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Libia 2011.

Traiettorie della violenza


di Michele Metelli

Il contagio sistematico delle dinamiche della violenza nel territorio


del Nord Africa, nel corso della primavera araba, ha incontrato il
territorio altamente infiammabile della Libia.
Allinterno di tale contesto, si assistette ad una particolare modalit
di trattamento da parte dei soldati libici nei confronti di migliaia di
migranti provenienti da numerose aree geografiche del continente
africano: oltre allarresto, alla tortura, e in alcuni casi luccisione,
molti di loro hanno subto una deportazione forzata verso le
spiagge libiche, costretti ad imbarcarsi per un viaggio senza
conoscerne la destinazione.
Il conflitto si accese nella seconda met del febbraio 2011,
durante una manifestazione di commemorazione per le vittime
di rappresaglie della polizia ad una protesta del 17 febbraio
del 2006 a Bengasi. In quelloccasione il copione si ripet. Fu
linizio di unescalation di violenza che infett, settimane dopo
settimane, aree geopolitiche differenti, dove si consumarono
crimini tra le forze governative di Gheddafi e i ribelli. Circa 200
mila persone, la maggior parte di nazionalit libica, trovarono
rifugio nei paesi confinanti, Egitto e Tunisia. Laltra via di fuga fu
invece quella del mare: quasi 50 mila tra uomini, donne e bambini
che attraversarono il Mediterraneo, riuscendo ad arrivare in Italia.
Su questa rotta si verific il trattamento di migrazione forzata di
numerosi africani.
La testimonianza di circa 200 di queste persone incontrate a
Milano, in un contesto clinico-medico culturalmente sensibile,
permetteranno di far emergere le traiettorie di una sofferenza
umana, esito di un contagio attraverso la violenza.
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Breve premessa geopolitica


Prima della guerra, la Libia poteva essere descritta come una
sorta di diga dellimmigrazione. Strategicamente affacciata sul
Mediterraneo, la Libia ancora oggi il corridoio per la fuga dei
profughi dalle guerre e dalle carestie. Con laiuto della Fortezza
Europa, e soprattutto del governo italiano di Berlusconi,
Gheddafi cre un sistema politico di gestione dellimmigrazione e
dellemigrazione, controllando i porti e le frontiere, istituendo centri
di identificazione per limmigrazione illegale, ma anche tollerando
quella per motivi lavorativi. Coloro che subirono maggiormente
la violenza strutturata del sistema di Gheddafi furono le persone
provenienti dal Corno dAfrica: eritrei e somali raccontano di
terribili viaggi dal Nord al Sud della Libia, deportati in centri di
identificazione nel mezzo del deserto, in condizioni disumane:
torture e abusi sessuali. Etiopi ed eritrei vivevano per anni
clandestinamente e segretamente nascosti in quartieri periferici
di Tripoli. Molti nigeriani, ghanesi, ivoriani raccontano invece di
possibilit economiche ma di assenza di libert personale e dei
diritti umani essenziali.
Uno di loro, un ivoriano di 24 anni, rifer: L vi erano opportunit
ovunque e i cittadini libici preferivano far lavorare noi. Loro
avevano i soldi, noi lavoravamo e ci pagavano anche 800 dollari
alla settimana. Ma andare per la strada da soli, quello no. Gruppi
di bambini e ragazzini ci potevano aggredire da un momento
allaltro e rubare tutto ci che avevamo con noi. In fondo i libici
sono un popolo razzista. Si cre dunque un sistema che garantiva
lassenza di immigrazione africana verso lItalia, a scapito di quei
cittadini di stati in guerra alla ricerca di protezione internazionale.
Sistema che per assicurava ad alcuni cittadini un benessere
economico incommensurabile rispetto a quello del paese dorigine.
Le ragioni della fuga
Le cinque brevi fotografie mostrano i destini di cinque uomini e
di alcune delle loro famiglie, nella fuga verso la Libia, e poi, con
coercizione, costretti ad imbarcarsi.
Il signor A. racconta di essere stato portato in Libia dalla madre
allet di 8 anni, dove laiuta in unattivit commerciale. La sua
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Lampedusa

Az Zawiyah

Sebha
Gatron

Sign

or S

.
Sig
no r
G

Sig
nor

A.

Signor I.

Ubari

Tripoli

Niger

Niamey

Agadez
.
Signor O

Burkina Faso

Kano

Nigeria

Berekum
Accra

Kumasi

narrazione lacunosa e confusa prima dellarrivo in Libia;riferisce


che per motivi politici il padre stato ucciso, e la madre s
cos vista costretta a lasciare il paese per salvare la propria
vita. Tuttavia aggiunge come la madre non abbia mai spiegato
chiaramente i motivi della loro migrazione dal Ghana verso il paese
nordafricano. Riferisce che i problemi sono nati durante la guerra,
in particolare il giorno 28 aprile, quando la madre scompare.
Riferisce di essere andato alla sua ricerca, in compagnia di due
amici. A Tripoli per vengono fermati da soldati di Gheddafi, uno
di loro viene ucciso, mentre A. riferisce di essere stato rinchiuso
come prigioniero allinterno di un luogo segreto e buio dal 30
giugno al 13 agosto, giorno in cui viene deportato su una spiaggia
e forzato ad imbarcarsi. Si ritrover poi a Lampedusa il 16 agosto.

Agbor
Douala

Il signor O. riferisce che nel 1995, alla morte del nonno paterno, il
padre viene investito della responsabilit di continuare le attivit
rituali del villaggio. Convertitosi grazie alla moglie alla religione
cristiana, non accetta tale destino, e decide di fuggire insieme
alla famiglia verso nord, visto lalto rischio di ritorsioni violente
da parte della popolazione di credo animista. Stabilitasi a Kano,
la famiglia di O. costretta nuovamente alla fuga a causa del
conflitto tra cristiani e mussulmani accesosi nel 2001. In tale
occasione, durante alcuni scontri per le strade, il signor O. viene
aggredito e ferito con coltelli e aggressivi chimici. Nella stessa
circostanza la sorella minore di sei anni viene uccisa. La famiglia
si trasferisce dunque in territorio libico: prima a Tigri (nei pressi
di Agadez), poi a Gatron, successivamente ad Ubari, ed infine, nel
2007, ad Az Zawiyah, nelle vicinanze di Tripoli, dove il padre svolge
lattivit di tornitore e il signor O. diventa apprendista. Nel 2011,
dopo linizio della guerra libica, O. subisce unaltra aggressione nel
corso della quale il padre viene ucciso e lui picchiato. Viene riferita
perdita di coscienza e trasferimento in un campo, da dove viene
costretto ad imbarcarsi. Arriver a Lampedusa il 12 giugno 2011.
Il signor I. racconta della propria incarcerazione e tortura per motivi
politici. Membro di un partito di minoranza, il Social Democratic
Party, viene arrestato in seguito ad una manifestazione a Douala
del febbraio 2008. Successivamente, evaso di prigione, lascia il

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Camerun e si rifugia per alcune settimana in Nigeria per insediarsi


infine in Libia, nella citt di Tripoli, dove lavora come muratore sino
al febbraio 2011. Dopo lo scoppio della guerra, viene costretto, con
la compagna nigeriana, ad imbarcarsi. Arriver a Lampedusa il 21
giugno 2011.
Il signor G. riferisce di aver avuto grandi problemi in Ghana, per
essere nato da una relazione tra una donna cristiana e un uomo
mussulmano. Narra infatti di una infanzia e di una giovinezza
caratterizzate da soprusi da parte del padre (capo di una comunit
e membro del partito, allora al potere, NDC National Democratic
Congress). Riferisce di umiliazioni, isolamento sociale, forme
di schiavit sfociate in aggressioni e violenze, subite dal signor
G. da parte dei membri della famiglia del padre. Il 6 novembre
del 1999 decide di scappare definitivamente dal proprio paese
attraversando prima il Burkina Faso, poi il Niger, per poi rifugiarsi
in Libia. Prima a Sebah e poi a Tripoli, lavora nel settore edile, dove
riesce a garantirsi il sostentamento economico. Nel 2011, in clima
di guerra, viene costretto dai soldati di Gheddafi ad imbarcarsi,
raggiungendo Lampedusa il 22 giugno 2011.
Il signor S. riferisce di essere fuggito dal proprio paese alla fine
del 2010, dopo essere stato prescelto come essere umano da
sacrificare durante la Kwefia (ritualit tradizionale per donare
agli idoli/spiriti particolari offerte, tra cui il sangue umano; tale
cerimonia officiata da membri appartenenti a gruppi segreti,
avviene ogni sei mesi e si svolge dopo il tramonto). Il signor
S. narra di essere stato sequestrato da due uomini, i quali lo
informano che era stato scelto come offerta per il rito a Nkantanka,
nella sua comunit di appartenenza. Dopo una colluttazione riesce
a fuggire prima a Berekum, poi a Kumasi, infine ad Accra dove
trova un passaggio sino a Niamey (Niger). Successivamente, presa
la via del deserto nigerino, arriva in Libia nel novembre 2010 dove
viene ospitato ed aiutato da un uomo ghanese nella citt di Tripoli.
Con linizio della guerra in Libia assiste alla morte di altri africani,
viene sequestrato dai soldati dellesercito e costretto ad imbarcarsi
verso lItalia. Arriver a Lampedusa il 15 giugno 2011.

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Navigando nel terrore


Nei lunghi e frequenti incontri con tanti uomini e donne passati
attraverso esperienze estreme di dolore inflitto da altri esseri
umani, levento narrato come maggiormente traumatico fu proprio
quello della traversata del mar Mediterraneo. F., un ragazzo
nigeriano di 27 anni, rifer al traduttore di lingua Yoruba quanto
segue: Era la prima volta che vedevo il mare, che ci camminavo
sopra. Molti di noi non avevano mai navigato in mare. E non
sapevamo dove stavamo andando. Sulla nostra barca non cera
nessuno che la sapeva guidare. Eravamo tutti terrorizzati. Ci
davamo il cambio al timone e cercavamo di risparmiare carburante
andando piano. Allalba successiva alla partenza, incontrammo
delle onde molto alte. Ma erano diverse, sembravano ferme. Era
una montagna nel mare. Ci rendemmo conto che era impossibile
superarla. Per attraversarla avremmo dovuto girarci attorno.
Ci provammo intanto io strappavo della carta di giornale in
mare per verificare che la corrente non ci riportasse al punto di
partenza. Purtroppo fu proprio cos e in aggiunta il carburante
fin. Naufragammo per ore. Qualcuno di noi stava per morire, non
avevamo n cibo n acqua. Poi un elicottero ci pass sopra e poco
dopo una grande nave ci venne a salvare.
Nonostante queste persone avessero precedentemente
attraversato deserti, foreste ed elementi naturali particolarmente
pericolosi per la vita, lesperienza del mare fu inevitabilmente
pi traumatica, poich conseguenza di un atto violento da parte
dei soldati. In altre parole, si pu affermare che non tanto
il rischio di morte insito nellesperienza, presente anche nel
deserto per esempio, ma lassenza di una scelta intenzionale
ad andare incontro a un certo tipo di rischio. La componente di
intenzionalit era infatti completamente concentrata nelle mani
dei soldati di Gheddafi che, con coercizione, hanno eseguito
lordine di imbarcare gli stranieri. Nellimpossibilit di lanciare
missili, Gheddafi us le persone alla stregua di bombe in grado
di destabilizzare le coste siciliane, la Marina Militare italiana, il
Ministero degli Interni e il sistema di accoglienza dei richiedenti
asilo. Come una sorta di vendetta che Gheddafi riserv alla
vecchia amica Italia, per aver appoggiato i bombardamenti da
parte della Nato.
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Accumulo di traumi
Il minimo comune denominatore della vita di queste persone
quello che si pu definire accumulo di traumi nel corso dellarco
di vita a causa delle numerose esperienze di sopraffazione e di
morte; prima nel paese di origine, poi in Libia e ancora una volta
nel paese in cui sono accolti. Come precedentemente affermato,
la natura stessa della violenza quella di essere contagiosa e
di diffondersi rapidamente. Ci evidente in territori colpiti da
conflitti armati, dove la violenza chiama violenza; tuttavia esiste
una forma di contagio che certamente pi invisibile ed ha
differenti modalit di espressione. Per comprendere ci, utile
capire come si manifesta la sofferenza di chi affetto da questo
genere di ferite. Molti degli uomini incontrati durante questi
mesi portavano condizioni di forte tristezza, disorientamento
emotivo e cognitivo, insonnia ed incubi e pensieri intrusivi (il cui
contenuto riferibile ai traumi esperiti), ansia, accessi di rabbia
immotivata, crisi psicotiche caratterizzate da aggressivit e da
sospettosit. Le caratteristiche psicopatologiche di chi ha subito
violenze rendono tali persone ancora totalmente immerse nel
clima di terrore di allora, con lestrema paura che il tutto si possa
concretizzare di nuovo. Il destino di questa condizione, se non
adeguatamente trattata, dunque duplice: o si assiste ad una
progressiva disumanizzazione caratterizzata da silenzio, ritiro
sociale, depressione severa (sino a compiere violenza contro di
s, autolesionismo, tossicodipendenza, suicidio), oppure avviene
che, in coincidenza con uno stimolo ambientale stressogeno, la
persona possa esplodere e generare a sua volta violenza verso
gli altri. Inoltre unulteriore modalit di diffusione della violenza e
dei suoi segni sulluomo quella per via generazionale. Studi sui
figli dei sopravvissuti alla tragedia della Shoah, mostrano gravi
disturbi psichiatrici connessi allesperienza traumatica vissuta dai
famigliari. In questo quadro, si evince dunque quanto lesperienza
della violenza, se non rielaborata, tende a propagarsi, cambiando
di forma e generando ulteriori forme di sofferenza.
Destini
Questi uomini e queste donne incontrati si trovano dunque a dover
fare un passaggio esistenziale importante: lasciarsi sopraffare
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dalla guerra, che sebbene sia finita, ancora gli vive dentro, come
se una scheggia fosse incistata nella carne; oppure compiere una
trasformazione che permetta una crescita evolutiva importante e
riconsegni senso alle loro vite.
Tuttavia, lesperienza coercitiva del viaggio in mare, rappresenta
uneffrazione psichica di notevole importanza poich sancisce,
come nel viaggio iniziatico dellEroe, un prima e un dopo. E ad
inasprire questa frattura v soprattutto il fatto che lasciare quella
terra significava lasciare famiglia, lavoro, amicizie, soldi. Come
riferito da S., durante un gruppo di sostegno psicologico: dopo i
problemi nel nostro paese, il deserto, la guerra in Libia, il mare, ora
dobbiamo affrontare il fatto che siamo soli al mondo.
Bibliografia
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Bellagamba A. (a cura di), Migrazioni. Dal lato dellAfrica,
Edizioni Altravista, Pavia (2011).
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www.etnopolis.it (2012).
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Leff J., Psichiatria e culture. Una prospettiva transculturale,
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Sironi F., Persecutori e vittime. Strategie di violenza, Feltrinelli,
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Sironi F., Violenze Collettive. Saggio di psicologia geopolitica
clinica, Feltrinelli, Milano (2010).
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