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Sul nuovo saggio di Vincenzo Scotti “L’Italia corta – Le miniere del

Mediterraneo

La nuova questione meridionale


di Raffaele Lauro *
(pubblicata su “Il Mattino” del 25/1/2010)

Si può guardare ancora, con speranza e fiducia, al futuro del Mezzogiorno, avendo chiaro ricordo
del passato e viva coscienza del presente? A questa domanda, non retorica, risponde positivamente
Vincenzo Scotti con un nuovo saggio L’Italia corta – Le miniere del Mediterraneo. Ciò che
immediatamente colpisce, è l’affezione, il coinvolgimento emotivo, la passione – in inglese vi è un
verbo che rende benissimo l’idea, to care –, con i quali Scotti espone le proprie argomentazioni.
Giustamente l’autore considera il Sud e quanto di positivo e di negativo sia ad esso correlato, una
questione nazionale e non solo meridionale, soprattutto oggi, poiché la mutazione del clima
culturale e politico, conseguente la grave crisi economica del 2008-2009, rende possibile poter
riprendere a parlare di questione meridionale. Il Mezzogiorno può e deve essere trasformato da
problema nazionale a risorsa nazionale, per permettere all’Italia di sostenere, in modo unitario, le
sfide dei cambiamenti planetari in atto, geopolitici ed economici.
Nuovi paesi si sono affacciati sullo scacchiere economico mondiale, mostrando un significativo
dinamismo, notevoli capacità di innovazione e una forte presenza sui mercati internazionali. Il
vecchio centro del mondo, deve riconsiderare le proprie strategie politiche ed economiche e
confrontarsi, in modo diverso, con questi paesi e con l’universo-mondo. Il futuro dell’Europa deve
essere necessariamente più largo e puntare sulla costruzione di un’area euro – mediterranea
integrata, coinvolgendo la Russia, la Regione del Mar Nero, il Medioriente e i paesi del Golfo. Una
svolta mediterranea dell’Unione Europea favorirebbe senza dubbio l’Italia e, soprattutto, il
Mezzogiorno, in quanto area strategica, piattaforma di integrazione.
Che la questione meridionale fosse una grande questione nazionale, era già chiaro ad Alcide De
Gasperi, a Ugo La Malfa e a Giorgio Amendola. Gli anni dell’intervento pubblico, che seguirono a
quella stagione, nonostante questo degenerasse nello spreco imperdonabile di risorse, produssero,
comunque, un importante periodo di sviluppo. Ancora oggi il Sud è il nodo cruciale, anche se
trascurato, della crescita del Paese. In esso, i grandi problemi sociali ed economici, dei quali soffre
l’Italia, sono presenti nella forma più acuta: la criminalità organizzata, l’arroganza della pubblica
amministrazione, la lentezza della giustizia, la rete dell’usura e, soprattutto, la disoccupazione. Il
Sud si presenta come il punto di incrocio di tutte le grandi questioni nazionali e come il simbolo del
fallimento di politiche senza progetto, causata anche dalla inadeguatezza e dalla crisi della classe
dirigente meridionale, che rischiano di sfociare in una sorta di balcanizzazione, nell’ambito della
quale ogni Regione pensa ad una sorta di sopravvivenza slegata dal destino dei vicini.
La politica meridionalista degli anni cinquanta era cosa diversa. Ebbe poli diversi: a Napoli,
attorno ai liberali democratici di Francesco Compagna e ai cattolici democratici di Saraceno e di
Pastore; a Portici, nella scuola del socialista Rossi Doria; a Bari, con il figlio di Tommaso Fiore,
Vittorio, e gli intellettuali della Fiera del Levante; a Palermo, con Leonardo Sciascia, Pio La Torre,
Piersanti Mattarella ed Emanuele Macaluso. E a Torino, dove il polo meridionalista, era vivo nelle
stanze del quotidiano La Stampa e tra le aule della grande università piemontese. Era una politica
figlia di una fitta comunicazione fra questi poli, che, in tal modo, costituivano una rete culturale in
grado di ispirare le grandi scelte nazionali. Adesso, invece, le regioni meridionali, che la pasticciata
riforma del titolo V della Costituzione, ha investito di nuovi poteri, non riescono a dar vita ad una
riflessione e a scelte comuni, scadendo in un neocentralismo regionale, asfittico e deleterio.

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.La fine di una strategia unitaria per il Mezzogiorno e la regionalizzazione della spesa avrebbero,
come, in effetti, avvenne, non solo fatto sparire un intervento straordinario, volto ad aggredire
l’arretratezza di un vasto e unitario territorio, ma anche portato alla richiesta di un controllo politico
della Cassa per il Mezzogiorno da parte dei governi regionali. Superati, poi, l’intervento
straordinario e la politica d’industrializzazione, si è giunti ad una fase caratterizzata da un’enorme
massa di strumenti, varati di volta in volta, per gestire risorse finanziarie provenienti principalmente
dallo Stato e trasferite in parte alle Regioni, ovvero dai Fondi Europei. Tanti e nuovi strumenti, con
tante e nuove procedure, sempre gestite in maniera conflittuale, hanno dilatato enormemente i tempi
della cosiddetta programmazione, riducendo l’operatività delle fasi di realizzazione degli interventi
e facendo perdere la capacità di allocare, sul territorio, risorse utili alla razionalizzazione
dell’armatura urbana e allo sviluppo del capitale fisso sociale.
Nella storia della mancata soluzione della questione meridionale, la debolezza della classe
dirigente meridionale e la difficoltà della stessa di pesare nella vita della comunità nazionale e di
saper interpretare e difendere gli interessi delle proprie terre, sono stati e, purtroppo, continuano ad
essere, i veri punti critici. Se la responsabilità fondamentale dell’Italia corta deve essere attribuita
alla classe politica nazionale, allo stesso modo non è possibile continuare a chiudere gli occhi sulle
resistenze al cambiamento, espresse dalle classi dirigenti del Mezzogiorno, dominate spesso dalla
paura che i cambiamenti potessero indebolire il loro potere personale, clientelare, familistico e di
clan: un potere che trova nella zona grigia il mediatore occulto tra società criminale e istituzioni
pubbliche.
Tra gli altri ostacoli allo sviluppo, infatti, la criminalità organizzata non fu percepita in tutta la
subdola pericolosità per il condizionamento della vita politica e amministrativa locale e, per
contrastarla, non si attuò un efficace controllo del territorio. La successiva capacità dello Stato di
non cedere neanche di fronte all’azione stragista, unita a un’ampia ed efficiente normativa che ha
messo in campo istituti giuridici e organizzazioni efficaci, ha conseguito risultati positivi che
continuano e, in qualche misura, crescono ancora oggi.
Restano presenti sul territorio un condizionamento e una cultura mafiosa che inquinano la vita
economica e sociale, rendono la democrazia fragile e richiedono una battaglia senza sosta per il
cambiamento della tendenza, che a volte sembra serpeggiare, a considerare la mafia inestirpabile e,
quindi, in qualche modo, a rassegnarsi a una qualche convivenza. È una tentazione terribile che
bisogna togliere dal subconscio dei ragazzi, a partire dall’età della ragione. Se la vittoria sulla
criminalità organizzata appare ancora possibile, essa dovrà passare anche attraverso un’adeguata
strategia di contrasto, nazionale ed internazionale, alla criminalità economica e finanziaria, senza la
quale gli indubbi successi operativi del presente, non riusciranno a conseguire il risultato finale.
Questo saggio rappresenta, dunque, uno stimolo a confrontarsi sulle sfide che sono dinanzi al
Mezzogiorno. Il Sud non è un problema per il Paese, è una risorsa. Se si esce dal cortile di casa
nostra e si considera che l’Europa tutta, e non solo l’Italia, possa avere dinanzi a sé l’occasione di
una sua fase di espansione fondata sulla sua integrazione con la grande area del Mediterraneo,
rispetto a questa sfida, il Mezzogiorno, anche per la sua collocazione geografica, può diventare,
naturalmente, un’immensa risorsa da utilizzare. In quest’ottica globale, non bisogna sottovalutare le
miniere del Sud: le risorse ambientali e umane; le eccellenze scientifiche, presenti nelle Università e
in alcune aziende; e, infine, il vasto patrimonio, rappresentato dai giovani professionisti, che oggi
sono costretti a emigrare al Nord o all’estero. In questa prospettiva, prenderebbe corpo, per l’Italia e
per l’Europa, l’utilità di investire nel Mezzogiorno, per la creazione di un sistema d’infrastrutture di
logistica, di trasporti, di comunicazione informatica e di produzione di energia, funzionali
all’integrazione fisica dell’Italia e dell’Europa con il Mediterraneo allargato.

* Senatore della Repubblica


Membro della Commissione Parlamentare Antimafia

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