Sei sulla pagina 1di 3

LE SFIDE PER USCIRE DALLA CRISI.

RESPONSABILITA E POTENZIALITA
DEL GOVERNO, DELLE ISTITUZIONI, DELLE FORZE ECONOMICHE E SOCIALI

Lo scenario sul quale si muovono il Governo, i partiti e le forze economiche e sociali la


crisi del paese. Una crisi profonda, cos diffusa e articolata da lasciare sgomenti. Gli anni della
cosiddetta seconda repubblica, se li ripercorriamo, sono unaltalena di speranze e di delusioni, di
conquiste e di sconfitte.
La crisi non passa. E finito il semestre europeo a conduzione italiana. Non si avvertito
alcun vantaggio. La situazione occupazionale si aggrava di giorno in giorno; cala il potere
dacquisto; aumenta levasione fiscale; si estende in modo intollerabile la corruzione nella politica e
nella burocrazia; aumenta il debito pubblico; non ci sono le avvisaglie per uscire dal pantano.
Il paese appare senza bussola. Tutti sono contro tutti. Dilaga la criminalit. Lo Stato
latitante. Prevale sempre di pi la convinzione che si pu contare solo su se stessi. E un vuoto di
autorit che esaspera ogni egoismo, incrina ogni fiducia, spezza ogni solidariet.
Con il termine austerit si sono autorizzate in Europa le politiche pi rovinose e sciagurate.
La modernit in realt il travestimento di una Europa vecchia, che ricorda quella delle nazioni in
conflitto, dei potentati finanziari, delle mire espansionistiche e del dominio di un paese sugli altri.
Non a caso si parla sempre pi di unEuropa tedesca e non di una Germania europea.
Come si fa a definire virtuosi i paesi, come la Grecia, che hanno imposto lacrime e sangue
senza essere usciti dalla crisi, aggravando anzi, come avvenuto in Italia con Monti, il proprio
debito pubblico?
Come si fa a prendere per oro colato il Fiscal Compact o le Agenzie di Rating a cui siamo
obbligati ad uniformarci, come avveniva per le Bolle papali o per gli editti imperiali, per i sudditi e
per i fedeli?
Spesso, soprattutto negli ultimi otto anni, si tentato invano di realizzare un forte
rinnovamento dellazione politica e di quella sociale per superare le condizioni che relegavano il
nostro paese a met tra i paesi sviluppati e quelli sottosviluppati. Nella coscienza della gente
abbiamo sempre pi colto la maturit necessaria per uscire dallimpasse, ma non ne abbiamo
verificato i riflessi nella societ.
Non c dubbio che se si vuole legare le iniziative politiche e sociali al reale, proprio dai
limiti della loro strategia che si deve partire. Ci vuole una grande mobilitazione per darsi una linea
ed un ruolo progressivi raccordando il pi possibile il momento dellantitesi allindicazione
positiva, delledificazione, della sintesi per il governo del paese. Alla fase destruens occorre fare
succedere la fase costruens.
E un compito non facile. Il processo di disgregazione sociale ed economico se lasciato a se
stesso, destinato a corrodere il tessuto democratico del paese. E importante che in questa
prospettiva si ricostruisca la coesione, basandola sul consenso, sulla pluralit, sulla pienezza della
democrazia.
Accennavo prima al fatto che lItalia sembra sospesa tra sviluppo e sottosviluppo, per dare
unidea di una persistente incertezza e incapacit di portare a compimento la transizione da una
condizione ormai superata ad una condizione di nuovo equilibrio. Questo passaggio dal vecchio
modello di sviluppo a uno nuovo, del quale facciamo fatica a disegnare i contorni, riassume in s
linstabilit delleconomia e della politica nel nostro paese, ma anche i limiti e le incompletezze
della strategia del movimento sindacale.
1

Ebbene, proprio lesplodere della crisi ha fatto emergere le contraddizioni tra liniziativa
sindacale e il suo impatto sulla realt. Troppo forte stata la sottovalutazione che il sindacato ha
fatto delle difficolt, delle resistenze che le riforme sono destinate a provocare.
Due problemi in particolare sono stati disattesi: il legame strettissimo che le distorsioni del
sistema economico avevano e ancora oggi continuano ad avere con la struttura delle classi sociali e
con larticolazione del potere politico; le difficolt a trovare sbocchi politici in un Parlamento di
nominati sempre pi lontano dalla realt del paese.
Rimarcare questi errori di valutazione significa dare alla riflessione sulla politica del
sindacato in questi anni un segno diverso da chi ha criticato e continua a criticare il sindacato per le
incompatibilit delle sue proposte con la modernizzazione del sistema economico italiano.
Alla base di questa critica c comunque la scelta e la volont di considerare lazione
sindacale come ritagliata ai margini della politica economica; come inesorabilmente subalterna ad
essa. Il sindacato per molti un ferro vecchio, un vero esempio di archeologia giuridica. E
considerato un impaccio da sacrificare sullaltare di una crescita evocata come rito propiziatorio, da
stregoni travestiti da maghi delleconomia.
Semplificato al massimo, lo schema del discorso critico organico del sindacato fatto dal
Governo Renzi e dal PD il seguente: i partiti fanno le grandi scelte cornice e definiscono anche nei
dettagli la politica salariale e le condizioni normative per i lavoratori, tenendo conto dei risultati
della gestione delleconomia e dellandamento dei conti pubblici. Su questa problematica, decisiva
nella situazione di stallo cui sembra piombato il paese, il dibattito deve rimanere aperto. E anzi
sorprendente come da parte di alcuni settori politici si solleciti una responsabilit sindacale quasi
come scarico della propria coscienza per le incongruenze e gli errori su di essa invece indotti da
strategie politiche a doppio binario, come quelle dei governi delle larghe intese. La realt che il
fervore legislativo (proclamato normalmente a parole, ma realizzato male nei fatti), cela
limpotenza e linsofferenza.
Non si pu che essere perplessi nei confronti di quei furori legislativi che attribuiscono alle
norme il potere taumaturgico di produrre impieghi (ricordiamo invece che il Teorema di Pitagora
descritto con 24 parole; i principi di Archimede con 67; i Dieci Comandamenti con 179; la
dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti con 300). Si immagina di avere successo realizzando
la piena occupazione per editto divino o, se non per editto, per commi e per pandette.
Questa impostazione nuoce al paese. Favorisce la conflittualit, impedisce la crescita
economica.
Il sindacato deve uscire dallangustia di esprimere politiche sindacali classiche in una nuova
realt che esige invece lattivo impegno al cambiamento e alle riforme strutturali. Il sistema
economico se rimane cos com pu tollerare solo pure e semplici politiche di riaggiustamento
salariale da manodopera da terzo mondo, colonizzata e supersfruttata.
Ecco perch il sindacato deve porre come centrale nella sua azione il problema della
correzione degli squilibri strutturali delleconomia italiana.
La politica dei Governi Berlusconi, Monti, Letta ed ora Renzi si mossa e si muove in una
direzione sbagliata: diminuzione del potere dacquisto dei lavoratori e dei pensionati, blocco dei
contratti, aumento del carico fiscale, attenuazione dei diritti, sostanziale immutabilit della spesa
pubblica. E una politica di sacrifici, senza contropartite sui vincoli del bilancio pubblico e senza
risultati apprezzabili per uscire dalla recessione.
Lunico modo per reagire a questa situazione impostare una politica economica che ponga
le premesse per una crescita senza squilibri.
2

La ricetta delle riforme non di per s risolutiva della crisi se non contestuale allavvio di
una profonda modificazione dei meccanismi di sviluppo. Occorre rovesciare il discorso puntando ad
una seria e programmata trasformazione della politica industriale, di quella agricola e di riassetto
dei servizi, tale da porre fine allattuale anarchico orientamento dei flussi di produzione che tendono
a creare domanda artificiosa e comunque non regolata sui bisogni fondamentali.
Si deve lavorare ad un piano di risanamento e di sviluppo. Si tratta di una proposta di
intervento globale che valorizzi contestualmente la disponibilit ad una rigorosa politica economica,
lesigenza del cambiamento, risanamento e ripresa, stabilit e riforme.
Non ci sfuggono la difficolt e la complessit di un simile obiettivo ma nemmeno vanno
sottovalutate le straordinarie potenzialit di mobilitazione e di impegno presenti nei diversi soggetti
sociali intorno a questa ipotesi.
E una sfida alla quale n il Governo n le forze sociali, n le autonomie locali possono
rispondere con le strategie dellastuzia, dellambiguit, e, in ultima analisi, dellimmobilismo.
Il sindacato deve accettare questa sfida caratterizzando la sua politica con la novit e con la
responsabilit. Non pu fare tutto e il contrario di tutto. Non ci si pu servire spregiudicatamente a
seconda degli eventi, del FMI, dellUnione Europea, dellOCSE, della BCE. La svolta in economia,
allo stato della crisi possibile solo con una svolta politica. Nessuno fa e disfa i governi. Ma
nessuno pu rassegnarsi a considerare inevitabili i loro errori e le loro iniquit.
In Italia non si pu predicare la rivoluzione e senza cose da rivoluzionare; il riformismo
senza politica, senza principi e senza ideali; il protezionismo comunque inteso; linteresse
particolare disgiunto da quello generale.
Le ricette sono la coesione pi ampia possibile; il tempismo; la verifica continua del
consenso alle scelte e alle decisioni, senza di che ogni riforma destinata a cadere nel vuoto, ad
essere ma non ad esistere.
Il miglioramento delle condizioni dei lavoratori (autonomi o dipendenti) non si ottiene n
con i furori verbali n con le ingegnerie concettualistiche, n per concessione, n per illuminazione.
Si ottiene con il lavoro, dicendo la verit, realizzando un vero progresso sociale trasformando le
riforme nelle leggi trasferendole nelle istituzioni.
Jean Monnet ricordava che gli uomini si dividono in due grandi categorie: quelli che
vogliono essere qualcuno e quelli che vogliono fare qualcosa.
Il Governo, le parti sociali, le istituzioni locali debbono dimostrare di fare; di essere di
parola, non di parole.
Giorgio Benvenuto
18 dicembre 2014