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GENNAIO 2010 METRORACCONTO # 1

IL FASCINO SUPERFICIALE
DELLA BUFERA
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Un mercoledì qualunque, di una settimana qualunque, di un mese e di un anno


uguali a tanti altri che sono stati e che saranno.
Il risveglio non ha bisogno di apparecchi squillanti, fa da solo a quest’età e mi
consegna senza nessun torpore al palinsesto della giornata.
Neanche Morbillo affamato rompe il silenzio pneumatico della casa: sta lì, in
corridoio, a fissare ruffiano le mie mosse arrugginite di avvicinamento alla
cucina, ai fornelli, al caffè e poi, finalmente, alla sua busta di croccantini. Un
gatto che come tanti esseri umani si limita ad avere di me la considerazione
strettamente indispensabile alla soddisfazione dei suoi bisogni, senza falsi
fronzoli d’affetto. Mi viene in mente mio figlio, e non solo perché a regalarmi
Morbillo è stato lui.
La scaletta della mattinata prevede una radio di quelle senza lucine inutili, con
un paio di manopole e una stanghetta rossa ferma sulla frequenza di Radio
Sorriso: quanto basta di informazione per decidere se vale la pena di comprare
un giornale, una spruzzata di oroscopo per non smettere di sperare nella
lotteria e qualche musica che possa ricordarmi ritornelli conosciuti. Di più non
mi serve. Non sono uno che sta troppo dentro le cose, mi limito a consumarne
la superficie. Mi viene in mente la mia ex moglie, solo perché a dirmelo è stata
lei.
Ho ancora abitudini di pennello e schiuma da barba, unici attrezzi artistici della
mia vita. Fingo di scegliere la cravatta che si intoni con il mio umore, che del
resto è sempre uguale: come la cravatta, appunto. Ne ho diverse, grazie anche
alla fantasia che mia nuora impiega nella scelta dei regali, ma sono allergico ai
cambiamenti.
Per molti queste sono le abitudini, i riti della vita. Per me sono la vita e basta.
Come ogni mattina riesco ad essere sul pianerottolo di casa esattamente nel
momento fatale in cui vengo investito dall’onda d’urto che proviene dalla porta
spalancata dei miei vicini.
“Martaaaaaa se non vi sbrigate facciamo tardi a scuola e allora sono botte!”,
romba il mio vicino, isterico forse più per il fatto di doverli accompagnare a

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scuola (visto che lui fa una specie di telelavoro e quindi potrebbe restarsene a
casa) che non per il timore del ritardo.
“Papààààà non è colpa mia è Giulio che sta chattandoooo”.
La delazione dei più piccoli.
“Giuro che quell’affare ve lo stacco e quando tornate vi rinchiudo per un’ora
nello sgabuzzino”.
“No papiiiii, ti pregooo, lo sai che quando torniamo devo controllare la posta,
daiiiii, se mi ha scritto LUI èffondamentale, papi ti prego lo devo sapere, lo sai
che mi sento troppo male per lui, mi tremano le gambe. Ufffaaaaa. La verità è
che IO sono innamorata, per fortuna, mentre voi siete solo degli aridi senza
cuore!”
Il vicino è ormai anche lui sul pianerottolo, gli occhi rivolti al cielo e i capelli
pure. Si accorge di me e finge imbarazzo: in realtà questa scena l’abbiamo già
ripetuta mille volte. Accenno un sorriso di compassione e, come ogni volta,
penso che io non ho mai avuto tutto questo dialogo con mio figlio: schivare il
confronto ha il pregio di non intralciare la puntualità.
Potrei cambiare leggermente l’orario delle mie abitudini mattutine per evitare
questo incrocio con i drammi familiari dei miei vicini. Ma sono allergico ai
cambiamenti.

Alla fermata dell’autobus ripercorro mentalmente gli impegni con i quali mi sono
imbottito il programma della mattinata: la banca, la posta, un salto dal medico a
ritirare una prescrizione, la farmacia. Anche l’età pensionabile ha i suoi fattori di
stress. A me più che altro causano stanchezza, fatica: a 78 anni e qualche
acciacco ci si deve industriare per fare in modo che non manchino panchine nel
percorso tra un impegno e l’altro. Ma l’importante è sottrarmi per qualche ora
alla mia bufera casalinga e rimandare per un po’ il mio essere risucchiato nel
vortice che mi aspetta. E così arranco.
Metto la banca per prima, perché non ha posti a sedere per l’attesa e io sono
ancora fresco di energie mattutine. Saluto i ragazzi allo sportello con sorrisi e
cenni di familiarità e, quando arriva il mio turno, non rinuncio ad una
conversazione fatta di lamentele (mie) sul governo, le tasse, le pensioni e le

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cacche dei cani, ricambiate da una carrellata di cortesi “eh sì… certo… non me
ne parli…” (loro). Quanto basta per sfogare le mie esigenze di socialità e
soddisfare il mio bisogno di appartenenza.
Arrivo alla posta a metà mattinata, all’apice del suo affollamento, così posso
contare su almeno un’ora di intrattenimento. Lì ci sono le sedie di legno e, alla
mia età, c’è sempre qualche filippino gentile che ti lascia il posto. A volte provo
a puntare il mio sguardo colpevolizzante su qualche sgallettata al cellulare che
finge di controllarsi lo smalto solo per non mettere a fuoco me e il suo dovere
morale di lasciarmi il posto. Ma ormai ci ho rinunciato e posso solo fare
affidamento sulla cortesia di altre culture.
Una volta accomodato mi posso dedicare a me.
Apro la valigetta di stoffa e controllo innanzi tutto il telefonino, come sempre
muto. Tanto muto che spesso mi viene il dubbio di averlo dimenticato a casa.
Non che se accadesse mi sentirei in nessun modo tagliato fuori dal mondo, ma
ricordo solo con spiacevolezza che l’unica volta che mi è accaduto, pochi giorni
dopo che mio figlio me lo aveva regalato, sono arrivato a casa trafelato perché
sopraffatto dall’ansia e dalla speranza delle occasioni perdute. Ci avrei voluto
trovare una chiamata, un messaggio inaspettato di qualcuno (e di chi, visto che
quasi nessuno ha quel numero?), di un fantasma del passato che magari non
ho saputo capire al momento giusto e l’ho fatto quando era troppo tardi: in
effetti ho sempre avuto la sensazione e la paura che la mia vita fosse stata una
serie di appuntamenti a cui arrivavo sempre, irrimediabilmente in ritardo. Un film
assurdo, insomma, ma anche quelli più inverosimili sanno lasciare in bocca
l’amaro della delusione. E quindi, da quel giorno, metto il telefono vicino alle
chiavi di casa, per non dimenticarlo, così posso avere in tempo reale, e senza
false speranze, la percezione delle assenze.
A pensarci bene, oggi, essendo mercoledì, potrebbe arrivare la telefonata di
Marco, mio figlio, che normalmente mi conferma con qualche giorno di anticipo
la sua visita della domenica, con il vassoio dei pasticcini e lo sguardo
brontolone di una nuora che vorrebbe essere altrove, in un centro commerciale
forse, piuttosto che a ripetere il ritornello di come mi trovano bene in salute, di

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come è ingrassato Morbillo e di come il tempo si stia guastando (per poi


affrettarsi a rassicurarmi che comunque si aggiusterà di nuovo).
Non so se Marco le impone questo strazio per affetto nei miei confronti o
perché ha ereditato il fascino della metodicità. In fondo che importa? Ognuno
all’interno della coppia deve subire delle punizioni per colpe che non sa di
avere. Questa è quella che mio figlio ha deciso di imporre a lei.

La mia ex moglie aveva un suo repertorio di torture con me.


A quell’epoca ero in giro tutto il giorno, a cercare di convincere i proprietari dei
bar della città a usare l’acqua minerale dell’azienda di cui ero il rappresentante.
In un bar l’acqua non è come il caffè, che deve avere un nome che rassicura il
cliente, perché quando chiedi un bicchier d’acqua al bar non hai modo di fare
sofisticherie di etichetta, al massimo puoi scegliere tra bolle sì e bolle no. E
quando il barista tira fuori la bottiglia dal bancone frigorifero e ti riempie il
bicchiere, non ho mai sentito nessuno protestare che quella marca non gli
piacesse. Insomma l’acqua la puoi ancora piazzare, anche se non sei il
rappresentante di una marca famosa.
La sera poi arrotondavo scrivendo articoletti per un settimanale di quartiere che
mi pagava per qualche intervista ai dirigenti di circoscrizione o per qualche
servizio sui diritti del cittadino. Nessuna letteratura, solo brontolii e lamentele da
mettere nero su bianco.
Sapevo, quindi, che al mio rientro avrei trovato accumulazioni, fogli, appunti,
buste, stralci di articoli, note scritte con cura e poi subito modificate, aggiornate
a penna, a matita a volte, come per differenziarne il peso e il significato. Stanco,
agognavo solo tranquillità, per poter controllare che Marco avesse fatto i compiti
e potermi poi dedicare a un’attività che comunque aiutava il ménage della
famiglia.
Ma la tregua era solo un'illusione che durava il tempo del viaggio di ritorno a
casa.
Lì infatti trovavo lei, con quello sguardo perso dietro i suoi nervosismi della
giornata, del mese e degli ultimi secoli. Io mi sentivo trasparente, inserito nella
sua routine del cucina-apparecchia-sparecchia. E poi niente da dirci e - per me

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- paura di chiedere, per non trovarmi sommerso dai suoi problemi di lavoro. E
questo non era riposo, perché c'era tutta la fatica della vita in trincea.
Ma la ciliegina era la sua punizione preferita: “Andiamo al cinema”. A me non è
mai piaciuto andare a cinema, ho sempre preferito il divano di casa e i
programmi di sottofondo, non quelli che richiedono partecipazione. Sono un
uomo che consuma la superficie, pare. Eppure cedevo, e a cinema ci andavo.
Ma subito m'incazzavo, perché in strada lei mi precedeva come sempre, a
passo spedito, andava da sola, come se io non esistessi. “Ma allora – pensavo
- cha cavolo mi chiedi a fare di andare al cinema? Vacci da sola, così come sei
abituata a fare, e lasciami ai miei pensieri e alla mia pigrizia fisica e mentale”.
Eppure ci ricascavo sempre, in silenzio. Era la mia punizione, quella.
Tante volte sentivo una voce dentro che mi diceva di partire, andare, fare, che
non dovevo fermarmi. E io, incazzato, cercavo di replicare che ovvio che avrei
voluto andare, ma come? E mi ricordavo di quando, prima del matrimonio,
giravo per l’Italia vagabondo e senza casa, a quell’epoca rappresentante di
aspirapolvere, quando dormivo in macchina per risparmiare sugli alberghi:
vivevo in una casamobile, mi sentivo libero di essere e di non avere, libero di
partire e di viaggiare, libero di cambiare.
Ma quei tempi erano sepolti e ormai l’età non era già più quella in cui si pensa a
una vita da rifarsi, quando il corpo ha cominciato a cedere e la salute è già
latente. Non era tempo di rimettersi sul mercato. E quindi andavo avanti così, a
parlare con me stesso, anche per ore, ma – si sa – io sono allergico ai
cambiamenti.
A cambiare, però, ci ha pensato lei, riempiendomi un intero set di valigie con
cravatte che non uso e ricordi di ex abitudini, di una ex casa, di un ex conto in
banca e di un’ex automobile. Premurosa, si è ricordata di metterci i cedolini
delle rate della macchina ancora da pagare. E così sono finito fuori dalla porta.
E’ in quel momento, un attimo prima che la porta si chiudesse, che mi sono
sentito apostrofare come marito ipercolesterolemico, iperglicemico,
iperautoreferenziale e... di superficie.

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E’ quindi cominciata una nuova vita, non molto diversa dalla precedente, se non
per un nuovo indirizzo, una nuova linea dell’autobus e per le assenze che prima
non conoscevo.
Marco per fortuna era già abbastanza grande da poter fronteggiare la rottura e
riciclarsi nella versione del figlio da weekend. Solo che allora i pasticcini li
compravo ancora io la domenica.
Quello è stato anche il periodo in cui con Marco siamo stati sull’orlo di una fase
amicale, forse perché lui sentiva di dover offrire un surrogato di affetto
coniugale, o forse perché voleva sottolineare il fatto che non intendeva
prendere le difese della madre e che sarebbe invece rimasto neutrale, tanto da
potermi dare pacche sulla spalla in segno di complicità virile. Fatto sta che
l’amicizia tra genitori e figli, ammesso che sia una scelta corretta, non si inventa
dopo quasi 20 anni, altrimenti produce solo situazioni imbarazzanti.
Come quando un sabato sera mi sentii scuotere e proporre "Dai ti offro da bere,
ti porto al pub”. Ero sbigottito, sapevo che andare con lui in uno dei suoi covi di
giovani sarebbe stato ridicolo, per tutti e due, ma temevo al tempo stesso di
offendere le sue buone intenzioni. Così riuscii soltanto a replicare in un gergo
stonato "Ok, una pinta e poi però torno a casa". Mi sono addirittura lasciato
offrire un birrozzo e non mi sono mai sentito tanto fuori luogo in vita mia, con
quella musica folk in sottofondo, accerchiato da ragazzi e ragazze pieni di risate
e di fumo. Ma non ce l’ho neanche fatta a scappare, mi sono sentito un po’ in
colpa e un po’ in trappola, ma il secondo giro l'ho offerto io, questo lo ricordo.
Del resto invece ricordo poco, perché di giri di birra devono essercene stati altri,
tanto che sono finito sbronzo, con mio figlio appena diciannovenne, nel
supermercato all'angolo, quello aperto fino a mezzanotte, alla disperata ricerca
di Emmenthal: sì, non so perché, ma da quando ero ragazzo quando bevo più
del dovuto mi viene sempre voglia di Emmenthal. Ma al supermercato di
quartiere hanno solo il Lerdammer e io mi sono sentito uno schifo, con Marco
che si ritrovava a dover consolare un padre ubriaco, deluso dalla mancanza di
Emmenthal. Ricordo solo che mi diede una pacca sulla spalla rassicurandomi
"E’ una fase... non ti preoccupare poi passa”. E in quello stesso momento sono
passati anche i nostri tentativi di complicità.

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Chiamano il 137, mancano quattro persone e poi è il mio turno. Ripiego il


giornalino che mi hanno dato gratis in metropolitana, lo infilo nella valigetta di
stoffa e mi preparo a essere chiamato. Non è vero che nella terza età non si
fanno più programmi, al contrario si programma ogni piccola cosa con più
anticipo.
Anche qui sfodero all’impiegata tutto il meglio delle mie frustrazioni di cittadino
metereopatico ed ecopreoccupato. Altri surrogati di familiarità.
Dopo un passaggio dal medico e un acquisto in farmacia, mi prende un senso
di spossatezza. Sono stanco, il dolore all’anca si fa sentire. Cerco e trovo una
panchina, plumbea come il cielo: non c’è sole per le mie ossa, ma almeno
riprendo fiato. E soprattutto temporeggio, sapendo quello che mi aspetta.
Sono venti minuti di piccolo osservatorio sul micromondo della piazza, su
ragazzi che si accendono le prime sigarette furtive all’uscita di scuola, su
tramezzini addentati in fretta da professionisti frettolosi, su ragazze bionde di
Paesi vicini che rincorrono bambinetti aspiranti cacciatori di piccioni.
Poi comincio a sentire freddo ed è tempo di rimettersi in marcia verso casa. Un
brivido mi attraversa.
Mi accomodo su un autobus di capolinea e tento di distrarmi dal pensiero
incalzante del rientro. Mi impiccio delle conversazioni altrui, delle parolacce
gratuite di adolescenti che sbeffeggiano qualche compagno meno ganzo. Poi la
vecchia donna infazzolettata di nero con pacchi e cartocci si alza per scendere:
non faccio in tempo a lasciarle lo spazio per passare che – zzac - mi pesta un
piede. Sono sicuro di non aver dato voce alla mia sofferenza pungente, eppure
lei quasi si mette a piangere, si scusa. Faccio cenni come per dire “si immagini,
ora non esageriamo va tutto bene”, ma la mia smorfia di dolore deve avermi
ingannato, tanto che lei si inginocchia e, con il fazzolettone a quadri rossi e blu,
mi pulisce la punta della scarpa. Poi scende alla fermata e scompare. Tutti mi
guardano per secondi che mi sembrano interminabili e io non amo essere al
centro dell’attenzione, mi imbarazzo, in più mi immagino che mi stiano
colpevolizzando per aver umiliato quella povera donna al punto da farla
inchinare ai miei piedi per riparare agli inestetismi dell’offesa, così provo a

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trasmettere al pubblico un “ha fatto tutto lei, io non ho neanche protestato”. Ma


il mondo è già tornato ad altri pensieri, musiche, discorsi e telefonate. E io resto
di nuovo solo, con la mia scarpa pulita e un dolore pungente all’alluce sinistro.
Arrivo sul pianerottolo di casa zoppicando leggermente. Dall’appartamento dei
vicini si sentono i frastuoni di un telegiornale a tutto volume, di un telefono che
squilla di continuo e di una figliola bisbeticamente adolescente che reclama
come il suo stomaco.
Dalla mia porta, invece, traspirano odori di pentole che bollono e ritmi di
musiche latine: chiudo gli occhi e mi appoggio per un attimo alla balaustra delle
scale, poi raccolgo le forze e il coraggio e infilo le chiavi nella serratura.
Il gatto mi aspetta dietro la porta miagolando affamato e stordito dagli effluvi
della pentola: il mio impulso sarebbe quello di scivolare inosservato verso la
camera da letto, di staccare tutto, accendere la termocoperta e nascondermi
sotto al piumone sognando l'estate e un mare lontano.
Ma non sono così lesto, non so rompere gli schemi e mi lascio risucchiare
passivo dal vortice della tempesta: e per una volta, almeno, essere uomo di
superficie mi darà il vantaggio di farmi restare a galla.
La mia non è una guerra con l'acqua, non ci sono onde, né perdite
condominiali, o allagamenti, gocciolature, infiltrazioni per le quali dannarsi: la
mia è una bufera asciutta, a toni bassi.
Lei è lì, in cucina, con i pensieri infilati tra un coltello e una patata da sbucciare,
tanto che non si accorge subito di me e, quando si volta e mi vede, si affretta a
spegnere la radio pensando che mi dia fastidio tutto questo esotismo musicale.
“Buongiorno sior Miguele, fa freddo oji vero?”.
Sì fa freddo oggi, confermo. Anche se io mi sento avvampare, già ubriaco di
piccoli mancamenti.
Sono anni ormai che Teresa è entrata a rimettere a posto la mia casa
portandoci la bufera: è arrivata da un’isola africana con la sua pelle di caffè e i
suoi sorrisi caldi. So poco di lei, del suo passato e anche del suo presente:
morirei dalla voglia che mi raccontasse storie, facce e odori, ma la sua
discrezione si miscela diabolicamente con la mia incapacità di perforare la
superficie. Così andiamo avanti da anni, scanditi da abitudini, da silenzi o

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discorsi minimali: lei arriva ogni mattina a tirare a lucido quel poco di disordine
che riesco a creare, a riempire un frigorifero e un piatto, per poi sparire il
pomeriggio in una vita che non conosco. Io mi lascio sballottare, assalito da
quelle che avverto come ore di caleidoscopio stordente in una vita altrimenti
grigia. E’ la mia dose quotidiana di sogno e profumi di spezie.
Ogni tanto mi ritrovo seduto in poltrona a leggere, mentre lei canticchia dietro
un aspirapolvere (oggetto che rievoca per me un passato di libertà, i tempi
prima dell’altare), e allora perdo il fuoco sulle parole e mi astraggo, abbagliato
da colori d’africa, di mari e di mercati che non ho mai visto.
Teresa non è particolarmente bella, avvolta nel suo corpo a tratti tondo di un’età
non più giovanissima che non mi interessa sapere. Ma ha il garbo di donna e
una naturale sensualità senza malizia. E’ la mia bufera.
Intendiamoci, le mie non sono età e salute da reazioni corporee e istinti da
tenere a bada: l’attrazione non arriva a trasformarsi in desiderio di possesso,
ma si sublima in uno strato di brividi epidermici che ti avvolge e inebria per un
po’. Ho sempre pensato che i giochi dei corpi appartenessero al bello della
giovinezza, ora ho il pudore della pelle sottile e assetata.
Il mio lasciarmi trasportare da queste onde sinuose di piccoli sogni, quindi, non
è visibile, o almeno lo spero: io tento di travestirlo da momenti di torpore, e mi
nascondo dietro palpebre abbassate. E se il cuore diventa tamburello spero che
l’aspirapolvere riesca a sovrastarne il rumore.

“E’ pronto sior Miguele”.


A tavola c’è una zuppiera di brodo e un piatto di pesce lesso, ex congelato.
“Che cos'è?” chiedo fingendo di non conoscere la risposta. “Alibut sior Miguele,
quello che ti piace tanto”.
Io non l'ho mai amato, e sono sicuro che lei lo sa, eppure non c’è cattiveria
nella sua scelta, ma solo buone intenzioni e cattive percezioni. E forse anche
una certa complicità con Morbillo. E' la mia penitenza di oggi. Un tempo era il
cinema. La differenza è che oggi conosco bene le mie colpe.

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Nonostante le mie insistenze Teresa non mangia quasi mai con me, forse per
sfuggire all’alibut, o per quella timidezza che porterebbe anche me a fare lo
stesso. “Ho piluccato mentre cujinavo sior Miguele”.
Finito il pasto, infilo il tovagliolo nel suo anellino colorato, retaggio di un tempo
in cui mi serviva a distinguerlo da quello altrui. Poi vado in bagno a lavarmi
mani e denti e mi accorgo, alzandomi, che mi fa ancora male l’alluce pestato.
Se ne accorge anche Teresa e mi chiede “che successo sior?”. Attenzioni
sincere che valgono, per chi le riceve, più di mille dichiarazioni d’amore.
“Niente Teresa, non ti preoccupare, mi hanno solo pestato il piede sull’autobus”.
“Ossior, dobbiamo controllare”.
“Non c’è bisogno, è una sciocchezza, passerà”, tentando di allontanare tutta
questa imbarazzante attenzione verso di me.
Dopo un po’ mi rifugio in poltrona nella mia lettura pomeridiana, quella nella
quale tento di affogare i turbamenti della mia pace: e avrò un bell’affogare con
questo tomone che Marco mi ha regalato da poco a Natale, con un titolo che
quando l’ho spacchettato ho pensato volesse essere una maldestra e
sconveniente allusione al mio rapporto con la madre, Uomini che odiano le
donne. Poi ho capito che era stata solo una scelta da classifica di libreria e mi
sono lasciato convincere ad affrontarlo.
Così mi siedo e aspetto e puntualmente, non oltre la terza pagina, mi perdo, tra
una vera sonnolenza e il turbinio di pensieri capoverdini.
All’improvviso avverto una delicata sensazione di calore alla caviglia: in un
primo momento penso che sia l’effetto fisico di sogni esotici, poi invece apro gli
occhi e mi accorgo che Teresa sta tentando di sfilarmi la scarpa in silenzio.
“No Teresa non c’è bisogno”, oppongo con voce roca e viso paonazzo.
“Massior, dobbiamo controllare”. Dolcissima prepotenza.
La bufera aumenta di intensità, mi sovrasta, il cuore tamburella e l’aspirapolvere
è maledettamente spento. Non mi resta che abbandonarmi, inerte.
Un’eternità quella scarpa che si slaccia, si sfila, il solletico di quel calzino che
scivola. E se questa non è più l’età della fisicità, la pelle d’oca mi è rimasta.
“Ma qui ci vuole pomata” è il verdetto dell’esperienza da dito blu.

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Così, dopo un rapido sparire, riecco Teresa con un tubo di pomata dagli effetti
miracolosi. Non per il piede, ovviamente.
Non so delle conseguenze sulla contusione, ma sono sicuro che quel
massaggio, quel contatto con una pelle extra-me sono altamente controindicati
per i cardiopatici della mia età. Avvertenze che nel bugiardino non ci sono.
Mi ritrovo così, alla fine, al centro di una scena ridicola: uomo anziano in
poltrona, la testa riversa all’indietro, gli occhi chiusi, le labbra (probabilmente)
dischiuse, un libro voluminoso aperto sulla pancia, un piede calzato di
polacchina marrone, l’altro nudo, unto e incellophanato, adagiato su uno
sgabello in plastica, un gatto che fissa un alluce blu, un aspirapolvere in
sottofondo.
A ridestarmi dal torpore di una beatitudine al profumo di unguento e isole
esotiche è lo spegnimento dell’aspirazione. Guardo l’orologio e capisco che la
mia bufera quotidiana sta per terminare.
Infatti puntuale alle 16.30 Teresa compare incappottata davanti a me per il suo
congedo abituale: “Sior Miguele io vado, si vedemo domani”. Questa volta
aggiunge, guardando il piede scalzo, “Mi raccomando no cammini così guarisce
prima”.
Già, e chi glielo dice al medico che mi ha ordinato di fare una passeggiata tutti i
pomeriggi? Comunque ringrazio con un sorriso per il suggerimento premuroso
e, con lo stesso sorriso, ricambio il saluto aggiungendo “A domani Teresa,
buona serata e grazie di tutto”. Un ringraziamento che nulla ha a che vedere
con il piede, ovviamente, la stessa gratitudine che le esprimo ogni giorno per lo
scompiglio che porta nelle mie emozioni riordinando la mia casa.
La porta si chiude e la tempesta viene risucchiata nell’ascensore. A me restano
solo l’improvviso silenzio della quiete e l’infinito tempo per rallentare la
macchina dei sogni.
Lascio decantare il tutto. Sarà questa quella che chiamano la pace dei sensi?
quella del dopo?
Impiego mezz’ora per riappropriami dell’immobilità di ogni cosa all’interno
dell’appartamento e della mia vita. Poi infilo di nuovo il calzino senza nessuna
pelle d’oca, calzo la polacchina mancante e, disubbidendo all’oracolo della

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bufera, mi preparo a uscire per la mia passeggiata pomeridiana. Con il freddo


che fa, ne farei volentieri a meno, ma un po’ vince la superstizione di non voler
sfidare le raccomandazioni del dottore (hai visto mai che la volta che salto la
passeggiata poi mi sento male?) e un po’ spero sempre di incontrare qualcuno
con cui parlare.
La quiete che resta dopo le 16.30 diventa un crescendo di ansia che devo
soffocare, il silenzio delle mura domestiche mi logora: vorrei parlare con
qualcuno, raccontare la mia giornata, la mia tempesta, ma nessuno risponde.
Forse perché quando poi ai giardini incontro qualcuno, mi manca sempre il
coraggio di cominciare il discorso, vergognoso all’idea di non avere in realtà
nessun fatto da raccontare, ma solo sogni, turbamenti e isole immaginate.
Mi sento sdoppiato, abitato da due uomini, uno in evoluzione attraverso un
invisibile turbinio di nuove emozioni e accadimenti impercettibili ma quotidiani,
l'altro solo apparentemente evoluto, razionale, quello che prova pudore e non
parla: uno incomprensibile, l'altro non conosce le parole ma ha una capacità
comunicativa superiore al primo. Solo che nessuno le sa ascoltare.
Il primo si lascia sballottare dalle bufere e si trova perso a rincorrere mete
impossibili di felicità "senza ma"; si pone, nella durata di un sogno pomeridiano,
obiettivi impossibili, costruiti sulle sabbie molli di un vago ricordo di donna al
suo fianco.
Poi l’altro me si sveglia, con i suoi pudori dell’età e la sua ragione metodica e
mi autocritico perché non sono in grado di accontentare me, il mio critico più
parziale e puntuale.
Ho provato, qualche volta, a tenere a bada la mia razionalità più spietata e a
immaginare di formulare proposte di una vita a due: i figli di Teresa, per quel
che ne so, sono ormai grandi e vivono in altre città. Potrei offrirle di condividere
quel po’ di agio che ho, quel po’ di pensione che ho, quel po’ di tempo che
ancora ho. In cambio potrei non chiedere nulla, solo di non interrompere la
tempesta alle 16.30, ma di tenere la radio accesa sui suoi ritmi latini e
malinconici tutto il pomeriggio, di ritrovarci noi quattro (lei, Morbillo, l’alibut e io)
a tavola la sera, di animare quell’inutile stanza degli ospiti.

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Ma, dopo tanti anni, ho paura di una vita con qualcuno, dell' idea di entrare in
casa, dopo un po’, e sentire non più musica ma silenzio. La paura di non avere
niente da dirsi, che certe cose si scoprono solo col tempo.
Ho paura di vedere la tempesta scemare comunque, ma – peggio - per sempre
e di guardarmi indietro e scoprire che prima non si stava poi male. Ho paura di
condividere la casa con una donna che non conosco affatto e di trovarmi legato
a qualcosa che non voglio più, o non voglio come credevo.
Almeno ora so per certo che questo ménage mi assicura una breve, ma intensa
parentesi quotidiana alla mia grigiosità: non vorrei vedere sbiadire anche lei nel
mio grigio, a forza di routine.

Passeggiare al parco mi distrae: bambini, palloni, biciclette, amanti, suonatori e


corridori.
Oggi la mia panchina di sosta è parzialmente occupata da un signore
sconosciuto già visto migliaia di volte, un tipo che ha l’aria di essermi coetaneo.
Senza neanche chiedere permesso, mi seggo all’estremo opposto rispetto a
quello occupato da lui. Aspetto una buona manciata di silenziosissimi minuti,
poi, quasi per rimediare all’invadenza, mi produco in un fantasioso sforzo di
comunicazione:
“Freddo eh?”
Lui non gira neanche la testa verso di me, continua a fissare una pozzanghera
pochi metri più avanti. Aspetta una buona manciata di altri silenziosissimi
minuti, poi:
“Sa cos’è? Il pensiero della morte non mi angoscia particolarmente. Mi
terrorizza però il pensiero che io possa aver freddo, tanto freddo lì sotto terra e
che nessuno o niente possa riscaldarmi”.
Andiamo bene! La mia era una considerazione qualunque e questo mi tira giù
le sue paturnie da sottosuolo.
Vorrei solo alzarmi e andarmene tra rituali superstiziosi, ma faccio un altro
sforzo e provo ad arrampicarmi su una rassicurazione amicale, passando
addirittura al tu:

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“Guarda che quando muori, non senti né caldo né freddo, né sete né fame, né
dolore né sofferenza, né gioia né tristezza...niente di niente... ed è per questo
che la morte non va temuta, perché quando ci siamo noi non c'é lei e quando
c'é lei non ci siamo noi”.
A quel punto, lui sopraffatto o da una filosofia spiccia non richiesta o dalla
confidenza che mi sono preso, si gira a guardarmi per mettermi a fuoco e io,
alzandomi e calzandomi meglio il cappello pronto ad andare via, chiudo con la
ciliegina:
“...quindi non ti angosciare e prova a godertela, che in fondo, alla nostra età,
basta infilare qualche piccola tempesta qua e là”.
Porto una mano al cappello, come per sfiorare - in segno di saluto - una falda
che non ha, e mi allontano verso l’uscita dei giardini. Non mi volto a esaminare
le reazioni a quello che avrà pensato essere un ottantenne sciroccato, ma me lo
sono immaginato tornare impassibile alla sua pozzanghera e ai suoi pensieri di
morte, ormai reso impermeabile dall’età alle parole “godimento” e “tempesta”.

Al rientro a casa il ricordo delle emozioni pomeridiane continua a girare nella


testa, e l'unico modo di non pensarci è pensare di non pensarci. Che però è la
stessa cosa.
Intanto vado in automatico, insceno commedie grottesche di una vita a due, mi
faccio spavaldo marito dai modi western e ingaggio con Morbillo duetti assurdi:
"ciao bellezza", "come è andata oggi?", "ma ti sei divertita?". La beffa è che
oggi, che a quelle domande stupide non può rispondere nessuno, mi
interesserebbero davvero le risposte, mi piacerebbe fare conversazione anche
dicendo cose banali, perché poi le cose belle saltano fuori da sole. Ma non
risponde nessuno e il silenzio rende ancora più amaro quel pensiero spietato e
inutile.
La mia cena si consuma presto e in fretta: un riso molto bianco e delle verdure
molto verdi lasciate da Teresa sotto una retina in cucina. Non scaldo nulla,
condisco e basta. Morbillo fa festa con l’alibut avanzato. Durante la sessione di
tv chiama Marco e mi preannuncia la sua visita della domenica.
“Bene mi fa piacere”, dico accennando quasi un tono di finta sorpresa.

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Mi distraggo tra un canale e l’altro fino alle 22, poi potrebbe essere tempo di
riposo, e io vorrei davvero riposare. Nel senso più letterale del termine.
Dormire.
Così metto in atto i riti della sera, lavo i denti, spengo le luci, chiudo il gas. Ma
anche a letto il pensiero mi disturba. Il pensiero è ciò che più mi ossessiona, il
suo essere sempre presente, sempre costante, mai leggero.
E' sempre stato così, da quando ho il mio primo ricordo: ho cinque o forse sei
anni, la casa quella dei piccoli sogni, quelli spensierati, tra tappi e figurine.
Eppure la vita era già allora un contrasto, amaro, tra troppi perché.
Pensiero ancora invadente, assillante, eterno perché. Sembra quasi che non
voglia dormire, per trovare risposta ad una domanda che apparentemente ho
smesso di pormi. Ciò che non chiedo più a me stesso, ma che continua a
ossessionarmi da sempre. Come un baco, un virus latente. Come una fitta in un
fianco, come una cicatrice che non guardi più. Eppure resta lì.
Perché?
Quella domanda è maturata nel tempo, ha assunto contorni via via più precisi e
oggi si è alla fine condensata in un piccolo tormento serale: perché non ho mai
saputo decidere e mi sono sempre lasciato decidere? Essere uomo di
superficie è una condanna irreversibile impressa a fuoco nel dna o ha ancora
senso immaginare di poter guidare la propria vita?
Questa è l'incertezza che mi porto sotto le lenzuola, in questa casa che non è
vera casa, senza un’anima residente.
Per anni ho pensato che la mia casa fosse fatta di pareti, pavimento e soffitto:
ne ho cambiate tre (genitoriale, coniugale e divorzile), eppure oggi mi sento
randagio senza tana, come se ogni sera la mia casa cambiasse indirizzo, non
si facesse trovare. La cerco, eccome se la cerco, la cerco fino a consumarmi,
ma non basta. Cercarla non significa trovarla. Di contro non trovarla significa
che da qualche parte ancora c'è. E allora continuo a cercare. Almeno nei miei
sogni da uomo di profondità, cerco una casa che sia tale, animata, vissuta, e
non solo da me.
E quando avrò smesso di illudermi e a casa non ci tornerò, allora vorrà dire che
avrò cominciato a decidere, a lasciare la superficie.

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Oppure farò mia l’anima di qualcun altro, mi intrufolerò nella sua vita e nella sua
casa e ci entrerò, per sbaglio, credendola mia: nulla sembrerà familiare. Ci sarà
un’aria diversa, facce diverse che mi guardano, le macchine parcheggiate fuori,
perfino il colore dei muri, il mare in fondo al giardino, l’Africa...
Questi deliri scomposti normalmente tradiscono un inconscio che domani avrò
dimenticato; preannunciano il sonno alle porte.
Mi addormento così, sfinito, parzialmente incellophanato, traghettato verso la
tempesta di domani.

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SI RINGRAZIANO (in ordine di apparizione)


L’anonima pestatrice di piedi; la moglie anonima dell’ipercolesterolemico; il
marito anonimo della nevrotica (ma non è che sti due commentatori sono
sposati?); l’alibut, anonimo anch’esso; quella spiona della sorella di Giulio e
Giulio; il coraggio di Aly di saper accettare di restare; Kadjia e il suo silenzio;
Krayon che ringrazia ma non contribuisce; i figli di Marcoz chiusi nello
sgabuzzino e Marcoz lo spietato; la furbissima ex moglie di Digito e Digito;
Kadjia che sa consolare gli ex mariti incazzati; l’anonimo sdoppiato; le mete
di Claud che prima o poi diventeranno possibili, quando lasceranno il posto ad
altre; la curiosità e i consigli tecnici di Gians; l’anonimo che speriamo non stia
ancora lì seduto ad aspettare; il gatto, la figlia, il telefono e il mare di Mk, e Mk
che guerreggia con fierezza; il gatto che aspetta l’anonimo, e l’anonimo; Uno
e i suoi perché, i suoi tappi e le sue figurine; l’incertezza di Kadjia sotto le
lenzuola, e Kadjia; l’anonimo che si fa portare al cinema e brontola perché la
moglie è più veloce; l’anonimo che teme il freddo sotto terra; Kadjia che sa
pure come consolare chi ha paura del freddo; il disordine di Francog e le sue
accumulazioni; gli incoraggiamenti e i consigli di Lector; le paure di
Salinaversosud, con l’augurio che spariscano perché ne vale tutto sommato la
pena; la batteria del cellulare di Mk; Dizaon che teme lo psicanalista; Uno che
se vi interessa conosce uno psicanalista fantastico; Kadjia che rimpiange di
non aver studiato psicanalisi; Harmel che invece cerca un idraulico; il Ventu e
la sua ossessione misteriosa; Guido Penzo che non trova la casamobile e non
si vuole mettere il satellitare; Marino che non trova neanche lui la casa e
potrebbe fare amicizia con Penzo; Topper che ha risolto tutto non tornando a
casa; i complimenti di Lario; Fracido che sbaglia casa; Vama e la sua fortuna
di amare; il Lerdammer di Ilanio, e Ilanio; Amatamari© perché anche i ritardi
possono essere aspettati.

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