome del Signore, una violenza che la oppone a
lui, mite ed umile, che d la vita per i suoi nemici. Anche se non osiamo confessarlo
apertamente, pure noi, come i suoi familiari, pensiamo che fuori di s (cf. Mc 3,20s). Non ci

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accorgiamo invece quanto noi siamo fuori da lui e dal suo Spirito. Pur essendo nella sua
squadra, in realt giochiamo contro di lui, a favore del nemico. Ancora oggi, dopo duemila
anni, non accettiamo il mistero del suo nascondimento che rivela la sua identit divina;
sogniamo sempre che sia giunto il momento di un trionfo mondano, ignorando che il suo
trionfo sul mondo quello di un amore che si consegna.
Ges non compreso neppure dai suoi familiari. C un modo di vedere Dio che
molto umano, anzi diabolico. Ges ci offre invece un modo divino di vedere luomo, che ci
rende figli a immagine del Padre.
La Chiesa , come i familiari di Ges, contrassegnata dallincomprensione della sua
carne. Lincredulit che ne segue il grande mistero di iniquit, che porta al giudizio della
croce, condanna sua e salvezza nostra.

2. Lettura del testo


v. 1: Dopo queste cose, ecc. Dopo il discorso tenuto a Cafarnao, in cui si rivelato come
vero pane in quanto d la sua carne per la vita del mondo (6,51-56), Ges rimane in Galilea.
Non sale a Gerusalemme, perch da tempo vogliono eliminarlo (5,18). La volont omicida nei
suoi confronti fa da inclusione ai cc. 7 e 8: allinizio cercano di ucciderlo (7,1), alla fine
raccolgono pietre per lapidarlo (8,59). La sua morte fa da cornice alla rivelazione della sua
identit di Messia e di Figlio di Dio. La luce che si dona e la tenebra che la vuole sopraffare
sono il tema del concerto che si svolge: la lotta tra luce e tenebre. Al centro c la persona di
Ges, soggetto di autodonazione e oggetto di violenza. Le due voci si armonizzano in lui che,
dando vita, riceve morte e, ricevendo morte, d vita.
v. 2: la festa dei giudei, quella delle Capanne. Insieme alla Pasqua e alla Pentecoste,
una delle tre grandi feste celebrate nel tempio, che comportano un pellegrinaggio a
Gerusalemme. chiamata anche la festa dei Tabernacoli o la festa per antonomasia (cf.
1Re 8,2-65). Originariamente era una festa agricola, come la Pasqua era una festa pastorizia,
che assunse poi significati storici. Essa cade a settembre e conclude la stagione dei frutti (cf.
Es 23,16b; 34,22c), in particolare delluva (cf. Gdc 9,27; 21,20s): un ringraziamento per la
stagione passata e uninvocazione per quella successiva. Ha avuto unevoluzione progressiva
e composita. In essa si celebra la fine dellesodo con la lettura della legge, si dimora in
capanne a ricordo del soggiorno nel deserto (cf. Dt 31,10-13; Ne 8,14-18), si commemora la
Dedicazione del tempio di Salomone (cf. 1Re 8,2-65), si rinnova lalleanza (cf. Dt 26) e si
canta la regalit di Dio, ravvivando le attese messianiche. Si celebra il giorno del Signore,
nel quale tutti i popoli nemici si sarebbero convertiti e sarebbero convenuti a Gerusalemme
per adorare il Signore: allora il Signore sar re di tutta la terra e sar lunico Signore (cf. Zc
14,16-19.9). La festa durava sette giorni, ai quali fu aggiunto un ottavo, conclusivo e ancor
pi solenne. Di notte il tempio era illuminato e si danzava alla luce di lampade e torce; di
giorno, al canto del Sal 118, si svolgeva la processione attorno allaltare agitando il lulab, un
mazzo di rami di palma, salice e mirto nella mano sinistra e un frutto di cedro nella destra.
una festa gioiosa, di luce e di acqua, che precede linverno e celebra la pienezza del dono
della terra promessa, che ha dato i suoi frutti (Sal 67,7) sia materiali che spirituali:
compimento di ogni aspirazione delluomo e di ogni benedizione di Dio.
Questa solennit fa da contesto alla rivelazione di Ges: in lui che si compie lesodo,
si rinnova lalleanza e viene il Regno. I fiumi dacqua e la luce del mondo, di cui Ges parla
(7,37; 8,12), alludono allacqua di Siloe e alla luce del tempio.
Ges sal al tempio una prima volta a Pasqua e purific il tempio (2,13ss), una seconda,
forse a Pentecoste, e guar il paralitico (5,1ss); ora sale alla festa delle Capanne (7,1ss) e
guarir il cieco (9,1ss). Ci torner per la Dedicazione del tempio (10,22ss) e, infine, per la
sua Pasqua (11,55ss), per farci dono della sua vita. Tutta la sua attivit in Giovanni da
leggere alla luce di queste feste: Ges compie ci che esse significano.

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Anche i tre segni compiuti in Galilea (2,1ss; 4,43-54; 6,1ss) e la promessa fatta in
Samaria (4,1ss) illuminano ci che avverr a Gerusalemme, nella sua ora. La risurrezione
di Lazzaro ne sar il preannuncio (11,1 ss).
Dopo il dono del pane, che richiama la manna, si comprendono bene i temi di questa
festa che si compendiano in Ges: con lui si conclude lesodo, si vive del frutto della terra
promessa e si ottiene lacqua e la luce, principio terrestre e celeste di fecondit. Quello
terrestre, lacqua, implica anche la morte; quello celeste, la luce, il trionfo della vita.
v. 3: gli dissero i suoi fratelli. I fratelli di Ges, gi comparsi in 2,12, sono i suoi parenti.
Sono tali secondo la carne, non ancora secondo lo Spirito. Infatti non credono in lui (v. 5). In
20,17 sono chiamati fratelli i discepoli; in 21,23 tutti gli altri credenti. Suo fratello, infatti,
chi compie, come lui, la volont del Padre (cf. Mc 3,35p).
trasferisciti di qui e va in Giudea, ecc. Lo esortano ad andare in Giudea perch i suoi
discepoli, anche potenziali, vedano le opere che capace di compiere. In Galilea ha dato il
vino, la vita e il pane, i frutti desiderati della terra. In Gerusalemme ha fatto camminare
luomo; ora gli dar occhi per vedere il dono di Dio. Seguir ancora, come ultimo miracolo, il
dono della vita a Lazzaro.
La loro richiesta una provocazione. Hanno rimosso ci che Ges ha appena detto a
Cafarnao. Lo considerano un po come un campione da fiera, da esibire nelle feste. Il suo
successo sarebbe poi ricaduto su di loro.
v. 4: nessuno infatti agisce di nascosto, ecc. una constatazione di buon senso: se uno
cerca fama, deve mettersi in mostra. Cos fanno i venditori e i politici. Ma come pu credere
in lui chi cerca la gloria degli uomini e non quella che viene da Dio solo (5,44)? Chi cerca il
proprio io, non trova Dio; solo chi cerca Dio, trova il suo vero io.
se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo. La festa delle Capanne, con le folle che
accorrevano a Gerusalemme, era il momento opportuno per una ripetizione del gesto del pane,
un numero che gli era riuscito cos bene in Galilea. Doveva per evitare in futuro le
spiegazioni incresciose, che sempre dava. In verit ha fatto bene ogni cosa (Mc 7,37); ha
commesso per, secondo i suoi, un solo errore: parlare! Senza parole avrebbe potuto
convincere le masse che lui era il Messia e prendere in mano il potere. lattesa comune a
tutti. Chiedono opere che si vedano (v. 3) e lo mettano in mostra, che non lo lascino
nascosto e lo manifestino, con risonanza addirittura mondiale.
v. 5: infatti neppure i suoi fratelli credevano in lui. Il movente (infatti) che Giovanni
d di questa proposta lincredulit. Credere in Ges significa accettare la sua carne data per
la vita del mondo (6,51).
Anche noi possiamo essere suoi fratelli e non accettare il mistero della croce. lincredulit satanica che si annida in tutti, anche in Pietro. Come un dato di rivelazione la sua
fede in Cristo e la promessa a lui fatta, cos un dato di rivelazione anche il vade retro,
satana!, che Ges gli ha detto (cf. Mt 16,16-23; cf. Mc 8,27-33). Anche per lui necessario,
come per tutti, discernere in s il pensiero diabolico da quello divino, senza confonderli,
sapendo che ci sono sempre ambedue. Ora come allora.
La fede non dire: Ges il Messia che aspetto. Devo piuttosto dire: Il Messia che
aspetto Ges crocifisso, che proprio non mi aspettavo.
v. 6: il mio momento non ancora venuto. Momento, in greco kairs (= momento
opportuno), ricorre solo in questo contesto (vv. 6.8) e in 5,4. Ges in Giovanni usa invece di
frequente la parola ora, con la quale indica la sua glorificazione sulla croce. Non ancora il
momento di dare la sua carne. Per adesso si rivela; la sua rivelazione porter allora in cui
tutto sar compiuto (19,30).
il vostro momento sempre pronto. Tra lui e noi c un contrasto. Per noi sempre il
momento di cercare la nostra gloria; Ges invece sta facendo, e facendoci fare, il cammino
inverso, in cerca della gloria di Dio, che si compie nellora stabilita dal Padre.

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Il loro momento quello del mondo, ben diverso da quello di Dio. Il momento di fare il
male sempre pronto; e siamo paurosamente liberi di farlo ora e sempre. Lo schiantarsi di un
albero di un secondo e pu avvenire in ogni istante, la sua crescita lenta e secolare. Il
momento di Dio quello della vita, con ritmi diversi da quello della caduta e della morte.
v. 7: il mondo non pu odiare voi. Infatti essi sono ancora dal mondo e il mondo ama ci
che suo; li odier quando non saranno pi dal mondo (cf. 15,18s). Ges avverte i suoi con
severit: sono amici del mondo e nemici di Dio (cf. Gc 4,4). Odio e amore sono sempre
secondo la consonanza interiore.
odia invece me. Ges invece odiato perch non dal mondo. Infatti chi agisce male
odia la luce e non viene alla luce, perch non siano svelate le sue opere, che sono malvagie
(cf. 3,19s).
io testimonio di lui che le sue opere sono malvagie. Ges odiato perch si oppone alla
malvagit del mondo, dalla quale lo vuole salvare (cf. 3,16s). Vivendo da figlio e da fratello,
svela la tragica menzogna che conduce alla morte. I suoi, come il mondo, non conoscono
ancora la verit che fa liberi (cf. 8,32).
v. 8: salite voi alla festa. In questa festa vedranno la sua rivelazione pubblica, cos
diversa da quella che attendevano. Spiegher infatti il mistero della sua persona, provocando
la reazione che porter alla sua Pasqua.
io non salgo a questa festa. Ges salir a Gerusalemme per unaltra festa, quando si
manifester al mondo dalla croce e attirer tutti a s (cf. 12,32). Quella sar la sua festa.
il mio momento non ancora compiuto. Il momento del suo manifestarsi dalla croce
non ancora giunto. Per ora si rivela in modo tale che decideranno la sua condanna, eseguita
poi nellora stabilita da Dio.
v. 9: dette queste cose, dimor in Galilea. Ges fa quanto ha appena detto al versetto
precedente. Ma come si pu concordarlo con quello che segue? Lespressione io non salgo a
questa festa pu essere intesa come uno degli equivoci di Giovanni, carichi di ironia: Ges
non sale, con loro e come loro, a questa festa.
v. 10: quando per i suoi fratelli salirono alla festa, allora sal anche lui, ecc. Ges sale
a Gerusalemme, ma da solo; non obbedendo ai fratelli, ma al Padre; non seguendo le loro
attese, ma la volont di chi lha inviato; non in pubblico, ma di nascosto. Il suo salire non lo
stesso dei suoi fratelli, come la sua festa sar diversa dalla loro: in essa si svolger il giudizio
che lo porter alla croce. E sale dopo di loro, apparendo solo a met della festa (v. 14), per
rivelarsi poi definitivamente nellultimo giorno (v. 37).

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando i parenti di Ges che parlano con lui.
c. Chiedo ci che voglio: capire la differenza tra i suoi pensieri e i miei pensieri.
d. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.
Da notare:
i giudei lo cercano per ucciderlo
la festa delle Capanne
cosa hanno capito di Ges i suoi fratelli
la proposta di dare spettacolo a Gerusalemme
agire di nascosto/essere in mostra
manifestati al mondo
i suoi fratelli non credono in lui
il mio momento non ancora venuto
il vostro sempre pronto
il mondo non pu odiare voi

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odia me, perch testimonio contro la sua malvagit
io non salgo a questa festa
sal non manifestamente, di nascosto.

4. Testi utili
Sal 67; 118; Es 23,14-19; 34,21-23; Dt 16,13-17; 26,1-11; 31,10-13; 1Re 8,2.64-66; Zc
14,1-19; Mc 3,20-35; 6,1-6; Lc 4,16-30.

19. DOVE SONO IO, VOI NON POTETE VENIRE


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Allora i giudei lo cercavano nella festa


e dicevano:
Dov lui?
E il mormorio su di lui
era molto tra le folle;
alcuni dicevano:
buono!
Altri [invece] dicevano:
No, ma inganna la folla!
Nessuno tuttavia parlava in pubblico di lui
per paura dei giudei.
Ora, gi a met della festa,
Ges sal nel tempio
e insegnava.
Allora si meravigliavano i giudei
dicendo:
Come costui sa di lettere
senza essere stato a scuola?
Allora Ges rispose loro
e disse:
Il mio insegnamento
non mio,
ma di colui che mi invi.
Se qualcuno vuol fare la sua volont,
conoscer se linsegnamento da Dio
o se io parlo da me stesso.
Chi parla da se stesso
cerca la propria gloria;
ma chi cerca la gloria
di chi lo invi,
costui veritiero
e in lui non c ingiustizia.
Mos non vi ha dato la legge?
E nessuno tra di voi fa la legge.
Perch cercate di uccidermi?
Rispose la folla:
Hai un demonio:
chi cerca di ucciderti?
Rispose Ges e disse loro:
Una sola opera ho fatto
e tutti vi meravigliate.
Per questo (vi dico:)
Mos vi ha dato la circoncisione
non che sia da Mos, ma dai padri
e di sabato circoncidete un uomo.
Se un uomo riceve la circoncisione di sabato

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perch non sia violata la legge di Mos,


voi vi sdegnate con me
perch di sabato feci sano
un uomo tutto intero?
Non continuate a giudicare secondo apparenza,
ma giudicate (con) giusto giudizio.
Allora dicevano alcuni dei gerosolimitani:
Non questi
colui che cercano di uccidere?
Ed ecco parla in pubblico
e non gli dicono nulla!
Hanno forse i capi
veramente conosciuto
che egli il Cristo?
Ma costui sappiamo da dove ;
il Cristo invece, quando viene,
nessuno sa da dove .
Allora Ges grid
insegnando nel tempio
e dicendo:
E me conoscete e sapete
da dove sono;
eppure io non sono venuto da me stesso,
ma veritiero colui che mi invi,
che voi non conoscete.
Io lo conosco,
perch sono da presso lui
ed egli mi mand.
Allora cercavano di arrestarlo;
e nessuno mise la mano su di lui,
perch non era ancora venuta
la sua ora.
Allora molti della folla
credettero in lui
e dicevano:
Il Cristo, quando verr,
far pi segni di quelli
che egli fece?
I farisei udirono la folla
che mormorava su di lui queste cose;
e i capi dei sacerdoti e i farisei
mandarono degli inservienti
perch lo arrestassero.
Allora Ges disse:
Ancora per poco tempo
sono con voi
e me ne vado da chi mi invi.
Mi cercherete
e non [mi] troverete;
e dove sono io,
voi non potete venire.

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Allora i giudei dissero tra loro:


Dove sta per andare costui,
che noi non lo troveremo?
Sta forse per andare
nella diaspora dei greci
a insegnare ai greci?
Cos questa parola che disse:
Mi cercherete
e non [mi] troverete;
e dove sono io,
voi non potete venire?

1. Messaggio nel contesto


Dove sono io, voi non potete venire, dice Ges a quelli che, con intenzione omicida,
chiedono: Dov lui? (v. 11). Ges giunge di nascosto a met della festa, direttamente al
tempio, e si mette ad insegnare. Se ne era andato da Gerusalemme subito dopo la guarigione
del paralitico, quando avevano deciso di ucciderlo (cf. 5,18). La minaccia delle tenebre che
vogliono catturare la luce domina questo terzo soggiorno a Gerusalemme; si acuir nel quarto
(10,22ss) e si compir nellultimo. Il testo inizia con i nemici che lo cercano per sapere dove
(v. 1 ) e termina con la loro domanda su cosa significano le parole: Mi cercherete e non mi
troverete; e dove sono io, voi non potete venire (v. 36; cf. v. 34).
La folla ha su di lui pareri opposti. C chi lo ritiene buono (v. 12a), lo riconosce come il
Cristo (vv. 26.31) e crede in lui (v. 31), ma ha paura a dichiararsi in pubblico a causa dei
giudei (v. 13); c chi lo ritiene un ingannatore (v. 12b), un indemoniato (v. 20), uno da
arrestare (vv. 30.32) e da uccidere (vv. 19.20.25). Ci che Ges , fa e dice non pu lasciare
indifferente nessun uomo: o lo si accetta o lo si elimina. Non possono stare insieme tenebra e
luce, menzogna e verit, schiavit e libert, morte e vita. O c luna o c laltra. Esiste per
un processo di illuminazione e di ricerca, di liberazione e di gestazione: il lento cammino
della fede. Il dialogo sincero ci che lo innesca e produce, mettendo in gioco lesistenza
autentica di ogni persona, con tutte le sue contraddizioni.
Ges riappare a Gerusalemme nel bel mezzo della festa delle Capanne. Non compie
prodigi per mostrarsi al mondo, come gli avevano chiesto i suoi fratelli (v. 4). Il segno che d
la Parola, per spiegare le sue opere e rivelare il mistero della sua persona. Solo alla fine
della festa guarir il cieco (9,1ss), primizia di coloro che saranno illuminati da colui che la
luce del mondo (8,12).
Largomento del testo il dove si trova Ges, che implica il da dove viene e il
verso dove va. Dove indica il luogo in cui uno abita. Normalmente la casa dove nato,
da dove viene e verso dove va. Dove uno vive determina la sua identit: la sua origine,
che sar anche la sua destinazione.
Dopo la domanda iniziale: Dov lui? e le varie opinioni contrastanti su Ges (vv. 1114), si chiede da dove prende la sua dottrina, se non ha frequentato nessun maestro (vv. 1518), da dove viene il suo modo di intendere la legge e il sabato, che sembra violare (vv. 1924), da dove viene lui, che si dice il Cristo (vv. 25-29). Al tentativo dei capi di arrestare colui
che la gente semplice intravede come il Messia (vv. 30-32), Ges risponde dicendo
enigmaticamente che, dove lui, noi non possiamo venire (vv. 33-36). Nel testo seguente ci
mostrer come accedere a questo luogo segreto (vv. 37ss).
Vari commentari pongono i vv. 15-24 subito dopo il c. 5, a conclusione della disputa con
i capi del popolo dopo la guarigione del paralitico. Vi sono effettivamente molti richiami.
Tuttavia si possono lasciare anche dove sono. I suoi nemici, come anche i lettori, non hanno
certo dimenticato le provocazioni gravi della prima e poi della seconda sua comparsa a
Gerusalemme.

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Il centro del dibattito lidentit di Ges, da non giudicare secondo le apparenze, ma
secondo un giusto giudizio (v. 24), che viene dal confronto delle sue parole con le sue opere.
Gli interrogatori, che si susseguono a ripetizione, sono per Ges il momento opportuno per
rivelare che la sua opera, la sua Parola e la sua stessa persona di origine divina. Dove lui ,
noi non possiamo venire, a meno che non accogliamo il suo grido: Se qualcuno ha sete,
venga a me e beva! (v. 37). Egli il Figlio, da sempre presso il Padre, che ci chiama a
ricevere il dono del suo Spirito. Se lo ascoltiamo potremo essere anche noi dove lui (cf.
14,3; 17,24), nella nostra vera casa, quella del Figlio.
Le domande della folla e le reazioni dei capi nei confronti di Ges sono le medesime
che incontra anche la prima comunit cristiana. Ma sono pure quelle che la Parola suscita in
chiunque lascolta, in ogni epoca: come pu un uomo dire parole che non vengono da uomo,
ma da Dio stesso? Come pu mettersi al di sopra della legge e del sabato, ordinamenti divini,
in nome dellamore e della vita? Come pu venire da Dio e pretendere di essere Dio, sino a
chiamarlo: Padre mio?
lo scandalo irriducibile di Ges, che levangelista, fin dallinizio, presenta come il
Figlio unigenito di Dio, diventato carne per mostrare ai fratelli il volto del Padre che nessuno
mai ha visto (cf. 1,18). In Ges c unumanit come la nostra, che ben conosciamo. Per
questo siamo in grado di vederne le opere e ascoltarne le parole. Ma tutto ci che di lui noto
segno della Gloria, un rimando al mistero ignoto di Dio, che pu capire solo chi accoglie
la sua persona.
La forma del testo, come al solito in Giovanni, un dibattito drammatico tra Ges e vari
personaggi: il dramma, divino-umano, che si svolge tra la Parola e noi che lascoltiamo.
Essa infatti interpella ora come allora, suscitando ogni volta ci che ha suscitato nei primi
ascoltatori. Il suo intento farci uscire dalla schiavit della menzogna e dalla tenebra di morte
per farci entrare nella libert della verit e nella luce della vita. Il testo narra e
contemporaneamente opera il lento cammino di liberazione che la Parola porta avanti in chi
lascolta. Il dialogo presenta una raffica di domande, alle quali Ges risponde con precisione
puntigliosa. Ma lo fa come da un piano superiore: quello del Padre, che il Figlio vuol far
conoscere ai fratelli.
I suoi interlocutori conoscono le Scritture. Ma quando Dio realizza ci che ha detto, non
sono in grado di capirlo. La sua promessa pi grande di ogni fama (Sal 138,2); infatti il
dono promesso lui stesso che promette. O ci si apre ad accogliere lui, sorgente della vita, o
lo si rifiuta, restando nella morte. In Ges, uomo e Dio, si gioca il dramma di vita o di morte
delluomo. In esso coinvolto anche Dio, che lo ama pi di se stesso.
La pretesa di Ges di essere Dio (cf. 5,18) non la stolta presunzione di Adamo, che
volle rapire luguaglianza con lui (cf. Gen 3,6): la sua condizione di Figlio, che tutto riceve
in dono dal Padre e dona ai fratelli, realizzando cos la sua natura di Figlio uguale al Padre.
Ges il Figlio di Dio, la Parola eterna, Dio stesso! Nessun fondatore di religione si
ritenuto tale, a meno che si tratti di un pazzo blasfemo, di un ingannatore o di un ingannato
che comunque da eliminare per il bene comune, come dicono e faranno i capi del popolo
(11,49-50). Ma la sua uccisione, invece di stroncare la follia sul nascere, non far che mettere
sotto terra il seme che spunter in messe sempre pi abbondante. La sua Parola e le sue opere,
la sua vita e la sua morte, con ci che ne seguito e ne segue ancora, testimoniano a suo
favore. impossibile uccidere la verit, come inutile sotterrare una talpa.
Il messaggio e lazione di Ges, che per amore dona la sua vita ai fratelli, lo rivelano
come il Figlio. Per questo sar condannato. Ma la croce confermer definitivamente la sua
parola e compir la sua opera: lo riveler come il Signore della vita proprio mentre d la vita.
Ges la sapienza di Dio: la sua legge lamore per ogni vivente. Per questo il Cristo,
linviato da Dio per salvare il mondo dalla morte. La decisione di ucciderlo non lo eliminer;
anzi lo glorificher, mostrando la sua origine divina, alla quale torna ormai con la nostra carne
umana.

11
La Chiesa si riconosce nella folla che progressivamente scopre lidentit di Ges,
passando tra i dubbi propri di chi cerca di conoscere il mistero di Dio e le resistenze mortali
proprie di chi lo rifiuta perch crede di conoscerlo.

2. Lettura del testo


v. 11: Allora i giudei lo cercavano. Il cercare fondamentale per ogni vivente: la pianta
cerca acqua, lanimale cibo e luomo felicit. Ma la felicit non una cosa; dipende piuttosto
da ci che muove la ricerca. Si pu infatti cercare per prendere e uccidere, come lanimale fa
con la sua preda, oppure per incontrare e accogliere ci che si desidera e si ama.
dov lui? la domanda di quelli che lo cercano per ucciderlo. Il dove il luogo che
uno ora occupa. Dove e ora sono le coordinate di spazio e di tempo con le quali si pu
individuare qualunque esistente. Mentre lora la stessa per tutti e fluisce di continuo,
sottratta alla nostra libert solo Dio determina lora (cf. v. 30b) , il dove diverso per
ciascuno e pi stabile per ognuno, disponibile alla nostra libert. Indica normalmente la casa
dove uno dimora, che anche il da dove viene e verso dove va. Il dove quindi lincognita
che differenzia una persona dallaltra. Dove si , da dove si viene e verso dove si va sono le
domande fondamentali delluomo sulluomo. Dove sei? la prima domanda che Dio
rivolge alluomo, che, dopo lesperienza del male, non pi al suo posto (Gen 3,9). Infatti il
posto delluomo Dio. Chi non al suo posto, non felice!
Dove dimori? domandano i primi due discepoli a Ges che chiede: Che cercate?.
La sua risposta sar: Venite e vedrete (cf. 1,39). Qui si cerca Ges non per dimorare con
lui, ma per strapparlo con violenza dal suo dove e portarlo l dove tutti siamo condotti.
Dove lavete posto? chieder Ges di Lazzaro: Vieni e vedi, gli risponderanno
indicandogli il sepolcro (cf. 11,34). Esso sar il luogo dove sar deposto anche lui (cf.
20,12.13.15), che venuto di persona a vedere dove stato posto lamico.
Pi avanti Ges indicher un dove che noi ignoriamo: Dove sono io, voi non potete
venire (v. 34). Verr lui ad aprirci laccesso a questo dove, che il suo posto, quello del
Figlio che di casa presso il Padre, dal quale ci siamo allontanati.
v. 12: alcuni dicevano: buono. Il giudizio su Ges divide la folla. Ognuno vede con il
suo occhio e giudica secondo il suo cuore: se buono, dice che buono, se cattivo, dice che
cattivo. Per questo il giudizio giudica chi lo compie.
Questa opinione positiva su Ges il primo germe della fede, che fa aderire alla sua
persona. il giudizio di chi giudica secondo giudizio, senza pregiudizi: dal frutto capisce la
bont dellalbero.
no, ma inganna la folla. Di Ges si pu dire che buono, sino a riconoscere in lui
lunico buono (cf. Mc 10,17-18), oppure che il peggior ingannatore della storia, che
continua a ingannare anche a distanza di duemila anni.
Linganno la non corrispondenza tra intenzioni, parole e/o opere. In Ges intenzioni,
parole e opere rivelano con coerenza chi egli ; non si pu separare la sua persona da ci che
dice e fa. Egli il Figlio, il suo dove il Padre: da lui viene e verso di lui va, portando con
s i fratelli che lo accolgono.
v. 13: nessuno tuttavia parlava in pubblico di lui, ecc. Quelli che approvano Ges hanno
paura dei capi del popolo. La stessa cosa capiter anche alla prima comunit cristiana di
origine giudaica (cf. 16,2).
v. 14: a met della festa. Ges non viene allinizio della festa, come volevano i suoi.
Arriva a met, per rivelarsi pienamente lultimo giorno (v. 37).
Ges sal nel tempio. Ges vi era gi salito alla prima festa, preannunciando il nuovo
tempio distrutto e riedificato, che sar il suo corpo (cf. 2,13ss). La seconda volta si era
fermato fuori, presso la piscina di Bethzath (cf. 5,1ss). Questa terza volta, senza nominare
Gerusalemme, Ges sale direttamente nel tempio. Da esso uscir (8,59), dopo aver
manifestato se stesso come il vero tempio.

12
insegnava. In Giovanni solo Ges insegna. Egli il Maestro, la Sapienza stessa di Dio
fatta carne. Noi tutti siamo discepoli. Si parla anche del Padre che insegna a lui lessere Figlio
(8,28) e dello Spirito che insegna a noi ci che Ges ha detto (14,26). Linsegnamento di Ges
il centro del Vangelo. Esso opera rispettivamente del Figlio, del Padre e dello Spirito:
siamo istruiti direttamente da Dio (cf. 6,45), Padre, Figlio e Spirito Santo.
v. 15: come costui sa di lettere senza, ecc. Ges insegna senza essere stato a scuola da
nessun maestro. Di che scuola , da dove gli viene la conoscenza delle Scritture, se non lha
appresa da altri uomini (cf. Mc 6,l-6a; Mt 13,53-58; Lc 4,16-30)? Non c maestro peggiore
di chi si inventa le cose che dice. Che credenziali di verit pu offrire?
v. 16: il mio insegnamento non mio. Spesso si cerca di essere originali a tutti i costi,
senza rifarsi a tradizioni o maestri. Gli inventori di dottrine, soprattutto in ambito religioso,
sono pericolosi: sacrificano la verit alla vanagloria, senza rispetto n per cose n per persone.
Anticamente ogni maestro si rifaceva ad un altro, inserendosi in una catena di verit
collaudate dallesperienza, alle quali aggiungeva il suo anello.
ma di colui che mi invi. Ges non un maestro normale: il Figlio istruito
direttamente dal Padre (cf. 8,28). Pi che un maestro, un inviato che dice ci che laltro gli
ha ordinato. Non un insegnante che spiega, ma uno che rivela ci che gli stato detto, con
lautorit stessa di chi lha mandato. Si presenta come il Figlio che fa lesegesi del Padre
(cf. 1,18), che lui ben conosce, perch anche noi impariamo ad essere figli e fratelli.
v. 17: se qualcuno vuol fare la sua volont, conoscer se linsegnamento da Dio. Ges
afferma esplicitamente che il suo insegnamento da Dio. Lo conosce solo chi vuol fare la sua
volont. C connessione tra conoscenza e volont, tra intelligenza e amore. Uno conosce solo
ci che vuole, capisce solo ci che ama. La fede, o il suo rifiuto, non questione di verit
teorica, ma di volont pratica.
Lateismo, dal punto di vista teorico, poco critico e molto dogmatico: respinge a
priori ci che una fede illuminata (da non confondere con la creduloneria, assai pi diffusa)
accetta per motivazioni valide, a posteriori. La fede si basa infatti su dei segni che portano a
cercare e trovare una verit che poi lesperienza conferma come tale.
Si parla talora di irrazionalit della fede, senza tener presente che pi ragionevole del
suo contrario. Se c la sete, ragionevole pensare che ci sia lacqua, come irrazionale
rifiutare la possibilit che ci sia. Tuttavia le cose contro ragione hanno ragioni profonde:
quelle del cuore, che la ragione stenta a riconoscere. Il rifiuto di Dio non viene
dallintelligenza a meno che sia una reazione inadeguata alla creduloneria , ma da un cuore
non ancora libero dalle paure che gli vietano i suoi desideri pi profondi. SantAgostino
diceva: Credo per capire e Capisco per credere. Per conoscere una persona bisogna avere
una fiducia iniziale in lei; come, per aver fiducia piena in lei, bisogna conoscerla bene.
Principio della conoscenza la fede, fine della conoscenza una fiducia confermata. Fede e
conoscenza vanno sempre insieme. La priorit comunque della fede, perch uno conosce
solo ci che disposto a conoscere. Senza una fede ragionevole impossibile una vita che sia
umana.
v. 18: chi parla da se stesso cerca la propria gloria, ecc. (cf. 5,44!). Si trova ci che si
cerca. Chi cerca il proprio io, sacrifica allinteresse la verit; chi cerca la verit, libero per
incontrarla. Chi cerca la propria gloria menzognero e ingiusto; chi cerca la gloria di Dio
veritiero e in lui non c ingiustizia, come si dice del Servo di JHWH (cf. Is 53,9).
v. 19: Mos non vi ha dato la legge? La parola ingiustizia del versetto precedente
richiama il tema della legge, che dice ci che giusto e ingiusto. Qui si cambia argomento: si
passa dallorigine della sapienza di Ges alle sue pretese violazioni della legge. la prima
volta che sulla bocca di Ges troviamo la parola legge. Gi alla fine dellepisodio del
paralitico, qui ricordato, Ges parla di Mos che accusa quelli che, invece di credere, lo
accusano (cf. 5,46).

13
nessuno tra di voi fa la legge. Uno pu osservare tutti i precetti come il fratello
maggiore (cf. Lc 15,29), essere irreprensibile come Paolo (cf. Fil 3,5s), e tuttavia non fare
la legge, che la volont di Dio (cf. v. 17). Infatti essa consiste in concreto nellamare Dio e i
fratelli, non nel sacrificare luomo a delle norme.
perch cercate di uccidermi? I suoi accusatori non osservano la legge, perch cercano di
uccidere Ges che, di sabato, d la vita a un uomo mezzo morto. A differenza di loro, egli ha
colto e vissuto la legge e il sabato.
v. 20: hai un demonio. La folla non conosce ancora, tranne alcuni, lintenzione omicida
dei capi. Qui lespressione vorrebbe dire: Ma sei matto? Noi non vogliamo ucciderti!. In
Mc 3,21-22 i familiari di Ges lo ritengono un pazzo e gli scribi un indemoniato. Il modo che
ha di intendere Dio e luomo sconcertante per i benpensanti, addirittura demoniaco per i
religiosi. Senza rifarsi ad alcuna scuola, presenta un Dio che a servizio delluomo e un uomo
che chiamato ad essere libero come Dio. un trasgressore: la sua non la stoltezza
blasfema del primo uomo, ingannato da satana (Gen 3,5)?
v. 21: una sola opera ho fatto, ecc. Ges si riferisce alla guarigione del paralitico (cf.
5,1ss), che gli ha suscitato contro lodio mortale dei capi (cf. 5,18).
v. 22: di sabato circoncidete un uomo. Dopo aver parlato di Mos e della legge, Ges
parla della circoncisione, ben pi antica di Mos, che risale ad Abramo (cf. Gen 17,9-14). Se
di sabato si circoncide senza con ci trasgredire il precetto, a maggior ragione non lo
trasgredisce chi salva interamente un uomo.
v. 23: voi vi sdegnate con me, ecc. I suoi avversari sono incoerenti nel loro sdegno
contro di lui. Ci che ha compiuto alla piscina non la trasgressione della legge e del sabato,
bens il loro compimento: la vera circoncisione, che fa entrare luomo nella promessa di
Dio.
v. 24: non continuate a giudicare secondo apparenza. Solo apparentemente Ges ha
violato il sabato: in realt ha compiuto ci di cui il sabato segno.
giudicate (con) giusto giudizio. Bisogna comprendere bene, al di l dei pregiudizi, cosa
sono il sabato e la legge per valutare ci che Ges ha fatto. Allora ci sar il giusto giudizio: lui
non solo buono (v. 12a), ma compie la legge, portando la creazione al sabato di Dio e dando
alluomo la pienezza di vita. Come si vede, a un diverso modo di intendere la legge
corrisponde una diversa concezione di Dio e delluomo: Dio pu essere concepito come un
potente che assoggetta a s luomo con la legge, oppure come un padre che dona la libert ai
figli, per renderli uguali a s. Dalla concezione di legge che si propone, si vede anche quale
Dio e quale uomo si suppone. Religione servile e ateismo ribelle, al di l delle apparenze, si
corrispondono: hanno la stessa immagine negativa di Dio, rispettivamente affermata o negata.
v. 25: non questi colui che cercano di uccidere? La folla non sa, ma alcuni di
Gerusalemme sanno che i capi vogliono uccidere Ges. Sono forse quelli che sono stati
mandati per arrestarlo (cf. vv. 30.32.44-49). Chi ha una certa concezione di legge, di Dio e di
uomo, non pu che eliminare come sovversivo del potere costituito questuomo che propone
una legge di libert.
v. 26: egli il Cristo? Vedendolo parlare in pubblico senza impedimenti, viene loro il
dubbio che i capi abbiano cambiato parere su Ges. Il Messia non colui che viene a donare
la libert alluomo? Se prima si parla dellorigine della sua sapienza, ora si passa allorigine
della sua messianicit.
v. 27: costui sappiamo da dove . Il Messia, secondo le concezioni dellepoca, sarebbe
stato sconosciuto sino al ritorno di Elia, il primo profeta, che lo avrebbe manifestato. quanto
avvenne nel battesimo ad opera di Giovanni Battista, lultimo dei profeti.
Qui il problema non che Ges sia da Nazareth invece che da Bethlem. Questo sar
dibattuto nei vv. 41-42. La questione il da dove del Messia, che dovrebbe essere
misterioso e ignoto, mentre quello di Ges ben noto.

14
v. 28: Ges grid nel tempio, ecc. Ges grida (cf. 7,37; 12,44). un grido che risuona
ancora. A chi dice di conoscere da dove viene, risponde che lo sanno, ma solo a met:
conoscono da dove viene come uomo, ma ignorano la sua origine divina.
non sono venuto da me stesso, ecc. Ges viene da uno che essi non conoscono e che
nessuno mai ha visto (cf. 1,18). Lorigine della sua persona la medesima del suo
insegnamento: Dio stesso (cf. v. 17ss).
v. 29: io lo conosco, perch sono da presso lui. Ges conosce chi lha mandato. Egli la
Parola che era prima del mondo, che era presso Dio ed Dio; ora presso di noi per donarci
la possibilit di diventare figli di Dio (cf. 1,1ss). Tutto il Vangelo di Giovanni uno sviluppo
di questi temi, gi annunciati nel prologo.
v. 30: cercavano di arrestarlo; e nessuno, ecc. La risposta alla proposta di Ges non
lascia scampo: o lo si arresta per ucciderlo, o lo si accoglie per vivere di lui (cf. v. 31). Ma le
tenebre non possono arrestare la luce.
non era ancora venuta la sua ora. Lora del Figlio non determinata dagli uomini, ma
dal Padre, che ne far lora della sua glorificazione. Per il momento non ancora giunta:
siamo solo al giudizio, che porter alla croce.
v. 31: il Cristo, quando verr, far pi segni di quelli che egli fece? La parola segni
richiama quanto Dio ha operato con Mos per liberare il suo popolo. Molti della folla
credettero in Ges a causa dei segni. Questi sono le azioni che egli compie, perch si creda
che lui Messia e Figlio di Dio (cf. 2,23; 3,2; 6,2.14; 9,16; 11,47; 20,30s).
v. 32: i farisei udirono la folla, ecc. I farisei sono i capi religiosi riconosciuti dal popolo
(dopo la caduta del tempio nel 70, divennero gli unici punti di riferimento). Insieme ai capi
dei sacerdoti decidono larresto di Ges e mandano alcune delle guardie del tempio. Queste
per torneranno con le mani vuote e con qualche dubbio in testa, attirandosi le imprecazioni
dei loro mandanti (cf. vv. 44-49).
v. 33: ancora per poco tempo sono con voi. A coloro che chiedono di lui: Dov? (v.
11), Ges risponde: Sono con voi, ma per poco tempo. Ancora per poco tempo la luce
con voi. Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce (cf. 12,35a.36a;
13,33; 14,19; 16,16-20). Sar per poco tempo con loro, perch presto lo uccideranno. Questo
il tempo loro concesso per convertirsi a lui.
me ne vado da chi mi invi. Inizia il cammino di Ges, che torna al Padre suo dal quale
venuto (cf. 13,3; 16,28). il cammino della Gloria (cf. 13,31s; 17,1), che apre anche a noi
(cf. 14,3s). La sua uccisione sar il ritorno del Figlio al Padre che lha inviato ai fratelli.
v. 34: mi cercherete e non [mi] troverete. Infatti non sono convertiti dalla loro
incredulit, tranne pochi e paurosi (cf. 12,37-43). Cercare e non trovare la tragica
condizione di chi non segue la via della Sapienza: su lui incombe la rovina (cf. Pr 1,20-33).
la grande maledizione di chi affamato e assetato della Parola e la cerca dappertutto, ma non
la trova da nessuna parte, perch non si converte dalle sue azioni malvagie (cf. Am 8,11s; Os
5,6). Bisogna cercare il Signore mentre si fa trovare (cf. Is 55,6); e si fa sempre trovare da chi
lo cerca con cuore semplice (cf. Sap 1,1-15).
dove sono io, voi non potete venire (cf. 13,33). Lui abita un dove che a noi
inaccessibile, perch fuggiamo da esso. Questo dove anche il luogo da dove viene e
verso dove va: il Padre, principio e fine del Figlio. A lui Ges vuol condurre tutti i fratelli
che ancora non lo conoscono. Se ne va da noi per prepararci un luogo e torna a noi per
prenderci, perch siamo anche noi dove lui (14,3).
v. 35: dove sta per andare costui, ecc. ? Qui avanzano lipotesi che scompaia tra i giudei
della diaspora per far proseliti tra i pagani. uno dei soliti equivoci di Giovanni, carichi di
verit: la sua Chiesa infatti una comunit giudaica in ambito pagano.
Pi innanzi faranno anche lipotesi che si uccida (cf. 8,22), proiettando su di lui il loro
desiderio omicida. Ma lui non si toglier la vita. Dar invece la sua vita a coloro che gliela

15
tolgono, per poi riprendersela di nuovo. Questo il suo potere di Figlio, secondo il
comando ricevuto dal Padre (cf. 10,17s).
v. 36: cos questa parola, ecc. Per la terza volta in tre versetti esce il mistero del dove
lui e noi non possiamo andare. Ci potremo andare solo se ascolteremo il suo grido, che
viene subito dopo: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, ecc. (vv. 37ss).

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio che insegna a met della festa.
c. Chiedo ci che voglio: conoscere il mistero di Ges: dove , da dove viene, dove va.
d. Medito sul testo, considerando la sapienza e lopera di Ges, che lo rivelano come il
Figlio in comunione con il Padre.
Da notare:
dov lui?
buono
inganna la folla
la paura di riconoscerlo in pubblico
da dove la sua sapienza
il mio insegnamento non mio
chi vuol fare la volont di Dio, sapr che viene da lui
chi parla da se stesso cerca se stesso: falso e ingiusto
chi cerca la gloria di Dio veritiero e giusto
nessuno tra voi fa la legge
lazione di Ges non viola, bens compie la legge e il sabato: d la pienezza di vita
il mistero del Messia che noto e ignoto, di origine umana e divina
non possono arrestarlo perch non ancora venuta la sua ora
molti della folla credono in lui per i segni che fa
ancora per poco tempo sono con voi
mi cercherete e non mi troverete
dove sono io, voi non potete venire.

4. Testi utili
Sal 14; Am 8,4-12; Os 5,6s; Pr 1,20-33; Is 55,1ss; Mc 3,20-30; 6,1-6a; 1Cor 2,1-16.

16

20. SE QUALCUNO HA SETE, VENGA A ME E BEVA


7,37-53
7,37

38

39

40

41

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44
45

46
47
48
49
50

Ora, nellultimo giorno,


quello grande della festa,
Ges stava in piedi e grid dicendo:
Se qualcuno ha sete,
venga a me e beva.
Chi crede in me,
come disse la Scrittura,
fiumi dacqua vivente
fluiranno dal suo seno.
Ora questo disse dello Spirito
che stavano per ricevere
quelli che credono in lui.
Infatti non cera ancora (lo) Spirito,
perch Ges non era ancora stato glorificato.
Allora, dalla folla,
avendo udito queste parole,
dicevano:
Questi veramente il profeta!
Altri dicevano:
Questi il Cristo!
Ma altri dicevano:
Viene forse dalla Galilea il Cristo?
Non disse la Scrittura
che il Cristo viene
dal seme di Davide
e dal villaggio di Bethlem,
dove era Davide?
Allora ci fu una divisione
tra la folla a causa di lui.
Ora alcuni di loro volevano arrestarlo,
ma nessuno mise le mani su di lui.
Allora gli inservienti del tempio vennero
dai capi dei sacerdoti e dai farisei
e quelli dissero loro:
Perch non lo conduceste?
Risposero gli inservienti:
Mai un uomo parl cos!
Allora risposero loro i farisei:
Anche voi siete stati ingannati?
Forse che qualcuno tra i capi
credette in lui, o tra i farisei?
Ma questa folla,
che non conosce la legge,
sono maledetti!
Dice loro Nicodemo,
quello che precedentemente

17

51

52

[53

era venuto da lui,


che era uno di loro:
Forse che la nostra legge
giudica luomo,
se prima non lo ascolti
e non conosca cosa fa?
Risposero e gli dissero:
Sei forse anche tu della Galilea?
Studia e vedi
che non sorge profeta dalla Galilea.
E andarono ciascuno a casa sua.]

1. Messaggio nel contesto


Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, grida Ges nellultimo giorno della festa dei
Tabernacoli. Lo Spirito, simboleggiato nel vino di Cana (2,1ss), che Giovanni vide scendere e
dimorare su di lui (l,32s), che fa nascere dallalto (3,1ss) e nel quale si adora il Padre in verit
(4,23s), ora promesso a quanti aderiscono a lui: la sua vita di Figlio, il suo amore verso il
Padre e i fratelli, sar offerto a tutti coloro che crederanno in lui quando sar glorificato.
Ha appena detto che noi non possiamo andare dove lui (vv. 33-36). Ora per ci invita a
venire da lui e ci dona il mezzo per raggiungerlo, perch anche noi possiamo essere dove
lui. Il mezzo che abbiamo , a prima vista, un non-mezzo: la sete. Essa non solo mancanza
di acqua: anche desiderio di essa. Il desiderio lunica capacit per attingere al dono: non
produce nulla, ma accoglie tutto.
Il grido di Ges lo stesso della Sapienza che chiama luomo ad abbandonare la via
della rovina e prendere quella della vita (Pr 9,6). La sua voce echeggia attraverso la storia e
risuona ancora, adesso come allora; non lascia indifferente nessuno e scatena in ciascuno la
lotta tra adesione e rifiuto, fede e incredulit, amore e odio, accoglienza e violenza, vita e
morte.
La rivelazione si svolge nellultimo giorno, quello solenne e conclusivo della festa.
Ogni giorno della settimana delle Capanne si riempiva una coppa doro, attingendo dalla
piscina di Siloe, e la si portava in processione cantando: Attingete con gioia acqua alle
sorgenti della salvezza (Is 12,3). La folla in festa agitava il lulab (un mazzetto di rami di
palma, salice e mirto e un frutto di cedro) ed entrava per la porta della fonte (cf. Ne 3,15),
cantando lHallel a ricordo della liberazione dEgitto (Sal 113-118). Entrati nel tempio, il
sacerdote saliva allaltare e spargeva lacqua al suolo attraverso un imbuto dargento. Lultimo
giorno della settimana il sommo sacerdote la versava oltre le mura di Gerusalemme, come
segno della benedizione che da Israele si riversava su tutti i popoli, secondo la promessa fatta
ad Abramo (Gen 12,3). Era il culmine della festa: allora esplodeva la gioia del popolo, con le
sue attese messianiche e il suo desiderio di libert e di dominio universale.
Durante la festa si leggeva Ez 47, che parla della sorgente che esce dal tempio e diventa
un grande fiume di acqua vivificante, sulle cui rive crescono alberi da frutto di ogni specie (Ez
47,1-12). Il tempio era visto in relazione alla roccia che Dio spacc, facendo scaturire acque
come dallabisso (Sal 78,15). Questa pietra sorgiva, che secondo la leggenda seguiva laccampamento di Israele nel deserto (cf. 1Cor 10,3s), fu identificata con la roccia su cui era fondato
il tempio. Oltre a Ez 47, si leggeva pure Zc 13, con la promessa che in Gerusalemme sarebbe
zampillata una sorgente per lavare peccato e impurit (Zc 13,1). Lo stesso profeta, poco
prima, descrivendo la liberazione e il rinnovamento di Gerusalemme, parla della
contemplazione di un misterioso trafitto (Zc 12,10), che levangelista identifica con Ges (cf.
19,33s.37), quando sar glorificato (cf. v. 39). Proprio allora sgorgheranno da lui fiumi
dacqua viva.

18
Dopo aver rivelato la sua origine e la sua destinazione (vv. 25-29.33-36), Ges annuncia
ora il dono del suo Spirito, che ci pu dare proprio a causa della sua origine di Figlio di Dio e
della sua destinazione di Figlio delluomo.
Il dono dello Spirito il compimento dellopera di Dio creatore e liberatore: comunica
alluomo la sua vita e la sua libert. Cos luomo nasce dallalto (cf. 3,3-5) e diventa figlio di
Dio (cf. 1,12). Per questo Dio lha creato.
Tutti i grandi temi della Bibbia, dalla creazione allesodo, dallalleanza alla legge, dalla
terra promessa al tempio, dal Messia/Sposo al suo trionfo finale, si compiono nel dono dello
Spirito: la creazione raggiunge il settimo giorno, luomo gode la libert del figlio, Dio per
lui e lui per Dio, la sapienza dellamore regge il mondo, la terra diventa giardino, la presenza
di Dio pervade luniverso, risuona il canto dello sposo e della sposa e ogni creatura in
comunione con il suo Creatore.
Le reazioni alla rivelazione di Ges sono diverse e contrastanti. La violenza, con la
quale i capi risponderanno, sar vinta dallamore del Figlio, il quale fa il dono della sua vita a
coloro che gliela tolgono.
Lo sfondo il luogo il tempio, il tempo lultimo giorno evidenzia il significato che
levangelista d alle parole di Ges: alludono alla sua glorificazione, quando tutto sar
compiuto (cf. 19,30a).
Ges realizza la grande promessa di Dio e il desiderio segreto delluomo. Con lui inizia
lepoca definitiva, quella dellacqua e dello Spirito, dove lacqua di vita lo Spirito stesso di
Dio che amore.
Ges grida che in lui data alluomo ogni benedizione. Non sta seduto, come lo scriba;
ritto in piedi, come laraldo. E grida come la Sapienza, che chiama al banchetto della vita
(cf. Pr 1,20; 8,1ss; 9,1ss).
Il testo inizia con Ges che grida di venire a lui, sorgente di vita (vv. 37-39); continua
con le reazioni positive della folla (vv. 40-43) e prosegue con quelle negative dei capi contro
le guardie e la gentaglia (vv. 44-49), per concludere con la difesa di Nicodemo che viene
insultato (vv. 50-52).
Ges la sapienza di Dio, il nuovo tempio, la roccia da cui sgorga la fonte dacqua viva
aperta in Gerusalemme. Tutto ci sar chiaro dopo che sar glorificato e ci avr dato lo
Spirito.
La Chiesa nasce dallalto, come creatura nuova, dallacqua dello Spirito, con la capacit
di amare con lamore con cui amata.

2. Lettura del testo


v. 37: Ora, nellultimo giorno. Lultimo giorno della festa dei tabernacoli assume un
particolare significato: allude allultimo giorno di Ges, quando compir la sua opera di Figlio
donando ai fratelli il suo Spirito (19,30).
grid dicendo. Ges, in piedi, grida come la Sapienza e sollecita gli ascoltatori a
superare i propri pregiudizi e a volgersi a lui per ricevere il suo Spirito (cf. Pr 1,23).
se qualcuno ha sete. Luomo ricerca di vita e felicit: sete di Dio, come terra arida,
deserta e senzacqua (Sal 63,2). La sete il bisogno pi radicale: desiderio di ci che
assolutamente necessario per vivere. un vuoto specifico, che non pu essere riempito da
nessun surrogato. La sete delluomo illimitata e non pu avere altra acqua che la pienezza di
vita. Luomo bisogno di Dio: Chi capace di Dio, niente che sia meno di Dio potr
riempirlo.
venga a me. Ges si identifica con ci di cui luomo ha sete. Lui stesso, assetato, si
sedette al pozzo, perch la Samaritana capisse la propria sete che lui solo pu dissetare (cf.
4,1ss).
e beva. lui la fonte dacqua viva: infatti vita di tutto ci che (cf. l,3-4a), la roccia
percossa da cui scaturisce lacqua nel deserto (cf. Sal 78,15; 1Cor 10,3s), il nuovo tempio dal

19
quale esce il fiume dacqua fecondo (cf. Ez 47,1ss), la sorgente che purifica e rigenera
Gerusalemme (cf. Zc 12,10; 13,1ss). L siamo tutti chiamati ad attingere con gioia alle
sorgenti della salvezza (cf. Is 12,3). Dal suo fianco trafitto, ferita damore di Dio per luomo,
veniamo generati e sappiamo dove stiamo di casa. L beviamo e ci dissetiamo di lui (cf.
19,34).
v. 38: chi crede in me. Secondo la punteggiatura che si sceglie, si pu riferire queste
parole a ci che precede o a ci che segue. Nel primo caso si dice che, a questa sorgente di
vita, beve chi crede in Ges. Nel secondo caso, invece, si dice che chi crede in lui riceve il suo
Spirito.
come disse la Scrittura, fiumi dacqua vivente fluiranno dal suo seno. Questa citazione
non si trova alla lettera in nessun testo biblico, ma il senso di tutta la Bibbia: Dio ci ha creati
per la vita e vuol comunicarci se stesso, pienezza di vita. Dio amore e, come tale, comunica
tutto ci che .
Se si unisce chi crede in me a quanto precede, queste parole si applicano a Ges: dal
suo grembo di Figlio scaturisce la vita per tutti i fratelli, creati in lui, per mezzo di lui e in
vista di lui. In lui tutto ritrova la sorgente della propria esistenza.
Se, invece, si unisce chi crede in me a quanto segue, queste parole si applicano al
credente: egli, trasformato da ci che la sua sete beve, diventa figlio nel Figlio. Infatti tutto ci
che il Padre ha creato suo verbo nel Verbo, figlio nel Figlio, dal quale viene quella vita che
diventa nel credente sorgente dacqua zampillante (cf. 4,14). I due sensi, in Giovanni, non si
escludono, anzi si completano.
Queste parole di Ges sono comprensibili dopo la sua rivelazione a Nicodemo, in cui
parla di come si nasce dallalto (cf. 3,1ss), dopo il dialogo con la Samaritana, nella quale ha
suscitato la sete del suo dono (cf. 4,1ss) e dopo il discorso a Cafarnao, dove offre di mangiare
il suo corpo e di bere il suo sangue, per vivere di lui come lui del Padre (cf. 6,1ss).
v. 39: questo disse dello Spirito, ecc. il commento dellevangelista: la sorgente
dacqua viva lo Spirito che stanno per ricevere quelli che credono in Ges. Non lhanno
per ancora ricevuto: sar il dono definitivo, che ci far nellultimo giorno, quando ci
consegner il suo Spirito (19,30).
non cera ancora (lo) Spirito, perch Ges non era ancora stato glorificato. Lo Spirito,
la vita di Dio, lamore. Non c amore sulla terra, se non come desiderio e sete. Infatti il
Figlio delluomo non ancora stato innalzato e glorificato. Solo guardando lui, elevato sulla
croce, conosciamo Io-Sono (cf. 8,28): riconosciamo e crediamo allamore che Dio ha per
noi (1Gv 4,16). Prima di allora fuggiamo da lui, sorgente dacqua viva, per scavarci cisterne,
cisterne screpolate che non tengono acqua (Ger 2,13). Quando leveremo gli occhi verso il
Figlio delluomo elevato (3,14) e volgeremo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto (cf.
19,37), solo allora comprenderemo quanto Dio ha amato il mondo, sino a dare il suo Figlio
unigenito per noi (cf. 3,16). Allora comprenderemo da dove veniamo, scopriremo la sua e la
nostra verit e saremo tutti attirati a lui (12,32).
Il v. 39 connette direttamente il dono dello Spirito con la croce, lultimo giorno di Ges.
v. 40: dalla folla, avendo udito queste parole, dicevano. La promessa di acqua non
lascia indifferenti. Per ottenerla per necessario capire chi colui che la dona e aderire a lui,
sorgente di vita. importante che io lo conosca e mi dichiari per lui. Infatti desidero secondo
ci che conosco e ottengo secondo ci che desidero.
questi veramente il profeta (cf. 4,19). Qui c un primo riconoscimento di Ges come
il profeta, promesso da Mos, al quale dare ascolto (cf. Dt 18,15-18): infatti dice la parola
di Dio. La prima cosa da capire in una persona la sua parola: se in nome di Dio, dice la
verit che d vita; se falso profeta, come il serpente, dice la menzogna che d morte.
v. 41: questi il Cristo (cf. 4,29). Un secondo livello di conoscenza di Ges
riconoscerlo non solo come il profeta che parla in nome di Dio, ma anche come il Cristo, che
compie ogni sua parola, realizzando il Regno promesso. Il titolo di Cristo va oltre quello di

20
profeta: il Cristo non solo dice la Parola, per altro sempre inascoltata, ma la compie,
restituendo luomo alla sua verit. Vince infatti il male che la Parola denuncia e fa il bene che
essa annuncia.
viene forse dalla Galilea il Cristo? lobiezione dei giudei ai primi cristiani: il Messia
dalla Giudea, dalla casa di Davide (cf. 2Sam 7,1ss). Ges in realt dalla Giudea, anche se i
suoi abitavano a Nazaret (cf. 4,9; Mt 1,1; 2,22s; Lc 1,27; 2,1-11; 2,39).
Lobiezione per ha un senso pi profondo, che vale anche per noi. Ci chiediamo infatti
come mai il Messia venga dalla Giudea e non per esempio dallIndia, dal Tibet o dalla
Brianza. Ci che scandalizza, allora come adesso, che Dio sia un uomo concreto, particolare
e unico, ben definito. Ma proprio questo suo essere una carne, uguale alla nostra, salvezza di
ogni altra carne. Noi preferiamo sempre forse perch non accettiamo la nostra umanit
concreta un essere divino che sia un uomo universale, non legato al contingente, un po
vaporoso e inconsistente. Ma questo non prendere in considerazione n luomo n Dio. Il
mio io unico e non pu annullarsi nel generico. Dio stesso personale e prende corpo nella
singolarit di una carne. Questo per lui lunico modo per essere veramente con noi e per noi
lunica possibilit di essere con lui.
v. 42: non disse la Scrittura, ecc. ? Secondo la Scrittura (cf. 2Sam 7,12; Sal 89,4s; Is
11,1) il Messia viene da Davide, originario di Bethlem. Levangelista non risponde a questa
domanda. La lascia in sospeso; vuol lasciar scoprire al lettore che il Messia, figlio di Davide
secondo la carne, Figlio di Dio secondo la Spirito (cf. Rm l,3s). Ma questo pu essere capito
solo nello Spirito, che fa pure comprendere come il Messia non solo figlio di Davide, ma
anche suo Signore (cf. Mc 12,35-37p).
v. 43: ci fu una divisione tra la folla a causa di lui. La divisione (in greco c schsma,
da cui viene la nostra parola scisma) allinterno di Israele avviene nellidentificazione di
Ges come Messia. Anche per gli altri uomini la vera differenza sta nel diverso modo di
concepire e vivere il rapporto con Dio, se nella carne del Figlio diventato nostro fratello
oppure in altri modi.
v. 44: alcuni di loro volevano arrestarlo. Oltre le reazioni di riconoscimento o di dubbio
ce ne sono altre decisamente avverse. C chi viene a lui per appagare la propria sete e chi lo
vuole arrestare e uccidere. Davanti al Figlio, come davanti al fratello, c amore oppure odio,
non indifferenza.
nessuno mise le mani su di lui (cf. v. 30). lultimo giorno della festa, anticipo del suo
ultimo giorno, che peraltro non ancora venuto (v. 30). Ci sono per gi le premesse. Lora
tuttavia non determinata dalluomo, ma da Dio stesso: la sua ora.
v. 45: gli inservienti del tempio vennero, ecc. I capi dei sacerdoti e i farisei avevano
mandato gli inservienti per arrestare Ges (v. 32). Sono sorpresi e sdegnati perch tornano a
mani vuote e ne chiedono il motivo.
v. 46: mai un uomo parl cos. Ottengono una risposta inattesa che sa di ironia: chi
doveva prenderlo, stato preso da lui. La sua parola li sorprende e cattura. Non riferiscono
cosa ha detto. Il suo stesso dire e la sua persona non hanno confronto con nessun altro uomo.
Ascoltandolo sono affascinati dalla Parola che era sin dal principio. La luce entra nelle
tenebre e le tenebre non possono catturarla (cf. 1,5). Ne sono illuminate.
v. 47: risposero loro i farisei. Si nominano solo i farisei, perch la comunit di Giovanni
ha a che fare con loro. Dopo la distruzione del tempio nel 70, scomparsi i capi dei sacerdoti,
essi resteranno lunico punto di riferimento religioso.
anche voi siete stati ingannati? La Parola di verit ritenuta un inganno da chi, con
tutta la buona fede possibile, schiavo della menzogna (cf. 8,31ss). Sar largomento del c. 9,
che mostrer la cecit di chi non accoglie Ges, per procedere poi allilluminazione del cieco.
I farisei rimproverano gli inservienti di essere ingannati anche loro, oltre la folla.
v. 48: forse che qualcuno tra i capi, ecc. Mentre la folla e gli inservienti sono disponibili
a cogliere il mistero di Ges, i capi del popolo restano chiusi nella loro autosufficienza. Come

21
pu credere chi cerca la gloria che viene dagli uomini e non quella che viene da Dio (cf.
5,44)?
v. 49: ma questa folla, che non conosce la legge, sono maledetti. I maestri, invece di
osservare la legge (cf. vv. 50s), maledicono le folle che riconoscono colui di cui essa parla.
la maledizione che toccher ai primi cristiani, come gi al loro Maestro, da parte di chi
detiene il potere religioso (cf. 16,1-4). grande la cecit delluomo che crede di possedere la
verit, senza voler fare la fatica di ricercarla.
v. 50s: dice loro Nicodemo, ecc. anche lui un fariseo, anzi uno dei capi. uno di
loro. lo stesso che venne da Ges di notte, per essere illuminato (3,1ss); riapparir alla fine
per chiedere il suo corpo e deporre il seme del Regno sotto terra (cf. 19,39ss). La divisione
avviene anche allinterno dei farisei. Nicodemo prende la legge nella sua integrit, non come
difesa del proprio potere. Ritorce cos laccusa ai farisei: sono loro a trasgredire la legge,
perch condannano una persona senza ascoltare cosa dica e verificare cosa faccia (Dt l,16s).
Giudicano in base a pregiudizi, stravolgendo la legge: da strumento di giustizia, ne fanno la
croce del giusto. La Parola o ascoltata o uccisa.
v. 52: risposero e gli dissero, ecc. Invece di rispondere alla sua domanda, gli lanciano un
duplice insulto. Linsulto copertura di malafede o incapacit di ascoltare ragioni che siano
diverse dalle proprie. Gli chiedono se anche lui un galileo, facente parte di quel popolo
impuro; gli raccomandano poi, a lui che maestro, di studiare la legge per scoprire che dalla
Galilea non mai sorto un profeta. E si dimenticano lodio acceca che proprio da l sorse
un certo profeta di nome Giona (2Re 14,25), quando il Signore aveva visto lestrema miseria
di Israele, perch non cera n schiavo, n libero, n chi potesse soccorrere (2Re 14,26).
Anche Nicodemo, come chiunque altro, quando si espone a favore delluomo, vicino
al Signore: diventa in qualche modo testimone della verit, come il Battista, e ne paga le
conseguenze.
[v. 53: andarono ciascuno a casa sua.] La casa il luogo dove si nati, dove c il
proprio padre e i fratelli. Ges torner presto al Padre suo e Padre nostro. Ma prima sveler ai
suoi accusatori il loro errore: hanno un falso padre, padre di menzogna e di morte (cf. 8,44),
verso il quale stanno andando. Questo versetto, come il racconto che segue, omesso dai pi
antichi testimoni.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando Ges che, ritto in piedi nel tempio, grida.
c. Chiedo ci che voglio: accogliere il suo invito di venire a lui e bere per dissetare la
mia sete.
d. Medito e contemplo la scena, vedendo cosa dice Ges e come reagiscono le varie
persone.
Da notare:
lultimo giorno
Ges, ritto in piedi, grida
se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me
fiumi dacqua vivente scaturiranno dal suo seno
questo disse dello Spirito che sar donato dalla croce
un profeta
il Cristo
viene forse dalla Galilea il Cristo?
la divisione a causa di lui
alcuni volevano arrestarlo
gli inservienti del tempio

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mai un uomo parl cos
laccusa dei farisei: un inganno credere in lui
la difesa di Nicodemo
gli insulti contro di lui.

4. Testi utili
Sal 63; 78; Ez 47; Zc 13; Is 12,3; Ez 36,22-38; 36,1-14; Gv 4,1ss; 5,45-47; 16,1-4;
19,28-37.

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21. NEPPURE IO TI CONDANNO


8,1-11
[8,1
2
3
4

5
6

8
9

10

11

Ora Ges and al monte degli Ulivi.


Allalba per si present di nuovo al tempio
e tutto il popolo veniva da lui;
e, seduto, insegnava loro.
Ora conducono, gli scribi e i farisei,
una donna sorpresa in adulterio
e, postala in mezzo,
gli dicono:
Maestro,
questa donna stata sorpresa
sul fatto stesso, mentre faceva adulterio.
Ora, nella legge,
Mos ordin di lapidare quelle cos.
E tu, che dici?
Ora dicevano questo per tentarlo,
per avere di che accusarlo.
Ora, chinatosi, Ges
scriveva col dito per terra.
Come insistevano nellinterrogarlo,
si drizz e disse loro:
Chi di voi senza peccato,
per primo getti su di lei la pietra!
E di nuovo, chinatosi,
scriveva per terra.
Essi allora, avendo udito,
se ne andarono uno per uno,
cominciando dai pi vecchi;
e rimase solo
e la donna che era nel mezzo.
Ora Ges, drizzatosi,
disse a lei:
Donna,
dove sono?
Nessuno ti condann?
Ora ella disse:
Nessuno, Signore.
Ora disse Ges:
Neppure io ti condanno.
Va (e) da ora non peccare pi].

1. Messaggio nel contesto


Neppure io ti condanno, dice Ges alla donna sorpresa in adulterio.
Questo splendido racconto ci porta al cuore del messaggio di Ges, il Figlio che non
giudica nessuno (cf. 7,19.23.24.51; 8,15.17) e che per questo sar giudicato. Limputato vero
non la donna, ma Ges; ladultera solo lesca per trovare un motivo di condanna contro di

24
lui. La sorte della donna toccher a lui: se lei deve essere lapidata per il suo peccato di
adulterio, alla fine tenteranno di lapidare lui per il suo peccato di bestemmia (cf. v. 59).
Il testo un misto tra disputa e racconto (come, ad esempio, Mc 2,1-12), con sapore e
vocabolario sinottico, di stile lucano. La maggior parte degli antichi testimoni manoscritti,
versioni e Padri lo ignorano. Per questo labbiamo messo tra parentesi quadra, insieme a
7,53. Ci sono per testimonianze, accolte da Ambrogio, Girolamo ed Agostino, che lo
riportano, qui o altrove. Il concilio di Trento ne defin la canonicit. Resta per aperto il
problema dellautore. Tuttavia, nonostante le origini controverse e le testimonianze
problematiche, il testo evangelico pi commentato dai Padri latini. infatti uno dei pezzi
pi affascinanti del Vangelo, che mostra come Ges dona lo Spirito, che fa nuove tutte le cose
(Ap 21,5): lui stesso, dal suo fianco trafitto, sar sorgente zampillante che lava ogni peccato e
impurit (Zc 13,1). Agostino ritiene che questo brano sia stato eliminato dal Vangelo di
Giovanni perch alcuni fedeli di poca fede, o meglio nemici della fede, temevano
probabilmente che laccoglienza del Signore per la peccatrice desse la patente di impunit alle
loro donne. Altri ritengono che il testo sia una perla sperduta nella tradizione antica,
recuperata nel III secolo e posta qui come fondamento di una prassi penitenziale meno
rigorosa e pi evangelica: davanti al peccatore siamo chiamati a comportarci come Ges con
questa donna.
Il racconto dice, bene ed in breve, ci che conosciamo di pi caratteristico dellatteggiamento di Ges verso i peccatori. Egli amico di pubblicani e peccatori (cf. Lc 7,34).
Accusato di bestemmia perch perdona i peccati (cf. Lc 5,21p), accoglie una peccatrice e
mostra al fariseo Simone che limportante non essere giusti, ma amare di pi; e amer di pi
colui al quale stato perdonato di pi (cf. Lc 7,47). Dato che siamo peccatori, il nostro
peccato non da nascondere, ma da scoprire come luogo di perdono e di conoscenza pi
profonda di s e di Dio.
In questo brano emerge il conflitto, centrale nella vita di Ges, tra i custodi della legge,
che giustamente denunciano il male, e colui che d la legge, il Padre, che necessariamente
perdona.
Il tema del perdono dei peccati, fondamentale nella Bibbia, raggiunge in Ges la sua
espressione piena. Normalmente pensiamo che Dio perdoni perch noi siamo pentiti. In realt
noi ci possiamo pentire perch Dio ci perdona sempre e comunque. Egli non si volge a noi
perch noi ci siamo rivolti a lui: egli da sempre rivolto a noi, perch noi possiamo volgerci a
lui. Effettivamente lui che si pente e sente il dolore del nostro male, perch ci ama (cf. Is
54,6-10). La croce di Ges, che ormai si va profilando allorizzonte, il pentimento e la
pena di Dio per il male del mondo. Il suo giudizio sar lessere giustiziato per giustificare gli
ingiusti.
Il racconto si incastona bene in questo punto del Vangelo: un interludio, delicato e
drammatico, nel quale risuonano i temi di cui si sta parlando, visualizzati in modo indelebile.
Ges perdona il peccatore: per questo condannato da chi si attiene alla legge. Il suo perdono
gli coster caro: sar ucciso, lui innocente, per salvare dalla morte il colpevole. E chi senza
colpe, anche tra coloro che si ritengono giusti (v. 7)?
Questo racconto ci fa entrare, in modo semplice e immediato, nel mistero di un Dio che
ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (cf. 3,16), perch chiunque ha sete,
venga a lui e ottenga lacqua viva (cf. 7,37;4,13s). Questacqua, purificatrice e vivificante,
promessa da Ez 47,1ss e Zc 13,1, il suo amore, che si manifesta pienamente nel perdono
neppure nominato nel testo, tanto ovvio e discreto. In esso noi conosciamo chi il Signore
(cf. Ger 31,34; Ez 36,23ss): colui che apre le nostre tombe, ci risuscita dai nostri sepolcri e
ci dona il suo Spirito (cf. Ez 37,13s).
Dopo una breve introduzione (vv. 1-2), che lo aggancia al contesto, il racconto un
breve dramma in tre scene. Nella prima, la donna, da uccidere perch sorpresa in adulterio,
serve da pretesto per andare contro Ges, che, si suppone, non approver la condanna (vv. 3-

25
6a). Nella seconda, Ges non risponde e si china a scrivere col dito per terra, poi si drizza e
chiede agli accusatori chi di loro sia senza peccato e non si trovi nella stessa condanna che
vogliono infliggere alla donna (vv. 6b-7). Nella terza, c leffetto della sua domanda: gli
accusatori se ne vanno, cominciando dai pi vecchi, mentre chi perdona e chi ha bisogno di
perdono restano, da soli, in dialogo tra di loro (vv. 8-11).
Ges il Figlio che dona lacqua viva dello Spirito di Dio: lamore del Padre,
comunicato ai fratelli che ne hanno sete. I peccatori sono i primi ad accoglierlo, perch sono
quelli che ne hanno bisogno.
La Chiesa si identifica con questa donna: da sempre adultera, perch non ama il suo
Sposo, giorno dopo giorno rinnovata dal suo perdono. In ciascuno di noi c per sempre lo
scriba e il fariseo che ci accusa, la coscienza del male che ci vuol lapidare. Solo lincontro con
lui, che resta solo con noi, ci giustifica e ci riempie di gratitudine per il suo amore.

2. Lettura del testo


v. 1s: Ges and al monte degli Ulivi. Allalba per si present di nuovo al tempio, ecc.
Lannotazione richiama Luca 21,37s: Ges, nellultima settimana a Gerusalemme, passa la
notte fuori citt, verso il monte degli Ulivi, per tornare il mattino ad insegnare nel tempio,
dove il popolo accorre presso di lui.
Non si dice cosa insegni: linsegnamento lui stesso, con ci che e ci che fa. Infatti
lui la Parola, il nuovo santuario, la presenza di Dio, di quel Dio che ora si rivela pienamente
nel perdono.
v. 3: conducono, gli scribi e i farisei, una donna sorpresa in adulterio. Secondo la legge
tale donna doveva essere uccisa (cf. Es 20,14; Dt 5,18; 22,22; Lv 18,20; 20,10), ma era
controverso il modo di esecuzione. Ai tempi di Ges si discuteva se si dovesse lapidare o
strangolare. Gli scribi e i farisei, che portano la donna, sono persone rispettivamente dedite
allo studio e allosservanza della legge.
A noi meraviglia che si condanni a morte unadultera. In realt ladulterio un
omicidio: uccide il partner nella sua umanit pi profonda, nella sua relazione damore.
postala in mezzo. La legge, con i suoi divieti e comandi, rischia di porre al centro
dellattenzione il male, da denunciare e da punire. In realt Dio aveva posto al centro del
giardino lalbero della vita, non quello da cui sarebbe derivata la trasgressione e la morte (cf.
Gen 2,9.17). Fu il nemico, laccusatore, a porlo al centro (cf. Gen 3,3). La croce riporter al
suo posto lalbero della vita, sempre fecondo in ogni stagione e capace di sanare ogni ferita
(cf. Ap 22,2).
La peccatrice, chiusa dagli zelanti della legge in un cerchio di morte, vedr alla fine
dileguarsi i suoi accusatori e rester nel mezzo, sola con Ges, che le aprir lorizzonte della
libert e dellamore.
v. 4: Maestro, questa donna, ecc. Si espone il capo daccusa. Il caso della donna,
presentato a Ges, non ha nulla di problematico: chiaro che la legge ordina di sopprimerla.
Se mai in discussione il modo.
v. 5: nella legge, Mos ordin di lapidare. La lapidazione una forma di assassinio
collettivo, del quale nessuno si sente responsabile. Essa esige lunanimit della folla: tutti
collaborano e sfogano la loro aggressivit contro il trasgressore, per lo pi presunto, che
raffigura ci che tutti travaglia e che si vuol levare di mezzo. Il risultato delleliminazione del
malvagio quello di sentirsi uniti, rappacificati e ripuliti dal male, permettendo alla societ di
andare avanti: leffetto del capro espiatorio, che devessere possibilmente un estraneo o un
nemico, un diverso o uno sconfitto, che diventa ostia e vittima designata. Cos hanno sempre
funzionato e funzionano le cose, nei processi alle streghe e ai nemici del popolo, fino allo
sterminio di interi popoli identificati col male. Lo stesso meccanismo si mette in gioco anche
ai nostri giorni nelle condanne a morte di singoli e nelle rappresaglie internazionali, nei partiti
politici e nelle squadre di calcio, come pure nelle relazioni interpersonali: per vincere

26
linsopportabile senso di colpa che il male produce, invece di riconoscerlo in se stessi, lo si
attribuisce allaltro, che viene soppresso. Cos ci si sente confermati nella propria presunta
innocenza, senza mai vincere il male che sta nel cuore di ciascuno. Questo infatti, nei
momenti di crisi, riesplode, provocando come risposta lo stesso meccanismo, in una coazione
a ripetere senza via di uscita. In questo modo la societ contiene e legittima la violenza che
minaccia la sua esistenza e rende possibile finch possibile! la convivenza tra gli uomini,
che ritrovano la loro coesione contro il nemico comune, identificato come il malvagio. Questi
deve essere espulso fuori le mura ed eliminato; cos si sta relativamente tranquilli fino a
quando un nuovo momento di lotta fa riemergere laggressivit che sempre latente, anche se
controllata dal potere che, ovviamente, appartiene al pi violento di turno, destinato a sua
volta ad essere vittima quando perde la forza di imporsi.
A molti pare che questo aureo sistema su cui si regge il nostro convivere, l11 settembre
2001, dopo il crollo delle Torri Gemelle, abbia mostrato i piedi di argilla e la propria
debolezza. Forse sta calando la maschera, mostrando il suo volto orrendo; comunque chiaro
che neppure il pi potente oggi capace, con la forza, di garantire sicurezza, n a s n ad
altri. un fatto nuovo nella storia. Per la prima volta il potente subisce il male; per la prima
volta pu anche capirlo. Questo ci dovrebbe portare a ripensare un modo radicalmente diverso
di stare insieme. Perch ormai nulla come prima: se anche il forte vulnerabile, o ci
distruggiamo tutti o siamo costretti a cambiare gioco.
tu che dici? Gli uomini della legge interrogano Ges non per sapere se sia favorevole
alla lapidazione piuttosto che allo strangolamento. Chiedono il suo parere per tendergli una
trappola, come subito levangelista annota.
v. 6: dicevano questo per tentarlo, per avere di che accusarlo (cf. Mc 10,2p; 12,13p). In
che cosa consiste il trabocchetto che gli tendono per accusarlo? Agostino dice che Ges,
inviato da Dio, possiede le sue tre qualit: la verit, la mansuetudine e la giustizia (cf. Sal
45,5). Se la prima non in discussione si tratta di un fatto evidente , gli pongono un
dilemma sulle altre due. Se ordiner di lapidarla, mancher di mansuetudine; se dir di
lasciarla, mancher di giustizia. In concreto, costretto a rinnegare o la misericordia o la
legge. Nel primo caso smentisce se stesso e il suo messaggio, alleandosi con gli scribi e i
farisei; nel secondo ci che sperano si oppone alla legge e lo si pu accusare come
trasgressore.
Probabilmente qui si nasconde anche un altro tranello. Infatti, se la donna gi stata
condannata dai giudei secondo la legge, Ges posto in un secondo dilemma: se accetta il
verdetto del tribunale giudaico, si oppone ai romani che si erano riservati la pena capitale; se
non lo riconosce valido, accetta implicitamente il dominio romano, mettendosi contro il
popolo e le sue attese. Nel primo caso poteva essere accusato di sovversione, nel secondo non
sarebbe stato il Messia che avrebbe liberato la nazione. Il tenore dellinsidia simile a quello
posto nella domanda sul tributo a Cesare (cf. Mc 12,13ssp). Le pietre degli scribi e dei farisei,
pi che contro la donna posta nel mezzo, sono mirate contro colui che al centro della legge e
dei profeti, del quale le Scritture rendono testimonianza (cf. 5,39-47).
chinatosi, scriveva col dito per terra. Il fatto rilevato ben due volte (vv. 6.8). In un
racconto cos sintetico, non trascurabile.
Certamente ha un primo significato evidente: Ges non affronta n provoca la folla,
sfidandola a viso aperto. Lavrebbe inferocita ancora di pi. Si rende invece come assente e si
china su se stesso, come in una pausa riflessiva, per non farsi travolgere dalla violenza
collettiva. quanto inviter a fare anche gli altri, presentando loro un altro modello da
imitare, diverso da quello della violenza dei capi che li sta trascinando.
Sono corsi fiumi dinchiostro su cosa Ges abbia scritto, dimenticando per che levangelista non spreca una sola parola in proposito.
C chi ritiene il gesto di Ges unallusione a Geremia 17,13 che dice: Quanti si
allontanano da te saranno scritti nella polvere, perch hanno abbandonato la fonte di acqua

27
viva, il Signore. Il contesto fa capire chi sono costoro. Lipotesi, gi di Ambrogio, Agostino e
Girolamo, suggestiva e rispettosa del testo: lo ritiene un gesto profetico, senza entrare in
merito a ci che scritto.
Pi recentemente alcuni studiosi pensano che, secondo luso romano, Ges abbia scritto
per s la sentenza, prima di pronunciarla. Altri pensano che Ges abbia scritto i peccati degli
accusatori, comuni a tutti gli uomini, perch ognuno smetta di giudicare laltro. Infatti solo
chi giusto pu giudicare giustamente (cf. Es 23,1-7). Altri ancora pensano che si tratti solo
di una pausa narrativa. Ma in questo caso non si spiega il peso che nel racconto ha il fatto,
ripetuto, dello scrivere.
Nella spiegazione bisogna, attenendosi al testo, interpretare solo il gesto dello scrivere,
senza dire ci che scritto, alla luce del contesto immediato, inserito nella tradizione biblica.
Per questo utile ricordare una cosa ovvia: scrivere latto con il quale uno vuol comunicare
qualcosa a un altro che legge. Nella tradizione tutta la Scrittura comunicazione di Dio
alluomo; a sua volta la legge fu scritta dal dito di Dio su tavole di pietra (cf. Dt 9,10). da
notare che Ges non scrive sulla sabbia, ma sulla pietra del lastricato; la scena infatti si svolge
nel tempio.
Se non teniamo presente il dito di colui che scrive e non entriamo in comunione con
lui, la stessa Scrittura diventa un feticcio che ci impedisce di entrare nel pensiero di Dio. La
Scrittura lautocomunicazione del Dio amante della vita, che non disprezza nessuna delle
sue creature; ha compassione di tutti e non guarda ai peccati degli uomini, in vista del
pentimento (cf. Sap 11,23-26).
Se la Scrittura denuncia il peccato, non per condannare il peccatore: lintenzione di chi
scrive quella di salvarlo. La legge data per la vita e non per la morte, per la conversione e
non per la disperazione, per il perdono e non per la condanna. Siccome per, sin dallinizio,
abbiamo trasgredito la legge, tutti la percepiamo come condanna di noi e delle nostre azioni.
Ma i profeti hanno promesso che verranno giorni in cui Dio ci toglier il cuore di pietra e ci
dar un cuore di carne; incider la sua legge non con il dito sulla pietra, ma con lo Spirito sul
nostro cuore, che finalmente sar un cuore nuovo, capace di vivere in pienezza il dono di Dio
(cf. Ger 31,31-34; Ez 36,26-27). Il gesto di Ges pu alludere a questi testi, che si
compiranno quando lui ci dar il suo Spirito (19,30). Proprio sulla croce, dove sar scritto il
titolo della sua condanna in ebraico, latino e greco (cf. 19,19-22) comprenderemo ci che
Ges ora scrive: il Signore non condanna, ma giustifica e salva per grazia. Questo il senso di
tutta la Scrittura. Allora saremo noi stessi la lettera di Dio, scritta non con inchiostro, ma con
lo Spirito di Dio; non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei nostri cuori (cf. 2Cor
3,3).
Come si vede, ognuno pu aggiungere la sua goccia al fiume di parole versato per
commentare questo gesto di Ges. Il quale, in modo pi ecologico, scrive con il dito sulla
pietra, senza spreco di carta o dinchiostro, lasciando a ciascuno lopportunit di pensare ci
che pi giova.
v. 7: si drizz. Nel v. 10 Ges si drizzer davanti alla donna; ora si drizza davanti ai suoi
accusatori. Essi persistono nelle loro interrogazioni, che guardano solo allo scritto e non allo
scrivente. Per questo si drizza e mostra loro la sua persona: lui che ha scritto.
chi di voi senza peccato, per primo getti su di lei la pietra. Il peccatore che vuol
giudicare come quei vecchi che opprimevano gli innocenti e assolvevano i malvagi, fino a
condannare la casta Susanna che non si era piegata alle loro voglie (cf. Dn 13,52s). Ma per il
profeta Daniele la cosa fu pi facile: Susanna non aveva peccato e si trattava di provarne
linnocenza. Questa donna invece ha peccato e Ges non pu provare il contrario della verit.
C per unaltra verit nascosta in ciascuno, che Ges ricorda a tutti: ognuno guardi in se
stesso e veda con onest nel suo cuore, poi chi senza peccato scagli contro di lei la prima
pietra. Il primo che scaglia la pietra il testimone (cf. Dt 17,7); egli si assume la
responsabilit di chi sta, volutamente e coscientemente, allinizio della violenza che poi gli

28
altri imitano automaticamente, come le iene che fiutano sangue. lui che si pone come
modello, seguito dagli altri per imitazione. Chi osa opporsi, o capovolge la situazione facendo
lapidare chi voleva lapidare, o finisce lapidato anche lui. La violenza, giustificata dal
consenso, una volta scatenata deve comunque scaricarsi su qualcuno.
Con queste parole Ges chiama ciascuno alla responsabilit e alla coscienza personale,
rompendo allorigine il male che poi contagia tutti. Egli rimanda ognuno degli interlocutori a
indagare su di s, applicando a se stesso il giudizio che vuol infliggere alla donna. Solo allora
potr accorgersi del male che nel suo cuore e vedere la propria cecit (cf. 9,41), per scoprirsi
bisognoso di misericordia e perdono. Uno smette di giudicare gli altri quando comincia a
giudicare se stesso. Allora capisce che la Scrittura persuade luomo di peccato per fargli
accogliere il giudizio di chi scrive, lunico giusto che giustifica.
Ges non nega la legge e il giudizio. Si appella per a colui che d la legge e si riserva il
giudizio, ben diverso dal nostro. Dio infatti ha mandato il suo Figlio per salvare il mondo
(3,17); per questo bisogna non giudicare n condannare, ma assolvere e dare, per diventare
misericordiosi come il Padre (cf. Lc 6,36-38). Il giudizio del Padre dettato dallamore che ha
verso tutti i suoi figli. il giudizio stesso del Figlio, che sulla croce dar la vita per i fratelli.
Questa parola di Ges, mentre convince il mondo di peccato, rivela il giudizio e la giustizia di
Dio (cf. 16,8), che amore senza condizioni.
v. 8: di nuovo, chinatosi, scriveva per terra. Il gesto di scrivere, che precede e segue la
sua risposta, le d anche il suo significato. Il suo intento non quello di gettare pietre sui
peccatori, adultera o farisei e scribi che siano. Non vuole uccidere nessuno. Vuole solo che
ognuno prenda coscienza seria di s e del suo peccato, scopra il proprio cuore di pietra per
ricevere il dono di un cuore di carne, pieno dello Spirito del Signore, capace di vivere secondo
la sua parola.
Proprio per questo suo atteggiamento Ges diventer bersaglio dei nostri cuori di pietra,
che, come vogliono lapidare la donna, cercheranno di lapidare lui (v. 59).
v. 9: se ne andarono uno per uno, cominciando dai pi vecchi. Tutti abbiamo peccato e
siamo privi della gloria di Dio (cf. Rm 3,23; Sal 14,3; 130,3; 143,2). Nessuno pu mentire a
se stesso: la coscienza del proprio male il primo dono di Dio, che ci rende diversi dagli
animali. Probabilmente costoro se ne vanno contrariati, in attesa di rivincita; loro se ne vanno,
ma le pietre restano l, pronte per essere scagliate.
I pi vecchi (in greco presbiteri) ricorre solo qui nel quarto Vangelo. La stessa
parola, normalmente tradotta con anziani, usuale nei sinottici per indicare la parte pi
potente del sinedrio. Gli anziani sono anche coloro ai quali, per la loro provata onest ed
esperienza, riservato il giudizio. La scena non priva di ironia: coloro che hanno la funzione
di giudicare sono i primi rei confessi.
rimase solo e la donna che era nel mezzo. La donna era stata posta nel mezzo dagli
zelanti della legge che condanna. Ora essa rimane sola con il solo Ges, nel mezzo della
sconfinata misericordia di Dio. Il peccato il luogo dove si manifesta la sovrabbondanza della
sua grazia (cf. Rm 5,20).
Dice Agostino: Sono rimasti due: la misera e la misericordia. Alla fine ci che rimane
di ogni uomo lincontro della propria miseria con la misericordia di Dio. Maggiore
labisso del peccato, maggiore lamore che si riceve e la conoscenza di Dio e di s che si
ottiene. E maggiore sar la capacit di amare (cf. Lc 7,42b.43a).
Ges, lunico senza peccato, non se ne va. Rimane con la peccatrice: il Figlio,
misericordioso come il Padre. Se condanna il peccato perch e fa male, assolve e ne slega il
peccatore perch lo ama.
C in ciascuno di noi la parte adultera e la parte di chi vuole lapidarla. Invece di
lapidarla, bisogna riconoscersi in essa: il luogo dincontro con il Signore.
v. 10: Ges, drizzatosi. Prima si drizz per mostrarsi agli accusatori come colui che
scrive la legge; ora si drizza per mostrarsi allaccusata come il Signore che perdona.

29
Il dialogo tra i due semplice, di poche parole, e sublime.
donna, dove sono? Ges la chiama donna, come Maria (cf. 2,4; 19,26), la Samaritana
(4,21) e la Maddalena (20,15). il suo vero nome, quello della sposa, che ora incontra lo
Sposo. stata, come tutti noi, adultera: non aveva conosciuto n amato lo Sposo (cf. Ez 16),
colui che ha comandato, anzi supplicato, di amarlo con tutto il cuore (cf. Dt 6,4ss).
Le chiede, senza neppur pi nominarli, dove sono quanti la accusano.
nessuno ti condann? Le chiede se sia rimasto un giusto che possa condannarla.
v. 11: nessuno, Signore. Nessuno rimasto che la possa condannare. Uno per
rimasto: lunico giusto, che la giustifica! Scomparsi i nemici, rimasto colui che la ama di
amore eterno (cf. Ger 31,3), nel quale riconosce il suo Signore, perch la perdona (cf. Ger
31,34) e la fa uscire dalla morte (cf. Ez 37,12). Si stabilisce tra i due la nuova alleanza, scritta
ormai non pi sulla pietra, ma nel cuore (cf. Ger 31,31-33).
neppure io ti condanno. Gli altri non ti possono condannare, anche se lo vogliono,
perch ingiusti. Ma neppure io, che sono giusto, ti condanno, perch non posso condannare
nessuno: sono venuto infatti per salvare, non per condannare il mondo, quel mondo che il
Padre ha tanto amato da dare per lui il Figlio (cf. 3,16s).
Il giudizio di Dio non mai condanna per il peccatore, ma salvezza dal peccato. Per
questo svela il peccato la funzione della legge e perdona il peccatore.
Noi siamo tentati di condannare il peccatore e giustificare il peccato, almeno quello
nostro. Il solo giusto, invece, perdona il peccatore e porta su di s la condanna del peccato. Il
peccato degli accusatori della donna, che non accolgono il perdono, si riverser ben presto su
di lui: tenteranno di lapidarlo (v. 59) e lo eleveranno poi sulla croce. Ma proprio allora
conosceranno Io-Sono. Colui che opera cos, infatti, il Figlio, che non fa nulla da se
stesso, ma parla e agisce come il Padre gli ha insegnato (v. 28).
va (e) da ora non peccare pi. Questa donna perdonata senza previo pentimento. Il
pentimento infatti segue il perdono e consiste nel non chiudersi dentro la gabbia delle proprie
colpe, per aprirsi alla gioia di un amore pi grande. Il perdono, che precede ogni pentimento,
un atto creatore: schiude un nuovo futuro, nella libert di non peccare pi e di amare di pi.
Lamore, che la peccatrice riceve nel perdono, la giustifica: la rende giusta. Uno
infatti diviene giusto nella misura in cui sperimenta lamore di un giusto che non lo condanna.
Allora pu amare come amato. E lamore pieno compimento della legge (Rm 13,10b).

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando la scena, allalba, nel recinto del tempio.
c. Chiedo ci che voglio: conoscere nel perdono chi il Signore.
d. Traendone frutto, contemplo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.
Da notare:
Ges insegna nel tempio
gli scribi ed i farisei portano nel mezzo la donna colta in adulterio
la legge dice di lapidarla
cosa dice Ges
vogliono tentarlo, per accusarlo
Ges, chinato, scrive per terra col dito
Ges si drizza
chi di voi senza peccato, per primo scagli la pietra
di nuovo, chinatosi, scrive per terra
se ne vanno, cominciando dai pi vecchi
Ges rimane solo, con la donna che in mezzo
donna, dove sono?

30
nessuno ti condann?
nessuno, Signore
neppure io ti condanno
va e da ora in poi non peccare pi.

4. Testi utili
Sal 14; 53; 103; Ez 16; Os 2,16-25; Is 54,1-10; Ez 36,22-27; Lc 6,36-38; 7,36-51.

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22. IO-SONO LA LUCE DEL MONDO


8,12-20
8,12

13
14

15
16

17
18
19

20

Allora Ges parl loro di nuovo


dicendo:
Io-Sono
la luce del mondo.
Chi segue me
non cammina nella tenebra,
ma avr la luce della vita.
Allora gli dissero i farisei:
Tu testimoni di te stesso:
la tua testimonianza non vera.
Rispose Ges e disse loro:
Anche se io testimonio di me stesso,
la mia testimonianza vera,
perch so da dove venni
e dove me ne vado.
Voi invece non sapete da dove vengo
e dove me ne vado.
Voi giudicate secondo la carne,
io non giudico nessuno.
E se poi io giudico,
il mio giudizio veritiero,
perch non sono solo,
ma io e il Padre
che mi invi.
Ora anche nella vostra legge scritto
che la testimonianza di due uomini
vera.
Sono io che testimonio di me stesso
e testimonia di me il Padre che mi invi.
Allora gli dicevano:
Dov il padre tuo?
Rispose Ges:
Non conoscete n me
n il Padre mio.
Se conosceste me,
conoscereste anche il Padre mio.
Queste parole parl
nel (luogo della) cassa del tesoro
insegnando nel tempio;
e nessuno lo cattur
perch non era ancora giunta
la sua ora.

1. Messaggio nel contesto


Io-Sono la luce del mondo, proclama Ges nel tempio, dopo aver gridato di essere la
sorgente della vita, che disseta chiunque crede in lui (cf. 7,37).

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Ges si rivelato nel simbolo delle nozze e del vino, del tempio e del vento, dellacqua
e del pane; ora si proclama luce. Lui, nel quale si compiono le nozze tra Dio e luomo,
sorgente di vino, vento, acqua e pane, perch lui stesso, Figlio di Dio e Figlio delluomo, ha in
s la vita (1,4; 5,26) ed la luce degli uomini (cf. l,4s.9). Tutto ci che esiste parla di lui,
perch tutto fatto per mezzo di lui e in lui ha la sua consistenza (cf. Col 1,15-17).
La luce non solo principio di creazione, che fa uscire il cosmo dal nulla: come fa
esistere, cos fa vedere, conoscere e gioire di tutto.
Vedere la luce vuol dire uscire dalle tenebre e venire alla luce: vedendo Ges, il Figlio,
noi nasciamo alla nostra realt di figli di Dio. Nel c. 3 si parla di una nascita dallalto:
lilluminazione di chi contempla lamore del Padre nel Figlio, donato per la vita del mondo.
In lui veniamo alla luce come figli, che conoscono lamore da cui vengono e di cui vivono.
Ges luce del mondo come il titolo del c. 8. Questo uno sviluppo articolato del c.
7, che riprende numerose espressioni del c. 5 e sfocer nel c. 9 con lilluminazione del cieco.
La forma non quella di un dialogo sereno, come quando due cercano la verit; piuttosto
una lotta tra la verit che si propone come luce e la menzogna che si oppone come tenebra:
lincontro/scontro tra lofferta e il rifiuto della vita. Il c. 8 presenta un corpo a corpo tra il
Figlio, che Parola/verit/luce/vita, e i suoi fratelli ancora chiusi nella menzogna, schiavi
nelle tenebre di morte. un resoconto teologico di ci che avvenuto tra Ges ed i suoi
contemporanei, offerto alla Chiesa di Giovanni perch non si scoraggi se deve affrontare le
stesse incomprensioni e opposizioni. Pi in profondit possiamo dire che il testo, come al
solito, riproduce ci che avviene in chi ascolta la Parola: nellinterlocutore si scatenano le
resistenze delle tenebre che vengono squarciate, perch lui stesso possa diventare luce.
Nel corso del capitolo, pieno di tensioni e contraddizioni, intervengono 11 volte gli
oppositori della luce e 13 volte Ges, la luce. A lui, che era in principio, spetta la prima e
lultima parola.
Al centro del capitolo sta il Padre, nominato direttamente 23 volte e altre volte
indirettamente come colui che mi invi e da dove vengo e dove me ne vado. Il Padre
implica necessariamente il Figlio. Questi, anche se nominato solo nei vv. 28.35.36, il
protagonista: Ges stesso, che sta rivelando la propria identit.
Per il Figlio, il Padre origine della sua missione verso i fratelli, principio e fine della
sua esistenza. Ges chiama Padre mio colui che Abramo, ritenuto dagli interlocutori loro
padre, considera suo Dio. Chi rifiuta lui, rifiuta il Padre e non ha come padre Abramo, ma il
diavolo. Figli di Abramo sono quanti accolgono la testimonianza del Dio di Abramo
attraverso il Figlio, che venuto a illuminare i fratelli sulla loro realt di figli. Padre
significa origine e appartenenza, amore e conoscenza, affidabilit e sensatezza di vita. Il
Figlio venuto per portare ai fratelli la luce della loro vita: la conoscenza del Padre. Lidentit
di ogni uomo infatti la conoscenza e laccettazione della propria radice.
Nella rivelazione del Figlio come luce del mondo, le tenebre vengono allo scoperto
nella loro malvagit. La tenebra non il nulla: menzogna che si oppone alla verit, egoismo
che non accetta lamore, morte che uccide la vita. Ma la luce, proprio quando sar catturata,
verr posta sul lucerniere. Allora colui che ha detto: Io-Sono la luce del mondo (v. 12),
diventer il Figlio delluomo che ci fa conoscere Io-Sono (v. 28): lui stesso, il Figlio, IoSono, uguale al Padre! Questespressione il culmine dellautorivelazione di Ges, il punto
darrivo della sua manifestazione che risponde alla nostra domanda: Tu chi sei? Chi fai di te
stesso? (vv. 25a.53a).
Inoltre in questo capitolo c la massima concentrazione di termini che indicano il
parlare: ben ventinove volte in quarantotto versetti (vv. 12-59). La Parola vita e luce, che si
comunica proprio parlando.
Davanti alla Parola possibile una duplice reazione: quella dei figli della luce e quella
dei figli delle tenebre. Da una parte c ascolto, fiducia e conoscenza, con il frutto di verit,

33
libert e vita; dallaltra c rifiuto, incredulit e ignoranza, con il veleno della menzogna, della
schiavit e della morte.
Largomento del capitolo tocca lumanit di ogni uomo, chiamato a scoprire il senso
dellesistenza, a sapere da dove viene e dove va, a conoscere e accettare la sua realt di figlio.
Lunica condizione per vivere non tagliarsi dalla propria sorgente.
Articoleremo il testo in tre parti: vv. 12-20,21-30,31-59.
La prima parte delle altre diremo dettagliatamente in seguito inizia e termina con
Ges che parla (vv. 12.20). Al centro c la sua rivelazione come luce e le reazioni della
nostra tenebra.
Alla sua solenne affermazione in cui si offre al mondo come luce (v. 12), segue lopposizione degli uomini di legge che non accettano la sua testimonianza (v. 13). Ges risponde
che essa vera, perch egli sa da dove viene e dove se ne va (v. 14). La sua , infatti, la
testimonianza del Figlio, che da e per il Padre: luce di vita proprio in quanto Figlio, che
comunica ai fratelli la loro identit perduta. Chi nella tenebra non ammette questa
testimonianza perch non accetta la propria verit di figlio: giudica secondo la carne, da uomo
che non si apre allo Spirito. Ges, invece, non giudica nessuno: venuto infatti a salvare il
mondo, illuminando ogni carne del suo Spirito (v. 15). Eppure la sua rivelazione, che ci
testimonia il nostro essere figli del Padre, provoca su di noi un giudizio. Questo per non
viene da lui; viene invece da noi e riguarda lui: accettarlo o rifiutarlo il giudizio che ogni
uomo compie su di s, accettando o rifiutando se stesso come figlio e Dio come Padre (vv. 1618). A chi gli chiede dov il Padre, Ges risponde che solo chi conosce il Figlio conosce il
Padre (v. 19). Ges parla nel tesoro del tempio; cercano di prenderlo, ma invano, perch
non ancora venuta la sua ora (v. 20).
Queste parole del Signore sono molto confortanti: le resistenze che proviamo in noi e
attorno a noi, sono le stesse che la luce del mondo ha incontrato sin dallinizio e incontrer
sino alla fine.
Ges non un illuminato: la luce che illumina ogni uomo, facendolo uscire dalla
tenebra. Egli infatti, Parola di vita e Figlio di Dio, luce di ogni uomo che viene al mondo.
Alla sua luce vengo alla luce (cf. Sal 36,10); lui la salvezza del mio volto e mio Dio (cf. Sal
42,12; 43,5).
La Chiesa accoglie linvito di venire al Figlio, credere in lui e seguirlo come luce della
propria vita. Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminer (Ef 5,14):
diventerai figlio della luce (cf. 12,36). Lilluminato che si crede luce, come Lucifero: nega
la stessa luce che lo illumina. Il fondamento, ineliminabile, di ogni vera illuminazione
vedere la propria tenebra.

2. Lettura del testo


v. 12: Ges parl di nuovo. Ci troviamo ancora nel tempio (cf. v. 20). Siamo dopo
lultimo giorno della grande festa, quando Ges grid, a chiunque ha sete, di venire a lui (cf.
7,37).
Io-Sono la luce del mondo. Il tema della luce, come quello dellacqua, collegato alla
festa delle Capanne, quando, durante la notte, fiaccole accese illuminavano a giorno la citt
santa.
La luce la metafora pi bella di Dio: Dio luce e in lui non ci sono tenebre (1Gv
l,5b). A sua volta luomo, creato a sua immagine, chiamato a riflettere a viso scoperto, come
in uno specchio, la gloria del Signore (2Cor 3,18), trasfigurandosi secondo licona del Figlio
(Rm 8,29), la bellezza del cui volto apparsa ai discepoli quando il Padre disse di lui: Questi
il Figlio mio, leletto. Ascoltate lui! (Lc 9,28-36p). La sua parola infatti lampada per i
nostri passi, luce sul nostro cammino (Sal 119,105). Giustamente la parola, che distingue
luomo dallanimale, la luce della sua vita: le conferisce il suo senso, rendendola

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specificamente umana. Una vita senza parola bestiale, infernale: solitudine e
incomunicabilit.
La luce richiama anche il giorno del Signore, che sar un unico giorno, il Signore lo
conosce; non ci sar n giorno, n notte, verso sera risplender la luce (Zc 14,6s; cf. Ap
21,22-22,5). Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che
abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse, dice Is 9,1 parlando della pace definitiva che
porter la vittoria del Messia (Is 9,1-6; cf. Gdc 7,15-25). E dice ancora, a Gerusalemme:
Alzati, sii luce, perch viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te (Is 60,1). Ges
si propone come luce non solo per Gerusalemme, ma per tutte le nazioni, nella linea di Is 9,16; 60,1ss (vedi anche i canti del Servo: Is 42,6s; 49,6-9).
Nellaffermazione di Ges si concentrano molti richiami biblici, con risonanze
messianiche (cf. Is 9,1-6; 42,6s; 49,6; 60,1ss), sapienziali (cf. Bar 4,2; Sap 10,17; 18,3s; Sal
119,105), teofaniche (cf. Es 13,21ss;Is 60,19-20; Sap 18,3) ed escatologiche (cf. Mi 7,9; Ab
3,4; Zc 14,6s). La luce infatti principio di vita e intelligenza, di rivelazione di Dio e salvezza
delluomo.
Ges la luce del mondo perch il Figlio che rivela lamore del Padre: fa vedere a
ogni uomo da dove viene e dove va, riscattandolo dal buio dellinsensatezza. Un figlio, che
ignora lamore del Padre, cerca la propria identit in surrogati che, lungi dal soddisfarlo, sono,
presto o tardi, causa di sofferenze maggiori.
chi segue me. Normalmente Giovanni parla di venire a Ges o credere in lui. Qui,
come negli altri Vangeli, si parla di seguire. La luce non solo conoscenza intellettuale;
un cammino dietro una persona.
Ges si identifica con la legge, con Dio stesso, lunico che va seguito. Egli come la
colonna di nube che guid Israele nellesodo: luminosa per chi la segue e tenebrosa per chi la
insegue (cf. Es 13,21). Essa lo accompagner e condurr, tappa dopo tappa, nel cammino
dalla schiavit alla libert (cf. Nm 9,15-23).
Ogni uomo che segue Ges esce dalle tenebre e viene alla luce di figlio di Dio (cf.
1,12).
non cammina nella tenebra. Come la verit luce e vita, la menzogna tenebra e morte.
Camminare nella tenebra unimmagine molto espressiva. Chi, nella notte e senza torcia,
cammina nel bosco o in citt durante un black-out, sa cosa vuol dire camminare nella tenebra.
Significa errare, inciampare e cadere, in preda allangoscia di non sapere dove si ; ogni
realt, anche buona, si trasforma in pericolo e minaccia mortale.
Tutti abbiamo esperienza del buio interiore e sappiamo che una vita senza luce
peggio della morte.
ma avr la luce della vita. Il futuro indica che questa luce, che gi c perch in essa si
cammina, sar per sempre. In Ges donata definitivamente alluomo la luce interiore della
sua realt: la conoscenza di essere figlio del Padre.
Ges garantisce, a chi segue lui, di non camminare nella tenebra e di avere la luce della
vita. Come facciamo a sapere se la sua affermazione vera o falsa? Delle affermazioni
scientifiche possiamo avere una verifica sperimentale; ma per ci che riguarda i valori
fondamentali dellesistenza, che verifica abbiamo? In questo caso, vero o falso si traduce
concretamente in bene o male. Per distinguere luno dallaltro abbiamo due criteri, che
ciascuno di noi deve imparare ad applicare, per vivere in modo sensato.
Il primo interno a noi. Ogni uomo infatti programmato per la verit, lamore e la
libert: quando ascolta e capisce unaffermazione, dalla reazione che essa suscita in lui pu
vedere se corrisponde o meno a ci che nel profondo desidera. Avverte infatti un moto di
consenso o di dissenso, di chiarezza o di confusione, di pace o di inquietudine, di gioia o di
tristezza. Da questi sentimenti capisce, per consonanza o dissonanza interiore, la bont o
meno di ci che ascolta. Nessuno infatti pu mentire al suo cuore. Ma la cosa non cos
semplice. Infatti ognuno di noi, anche se ha il desiderio del vero e del bene, schiavo della

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menzogna e delle abitudini cattive che ne derivano; e di conseguenza sbaglia nel valutare e
nellagire. In questo caso, per, il nostro cuore resta insoddisfatto e diviso in se stesso, in una
lotta interiore che rimane fino a quando non ci apriamo a ci per cui siamo ci che siamo.
Il secondo criterio esterno. Comprendiamo di non camminare nella tenebra ma nella
luce quando la nostra vita diventa sempre pi luminosa e sensata: lesterno tende a
corrispondere allinterno, ci che si fa tende a realizzare ci che si desidera.
Per questo importante che ciascuno impari a leggere e discernere ci che ogni parola
ascoltata muove nel suo cuore, guardando anche il frutto che essa porta nella sua vita
concreta. La verifica dei fatti sempre importante. Del senno di poi sono piene le fosse, si
dice. Ma queste fosse, piene di sapienza, sono un buon humus per lalbero dellesperienza.
v. 13: gli dissero i farisei. Qui i farisei rappresentano coloro che scambiano ci che
scritto con colui che scrive: scambiano la Scrittura con colui che lha data. La legge tiene il
posto di Dio: diventata un idolo a cui sacrificare la vita.
Sono oppositori della luce perch non conoscono ancora Dio come Padre e se stessi
come figli. Anche Paolo era uno di questi: irreprensibile nellosservanza della legge (cf. Fil
3,6), sar avvolto dalla luce di Cristo che gli si rivela mostrandogli la sua cecit (cf. At 9,1-9).
Il c. 8 vuol convincere di cecit luomo della legge, perch, come il cieco nato, possa vedere
la luce (cf. 9,40s).
tu testimoni di te stesso, ecc. I farisei non accettano ci che Ges testimonia di s. Si
accetta ci che un altro dice quando corrisponde a ci che si ha nel cuore. La luce, che egli e
manifesta, il contrario della tenebra che i farisei hanno nel cuore. Per questo la rifiutano,
preferendo le proprie tenebre (cf. 3,19-21). Un occhio chiuso non ama la luce: ne offeso e se
ne difende.
v. 14: la mia testimonianza vera. Ges Parola e luce, verit e vita, perch testimonia
lamore del Padre per il mondo (cf. 3,16s). La luce testimonia di se stessa illuminando, senza
essere illuminata da altro, come la parola testimonia di se stessa parlando. Chi ascolta, sente
dentro di s che questa parola vera e viva, perch lo rende vero e vivo: lo Spirito stesso
testimonia al nostro spirito che siamo figli di Dio (cf. Rm 8,16). Nel nostro cuore, quando
sufficientemente libero dalle paure, c una testimonianza interiore di verit, che lo porta a
riconoscere spontaneamente ci per cui fatto.
so da dove venni e dove me ne vado. Chi schiavo della tenebra non accetta questa
testimonianza, perch ignora da dove viene e dove va: non sa chi . Ges definisce qui il
Padre come principio e fine del suo cammino: il Figlio, nato dal Padre, che vive del suo
amore. Ges luce del mondo proprio perch, in quanto Figlio che conosce lamore del
Padre, comunica agli uomini la verit loro e di Dio: Dio Padre e noi suoi figli.
v. 15: voi giudicate secondo la carne. Giudizio secondo la carne quello di colui che
pone al centro di tutto il proprio io, chiuso nella sua fragilit e nel suo limite, senza aprirsi allo
Spirito che d vita. un giudizio dettato dalla paura della morte e dallegoismo, che rifiuta
lamore e la vita.
Forse per qui significa che i giudei giudicano Ges, che Parola diventata carne, solo
secondo la sua origine umana e non anche secondo la sua origine divina. La coscienza di
essere il Figlio di Dio, centrale nella sua rivelazione, sar il motivo della sua condanna e
della nostra salvezza.
io non giudico nessuno. Come appare chiaro dal racconto precedente (vv. 1-11), Ges
non venuto per giudicare, ma per salvare il mondo (3,17). Il suo giudizio quello del Padre
della vita, che non giudica, ma giustifica (cf. 5,26.30).
v. 16: se poi io giudico. Queste parole, come spesso in Giovanni, sembrano contraddire
quanto appena stato detto: Io non giudico nessuno. Ges non giudica come luomo,
secondo la carne, ma giudica come Dio, secondo il suo Spirito, che amore. E il suo giudizio
veritiero, a differenza del nostro. Questo suo giudizio sar la croce, salvezza di ogni carne.

36
perch non sono solo, ma io e il Padre che mi invi. Il motivo della verit del giudizio
di Ges che lui non solo. Lui il Figlio, il cui essere relazione al Padre. Non c luno
senza laltro. il mistero dellunit e della distinzione tra Padre e Figlio, la cui vita lamore
reciproco. Padre e Figlio sono due, eppure uno. Ges dir infatti poco dopo: Io-Sono (v. 58;
cf. 10,30; 14,9), attribuendosi ci che esclusivo di Dio.
v. 17: nella vostra legge scritto, ecc. Una testimonianza, per essere accolta in un
giudizio, deve essere di due persone (cf. Dt 19,15).
v. 18: sono io che testimonio di me stesso e testimonia di me il Padre. La testimonianza
del Figlio sempre, insieme, anche quella del Padre: lha inviato ai fratelli proprio per
mostrare loro il suo amore. Le opere di Ges in favore degli uomini raccontano il Padre (cf.
1,18); e lopera del Padre che gli uomini credano nel Figlio che ha inviato (cf. 6,29).
Ges luce del mondo proprio perch rid agli uomini il loro volto di figli e di fratelli,
mostrando loro, nel suo, il volto stesso del Padre. Con lui finisce lepoca dellignoranza e
della schiavit, il mondo del padre/padrone, e inizia lepoca della verit e della libert, il
mondo dei fratelli che si amano con lo stesso amore del Padre.
v. 19: dov il padre tuo? Richiama la domanda che far Filippo: Mostraci il Padre e ci
basta (14,8). Chiedono dove sia il Padre. Conoscere la propria origine il desiderio di ogni
uomo, che sempre in cerca della propria identit.
non conoscete n me n il Padre mio, ecc. Non conoscere Ges, il Figlio, non
conoscere Dio come Padre. Conoscere lui, conoscere il Padre: Chi ha visto me, ha visto il
Padre (cf. 14,9). La carne della Parola rivela la Parola che in ogni carne. Ges chiama Dio
Padre mio: per chi accoglie e segue lui, diventa Padre nostro.
v. 20: queste parole parl. Queste parole sono luce: sono Spirito e vita (cf. 6,63.68).
nel (luogo della) cassa del tesoro. il luogo dove si custodisce il tesoro del tempio. Il
dio mammona aveva invaso la casa di Dio. Ora il nuovo tempio Ges stesso (cf. 2,13-22), in
cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinit (cf. Col 2,9), con tutti i tesori della
sapienza e della scienza (cf. Col 2,3). Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su
grazia (cf. 1,16), persino quella di diventare figli di Dio (cf. 1,12).
nessuno lo cattur. Il verbo catturare esce otto volte in Giovanni, delle quali quattro
in questa sezione (cf. 7,30.32.44; 8,20). Anche la parola uccidere, che ne la conseguenza,
esce dodici volte, delle quali sei in questa sezione (cf. 7,19.20.25; 8,22.37.40). Le tenebre
vogliono spegnere la luce.
non era ancora giunta la sua ora. La sua ora non ancora giunta, ma ormai
chiaramente annunciata.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando Ges nel tempio, vicino alla cassa del tesoro.
c. Chiedo ci che voglio: seguire lui per uscire dalle tenebre e avere la luce della vita.
d. Mi lascio illuminare dalle parole di Ges, luce del mondo.
Da notare:
Io-Sono luce del mondo
chi segue me non cammina nelle tenebre
avr la luce della vita
la mia testimonianza vera, perch so da dove venni e dove me ne vado
voi giudicate secondo la carne
io non giudico nessuno
se poi giudico, il mio giudizio veritiero
perch non sono solo, ma io ed il Padre che mi invi
dov il padre tuo?

37
se conosceste me, conoscereste il Padre
nessuno lo cattur
non era ancora giunta la sua ora.

4. Testi utili
Sal 27; 36; 42; Nm 9,15-23; Is 9,1-6; 60,1ss; Gv 3,16-21; 1Ts 5,4-11; Ap 21,22-22,5.

38

23. QUANDO AVRETE INNALZATO IL FIGLIO DELLUOMO,


ALLORA CONOSCERETE CHE IO-SONO
8,21-30
8,21

22

23

24

25

26

27
28

29

30

Allora, di nuovo, Ges disse loro:


Io me ne vado
e mi cercherete,
ma morirete nel vostro peccato.
Dove io me ne vado,
voi non potete venire.
Dicevano allora i giudei:
Forse che si uccider,
perch dice:
Dove io me ne vado
voi non potete venire?
E diceva loro:
Voi siete dal basso,
io sono dallalto.
Voi siete da questo mondo,
io non sono da questo mondo.
Vi dissi dunque
che morirete nei vostri peccati.
Se infatti non crederete
che Io-Sono,
morirete nei vostri peccati.
Allora gli dicevano:
Tu chi sei?
Disse loro Ges:
(Io sono fin) dal principio
proprio quello che vi dico.
Molte cose ho da dire
e giudicare su di voi;
ma chi mi invi veritiero
e io, le cose che ascoltai da lui,
queste dico al mondo.
Non conobbero che parlava loro del Padre.
Allora disse loro Ges:
Quando avrete innalzato il Figlio delluomo,
allora conoscerete
che Io-Sono
e da me stesso non faccio nulla,
ma, come mi insegn il Padre mio,
queste cose dico;
e colui che mi invi
con me:
non mi lasci solo,
perch io faccio sempre
le cose a lui gradite.
Mentre egli diceva queste cose,

39
molti credettero in lui.

1. Messaggio nel contesto


Quando avrete innalzato il Figlio delluomo, allora conoscerete che Io-Sono, dice
Ges rivelando lidentit sua e di Dio. Il Figlio, luce del mondo, sar rifiutato e innalzato dai
fratelli sulla croce; ma proprio da l si manifester e sar riconosciuto come Io-Sono.
Lespressione innalzare il Figlio delluomo corrisponde alle predizioni della passione e
risurrezione degli altri Vangeli (cf. Mc 8,31; 9,31; 10,33sp). Mentre in questi ritmano la
seconda parte del racconto, in Giovanni ricorrono invece nella prima parte (3,14; 8,28;
12,32a). Inoltre i due momenti distinti della passione e della risurrezione sono resi con lunica
parola innalzare. Infatti Giovanni vede fin dallinizio la croce come gloria. Infine, ogni
volta che parla di innalzamento, dice anche uno dei frutti che esso produce: il dono della vita
eterna a chi crede nel Figlio che rivela lamore del Padre (3,15s), la conoscenza di Io-Sono
come unione intima tra Padre e Figlio offerta a ogni uomo (8,28) e, alla fine, la vittoria sul
nemico e lattrazione al Signore di tutto il mondo (cf. 12,31s).
Lopposizione a Ges raggiunge il suo vertice. La luce entra, come lama, nella
profondit delle tenebre: la verit del Figlio si scontra con la menzogna che nei fratelli. La
croce ormai allorizzonte.
La morte di Ges pu essere vista sotto vari aspetti. Il primo il fatto che Ges, mortale
come ogni uomo, vive questo evento naturale in modo nuovo: come ritorno del Figlio al
Padre. Noi invece, che ignoriamo di venire dal Padre e di tornare a lui, la percepiamo come
separazione e privazione della nostra vita. Non accettando di essere figli e volendo essere
principio di noi stessi, avvertiamo la morte come la fine di tutto ci che noi siamo. Per questo,
nellinutile tentativo di salvarci da essa, siamo suoi schiavi per tutta la vita (cf. Eb 2,14s). La
paura di perderci ci chiude in noi stessi: ogni nostro rapporto non pi di amore, comunione e
dono, ma di egoismo, violenza e distruzione. Questo il peccato che sta allorigine dei
nostri mali e che Ges disinnesca, vivendo la morte non come la fine di tutto, ma come il
ritorno al Padre della vita.
Il secondo aspetto il fatto che Ges non muore, ma ucciso in nome di Dio, perch ha
testimoniato un Dio altro da quello che noi pensiamo. Egli il Figlio di Dio che ci mostra il
vero volto del Padre, che amore e servizio, perdono e salvezza per ogni perduto. Allorigine
della sua uccisione c lignoranza di Dio come Padre e di se stessi come figli. Infatti chi
ignora il Padre, non accetta di essere figlio e uccide s come figlio, gli altri come fratelli e,
alla fine, lo stesso Figlio. La croce il punto darrivo del peccato del mondo: la
consumazione ultima del male, oltre cui impossibile arrivare. Che si pu fare di peggio che
uccidere il Figlio stesso di Dio?
Il terzo aspetto il fatto che, proprio in questa uccisione perpetrata dagli uomini, il
Figlio rivela chi Dio e che lui stesso Dio. Dio non , come pensava Adamo, invidioso della
sua vita e antagonista della sua libert, padrone potente che condanna quanti non si
sottomettono a lui. Quel Dio che nessuno mai ha visto, ce lo racconta il Figlio unigenito
(1,18): amore assoluto, che porta su di s il male delluomo che ama, sino a far dono della
sua vita a chi gliela toglie.
Solo dalla croce conosciamo veramente Io-Sono; ogni altra conoscenza di Dio
idolatrica. La croce, stoltezza e debolezza agli occhi del mondo, sapienza e potenza di Dio a
salvezza di ogni uomo (cf. 1Cor 1,18-25). Essa sdemonizza definitivamente la nostra
immagine di Dio, purificandolo da ogni nostra proiezione; gli restituisce la sua identit,
mostrando, in modo palese e inequivocabile, la sua essenza profonda: amore incondizionato,
pi grande di ogni violenza e morte. La croce, abisso di male senza limiti, lunico
contenitore capace di accogliere quel bene infinito che Dio. Punto dincontro tra la nostra
resistenza e la sua benevolenza, essa rivela la verit di Io-Sono, il Dio che libera dalla
schiavit e dallesilio (cf. Es 3,14-16; Is 43,10). vero quanto Giuseppe, prefigurazione di

40
Ges, disse ai suoi fratelli: Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di
farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo
numeroso (Gen 50,20).
Landamento del dibattito drammatico. Le dure accuse di Ges ai suoi oppositori sono
da intendere come minacce profetiche, che vogliono evidenziare quel male da cui ci vuole
salvare.
Come spesso avviene nel Vangelo di Giovanni, il testo un gioco di equivoci, con una
progressione a salti, ma senza soluzione di continuit. Infatti lincomprensione provoca una
rivelazione ancor pi profonda, che accresce lincomprensione stessa; alla fine lincomprensione estrema provocher la rivelazione estrema.
La Parola, come uno specchio (cf. Gc 1,23), fa vedere al lettore la sua cecit davanti alla
luce del mondo, perch possa essere guarito, come avverr al cieco del c. 9.
Ges esordisce dicendo che lui se ne va sa bene che vogliono ucciderlo e i suoi
ascoltatori lo cercheranno inutilmente: moriranno nel loro peccato, che quello di non
ascoltare lui, il Figlio (v. 21). Gli avversari reagiscono proiettando su di lui quel male che
nel loro cuore: chiedono se voglia uccidersi (v. 22). Ges ribatte che essi non possono
comprendere dove lui va, perch sono dal basso, da questo mondo, non dallalto, dal
Padre (v. 23). questo il peccato che li fa morire. Solo se credono in lui come Io-Sono, il
Figlio che rivela il Padre, possono avere la luce della loro vita; diversamente muoiono nei loro
peccati (v. 24). Alla domanda sulla sua identit, appena dichiarata, Ges ribadisce di essere
appunto ci che ha detto e da sempre dice (v. 25). Ha molte cose da dire, e rimproverare, ai
fratelli; cose che ha udito dal Padre (v. 26). Ma essi neppure si accorgono che parla del Padre,
annota levangelista (v. 27). Ges conclude con la grande promessa: quelli che ora non
capiscono e presto lo uccideranno, lo riconosceranno dalla croce come Io-Sono, il Figlio
che parla e agisce in comunione con il Padre (vv. 28-29). Il finale annota che a queste parole
molti credono in lui (v. 30): sono lanticipo delle moltitudini che volgeranno lo sguardo a
colui che hanno trafitto (cf. 19,37).
Ges, il Figlio, luce del mondo. Rifiutare lui uccidere se stessi come figli e gli altri
come fratelli. Questo rifiuto ha come conseguenza estrema la sua croce. Ma proprio l si
riveler come Io-Sono, Signore e salvatore di tutti.
La Chiesa sperimenta in se stessa la lotta tra le tenebre e la luce. Vive, attraverso il
racconto del Vangelo, il dramma della Parola di vita che svela le sue resistenze di morte; ma,
nella contemplazione del Figlio delluomo innalzato, coglie il mistero delluomo e di Dio:
capisce quanto Dio ha amato il mondo, sino a dare suo Figlio, perch per mezzo di lui abbia la
vita (cf. 3,16ss).

2. Lettura del testo


v. 21: Allora, di nuovo, Ges disse loro. Ges, dopo la festa delle Capanne, riprende a
parlare nel tempio ai giudei. Ha appena salvato la donna adultera, da loro condannata a morte
secondo la legge; per questo condanneranno lui, secondo la stessa legge.
io me ne vado. Ripete quanto ha detto in 7,33s e ribadir nellultima cena anche ai suoi
discepoli (13,33.36; 14,19; 16,16-19). Il suo andarsene Ges non dice mai io muoio -,
carico di significati che abbracciano la totalit del suo messaggio, pu essere visto da
prospettive diverse: da parte nostra unuccisione, da parte sua il dono della vita e il
compimento della sua missione (cf. 19,30b), da parte del Padre la glorificazione del Figlio e
la rivelazione in lui di Io-Sono.
mi cercherete (cf. 7,34a). Luomo sempre in cerca di luce e verit: ricerca di Dio, che
suo Padre. La Bibbia presenta un Dio che da sempre in cerca delluomo, perch anche
luomo lo cerchi e trovi la sua felicit. Cercare il Signore e non trovarlo la tragica situazione
di chi vive nellingiustizia, la maledizione che prelude il giorno del Signore (cf. Am 8,11-12),

41
del quale la croce lora decisiva. Il tempo per cercarlo quello in cui egli tra noi. Lo trova
solo chi crede in lui, luce del mondo, e lo segue (v. 12).
morirete nel vostro peccato. Invece di ripetere, come in 7,34b, non mi troverete, dice
loro che moriranno nel loro peccato, al singolare; nel v. 24 parler di peccati, al plurale.
Peccare significa fallire, mancare il bersaglio. Il peccato per eccellenza lidolatria:
la falsa immagine di Dio, che fa orientare la vita in direzione contraria a lui. il peccato di
chi non riconosce pi Dio come Padre e se stesso come figlio. Esso viene dalla menzogna
antica che presenta Dio come padrone geloso delle sue prerogative ed invidioso di chiunque
altro. Per questo Adamo si allontan da lui. Luomo, staccato dalla sua sorgente, si attacca agli
idoli, che gli succhiano la vita sino a ridurlo a loro immagine (cf. Sal 115,5-8).
Non accettare Dio come Padre e se stessi come figli ci svuota della nostra identit. La
morte, che ne deriva, non punizione di Dio, ma stipendio del peccato (cf. Rm 6,23; cf. Sap
1,13). Morire qui non indica la morte biologica siamo di natura mortali , ma il modo
insensato di vivere proprio di chi, non sapendo da dove viene e dove va, considera la morte
come la fine di tutto. Nei vv. 24.28s Ges presenter la via di uscita per non morire nei propri
peccati: credere in lui come Io-Sono.
dove io me ne vado, voi non potete venire. Ges va al Padre, perch il Figlio. I suoi
ascoltatori non possono ancora venire al Padre. Non perch non vogliono, ma perch non
possono: devono prima vedere il Figlio che lo rivela.
v. 22: forse che si uccider? In 7,35 si chiedono se andr nella diaspora a far proseliti tra
i greci; qui, invece, si chiedono se intenda uccidersi. Andare contro la vita, per il giudaismo,
escludersi dal mondo che viene: Le anime di coloro, le cui mani hanno infierito contro la
loro vita, saranno accolte nellade pi tenebroso (Giuseppe Flavio). I giudei si chiedono se
Ges intenda andare allinferno, sotto terra, nelle tenebre, lui che si proclamato luce del
mondo.
In realt sono loro stessi a fare ci che malignamente suppongono di lui: non accettando
la luce del Figlio, sprofondano nelle tenebre. A ben guardare, in ogni giudizio proiettiamo
sullaltro ci che siamo noi.
v. 23: voi siete dal basso. Il v. 23 contiene una duplice contrapposizione tra voi/io,
secondo una duplice paternit, una dal basso e da questo mondo, laltra dallalto e
non da questo mondo, una dal diavolo e laltra da Dio, come verr sviluppato in seguito (cf.
vv. 31-59).
Da indica origine e appartenenza. Ges rimprovera i farisei di non avere la loro
origine dal Padre della luce e di non appartenere a lui: sono dal padre della menzogna e
appartengono alla morte. Per questo non possono venire dove lui va: per loro la morte, invece
che un ritorno al Padre, un fallimento di tutto, un morire nei peccati.
io sono dallalto. Ges dallalto, dal cielo, da Dio, da cui viene e a cui sale (cf.
3,13.31; 6,32s.41s.50s).
voi siete da questo mondo. Essi invece hanno la loro origine e appartenenza in questo
mondo chiuso in s, estraneo a Dio e al mondo che deve venire.
io non sono da questo mondo. Ges in questo mondo, ma non da questo mondo: dal
Padre e torna da questo mondo al Padre (cf. 13,1). Anche il suo regno non da questo mondo
(18,36); e i discepoli, come lui, sono in questo mondo, ma non da questo mondo: riconoscono
nel Padre la loro origine (cf. 15,19; 17,14.16). Questo mondo invece sotto il dominio del
padre della menzogna, omicida fin dallinizio (cf. vv. 44-47).
v. 24: se infatti non crederete che Io-Sono, ecc. Si pu uscire dal fallimento e dalla
morte solo conoscendo il vero volto di Dio e indirizzando verso di lui la propria vita. C
quindi uno spiraglio di luce per non morire nel peccato (v. 21a) o nei peccati (v. 24b): credere
in Ges, il Figlio, che rivela Io-Sono. Io-Sono richiama il Dio che libera dallEgitto (cf.
Es 3,14) e salva dallesilio (cf. Is 43,10). Ma questa fede in Ges possibile solo quando, a

42
causa del nostro rifiuto, lo uccideremo e lui dar la vita per noi. Proprio allora avverr il
grande mistero di salvezza: conosceremo finalmente Io-Sono (cf. v. 28).
Io-Sono il Nome, nel quale Dio si rivela come un Io che parla e si comunica. Se il
padre o la madre dicono al figlio: Sono io!, non fanno unaffermazione vuota; esprimono
una presenza rassicurante, che fonda lio del figlio e gli insegna a dire tu. La rivelazione del
Nome come Io-Sono segna linizio del dialogo tra Dio e uomo, in una storia comune, ricca di
avventure e sorprese, con le sue interruzioni e riprese.
v. 25: tu chi sei? Ges ha appena detto: Io-Sono. Per questo gli chiedono chi lui, chi
pretende di essere. colta, e insieme rifiutata, la sua pretesa divina, che lo condurr alla
morte (cf. 5,18; 7,1.19.30.32.44; 8,20b.37.59). La sua rivelazione di Figlio provoca la sua
uccisione; ma la sua uccisione realizzer la sua rivelazione: il Figlio, uguale al Padre perch
d la vita per amore.
(io sono fin) dal principio proprio quello che vi dico. Tenendo presente che su questo
punto ci sono varianti nei codici e che anticamente non cerano segni di interpunzione, sono
possibili varie traduzioni. Proponiamo questa, secondo la quale Ges conferma di essere da
sempre, dal principio, ci che sta dicendo: Io-Sono. Si pu anche tradurre: (Io-Sono) il
principio, proprio ci di cui vi parlo. Unaltra traduzione intende dal principio come
innanzitutto; allora il testo suona: (Sono) innanzitutto ci che ancora vi sto dicendo. Altre
due, tra le possibili traduzioni, sono: Perch sto ancora a parlare con voi?, oppure: E io sto
ancora a parlare con voi!. In queste ultime due traduzioni Ges, constatando il rifiuto di
capire, dice che non vale la pena di parlare a chi non vuol ascoltare.
v. 26: molte cose ho da dire e giudicare su di voi. Su di s Ges non ha altro da
aggiungere: impossibile dire di pi di quanto ha detto con lespressione Io-Sono. Avrebbe
invece da dire molto su chi lo ascolta. Ma non lo fa, perch non giudica nessuno: venuto per
salvare, non per giudicare (cf. v. 15b; 3,17; 12,47). Queste parole esprimono bene il suo
atteggiamento verso coloro che poco prima volevano lapidare la donna (cf. vv. 1-11) e
preparano il suo modo di rivelarsi a coloro che lo innalzeranno sulla croce (cf. v. 28).
chi mi invi veritiero. Ges si appella alla testimonianza del Padre (cf. v. 16): il suo
parlare e giudicare lo stesso del Padre, che tanto ha amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito per salvarlo (3,16s).
v. 27: non conobbero che parlava loro del Padre. unannotazione dellevangelista: gli
interlocutori ignorano il Padre perch non accolgono il Figlio che lo rivela. La non
conoscenza del Padre il peccato dal quale ci guarir il Figlio delluomo innalzato.
v. 28: quando avrete innalzato il Figlio delluomo (cf.3,14; 12,32a). Il Figlio delluomo richiama la figura gloriosa di Dn 7,1ss, ripresa con caratteristiche personali e
trascendenti nel primo libro di Enoch, un apocrifo dellAT; innalzato allude alla
glorificazione del Servo di Is 52,13, che in Giovanni corrisponde allinnalzamento della croce
(cf. 3,14; 12,32. 34). Lespressione innalzare il Figlio delluomo condensa e applica a Ges
crocifisso numerose citazioni bibliche, connettendole strettamente con la rivelazione di IoSono.
Altrove innalzare al passivo e indica lazione di Dio che esalta il Figlio. Qui,
invece, allattivo e indica lazione delluomo che lo appende alla croce, proprio perch non
capisce il suo parlare del Padre.
allora conoscerete che Io-Sono. Noi non riconosciamo Ges come Figlio perch non
conosciamo il Padre; per questo lo innalzeremo sul patibolo, come bestemmiatore. Ma proprio
cos conosceremo Io-Sono, il Nome: Dio amore assoluto per luomo! Nel Figlio delluomo innalzato conosciamo la verit nostra e di Dio: lui amore incondizionato per noi e
noi siamo infinitamente amati da lui.
Come Israele nel deserto, guardando il serpente di bronzo innalzato, guariva dal morso
dei serpenti (cf. Nm 21,4-9), cos ogni uomo che guarda il Figlio delluomo innalzato,
guarisce dal veleno mortale che il serpente antico inocul in Adamo e in ogni suo figlio (cf.

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3,14s). Il Figlio delluomo innalzato ci attira tutti a s (12,32): mostrandoci il suo amore,
sbugiarda la menzogna che ci fece fuggire da Dio (cf. 3,16).
A coloro che ancora non possono conoscere (cf. v. 27), Ges promette un futuro sicuro
dopo la croce: Allora conoscerete. Quando contempleranno colui che hanno trafitto (cf.
19,37; Zc 12,10), vedranno finalmente ci che occhio mai non vide, n orecchio ud, n mai
entr in cuore duomo (cf. 1Cor 2,9): il Figlio unico, che viene a comunicarci la sua stessa
relazione con il Padre (cf. vv. 28-29).
da me stesso non faccio nulla, ecc. Allora capiranno che il Ges terreno, che hanno
davanti, il Figlio del Padre: il suo agire e il suo dire ha in lui la propria origine.
v. 29: colui che mi invi con me (cf. 16,32). Allora capiremo anche lunione piena del
Figlio e del Padre: sono infatti uno (cf. 10,30). In questo testo il Padre mio (v. 28)
chiamato anche: dove io me ne vado (v. 21), colui che mi invi e colui che non mi
lasci solo (v. 29). Sono espressioni che descrivono lineffabile relazione di amore tra Padre
e Figlio: il Padre il fine perch il principio del Figlio e del suo cammino verso i fratelli.
non mi lasci solo. Noi abbiamo esperienza di solitudine. Il Figlio non mai solo:
sempre dal e verso il Padre. Per lui anche la morte nella morte tutti ci sentiamo
estremamente soli non solitudine, ma glorificazione sua e del Padre (cf. 12,23; 13,31s).
perch io faccio sempre le cose a lui gradite. Il motivo della sua unione con il Padre
lamore, che gli fa compiere ci che a lui piace. Ci che al Padre piace si manifester
pienamente nel Figlio delluomo innalzato: manifestare e donare a tutti i figli il proprio
amore.
v. 30: mentre egli diceva queste cose, molti credettero in lui. Dopo la dura requisitoria e
le reazioni negative, c un finale a sorpresa. I molti, che credono in lui mentre dice queste
cose, sono lanticipo della moltitudine che attirer a s quando sar innalzato (cf. 12,32). Dio
raggiunge il suo scopo di salvare luomo nonostante la sua opposizione; anzi proprio
attraverso di essa.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando il tempio, dove Ges parla.
c. Chiedo ci che voglio: conoscere nel Figlio crocifisso dal mio male chi Dio e chi
sono io.
d. Medito sulle parole di Ges e dei suoi avversari: le prime sono dette a me, le altre
dette da me.
Da notare:
io me ne vado
voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato
forse si uccider?
voi siete dal basso / io sono dallalto
voi siete da questo mondo / io non sono da questo mondo
se non credete che Io-Sono, morirete nei vostri peccati
tu chi sei?
ci che ancora sto dicendo!
molte cose ho da dire e giudicare su di voi
io dico ci che udii da chi mi invi
non conobbero che parlava del Padre
quando avrete innalzato il Figlio delluomo, conoscerete che Io-Sono
conoscerete che non faccio nulla da me stesso
colui che mi invi con me
non mi lascia mai solo

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io faccio sempre ci che a lui gradito
a queste parole, molti credettero in lui.

4. Testi utili
Sal 115; Es 3,13-15; Is 43,8-13; Gv 3,14-31; 1Cor 2,1ss.

45

24. PRIMA CHE ABRAMO FOSSE, IO-SONO


8,31-59
8,31

32
33

34

35

36
37

38
39

40

41

42

Allora Ges diceva ai giudei


che avevano creduto a lui:
Se voi dimorate nella mia parola,
siete veramente miei discepoli
e conoscerete la verit
e la verit vi liberer.
Gli risposero:
Siamo stirpe di Abramo
e non siamo mai stati schiavi di nessuno;
come dici tu:
Diventerete liberi?
Rispose loro Ges:
Amen, amen vi dico:
chiunque fa il peccato
schiavo [del peccato].
Ora lo schiavo non dimora
nella casa per sempre;
il figlio dimora
per sempre.
Se dunque il Figlio vi libera,
sarete davvero liberi.
So che siete stirpe di Abramo;
ma cercate di uccidermi
perch la mia parola
non trova posto in voi.
Io dico le cose che ho visto presso il Padre;
anche voi dunque fate le cose
che avete ascoltato dal padre [vostro].
Risposero e gli dissero:
Il nostro padre Abramo.
Dice loro Ges:
Se siete figli di Abramo,
fareste le opere di Abramo.
Ma ora voi cercate di uccidere me,
un uomo che vi ha detto la verit
che ha udito dal Padre.
Questo, Abramo non fece.
Voi fate le opere del padre vostro.
Gli dissero [allora]:
Noi non siamo nati da prostituzione;
abbiamo un solo Padre:
Dio.
Disse loro Ges:
Se Dio fosse vostro padre,
amereste me:
io infatti da Dio uscii e vengo;

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non sono infatti venuto da me stesso,


ma egli mi mand.
Perch non comprendete il mio linguaggio?
Perch non potete ascoltare la mia parola!
Voi siete da quel padre (che ) il diavolo
e volete fare i desideri del padre vostro.
Quello era omicida dallinizio
e non stato nella verit,
perch non c verit in lui.
Quando dice la menzogna,
parla dal suo,
perch menzognero
e padre della menzogna.
Io invece, che dico la verit,
non mi credete.
Chi tra voi mi convince di peccato?
Se dico (la) verit
perch voi non credete a me?
Chi da Dio
ascolta le parole di Dio.
Per questo voi non mi ascoltate:
perch non siete da Dio.
Risposero i giudei e gli dissero:
Non diciamo bene noi
che tu sei un samaritano
e hai un demonio?
Rispose Ges:
Io non ho un demonio,
ma onoro il Padre mio
e voi disonorate me.
Ora io non cerco la mia gloria:
c chi (la) cerca e giudica.
Amen, amen vi dico:
se qualcuno osserva la mia parola,
non vedr affatto morte in eterno.
[Allora] dissero a lui i giudei:
Adesso abbiamo conosciuto
che hai un demonio.
Abramo mor e pure i profeti,
e tu dici:
Se qualcuno osserva la mia parola,
non guster affatto morte in eterno.
Sei tu forse pi grande del nostro padre Abramo,
il quale mor?
Anche i profeti morirono.
Chi fai di te stesso?
Rispose Ges:
Se io glorifico me stesso,
la mia gloria nulla;
il Padre mio che glorifica me,
quello che voi dite

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che il vostro Dio.


E non lo avete conosciuto,
io invece lo conosco.
E se dicessi che non lo conosco,
sarei simile a voi, menzognero;
ma Io conosco
e osservo la sua parola.
Abramo, il vostro padre, esult
alla vista del mio giorno;
e lo vide e si rallegr.
Gli dissero allora i giudei:
Non hai ancora cinquantanni
e hai visto Abramo?
Disse loro Ges:
Amen, amen vi dico:
prima che Abramo fosse,
IO-SONO!
Presero allora pietre
per gettarle su di lui.
Ma Ges si nascose
e usc dal tempio.

Messaggio nel contesto


Prima che Abramo fosse, IO-SONO, afferma Ges alla fine di questa lunga
discussione con i giudei che hanno creduto in lui (cf. v. 30) o, meglio, a lui (cf. v. 31).
Credere a lui dar credito alle sue parole, credere in lui aderire alla sua persona. Si pu
dar credito al suo messaggio, senza accettare la sua persona. Ma la verit sempre carne;
per questo, quando si rivela in Ges, rifiutata dallideologia religiosa. Non si pu accettare il
suo messaggio su Dio e sulluomo, se non si accetta che lui stesso il suo messaggio: la
carne della Parola, Figlio delluomo e Figlio di Dio.
Nel testo si affrontano i temi della verit, della libert e della paternit, fondamentali
per ogni uomo. La verit, che d la libert, la conoscenza del Padre e laccettazione di essere
figli. La verit di Dio come Padre rende liberi; la menzogna di un dio padrone, al quale servire
o ribellarsi, rende schiavi. Infatti la relazione padre/figlio condiziona tutte le altre. La
rivelazione di Dio come Padre, possibilit ultima di riscatto da ogni cattiva esperienza nei
confronti del padre terreno, largomento dominante del testo.
La verit sta nella parola che fa venire alla luce una realt conosciuta; lerrore sta nella
parola che non corrisponde alla realt; la menzogna sta nella parola errata, appositamente
detta per indurre un altro in errore.
La parola vera, erronea o menzognera che sia determina il fare delluomo: ognuno
agisce, anzi diventa secondo la parola che accoglie. Se vera, la parola dona la libert di
entrare in comunione con chi parla e in armonia con la realt; se errata, rende schiavi
dellinganno; se menzognera, una trappola per piegare laltro ai propri intenti. Dove c
verit, c libert e amore; dove c errore, c buio e ignoranza; dove c menzogna, c
violenza e schiavit, oppressione e morte: Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti
sono periti per colpa della lingua (Sir 28,18). La parola governa i rapporti degli uomini tra di
loro e con le cose; la lingua come il timone di una nave (cf. Gc 3,3-10): pu condurla in
porto o farla naufragare.
La verit pi importante riguarda luomo stesso: chi luomo, qual la sua realt
profonda? Ges, il Figlio, venuto a rivelarci che siamo figli di Dio, simili al Padre. Egli, nel
tempo in cui vissuto tra noi, ci ha manifestato quel Dio che nessuno mai ha visto.

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La parola verit particolarmente cara a Giovanni: nel suo Vangelo esce venticinque
volte (tre volte in Marco, tre in Matteo e tre in Luca). Cos pure vero esce dieci volte (sette
volte in Marco, una in Matteo e nessuna in Luca), mentre veritiero esce nove volte (una
volta in Luca e nessuna in Marco e Matteo). Per Giovanni la verit non unidea, ma una
persona concreta: Ges. Egli, con ci che fa e dice, la verit delluomo: rivela s come
Figlio e noi come suoi fratelli.
Da questa verit nasce la nostra libert di figli, che quella di essere come Dio stesso,
nostro Padre. La libert la caratteristica pi propria e cara alluomo, ma anche la pi
ambigua. Insieme allamore, la realt pi adulterabile e adulterata che ci sia.
Lidea di libert del giudaismo-cristianesimo diversa da quella che propongono le
varie culture, antiche e moderne, almeno l dove essa presa in considerazione. Queste,
semplificando, hanno due concezioni opposte.
La prima considera libero luomo potente, che pu fare ci che gli pare e piace, mentre
gli altri sono schiavi, possibilmente suoi. Questo modo di pensare, sempre attuale e antico
quanto il mondo, pone come principio di azione la ricerca del proprio piacere. Si pu obiettare
che questo criterio, se sufficiente per lanimale, programmato dallistinto, per luomo il
fallimento della sua umanit: resta schiavo dellegoismo, asservendo ad esso tutto e tutti.
La seconda, al contrario, considera libero il sapiente o lasceta, che sa e fa ci che deve,
mentre gli altri sono schiavi dellignoranza o dellincapacit di fare ci che sanno. Questo
modo di pensare pi aristocratico del precedente, comune a filosofi e religiosi pone come
principio di azione il proprio dovere, che altro non che il piacere, tipicamente umano, di
essere giusti e corretti, senza sottostare a condizionamenti. la libert di Diogene davanti ad
Alessandro Magno. Ma questa libert, per quanto pi nobile della prima, lascia ancora luomo
schiavo del proprio io o super-io.
Secondo la Bibbia, invece, luomo libero perch immagine e somiglianza di quel Dio
che amore: libero perch suo interlocutore e partner, capace di rispondere allamore con
lamore. Il vincolo personale con lui, lassoluto, lo assolve (= slega) dal dominio del proprio
piacere o del proprio dovere, rendendolo capace di agire secondo lamore che conosce. Il
principio della libert quindi lamore, che ci rende simili a Dio. La libert cristiana consiste
nellamare come e perch siamo amati, mettendoci ognuno a servizio dellaltro (cf. Gal 5,13).
Questa libert non frutto di ricerca intellettuale o ascesi morale; viene piuttosto
dallaccettare la verit di ci che siamo: figli amati. quanto Ges, il Figlio, venuto a
rivelarci, per liberare la nostra libert.
Luomo ha bisogno di essere accettato: vive o muore a seconda che sia accettato o meno
dallaltro. Fino a quando non conosce un amore incondizionato, cerca necessariamente di
guadagnarsene almeno delle briciole. Esse sono per insufficienti alla sua fame: ci che
parziale e guadagnato non amore, perch lamore non pu essere che totale e gratuito. Solo
chi si sa amato senza condizioni, libero di amare se stesso e gli altri. Per questo il principio
della nostra libert la verit di Ges, il Figlio amato, che ci rivela la nostra identit di figli
amati dal Padre.
Questa concezione di verit e libert, centrata sullessere figli, implica necessariamente
la paternit: la verit che rende libero luomo la conoscenza dellamore del Padre, che gli
permette di accettare la propria realt di figlio. Per ben quattordici volte in questo testo esce
direttamente la parola padre, con numerose espressioni equivalenti. Ma anche la paternit
un termine ambiguo. Si pu infatti pensare il padre come colui che toglie la libert e schiaccia
il figlio, oppure come colui che gli d la vita e la libert. Anche se fino a poco tempo fa si
pensava che si potesse essere figli di un solo padre, ognuno di noi ha sempre avvertito dentro
di s una doppia paternit, una buona e una cattiva. Infatti oltre limmagine di un Padre
buono, c in noi anche una cattiva opinione su Dio che non ci fa accettare lui come Padre e
noi stessi come suoi figli. Rifiutiamo la sua paternit perch nel nostro cuore ne subentrata
unaltra, surrettizia e fraudolenta: quella del diavolo (= divisore), che ci divide dal Padre, da

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noi stessi come figli e dagli altri come fratelli. Nella Bibbia questa paternit malefica, che tutti
sperimentiamo, deriva dallaver dato ascolto alla menzogna che ci dipinge un dio invidioso
della nostra vita e felicit (cf. Gen 3,1ss). Come pu vivere un figlio che considera in questo
modo suo padre? Uno diventa limmagine che ha del padre/madre. Allorigine dei mali
delluomo, ora come allora, c sempre una menzogna, un delitto semantico. In questo
modo, parole come Dio, padre, amore, verit, libert, giustizia, felicit pi necessarie del
pane per vivere , diventano avvelenate di morte. Come la verit ci rende liberi, cos la
menzogna ci rende schiavi del non-senso e del caos, preda della paura e delle tenebre.
Ges, luce del mondo (v. 12), luce vera che illumina ogni uomo (1,9), venuto a
liberarci dalla menzogna, per restituire a Dio, a noi e ad ogni realt, il suo volto. La lotta tra
verit e menzogna, libert e schiavit, si riduce in ultima analisi nellaccettare o meno la
realt di Dio come Padre e di noi stessi come suoi figli. Essa emerge allo stato puro
nelladesione o nel rifiuto del Figlio. Non aderire a lui significa uccidere la verit nostra e di
Dio.
Luccisione del Figlio, apice del male, ne anche la fine. Sia perch non pu andare
oltre, sia perch in essa Io-Sono si rivela per quello che (cf. v. 28). Se noi uccidiamo
Ges, egli, dando la vita per noi, manifesta chiaramente chi Dio: amore infinito per noi. Per
questo il Figlio delluomo innalzato la vittoria definitiva della luce sulla tenebra (cf. 3,1416).
Il testo si articola in tre parti. Ges invita coloro che hanno creduto a dimorare nella
sua parola di Figlio, per conoscere la verit che fa liberi. Si pu essere figli di Abramo, e
anche cristiani, restando schiavi della menzogna che non fa dimorare in questa parola (vv. 3136). In realt siamo figli della parola che ascoltiamo e viviamo. Si vede di chi siamo figli da
ci che facciamo. Se non accogliamo il Figlio o vogliamo ucciderlo, non siamo figli n di
Abramo n di Dio, al quale Abramo credette: siamo figli del diavolo, padre della menzogna e
omicida (vv. 37-47). Ai ripetuti insulti, Ges replica che chi ascolta la sua parola non muore in
eterno. I suoi ascoltatori gli chiedono chi pretenda di essere, se tutti i servi della Parola, da
Abramo ai profeti, sono morti. Ges risponde proclamandosi colui il cui Padre quello che
essi chiamano loro Dio. Egli il Figlio, che era al principio: Io-Sono. La sua rivelazione
provoca il tentativo di lapidazione (vv. 48-59).
Ges la verit che ci fa liberi. infatti il Figlio che rivela lidentit nostra come figli e
di Dio come Padre, liberandoci dalla menzogna che ci rende schiavi di una falsa immagine di
lui e di noi.
La Chiesa, pur credendo in Ges, scopre in s una doppia paternit, che si manifesta
rispettivamente come fiducia/ascolto o sfiducia/non-ascolto del Figlio.

2. Lettura del testo


v. 31: Ges diceva ai giudei che avevano creduto a lui. Questi giudei hanno creduto a
lui, ma ancora non credono in lui. Si possono, infatti, accettare le parole di Ges su Dio,
senza accettare che lui stesso Dio. una fede incipiente, che, se non fiorisce nelladesione
alla sua persona, abortisce nel suo contrario (vedi v. 59!).
se voi dimorate nella mia parola. Per aderire a Ges, non basta dar credito alla sua
parola: bisogna dimorare in essa (cf. 14,21.23s; 15,1-10). La parola la casa dellessere. Il
discepolo ha come dimora la parola del Figlio (cf. v. 31). Ges stesso la Parola, che lo
informa e gli d il potere di diventare quello che : figlio di Dio (1,12). In concreto,
dimorare nella parola significa osservarla e farla. Si pu ascoltare la parola per possederla e
manipolarla, oppure per esserne presi e trasformati.
siete veramente miei discepoli. Discepolo non colui che conosce e dice la Parola, ma
colui che la fa, o, meglio, fatto da essa (cf. Mt 7,21-27; Lc 6,46ss).

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v. 32: conoscerete la verit. Dimorare nella Parola significa avere con essa quella
familiarit che ci assimila a Ges, il Figlio, e ci fa progressivamente conoscere chi lui e chi
siamo noi. La verit conosciuta solo da chi la vive e nella misura in cui la vive.
la verit vi liberer. La verit del Figlio ci fa liberi perch ci rid la nostra identit di
figli. Ges intende portare chi lo ascolta a dimorare nella sua parola per conoscere la verit
che gli apre la sua vita autentica, nella libert di figlio di Dio e di fratello dellaltro.
Conoscerete e liberer sono al futuro: il futuro, senza fine, concesso a chi dimora nella
sua Parola.
Il fine della Parola di verit la libert. Per, come la verit insidiata dalla menzogna,
la libert prigioniera dellabitudine alle varie schiavit. La nostra intelligenza sempre
esposta a errori e la nostra volont in ostaggio dei suoi vizi. Essere discepoli un lento
cammino di illuminazione dellintelletto e di liberazione della volont, che ci viene dal
dimorare nella Parola.
Cristo ci ha liberati perch restassimo liberi (cf. Gal 5,1ss). costante il pericolo di
ricadere nella schiavit. Come per Israele uscito dallEgitto, cos anche per noi la libert
minacciata dalle difficolt e dalle prove del cammino.
v. 33: siamo stirpe di Abramo, ecc. Abramo, nominato undici volte in queste righe, il
primo uomo che, a differenza di Adamo, ha creduto e dimorato nella parola di Dio,
diventando suo figlio. Luomo figlio di colui nella cui parola ripone fiducia: vive di fiducia
nel Padre. Gli ascoltatori di Ges presumono di essere liberi perch discendono da Abramo.
Ma non sono suoi figli, perch non agiscono come lui. Di fatto siamo tutti figli di Dio; suoi
veri figli sono per quelli che si comportano come tali.
non siamo mai stati schiavi di nessuno. Nonostante le varie dominazioni straniere, i
giudei si ritengono interiormente liberi, perch discendenti di Abramo, eredi della promessa.
Per la vera libert non possedere Abramo e le promesse, ma essere, come lui, in comunione
filiale con Dio che promette. Il religioso facilmente pone fiducia nella propria appartenenza,
osservanza o dottrina, trascurando il suo rapporto personale con il Padre e con i fratelli.
v. 34: chiunque fa il peccato schiavo [del peccato]. Le opere dimostrano in quale
parola si dimora. Chi fa il male non dimora nella verit e non libero: vive nella menzogna,
schiavo del male che fa. Il peccato per Giovanni non credere nel Figlio, non vivere da
figli e fratelli. Per credere bisogna essere sufficientemente liberi dai pregiudizi e dai vizi che
ci tengono schiavi dellignoranza e dellegoismo.
v. 35: lo schiavo non dimora nella casa per sempre, ecc. La metafora mostra la diversa
condizione dello schiavo e del figlio. Luno sta in casa, ma come schiavo, e poi se ne va;
laltro invece vi dimora come libero e per sempre. La persona pia e religiosa pu stare nella
casa del Padre da schiavo e non da figlio, considerandolo come padrone e non come Padre.
il caso del fratello maggiore (cf. Lc 15,29), prototipo delle persone per bene che giudicano
gli altri.
v. 36: se il Figlio vi libera, sarete davvero liberi. La libert del figlio non oggetto di
rapina: dono del Figlio. infatti il suo amore verso di noi, al quale noi rispondiamo amando
lui e i fratelli.
v, 37: so che siete stirpe di Abramo, ecc. Sono discendenti, ma non figli di Abramo,
perch non sono simili a lui: vogliono uccidere il Figlio, alla cui vista Abramo esult (cf. v.
56).
perch la mia parola non trova posto in voi. Il motivo per cui cercano di uccidere Ges
perch la sua parola non trova spazio in loro. Il loro cuore ancora occupato da unaltra
parola.
v. 38: io dico le cose che ho visto presso il Padre. Ges la Parola, il Figlio che
racconta il Padre (1,18).
anche voi dunque fate le cose che avete ascoltato dal padre [vostro]. Se si elimina
vostro, ben attestato nei codici, e si intende fate come imperativo, queste parole sono

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unesortazione a compiere opere degne del padre Abramo. Nella versione offerta, pi
probabile dal contesto, si tratta di una constatazione negativa: mentre Ges dice ci che ha
visto presso il Padre, essi fanno ci che hanno ascoltato dal padre loro (v. 41), il diavolo
(v. 44).
v. 39: se siete figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Abbiamo lasciato anche in
italiano la costruzione errata che c in greco. Si dovrebbe dire: Se siete, fate, oppure: Se
foste, fareste. Il significato chiaro: Siete figli di Abramo, ma solo secondo la carne;
perch, se lo foste davvero, fareste le opere di Abramo.
Alla loro pretesa di avere Abramo come padre, Ges risponde che non si comportano da
suoi figli. Lagire rivela lessere. Abramo il nuovo Adamo, luomo che torna ad essere figlio
perch crede a Dio e dimora nella sua promessa. Essi, al contrario, hanno davanti il Figlio
della promessa, anzi Dio stesso che ha promesso, e non lo accolgono.
v. 40: voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verit, ecc. La menzogna
non pu uccidere la verit. Uccide per chi la dice, il quale in questo modo diventa martire e
la testimonia con la vita. Il Figlio necessariamente ucciso da chi, schiavo della menzogna,
non accetta la propria verit di figlio.
questo, Abramo non fece. Abramo presentato come modello di fede in Dio e nella sua
Parola (cf. Gal 3 e Rm 4).
v. 41: voi fate le opere del padre vostro (cf. v. 38b). Non sono figli di Abramo, perch
non compiono la sua opera, che la fede: Egli credette; e questo gli fu computato a
giustizia (cf. Gen 15,6). Infatti credere che Dio buono la giustizia fondamentale
delluomo, che gli d un rapporto corretto con s e con tutto.
non siamo nati da prostituzione, ecc. Gli ascoltatori reagiscono dicendo che conoscono
il vero Dio come Padre e non sono figli di prostituzione: non sono idolatri, ma hanno la
fede genuina.
v. 42: se Dio fosse vostro padre, amereste me. Chi ha Dio come Padre ama il Figlio che
lo fa conoscere. Altrimenti ama una sua idea di Dio, un suo idolo: figlio di prostituzione.
io, infatti, da Dio uscii e vengo. Ges uscito e venuto dal Padre tra i fratelli per salvarli
con la verit che fa liberi. La verit radicale delluomo quella di essere figlio: ognuno nato
da un altro e il rapporto con chi gli ha dato la vita decisivo per la sua esistenza.
non sono infatti venuto da me stesso. Ges non un uomo che si fatto da s, come
dicono i potenti: figlio, fatto dal Padre, nel cui amore trova la propria origine e il proprio
compimento.
v. 43: perch non comprendete il mio linguaggio? La resistenza delluomo alla parola di
verit un mistero che sconvolge il Signore stesso. Adamo, dove sei? (cf. Gen 3,9), perch
non sei pi di casa nella tua verit? la prima domanda di Dio in cerca delluomo, che si
nascosto dalla luce e dalla vita. avvenuto un incidente grave, che gli impedisce di capire la
Parola da cui e per cui fatto. C in lui una menzogna che lo tiene schiavo della paura, nelle
tenebre di morte.
perch non potete ascoltare la mia parola. Non siamo in grado di ascoltare la parola del
Figlio: nel nostro cuore subentrata unaltra parola, che ci fa vivere contro la nostra verit.
v. 44: voi siete da quel padre (che ) il diavolo. Non sono figli del Padre della verit:
loro padre il diavolo, la cui menzogna li ha divisi dal Padre.
volete fare i desideri del padre vostro. Il loro agire mosso dai desideri del divisore, che
sono omicidi, perch fuori dalla verit. Il vero omicidio togliere alluomo la sua realt di
figlio: alienarlo dal Padre renderlo estraneo a s e a tutto.
quando dice la menzogna, ecc. Il diavolo un ottimo comunicatore, come qualunque
disonesto che voglia accalappiare laltro (cf. Gen 3,1ss). Allorigine dei mali delluomo c
una menzogna che uccide la sua realt di figlio. Il divisore infatti gli presenta un dio che
nessuno vuol avere come padre: un dio contrario a ci che buono, bello e desiderabile,
antagonista della sua libert e invidioso della sua felicit. Con gran fede luomo credette, e

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crede ancora, a questa menzogna; per questa fede cieca rifiuta il Padre, diventando lui stesso
simile al padre detestabile che si raffigurato.
v. 45: io invece, che dico la verit, non mi credete. Non si crede al Figlio perch non si
dimora nella Parola, ma nella menzogna.
v. 46: chi tra voi mi convince di peccato? Ges il Figlio, che vive pienamente la verit
di Dio come Padre. Pecca chi non dimora nella verit, chi ha per padre il diavolo, menzognero
e omicida.
se dico (la) verit, perch voi non credete a me? Ritorna la domanda angustiante del v.
43.
v. 47: chi da Dio ascolta le parole di Dio, ecc. Solo chi dimora nella verit e ha Dio
come Padre, ascolta la parola del Figlio che lo manifesta. Chi ha prestato fede alla menzogna,
non pu dare ascolto al Figlio. Lascolto sempre filtrato da ci che si ha nel cuore.
v. 48: tu sei un samaritano. Ges chiamato samaritano (= eretico), perch non
approva il loro culto. Infatti li accusa di aver come padre il diavolo.
hai un demonio. unaccusa ancor pi forte: Ges un pazzo, perch pretende di essere
come Dio. Proprio lui, che li accusa di avere il diavolo come padre, ha lorgoglio e la
stoltezza folle del diavolo, il nemico di Dio, che vuol usurparne il posto.
v. 49: non ho un demonio, ecc. La sua non follia o arroganza: onora il Padre proprio
rivelandosi come il Figlio che ama i fratelli. I suoi accusatori, disonorando lui, disonorano il
Padre; non conoscono Dio.
v. 50: non cerco la mia gloria. Ges non come loro, che cercano la gloria luno
dallaltro e per questo ignorano la gloria di Dio (cf. 5,44).
c chi (la) cerca e giudica. Il Padre cerca la gloria del Figlio, che la sua stessa. E alla
fine lo glorificher, giustificando le sue parole (cf. v. 28).
v. 51: se qualcuno osserva la mia parola, non vedr affatto morte in eterno. Dicendo
cos, Ges pretende di essere Dio: la vita eterna data a chi osserva la parola di Dio (cf. Dt
30,15-20). Chi ascolta lui, ha vinto il peccato e la morte: anche se muore vivr (cf. 11,25).
v. 52: adesso abbiamo conosciuto che hai un demonio, ecc. Questa sua affermazione
per loro una conferma della loro accusa. Abramo ed i profeti sono morti: chi lui, da porsi
sopra la promessa, lalleanza e la legge?
v. 53: sei tu forse pi grande del nostro padre Abramo? Ges pretende di essere
superiore al padre dei credenti, che pure mor.
chi fai di te stesso? Chi crede di essere luomo Ges, se sta sopra tutti coloro che
credettero alla Parola? Chi pu essere, se non la stessa Parola, alla quale Abramo credette? La
risposta, chiara, sar detta subito dopo, in un crescendo di rivelazione. A questo punto Ges
voleva condurre il dibattito.
v. 54: se io glorifico me stesso, la mia gloria nulla. Se uno glorifica se stesso,
vanaglorioso e ignora la vera gloria, quella che viene da Dio (cf. 5,44).
il Padre mio che glorifica me, quello che voi dite che il vostro Dio. La gloria di
Ges, il Figlio, viene dal Padre suo, che colui che essi chiamano loro Dio.
v. 55: voi non lo avete conosciuto. Infatti vogliono uccidere il Figlio che lo rivela.
io invece lo conosco. Ges lo conosce ed venuto a mostrarcelo, perch anche noi lo
conosciamo.
se dicessi che non lo conosco, ecc. Essi mentono quando dicono di conoscerlo; lui
mentirebbe se dicesse di non conoscerlo.
v. 56: Abramo, il vostro padre, esult alla vista del mio giorno. Il riso di Abramo, negli
antichi commenti, interpretato anche come espressione di gioia. Ges fa una rilettura
cristiana del suo riso per il figlio promesso (cf. Gen 17,17): Isacco visto come figura del
Messia, il discendente nel quale saranno benedetti tutti i popoli. Il mio giorno quello
dellesistenza di Ges tra noi: Abramo, per la fede nella promessa, ha creduto e visto questo
giorno.

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v. 57: non hai ancora cinquantanni e hai visto Abramo? Chi pu aver visto Abramo se
non colui che Abramo, nella fede, vide e credette?
v. 58: prima che Abramo fosse, IO-SONO! Abramo prima non era, poi venuto
allesistenza e infine morto. Prima di lui, e prima di tutto, c Io-Sono. Io-Sono il
Nome, la rivelazione del Dio fedele e liberatore (cf. Es 3,14), che conosceremo dal Figlio
delluomo innalzato (cf. vv. 24.28). Queste parole sono il vertice della manifestazione di
Ges: il Figlio, uguale al Padre, che ci rivela Dio come Padre suo e nostro.
v. 59: presero allora pietre, ecc. Quando il Figlio si rivela come Io-Sono, chi non si
accetta come figlio lo vuole uccidere. Infatti lha gi ucciso in se stesso. Il Figlio per, dando
la vita per amore, riveler che Dio e chi Dio.
La sua morte, stipendio ultimo del peccato, sar anche il prezzo del riscatto: ci liberer
da ogni male, che viene dalla non conoscenza di Dio. Il capitolo si apriva con il tentativo di
lapidare la donna che aveva peccato (v. 5); ora si chiude con il tentativo di lapidare il Figlio
che porta ai fratelli il perdono del Padre.
Ges si nascose e usc dal tempio. Il nuovo tempio, pieno della gloria di Dio, il Figlio,
in cui si adora il Padre in spirito e verit (cf. 4,23).

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando il tempio, dove Ges parla.
c. Chiedo ci che voglio: dimorare nella sua Parola e osservarla.
d. Medito su ogni parola, vedendo chi la dice.
Da notare:
i giudei avevano creduto a lui, ma non ancora in lui
dimorate nelle mie parole
conoscerete la verit
la verit vi liberer
siamo liberi: stirpe di Abramo
chi fa il peccato schiavo del peccato
la differenza tra il figlio e lo schiavo: dimorare o no per sempre nella casa
se il Figlio vi liberer, sarete liberi
chi cerca di uccidere ha come padre il diavolo
Ges ucciso perch dice la verit
Dio Padre di chi ama il Figlio
la parola del Figlio non trova posto in noi
abbiamo dentro unaltra parola: la menzogna omicida
chi da Dio, ascolta le parole di Dio
sei un samaritano, hai un demonio
chi ascolta la mia Parola, non morir in eterno
Abramo e i profeti morirono: chi crede di essere Ges?
mio Padre quello che voi dite essere vostro Dio, senza conoscerlo
Abramo vide il mio giorno ed esult
prima che Abramo fosse, Io-Sono!
tentano di lapidare Ges
Ges si nasconde ed esce dal tempio.

4. Testi utili
Sal 8; Gen 3; Gen 12,1-3; 15,1ss; Gv 3,14-21; Gal 3,6-14; Rm 4,1ss; Gal 5,1ss; Fil
3,1ss; 1 Gv 3,1ss.

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25. SONO LUCE DEL MONDO


9,1-41
9,1
2

5
6
7

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11

E, passando, vide un uomo


cieco dalla nascita.
E gli chiesero i suoi discepoli
dicendo:
Rabb, chi pecc,
lui o i suoi genitori,
per essere nato cieco?
Rispose Ges:
N lui pecc
n i suoi genitori,
ma affinch si manifestino
le opere di Dio in lui.
Noi bisogna
che operiamo le opere
di chi mi invi
mentre giorno;
viene la notte,
quando nessuno pu operare.
Finch sono nel mondo,
sono luce del mondo.
Dette queste parole, sput a terra
e fece del fango con lo sputo
e unse con il suo fango sugli occhi
e gli disse:
Va, lavati
alla piscina di Siloe
che si traduce: inviato .
And dunque e si lav
e venne che ci vedeva.
Allora i vicini
e quelli che lo vedevano prima
che era mendicante
dicevano:
Costui non forse quello
che sedeva e mendicava?
Alcuni dicevano:
lui.
Altri dicevano:
Proprio no,
ma gli somiglia.
Quegli diceva:
io sono!
Gli dicevano allora:
Come mai ti si sono aperti gli occhi?
Quegli rispose:
Quelluomo, chiamato Ges,

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fece del fango


e unse sui miei occhi
e mi disse:
Va a Siloe
e lavati!
Andato dunque e lavatomi,
ci vidi.
E gli dissero:
Dove quello?
Dice:
Non so.
Lo conducono dai farisei,
quello (che) una volta (era) cieco.
Era infatti sabato il giorno
in cui Ges fece il fango
e apr i suoi occhi.
Allora di nuovo lo interrogavano
anche i farisei
come ci avesse visto.
Egli rispose loro:
Fango pose sui miei occhi,
e mi lavai
e ci vedo.
Dicevano allora alcuni farisei:
Non da Dio questuomo,
perch non osserva il sabato.
Ma altri dicevano:
Come pu un uomo peccatore
fare tali segni?
E cera divisione tra di loro.
Allora dicono di nuovo al cieco:
Che dici tu di lui,
che apr i tuoi occhi?
Egli disse:
un profeta.
Allora i giudei non credettero riguardo a lui
che fosse cieco e ci avesse visto,
fino a che non chiamarono
i genitori di colui che aveva cominciato a vedere.
E li interrogarono
dicendo:
questo il vostro figlio,
che voi dite che nato cieco?
Come mai ora ci vede?
Risposero allora i suoi genitori
e dissero:
Sappiamo che costui nostro figlio
e che nato cieco.
Come mai ora ci veda, non sappiamo,
n chi gli apr gli occhi, noi non sappiamo.
Interrogate lui: ha let, parler lui di s.

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Queste cose dissero i suoi genitori


perch temevano i giudei;
gi infatti si erano accordati i giudei
che venisse espulso dalla sinagoga
chi lo confessasse (come) Cristo.
Per questo i suoi genitori dissero:
Ha let,
interrogate lui.
Allora chiamarono per la seconda volta
luomo che era cieco
e gli dissero:
Da gloria a Dio!
Noi sappiamo
che questuomo peccatore.
Quegli allora rispose:
Se peccatore,
non so;
una cosa sola so:
essendo cieco,
ora ci vedo.
Gli dissero allora:
Che ti fece?
Come apr i tuoi occhi?
Rispose loro:
Gi ve (lo) dissi
e non ascoltaste.
Perch di nuovo volete ascoltare?
Volete forse pure voi
diventare suoi discepoli?
Allora lo ingiuriarono
e dissero:
Tu sei discepolo di quello,
noi siamo discepoli di Mos.
Noi sappiamo che a Mos ha parlato Dio;
costui invece non sappiamo
da dove .
Rispose luomo
e disse loro:
In questo infatti lo straordinario,
che voi non sapete da dove ,
e apr i miei occhi!
Sappiamo
che Dio non ascolta dei peccatori;
ma se uno timorato di Dio
e fa la sua volont,
questi lo ascolta.
Mai si ascolt
che uno abbia aperto
gli occhi di un cieco nato!
Se questi non fosse da Dio,
non avrebbe potuto far nulla.

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Risposero e gli dissero:


Sei nato tutto nei peccati,
proprio tu insegni a noi?
E lo espulsero fuori.
Ascolt Ges
che egli era stato espulso fuori
e, incontratolo, disse:
Tu, credi nel Figlio delluomo?
Rispose quello e disse:
E chi , [Signore,]
affinch creda in lui?
Disse a lui Ges:
E lo vedi:
colui che parla con te
lui stesso.
Ora egli disse:
Credo, Signore!
E lo ador.
E disse Ges:
Per un processo
io venni in questo mondo,
affinch quelli che non vedono,
vedano
e quelli che vedono
diventino ciechi.
Ascoltarono queste cose
[alcuni] dei farisei
che erano con lui,
e gli dissero:
Siamo forse ciechi anche noi?
Disse loro Ges:
Se foste ciechi,
non avreste (alcun) peccato;
ma adesso (che) voi dite:
Vediamo!
il vostro peccato dimora.

1. Messaggio nel contesto


Sono luce del mondo, risponde Ges ai discepoli che gli chiedono perch luomo che
hanno davanti cieco, dalla nascita. Di notte nessuno ci vede; siamo tutti ciechi. Quando per
viene la luce, c chi chiude gli occhi e resta nelle tenebre, c chi li apre ed illuminato.
Nel prologo si dice che la Parola, vita di tutto ci che esiste, luce degli uomini (1,4).
Ges, Parola diventata carne, Figlio delluomo e Figlio di Dio, si rivelato nei cc. 5-8 come
vita; ora, nel c. 9, si manifesta come luce.
Vita e luce sono intimamente connesse: venire alla luce significa nascere. Inoltre ogni
realt conosciuta e utile per luomo quando viene alla luce della sua intelligenza. Infine lamore d una luce particolare al cuore, che fa vedere con occhi nuovi. La luce principio di
tutto: fa esistere e conoscere, godere e amare. Il contrario della luce la tenebra e la notte, la
cecit e linganno, la tristezza e lodio: la morte.
In questo capitolo si presenta litinerario battesimale: un cammino di illumi-nazione
che ci fa uomini nuovi, nati dallalto (3,3), da quellacqua che lo Spirito (3,5). I battezzati

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sono chiamati illuminati (cf. Eb 6,4; 10,32); un antico inno battesimale dice: Svegliati, o
tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminer (Ef 5,14).
Si dice spesso che la fede cieca, confondendola con lirrazionalit della creduloneria,
equamente diffusa tra chi crede di credere e chi crede di non credere. La fede cristiana
essenzialmente un vedere. Non si tratta di avere visioni singolari o strane: si tratta
semplicemente di aprire gli occhi sulla realt. Luomo infatti cieco dalla nascita: i suoi
occhi, pi che finestre sullaltro, sono specchi che riflettono i suoi fantasmi, scambiati per
verit. Il buio e la paura gli hanno chiuso gli occhi e gli fanno proiettare sulle palpebre i suoi
timori. Solo la luce dellamore gli permette di aprire gli occhi e vedere ci che c.
Il testo inizia con un cieco che vede e termina con dei presunti vedenti che restano
ciechi. In mezzo c il processo di illuminazione dellex cieco. La conoscenza che egli ha di
Ges come quelluomo (v. 11), diventa sempre pi chiara e profonda: un profeta (v. 17),
da Dio (v. 33), il Figlio delluomo, il Signore che vede e adora (vv. 35-38). Dalliniziale
non so dove sia (cf. v. 12), giunge ad accoglierlo come quello che parla con lui (v. 37).
Le resistenze che lex cieco incontra sono fuori o dentro di lui? lo portano a scoprire
la sua identit: diventa una persona libera di pensare senza pregiudizi, indipendente dalle
pressioni altrui e capace di contraddire chi nega la realt. un uomo nuovo, che torna a
rispecchiare il Volto di cui immagine: io sono (v. 9), che sta davanti a Io-Sono!
Nel racconto noi siamo come i vari personaggi. O ci identifichiamo con il cieco, per fare
la sua stessa esperienza di luce, o siamo tra quelli che vogliono restare ciechi, perch
presumono di non esserlo (v. 41).
Dopo questo segno, le cui implicazioni sono sviluppate nel c. 10, segue nel c. 11 la
risurrezione di Lazzaro, espressamente collegata alla guarigione del cieco (11,37). Vedere
infatti rinascere a vita nuova.
La Parola, luce e vita di tutto, testimonia di se stessa semplicemente mostrando ci che
in ci che fa: comunica se stessa illuminando e facendo vedere ogni realt nella sua
differenza. La sua venuta provoca una crisi, con un duplice esito: c chi laccoglie e chi la
rifiuta. Questo il giudizio, di vita o di morte, che luomo compie su se stesso. Il testo
evangelico ci pone davanti agli occhi questo processo perch lo conosciamo e, liberati
dallinganno, possiamo giungere alla verit che ci fa vivere.
Lostilit incontrata dal cieco illuminato la medesima che ha dovuto sostenere Ges da
parte dei suoi contemporanei. la stessa che deve sostenere la Chiesa di Giovanni da parte
del suo ambiente e ogni credente da parte del mondo. Il Vangelo eterno e racconta una storia
sempre attuale: in ogni tempo c un cieco che viene alla luce e mostra ai presunti vedenti che
sono ciechi, perch aprano gli occhi sulla loro situazione. La luce fa breccia nelle tenebre di
una persona concreta: gli altri sono chiamati a fare la stessa esperienza, superando le proprie
resistenze uguali a quelle che emergono nel racconto.
Le parole ricorrenti danno continuit alla narrazione e ne offrono la chiave di lettura:
cieco (13 volte), aprire gli occhi (7 volte), vedere (8 volte), vedere di nuovo (4 volte), lavarsi
(5 volte), fango (5 volte), generare (5 volte), genitori (6 volte), conoscere (11 volte), peccare
(2 volte su un totale di 4 in Giovanni), peccatore (4 volte, solo qui in Giovanni), come (6
volte), dove (2 volte), chi e che cosa (6 volte). Inoltre, ci sono vocaboli unici oppure rari in
Giovanni: nascita, sputare, sputo, fango, ungere, timorato di Dio, straordinario, mendicare,
essere espulsi dalla sinagoga, adorare e confessare. Questi termini illustrano cos il
battesimo, come avviene e cosa comporta.
Dal punto di vista formale il racconto, introdotto da un dibattito sul peccato (v. 2s)
ripreso pi avanti (v. 25s), ben congegnato: al segno (vv. 1-7) segue prima linterrogatorio
del cieco da parte della folla (vv. 8-12) e da parte dei farisei (vv. 13-17), poi quello dei suoi
genitori da parte dei giudei (vv. 18-23) ed infine quello del cieco da parte dei giudei (vv. 2434). Il tutto si conclude, come allinizio, con un incontro con Ges (vv. 35-38) e un giudizio:

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la luce del mondo venuta a dare la vista ai ciechi e a convincere di cecit chi crede di vedere
(vv. 39-41).
C una lotta continua nelluomo, sia per chi viene alla luce sia per chi resta nelle
tenebre. Chi viene alla luce deve sostenere lopposizione delle tenebre; chi resta nelle tenebre
avverte il dilagare della luce, che non riesce ad arrestare. una lotta interiore a ciascuno di
noi: La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla
carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicch voi non fate quello che vorreste (Gal
5,17). Infatti quando vogliamo il bene, sentiamo le resistenze del male; quando facciamo il
male, sentiamo il rimorso della coscienza, perch siamo fatti per il bene. il dramma
delluomo, in cui si compie il faticoso passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita.
Oggi, come allora, le tenebre sono da individuare in quel sistema di omologazioni che ci
impedisce di vivere la libert di essere noi stessi.
Ges luce del mondo: ci fa venire alla luce della nostra verit, che la sua stessa di
Figlio.
La Chiesa si riconosce nel cieco e nel suo lento cammino battesimale, che la illumina e
la porta a vedere e seguire il pastore della vita.

2. Lettura del testo


v. 1: E, passando. La congiunzione e lega questo capitolo al precedente, dove Ges
ha mostrato la propria identit. Siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo: il periodo
quello attorno alla festa delle Capanne e ci troviamo ancora nelle vicinanze del tempio, dal
quale Ges sta uscendo. Infatti, dopo essersi rivelato come Io-Sono, cercano di lapidarlo
(8,58s). In questo capitolo lex cieco il primo discepolo che subisce lo stesso processo del
suo maestro (cf. cc. 5-8).
vide. Liniziativa, come gi con linfermo di 5,6, di Ges, che non cieco: il Figlio
che, come vede il Padre, vede anche i fratelli. Il racconto inizia con lui che vede il cieco e si
conclude con lex cieco che vede e adora lui (v. 37s). Non luomo che vede Dio, ma Dio che
vede luomo e gli d la capacit di vedersi nuovo, col suo stesso sguardo. Ogni religione
intende o pretende di portare allilluminazione. Ma questa non pu essere che dono della luce.
un uomo. Questuomo, come linfermo, rappresenta ogni uomo che, oltre a non
camminare, non vede; anzi, non pu camminare perch non vede e non sa dove andare.
Lumanit si divide in due categorie: c chi non cammina e chi crede di camminare, chi
cieco e chi crede di vedere.
cieco. uno che non vede, n s n laltro. nelle tenebre, non ancora venuto alla luce,
come un non nato.
Il non vedere fisico preso come immagine per indicare la cecit spirituale, propria di
chi non sa dov, da dove viene e dove va. Questa cecit ci impedisce di vedere la verit che
ci fa liberi (cf. 8,32). il male che, da Adamo in poi, ha colpito ogni uomo, il quale non vede
pi Dio come Padre, se stesso come figlio e laltro come fratello. Per questo vive una vita
puramente biologica, non ancora umana. Il non vedente spesso un veggente, che vede
linvisibile! La cecit interiore invece quella di chi non ha incontrato la Parola. La Parola
infatti, oltre che essere vita di tutto, anche luce per luomo (cf. 1,4-5), unico depositario
della Parola, con la quale comprende il creato e risponde al suo Creatore.
La condizione iniziale di questo uomo analoga a quella dellinfermo del c. 5. Il
risultato per diverso: illuminato dalla fede, sar testimone della luce, prima pecora che il
pastore della vita conduce fuori dalloppressione, verso la libert (cf. 10,1ss).
dalla nascita. Il termine nascita, posto allinizio, d il senso di ci che segue: lilluminazione del cieco il dono di una nuova nascita. Questuomo, da sempre cieco, non ha mai
visto la luce n pu desiderarla, pur essendo fatto per essa. Fino a quando non viene il sole,
nessuno ci vede. Solo quando viene, offerta la possibilit di vedere. Ma non cosa scontata
n senza difficolt! Infatti, davanti al sole, locchio abituato alle tenebre si chiude.

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v. 2: rabb, chi pecc, ecc. Spontaneamente associamo malattia a colpa. Ai tempi di
Ges si riteneva che, anche senza colpa, Dio potesse mettere alla prova, ma solo per amore, a
scopo educativo (cf. Pr 3,11s LXX). Questa prova, per, non deve in nessun caso impedire lo
studio della legge, che contiene le parole di vita. La cecit quindi deriverebbe sempre da una
colpa, perch toglie la possibilit di leggere. Allora, nel caso di un cieco, o ha peccato lui
prima di nascere, come Esa e Giacobbe che lottavano gi nel grembo materno (Gen 25,22s),
o hanno peccato i suoi genitori. Un proverbio, citato e contestato da Geremia ed Ezechiele,
dice: I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati (Ger 31,29; Ez
18,2). Sulla bocca dei discepoli troviamo lopinione comune.
v. 3: n lui pecc n i suoi genitori. Peccare significa fallire il bersaglio, mancare il
segno. Luomo peccatore un uomo mancato, fallito nella sua umanit: come un occhio
che non vede.
Ges non solo ritiene, con Ger 31,30 ed Ez 18,1ss, che uno responsabile delle proprie
azioni e non di quelle dei suoi padri (cf. v. 41), ma nega anche ogni connessione tra malattia e
colpa.
In tutte le religioni si afferma che il bene benedizione di Dio per i buoni e il male sua
maledizione per i cattivi. quanto si sforzano di far capire a Giobbe i suoi amici, con un
autentico accanimento teologico. Il risultato di questa teoria una grave mistificazione: i
ricchi e i sani sarebbero buoni e benedetti da Dio, mentre i poveri e i sofferenti sarebbero
cattivi, maledetti dal cielo.
In realt chi ruba ricco, il derubato povero; chi affama mangia bene, laffamato sta
male; chi ferisce non sente dolore, il ferito soffre. Noi pensiamo che la povert, la fame e la
sofferenza siano dei mali, anzi il male da cui guardarci con ogni cura. Per questo rubiamo,
affamiamo e feriamo impunemente. Quando comprenderemo che il male non essere poveri
ma rubare, non essere affamati ma affamare, non soffrire ma far soffrire? Questa associazione
tra male e colpa giustifica i potenti che fanno il male e pi ne fanno, meglio stanno (cf. Sal
73). Per questo Dio prende sempre la difesa dei poveri e dei perseguitati. Questa sua
prerogativa, che esce con evidenza nel discorso della montagna e si mostra palesemente sulla
croce di Ges, il filo rosso di tutta la Bibbia, che narra la liberazione dei poveri e degli
oppressi dalla mano dei potenti.
Noi tutti, poveri e ricchi, siamo ciechi dalla nascita, perch abbiamo i medesimi
desideri. Per questo ci contrapponiamo gli uni agli altri e diventiamo, alternativamente,
carnefici e vittime. In quanto potenti siamo carnefici, autori del male e nocivi agli altri; in
quanto poveri siamo vittime, oggetto del male e innocenti (= incapaci di nuocere).
Il Messia viene a liberarci da questa cecit, per farci camminare per vie sconosciute e
guidarci su sentieri ignoti, trasformando davanti a noi le tenebre in luce (cf. Is 42,16). Egli il
Servo di JHWH (vedi i cantici del Servo: Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,13-53,12), il giusto
che non fa alcun male e per questo porta su di s il peccato degli altri. In questo modo egli
pone fine al tragico gioco di morte al quale giochiamo e dal quale siamo giocati.
Quindi non peccatore il cieco che sta male (vv. 3.34), n Ges che fa il bene (v.
16.24s), n lex cieco che ha ricevuto il bene (v. 34). Peccatore chi impedisce il bene,
opprimendo gli altri e credendo di essere in regola con la legge (v. 41), che lui stesso, secondo
opportunit, interpreta o addirittura inventa. Questa la cecit colpevole, dalla quale il
Vangelo vuol liberarci.
affinch si manifestino le opere di Dio. Il male, di qualunque tipo, non mai lultima
parola; invece il luogo dove si manifestano le opere di Dio (cf. 5,17), il cui lavoro salvare
lumanit delluomo (cf. Sal 146). Non che il male sia necessario al bene: la tenebra non serve
alla luce. Si vuol solo dire che il male evidenzia per contrasto il bene ed vinto dal bene,
come la tenebra dissolta dalla luce (cf. Rm 5,20).
v. 4: noi bisogna, ecc. Ges non solo: c il noi dei discepoli, con i quali si
identifica. Sono i suoi fratelli, generati dalla parola di verit che fa liberi (cf. 8,32), figli

61
capaci di compiere, come lui, le opere del Padre a favore dei fratelli. A questo noi si
contrappone il noi finale dei farisei ciechi (v. 40), che compiono le opere del padre loro,
menzognero e omicida dallinizio (8,44). Il termine bisogna connesso con lopera per
eccellenza, quando il Figlio delluomo, innalzato, doner la vita al mondo (cf. 3,14).
mentre giorno. Il giorno quello in cui venuto Ges, quello che Abramo vide ed
esult (8,56). Mentre vive, il Figlio compie le opere del Padre. Il tempo della sua vita terrena
il giorno che ha illuminato e illumina ogni uomo, mostrandogli la sua realt.
viene la notte. La notte rappresenta la fine del suo giorno, quando la tenebra catturer la
luce. La notte la condizione del mondo senza di lui, sua luce; la condizione stessa dalla
quale sar liberato il cieco.
v. 5: finch sono nel mondo, sono luce del mondo (cf. 8,12). La vita di Ges sulla terra,
dalla sua nascita alla sua glorificazione, luce del mondo, per tutti e per sempre.
Con queste parole Ges si presenta come il Servo di JHWH, luce delle nazioni, che apre
gli occhi ai ciechi (cf. Is 42,6s; 49,6). Fino a che nel mondo, egli manifesta ai fratelli
lamore del Padre. Quando sar elevato da terra, finir il suo giorno e verr la notte; allora non
far pi nulla. Ma resteremo grandemente stupiti: allora si compir lopera del Signore
descritta in Is 52,13-53,12. Sar lora nella quale egli ci amer fino alla perfezione (13,1) e
noi vedremo lagnello/servo che toglie il peccato del mondo (1,29.36), il serpente di bronzo
innalzato che ci guarisce dal veleno mortale (3,14), il Figlio delluomo che rivela Io-Sono e
attira tutti a s (8,28; 12,32). Proprio la sua notte sar per noi fonte di luce perenne.
Il miracolo che segue il segno di Ges come luce del mondo.
v. 6: sput a terra. Lo sputo, fluido ed intimo, richiama il fiume dacqua viva dello
Spirito (7,37s), il sangue e lacqua che scaturiranno dal suo fianco aperto (19,34), lacqua viva
promessa alla Samaritana: lo Spirito, che ci fa nascere dallalto (3,3). Questo Spirito,
mediante la Parola fatta carne, ormai comunicato a ogni carne.
fece del fango con lo sputo. Il gesto richiama la creazione delluomo, fatto dalla terra
(Gen 2,7; Is 64,7). Ma una creazione nuova quella che Ges pone davanti agli occhi del
cieco: il fango non pi impastato con acqua, ma con lo Spirito. Questo il progetto
originario di Dio, che fece Adamo con terra animata dal suo soffio: lo fece suo figlio. Luomo
un animale singolare: imparentato con la terra e con il cielo, partecipe delle caratteristiche
del creato e insieme del Creatore. Questa condizione lo rende essenzialmente eccentrico: il
suo corpo terra, ma il suo cuore sta altrove. Dio stesso, lAltro da tutto, la sua vita; per
questo si sente estraneo a tutto e, pur essendo nel mondo, non del mondo.
Il fango per richiama anche la perdizione: affondare nel fango, come Geremia nella
cisterna, lesperienza peggiore (cf. Ger 38,6). Ma chi pu togliere dal fango della morte
luomo che fango e in essa sprofonda, se non quel fango che impastato di Spirito e vita?
unse con il suo fango sugli occhi. La parola ungere (qui usata in un verbo composto che
significa ungere sopra, spalmare) richiama lUnto, il Cristo. Il suo fango, quello di Ges,
la sua umanit, simile alla nostra ma anche divina. Egli insieme uomo e Dio, il Figlio che
vive dello stesso Spirito del Padre. La sua carne lunzione messianica che restituisce a ogni
carne la sua umanit piena; il suo fango lumanit di Dio, che ci salva dal fango in cui
affoghiamo. Ges pone davanti agli occhi del cieco se stesso, luomo nuovo (cf. Gal 3,1 !),
perch apra gli occhi, lo guardi, lo lasci entrare nel cuore e diventi cos sua vita.
Per quattro volte si parla di fare il fango (vv. 6.11.14.15), mentre lunzione dei vv.
6.11 diventer successivamente aprire gli occhi (v. 14) e vedere (v. 15).
Questo fare il fango per i farisei una trasgressione del sabato (vv. 14.16), per il cieco
e per Ges invece lazione sabbatica, la nuova creazione.
v. 7: va, lavati. I termini cieco, nascita, peccare, peccatore, genitore, notte, giorno, luce,
sputo, fango, ungere, lavarsi, piscina, inviato, richiamano i riti di iniziazione battesimale.
Ges non guarisce il cieco. Gli ordina, come Eliseo al lebbroso, di andare a lavarsi (cf.
2Re 5,10). Gli ha messo sopra gli occhi il suo fango, gli ha posto davanti luomo nuovo. Sta

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ora al cieco dire s o no alla proposta: la sua vita dipende dalla sua libert di ascoltare o meno
la Parola. La fede risposta libera delluomo al progetto liberante di Dio.
Lilluminazione insieme azione di Dio, che rende possibile la libert, e delluomo che
liberamente laccoglie.
alla piscina di Siloe che si traduce: inviato. I proseliti pagani venivano battezzati in
questa piscina, posta fuori dalle mura e legata alla memoria di Davide, padre del Messia. Ora
anche chi nel tempio deve uscire per incontrare il Signore.
Ges si gi identificato con questa sorgente (cf. 7,37ss), dalla quale si attingeva
lacqua per la festa delle Capanne.
Siloe tradotto dallevangelista come inviato, uno dei titoli di Ges, il Figlio
inviato dal Padre (cf. 3,17.34; 5,36.38; 8,42; 11,42; 17,8.21-25). Da lui viene (3,13.31;
6,38.42.46; 7,29; 8,42; ecc.) per dire le sue parole (3,34; 7,16; 8,26-28; 12,49s; 14,24;
17,8.14), per fare la sua volont e compiere le sue opere (4,34; 5,17; 9,4; 10,32-37; 14,10).
Ges ordina al cieco di lavarsi, di immergersi in lui, inviato dal Padre, che si
presentato ai suoi occhi. La fede accogliere lui, il Figlio venuto dal Padre per donarci la
nostra verit di figli.
and dunque e si lav. Il cieco obbedisce, il caso di dirlo, a occhi chiusi!
Doppiamente chiusi: dalla propria cecit e dal fango. Ma obbedisce a ragion veduta: il fango,
di cui i suoi occhi sono unti, Ges stesso, luce del mondo, e lacqua in cui si lava il Figlio
stesso, inviato dal Padre.
venne che ci vedeva. inimmaginabile la sorpresa e la gioia della luce, soprattutto per
chi non ha mai visto nulla. lo stupore mattinale di Adamo, che vede per la prima volta la
creazione, appena uscita dalle mani di Dio. La fede in Ges lo ha illuminato. Vedere, forma
piena del conoscere, in Giovanni credere nel Figlio. Chi crede in Ges, conosce la verit che
lo fa libero e viene alla luce come figlio.
Il dono della vista ai ciechi lazione messianica per eccellenza (cf. Sal 146,8; Is
29,18ss; 35,5.10; 42,6s; 49,6.9; cf. Lc 7,22).
Il mondo non da fare o da cambiare: da vedere con occhi nuovi. Luomo infatti vive
ed agisce secondo la sua visione delle cose. Se ascolta la parola di Ges, guarda il suo
fango il Cristo crocifisso che Paolo cos bene aveva posto davanti agli occhi dei Galati (cf.
Gal 3,1) e si battezza in lui, nasce come uomo nuovo: un illuminato, che vede la realt.
Prima invece era come i suoi idoli, che hanno occhi e non vedono (Sal 115,4-8).
Canta il grande salmo che tesse lelogio della Parola: Aprimi gli occhi, perch io veda
le meraviglie della tua legge (Sal 119,18). La legge, per chi ha gli occhi chiusi come i farisei,
un feticcio mortale, un vincolo che tiene seduti nelle ombre di morte (cf. Lc 1,79); per chi
apre gli occhi segno di colui che parla e rivela il volto del Padre della vita.
v. 8: costui non forse quello che sedeva e mendicava? Finora avvenuta solo la
guarigione fisica del cieco, nella quale per sono impliciti vari significati, che in parte
abbiamo visto. Essa non solo unopera prodigiosa, tanto meno magica. Ha il suo principio in
Ges e nellunzione del suo fango, fatto con la sua saliva e posto sugli occhi del cieco, e
avviene per lascolto della Parola che ordina di andare alla piscina dellInviato e di lavarsi in
essa. Ges infatti la luce del mondo: il suo fango, terra impastata con lo sputo, la sua
umanit di Figlio delluomo e Figlio di Dio, che, posta davanti ai nostri occhi, ci illumina
sulla verit delluomo e di Dio; la fede che salva proprio lascolto della Parola che ci
immerge nel Figlio, inviato dal Padre ai fratelli.
La guarigione esteriore segno di quella interiore. Questa avviene attraverso il
dialogo che spiega e fa accadere, sia nel cieco che in chi legge con i suoi occhi, la realt che il
segno significa: lilluminazione viene guardando semplicemente la realt senza pregiudizi.
Nel dialogo che segue, la Parola, luce degli uomini, appena brillata agli occhi del cieco che se
ne fa testimone, si confronta con le voci delle tenebre.

63
Ora cominciano gli interrogatori allex cieco, iniziando dai vicini e conoscenti, ai
quali era ben nota la sua condizione precedente. Per chi abituato a vederlo seduto a
mendicare, la nuova situazione pone un problema: lui o un altro? La sua condizione
precedente descritta con le parole sedere e mendicare: era immobile e dipendente dagli
altri. Ora invece cammina ed libero. Qual la sua identit? importante come laltro mi
vede: sono come sono visto. Luomo relazione; e la relazione cambia quando anche laltro
mi vede altro da come mi vedeva prima; altrimenti resto inchiodato al suo giudizio
precedente, al suo pre-giudizio, appunto. Ogni identit vera dinamica e vitale; diversamente
falsa e mortale.
v. 9: alcuni dicevano: lui. Altri dicevano: proprio no, ma gli somiglia. in gioco
lidentit dellex cieco. Le opinioni su di lui divergono: o non il cieco di prima?
Effettivamente lui e non lui: lui, ma liberato dalla sua cecit, nella quale, sia per lui che
per gli altri, consisteva la sua falsa identit.
io sono. Lex cieco accetta come sua la nuova realt. La cosa, per quanto sembri
assurdo, sempre difficile, perch uno tende a identificarsi con il suo male. Allinfermo ai
bordi della piscina di Bethzath Ges chiede: Vuoi guarire? (5,6). Infatti non cos ovvio
che uno sia disposto a uscire dalla sua condizione abituale. Per quanto disagiata, gli anche
comoda: ci convive. Anzi ne vive, muovendo gli altri a compassione. Ognuno vive dellattenzione altrui: se non la ottiene proponendosi con il bene, la trova di sicuro imponendosi con il
male. Lex cieco ora pu dire: Io sono, usando lespressione di Ges per indicare se stesso
(cf. 4,26; 6,20; 8,24.28.58). La luce lo ha illuminato: lui stesso luce, perch venuta la sua
luce (cf. Is 60,1s).
Lex cieco finalmente venuto alla luce, nella sua verit integra di uomo autosufficiente
e libero, anche se nessuno gliela vuol riconoscere. Non pi il cieco seduto e mendicante, in
balia degli altri perch non sa dove andare; ora cammina e parla, in libert.
v. 10: come mai ti si sono aperti gli occhi? Il problema di tutto il capitolo lo stesso di
Nicodemo: come possibile nascere di nuovo (cf. 3,1s)? Il dialogo che segue un processo
contro lex cieco, nel quale egli diventa, progressivamente, testimone della luce. In lui ci si
mostra come avviene la nostra nascita; e, mentre la vediamo, veniamo noi stessi illuminati,
passando dalle tenebre a una luce sempre pi piena. In noi accade come in lui: ricordando
quel fango e quellacqua dellInviato, recuperiamo la vista interiore e riconosciamo sempre
meglio chi il Signore. Il ricordo di ci che avvenuto la via della comprensione e
dellilluminazione.
v. 11: quelluomo, chiamato Ges. Lex cieco non ha verit da dimostrare: ha una novit
evidente da mostrare. E lo fa ricordando e raccontando la sua esperienza. Il punto di partenza
quelluomo, chiamato Ges, che ha messo in moto la sua nuova identit, con il suo fango e
la sua parola. Ges significa: il Signore salva. Il cieco ne ha fatto lesperienza, eseguendo la
sua parola che gli ha ordinato di lavarsi nellacqua dellInviato.
ci vidi. Lex cieco ripete con stupore lavvenimento nuovo, sempre sognato -cosa e
come pu sognare un cieco dalla nascita? e mai sperato. Che bello essere fuori dalla tenebra
e vedere la luce! Qui, come nel v. 18, in greco c anablp, che significa: guardare in alto
verso qualcuno. Al v. 7 c solo blp, che significa guardare e al v. 37 c invece il perfetto
di or, che significa vedere.
v. 12: dove quello? Dove un termine ricorrente in Giovanni: indica la dimora, la
casa, le relazioni, lidentit. La prima domanda rivolta a Ges dai discepoli : Dove dimori?
(1,38). La sua risposta : Venite e vedrete. Ma come posso venire, se non ci vedo, e come
posso vedere se non vengo da te? Ora il cieco ci vede. Ges per, compiuta la sua opera, se ne
va altrove. Attende che liberamente lo cerchi per sapere dov. Solo cos conosce chi e
pu dimorare con lui e aderire a lui (vv. 36-38). Il dialogo con gli altri, favorevoli o contrari,
mette lex cieco sulla strada per cercare e trovare la luce.

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non so. Lex cieco non sa ancora dove dimori Ges. Lo sapr grazie ai suoi avversari.
Nel processo che gli faranno, guardando e riguardando sempre di nuovo ci che gli
accaduto, crescer la sua conoscenza di lui. Anche la sua testimonianza, come quella del
Battista, parte dalla dichiarazione di non sapere chi Ges (1,33). Ogni sapere nuovo suppone
un non sapere; chi crede di sapere, non impara. Lovvio la tomba di ogni conoscenza e
progresso.
v. 13: lo conducono dai farisei. Inizia una seconda tappa, la pi feconda, del cammino di
illuminazione. La gente conduce lex cieco dai farisei. Questi, conoscitori e osservanti delle
tradizioni, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., scomparso il culto e finita la nazione
giudaica, rimasero gli unici capi accreditati, in grado di garantire lidentit del popolo. Fariseo
significa separato: conduce una vita diversa, staccata dal mondo, che gli permette di vivere
le proprie convinzioni religiose.
Non tutti i farisei furono ostili a Ges e alla comunit cristiana. Nicodemo (3,1ss; 7,5052; 19,39ss) il prototipo dei farisei e dei capi che credettero in lui (cf. 12,42s). Tuttavia, da
7,32, i farisei diventano i suoi nemici dichiarati. Qui intentano contro lex cieco un processo,
nel quale si compir anche il suo cammino di illuminazione. Il processo della fede lo stesso
dellincredulit; solo che luna resta nelle tenebre dei propri pregiudizi, laltra giunge a godere
la luce della verit. Il processo ha tappe successive, che immergeranno sempre pi i
protagonisti nelle tenebre o nella luce.
I farisei partono da un pregiudizio, per loro indubitabile. Ges, facendo del fango in
giorno di sabato, ha trasgredito la legge divina (cf 5,10-17): un peccatore. Chi non
disposto a cambiare il proprio concetto di sabato e di legge, non pu pensare diversamente,
anche se non tutti sono daccordo (vv. 13-16). A corto di argomenti, cercheranno di negare il
fatto della guarigione (vv. 18-23); non potendolo negare, si imporranno poi con il peso
dellautorit, sempre invocata dove manca autorevolezza (vv. 24-27), e alla fine lo
espelleranno dalla comunit (vv. 28-34). La storia sempre uguale. Nulla di nuovo sotto il
sole, a tutte le latitudini e in tutte le istituzioni; soprattutto per chi resta chiuso nellarmadio
delle proprie convinzioni. Ma lopposizione e le difficolt sono per lex cieco come le doglie
del parto: lo espellono definitivamente dalle tenebre alla luce. Cos egli nasce come
discepolo, pronto allincontro e capace di riconoscere in quelluomo, che lha guarito, il
Signore stesso (vv. 35-38). I farisei invece restano nelle tenebre e saranno dichiarati ciechi e
peccatori, perch rifiutano levidenza della luce (vv. 39-41).
v. 14: era infatti sabato. La guarigione del cieco, come quella dellinfermo del c. 5,
operata in giorno di sabato. L Ges aveva ordinato una trasgressione, dicendo di portare la
barella (5,8); qui compie lui stesso una trasgressione, facendo del fango. Ma ci che per i
farisei trasgressione, per Ges compimento del sabato (cf. 5,18).
Ges fece il fango e apr i suoi occhi. Ai farisei interessa che lui abbia fatto del fango in
giorno di sabato. Trascurano il fatto che proprio cos abbia aperto gli occhi al cieco. Il fariseo
rappresenta la persona religiosa, ligia alla legge, ma senza interesse per luomo: ignora che
Dio amore. La sua legge libert e vita, lunico suo divieto contro la schiavit e la morte.
Limmagine che il fariseo qui descritto ha di Dio e della sua legge la stessa che satana
sugger al primo uomo (cf. Gen 3,1s). La sola differenza che qui la menzogna travestita di
piet e devozione, invece che di autonomia e ribellione. Ma il presupposto uguale: si pensa
che Dio sia contrario alluomo e alla sua realizzazione, addirittura antagonista della sua
integrit fisica.
Quando le persone devote, delle varie religioni, sapranno che ci che contro luomo
contro Dio? Anche Paolo fece fatica a capirlo: dovette scoprirsi cieco (At 9,1-9), lui che,
irreprensibile nellosservanza della legge, per zelo uccideva quelli che poi vide essere suoi
fratelli (Fil 3,6).
Ges, facendo il suo fango proprio di sabato, ci apre gli occhi sul sabato e su Dio: il
sabato per luomo e non luomo per il sabato (cf. Mc 2,27p), la legge per luomo e non

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luomo per la legge, perch Dio stesso tutto per luomo. Lilluminazione battesimale
scoprire, in quel fango che Ges, la verit che noi siamo figli e Dio ci Padre.
v. 15: lo interrogavano anche i farisei, ecc. Dopo i vicini e conoscenti, che lo hanno
condotto dai farisei, ora sono questi a continuare il processo. Per la gente semplice il
problema era solo lidentit del cieco e come avesse ottenuto la vista. Per i farisei, invece, il
problema un altro: che Ges abbia trasgredito il sabato. Lex cieco racconta di nuovo la sua
storia del fango posto sui suoi occhi, ricordando per la terza volta ci che Ges ha fatto per
lui. Lopposizione dei farisei rinnova la memoria di ci che avvenuto. Ogni interrogatorio
per lui occasione di ulteriore ri-cordo e nuova comprensione, che lo coinvolge sempre di pi
con chi lha guarito. La sua, da testimonianza sulla propria guarigione, diventa testimonianza
sulla luce che lo ha illuminato. Il suo vedere sar segno del suo incontrare, conoscere e
adorare il Signore Ges, luce della sua vita.
v. 16: non da Dio questuomo, perch non osserva il sabato. Secondo Dt 13,1-6 si
deve condannare chi fa prodigi per screditare la legge. Per i farisei Ges ha guarito il cieco
disprezzando il sabato. Per loro chiaro che Dio, ma soprattutto la sua legge, stanno al di
sopra di ogni cosa. Non capiscono per che Dio a servizio delluomo e ha dato la sua legge
solo dopo aver liberato il popolo, per mantenerlo nella libert (Es 20,1s; Dt 6,1-3). Anche per
Adamo, lunico divieto fu quello di non mangiare quel frutto che lavrebbe fatto morire (Gen
2,16s). Al centro del giardino sta lalbero della vita (Gen 2,9); fu il nemico a porre al centro
quello della morte (cf. Gen 3,3). Il Signore ci ha dato il comando di amarlo per essere simili a
lui, che per primo ci ha amati e liberati (cf. Dt 6,4ss).
In questo processo, che porta allilluminazione battesimale, in gioco proprio limmagine di Dio e di uomo: il punto di arrivo vedere, con occhi nuovi, lui come Padre e noi come
figli, grazie al fango di Ges.
ma altri dicevano, ecc. Per altri Ges non un trasgressore della legge: ci che ha fatto
al cieco e ad altri si parla di segni al plurale segnala lintervento di quel Dio liberatore
che pure i farisei conoscono dalla storia di Israele.
cera divisione tra di loro. Divisione in greco schsma, da cui la nostra parola
scisma. Sar ci che avvenne tra la Chiesa primitiva e il giudaismo. I primi cristiani, e
ancora la comunit di Giovanni, si ritengono a pieno titolo giudei, come Natanaele, chiamato
da Ges vero israelita (1,47). Lo scisma non riguarda tanto la concezione di Dio, che pure i
farisei riconoscono dalla storia dIsraele come il liberatore, bens la domanda se la liberazione
sia circoscritta al passato oppure si allarghi anche alloggi: Dio ha operato una sola volta,
oppure opera ancora a favore delluomo?
Questo lo scisma pi profondo, che sempre c anche allinterno della Chiesa. Pur
professando la stessa fede, pu essere radicalmente diverso il modo di intenderla e di viverla.
Si pu avere una dottrina corretta a prova di qualunque Santo Uffizio di qualunque epoca o
tradizione religiosa! , che per imbalsama Dio relegando lui e la sua azione nel passato,
senza riconoscere che la sua gloria luomo vivente. Si pu essere devotissimi e conoscere la
tradizione sacra, con precisione di termini e zelo di osservanze, ed essere, nel contempo, empi
uccisori delluomo in nome di Dio, nemici di Dio stesso. Basta pensare ai roghi passati,
presenti (e futuri!), e alle guerre sante o giuste, nelle quali la diversit principalmente di
vocaboli. Si nega infatti a Dio di esistere oggi com ed sempre stato, nel suo amore e nella
sua grazia, al di l della nostra idea su di lui. questo il peccato, la tenebra e la cecit dalla
quale il battesimo nello Spirito ci vuol guarire, per farci incontrare oggi il Signore. La fede
che salva non credere correttamente in Dio (cf. Gc 2,19), ma affidarsi a lui, qui e ora,
facendo ci che dice. In questo senso tradizionalismo e dogmatismo sono contro la traditio
fidei, contro il sentire di Dio proprio della fede cristiana. Esso necessariamente un
sentire cattolico, universale, capace di percepire e rispettare ogni differenza come segno
della prima differenza, che sta allorigine di ogni esistenza.

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v. 17: che dici tu di lui, che apr i tuoi occhi? Lex cieco chiamato a testimoniare di
Ges in prima persona. Lunico abilitato a parlare del Signore chi ne ha fatto lesperienza.
Altrimenti come un non vedente che parla di colori.
Lex cieco invitato a riflettere non pi sulla guarigione, ma su chi lha guarito. Proprio
gli avversari lo inducono a leggere il segno. Le tenebre non accolgono la luce, eppure non
riescono a soffocarla; anzi, la evidenziano.
un profeta. Per lui quelluomo chiamato Ges non un peccatore, ma uno che parla
ed agisce in nome di Dio. Il processo che subisce gli rivela Ges come profeta (cf. 4,19).
il primo livello di fede, che gli fa riconoscere chi quelluomo che lha guarito: non un
trasgressore del sabato, ma un profeta, colui che coglie il vero significato della Parola, perch
ha locchio per vedere Colui che parla.
v. 18: non credettero riguardo a lui che fosse cieco. Non sapendo che spiegazione dare,
le autorit cercano di negare il fatto. In genere neghiamo esistenza a quanto non vogliamo o
possiamo comprendere. Per lo pi lo facciamo inavvertitamente. In questo modo eliminiamo
tutto ci che non entra nei nostri schemi. Siamo arrivati anche a eliminare persone e interi
popoli. Oggi neghiamo perfino il diritto di esistere a ci che non a norma, omologato o
omologabile.
Invece di mettere in crisi i principi che governano le proprie spiegazioni, pi comodo
rimuovere ci che non si pu spiegare. Ci vuole libert e coraggio per dubitare di ci che si
crede certo, per aprirsi alla faticosa ricerca della verit. Bisogna rinunciare a falsi prestigi,
scendere dal trono della presunzione, togliersi i paludamenti di ovvia sapienza e scoprirsi
ignoranti sulle cose principali. , questa, la dotta ignoranza, madre del sapere. Il sapere,
non solo nella scienza, ma anche nella politica e nella religione, contesta sempre la posizione
di chi detiene il potere. Ed frutto di umilt, la quale assai pi di un sentimento: la realt
vista con un minimo di buon senso.
chiamarono i genitori. Genitore chi genera, fa nascere. un termine ricorrente in
questo testo battesimale. Vedere venire alla luce e vedere il volto di chi ci ha generato. Chi
ci fa venire alla luce e ci genera figli? La legge, che ci vuole schiavi, o lopera del Figlio
delluomo, che ci rende liberi?
v. 19: li interrogarono dicendo: questo il vostro figlio, ecc. ? Per i genitori una
minaccia se costui, che ora ci vede, loro figlio. Paradossalmente per loro la disgrazia non
che sia nato cieco, ma che ora ci veda. Secondo le autorit essi dovrebbero negare che sia loro
figlio o che sia stato cieco.
v. 20: sappiamo che costui nostro figlio e che nato cieco. I genitori confermano
lidentit del figlio e la sua cecit. Ma essi sono in regola: lhanno generato cieco e non
colpa loro se ci vede.
v. 21: come mai ora ci veda, noi non sappiamo, n chi gli apr gli occhi. Invece di
gioire, hanno paura della sua guarigione (cf. v. 22). Non vogliono sapere come e chi gli abbia
aperto gli occhi. Ignorano come sia venuto alla luce e non vogliono avere a che fare con chi
gli ha dato la luce.
interrogate lui. I genitori non vogliono n possono testimoniare: sono ciechi, con gli
occhi chiusi per paura dei capi.
ha let, parler lui di s. Lex cieco ha let, adulto; e parla da s, responsabile.
Infatti ci vede: venuto finalmente alla luce della verit. Per questo, a differenza di chi lha
generato nelle tenebre, libero e non sottost alla paura dei capi.
v. 22: queste cose dissero i suoi genitori perch temevano i giudei. La paura nei
confronti dei capi rende i genitori schiavi del loro modo di pensare. Arrivano a dissociarsi dal
figlio che ci vede e da colui che gli ha dato di vedere.
si erano accordati i giudei che venisse espulso dalla sinagoga chi lo confessasse (come)
Cristo. Ci che capitato al cieco, letto come anticipo di ci che capit alla Chiesa di
Giovanni: i giudeo-cristiani furono espulsi come eretici dai giudei nel concilio di Jamnia (90

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d.C). Fino ad allora erano vissuti insieme, come fratelli: i cristiani erano semplicemente quei
giudei che avevano riconosciuto in Ges il Cristo promesso. La Chiesa di Giovanni ancora
sotto choc per essere stata esclusa dalla sinagoga a causa della sua fede nel Messia (cf.
16,1ss). Questa espulsione sar letta positivamente al c. 10 come azione del pastore bello,
che porta le sue pecore fuori dagli ovili dove sono rinchiuse e sfruttate, per accedere in libert
ai pascoli della vita.
v. 23: per questo i suoi genitori dissero, ecc. Si ribadisce il motivo della paura che
induce i genitori a rifiutare la complicit con il figlio. Si scomunica chi ci vede ed libero.
Vedere ed essere liberi un crimine tra persone chiuse nei loro pregiudizi o schiave della
paura. Le prime sono accecate dallinteresse, le seconde dal timore. Il potere acceca chi lo
esercita e chi lo subisce. Ma, se uno comincia a vederci, il buio si incrina e la tenebra si
dissolve, come la notte quando nel cielo, ad oriente, appare la luce dellalba.
v. 24: chiamarono per la seconda volta luomo che era cieco. Il pregiudizio sulla legge
ha impedito di leggere la guarigione del cieco nellunico modo plausibile: come segno
messianico. Non potendo pi negare il fatto, si rinuncia a capirlo e si cerca di imporne una
lettura distorta, diffondendo una versione secondo la verit ufficiale, funzionale al potere
costituito. Si vuole discreditare Ges, per dissociare da lui il neocredente e scoraggiare altri a
credere in lui.
da gloria a Dio. Lazione dei capi subdola: piegarsi al loro dominio , ovviamente,
dare gloria a Dio. Lex cieco invece dar gloria a Dio liberandosi da loro e dicendo la verit.
In situazioni di falsit il dissenso, per quanto faticoso, sempre meglio del comodo consenso.
Ci che non corrisponde alla realt, non c e non pu dar gloria a Dio. La menzogna
sempre contro di lui.
noi sappiamo che questuomo peccatore. I capi fanno valere il peso della loro autorit:
hanno il monopolio incontestabile della verit. Al di l di ci che accaduto, questuomo,
mai nominato, deve apparire come peccatore, altrimenti crolla il loro potere di guide
indiscusse del popolo.
Lopposizione dei capi sortisce leffetto opposto e far vedere meglio lex cieco: capir
che la gloria di Dio luomo vivente. Al noi sappiamo dei capi, oppone lio so di un
uomo che ci vede e non vuol rinunciare a dire ci che sa. I capi vogliono ridurlo al silenzio. Il
potere deve far tacere, con ogni mezzo, le voci discordanti. La verit sempre altra rispetto a
quella ufficiale. I nemici della luce accusano come peccatore colui che la luce del mondo.
Per difendere il proprio potere, o per paura di chi ha il potere, si dichiara peccato il vedere e,
soprattutto, il far vedere: meglio essere ciechi che vedenti, amare le tenebre pi della luce!
Questo il processo allincredulit, che si avviato con la guarigione del cieco.
v. 25: se peccatore, non so. Lex cieco mette in dubbio la loro autorit e il loro sapere,
perch contro il dato di fatto, che lui conosce bene: si tratta di ci che capitato a lui. Per lui
non evidente che Ges sia peccatore; anzi, gli sempre pi chiaro il contrario.
una cosa sola so. Lex cieco parte da una constatazione: non ci vedeva ed ora ci vede.
Ma ha pure un principio acquisito con lesperienza: meglio vedere che non vedere. A lui va
bene la sua nuova identit di uomo libero e integro, venuto alla luce. Partendo da un fatto
concreto e da un principio evidente, questuomo semplice mette in crisi lautorit dei capi e la
loro impalcatura ideologica, giungendo a una nuova immagine di Dio e di uomo. Limportante
partire dalla realt, non dalle verit indubitabili, che tali sono perch assai sospette e dubbie.
Ci che indiscutibile, sempre da discutere, per vedere che fondamento ha. Se vero,
guadagna in credibilit; se falso, si smaschera. In genere invece, sia nelle religioni che nei
partiti, almeno da parte di chi ottuso (ma chi non ottunde il potere?), si nega ci che non
corrisponde alle proprie idee. Ci avviene anche nelle discussioni tra le persone: si tengono
fermi i propri principi; se poi i fatti non corrispondono, peggio... per i fatti! una visione
sclerotica della verit: la si scambia con le proprie certezze, che coincidono con i propri
privilegi acquisiti, ma non sempre puliti.

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Ogni discussione onesta su religioni e dottrine, su partiti e idee, deve innanzitutto
smontare i pregiudizi e guardare la realt, discernendo tra ci che fa crescere luomo verso
una maggior libert e ci che lo opprime.
v. 26: che ti fece? Come apr i tuoi occhi? C un nuovo interrogatorio, ossessivo, con le
stesse domande. Sotto c la coscienza, non confessata, che aprire gli occhi unazione
messianica (cf Is 42,7). Ci che taciuto e lasciato in ombra, ha leffetto di una sottolineatura,
che rende sempre pi evidente la verit: Ges proprio quel Messia che essi vogliono negare!
v. 27: gi ve (lo) dissi e non ascoltaste. Sono parole che alludono a Is 42,18, dove Dio si
lamenta con il suo popolo, ostinatamente cieco e infelice perch non cammina secondo le sue
vie: Sordi, ascoltate; ciechi, alzate gli occhi e guardate.
volete forse pure voi diventare suoi discepoli? La battuta dellex cieco sa di ironia
mordace. Nel frattempo lui stesso sta giungendo alla piena luce: sa che il miracolo diventare
suoi discepoli, discepoli della Parola fatta carne e fango. Il processo contro di lui diventa
per lui un cammino di testimonianza e di fede. Chi non nega e testimonia ci che conosce, alla
fine riconosce la verit in modo pi pieno.
v. 28: lo ingiuriarono. Se lironia largomentare proprio del debole, linsulto proprio
del potente a corto di argomenti.
tu sei discepolo di quello, ecc. Evitando di dirne il nome, gli danno la patente di suo
discepolo. Loro, invece, si professano discepoli di Mos, senza sapere che Mos parla del
Cristo (cf. 5,46s). Questi infatti realizza la volont di Dio espressa nella legge: dare la vita.
Ancora oggi il criterio per capire la verit o meno di una religione chiedersi che Dio adora e
che legge professa: un Dio e una legge che per la libert o loppressione, per la verit o per
la menzogna, per la vita o per la morte, per la luce o per la tenebra?
v. 29: a Mos ha parlato Dio. vero! Ma Dio non morto e sepolto nel passato: vive
nella storia di liberazione delluomo. La sua parola non un reperto archeologico: dietro c
lui che parla e agisce, ora come allora.
costui non sappiamo da dove . Questa la questione: da dove e da chi inviato? Se
non si sa la risposta, non si deve eliminare la domanda e chi la pone. Cos fa chi si chiude in
ci che sa e non si apre alla novit.
v. 30: in questo lo straordinario. Ci che meraviglia lex cieco che i competenti,
invece di capire, sono ciechi sulla cosa fondamentale: non sanno neppure chi colui che d la
luce. E resteranno sempre pi ciechi fino a quando, grazie al fango del Figlio delluomo,
non cambieranno la loro idea di Dio.
v. 31: sappiamo che Dio non ascolta dei peccatori, ecc. Lex cieco, illuminato, si fa
teologo e si pone al loro livello. Al noi sappiamo della classe dotta (v. 24), contrappone il
sappiamo del buon senso popolare: se Dio ascolta i giusti, lopera di Ges lo rivela da Dio,
perch giusta. Il punto di partenza dellex cieco un fatto concreto e il suo significato pi
evidente: meglio vederci che essere ciechi! un buon inizio di metodo teologico. Non vale
per per chi ha interesse che lui non ci veda.
v. 32s: mai si ascolt che, ecc. Lex cieco sottolinea la novit assoluta di ci che a lui
capitato. Linsistenza sullespressione aprire gli occhi ai ciechi il motivo dominante del
testo e indica lazione messianica per eccellenza: far nascere a vita nuova. Questo non pu
essere che opera di Dio. anzi la sua opera, con cui fa nuove tutte le cose.
v. 34: sei nato tutto nei peccati. Chi ancora cieco accusa lex cieco di essere
totalmente nei peccati, proprio ora che in lui si sono manifestate le opere di Dio (cf. v. 3).
proprio tu insegni a noi. I capi vogliono restare gli unici detentori del sapere che fonda
il potere, riducendo a ciechi e peccatori gli altri. Proiettano su di loro la propria realt (cf. v.
41).
e lo espulsero fuori. Chi libero dalla paura e dalla schiavit, chi ha aperto gli occhi
sulla verit che fa liberi, espulso fuori da chi ancora nelle tenebre. Le opposizioni lhanno
fatto crescere e, alla fine, staccato dalle tenebre: nato alla luce della libert. C un regista

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invisibile che, lasciando fare agli attori ci che vogliono, si prende la libert di tessere una
storia bella anche dagli avvenimenti pi impensati, anzi incresciosi (cf. Gen 50,20; At 4,27s;
Rm 8,28). La commedia umana ormai sempre anche una commedia divina. Ora lex cieco,
espulso fuori dalla tenebra di chi lo vuole cieco alla luce di chi gli ha ridato la vista, pu
incontrare il Volto.
v. 35: ascolt Ges che egli era stato espulso fuori. Ges ha ascoltato ci che gli
accaduto: per causa sua stato insultato e bandito dalla comunit, reso partecipe della sua
stessa sorte (cf. 16,1-3). Ora, diventato come lui, avr la beatitudine di vederlo.
incontrandolo. La chiamata dei primi discepoli una serie di incontri (cf. l,41b.43.45).
Ora anche lex cieco, come lex infermo (5,14), incontra Ges, perch cercato e trovato
direttamente da lui. Noi lo possiamo trovare e incontrare perch lui per primo ci viene
incontro per cercarci.
tu, credi nel Figlio delluomo? Allex infermo Ges dice di non peccare pi, perch non
gli capiti di peggio (5,14). L Ges era presentato come colui che toglie il peccato; ora invece
colui che completa la creazione, facendo nascere dallalto. Lex cieco, infatti, ha gi rotto
con il male: stato espulso! A lui Ges propone la piena luce: la fede in lui, il Figlio, vita e
luce del mondo.
Quella di Ges una domanda retorica, che suppone una risposta positiva. Ma anche
una domanda misteriosa. Il titolo Figlio delluomo unallusione al Figlio delluomo di Dn
7,13s, che viene per giudicare il mondo (cf. v. 39, dove si parla di giudizio). Ma in Giovanni,
su dieci volte in cui esce questa espressione, solo in 5,27 si parla di giudizio; altre otto
riguardano vari aspetti dellopera di salvezza che il Figlio delluomo compie: lapertura del
cielo sulla terra (1,51), la sua discesa e ascesa al cielo (3,13; 6,62), linnalzamento sulla croce
(3,14; 12,34), la sua glorificazione (13,31) e il dono del pane (6,27.53). Qui lunica volta in
cui lespressione Figlio delluomo usata in modo assoluto, senza nessuna azione che la
specifichi: indica tutto il mistero del suo fango, quello che Ges ha posto sugli occhi del
cieco e che ora lex cieco vede davanti a s.
Allex cieco, dopo lesperienza che ha fatto, Ges domanda di credere al Figlio delluomo.
v. 36: chi , [Signore,] affinch creda in lui? La domanda pu significare qual
oppure chi il Figlio delluomo. Quale sia, lha appreso dalla sua esperienza; chi sia,
ora in grado di vederlo, perch gli ha dato la vista.
La domanda di Ges serve ad esplicitare il suo desiderio di conoscerlo e credere in lui.
Il miracolo della vista segno della fede, che vedere lui, il volto del Figlio delluomo, vero
volto di ogni figlio duomo.
v. 37: e lo vedi. In questo racconto vedere si dice per otto volte blp o anablp; qui,
invece, si dice or, con un perfetto che ha valore di presente. Ges si manifesta normalmente
dicendo: Io-Sono. Ora invece dice: Tu lo vedi!. La rivelazione si compie solo quando lui
si manifesta e uno lo vede, quando lui parla e uno lo ascolta. Il punto di arrivo della
rivelazione di Dio che uno finalmente lo veda, lo ascolti e lo accolga.
colui che parla con te, lui stesso (ci. 4,26!). Il vedere sempre connesso al parlare:
visione e parola sono inscindibili. Il principio del vedere la parola: il cieco, ascoltando
lordine di Ges, ha aperto gli occhi e, testimoniandolo davanti a chi lo interroga, lha
riconosciuto come linviato da Dio. Ora, nel dialogo con lui che lo incontra e lo invita alla
fede in lui, il cieco lo vede. Il Figlio delluomo si definisce come colui-che-parla-con-te. E
tu lo vedi, perch ti ha aperto gli occhi. Sta parlando anche con il lettore, che lo vede
attraverso il racconto del processo al cieco.
La fede nella Parola diventa visione. Eppure colui che si vede resta sempre anche
Parola: colui che parla con te. la Parola che fa vedere la verit; essa, come principio,
cos fine della rivelazione.

70
v. 38: credo, Signore. Ges gli chiede se crede nel Figlio delluomo; lex cieco risponde:
Credo, Signore. questo il momento in cui il cieco pienamente illuminato: vede il
Signore che parla con lui e aderisce a lui. Colui che gli ha donato la vista, il Signore della
vita: quelluomo, chiamato Ges, che gli ha aperto gli occhi, il Signore che gli ha aperto il
cuore ad accoglierlo. La vista stata per il cieco il segno, la fede il significato: vedere il
Signore che parla con lui. In ci che quelluomo ha fatto per lui, lex cieco vede linvisibile: il
racconto di s che il Padre gli fa attraverso il Figlio.
lo ador. Il Figlio delluomo il nuovo tempio, la dimora di Dio tra di noi. Credendo in
lui e aderendo a lui, il Figlio, adoriamo il Padre in Spirito e verit (cf. 4,20-24). La fede
vedere Dio nel Figlio delluomo, che cambia la nostra visione di Dio e di uomo.
v. 39: per un processo io venni in questo mondo. Per lunica volta qui Giovanni usa la
parola krma col significato di processo, nelle sue varie fasi. Altrove significa giudizio o
condanna, come risultato di un processo.
Il Figlio non venuto per condannare, ma per salvare il mondo (3,17). E lo salva
mediante questo processo che abbiamo visto nel cieco: egli viene alla luce, primogenito di
numerosi fratelli. La venuta di Ges, luce del mondo (8,12), compie in noi un processo che
lopera di Dio: un uomo illuminato e mostra la cecit di chi vuol restare nelle tenebre. Per il
cieco stato un cammino di visione sempre pi chiara, per gli altri un accecamento sempre
maggiore, in modo che riconoscano la loro cecit e possano essere guariti.
affinch quelli che non vedono, vedano. la grande opera di Dio: far passare dalle
tenebre alla luce, dalla morte alla vita (cf. Is 42,5-7).
e quelli che vedono diventino ciechi (cf. Is 6,9-10). Quando viene la luce, chi apre gli
occhi per accoglierla illuminato; chi la rifiuta rimane nelle tenebre. Larrivo della luce svela
la cecit dello spirito, che la rifiuta.
Levangelista, con il suo racconto, pone anche davanti ai nostri occhi il fango di colui
che la luce del mondo: ci presenta la carne della Parola. Se, come il cieco, lascoltiamo,
veniamo illuminati.
v. 40: ascoltarono queste cose [alcuni] dei farisei che erano con lui. Anche noi, che
siamo stati con lui nel racconto, ascoltiamo queste parole di Ges; gli facciamo la stessa
domanda e riceviamo la medesima risposta.
siamo forse ciechi anche noi? la domanda che facciamo anche noi che leggiamo il
Vangelo: che immagine abbiamo di Dio e delluomo, della sua parola e del nostro rapporto
con lui? Qui ovviamente si parla di cecit spirituale. Se ci riconosciamo ciechi, siamo gi
sulla via della guarigione.
I farisei presumono di essere illuminati e non vogliono cambiare la loro immagine di
Dio e di uomo; per questo restano schiavi delle tenebre e rifiutano di nascere nello Spirito.
v. 41: se foste ciechi, non avreste (alcun) peccato. N il cieco n i suoi genitori hanno
peccato. Siamo tutti ciechi dalla nascita: non conosciamo Dio. Ma il nostro occhio fatto per
la luce e, quando essa viene, rivela in noi lopera di Dio, che apre gli occhi ai ciechi (vv. 1-5).
Questopera di Dio il fango che Ges ci pone davanti agli occhi: il suo modello di uomo,
il Figlio. Siamo esortati a immergerci in lui, linviato dal Padre, per ascoltare la sua parola.
Chi lascolta, viene alla luce (vv. 6-7): ha la sua vera identit di uomo libero, con una nuova
immagine di s e degli altri, di Dio e della sua legge (vv. 8-12). Questa vista giunge alla luce
piena attraverso lopposizione dei farisei, che rappresentano laltro modo di vedere Dio e
luomo (vv. 13-34). Una volta espulsi dalle tenebre, c il faccia a faccia con il Figlio
delluomo e ladesione a lui (vv. 35-41).
voi dite: vediamo. I farisei ritengono che il loro modo di vedere sia quello giusto. Hanno
assolutizzato la legge, che pure viene da Dio, sacrificando ad essa e Dio e uomo: con dei
buoni mattoni, si sono costruiti una prigione invece di una casa.

71
il vostro peccato dimora. Invece di dimorare nel Signore, e lui in loro, dimorano nella
falsa visione di Dio e delluomo. Riconoscere questo peccato opera costante dello Spirito di
verit, perch possiamo accogliere la luce (cf. 16,7-8).
La fine di questo capitolo ci riporta allinizio. Attraverso il racconto del cieco, nato tale
senza colpa, il Signore ci vuol guarire da quella colpa che acceca il nostro spirito.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginandomi al tempio, il giorno di sabato.
c. Chiedo ci che voglio: riconoscermi cieco e accogliere la luce.
d. Traendone frutto, contemplo i personaggi: chi sono, che fanno, che dicono.
Da notare:
cieco dalla nascita
chi pecc?
nel cieco si rivela lopera di Dio
io sono la luce del mondo
sput per terra, fece del fango, unse col suo fango gli occhi
va, lavati alla piscina di Siloe
and, si lav, venne che ci vedeva
lui / non lui?
io sono!
come avvenuta la guarigione
i farisei e la loro preoccupazione per losservanza del sabato
la visione che lex cieco e i farisei hanno di Dio e delluomo, del sabato e
della legge
come reagiscono i suoi genitori
le pressioni dei farisei sullex cieco per staccarlo da Ges
la libert dellex cieco nellammettere la realt e nel leggerla
la sua espulsione dalla tenebra
il suo incontro con Ges e la sua venuta alla luce credi nel Figlio delluomo?
lo vedi: colui che parla con te lui stesso credo, Signore
il processo che la luce compie: fa vedere i ciechi e mostra la cecit di chi presume di
vederci.

4. Testi utili
Sal 14; Rm 3,21-26; Gv 5,1ss; Mc 8,22-26; 10,46-52; 1Gv 1,5-2,2.

72

26. IO-SONO LA PORTA, IO-SONO IL PASTORE


10,1-21
10,1

2
3

5
6
7

8
9

10

11

12

Amen, amen vi dico:


chi non entra per la porta
nel recinto delle pecore,
ma sale da unaltra parte,
costui ladro e brigante.
Chi invece entra per la porta
pastore delle pecore.
A lui il portiere apre
e le pecore ascoltano la sua voce
e chiama le proprie pecore per nome
e le conduce fuori.
Quando ha espulso
tutte le proprie (pecore),
cammina davanti a loro;
e le pecore lo seguono,
perch riconoscono la sua voce.
Un estraneo invece non seguiranno,
ma fuggiranno da lui,
perch non riconoscono la voce degli estranei.
Questa similitudine disse loro Ges;
ma quelli non capirono
cosa fosse ci che diceva loro.
Allora disse di nuovo Ges:
Amen, amen vi dico:
Io-Sono
la porta delle pecore.
Tutti quelli che vennero prima di me,
ladri sono e briganti;
ma le pecore non li ascoltarono.
Io-Sono
la porta:
se uno entra attraverso di me,
sar salvo
ed entrer ed uscir
e trover pascolo.
Il ladro non viene
se non per rubare, immolare e distruggere.
Io venni
perch abbiano vita
e labbiano in abbondanza.
Io-Sono
il pastore bello:
il pastore bello
espone la sua vita
a favore delle pecore.
Il mercenario e chi non pastore,

73

13
14

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17
18

19
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21

al quale le pecore non appartengono,


vede venire il lupo
e abbandona le pecore e fugge;
e il lupo le rapisce e disperde,
perch mercenario
e non gli interessa delle pecore.
Io-Sono
il pastore bello
e conosco le mie
e le mie conoscono me,
come il Padre conosce me
e anchio conosco il Padre;
e dispongo la mia vita
a favore delle pecore.
Anche altre pecore ho
che non sono di questo recinto:
anche quelle bisogna
che io conduca;
e ascolteranno la mia voce
e diventeranno un solo gregge,
un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama,
perch io depongo la mia vita
per prenderla di nuovo.
Nessuno la toglie da me,
ma io la depongo da me stesso:
ho il potere di deporla
e ho il potere di prenderla di nuovo.
Questo comando ho preso
dal Padre mio.
Ci fu di nuovo una divisione tra i giudei
a causa di queste parole.
Ora dicevano molti di loro:
Ha un demonio
e delira.
Perch lo ascoltate?
Altri dicevano:
Queste parole non sono di un indemoniato:
pu forse un demonio
aprire occhi di ciechi?

1. Messaggio nel contesto


Io-Sono la porta, Io-Sono il pastore, dice Ges a quei farisei ciechi (9,40s) che
pretendono di essere le guide del popolo. Si rivolge a loro per illuminarli sulla loro cecit,
mostrando la bruttezza di ci che seguono e fanno seguire.
Egli si proclama la porta attraverso cui si entra nella vita, il pastore che conduce verso la
libert. infatti il Figlio, venuto a condurre i fratelli fuori dalle tenebre e dalla morte. I
farisei, che stanno davanti a lui dopo la guarigione del cieco nato, sono falsi pastori, che
opprimono e sfruttano il gregge dei loro fedeli, perseguitando chi uscito dal loro controllo.
A noi oggi non piace limmagine delluomo pecora, che segua un pastore. A
differenza dellanimale, programmato dallistinto, luomo libero. Non necessitato dai propri

74
bisogni, mosso dal desiderio di ci che ritiene essere meglio per lui. Di sua natura luomo
cultura, aperto a un cammino e un progresso sempre maggiori. Ma la cultura nasce e cresce
secondo degli ideali che si propongono, o impongono, da imitare: unimitazione dei desideri
dellaltro. Oggi, coi mass media, questo meccanismo, ancor pi oleato ed efficiente, lascia
spazi sempre minori alla libert. I nostri modelli culturali, incarnati da persone concrete che li
rappresentano, sono i pastori, i capi che seguiamo. Il modello da seguire e raggiungere,
eventualmente da superare, in un crescendo di competizione e rivalit, prima con gli altri e poi
con il capo stesso. Si tratta di una sudditanza inquieta che genera lotta e violenza, tenuta a
bada da regole, perch non ci si distrugga a vicenda. La legge dettata dal pi forte, che si
impone perch pu eliminare chi si oppone. Il risultato che siamo sudditi del modellopastore vincente, che sempre quello in grado di esercitare maggiore violenza. Chi si ribella
perdente, emarginato o ucciso, a meno che sia tanto forte da prenderne il posto. la legge
della giungla: luomo un lupo per laltro uomo e domina chi pu nuocere di pi, a spese
dellinnocente (cf. Gdc 9,7-15).
Di questo sistema oppressivo non si accorge chi sta in alto, ma chi sta in basso e ne fa le
spese. La violenza un coltello: chi sta dalla parte del manico, non sente alcun male, a
differenza di chi sta dalla parte della lama. Ma anche questi pensa di essere felice se riesce a
impugnare il manico. Ne nasce un mondo di carnefici e vittime, nel quale giochiamo tutti al
medesimo gioco: seguiamo ciecamente lo stesso pastore, che presto o tardi ci beffa tutti. In
questo modo la violenza aumenta e aumenter a dismisura, fino a quando le spade non si
trasformeranno in vomeri e le lance in falci (Is 2,4). Ci possibile nella storia dellumanit
quando anche i potenti si scoprono vulnerabili come tutti; allora anchessi conoscono
laffanno dei mortali, perch sono colpiti come gli altri (Sal 73,5). In questo modo cade la
maschera che li inganna e possono scoprire quanto indesiderabile e brutto ci che ritengono
bello e desiderabile. Ma, fino a quando non si sperimenta sulla propria pelle quanto sia male
ci cui si aspira come a sommo bene, tutto continuer come prima: Luomo nella prosperit
non comprende, come gli animali che periscono; suo pastore la morte: condotto agli
inferi, dove prima ha condotto gli altri (cf. Sal 49,13.15.21). Chiss che ci non avvenga
presto, constatando quanto debole lonnipotenza della tecnologia: un colosso dai piedi
dargilla, tanto affascinante e tremendo quanto fragile (cf. Dn 2,31-35). Forse oggi, per la
prima volta nella storia, se apriamo gli occhi e superiamo il complesso dello spettatore,
televisivo o meno, vediamo che vero quanto dice Ges a proposito dei galilei trucidati da
Pilato e del crollo della torre di Siloe: Se non vi convertite, tutti allo stesso modo perirete
(Lc 13,3.5).
Ges propone un modello alternativo, che fa uscire da questo gioco di morte: offre
alluomo di realizzare la sua umanit, chiamandolo a diventare come Dio. Propone infatti di
imitare non i desideri dellaltro con i conflitti che ne derivano , bens quelli del Padre, che
non rivale di nessuno, ma principio di vita e libert per tutti. Facendo come lui, diventiamo
figli, adulti e uguali a lui, come da sempre abbiamo desiderato. Linganno originario stato
quello di pensare Dio come nostro antagonista e di averlo preso come modello, rendendoci
impossibile la vita. Come pu vivere uno, se gli contro suo padre? Sar contro di lui, contro
di s e contro gli altri, diventando simile al padre che detesta.
Ges si presenta come il Figlio che conosce lamore del Padre e ha i suoi stessi desideri:
comunicare vita e libert ai fratelli. Per questo si propone come il pastore bello, vero, in
contrapposizione al pastore brutto e falso, del quale siamo succubi. Seguendo lui, diventiamo
ci che siamo: figli del Padre e fratelli tra di noi. Solo cos usciamo dalla tenebra e veniamo
alla luce della verit, che ci rende liberi. A una cultura di competitivit, rivalit e violenza,
subentra una cultura di fraternit, solidariet e amore. Finalmente una vita bella, vivibile, da
Dio: felicit e grazia ci saranno compagne tutti i giorni della nostra vita e abiteremo nella
casa dei nostri desideri (cf. Sal 23).

75
Ges pastore ci libera dal brigantaggio che governa i nostri rapporti, con il dominio
del pi violento di turno. In realt colui che prendiamo come modello non che un pastore di
morte, la cui fine scontata sin dallinizio: la vittima designata dal gioco stesso che sta
giocando, quando arriva un bandito pi nocivo di lui.
Se nel c. 9 si parlava di luce che apre gli occhi su una realt nuova, quella del Figlio, ora
si parla del pastore-modello che guida verso un nuovo tipo di vita. Laccostamento suggerito
anche dal libro di Enoch (composto prima del 164 a.C), che presenta la storia di Israele come
quella di un gregge alle prese con i lupi: purtroppo i montoni alla guida del gregge sono
ciechi, sino a quando viene il pastore che rid loro la vista. Vedere la realt necessario per
vivere senza farsi troppo male. Per salire rapidamente una scala al buio, non bene spiccare
un poderoso balzo verso la rampa che scende!
Il discorso di Ges una polemica con i capi del popolo, che per lex cieco non sono
pi il modello da seguire. Ges qui mostra la diversit tra il suo ed il loro modo di agire: lui
libera, d luce e vita, essi invece opprimono, depredano e tengono schiavo il gregge.
Sullo sfondo del discorso c unimmagine familiare in Palestina. Il rapporto particolare
che c tra gregge e pastore figura di quello tra re e popolo, simile a quello tra Dio e i suoi
fedeli. lantica figura del re pastore, di Dio stesso come pastore (cf. Sal 23; Is 40,11).
Abramo e i patriarchi erano pastori; Mos, Giosu e Davide sono chiamati pastori del
popolo, guidato da loro in nome di Dio. La vita del pastore dipende dalle sue pecore e quella
delle pecore dal loro pastore. Senza di lui esse sono in balia di fiere e predoni, senza alcuno
che le conduca ai pascoli e alle acque.
I profeti hanno parlato spesso dei capi del popolo come di pastori cattivi e infedeli. Sono
dei lupi, che usano i noti metodi della favola sul lupo e lagnello. La promessa dei profeti
mantiene viva lattesa di veri pastori, anzi di Dio stesso come pastore (cf. Ger 23,1-6; Zc 11,417; Ez 34,1ss; Sal 23). Ges si presenta come il vero pastore, che conosce e fa il suo lavoro in
favore delle pecore: mentre gli altri le fanno morire, lui d loro la vita, la sua stessa vita di
Figlio.
Il discorso si presenta come una progressiva rivelazione di Ges e della sua opera di
Figlio per i fratelli.
Si pu articolare il testo in due parti diseguali, ognuna delle quali contiene le parole di
Ges e le reazioni di chi ascolta.
La prima parte (vv. 1-6) un racconto simbolico, in cui si contrappongono il pastore e il
ladro. Il pastore entra dalla porta, riconosciuto dal guardiano e dalle pecore che conoscono la
sua voce; le chiama per nome, le espelle dal recinto e cammina davanti ad esse, che lo
seguono. Il ladro evita la porta e sale da unaltra parte; ma le pecore non riconoscono la sua
voce e non lo seguono, anzi, fuggono da lui. Si sottolinea che gli ascoltatori non capiscono.
Infatti sono ciechi che credono di vedere (9,41); neppure ammettono che ci sia altro modo di
agire rispetto al loro. Per chi invece, come il cieco nato, illuminato, il racconto chiaro.
Nel recinto le pecore sono custodite di notte. Con Ges, luce del mondo (8,12), venuto
il giorno (cf. 11,9s). Di giorno le pecore restano nellovile per essere munte e tosate, vendute
o macellate; comunque languiscono e muoiono di fame e di sete. In altre parole: i capi
tengono il popolo al chiuso, spogliato dei suoi beni e ucciso nella sua libert. Si comportano
da briganti, non da rappresentanti dellunico pastore. Hanno ridotto il tempio stesso a luogo di
mercato (cf. 2,16). Ges, il pastore vero, venuto a salvare i fratelli da questa schiavit,
dando inizio ad un nuovo esodo; li espelle dal recinto del tempio e, camminando innanzi a
loro, come JHWH nel primo esodo, li conduce ai pascoli della vita. Lazione dei capi, che
hanno espulso il cieco guarito (9,34), diventa, per ironia divina, la stessa del Signore che
espelle le sue pecore fuori dalle loro mani. Questespulsione un atto di nascita, come
quello di Israele dallEgitto.
C unorribile schiavit, la peggiore, che quella ideologica e religiosa (probabilmente
la stessa cosa, che cambia solo abito). Ogni religione e ideologia che non rispetta luomo,

76
perfino nella sua libert di sbagliare, anche contro Dio, soprattutto quando lo fa in suo
nome. In ogni dialogo religioso la vera domanda teologica da porsi antropologica:
mortifica o vivifica luomo? Il rispetto che si ha per luomo corrisponde alla verit o meno
dellimmagine che si ha di Dio. Infatti accettare Dio, lAltro, significa in concreto accettare
lalterit di ogni altro. In nome di Dio quali intolleranze e abomini contro lumanit,
soprattutto contro la donna che, in una cultura maschilista, il primo altro, rimosso e
negato! Maschio e femmina sono lalterit originaria. Negarla togliere alluomo la sua
immagine e somiglianza con Dio (Gen 1,27).
Pi che lateismo, forma antidolatrica di derivazione ebraico-cristiana, oggi il problema
quale Dio si propone: uno che principio di ogni alterit nellamore, oppure uno che
fagocita ogni altro e riduce tutto a nulla? Giustamente stato osservato un forte legame, anzi
una specularit perfetta, che genera una guerra santa bilaterale, tra il Mac-Mondo della
globalizzazione e il fondamentalismo religioso. Rende davvero un cattivo servizio a Dio e
alluomo chi pensa che Dio e luomo siano come pensa lui!
Nella seconda parte (vv. 7-21), Ges passa a un discorso in prima persona, dicendo:
Io-Sono la porta, Io-Sono il pastore bello. Rivela progressivamente la sua identit, sempre
in contrapposizione ai capi, che sono ladri, predoni e mercenari.
Ges la porta delle pecore: attraverso di lui si accede ai pascoli della vita. In altre
parole: ci fa uscire dalla schiavit della legge alla libert del Figlio (vv. 7-10). Ci dona infatti
la sua stessa vita di Figlio, rendendoci partecipi del suo rapporto di conoscenza e di amore con
il Padre (vv. 11-15).
Ma il Figlio non pastore solo di Israele: il salvatore del mondo (4,42). Il Signore non
vuole fare un unico recinto in cui chiudere tutti come schiavi. Vuole invece tirare fuori gli
uomini da ogni ovile per fare di tutti un popolo libero, abbattendo ogni steccato e inimicizia
(cf. Ef l,3ss; 2,14-18). Come Israele, cos anche gli altri uomini saranno da lui portati alla
libert. Il nuovo popolo composto da persone libere, al di l di ogni recinzione religiosa e
culturale (v. 16). Il Padre ama Ges, perch il Figlio che fa dono della sua vita ai fratelli.
Questo il potere, libero e liberante, del Figlio, il comando ricevuto dal Padre (vv. 17-18):
quello dellamore.
Davanti alla sua rivelazione c, come sempre, una duplice reazione: gli uni lo
dichiarano pazzo delirante, gli altri lo difendono come uno che apre gli occhi ai ciechi (vv. 1921). la duplice reazione che avviene anche tra noi e dentro di noi che ascoltiamo.
In questo capitolo la Parola vuol operare, nei capi che ascoltano e in noi che leggiamo,
la stessa illuminazione del cieco: intende cambiare il falso modello di uomo che ci tiene
schiavi della menzogna e della morte.
Ges pastore in quanto agnello di Dio, che con la sua mitezza vince la violenza dei
fratelli. Egli ci libera dai capi che ci tiranneggiano, e per di pi con il nostro consenso. Infatti
seguiamo il loro falso modello e ci riconosciamo in loro, invece di considerarli come dei
malati di cui avere cura. Con lui cessa il sistema di violenza che, da Adamo e Caino in poi, ha
regolato il nostro rapporto con il Padre e i fratelli: inizia il nuovo esodo, verso la libert del
Figlio, che ama come amato.
La Chiesa non prende come modello da imitare i vari pastori che schiavizzano luomo
con il potere e la violenza. Segue il pastore bello, che non conosce altro potere che quello di
servire, altra violenza che quella di amare, altra ricchezza che quella di donare, altra vittoria
che quella di perdonare. La neutralit che la Chiesa dimostra nei vari conflitti, e giustamente
quando non si tratta di prendere le difese del povero, deve venire solo da qui e non da palesi o
occulti opportunismi.

2. Lettura del testo


v. 1: Amen, amen. Sono parole di rivelazione, con autorit divina.
vi dico. Ges si rivolge ai farisei, pastori ciechi (cf. 9,39-41), per illuminarli.

77
chi non entra per la porta nel recinto delle pecore. Nella Bibbia la parola recinto (in
greco: aul) non indica lovile, ma il cortile, in genere del tempio o della tenda del convegno.
Le pecore sono il popolo di Dio, tradizionalmente designato come suo gregge. Abbiamo gi
trovato le pecore destinate al sacrificio, che Ges espelle dalla casa del Padre suo insieme ai
buoi (2,14ss). Con esse si identifica pure il popolo di oppressi che giacciono nelle vicinanze
della porta Pecoraia, da dove entravano le pecore per essere immolate nel tempio (5,2).
Le pecore nel recinto stanno di notte. Quando viene il giorno, arriva il pastore, che le
conduce fuori al pascolo, altrimenti muoiono di inedia.
Ges rimprovera i capi del popolo, che gli stanno dinanzi, di non essere pastori: non
entrano dalla porta. Come il serpente nel giardino, entrano subdolamente, aggirando e
raggirando lintelligenza e la libert, che sono la porta delluomo verso Dio. Il loro potere sul
popolo abusivo. Non rappresentano Dio: ne hanno usurpato il posto e fanno il contrario di
lui.
costui ladro e brigante. I capi del popolo hanno rubato a Dio il suo gregge: sono ladri.
E sono briganti: opprimono ed esercitano violenza.
Ladro Giuda, che si appropria di ci che appartiene a tutti (12,6). Brigante Barabba,
che voleva imporsi con la violenza (18,40; cf. Mc 15,7p). In realt un brigante fallito, perch
non abbastanza potente da vincere chi ha il potere: un bandito diventato vittima, perch non
riuscito a prendere il posto del capo, facendolo sua vittima.
Il modello che regge la societ quello del ladro/brigante, impersonato dai capi.
Ges, con il suo fango posto innanzi agli occhi del cieco, ha proposto un nuovo modello di
uomo, a immagine di Dio: non ruba ma dona, non opprime n uccide ma d libert e vita.
v. 2: chi invece entra per la porta pastore delle pecore. Il pastore, a differenza dei ladri
e dei briganti, entra per la porta, perch di casa. Ai capi Ges oppone se stesso come pastore
legittimo e unico: il pastore il Signore stesso (cf. Ez 34,11ss) e il suo Messia (Ez 34,23), che
prende il suo posto, usurpato dai falsi pastori. La sua opera di liberazione consiste
nellilluminarci: ci fa vedere la realt, mostrando quanto sono falsi i modelli di vita che
ciecamente seguiamo.
v. 3: a lui il portiere apre. Limmagine significa che il pastore riconosciuto come tale.
Ogni uomo riconosce ed apre il suo cuore alla libert, allamore e alla vita, che sa ben
distinguere dalla schiavit, dallegoismo e dalla morte.
le pecore ascoltano la sua voce. Il popolo oppresso riconosce chi gli propone una via di
uscita. Lex cieco, che ha ascoltato il pastore, stato espulso dal tempio ed venuto alla luce.
Anche Lazzaro udr la sua voce e uscir dalla tomba (11,43s). Il popolo, in quanto oppresso,
sensibile alla voce della libert: quando si fa udire, lascolta volentieri. Il modello delloppressore gli sempre come un paio di scarpe troppo strette, prese incautamente a prestito.
chiama le proprie pecore per nome. Per ladri e briganti le vittime non hanno n volto n
nome: una massa anonima da soggiogare e spogliare. Se pensassero di aver davanti persone
come loro, agirebbero diversamente. Il che pu avvenire, eventualmente, quando capita loro,
presto o tardi, di subire la stessa sorte. Per il pastore, invece, ogni pecora ha il suo nome:
chiama ciascuna per nome, in un rapporto personale di amicizia. I pastori di Palestina, ai
tempi di Ges, davano il nome alle pecore, come i nostri contadini lo davano alle mucche e
noi oggi a cani e gatti.
le conduce fuori. Quando viene la luce, il pastore conduce le pecore fuori dal recinto.
Ges luce del mondo, porta il popolo fuori dal recinto della legge e del tempio, per farlo
camminare alla sua luce.
v. 4: quando ha espulso tutte le proprie (pecore). Espellere ci che hanno fatto i
capi con lex cieco (9,34.35) e con quanti hanno accolto il Messia (9,22; 15,21). Ges assume
come propria lazione dei ladri/briganti e la capovolge: lespulsione dellex cieco da parte
delle tenebre diventa la sua stessa azione che lo fa venire alla luce. Lex cieco il prototipo
delle pecore che hanno raggiunto la libert, il primogenito dei molti fratelli che seguiranno.

78
Giovanni ebreo, come la sua comunit. Vive il dramma dellespulsione dei cristiani
dal popolo eletto e lo interpreta alla luce della croce di Ges. Essa rappresenta il sommo male,
il peggiore che possa capitare; eppure il Signore ne ha fatto la salvezza per tutti, giudei
compresi. Questi stanno tanto a cuore allevangelista, che indirizza il c. 10 ai loro capi
religiosi, perch riconoscano il pastore promesso. Solo in questa luce si possono leggere
correttamente le polemiche antigiudaiche di Giovanni: sono violente e passionali come
quelle dei profeti, testimonianza di un amore ferito che si ostina a proporsi, con forza pari alla
resistenza che incontra.
cammina davanti a loro. Come JHWH nellesodo, Ges guida il suo popolo verso la
terra promessa.
le pecore lo seguono. Infatti lui stesso la via che conduce alla vita (14,6): vive in
pienezza lamore del Padre e dei fratelli.
riconoscono la sua voce. Come appena detto, si ripete che ogni uomo sa riconoscere la
voce della verit, distinguendola da quella della menzogna. I falsi pastori ci opprimono con
subdola menzogna e, alloccorrenza, con violenza, terrore e paura; il vero pastore ci rende
liberi, capaci di amare e servire, di sperare e osare. Ognuno in grado di sentire la differenza
tra le due voci.
v. 5: un estraneo invece, ecc. Le pecore, davanti al ladro e al brigante, hanno un
atteggiamento opposto a quello che hanno davanti al pastore. Il giudizio sulla verit del
pastore compiuto dalle pecore stesse, non dai sondaggi o dalle pressioni dei capi. Come lex
cieco, ogni uomo preferisce la verit alla menzogna, la libert alla schiavit, la vita alla morte;
a meno che sia ingannato e manipolato. Se segue cattivi maestri e pastori il ventesimo
secolo ci offr straordinari esempi, diversi dai precedenti solo per la maggior capacit di
nuocere; cosa ci riserver il nuovo? , lo fa solo perch mentalmente donato da chi detiene il
potere e lo configura a propria immagine e somiglianza.
non riconoscono la voce degli estranei. Luomo oggi cos estraniato da s, che Dio
pare sia lunico estraneo. Ascoltiamo tutte le voci pi strane, ma non quella della coscienza;
siamo sedotti da qualunque mercante ci voglia comprare, ma non da colui che ci ama di amore
eterno.
v. 6: questa similitudine disse loro Ges. Quanto Ges ha detto, pi che una parabola o
metafora, uno specchio preciso dellatteggiamento dei capi del popolo. Sono cos ciechi che
fanno esattamente il contrario di ci che bene, pensando che sia il meglio.
ma quelli non capirono, ecc. Anche levidenza pu essere non vista. Dal cieco appunto!
Se linteresse miope, il potere accieca: non fa vedere la realt, ma i propri deliri che
purtroppo poi si realizzano, in una forma di pazzia cos contagiosa da diventare collettiva. Ci
che Ges dice comprensibile a chi, come lex cieco, ormai fuori dalla cecit del consenso
che il potere induce. Ne pu uscire chi ne subisce gli svantaggi; ma solo se apre gli occhi e sa
resistere a inganni e ricatti di ogni tipo. Il fine dei vv. 1-6 convincere i farisei che, con la
loro immagine di Dio e di uomo, sono ciechi dalla nascita: non hanno mai visto e non vedono
ancora la differenza tra il pastore e il ladro/brigante. Il riconoscimento di questa cecit
principio dilluminazione. Con il discorso che segue, Ges pone davanti ai loro occhi il suo
fango, il modello di uomo vero, perch, se vogliono ascoltare la sua parola, possano aprire
gli occhi e vedere. La narrazione del cieco, che diventa uomo libero, suscita in noi il desiderio
di essere come lui. Infatti se tutti siamo ciechi, prima del racconto di uno che ci vede neppure
sappiamo di essere ciechi.
v. 7: disse di nuovo Ges. Ges chiarisce quanto ha detto, ampliando la metafora della
porta (vv. 7-10) e del pastore (vv. 11-18): mostra se stesso come porta di salvezza in quanto
vero pastore. Ai capi, che hanno un falso modello di uomo, egli si presenta ora come il
modello vero di uomo, a immagine del Dio vivente.
Io-Sono la porta delle pecore. Nel v. 1 Ges diceva che il ladro/brigante non passa dalla
porta; ora dice: Io-Sono la porta, attraverso la quale le pecore possono uscire in libert e

79
raggiungere la vita. Lui stesso infatti, Parola diventata carne, la porta tra terra e cielo. La
porta dove il muro della prigione rotto. Chi chiuso dentro pu uscire; se non vuol uscire,
brilla comunque ai suoi occhi la luce del giorno.
La tradizione ha per lo pi applicato questa parola ai pastori: solo attraverso Ges, buon
pastore, comportandosi come lui, hanno accesso legittimo alle pecore. Il tema per quello
delle pecore che, attraverso lunico pastore legittimo, possono uscire dal recinto e vivere in
libert.
v. 8: tutti quelli che vennero prima di me, ladri sono e briganti. Chi vuol essere capo del
popolo, un falso pastore; a meno che abbia come modello colui che ha lavato i piedi ai suoi
discepoli. Salvo improbabili eccezioni, non pare che sia proprio cos. Il pastore bello ci rivela
quanto sia brutto ci che consideriamo normale, anzi appetibile: il Figlio ci fa vedere come il
nostro stare insieme sia latrocinio e brigantaggio, negazione della fraternit.
I profeti hanno sempre denunciato lingiustizia e loppressione dei capi del popolo.
Colpisce il fatto che tutti siano falsi pastori. Nessuno, infatti, prima di Ges, ha visto il
Padre: da Adamo in poi, tutti abbiamo una falsa immagine di Dio e, quindi, un falso modello
di uomo. Quello dominante, impersonato da re, sacerdoti e capi, proprio di chi si impone
con violenza e, per giunta, si fa chiamare benefattore (cf. Lc 22,25), per coprire le sue
malefatte. Grande il potere della parola, sia vera che menzognera. La differenza, non
trascurabile, che la prima fa essere ci che , mentre la seconda fa apparire ci che non e
riduce a nulla ci che .
ma le pecore non li ascoltarono. Anche se il popolo ha introiettato il falso modello,
tuttavia lo avverte come estraneo. Appena gli si propone la luce, subito viene alla luce, come
lex cieco.
v. 9: se uno entra attraverso di me, sar salvo. La salvezza non entrare nel tempio
come pecore da macello, ma uscire con lui per entrare in lui, il Figlio, che ci d la vita e in
abbondanza (cf. vv. 15-18). Egli infatti lintelligenza amorosa del Padre: salva la nostra
umanit, aprendola alla luce della sua verit.
entrer ed uscir. Questo entrare ed uscire si intende di solito come metafora della
libert di entrare ed uscire dallovile. Ma Ges non propone di uscire dallovile per entrarci di
nuovo, bens di entrare in lui, che la porta, per uscire definitivamente dalla schiavit. Si pu,
quindi, intendere che chi entrer (in lui) uscir (dallovile), trovando finalmente cibo e acqua.
Lui stesso infatti il pascolo del gregge, il vero pane di vita (6,33.35.48), che soddisfa ogni
fame e sete (cf. 6,35).
v. 10: il ladro non viene se non per rubare, immolare e distruggere. Quelli che non
hanno lui come modello, vengono nel recinto solo per sfruttare e rubare le pecore, per
immolarle nel loro tempio e distruggerle. Per i capi religiosi il popolo un gregge su cui
spadroneggiare, da sacrificare alla legge, di cui sono i padroni, oltre che le prime vittime.
io venni perch abbiano vita e labbiano in abbondanza. Ges il pastore/agnello di
Dio che toglie il peccato del mondo (1,29): venuto per liberare le pecore e dare loro la vita,
la sua vita di Figlio. Sar quanto illustra la parabola del pastore bello.
v. 11: Io-Sono il pastore bello. Dopo aver detto di essere la porta della salvezza, Ges
si identifica con il pastore bello. Bello significa vero, autentico, buono, che sa fare il
proprio lavoro; richiama per anche qualcosa di piacevole, di bello appunto. importante
vederne la bellezza e provarne piacere. Questa bellezza salver il mondo, rendendoci
spiacevole ci che riteniamo piacevole. Solo allora cambieremo pastore, perch luomo agisce
sempre seguendo ci che pi gli piace: la delectatio victrix (santAgostino).
Ges non un, ma il pastore, il pastore modello, che si prende cura delle sue
pecore. Si propone come tale perch espone (vv. 11-13), dispone (vv. 14-16) e depone (vv. 1718) la propria vita in loro favore. Egli pastore in quanto agnello immolato e vittorioso, che
guida il gregge alle fonti dellacqua di vita (Ap 7,17). il pastore promesso (Ez 34,1ss), il
Signore stesso che si fa pastore (Sal 23). Lalternativa a seguire il pastore della vita avere

80
come pastore la morte (Sal 49,15). Cos fanno i perversi, che si vantano della loro ricchezza e
in essa fanno consistere la loro vita (Sal 49,6s).
espone la sua vita a favore delle pecore. Ora Ges fa vedere il suo modo di essere
pastore: espone la sua vita a favore delle pecore. Pi avanti dir anche che dispone e depone
per loro la sua vita. la bellezza dellamore che si mostra in azione! Questa espressione esce
uguale ai vv. 15.17.18. In greco non c il verbo dare (ddomi), come in 6,51, quando Ges
promette che dar la sua carne da mangiare. C invece il verbo porre (tthemi), che nei
diversi contesti, con un procedimento caro a Giovanni, assume significati diversi. Nella
traduzione abbiamo lasciato il verbo porre, con dei prefissi: qui Ges es-pone, al v. 15 dispone, ai vv. 17-18 de-pone la propria vita a favore delle pecore.
Qui non si vuole dire che il pastore offre o d la sua vita nel senso che muore. Infatti, se
muore, le pecore sono rapite e disperse. Si vuol dire che la prima caratteristica del pastore
lamore e il coraggio con cui difende le pecore: egli, a differenza del mercenario, es-pone
per loro la sua vita ad ogni pericolo.
v. 12: il mercenario e chi non pastore, al quale le pecore non appartengono. Per il
pastore le pecore sono sue: gli appartengono e ne ha cura come della propria vita. Il
mercenario, invece, preoccupato del suo salario: le pecore sono a servizio della sua vita, non
lui della loro. Per questo non si es-pone: agisce per vile interesse (cf. 1Pt 5,2s). Nel
momento del pericolo fugge da chi lo ha seguito. Lidolo, dopo averci sedotti e spremuti, ci
abbandona sempre nel momento del bisogno: non mantiene la promessa e delude la speranza
riposta in lui.
vede venire il lupo, ecc. Il lupo, nemico tradizionale del gregge, rappresenta le forze
ostili del male. Ges stesso ha mandato i suoi discepoli come agnelli in mezzo ai lupi (cf. Lc
10,3). Ogni epoca ha i suoi lupi. Talora hanno nome e cognome. Ma per lo pi sono anonimi.
Allora sono pi insidiosi: indicano la mentalit diffusa, il falso modello di uomo, la moda
che serpeggia e fa strage allinterno del gregge.
La venuta del lupo evidenzia chi pastore e chi mercenario, chi sa es-porre la propria
vita e chi invece pensa solo a salvare se stesso.
il lupo rapisce e disperde. Lazione di rapire e disperdere tipica del nemico, il diavolo:
rapisce alluomo la sua verit e lo fa fuggire dalla sua vita. Egli fa il contrario del Figlio, che
venuto per dare la vita e raccogliere tutti i dispersi (11,52), riunendoli a s e al Padre.
Anche i discepoli, nellora del lupo, quando il pastore sar colpito, si disperderanno (Mc
14,27p; cf. Zc 13,7).
v. 13: perch mercenario e non gli interessa delle pecore. Latteggiamento del
mercenario evidenzia per contrappunto quello del pastore bello. Davanti ai lupi, che hanno
appena rinnovato la decisione di ucciderlo (8,59), Ges non abbandona i suoi e non fugge.
Difende le sue pecore perch gli interessano (inter-esse essere-dentro): le ha a cuore perch
le ha nel cuore. Anche il mercenario ha un interesse; ma non sono le pecore, bens il vantaggio
che ne trae. un prezzolato.
v. 14: Io-Sono il pastore bello e conosco le mie e le mie conoscono me. Ges, dopo aver
parlato del pastore bello in termini di coraggio, che gli fa esporre la propria vita, ora dice cosa
dispone a favore delle sue pecore: mette a loro disposizione la sua stessa vita, che la
conoscenza e lamore del Padre. C una conoscenza, unintimit, un amore reciproco tra
pastore e pecore. Chiama ciascuna per nome (v. 3): Ti ho chiamato per nome; tu mi
appartieni [...], sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo (Is 43,1.4).
Linsieme delle pecore non un gregge: ognuna ha un rapporto personale con lui.
v. 15: come il Padre conosce me e anchio conosco il Padre. Il rapporto di conoscenza e
amore che c tra Ges e ciascuno di noi il medesimo che c tra il Padre e lui: Come il
Padre am me, cos io amai voi (15,9). Lamore reciproco tra Padre e Figlio, il mistero che
la loro stessa vita, il medesimo che circola tra noi e lui. Lespressione richiama il detto

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giovanneo di Lc 10,21s, dove Ges danza di gioia perch la sua conoscenza reciproca con il
Padre comunicata ai piccoli (cf. anche Mt 11,25-27).
e dispongo la mia vita. Se al v. 11 il pastore es-pone, qui dis-pone della propria vita a
favore delle pecore: la mette a loro disposizione, la offre loro. Il verbo al presente, perch la
sua vita ci sempre offerta, qui ed ora. Il Figlio infatti non la tiene gelosamente per s: come
la riceve cos la dona, come amato dal Padre cos ama i fratelli.
a favore delle pecore. Giovanni non dice tanto che Ges muore al posto delle pecore,
quanto che egli dona loro la sua stessa vita. Sottolinea la trasmissione della Gloria dal
Figlio ai fratelli.
v. 16: anche altre pecore ho che non sono di questo recinto. Questo recinto quello
del tempio, in cui sta Israele. Ci sono altri recinti, religiosi o laici, che tengono schiavo
luomo. Il Figlio ha fratelli non solo nel popolo di Dio, ma dovunque: tutto stato fatto per
mezzo di lui (l,2s), luce e vita di ogni uomo (1,9), che figlio nel Figlio. Per questo il Padre
ama il mondo (3,16) e il Figlio, salvatore (4,42) e luce del mondo (8,12), sar innalzato non
solo per radunare i figli dispersi dIsraele, ma per tutti i popoli (11,52). Ges vuol condurre
anche questi alla libert. Il suo gregge non una setta di eletti: ogni uomo figlio amato dal
Padre, che lui non si vergogna di chiamare fratello (Eb 2,11).
Il cristianesimo di sua natura universale (= cattolico): non esclude nessuno. Se si
esclude qualcuno, si rinnega il Padre, che ama ciascuno, e il Figlio, che come il Padre. Per
un cristiano non amare i nemici, o addirittura odiarli, negare Dio nella sua essenza di
amore. un ateismo peggiore di quello di chi lo nega perch non lo conosce o lo
misconosce, spesso a causa della nostra cattiva testimonianza. Lo stesso concetto di
missione non ha nulla a che fare con il proselitismo: la spinta interiore dellamore del
Figlio verso i fratelli (cf. 2Cor 5,14).
anche quelle bisogna che io conduca. Bisogna richiama il dono della vita del Figlio
delluomo innalzato. questo amore che lo fa pastore dei suoi fratelli: come ha espulso dal
recinto del tempio quelli che sono chiusi dentro (v. 4), cos vuole condurre al pascolo della
vita anche quelli che sono chiusi in altri recinti.
ascolteranno la mia voce. La voce del Figlio, che chiama ciascuno per nome (v. 3), e
che ciascuno nel suo cuore riconosce come vera (v. 4), rivolta a ogni uomo, perch gli
fratello.
diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Ges, mediante la sua croce, ha abbattuto
ogni muro di separazione tra gli uomini, per fare di tutti, vicini e lontani, un solo uomo (cf. Ef
2,14-22): il Figlio, mettendo la propria vita a disposizione di tutti gli uomini (cf. 11,52), ne fa
un solo popolo di fratelli, un solo gregge.
Ges dice un solo gregge e non un solo ovile, come spesso si dice. Il Figlio non
venuto a fare un nuovo ovile, un recinto pi grande dove imprigionare possibilmente tutti; tira
invece fuori i suoi fratelli da ogni gabbia, religiosa o meno, per farli vivere nella legge di
libert (Gc 2,12), che lamore e il servizio reciproco (Gal 5,13). Quanto facile fare edizioni
aggiornate, e peggiorate, della proposta ecumenica di Ruggero Bacone, proprio oggi, che
siamo un villaggio globale. Egli scriveva: I greci ritorneranno nellobbedienza della Chiesa
romana, i tartari si convertiranno per la maggior parte alla fede, i saraceni saranno distrutti; e
ci sar un solo gregge e un solo pastore.
chiaro che lunione tra le Chiese non deve essere un solo ovile che racchiuda le
varie comunit, omologandole e omogeneizzandole. Il corpo di Cristo, vivente nella storia,
sarebbe irriconoscibile, ridotto a un frullato: pi che un organismo bello e diversificato nelle
sue membra, sarebbe una poltiglia indifferenziata.
Lunione non deve neppure essere un conglomerato di diversi ovili, dove ognuno vuol
semplicemente affermare la propria differenza sullaltro: sarebbero pur sempre ovili. In pi ci
sarebbe un pullulare di rivalit e guerre sante, una disgregazione che divide le varie membra e

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fa morire ogni singola parte. Si passerebbe da un corpo di Cristo ridotto a un omogeneizzato
nellunico ovile, a un suo smembrato in molti ovili.
Il solo gregge, e non ovile la Chiesa una, come il Signore la vuole , un popolo di
persone libere, che hanno trovato in lui la loro verit di figli e vivono da fratelli. Questo
popolo nuovo aperto a tutti: cattolico (= universale), globale. Rispetta per ogni
differenza come luogo di intesa e di crescita. C infatti un solo Spirito che amore, un solo
Signore che servo di tutti, un solo Dio che opera tutto in tutti; e ciascun membro, come in un
unico corpo, mette la sua differenza a servizio delle altre membra (cf. 1Cor 12,1ss).
Lunione tra le Chiese e tra gli uomini la Chiesa destinata al mondo! la stessa che
si ritrova in Dio: nellunico amore reciproco, Padre e Figlio sono uno, nella distinzione di
ciascuno (cf. v. 30; 17,20-23).
Ges dice: un solo gregge, un solo pastore, non: un solo gregge e un solo pastore o:
un solo gregge con un solo pastore. Pastore e gregge non sono distinti da congiungere con
una e o da porre luno con laltro: c identificazione tra pastore e gregge. Infatti chi
segue il Figlio diventa come lui: a chi accoglie la Parola dato il potere di diventare figlio
di Dio (1,12). La pecora diventa come il pastore ed passata, come lui, dalla morte alla vita,
perch in grado di porre la propria vita a favore dei fratelli (cf. 1Gv 3,14-16). Ogni pecora
chiamata, a sua volta, a diventare pastore, come lagnello.
v. 17: per questo il Padre mi ama, perch io depongo la mia vita per prenderla di
nuovo. La stessa parola, che al v. 11 significa es-porre e al v. 15 dis-porre, qui significa
de-porre. Ges depone la sua vita volontariamente. Il suo non un morire, ma un realizzare
la propria esistenza come dono totale damore: pi forte della morte lamore (cf. Ct 8,6). Il
suo deporre la vita ha come fine il riceverla di nuovo. Ges, dando la vita, la riceve in
pienezza: uguale al Padre perch non solo si sa amato, ma ama i fratelli con il suo stesso
amore. In lui la vita diventa ci che : circolazione viva damore, dono ricevuto e dato. Per
questo il Figlio diletto, compimento perfetto dellamore del Padre.
v. 18: nessuno la toglie da me, ecc. Nessuno pu togliere la vita a colui che vita di
tutto (l,3c.-4). Egli la depone, mettendola a nostra disposizione, con un atto libero damore.
ho il potere di deporla e prenderla di nuovo. La vita amore: si realizza nel dono di s.
Il potere del Figlio lo stesso del Padre: quello di amare. La croce in Giovanni vista non
come sconfitta, ma come Gloria, manifestazione del Dio amore, che di sua natura si dona.
questo comando ho preso dal Padre mio. Il Figlio ha dal Padre un unico comando:
quello di dare la vita come la riceve, di amare come amato. Sar il comando che presto dar
ai suoi discepoli (cf. 13,34), per farli partecipi della sua vita (cf. 1Gv 3,14-16).
La vita la perdiamo comunque. Ma non un vuoto a perdere, da riempire il pi possibile
di cose che pure andranno perse. un vuoto da rendere, svuotato il pi possibile dallegoismo
perch si riempia damore. In questo senso chi depone la vita, la prende di nuovo: chi la
perde, la salva.
v. 19: ci fu di nuovo una divisione tra i giudei, ecc. La sua parola di amore, invece di
unire, paradossalmente produce uno scisma: c chi laccetta e chi la rifiuta. Ma anche chi la
rifiuta accettato; perch lamore, anche se crocifisso, non pu rifiutare di amare.
v. 20: dicevano molti di loro: ha un demonio e delira (ci. 7,20; 8,48.52). Chi rifiuta il
dono, considera pazzesca la sua parola, addirittura diabolica. Quanto Ges dice non la stessa
proposta del serpente: Sarete come Dio (Gen 3,5)?
perch lo ascoltate? I capi del popolo non vogliono che le pecore ascoltino il pastore
bello e ne accolgano la proposta.
v. 21: altri dicevano: queste parole non sono di un indemoniato, ecc. Tra il coro dei
molti non c mai unanimit: ci sono sempre altri, che mettono in crisi la propria
posizione. Per loro le parole di Ges non sono deliramenti; sono anzi parole di verit, che
aprono gli occhi ai ciechi. Questi altri sono coloro che, al sopraggiungere della luce, si sono
scoperti ciechi e si sono lasciati illuminare.

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Il pastore bello venuto a guarirci dalla nostra cecit su Dio e su noi stessi: il suo
fango vuol farci venire alla luce e nascere dallalto, dallacqua e dallo Spirito. Lex cieco del
c. 9, seguito da questi altri, il modello delluomo libero, quale Ges vuol rendere ciascuno
della massa di infermi, ciechi, zoppi ed essiccati, che stanno rinchiusi nella piscina di
Bethzath, presso la porta delle Pecore (5,2).

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando Ges, davanti allex cieco e ad alcuni farisei, che racconta
queste parabole.
c. Chiedo ci che voglio: vedere la bellezza del vero pastore, essere come lex cieco che
accoglie il suo invito, non come quei farisei che preferiscono restare nelle tenebre.
d. Traendone frutto, medito sulle parole di Ges: mi presentano due modelli di uomo,
perch io veda la differenza tra ci che d vita e ci che d morte, scegliendo di conseguenza.
Da notare:
il recinto delle pecore
il pastore entra per la porta
il ladro/brigante non entra dalla porta
il pastore riconosciuto dal portiere e dalle pecore
il pastore conosce e chiama ogni pecora per nome
le conduce fuori dal recinto
cammina davanti alle pecore, che lo seguono, perch riconoscono la sua voce
le pecore non seguono lestraneo e fuggono da lui perch non conoscono la sua voce
Io-Sono la porta delle pecore
chi passa attraverso di me, sar salvo
io venni perch abbiano vita e labbiano in abbondanza
Io-Sono il pastore bello
il mercenario, davanti al lupo, abbandona le pecore e fugge
il pastore bello espone, dispone e depone la propria vita a favore delle pecore
il pastore bello offre la sua stessa vita, che lamore reciproco tra Figlio e Padre
conosco le mie pecore e le mie conoscono me, come il Padre conosce me e anchio
conosco il Padre
ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche quelle bisogna che io conduca
ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore
Ges il Figlio perch ha lo stesso potere del Padre: deporre la vita e riprenderla
liberamente
il comando di Ges: amare come amato
le sue parole ci dividono: se le rifiutiamo siamo ciechi, se le accogliamo veniamo alla
luce.

4. Testi utili
Sal 23; 37; 49; 73; Ger 23,1-6; Ez 34,1ss; Zc 11,4-7; Lc 15,4-7; Gv 17,1ss; 1Cor 12,1ss;
Ap 5,1-11.

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27. IO E IL PADRE SIAMO UNO


10,22-42
10,22
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Ci fu allora la (festa della) Dedicazione a Gerusalemme.


Era inverno
e Ges passeggiava nel tempio
nel portico di Salomone.
Allora lo circondarono i giudei
e gli dicevano:
Fino a quando ci togli la vita?
Se tu sei il Cristo,
diccelo con franchezza.
Rispose loro Ges:
Ve lo dissi
e non credete.
Le opere che io faccio
nel nome del Padre mio,
queste testimoniano di me.
Ma voi non credete,
perch non siete mie pecore.
Le mie pecore ascoltano la mia voce
e io le conosco
e mi seguono;
io do loro vita eterna
e non periranno nei secoli,
n alcuno le rapir
dalla mia mano.
Il Padre mio,
riguardo a ci che mi ha dato,
pi grande di tutti
e nessuno pu rapire
dalla mano del Padre.
Io e il Padre siamo uno.
Portarono di nuovo pietre i giudei
per lapidarlo.
Rispose loro Ges:
Molte opere belle vi ho mostrato dal Padre:
per quale opera di quelle mi lapidate?
Gli risposero i giudei:
Non ti lapidiamo
per unopera bella
ma per una bestemmia:
che tu, essendo uomo,
ti fai Dio!
Rispose loro Ges:
Non scritto nella vostra legge:
Io dissi: Siete di?
Se disse di coloro
ai quali fu (rivolta) la parola di Dio

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e non si pu sciogliere la Scrittura


colui che il Padre
santific
e invi nel mondo,
voi dite:
Bestemmia!
perch dissi:
Sono Figlio di Dio?
Se non faccio le opere del Padre mio,
non credetemi;
ma se (le) faccio
e non credete a me,
credete alle opere,
affinch sappiate e riconosciate
che il Padre () in me
e io (sono) nel Padre.
[Allora] cercarono di nuovo
di catturarlo;
e usc dalle loro mani.
E and di nuovo al di l del Giordano
nel luogo dove prima Giovanni battezzava
e dimor l.
E molti vennero a lui
e dicevano:
Giovanni non fece alcuno segno;
ma tutte quelle cose,
che Giovanni disse di costui,
sono vere.
E l molti credettero in lui.

1. Messaggio nel contesto


Io e il Padre siamo uno, risponde Ges agli avversari che gli fanno linterrogatorio.
Dopo lilluminazione di chi venuto alla luce, c il giudizio delle tenebre contro il Figlio
delluomo, luce del mondo (8,12). Alla fine lo eleveranno sul lucerniere, da dove splender in
tutto il suo fulgore, facendo conoscere Io-Sono (8,28) e attirando tutti a s (12,32). Anche
chi cieco capisce bene le sue affermazioni e lo accusa: Tu, essendo uomo, ti fai Dio (v.
33).
Il processo a Ges, iniziato nella sua prima venuta nel tempio (2,13ss), condotto avanti
nella seconda con la volont di ucciderlo (5,1-18), sviluppato nella terza in una lunga sezione
(7,1-10,21), culmina in questa quarta venuta, in cui si formula il motivo della condanna. La
decisione di ucciderlo o di catturarlo non pu ancora essere eseguita (vv. 31.39). Sar
sentenziata dal capo dei sacerdoti in 11,50 e richiamata in 18,14, quando Ges comparir
davanti a lui.
Giovanni mette a questo punto linterrogatorio sullidentit di Ges che gli altri Vangeli
pongono davanti al sinedrio (cf. Mc 14,53-64p), con particolari assonanze con Lc 22,67-71.
Giovanni non riferisce il processo davanti al sinedrio, perch presenta tutta la vita di Ges
come un processo. Allo stesso modo non racconta la trasfigurazione, perch legge tutto alla
luce della trasfigurazione. Il suo Vangelo , dallinizio alla fine, un processo: il processo delluomo che accoglie o rifiuta la Parola che lo fa diventare figlio di Dio. il dramma
delluomo; ma anche di Dio, che gli Padre. Nel giudizio che noi facciamo su Ges, il Figlio,
dato il giudizio che noi facciamo su noi stessi. Luccisione, che di lui decretiamo ed

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eseguiamo, svela quella violenza che nel nostro cuore, la quale decreta ed esegue la nostra
condanna, uccidendoci nella nostra verit di figli e fratelli. La sua uccisione per ci salva. Egli
infatti pastore in quanto agnello che toglie il male del mondo (1,29).
Siamo allultimo incontro/scontro tra Ges e i giudei, tra il Figlio e il nostro non
volergli essere fratelli. Avviene dinverno, nella freddezza, anzi nella tempesta che prelude la
passione. Il destino di Ges, gi segnato dallinizio, voluto e preordinato da lui stesso, che
prende liniziativa. Anticipando a questo punto i capi daccusa, levangelista mostra con
chiarezza il motivo della sua condanna. Il processo il luogo di testimonianza della verit. La
verit di Ges il suo essere Cristo e Figlio di Dio, il suo essere Cristo in quanto Figlio di
Dio. Sar ucciso perch presenta un Cristo e un Dio altro da quello che noi pensiamo.
Si pensava allora, e si penser anche in seguito, a Dio e al suo Messia come a qualcuno
che si impone su tutti, con una forza capace di vincere ogni potere avverso, compresa la
malattia e la morte. Ges presenta un Dio e un Messia che non corrisponde alle nostre attese e
ai nostri timori: Signore in quanto servo, pastore in quanto mite agnello, salvatore in
quanto d la vita. Ci salva mostrando chi Dio per noi e chi siamo noi per lui: Dio Padre
che ama e noi suoi figli amati nel Figlio, che si fa nostro fratello, nonostante ogni nostra
resistenza o rifiuto.
Le nostre idee sul Messia e sulla salvezza sono ambigue come le nostre concezioni di
vita e di morte, di Dio e di uomo. Da qui il segreto messianico, comune a tutti i Vangeli e
tematizzato espressamente da Marco. La stessa funzione hanno gli equivoci giovannei. Il
Signore infatti compie le sue promesse, non le nostre attese.
Ges riprende qui delle immagini del brano precedente: le pecore, la conoscenza
reciproca, lunione con il Padre, il dare la vita, il rubare, il non ascoltare la voce, il seguire e
ascoltare la voce. Il luogo ancora il tempio, il tempo una festa che richiama quella delle
Capanne (7,1ss). infatti la hanukkh, che celebra la riconsacrazione del nuovo tempio ad
opera di Giuda Maccabeo, dopo la profanazione. Ges passeggia liberamente nel portico di
Salomone, che corre lungo la facciata orientale del grande cortile esterno del tempio. Si trova
nella casa del Padre suo, che i suoi avversari distruggeranno e che lui rinnover dopo tre
giorni (cf. 2,13-22). Qui dir che lui stesso la casa del Padre, come il Padre la casa del
Figlio (v. 38). Egli infatti il nuovo tempio, il vero pastore, il Signore stesso che conduce le
sue pecore al pascolo della vita, e della vita in abbondanza. Offre, infatti, a tutti di partecipare
alla sua vita di Figlio.
Il testo, che inizia nel tempio, termina al di l del Giordano (v. 40), dove Ges era
apparso allinizio (l,28ss). Qui le folle riconoscono che vero quanto Giovanni aveva detto di
lui (vv. 41s; cf. 1,20-36). Si chiude cos il cerchio della sua attivit di Figlio, accreditata dal
Padre con i segni che ha compiuto. Levangelista li ha raccontati perch noi crediamo che
Ges il Cristo, il Figlio di Dio e perch, credendo, abbiamo la vita nel suo nome (20,30s).
Tra la cornice di un tempo e un luogo determinato festa della Dedicazione e tempio
(vv. 22-23) e di un tempo e luogo indeterminato, dove Ges dimora ed riconosciuto (vv.
40-42), c il suo processo diviso in due parti (vv. 24-31.32-39), ognuna delle quali sfocia
nella volont omicida degli ascoltatori (vv. 31.39). Le due parti riguardano lidentit di Ges,
rispettivamente come Messia e Figlio di Dio. Siamo al nocciolo della fede cristiana.
La prima parte inizia con una provocazione a Ges perch dica con chiarezza se il
Messia. Egli risponde che lha gi detto, ma non vogliono credergli. Le sue opere e parole il
rinnovo dellalleanza e del tempio (c. 2), la nascita dallalto (c. 3), il dono dellacqua viva e
della vita (c. 4), la guarigione dalla paralisi (c. 5), il dono della manna (c. 6), dello Spirito (c.
7), della verit che ci fa liberi (c. 8) e della luce (c. 9) lo mostrano come Messia (vv. 24-31).
lui il pastore, il Signore stesso che viene a prendersi cura del suo popolo (10,1-21).
La seconda parte una provocazione di Ges a riconoscerlo come Figlio di Dio (vv. 3239). Egli apre lattesa messianica a una prospettiva inaudita: il Messia il Figlio stesso di Dio,
la salvezza che porta il dono della sua vita. Il sogno di Adamo, diventare come Dio (Gen

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3,5), il dono che Dio vuole fargli. Ma la mano, chiusa nel tentativo di rapirlo, non in grado
di accoglierlo. C un crescendo nella storia del male: se il padre Adamo neg il Padre e suo
figlio Caino uccise il fratello, i suoi discendenti uccideranno il Figlio che si fa loro fratello.
Ci che suona come bestemmia (v. 33) la verit di Dio: Dio amore e Ges verr ucciso in
quanto Figlio che ama i fratelli con lo stesso amore del Padre.
Ges testimonia la verit della sua rivelazione attraverso le Scritture e le sue opere, che
lo manifestano come Figlio di Dio, che nel Padre come il Padre in lui (vv. 34-39). Siamo
al culmine della sua rivelazione. A noi accoglierlo o rifiutarlo, ucciderlo o credere in lui.
Ges il Cristo e il Figlio di Dio. Cristo in quanto Figlio: libera la nostra libert
rivelandoci che Dio Padre amante e noi suoi figli amati. Sar ucciso perch si proclama
Figlio; ma proprio in quanto ucciso, offrendo la vita per noi, rivela la gloria di Dio e salva
ogni uomo.
La Chiesa ha come centro della propria fede ci che per i religiosi scandalo e
bestemmia: un Dio che ama luomo, si fa suo simile e gli dona la propria vita.

2. Lettura del testo


v. 22: Ci fu allora la (festa della) Dedicazione. La festa ricorda la consacrazione del
tempio ad opera di Giuda Maccabeo dopo la profanazione di Antioco Epifane. la hanukkh
(consacrazione), detta in greco enkaina (rinnovazione) perch la ri-consacrazione del
tempio. una festa simile a quella delle Capanne, collegata alla consacrazione del primo
tempio di Salomone, nella quale Giovanni situa il suo racconto da 7,1 a 10,21. Anche se le
due feste vengono a distanza di tre mesi, nel racconto si passa direttamente dalluna allaltra.
era inverno. La hanukkh cade a met dicembre: la festa invernale delle luci. Linverno la stagione morta, senza vita, con tempo brutto e burrascoso. In questo clima gelido si
svolge il processo a Ges, che porter alla decisione di ucciderlo. Deve ancora passare una
brutta stagione prima che i fiori appaiano nei campi e la voce della tortora, insieme a quella
del diletto, si faccia udire nella gioia di Pasqua (cf. Ct 2,10-13).
v. 23: Ges passeggiava nel tempio. Qui, a pi riprese, hanno cercato di catturarlo
(7,30.32.44; 8,20), di lapidarlo o ucciderlo (7,1.19.25; 8,37.40.59). nella casa del Padre suo
(2,16) e vi passeggia in libert. Alla fine del processo ne uscir, sfuggendo alle loro mani (v.
39). Nella festa della Rinnovazione del tempio sar decisa la distruzione di quel tempio che
lui ricostruir dopo tre giorni, come disse nella sua prima visita al tempio (2,13-22).
v. 24: lo circondarono i giudei. Richiama il Sal 22,17, dove i nemici circondano il
Messia. accerchiato, senza scampo, come vittima designata. lultimo scontro tra Ges e i
suoi nemici prima della passione. Come al solito in Giovanni, i giudei non sono il popolo
dIsraele, ma i suoi capi, che non hanno accettato la testimonianza di Ges e si oppongono a
lui e ai suoi discepoli.
fino a quando ci togli la vita? 11 pastore, che pone la sua vita a vantaggio delle
pecore (cf. brano precedente), accusato di togliere la vita. Lespressione, carica di significato
nel contesto, vuol dire: togliere il fiato, non lasciar vivere, lasciare in sospeso, in dubbio
mortale. Effettivamente, se Ges il Messia, devono morire le false attese dei capi. Devono
anzi morire loro stessi come capi.
se tu sei il Cristo, diccelo. la stessa domanda che negli altri Vangeli posta nel
processo davanti al sinedrio (Lc 22,67a; cf. Mc 14,61; Mt 26,63). Nei discorsi precedenti
Ges si rivelato come il Cristo, il pastore promesso, anzi Dio stesso pastore del suo gregge.
Ma la sua rivelazione scandalo e follia: pastore in quanto ucciso dai sapienti, Signore in
quanto crocifisso dai potenti (1Cor 1,23). Se questo il pastore, i capi del popolo sono i ladri
e briganti, ai quali Dio venuto a strappare di mano il suo gregge (cf. Ez 34).
con franchezza. Provocano Ges a dichiararsi apertamente Messia per poterlo accusare
davanti ai romani, che non erano teneri con chi coltivava aspirazioni messianiche. La
domanda ha lo stesso scopo di quella del tributo a Cesare (cf. Mc 12,13-17p). Ges finora si

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rivelato con franchezza solo alla Samaritana (4,25s), che, dopo aver scoperto la sua sete, era
disposta a credere; si fatto vedere anche dallex cieco, perch illuminato.
v. 25: ve lo dissi e non credete. la medesima risposta che Ges d in Lc 22,67b
davanti al sinedrio. Quanto egli ha fatto e detto, e levangelista ha raccontato, ha infatti un
unico scopo: che noi crediamo che lui il Cristo, il Figlio di Dio (20,30s). Ma quelli che gli
stanno davanti non possono vedere e credere: sono infatti ciechi che credono di vedere
(9,40s). Altrimenti non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8).
le opere che io faccio nel nome del Padre mio, queste testimoniano di me. La risposta di
Ges centrata sulle opere che compie nel nome del Padre suo. Lultima sua opera stata
quella di aprirci gli occhi per farci venire alla luce. Per luomo, depositario della Parola,
determinante vedere la realt, conoscere la verit, perch in lui tutto il creato venga alla
propria luce e raggiunga il suo senso pieno. Tra poco compir anche lopera di dare la vita a
Lazzaro, il morto. Sono le sue azioni che parlano in suo favore.
Il criterio per riconoscere che la sua azione da Dio, il fatto che ci apre gli occhi,
dandoci vita e libert. sbagliato dire che si crede alla sola Parola, per pura fede. Ogni parola
esprime sempre un evento, colto nel suo significato: non altro che la realt in quanto capita e
comunicata. La parola di Ges fa leggere le sue opere come segno di quel Dio che d luce,
vita e libert. Sono esse che testimoniano di lui come Messia.
v. 26: voi non credete, perch non siete mie pecore. I suoi avversari non possono credere
in lui: non seguono lui, il pastore bello, ma un altro pastore, la morte. Credere o meno non
una questione teorica, ma pratica: un atto di libert nostra, in cui decidiamo quale
fondamento scegliere per la nostra esistenza. Luomo comunque vive di fede e crede in ci a
cui affida la sua vita, si tratti di cose, idee o persone. Se non si affida a chi d la vita, si affida
ai suoi idoli, che gliela tolgono (cf. Sal 115).
Ma il Figlio non taglia il dialogo con i fratelli: anche chi non crede chiamato a
seguirlo. Tutti infatti siamo suoi, predestinati a essere figli nel Figlio. Da 9,41 Ges si sta
esplicitamente rivolgendo a chi non crede, perch veda la propria cecit e desideri la luce. il
pastore bello che va in cerca della pecora smarrita.
v. 27: le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco e mi seguono. un aggancio
al discorso precedente sul pastore (vv. 1-21). Anche gli avversari sono chiamati ad ascoltare la
sua voce. Sta parlando proprio a loro.
v. 28: io do loro vita eterna e non periranno nei secoli. Chi crede nel Figlio mandato dal
Padre, ha vita eterna (3,16): la sua stessa vita di Figlio, che egli venuto a mettere a
disposizione di tutti, perch non perisca niente di ci che il Padre gli ha dato (6,39). una vita
che vince la morte (cf. 8,51), una fonte di acqua zampillante (4,14), offerta a chiunque ha sete
e viene a lui (7,37s).
n alcuno le rapir dalla mia mano. La mano indica la forza, il potere, la capacit di
agire. Il pastore bello rassicura le sue pecore: la sua mano, che la stessa del Padre, le difende
efficacemente da ladri, briganti e lupi. Ges, proprio mentre in preda ai nemici suoi e del
gregge, rinfranca i discepoli. Subiranno scandalo dalla sua morte e dalle difficolt che
incontreranno (cf. 13,36-38): Percuoter il pastore e le pecore saranno disperse (Mc 14,27).
Ma il risorto le riunir dopo Pasqua. Allora capiranno che la sua mano onnipotente in quanto
inchiodata al legno della croce.
v. 29: il Padre mio, riguardo a ci che mi ha dato, pi grande di tutti. I manoscritti
presentano di questa frase quattro varianti principali, dovute al genere neutro o maschile del
pronome (h oppure hs) e dellaggettivo pi grande (meizon oppure mezn). Ci significa
che allorigine cera un testo di difficile comprensione, che si cercato di interpretare.
Abbiamo presentato la lezione pi difficile, col pronome al neutro e laggettivo al maschile,
che meglio si accorda a ci che segue. Unaltra lezione, col pronome e laggettivo concordati
al maschile, che ben si accorda al contesto e pu essere una semplificazione intelligente,
suona cos: Il Padre mio, che mi ha dato (le pecore), pi grande di tutti. Una terza lezione,

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col pronome e laggettivo armonizzati al neutro: Ci che il Padre mio mi ha dato, pi
grande di tutto non si adatta bene al senso. Infine, una quarta, col pronome al maschile e il
predicato al neutro, si potrebbe tradurre: Il Padre mio, che mi ha dato (le pecore), (qualcosa
di) pi grande di tutto. Il significato di fondo rimane comunque invariato: il potere del Padre
e del Figlio a favore delle pecore superiore a quello di ogni ladro e brigante.
e nessuno pu rapire dalla mano del Padre. Prima si parlava della mano del Figlio, ora
di quella del Padre, per concludere subito dopo che Padre e Figlio sono uno. Per questo il loro
potere il medesimo: quello di Dio, amore pi forte della stessa morte.
v. 30: io e il Padre siamo uno. il culmine della rivelazione di Ges. Corrisponde alla
sua affermazione sul Figlio delluomo che siede alla destra della potenza di Dio (Lc 22,69).
Il Padre e il Figlio sono piena comunione damore, un unico essere e agire, capire e volere.
il mistero di Dio che uno, ma non solo: perfetta unit damore tra Padre e Figlio. A chi
gli aveva chiesto se il Cristo, Ges risponde che lo , ma in modo altro: lAltro, Dio
stesso, il Figlio che una cosa sola con il Padre.
v. 31: portarono di nuovo pietre i giudei per lapidarlo. Ges sar ucciso in quanto Figlio
di Dio, portando su di s il nostro peccato, che quello di aver ucciso il nostro essere figli del
Padre.
v. 32: rispose loro Ges. La scena volutamente strana. Invece di sottrarsi alla
lapidazione, Ges, con impassibilit divina, si mette a parlare. Il suo un discorso di
autodifesa, fondato sulle opere che giustificano le sue parole.
molte opere belle vi ho mostrato dal Padre. Le opere belle di Ges sono quelle di
rifare la creazione come era al principio, di salvare il mondo dalla morte. Lopera di Dio
creazione e liberazione continua; e ci che il Padre opera, anche il Figlio opera (5,17). Ges
non risponde accampando privilegi: d come credenziali del suo essere Figlio le proprie opere
a favore dei fratelli. E lopera bella, per eccellenza, si va compiendo adesso: d la sua vita a
vantaggio di chi lo vuole lapidare.
Il processo contro Ges diventa un processo contro i suoi avversari, che culmina nel
loro peccato e nel suo dono.
per quale opera di quelle mi lapidate? Ges ucciso perch fa il bene: Non ha fatto
nulla di fuori posto (cf. Lc 23,14s.41b.47). Altrimenti non potrebbe essere lagnello che
toglie il peccato del mondo (1,29).
v. 33: non per unopera bella, ma per una bestemmia. Ges non ucciso per le sue
opere o per la violazione del sabato (cf. 5,15ss), ma per la sua pretesa di essere Figlio di Dio,
definita qui bestemmia. Il cristianesimo effettivamente una bestemmia, la pi grande
blasfemia che orecchio pio, di qualsiasi religione, possa udire.
tu, essendo uomo, tifai Dio. Si esprime laccusa, gi formulata in 5,18. La sua
bestemmia consiste nel fatto che uomo e si proclama Dio. Non questa somma empiet (cf.
Gen 3,5)? Luomo Ges Dio; anzi, pi precisamente, Dio luomo Ges! La sua umanit ci
rivela un Dio totalmente diverso da quello che le religioni professano e che gli atei negano.
Ci che per ogni religione suona bestemmia, lessenza del cristianesimo ed la salvezza
delluomo. Tutte le opere di Ges, soprattutto quella di deporre la vita a favore dei fratelli, lo
rivelano come il Figlio che ama con lo stesso amore del Padre. Se Ges non fosse Figlio di
Dio, sarebbe il pi grande impostore della storia. Ma se lui Figlio di Dio, la pi grande
impostura della storia lidea che noi tutti abbiamo di Dio. In nome del dio che
immaginiamo, togliamo la vita allunico che d la vita!
Il nostro peccato non fu quello di aver pensato di diventare come Dio, ma quello di far
diventare Dio come lo pensiamo noi: un dio di schiavit e di morte, invidioso della libert e
della vita delluomo. Il male non che luomo sia come Dio, ma che Dio sia come luomo
lha pensato. Il Figlio delluomo ha fatto piazza pulita di ogni falsa immagine di Dio e di
uomo, rivelandoci quel Dio che amore di Padre verso il Figlio.

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v. 34: rispose Ges. La risposta di Ges si articola in due tappe: i vv. 34-36
argomentano dalla Scrittura, i vv. 37-38 dalle opere.
non scritto nella vostra legge. Per legge si intende tutto lAT. Ges dice vostra
non perch non la ritenga anche sua, ma perch essi se ne ritengono gli interpreti autorizzati.
Proprio la legge parla di lui: Se credeste infatti a Mos, credereste anche a me, perch di me
ha scritto (5,46). Le Scritture infatti gli rendono testimonianza (cf. 5,39).
io dissi: Siete di, ecc. (Sal 82,6). Qui Ges, usando il metodo dei rabbini, leva dal
contesto unaffermazione del Sal 82,6 e la applica alla sua situazione, con unallusione a Es
7,1 LXX, dove Dio dice a Mos che, con i segni che compir, lha fatto dio sul faraone. Il
suo ragionamento a fortiori: se sono di e figli di Dio quelli che ricevono la parola di
Dio, a maggior ragione sar Dio e Figlio di Dio colui che la Parola e compie opere superiori
a quelle dello stesso Mos.
v. 36: colui che il Padre santific e invi nel mondo. Il Padre santific Ges con il suo
Spirito (cf. 1,32-34): il Figlio inviato nel mondo per salvarlo (3,17). Colui che da sempre
rivolto verso il seno del Padre, diventato carne per rivolgersi ai fratelli e narrare loro il
mistero di quel Dio che nessuno mai ha visto (1,18).
voi dite: bestemmia. Ci che i suoi avversari ritengono una bestemmia, la rivelazione
stessa di Dio, che nel Figlio manifesta agli uomini il suo vero volto. Con Ges messa in crisi
ogni immagine religiosa di Dio e del suo rapporto con luomo. Ci che riteniamo devozione,
empiet; ci che riteniamo bestemmia, conoscenza vera di Dio e delluomo. La sua croce,
frutto di questa bestemmia, la distanza infinita che Dio ha posto tra s e ogni idolo. Il
peccato delluomo, religioso o empio, sempre lidolatria. Un Dio crocifisso, crocifisso
dalluomo e per luomo, il grande mistero che rivela Dio.
sono Figlio di Dio. Ges non dice: sono il Figlio di Dio, perch il Figlio di Dio, nel
linguaggio di allora, poteva significare il Messia; Ges ha gi affermato al v. 25 di essere il
Messia. Ora rivela che lui il Messia salvatore in quanto unigenito Figlio di Dio. Dicendo di
essere Figlio di Dio, intende attribuire a s, come ogni figlio, la stessa natura del Padre:
realmente uguale a lui.
v. 37: se non faccio le opere del Padre mio, non credetemi. Ges ritorna ancora
sullargomento delle opere (v. 25): si pu credere alla sua parola solo perch corrisponde alle
opere.
v. 38: ma se (le) faccio e non credete a me, credete alle opere. Ges ritiene che le sue
opere siano motivo sufficiente per credere: sono infatti il segno che d del suo essere Figlio,
sono la rivelazione del Padre. Lagire manifesta lessere.
affinch sappiate e riconosciate. La fede un sapere e riconoscere che il Figlio nel
Padre e il Padre nel Figlio.
che il Padre () in me e io (sono) nel Padre. Il Padre in me significa che il Figlio
dimora del Padre; io sono nel Padre significa che il Padre dimora del Figlio. Come fa uno
a dimorare nellaltro e viceversa? Uno sta di casa dove sta col cuore: abita dove ama e dove
amato. Padre e Figlio si amano reciprocamente; dimorano quindi ambedue luno nellaltro. In
questo senso il Padre e il Figlio sono uno. Queste dichiarazioni di Ges avvengono nella
festa della Rinnovazione del tempio. lui il nuovo tempio, la dimora di Dio tra gli uomini,
inviato al mondo per salvarlo. E lo salva in quanto Figlio condannato e ucciso dai fratelli, ai
quali offre lo stesso amore suo e del Padre.
v. 39: cercarono di nuovo di catturarlo (cf. 7,30; 8,20.59). Le parole di Ges provocano
in chi ascolta una reazione: o crede in lui (vv. 41-42) e ha la sua stessa vita di Figlio, o uccide
il Figlio e la propria realt di figlio. Ma astuzia di Dio e salvezza nostra! luccisione sua
diventa il dono supremo che il Figlio fa di se stesso, testimonianza di amore incondizionato
per i fratelli.
usc dalle loro mani. Le tenebre non possono soffocare la luce (1,5): afferrandola, ne
sono sconfitte. un anticipo dellesodo pasquale.

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v. 40: and di nuovo al di l del Giordano, ecc. Ges torna nel luogo in cui era
comparso allinizio, non si sa da dove, quando scese su di lui lo Spirito e fu manifestato come
Figlio di Dio (1,29-34).
v. 41: molti vennero a lui. Ges diviene il luogo di riunione di chi accoglie la luce.
Giovanni non fece alcun segno, ma tutte quelle cose, ecc. Giovanni non ha fatto alcun
segno; ma lui stesso il segno per eccellenza: voce della Parola (1,23), la cui verit si
mostrata nelle opere di Ges. Ci che egli ha detto sul conto suo, ora chiaro: davvero Ges
il Figlio di Dio (cf. 1,34).
v. 42: molti credettero in lui. Ges, con ci che fa per noi, compie ogni promessa di Dio.
Aderire a lui, aderire a Dio e trovare la vita. Se al v. 20 molti lo rifiutano, qui molti
credono in lui. Sono lanticipo dei tutti che, volgendo lo sguardo a colui che hanno trafitto
(19,37), saranno attirati a lui (12,32).

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando Ges che passeggia nel tempio, circondato dai suoi
avversari.
c. Chiedo ci voglio: credere che lui, giudicato e condannato, il Messia che mi salva, il
Figlio di Dio che mi dona la sua vita.
d. Traendone frutto, medito sul processo di Ges.
Da notare:
la festa della Dedicazione del tempio
inverno
Ges cammina nel tempio
i nemici lo circondano
fino a quando ci togli la vita? Se sei tu il Cristo, diccelo con franchezza
ve lho detto e non credete
le mie opere testimoniano di me
voi non credete, perch non siete mie pecore
alle mie pecore do la vita eterna
nessuno pu rapirle dalla mano mia e del Padre
io e il Padre siamo uno
lo vogliono lapidare
Ges continua a parlare
per quale opera bella lo uccidiamo?
la bestemmia: tu, essendo uomo, ti fai Dio
Ges risponde citando la Scrittura e ricordando le sue opere
le opere di Ges manifestano che Figlio di Dio: il Padre in lui e lui nel Padre
Ges sfugge alla cattura e torna dove aveva iniziato il suo ministero
molti accolgono la testimonianza di Giovanni.

4. Testi utili
Sal 82; 22; Is 52,13-53,12; Lc 22,66-71; Gv 5,19-47; 8,31-59; 1Cor 1,17-21; 1Pt 2,2125.

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28. IO-SONO LA RISURREZIONE E LA VITA:


CHI CREDE IN ME, ANCHE SE MUORE, VIVR
11,1-54
11,1

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Cera un infermo,
Lazzaro di Betania,
del villaggio di Maria
e Marta sua sorella.
Ora Maria era quella che unse il Signore con profumo
e asciug i suoi piedi con i suoi capelli;
suo fratello Lazzaro era infermo.
Le sorelle dunque inviarono da lui
per dirgli:
Signore, ecco:
colui che ami
infermo.
Ora Ges, avendo ascoltato,
disse:
Questa infermit non per la morte,
ma per la gloria di Dio,
perch attraverso di essa
sia glorificato il Figlio di Dio.
Ora Ges amava Marta
e sua sorella
e Lazzaro.
Quando dunque ascolt che era infermo,
allora dimor nel luogo dovera
due giorni.
Poi, dopo questo, dice ai discepoli:
Andiamo di nuovo in Giudea.
Gli dicono i discepoli:
Rabb,
ora i giudei cercavano
di lapidarti
e di nuovo vai l?
Rispose Ges:
Non sono forse dodici
le ore del giorno?
Se uno cammina nel giorno,
non inciampa,
perch vede la luce
di questo mondo.
Ma se uno cammina nella notte
inciampa,
perch la luce non in lui.
Queste cose disse
e dopo di questo dice loro:
Lazzaro, il nostro amico,
dorme;

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ma vado a risvegliarlo.
Allora gli dissero i discepoli:
Signore,
se dorme
sar salvato.
Ora Ges aveva parlato della sua morte;
quelli invece pensarono
che parlasse della dormizione del sonno.
Allora dunque disse loro Ges apertamente:
Lazzaro morto.
E gioisco per voi
che non eravamo l,
affinch crediate.
Ma andiamo da lui.
Allora Tommaso, detto gemello,
disse ai condiscepoli:
Andiamo anche noi
a morire con lui.
Venuto dunque Ges,
lo incontr
che gi da quattro giorni
era nel sepolcro.
Ora Betania era vicina a Gerusalemme
circa quindici stadi (= 3 km).
Ora molti dei giudei
erano venuti da Marta e Maria
a consolarle per il fratello.
Quando dunque Marta ascolt
che Ges viene,
gli and incontro.
Maria invece sedeva nella casa.
Disse dunque Marta a Ges:
Signore,
se fossi stato qui,
non sarebbe morto mio fratello.
Ma ora so
che tutte le cose che chiedi a Dio,
Dio te (le) dar.
Le dice Ges:
Risorger tuo fratello!
Gli dice Marta:
So che risorger
nella risurrezione
nellultimo giorno.
Le disse Ges:
Io-Sono la risurrezione e la vita:
chi crede in me,
anche se muore, vivr.
E chiunque vive e crede in me,
non morr in eterno.
Credi questo?

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Gli dice:
S, Signore!
Io credo
che tu sei il Cristo,
il Figlio di Dio
che viene nel mondo.
E, detto questo, and
a chiamare Maria, sua sorella,
dicendo di nascosto:
Il Maestro qui
e ti chiama.
Ora quella, appena ascolt,
si dest veloce
e veniva da lui.
Ora Ges non era ancora giunto nel villaggio,
ma era ancora nel luogo
dove lo aveva incontrato Marta.
Allora i giudei
che erano con lei in casa
e la consolavano,
avendo visto Maria
risorgere veloce
e uscire,
la seguirono,
credendo che andasse
al sepolcro a piangere l.
Quando dunque Maria venne
dove era Ges,
vistolo,
cadde ai suoi piedi
dicendogli:
Signore,
se fossi stato qui,
non sarebbe morto mio fratello.
Allora Ges, quando la vide piangere
e piangere i giudei venuti con lei,
fremette nello spirito
e si turb
e disse:
Dove
lavete posto?
Gli dicono:
Signore,
vieni e vedi!
Ges vers lacrime.
Dicevano allora i giudei:
Guarda
come lo amava!
Ma alcuni di loro dissero:
Non poteva costui,
che apr gli occhi del cieco,

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fare anche che questi non morisse?


Allora Ges, di nuovo fremendo in se stesso,
viene al sepolcro.
Era una grotta
e una pietra giaceva sopra di essa.
Dice Ges:
Sollevate la pietra!
Gli dice Marta,
la sorella del defunto:
Signore,
gi puzza:
infatti di quattro giorni.
Le dice Ges:
Non ti dissi
che, se credi,
vedrai la gloria di Dio?
Allora sollevarono la pietra.
Ora Ges sollev gli occhi in alto
e disse:
Padre,
ti ringrazio
perch mi ascoltasti.
Ora io sapevo
che sempre mi ascolti,
ma lo dissi
a causa della folla che sta intorno,
perch credano
che tu mi inviasti.
E, dette queste cose, con gran voce
url:
Lazzaro!
Qui fuori!
Usc il morto,
legato ai piedi
e alle mani con bende,
e il suo viso
era avvolto da un sudario.
Dice loro Ges:
Slegatelo
e lasciate che se ne vada!
Allora molti dei giudei,
che erano venuti da Maria
e avevano viste le cose che fece,
credettero in lui.
Ma alcuni di loro andarono dai farisei
e dissero loro
le cose che fece Ges.
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei
riunirono il sinedrio
e dicevano:
Che facciamo?

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Questuomo fa molti segni.


Se lo lasciamo cos,
tutti crederanno in lui;
e verranno i romani
e porteranno via il nostro luogo
e la nazione.
Ora uno di loro, Caifa,
essendo capo dei sacerdoti in quellanno,
disse loro:
Voi non sapete nulla!
Non calcolate che vi conviene
che un solo uomo muoia
per il popolo
e non perisca tutta quanta la nazione?
Ora non disse questo da se stesso,
ma, essendo capo dei sacerdoti in quellanno,
profet
che Ges stava per morire per la nazione;
e non solo per la nazione,
ma per radunare in unit
i figli di Dio dispersi.
Da quel giorno dunque deliberarono
di ucciderlo.
Allora Ges non camminava pi in pubblico
tra i giudei,
ma se ne and di l
in una regione vicina al deserto,
nella citt detta Efraim,
e l dimor con i discepoli.

1. Messaggio nel contesto


Io-Sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivr, dice Ges a
Marta. Egli infatti vita e luce, luce che splende nelle tenebre, vita che risveglia dalla morte.
Lultima opera del Messia stata lilluminazione del cieco: ci ha aperto gli occhi sulla
realt, mostrando la verit di Dio e delluomo. Ora ci d la libert davanti al nostro limite
ultimo: la risurrezione di Lazzaro ci apre gli occhi sulla morte, ipoteca di tutta la vita.
Guardare negli occhi la morte e scrutarne il mistero, necessario per vivere. Altrimenti la
nostra esistenza rimane una fuga, coatta e inutile, da ci che sappiamo essere il sicuro punto
darrivo.
Luomo lunico animale cosciente di morire: sa di essere-per-la-morte. Per questo, di
sua natura, cultura. La cultura infatti una macchina di immortalit; ogni nostro sapere e
potere finalizzato ad affrancarci dalla morte e avere pi vita. una macchina splendida e
imponente. Ma anche assurda ed impotente: non potendo vincere, cerchiamo di rinviare e
rimuovere, o, nel migliore dei casi, interpretare lappuntamento ineluttabile. La morte
comunque, finch viviamo, ci costringe al suo gioco e ci tiene sempre in scacco, che, presto o
tardi, matto. Salvarci da essa il desiderio che detta ogni nostra mossa, ma sappiamo gi in
anticipo che sar frustrato. Non siamo liberi di perseguire la nostra aspirazione: ci sentiamo
incantati e dominati dal Fato, che vanifica ogni nostra opera. Restiamo in attesa che sia reciso
il tenue filo che ci tiene sospesi nel vuoto, per ricadere nel nulla, noi e ogni nostra fatica.
Lesistenza una condanna. A pensarci bene, lunica libert che abbiamo quella di chi deve
essere giustiziato da un momento allaltro, con la tortura di non sapere quando.

97
Ges ci salva non dalla morte. impossibile: siamo mortali. Ci salva invece nella
morte. Non ci toglie quel limite che ci necessario per esistere, n la dignit di esserne
coscienti; ci offre per di comprenderlo e viverlo in modo nuovo, divino. Ogni nostro limite,
compreso lultimo, non la negazione di noi stessi, ma luogo di relazione con gli altri e con
lAltro. Invece di chiuderci in difesa o in attacco, possiamo aprirci alla comunione e
realizzarci a immagine di Dio, che amore.
Ges non ci offre una ricetta, menzognera, per salvarci dal comune destino; ci fa invece
vedere come si pu vivere lamore fino a dare la vita. Questa, come il respiro, non possiamo
possederla e trattenerla: morremmo subito. Siamo per liberi di spenderla nellegoismo o
investirla nellamore, sapendo che chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo
mondo, la conserver per la vita eterna (12,25). Noi conosciamo una vita che per la morte;
Ges ci rivela una morte che per la vita.
Siamo allultimo dei segni, che rivelano la gloria del Figlio di Dio. Dopo questo
racconto seguir la sua passione, che realizza il significato di tutta la sua azione: Ges il
Figlio perch comunica la propria vita ai fratelli, e la comunica perch il Figlio.
Ges, come Lazzaro e ogni uomo, muore. Egli per ha il potere di offrire la vita e di
riceverla di nuovo. Anzi proprio perch la offre, la riceve come Figlio uguale al Padre, datore
di vita. Questo il comando ricevuto dal Padre (10,18), che lo costituisce Figlio e lo rende
nostro fratello.
Questultimo segno richiama il primo: rivela la gloria del Figlio delluomo (vv. 4.40; cf.
2,11!), donata a ogni figlio duomo. quella gloria che apparir sulla croce: la gloria dellUnigenito dal Padre (l,14b), che d, a chi lo accoglie, il potere di diventare figlio di Dio (1,12).
Ges, dando la vita a Lazzaro, sar condannato a morte (v. 53). Chi dona vita, riceve
morte; ma, proprio ricevendo morte, d vita. il paradosso della croce, ormai allorizzonte.
Essa esprime lapice sia del male che nelluomo, sia del bene che Dio gli vuole: manifesta la
sua gloria, amore senza limiti, che si fa carico di ogni nostro limite. Nel piano di Dio il
nostro male assunto come luogo in cui egli si rivela pienamente e ci salva.
Ogni segno, che Ges finora ha compiuto, illumina un singolo aspetto della Parola come
vita e luce degli uomini. La risurrezione di Lazzaro, invece, un segno globale: dare la vita a
un morto significa la vittoria sul nemico ultimo delluomo (1Cor 15,26). Siamo al culmine del
libro dei segni.
vero che Lazzaro morir ancora. Ma il suo ritorno alla vita indica che la morte non
pi padrona delluomo ed segno della risurrezione, che sar comunione di vita con il Padre
della vita. Ges ci rivela che c morte e morte, come c vita e vita. C una vita morta,
propria di chi, schiavo della paura di perderla, si chiude nellegoismo per trattenerla; e c una
morte vivificante, intesa come dono della vita, atto supremo di amore.
La risurrezione credere in Ges: chi aderisce a lui, gi fin dora in comunione con il
Figlio e, anche se muore, vivr (v. 25). Anzi, chi vive e crede in lui, non morr in eterno (v.
26). Infatti partecipa della vita di Dio, che amore: Noi sappiamo che siamo passati dalla
morte alla vita, perch amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte (1Gv 3,14).
Il ritorno in vita di Lazzaro segno di ci che accade alle sorelle Marta e Maria: il
fratello esce momentaneamente dal sepolcro, ma per tornarci ancora, mentre le sorelle escono
dal villaggio di afflizione e dalla casa di lutto per incontrare, gi adesso su questa terra, il
Signore della vita. Il vero risorto non Lazzaro, tornato alla vita mortale, ma le sue sorelle e
quanti credono in Ges, passati alla vita immortale.
In genere nel Vangelo di Giovanni c un racconto breve del segno, seguito da dialoghi
e discorsi che lo illustrano. In questultimo invece, come nel primo compiuto a Cana, parole e
gesti si intrecciano con brevi annotazioni dellevangelista, ottenendo uno svolgimento
drammatico di grande efficacia. Questo racconto, come altri, proprio di Giovanni. La sua
struttura simile allepisodio della figlia di Giairo (cf. Mc 5,22-24.35-43p). Troviamo un
Lazzaro anche in Lc 16,19-31, dove il ricco epulone chiede che egli risusciti dai morti e sia

98
inviato ai suoi fratelli. Pu essere una reminiscenza del fatto narrato da Giovanni, utilizzato da
Luca in una parabola. Da Luca conosciamo pure Marta e Maria (Lc 10,38-42).
Probabilmente Giovanni ha liberamente elaborato un evento storico in un racconto
teologico, per illustrare che Ges risurrezione e vita. Posto alla fine del libro dei segni, dove
si anticipa la gloria del Figlio, e prima della passione, dove si realizza, questo racconto mostra
anche la causa e leffetto della croce: Ges ucciso perch ci d la vita, ma, proprio dando la
vita, ci libera dalla morte.
Il capitolo si articola in due grandi parti diseguali: Ges d la vita (vv. 1-45) e per
questo riceve la morte (vv. 46-54). Il protagonista del racconto non Lazzaro, ma Ges,
nominato 22 volte. Anche i tre fratelli Marta, Maria e Lazzaro sono nominati 22 volte:
rispettivamente 8 volte Marta, 8 volte Maria e 6 volte Lazzaro. Il tema la fede in lui,
risurrezione e vita. Il racconto, dopo lantefatto (vv. 1-3), presenta Ges, con i discepoli (vv.
4-16), con Marta e Maria (vv. 17-37), con Lazzaro (vv. 38-44) e, infine, le opposte reazioni
nei confronti di lui, che sempre sta al centro dellattenzione (vv. 45-53).
Tutti i personaggi sono in movimento: Ges e i suoi discepoli da oltre il Giordano a
Betania, i giudei da Gerusalemme, Marta dal villaggio, Maria da casa e Lazzaro dal sepolcro.
Qui tutti si danno convegno, i gi e i non ancora morti. La vita un movimento, che
inevitabilmente finisce nel rigore cadaverico della tomba. Lazzaro giace dentro; gli altri per
ora stanno fuori. La Parola, che fece uscire dal nulla tutte le cose, nel Figlio delluomo si fa
ascoltare anche dai morti, facendoli uscire dai sepolcri: la nuova creazione, lesodo
definitivo dalla morte alla vita (cf. 5,24-29). Riconoscerete che io sono il Signore, quando
aprir le vostre tombe e vi risusciter dai vostri sepolcri (Ez 37,13).
Il messaggio primo del testo Ges come risurrezione e vita di quelli che credono in
lui. Molti Padri hanno visto in Lazzaro, oltre che una prefigurazione di Ges morto e risorto e
della nostra risurrezione futura, anche un simbolo della vita nuova del battezzato, liberato dal
peccato, vera morte delluomo (cf. Sap 2,24; Gen 3,19; Gb 18,5-21; Pr 11,19; Rm 5,12). Il
testo, altamente simbolico ed evocativo, suggerisce varie interpretazioni. La risurrezione di
Lazzaro fu chiamata da Pietro Crisologo il segno dei segni. Ovviamente ogni singolo
dettaglio significativo, e spesso a vari livelli, come rileveremo nella lettura.
Il superamento della morte il desiderio pi profondo delluomo; egli non vuole che il
suo essere al mondo abbia come destinazione il nulla. Se ci che bello e buono si tramutasse
alla fine nella maschera brutta e cattiva della morte, che senso avrebbe vivere? Se il nulla
fosse il fine di tutto, tutto sarebbe assurdo e nulla esisterebbe. Ma il nulla non pu essere il
fine, perch non pu essere il principio della vita che effettivamente c. Il fine di ogni realt
corrisponde al suo principio.
Siamo destinati non allannientamento, ma alla comunione con il Figlio e il Padre.
Questo racconto ci presenta il cuore del messaggio cristiano, che risponde al bisogno di
felicit e pienezza presente in ogni uomo. Seguendo questo desiderio, si pu ragionevolmente
aver fede nel Dio della vita e accettarlo. Si pu anche rifiutarlo e aver fede nel nulla. Ma
irragionevolmente, perch dal nulla non pu venire nulla, mentre di fatto esistiamo e abbiamo
quellanelito di vita che ci costituisce uomini. Il rifiuto di Dio e della vita deriva, pi che da
una sua ragionevolezza, dal nostro modo tragico di concepire la morte, con i disturbi emotivi
che ne conseguono. Da questo ci guarisce il presente racconto.
Ges risurrezione e vita. La risurrezione una vita che non ignora la morte; anzi,
passa attraverso di essa, dandole il suo vero significato.
La Chiesa crede che Ges il Figlio di Dio. Egli ha vissuto la sua morte violenta come
dono della propria vita ai fratelli: in lui ci offerta ora la possibilit di essere liberi dalla paura
della morte, che ci tiene schiavi nellegoismo, per vivere come lui nellamore. Questa la vita
eterna, la vita piena che il Figlio venuto a portare ai fratelli.

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2. Lettura del testo


v. 1: Cera un infermo, Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e Marta sua sorella.
La struttura di questo versetto richiama linizio del Vangelo, dove si parla della prima
chiamata dei discepoli (cf. 1,44: Cera Filippo di Betsaida, della citt di Andrea e Pietro).
Qui siamo allultima chiamata, quella definitiva, che ci fa pienamente suoi discepoli.
Betania significa casa del povero o dellafflitto, e richiama laltra Betania, al di
l del Giordano (1,28), dove Giovanni il Battezzatore riconosce in Ges il Figlio di Dio
(1,34). Qui sar riconosciuto da Marta (v. 27).
Lazzaro infermo: non sta in piedi. Rappresenta ogni uomo che, davanti al male,
prima vacilla, poi cade e infine muore. Lattivit del Figlio delluomo rialzare luomo dal
suo male e risuscitarlo dalla morte. Lazzaro lunico miracolato di Giovanni che ha un nome
proprio: il primo che esce dal sepolcro per seguire il pastore bello, che chiama ciascuna
delle sue pecore per nome (cf. 10,3). Il suo nome significa Dio aiuta: nella morte, come
nella nascita, nessuno se la cava da se stesso. Nessuno nasce senza madre, nessuno muore
senza il Padre!
Al centro dei vv. 1-2 c Maria. Betania infatti chiamato il villaggio di Maria, che unse
i piedi di Ges, Marta indicata come sua sorella e Lazzaro come suo fratello (v. 2).
I termini fratello/sorella erano usuali per indicare i cristiani. Qui si tratta di una
comunit che vive in ambito giudaico, come quella alla quale si rivolge il quarto Vangelo.
Anchessa, come tutti, si confronta con la malattia e la morte, chiedendosi cosa significhi in
concreto che Ges ci ha salvati.
v. 2: Maria era quella che unse il Signore con profumo, ecc. Si anticipa 12,1-3, dove si
descrive la vita nuova della comunit, che festeggia il dono della vita con il servizio di Marta
e lamore di Maria. Amore per la presenza di chi si ama (vv. 3.5.11.36) e pianto per la sua
assenza (vv. 31.33abis.35; cf. anche 33b.38) sono i sentimenti dominanti in questo racconto di
risurrezione.
v. 3: colui che ami infermo. Tra Ges e i suoi discepoli c una relazione di amicizia,
al cui inizio sta lui. Lorigine di quanto compie per Lazzaro e per ogni uomo questo amore
che si preoccupa e si occupa dellamico. Qualcuno ha voluto identificare Lazzaro con il
discepolo che Ges amava (13,23; 19,26; 20,2; 21,7.20).
La fede nella risurrezione dai morti, in Israele, non frutto di speculazioni filosofiche:
nata dallesperienza che Dio ama il suo popolo, gli amico e gli resta fedele sempre.
v. 4: questa infermit non per la morte. Al paralitico Ges dice di non peccare pi,
perch non gli accada di peggio (5,14). Del cieco nato dice invece che senza peccato, come
pure i suoi genitori: cos perch si manifestino in lui le opere di Dio (9,3). Anche questa
infermit non per la morte, ma per la gloria di Dio. C quindi uninfermit che conduce alla
morte spirituale, che quella prodotta dal peccato, e unaltra che conduce alla morte fisica,
nella quale si rivela la gloria di Dio.
La parola morte qui usata in due sensi, uno spirituale e uno fisico: ci pu essere chi
fisicamente vivo, ma spiritualmente morto, e chi fisicamente morto, ma spiritualmente
vivo. La morte il luogo primo di ogni equivoco sulla vita. Pu infatti essere intesa come
separazione da tutto o come comunione con Dio.
La malattia per la morte il peccato: esso il pungiglione che infetta la nostra esistenza
(cf. 1Cor 15,56), rendendoci egoisti e chiudendoci allamore del Padre e dei fratelli. Ma dove
ha abbondato il peccato, sovrabbonda la grazia (cf. Rm 5,20): ora ogni malattia e morte pu
diventare per la gloria di Dio, che a tutti usa misericordia (cf. Rm 11,32).
ma per la gloria di Dio, perch attraverso di essa sia glorificato il Figlio. La gloria di
Dio luomo vivente; la glorificazione del Figlio la croce. Lazzaro, restituito alla vita,
rivela la gloria di Dio e sar causa della decisione di uccidere Ges (vv. 47-53).
v. 5: Ges amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Si sottolinea ancora lamore di Ges
per i tre fratelli.

100
v. 6: dimor nel luogo dovera due giorni. Ges rimane dove si trova e lascia che
lamico muoia. Se fosse andato, non sarebbe morto (cf. vv. 15.21.32). Volutamente arriver
tardi.
Quando stiamo male, chiediamo dov il Signore, perch non agisce. A noi pare che
rimandi il suo intervento e che lultima parola spetti alla morte.
v. 7: andiamo di nuovo in Giudea. Due giorni dopo lannuncio della malattia dellamico,
quando sa che ormai il suo destino compiuto, Ges propone ai discepoli di tornare in
Giudea. Da l sera da poco ritirato per lostilit incontrata da parte di chi ha il potere.
v. 8: cercavano d lapidarti e di nuovo vai l? (cf. 7,1; 8,59; 10,31.39). lobiezione dei
discepoli a Ges: temono la morte sua e loro. Ges torna a Gerusalemme per lultima volta.
v. 9: non sono forse dodici le ore del giorno, ecc. Dobbiamo compiere le opere di colui
che mi ha mandato finch giorno; poi viene la notte, quando nessuno pu pi operare (9,4).
Ancora per poco tempo la luce con voi. Camminate mentre avete la luce, perch non vi
sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. Mentre avete la luce,
credete nella luce, per diventare figli della luce (12,35s). Ges invita i discepoli a seguirlo. Il
giorno lui, in cui splende il sole dellamore del Padre: di esso vive e per questo luce del
mondo (8,12).
v. 10: se uno cammina nella notte inciampa. Viene la notte, quando nessuno pu operare
(9,4). Per i discepoli sar il momento della prova e della caduta. Tutti saranno scandalizzati:
percosso il pastore, le pecore saranno disperse (cf. Mc 14,27). Anche Pietro lo rinnegher
(13,36-38; 18,16-18.25-27). Il discepolo fallir come discepolo: abbandoner e lascer solo il
suo Signore (16,32).
v. 11: Lazzaro, il nostro amico. Lazzaro chiamato il nostro amico. Si ribadisce per la
terza volta che lamore del Signore per noi e la nostra amicizia con lui, che ci fa amici tra di
noi, principio di risurrezione e vita.
dorme. Per noi la morte la fine di ogni speranza. Per Ges invece, sulla linea della
rivelazione biblica, termine del giorno vecchio e inizio del sonno ristoratore, cui segue il
risveglio di un nuovo giorno. La morte sdrammatizzata: non sprofondare nel buio, ma
riposo pacificatore, popolato dai sogni segreti del cuore. La parola cimitero significa
dormitorio. Siccome il Figlio gli amico e lo ama, Lazzaro, come ogni uomo, anche se
morto, vive. Amare uno significa dirgli: Tu non morrai. Alla luce dellamore del Figlio, la
morte non pi lattesa angosciante, labisso che risucchia, la tragedia della vita:
comunione con il Padre.
per nascere che si nati!. Se la nostra gestazione alla nascita terrena di nove mesi
e, normalmente, va da s, quella alla nascita divina pu essere di novantanni ed lasciata alla
nostra libert. Alla fine apriamo gli occhi e veniamo alla luce: vediamo la nostra luce.
Circa i morti, i credenti non sono nellafflizione come coloro che sono senza speranza
perch ignorano lamore del Padre (cf. 1Ts 4,13). Costoro vivono sotto il dominio del
divisore, che li tiene schiavi per tutta la vita con la paura della morte (cf. Eb 2,14s): vivono la
morte giorno dopo giorno, in attesa della fine. Il cristiano invece vive gi fin dora la vita
eterna, nellamore di colui che lo ha amato e ha dato se stesso per lui (cf. Gal 2,20).
v. 12: se dorme sar salvato. I discepoli pensano che si tratti del sonno naturale, buon
segno per un infermo. Ignorano che si parla della morte. La salvezza viene proprio da l, sia
per il Figlio che per i fratelli. Se il sonno serale medicina ai mali di un giorno, lultimo
medicina ai mali di una vita.
v. 13: aveva parlato della sua morte; quelli invece pensarono, ecc. Levangelista
sottolinea lequivoco: per Ges la morte un sonno, per i discepoli ancora la fine di tutto.
v. 14: Lazzaro morto. Ges ha atteso che Lazzaro morisse. Dopo aver parlato di sonno
e di risveglio, chiarisce lequivoco: sta parlando della morte, dalla quale lo risveglia per
rivelare la gloria di Dio.

101
Nella Bibbia sono raccontati sette ritorni in vita dopo la morte, due nellAT e cinque nel
NT: i figli della vedova (1Re 17,17-24) e della Sunammita (2Re 4,18-37), risuscitati
rispettivamente dai profeti Elia ed Eliseo, la figlia di Giairo (Mc 5,22-24.35-43p), il figlio
della vedova di Naim (Lc 7,11-17) e Lazzaro (Gv 11,1ss), risuscitati da Ges,Tabit (At 9,3642) ed Eutico (At 20,9ss), risuscitati rispettivamente dagli apostoli Pietro e Paolo.
v. 15: gioisco per voi. Sembra assurdo: annunciando che lamico Lazzaro morto,
gioisce per i suoi discepoli di non essere stato l per guarirlo.
affinch crediate. La risurrezione di Lazzaro sar per i discepoli il segno che fa loro
credere in Ges come risurrezione e vita.
andiamo da lui. Ges esorta i discepoli ad andare da Lazzaro. Anche se il morto,
separato da tutti, non pi amico di nessuno, il Signore gli resta amico e gli viene incontro.
La sua decisione di andare verso lamico corrisponde a quella di andare verso la propria
morte, piena anche per lui di desiderio e di angoscia (12,27s; cf. Lc 12,50; 22,15).
v. 16: Tommaso, detto gemello, disse: Andiamo anche noi a morire con lui. Tommaso
chiamato gemello: laltro di Ges, disposto a morire non per lui, come Pietro, (cf.
13,37), ma con lui. Non sa ancora che, per Ges, il suo morire un dare la vita a favore dei
fratelli, per riceverla di nuovo (10,17).
Qui termina il confronto tra Ges e i discepoli, che dora in poi resteranno sullo sfondo,
sostituiti da Marta, Maria e Lazzaro.
v. 17: venuto dunque Ges, lo incontr. Ges incontra lamico Lazzaro che gi
morto. Se allinizio il discepolo arriva a Ges per la chiamata di un altro che lha incontrato
(cf. 1,41.43.45), alla fine incontrato direttamente dal Signore, che lo chiama a uscire dal
sepolcro. la chiamata definitiva del pastore bello.
gi da quattro giorni era nel sepolcro. Si riteneva che dopo tre giorni la morte fosse
definitiva, perch al quarto comincia la decomposizione.
Il numero quattro indica anche totalit: quattro sono gli elementi, quattro le direzioni.
Ogni realt, da ogni direzione, confluisce nella morte. Sepolcro in greco si dice mnemeon,
che ha la stessa radice di memoria e di morte, come anche di mros (= parte, eredit) e di
mora (= sorte). Luomo sa che terra, da essa viene e ad essa ritorna: memoria di morte.
Questa la sua sorte, la sua parte di eredit, che sempre ricorda.
v. 18: Betania era vicina a Gerusalemme. La morte/risurrezione di Lazzaro, avvenuta a
Betania, richiama quella di Ges, che presto avverr a Gerusalemme.
v. 19: molti giudei erano venuti. Sono amici di Marta e Maria, venuti a consolarle. La
solidariet nel lutto principio di umanit: ognuno si riconosce partecipe del destino dellaltro. I giudei possono spendere buone parole sulla risurrezione futura; per non sanno dar
vita a un morto o dare ai vivi, in attesa di morte, quella vita che vince la morte.
v. 20: Marta ascolt che Ges viene, ecc. Lascolto della venuta di Ges la fa uscire dal
villaggio di afflizione per andare allincontro con il Signore che viene. Principio di ogni
cammino di fede ascoltare, uscire e andare allincontro con colui che viene.
Maria invece sedeva nella casa. Maria ancora bloccata in casa, nel suo dolore. Sar
chiamata dalla sorella, dopo che avr incontrato il Signore.
v. 21: Signore, se fossi stato qui, ecc. Ges, allannuncio della malattia di Lazzaro,
dimor dovera due giorni (v. 6) e disse ai discepoli di essere contento per loro di non essere
stato a Betania (v. 15), altrimenti avrebbe soddisfatto lattesa qui espressa da Marta, poi da
Maria (v. 32) e infine dai giudei (v. 37). La nostra richiesta sempre la stessa: che il Signore
ci salvi dal dolore e dalla morte. A che serve un Dio che non aiuta? Secondo noi assente
proprio nel momento del bisogno. Quando vorremmo che fosse qui, lui sembra
costantemente altrove.
v. 22: so che tutte le cose che chiedi a Dio, ecc. Marta si aspetta un miracolo (cf. 2Re
4,8ss). Sa che Ges, se fosse stato l, avrebbe guarito suo fratello; sa anche che in grado di
farlo tornare in vita, perch da Dio ottiene tutto (cf. v. 41s). Ha fiducia che rianimer Lazzaro.

102
Il Signore lo far, ma come occasione per rianimare in lei la fiducia in lui, vita senza
tramonto.
v. 23: risorger tuo fratello. La risposta di Ges sembra una consolazione generica, che
richiama alla speranza nella risurrezione dellultimo giorno (cf. 6,48-51.54).
v. 24: so che risorger nella risurrezione nellultimo giorno. La risposta di Marta denota
una certa delusione: Ges non sembra esaudire la sua richiesta. Lultimo giorno per lei
lontano; la speranza di esso non toglie il suo dolore. Anche lei sa che Dio, alla fine, eliminer
la morte per sempre (Is 25,8): crede alla grande promessa, compimento della creazione.
Ignora per che lultimo giorno gi presente in Ges, che d lo Spirito (cf. 7,37-39).
v. 25: Io-Sono la risurrezione e la vita. Ges si rivela con la formula: Io-Sono. Egli
per noi risurrezione, presente e futura, perch in se stesso vita: lha ricevuta dal Padre e la
comunica ai fratelli. La risposta di Ges si pone a un livello pi alto del desiderio di Marta.
Ci che ha chiesto le sar concesso; ma questo niente di fronte al dono che vuol farle, pi
grande di ogni sua attesa.
chi crede in me, anche se muore, vivr. La fede in Ges non ci salva dalla morte, ma ci
d qui e ora la vita eterna: venuta lora, ed adesso, in cui i morti udranno la voce del Figlio
di Dio e quelli che lavranno ascoltata vivranno (5,25). Noi tutti siamo dei morti viventi, in
marcia verso il sepolcro; ma se ascoltiamo la voce del Figlio, vinciamo la morte. Infatti chi
ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al
giudizio, ma passato dalla morte alla vita (5,24). Ascoltare la sua parola amare i fratelli:
questo il suo comando (13,34), che ci fa passare dalla morte alla vita. Infatti, chi ama, non
dimora nella morte (cf. 1Gv 3,14), ma in Dio, che amore (1Gv 4,16b). Credere in lui gi
vivere oltre la morte: si muore fisicamente, ma si vivr in lui quella vita nellamore che
inizia ora e si manifester, senza veli, nellultimo giorno.
v. 26: chiunque vive e crede in me, non morr in eterno. Ges offre la possibilit di
vivere in lui. La fede infatti ci fa abitare in lui come lui in noi, ci fa vivere di lui, pane di
vita (cf. 6,48-58). Chi vive e crede nel Figlio, pur morendo, non morr in eterno: per lui la
morte non sar chiudere, ma aprire gli occhi su ci che gi ora ha in s: lamore del Padre e
del Figlio. Questa la vita eterna, pegno di risurrezione futura, che ci fa esporre, disporre e
deporre la vita a favore dei fratelli, per realizzarla pienamente (cf. 10,11-18).
credi questo? In genere la fede riguarda la persona di Ges, il Vangelo o Dio. Qui
invece, sorprendentemente, riguarda quanto Ges ha detto: lui infatti la sua stessa parola.
Marta deve passare da una fede nel suo potere miracolistico a quella fede che incontra Ges e
accetta la sua parola.
v. 27: s, Signore. Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio. Marta dimentica la sua
domanda iniziale e risponde alla domanda, ben pi importante, del Signore. La vera
risurrezione la sua, non quella di Lazzaro, perch crede in Ges come Cristo e Figlio di Dio.
Se il fratello uscir dal sepolcro, per questa sua fede Marta nasce alla vita stessa di figlia di
Dio. La sua la fede alla quale il Vangelo vuol portare il lettore: credere che Ges il Cristo,
il Figlio di Dio, per avere la vita nel suo nome (20,31). Infatti chi crede in lui non muore, ma
ha vita eterna (3,16b): egli la Parola, vita di tutto ci che (cf. 1,1-3). Marta giunge alla fede
piena in Ges, come il Battista prima di lei (1,34). A questo punto la sua attenzione non pi
sulla morte del fratello o sullattesa della sua restituzione alla vita: tutta concentrata su
Ges, che dona qui e ora la vita a chi lo ascolta.
Ges non venuto per ridare a un cadavere la vita vecchia, ma per risuscitare a una
vita nuova chi crede in lui. Non sarebbe stato un servizio da amico far vivere e morire due
volte, come non bastasse una volta sola! Egli vuol farci vivere, nella nostra condizione
mortale, la vita eterna, che lamore per il Padre e per i fratelli.
v. 28: detto questo, and a chiamare Maria, ecc. Dopo la sua adesione a Ges, nel quale
ha trovato ci che cercava, Marta va da sua sorella. La scoperta di una diventa chiamata per
laltra: la sorella invita la sorella ad andare dal Maestro, che la chiama allincontro con lui.

103
Qui, come nei racconti di Pasqua, le donne hanno il ruolo principale: rispetto agli uomini,
hanno pi dimestichezza con la realt, con la vita e la morte.
dicendo di nascosto. Marta parla di nascosto perch sono presenti i nemici di Ges.
Questa comunit di fratelli in Betania immagine di tante comunit che vivono in ambiente
ostile.
v. 29: appena ascolt, si dest veloce e veniva da lui. Lannuncio di Marta efficace:
Maria si leva da dove si trova per uscire veloce allincontro con il Signore della vita. Per
Maria si usano i verbi destarsi e risorgere (cf. v. 31), con i quali si indica la risurrezione
di Ges stesso. Maria, uscendo dalla casa e dal villaggio per correre incontro al Signore che la
ama e che ama (cf. 12,1ss), si risveglia e risorge a vita nuova. La vera risurrezione per lei
come per Marta, perch incontra Ges, sua vita.
La velocit di Maria, sottolineata anche al v. 31, la sollecitudine propria dellamore.
v. 30: Ges non era ancora giunto nel villaggio, ecc. Levangelista annota che Ges non
entrato neppure nel villaggio. Prende liniziativa e ci viene incontro; ma attende che noi
andiamo nel luogo dove si fa trovare. Incontra Maria dove ha incontrato Marta, fuori dal
luogo dove si celebra il lutto. Per tutti necessario uscire dal villaggio e dalla casa di morte
per incontrare la vita.
v. 31: i giudei che erano in casa, ecc. Questi giudei, seguendo Maria che pensano vada
al sepolcro, si trovano davanti a colui che dona la vita. Anchessi sono chiamati a credere in
lui, per passare dalla morte alla vita.
v. 32: Signore, se fossi stato qui, non sarebbe morto mio fratello. Il desiderio di Maria
lo stesso di Marta. quello di ogni uomo: lattesa impossibile di non morire (cf. v. 37). Anche
lei non sa ancora che c una qualit di vita che va oltre la morte.
v. 33: Ges, quando la vide piangere e piangere i giudei. Davanti alla morte non resta
che il pianto. il dolore, rabbioso o rassegnato, per la perdita di ci che pi ci sta a cuore.
Davanti alla morte, tutti, poveri e ricchi, saggi e stolti, siamo ugualmente sconfitti:
impossibile ogni azione, resta solo questa reazione.
La risposta di Ges a Maria, che lo ama e piange per il fratello, diversa da quella data
a Marta: mostrer non che, ma come il Signore risurrezione e vita: mediante la sua
com-passione, che far passare anche lui attraverso il pianto della morte.
La morte ci priva di tutto, senza risparmiare nulla. Lascia solo il pianto a chi, non ancora
morto, sopravvive ricordando chi lha preceduto. Essa regna sovrana: ogni potente le offre il
collo, ogni vita si spezza. salario del peccato (Rm 6,23), suo pungiglione velenoso (cf. 1Cor
15,56). Senza il peccato la morte non sarebbe avvelenata: la nostra fine sarebbe il
ricongiungimento con il nostro principio, il ritorno al Padre, lincontro con lui. Ma il peccato
ci ha fatto rifiutare il nostro principio e il nostro fine, ci ha fatto fuggire da lui e ci ha chiusi in
noi stessi, nel disperato tentativo di salvarci.
La morte, cos come noi attualmente la viviamo, entrata nel mondo a causa del peccato
e ha raggiunto tutti gli uomini, perch tutti hanno peccato (Rm 5,12). Esso ha fatto s che la
nostra fosse una vita-per-la-morte.
fremette nello spirito e si turb (cf. Sal 42,6.12; 43,5). Il verbo fremere significa
letteralmente sbuffare, ansare: esprime indignazione e ira. Ges freme dentro di s contro il
male delluomo: lira di Dio, che interviene a salvarlo. Il nostro male lo turba
profondamente, pi che se fosse suo; lo sconvolger fino a morirne (cf. 12,27). Tutta la Bibbia
rivela lazione di Dio come passione per luomo, che culmina nella com-passione della
croce, dove patisce-con noi il nostro stesso male.
La compassione (in greco si dice symptheia, simpatia), con la piet e la misericordia,
sue parenti, non un semplice turbamento dellanimo, disdicevole per un saggio e comunque
impotente. quel sentire tipico delluomo che lo rende simile a Dio, tanto potente da superare
anche la soglia ultima della solitudine, la morte. Facendo il verso allimperativo: Siate santi,
perch io sono santo (Lv 11,44), Ges specifica in cosa consista la sua santit: Diventate

104
misericordiosi cos come anche il Padre vostro misericordioso (Lc 6,36). Compatire
principio universale di ogni agire umano: lazione che non nasce dalla compassione,
prevaricazione sullaltro.
La compassione non il sentimento di chi debole, ma di chi ha la forza di Dio, che
amore. La compassione uccide; ma anche d vita: a chi compatisce, d la vita di Dio e a chi
compatito, una compagnia pi forte della morte. Per questo Giobbe, davanti al dolore, unico
problema delluomo, chiede agli amici che cessino ogni spiegazione e gli accordino
semplicemente compassione (cf. Gb 19,21).
v. 34: dove lavete posto? Il Signore sa dov lamico: l dove siamo tutti, prima con il
ricordo e poi con il corpo. Vuole che ne prendiamo coscienza, per uscirne e andare nel luogo
dove si incontra lui (cf. v. 30). La prima domanda di Dio ad Adamo : Dove sei?. Il
cammino di Dio in cerca delluomo, cominciato nellEden, termina nel sepolcro: l vede dove
noi, i sopravvissuti, abbiamo posto i deceduti, in attesa di essere aggiunti a loro.
Signore, vieni e vedi. Ai discepoli che gli chiedevano: Dove dimori?, Ges rispose:
Venite e vedrete (l,38s). Al Figlio che chiede dove hanno fissato la loro dimora, i fratelli
rispondono: Vieni e vedi!. Signore, vieni e vedi linvocazione di ogni uomo. Squarcia i
cieli e scendi (Is 63,19) nelle nostre tenebre; apri gli occhi, guarda la nostra miseria e vieni a
salvarci.
v. 35: Ges vers lacrime. Mentre gli altri piangono, con clamore, Ges lacrima. Le sue
lacrime per non sono impotenza di dolore, ma potenza di amore: il pianto di Dio per il
male delluomo che ama.
v. 36: come lo amava. Proprio perch lo amava e lo ama ancora! scaturiscono da lui
lacrime di com-passione: patisce il male dellamico morto. Chi ha sete venga a me e beva
(7,37): gli assetati di vita si possono dissetare a questa fonte. Dagli occhi di colui che la luce
del mondo sgorga lacqua che ci fa venire alla luce. Il suo amore lo porter a venire e vedere
dove stiamo, sino a condividere la nostra sorte: allora dal suo cuore scaturir per noi la
sorgente di vita. Come la sua sete (cf. 4,7; 19,28) estinguer ogni nostra sete, cos le sue
lacrime asciugheranno ogni nostra lacrima. Esse feconderanno la terra e faranno germinare il
seme nascosto. Lazzaro stesso si lever dal suolo, primo stelo di una messe sterminata di
fratelli.
v. 37: non poteva costui, che apr gli occhi del cieco, ecc. La risurrezione di Lazzaro
connessa al miracolo del cieco: la vera illuminazione davanti al buio della morte. La gente si
aspettava solo che Ges gli ritardasse la sorte comune: lossessione costante delluomo.
Ges invece compie il miracolo di aprirci gli occhi sulla morte, per liberarci dalla paura che
essa incute e con la quale ci tiene schiavi. Essa non la fine, ma il fine della vita, non
loscurit del nulla, ma la luce della Gloria, non separazione da tutto, ma incontro con il
Padre di tutti. Questa illumi-nazione la vita eterna che lascolto del Figlio ci dona. Ci che
avviene a Lazzaro segno di ci che avviene a chi ascolta le parole di Ges: Io-Sono la
risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivr. E chiunque vive e crede in me,
non morr in eterno (vv. 25s). Il passaggio dalla morte alla vita quanto avviene in Marta,
che dice: Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio (v. 27); quanto avviene in Maria,
che si desta e risorge per correre verso Ges. Questa fede in lui la vita eterna (20,31).
v. 38: Ges, fremendo in se stesso, viene al sepolcro. Il cammino di Ges che viene a
vedere il luogo dove hanno posto lamico Lazzaro, incluso nella duplice menzione del suo
fremito interiore (vv. 33.38). Qui, al sepolcro, dove termina il cammino delluomo, cessa ogni
fuga da Dio. Qui arriva anche il faticoso cammino del Figlio in cerca dei fratelli: sar la fatica
dellora sesta, quella della croce (19,14; cf. 4,6).
Terminato il dialogo con le sorelle, ora comincia quello con Lazzaro. La voce del Figlio
far uscire dal sepolcro il fratello morto, che diventer gloria di Dio e causa della sua
glorificazione sulla croce.

105
era una grotta. Questo sepolcro una grotta, una cavit della madre terra, quasi grembo
di vita diventato fossa di morte, bocca che mangia i figli che ha generato.
Nella grotta di Macpela, primo pezzo di terra promessa, fu sepolta la matriarca Sara (cf.
Gen 23,1ss); e dopo di lei i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. In questa grotta stanno
coloro che hanno dato origine al popolo; chi muore si ricongiunge ai suoi padri, che gi sono
morti.
una pietra giaceva sopra di essa. Questa pietra principio di ogni separazione:
distingue vita da morte. Essa chiude la grotta e vi sigilla dentro la tenebra, facendo della
spelonca il monumento (mnemeon), memoria fondamentale, rimossa eppur visibile,
delluomo. Luomo humus, terra: umano perch sa di essere humandus, da inumare, da
porre sotto terra. Il sepolcro il segno originario, il tumulo, una tumefazione della terra che
indica ci che resta di un corpo umano segno che sta allorigine di ogni possibilit di
significato. In greco la parola sma (= corpo) richiama sma (= tumulo, segno). Luomo,
corpo significante, per breve tempo esce dalla terra per farvi ritorno. La sua esistenza un
breve ricordo di morte, librato sul sepolcro, che presto lo risucchia.
v. 39: sollevate la pietra. lordine di Ges. Il Figlio venuto per togliere questa pietra
che separa i fratelli dalla vita. Nella sua risurrezione essa rotoler via definitivamente, bench
sia molto grande (cf. Mc 16,4), tanto grande da gravare su tutti.
gi puzza. Il racconto era iniziato con il ricordo del profumo di Maria (v. 2); ora Marta
parla di fetore. Che altro pu uscire da una tomba scoperchiata? Fin che non conosciamo la
luce del Figlio e viviamo schiavi della morte, la nostra vita infestata di lezzo: il nostro volto
diventa la maschera funebre di noi stessi, in attesa che ogni forma si decomponga e ogni
bellezza svanisca.
infatti di quattro giorni. Al quarto giorno dal decesso non c pi speranza di vita.
Quattro anche il numero di totalit (cf. commento al v. 17): siamo al quarto giorno in cui
regna la morte. In realt ogni nostro giorno sotto il suo dominio. Il primo quello in cui
nasciamo, eredi sicuri della tomba; il secondo quello in cui cresciamo, soggiogati dalla
paura della morte; il terzo quello del nostro ritorno alla terra; il quarto quello oltre la
morte, che per tutta la vita ci prefiguriamo come separazione definitiva dalla luce.
v. 40: non ti dissi che, se credi, vedrai la gloria di Dio? La gloria di Dio, che si
manifester attraverso la vicenda di Lazzaro (cf. v. 4), la fede in Ges come risurrezione e
vita (cf. vv. 25-26). Se crediamo in lui e viviamo del suo amore, siamo gi passati dalla morte
alla vita (cf. 1Gv 3,14). Il lezzo lascia il posto al profumo; invece del volto sfatto dalla morte,
vediamo luomo vivente, gloria di Dio.
v. 41: sollevarono la pietra. Sulla parola di Ges tolta la pietra, dietro la quale
pensiamo che ci sia tutto ci che temiamo. Tolta la pietra, la luce entra nelle tenebre.
Ges sollev gli occhi in alto. Noi sempre guardiamo in basso, verso la pietra, sulla
quale proiettiamo le nostre paure. Ges invece guarda in alto, verso il Padre della vita: Tengo
i miei occhi rivolti al Signore, perch libera dal laccio il mio piede (Sal 25,15).
Padre, ti ringrazio perch mi ascoltasti. Ges non chiede nulla. Ringrazia il Padre
perch sempre ascolta il Figlio, come il Figlio sempre ascolta il Padre; vivono infatti
dellunico Spirito, che il loro amore reciproco. la seconda volta che Ges ringrazia il
Padre. Nella prima ringrazi per il pane, segno del dono della sua vita di Figlio; ora ringrazia
perch questa comunicata a chi ascolta la sua voce.
v. 42: lo dissi a causa della folla che sta intorno, perch credano, ecc. Ges ringrazia il
Padre ad alta voce, perch chi lo ascolta, creda in lui, il Figlio inviato dal Padre.
v. 43: con gran voce url (cf. 12,13; 18,40; 19,6.12.15; cf. grid: 7,28.37; 12,44).
Questo urlo scaturisce da unazione di grazie al Padre della vita. Il Figlio delluomo urla; e
quanti sono nei sepolcri odono la sua voce di tromba: lanticipo della risurrezione finale (cf.
5,28s).

106
Lazzaro. Ges chiama Lazzaro, il morto, per nome; lo chiama presso di s, alla sua
sequela (cf. Mc 1,17; Mt 4,19): Hai gridato, hai infranto la mia sordit (santAgostino).
qui. Il suo luogo non il sepolcro, ma il Figlio. Anche i morti sono del Signore, suoi
discepoli, chiamati per nome.
fuori. Lazzaro chiamato ad uscire dal sepolcro, come noi a uscire dal ricordo di morte.
Ci che avviene a Lazzaro segno di ci che avviene in noi: tolta la pietra che ci separa da
quelli che ci hanno preceduto, ristabilita la comunione piena tra i fratelli. Tutti infatti, sia
che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con il Signore (cf. 1Ts 5,10): viviamo per
Dio, che un Dio dei vivi e non dei morti (cf. Lc 20,37s). Questa prospettiva di una morteper-la-vita ci toglie dallincubo di una vita-per-la-morte, che rende insensata e disperata la
nostra esistenza, incapace di gioire e di amare pienamente.
v. 44: usc il morto, legato ai piedi e alle mani con bende, ecc. Nel mattino di Pasqua,
bende e sudario non saranno sul corpo di Ges (20,5-7). Lazzaro, invece, porta ancora i segni
della morte, che torner a visitarlo: la sua risurrezione solo provvisoria.
Questimmagine di Lazzaro, tornato in vita con addosso il velo e i legami della morte,
mostra come noi pensiamo i morti: delle larve avvolte nellombra. Siccome sappiamo di finire
cos, conduciamo unesistenza triste, incapaci di camminare e vivere nellamore. I nostri piedi
e le nostre mani sono legati nel seguire il Signore e nello spezzare il pane; il nostro volto,
coperto dal sudario, non riflette la sua gloria.
slegatelo. lordine di Ges a coloro che guardano Lazzaro: lordine rivolto a noi, che
guardiamo ancora la morte come fine della vita. Siamo chiamati ad abbandonarne i segni e
lasciarli nel sepolcro: saranno il trofeo della vittoria pasquale (cf. 20,5-7). Allora saremo
capaci di gioire e amare, abbandonati al Padre ed ai fratelli, in ascolto della parola del Figlio,
nel quale crediamo e viviamo.
lasciate. Dobbiamo lasciare, congedare il defunto dal nostro modo di pensare la morte,
per essere anche noi riconciliati con la vita.
che se ne vada. La morte infatti non pi morte: come quella di Ges, che se ne va
verso il Padre della vita (cf. 7,33; 8,21; 13,3.33.36; 14,4-5.28; 16,5-10.17). In quel giorno
apriremo definitivamente gli occhi e non lo vedremo pi come in uno specchio, in maniera
confusa, ma faccia a faccia (1Cor 13,12). E saremo simili a lui, perch lo vedremo cos come
egli (1Gv 3,2). Sar il giorno della nostra nascita, in cui verremo alla luce piena della nostra
realt di figli di Dio.
Splendidamente santAmbrogio sente rivolte a s, peccatore, queste parole di Ges,
come chiamata a uscire da quella tomba che lui per se stesso: Possa tu, Signore, degnarti di
venire a questa mia tomba, di lavarmi con le tue lacrime, poich nei miei occhi inariditi non
ne ho tante da poter lavare le mie colpe! Se piangerai per me, sar salvo. Se sar degno delle
tue lacrime, canceller il fetore di tutti i miei peccati. Se sar degno che tu pianga qualche
istante per me, mi chiamerai dalla tomba di questo corpo e dirai: Vieni fuori (11,43), perch
i miei pensieri non restino nello spazio ristretto di questo corpo, ma escano incontro a Cristo e
vivano alla luce, perch non pensi alle opere delle tenebre, ma alle opere della luce. Chi pensa
al peccato, cerca di chiudersi nella propria coscienza. Chiama dunque fuori il tuo servo.
Quantunque, stretto nel vincolo dei miei peccati, io abbia avvinti i piedi, legate le mani e sia
ormai sepolto nei miei pensieri e nelle opere morte (Eb 9,14), alla tua chiamata uscir libero
e diventer uno dei commensali (12,2) nel tuo convito. E la tua casa si riempir di prezioso
profumo, se custodirai ci che ti sei degnato di redimere.
v. 45: molti dei giudei, che erano venuti, ecc. Molti dei giudei presenti credono in Ges.
v. 46: alcuni di loro andarono dai farisei. Alcuni invece lo denunciano: lo stesso segno
fa venire alla luce chi cieco e accieca chi crede di vedere.
v. 47: che facciamo? I capi dei sacerdoti e i farisei riuniscono il sinedrio per decidere il
da farsi. Al fare di Ges che d vita ai morti, si contrappone il fare di chi d morte ai vivi. Il

107
segno di Lazzaro, che rivela la gloria del Dio della vita, sar anche causa della glorificazione
del Figlio, ben presto elevato sul patibolo.
v. 48: verranno i romani e porteranno via, ecc. Ci che muove la loro decisione la
paura dei romani, che distruggeranno e tempio e popolo. Infatti, se Ges il Messia,
interverranno pesantemente per stroncare ogni pretesa di libert. Non hanno capito che i
romani faranno con loro esattamente come essi fanno con il Messia. Egli venuto non a
liberarli dai romani, ma a liberare loro e i romani dal gioco di morte che tutti facciamo. Il
Signore, che in una notte fece uscire Israele dallEgitto, non riuscir in quarantanni a far
uscire lEgitto dal cuore di Israele. E, se la sua storia anticipo di ci che accade a noi (1Cor
10,11), si pu pensare che, in duemila anni, non sia ancora riuscito a liberare il nostro cuore.
v. 49: Caifa, essendo capo dei sacerdoti in quellanno, ecc. il capo del sinedrio, che
detiene il potere, anche se subordinato ai romani. Ambedue, sinedrio e imperatore romano,
sono sudditi della morte. Ma essa, alla fine, sar assoggettata al Signore della vita, che
venuto a vedere il luogo dove abbiamo posto luomo.
v. 50: conviene che un solo uomo muoia per il popolo. Caifa dice il significato della
morte di Ges: luomo, il solo, che muore a vantaggio di tutti, perch nessuno perisca.
v. 51: non disse questo da se stesso, ecc. Suo malgrado, in quanto capo dei sacerdoti,
quella di Caifa una profezia, che levangelista annota e interpreta. la profezia che, da
Abele allultimo giusto, svela la verit della storia: sempre il giusto che paga lingiustizia.
Egli porta il male degli altri, a salvezza di tutti.
v. 52: non solo per la nazione, ma per radunare in unit, ecc. Nel disegno di Dio la
morte di Ges non solo salva il popolo ebraico, ma raduna in unit i suoi figli dispersi nel
mondo. Figli di Dio sono tutti gli uomini, che tali diventano, al di l di ogni distinzione di
religione e di razza, credendo nel Figlio e amando i fratelli e il Padre. Per questo importante
lannuncio del Vangelo, perch tutti conoscano la verit che fa liberi. Ci che c, per chi lo
ignora, come se non ci fosse. Delle cose necessarie rimane per il desiderio, che, almeno
alla fine, sar appagato.
v. 53: da quel giorno dunque deliberarono di ucciderlo. Il giorno in cui Ges dona la
vita, lo stesso in cui decidono la sua morte. Vita per vita; vita a caro prezzo, a prezzo della
propria morte. Finisce cos il suo giorno e viene la sua ora, in cui sveler la Gloria.
v. 54: Ges non camminava pi, ecc. Ges scompare; si ritira in una regione vicina al
deserto, nella citt di Efraim, in Samaria, dove si era rivelato salvatore del mondo.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando il cammino di Ges verso il villaggio e dal villaggio alla
tomba.
c. Chiedo ci che voglio: credere alle parole di Ges, risurrezione e vita di chi crede in
lui.
d. Contemplo di seguito le varie scene: Ges e i discepoli, Ges e Marta, Ges e Maria,
Ges e Lazzaro.
Da notare:
Maria, Marta e Lazzaro di Betania
Maria profum i piedi di Ges e li asciug con i suoi capelli
Lazzaro era infermo
Signore, colui che ami infermo
questa infermit non per la morte, ma per la gloria di Dio e la glorificazione del
Figlio
Ges amava Marta e sua sorella e Lazzaro
Ges aspetta che lamico muoia

108
le obiezioni dei discepoli ad andare in Giudea: temono la morte
Lazzaro dorme: vado a risvegliarlo
Lazzaro morto: andiamo da lui
andiamo anche noi a morire con Ges
Marta va incontro a Ges
se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma so che Dio ti concede quanto
gli chiedi
risorger tuo fratello
so che risorger nellultimo giorno
io sono la risurrezione e la vita
chi crede in me, anche se muore, vivr
chiunque vive e crede in me non morir in eterno
credi questo?
credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio
Marta chiama Maria, che va veloce da Ges
tutti piangono; Ges, turbato, lacrima
dove lavete posto?
vieni e vedi
togliete la pietra
gi puzza: di quattro giorni
Ges prega ad alta voce il Padre, perch noi ascoltiamo e crediamo in lui
Lazzaro, qui, fuori!
slegatelo e lasciatelo andare
molti credettero in lui
la decisione di uccidere Ges per salvare tutti
Ges si ritira con i suoi discepoli, in attesa della Pasqua imminente.

4. Testi utili
Sal 16; 23; 1Re 17,17-24; 2Re 4,18-37; 2Mac 7,1ss; Is 25,6-12; Ez 37,1-14; Sap 3,1-9;
4,7-19; 5,15s; Gv 5,24-29; 6,48-58; Mc 5,21-43; Lc 7,11-17; 1Cor 15,1ss; Rm 6,1-11.

109

29. UNSE I PIEDI DI GES


11,55-12,11
11,55

56

57

12,1
2

4
5
6

8
9

Era vicina la Pasqua dei giudei


e salirono molti dalla regione a Gerusalemme,
prima della Pasqua,
per santificarsi.
Cercavano dunque Ges
e dicevano lun laltro stando nel tempio:
Che vi pare?
Non verr per la festa?
Ora i capi dei sacerdoti e i farisei
avevano dato ordini
che, se uno sapesse
dovera,
avvisasse,
per catturarlo.
Allora Ges, sei giorni prima della Pasqua,
venne a Betania, dove stava Lazzaro,
[il morto] che Ges aveva risuscitato dai morti.
L gli fecero dunque un banchetto
e Marta serviva
e Lazzaro era uno di quelli
che giacevano (a mensa) con lui.
Allora Maria, presa una libbra di unguento
di nardo genuino, molto pregevole,
unse i piedi di Ges
e asciug con i propri capelli i suoi piedi.
Ora la casa si riemp
del profumo dellunguento.
Ora dice Giuda lIscariota,
uno dei suoi discepoli,
quello che stava per consegnarlo:
Perch questo unguento
non si venduto per trecento denari
e si dato ai poveri?
Ora disse questo non perch gli importava dei poveri,
ma perch era ladro
e, avendo la borsa,
portava (via) le cose messe (dentro).
Allora Ges disse:
Lasciala,
che lo custodisca
per il giorno della mia sepoltura.
I poveri infatti (li) avete sempre con voi,
me invece non avete sempre.
Allora seppe molta folla dei giudei
che era l
e vennero non solo per Ges,

110

10
11

ma anche per vedere Lazzaro,


che dest dai morti.
Ora deliberarono i capi dei sacerdoti
di uccidere anche Lazzaro,
perch per causa sua molti dei giudei
se ne andavano e credevano in Ges.

1. Messaggio nel contesto


Unse i piedi di Ges: Maria unge i piedi di colui che presto laver i piedi dei suoi
discepoli; profuma i piedi del Messia, che il giorno dopo entrer a Gerusalemme per regnare.
Il racconto, uno dei pi sorprendenti e delicati del Vangelo, segna linizio dellultima
settimana di Ges: il principio della nuova creazione, la luce che illumina ci che il Signore
venuto a compiere a Gerusalemme. Questa donna la prima che fa qualcosa per Ges, il
quale se ne compiace: dice che ha fatto unopera bella (cf. Mc 14,6; Mt 26,10). lopera
bella per eccellenza, che riporta la creazione alla bellezza originaria da cui scaturita:
finalmente una creatura risponde allamore del suo Creatore! In questo gesto la creazione
raggiunge il fine per cui fatta. Dio amore amante, presente ovunque amato. Ci che da
sempre avviene tra Padre e Figlio, ora accade sulla terra, per la prima volta, tra il Signore e
questa donna: Il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cinger luomo (Ger
31,22b).
Il gesto, disapprovato da Giuda, unico discepolo nominato nella scena, pienamente
approvato da Ges. Solo lui capisce la donna, come solo la donna capisce lui: con la sua
passione per lui, lo consacra, quasi lo genera al suo cammino di passione.
La scena inizia e finisce richiamando latteggiamento delle folle, per ora favorevoli a
Ges (11,55s; 12,9), opposto a quello dei capi, che vogliono catturarlo e ucciderlo (11,57; 12,
10s).
Il contesto immediato dellunzione il banchetto per la risurrezione di Lazzaro. la
festa per il ritorno alla vita, che si celebra mangiando (cf. Mc 5,43). Ricorda gli incontri dei
discepoli con il Risorto (cf. 21,9-14; Lc 24,29-31.41-43): Ecco, sto alla porta e busso. Se
qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verr da lui, cener con lui ed egli con me
(Ap 3,20).
In questo banchetto si descrive la vita nuova della comunit, rappresentata dal servizio
di Marta e dallamore di Maria. Servizio e amore saranno il tema della seconda parte del
Vangelo, la rivelazione della Gloria, di cui la prima parte segno.
Servizio del prossimo e amore di Dio sono i cieli nuovi e la terra nuova, compimento di
ogni promessa (cf. Is 65,17; 66,22; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Infatti da questo noi sappiamo che
siamo passati dalla morte alla vita, perch amiamo i fratelli (1Gv 3,14), non solo a parole
n con la lingua, ma con i fatti e nella verit (1Gv 3,18); daltra parte da questo conosciamo
di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti (1Gv 5,2). Con la
risurrezione di Lazzaro, figura di quella di Ges, inizia il Regno, caratterizzato dal servizio
fraterno, risposta damore a colui che per primo si fatto servo.
Il servizio di Marta solo menzionato, il gesto di Maria invece posto in particolare
rilievo. Certamente esprime riconoscenza per la restituzione del fratello alla vita. Ma ci non
spiega perch Maria abbia fatto questo gesto, il cui significato tanto grande da essere
dichiarato da Ges come prefigurazione del suo mistero. Si tratta di un atto damore gratuito,
esagerato fino allo spreco, che riconosce in lui il Messia, il Figlio di Dio, che viene a dare la
vita per i fratelli. Ges connette direttamente questa unzione con la propria morte. Si tratta
per di un preannuncio implicito della sua risurrezione: Maria infatti unge il Vivente, non un
corpo morto, come invece far Nicodemo (19,39s).
Il vero protagonista del racconto il profumo, che di sua natura si dona, diffondendo
piacere e gioia. simbolo del Dio amore, che non pu non amare e non comunicarsi a tutti.

111
Ma di amore dato non si vive: si pu solo morire. Chi ama d la vita e vive solo se
corrisposto. Dio amore, pienamente amante e amato nella Trinit; sulla terra effonde il suo
profumo e vive ovunque amato. Dove c amore, l c Dio.
Il gesto di Maria il principio della creazione nuova, che inizia quando la sposa
risponde allo Sposo, che la ama di amore eterno (cf. Ger 31,3). In questa donna Dio trova ci
che da sempre cerca: essere amato da chi ama. Ci che Maria fa, anticipa non solo ci che
Ges far tra poco, ma anche ci che la Parola, alla fine del Vangelo, compir in chi lascolta.
Questo racconto chiude la prima parte del Vangelo e apre alla seconda. Siamo a sei
giorni dalla terza Pasqua, lultima delle sei feste menzionate nel Vangelo di Giovanni. La
Pasqua dei giudei, in cui il popolo sacrifica lagnello a Dio, diventer la Pasqua del
Signore, con il sacrificio dellagnello di Dio (19,28-30), che muore per la salvezza di tutti
(11,51s). Con lunzione di Betania comincia il racconto degli ultimi sei giorni di Ges, che
richiama i sei iniziali (1,19-2,12). I primi sei terminavano con le nozze di Cana e lannuncio
dellora; gli ultimi sei, in cui viene lora, cominciano con questa scena nuziale a Betania.
Il settimo giorno, vuoto, sar il riposo della tomba e ceder il posto allottavo giorno, senza
tramonto, che inizier, a sua volta, con la scena nuziale di Maria, che finalmente abbraccia
colui che ha cercato (20,1-18).
Sei il numero delluomo, creato al sesto giorno. per anche il numero del Figlio
delluomo, con i sei giorni iniziali e finali, le sei feste e lora sesta della sesta festa, nella quale
lagnello condotto al macello. La creazione delluomo si compie nel Figlio delluomo, nella
sua Pasqua: il suo sangue lo libera per il nuovo esodo, la nuova alleanza e la nuova festa.
Questa ormai non sar pi al settimo giorno, ultimo della settimana, ma al primo dopo il
sabato: la domenica, il giorno del Signore, inizio del tempo nuovo. Se il numero sei indica
incompiutezza e il sette compimento, lotto linizio oltre il compimento.
Il testo si articola in tre parti. La prima (11,55-57) espone le diverse attese nei confronti
di Ges: c chi lattende per la festa, chi per ucciderlo. La seconda (12,1-8) la celebrazione
del dono della vita, con il banchetto e lunzione. La terza (12,9-11) descrive laccorrere delle
folle per vedere Ges e Lazzaro, con la successiva decisione dei capi di eliminare ambedue.
Chi non aderisce alla festa per il dono della vita, si mette dalla parte di chi uccide.
Ges lo Sposo, il cui nome profumo effuso (Ct 1,3). Tra sei giorni sar spezzato il
vaso del suo corpo e ne uscir la gloria di Dio, la cui fragranza si espander per il mondo
intero.
La Chiesa rappresentata da Maria, la sposa, che risponde allamore dello Sposo.

2. Lettura del testo


11,55: Era vicina la Pasqua dei giudei, ecc. Il c. 11 termina con questannotazione: la
Pasqua vicina. I molti, che salgono a Gerusalemme, saranno ormai purificati non dai loro
riti, ma dal fiume dacqua viva che scaturir dal tempio (Ez 47,1-12), dal sangue e dallacqua
che sgorgher dal fianco dellagnello immolato (19,34).
v. 56: cercavano Ges (ci. 7,11; 12,9). Dopo la risurrezione di Lazzaro, tutti cercano
Ges. Come non si pu cercare colui che d vita, che risurrezione e vita?
non verr per la festa? Verr per la festa. E sar la Pasqua, nella quale si realizza ci di
cui la risurrezione di Lazzaro stata il segno dei segni.
v. 57: i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordini, ecc. I capi, che sono ladri e
briganti, hanno deciso di ucciderlo. Cercano complici per arrestare il pastore bello, che
espone, dispone e depone la vita a favore delle sue pecore. Egli il Figlio, che compie il
comando del Padre (cf. 10,7-18).
12,1: Ges, sei giorni prima della Pasqua. Ges, nel testo greco, nominato al
principio e alla fine del versetto. Siamo allinizio dellultima settimana, in cui compie la sua
opera. Richiama il primo giorno delle origini, quando Dio fece la luce. La luce fa esistere e

112
vedere il creato. Questo racconto fa esistere il Signore stesso nel cuore di una donna e fa
vedere sulla terra la sua gloria.
venne a Betania. Linizio del versetto richiama 1,28, dove si parla di Giovanni che, in
unaltra Betania, riconobbe Ges come Figlio di Dio. Betania significa casa del povero. Il
Signore viene nella nostra casa, riempiendola della sua ricchezza.
dove stava Lazzaro, [il morto] che Ges aveva risuscitato dai morti. Si collega la scena
con la risurrezione di Lazzaro. Qui si festeggia la vittoria sulla morte. Lazzaro, il morto, vive
oltre la stessa morte. Il suo ritorno in vita segno della condizione di chi vive e crede in Ges:
anche se muore, vive (11,25s). Sciolto dai lacci della morte, pu andare verso il suo destino,
che quello di essere presso il Padre, insieme al Figlio.
v. 2: fecero dunque un banchetto. Non si dice chi fa il banchetto. Si accenna a Marta,
che serve, e a Lazzaro, che giace con Ges a mensa, mettendo in risalto Maria e il suo
amore, principio di tutto, sia per Dio che per luomo.
La parola banchetto esce qui e nellultima cena (13,2.4; cf. 21,20). Qui domina il
gesto damore di Maria, l il Signore ci amer fino al compimento e dar il comando
dellamore: il Maestro lava i nostri piedi, la donna profuma i suoi piedi.
Questo banchetto unazione di grazie per il dono della vita, anticipo della festa che la
comunit celebrer dopo Pasqua. Sono i vivi che mangiano e fanno festa.
Marta serviva (cf. Lc 10,40). Il servizio di Marta, appena nominato, e lamore di Maria,
ampiamente descritto, costituiscono la vita nuova dei credenti, coloro che sono passati dalla
morte alla vita. Servire la manifestazione concreta dellamore (Gal 5,13s; 6,2), in cui si
celebra colui che si fatto servo (cf. 13,12-19).
Lazzaro era uno di quelli che giacevano (a mensa) con lui. Lazzaro in posizione
privilegiata: prefigura coloro che sono gi con il Signore. Ges aveva ordinato di slegarlo e
lasciarlo andare l dove doveva andarsene. Ora giunto a essere sempre con lui (cf. 1Ts
4,17). Anche il povero Lazzaro, di cui parla Lc 16,19ss, portato in alto, in seno ad Abramo.
Le sorelle non celebrano un banchetto funebre, ma una festa per il Signore e per il
fratello, amico del Signore che lo ama.
v. 3: Maria, presa una libbra di unguento. un olio profumato. Una libbra un terzo di
chilogrammo. Richiama le 100 libbre di mirra e aloe con cui Nicodemo unger il corpo morto
del Signore (19,39). Se quella di Nicodemo unonoranza funebre, quella di Maria unesplosione di vita.
Profumo in ebraico si dice shemen, che richiama shem, il Nome. Nel Cantico dei
Cantici lo Sposo chiamato profumo effuso (Ct 1,3). Il nome, lessenza di Dio, profumo.
Infatti amore, che di sua natura impregna tutto della sua presenza.
di nardo. un profumo molto prezioso. Viene dallIndia. La qualit migliore cresce
sulle pendici dei monti a 5.000 metri: viene da lontano e da molto in alto! fatto con le radici
del fiore di nardo. Il fiore muore per dare un profumo particolarmente gradito agli uomini.
genuino. In greco c pistiks, che significa autentico e fedele. La parola non si usa per
oggetti, ma per indicare lamore autentico e fedele di Dio. Lamore stesso la fede genuina.
molto pregevole. Giovanni non sottolinea tanto il costo, quanto il pregio grande del
profumo. Giuda ne valuter il costo in 300 denari, e anche pi (cf. Mc 14,5). il salario
medio di un anno di lavoro.
Questa scena richiama quella di Luca 7,36ss, che avviene nella casa di Simone il
fariseo, ed parallela a quella di Marco e Matteo, che avviene nella casa di Simone il
lebbroso (Mc 14,3; Mt 26,6).
Maria compie un atto folle. Lunica misura dellamore il non aver misura. una
risposta allamore dello Sposo, che viene a Gerusalemme per dare la sua vita: Mentre il re
nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo (Ct 1,12). Lamore sempre sollecito
nellintuire e nellanticipare.

113
unse i piedi di Ges. Ges laver presto i piedi ai suoi discepoli (13,1ss). Lavare i piedi
una manifestazione di affetto tra sposo e sposa. Ges, lavando i piedi, manifesta la sua vita
posta a servizio dellamore: li lava con lacqua, segno della sua morte. Qui, invece dellacqua,
c il profumo di gioia e di vita. Infatti di amore si muore; della risposta damore che si vive.
Con Maria finalmente lamore amato e vive. Essa la prima che fa per Ges ci che Ges
ha fatto per noi. Il suo amore lo consacra Messia e Signore: accoglie lo Sposo, che pu
finalmente dimorare tra noi. Ora il suo profumo riempie la nostra casa.
asciug con i propri capelli i suoi piedi. Sciogliere i capelli seduzione e intimit.
Maria non asciuga i piedi dalle lacrime (cf. Lc 7,38), ma dallunguento sovrabbondante che ne
fluisce. Lo stesso unguento profuma i piedi dello Sposo e il capo della sposa.
Un re stato preso dalle tue trecce (Ct 7,6): il Signore conquistato, irretito, e dice:
Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo
sguardo, con una perla sola della tua collana! Quanto sono soavi le tue carezze, sorella mia,
sposa, quanto pi deliziose del vino le tue carezze. Lodore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli
aromi (Ct 4,9-10).
ora la casa. La festa per il dono della vita non si celebra nel tempio, ma nella casa,
luogo delle relazioni quotidiane, che formano la nostra identit. L stanno gli amici che Ges
ama; l Ges amato e l c il profumo, perch Dio amore. La casa del povero non ha pi
lodore acre del fariseo Simone che giudica (cf. Lc 7,39s), n la puzza di Simone il lebbroso
(cf. Mc 14,3), n il lezzo del fratello, che Marta temeva (11,39): piena di profumo. Nella
casa, dove prima regnavano lutto e morte, risuonano le grida di gioia, le voci dello Sposo e
della sposa e si diffonde la fragranza del profumo (cf. Ger 25,10 LXX).
si riemp del profumo. Riempire, in greco, la stessa parola che indica compiersi.
Questa casa il compimento del profumo, del Nome: vi regnano il servizio e lamore.
Lamore amato; il profumo riempie la casa e trabocca sul mondo intero (cf. Mc 14,9): Dio
tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28).
Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per
mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero. Noi siamo infatti davanti a
Dio il profumo di Cristo (2Cor 2,14s). Questo profumo, che di vita per chi ama il Signore,
sar odore di morte per chi lo rifiuta (cf. 2Cor 2,16).
v. 4: dice Giuda lIscariota, ecc. Lobiezione, posta da Giovanni in bocca a Giuda, da
Matteo attribuita ai discepoli (Mt 26,8) e da Marco agli astanti (Mc 14,4). Tra di essi siamo
anche noi, i lettori. Giuda per Giovanni il prototipo dellincomprensione dei discepoli:
infatti uno dei suoi discepoli.
quello che stava per consegnarlo. Consegnare la parola usata per indicare il gesto di
Giuda che tradisce Ges (6,64.71; 12,4; 13,2.11.21; 18,2.5.36; 21,20). Indica pure la sua
consegna a Pilato (18,30.35; 19,11), che lo consegna alla croce (19,16), da dove il Signore ci
consegner il suo Spirito (19,30). Alle nostre consegne di morte, egli risponde con la
consegna della sua vita.
v. 5: perch questo unguento non si venduto per trecento denari, ecc. Pi di duecento
denari servivano per sfamare la folla (6,7), trenta pezzi dargento fu la vendita di Ges (cf. Mt
26,15). Questo profumo vale molto di pi, perch fedele e di grande pregio, come lamore.
Giuda invece lo monetizza. E parla di vendere, per dare ai poveri.
Ci sono due modi opposti di pensare e agire, due diverse economie: da una parte calcolo
e vendita, dallaltra amore e spreco (cf. Mc 14,4; Mt 26,8). Una leconomia delluomo, che
uccide; laltra quella di Dio, che d vita. Allo stesso modo ci sono due diversi odori: quello di
vita per la vita e quello di morte per la morte.
Il problema non dare ai poveri qualcosa, ma darsi per amore. In Lc 10,40 Marta,
tutta indaffarata, contrappone il suo servizio allatteggiamento di Maria, che sta seduta e
gioisce della presenza di Ges. Qui Giuda contrappone laiuto dei poveri allamore per il
Signore. Non ha capito che qualunque servizio, se non nasce dallamore, puzza di morte.

114
v. 6: disse questo non perch gli importava dei poveri, ecc. Laiuto ai poveri una
maschera per i propri furti. Giuda ladro, come i capi del popolo (cf. 10,1.8.10), e personifica
il male che nel cuore delluomo: un diavolo (cf. 6,70), menzognero e omicida, come il
padre della menzogna che lo ispira (8,44s).
avendo la borsa. Giuda teneva la borsa comune, da cui si attingeva per vivere e dare ai
poveri (cf. 13,29). Egli, invece di condividere, ruba. Lelemosina spesso un buon pretesto
per il furto, gi fatto o ancora da fare. legge economica inderogabile: si pu dare solo con
profitto, per avere indietro di pi. Per questo nella Scrittura c connessione abituale tra
ricchezza e mammona, tra denaro e demonio. Non perch i beni siano cattivi, ma per luso
ladronesco che ne facciamo; il denaro, che media ogni bene, diabolico nella misura in cui,
invece di mettere in comunione i fratelli, li divide tra di loro.
v. 7: lasciala, che lo custodisca per il giorno della mia sepoltura. Ges approva il gesto
della donna e la difende. E lo legge come intuizione damore del suo destino. Lei unge il suo
corpo per la sepoltura, mentre vivo. Il problema non onorare un defunto, ma amare il
Vivente. Quanto la donna compie annuncio di risurrezione, risposta damore a un amore che
sa dare la vita. Maria va lasciata compiere questo gesto, che la fa nascere come sposa, allo
stesso modo di suo fratello Lazzaro, del quale Ges dice: Lasciate che se ne vada, per
giacere al banchetto con lui. Il suo profumo da custodire (= osservare) sempre, fin dentro
la tomba e oltre: il comando dellamore, che fa vivere Dio in noi e noi in lui.
v. 8: i poveri infatti (li) avete sempre con voi. Come sempre abbiamo con noi il Signore
(cf. Mt 28,20), che da ricco si fatto povero per arricchirci con la sua povert (cf. 2Cor 8,9),
cos abbiamo sempre con noi i poveri. La loro povert la nostra ricchezza. La nostra
ricchezza ingiusta infatti ci viene da ci che abbiamo tolto a loro; la nostra ricchezza vera ci
viene da ci che condividiamo con la loro povert (cf. Mt 25,40).
me invece non avete sempre (cf. 12,35). Ges tra sei giorni torner al Padre. Ma sar
sempre con noi, nel dono del suo Spirito che ci fa amare laltro, cominciando dallultimo.
Lamore che Maria dimostra per il Figlio, lo Sposo, sar lo stesso che avremo verso i suoi
fratelli. La storia di Cristo continua in tutti i poveri cristi della terra, nei quali egli ci viene
incontro per salvarci: con essi il Signore si identificato (cf. Mt 25,31-45).
v. 9: seppe molta folla dei giudei che era l, ecc. Questa casa, dove si celebra la vita nel
servizio e nellamore, esercita una forza attrattiva sulle folle. immagine della Chiesa, che ha
custodito e osservato il profumo di Dio, lamore reciproco.
v. 10: deliberarono i capi dei sacerdoti di uccidere anche Lazzaro. Per i capi, anche
Lazzaro deve subire la sorte di Ges (cf. 11,53). Chi non ascolta Mos e i profeti, non sar
persuaso neppure da uno che risuscita dai morti (cf. Lc 16,31). Anzi, cercher sempre di
eliminare i testimoni della vita (cf. 16,1-4.33).
v. 11: per causa sua molti dei giudei se ne andavano e credevano in Ges. Allatteggiamento dei capi, si contrappone quello di molti. Questi sono attirati a Ges da
Lazzaro, il morto che risorto. Anchessi, liberati come lui e sciolti dalle bende di morte, se
ne vanno dietro a Ges, per un cammino di luce.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando il banchetto nella casa di Betania.
c. Chiedo ci che voglio: lamore di Maria per il Signore Ges.
d. Contemplo la scena, guardando, considerando, odorando il profumo.
Da notare:
sei giorni prima della Pasqua
il banchetto a Betania per celebrare il dono della vittoria sulla morte
Marta serve

115
Lazzaro giace a mensa con Ges
Maria prende una libbra di unguento
nardo fedele, molto pregevole
unge i piedi di Ges
li asciuga con i suoi capelli
la casa si riempie del profumo
la reazione di Giuda: vendere e dare ai poveri
Giuda ladro, menzognero e presto omicida
Ges difende la donna
lasciala, che lo custodisca per la mia sepoltura
i poveri li avete sempre con voi, me invece non avete sempre
la folla che accorre per vedere Lazzaro
la decisione di uccidere anche Lazzaro.

4. Testi utili
Sal 45; 133; Cantico dei Cantici; Mc 14,3-9; Lc 7,36-50.

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30. IL TUO RE VIENE,


SEDUTO SU UN PULEDRO DASINA
12,12-19
12,12

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15
16

17

18
19

Il giorno dopo, la molta folla


che era venuta per la festa,
avendo udito che Ges
arriva a Gerusalemme,
presero i rami delle palme
e uscirono allincontro con lui
e gridavano:
Osanna!
Benedetto colui che viene
nel nome del Signore
[e] il re dIsraele.
Ora, incontrato Ges un asinello,
sedette sopra di esso,
come scritto:
Non temere, figlia di Sion.
Ecco il tuo re viene,
seduto su un puledro dasina.
Queste cose i suoi discepoli
non (le) capirono prima,
ma quando Ges fu glorificato,
allora si ricordarono
che queste cose erano state scritte su di lui
e queste cose gli avevano fatto.
Testimoniava dunque la folla
che era con lui
quando chiam Lazzaro
fuori dal sepolcro
e lo dest dai morti.
[Appunto] per questo la folla gli and incontro,
perch udirono
che egli aveva fatto quel segno.
Allora i farisei dissero tra loro:
Vedete che non giovate a nulla?
Ecco: il mondo si allontan dietro di lui!

1. Messaggio nel contesto


Il tuo re viene, seduto su un puledro dasina. Queste parole annunciano la venuta del
Messia (cf. Sof 3,14; Zc 9,9). 1 discepoli vedono realizzarsi sotto i loro occhi la grande
promessa; ma non la capiscono, anche se i profeti lhanno predetta. La Scrittura e gli
avvenimenti della vita di Ges, che ne sono il compimento, saranno capiti solo dopo la sua
glorificazione, ormai prossima.
Ges il re, lunto del Signore che viene. Viene verso la sua citt, portando su di s il
profumo con il quale Maria lha consacrato il giorno prima a Betania. Le folle gli vengono
incontro, lo acclamano e lo seguono per le opere che ha compiuto, lultima delle quali il

117
dono della vita a Lazzaro. Gi prima, quando aveva dato il pane, volevano farlo re (6,15).
Ges capace di garantire il cibo per vivere e di far vivere chi muore. Cosa si vuole di pi dal
Messia, da Dio stesso?
Le folle gli vanno incontro come a un re che viene in visita: portano rami di palma,
segno di vittoria. Lo acclamano re di Israele, colui che viene nel nome del Signore, per
liberare il popolo dalloppressione mortale in cui si trova (Sal 118,26). Finalmente viene
latteso discendente di Davide (cf. 2Sam 7,8-16), che trionfer dei nemici (cf. Sal 2) e regner
per sempre. La sorpresa, anzi lo scandalo, sar vedere che il Signore far testata dangolo
proprio la pietra che i costruttori hanno scartato, come dice lo stesso salmo con il quale
acclamano Ges (Sal 118,22).
Il titolo di re appare sedici volte in Giovanni, di cui dodici nella passione. Re
innanzitutto il Signore, del quale non bisogna farsi immagini, perch lunica immagine a sua
somiglianza luomo che ne ascolta la Parola. Luomo per, fin dallinizio, non ha ascoltato
la sua Parola e si fatto molte immagini di Dio, riducendolo a propria somiglianza. Fare Dio
simile a noi, invece di fare noi simili a lui, lorigine dei nostri mali.
Il risultato di questa perversione nel concepire Dio e luomo prende corpo nella figura
del re (cf. 1Sam 8,1ss; Gdc 9,8-15). Egli sarebbe luomo ideale, ideale di ogni uomo. dio in
terra e gode delle sue prerogative: libero e potente, in grado di disporre di tutto e di tutti.
Dio per esattamente il contrario di ci che noi pensiamo. Il suo modo di regnare diverso
dal nostro, come il pastore bello diverso dai ladri e dai briganti (cf. 10,1ss). vero che il
Signore re. Ma non usa la violenza per conquistare e mantenere il dominio, n si impone
sugli altri perch ha il potere di ucciderli. Il suo simbolo lasinello, mite e umile (Zc 9,9):
non spadroneggia, ma serve, non pratica violenza ma ama, non d morte ma vita. Ges un
Messia politico, che da sempre mette in crisi le nostre concezioni politiche. Propone infatti
un nuovo modo di rapporti civili: a un mondo fatto di padroni e di antipadroni, che produce
libert per pochi e schiavit per gli altri, succede un mondo di uomini liberi, a servizio gli uni
degli altri nel reciproco amore (cf. 13,l-15;Fil 2,5-11; Gal 5,13). Invece del delirio di
onnipotenza del superuomo, che suppone un sottouomo, c laccettazione cordiale della
propria umanit e dei limiti naturali come luogo di solidariet.
Solo dopo la gloria della croce i discepoli capiranno perch, in risposta alle folle che lo
acclamano re, Ges si trovi un asinello e cavalchi su di esso. Mostra cos il suo modo di
regnare. Ges lunto di Dio e il salvatore del mondo proprio in quanto va verso la sepoltura
(cf. v. 7). umile: accetta la condizione umana, che quella di finire sotto terra, come
lamico Lazzaro e tutti. Ges non nega n rimuove i limiti propri delluomo; la stessa morte
per lui luogo di umanit, di comunione con i fratelli, frutto della sua comunione con il
Padre.
Il seguito del testo mostrer come Ges Messia e salvatore del mondo proprio in
quanto crocifisso (vv. 20-36), con una gloria incomprensibile (vv. 37-50).
Giovanni pone il racconto in un contesto diverso dagli altri Vangeli, immediatamente
dopo lunzione di Betania e prima della predizione del suo innalzamento e rifiuto. Inoltre
offre delle variazioni proprie, che rileveremo nella lettura del testo.
Il suo intento mostrare che la gloria del re, insieme alle Scritture che ne parlano,
comprensibile solo dopo levento pasquale.
Ges il re che viene nel nome del Signore. Per questo diverso dai re che vengono nel
nome degli uomini.
La Chiesa, come ogni uomo, chiamata a capire lambiguit di fondo che c nellidea
di Dio e di uomo; deve decidersi per il Signore che libera e d vita, preferendolo ai vari
signori che opprimono e danno morte.

118

2. Lettura del testo


v. 12: Il giorno dopo. il giorno dopo lunzione di Maria, che ha consacrato Ges
come lo Sposo che d la vita (cf. v. 7). Confortato dal suo amore, d inizio al suo regno: entra
nella citt di Davide, dove sar incoronato e intronizzato, coronato di spine e innalzato sulla
croce.
la molta folla che era venuta per la festa, avendo udito che Ges arriva a
Gerusalemme. La citt piena di pellegrini venuti per celebrare la Pasqua, festa di liberazione
dalla schiavit. Nella scena precedente Ges aveva celebrato nella casa di Betania la festa
per il dono della vita. Ora va verso Gerusalemme, per la sua Pasqua. Si chiude cos il suo
cammino, iniziato con la prima salita a Gerusalemme (2,12s), dopo aver compiuto il principio
dei segni in Galilea (cf. 2,1-12).
Giovanni non descrive il suo entrare in citt, ma luscire della folla per incontrarlo.
v. 13: presero i rami delle palme. Con palme, canti e suoni si celebr la vittoria di
Simeone, perch era stato eliminato un grande nemico (1Mac 13,51). Con palme una folla
immensa, di ogni popolo e lingua, celebra la salvezza di Dio e dellAgnello (Ap 7,9). Qui si
celebra, anticipatamente, la vittoria sul capo di questo mondo, che sar gettato fuori (cf. v.
31).
Queste palme sono il lulab (cf. Lv 23,40), un mazzo di rami di palma, salice e mirto che
si tiene nella mano sinistra e un frutto di cedro nella mano destra. Nella festa delle Capanne
(cf. Lv 23,39-43), come pure in quella della Dedicazione, il lulab viene agitato al canto del
Sal 118, che un inno di grazie per la vittoria. Giovanni in questo versetto intende unire
insieme i significati delle tre grandi feste: Pasqua, Capanne e Dedicazione.
uscirono allincontro con lui. Al suo arrivare corrisponde luscire dalla citt per andargli
incontro, come a un sovrano che torna da una grande vittoria. Ha infatti vinto la morte (cf. v.
17).
gridavano: Osanna! uninvocazione di salvezza, diventata un grido di giubilo, unacclamazione per il Signore che salva. Questa parola tratta dal Sal 118,25, che chiede la
liberazione da unoppressione mortale.
benedetto colui che viene nel nome del Signore (Sal 118,26a). Colui che viene il
Messia, il salvatore atteso (cf. 1,25.27; 3,31; 6,14; 11,27). Ges il Figlio, che viene nel
nome del Padre suo (5,43; 10,25; 17,11.12).
il re dIsraele. Questacclamazione della folla, aggiunta al Salmo 118, presa da Sof
3,15, che parla del resto di Israele, un popolo povero e umile che sar salvato dal Signore:
Re dIsraele il Signore in mezzo a te (Sof 3,15). In Israele solo Dio regna (cf. Sal 24; 47;
93; 96; 97; 99; 118). Ges il Figlio, che porta ai fratelli il regno del Padre.
A Dio dispiace quando il suo popolo, per essere come tutti gli altri, vuole un re che lo
domini. come rifiutare la sua regalit, rinunciare alla propria immagine e somiglianza con
lui. Se Dio d vita e libert, gli altri re danno morte e oppressione (cf. 1Sam 8,1ss; Gdc 9,815). Per questo Dio aveva promesso a Davide un discendente che avrebbe liberato il popolo e
regnato in eterno: il Messia atteso (cf. 2Sam 7,8-16).
Ges acclamato esplicitamente come Messia politico: re dei Giudei sar il suo titolo
sulla croce (19,19), dove apparir la sua gloria e non ci sar pi alcun fraintendimento. Lincontro dIsraele con il suo re un equivoco: lo acclamano come re glorioso, ma non
capiscono la sua gloria.
Qui Ges non pu fuggire altrove, come dopo il dono del pane, quando si ritir da solo
sul monte (6,15). stretto dalla folla e deve andare a Gerusalemme, dove sar elevato da
terra. Neppure fa un discorso di chiarimento, come a Cafarnao (6,22ss). Ha gi detto che lui
re in quanto pastore che espone, dispone, e depone la sua vita a favore delle sue pecore, per
riprenderla di nuovo (cf. 10,7-18). Ma queste parole saranno capite quando ne vedranno, tra
pochi giorni, la realizzazione.

119
Ora, senza dire alcuna parola, come Maria a Betania, compie in silenzio un gesto inteso
a chiarire lambiguit.
v. 14: incontrato Ges un asinello. Ges ha le sue riserve su queste acclamazioni. I suoi
pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie (Is 55,8). Esprime la
propria regalit con la scelta di un asinello. La cavalcatura regale in genere la mula (cf. 1Re
1,33-38). Ges incontra lasinello. il grande incontro: ovunque lo incontra, il Signore viene
a regnare. Lasinello, umile animale da servizio, indica il messianismo di colui che mite e
umile di cuore (cf. Mt 11,29). vero che Ges d pane e vita; ma non come segno di potere,
bens di amore: si fa pane e d la vita. La sua regalit si mostra nelle cose che gli faranno (cf.
v. 16), nella sua passione, quando lui vincer la nostra violenza offrendosi come lagnello che
toglie il peccato del mondo.
sedette sopra. Come acqua viva sedette sul pozzo di Giacobbe (4,6), ora come Messia
siede sullasinello. Per sovrimpressione lui la fonte di vita, lui lasinello.
Un graffito paleocristiano rappresenta un crocifisso con la testa dasino, con la scritta:
Alessameno adora il suo Dio. La regalit di Ges la stessa di Dio, che manifesta sulla
croce la sua gloria. Egli ci dona la sua libert, che quella di essere a servizio gli uni degli
altri (cf. Gal 5,13). Il suo comando quello di amare come lui ci ama. E lamore consiste nel
servizio. Lasino immagine del Figlio, che porta i pesi dei fratelli: Portate i pesi gli uni
degli altri, cos adempirete la legge di Cristo (Gal 6,2).
Si pu capire il messianismo di Ges contemplando lasino, come si capisce la sua
persona odorando il profumo di Betania.
Lultima domanda dei discepoli al Maestro riguarda il tempo della venuta del Regno (cf.
At 1,6). Il Signore risponde non quando viene il Regno, ma come viene il Re: con
lasinello. Il Regno viene quando accogliamo il Re, cos come viene; viene nel nostro essere
suoi testimoni (cf. At 1,8), che vivono come lui.
come scritto. Linterpretazione di questo gesto di Ges viene dalla Scrittura (v. 15),
che per sar capita solo dopo che lui lavr realizzata sulla croce (v. 16).
v. 15: non temere, figlia di Sion. Levangelista fa una citazione biblica composita (cf.
Sof 3,14a.16b; Zc 9,9). La personificazione di Gerusalemme come figlia di Sion richiama
limmagine del Messia Sposo.
Il testo di Sof 3, parallelo a Zc 9, presenta un messianismo universale. Il Messia sar il
Signore stesso, accolto dal resto di Israele umile e povero, fedele e giusto, che raduna i
dispersi di Israele (cf. Sof 3,9-20). Il centro della profezia la venuta del Signore, re dIsraele,
salvatore potente e Sposo, che esulter di gioia per te, ti rinnover con il suo amore, si
rallegrer per te con grida di gioia, come nei giorni di festa (Sof 3,17s; cf. Is 62,5).
ecco, il tuo re viene, seduto su un puledro dasina. una citazione di Zc 9,9, che
Giovanni riduce allessenziale per presentare la venuta del re sullasinello. Il profeta
contrappone lasino del Messia ai carri e ai cavalli dei vari re. I carri da guerra a quei tempi
cerano i carri falcati, che entravano nelle truppe nemiche e le falciavano sono propri di
chi vuol prendere il potere che non ha o mantenere quello che sta per perdere; i cavalli sono
propri di chi lo esercita tranquillamente. Il Messia, con lasinello, vince ogni nemico e porta la
pace sino ai confini della terra (cf. Zc 9,9s). Il suo Regno non fondato sulla violenza di chi
domina e opprime, ma sulla forza dellamore di chi si fa servo e libera (cf. Mc 10,42-45p).
Incrociando lasino con il cavallo si ottiene un ibrido infecondo, mulo o bardotto. La
nostra impotenza a vincere il mondo viene dalla nostra volont di essere cristiani e aspirare al
potere. Quando poi ci imponiamo con la violenza, allora diventiamo come lanticristo: anche
se abbiamo lapparenza dellagnello, parliamo il linguaggio del drago (cf. Ap 13,11). I
regimi cristiani sono un bellesempio di incrocio tra asino e cavallo; le crociate, a loro
volta, sono un incrocio incredibile tra asino e carro armato. Sembra che tali incroci non
sempre riescano, ma sempre li tentiamo.

120
v. 16: queste cose i suoi discepoli non (le) capirono prima. Come non capirono il suo
gesto e le sue parole nel tempio (cf. 2,22), cos non capiscono queste cose, ossia il suo
gesto di sedere sullasinello e le parole della Scrittura che in esso si compiono. Solo la croce
far capire la Gloria.
Gli altri Vangeli citano Zc 9,9 per illustrare la regalit di Ges: leggono ci che sta
accadendo alla luce della profezia, interpretando il presente con il passato. Giovanni, invece,
si pone non al presente dellazione, ma nel futuro: solo dopo la sua glorificazione, sar chiara
sia la Scrittura che il suo compimento in Ges.
quando Ges fu glorificato, allora si ricordarono. Il principio di comprensione di tutto
la sua glorificazione, che fa ricordare quanto la Scrittura ha detto e come il Signore lha
compiuta (cf. 2,22).
queste cose erano state scritte su di lui e queste cose gli avevano fatto. Loggetto del
ricordo la Scrittura e ci che hanno fatto a Ges, non ci che egli ha fatto. La sua azione
infatti non che il segno della sua passione: in ci che hanno fatto a lui si compie la Scrittura
e si realizza ci di cui la sua azione segno. Se qui lo proclamano re, il titolo regale gli sar
posto sopra la croce (19,19).
Giovanni guarda lavvenimento accaduto, ricordandolo con sguardo contemplativo, per
coglierne il mistero: intende penetrare in profondit quanto gli altri evangelisti hanno
raccontato e lui stesso, in parte, accenna. lottica che propone alla sua Chiesa e ai suoi
lettori.
v. 17: testimoniava dunque la folla che era con lui, ecc. Il motivo dellentusiastica
accoglienza la testimonianza della folla che era stata con lui quando diede la vita a Lazzaro.
quando chiam Lazzaro fuori dal sepolcro. Con Ges giunta lora in cui i morti odono
la voce del Figlio delluomo ed escono dai sepolcri (cf. 5,25). Allora si conosce chi il
Signore (cf. Ez 37,13). Come Lazzaro usc dalla tomba, cos ora le folle escono dalla citt,
incontro al Signore che viene. Ma soprattutto devono uscire dalle loro false attese per
incontrare il salvatore del mondo.
v. 18: per questo la folla gli and incontro, ecc. Ges accolto come il trionfatore sul
nemico ultimo delluomo (cf. 1Cor 15,26): il Messia che vince la morte. Ma quando
vedranno che egli trionfer dando la vita, allora vedranno il significato del segno e resteranno
grandemente stupiti: Vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ci che mai
avevano udito (cf. Is 52,15b).
v. 19: i farisei dissero tra loro, ecc. Alla reazione positiva del popolo si contrappone
quella dei capi, che si incolpano a vicenda del successo di Ges. Hanno cercato di ostacolarlo,
ma senza riuscirci; le tenebre hanno cercato di arginare la luce, ma inutilmente. Dicono
infatti: Vedete che non giovate a nulla?. Nonostante tutto, restano uniti nellostilit contro
di lui. C una misteriosa coesione nel male, pi facile che nel bene. Il primo infatti
monotono e livella tutto nellodio e nella morte; il secondo invece creativo e diversifica le
varie espressioni di vita.
il mondo si allontan dietro di lui. Si sottolinea luniversalit della salvezza che Ges
porta: il mondo va dietro di lui, allontanandosi da loro. infatti lagnello di Dio che toglie
il peccato del mondo (1,29), il Figlio che mostra quanto il Padre ama il mondo (cf. 3,16), per
attirare tutti a s (12,32).
Questa universalit della salvezza, causa prima ed effetto ultimo della sua uccisione,
sar largomento di ci che segue.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando Ges che scende da Betania e la folla che gli esce incontro
da Gerusalemme.
c. Chiedo ci che voglio: comprendere come viene il re e accoglierlo.

121
d. Contemplo la scena, guardando le persone: chi sono, che fanno, che dicono.
Da notare:
Ges va dalla casa di Betania alla citt di Gerusalemme
le folle prendono palme ed escono allincontro con lui
osanna
benedetto colui che viene nel nome del Signore
il re dIsraele
in risposta, Ges, trovato un asinello, sedette sopra di esso
non temere, figlia di Sion
il tuo re viene seduto su un puledro dasina
i discepoli non capiscono, se non dopo la glorificazione
la Scrittura e lazione di Ges sono segno della sua passione
la gente gli va incontro per il segno di Lazzaro
la reazione dei farisei
il mondo si allontan dietro di lui.

4. Testi utili
Sal 118; Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss; 2Sam 7,8-16; Sof 3,1ss, Zc 9,9-10; Mc 10,42-45.

122

31. VENUTA LORA CHE SIA GLORIFICATO


IL FIGLIO DELLUOMO
12,20-36
12,20
21

22
23

24

25

26

27

28

29

Ora cerano dei greci


tra coloro che salivano
per adorare durante la festa.
Allora costoro si avvicinarono a Filippo,
di Betsaida di Galilea,
e lo pregavano dicendo:
Signore, vogliamo vedere Ges.
Viene Filippo e (lo) dice ad Andrea;
viene Andrea e Filippo
e (lo) dicono a Ges.
Ora Ges rispose loro dicendo:
venuta lora
che sia glorificato
il Figlio delluomo.
Amen, amen vi dico:
se il chicco di frumento
caduto nella terra
non muore,
esso rimane solo;
se invece muore,
porta molto frutto.
Chi ama la sua vita
la perde
e chi odia la sua vita in questo mondo
la conserver per (la) vita eterna.
Se uno mi vuol servire,
segua me;
e dove sono io,
l sar anche il mio servo;
se uno mi serve,
il Padre lo onorer.
Adesso la mia anima turbata.
E che posso dire:
Padre,
salvami da questora?
Ma per questo venni a questora.
Padre,
glorifica il tuo nome.
Allora venne una voce dal cielo:
E glorificai
e ancora glorificher!
Allora la folla, che stava (l) e aveva ascoltato,
diceva che era stato un tuono.
Altri dicevano:
Un angelo gli ha parlato.

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36

Rispose Ges e disse:


Non stata per me questa voce,
ma per voi.
Adesso il giudizio di questo mondo,
adesso il capo di questo mondo
sar espulso fuori.
E io, quando sar innalzato da terra,
tutti attirer a me stesso.
Ora questo diceva significando
di quale morte stava per morire.
Allora gli rispose la folla:
Noi ascoltammo dalla legge
che il Cristo rimane in eterno;
e come mai dici tu
che bisogna
che il Figlio delluomo
sia innalzato?
Chi questo Figlio delluomo?
Allora rispose loro Ges:
Ancora per un piccolo tempo
la luce tra voi.
Camminate finch avete la luce
perch la tenebra non vi afferri.
Chi cammina nella tenebra
non sa dove va.
Finch avete la luce,
credete nella luce
per diventare figli della luce.
Queste cose disse Ges
e, allontanatosi, si nascose da loro.

1. Messaggio nel contesto


venuta lora che sia glorificato il Figlio delluomo, dice Ges. Ormai alla fine
della sua azione e comincia la passione. venuta lora (v. 23), lora decisiva, per la quale
venuto (v. 27). In essa si manifesta, a nostra salvezza, la gloria sua e del Padre, della quale ci
che finora ha compiuto segno.
Le folle lo hanno appena osannato come Messia. Lhanno visto venire sullasinello, ma
non hanno capito. Quanto Ges ora dice di s, confermato dalla voce dal cielo, toglie ogni
ambiguit.
Anche i greci ora vogliono vedere Ges (v. 21). Sono lanticipo di tutti quelli che
saranno attratti a lui quando sar innalzato dalla terra (v. 32), primizia del molto frutto del
chicco di frumento, caduto nella terra, che muore (v. 24). vero: tutto il mondo va dietro a
lui, anche i pagani (cf. v. 19).
Ma chi questo re? Ges, rispondendo ai discepoli che gli riferiscono la richiesta dei
greci, chiarisce come lui re e dove si fa vedere: il Figlio delluomo, che presto vedranno
innalzato sulla croce.
Le parole di Ges sono un compendio, che chiarisce il significato della sua vita. ,
come sempre in Giovanni, una visione retrospettiva, simile a quella di un gambero che corre
allindietro e vede il cammino ormai dalla fine, con locchio sul principio. certamente il
modo migliore, forse unico, per capire una storia.

124
Gli elementi di questo brano, molto composito, si unificano attorno alla croce. Da essa il
Signore regna e salva tutti. Nel suo essere innalzato dalla terra viene lora del Figlio che, nel
suo amore di fratello, rivela quello del Padre.
La croce, che visivamente un innalzamento, in realt labbassamento sommo,
ostensione nuda dellobbrobrio. Eppure questa abiezione estrema mostra la gloria abissale di
Dio. Dio infatti amore; e la caratteristica pi alta dellamore lumilt.
I vv. 20-22 contengono la domanda dei greci di vedere Ges, ben agganciata al brano
precedente, dove i farisei constatano che tutto il mondo va dietro a lui (v. 19). Ges risponde
indirettamente: parla della sua morte, dove tutti possiamo vedere ci che occhio umano mai
non vide (cf. 1Cor 2,9). Dopo lunzione di Betania e lingresso regale in Gerusalemme,
giunta lora della glorificazione del Figlio delluomo, che quella del seme che muore e porta
molto frutto (vv. 23-24). Se negli altri Vangeli la Parola il seme di Dio, in Giovanni Ges
stesso il seme. Infatti lui la Parola. Alla sua gloria associato chiunque vuol seguirlo nel
suo stesso cammino (vv. 25-26).
Dopo lannuncio della morte come dono fecondo di vita, c un profondo turbamento,
che richiama lagonia nellorto, accostato immediatamente alla voce dal cielo, che richiama la
trasfigurazione (vv. 27-30). In poche righe Giovanni sbalza di seguito lesperienza del
Getsemani e quella del Tabor, che gli altri Vangeli raccontano in ordine inverso e a grande
distanza luna dallaltra. I due episodi si illuminano a vicenda e fanno comprendere agli
ascoltatori il mistero del Figlio delluomo, che Figlio di Dio.
Segue uninterpretazione del valore salvifico della croce: il Figlio delluomo innalzato
sconfigge il capo di questo mondo, che tiene luomo schiavo della menzogna e della paura.
Il Crocifisso infatti sveler quel Dio amore che attira tutti a s (vv. 31-33).
Alla folla che non comprende come il Messia possa essere crocifisso e si chiede
incredula chi sia questo Figlio delluomo, Ges risponde esortandola a credere in lui, luce del
mondo. Alla fine si allontana e si nasconde (vv. 34-36).
Il brano seguente sar una considerazione dellevangelista sul mistero dellincredulit
nei confronti della croce, gi prevista dai profeti (vv. 37-43), seguita da un ultimo grido di
Ges, che invita a credere in lui e nelle sue parole (vv. 44-50).
Al centro del brano sta linnalzamento del Figlio delluomo. Le predizioni del suo
innalzamento corrispondono alle tre predizioni sulla morte e risurrezione, che gli altri
evangelisti pongono nella seconda parte del Vangelo. Giovanni invece le pone fin dallinizio e
ne spiega successivamente la ricchezza di significato: dapprima come rivelazione dellamore
del Padre e salvezza del mondo (3,14-16), poi come conoscenza di Io-Sono (8,28) e infine
come glorificazione del Padre e del Figlio, vittoria sul male e attrazione di ogni uomo a Dio.
Sulla croce di Ges, tutti possono vedere in pienezza il mistero di Dio. Sia i giudei che i
pagani potranno conoscere e accogliere il Messia, salvatore del mondo, solo se guardano in
alto, verso il Figlio delluomo elevato. In lui Dio si rivela pienamente: amore tra Padre e
Figlio, comunicato dal Figlio a tutti i fratelli.
Ges, dalla croce, attira tutti a s. Infatti rivela la verit del Dio amore, che vince la
menzogna del capo di questo mondo.
La Chiesa, come tutti, chiamata a conoscere e seguire il suo cammino che va dalla
morte alla vita, a differenza del nostro che va dalla vita alla morte. Linevitabile turbamento
che esso provoca in noi, come in lui, superabile solo nella forza della voce di Dio, che ne
manifesta il mistero di gloria e di fecondit.

2. Lettura del testo


v. 20: Cerano dei greci. Il dominio del Messia si estende a tutti (cf. Zc 9,10). I greci
sono i non giudei, proseliti e simpatizzanti.
salivano per adorare durante la festa. Sono saliti a Gerusalemme durante la Pasqua per
adorare il Signore; incontrano il Figlio, in cui si adora il Padre in spirito e verit (4,23).

125
v. 21: si avvicinarono a Filippo, di Betsaida di Galilea. uno dei primi discepoli di
Ges (cf. l,35ss). Insieme ad Andrea porta un nome greco. Andrea il primo che, con un altro,
ha cercato Ges, ha sentito linvito: Venite e vedrete, ha dimorato con lui e lo ha seguito
(l,39s). Filippo ader il giorno dopo, chiamato direttamente da Ges (1,43). Ambedue sono di
Betsaida (casa della pesca!).
vogliamo vedere Ges. Vedere significa conoscere, aderire, credere. La fede vedere.
I greci desideravano vedere la luce che viene nel mondo per illuminare ogni uomo (1,9).
Esprimono il loro desiderio a Filippo, non direttamente a Ges. I greci infatti, e noi tra
questi, accederanno a Ges mediante i suoi discepoli.
v. 22: viene Filippo e (lo) dice ad Andrea; viene Andrea e Filippo e (lo) dicono a Ges.
Andrea e Filippo sono associati qui, in 1,44 e 6,7s. Sono i primi discepoli che ascoltano il
desiderio dei pagani di vedere Ges; ne parlano tra di loro e con Ges stesso.
v. 23: Ges rispose loro. Ges non risponde ai greci, ma ai discepoli, che dovranno
continuare la sua missione. Nella sua risposta mostra dove, sia loro che gli altri, possono
vedere il Signore: sulla croce, dove abbattuta ogni separazione, distrutta linimicizia e
annunciata la pace ai lontani e ai vicini, ai pagani e ai giudei (cf. Ef 2,14-18). Nelle parole che
seguono Ges espone sinteticamente il senso della sua vita, che propone a ogni discepolo, di
ogni luogo e di ogni tempo.
venuta lora. Lora, di cui si parlato per la prima volta a Cana (2,4; cf. anche 4,21.23;
5,25; 7,30; 8,20), venuta (cf. 12,23.27; 13,1; 17,1). Tutto il giorno di Ges culmina in
questora: lora della glorificazione del Figlio e del Padre (cf. vv. 23.28).
che sia glorificato il Figlio delluomo. In Giovanni la vita di Ges vista nella
prospettiva di questora: illuminata dalla gloria del Dio amore, che si manifesta sulla croce.
L il Figlio delluomo glorificato: rivela Dio come Dio, nella sua distanza infinita da ogni
immagine che luomo si fatta e si far di lui. Anche gli altri Vangeli hanno come punto di
arrivo la rivelazione della Gloria nel Crocifisso. Giovanni ha per una prospettiva rovesciata:
contempla la vita di Ges allindietro, dal suo compimento. Per questo il suo Vangelo tutto
una trasfigurazione, che legge ogni evento come segno della Gloria.
v. 24: amen, amen vi dico. Con questa forma solenne di rivelazione divina, Ges dice, a
chi vuole vederlo, dove lo pu vedere: innalzato sulla croce. Questa la sua gloria, il
mistero di fecondit e vita del seme che muore.
se il chicco di frumento. Ges prende un esempio dalla creazione per indicare il mistero
della nuova creazione. Egli, che Parola, pane e vita, si paragona al seme di frumento, che
esplica la sua forza vitale proprio quando cade nella terra. Il destino del seme, che produce
secondo la sua specie, lo stesso del Figlio delluomo: come il seme cade nella terra, muore e
porta molto frutto, cos Ges, innalzato dalla terra, attira a s tutti gli uomini e comunica loro
la sua vita di Figlio.
Ges esprime con questa parabola la necessit divina (dei) della sua croce (cf. v. 34),
che d vita attraverso la propria morte.
rimane solo. Se il Figlio unico non comunica la propria vita ai fratelli, rimane solo:
lunigenito (monogens) rimane unico (mnos). In questo caso non sarebbe Figlio di Dio,
perch non vivrebbe nellamore che il Padre ha verso tutti i suoi figli. Se non amasse i fratelli,
perderebbe la sua identit di Figlio. Lo stesso vale per ogni uomo, creato in lui.
Legoismo sterile; il seme che volesse conservarsi, resterebbe solo e perderebbe la sua
qualit di seme: non comunicherebbe vita. Una vita che non si dona morta.
se invece muore, porta molto frutto. Un chicco che muore fecondo: dando la vita,
principio di vita. La glorificazione del Figlio la stessa del seme che muore: dando la vita, si
rivela uguale al Padre, principio di vita per tutti. I greci, che vogliono vedere Ges, sono la
primizia di questa fecondit.
v. 25: chi ama la sua vita la perde. Risuonano le stesse parole che Ges rivolge alle
folle e ai discepoli in Mc 8,35p: Chi vorr salvare la propria vita, la perder. Questo vale

126
per ogni uomo: legoista, attaccato alla propria vita, si ripiega su di s e resta solo. Perde la
sua vita, perch la vita relazione e amore. Chi vuol trattenere il respiro, muore soffocato. Si
vive perch si inspira e si espira: la vita circola in quanto ricevuta e data per amore.
chi odia la sua vita in questo mondo la conserver per (la) vita eterna. Corrisponde al
detto di Ges: Chi perder la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salver (Mc
8,35p). Odiare si contrappone a amare, conservare per la vita eterna a perdere la
vita. Per quanto sembri paradossale, vero: chi ama la propria vita, la perde, anche nel
presente; chi la odia, la realizza pienamente e la conserver anche per il futuro. La vita
infatti amore: si realizza nel dono di s. come il seme: solo se cade nella terra e muore,
diventa fecondo.
Chi odia la sua vita, la ama veramente. Infatti non pi sotto il dominio del capo di
questo mondo che lo tiene nella morte (cf. v. 31); ha vinto il maligno, padre della menzogna e
omicida (8,44), ed figlio del Padre della verit che d vita.
v. 26: se uno mi vuol servire. Linvito di Mc 8,34p ad andare dietro di lui, in Giovanni
diventa servire lui, che per primo si fatto servo dei fratelli. Servire lespressione
concreta dellamore: lamore servo della vita. Chi non ama schiavo della morte.
segua me. Ges invita chi vuol diventare come lui a seguire lui, facendo il suo stesso
cammino.
dove sono io, l sar anche il mio servo. Dove dimori?, sono le prime parole rivolte a
Ges (cf. 1,38). La dimora di Ges il Padre, che ama il Figlio (cf. 5,20) e tanto ama il
mondo da dare suo Figlio (3,16). Anche noi siamo chiamati a dimorare con lui nel Padre
mediante lamore. Lamore fa chi ama casa dellamato: uno abita dove sta con il suo cuore pi
che con il corpo. Seguendo Ges che si fa servo (cf. 15,10.12-14), anche noi siamo dove lui:
dimoriamo in lui (15,4.9b), viviamo come lui nel Padre e viceversa (cf. 14,15-23).
Ges chiama il discepolo mio servo, conferendogli la sua stessa dignit di Figlio, che
pone la propria vita a servizio dei fratelli.
se uno mi serve, il Padre lo onorer. Chi si fa servo, onorato dal Padre come figlio.
Chi ama e serve fino a dare la vita, ha vinto la morte e ha la vita: riceve quel nome che al di
sopra di ogni altro nome (cf. Fil 2,5-11).
v. 27: adesso la mia anima turbata. Adesso, giunta lora in cui si compie il destino
del seme di frumento, Ges turbato, come davanti alla morte di Lazzaro (11,33). In questo
versetto Giovanni sintetizza il racconto dellagonia nellorto. Ges prova angoscia e paura; ha
terrore e tremore davanti a una morte nel fiore degli anni, una morte violenta e ingiusta,
infame e nellabbandono totale (cf. Mc 14,33-34p). Lui, che ha vissuto e proclamato lamore
del Padre e dei fratelli, cade vittima dellodio e dellincomprensione. Lui, che la luce del
mondo, finisce sotto terra.
importante questo turbamento di Ges. Se non ci fosse, noi saremmo soli e smarriti
davanti a ci che ci rende soli e smarriti: la morte, la violenza, lingiustizia, linfamia e
labbandono. Egli invece con noi e vive questa situazione da figlio, con fiducia nel Padre.
Adamo, per la sua sfiducia, cadde nelle tenebre; Ges, il nuovo Adamo, porta in questa
tenebra la luce del Padre.
Ges nei giorni della sua vita terrena offr preghiere e suppliche con forti grida e lacrime
a chi poteva liberarlo dalla morte; e fu esaudito perch prese bene e grida e lacrime e morte.
Proprio per questo il Figlio pienamente unito al Padre, che salva tutti coloro che lo ascoltano
(cf. Eb 5,7-9).
e che posso dire. In questa situazione, pur nel turbamento, Ges non ha nulla da dire.
Egli la Parola rivolta verso il Padre e non ha altro da dire se non colui del quale la
Parola.
Padre. la Parola, detta dal Figlio, che dice il Padre. In essa si esprime totalmente
Dio come amore e consegna reciproca tra Padre e Figlio. Linvocazione richiama lAbb che
risuon sulle labbra di Ges nel Getsemani (Mc 14,36p).

127
salvami da questora. Ges, come ogni uomo normale, ha paura della morte. E la supera
con la fiducia nel Padre della vita (Eb 2,14). Queste parole corrispondono alla domanda che
passi da lui quellora (Mc 14,35p). Giovanni descrive in modo molto conciso il dramma
interiore di Ges davanti alla sua passione, che quello di ogni uomo davanti alla morte:
vorrebbe evitarla.
ma per questo venni a questora. la decisione di Ges. venuta lora (v. 23) per la
quale egli venuto; e laccetta (cf. Mc 14,41p). Non perch non senta paura, angoscia e
turbamento, ma perch vive con fiducia nel Padre tutto questo, che la condizione delluomo
dopo il peccato. Cos vince il peccato. il Figlio che, trovandosi nella stessa condizione dei
suoi fratelli, si rivolge, a nome di tutti, al Padre.
v. 28: Padre, glorifica il tuo nome. Ges chiede al Padre di glorificare il suo nome: di
farsi conoscere, attraverso di lui, come Padre. La glorificazione del Padre avviene in quella
del Figlio, che ama con il suo stesso amore i fratelli.
Queste parole corrispondono a quanto dice Ges nel Getsemani: Non ci che io voglio,
ma ci che vuoi tu (Mc 14,36). Questunione di volont tra Padre e Figlio la vita stessa di
Dio: il loro amore reciproco, lo Spirito Santo, che in Ges si comunica a ogni creatura.
allora venne una voce dal cielo. Nei vv. 28b-30 Giovanni riferisce il senso profondo
della trasfigurazione, posta dagli altri Vangeli al centro della vita di Ges. Giovanni non la
racconta, perch lottica nella quale legge tutta la sua vita: ogni parola e opera segno
della sua gloria di Figlio del Padre. Al Figlio delluomo, che nellagonia lo chiama Padre, la
voce dal cielo risponde proclamandolo Figlio. Quanto gli altri Vangeli dicono esplicitamente
della scena luminosa della trasfigurazione (cf. Mc 9,2-8p), qui misteriosamente espresso
dalle parole: Glorificai e ancora glorificher.
glorificai. Il verbo senza oggetto; si riferisce al nome del Padre, di cui
immediatamente sopra. Ma la glorificazione del Padre avviene in quella del Figlio, che rivela
e offre a noi lamore del Padre. Il nome del Padre stato glorificato nel battesimo di Ges con
il dono dello Spirito, che lo costituisce Figlio suo e fratello nostro (l,33s). Inoltre stato
glorificato mediante le opere che il Padre gli ha dato da compiere, segni della Gloria,
comune ad ambedue.
e ancora glorificher. Il Padre glorificher il suo nome sulla croce, quando il Figlio dar
lo Spirito e riveler la sua gloria di Unigenito dal Padre (1,14). E lo glorificher anche nella
storia, attraverso i numerosi fratelli che vivranno del suo amore di Figlio e conosceranno il
Padre.
v. 29: la folla, che stava (l) e aveva ascoltato, diceva, ecc. La folla ha sentito la voce
e ha intuito che c qualcosa di divino. C chi dice che un tuono, voce di Dio (cf. Es 19,1619; Dt 5,4; Gb 37,5), Signore del tuono (cf. Sal 29); c chi dice che un angelo, una voce
che gli comunica un mistero divino (cf. Lc 22,43!).
Hanno sentito la voce del Padre dal cielo, come hanno sentito le parole del Figlio sulla
terra. Ma per ora non hanno capito la voce celeste perch non hanno capito le parole della
Parola diventata carne. Sia la voce che le parole sono dei segni, leggibili alla luce della
realt che significano. La loro comprensione avverr quando il Figlio delluomo sar
innalzato e tutto sar compiuto (19,30).
v. 30: non stata per me questa voce, ma per voi. Mentre la folla ritiene che la voce sia
rivolta a Ges (un angelo gli ha parlato, v. 29), Ges dice che questa voce non per lui, ma
per la folla, tra la quale c il lettore stesso. Corrisponde alla voce della trasfigurazione che
rivela il Figlio agli astanti e dice loro: Ascoltate lui (cf. Mc 9,7p).
Questa voce per noi, affinch lo riconosciamo Figlio. Egli infatti non chiede conferme.
sempre unito al Padre e sa che sempre lo esaudisce (cf. 11,42).
v. 31: adesso il giudizio di questo mondo, adesso il capo di questo mondo sar
espulso fuori. Nellora in cui il nome del Padre glorificato nel Figlio, nellora in cui luomo
conosce lamore di Dio per il mondo, c il giudizio che mostra la menzogna del capo di

128
questo mondo. Satana, principio di menzogna e di morte, si messo a capo (in greco rchn)
del mondo, sostituendosi al principio di verit e vita (cf. 1,1); ora espulso dal mondo e vinto.
Davanti al Figlio delluomo innalzato cessa la menzogna che ci ha fatto fuggire da Dio (cf.
3,14ss): finalmente ritroviamo nellamore del Figlio, che lo stesso del Padre, la sorgente
della nostra vita.
v. 32: quando sar innalzato da terra. Il mio servo avr successo, sar onorato,
esaltato e molto innalzato (Is 52,13). La croce di Ges, il servo, non vista come uccisione e
morte, ma come esaltazione e gloria: il suo cadere nella terra (v. 24) il suo essere innalzato
dalla terra.
Le parole di Ges sul Figlio delluomo innalzato che qui diventa io
corrispondono, come gi detto, alle predizioni sulla morte e risurrezione degli altri Vangeli.
Nella prima il Figlio delluomo innalzato dona salvezza al mondo perch rivela lamore del
Padre (3,14.16), nella seconda rivela Io-Sono, lessenza di Dio (8,28); in questa terza vince
il capo di questo mondo e attira tutti a s. Infatti, nel dono ormai imminente della vita,
appare la Gloria: conosciamo lamore del Padre, la verit che ci libera.
tutti attirer a me stesso. Chi non conosce lamore del Padre, in fuga da lui come
Padre, da s come figlio e dagli altri come fratelli: entra nelle tenebre e nella morte. Per il
suo cuore fatto per la verit e per lamore, per quella verit che lamore, luce della sua
esistenza. Quando finalmente vede ci per cui fatto, lo riconosce subito, come la sete
riconosce lacqua. Allora, libero dalla cecit e dalle paure che lo bloccano, attirato verso il
Figlio che gli rivela la sua identit di figlio. Allora ritorna al Padre e si volge ai fratelli.
Attirer al futuro: vale da allora per un futuro senza fine. Il futuro del mondo
lattrazione damore verso il Figlio. Tutti, nessuno escluso, sulla croce vedranno la sua
gloria e saranno attirati a lui. L lo vedranno non solo i greci, che volevano vedere Ges (v.
21). Qualunque uomo lo voglia vedere, solo l potr vederlo; e il suo occhio attirer il suo
cuore. Ogni visione di Dio al di fuori della croce satanica, sotto linflusso del capo di
questo mondo: la croce sdemonizza limmagine che luomo ha di Dio, restituendo ad
ambedue il loro vero volto, luno specchio dellaltro.
v. 33: questo diceva significando di quale morte stava per morire. Le parole di Ges si
riferiscono alla croce. un commento dellevangelista, sempre attento a leggere tutto dalla
fine.
quale morte. La morte di Ges non sar per lapidazione, come pi volte i suoi avversari
hanno tentato di fare: sar per innalzamento da terra.
v. 34: il Cristo rimane in eterno. lobiezione della folla a Ges, accolto poco prima
come Messia: come pu dire che il Messia muore, e crocifisso, se la Scrittura dice che rimane
in eterno (cf. 2Sam 7,16; Sal 89,37)? Il tema della regalit apparir con chiarezza nel racconto
della passione.
come mai dici tu che bisogna che il Figlio delluomo sia innalzato? (cf. 3,14). Morendo
sul patibolo, Ges delude lattesa delluomo, ma proprio cos compie ogni promessa di Dio
(cf. 19,30). Per questo bisogna che sia innalzato il Figlio delluomo.
Il rifiuto del Messia crocifisso (cf. Mc 8,32sp) rifiuto di Dio e della sua gloria. Questo
rifiuto causa della croce ed vinto solo dalla croce. Da l infatti Dio si rivela come : amore
assoluto.
chi questo Figlio delluomo? Corrisponde alla domanda dellex cieco (cf. 9,35s).
Dobbiamo guarire dalla nostra cecit, per conoscere il dono di Dio. Ges ha espressamente
usato lespressione Figlio delluomo per designare se stesso. una figura gloriosa e divina,
che emerge, sovrana e maestosa, da una situazione di sofferenza (cf. Dn 7,1ss).
Ges non prende una parte della Scrittura, come i suoi ascoltatori che guardano solo alla
promessa regale di 2Sam 7,8-16. Egli corregge la nostra falsa immagine di re (cf. Gdc 9,7-15;
1Sam 8,1ss) attraverso quella del Servo sofferente di Isaia e quella del Figlio delluomo di
Daniele.

129
v. 35: ancora per un piccolo tempo la luce tra voi (cf. 7,33; 13,33; 14,19; 16,16). Ges
risponde alla domanda sulla propria identit invitando a guardare a lui, luce del mondo che tra
poco scomparir: il chicco cadr nella terra, la luce entrer nelle tenebre.
camminate finch avete la luce (cf. 8,12; 11,9). Ges esorta ad una scelta: a
camminare alla sua luce, per non restare nelle tenebre. il tema del contrasto tra luce e
tenebre che, come quello tra vita e morte, attraversa tutto il Vangelo.
chi cammina nella tenebra non sa dove va. Chi non cammina alla luce del Figlio
delluomo innalzato, che rivela lamore del Padre, non sa dove va perch non sa da dove
viene: vive smarrito, nellignoranza del proprio principio e del proprio fine.
v. 36: finch avete la luce, credete nella luce. Camminare ora diventa credere nella
luce: bisogna aderire a lui, il Figlio, luce del mondo, dal quale tutto il creato riceve vita e
luce (cf. 1,3-5.9). Ancora per poco rimane tra loro: presto morir. Ma proprio cos sar
innalzato e illuminer tutti: il suo andarsene sar la luce definitiva, la Gloria.
per diventare figli della luce. Chi aderisce a lui, acceso della stessa luce, che
lamore: chi crede in lui, ha in s la fonte dacqua zampillante, lo Spirito del Figlio (cf. 4,14;
7,37s).
queste cose disse Ges e, allontanatosi, si nascose da loro. Qui finisce la rivelazione
pubblica e inizia quella ai discepoli. Misteriosamente il Figlio si allontana per tornare al
Padre, l dove sta di casa, l dove noi non possiamo andare se non per mezzo di lui.
Ges si nasconde da loro. gi il preludio della sua morte, quando la luce scompare
nelle tenebre. Ma cosa fa la luce nelle tenebre? Ges che si nasconde il Figlio delluomo
innalzato: sar luce sul lucerniere. L tutti potranno vederlo.
Lallontanarsi e nascondersi richiama il gioco tipico di Dio con luomo: si allontana
per chiamare vicino, si nasconde per farsi cercare. il significato profondo del gioco di
velarsi e svelarsi il volto, o quello del nascondino, che fanno i bambini: come un morire per
ritrovarsi, nuovi, nello stupore dellincontro.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando Ges che parla ai discepoli, dopo che la folla lha osannato
e i greci vogliono vederlo.
c. Chiedo ci che voglio: vedere Ges l dove si fa vedere, nel mistero del Figlio
delluomo innalzato che attira tutti a s.
d. Contemplo con attenzione le parole con cui Ges sintetizza la sua esistenza di Figlio
e la nostra di suoi discepoli.
Da notare:
i greci vogliono vedere Ges
la mediazione di Filippo e Andrea
venuta lora che sia glorificato il Figlio delluomo
se il chicco di frumento caduto nella terra non muore, rimane solo
se muore porta molto frutto
chi ama la sua vita, la perde
chi odia la sua vita, la custodir per la vita eterna
se uno mi vuol servire, segua me
dove sono io, l sar anche il mio servo
il Padre mio lo onorer
adesso la mia anima turbata
posso dire: Padre salvami da questora?
per questo venni a questora
Padre, sia glorificato il tuo nome

130
la voce dal cielo
glorificai e ancora glorificher
la folla dice che un tuono, che un angelo gli ha parlato
Ges dice che questa voce non per lui, ma per noi
adesso il giudizio di questo mondo, adesso il capo di questo mondo espulso
quando sar innalzato dalla terra, attirer tutti a me
Ges dice di quale morte sta per morire
come mai il Cristo rimane in eterno e Ges dice che il Figlio delluomo deve essere
crocifisso?
chi questo Figlio delluomo?
ancora per un piccolo tempo la luce tra voi
camminate finch avete la luce perch la tenebra non vi afferri
chi cammina nelle tenebre non sa dove va
finch avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce
Ges si allontana e si nasconde da loro.

4. Testi utili
Sal 22; 25; 26; 27; 30; 31; 38; 40; Is 52,13-53,12; Dn 7; 1Cor 1,18-2,16.

131

32. NON CREDEVANO IN LUI


12,37-50
12,37
38

39
40

41
42

43
44

45
46

47

48

Pur avendo egli compiuto tanti segni davanti a loro,


non credevano in lui,
perch si compisse la parola
che disse il profeta Isaia:
Signore, chi credette al nostro ascolto?
E il braccio del Signore
a chi fu rivelato?
Per questo non potevano credere,
perch Isaia ancora disse:
Ha accecato i loro occhi
e indur il loro cuore
perch non vedano con gli occhi
e (non) comprendano con il cuore
e si convertano
e (io) li guarisca.
Queste cose disse Isaia,
poich vide la sua gloria
e parl di lui.
Cos pure molti dei capi
credettero in lui;
ma, a causa dei farisei,
non confessavano,
per non essere espulsi dalla sinagoga.
Amarono infatti la gloria degli uomini
pi della gloria di Dio.
Ora Ges grid e disse:
Chi crede in me,
non crede in me,
ma in chi mi invi;
e chi vede me,
vede chi mi invi.
Io, luce,
sono venuto nel mondo,
perch chiunque crede in me,
non dimori nella tenebra.
Se uno ascolta le mie parole
e non le conserva,
io non lo giudico;
non venni infatti
a giudicare il mondo,
ma a salvare il mondo.
Chi trascura me
e non accoglie le mie parole,
ha chi lo giudica:
la parola che parlai,
quella lo giudicher

132
49

50

nellultimo giorno.
Poich io non parlai da me stesso,
ma chi mi invi, il Padre,
egli stesso mi ha dato un comando
(su) cosa dire e cosa parlare.
E so che il suo comando
vita eterna.
Le cose dunque di cui io parlo,
come me (le) ha dette il Padre,
cos (ne) parlo.

1. Messaggio nel contesto


Non credevano in lui, nonostante i segni compiuti davanti a loro. Alla fine del libro
dei segni, Giovanni fa una riflessione teologica sullincredulit che Ges ha incontrato. Levangelista preoccupato di comprendere il mistero, sempre presente, della mancanza di fede.
Essa, come la fede, ha il potere di meravigliare il Signore stesso (cf. Mc 6,6a; Lc 7,9): luso
che luomo fa della sua libert qualcosa di inedito, una novit capace di stupire anche chi
glielha data.
I segni, compiuti da Ges e narrati nel Vangelo, hanno un unico fine: portarci a credere
in lui, il Figlio, per avere vita eterna (20,30s). Come mai davanti agli stessi segni c chi crede
e chi non crede?
Ogni racconto di Giovanni conclude con una valutazione in termini di fede o di
incredulit da parte di chi vede. Lo spettatore, come il lettore, sempre il terzo, colui per il
quale il segno compiuto o narrato. Per tutti, infatti, la salvezza aderire al Figlio: il Figlio
delluomo la verit delluomo.
Gi nel prologo si parla della luce venuta nel mondo e non accolta (1,11): il dramma
luce/tenebra, vita/morte e fede/incredulit attraversa tutto il Vangelo. In 2,11 i discepoli
vedono il primo segno e credono; qui invece le folle non credono, nonostante che abbiano
visto tanti e tali segni.
Credere un atto di intelligenza, che coglie ci che i segni significano: vedere linvisibile, la gloria che in essi si manifesta, come il significato in una parola.
Giovanni legge lincredulit sotto vari aspetti. Innanzitutto non una novit. Antica
come Adamo, contagi fin dallinizio il popolo di Dio. Fu il male di cui soffrirono i padri nel
deserto, come si allude al v. 37 (cf. Dt 29,1-3). Inoltre ha tre motivi.
Il primo motivo dellincredulit nel Figlio delluomo innalzato quanto dice Is 52,1353,1 (cf. v. 38): lincredibilit dellopera di Dio, troppo sublime per essere compresa, luce
eccessiva per il nostro debole occhio. Il secondo motivo che luomo non che non vuole,
bens non pu credere (v. 39), perch misteriosamente accecato (v. 40; Is 6,9-10). Il terzo
e ultimo motivo che luomo, cercando la gloria che viene dagli uomini (v. 43), non conosce
quella che viene da Dio.
Luomo fatto per la luce della verit, che lamore di Dio per lui. Ma questo non pu
essere imposto: liberamente accettato da chi lo conosce e necessariamente rifiutato da chi lo
ignora. Chi ignora lamore del Padre, non pu riconoscere il Figlio, se stesso come figlio e gli
altri come fratelli.
Lincredulit causa della croce. Ma proprio sulla croce Dio rivela il suo amore
incredibile, unico antidoto allincredulit (cf. 3,14-16; 8,28; 12,32). Possiamo dire che il
non credere produce il motivo ultimo per credere: la croce. lastuzia di Dio, che volge tutto
al bene (Rm 8,28), anche il nostro male. Lui, che in un otre raccoglie la acque del mare (Sal
33,7), dalla croce si rivela come il Signore che dirige la storia al fine desiderato (cf. At 4,27s).
Il testo si articola in due parti. La prima (vv. 37-43), attraverso unallusione a Dt 29,1-3,
due libere citazioni di Isaia e unannotazione dellevangelista, esamina le tre cause dellincre-

133
dulit: lincredibilit di Dio stesso, la cecit provocata nelluomo e la sua conseguente vanit.
Possiamo dire che, a diverso titolo, i colpevoli della croce sono tre: Dio, il nemico e luomo, ciascuno a modo proprio.
La seconda parte (vv. 44-50) un ultimo appello di Ges a credere in lui per avere vita.
In esso risuonano i temi emersi nel prologo e giocati nel seguito del Vangelo, con una
parafrasi della prima rivelazione di Ges (cf. 3,16-21). Sullo sfondo c Dt 18,15-22, dove si
parla del profeta pari a Mos, al quale dare ascolto.
Credere nel Figlio la decisione che salva lumanit delluomo: lo rende ci che ,
figlio di Dio. Dio ha fatto di tutto per condurlo a credere al suo amore e fargli conoscere la
verit che lo fa libero. Questo il senso globale della Scrittura e dellopera di Ges, che
compie verso i fratelli lopera del Padre.
Questa riflessione sullincredulit posta dopo lultimo annuncio del Figlio delluomo
innalzato e prima del suo innalzamento. Il problema della fede si pone davanti al mistero della
croce: laccettazione di un Messia, anzi di un Dio crocifisso. Ci che stupidit e debolezza
per gli uomini (cf. 1Cor 1-3), rivela la gloria di quel Dio che nessuno mai ha visto e che il
Figlio ha rivelato.
Si tratta di una postfazione al libro dei segni: chi non accoglie questi, provoca il giudizio
di Dio e la rivelazione della Gloria. Con queste parole si chiude il libro dei segni e inizia lora
in cui si compie ci che essi significano.
Ges il Figlio, inviato dal Padre per comunicare ai fratelli la sua stessa vita di figlio.
La diffidenza che incontra il peccato, vecchio come la menzogna che ha allontanato
luomo da Dio. lincredulit, denunciata da Mos e Isaia, da legge e profeti, che sar la
causa della croce.
La Chiesa ha le sue resistenze a credere, come tutti; ma sperimenta anche la resa di chi
vede compiersi in esse e attraverso di esse il grande mistero di Dio: la croce, rivelazione sua e
salvezza nostra.

2. Lettura del testo


v. 37: Pur avendo egli compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano. unallusione al discorso di Mos, che rimprovera il popolo che ha visto segni e prove grandiose, ma
fino ad oggi il Signore non vi ha dato mente per comprendere, n occhi per vedere, n
orecchi per udire (cf. Dt 29,1-3).
I segni che Ges ha fatto sono le sue opere a favore delluomo, che levangelista ha
raccontato: questi dovrebbero essere sufficienti per credere che lui Figlio di Dio e avere vita
eterna (20,30s). Infatti dice Ges: Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma
se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perch sappiate e
conosciate che il Padre in me e io nel Padre (10,37s). Gi al primo segno, a Cana, i
discepoli hanno creduto (2,11). Perch gli altri non credono alla Parola che d il potere di
diventare figli di Dio (1,12)? Perch le tenebre non accolgono la luce (1,11), perch gli
uomini preferiscono le tenebre (3,19-21) e non vogliono venire a lui per avere vita (5,40)?
La vita e la morte delluomo si giocano nella fede. Il perch dellincredulit la
domanda che si sono posti Mos e i profeti, che si pone Ges e ogni credente. la domanda,
anzi il dramma di Dio stesso, che ama luomo e non sa pi che fare per guarirlo dal suo male.
v. 38: perch si compisse la parola che disse il profeta Isaia. Iniziano le citazioni di
compimento della Scrittura, che diventeranno sempre pi frequenti nel racconto della
passione.
Giovanni spiega questa incredulit attraverso Isaia, nominato tre volte (vv. 38.39.41).
Signore, chi credette al nostro ascolto? (Is 53,1a). Il profeta aveva gi previsto questa
incredulit davanti al Servo di JHWH, esaltato ed innalzato. Infatti, al vedere la gloria di colui
che era tanto sfigurato per essere duomo il suo aspetto, tutti si meraviglieranno, perch

134
vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ci che mai avevano udito (Is
52,14-15).
il braccio del Signore a chi fu rivelato? (Is 53,1b). Richiama il braccio teso (Es 6,6)
con cui Dio liber il suo popolo dalla schiavit. Chi pu riconoscere la potenza del Signore
nelle braccia inchiodate del Crocifisso?
Il mistero della croce risulta incomprensibile perch presenta ci che occhio umano mai
non vide, n orecchio mai ud, n mai entr in cuore di uomo e che Dio ha preparato per
coloro che lo amano (cf. 1Cor 2,9; Is 64,3). Il primo motivo dellincredulit quindi
lincredibilit dellamore eccessivo di Dio, che si manifesta nel dono del Figlio innalzato.
Davvero Dio ha reso la sua promessa pi grande di ogni fama (Sal 138,2).
v. 39: per questo non potevano credere, perch Isaia ancora disse. Non che le persone
non volevano, ma non potevano e non possono credere, anche per un secondo motivo: la
loro cecit, predetta da Is 6,9-10.
v. 40: accec i loro occhi, ecc. (Is 6,9-10). Il testo preso dal racconto della vocazione
di Isaia. Ma Giovanni lo modifica. Mentre in ebraico il profeta che rende il popolo duro di
orecchi e cieco; mentre nella versione greca dei LXX il popolo che non vuole convertirsi,
Giovanni qui dice che un altro, non nominato ma ben riconoscibile, accec gli occhi e indur
il cuore. Autore della cecit non n il profeta, n il popolo, n tantomeno il Signore: il
capo di questo mondo, che il Signore venuto a gettar fuori (v. 31). E lo getta fuori con il suo
essere innalzato, che ci fa vedere il suo amore incredibile. Si tratta del diavolo, il menzognero
e omicida dallinizio (8,44; 13,2), il satana che entra nel cuore di Giuda (13,27). Egli, con la
sua menzogna, ha distolto lorecchio dalla Parola di vita, accecando gli occhi e indurendo il
cuore di tutti (cf. Gen 3,1ss): Non potete ascoltare la mia parola. Voi siete da quel padre che
il diavolo e volete fare i desideri del padre vostro (8,43b-44a). lui che ci ha proposto
unimmagine diabolica del Padre, precisamente la sua. Per questo non possiamo vedere,
comprendere e volgerci al Signore.
Giovanni tralascia anche lindurimento di orecchi di cui parla Is 6,10 per insistere
sugli occhi e sul cuore. Infatti chi ha un cuore libero, pu vedere dalle sue opere chi lui (cf.
v. 37; 5,36; 7,31; 10,37s). Egli non propone una dottrina: luce del mondo proprio nella sua
carne di Figlio, che fa vedere chi il Padre. Levangelista inoltre, a differenza di Is 6,9-10,
non nomina il popolo. Questo termine ha per lui un significato positivo; sono invece i suoi
capi, anche se non tutti (cf. v. 42), ad essere ciechi e duri di cuore.
Quindi se la prima causa dellincredulit lincredibilit dellamore di Dio, la seconda
la cecit delluomo, ingannato dalla menzogna che solo la croce vincer.
e (io) li guarisca. Levangelista sta parlando di Ges, luce, verit e vita in lotta con il
potere di tenebra, menzogna e morte. Egli venuto a gettar fuori il capo di questo mondo (v.
31), in modo che luomo sia guarito, come linfermo presso la piscina (5,6.9.11.13).
v. 41: queste cose disse Isaia, poich vide la sua gloria e parl di lui. Isaia vide nel
tempio la gloria di Dio (Is 6,1-4): la stessa di Ges, lunigenito Figlio di Dio (1,14; 17,4.22).
Egli ha visto la gloria che il Figlio da sempre ha presso il Padre, prima della fondazione del
mondo (17,5): lamore tra Padre e Figlio, che si rivela pienamente nellesaltazione del
Servo innalzato, di cui il profeta parla. I canti del Servo di JHWH, attribuiti a Isaia, sono i
testi dellAT che meglio aiutano a capire la gloria del Figlio delluomo crocifisso.
v. 42: pure molti dei capi credettero in lui (At 6,7). Molti dei capi credono in Ges;
non si parla per dei farisei, gli osservanti della legge, che restano i suoi oppositori. Dopo
aver parlato dellincredulit generale (v. 37), Giovanni, come spesso fa, corregge laffermazione, precisandola e limitandola; c sempre uno spiraglio di luce: la fede si fa breccia
nellincredulit, la tenebra non vince la luce. Analogamente, nel prologo, dice che i suoi non
lhanno accolto, ma subito dopo afferma che, a quanti lhanno accolto, ha dato il potere di
diventare figli di Dio (1,11-12).

135
Questi molti tra i capi sono quanti si sono sottratti al capo di questo mondo. Tra di
essi conosciamo Nicodemo e Giuseppe dArimatea (3,1; 7,50; 19,38.39).
ma, a causa dei farisei, non confessavano. I veri avversari del Cristo sono quelli che
intendono la legge non come libert di figli, ma come schiavit alla lettera. La paura di essere
scacciati dalla sinagoga (cf. 9,22; 16,2) impedisce agli altri di confessare apertamente la fede
in Ges. Questa la situazione della Chiesa giudeo-cristiana di Giovanni che, dopo aver
convissuto in pace con la sinagoga (cf. At 2,46-47; 3,1), comincia ad esserne espulsa.
v. 43: amarono infatti la gloria degli uomini pi della gloria di Dio. Amare la gloria
degli uomini, oltre che ostacolare la confessione di fede, anche il terzo motivo di incredulit
(cf. 5,44), conseguenza dei due precedenti. Non conoscendo la gloria di Dio, sia per sublimit
sua che per cecit nostra, siamo vanagloriosi, vittime della vanit: diventiamo schiavi degli
occhi altrui (Ef 6,6; Col 3,22), preferiamo le tenebre alla luce (cf. 3,19) e non abbiamo in noi
stessi lamore di Dio (5,42). Solo dopo aver visto la gloria del Figlio delluomo innalzato,
anche Giuseppe dArimatea e Nicodemo supereranno la paura che prima avevano (19,38.39).
v. 44: Ges grid e disse. la terza ed ultima volta che Ges grida (7,28.37; cf. anche
11,43). il grido della Sapienza, che invita a volgersi a lei per avere vita (Pr 8,1ss). Questi
versetti sono la conclusione del libro dei segni, una sintesi di quanto finora la Parola ha detto.
Ges non ha davanti degli uditori: il suo grido risuona, al di l dello spazio e del tempo,
invitando ogni uomo a credere in lui per avere vita. Egli al centro di tutto, perch tutto ha in
lui la propria vita. Nei vv. 44-50 esce diciassette volte il pronome della prima persona (io/di
me/me/mi) riferito a Ges, che interpella direttamente chiunque lo ascolta. Linvito contiene
le parole chiave del Vangelo di Giovanni: credere, inviare, vedere, luce, dimorare, ascoltare,
parola, giudicare, salvare, mondo, trascurare, accogliere, parlare, Padre, comandare, vita
eterna. Allinizio di tutto c il credere in Ges: ladesione a lui fa conoscere chi veramente
Dio e fa ascoltare le sue parole, che salvano dalla morte e danno vita eterna.
chi crede in me, non crede in me, ma in chi mi invi. Credere in Ges, il Figlio,
credere al Padre che lha inviato per salvare il mondo (3,16).
v. 45: chi vede me, vede chi mi invi (cf. 14,9). Nessuno mai ha visto Dio: il Figlio
unigenito lha raccontato (1,18). In lui vediamo la gloria dellUnigenito dal Padre (1,14). Non
nella legge, come la intendevano i farisei, si vede Dio, ma nella sua carne di Figlio delluomo
innalzato. Attraverso di lui, crocifisso da noi e per noi, che ci ama come il Padre, conosciamo
quel Dio che amore (cf. 1Gv 4,8).
v. 46: io, luce, sono venuto nel mondo. La Parola luce (1,4.5): fa esistere e vedere ci
che esiste. Ges luce del mondo (8,12; 9,5; 12,35): in lui veniamo alla luce come figli.
perch chiunque crede in me, non dimori nella tenebra. Il credere connesso alla luce:
fa conoscere la realt. Chi crede in lui ha cambiato dimora: ha traslocato dalla tenebra alla
luce, passato dalla morte alla vita (5,24). Credere nel Figlio vedere la luce della verit
nostra e di Dio: conoscere lui come Padre e noi come suoi figli.
v. 47: se uno ascolta le mie parole. La fede in concreto ascoltare le sue parole, che
sono Spirito e vita (6,63.68).
e non le conserva. La Parola va conservata nel cuore, perch diventi vita (cf. 8,51-52b).
Chi ascolta e non conserva le sue parole, dimora nella morte, come prima.
io non lo giudico. Il Figlio ha lo stesso giudizio del Padre (5,30s), che non giudica
nessuno (5,22a). A lui concesso il giudizio di Dio sugli uomini, perch Figlio di Dio e
Figlio delluomo (5,26s). E il suo giudizio sar la croce, dove riveler lamore incondizionato
del Padre.
non venni infatti a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Dio ha mandato il Figlio
non per giudicare il mondo, ma perch il mondo per mezzo di lui sia salvato (3,17). E il suo
giudizio sar essere giudicato e dare la vita per chi lo condanna.
v. 48: chi trascura me e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica. Se chi accoglie il
Figlio non condannato, chi non lo accoglie gi stato condannato (3,18). Non per da Dio,

136
ma da se stesso: non ha accettato la propria realt, ha preferito le tenebre alla luce (3,19), non
ha accolto la Parola di vita.
La salvezza la nostra adesione al Figlio. Ges il profeta definitivo al quale dare
ascolto (cf. Dt 18,15ss).
v. 49: io non parlai da me stesso, ma chi mi invi, il Padre, egli stesso mi ha dato un
comando (su) cosa dire e cosa parlare. A questo profeta Dio porr in bocca le sue parole; ed
egli dir quanto il Signore comander (Dt 18,18).
v. 50: e so. Ges agisce e giudica secondo che il Padre gli mostra e gli d da fare
(5,19s.30).
che il suo comando vita eterna. Ogni comando di Dio per la vita (cf. 10,17s). Il fine
della sua azione ridestarci e farci vivere (5,21). Accogliere la parola del Padre ci d il potere
di diventare figli di Dio (1,12).
le cose dunque di cui io parlo, come me (le) ha dette il Padre, cos (ne) parlo. Ges
lesegeta di Dio (1,18): ci dice la sua verit di Padre, che la nostra salvezza di figli. Tutti i
segni, che finora ha compiuto, mostrano la veridicit della sua parola (cf. Dt 18,20-22).
Con queste parole si chiude il libro dei segni, scritti perch crediamo in lui e abbiamo
vita. Al racconto dei segni seguir quello della realt che essi significano: la passione del
Signore per noi. Essa ci far vedere la potenza del suo amore, ci aprir gli occhi e il cuore, ci
far contemplare la Gloria, che progressivamente, attraverso i suoi testimoni, illuminer il
mondo intero.
Cos finisce il giorno di Ges e inizia lora. lora decisiva, in cui viene la notte e
la luce entra nelle tenebre.

3. Pregare il testo
a. Entro in preghiera come suggerito nel metodo.
b. Mi raccolgo immaginando levangelista che spiega il motivo dellincredulit e Ges
che grida il suo invito alla fede.
c. Chiedo ci che voglio: che io apra gli occhi e il cuore per vedere la gloria del Figlio
delluomo innalzato dalla terra.
d. Traendone frutto, medito sui motivi dellincredulit, riscontro le mie resistenze e
lascio risuonare nel mio cuore il grido di Ges, che mi invita alla fede in lui.
Da notare:
non credevano in Ges nonostante i segni visti
gi il profeta Isaia parl dellincredibilit dellopera di Dio
ancora Isaia parl dellaccecamento e dellindurimento del cuore
Ges vuol guarirci dalla cecit e dalla durezza di cuore
Isaia vide la gloria di Dio, anticipo di quella che si rivel sulla croce
molti dei capi credettero, ma avevano paura a confessare
amarono la gloria degli uomini pi della gloria di Dio.

4. Testi utili
Sal 34; Dt 29,1-3; 18,15-22; Is 6,1-10; 52,13-53,12; 1Cor 1-3.