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Aggiornato al 16/06/97

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Premessa al memoriale
Nel 1997 un certo Antonio Arconte registra un sito internet su cui pubblica
pochi giorni dopo la sua travagliata storia
sotto forma di memoriale. Non è una storia come tante, si tratta del vero e
particolareggiato racconto della vita di un
gladiatore, sin dagli inzi del reclutamento (appena sedicenne), fino alle più
rischiose operazioni militari segrete, e la
cancellazione finale da parte dello stato che cerca di insabbiare più in fretta
che può questa scomoda organizzazione.
Arconte racconta dell’addestramento durissimo nella base di Poglina, le prime
missioni atlantiche, cita sotto riconoscibili
pseudonimi i più alti vertici dello stato militare dell’epoca: Santovito, Miceli,
Maletti, Hanke, Borghese. Per la prima
volta viene alla luce che Gladio ha svolto operazioni militari all’estero: in
Vietnam durante la guerra coi vietcong
(a cui afferma partecipò addirittura il “terrorista di stato” Nardi), in Portogallo,
in Libia per rovesciare Gheddafi,
in quasi tutto il corno d’Africa, persino a Leningrado. Ma ci sono cose che
Arconti non dice, se non dopo un tentativo
di omicidio che subisce e lo spinge a rivelare al periodico GQ elementi nuovi e
eclatanti: il rapimento Moro, Ustica,
il caso Raul Gardini, i falsi “suicidi-omicidi” dei suoi commilitoni, il tentativo di
zittirlo con le buone (una
“persecuzione giudiziaria” riconosciuta persino secondo il Tribunale dei diritti
dell’uomo di Bruxelles) e con le cattive
(minaccie di morte e un tentato omicidio), le lettere di Craxi e parla dei suoi
superiori senza più usare pseudonimi.
Arconte dice di essere stato un fedele servitore della Nato e della democrazia,
e probabilmente è in buonafede, ma aggiunge
(con buon fegato) di aver operato per l’affermazione di una società dal modello
Ateniese, ed è convinto che le missioni
a cui ha partecipato siano state attuate solo in chiave anti-comunista. Non si
accorge o forse finge di non sapere, di
aver operato per un’organizzazione militare clandestina in mano ai servizi
segreti deviati e alla massoneria golpista
(come è stato appurato in sede giudiziaria, parlamentare e storiografica).
Allora perché Arconte viene perseguitato? Perché Arconte è uno che sà. Non le
rivela ma evidentemente è in possesso di
informazioni ancora più segretissime soprattutto di operazioni militari “interne”
(quelle più legate alla strategia della
tensione e alla loggia p2) che potrebbero renderlo pericoloso agli occhi di
quegli altissimi “mandanti” militari e politici
che in quegli stessi anni tessevano le loro trame eversive golpiste e che ora
cercano frettolosamente e brutalmente di
nascondere quegli inequivocabili scheletri dall’armadio del loro passato
nient’affatto remoto. Invece con chi se la prende
Arconte? Se la prende coi soliti comunisti. Arconte è un militare, di quelli
vecchio stile da Guerra Fredda, ha combattuto
per quindici anni (rischiando la vita ogni volta) contro il Comunsimo e oggi non
riesce a capire che il Muro è crollato,
che il KGB ha inesorabilmente chiuso i battenti e che se c’è qualcuno che ha
avuto e ha tuttora interesse ad ucciderlo è
proprio quella elitè politico-militare che per anni lo ha addestrato, pagato e
infine congedato senza prevedere che un giorno
lui disobbedisse al primo comandamento Gladio (mai rivelare la propria identità
e far menzione ad alcuno delle
missioni militari).
Come militare però non scherza, partecipa a tutte le missione estere segrete e
ne esce sempre vivo. Si tratta di missioni
suicida, dove il rischio di morire in battaglia è elevatissimo, forse è proprio
questo che rende il memoriale dell’Arconte
ancora più prezioso e valido. Infine viene da chiedersi, perché Arconte parla?
perché non tace come fanno gli altri
veterani di Gladio? Forse perché l’Arconte più di altri ha pagato a caro prezzo il
peso della doppia identità, ha visto
quasi tutti i suoi compagni di Decuria morire sui campi di battaglia di mezzo
mondo, e proprio non ci stà a vedere i soliti
comunisti (che all’epoca erano entrati al governo) screditare i gladiatori dalle
pagine dei giornali. O più semplicemente
ha bisogno di contanti. Infatti dopo la chiusura di Gladio, lo stato ha secretatato
le schede delle migliaia di gladiatori
del secondo, terzo e quarto livello, e automaticamente ha annullato i buoni del
tesoro con cui venivano in gran parte pagati, poiché costituivano la prova del
legame tra stato e “stato occulto” e provava che nonostante Gladio fosse
un’apparato militare costosissimo al di fuori delle regole delle democrazie
occidentali, in realtà veniva finanziato democraticamente da tutti gli italiani.

N.B.: Segnaliamo al lettore di non prendere come verità assolute ogni


rivelazione dell’Arconte, soprattutto quelle
rivelazioni a cui Arconte è venuto a conoscenza in maniera indiretta.
Informazioni che gli giungevano a volte palesemente
false, a volte parzialmente vere, dai suoi superiori (il piano di Disinformazione
era sistematicamente applicato a tutti
i gladiatori per renderli più “malleabili” agli ordini e rientrava nei piani di
addestramento psicologico). Quel tipo di
informazioni escludeva infatti qualsiasi tipo di coinvolgimento degli Usa, dei
servizi segreti italiani, della P2, di Gladio,
negli affari sporchi internazionali, scaricando ogni volta tutte le responsabilità
sul dittatore comunista di turno:
Castro, Gheddafi, Bourghiba, Kruschev…

Simone Falanca

Dedicato a tutti coloro che c’erano e sono stati cancellati!

PREMESSA
Scrivo questa storia ad Ajaccio, in Corsica, in questo 10 Febbraio 1997,
anniversario del Tet, dell’anno della Tigre di
Legno (1975), per evitare che, con la mia morte, la cancellazione mia e dei miei
commilitoni giunga a compimento e di noi
non restino altro che le diffamazioni e le calunnie che ci sono state riservate in
questi anni di infamie. Se morirò
prima di essere riuscito a portare a termine la mia ultima missione, affido a Voi,
popolo di Internet, la nostra storia, quella vera!. La storia delle tre Centurie dei
Gladiatori di Stay-behind Italia. I Gladiatori del S.I.D: ciò che furono e ciò che ne
è stato!!
Dio perdoni chi ci ha cancellato...io non posso!
La storia che vi racconto è incompleta, non posso raccontarvi ciò che non so.
Posso narrare, per filo e per segno, le
operazioni della II° Centuria di Gladio detta “Lupi” e più dettagliatamente della
IX° Decuria di cui facevo parte e...
la vita di G.71 VO 155 M (G.stava per Gladiatore ed M per Marina Militare
Italiana). Ciò perché io ero Lui... prima di
essere cancellato, con tutti noi!.
Perdonate qualche errore di grammatica, noi eravamo addestrati a combattere
dietro le Linee nemiche e ad imparare presto
ad usare qualsiasi tipo di arma, anche e soprattutto quelle del nemico. Ma, del
nostro addestramento, non faceva parte lo
scrivere!, non veniva considerata un arma e, ancor meno, un arma del
nemico!. Con la Nostra storia Vi dimostrerò, invece,
che mai arma fu più subdola e mortale.
Si sbagliavano quanti ci addestrarono... avrebbero dovuto insegnarci a scrivere
o, perlomeno, garantirci scrittori amici.
Cosa che non si preoccuparono mai di fare. Io, ultimo (e forse unico)
sopravvissuto di Gladio, ho dovuto imparare a farlo e,
credetemi, mai un compito mi fu più arduo, mai un impresa fu più disperata,
mai le forze più impari!. Ho dovuto anche
imparare i Codici della Legge e dei Diritti per i quali ci siamo battuti con Onore
sui campi di battaglia di mezzo mondo...
e scoprire che coloro per i quali ci siamo battuti non li conoscono, li umiliano
violandoli sistematicamente e vendendo la
Patria al miglior offerente! Ho imparato tutto questo. Ho dimostrato a me
stesso, facendo Onore a chi non c’è più, che per
Noi nessuna impresa era ed è impossibile... e del ritorno chi se ne frega! Solo...
se morirò anch’io... cosa resterà di Noi!? Solo quello che “Loro” hanno scritto!?
Per questo ho imparato ad usare il Computer. Per questo ho imparato ad usare
Internet. Per questo, come potrete leggere,
ho denunciato l’Italia, ai sensi degli Artt.13 e 25 della Convenzione Europea per
i Diritti e le Libertà fondamentali
dell’Uomo di Strasburgo, per la violazione dei miei Diritti e per tutti gli abusi
commessi dai Pubblici Ufficiali di questa
Italia che non riconosco certo come mia Patria, ma come “Loro” Patria.
Leggerete che questa mia ultima missione dura ormai
da anni,... da quando fui cancellato. Cancellazione certo più comoda e
conveniente,... piuttosto che pagare gli arretrati e
le liquidazioni spettanti!. Tuttavia, non ebbi motivi provati per denunciare il
saccheggio delle Nostre spettanze. Ma, dice
il proverbio: “il Lupo perde il pelo, ma non il vizio!”.
“Quei Lupi”... non hanno perso il vizio del saccheggio ed hanno continuato con i
miei beni di famiglia. Ormai vittoriosi,
non si sono preoccupati nemmeno di non lasciare tracce dei Loro delitti.
“Questo Lupo”... non ha perso il vizio di battersi
a morte contro i Tiranni ed i loro servi... e così sia! Ma se morirò prima di aver
vinto ottenendo Giustizia, i traditori
codardi ed assassini della Patria, li avrai conosciuti anche Tu!!!. La somma che
ti viene richiesta è un contributo alle
spese. Nessuno mi aiuta in questa guerra, gli Avvocati mi sono costati un
occhio e ancora ne avrò bisogno ed anche Internet
ha i suoi costi ed io...Non ho nessuna intenzione di arrendermi!!!
Inoltre, vorrei costruire un monumento funebre alla Nostra memoria e di tutti i
caduti per la Libertà e la Democrazia! Se ce
la farò... ad Alghero!
Del S.I.D, durante i corsi, ci fu detto che suo compito Istituzionale
era :”Assolvere ai compiti informativi
(III° Centuria “Colombe”) e di sicurezza per la difesa, sul piano Militare (I°
Aquile e II° Lupi), dell’Indipendenza e
dell’integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Le attività
principali sono l’offensiva e la
difensiva...” (e non è ciò che abbiamo fatto!?). Nelle pagine che seguono,
leggerai che è proprio ciò che Noi abbiamo fatto:
il nostro dovere verso la Nostra Patria e... ci è costato caro!.
Della N.A.T.O “North Atlantic Treaty Organization”, durante i corsi, ci fu detto
che era stata costituita allo scopo di
assicurare, in conformità e a integrazione delle finalità e dei principi della Carta
delle Nazioni Unite, la sicurezza
internazionale e il benessere dei rispettivi Paesi. In sostanza, si mirava a
fronteggiare, con l’aiuto Americano e
attraverso una preordinata collaborazione soprattutto militare, l’eventuale
espansione della potenza Sovietica verso
l’Europa Occidentale. Ci fu anche detto che, la “Guerra fredda”, per Noi,
sarebbe stata calda, anzi caldissima! e negli
anni che seguirono ci fu dimostrato quanto erano veritiere queste parole. Nelle
pagine che seguono, leggerai che, anche
in questo, sui campi di battaglia di mezzo mondo, Noi facemmo il nostro dovere
verso la Nostra Patria e... ci è costato
altrettanto caro!.

Antonino Arconte

THE REAL HISTORY OF GLADIO

SOMMARIO
1) - Nel Maggio 1970...
2) - Primavera dei Garofani.
3) - Operazione Tet.
4) - Primavera dei Garofani di Luanda.
5) - I Giornali Italiani.
6) - Operazione Beirut.
7) - Operazione Aden.
8) - Operazione Stefano.
9) - Operazione Alexandria.
10) - Operazione Leningrado.
11) - Operazione Costanza.
12) - Operazione Speranza.
13) - Modulo Kennedy.
14) - Operazione Tripoli.
15) - Operazione Akbar Maghreb.
16) - Operazione A.M.: Guerra del Pane.
17) - Cancellazione.
18) - Morte del Generale Manuel Ochoa “Silverado”.
19) - Diffamazione e Calunnia.
20) - L’Ultima Missione.
21) - Antenati

CONTATTI

1. Nel Maggio 1970...

Nel Maggio 1970, compiuti 16 anni, come tutti i primogeniti maschi della mia
famiglia, mi arruolai volontario nell’Esercito Italiano. Nell’Estate dello stesso
anno, nella scuola Militare S.A.S di Viterbo, nell’Aula Magna della Scuola, ci fu
un concorso, ed io fui selezionato da Ufficiali del S.I.D. (Servizio Informazioni
Difesa) per i “Reparti Speciali”. Non mi fu detto quali, ma accettai. Mi si fece
concludere il corso di addestramento in quella scuola. Trasferito, dopo il corso,
alla Cittadella Militare della Cechignola a Roma, caserma Trasmissioni, dove
imparai ad usare i mezzi di radio comunicazione dell’epoca, mi fu ordinato da
un alto Ufficiale del S.I.D. di fare domanda di proscioglimento dalla ferma
volontaria, la quale, anche se non prevista dai regolamenti, sarebbe stata
accolta. Avrei dovuto presentare domanda di arruolamento volontario in Marina
Militare, dove si sarebbe completato il mio addestramento con l’apprendimento
della qualifica di Macchinista Navale. Non mi fu spiegato perchè, ma obbedii.
Furono accettate, contemporaneamente, le mie domande di proscioglimento
dalla ferma volontaria nell’Esercito e quella con la quale chiedevo
l’arruolamento volontario a Maripers.
Nell’Estate 1971, dopo una visita all’Ammiragliato di La Spezia
“dall’Ammiraglio Henke”, fui inviato alle scuole C.E.M.M. della Maddalena, in
Sardegna, dove iniziai il corso da Motorista e Macchinista Navale. Fui iscritto
anche alle matricole della Gente di mare della Marina mercantile al n.16200
CA. Durante quel Corso, periodicamente, venivo condotto in un campo Militare
sui monti intorno alla base di Poglina, vicino ad Alghero. Iniziava così un corso
di addestramento parallelo ed una doppia identità anche all’interno delle forze
Armate Italiane. Insieme ad altri miei coetanei frequentavo corsi di
perfezionamento alle tecniche di guerriglia e sabotaggio in azioni da
commandos, ipoteticamente, condotte dietro le linee nemiche. La parte più
dura, ma anche quella che veniva definita “fondamentale” al superamento
delle varie fasi del corso, consisteva nell’essere lasciati nel territorio montuoso
tutt’intorno al campo con l’unico possesso di un “Gladio”, così veniva chiamata
la baionetta, più lunga e robusta di quelle in dotazione alle forze Armate
Italiane. Ci venivano date 24 ore di vantaggio, dopo di che venivamo cercati
dai gruppi cinofili ed elicotteristi che, “contemporaneamente”, ignari,
svolgevano addestramenti ed operazioni Anti-sequestri. Non dovevamo essere
ritrovati e/o segnalati, nè chiedere aiuto... acqua e viveri ad alcuno, nè
rientrare al campo prima che fossero trascorsi dieci giorni. Dovevamo temprare
il corpo alla resistenza e ci immergevamo d’inverno nelle acque del mare sotto
le scogliere. L’unico sistema concesso per non gelare era la lotta tra noi... e
lottavamo per ore, anche dimostrando la nostra abilità nel riuscire ad impedire
che le onde, sempre molto forti in quelle scogliere, ci sfracellassero sugli scogli.
Non superare queste prove significava essere considerati “non idonei” e
rientrare nei rispettivi reparti. Ci era fatto divieto di identificarci tra noi in
maniera diversa dal numero di matricola e di fornire gli uni agli altri, notizie
utili all’identificazione. Io ero G.71 VO 155 M (G. stava per Gladiatore, 71 era
l’anno del corso, M. per Marina Militare, VO stava per Volontario e 155 era il
mio numero personale, ma, essendo il “cucciolo”, cioè il più giovane dell’ultimo
corso, per tutti fui G.71). Superai quei corsi ed anche quello da Macchinista
Navale. Fui inviato a La Spezia per il tirocinio sulle navi della Squadra (dovevo
imparare a fare il macchinista navale e lavorare in sala macchine). Lo feci... e
feci anche molti giorni di C.P.R. (cella di rigore) perchè la Spezia era piena di
belle ragazze ed io dimenticavo spesso (ogni volta che capitava l’occasione!) di
rientrare a bordo!
(Tre Donne: Tre Colombe?)
Nel mese di Novembre 1973, dovevo essere impiegato in una Missione
all’Estero, la prima. Dovevo presentarmi alla base di Aviano dove avrei avuto
Ordini sulla destinazione e gli obiettivi della Missione. Da indiscrezioni su...
radio G. (Gladio), seppi che dovevamo raggiungere una base nel Sud della
Sicilia in aereo. Da lì la II° Centuria avrebbe dovuto raggiungere, con mezzi
navali, il Golfo della Sirte fino al limite delle acque Internazionali, poi, con i
gommoni, la spiaggia di Bengasi ed una pista d’atterraggio con aeroporto
militare e stazione radar, alle spalle della città (un altro obiettivo era una pista
d’atterraggio circa 5 Km. alle spalle di Sirte, ma era un obiettivo delle Aquile e
non ne sapevo di più). Saremmo stati aiutati dai ribelli Libici che stavano
tentando di rovesciare il regime del dittatore Libico ed instaurare una
Democrazia. Una volta preso l’aeroporto, saremmo stati raggiunti dalla I°
Centuria ed avremmo dovuto convergere su Tripoli, più precisamente, verso un
campo nomadi dove, i ribelli, ci avrebbero guidato verso la tenda di Muhammar
Gheddafi. Il tutto nel massimo silenzio!. Pare che il numero 1 (il Generale,
nostro Comandante) volesse fare un improvvisata al Colonnello Gheddafi che,
in quel periodo, si diceva che avesse bisogno di una “pettinata!” (queste però
erano spacconate... o no!?). Era vero, però, che in quegli anni, Gheddafi
lanciava continue minacce di atti terroristici contro l’Italia ed era opportuno che
capisse, secondo il nostro Comando, che nessuno aveva intenzione di tollerare
le sue aggressioni. Ricevemmo un contrordine: l’aereo sul quale ci saremmo
dovuti imbarcare era stato “abbattuto”. Così ci fu detto dal Generale
Comandante, il numero 1, quello che dava gli ordini, (di persona o al telefono,
dopo avermi identificato recitando il mio numero di Matricola) a me come a
tutti i miei commilitoni. Ci disse che eravamo stati traditi, che dovevamo essere
tutti morti su quell’aereo e che solo un contrattempo dell’ultim’ora ci aveva
salvati!. Infatti, il primo ordine ci voleva imbarcati su quell’aereo a Napoli, e poi
diretti ad Aviano, per imbarcare l’equipaggiamento ed altro personale. Altri
ancora, le Aquile, le avremmo imbarcate a Pisa sulla rotta verso la base in
Sicilia (forse Augusta). Sentii dire in quei giorni che la nostra Missione era
necessaria per impedire che il Regime filo Sovietico della Libia di Gheddafi,
portasse a termine l’Unione con la Tunisia di Alì Ben Bourghiba. Pare che
questa Unione (disastrosa per il quadrante Sud della Difesa del Mediterraneo)
fosse preparata per i primi mesi del 1974 e che, la stessa, fosse organizzata e
seguita passo dopo passo dai migliori agenti del K.G.B. Sovietico che avevano
anche già scelto l’ubicazione di alcune nuove basi aeronavali sulle rive del
Mediterraneo Libico-Tunisino.
In seguito a questa infausta vicenda mi fu detto che sarei stato “congedato”
(previa la mia solita richiesta) con il contingente di leva del I° ‘52, che si
congedava a Dicembre del 1973. Obiettai che: “se fossi stato di leva, essendo
nato il 10 febbraio 1954, sarei stato del I° ‘54 che ancora non era stato
nemmeno “chiamato”. Mi fu ordinato di attenermi alle disposizioni impartitemi
e così feci. Fui congedato con il I° contingente del 1952 il 14 Dicembre 1973 a
La Spezia. Dovetti recarmi a Roma, al Ministero della Difesa Ufficio X° al Primo
piano. Lì, il Generale, “numero 1”, mi presentò gli altri componenti della II°
Centuria di Gladio detta “Lupi”: 70... 69... 68... etc. Conoscevo di vista solo
quelli della IX° e X° Decuria perché ci eravamo addestrati insieme. Ero inserito
nella IX° decuria. Le Centurie erano: la I° detta delle Aquile, perché era
composta da Aviatori, Elicotteristi, Paracadutisti e roba simile ; la II° detta dei
Lupi, perché composta da uomini provenienti dalla Marina e dall’Esercito; la III°,
detta delle Colombe, perché composta anche da donne e non veniva impiegata
in operazioni di combattimento in prima linea o oltre le linee, ma per
informazioni ed assistenza logistica. Ci fu consegnata in quella occasione una
piastrina d’acciaio (con i primi soldi me la feci rifare di platino, ci tenevamo
molto!) sulla quale era incisa la Matricola ed il gruppo sanguigno di ognuno e ci
furono impartite le istruzioni: il numero di telefono era di una segreteria
telefonica e mediamente ogni settimana, se non impegnati in missioni,
bisognava chiamare per ricevere istruzioni. Solitamente un indirizzo dove
presentarci “ovunque fosse!”. Prima di partire per le Missioni si salutava:
“AVE ITALIA MORITURI TE SALUTANT” (per questo venivamo chiamati
Gladiatori). Questo ci veniva insegnato fin dalle prime lezioni dei corsi sui monti
di Poglina, per ribadire che, dalle Missioni, il ritorno era un imprevisto e, Noi, lo
avevamo accettato!. Ci fu insegnato che gli ordini sbagliati non si eseguono e
che sono sbagliati tutti gli ordini che violano le leggi di guerra e di pace, i Diritti
Umani ed il codice d’Onore di Gladio. Il Codice d’Onore di un Gladiatore vieta la
resa, il saccheggio, lo stupro ed ogni azione infamante di questo genere.
Impone di combattere a morte la Tirannia e chiunque la serva, ovunque e
comunque. I Gladiatori hanno giurato fedeltà all’Occidente Democratico ed
all’Italia membro della NATO. Nessuno può violare o modificare questo
Giuramento. In nessun caso è permesso di farsi identificare per chiedere aiuto,
nemmeno ai Consolati ed Ambasciate Italiane all’Estero. Chi cade prigioniero
durante una Missione, in nessun caso deve rivelare la sua identità. Ogni
Gladiatore è Ufficiale Comandante di se stesso. Durante le operazioni si
obbedisce a chi è stato designato per il comando. Caduto questo, assume il
Comando il più anziano. A Missione compiuta, se è necessario prendere
decisioni dalle quali dipendono la vita e il destino di ognuno, si indirà un
Assemblea dei Gladiatori durante la quale, assunte tutte le informazioni
necessarie e disponibili, e sentito il parere di ognuno, si metterà ai voti per
alzata di mano. La Decisione, così assunta, avrà valenza di ordini sul campo
come da Leggi di guerra. Detto questo, il numero Uno ci diede appuntamento
per il giorno dopo in Piazza Venezia, sulle scalinate dell’Altare della Patria alle
ore 09.00. Fummo tutti puntuali, c’era la IX e la X Decuria al completo: venti
Gladiatori... tutti in borghese. Presumo tutti “congedati” come me, ma nessuno
lo disse ed io nemmeno. Ricordo che mi venne da ridere pensando al divieto di
farsi identificare anche per ciò che riguarda la provenienza: c’erano tre Italo-
Eritrei, quattro Italo- Somali e, per quanto riguarda gli Italiani “Italiani”, bastava
che aprissimo bocca per farci riconoscere. Dissi a G.70: Infilaci almeno un
“ostregheta ciò” tra tutti quei “minchia e bedda matri!”. Ridemmo tutti a
crepapelle... l’accento e le espressioni dialettali erano un problema di tutti. Il
numero Uno arrivò qualche minuto dopo di noi, in abiti civili, salì le scale senza
guardarci e lo seguimmo fino in cima. Tra le colonne si fermò. Attese in silenzio
che ci raggiungesse un altro, in Borghese anche lui, dimostrava circa 60 anni,
non aveva niente che lo identificasse, ma sembrava esattamente quello che
era: un cappellano militare. Lo dimostrò, infatti, iniziando a recitare il “Requiem
aeternam” in Latino. Era la preghiera per le anime dei morti, la conoscevo
perché mio Padre, da bambini, era l’unica preghiera che ci faceva recitare, ogni
sera, prima di addormentarci. Per le anime dei morti - diceva il mio vecchio, ma
non la ricordavo più!. Il numero Uno la stava recitando ed anche noi iniziammo
a farlo. Per chi morirà senza conforto - disse - ha avuto qui il suo funerale...
requiem stat in pax. Amen - dicemmo tutti in coro. (Come mi insegnò il mio
povero Babbo,...però, non trascurai di toccare ferro agguantandomi le palle).
“E’ una sana abitudine!, io sono scampato così alla guerra d’Etiopia ed alla
prigionia in Kenia, sul Lago Vittoria” - diceva sempre il mio vecchio. Colpimmo
il petto col pugno destro e tendendo il braccio salutammo :Ave Italia Morituri te
salutant. (...Sarà per questo che ci definivano fascisti?. Una bella sciocchezza,
era il saluto Romano dei Gladiatori a Cesare, prima di iniziare i combattimenti e
la Repubblica Romana, a cui ci ispiravamo, era Democratica, non fascista!.
Rituali, forse sciocchi, ma sulle tradizioni si reggono tutti gli eserciti, anche i
reparti piccoli come il nostro e... noi ci credevamo grandi, grandissimi!). Alla
fine il cappellano ci benedisse e ci salutammo tutti stringendoci la mano. Mi fu
detto in quell’occasione che, in assenza di ordini, dovevo svolgere la mia
attività di Macchinista Navale presso la Marina Mercantile e che, di volta in
volta, all’occorrenza, mi si sarebbe indicata qualche compagnia di Navigazione
“Amica” e la nave diretta verso il “teatro delle operazioni”. Nella Primavera del
1974, la mia Centuria ricevette la prima Missione. Nome in codice: Primavera
dei Garofani.

2. Primavera dei Garofani


La metà delle decurie raggiunsero Lisbona per garantire il successo della
“Primavera dei Garofani di Lisbona” che doveva rovesciare la Dittatura degli
Oligarchi di Caetano Marçelo, ostili alla Politica dell’Europa Occidentale e della
Nato, oltre che avversari delle politiche di Democratizzazione delle Colonie
Africane(nel 1974, ci fu una grave crisi interna all’Alleanza culminata con
l’uscita della Grecia dopo l’attacco Turco a Cipro ed anche il Regime di
Caetano, viste le insistenze della Nato per l’attuazione di Riforme sulle politiche
verso le colonie Africane, minacciava di uscire dall’Alleanza). In caso di
insuccesso dovevano proteggere la vita del Generale de Spinola. La VI° VII°
VIII° IX° e X° decuria furono inviate in Angola per la “Primavera dei garofani di
Luanda”, Missione: Organizzare la resistenza ed addestrare alla Guerriglia
volontari Angolani in previsione della caduta dell’Impero coloniale Portoghese e
delle mire espansionistiche Sovietiche in Africa Occidentale. Truppe Cubane ed
Istruttori Sovietici avevano tentato più volte di prendere il potere in Africa Sud
Occidentale.
(Volontaria Portuguesa:Rita )
Il numero Uno era certo che non si sarebbero fatti sfuggire l’occasione della
smobilitazione dell’esercito coloniale Portoghese per tentare di nuovo. Durante
tutto quell’anno la Missione fu eseguita con successo. Circa 2.000 Volontari
Angolani (tra ragazzi e ragazze) formarono una Colonna unitaria con l’appoggio
sul territorio di forze politiche Democratiche e Liberal-Socialiste Anti Sovietiche.
Fummo inviati lì come Istruttori militari. Quel periodo è una storia troppo lunga
ed io non sono certo di saperla descrivere in maniera comprensibile e non
noiosa. Infatti, si trattò per lo più di insegnare ad operai, contadini, studenti ed
intellettuali, ( in una parola: alla popolazione civile), a non spararsi nei piedi ; a
non farsi cadere addosso le bombe a mano ; a non abbattere (per sbaglio) a
fucilate il vicino, a non aver paura degli scoppi!?... ed un minimo di Arti
Marziali. Non fu davvero un compito facile, ma il loro entusiasmo era
contagioso. Avevano molta fede nella possibilità di riuscire, finalmente, a
mantenere Libera e Democratica la loro Patria, l’Angola. Ricordo sempre la
prima volta che vidi l’altopiano del Bihe in tutto il suo splendore. La volta
lussurreggiante della Jungla, fitta e verdissima, si estendeva sotto un cielo che
iniziava a ribollire di colori, mentre il sole annunciava un nuovo giorno. Uno
strato pesante di nebbia grigia, come una corona di cemento sospesa, cingeva
le cime delle montagne che, di quando in quando, interrompevano l’altipiano
del Bihè. Presto il sole avrebbe cominciato a diffondere il suo calore in tutto
l’altopiano. L’umidità sarebbe diventata soffocante come una coperta calda e
bagnata, avvolta intorno alla testa. Eppure, in quei giorni felici, durante
l’addestramento , tutto sembrava calmo, tranquillo e straordinariamente bello.
Niente lasciava presagire che, presto, molto presto, tutte quelle armi sarebbero
servite per la guerra più lunga e feroce che quella parte d’Africa ricordi.
Terminato l’addestramento misero ai voti il nome da assegnare alla loro
formazione e la chiamarono: “Colonna Libertad”. (In Onore di non so chi,...
forse un Portoghese-Brasiliano.)
(Volontaria Portuguesa)
Lasciammo l’Angola nel Dicembre di quell’anno a bordo di un Mercantile che ci
portò a Cape Town in Sud Africa, prima di fare rotta per Genova (ero rientrato
in Italia solo una volta, in aereo, per una breve licenza di 20 giorni, nel mese di
ottobre, perchè mia madre stava male). Ci presentammo a Roma a fare
rapporto (ed a ritirare gli stipendi arretrati, per la parte che non accantonavano
in Titoli di Stato... “per gli eredi eventuali”. Facemmo baldoria sapendo che
anche la parte “Portoghese” della missione era pienamente riuscita. L’Oligarca
Caetano Marçelo era riparato in Brasile e le truppe dei giovani Ufficiali
dell’esercito Portoghese, con un garofano rosso infilato nelle canne dei fucili
(una trovata per non spaventare la popolazione civile e fargli capire che era un
colpo di stato per instaurare la Democrazia in Portogallo e non contro il popolo)
erano entrate a Lisbona, esattamente il 25 Aprile del 1974. Era la nostra prima
Missione ed avevamo tutti paura di sbagliare.

3. Operazione Tet

L’”Isola sul Me-Kong Hau-Giang


Passai il Natale ed il capodanno 1974-75 con mia Madre e mio Padre. Fui libero
fino a fine Gennaio 1975. Fui chiamato all’Ufficio X° a Roma. Là fummo
informati che in Vietnam era in corso una grande offensiva contro l’Armata
Americana che stava già smobilitando e ritirandosi da Saigon in seguito agli
Accordi di pace. Secondo le informazioni raccolte dalla III° Centuria delle
“Colombe”, alcune Divisioni Corazzate Viet-Kong, attraverso la Cambogia, al
riparo dagli attacchi aerei Americani, spostandosi di notte, si dirigevano verso
una serie di ponti di barche, preparati da tempo e nascosti tra le rive di diversi
bracci del Mekong ; ed alcune Divisioni di fanteria, attraverso la catena
dell’Annam, sfruttando Ponti di corde sospesi tra le gole di quei monti, stavano
marciando a tappe forzate verso Saigon e la retroguardia Americana. Le
Colombe avevano procurato mappe molto precise degli obiettivi, ma non era
possibile identificarli e colpirli dal cielo. Da ricognizioni aeree Americane
effettuate, infatti, non risultava niente, ed il comando Americano, sotto un
pesante attacco, giudicò inattendibili le informazioni delle Colombe. Loro,
invece, erano sicure che i Viet-kong, arrivando in Viet-nam dalla Cambogia e
potendo utilizzare quei ponti di barche già pronti, sarebbero piombati su Saigon
con centinaia di Carri T-54 e centinaia di migliaia di uomini con i quali fare
strage della retroguardia U.S.A. Questo piano lo avevano chiamato :”offensiva
del Tet” e l’attacco in forze, su Saigon, contemporaneamente, da W-SW, Nord
ed E-NE, sarebbe stato sferrato il dieci febbraio 1975. Era l’ultimo giorno
dell’anno della “Tigre di legno”, poi, sarebbe iniziato l’anno del Gatto di legno
e, Vò Nguyèn Giap, era nato nell’anno del “Topo d’Acqua” il più astuto,
avventuroso e agile, di movimento e di pensiero, dei segni dell’Oroscopo
Cinese, di cui Giap era fanatico conoscitore!
(Annam: Aquile?)
...non avrebbe mai iniziato un offensiva nell’anno del Gatto!...Ma gli Americani
non conoscevano l’Oroscopo Cinese!!!

Era stata scelta quella data personalmente dal Generale Vò Nguyèn Giap,
membro del Vietminh e Capo dell’Armata Viet-kong, anche perché portò
fortuna ai Viet-Kong in tutte le precedenti offensive iniziate in corrispondenza
del capodanno Viet, a partire da Dien Bien Phu, contro i Francesi, nel ’54, e...
nessuno è superstizioso quanto Loro! Io la ricordo con precisione perché era il
mio compleanno, 10 Febbraio 1954, anno del Cavallo di Legno Yang. L’America
si stava già ritirando da Saigon, stava evacuando gli ultimi reparti ed i civili.
L’attacco Viet-kong aveva solo scopo dimostrativo. Volevano dare una lezione
agli U.S.A e dimostrare tutta la Potenza del blocco Comunista in Asia. Se fosse
riuscito, per tutto l’Occidente Democratico sarebbe stato un colpo mortale,
forse la storia avrebbe avuto un altro finale. Questo almeno era ciò che
pensava il numero 1.
Aveva informato il capo della C.I.A a Roma di quanto ci aveva detto, ma non
era stato creduto e la C.I.A si atteneva ai rapporti delle ricognizioni aeree che
davano esito negativo. Il disinteresse mostrato, verso le nostre informazioni,
era tale che il numero uno pensava che “qualcuno” desiderasse una strage di
Marines, in trappola a Saigon, che avrebbe avuto nell’opinione pubblica
Americana, da sempre poco propensa all’intervento militare in Vietnam, gli
stessi effetti che ebbe l’attacco giapponese a Pearl Harbour. Nessuno aveva
autorizzato la missione che ci proponeva e ce lo disse. Ma avendo, Lui, la
certezza assoluta, data dal materiale fotografico in nostro possesso, di quanto
preparavano i Viet-Kong e preoccupato per l’effetto che, una simile disfatta,
avrebbe avuto in tutto l’Occidente Democratico, chiese volontari disposti a
partire. Assicurò un viaggio comodo stavolta, addirittura in aereo... e nessuno
potè dire di no! Questa missione fu chiamata in Onore al Generale Giap:
operazione Tet Arrivammo in Viet-nam dopo due scali, era la prima volta che
facevo un viaggio così lungo in aereo. Durante il volo ci furono mostrate Mappe
e fotografie degli obiettivi. Era incredibile quello che avevano escogitato e
realizzato i genieri Viet-Kong: soprattutto era impressionante il “dove” avevano
costruito quei ponti sull’Annam che, fotografati dal basso, parevano costruiti
tra le nuvole. Senza considerare che erano “mobili”, nel senso che, per non
farli identificare dalle ricognizioni aeree, erano costruiti in maniera da poterli
far scendere lungo i crepacci e renderli completamente invisibili,
mimetizzandoli con muschi e cespugli vari, quando non dovevano essere
utilizzati. Che dire poi delle “Tane?” Erano gallerie scavate sotto la Jungla, con
ingressi invisibili a chi non ci cade dentro! ; di quelle avevamo le coordinate
geografiche, altrimenti non le avremmo potute trovare mai. Ci fu spiegato che
quello che ci veniva mostrato era tutto ciò che chiamavano: la Pista Ho-Chi-
Minh. Ci fu detto che i Servizi Americani cercavano la Pista Ho-Chi-Minh da anni
senza successo, a parte qualche spezzone di galleria (Tana) che credevano
secondaria e che, invece, secondo le “Colombe”, era parte di quella pista che
permetteva alle truppe Nord Vietnamite di spostarsi indisturbate in territorio
Sud Vietnam entrando ed uscendo dal territorio occupato dalle forze Americane
ed attaccandoli dietro le loro linee per poi sparire nel nulla (“giustiziando”,
spesso, chi accusavano di collaborazionismo!).
Il fattore che aveva impedito, agli Americani, di scoprire la “pista Ho-Chi-Minh”
era, secondo i nostri servizi, che loro ne cercavano una mentre, in realtà,...
erano quattro!. Due scendevano a Sud attraverso la catena montuosa
dell’Annam ed erano un obiettivo della I° Centuria Aquile. Due scendevano in
Cocincina sul filo del confine Cambogiano, lungo la riva settentrionale del Me-
Kong, nel territorio occupato dai Khmer rossi. Attraversavano il fiume sui ponti
galleggianti che erano il nostro obiettivo e poi si dividevano su ulteriori quattro
direttrici di marcia, (uscendo in superficie solo al coperto della jungla o della
macchia), che si coprivano e fiancheggiavano a vicenda per disorientare i
Marines, che non capivano mai da dove arrivava l’attacco. Non era solo
ingegnoso... era diabolico! Chi si veniva a trovare lì in mezzo, non sapendo di
che si trattava, non aveva scampo... era come un tiro al piccione! e se lo
avesse saputo, ma ci fosse finito dentro lo stesso, non avrebbe avuto scampo
comunque!
Sulle mappe era tutto chiaro. In certi punti le tane correvano in maniera
parallela a distanza di circa trecento metri l’una dall’altra e, sulle mappe,
appariva il disegno con cui si coprono con listelli di legno i ponti delle navi
oppure, per capirci, quella posa di parquet’s (pavimento in legno) chiamato a
“tolda di nave”. Non osservai con troppa attenzione la cartografia sulle tane,
non erano un nostro obiettivo, ma notai che, per permettere alla fanteria di
spostarsi allo scoperto della Jungla, alcune gallerie erano indicate sotto le dighe
che separavano le acque delle risaie. Anzi, per l’esattezza, le “tane” più lunghe
erano vere e proprie gallerie costruite in bambù, rivestite di stuoie e ricoperte
di terra in maniera da apparire dighe tra le risaie. Come detto, con questo
incredibile sistema, il Generale Giap, era in grado di manovrare la sua fanteria,
dalla Cambogia fin quasi a Saigon, senza mai uscire, completamente, allo
scoperto.
Un altra cosa che notai era che, sulla carta, sia le “Tane” che venivano dal Me-
Kong che quelle che venivano dall’Annam, dirigevano su Saigon e vi appariva il
disegno di una tenaglia che stringeva la città da Ovest e NW e Nord-NE. Pensai
che questo Generale Giap era un grande stratega ,... lo ammirammo tutti!. Il
viaggio trascorse così. Negli intervalli ci passavano fotografie di trappole, di cui
la jungla era piena, escogitate da quei “buontemponi” Viet-Kong e che... erano
assolutamente da evitare. Ricordo che, seduto in fondo, riuscii a farmi un caffè
con la mia moka ed il fornelletto da campo. Lo bevemmo insieme ad uno delle
Aquile, non ricordo il suo numero... ricordo la sua faccia.( Non lo vidi più fino al
1996, (quindi aveva ottenuto anche lui “l’imprevisto” ritorno dal Viet-nam), ma
solo per sapere che era morto in un incidente d’auto in spagna, nel ’77, come
un fesso... o forse no?. Lo vidi in televisione in una foto di venti anni fa, per
questo lo riconobbi. Ma è una storia incomprensibile, dove una certa Signora
Donatella di Rosa diceva di averlo conosciuto vivo, mentre tutti dicevano che
era morto, che trafficava armi e cose di questo genere. Ormai, in Italia, è
meglio non stare a seguire tutte queste chiacchere perché è tutto immerso
nella follia più totale.
Mi addormentai nonostante gli scricchiolii ed il rumore insopportabile che
faceva quell’aereo. Pensai che avrebbero potuto prenderne uno un pò più
recente. Era un cargo e stavamo sistemati tra casse e pacchi di non so che, ma
non era roba nostra. Alla fine arrivammo, era l’alba e non atterrammo a
Saigon, pare che tutte le piste fossero occupate per l’evacuazione di militari e
civili e che l’avanguardia (o gruppi di guerriglieri) Viet-kong stesse già
combattendo in alcuni quartieri della Città (sembrava che i guerriglieri Viet
saltassero fuori dalle fogne e nessuno capiva come facessero e da dove
venissero!). Atterrammo a Nord Ovest di Saigon in una specie di ex-pista
d’atterraggio. Ci dissero che eravamo tra Son-Nhut e Long-Xuyen a circa 65
Mls. (100 Km.) da Saigon ed a 40 Mls. dal confine Cambogiano, (ed a 55 Mls. da
Kien-Thanh, la costa più vicina,... già, non mi dispiaceva studiare una possibilità
di “imprevisto ritorno”). Eravamo anche più vicini agli obiettivi e ci andava
meglio così. Sulle carte avevo visto che gli obiettivi delle Aquile erano alcune
croci segnate in rosso tra il confine Cambogiano e due città sui monti
dell’Annam: Da Lat e Di Linh. Mi sembrò di vedere anche una ferrovia, ma non
ne sono certo. Scendemmo dall’Aereo protestando per la mancanza di ragazze
tra il comitato di ricevimento. Qualcuno si era convinto che, prima di partire per
il Me-Kong, avrebbe avuto il tempo di fare due salti in Discoteca,... un pò di luci
rosse, come si vede nei film!. Scaricando il nostro “nécessaire de voyage”,
(come lo chiamava uno dei nostri, un Italo-Eritreo che, prima di arruolarsi in
Italia, era stato nella Légion étrangèr, a Djibouti, nella Somalia Francese)
scherzavamo con le Aquile che proseguivano in aereo: “... i soliti raccomandati
- dicevamo -... i signorini vanno sui monti in aereo a... sssciare e noi, invece,
sempre nel fango o nella polvere, con la merda fino al collo!”,... ma era per
ridere un pò. Secondo gli ordini non dovevamo ingaggiare combattimento, solo
distruggere quei ponti di barche (avevo chiesto, durante il volo, cosa avremmo
dovuto fare se i Viet-Kong avessero avuto da ridire e, anziché rispondermi,
risero tutti,... ma la mia era una domanda seria!). Possibilmente gli obiettivi
dovevano saltare tutti, più o meno, nello stesso momento, per evitare di
segnalare la nostra presenza troppo presto a chi, sicuramente, quei ponti li
proteggeva. Il nostro “nécessaire de voyage” erano una ventina di Kg. di
esplosivo e 100 metri di miccia detonante a testa (più l’innesco a lenta
combustione), cinque bombe a mano, fucile F.A.L - 7,62 lungo N.A.T.O., gladio,
beretta cal.9, munizioni quanto basta, toscanelli e fiammiferi (per l’innesco
delle micce), gallette e, per contorno, come al solito,... secondo capacità e
fantasia! Ci separammo. La marcia per giungere sui nostri obiettivi durò circa
due giorni. Ci spostavamo stando al coperto e a parte Truppe Americane che,
sulla strada o su piste tra macchie e risaie, dirigevano su Saigon e qualche
agglomerato di capanne di risicoltori, non incontrammo “nessuno!”. Le mappe
erano davvero precise e le Colombe avevano fatto proprio un buon lavoro.
C’erano sentinelle, ma non furono un problema (se si escludono i problemi di
portafoglio perchè, fattili prigionieri, i Kong, per ingannare il tempo, ci sfidarono
ad ogni gioco d’azzardo possibile ed immaginabile e ci stavano ripulendo come
gonzi!). Anche i genieri Viet-Kong avevano fatto un buon lavoro, le barche
usate erano solide, potevano reggere i Giganteschi Carri sovietici che, ormai
non avevamo dubbi, sarebbero dovuti passare da lì. Il ponte era pronto sulla
riva opposta alla nostra, era ancorato sotto gli alberi, ricoperto di vegetazione e
steso lungo la riva, impossibile vederlo se non da terra. Restammo
letteralmente ammirati a guardare quell’opera di ingegno, a raccontarlo non ci
si crede. Non sapevamo nemmeno se era giusto chiamarlo “ponte di barche”.
In realtà si sarebbe dovuto chiamare: “Isola galleggiante”. Infatti, era una vera
e propria isola costruita su Sampan (barche Viet) con bambù e ricoperta di
vegetazione del tutto identica a quella sulla riva. Era invisibile fino a che non ci
si arrivava di fronte. All’occorrenza, sarebbe bastato sganciare le cime
d’ormeggio a monte e si sarebbe aperto da solo unendo le due rive e portando
l’intera Armata Viet-kong ,in arrivo, a 98 Km da Saigon.
Però, a dire il vero, guardando quella struttura, pensai che poteva essere usata
proprio come “isola galleggiante”, cioè...cosa impediva, in effetti, a chiunque si
fosse imbarcato là sopra, di scivolare con la corrente verso Sud, verso il mare:
navigando di notte ed ormeggiandosi lungo la riva di giorno. Alle ricognizioni
aeree Americane, sarebbe sembrato un agglomerato di vegetazione fluviale,
come ce ne erano tante, anche vicine alle risaie della Cocincina! Sarebbero
potuti sbarcare fin oltre My Tho, 20 Mls circa a Sud di Saigon. Ce n’erano altre
come questa...e se fosse stato proprio questo il piano di “Caesar” Giap?
Spingerli tutti a Saigon attaccando Hue e poi prendere la città da tutte le
direzioni, tagliando Loro anche la via al mare! Non era lo stesso piano che
aveva realizzato con successo a Dien Bien Phu? Gli Americani ci stavano
cadendo in pieno, proprio come i Francesi nell’offensiva del Tet dell’Anno del
Cavallo di legno.... Ma che genere di servizi informazioni avevano gli
Americani?... Che importava? tanto sarebbero saltate tutte in aria! Via radio le
altre Decurie avevano già segnalato di essere sugli obiettivi: eravamo quasi
pronti ad innescare le mine!.
Era “quasi” un peccato distruggerlo!. Minammo il ponte in più punti, in maniera
che non restasse niente da poter riparare e ci mettemmo in contatto con gli
altri per attendere che fossimo tutti pronti. Avevamo esplosivo in eccesso, ma
non era previsto che arrivassimo tutti sugli obiettivi. (Invece avemmo fortuna e
non incontrammo proprio nessuno a parte vedere, di quando in quando, in
lontananza, sulle strade tra le risaie, colonne di mezzi militari Americani e Sud
Vietnamiti che ripiegavano verso Saigon e, in celo, gli aerei Americani che non
potevano vedere alcunchè.)
L’esplosivo che avevamo in dotazione (candelotti di dinamite) era antiquato
anche per quel tempo: una mistura preparata dai nostri artificieri a base di
nitrato d’ammonio, nitroglicerina, dinitrololuolo e molta farina vegetale come
assorbente d’urto. Le Aquile ne avevano di più maneggevoli ancora (...non
perche erano raccomandati!, dovevano buttarsi sui monti con quella roba sulle
spalle), erano stati preparati miscelando la nitroglicerina rispettivamente con
materiali assorbenti solidi come la farina fossile o gelatinizzandola con
nitrocellulosa e altri ingredienti e con opportuni agenti stabilizzanti. Però il peso
maggiore era della cassetta protettiva, metallica ed imbottita!. I nostri
specialisti si erano preoccupati di fornirci di materiale esplodente
sufficientemente potente ma, nello stesso tempo, di permetterci i movimenti e
di ingaggiare combattimento, se necessario, senza esplodere come bombe
umane al primo urto. Inoltre, aveva il pregio di non avere meccanismi a rischio
di mal funzionamenti. Bastava il Toscanello acceso e sistemate le micce a
dovere, o il cavetto della dinamo per la scossa, non ci potevano essere brutte
sorprese. Il ponte era in mano nostra, dovevamo solo aspettare di essere tutti
pronti. Ingannavamo il tempo pescando un pesce insipido (come tutti i pesci di
fiume). La stessa cosa che facevano le sentinelle Viet al nostro arrivo!. Due
volte capitò che, il Comando Viet-Kong, chiamò il posto di guardia, chiunque si
trovasse davanti alla radio in quel momento, aveva la consegna di miagolare
qualcosa tappandosi il naso e raschiare con un chiodo il barattolo metallico
sistemato vicino alla radio e, poi, spegnere. Sarebbe sembrato un guasto o una
banale interferenza. Insomma, niente di preoccupante da meritare un
ispezione! Ora, le sentinelle Viet-Kong, stavano litigando furiosamente con i
“vecchi” nella stiva del Sampang di testa, ne avevano fatto una specie di bisca
clandestina e ne approfittai per studiarmi la mappa. Eravamo in una zona che
non è possibile descrivere brevemente: il Mekong, entrando in Vietnam, si
divideva in due bracci, uno era segnato con il nome di “Tien-Giang” e l’altro
“Hau-Giang, ma, gli stessi, si dividono ancora in un insieme di nove rami e tutti
con il loro nome “diligentemente” segnato sulla mappa dalle Colombe che ci
informavano anche che, l’insieme delle bocche era chiamato Cuu-Long (in
Italiano: I nove Dragoni). Il risultato di tanta precisione però, è stato che non so
dove accidenti ci trovavamo noi!. Secondo i miei calcoli eravamo più a Nord, in
territorio Cambogiano, sul braccio più settentrionale l’Hau-Giang e... già in
Cambogia, ma il cartografo non ero io e poi, che differenza faceva?. Speriamo
che il Dragone mi porti fortuna - pensai, ricordandomi che mio Padre (secondo
l’oroscopo Cinese) era del segno del Drago... cercando di convincermi che
fosse “Buon segno!”.
Passarono così alcuni dei giorni più lunghi della mia vita. Alla fine però fummo
pronti e il ponte saltò prendendo pure fuoco, doveva esserci anche un deposito
di carburante sotterrato lì vicino (ben nascosto dal momento che non
l’avevamo visto!) o, più probabilmente, era sotto il paiolato di Bambù, nella
stiva dei Sampan. Forse c’erano bidoni di carburante per rifornire i mezzi che
sarebbero arrivati lì, attraverso il Laos e sicuramente a secco. Davvero
ingegnosi, era quasi un peccato aver rovinato una simile festa!. La quantità di
esplosivo usata era tale che saltammo tutti per aria per il rinculo
dell’esplosione nonostante le precauzioni di rito :”1) Stare sdraiati e tenersi
sollevati da terra, soprattutto il ventre, facendo leva sui gomiti. 2) Portare le
mani sul viso, indice e medio a coprire gli occhi, i pollici a tappare le orecchie
(per salvare i timpani), anulare a chiudere il naso e tenere la bocca aperta per
lo stesso motivo. 3) Chi ci tiene alle palle, dicevano gli istruttori, farà bene a
tenersi sollevato anche sulle punte dei piedi!”. Avevamo fatto sempre tesoro di
questi consigli, si può morire per un esplosione ravvicinata e solo perché la
depressione, provocata dall’esplosione, distrugge gli organi interni...
esplodono!. Dopo l’esplosione, nonostante le precauzioni, restammo tutti senza
fiato, boccheggianti, ed io sperai che nessuno dei resti “dell’Isola” che stavano
ripiovendo giù scegliesse proprio il mio pezzettino di foresta per atterrare...
perché ero rovesciato a pancia per aria, in cerca d’ossigeno, e non ero proprio
certo di essermela cavata!... Forse avremmo dovuto allontanarci ancora un
pò!!!. Anche i prigionieri Viet-Kong boccheggiavano, li avevamo legati, ma non
per impedirgli di scappare... La verità era che avevano letteralmente ripulito i
vecchi e... Loro non sapevano perdere, i Viet nemmeno, quindi, per far cessare
l’”ammuina” ed avere finalmente un pò di silenzio, li legammo, sequestrammo:
dadi, carte “Americain”, dame cinesi, carte da Black jack, chemin de fer,
Napoletane e Genovesi, bastoncini Shangai ed un mucchio di altri strumenti da
biscazzieri! più, naturalmente, il maltolto... l’”argeant”. Restituimmo Dollari e
Lire ai nostri “poveri vecchi!” (... che figura però!) e Yuan, Rubli e quant’altro
d’Orientale ai “prigionieri”. Ed è proprio questo che li rese furiosi, sembravano
gatti arrabbiati!. Ma che altro potevamo fare? se è vero che il rientro era un
imprevisto, senza soldi era puro azzardo! Li bendammo prima di andarcene... i
loro compagni li avrebbero raggiunti presto e, visti i risultati del loro turno di
guardia al ponte, avrebbero passato un brutto quarto d’ora davanti a Giap o a
chi per Lui del Vietminh e Noi, non volevamo che sapessero la direzione che
avevamo deciso di prendere.
Sentimmo le esplosioni delle Tane più vicine a noi, dovevano essere anche
imbottite di munizioni o non le avremmo potute sentire esplodere da quella
distanza e sottoterra. Sulle mappe avevo visto che le tane avevano in molti
punti delle “camere”, degli allargamenti, pensavo che fossero per gli
alloggiamenti, evidentemente erano, anche loro, depositi di munizioni. Noi
della II° Lupi, eravamo tutti lì :”sulla coda del Dragone”, sparsi in un raggio di
circa 30 miglia tutt’intorno, su ponti e tane che saltavano una dietro l’altra. Ora
veniva la parte più difficile:”l’imprevisto ritorno”. Il sole era appena tramontato,
in quel punto della Jungla, Cambogiana, al confine col Vietnam, e la notte
scendeva rapidamente. Lassù, sulla volta lussurreggiante della Jungla, faceva
pensare ad un mondo senza conflitti. Nè rabbia, nè sofferenza. Nel labirinto
fitto e aggrovigliato della boscaglia, nessuno che lottasse per la sopravivenza.
Solo 20 uomini, stanchi e tesi, che si apprestavano a trascorrere la notte. Era
come se la terra si fosse spopolata e la natura potesse decidere del proprio
destino. Improvvisamente, quel silenzio ovattato, irreale, venne rotto dal
frastuono di dieci, cento Kalashnikov, o erano mille? Vidi G-30, “Adamo”,
cadere accanto a me, dopo l’esplosione del suo petto, colpito in pieno da una
scarica. L’attimo successivo ero sdraiato a terra e scaricavo il mio FAL in
direzione dei lampi che intravvedevo proprio di fronte a noi. Furono attimi
d’inferno. Rotolavo e sparavo. Mi ritrovai dietro un grosso tronco, ne
intravvedevo la sagoma scura. Era quello dove, un attimo prima ma sembrava
che fosse passato un secolo, avevo poggiato il mio zaino e preso la mia moka
per preparare un buon caffè. Avevo tre bombe a mano e 2 razzi anticarro nello
zaino, di quelli che potevo lanciare innestandoli sul tromboncino lanciabombe.
Avevo anche, sempre pronte alla bisogna, nel taschino laterale, cartucce a
salve per l’innesto dei razzi. Il tronco mi offriva riparo sufficente per le manovre
necessarie e procedetti febbrilmente. In un attimo fui pronto a lanciare. Dovevo
decidere dove e per questo dovevo osservare da dove arrivasse il maggior
volume di fuoco. Presumevo che lì ci fosse un riparo maggiore sul quale far
esplodere i razzi. Avrebbe avuto un effetto devastante: i razzi anticarro del FAL
potevano forare 40 cm di corazza d’acciaio, ma dovevano impattare su un
ostacolo rigido. Uno dei grossi tronchi di quella Jungla andava benissimo, ma
era buio, il cielo si intravvedeva, tra il fogliame, ancora del colore violetto che
precede la notte, ma quaggiù non vedevo il mio naso. Non erano soldati del
NVA (l’armata regolare del Nord). Quelli non ci avrebbero attaccati al buiocol
rischio di spararsi addosso tra loro e senza poter vedere l’oboettivo. Ci
avrebbero circondato in silenzio e avrebbero aspettato pazientemente
l’alba...facendoci fuori tutti! Erano sicuramente ragazzini,...Vietkong! I miei
commilitoni si erano sdraiati a ventaglio e rotolando rispondevano al fuoco.
Strinsi il FAL sul fianco destro e, con un passo in affondo a sinistra, lasciai il
riparo facendo immediatamente fuoco. La scia del razzo illuminò la scena e un
boato ci mostrò il gruppo principale Vietkong saltare in aria, poche decine di
metri davanti a noi. Fu sufficente per darci il tempo di sganciarci. Fui superato
da G-47 “Alvaro”: “...Via, Via, Via!” - urlava. Ma non scappava, si fermò poco
oltre per coprirci la ritirata e poi raggiungerci....Così si fa! Corremmo nel buio
finchè avemmo fiato, inciampando e rialzandoci e ricadendo ancora. Alla fine ci
sentimmo al sicuro e ci predisponemmo per la notte. L’indomani avremmo
dovuto riprendere la marcia. Mi assopii senza ricordare nemmeno di aver
appoggiato la testa sullo zaino. L’indomani mattina, alle prime luci dell’alba,
fummo tutti in piedi e pronti a muovere. Nemmeno il tempo di un caffè, ma
eravamo tutti consapevoli di essere cercati. Eravamo noi, questa volta, la
selvaggina della caccia. Gli anziani ci incitavano a correre, a far presto, ma per
andare dove!?. Senza più il peso degli esplosivi eravamo più agili, ci stavamo
allontanando verso Est-SE. Attraversavamo tratti di jungla molto fitta e
procedere era faticoso, ma anche più sicuro. A volte procedevamo tra canne di
Bambù altissime e cercavamo di non uscire mai allo scoperto.
(Me-Kong Hau-Giang ‘75)
Correvo con gli altri, procedendo in fila, a qualche metro l’uno dall’altro e
tenendo sempre sotto tiro alla mia sinistra. Correvo e pensavo che stavamo
sbagliando, ripiegavamo su Saigon, non ci saremmo mai arrivati. Ormai tra noi
e gli Americani c’erano i Viet-Kong, tutti quelli che aspettavano “l’Armata
rossa” sulla pista Ho-Chi-Minh (che non c’era più) e che sapevano che non era
stata distrutta dai Phantom USA. Ero sicuro che non avevamo fatto la scelta
giusta, che dovevamo ripiegare andando a Nord passando il confine
Cambogiano (se già non c’eravamo) e da lì raggiungere Phnom Penh, ancora
tenuta dalle truppe governative e filo Occidentali di Lon Nol. Eravamo ad
appena 100 Km da quella Città, ed era un percorso da fare al riparo della
jungla, dicevo io. “Saigon è a quasi 200 Km da qui, ed è un percorso coperto
solo per un tratto, dopo di che ci ritroveremo ad attraversare le risaie, a perdita
d’occhio, che abbiamo visto venendo qui”, insistevo a dire. Ma, secondo le
nostre Mappe, ci saremmo trovati in un “Santuario” Viet-Kong, che stava
proprio davanti a noi (erano basi militari Nord Vietnamite in territorio
Cambogiano, lungo la linea di confine col Sud Vietnam). Probabilmente era
proprio lì che il Generale Giap stava concentrando le sue truppe da traghettare
sulla “nostra isola... che non c’è più!” per l’invasione del Tet!. Ce n’erano molti
di questi “Santuari” e tutti lungo il confine... in territorio neutrale, al sicuro!...
evidentemente il Generale Giap era un uomo molto, molto religioso!... “Senza
contare che la Cambogia è quasi del tutto in mano ai Khmer rossi di Pol Pot”,
ribattevano altri. “A Nord non si passa, per passare ci dovremmo battere... in
20 contro l’Armata Viet-Kong e, i vincitori (!?), se la dovranno vedere con
l’armata Khmer di Pol Pot”. Chiusero la mia proposta ridendo ed io, che restavo
contrario ad andare a Saigon, li feci ridere ancora scattando sull’attenti alle
parole di G.58 salutando :AVE...! come se avessi accettato il combattimento
proposto, poi, ridendo anch’io, mi sedetti intorno alla carta dicendo :”due sole
armate contro venti di noi!?... troppo facile! Avete ragione. Allora perché non
andare ad Ovest?, è tutta foresta, passeremo i due bracci del Me-Kong e
dirigeremo a Khien-Thanh, Golfo del Siam. Sono 100 Km di passeggiata da qui
e se non è ancora caduta è fatta: ci faremo rimpatriare dagli Americani.
Altrimenti ci procureremo un imbarcazione e lasceremo il Vietnam via mare,
siamo la Marina... o no?!”.Dissi questo perché ero davvero sicuro che era
l’unica via d’uscita per noi. Insistei: “Non capite che non si aspetteranno mai
che abbiamo preso quella direzione?. Ci cercheranno tutti e ci cercheranno da
qui a Saigon”. Ma non ci fu verso di fargli cambiare opinione... votammo e, 19 a
1, andammo verso la rovina... verso Saigon!!.
Ce li trovammo addosso all’improvviso! Non so come ci intercettarono,
eravamo stati molto prudenti, forse è stato solo che erano dappertutto... lo
sapevo che avremmo dovuto andare verso Ovest-SW verso il golfo del Siam e
Kien-Thanh. Fu davvero dura, anche se le tane erano saltate, ci attaccavano da
tutte le parti e non finivano mai. Quelli tra noi che restavano feriti, come
avevamo deciso in Assemblea, si fermavano a proteggere la nostra ritirata.
Non c’era alcuna possibilità di trasportare i feriti e poi... per portarli dove?!.
Meglio una morte onorevole, da Gladiatore, in combattimento. Chi avrebbe
potuto desiderare di meglio?. Per noi era davvero il massimo e lo si capiva con
quell’ultimo saluto che “i Morituri” ci rivolgevano, consegnandoci le piastrine,
prima di essere abbandonati sulla pista: Ave Italia Morituri te salutant! e furono
molti i saluti che ricevetti su quella pista in quei giorni: Ave 60... Ave 59... Ave
58... AVE!!! (Si, forse, eravamo un po’ esaltati, ma quando ci salutavamo così ci
sentivamo a Roma, tutti uniti su quell’altare di una Patria che era solo nei
nostri sogni di ragazzi, a casa, e poi... che altro ci restava!?) Della IX° e X°
decuria riportai in Italia 19 Piastrine.
L’Armata Americana era lontana, forse aveva già ultimato l’evacuazione di
Saigon e noi, “tanto per cambiare”, eravamo di nuovo “Stay-behind” (dietro le
linee). Rimasto solo e, vista la situazione, feci una nuova Assemblea. Questa
volta avevo la maggioranza e cambiai direzione... che diavolo ci sarei andato a
fare a Saigon , a marciare con i Viet-Kong in parata?!. Non sapevo che stava
accadendo tutt’intorno a me, ma non tanto da non capire che i Kong (i rossi)
avevano vinto. Anche il Vietnam era caduto... o era stato Liberato!?, mah!... “Ai
posteri l’ardua sentenza” disse un saggio. Io, adesso, avevo il solo dovere di
tentare di essere tra quei posteri e, per riuscirci, tornai indietro, verso il fiume.
L’odore di marcio della jungla e la paura di essere catturato da un nemico
invisibile mi convinsero a valutare meglio quella realtà. Non dovevo avere
fretta. Ce l’avrei fatta, lo sentivo, ma non dovevo avere fretta. Avevo perso il
conto dei giorni, forse erano gli ultimi e preferivo ascoltare gli uccelli cantare al
mattino ed alla sera. Mi ricordavano che un nuovo giorno era nato, un altro era
passato... ed io ero ancora vivo!. Il silenzio era rassicurante e, quando la stai
per perdere, ogni attimo di vita lo assapori con gioia. Anche immerso in un
lurido fiume, tormentato da insetti e a rischio sanguisughe. Una strada che
conduceva a Saigon era un fiume in piena di Civili che fuggivano verso la
direzione opposta. Dovevo prendere anch’io quella direzione, ma da solo, non
potevo certo passare per “civile Viet”. Dopo essere stato immerso nel Me-Kong
quasi due giorni per sfuggire ai Viet-kong che ci cercavano, la mia carta era
quasi inservibile, ma ricordavo perfettamente quella che avevo visto sull’aereo
e la città sul mare: Kien-Thanh, dovevo dirigermi là. Scendere lungo il Me-Kong,
pattugliato com’era dai barchini Viet-Kong, era troppo pericoloso e poi, nessun
civile fuggiasco lo faceva, significa che non era consigliabile. Inoltre, se i civili
in fuga non vanno a Saigon, ma se ne allontanano, questa era un ulteriore
conferma che “l’imprevisto ritorno”, passava per Kien-Thanh!. Mi fu prezioso
l’addestramento fatto sui monti intorno a Poglina, lì era molto più difficile
nascondersi. Non feci l’errore di aver fretta di lasciarmi il Vietnam alle spalle.
Forse è proprio questo che portò i miei commilitoni a volersi dirigere a Saigon...
la fretta di rientrare, la speranza di arrivare in tempo per montare su un
comodo aereo e ritrovarsi a casa in poche ore. Io no, non avevo fretta e non ne
avrei avuta!.
Stavo immerso nel fiume, sotto una piccola zattera di rami e foglie dove
stavano le mie armi, e lentamente, molto lentamente, la pilotavo verso il
centro del fiume, ma come se fosse la corrente a farlo. Non c’era anima viva,
ma la regola numero uno dell’addestramento era: muoviti come se tutto il
mondo tenesse i riflettori su di te. Ero talmente immobile che persino piccoli
animaletti e dei pesci, attirati dal calore del mio corpo, trovavano rifugio sotto
la mia tuta mimetica. Regola numero due: tutto quello che si muove sono
“proteine” e quello che sta fermo sono “vitamine”. Non importa quanto ci avrei
messo, ma sarei tornato dal Vietnam e: “si accettano scommesse”! - gridai col
pensiero a me stesso, ma non scommise nessuno contro di me. Mi ci vollero
solo una decina di giorni per raggiungere il mare. Dalla carta potei calcolare
che facevo una media di sei o sette Km al giorno, ma non avevo fretta. A volte
mi avvicinavo al limitare della selva per spiare una strada dove colonne di
civili, come un fiume in piena che non scemava mai da giorni, si allontanavano
da Saigon!!! Anche loro, come me, non avevano fretta, ciò che contava era
riuscire... non in quanto tempo!.
Interi villaggi di pescatori “emigravano” dal Vietnam ormai caduto. Raggiunta
la costa, imparai a spostarmi dentro le foreste di mangrovie. Non fu affatto
facile, non c’è intrigo di rami e radici più fitto, ma mi sentivo al sicuro là in
mezzo e poi, l’acqua era salata, ero di nuovo in mare... un buon segno per me!.
(Kien-Thanh: Mangrovie)

Spostandomi così mi stavo allontanando da Kien-Thanh, ma, al mio arrivo nella


periferia della Città, avevo visto colonne di soldati Viet-Kong muoversi
indisturbate sotto la bandiera rossa ed avevo considerato che non era il caso di
presentarmi al porto a cercare un imbarco. Stavano già procedendo con i
“rastrellamenti di collaborazionisti”, li avevo visti caricare sui camion diverse
decine di persone, sicuramente colpevoli di non essere comunisti!. Raggiunsi il
limitare di quella formazione di mangrovie a Sud di Kien-Thanh in circa tre
giorni (me l’ero presa comoda,... non sapevo dove andare!). Quel tratto di
foresta si interrompeva su una spiaggetta nascosta tra gli alberi. Lì c’erano
alcune imbarcazioni da pesca che, chiaramente, si preparavano a salpare. La
presenza a bordo di donne, bambini ed animali mi diceva che erano profughi...
quindi non comunisti e stavano scappando,... proprio come me!. Uscii allo
scoperto e, camminando nell’acqua, li raggiunsi. Le donne ed i bambini che
giocavano sulla spiaggia fuggivano, li spaventai,... già dovevo essere
impresentabile! Erano gente pacifica ed io ero armato fino ai denti, mi
preparavo a vendere cara la pelle. Usai un linguaggio universale, andai verso
quello che sembrava il gruppo degli “anziani del villaggio” tenendo il Fucile alto
sopra la testa. Mi fermai e dissi solo: I’m friend,... were are you going?. Vous
n’est pas un Américain! - rispose il più anziano, in uno stentato Francese. Ouì,
Monsier, je ne suis pas un Américain, je suis un Italien - dissi io -... en transit
pour l’Italie! Aggiunsi, alla loro sorpresa, facendoli ridere. Ma questo non
cambiava la mia situazione. C’erano due Giunche Cinesi e tre Sampan ed, a
colpo d’occhio, avrebbero affrontato il mare navigando al limite della linea di
galleggiamento.
(Giunche Cinesi e Sampan)
Indovinando i miei pensieri, qualcuno aveva impugnato vecchi fucili da caccia,
ma non avevo alcuna intenzione di fare la guerra a donne e bambini per...
“fuggire”. Lo feci capire offrendo la mia borraccia vuota al capo villaggio. La
prese e me la riconsegnò, di li a poco, piena d’acqua ; una donna, nel
frattempo, mi aveva dato da bere acqua di cocco (era bello essere di nuovo in
mare, ma l’acqua del fiume la potevo bere, quella del mare no). Andai a
sedermi all’ombra. Non so cosa avrei fatto, ma, di sicuro, non li avrei obbligati
a portarmi con loro, avrei continuato verso Sud... chissà! e se no... Ave!.
Assistei a tutti i preparativi, avevano imbarcato anche i cani, (ma perché li
mangiavano). Tentavano ormai da tempo di far partire i motori senza riuscirci,
quando mi alzai per raggiungerli. Stando nell’acqua spiegai loro come fare, ma
era inutile. Il capo mi fece cenno di provarci io. Salii e riuscii a far partire il
motore... era un vecchio motore Francese dell’epoca coloniale (forse un
Berliet!?) con avviamento a cartuccia esplosiva e manovella. Se non si dà un
colpo deciso e preciso, al momento giusto, non esplode... che Dio lo benedica!.
Se li erano procurati chissà dove per lasciare il Vietnam. Per la pesca usavano
le vele, ma per traversare il Golfo del Siam fino alla penisola di Malacca gli
anziani avevano “saggiamente” deciso di superare le bonacce (niente vento),
attrezzando di motore le due Giunche che avrebbero trainato i tre Sampan. Un
bel convoglio di incoscienti non c’era che dire. Mi trovai proprio a mio agio tra
loro! Sulla Giunca, ammassati come topi, fu fatto posto anche a me (avevo
trovato imbarco da macchinista!).
(Sampan)
Potei capire che erano tutti diretti nella penisola di Malacca dai loro Parenti.
Seppi in seguito che persino navi Italiane si trovavano in quelle acque per
raccogliere i profughi, ma non fui così fortunato. Impiegammo sette giorni a
traversare il golfo della Thailandia e raggiungere la Penisola di Malacca. Da lì,
uno dei loro parenti mi aiutò a raggiungere la ferrovia del Sud Est Asiatico (era
stata fatta dagli Inglesi e congiungeva Bangkok con Singapore). Feci un lungo
viaggio di circa 500 Kilometri (il treno impiegò quasi due giorni!) attraverso la
foresta Malese fino a Singapore dove potei darmi una ripulita in un buon Hotel.
Vendetti le armi e l’equipaggiamento e, con quello che avevo in tasca, trovai
imbarco per l’Egitto e poi in Italia. A Roma feci rapporto al Generale, consegnai
le piastrine “superstiti” dei miei commilitoni caduti (non erano 19, ne avevo
perse alcune negli spostamenti e credo di ricordare che ne riportai in Italia 12)
e seppi che anche altri erano rientrati.
In Italia, Giornali e Telegiornali davano la notizia che Saigon non era ancora
caduta o, più precisamente, dicevano che stava cadendo in quei giorni. Potei
vedere le immagini alla TV, quindi era vero... o no!?. Si vedevano sparatorie tra
Marines e i Guerriglieri di Giap, strada per strada, a Saigon. Gruppi di
Guerriglieri stavano attaccando l’Ambasciata Americana ed i Marines
resistevano per dare tempo alla Marina di evacuare completamente la Città... Il
piano di Giap e del Vietminh! Ma, potendo disporre delle sole avanguardie,
quelle da sempre presenti intorno a Saigon e, con il grosso dell’Armata
impossibilitato ad attraversare il Me-Kong, nè a scendere dall’Annam, il grande
assalto a Saigon del 10 Febbraio 1975 e l’offensiva del Tet ‘75, il terribile piano
che prevedeva il massacro di tutte le forze Americane e Sud Vietnamite
confluite su Saigon, non potè essere messo in atto. Non avrei davvero voluto
essere nei panni di quelle sentinelle (o dovrei dire: biscazzieri!?). Tuttavia, dalle
notizie che venivano diffuse, potei capire che “Caio Giap Cesare” (così lo
chiamammo dopo aver visto di cosa era capace, anche nelle progettazioni delle
opere dei suoi genieri... proprio come il “nostro” Cesare) non si perse d’animo:
le forze che dal Nord dovevano attaccare Huè, come diversivo
all’accerchiamento di Saigon, furono, sicuramente, rinforzate dalle riserve
dirette a Sud; quelle presenti nei “Santuari”, frattanto, dovevano essere state
impiegate in una marcia forzata per risalire a Nord- Est e passare il confine nel
tratto che costeggia l’Annam ed attendere, fiduciosamente, la rotta
dell’esercito Sud Vietnamita che, secondo Cesare Giap, non sarebbe
mancata...oppure, erano una forza pronta ad essere impiegata per attaccare,
“anche” alle spalle, l’Armata degli Nguyèn del Sud!. Non aveva più scampo
nessuno laggiù! Come i Galli del “de Bello Gallico” e Pompeo, dopo che l’altro
Cesare lanciò quei dadi!. “Alea Iacta Est, Caesar Giap!”... se avesse rallentato
l’offensiva su Huè, per attendere di ripristinare la “via Ho-Chi-Minh”, sarebbe
stato sconfitto: l’Armata Americana avrebbe lasciato, ai Sudisti, armi e mezzi a
sufficienza per contrattaccare ed il suo momento sarebbe passato, ma non fece
errori... per questo vinse! Noi, comunque, portammo a termine la nostra
missione e non ci fu alcun massacro...a parte il nostro! La guerra del Vietnam
stava finendo nell’unico modo possibile!
Fui lasciato libero solo pochi giorni, fino a fine Aprile ‘75. In Angola la “Colonna
Libertad”, che avevamo addestrato l’anno prima, era impegnata in
combattimenti con altre formazioni guerrigliere che si contendevano l’Angola
dopo l’abbandono del Portogallo. La Missione ricevuta voleva che tentassimo di
formare un fronte comune con tutte le forze Anti Comuniste presenti in Angola,
il nome in codice rimase: “Primavera dei Garofani di Luanda”.
N.d.R.: Alcuni visitatori mi hanno scritto gradite lettere dicendomi che è
incredibile quanto hanno letto su The Real History of Gladio, in quanto nessun
giornale Italiano ha mai riportato una sola notizia di quanto hanno letto in
questo sito. Devo dare atto che è così, ma, del resto, nella pagina “I giornali
Italiani” Noi stessi ci meravigliavamo delle menzogne che leggevamo sui
giornali!. Viene considerato incredibile soprattutto che i capi militari e politici
del Nord Vietnam comunista e “proletario” fossero, in realtà, Nobili feudatari
della stirpe Imperiale degli Nguyèn, discendenti dell’Imperatore “Già Long” (il
Dragone di Giada, Imperatore di Hue ed unificatore del Vietnam). Noi, invece,
ci meravigliavamo che tali situazioni che erano in evidenza, sotto il naso di
tutti, passassero inosservate, come se fossero scontate. Era scontato che le
“Rivoluzioni popolari”, in Cina come in Vietnam, e dovunque in Asia, in realtà,
erano gestite da Mandarini, Principi e Duchi feudali che gestivano il potere
“Rivoluzionario” con durezza e ferocia degna dei “Loro” Avi...però, i
Democratici, erano “Loro”!. Questa Nostra storia vera, giocoforza e per ovvii
motivi, è un breve riassunto. Vorrei però aggiungere, per chi dovesse ancora
avere dubbi, che risulta noto che tutto il mondo era a conoscenza del fatto che
a negoziare gli accordi di pace a Parigi, (nel gennaio 1973, poi perfezionati nel
giugno ‘73, con il quale si volevano eliminare le continue violazioni ai trattati
precedenti), con Henry Kissinger, Segretario di Stato U.S.A., veniva inviato a
rappresentare Hanoi un signore di circa sessanta anni, membro del Politburo
dal 1954 e poi segretario del Partito dei Lavoratori del Vietnam (ex partito
Comunista Indocinese), il quale rispondeva al nome di “Le Duc Tho”. Sapete
che significa? Significa “il Duca di Tho”! (quale Tho?...My-Tho, Can-Tho...?), ma
nessun giornalista ha mai fatto alcun commento su questo...come su tutto il
resto! Io credo che tutto ciò si commenti da solo, non vi sembra?.

4. Primavera dei Garofani di Luanda

Raggiungemmo Luanda, ancora una volta in aereo, via Bruxelles Abidjan-


Luanda, che le truppe Portoghesi non avevano ancora completato la partenza.
Vidi imbarcarsi gli ultimi reparti dell’Esercito coloniale Portoghese. Tentammo
immediatamente, grazie alla collaborazione dei capi della resistenza dei partiti
Democratici, di contattare i capi del F.N.L.A. (Fruente Naçional de Libertaçao de
Angola) di Holden Roberto e la più potente U.N.I.T.A (Uniao Naçional por a
Indipendençia total de Angola) di Jonas Savimbi. I tentativi di creare una forza
militare unita e Democratica ci portarono, dopo alcune settimane di trattative
con vari emissari delle diverse formazioni, a redigere il seguente rapporto: Il
F.N.L.A di Holden Roberto era disposto ad unirsi a noi per la conquista del
potere in Angola, ma era appoggiato da Mobuto Sese Seko, Dittatore dello
Zaire e Presidente del Partito Unico “Mouvement Populaire de la Revolution”.
Mobuto aveva in odio l’U.N.I.T.A degli Ovimbundu che rivendicavano
l’indipendenza del Katanga da lui soggiogato con il Terrore, a detta degli
Ovimbundu ribelli e, sicuramente, non lo avrebbe liberato viste le ricchezze
minerarie (anche in diamanti) che lui sfruttava. Il F.N.L.A. era però disposto ad
una alleanza con la Colonna Libertad per combattere contro il M.P.L.A. e
l’U.N.I.T.A per la conquista del potere. Erano però disponibili ad una alleanza
temporanea con l’U.N.I.T.A per resistere all’imminente invasione dell’Angola da
parte di truppe Sovietico-Castriste. Lo stesso impegno ottenemmo dagli
emissari dell’U.N.I.T.A che, però, non credevano che un Armata Comunista
stava per arrivare in Angola, chiamata dall’ M.P.L.A. di Agostinho Neto e Mario
De Andrade, per sconfiggere i “Terroristi ed i Mercenari delle Potenze
Imperialiste...!?”. Non fu facile strappare questo impegno, l’U.N.I.T.A era una
formazione guerrigliera composta esclusivamente da Ovimbundu degli altipiani
e teorizzavano il loro diritto a governare l’Angola in qualità di discendenti puri
dei Bantù che lo occuparono qualche secolo addietro (la razza eletta di quelle
parti insomma!). La Colonna Libertad era composta da “sanguemisti”, in realtà
eravamo il nemico per loro! Riuscimmo comunque ad organizzare una specie di
fronte comune anticomunista. Ma, fatto questo, sperai che le informazioni
raccolte dalle “Colombe” fossero sicure, cioè che effettivamente una Armata
Sovietico-Castrista stava arrivando a Luanda. Per una volta tifavo per “loro”!.
(Degli emissari contattati ricordo solo quello dell’UNITA, un certo...Laurenço Da
Silva, un ex professore di scuola, perché, sul fiume Cuando, decise di restare
con la Colonna Libertad, anziché andarsene con l’UNITA: “sono i miei ragazzi!”
- ci disse, riferendosi al fatto che molti dei volontari lo conobbero come loro
professore. Gli affidammo il Comando della Colonna.) Le cose si erano messe
male per Agostinho Neto, sia sul terreno Militare: le battaglie non si
combattono con i burocrati di Partito e gli imboscati ; sia su quello popolare:
non era in grado di garantire che al mercato ci fossero merci da acquistare e da
mangiare. In poche settimane l’Angola finì nel caos. Neto usciva spesso in
Televisione, in uniforme come Castro, predicava che: “il Socialismo non è una
merce che si può comprare al mercato”. -“Ma al mercato non c’è più nulla!”
ormai commentavano tutti!. Arrivarono in forze tra fine Maggio e primi di
Giugno del ‘75. A bordo di navi Mercantili Sovietiche. Per tutta una settimana a
Luanda non si vedeva altro che sbarcare Carri armati T-54 (di fabbricazione
Sovietica) e soldati Cubani. Quasi tutti con la barba come il loro dittatore e,
all’aeroporto, atterravano stormi di MIG 21 (di fabbricazione Sovietica) pilotati
da Cubani. Ma, erano centinaia anche gli “Istruttori” militari biondi e... non
erano turisti Svedesi!. Iniziarono subito a garantire il potere all’M.P.L.A.
Arrestavano chiunque si opponesse o semplicemente protestasse la violazione
dei Diritti all’autodeterminazione del popolo d’Angola. Ci furono anche molte
fucilazioni e molti che correvano ad arruolarsi nella Colonna Libertad.
Affrontammo una prima battaglia a Salazar (nel retroterra di Luanda), la
Colonna si comportò bene ed avemmo la meglio. Questo entusiasmò i volontari
della Colonna Libertad, del F.N.L.A. e dell’U.N.I.T.A. che, per la prima volta,
combatterono insieme. Avevamo insegnato ai volontari le stesse cose che
insegnarono a noi, anche se con meno tempo a disposizione ed anche loro si
comportavano con lealtà verso i commilitoni.
(Battaglia di Salazar ‘75)
Per noi, la regola, era sempre la stessa: “Chi veniva ferito e non poteva essere
salvato, doveva morire prima della cattura! Era qualcosa che sapevamo bene,
visto che nessuna missione di recupero sarebbe stata autorizzata, attraverso i
canali normali e ne l’Italia ci avrebbe rivendicato. Con i miei commilitoni
avevamo parlato in qualche occasione di questa eventualità. Avevamo pensato
che non ci saremmo sicuramente arresi, ma nemmeno avremmo abbandonato
uno di noi! Avremmo combattuto uniti fino all’ultimo! Noi li lasciammo
festeggiare, ma non eravamo affatto entusiasti. Quella che avevamo sconfitto
era solo l’avanguardia dell’Armata Sovietico-Castrista. Erano ben Armati ed
equipaggiati ; avevano Carri Armati T-54 ; quelli che ci avevano attaccati dal
cielo erano caccia bombardieri Mig 21 e Suchoy 22. Se c’erano loro, significava
che Mosca intendeva fare le cose in grande e avremmo conosciuto presto
anche gli elicotteri armati Mi 24. Inoltre i caduti Cubani ed i prigionieri catturati
erano “Barbudos”, e quella che avevamo di fronte era la Divisione Corazzata
“Ernesto Guevara (detto el Che)”. Il Comandante era il Generale Manuel Ochoa,
uno dei Colonnelli di “Cuba Libre”, non un burocrate, ma un combattente vero!
Insieme a “Cienfuegos” spianarono la strada a Castro e Guevara nella guerra a
Batista ed agli Americani. Noi avevamo una Colonna di circa 2.000 volontari,
idealisti che si battevano come leoni, anche le donne. Ammirevoli, ma ci vuole
altro!. Molto più numerosi erano i combattenti dell’UNITA, almeno 20.000,
compreso il FLN, in quella occasione. Ma, eravamo convinti che l’alleanza non
sarebbe durata a lungo e, quindi, non ci facevamo affidamento. Io ero rimasto il
solo, della vecchia guardia che aveva addestrato i volontari della Colonna
Libertad nel 1974, a ritornare in Angola. La Decuria di cui facevo parte, la IX e
le altre che parteciparono alla Operazione Primavera dei Garofani di Luanda nel
‘74 non tornarono dal Vietnam: erano rimasti sulla “coda del Dragone!”. In
questa operazione ero stato affiancato dalla III-IV e V Decuria della II Centuria
e, vista la mia esperienza precedente, avevo il Comando. Dopo breve tempo,
una decina di giorni, la V Decuria fu richiamata in Italia per un altra operazione
(non so quale). Inoltre, avevamo vecchi fucili dell’Esercito Portoghese, alcune
pistole Star, nessun equipaggiamento, nessuna copertura aerea, nessun mezzo
anticarro, niente medicinali nè viveri e... stavamo raccogliendo le armi e le
munizioni del nemico vinto. Sapevamo, e ne eravamo certi, che l’UNITA ed i
Frontisti, non sarebbero restati con noi a lungo. Appena si fossero resi conto
che la partita era perduta si sarebbero dileguati, non per viltà: si battevano con
coraggio!, ma perchè la causa non era comune. Non gli interessava niente
della Democrazia, della Libertà, volevano cacciare gli stranieri dalla loro terra:
“Terra Bantù!”, dopo i Portoghesi i Cubani, dopo i Cubani i sanguemisti; i non
Bantù. Infatti, dopo alcune azioni di Guerriglia, anche queste vittoriose e che ci
permisero di riarmarci, finimmo per separarci dopo la battaglia sul fiume
Cuando. Ochoa, dopo tutte le ricognizioni e gli attacchi aerei, sapeva tutto di
noi, ci aveva spinto verso l’altopiano, allontanandoci dalle Città dove avremmo
potuto trovare aiuto e mettendoci alle spalle lo Zaire di Mobutu. Voleva una
guerra lampo, sapeva che se non riusciva ad annientarci completamente entro
poche settimane si sarebbe arenato in Africa con tutta la sua poderosa
divisione corazzata.
Avevano già tentato altre volte guerre Africane e furono un disastro!. Anche “el
Che” vi partecipò, in persona e proprio quì, in Africa Sud Occidentale, sul
confine tra l’Angola e l’ex Congo. In Africa si vince subito... o si muore, giorno
dopo giorno, di caldo, di malaria, di sete, di diarrea, di qualche “strana”
infezione, di noia, di mosche tsè-tsè, di pulci o... assassinati di notte da
qualcuno che vuole le tue scarpe!. Per questo ci aveva buttato addosso tutto
quello che aveva: per non morire. Noi lo avevamo capito, avevamo capito che
non era uno sciocco e avevamo capito che nessuno ci avrebbe aiutato. Niente
rinforzi e niente rifornimenti. Avevamo perduto l’Angola, ma era nostra la
colpa?!. Ci attaccò in forze nella valle del Katanga, non era una buona
posizione per lui, con tutti quei Carri T-54 da manovrare, ma poteva
permettersi anche qualche sbaglio, oltre ai mezzi corazzati, ai Mig 21 e,
soprattutto, agli elicotteri,... erano in ventimila “mas o meno”!. Dopo questi
attacchi, il commento più comune che si faceva era :”tropa graçia... tropa
graçia! , muinto obligados!!” -... e seguito da inchino. Riuscivamo a ridere
anche del nostro massacro. Tuttavia eravamo rabbiosi... si infilavano tra la
selva con i mezzi pesanti, finivano con i cingoli, da un lato, nei fossi mostrando
la pancia e,... se solo avessimo avuto armi adatte: qualche mina magnetica,
bazooka o almeno dei F.A.L con Tromboncino lancia bombe-anticarro,
qualcosa... ma non avevamo niente di tutto questo ed era inutile pensarci.
Combattemmo per tre giorni, senza sosta. La notte ci avvicinavamo alle loro
posizioni e riuscivamo ad attaccarli da dietro le loro linee, eravamo specialisti
in questo e... tanto valeva divertirci un pò!. Riuscimmo a far saltare diversi
carri, usavamo i loro stessi serbatoi per farli esplodere infilandoci dentro l’unico
esplosivo di cui potevamo disporre: le bombe a mano. A volte, invece, aprendo
le torrette, li allagavamo di fusti di carburante e gli davamo fuoco illuminando
la notte, fino a che non esplodevano le loro stesse munizioni. Ma, presto, tutto
si avviò alla fine, come l’acqua, finita da un pezzo. “La radio possiamo
scordarcela, é ridotta come un colabrodo” - dissi, dopo aver provato a
sintonizzarla un ultima volta. Era stata colpita da proiettili vaganti. Vidi
controllandola, che sulla cassa si erano conficcati due proiettili. Eravamo
tagliati fuori da ogni possibile comunicazione. Il sangue continuava a colarmi
giù per la gamba, la coscia mi pulsava. Era come se la baionetta Cubana che
mi si era conficcatalì, fino all’osso, durante l’ultimo scontro, continuasse ad
esserci ed una mano invisibile la rigirasse dopo averla arroventata sul fuoco. In
Africa non si può scherzare con le infezioni. Dovevo cauterizzarla. Lo feci
infilando nella ferita aperta alcune bacchette di cordite e dandogli fuoco. Un
dolore lanciante che nemmeno la maryjuana, l’unico anestetico di cui
potevamo disporre...se così si può chiamare! riuscì a lenire. Ma, se non l’avessi
fatto, probabilmente ora non sarei quì a raccontarla. Comunque, la maryjuana
aveva effettivamente attenuato il dolore alla coscia, la ferita non sanguinava
più e avevo smesso di zoppicare. La cauterizzaione, per mia fortuna, era ben
riuscita. Eravamo davvero ridotti male e, il Generale Ochoa, da vero soldato, ci
offrì la resa. Forse cercava di risparmiare i suoi e non sapeva come eravamo
ridotti... che eravamo finiti!. Come Gladiatori non potevamo arrenderci, ne
andava del nostro Onore. Ma, vista la situazione senza speranza, accordammo
il permesso di arrendersi ai volontari Angolani. Nessuno volle farlo, nemmeno i
feriti. Decidemmo di farla finita attaccando. Le lingue avevano già preso a
gonfiarsi e la morte per sete è una agonia che nessuno voleva vivere! La radio
diceva che ad Henrique de Carvalho (nel Nord-Est) un certo Capitano Denard
della Legione Straniera teneva la Città, ma, per noi, senza più benzina nè
acqua... era oltre l’infinito!. Decidemmo di voler morire all’alba... porta bene!.
Attaccammo alla baionetta di corsa, non so quanto durò, ricordo che
arrivammo sotto i loro Carri senza sentir sparare un solo colpo e vedemmo i
“Barbudos” allineati sull’attenti che ci presentavano le armi.
(Valle del Katanga 1975)
Ci fermammo meravigliati, ci stavano rendendo l’onore delle Armi. Sul carro di
testa c’era il Generale Ochoa in persona, salutava militarmente questi
straccioni mezzo morti che eravamo ormai. Anche noi salutammo. Notai che
indossava un paio di Ray-ban dorati, a lenti verdi: “... questo non porta bene ad
un generale di una Armata Comunista”- non potei fare a meno di pensare. Con
pochi ordini secchi i Barbudos si girarono e si allontanarono di corsa. Alcuni
restarono, erano medici e curarono i nostri feriti. Riconobbi alcuni che erano
stati nostri prigionieri. Dopo le battaglie, avemmo accanite discussioni con
l’UNITA: “non potevamo fare prigionieri, quindi li dovevamo uccidere!”
(secondo loro). Noi non potevamo macchiare il nostro Onore commettendo
Crimini contro l’Umanità ed alle leggi di Guerra. Perciò li disarmavamo e li
liberavamo con acqua e viveri a sufficienza (...o quasi, secondo le nostre
“scarse” possibilità) per raggiungere un centro abitato. Ora ci restituivano
tutto. Ci lasciarono vecchi camion e taniche di Gasolio. L’Angola era ricco
d’acqua e con quei mezzi potemmo lasciare il paese dirigendo a Sud verso
Windhoeck e Walvis Bay e da lì Città del Capo e l’Italia. Potei pagare i biglietti
aerei di prima classe vendendo un diamante da 1 carato che avevo trovato nel
Katanga, era ancora incastonato nella roccia (un biglietto aereo costava,
all’epoca, circa 700 Rands Sud Africani, che valevano circa £.1000). Molti miei
commilitoni, anche questa volta, non ottennero l’imprevisto del ritorno. L’Africa
non perdona ferite disinfettate in ritardo, rimasero nel Katanga. Raggiunta
Roma, mi presentai all’Ufficio X° e feci il seguente Rapporto: La guerriglia
continuava, ma aveva assunto i tratti di una guerra etnica e nessuno di noi
avrebbe potuto far niente per cambiarla. Il risultato di ottenere una Unione
Anti-Sovietica tra il Fronte Nazionale di Roberto Holden e l’Unita di Jonas
Savimbi era stato ottenuto, ma la Democrazia aveva perso comunque, dal
momento che la resistenza restava in mano ai gruppi etnici OviMbundu
dell’etnia Bantù e la Colonna Libertad, abbandonata da tutti al suo destino, è
stata annientata nella valle del Katanga dalla Divisione corazzata “Ernesto
Guevara” al Comando del Generale Cubano Manuel Ochoa che ci rese, non
richiesto, l’onore delle armi. Ciò in giorno imprecisato del Luglio 1975. Rendo
noto che G.71, G.69 e G.61 sono gli unici superstiti della III e IV Decuria
impiegate nella operazione Primavera dei garofani di Luanda. Che 12 Gladiatori
sono caduti in battaglia nella valle del Katanga e che, per sottrarli a iene ed
avvoltoi, sono stati sepolti tra (circa) il 12° e 13° latitudine Sud e tra il 19° e
20° longitudine Est. Ave!... Gli altri, feriti in battaglia, non sono sopravvissuti
alle febbri, dovute alle ferite ormai infette, durante il trasferimento, deciso in
Assemblea, verso Windhoeck in Namibia. Sono stati sepolti lungo il fiume
Cubango, in zona da circa 15° lat. Sud e 16° Long. Est, fino alle vicinanze del
Villaggio di Caiundo. Ave!...
Nello stesso luogo gli ultimi dei circa seicento volontari Angolani, comandati da
Laurenço Da Silva, (l’ex emissario dell’Unita poi unitosi alla Colonna)
sopravvissuti alla battaglia del Katanga, furono congedati e ci lasciarono diretti
a Nord W, verso Luanda. Conclusi il mio rapporto, sempre rigorosamente orale,
ricordando quanti piccoli villaggi avevamo incontrato, con la popolazione civile,
donne e bambini, sgozzati o decapitati presumibilmente a causa di odi etnici
scatenati dalla guerra tribale che si era sostituita alla “Rivoluzione dei
Garofani”. Fummo lasciati liberi e, ritirati i nostri stipendi arretrati, rimanemmo
a Roma qualche giorno per rilassarci un pò e goderci la condizione di
sopravvissuti.

5. I giornali Italiani

I giornali Italiani non dicevano mai nulla delle nostre azioni,ma dell’Angola
parlarono molto.
(La verità e la Stampa)
Scoprimmo così che l’O.N.U. visti i massacri di popolazioni civili inermi (vero!),
aveva autorizzato Cuba ad intervenire... con una forza di pace!?. Che truppe
Cubane con l’appoggio di “Istruttori militari Sovietici” sarebbero presto
sbarcate a Luanda chiamate dall’M.P.L.A e che, questo, era “attualmente”
all’attenzione del Consiglio (...!?). Noi non avevamo dubbi che i piloti degli
elicotteri da combattimento Mi-24 che mitragliavano i nostri fossero Russi e
non Cubani con le “mèche”. Ma, a leggere il giornale sembrava che tutto
dovesse ancora accadere! In quel bar in via Cavour, dove eravamo seduti a far
colazione, era il mese di agosto ‘75!!!!. Ma non sono sbarcati a Maggio?- dissi
sorpreso. Era un allucinazione!, tu sei un allucinazione,... noi siamo un
allucinazione,... loro sono un allucinazione! - risposero gli altri ridendo. E questo
feci anch’io... mettendo via il giornale. Sentii spesso di giovani che, ingannati
dalla stampa, partecipavano a cortei inneggiando ai Cubani e gridando lo
slogan: M.P.L.A... in Angola vincerà!, oppure Viet-Minh... Ho Chi Minh,... Kmer
Rossi... Pol-Pot!. Capelloni in jeans...come me, non somigliavano certo ai
militari Sovietici, né le loro idee a quelle dei Marxisti del M.P.L.A o di quelli che,
per me, risultavano essere dei criminali contro i Diritti Umani. Certo che se
avessero saputo che la vittoria dell’M.P.L.A c’era già stata e che, questo, aveva
significato la sconfitta della Libertà in cui credevano, avrebbero sicuramente
gridato qualcos’altro!. Che potere immenso ha la stampa! - pensavo. Con i miei
commilitoni parlavamo dell’offensiva del Tet e di quella prima parte del 1975,
davvero un anno caldo per noi!. Mezzo mondo stava cadendo per la
Democrazia e diventava terra di conquista per i Tiranni. La popolazione civile vi
veniva perseguitata e tiranneggiata, perdeva ogni diritto, veniva sfruttata in
maniera bestiale:... in nome della “rivoluzione proletaria”, naturalmente!
Da uomini che, però,appartenevano sempre a famiglie aristocratiche, le quali
dominavano quei popoli con pugno di ferro, da feudatari: con diritto di vita e di
morte sui loro sudditi, prima di perdere questi poteri a causa della
colonizzazione che, certo, ha avuto i suoi torti, ma non era peggiore dei poteri
che rimuoveva.
Non era un mandarino Mao tze Tung? ; non continuò a vivere da Mandarino?...
e, dopo la “rivoluzione proletaria”, con un potere che nessun Mandarino Cinese
ha mai avuto!.
(L’uomo dei Cobra: L’incantatore di Serpenti)
Anzi, nella magnifica e millenaria storia Cinese nessun Imperatore dinastico ha
mai avuto tanto potere nelle sue mani né, credo, tanti morti sulla coscienza tra
gli avversari perseguitati. Non era forse un Patrizio Nguyèn ( Potente casato
feudale che possedeva il Sud ed il Nord Vietnam prima della Colonizzazione
Francese) Nguyèn Ai Quoc, noto con il nome di battaglia di Ho Chi Minh, con cui
tanti ragazzi della mia età scandivano slogan sulle strade d’Italia e d’Europa?.
Non era forse vero che il Famoso Generale Giap, nome di battaglia del
comandante dell’Armata Viet-Kong, era lui stesso uno Nguyèn ed il suo vero
nome era Vò Nguyèn?. Non era forse lui in persona ad ordinare la esecuzione
dei “collaborazionisti?”, ossia di chi non si sottometteva ai loro diktat?. Non è
forse vero che lo stesso Van Thieu, Presidente filo Americano del Vietnam del
Sud dal 1965, era anche lui uno Nguyèn? Avete mai sentito o avete mai letto
sui giornali, della Lotta intestina tra “Nguyèn del Sud Vietnam”, esattamente
tra Nguyèn Cao-Ky (Vice Presidente del Sud) e Nguyèn Van-Thieu (Presidente)
che, insieme, si “sbarazzarono” con un golpe, nel Novembre 1963, del Governo
di Ngò-Dinh-Diem... (contemporaneamente a Dallas, in Texas, il povero J.F.
Kennedy veniva assassinato!...davvero non vi dice niente questo?) e si auto
nominarono uno Capo delle forze aeree, l’altro delle forze armate e poi
Presidente del Consiglio. Avete mai saputo della “notte dei lunghi coltelli” del
’67, che portò all’uccisione di tutti gli Ufficiali Sud Vietnamiti fedeli a Nguyèn
Cao-Ky ad opera di quelli fedeli a Nguyèn Van Thieu?. Naturalmente a Nguyèn
Cao-Ky non fu torto un capello (tra Aristocratici si deve saper perdere
sportivamente), dopo il bagno di sangue si accontentò della Vice Presidenza! e
di tutti quei morti che importa: per gli Nguyèn si trattava solo di servi!.
(Pensate che, alle successive elezioni Presidenziali del 1971, il Nguyèn Cao Ky,
ritirò la sua candidatura a causa delle “scorrettezze elettorali” del suo
avversario il Nguyèn Van Thieu!!). Chissà se era stato detto, ai giovani Marines
morti laggiù, che morivano per la supremazia di un gruppo di feudatari Nguyèn
sull’altro. Sono certo di no, come nessuno lo disse a noi. Noi ci battevamo per
la Democrazia, per la Libertà. Di alleanze con banditi, criminali contro i Diritti
Umani, a noi nessuno disse mai niente. A me, aprì gli occhi un vecchio capo
villaggio del Sud Vietnam, in navigazione nel golfo del Siam: Mi disse anche che
le “vieux renard” (vecchie volpi, un animale molto malefico in Indocina, si dice
che la volpe riesca a trasformarsi in uomo rubandogli i pensieri ma, priva di
anima, riesce a fare solo il male... si dice di persone molto malvagie),
ingannavano gli Americani facendogli credere che gli aiuti finissero alla
popolazione o per la difesa dagli Nguyèn del Nord. Invece, le vieux renard si
arricchivano sempre di più, e più durava la guerra, più aumentava il loro potere
e la loro ricchezza. In realtà, il potentissimo Esercito che descrivevano agli
Americani per giustificare quei costi, era degno di loro. Corrotto e crudele era
capace solo di fare la guerra ai contadini saccheggiando i villaggi e stuprando
le donne!. E maintenant ils ont en train de arriver le Nguyèn du Nord..... non,
mon amì “en transit pour l’Italie”, ce n’est pas plus possible la vie au Vietnam.
Maintenant, ça suffit!. Que deviendrons-nous?, bien, quoi qu’il arrive, c’est
finì... voilà! (Trad: ed ora stanno arrivando i Nguyen del Nord, no amico mio “in
transito per l’Italia”, non è più possibile la vita nel Vietnam. E’ ora di
finirla!...Che ne sarà di noi?, bien, sia quel che sia , è finita... voilà!). Ricordo
queste parole, perché le pronunciò con tristezza, stando seduto vicino a me di
lato al motore. Non si mostrava mai preoccupato davanti ai suoi... un vero
capo!.
Pensavo a ciò che mi aveva detto sulla guerra Civile del Vietnam che
proseguiva da secoli. Oggi coinvolgeva anche le super potenze, rischiavamo
una guerra mondiale e tutto per una faida tra volponi!? Era la sua visione delle
cose, quella di un capo villaggio di pescatori della Cocincina. Ma, forse, alla
fine, si trattava davvero di una faida tra Aristocratici Latifondisti che si
contendevano il potere dal XVII secolo. Gli Nguyèn del Sud che, sconfitti i Trinh
(altra Dinastia Patrizia Viet) del Nord, ora combattevano “tra loro” l’ultima
battaglia. Già, l’ultima battaglia di una storia secolare fatta di soprusi e
prevaricazioni. Nessuno ha detto ai giovani ribelli d’Occidente di quante volte il
popolo del Vietnam si è ribellato ai Tiranni della Dinastia Nguyèn.
Una tra le più sanguinose fu quella che vide Nguyèn Ahn scampare al massacro
dei suoi, ad opera del popolo della Cocincina in rivolta: l’insurrezione dei Tay-
Son, già nel XVIII sec., stava per riuscire a liberare il popolo del Vietnam dai
Tiranni Nguyèn. Grazie all’intercessione del vescovo di Adran, l’ultimo
sopravvissuto Nguyèn, (bis-nonno di tutti gli altri) riuscì ad avere l’aiuto dei
Francesi di Re Luigi XVI e riconquistò la Cocincina. Riunificò il Tonchino (Nord)
con la Cocincina (Sud) e, proclamatosi Imperatore con il nome di Gia-Long,
elesse la sua capitale a Hue, nell’Annam (centro, una bellissima Città sul golfo
del Tonchino). Huè fu la prima Città che l’Esercito degli Nguyèn del Nord
“Liberò”, nell’Aprile ‘75, dopo aver sconfitto gli Americani e l’Esercito degli
Nguyèn del Sud, che difendevano fino allo stremo la capitale del “Nonno
Nguyèn Anh, alias Gia-Long”. Lo stesso Impero Cinese lo riconobbe quale
legittimo Sovrano e, da allora, quei territori da lui riunificati furono chiamati
Vietnam. La restaurazione feudale era fatta. La Storia del Vietnam non può
scostarsi dalla storia della famiglia Nguyèn, un pò come i Savoia con l’Italia.
Quello che dovrebbe far pensare è che i protagonisti di entrambe le parti:
quella Nordista filo Sovietica e quella Sudista filo Americana, si chiamassero
tutti Nguyèn!!!.
E perché mai, in Occidente, nessuno ha mai raccontato ai giovani ribelli la vita
e la storia di Huynth-Phu-So, detto il “folle Bonzo”?. Mi raccontò il capo villaggio
che fu ucciso a calci e pugni (come Matteotti in Italia) dai “prodi Vietminh” del
“rivoluzionario” Nguyèn Ai Quoc (noto Ho Chi Minh... il poeta guerrigliero!?). Vi
dico io chi era Huynth-Phu-So, il folle Bonzo di Hoa-Hao!: era figlio di poveri
contadini Vietnamiti sfruttati dall’Impero feudale dei Trinh prima e dei Nguyèn
poi, privi di ogni diritto e costretti a lavorare come bestie, per un pugno di riso,
nelle terre dei feudatari dell’Impero Dinastico Vietnamita dei Nguyèn. Si
ammalò gravemente in giovane età e fu curato e guarito da un Bonzo Buddista,
una specie di eremita guaritore che divenne il suo Maestro spirituale (non ne
ricordo il nome, ma si rifaceva alla dottrina del Profeta Phat-Thay-Tay-An che,
ai primi dell’800, predicava ai contadini oppressi la caduta dell’Impero ad opera
di forze del bene che sarebbero venute da Occidente a liberarli dai feudatari
corrotti e avidi dell’Imperatore). Come da Profezia, i Francesi arrivarono
qualche tempo dopo, ed i feudatari Trinh e Nguyèn persero tutto, potere e
latifondi. Anche se, poi, i Francesi, come sempre accade, non si comportarono
molto meglio con il povero popolo Viet. Huynth-Phu-So iniziò a predicare la
Liberazione dalla Tirannia e la caduta del crudele Impero Viet, andando tra i
contadini sfruttati nelle campagne curandoli e confortandoli nella loro
disperazione parlando di speranza nell’avvento di un regno di pace e di
Giustizia. Insegnava un Buddismo riformato, delle origini, senza i fasti dei rituali
religiosi dei cortigiani e dei mercanti del Tempio (!?) e, attraverso le tecniche
apprese dal suo Maestro, guariva gli ammalati dei poveri villaggi che visitava...
(non vi ricorda niente tutto questo?). Fu ucciso dai Vietminh nel 1947, all’età di
28 anni: un “figlio dei fiori” in meno! Aveva avuto il pessimo gusto di nascere
nel tempo sbagliato e nel luogo sbagliato. Non so se fu ucciso per ordine di Vò
Nguyèn alias Giap o di Nguyèn alias Ho Chi Minh, ma, “Loro”, non fanno mai
niente che non gli venga ordinato dall’alto e, comunque, fu uno Nguyèn a dare
l’ordine!. Ma perché nessun figlio dei fiori o giovane ribelle occidentale ha mai
saputo niente della storia di “Gesù Huynth-Phu-So” e del movimento Hoa-Hao
che predicava la liberazione e l’avvento del regno di pace e di Giustizia per
quelle povere genti oppresse dalla Tirannia?. Perché nessuno sa dei martiri del
partito Social Democratico Vietnamita “DAN-XA”, fondato dai seguaci di So
dopo la sua morte, perseguitati, catturati ed uccisi dagli eroici Vietminh dei
“liberatori” Nguyèn?. A me la raccontò, durante la navigazione verso Malacca,
il vecchio capo del Villaggio... aveva un nome lunghissimo e impronunziabile
per me, che lo chiamavo semplicemente Long (Dragone). Raccontava queste
storie la sera, al tramonto, passando di barca in barca, a rincuorare i suoi. Ebbe
la pazienza di raccontarla anche a me un pò in Francese ed un pò a gesti ed
espressioni mute, con una mimica che era degna dei migliori teatri, credetemi.
Capii che lui era uno dei seguaci di quel Bonzo folle e, a giudicare da dove
eravamo e cosa stavamo facendo, devo dire che era più folle del Bonzo. Glielo
dissi una sera che eravamo fermi in una bonaccia per un guasto in “sala
macchine”. Quella sera erano tutti intorno a me che, dopo aver quasi smontato
il circuito di alimentazione del motore, riparai il guasto tirando fuori dal
serbatoio un grosso topo morto che aveva ostruito l’uscita della cannula di
alimentazione. Long rise molto, annuendo e traducendo ai suoi. Tra le risate
generali mi indicò dicendo in Francese: ouì je suis un fou, plus de le Bonze
fou... “ Monsier Italien en transit pour l’Italie!”. Seppi che mi chiamavano così
da quando ci incontrammo: Italien en transit pour l’Italie, e risi anch’io... di
me!.
La loro antica saggezza popolare gli diceva che non erano liberatori quelli che
arrivavano, ma gli oppressori di prima, gli oppressori di sempre, che cambiano
le insegne, le parole, gli abiti, ma sono sempre loro, i restauratori,... quelli che
vivono alle spalle del popolo che lavora!. Non è forse vero che erano tutti ricchi
rampolli di nobili famiglie, viziati ed abituati a vivere alle spalle del prossimo,
tutti i principali capi comunisti di cui si abbia notizia?. Non era un ricco Hidalgo
Cubano Fidel Castro Ruz?. Non è forse vero che, catturato durante l’unica
azione di guerriglia a cui partecipò personalmente, il 26 Luglio 1953, l’assalto
alla caserma Moncada di Santiago de Cuba, fu condannato a 15 anni di carcere
e subito graziato, dal Dittatore Batista, per intercessione della sua famiglia?; e
che, la “Revolucion Cubana”, in realtà, fu combattuta sulla Sierra da
“Cienfuegos Camillo” (precipitato con il suo aereo da turismo subito dopo la
Vittoria del 1959) e da Ernesto Guevara, detto el Che, il quale, dopo aver
rinunciato ai suoi incarichi di Governo, “anche”... per dei dissensi avuti con
Fidel Castro, partecipò alla guerriglia in Congo e in Bolivia. Catturato
dall’esercito di La Paz, (venduto in Bolivia, nel 1967, con una “soffiata” a...
chi?... da chi?... boh! nemmeno il corpo si è mai ritrovato) venne ucciso ; e da
Manuel Ochoa, eroe di Cuba Libre, combattente con El Che nel Congo di
Lumumba e Kabila, “Libertador” dell’Angola, Colonnello di Castro. Ochoa
sopravvisse agli incidenti che colpirono gli altri due Colonnelli della
“Revolucion” grazie al prestigio che si conquistò in Angola (del tutto meritato
secondo me). Ma, nel 1989, anche quest’ultimo eroico Colonnello della
“Revolucion Cubana” ebbe un “incidente”: fu accusato di spacciare droga,
prontamente processato e condannato ed altrettanto prontamente impiccato,
per ordine di Castro Fidel!. Ma già, il Leader Maximo ha rinunciato a tutto per la
“Revolucion”... ma a tutto che!?. Ha rinunciato a dirigere Haciende e pollai di
famiglia per prendersi tutta Cuba , popolo compreso!. Chissà quanta sofferenza
per cotanto sacrificio!!!.
Avete mai letto sui giornali questa versione della Revolucion Cubana?: Subito
dopo la fuga del Dittatore Fulgencio Batista (Gennaio ‘59) e la caduta del suo
Regime ad opera delle forze Democratiche progressiste Cubane, fu eletto
Presidente il Giudice Democratico Urrutia Lleò. Pochissimi mesi dopo (credo
quattro) Castro Fidel Ruz lo destituì ed insediò, in sua vece, il Comunista filo-
Sovietico Osvaldo Porticòs Torrado. Cienfuegos Camillo non fu d’accordo, ma
ebbe l’incidente aereo suddetto e... non potè farci nulla!. Fidel Castro Ruz,
diventò così Primo Ministro, mantenendo anche il titolo di “Leader Maximo della
Revolucion”. Suo fratello, Raùl Castro, entrò al Governo e... non ne uscì più!.
Anche Ernesto Guevara entrò al Governo, come Ministro dell’Economia e, poi,
come Ambasciatore, ma solo per un breve periodo...si dimise, come detto, per
“contrasti col Leader Maximo”, o meglio... per contrasti con i nuovi padroni
della “Revolucion Cubana”, quelli a cui i Fratelli Castro l’avevano venduta per
restare al potere, per essere i “Leader Maximi” in eterno! e... sparì in Bolivia
nel ‘67! Ma, secondo il copione del “Modulo Kennedy”, fu la CIA a farlo fuori.
Anche l’incidente aereo a Cienfuegos, il processo ad Ochoa, le migliaia di morti
ammazzati (quelli ufficialmente ammessi e quelli “incidentati”)... tutta opera
della CIA e delle potenze Imperialiste!!!
Persino l’ultima lettera scritta da Guevara a Castro (quando capì che era stato
condannato a morte e che non aveva scampo), nella quale si preoccupava che
fossero risparmiati i figli e gli raccomandava di dar loro un futuro, in nome di
ciò che aveva fatto per la “Revolucion”: “Recuerdo quando te conoçio in casa
de Antonia”... Ed in cambio di quella lettera, che li scagionava tutti!, non fu
capita da nessun altro che Noi! Eppure ci sembrava tutto chiaro: el Che non
accettava, come Cienfuegos prima di lui, che la “Revolucion Cubana” fosse
morta; non accettava i Diktat dei nuovi padroni, quelli a cui i fratelli Castro
avevano venduto tutto e tutti in cambio di protezione; voleva proseguire, e
addirittura esportare la Revolucion! Nessuno di “Loro” glielo poteva impedire
ufficialmente...”erano tutti Rivoluzionari!!!” Per questo doveva morire e...
morire da Eroe della Revolucion, ucciso dal nemico della Revolucion. Questa è
la sola cosa vera di tutta quella vicenda: Guevara fu ucciso, effettivamente, dai
nemici della Revolucion, tradito come la Revolucion e come tutti i suoi leali
sostenitori. Naturalmente, come sempre accade, il Tradimento della
“Revolucion Cubana”, non fu un Atto indolore e trovò molti oppositori tra i veri
Rivoluzionari. Infatti, ne seguì un bagno di sangue che Castro e la sua banda
scatenarono per soffocare, con “Processi e fucilazioni di massa!”, ogni residua
aspirazione di Libertà e Democrazia a Cuba. Non mancò nemmeno il solito
esodo di profughi via mare a testimoniare che la Democrazia, nella
REVOLUCION CUBANA,... era MORTA!!!
Il Regime di Castro andò in crisi molte volte, ma c’era sempre pronto il
solito”bagno di sangue” per rimettere a posto le cose. L’ultima grave crisi ci fu
nell”89, alla caduta del muro di Berlino. Qualcuno a Cuba si illuse che anche il
muro di Castro sarebbe potuto cadere e chiese le riforme, ma, dopo il
“Processo ai Generali coinvolti nel traffico di Droga del 1989 (!?)” (alla fine del
quale ci fu, come detto, l’impiccagione, tra gli altri, di Ochoa), il fratellino del
Dittatore, che non conosceva crisi dall’incidente occorso a Cienfuegos e dal
“precedente” bagno di sangue del 1959, collocava i suoi uomini “Fidelissimi”
nei posti lasciati vacanti dagli impiccati e... tutti ripresero a vivere felici e
contenti...anche il riconfermato Leader Maximo! Nemmeno Adolf Hitler fu così
bieco da far processare e condannare, per reati comuni ed infamanti, i Generali
che attentarono alla sua vita, per salvare la Germania dalla sua follia!
Vi chiedo: ma cosa ci può mai essere di eroico e romantico in una storia
simile!?...persecuzioni, tradimenti, delazioni, assassinii, stragi, complotti,
Crimini contro l’Umanità. Purtroppo, credo di potervelo dire io:...le menzogne
della Stampa!!! già, ma perchè ha mentito la stampa e... perchè continua a
mentire?. Io l’ho capito, ma non voglio togliere, a coloro che sono pronti a
capire, il piacere di scoprirlo da soli!
Si riempivano la bocca di paroloni e coniavano slogan su slogan:”... EL PUEBLO
UNIDO JAMAIS SERA’ VENCIDO!... “; edificavano Repubbliche Democratiche
Popolari dappertutto, ma in quelle Repubbliche la Democrazia non sapevano
nemmeno dove stesse di casa. Erano stati di polizia dove si praticava
sistematicamente la violazione dei Diritti Umani e dove un popolo di reietti
doveva essere sfruttato in maniera bestiale e finiva affamato, per mantenere
una marea di inutili bighelloni in pompa e... naturalmente, carichi di
medaglie!!!. All’epoca noi sapevamo soltanto che Pol Pot era il nemico... la
storia più recente ha detto a tutti chi era il “Liberatore della Cambogia” e che
razza di pazzo criminale fosse!. Ma credete che può esserci qualche Tiranno
che sia migliore?. Se per voi la gravità dei Crimini contro i Diritti Umani si
misurano a numeri di morti ammazzati, allora... non siete diversi da loro. Per
noi, il solo fatto che erano Tiranni, era un crimine contro l’umanità, il resto
erano dettagli buoni per un Processo equo ed imparziale al quale anche loro
avevano, ed hanno, Diritto!. Ma, il Generale Ochoa, lo ebbe?. Noi finivamo
spesso a fare (tra noi) di questi discorsi e a chiederci come mai, dei ragazzi
che, come noi, vogliono la Libertà e la Democrazia poi, invece, inneggiano a dei
Tiranni!. Perché, indipendentemente da ogni considerazione sugli uomini e
sulla loro storia personale che, spesso, aveva delle motivazioni e giustificazioni
profonde, restava il fatto che tutti costoro, di sicuro, non erano dei Democratici
e non concepivano che qualcuno potesse avere il diritto di pensarla
liberamente e diversamente da loro. (N.B.: E’ notizia di questi giorni, 16 Luglio
1997, che la rivista Americana “Forbes” (o simile) ha dichiarato che Fidel Ruz
Castro è uno dei 100 Uomini più ricchi del mondo (!?). Niente da ridire
ovviamente per gli altri, una ricchezza per un imprenditore è un chiaro segno
dei suoi meriti e capacità!. Ma, quali meriti e capacità ha dimostrato un
Dittatore sanguinario come Castro?... lascio a Voi ogni ulteriore commento. Ma,
è accertato che il popolo Cubano è in miseria, come, del resto, tutti i popoli che
si lasciano governare da simili predoni!. Da parte mia mi spiego fin troppo
bene, purtroppo, perchè certe canaglie vengano accolte da “certe autorità”
come dei galantuomini e non li si processi per i loro crimini. Forse... perchè
pagano bene?! Davvero non importa a nessuno quanto sangue eroico ed
innocente è costata quella ricchezza?... non proviene certo da una libera
competizione sui mercati!?...no?).
I Patrizi Nguyèn, che guidarono la lotta di liberazione dal colonialismo del
Vietnam, erano idealisti che avevano sofferto le persecuzioni della Tirannia,
espropriati di ogni bene, il carcere e l’esilio,... ma, poi, essi stessi si
trasformarono in Tiranni, negando ad altri quegli stessi Diritti che furono negati
a loro: il Diritto di poter esprimere liberamente la propria opinione, per
esempio, e molti altri.
Avete mai letto sui “Giornali Italiani” la vera storia delle stragi del 1980 e
l’Affare Maltese?...no vero?...lo immaginavo! fate click qui: “L’Affare Maltese”
E avete mai letto su di Noi, a parte le “minchiate”, la vera storia della nostra
“vecchia guardia di Gladio”?. Alcuni dei reduci superstiti dell’ARMIR,
abbandonati dalla solita Patria ingrata, sulle steppe ghiacciate del Don,
decimati dalla cavalleria Cosacca, traditi dai Tedeschi che ripiegavano a
Stalingrado senza concordare una ritirata comune e lasciandoli soli di fronte
alle Divisioni di Stalin!, sbandati dopo l’otto Settembre ‘43, furono arruolati
dall’O.S.S. (l’OSS era il Servizio Segreto Anglo-Americano durante la II° Guerra
mondiale, precedente la CIA) per combattere dietro le linee Tedesche (...Stay-
Behind), oltre la linea Gotica, con il nome di “Divisione Osoppo”. Furono loro a
studiare la struttura delle Centurie e delle Decurie così come le conobbi io:
sconosciuti gli uni agli altri e suddivisi sul territorio nemico, solo il numero uno
(stando al riparo, nella Roma liberata) era in grado di contattare tutti via radio.
Attraverso tale criterio organizzativo nessuno dei Gladiatori, fatto prigioniero,
poteva tradire...nemmeno sotto tortura, dal momento che non conosceva
nessuno se non per il numero!. Fu G.37, (uno della vecchia guardia “Osoppo”)
nel 1974, a Roma, a presentarmi una sera Charles Bernard Moses. Era stato
membro del Governo Militare provvisorio di Roma durante l’occupazione
Alleata e Ufficiale di collegamento dell’OSS con i Gladiatori, oltre la cortina
dell’epoca...quella “Gotica”. Dopo la guerra aprì una Galleria d’Arte, credo in
Via Margutta, e continuò ad essere il Nostro Ufficiale di collegamento. Con G.37
ricordavano, seduti davanti al caminetto e con una bottiglia di Scotch whisky,
quelle operazioni e quelle post-belliche, compiute negli anni cinquanta, durante
la Guerra Fredda, oltre la Cortina di ferro, in Polonia ed Ungheria e nel ‘68 a
Praga in Cecoslovacchia. Dopo un paio di Scotch finivano per sembrare due
vecchie comari! Diventammo molto amici con Charly: la sua casa in Via San
Teodoro n.28 era accogliente e sempre aperta per me. Charly era un bravo
cuoco ed io ricambiavo spesso invitandolo al Ristorante. Sceglieva Lui dove e
sceglieva sempre una trattoria in Via Margutta. Quando rientravo dalle
operazioni passavo sempre da Lui a fare un bagno caldo e due chiacchere con
un amico... fino a che non lo trovai più! forse morto anche Lui, di vecchiaia
però,...ma questa è un altra storia!
Io, che ormai credo di essere sopravvissuto per volontà di Dio, solo per vedere
e capire, anche per chi non c’è più ; che ho provato il carcere e la persecuzione
(e ancora la sto provando) ; che ho provato sulla mia pelle cosa significa subire
gli abusi del potere, tipici delle Tirannidi... riuscirò a non perdere la mia fede
Democratica! La Tirannia non vincerà con me, non riuscirà a trasformarmi in
uno di loro. Tutti costoro, forse, erano stati sinceri quando si ribellarono ai
Tiranni che li opprimevano, ma troppo deboli per farcela. Lungo il cammino si
sono persi!. Considerazioni, queste, che oggi come allora, finiscono sempre con
le stesse conclusioni: hanno uffici di propaganda incredibili, capaci di
convincere l’agnello ad inneggiare al lupo gridandogli: scannami... scannami!.
Che potere immenso ha la stampa... ma non sapevamo ancora quanto!!!.
Andai a casa, ma non feci quasi a tempo a poggiare le valige. Dovevo
raggiungere Genova per imbarcare sulla T/n Atria della società Garibaldi che
avrei incontrato ad Aden nello Yemen del Sud, tra il mar rosso ed il golfo
Persico. Da lì, poi, sarebbe rientrata in Italia. Una missione facile, facile... giusto
ordini, denaro e passaporti, da consegnare a nostri agenti nello Yemen del Sud.
E così la chiamarono: Operazione Aden. Visto che, “per combinazione”, l’aereo
che mi avrebbe portato ad Aden, faceva scalo a Beirut nel Libano,
approfittavano per darmi ordini, denaro e documenti, anche per i nostri agenti
a Beirut e quella consegna rientrava nell’operazione chiamata: Operazione
Beirut ’75.

6. Operazione Beirut ‘75

Ebbi l’indirizzo di una profumeria di Beirut e di un bazar di Aden dove avrei


trovato un Italo-Somalo che avrebbe preso in consegna quanto mi diedero: due
buste da lettera, gialle e chiuse. Il Somalo avrebbe dovuto dire nel nostro primo
incontro, la terza cifra del mio codice. A Beirut, invece, avrei incontrato una
ragazza Libanese sui vent’anni: avrebbe conosciuto la sesta cifra. Bene! sono
entrambi il numero 1, nessun pericolo di confondermi - dissi. Pensavo che a
Roma fossero davvero fuori di testa con questi numeri in codice. Dopo tutti i
casini che ci mandavano a sciropparci, pretendevano che ci ricordassimo... “la
quinta lettera... la nona cifra... e l’animaccia loro! A me facevano un pò ridere
quando giocavano agli agenti segreti, ma fingevo di dargli retta seriamente,...
per non offendere. Mi presentai a Genova, alla compagnia Garibaldi, puntuale.
C’erano parecchi altri marittimi, praticamente, tutto l’equipaggio della T/n Atria
doveva essere sostituito ad Aden. Ci diedero i biglietti ed i documenti di
imbarco e raggiungemmo l’aeroporto.
Arrivammo in un paio d’ore a Beirut, non ricordo se era il 14 o il 15 Agosto del
1975, ma era il giorno in cui le autoblindo Musulmane occuparono l’aeroporto
di Beirut, mentre i Cristiani Maroniti occupavano il Porto. Lo so per certo perché
la coincidenza del nostro volo per Aden ci lasciava lì per una decina di ore. Il
tempo sufficiente per recarmi alla profumeria dell’indirizzo e ritrovarmi davanti
alla più bella ragazza Araba che avessi mai visto... una vera meraviglia! non so
quanto tempo rimasi a guardarla.
(Beirut: Colombe?)
Mi chiedeva qualcosa in francese ma non so cosa. Risposi come un idiota:
parlèz vous Francais?. Si mise a ridere e disse annuendo: un?... un?... un!. Non
capivo che stava dicendo 1: la terza o “l’animaccia loro!” del mio codice. Da
noi, nel Sud, detto in quel modo, sembra più una interrogazione... una specie
di: “che vuoi?”. Mi ero già dimenticato anche dei documenti e del volo per
Aden. Volevo uscire con lei e glielo dissi. Non aveva niente in contrario, ma
chiudeva il negozio alle 13 e non poteva allontanarsi prima. Annuendo mi fece
capire che aspettava la persona alla quale consegnare i documenti e che era
meglio che io andassi via. Mi impegnai a fare un giro lì intorno fino alle 13,
c’era un mercatino ed andai a visitarlo. Scoppiò un finimondo e giuro che non
ne sapevo niente. All’improvviso, alcuni gruppi di Arabi che stavano tra le
bancarelle come me, tirarono fuori dei Kalashnikov e presero a spararsi
furiosamente. Non gli importava nulla della folla terrorizzata che correva e mi
spingeva in una via in discesa come un fiume in piena. Non potevo fare altro
che seguire la corrente, oltretutto la cosa degenerava, si sentivano anche delle
esplosioni e delle sirene. Mi ritrovai vicino ad un taxì e lo presi al volo :...
all’aeroporto - dissi. Non era più il caso di tornare alla profumeria. Ero senza
documenti personali, li aveva il capogruppo dell’equipaggio, e quelli che avevo,
destinati ad Aden, sicuramente era meglio non mostrarli!. Raggiunsi
l’aeroporto, ci volle un bel pò. Il taxista trovava tutte le vie bloccate da
autoblindo, era pieno di soldati. Conosceva bene la città e lo dimostrò
riuscendo ad aggirare, passando nei vicoli di Beirut, tutti i posti di blocco. Mi
lasciò davanti all’ingresso, era tardi e pieno di soldati, ed avevo sinceramente
paura di non fare in tempo a raggiungere i marittimi. Ero pratico di crisi ormai
e, quella, non era una cosa che sarebbe durata poco. Passai dalle sale merci,
correndo a fianco ad un carrello portabagagli... andava nella direzione giusta,
la sala di transito. Erano tutti lì, in attesa che chiamassero il nostro volo, ma lo
avrebbero chiamato?. Avevo raggiunto la scala che mi avrebbe portato dal
piano bagagli al piano passeggeri. Imboccai la scala, mi trovai davanti ad un
soldato Libanese armato, era solo, disse: Passport!. Se mi fermavo a spiegare
perchè non ce l’avevo avrebbe chiamato i suoi superiori, per lo meno mi
avrebbero perquisito e sarei stato finito!. Decisi in un attimo, dopo aver visto
con la coda dell’occhio che eravamo soli, di atterrarlo con un calcio di “Savate”
allo stomaco ed una gomitata alla nuca. Mi cadde addosso e lo guidai verso un
mucchio di sacchi postali, vicini al sottoscala. Ce lo misi sdraiato e, per maggior
sicurezza, lo colpii ancora alla nuca con il calciolo del suo fucile. Non troppo
forte... non eravamo in guerra col Libano, ma volevo essere sicuro che non si
svegliasse mentre ero ancora lì. Salii le scale d’un fiato. Raggiunsi il salone
passeggeri, l’equipaggio dell’Atria era in fondo, vicino alle vetrate. Fui fermato
da due soldati, anche loro volevano il Passport. Dissi in Italiano: ma tutti da me
lo volete il passaporto, ma che vi sembro!?. Lo dissi ridendo, ma loro non
ridevano. Mi puntarono le armi addosso, mi fecero alzare le mani e stavano
cominciando a perquisirmi quando arrivò l’Ufficiale che aveva i documenti di
viaggio di tutti. Mostrò il mio Libretto di navigazione e disse: “Crew member of
Atria, Italian ship. We are in transit for Aden”.Smisero di perquisirmi e
guardarono il Libretto. Non so se avevano capito l’Inglese dell’Ufficiale Italiano,
ma avevamo assunto tutti un aspetto così innocuo che si rilassarono e si
allontanarono. “Ma dov’eri finito?” - disse l’Ufficiale - “Hanno già chiamato il
volo, stanno sgomberando l’aeroporto dai voli in transito, forse lo chiudono...
sta scoppiando una guerra civile. Abbiamo telefonato in compagnia ce l’hanno
detto loro,... non ti allontanare che è pericoloso!”. Sissignore. - risposi.
Raggiunsi il gruppo e parlai con Angelo, era stato in Marina Militare con me,
sulla stessa nave. Lui era un congedato “vero” del contingente I° ’52. All’epoca
mi fece portare anche i tricolori da congedante. Come è strana la vita, chi si
sarebbe mai immaginato di ritrovarmelo tra l’equipaggio dell’Atria?.
L’altoparlante dell’aeroporto chiamò il volo per Jiddah (Saudi Arabia) e Aden
indicandoci il Gate. Ci dirigemmo verso l’uscita indicata. Dalle vetrate
vedevamo la pista e le autoblindo che ultimavano l’occupazione, ma il nostro
volo era sicuro. Appena usciti dalla sala e prima di salire sul bus che ci avrebbe
portato all’aereo, fui fermato di nuovo dai soldati, mi perquisirono in cerca di
armi. La busta con i documenti però era in valigia, già sull’aereo. Considerata
la simpatia che riscuotevo tra i soldati Libanesi, alla fine, era più al sicuro lì.
Angelo rise di tutte queste “attenzioni”. Hanno visto troppi film di guerra - disse
ridendo, in fila dietro di me. Finalmente a bordo - pensai, sedendomi in una
comoda poltrona (anche se ci sto sempre troppo stretto). Era un aereo della
M.E.A. “Midle East Airlines, linee aeree Libanesi”. Mi dedicai ad ammirare la
bella hostess che mi svolazzava davanti ed il pensiero tornò alla profumeria ed
a quella bella ragazza. Mi colpì, improvvisamente, il fatto che non gli chiesi
nemmeno come si chiamava... ma già, mi avrebbe dato un nome falso... ed io
pure!. A dispetto di tutte le dichiarazioni di certa stampa, in Libano, non si
stava combattendo una guerra civile a “solo” sfondo religioso. La Religione era
un alibi usato da “Loro” per nascondere il tentativo di colonizzare un altro
pezzo di mediterraneo. Infatti, i Cristiani Maroniti, erano filo occidentali, per un
sistema democratico e del libero mercato “capitalista!” ; i Musulmani Libanesi,
compresi i rifugiati Palestinesi nel Libano meridionale, erano filo Sovietici,
alleati dei Siriani di Assad. Il tutto, per noi, rientrava nel piano di
accerchiamento dell’Europa Occidentale in atto: nel ’75 erano infatti filo
Sovietici (anche se, alcuni, erano solo filo-Tiranno di turno!, erano comunque
ostili alle Democrazie occidentali.) i paesi mediterranei dell’Algeria, Tunisia,
Jammairhiya-Libia, l’Egitto, la Siria ed i Balcani. Secondo noi, era in pieno atto
un attacco del Cremlino che, partito dall’offensiva del Tet Vietnamita,
proseguiva su tutti i teatri della guerra cosiddetta “fredda” che, però, per noi,
fu davvero rovente!. Per non dire dell’Angola e dello Zaire, perduti alla
Democrazia con Mozambico, Somalia, Etiopia, Sudan ed altri piccoli stati
Africani come il Dahomey che, con un colpo di stato, erano entrati nell’orbita
Sovietica. Dormii fino ad Aden, non mi accorsi nemmeno di essere arrivato a
Jiddah. Arrivammo ad Aden alle prime luci dell’alba.

7. Operazione Aden

Già dall’aeroporto fece una pessima impressione a tutti. Un degrado, una


miseria come ne avevo viste poche anche nel terzo mondo. Ma già, questo non
era solo terzo mondo... era terzo mondo comunista. L’aeroporto era una specie
di capannone, sporco e trascurato, con i pavimenti in cemento e sconnesso in
più punti. Subito fuori c’era una piazzola in terra battuta, con qualche cespuglio
circondato da capre, dove alcuni rottami di auto, chiaramente Inglesi ante-
guerra e di colore ex-nero, pretendevano di essere taxi. Ma fatto sta che non
c’era altro e la città non sembrava dietro l’angolo. Riempimmo tre di quei cosi,
eravamo diciannove. Ci portarono nell’unico albergo decente della città, forse
si chiamava Karlton, non ricordo, ma era di chiara costruzione Inglese. Aden
era stata una colonia di sua Maestà Britannica e quell’albergo era firmato Gran
Bretagna anche nelle sedie, anche perché, sicuramente, non erano state mai
modificate né manutenzionate... come tutto il resto. La città era miserella e
sporca, le strade in terra battuta. Le case, del genere popolar-comunista del
terzo mondo arabo, non ricordavano una mano di bianco dall’epoca di Noè.
Lungo le strade le solite stelle rosse appiccicate dovunque. Uno spettacolo
davvero desolante e deprimente. Bene! - mi dissi - cerchiamo questo cacchio di
Somalo e via di qui, più veloci della luce!. L’albergo aveva l’aria condizionata
per fortuna, perché l’aria era davvero rovente.
Io affrontai l’aria bollente del primo pomeriggio per rintracciare il motivo del
mio viaggio. Un Eritreo dotato di “Taxì” e che parlava benissimo Italiano, mi
portò nella città vecchia e nel magazzino che cercavo. Non mi aspettavo certo
una boutique, ma quel che vidi non me lo sarei potuto immaginare! Un ragazzo
di circa 20 anni era seduto in terra, indossava una camicia ex-rossa con ex-
bermuda che un tempo, forse, erano stati kaki. Merci non ne vedevo... a parte
alcune cassette di legno in un angolo in fondo al locale che aveva le pareti
dipinte in un colore che doveva essere stato rosa. Mi guardò sorpreso mentre
dicevo in Italiano: Siete proprio ridotti male eh?. Si alzò di scatto. Era alto come
me, ma era pelle e ossa. Le gambe sembrarono trampoli quando andò, con due
falcate, in fondo al locale, verso le cassette. Tornò con una maglietta piegata
ed una penna. Compra qualcosa - disse e sussurrò:... sei “uno”?. Come risposta
lo toccai sulla spalla: dammi la penna - dissi. Era una penna dorata a strisce
nere, mi piaceva. - Quanto vuoi?- aggiunsi. Gli diedi i Dinari Yemeniti che mi
chiese dicendo:...si!. Hai con te i documenti?- disse, guardandosi intorno. Per
tutta risposta alzai la maglietta che indossavo e la busta era infilata lì, sotto la
cintura, umidiccia di sudore per quel caldo infernale. Sembrò preso dal panico,
non sapeva se fuggire o che fare. Decise di afferrare la busta e, in un attimo, la
vidi sparire sotto le cassette. Stai calmo - dissi - ho controllato la strada, è tutto
tranquillo, non c’è nessuno ed io sono un turista che ti ha comprato la penna ,
OK?. Sembrò calmarsi e aggiunsi: devi dirmi o darmi qualcosa?. Fece di no col
capo e disse: tu non sai cosa hai rischiato, qui la polizia arriva all’improvviso,
arresta tutti, perquisisce, sequestra, tortura. Se ti trovava con i passaporti
addosso... Terminò la frase mordendosi il labbro ed agitando le mani che
sembravano zampe d’uccello. Ecco cosa mi ricordava, i fenicotteri rosa... i
flamenços! aveva anche la maglietta rosa, mi misi a ridere davanti alla sua
espressione sempre più sorpresa. Ora vai ti prego - disse - è troppo pericoloso
che stai qui. Ciao - gli dissi.... - Ciao Italiano - Rispose lui. E non lo vidi più.
Raggiunsi il taxista Eritreo, mi aveva aspettato dietro la promessa di una
mancia. Il dovere l’avevo fatto. -Portami in discoteca - gli dissi. Ci volle un Pò’
per fargli capire che volevo andare in un posto dove c’era musica. Lì non ce
n’era. Però, lui conosceva un posto dove, più tardi, facevano la danza del
ventre, mi ci avrebbe portato. Mi riportò all’hotel, alle nove sarebbe venuto a
prendermi.Lo dissi ad Angelo, ma non era entusiasta del posto. La radio
trasmetteva sempre la stessa nenia oppure proclami in Arabo (per lui che
conosceva a memoria i nomi di tutti i gruppi Rock era assurdo). Per le strade
non c’era anima viva e faceva un caldo da morire. In albergo almeno c’era
l’aria condizionata. Perciò io non mi muovo di qua fino a che non partiamo -
disse. Andai con il Taxista nel “Dancing”. Un luogo più squallido non lo vidi mai
più!. Eravamo nella periferia di Aden, in una casa di blocchi di cemento senza
nemmeno intonaci. Alcuni tavoloni in cerchio, in una sala male illuminata,
facevano da cornice ad una poveretta che, vestita con i veli tipici delle
danzatrici Arabe, ballava meritando, di certo, una cornice migliore. Mi sedetti
ad un tavolo ed ordinai una birra. Il divertimento consisteva nell’alzarsi per
andare ad infilare una banconota nel reggiseno o nella mutandina della
ballerina. Si erano avvicinate al mio tavolo delle ragazze, chiaramente si
prostituivano. Una aveva un braccio e la faccia mezza bruciata e l’altra non era
ridotta meglio. Comunque offrii loro da bere, poggiai gli occhiali sul tavolo, ed
andai verso la ballerina per provare “la peccaminosa ebbrezza” di mettergli
una banconota nel reggiseno, sfiorandole il seno (perché... era tutto qui!). Lo
feci tra l’approvazione generale e tornai al mio tavolo. Gli occhiali erano
spariti!. Chiesi alle due sedute lì chi li avesse presi, mi indicarono un grassone lì
vicino. Lo raggiunsi, mi rispose malamente e scoppiò una rissa, con tavoli che
volavano insieme a calci e pugni. In breve, arrivò la polizia Yemenita e ci
ritrovammo tutti al posto di polizia. Furono molto corretti, mi chiesero quanto
valevano gli occhiali, si sorpresero molto ad un simile valore (il costo normale
di un paio di Ray-ban!) ed interrogarono tutti. Dopo ore seduti lì, come sempre
accade (in queste cose tutto il mondo è paese!), gli occhiali non si trovarono e
mi riaccompagnarono in hotel. Il giorno dopo andammo a fare due passi con
Angelo, visitammo il museo della rivoluzione. C’erano uniformi, armi e cimeli
della lotta del popolo Yemenita contro l’invasore Inglese. Fummo presto fuori,
nelle strade. In lontananza si vedevano delle montagne, Aden era circondata
da montagne rocciose e pietraie che rendevano l’aria ancora più calda. Angelo
rideva del modo di camminare dei ragazzi che si tenevano per mano come
“fidanzatini” mentre, le poche donne che incontravamo, camminavano rasente
ai muri guardando a terra ed indossavano vestiti neri da palombaro. Proprio un
bell’ambientino non c’è che dire.
Il giorno dopo, di sera, eravamo in camera, sentii della musica Araba provenire
da fuori, mi affacciai alla finestra e vidi, nel recinto sotto l’albergo, arredato di
fiori e tappeti, un matrimonio tradizionale. Bellissimi costumi e bellissimo
corteo, con la sposa che procedeva in portantina dietro ad un lenzuolo
insanguinato (... forse esageratamente!) ed una Danzatrice che agitava
sinuosamente il ventre davanti agli ospiti... tenuti a bada da un magnifico
Leopardo (o era un Ghepardo...boh?). Guardavo estasiato questo spettacolo
inatteso, pensando già di scendere ed invitarmi al matrimonio (mi interessava,
soprattutto, conoscere la ballerina, ma avrei fatto gli auguri anche agli sposi!)
quando, all’improvviso, tutto si interruppe, musica e danze, tutti urlarono e
guardarono verso di me. Chiusi la finestra e andai sotto la doccia. Dopo poco
arrivò, di nuovo, la polizia. L’aveva chiamata la direzione dell’albergo poiché i
parenti degli sposi avevano tentato di sfondare la porta dell’hotel per punire gli
infedeli che avevano profanato il matrimonio Islamico... guardandolo!. Li
convinsero a desistere, ma ci diffidarono ad aprire di nuovo le finestre. Si,
proprio un bell’ambientino. Non vedevamo l’ora che arrivasse la T/n Atria per
levarci da lì. Ma quella missione facile, facile, non era ancora finita.
(Danzatrice con Leopardo al Matrimonio Yemenita)
Una volta a bordo, la nave, invece di dirigere in Italia, dove avrei potuto
godermi un periodo di meritato riposo, fece rotta verso il golfo Persico e gli
Emirati Arabi. Risalimmo il Tigri fino ad Al Basrah. Arrivammo a Bandar el Mah-
shahr e ad Abadan in Persia,... una vera fornace!. Così dovetti fare il Fuochista
in una turbo nave, quindi, in mezzo a caldaie, tubi di vapore roventi e forni
accesi che parevano la bocca dell’inferno e, dulcis in fundo,... nel posto più
caldo del mondo!.
E , dopo un mese all’inferno, per rilassarci un pò, arrivò l’ordine di fare rotta
verso la Nuova Caledonia (Territori Francesi d’oltre mare)... dopo l’India, dopo
l’Indocina, dopo il Borneo, dopo Timor, dopo l’Australia, nell’oceano Pacifico!.
Non basta ancora, in mezzo all’oceano indiano, per un avaria al desalinizzatore
dell’acqua, dovemmo razionare l’acqua e questo, per un mese di navigazione
senza scalo. Fu così che quell’incredibile 1975 lo conclusi, smarrito, a vagare
per le isole del pacifico. Devo dirvi però che, in tutto quel periodo, non mi
perdevo mai i Tramonti del sole, resi mirabolanti di colori mai visti dai venti
monsonici. Uno spettacolo che ci portava ogni giorno a sederci a poppa, in
silenzio, per attendere l’inizio della rappresentazione; cominciava di colpo, il
celo diventava violentemente rosso, poi viola, giallo, verde arancio e poi di
nuovo rosso... incredibile ed indescrivibile, dovreste andare a vederlo... dal
canale di Singapore fino a Timor nel periodo dei monsoni di Settembre (più o
meno). Vagai così fino a che, ritrovato il senno, non riuscii a raggiungere Dubai,
negli Emirati Arabi del Golfo, dove, ancora incredulo, potei prendere un aereo
che mi portò in Italia e, questa volta senza trucchi, poco prima di Natale del
’75, sbarcai a Roma Fiumicino.
Il primo quotidiano Italiano che comprai dava la notizia che le truppe Cubane
erano appena sbarcate a Luanda, su mandato O.N.U., per “pacificare” il paese.
Lo buttai via... senza fare commenti. Intanto quel 1975 si era concluso ed una
grossa fetta di mondo era caduta per la Democrazia ed il Diritto, un sacco di
miei commilitoni erano andati e, ciò che mi appariva più incredibile, era il fatto
che tutto ciò accadeva tra il consenso generale... almeno stando a ciò che
leggevo, di quando in quando, sui giornali o veniva urlato nei cortei di
“protesta” che in quegli anni erano frequentissimi. Mi sarebbe piaciuto poter
dire qualcosa anch’io a quei “compagni”: Ma siete impazziti!?, ma lo sapete
che se prendessero il potere quei personaggi che idolatrate, per Voi ci sarebbe
il campo di concentramento e lunghi, lunghissimi anni di rieducazione?. Ma lo
sapete chi è davvero Pol-Pot, cosa fanno i suoi Khmer-rossi alla popolazione
inerme, soprattutto ai “capelloni ribelli” come Voi!? - avrei detto. Noi almeno
abbiamo provato ad impedire che quei banditi commettessero i loro crimini... e
Voi?. Ma noi non ce l’avevamo la possibilità di parola, il potere di esprimere
opinioni era della stampa, non ci apparteneva di sicuro.
Nel 1976 non ci furono ordini per me. Se si esclude un incarico idiota: durante il
periodo di carnevale ‘76, mi fu richiesto da uno “nuovo”, che mai avevo veduto
al comando, ma conosceva il mio codice, di controllare se, in una agenzia
cinematografica di Roma, effettivamente, si svolgevano attività sovversive.
Mettevano annunci sui giornali per cercare “nuovi talenti da avviare alla
professione di Attori-Attrici”. Mi bastò rispondere e presentarmi in agenzia per
sapere tutto quel che c’era da sapere!. Nessuna attività sovversiva, si trattava
di cinema d’avanguardia, facevano cose poco comprensibili dal punto di vista
artistico... boh!, ma erano cacchi loro!. Conobbi alcune aspiranti attrici, con le
quali feci amicizia, ma non per carpire le informazioni che non c’erano.
L’agenzia era frequentata anche da attivisti “Gay”, ma anche questi erano
cacchi loro. Partecipai ad un paio di provini cinematografici per un film... o non
so cosa: “I cavalieri del nulla”, così lo chiamava il regista, un tipo simpatico,
sicuramente sinistrorso, ma sempre cacchi suoi erano!. Feci quei provini, ma
solo per concludere con scrupolo anche quella missione idiota!. Feci il rapporto
una decina di giorni dopo, alla stessa persona che me la ordinò e credo che, dal
mio atteggiamento, risultò evidente che non era il caso di affidarmi ancora
incarichi da sbirro!.
Approfittai di quel periodo di calma per cercare un imbarco diretto negli Stati
Uniti, volevo conoscere l’America, non l’avevo mai vista se non al cinema. E
avevo bisogno di... Democrazia.
(New York)
Trovai un imbarco su un mercantile della Costa Armatori di Genova, si
chiamava M/n Luisa C. Era un vecchio cargo col ponte al centro che, nel
dopoguerra, era stato usato anche per trasportare emigranti Italiani in America
(ammassati in quelle stive attrezzate alla bell’è meglio, povera gente!).
Speravo che avessero avuto fortuna tutti!. Arrivare a New York e passare sotto
la Statua della Libertà mi emozionò molto. Non scesi sottocoperta fino
all’arrivo. Pensavo, guardandola, a quanti Italiani e perseguitati di tutto il
mondo erano riusciti a passarci davanti così, provando le stesse emozioni... ed
a quanti, invece, non ce l’avevano fatta!. New York mi piacque molto,
soprattutto le ragazze. Ce n’erano di tutti i tipi e di tutti i colori, proprio come
piaceva a me. C’era musica bellissima dappertutto, un sacco di locali, di
negozi, di luci, di colori. Mi trovai anche coinvolto in una rissa in una discoteca
della 42° Str. a Manhattan... quante botte ragazzi!, finì tutto distrutto, ma che
mi venga un accidenti se so perché è scoppiata!. Per fortuna feci a tempo a
scappare prima che arrivasse la polizia, il mio permesso era per 28 giorni e
c’ero da 4 mesi, ma l’America era così bella!. Rientrai in Italia nella primavera
del 1977. Naturalmente non trascurai mai gli ordini di tenermi in contatto con
l’Ufficio X°. Restai in America fino a che non mi dissero di rientrare, visitai
anche Baltimora, Philadephia, Boston, Norfolk. Dovevo continuare a fare il
Marittimo, ma dovevo restare a disposizione a Genova, pronto ad imbarcare su
una nave diretta sul teatro delle operazioni. A Genova mi organizzai in lavori di
comandata, sulle navi in porto, della stessa compagnia Costa Armatori con la
quale ero stato in America. Aveva delle bellissime navi da crociera ed io, in
tutto quel lusso, mi sentivo un pascià. Mi utilizzavano, nei brevi tragitti tra porti
Italiani, per sostituire il personale di Macchina che approfittava di quelle soste
andando a casa... per qualche giorno in famiglia. Noi gente di mare le
chiamiamo “corvè”. Ho un buon ricordo di quel periodo, molto tranquillo e tra
brava gente. In più capitavano certe passeggere... che erano proprio niente
male!.

(Crocefixio naturae)

8. Operazione Stefano

Ricevetti l’ordine di presentarmi all’Ammiragliato a La Spezia. In un Ufficio fui


ricevuto dal numero 1. Mi disse che non c’era il tempo di convocarmi a Roma, il
giorno dopo dovevo imbarcare a Genova sulla M/N Fernanda Emme, un
mercantile diretto a Città del Capo in Sud Africa. Mi spiegò che si trattava di
portare in Italia un Leader della lotta all’apartheid dell’African National
Congress di Nelson Mandela. Non sapevo cos’era l’apartheid, non avevo mai
sentito nominare Nelson Mandela e sapevo poco e niente dell’African National
Congress, ma ero abituato a non fare domande ed ascoltai attentamente le
istruzioni.
Si tratta di un movimento di liberazione della popolazione “nera” del Sud Africa
-prese a dirmi il numero 1- purtroppo è troppo legata all’URSS, l’Occidente non
può aiutarla come vorrebbe. Eppure il blocco e le sanzioni al Sud Africa lo
vorrebbero gli Americani, non l’URSS. Ma, fatto sta, che è così. Nostri agenti
laggiù, approfittando di alcuni dissidi interni ai movimenti di liberazione
Africani, hanno contattato tempo addietro un giovane leader dell’A.N.C. Tra
loro c’è chi è insofferente al legame con l’URSS, vorrebbe creare un Movimento
Democratico per l’autocoscienza nera, indipendente da tutti. Questo è molto
interessante per noi, ma anche per “Loro” (diede un colpetto con la testa alle
sue spalle, come faceva sempre quando voleva indicare il K.G.B. il servizio
segreto dell’URSS). Hanno identificato il ragazzo e lo hanno venduto alla polizia
Africaans... lo vogliono tutti morto!. proseguì il Generale - Non è una missione
facile, vogliamo salvarlo, ma non sappiamo dov’è e, se lo cerchiamo attraverso
i nostri agenti in Sud Africa, lo troverà anche chi li pedina. Perciò devi andare
tu. Perché sono il più bravo - dissi aprendo le braccia.... Perché sei un figlio di
puttana e li fregherai tutti - disse lui ridendo e dandomi una pacca sulla spalla,
alzandosi dal divanetto e andando verso la scrivania. Mi fece cenno di
raggiungerlo per mostrarmi delle foto. Erano di un uomo di circa trent’anni che
gridava alla folla, in un comizio, circondato da altri. Altre lo ritraevano in un bar
che leggeva il giornale, mentre saliva in un taxi, mentre passeggiava, mentre si
grattava... di spalle, di dietro, di profilo, in camicia, in giacca e cravatta, in
jeans. Aveva una faccia simpatica, specie quando rideva. In certe foto aveva un
pizzetto non troppo folto, come cresce agli Africani, in altre foto no. Si chiama
Steven, Stefano in Italiano - disse il numero uno - Non deve morire!.
Sissignore... non morirà Signore - risposi altrettanto seriamente. Avrai una
cabina personale a bordo del Fernanda, con due cuccette, una è per lui. Come
portarlo a bordo sarà un problema tuo, dovrai consultarti con i nostri
laggiù...Nessun problema signore - affermai io - nei porti, ed a bordo, non ci
sarà alcun problema e, visto quel che mi ha detto... (feci lo stesso cenno col
capo che faceva lui per indicare il K.G.B), sarà meglio limitare ogni contatto.
Bravo ragazzo, è proprio quel che penso anch’io, infatti, - disse ridacchiando il
Generale - incontrerai solo una persona,...”nera” e donna. Ha circa vent’anni,
indosserà una giacca a disegni bianchi e blù e ti aspetterà, alle ore 13.00, del
primo giorno, dopo quello di arrivo del Fernanda a Città del Capo, in Piazza...
(non ne ricordo il nome), esattamente sotto la scritta :”Santam Gebou” che
vedrai sulla parete di un palazzo. Scegli un nome di donna. Sandra - dissi (era
scritto su uno dei ritagli di giornale che vedevo sul tavolo). Bene, - disse lui - la
avvicinerai chiamandola Sandra e lei si identificherà con la nona lettera del tuo
codice. Questi sono i documenti di imbarco. Presentati a Genova, all’agenzia
indicata lì, domattina e non tardare, la nave è in partenza. Prendi con te le foto,
studiatele bene durante il viaggio... avrai tempo! disse ridendo. - Ma non
devono arrivare in Sud Africa - aggiunse seriamente. Sissignore, non ci
arriveranno signore. Mi diede la mano e dopo, facendo un passo indietro
salutai: “Ave Italia morituri te salutant”.
Mi accompagnò all’uscita dell’Ammiragliato, dandomi le ultime disposizioni:
Appena sarai rientrato in Europa, o da qualsiasi porto fuori dal Sud Africa,
chiama l’Ufficio X° citando: operazione Stefano. Verremo a prenderlo. Per chi
non c’è abituato, passare due settimane chiuso nella cabina di un vecchio
mercantile non deve essere piacevole - disse salutandomi ancora. No, non lo è
Signore,... nemmeno per chi ci è abituato, specie quando si finisce a girovagare
per i sette mari Signore! - dissi io, acido, alludendo all’Atria. Lo guardai ridere
mentre salivo sul taxi che, evidentemente, aveva chiamato (... ma quando!?).
Non lo avrei visto mai più. Ma, all’epoca, non lo sapevo.
Imbarcai a Genova il 1 Giugno 1977. Fu un viaggio più lungo del previsto, il
Fernanda Emme era tenuta bene, ma era una vecchia carretta che solo un duro
lavoro, da parte dell’equipaggio, riusciva a far navigare ancora. Infatti, erano
state talmente tante le soste in alto mare per avaria in macchina (pistoni che
fondevano, camice che bruciavano, testate che picchiavano), da farci credere
di aver preso un “autobus” per Cape Town, anziché una nave!. Eravamo
sempre tutti lì intorno, noi macchinisti, a dare di mazza sui bulloni ed a issare
sui paranchi pistoni più grandi di noi. Col mare lungo dell’Atlantico al traverso
che ci costringeva a fare anche gli equilibristi. Senza contare la difficoltà di
impedire, contemporaneamente, il dondolio dei pezzi di ricambio, del peso di
parecchie tonnellate, che ci potevano schiacciare come pulci... “Dulcis in
fundo”: il caldo equatoriale!. Lo sapevo, quando mi danno missioni “facili,
facili”, è il momento di disertare - pensavo in quelle occasioni temendo di finire
di nuovo smarrito chissà dove. Invece, anche se con molto ritardo:... “ci
avranno dati per dispersi”- scherzava l’equipaggio, arrivammo a Città del Capo
in una bella giornata limpida di fine Giugno 1977. Vidi, per la prima volta,
proprio davanti a noi, la montagna piatta che sta alle spalle della Città. Il porto
era pulito e pieno di aragostine, tutti si dedicarono a pescarle ed a cena:
spaghetti all’aragosta. Il giorno dopo mi recai all’appuntamento. Presi un taxi
che mi lasciò proprio sotto la scritta indicatami: “Santam Gebou” (non ho mai
saputo che cos’era e che significava). Sotto c’era una bella ragazza Africana,
vestita con una gonna blù scuro e la giacca come da istruzioni. Mi avvicinai e la
chiamai :”Sandra?”. Annui dicendo: M?. Si incamminò facendomi cenno di
seguirla. Entrò dentro dei giardini pubblici e si accomodò su una panchina.
Sedetti anch’io. Credevo che tutte queste precauzioni, alla fine, facessero
apparire sospetto anche quello che sospetto non è. Invece, capii dopo che, in
Sud Africa, essere presi assieme, un bianco ed una “nera”, era punito con sei
mesi di reclusione. Una vera barbarie. Non avrei creduto possibile una cosa
simile se non l’avessi vista con i miei occhi. Nei gabinetti pubblici c’era
scritto :”for White only”. Nei locali per “neri” i bianchi non potevano entrare.
Naturalmente me ne fregavo di tutti questi divieti, erano violazioni dei Diritti
Umani per me e, per sua fortuna, nessun poliziotto razzista ebbe mai a
importunarmi durante la mia sosta lì.
(Sandra)
Nei locali per “neri”, dove andavo ogni volta che potevo, c’erano molti ragazzi
bianchi. Si sentiva dell’ottima musica e si stava in compagnie multietniche,
come piaceva a me. All’ingresso, con Sandra, agli sguardi sorpresi dicevo
sempre: I’m not white, i’m discoloured in washing machine!. Finiva a ridere e
mi facevano entrare a sentire un pò di James Brown, di Funky e di Disco-music
come si deve!. In quelli del “for White only” c’erano solo bianchi ed anche la
musica “nera” non poteva entrare, immaginatevi che pizza!. Scoprii anche che
Nelson Mandela era un eroe per tutti gli abrogazionisti delle leggi razziali e che
era chiuso in carcere, condannato all’ergastolo, da una decina d’anni, perché
non voleva cedere ai razzisti. Un vero Gladiatore - pensavo. Comunque, ero in
missione e non me l’ ero scordato, Sandra mi accompagnava ovunque e, oltre
ad aver saputo che Stefano si trovava a Port Elisabeth, riuscii anche ad
organizzare un incontro. La nave era diretta a Durban, una città sulla costa
orientale, nell’oceano Indiano. Da lì già sapevamo che il prossimo scalo
sarebbe stato East London e poi Port Elisabeth. Io dovevo seguire la nave,
Sandra avrebbe contattato Stefano, per lei sarebbe stato più semplice e, per
lui, meno rischioso. Si sarebbe fatta viva al mio arrivo a port Elisabeth.
Arrivammo a Durban (... senza avarie) e ci restammo alcuni giorni. Una
bellissima città, visitai l’acquario, una meraviglia unica per quei tempi. Un
lungomare stile “America da cartolina”. Ma, una sera, divertendoci un pò in un
parco giochi sul lungo mare, vidi dei bambini “neri” fuori, aggrappati alla rete,
che guardavano tristi, tristi l’autoscontro. Era “for White only!”. Me ne andai e
non ci misi più piede.
(Bambini al Luna Park di Durban, 1977)
Il Sud Africa era un paese che violava i Diritti Umani e, cosa ancora più grave,
aveva ufficializzato le violazioni con le leggi razziali. Proprio come fecero Hitler
e Mussolini. Ma perché nessuno gli dichiarava guerra?.
A East London ci fermammo un giorno. Arrivammo a Port Elisabeth ai primi di
Luglio. Sandra era salita a bordo insieme a delle ragazze che si prostituivano,
un buon modo di non destare sospetti, ma dovetti fare quasi a pugni con un
marinaio che le aveva messo gli occhi addosso (... l’aveva vista prima lui!). In
cabina mi riferì di aver incontrato Stefano Biko (così si chiamava) e di avergli
detto tutto. Ma lui non credeva affatto di essere in pericolo di vita. Lo avevano
arrestato altre volte e lo avevano dovuto rilasciare. Non gli dava motivi per
trattenerlo, inoltre, in questo momento, non poteva lasciare il Sud Africa,
stavano organizzando delle manifestazioni e la sua presenza era
indispensabile. Ci restai di sasso. -“ Lo vogliono uccidere... glielo hai detto
questo?”- dissi. Yes, certain. - disse Sandra - Comunque vuole parlare con te,
mi ha dato un appuntamento. E’ per stanotte, puoi sempre tentare di
convincerlo tu. Si, ci proverò, la cuccetta è pronta, è tutto pronto, manca solo
lui - risposi.
Restammo in cabina fino all’ora dell’appuntamento. Uscimmo dal porto
passando davanti alla guardiola separatamente, ma il guardiano dormicchiava.
Al ritorno, eventualmente Stefano si fosse deciso, avrebbe russato come un
orso. Attraversammo un ponte sotto una specie di cavalcavia ed entrammo in
un vicolo tra due palazzi. Uno era in costruzione. Incontrammo quello che
credevo un bambino di circa 10 anni, invece ne aveva trenta, era di una etnia
che restava piccolina (mi disse quale, ma non mi ricordo), era simpatico: ho 33
anni e due figli - mi disse ridendo. Era lì per noi, al nostro arrivo, doveva andare
ad avvertire Stefano. Sparì e, nell’attesa, guardai nella strada illuminata. Era
una via commerciale, piena di negozi e di vetrine illuminate. Vedevo alcuni
manichini in smoking e qualche gioielleria, oltre al fatto che era deserta. Il
“bambino” ritornò accompagnando due persone. Una la riconobbi subito, era
l’uomo delle fotografie. Stemmo nell’ombra del vicolo, avevano paura della
polizia, ma così potei vedere solo gli occhi ed i denti bianchissimi di chi mi
parlava. Sandra mi aiutò a farmi capire al meglio, il mio Inglese non era
perfetto. Ma alla fine sono certo che capì che non scherzavo affatto. “So che i
Russi, nonostante le apparenze ufficiali di facciata, trafficano con il Sud Africa
dell’apartheid, anche attraverso il Mozambico, per questo vorrei allontanare il
nostro movimento da loro. Ma non credo che arriveranno ad uccidermi, non gli
conviene” - disse. Risposi che le nostre informazioni erano sicure e che, vivo e
libero, in Europa o altrove, avrebbe potuto fare di più per la sua causa che non
morto qui. Sorrise dicendo: “I don’t know my friend”. Mi diede la mano e mi
disse di ringraziare chi mi aveva mandato e per l’interesse mostrato alla loro
causa, ma che non poteva lasciare il Sud Africa. “Vi chiedo di parlare di noi e di
far conoscere le nostre condizioni di vita e la violazione sistematica dei Diritti
Umani qui in Sud Africa. - disse, aggiungendo - Come Nazione, potreste
sollevare un incidente all’O.N.U per l’ingiusta detenzione a cui viene costretto il
nostro Leader Nelson Mandela”. Avevo capito che non serviva insistere, aveva
scelto e già deciso. “Lo farò!. Per ciò che ho visto, la vostra causa è anche la
mia, questi sono dei veri Tiranni!”- dissi salutando a mia volta anche il suo
amico. Se ne andò passando dal vicolo buio, ma non abbastanza da
nascondere che aveva un fisico forte come il carattere ed il coraggio che
mostrava. Passammo il resto della notte con Sandra in una discoteca “segreta”
dove ci aveva guidato il “bambino”. L’indomani dovevo ripartire, mi aspettava
una nuova traversata di “tutto riposo”, verso l’Europa. Nel viaggio di ritorno
andò tutto “quasi” bene (ma, il “quasi”, è una storia troppo lunga!). Telefonai
al numero 1 da “El Aayoun” nel Sahara occidentale a fine Settembre. Riferii
tutto in breve, la linea cadeva continuamente. Mi disse poche parole: “Stefano
è stato arrestato a Port Elisabeth (lui mi disse il 23 Luglio), da poco ho ricevuto
notizia che è stato ucciso mentre tentava la fuga,... questa è la versione
ufficiale!”. “Non è stata colpa mia - dissi - non ha voluto salvarsi, non potevo
obbligarlo!”. “Lo so!” - rispose. Ed è tutto quello che so dell’operazione
Stefano. Riuscii a rientrare in Italia, al fine, il 15 Dicembre 1977,... una bella
fortuna!. Fui libero fino al 6 Marzo 1978, dovetti imbarcare sul “Jumbo EMME”
diretto in Libano, a Beirut, ma la missione si chiamò: Operazione Alexandria.

9. Operazione Alexandria

Portai di nuovo documenti riservati ai nostri agenti laggiù, ma poi dovevo


entrare a far parte dell’equipaggio di una nave traghetto di linea con
Alexandria d’Egitto, per questo quel nome. Cercai la profumeria del ’75, ma
non c’era più... nel senso che non c’era più il palazzo.
(Il terzo occhio della Medusa)
Anzi, non c’era più l’intero quartiere e stava per non esserci più nemmeno la
Città, ridotta ad un cumulo di rovine. Avevo sentito che si continuava a
combattere dal ferragosto del ’75, ma non credevo che fossero arrivati a
questo punto. Io, in ogni caso, nonostante la tregua dichiarata, sentivo raffiche
di mitra di quando in quando. Il mio compito consisteva nel fare abbandonare
la Città a persone che venivano accompagnate a bordo e che era pericoloso
portare all’aeroporto. Le sbarcavo nel primo porto toccato dal traghetto,
esterno al Libano: Tartus in Siria, Tarsus o Mersina in Anatolia (Turchia),
Damietta sul Nilo ed Alexandria in Egitto. Di tutta quella operazione, di noiosa
“routine” per me, ricordo solo il nostro contatto ad Alexandria che, una sera
che lo aspettavo davanti all’ingresso del porto, disse nel suo stentatissimo
linguaggio: Andreotti Kaput , Andreotti Kaput!- meravigliandosi molto che io
non riuscissi a capire quel che voleva dire. Alla fine capii quel che voleva dire:
“il Governo Andreotti era caduto poche ore prima!”. Al che risposi col classico
gesto universale che sta per :”chi se ne frega?!”. Doveva accompagnarmi da
Mariouth, il negoziante che riceveva i documenti riservati provenienti da Beirut
e, nei vicoli della Città vecchia, nel retro bottega di una fumeria dove il nostro
contatto si ostinava a darmi appuntamento. Una volta mi convinse anche a
fumare il narghilè: un inserviente ci fece sedere tra i cuscini, arrivò un altro con
la pipa ad acqua, mise qualcosa che aveva puzza di vino, sembrava mosto (!?)
sulla pipa. Sopra questo appoggiò un pezzo di hashish, (dopo averlo reso piatto
masticandolo tra gli incisivi). Poi prese della carbonella accesa e ce la mise
sopra, passandomi la canna della pipa che dovevo aspirare. Lo feci e sentii
l’acqua gorgogliare... sempre più forte, fino a che non mi sembro una musica.
Mi sentii proprio bene, ma, dopo un pò, cominciai ad avere “paranoia”,
guardavo tutti con sospetto... mi sembrava di essere in pericolo!, non ripetei
quell’esperienza. In Africa provai la marijuana, era un medicinale naturale:
calmava i dolori delle ferite, calmava i morsi della fame, faceva sentire di meno
il caldo e faceva ridere!. Inoltre, masticata, sembrava di avere pranzato... forse
conteneva vitamine buone, chissà?.
(Mariouth)
Comunque a me, di Andreotti o di qualsiasi altro governo, non me ne importava
niente e, se non me ne parlava lui, non ne avrei sospettato mai nemmeno
l’esistenza!. Ma lui insistette a cercare di farmi capire che la missione era
saltata, pare a causa della caduta del governo Andreotti... boh!?.
Continuai quei viaggi in attesa di ordini che non arrivarono. Mi ero deciso a
sbarcare quando, un ordine dell’Armatore, ci spedì tutti in Nigeria, Golfo di
Guinea. E ti pareva che filasse tutto liscio!... in Nigeria... sul fiume Niger, in
mezzo ai coccodrilli, a sbarcare furgoncini della Peugeot. Di nuovo un caldo
infernale, su navi senza aria condizionata (almeno in cabina, per riuscire a
dormire). Ero furioso, ma non potei farci niente. Riuscii a rimpatriare e sbarcare
a La Spezia il 3 Ottobre 1978. E questo è tutto quello che so dell’operazione
Alexandria.
Fui inviato in diverse occasioni in U.R.S.S. Con la mia qualifica di Marittimo
potevo entrare in qualsiasi paese, anche non riconosciuto dall’Italia, senza
destare sospetti e controlli particolari. Sarebbe solo noioso raccontare del finto
sbarco a Vladivostok in Siberia, poco prima del disgelo ’79 (primavera), e della
traversata dell’U.R.S.S. con la Transiberiana, di questo marittimo che aveva
perso la nave e doveva raggiungerla a Leningrado, sul Baltico. E così fu
chiamata in codice quella missione: Operazione Leningrado

10. Operazione Leningrado (Il Disgelo)

Con la mia qualifica di Marittimo potevo entrare in qualsiasi paese, anche non
riconosciuto dall’Italia, senza destare sospetti e controlli particolari. Sarebbe
solo noioso raccontare del finto sbarco a Vladivostok in Siberia, poco prima del
disgelo ’79 (primavera), e della traversata dell’U.R.S.S. con la Transiberiana, di
questo marittimo che aveva perso la nave e doveva raggiungerla a Leningrado,
sul Baltico. E così fu chiamata in codice quella missione: operazione
Leningrado. Una storia incredibile vero?, ma proprio per questo fu creduta... e
poi, perché non crederla?. Non scendevo mai dal treno, ad ogni stazione saliva
a bordo la polizia, mi perquisiva accuratamente, mi controllava i documenti e
gli mostravo la giustificazione del viaggio verso Leningrado scritta in Russo
(apparentemente) dalla stazione di polizia portuale di Vladivostok che
dichiarava in cirillico: “il qui presente marittimo, imbarcato sulla baleniera
Norvegese T/n Tromsk diretta a Leningrado, ubriacatosi in compagnia, ha perso
la nave e deve raggiungerla in treno. Si rilascia la presente dichiarazione
perché il marittimo non parla Russo”. Chiudevano tutti il foglio commentando e
ridendo in Russo.
Feci 9.000 Km di treno, quindici giorni, fino a Mosca, senza scendere a terra.
Nelle stazioni di Ussurijsk, Habarovka, Cita, Ulan-Ude (ad Ulan ricevetti carte
provenienti da Ulan-Bator “Mongolia”), Irkutsk, Novosibirsk, Omsk ed
Ekaterinenburg venivano a bordo i nostri contatti, ed appena soli trovavano il
modo di pronunciare “in Italiano” chi la terza, chi la sesta, chi “l’animaccia
loro!”, del mio codice.
(Lupi Siberiani ‘79)
Mi consegnavano mappe ed altri scritti in cirillico, sicuramente codici. Io le
incollavo (rivoltate) con vinavil, sulle pareti interne della cassetta di legno (a
mò di vecchia tappezzeria) contenente l’attrezzatura da marittimo di
baleniera :”vecchia incerata, cappello para-acqua, stivali, ganci, arpioni
personali, ami, mutande e calze sporche, fornello a gas e... la mia moka con
caffè Italiano e zucchero”. Non so cosa riguardassero quelle mappe ma,
sicuramente, postazioni militari. Vi chiedete come mai non usammo i
microfilm?... roba che va bene per i film di 007!. Quelli si che facevano la bella
vita!...Grand-Hotels, caviale del Volga, Champagne. Ma chi gli dava ai Kulaki,
ed ai cacciatori di pellicce che venivano a bordo del treno e sembravano orsi
polari, le micro camere!? e poi, non siete mai stati perquisiti fin dentro i tacchi
delle scarpe se pensate così. I Russi non scherzavano mai. La cassetta la
svuotavano, smontavano perfino la mia moka, il fornello, frugavano nel caffè,
ma la “tappezzeria” mezza stracciata e sporca della cassetta... non li ha mai
insospettiti!. So per certo che le mappe che mi consegnarono a Mosca, prima di
riprendere il treno per Leningrado, riguardavano un grande rifugio Atomico in
costruzione sotto la Città. Qualcosa di enorme, gallerie per chilometri, una vera
città sotterranea..!?. I nostri contatti a Mosca mi dissero di informare il nostro
comando che i Sovietici si stavano preparando ad un olocausto Nucleare. Ma,
vista la mancanza di tempo a nostra disposizione per spiegarmi bene tutto, mi
confermarono che, comunque, era tutto scritto nei fogli che mi consegnarono e
che finirono incollati sul fondo e sui fianchi della cassetta. I Moscoviti mi
consegnarono anche dei negativi (erano meglio organizzati dei Siberiani) e li
misi con il resto, sotto le mappe. Finì tutto incollato dentro la cassetta, al
sicuro. A Mosca sparì tutta la documentazione Siberiana e partii in treno
(...ancora!?) per Leningrado dove imbarcai sul traghetto Finlandese che mi
aspettava in banchina (non aspettava me, i nostri mezzi erano scarsi!,
aspettava i passeggeri per Turku in Finlandia). Prima, però, mi feci
accompagnare in Piazza Dzerdzinsky a Mosca, dove c’era la sede del K.G.B. “il
nemico”, per una soddisfazione personale! Mi sorprese, restandomi impresso
nella memoria, vedere che tutte le finestre di quell’enorme Palazzo Imperiale
Russo erano “vezzosamente” adornate... con tendine ricamate!? -...Cos’è uno
scherzo?- pensai e dissi ai Russi, non sapendo se dovevo ridere. - Niet
“scherzo” Italiano, tutto là dentro è adornato di pizzi bianchi ricamati, poltrone
dove si poggia la testa ed i braccioli, anche le scrivanie davanti alle quali si
interrogano i “sospetti”... tutto è bianco e ricamato... come per “funerale!”- mi
dissero i Moscoviti. Mi venne un brivido di freddo... eppure a Mosca era già
Primavera. - Andiamo, è molto pericoloso sostare quì. - conclusero i Russi ed io,
senza indugiare oltre, li seguii. A Leningrado, il Traghetto, Salpava la sera ed io,
approfittai di un taxista che parlava un pò di Italiano, per farmi un “giro
turistico” della città... davvero splendida, una Venezia del Nord! Per pochi rubli
mi portò tra ponti Imperiali sulla Neva, il fiume di Leningrado, e le piazze più
belle e maestose. Viali incredibili che lì chiamavano “prospettive”. Non ricordo i
nomi di tutto ciò che vidi... con troppa fretta purtroppo! Ma, non potrei mai
dimenticare quelle meraviglie... vidi le cupole d’oro di Palazzo Puskin, la
Prospettiva “non so cosa”, la più bella di Leningrado secondo il Taxista,
l’Ermitage (solo l’esterno), il Palazzo dell’Ammiragliato, il Palazzo d’inverno,
della Cattedrale e della fortezza dei S.S Pietro e Paolo... una vera meraviglia!
Una Città che, come Venezia, era sorta su centinaia di canali ed Isole, in una
Laguna del Baltico. Andate a visitarla Voi che potete, ora si chiama di nuovo
San Pietroburgo e ne vale la pena!. Anche a me piacerebbe, ma sono stato
Loro nemico, forse, per me, non sarebbe prudente andarci. Anche se, ormai,
chi lo sa più chi è l’amico e chi il nemico?... ed io, ho ancora amici?! e... dove?.
I miei documenti (consegnatimi a Mosca) erano in regola: Ero un marittimo
Italiano che doveva imbarcare su una nave in arrivo a Leningrado e che aveva
cambiato destinazione mentre ero già in viaggio per raggiungerla (... il
marittimo di Vladivostok? che ne so!, io non ci sono mai stato a Vladivostok...
Dov’è?!). Da Turku raggiunsi Stoccolma e, via aereo, Roma.
Raggiunsi il Ministero in via XX Settembre, 8 una traversa di via Nazionale,
poche centinaia di metri a sinistra della stazione Termini. Consegnai la cassetta
all’Ufficio X° e fui libero. Dall’arrivo a Vladivostok, al rientro a Roma, era
passato circa un mese, quasi tutto passato “oltre la Cortina di ferro” come la
chiamavamo allora. Forse fui l’unico Italiano a potersi vantare, (...solo tra noi,
ed ora... solo con me stesso!) e negli anni della guerra fredda, di aver navigato
nel mare di Ohotska, traversato lo stretto dei Tartari sul delta dell’Amur, le
grandi foreste Siberiane, costeggiato il lago di Bajkal, ammirato la luna di
ghiaccio sulla steppa Siberiana e quei gelidi giorni senza notte, passato gli
Urali, Mosca, Leningrado e... tutto questo, da Gladiatore del S.I.D, militare di
Stay-Behind - N.A.T.O-Italia, in missione operativa!. Almeno... così sapevo io,
che ancora ignoravo di essere solo un “allucinazione!”.
A proposito, vi hanno mai detto i giornali che leggete che Stay-behind significa:
stare dietro le linee?. Più “Stay Behind” di così!?... vi pare?. E questo è tutto
quello che so dell’operazione Leningrado.

(Okhotska)
Ragazzi... che pena i Russi, in quel gelo, anche i soldati mi facevano pena. A
volte, lungo la ferrovia, si vedevano stazioni militari e stavano lì, in piedi...
come fantasmi semi sepolti dalla neve. Dovunque vedevo ritratti del Dittatore
di turno Leonid Ilic Breznev... ovviamente coperto di medaglie. Che guerre
avesse mai combattuto mi è rimasto un mistero, visto che era entrato da
chierichetto nel partito Comunista Sovietico e che, quindi, come politico,
difficilmente può aver imbracciato qualcosa di diverso da penna e forchetta (se
si esclude la sua partecipazione da politico alla repressione della
Cecoslovacchia nel ’68). Ma, le medaglie, sono un vezzo di tutti gli “eroici”
Dittatori, non solo di quelli Comunisti!. E che squallore le Città, quei viali
deserti, a volte magnifici ma, proprio per questo, più desolanti! che miseria...
una miseria incredibile, senza fine. Eppure era una super potenza, aveva
petrolio, metalli preziosi, andavano nello spazio, come spiegarsi questo
degrado?. La gente, invece, era simpatica. Ogni tanto, nelle stazioni, saliva
qualcuno che non era la polizia o soldati,... scherzavano con me, specie le
ragazze... a volte bellissime! Ridevamo assieme di noi, solo guardandoci a
vicenda.
(Colomba Siberiana)
Erano gente alla buona, cacciatori di pellicce o boscaioli, a volte con famiglia al
seguito. Mi offrivano sempre qualcosa da mangiare, cose semplici e buone.
Capii perché si chiama insalata Russa quel cibo freddo che c’è anche da noi.
Tutto, dalle carni alle verdure, era conservato in gelatina e salse buonissime.
Ricordo una specie di “stufatino da viaggio” di miglio e semolino: lo
chiamavano Kasa, e polpettine di ricotta e panna acida. Lungo la ferrovia
potevo comprare, nei mercatini che si formavano sotto il treno in sosta, il
“saslyk”: spiedini di montone cotti alla brace ; il besbarmuk: pezzi di carne di
montone con pasta scotta ed immersi in una salsa piccante a base di cipolle (io
ci aggiungevo dello yogurt acido... c’era da leccarsi i baffi!) e poi yogurt e
panne acidule di tutti i tipi... la mia passione!. Ricordo anche una bevanda
rinfrescante a base di cereali fermentati, la chiamavano “kvas”... con una
punta di yogurt mi portava a leccarmi anche le orecchie! Poi, naturalmente,
Vodka a fiumi, ma non mi ubriacai mai: il freddo era troppo e l’alcool fungeva
da riscaldamento interno. Là, anche la luna sembrava dire:... ho freddo!
Ricambiavo offrendo il caffè Italiano a tutti, che era gradito, ma preferivano il
loro tè. Lo facevano alla maniera Uzbeka: mettevano le foglie fresche in una
teiera fino quasi a colmarla e poi ci mettevano l’acqua bollente dentro,
ripassandola più volte. Era buono perché era caldo, ma era troppo forte per
me, mi legava la bocca... come il tè che facevano i Libici... in un altro mondo!
Anche i miei contatti, quando mi salutavano, dicevano qualcosa di
incomprensibile e mi lasciavano pane e yogurt per il viaggio. Scendevano
lontani dalle stazioni. In alcuni tratti, spesso a causa della neve, a volte solo
perché i Macchinisti avevano bevuto troppa Vodka (...dicevano!), il convoglio
procedeva così lentamente che salire e scendere era agevole e tutti lo
facevano quando non c’era neve troppo alta. Correvamo appesi di fianco al
treno come esquimesi dietro ai cani da slitta, ci sgranchivamo così le gambe e
riattivavamo la circolazione. Per due volte ci siamo “sgranchiti” spalando
cumuli di neve ammassata dalla tormenta sui binari e troppo alti per
permettere al treno di passare,... fortuna che eravamo già nella stagione del
disgelo, un pò ritardata quell’anno! Capii che anche sulla Transiberiana c’erano
treni moderni con sedili comodi e riscaldamento efficente, ma il convoglio sul
quale viaggiavo era vecchio, un residuato della “Rivoluzione e della
penetrazione Siberiana”, con panche in legno ed un riscaldamento che
sembrava non ci fosse... la mia solita fortuna!?. Il pane che mi davano i contatti
era integrale e senza sale, ma lo mangiavo volentieri, era buono lo stesso. Le
prime vittime del regime comunista (inteso come dittatura) secondo me, erano
loro... poi i soldati!. L’estate del 1979 la passai a casa, in vacanza al mare,
sotto il nostro sole. Ne avevo proprio bisogno!. Il 20 Settembre 1979 fui
convocato a Roma e da lì inviato ad Istanbul, sullo stretto dei Dardanelli, là
imbarcai sulla M/n Mare Tranquillo diretta in Romania, a Costanza, sul mar
Nero. Di nuovo oltrecortina.

11. Operazione Costanza

Settembre 1979: Operazione Costanza. Fui inviato a Batumi in Georgia ed a


Costanza in Romania, risalii il Danubio fino a Galati. Filo spinato e torrette a
perdita d’occhio, per giorni e giorni,... in tutta la mia vita non vidi mai tanto filo
spinato come in quei pochi giorni. Si trattava di portare fuori dall’U.R.S.S.
perseguitati politici, almeno così mi fu detto. Andavamo a prenderli, con i nostri
contatti, lungo il Danubio, sulla riva orientale... il confine dell’URSS. Era là che
correva tutto quel filo spinato, sembrava davvero che l’intero popolo Russo
fosse rinchiuso in un enorme campo di concentramento. Era molto pericoloso, il
Conducator manteneva il coprifuoco, come in tempo di guerra. Dopo le nove di
sera io, come straniero, non potevo più circolare per strada, dovevo rientrare a
bordo, per i Romeni credo che fosse spostato più in là... le undici o mezzanotte.
Dovevamo uscire dalla città nel pomeriggio e raggiungere il confine nel punto
conosciuto ai nostri contatti in Romania. Fortuna che era tutto coperto di alberi
che ci permettevano di stare al riparo fino a che non faceva buio. A quel punto
dovevamo attendere il segnale: tre lampeggi di una torcia elettrica a cui
dovevamo rispondere con lo stesso numero di lampi. Significava che la via era
libera ed andavamo verso il filo spinato. Le armi le trovavamo al nostro arrivo,
nascoste tra gli alberi, e le lasciavamo là al rientro. Erano AK 47 di
fabbricazione Sovietica. Dovevamo attraversare il confine Russo passando
sotto il filo spinato ed era molto pericoloso, se ci intercettavano le pattuglie
Russe al di là, o quelle Romene al di qua, intendevamo vender cara la pelle,
non certo farci prendere vivi!. Passati al di là della Cortina di ferro “spinato”
(scommetto che neanche questo avete mai letto sui giornali: il perché la
chiamavamo “cortina di ferro”... non è così?), ci guidavano i nostri contatti
Ucraini (anche l’Ucraina aveva i suoi “Gladiatori”, ribelli che desideravano la
Democrazia e la Libertà!). La nave era ferma a Galati, sul Danubio, caricava il
carbone (50.000 tonnellate di carbone, avevamo tempo), prima dell’alba, però,
dovevamo essere a bordo. Dovevamo prendere i ricercati dalla polizia politica,
a volte scienziati... credo, lo capivo dall’aspetto, non dovevo chiedere niente,
non sapevo chi erano e loro non sapevano chi ero io, se qualcosa andava
male... nessuno di noi era mai esistito!. Li trovavamo, “pronti a muovere”, nei
cascinali delle campagne tra il confine e Kiliya, in Ucraina, li nascondevano i
contadini in attesa di un passaggio a Occidente. La mia Missione era quella di
nasconderli a bordo e proteggerli fino allo sbarco, il più delle volte ad Istanbul e
Atene (pochi giorni di viaggio), dove qualcuno veniva a prenderli, recitava la
Password e tutto è sempre filato via liscio. Una volta, l’intera nave fu
sottoposta ad ispezione di polizia. Ce la vedemmo davvero brutta, in cabina
avevo la coppia di profughi imbarcati a Costanza. Non ebbi il tempo di
nasconderli altrove che nell’armadietto. Nella mia cabina entrò un poliziotto ed
iniziò la perquisizione dalla scrivania. Vide i miei attrezzi da ginnastica: sbarra a
molla, manubri, pinze, pesi e... si interessò a quelli, era uno sportivo ed iniziò a
scherzare in Romeno. Capivo che diceva di essere un lottatore e mi sfidava. Gli
feci capire che sarebbe stato troppo facile per me, lo guardavo e ridevo. In
Romania sono molto tifosi per la lotta, si levò la giacca, voleva proprio lottare.
Tirai fuori due bottiglie di Whisky e tre stecche di Marlboro da sotto la cuccetta
(proibitissime in Romania). “Contrabbando!”- disse. Gli feci capire che ero
disposto a lottare con lui, visto che insisteva, ma, se perdeva, mi lasciava il
Whisky e le sigarette e se ne andava, se vinceva se le prendeva senza fare
rapporto ai suoi. Accettò ed iniziammo a lottare. Era bravo, conosceva la lotta
Greco-Romana, ma non era allenato. Potevo batterlo facilmente, solo che
avevo deciso di farlo faticare un pò... per poi farlo vincere e farlo andare via
contento (dentro l’armadio si respirava male!). Ma il Romeno non si
accontentava di vincere, voleva farmi male, mi stava torcendo il braccio ed è
stato più forte di me rovesciarmi, afferrarlo al collo e buttarlo a terra
torcendoglielo. Batteva il palmo della mano a terra per dichiararsi sconfitto...
Sicuramente era un appassionato, conosceva questi segnali. Si alzò
borbottando in Romeno, ma mi diede la mano... uno sportivo. Gli diedi una
bottiglia e una stecca di sigarette, ma dovetti insistere molto per fargliela
prendere. Eppure da loro, al mercato nero, valevano quanto il suo stipendio di
un mese. Era un simpaticone e se ne andò ridendo e bofonchiando nella sua
strana lingua... con il contrabbando sotto la giacca. I clandestini erano
terrorizzati, ma li tranquillizzai e non ci furono più problemi fino all’arrivo,
sbarcarono sullo stretto dei Dardanelli. Vennero a prenderli sotto bordo con
una lancia non so chi, da non so dove!. La mia Missione era quella di
nasconderli a bordo e proteggerli fino allo sbarco, il più delle volte ad Istanbul e
Atene (pochi giorni di viaggio), dove qualcuno veniva a prenderli, recitava la
Password e tutto è sempre filato via liscio. Fui anche fermato e perquisito, sia
dai Russi che dai Romeni del Conducator Ceausescu, ma recitavo bene la parte
del Marinaio ubriaco e tutto finiva a ridere. Quando andava male, tutt’al più, mi
ritrovavo costretto a bere quel loro brucia-budella che chiamano Vodka.
L’equipaggio non si accorse mai di nulla, a parte un Allievo Macchinista che
scendeva a terra con me. Non me ne potei liberare nemmeno quella volta che,
a Costanza, in Romania, dovevo raggiungere il nostro contatto in una piazza
centrale nei pressi dei giardini pubblici. Era una bella biondina Romena e così
non si insospettì del fatto che, pur essendo appena arrivati, io fossi atteso!,
poteva pensare che c’ero già stato.
(Una Colomba...!?)
Venne con noi all’Hotel Internazionale, dove bevemmo vino Romeno e
chiaccherammo tutta la sera in attesa che, “qualcuno” ci informasse che la
persona da imbarcare e far espatriare fosse pronta. Lo fece un cameriere in
smoking, versandoci dell’altro vino rosso... veramente buono il vino Romeno!.
Andammo, quindi, in taxi a prenderli. Erano in una casetta in periferia, un
agglomerato di case popolari che più popolari non si può. Si trattava di marito
e moglie, non so perché il comando era interessato a farli fuggire dall’Est
Europeo, non parlavano altro che Romeno e Russo ed in ogni caso... non era
affar mio!. La biondina (non me ne ricordo il nome perché tanto era falso)
parlava benissimo Italiano, tanto che pensai che fosse una “Colomba”. Cercai
di interrogarla in merito... tra una risata e l’altra, ma si tradì come Romena,
improvvisamente, con un accento non Italiano in una frase che non fece in
tempo a correggere. Riusciva a imitare un accento del Nord Italia, non saprei
quale... io sono del Sud. Se l’Allievo Macchinista capì qualcosa, però, non mi
fece mai domande, si limitò a chiedermi di insegnargli qualche colpo di savate
durante i turni di guardia in sala macchine, dopo che mi scoprì allenarmi, in
navigazione, dietro il locale depuratori... e lo feci. In navigazione la vita è
noiosa ed il tempo non manca. Non so se, poi, abbia fatto pratica per imparare
bene, sbarcai a Venezia e non lo rividi più. Fui impiegato così fino a tutto il
1979. Andai anche in centro America, in Guatemala, in Venezuela, a Panama,
in Florida... etc. ma solo perchè il mercantile dove ero imbarcato riceveva
l’ordine di andarci per carico merci. In Guatemala, a Puerto Bàrrios, incontrai
un gruppo di Legionari Francesi (ex) che avevo conosciuto in Africa ai tempi
della Primavera dei Garofani. Erano diretti a Ciudad de Guatemala ; erano stati
arruolati come specialisti della guerriglia, andavano in Nicaragua. Pagati molto
bene, mi proposero di arruolarmi con loro. C’era da simulare attacchi, da parte
di guerriglieri filo Sovietici, per “Traire le lait a la Vache Americain” (Trad.:
mungere la vacca Americana). Spiegandosi meglio mi fecero capire che, in
realtà, i Guerriglieri filo-Sovietici sarebbero stati Loro... avrebbero dovuto
divertirsi un pò ad attaccare qualche caserma dell’esercito e qualcos’altro di
ecclatante, tanto per smuovere un pò le acque. “La Guérilla, aux Antilles e là-
bas (indicando l’interno), ronflé a la grande, il est notre devoir de faire les
choses comme il faut... et tirer tous de son apathie!” (Trad.: La guerriglia nelle
Antille e laggiù, russa alla grande, è nostro dovere di fare le cose come si deve
e risvegliare tutti dalla Loro apatia!). Jean era picchiatello e disse tutto questo
ridendo,... ma non era una “boutade” per ridere! Non potei dirgli perché, ma gli
dissi che non mi interessava fare il mercenario. Ora ero un “Marinero
mercante!”. Risero facendomi l’occhietto, non sapevano perché, ma erano
sicuri che mentivo, che non ero quel che dicevo di essere! (già, noi eravamo
condannati a non essere mai quel che dicevamo di essere). Passammo insieme
un paio di giorni a fare “fiesta” mettendo a soqquadro Puerto Bàrrios. La
periferia di Puerto Barrios era identica a tutte le periferie delle città in quella
parte di mondo, un unico sterminato Slum. In posti come quelli, la gente cerca
di sopravvivere come può. baracche per case, bambini mezzi nudi che corrono
di quà e di là, cani che frugano tra i rifiuti, odore di fogna a cielo aperto e
dappertutto spazzatura che marcisce fino al muro verde e improvviso di
vegetazione: La Jungla che appena subito oltre la periferia dell’ultima barracca
si riappropria della sua terra. Il posto ideale per incontrare dei pazzi come loro.
Erano completamente svitati, ma anche dei veri amici! poi partimmo: Loro per
il loro destino ed io per il mio e non li vidi mai più.

12. Operazione Speranza.

Nel 1980, andai in Nigeria ed Angola.L’Angola era ridotto male, era alla fame...
della serie: “il Socialismo non è una mercanzia che si compra al mercato!” per
citare una delle frasi ad effetto care ad Agostinho Neto.
(Forse...è solo un sogno!)
Ma già... era anche Lui un poeta come Andreade e Senghor, grandi Uomini, ma
l’economia e lo sviluppo economico non si intendono di poesia!. Chiedevano gli
aiuti alimentari ed io ero imbarcato su quel mercantile, M/n Amanda della
Medafrica Line, che doveva portare migliaia di tonnellate di grano a Luanda.
Davano la colpa all’Imperialismo Americano ed al Capitalismo Occidentale,
come sempre fanno i regimi Comunisti, per giustificare i disastri economici
dovuti alla loro incapacità ed alle loro idee strampalate. A Maggio 1980, si
sarebbero dovuti imbarcare sull’Amanda, come passeggeri, alcuni politici tra
cui Emma Bonino del partito Radicale Italiano. Avevano insistito per viaggiare
con gli aiuti, per controllare meglio che arrivassero a destinazione
correttamente. Il nostro comando voleva essere certo che non accadessero
incidenti, perciò, il 23 Gennaio 1980, fui inviato su quel mercantile e feci due
viaggi nel Golfo di Guinea prima di quello che a Maggio avrebbe portato gli
aiuti alimentari. In occasione di quel viaggio, la nave si sarebbe chiamata :”la
nave della speranza”. E questo fu il nome in codice di quella missione:
operazione speranza. Io però, nei pochi giorni che potevo stare a Luanda, non
riuscii a rintracciare nessuno. Sicuramente chi non era morto era in prigione,
oppure alla macchia, o espatriato chissà dove. Dove prendono il potere questi
banditi è sempre così, un copione visto fin troppe volte. Rientrai in Italia e feci
rapporto sulla situazione in Angola. Andai a casa per qualche giorno di riposo,
era il 20 Maggio 1980 circa. Avrei raggiunto la “nave della speranza”, (dove già
erano stati imbarcati gli aiuti alimentari ed i passeggeri) in aereo, dopo una
settimana di meritata licenza. Dopo pochi giorni, rientrando a casa a piedi, fui
fermato dalla Polizia. Un certo Brigadiere L’aiola mi portò in Questura insieme a
due ragazzi che mi avevano chiesto un informazione per uscire dalla Città
poichè si erano persi. Avevano pochi grammi di Marijuana con loro, ma pare
che, durante la notte, (che passai in una cella di sicurezza), in una chiesa
abbandonata del loro paese, Tardara, (che mai avevo sentito nominare!),
furono rinvenuti diversi chili di droghe leggere tra Marijuana ed hashish.
Costoro, dopo un terzo grado dei Poliziotti...”confessarono!?” di averli
acquistati da me!. I poliziotti, specialmente questo Brigadiere L’aiola, mi
chiedevano di confessare a mia volta: tanto ormai non potevo fare altro che
tentare di avere le attenuanti confessando, dicevano. Naturalmente mi guardai
bene dal fare una cosa simile. All’alba, però, in cella di sicurezza, fecero
entrare mio Padre che mi disse che avevano perquisito casa nostra ed avevano
trovato, dentro un armadietto chiuso a chiave (!?), tre chili di piante di
marijuana con fiori, foglie, rami e semi. Dissero che la droga o era la mia o era
la sua, oppure di mia madre. Era lì per confessare che era sua. Naturalmente, a
quel punto, confessai che era mia. Inventai una storia credibile ed andai in
carcere. Uscito dall’isolamento di sei mesi, (nel quale ero stato tenuto per
convincermi a confessare... chi erano i miei complici!?), alcuni compagni di
prigionia mi diedero i vecchi articoli che parlavano del mio arresto. Seppi così
che “i giornali” diedero la notizia del ritrovamento di circa un chilo di hashish in
una chiesa diroccata di un paese e che un altro quantitativo analogo di piante
di marijuana era stato rinvenuto a casa dei miei genitori (!?) ; che era esplosa
una bomba nella stazione di Bologna e che fece molte vittime. Dai giornali
seppi anche che la perizia balistica diceva che era stato usato il Semtex, un
esplosivo di produzione Cecoslovacca (un altro modulo Kennedy!?); che poco
prima era caduto un aereo civile ad Ustica con altre vittime e che,
contemporaneamente, un MIG-21 Libico era atterrato nella Sila, in Calabria, ed
il pilota sarebbe stato ritrovato morto a bordo (ma queste sono cose lette sulla
nostra stampa e “viste le mie esperienze con la stampa”, chissà qual’era la
verità!). Sentivo spesso in televisione che era la “strategia della tensione” e
che, in qualche modo, c’entrava Gladio (!?). Nessuno teneva in considerazione
le minacce del Dittatore Libico all’Italia che, in quel periodo, offriva protezione
Militare a Malta, la quale era nelle mire espansionistiche di Gheddafi (eravamo
pronti ad intervenire in seguito alle notizie di un imminente sbarco Libico a
Malta... alcuni di noi erano già a La Valletta) e, soprattutto, era un ambita e
magnifica base Navale nel Mediterraneo per la flotta Sovietica del mar Nero! ;
Nè si teneva in nessun conto l’ipotesi che l’aereo abbattuto ad Ustica, il 27
Giugno 1980, poteva essere un macabro avvertimento all’Italia in risposta ai
dichiarati intenti di siglare quegli accordi di cooperazione con Malta ; Né fu
rilevato che la Strage di Bologna avvenne nello stesso giorno in cui veniva
siglato quell’accordo tra Italia e Malta, “nonostante gli avvertimenti ricevuti!”
Se poi sia stato effettivamente siglato, vista la mia situazione, non lo potevo
sapere. Mi chiedevo il perché di tutto ciò che mi accadeva e che accadeva fuori
di lì ma, allora, non seppi darmi una risposta. Rinchiuso in quelle celle mi
capitava spesso di pensare: Forse... è solo un sogno! Un anno dopo l’arresto,
fui trasferito in una colonia penale. L’avevo chiesto io... per non morire d’inedia
in una cella: avrei lavorato i campi ed il tempo sarebbe passato prima. Avrei
avuto anche un televisore in cella, insomma... un lusso!. Sapevo guidare i Carri
armati, perciò, fui messo alla guida di un cingolato Catterpillar, un aratro da
montagna che si pilotava con un sistema di pedali-freno e leve-frizione...
esattamente come un Tank. Feci il trattorista, aravo i campi e, finita l’aratura,
zappavo, tagliavo la legna e facevo tutti i lavori agricoli di quella colonia
penale... il tempo passava prima. Mia madre e mio padre venivano a trovarmi
ogni quindici giorni ed erano contenti, non ci eravamo più visti così spesso da
quando mi arruolai. Anche lì, però, a volte, mi svegliavo di soprassalto e mi
chiedevo: Forse... è solo un sogno! Ma, abituati gli occhi al buio, vedevo la cella
e i compagni di prigionia immersi in quello squallore con me: No, non è un
sogno! - pensavo - è tutto vero, sono in prigione e... dovrò restarci ancora a
lungo! mi prendeva sempre la rabbia in queste occasioni, mi agitavo,
imprecavo in silenzio, maledivo chi mi aveva fatto tutto questo... ma a che
serviva?. Se è davvero tutto un sogno mi sveglierò prima o poi!... e questo era
l’unico pensiero in grado di calmarmi.

13. Modulo Kennedy.

Fu una sera, guardando il telegiornale, che assistetti all’attentato a Papa


Woitila e poi, a tutto quello che ne seguì. Quando gli inquirenti presero Alì Agcà
e seguirono la pista Bulgara, credevo che fossero in gamba: Dritti
sull’obiettivo... così si fa! - commentai in cella. Era un classico per “Loro”, astuti
e potenti, ma assolutamente privi di estro, di fantasia. Ripetevano, come
scimmiette ammaestrate, sempre le stesse azioni. Il numero uno diceva che i
grandi vecchi della Lubianka, (il palazzo sede del K.G.B, andai a vederlo
durante l’operazione Leningrado,... una soddisfazione personale!) se ne
andavano, uno ad uno, lasciando dietro di Loro solo mezze tacche e ruffiani di
partito, capaci solo di ripetere a “carta carbone” sempre le stesse operazioni,
gli stessi complotti riusciti, ma studiati da altri ed in ben altri tempi: “Buon per
noi!” - chiudeva sempre. Infatti, a me sembrava di vedere in video quel
“classico” che, durante i corsi, gli anziani ci insegnavano a riconoscere
chiamandolo “modulo Kennedy” e che era riuscito perfettamente in occasione
dell’assassinio del povero Presidente Americano, colpevole tra l’altro e
soprattutto, per la Lubianka, di riscuotere troppe simpatie nel mondo,...
estremamente dannose per la “Propaganda del Politburo” e prima del
“Presidium”.
Kennedy non riconobbe il Vietnam Comunista e la Cina di Mao e appoggiò,
invece, Formosa, che oggi si chiama Taiwan.
Kennedy sfidò il Comunismo nella sua politica terzo mondista: aiuti economici
ai paesi poveri dell’America Latina ; alleanza per il progresso e il G.A.T.T. che,
risollevando l’economia di quei paesi, dovevano creare i presupposti di nuovi
rapporti di amicizia con quei popoli e: “prosciugare l’acqua di miseria e
degrado in cui nuotano i pesci rossi” - diceva il numero uno. Si impose
duramente per sollevare il problema razziale e la condizione degli Afro-
Americani ed il pieno rispetto delle leggi, contro la discriminazione razziale,
degli Stati Uniti. Voleva sostenere la crescita di sistemi Democratici e non i
Dittatori delle Repubbliche delle banane di tutto il terzo mondo.Inoltre,
comprese che, sul piano militare, il Terrorismo comunista poteva essere
combattuto efficacemente solo con l’impiego di reparti speciali e creò i
“Berretti Verdi” (imitando i Gladiatori Italiani). Essi erano Istruttori militari
super addestrati in grado di preparare al meglio truppe anti terrorismo e decise
di utilizzarli per la difesa del Vietnam del Sud dall’aggressione Comunista (non
voleva cadere in trappola inviando la US Army insomma!).
Durante il suo primo mandato ci fu lo sbarco Americano nella Baia dei porci,
mirato a rovesciare il regime Castrista e fallito nell’Aprile 1961. Certo, è una
questione di opinioni, ma, se fosse riuscito, il popolo Cubano non sarebbe
passato dalla Dittatura di Fulgenzio Battista a quella di Fidel Castro, con la
miseria che ne seguì. Kennedy avrebbe instaurato un sistema Democratico che
avrebbe portato Libertà vera, progresso e benessere al popolo Cubano. Il suo
progetto di riforme, quelle che voleva attuare con il suo secondo mandato, fu
per la politica interna, parzialmente realizzato da Lindon Jhonson, poi, per la
politica estera, da Reagan e portò alla caduta dell’URSS,...solo rimandata con
quell’omicidio. Del resto, il buon programma politico dell’abile Presidente
Clinton, che tanto successo sta portando all’America in campo economico, è
palesemente la prosecuzione dello stesso progetto Kennedyano, di cui Clinton
si è sempre dichiarato ammiratore.
Kennedy pilotò con polso fermo e in maniera magistrale la crisi del 1962 tra
USA e URSS per i missili Atomici Sovietici fatti installare da Kruscev a Cuba che,
grazie a Castro, (ed al suo tradimento della Revolucion Cubana del ‘59) era
totalmente in mano al Cremlino. Sapete che il blocco navale Americano è
dovuto al fatto che il Dittatore Cubano stava trasformando l’isola caraibica in
una portaerei atomica, puntata dritta al cuore dell’Occidente Democratico?. Ci
pensate se fosse riuscito? ora sareste tutti ridotti come i poveri popoli dell’ex
URSS... altro che settimane bianche, Discoteche e problemi di dieta!!!. Sapete
che, in quegli anni, i Castristi, stavano procedendo ad epurazioni e fucilazioni di
massa dei dissidenti che non volevano vendere la rivoluzione Cubana
all’Imperialismo degli “amici” di Castro e che, la prima vittima di ciò (ma non
l’ultima) fu Cienfuegos Camillo ed un altra Ernesto Guevara detto el Che?. Un
altra delle ragioni è nella Nazionalizzazione dei beni di cittadini Americani,
residenti a Cuba, che non sono stati risarciti per l’esproprio subito. Ora, io non
c’ero, come non c’eravate Voi, ma la Convenzione Internazionale per i Diritti
dell’Uomo non permette queste cose. Lo stesso articolo 1 che ho invocato io
contro l’Italia, impone agli Stati (tutti gli Stati del mondo) il rispetto e la tutela
dei beni dei cittadini.
Anche gli Italiani subirono cose di questo genere da Gheddafi in Libia, e prima
ancora dai Titini Yugoslavi in Istria e Dalmazia. Mi chiedo: “E’ stato giusto che
l’Italia se ne sia fregata?”; è giusto che ci sia in Italia chi fa affari e tiene
rapporti con un Regime che viola i diritti umani che, “di quando in quando”, fa
strage di oppositori e che, “continuamente”, minacciava di farci conoscere “il
significato della parola terrore!?” (sono parole sue, di Muhammar Gheddafi)”.
Non ve lo ricordate più?. Io ci sono stato nella Libia di Gheddafi e vi posso dire
che non è il Diavolo!. Il Popolo Arabo della Libia, sta molto meglio e vive con un
tenore di vita molto migliore, di qualsiasi altro popolo Arabo della Regione ed io
non sono un Tribunale equo ed imparziale che possa fare un processo al Leader
Libico. Per me non è Democratico e questo è tutto. Per Lui, come per altri
Dittatori, vale la regola che, se ancora non avesse commesso crimini contro
l’Umanità... li commetterà. Lo impone il ruolo di Dittatore, è inevitabile! Per
altro, invece, mi è dispiaciuto sapere del bombardamento a Tripoli e di tutti
quei morti innocenti, ma anche su certi aerei, in una discoteca a Berlino, in una
Stazione e chissà dove altro... c’erano morti innocenti. Certi atteggiamenti, se
non altro, portano a questo genere di cose e, comunque, quel bombardamento,
produsse l’effetto di ridimensionare lo strapotere di Gheddafi in Libia ed in
tutto il mondo Arabo. Il Governo effettivo passò nelle mani di un moderato, un
altro Colonnello (sic!), Abdessalam Jalloud, “cognato” di Gheddafi (di più non si
poteva fare!). Il Governo Libico potrebbe preoccuparsi di investire meglio gli
introiti del petrolio per lo sviluppo del paese, la fertilizzazione del Sahara, le
scuole... il rispetto dei Diritti Umani. Non sono i soli a violarli, sono in numerosa
compagnia, io stesso accuso l’Italia di aver violato i miei, ma se la Libia facesse
un passo verso il Diritto, sarebbe un bene per tutti, anche e soprattutto per
Loro.
Era troppo amato Kennedy, dai giovani e dai Liberal! Considerato anche amico
del “Papa Buono” Giovanni XXIII°. Inoltre, era restio a cadere nella trappola
Vietnam che doveva rendere così tanto agli Nguyèn del Sud come del Nord...
“les vieux renard!”
(Lee H. Oswald)
Un avversario davvero pericoloso per l’URSS di Kruscev e, soprattutto, per il
suo ufficio propaganda e per le mire Latino-Americane di Cuba. Non poteva
sopravvivere per un altro mandato. Fu assassinato il 22 Novembre 1963 a
Dallas in Texas. Il pesce-esca preparato da Loro era pronto. un Loro agente,
(Americano, ma indottrinato in URSS), con un passato ricostruito in maniera da
risultare sufficientemente ambiguo, ed abbastanza ingenuo da non capire il
gioco al quale stava giocando. Soprattutto non doveva capire che, comunque
andasse, lui non sarebbe sopravvissuto al Presidente....Era perfetto!
Kennedy aveva carisma, qualcosa che non si inventa, nè si può falsificare. Era
l’unico ostacolo vero al successo della propaganda Sovietica, la quale stava
portando le masse giovanili Occidentali a chiedere la Libertà...inneggiando ai
Tiranni!!! A Dallas, il 22 Novembre 1963, l’ostacolo era stato eliminato...non
solo, ma i sospetti di un complotto cadevano sugli stessi Americani!!!
Contemporaneamente, in Vietnam, gli Nguyèn, su questo perfettamente
d’accordo, deponevano e assassinavano vilmente, con un Golpe, il Presidente
Ngò Dinh Diem che, con l’appoggio di Kennedy, stava trovando una soluzione
pacifica alla vertenza Vietnamita. Sia Dhiem che Kennedy erano Cattolici
Liberali e, proprio per questo, considerati temibili avversari dei soliti folli piani
di conquista del mondo dei Tiranni di turno!...davvero questo non vi dice
niente?. Ed il fatto che cinque anni dopo (poco prima dell’inizio della campagna
propagandistica detta ‘68!?) fu eliminato il pericolo, per “Loro”, che un altro
Cattolico Liberale Kennedyano venisse eletto e continuasse la politica di
Kennedy è stato assassinato (questa volta da un Arabo fanatico Shiran-
Shiran...un Palestinese Giordano, se ricordo bene!),...anche questo non vi dice
niente?. Non trovate significativo il fatto che l’unica sopravvissuta della
famiglia Presidenziale legittimamente al potere nel Vietnam del Sud, Cattolica
Liberale anche Lei, la vedova signora Ngò, rifiutando sdegnata l’Asilo
Americano, dai quali si sentì tradita! trovò rifugio a Roma, presso la Santa
Sede?E’ paradossalmente tipico, in chi complotta, riuscire a far ricadere su altri
le proprie nefandezze: I Re dei complotti, che di complotto in complotto si
stavano eliminando anche tra di loro ad uno ad uno,...non ne sapevano nulla!!!.
Avete mai sentito parlare delle “purghe di Stalin?”,... non sono certo morte con
Lui!. Senza contare le deportazioni di massa e le stragi di oppositori che, di
quando in quando, venivano a nostra conoscenza: non sempre in U.R.S.S., a
volte riuscivano ad eliminare oppositori anche altrove...se facevano “ombra” ai
loro amici. Riguardo al centro America poi, chiunque facesse ombra o potesse
rappresentare un pericolo per Castro,”Fidelissimo” di Mosca, (ma “non
allineato”!?), ebbe “strani incidenti”. Non era lo stesso con l’attentato al papa
del 1981?. “Loro” vissero l’elezione di un papa dell’Est, d’oltre cortina,
nell’Ottobre 1978, come un atto di guerra, ma non potevano farci nulla. I fatti
di Danzica poi, di quegli operai che scioperavano contro il Regime Comunista e
pregavano davanti ai cantieri navali con Solidarnosc e tutto ciò che accadde, li
convinse di essere in serio pericolo. Gli avvenimenti successivi dimostrarono
che non si sbagliavano. Cominciò con l’elezione di quel papa Polacco il declino
del loro Impero: l’Impero del male!.
Sapere che era stato arrestato l’attentatore e che i sospetti, per stessa
ammissione di Agcà, cadevano sui servizi segreti Bulgari, cioè di Zivkov,
Dittatore Comunista della Bulgaria dal 1954 (non si muoveva foglia nell’Est
Europeo senza che Lui non voglia...!) e, da sempre, di stretta osservanza alla
linea Sovietica, (soprattutto a quella dettata da Stalin), mi fece pensare che, gli
inquirenti, erano stati bravi, avevano colto nel segno. Ma, poi, tutto è finito nel
guazzabuglio che sapete e il Processo “stabilì” che organizzò tutto Alì Agcà, un
pazzo squinternato,... da solo (!?). E Voi ci credete?!
Non ho capito se fa il pazzo perché ha capito che era un pesce-esca perfetto,
miracolosamente sfuggito alla padella e che, questo, significava che non
doveva sopravvivere alla sua vittima (come da modulo Kennedy). Il cadavere di
un Lupo grigio, (organizzazione terroristica di estrema destra Turca), sul
piazzale di San Pietro, sarebbe stata una sorta di firma utile, unitamente alle
campagne di certa stampa, a far ricadere i sospetti sui “gruppi eversivi di
estrema destra”... i soliti della Stampa Italiana: P2, Gladio, Servizi Deviati,
Massoneria, CIA etc.... Che interesse avrebbero potuto mai avere le “destre” a
spararsi nelle palle non lo si sarebbe capito, ma tutto si sarebbe risolto con un
altro degli insoluti “Misteri d’Italia!”... e vissero tutti felici e contenti ;
O fa il pazzo perché qualcosa andò storto! Agca sbagliò il colpo, (forse non se
la sentì o...chissà) ; forse chi era lì per uccidere lui ci ripensò o, più
probabilmente, la folla impedì che Agca fosse ucciso ;
Oppure, una volta capito che era stato usato come pesce-esca, e confessando,
perciò, quel che sapeva per punire chi lo voleva morto, non fu creduto e cerca,
ancora adesso, facendosi credere pazzo, di salvarsi la vita perché teme di
essere ucciso... se parla!.
Oppure, ancora ,convincendo tutti di essere pazzo, si accredita come innocuo:
è pazzo adesso, era pazzo anche prima e ciò che ha detto, o ha da dire un
pazzo, non può nuocere a nessuno! ;
Probabilmente è salvo, ma solo perché il potere che lo ha usato non c’è più...
almeno apparentemente! Comunque, oggi, se ne fregano delle rivelazioni di
Agca: non porterebbero ad altro che a sospettare cariatidi inutili ed anche
Zivkov è già stato arrestato (per chi sa quale dei suoi delitti da Tiranno), dagli
stessi Bulgari che ha Tiranneggiato per quasi mezzo secolo. A chi volete che
gliene freghi più, ormai?. La partita con il papa, per salvare il Loro Impero,
l’hanno persa!
Tanto per capire quanto ci tenesse a quell’Impero, soprattutto Todor Zivkov di
Bulgaria, vi basti sapere che fu l’unico “non Russo”, dei vecchi membri del
vecchio Presidium, (dopo i fatti noti con il nome di “Primavera di Praga” e che
diedero vita in tutto l’Occidente Democratico alla rivoluzione Democratica e
“Liberal” chiamata 68), ad invocare ed approvare calorosamente l’intervento
dell’Armata Rossa a Praga, in Cecoslovacchia, nell’Agosto 1968, ed i crimini
che ne seguirono contro la popolazione ribelle. Ricordate Ian Palach?. La
vecchia guardia di Gladio era lì a Praga in quei giorni e ci raccontava di quel
popolo ribellatosi in massa ai Tiranni ed abbandonato al suo destino dal resto
d’Europa e del mondo, ma... fu inevitabile, dicevano, per evitare un conflitto
Nucleare con l’URSS. Ammiravano molto i Cecoslovacchi, qualcuno si era anche
fatto la fidanzata... tra una bottiglia Molotov e l’altra e... dopo l’invasione
dell’Armata Rossa e l’ordine di rientrare, non ne seppe più nulla. In quegli anni
nessuno, neanche per “Amore”, poteva lasciare l’U.R.S.S., figuratevi se
avessero saputo che si trattava di relazioni con “Gladiatori Italiani!?”. Zivkov
ebbe persino parole di Dura condanna contro Tito di Yugoslavia e Ceausescu,
Conducator della Romania, i quali erano, notoriamente, “troppo Liberal” per
Zivkov , pensate un pò che elemento da sbarco poteva essere!
Eppure, grazie al formidabile apparatcic della propaganda Sovietica, i giovani
ribelli d’Occidente continuavano a sfilare nei cortei, inneggiando ai Tiranni che
distrussero la Primavera di Praga e molte altre “Primavere di Libertà” che
seguirono quella, nel mondo. Che razza di uffici di propaganda aveva l’U.R.S.S!:
diabolici ed invincibili ;
In ogni caso, Agca, capì quale era il suo ruolo nel “modulo Kennedy”
(comunque lo chiamassero i Lupi grigi) e, visto anche il risultato avuto dalla sua
confessione, il “picchiatello Lupo grigio”, pur essendo da solo, ed in mano
“Loro”, è riuscito a salvarsi giocandoli tutti!. Era questo il “modulo Kennedy”!
Per Noi, lo stesso modulo, con le dovute modifiche, fu usato per Guevara in
Bolivia e Ochoa a Cuba e chissà quanti altri. La saggezza popolare Italiana
abbrevia dicendo: Butta la pietra e nasconde la mano...! “Loro” lo hanno
perfezionato, reso più sofisticato e funzionale, ma, in sostanza, è questo. Il
fatto che nessuno accusò i Servizi Deviati Italiani... P2, Gladio e/o la solita CIA,
mi diede la misura della decadenza dei complottardi. In altri tempi, sarebbero
riusciti ad organizzare una “purga” anche quì da noi!... tutti sospettati di aver
attentato alla vita del Pontefice...!?.
Io, comunque, assistei a tutte queste azioni terroristiche da dietro le sbarre,
condannato per spaccio di marijuana (...!?), o al più, sui campi della Colonia a
zappare patate, sotto stretta sorveglianza degli agenti di custodia: un alibi
davvero di ferro! - pensavo all’epoca, ridendo tra me e me. Durante quei due
anni di prigionia, avevo anche sentito che, il numero 1, era sospettato di trame
eversive e di essere un fascista ed un Piduista! A me, il Giudice, fece sapere,
attraverso il mio Avvocato (a suo dire!), che al processo (che si tenne un anno
dopo il mio arresto) avrebbe chiesto otto anni per traffico Internazionale di
stupefacenti!!! Rimasi in prigione, per quasi due anni, da innocente e non capii
perchè mi fu fatto tutto questo. In prigione, quei ragazzi, mi dissero che
avevano confessato quelle assurdità in mio danno perchè i poliziotti li avevano
“minacciati di picchiarli” se non lo avessero fatto. Si trattava solo di deboli,...
non potevo certo prendermela con loro!. Appena libero, era il Natale 1981 (fu
un condono generale, emanato con Decreto del Presidente Pertini a liberarmi,
altrimenti ero stato condannato a tre anni!), mi presentai a rapporto all’Ufficio
X°. Il numero 1 non c’era, lo sostituiva “momentaneamente” uno sconosciuto al
quale, comunque, riferii l’accaduto e dove ero stato tutto quel tempo. Mi disse
che ero stato fortunato, c’era chi era finito in carcere accusato di stragi e di
terrorismo e rischiava di avere l’ergastolo!. Comunque, fui lasciato libero di
godermi la ritrovata LIBERTA’ per qualche mese. Andai in America, a New
Orleans ed a Baton Rouge, sul Mississipi , con un mercantile, la M/n Maria
Speranza della compagnia Fermar, fino al 26 Luglio 1982. Al rientro, fui
incaricato di imbarcare sul M/n Vento di ponente a La Spezia per l’operazione
Tripoli.

14. Operazione Tripoli

Imbarcai sul Vento il 16 Ottobre 1982 e salpammo immediatamente, alla volta


di Tripoli, in Libia. La missione, del tipo... “facile, facile,” consisteva nel portare
(e ricevere) ordini e documenti - da e per - la Libia, a volte a Tunisi, dove
facevamo scalo a La Goulette. I nostri contatti venivano a bordo a riceverli, o
darli, negli scali Italiani di La Spezia e/o Cagliari, oppure nel porto di La Valletta
a Malta. Per non creare sospetti, con il loro andirivieni nel porto di Tripoli, i
nostri contatti avevano organizzato, insieme a me, un piccolo contrabbando di
alcolici (severamente proibiti in Libia). In questo modo, con qualche bottiglia di
Scotch Whisky, ottenevamo il duplice scopo di corrompere le guardie e, nello
stesso tempo, di non essere sospettati di spionaggio, ma solo di contrabbando.
Io, inoltre, ottenevo lo scopo di arrotondare qualcosa per sopperire agli scarsi
mezzi messi a disposizione dal comando: Taxi in Libia, spese locali, mance alle
guardie portuali... etc. Proprio di quelle “facili, facili,” peccato che, in Libia,
c’erano poliziotti e soldati dappertutto e che, se andava male, saremmo stati
tutti fucilati!. Infatti, dei “contatti” a Tripoli, alcuni non li vidi più e, chiedendo
di loro, mi fu risposto in maniera eloquente passando la mano a mò di lama,
sotto la gola, dall’orecchio sinistro a quello destro!”. Ciò che sapevo non era
molto... nell’eventualità che qualcosa andasse storto! Comunque dovevo
prendere contatto con giovani Ufficiali dell’esercito Libico che, stanchi delle
follie del Colonnello Gheddafi: “Il pazzo di Tripoli” lo chiamava R.Reagan,
avevano deciso di tentare di liberarsi di Lui e della sua banda!. Anche
l’Occidente Democratico aveva deciso di liberarsi di Lui e degli atti di
terrorismo che continuamente minacciava e, pare, finanziava.
• Tutto molto, ma molto bene! - pensavo nella mia cabina, in navigazione
continua tra Tripoli e Bengasi e La Valletta (Malta), La Goulette (Tunisi) e La
Spezia e Cagliari in Italia. Ma allora perchè non ci fecero portare a termine la
missione del Novembre 1973... Chi e perchè ci fermò!?. - mi chiedevo. Ma
non seppi mai darmi una risposta.

I Giovani Ufficiali dell’esercito Libico volevano sapere se L’Occidente


Democratico, l’Europa Occidentale e, soprattutto, la vicina Italia, erano
bendisposti verso la loro iniziativa. Come avrebbero accolto la notizia che un
colpo di Stato militare aveva destituito il Governo Libico di Muhammar
Gheddafi? I nostri contatti a Tripoli, mi fecero incontrare con alcuni di questi
Ufficiali in una sala da Te in centro a Tripoli. Erano 17, seduti in gruppi da
quattro, in tavolini vicini, in maniera da poter sentire tutti quel che dicevamo,
ma senza insospettire il cameriere e la onnipresente polizia Libica e... non solo
Libica (!?). Lasciando da parte i convenevoli, (era molto pericoloso essere lì ed
insieme ad uno straniero, anche se “Marinerò mercante!), suggerì subito una
soluzione per il primo dei loro problemi: “come avrebbe reagito l’Occidente
Democratico ad un Golpe Militare in Libia?”. Parlando al più alto in grado: un
Colonnello dall’apparente età di 40 anni (dal nome impronunziabile... “baffo
grigio”, lo chiamai in codice), ma, ben inteso anche dagli altri, dissi: “Vista la
simpatia e la stima profonda che il “pazzo di Tripoli” riscuote in tutto
l’Occidente, sarete di certo ben accolti. Semmai i dubbi sorgono sul fatto che
non ci sono garanzie che non si tratti semplicemente di una faida tra gruppi di
potere... che Voi siate veramente Democratici. Suggerisco di fare come i
giovani Ufficiali dell’esercito Portoghese nel ‘74, una bella Primavera dei
Garofani di Tripoli”. Mi guardarono straniti... non sapevano cos’era!?.-“...
Entrate in città con un garofano infilato nella canna dei fucili a dimostrazione
che si tratta di una rivoluzione Democratica e non di un golpe militare.” - dissi,
stupito del fatto che, davvero, non avevano mai sentito parlare della Primavera
dei Garofani di Lisbona e di Luanda. Vollero sapere tutto e mi ritrovai a fare il
“Maestro” di storia. Ascoltavano a bocca aperta le storie che raccontavo: “... il
generale Spinola, la fuga dell’Oligarca Caetano Marçelo, l’entrata a Lisbona
delle Truppe Ribelli con un Garofano rosso infilato sulle canne dei fucili, la
smobilitazione dell’esercito coloniale Portoghese in Africa, della Colonna
Libertad in Angola, dell’invasione Sovietico-Castrista, del Generale Cubano
Manuel Ochoa...” Seppi che la censura Libica, non permetteva di sentire notizie
non gradite al Regime e, nel ‘74, la RAI TV Italiana non riusciva a riceverla
nessuno. Seppi anche che, all’epoca, la maggior parte dei presenti, aveva poco
più di dieci anni. Alla fine della “lezione di storia”, il Colonnello Baffo grigio,
voleva certezze su un eventuale appoggio Occidentale, perchè disse: il regime
del Pazzo, si regge sulla protezione Internazionale, ma anche interna,
dell’URSS. Quì è pieno di spie Sovietiche, entrano come “Istruttori militari” e
meccanici per riparare i nostri mezzi aerei (Mig21) e terrestri (carri T54), tutti di
produzione Sovietica, ma, in realtà, fanno ben altro e, so per certo, concluse
Baffo grigio, che si tratta degli uomini migliori di cui dispone il KGB.
Concludemmo quella riunione che si era protratta troppo a lungo...per un Te! e
risposi che avrei riferito al Comando e, per il prossimo incontro ci sarebbe stata
una risposta più precisa. Uscimmo alla chetichella, al porto ebbi problemi, era
quasi mezzanotte ed il coprifuoco non permetteva ad uno straniero di far tardi
fino a quell’ora: ma ero solo uno scemo che si era perso nei vicoli di Tripoli e
non capiva una parola,... mi lasciarono passare senza avvertire la “polizia
speciale”.
In Italia ricevetti alla Spezia la visita dell’Ufficiale di collegamento (uno nuovo,
che conosceva il mio codice,... erano quasi sempre “nuovi” ormai!) consegnai
le carte di ritorno che mi avevano dato i nostri contatti a Tripoli ed a La Valletta
e riferii il messaggio di Baffo grigio. Avrei avuto risposte certe nel prossimo
scalo di Cagliari o di Palermo. Uscimmo dall’Ammiragliato dove ero stato
invitato per l’incontro e la consegna dei documenti: l’Ufficiale di collegamento
non mi era piaciuto... non sembrava uno dei nostri, era tutto acchitato,
profumava come una puttana, aveva lo sguardo sfuggente... non mi guardava
mai negli occhi e, quando lo salutai “stringendogli la mano”, mi sembrava di
aver preso la “zampetta di un gatto”. L’Ultima volta che ero stato lì,
all’Ammiragliato, c’era il Numero 1... che fine aveva fatto?... non potevo
chiederlo a quello lì, e nemmeno avrei voluto!.
Rividi la mano morta (zampetta di gatto) dieci giorni dopo, a Palermo, eravamo
diretti a Tunisi e da lì a Bengasi e Tripoli. Mi diede due passaporti ed un
carteggio, chiusi in un plico sigillato, da consegnare al nostro contatto a Tripoli
e mi disse che nessuna decisione era stata presa per “Baffo grigio”.
“Comunichi di attendere risposta”- furono le sue ultime parole scendendo dal
Traghetto (mi raggiunse nella mia cabina per consegnarmi personalmente le
carte).
A Tripoli, dieci giorni dopo, riferii il messaggio al nostro contatto... lo stesso
dell’altra volta, buon segno! e gli consegnai il plico sigillato. Due ore dopo
ritornò seduto al fianco del conducente del camion che era salito sullo scivolo
del Traghetto per caricare i container che trasportavamo sul ponte. Si
fermarono con la cabina di guida davanti all’oblò che dava nel locale macchine,
gli passai prontamente le casse di J.B & Jhonny Walker che fecero sparire sotto
la cuccetta e proseguirono verso il ponteggio di carico containers. Allo sbarco
passarono davanti alla polizia portuale ed alla “speciale” che non sospettò di
nulla ed uscirono indisturbati dal porto con i documenti “riservati” e dieci casse
di Scotch-Whisky dirette a Tripoli-città.
Sbarcai “senza incidenti” a La Spezia, il 9 Marzo 1983. Nessuna decisione mi
era stata comunicata riguardante il Colonnello “Baffo grigio”, ma non posso
escludere che altri abbiano svolto quell’incarico.
Durante la Telefonata dei primi d’Aprile 1983, mi fu ordinato di presentarmi in
un Hotel in Rue du Maroc a Tunisi. Lì, al più presto, sarei stato contattato da
attivisti di “Akbar Maghreb” e questo fu il nome in codice di quella missione:
Operazione Akbar Maghreb.
15. Operazione Akbar Maghreb

La missione consisteva nel prendere contatti con un movimento patriottico


Nord Africano che si definiva Akbar Maghreb e che si prefiggeva di unificare il
Nord Africa in una grande Unione Democratica e federale del Maghreb,
“Grande Maghreb” appunto. Ebbi l’indirizzo dell’Hotel in Rue du Maroc a Tunisi
e di un magazzino in Rue Sidi Mandri n. 8 a Tetouan ai piedi del Rif, in Marocco.
Là sarei stato avvicinato da esponenti del Movimento.
(Chez Younes)
Volevano tentare di rovesciare il Regime del Dittatore Alì Ben Bourghiba di
Tunisia (filo sovietico, anche se moderato, cioè “non allineato”,... come la Cuba
di Castro, la Jugoslavia di Tito e la Libia di Gheddafi, per esempio) e quello di
Benjedid Chadli d’Algeria (anche Lui non allineato, come gli altri!) e provocare
la rivolta dei Berberi del Rif, in Marocco, per costringere il Re, Hassan II del
Marocco, alle aperture Democratiche di una Monarchia Costituzionale
assumendo, così, anche la guida del Movimento Akbar Maghreb. In sintesi un
obiettivo ambizioso, ma gli aderenti erano molti e tanti di più avrebbero aderito
in una seconda fase. A noi interessava la parte che riguardava il rovesciamento
dei Regimi filo Sovietici dei Dittatori d’Algeria e di Tunisia, continuando così a
spezzare l’accerchiamento Sovietico dell’U.E.O. Inoltre, Akbar Maghreb,
avrebbe indebolito la posizione, nel mondo Arabo, del Colonnello Gheddafi e
degli altri Tiranni filo Sovietici o Integralisti Islamici che finanziavano il
terrorismo e la Tirannia nel mondo. Il Comando era anche preoccupato dei
Piani del Cremlino che, in appoggio a Muhammar Gheddafi e per farlo uscire
dall’isolamento Internazionale in cui era tenuto, stavano organizzando unioni
Anti-Occidentali tra paesi del Maghreb e la Libia. La prossima “Unione” in
preparazione era di nuovo con la Tunisia di Ben Bourghiba, prevista
esattamente dieci anni dopo il primo tentativo... nei primi mesi del 1984
(ancora una volta rovinammo la festa ai Sovietici, questa volta con la Guerra
del pane Maghrebina). Ero autorizzato a riferire, ad Akbar Maghreb, che
avrebbero potuto avere, in una seconda fase, appoggio Diplomatico
Internazionale se avessero dimostrato di poter portare il Nord Africa verso le
riforme Democratiche.
Gli incontri avvennero più volte in quel 1983, fino allo scoppio della “Guerra del
pane”, nel capodanno ‘83-84. Fu chiamata così perchè il pretesto per la rivolta
popolare fu il raddoppio del prezzo della farina. Per troppi avrebbe significato la
fame... in tutto il Maghreb!. Organizzandomi per il viaggio, approfittai, per
avere un aspetto il più innocuo possibile, di quanto, in quei giorni, mi chiedeva
un amico d’infanzia. “Sto per diventare cieco. Una malattia alla retina mi sta
portando alla cecità. Ma, prima di perdere la vista del tutto, mi piacerebbe
vedere qualcosa di diverso, un pò di mondo! “- mi disse. Pensai che Franco
aveva un aspetto da ragazzo tranquillo... proprio quello che faceva al caso mio.
“Parto per il Nord Africa - gli dissi - una “vacanza” di qualche settimana.
Prenderò il Traghetto per Tunisi, poi in treno fino in Algeria e proseguirò con la
visita del Marocco. Perché non vieni con me?.” Si dimostrò entusiasta all’idea,
ma aveva un problema: poco denaro!.
Anche considerando solo i biglietti A/R ciò che aveva non bastava.,... e poi
c’erano gli hotel, il vitto... etc. Avrebbe proprio voluto farsi il viaggio e così
dissi: Hai un guardaroba ben fornito se ricordo bene!, non c’è qualcosa di
vecchio, nel senso di fuori moda, ma in buono stato, di cui ti potresti disfare? Si
-rispose Franco. Bene!, fammi vedere. A volte, trovandomi in difficoltà
all’estero, me la sono cavata vendendomi la roba. Qualcosa si può ricavare e,
se mancherà ancora qualcosa ci penserò io. Passammo qualche ora a riempire
una valigia di abiti smessi e, fatto questo, facemmo i biglietti per Tunisi... la
prima tappa dell’operazione Akbar Maghreb.
A Tunisi, venduta rapidamente la “mercanzia di Franco” (grazie
all’interessamento dei miei contatti che scherzarono sul fatto che, di sicuro,
non eravamo Americani... con le spese!), prendemmo il treno per Algeri, dopo
aver fatto visitare a Franco anche le rovine di Cartagine. La piccantissima
cucina Tunisina non era stata di suo gradimento: “ormai, sento il peperoncino
anche nel cappuccino!” fu il suo ultimo commento, lasciando Tunisi. In Algeria
non ci fu permesso il transito. La polizia ci perquisì a fondo e ispezionò anche il
treno su cui eravamo. Trovarono persino una moneta da 100 lire e la
riconsegnarono a Franco: gli era caduta dietro i sedili...!?. Non so come, ma
sapevano qualcosa ed era il caso di fare marcia indietro senza discutere
troppo.
Rifacemmo il viaggio verso Tunisi. Feci presente la cosa al comando che mi
disse di proseguire in aereo verso Casablanca. Avrei avuto un altro
appuntamento con gli emissari Algerini di Akbar Maghreb, forse, ad Al
Hoceima. Oppure, avrebbero mandato qualcun altro per l’Algeria. Franco fu
ben felice di poter riprendere il viaggio verso Casablanca. La città gli piacque
molto, anche il nostro agente a Casablanca gli riuscì simpatico, non facevano
che ridere di tutto durante i trasferimenti. Ci spostavamo in autobus, davamo
meno nell’occhio. Raggiungemmo Rabat, Meknès, Fès e ci fermammo qualche
giorno ospiti di tribù Berbere sul Rif, nell’Atlante. Presi i contatti richiesti e, a
missione conclusa, rientrammo a Casablanca per qualche giorno di relax.
Visitammo la città, la Casbah, la Nouvelle Medina, i ristoranti migliori e... le luci
rosse dei “cafè Americain” di cui la Città era piena e dove si faceva la danza
del ventre. Rientrammo verso l’Italia dopo circa venti giorni. I soldi erano finiti
e viaggiammo in treno: Casablanca-Tangeri, traghetto per Algesiras (in
Spagna) e treno per Madrid-Barcellona-Montpellier-Genova. Era il mese di
Maggio 1983. E questo è tutto ciò che so dell’operazione Akbar Maghreb.

16. Operazione A.M.: Guerra del Pane

Tunisi era in fiamme nel capodanno ‘83-84, i ribelli di Akbar Maghreb si


lanciavano sulle autoblindo con bottiglie molotov, incendiavano i carri armati e
non ripiegavano anche se falciati con le mitragliatrici dagli elicotteri. Costò
migliaia di morti quella rivolta, ma anche il potere a Ben Bourghiba. Ero
nell’Avenue Alì Ben Bourghiba, quando i ribelli di Akbar Maghreb saltavano
sulle autoblindo con le bottiglie molotov in pugno, ed ero ancora là quando,
dopo la resa del Governo, i ribelli saltavano sulle stesse autoblindo, con le
bandiere rosse di Akbar Maghreb in pugno al posto delle bottiglie incendiarie
(Rosso era il colore scelto da A.M per l’Unione Federale degli Stati del Maghreb,
niente a che vedere con i Sovietici, era il rosso della bandiera Tunisina e
Marocchina e della mezza luna Algerina). Il Governo cercò di salvarsi
incolpando dei massacri il Ministro degli interni, ma di lì a poco fu costretto a
dimettersi. In Algeria invece il F.I.S (Fronte Islamico di Salvezza) dimostrò di
essere più forte di A.M. ma questo fece fallire la Guerra del pane e non diede la
vittoria al F.I.S. La stessa cosa avvenne in Marocco, dove i Berberi del Rif si
ribellarono ad un aumento delle tasse doganali che, di fatto, li affamava e dopo
alcuni scontri vittoriosi a Tetouan e Chefchaouen, ottenuta dal Re Hassan II°
l’abrogazione delle Nuove tasse, riposero le armi.
(Campo di addestramento Berberi e Tuareg di Akbar Maghreb ai piedi
dell’Atlante: Tabelballah)
Nel frattempo, nel 1984, fallito, ancora una volta, il tentativo d’Unione con la
Tunisia, la Lubianka, riuscì a portare a termine l’Unione tra la Libia di Gheddafi
ed il Regno del Marocco di Re Hassan II°,...ma non era ancora esecutiva!.
Fu per questo che mi venne ordinato di continuare a tenere i contatti con gli
attivisti di Akbar Maghreb anche dopo le battaglie di Tunisi ed Algeri e di
organizzare la resistenza Democratica anche addestrando, in tutto il Maghreb,
gruppi di guerriglieri da impiegare “stay-behind” (dietro le linee), nel caso che
il Maghreb, effettivamente, fosse divenuto una colonia Sovietica ostile
all’Europa Occidentale. Tutta la storia di questo periodo si può riassumere in un
pellegrinaggio tra campi Beduin e Tuareg (nomadi del Sahara) e Tribu Berbere
dell’Atlante, durante il quale, accompagnato dai capi di A.M. insegnai le
tecniche di guerriglia ed addestrai, così come potevo...dati i scarsi mezzi, i
Volontari Democratici della Federazione Maghrebina a non arrendersi alle
Dittature prossime venture!.
Io fui fatto prigioniero sul Rif, a Novembre ’85 (il 19-11-‘95...credo)
(Forse... è solo un sogno!)

e venni imprigionato nel Carcere di Tetouan con altri 700 Ribelli di Akbar
Maghreb, ma anche del F.I.S. Non rivelai la mia identità e fui accusato, come
tutti gli altri, di aver violato le leggi doganali del Regno. Fui visitato in Carcere
dal Console d’Italia a Tangeri al quale, certo, non rivelai la mia identità. Gli
protestai le condizioni inumane in cui venivamo tenuti tutti e le violazioni delle
Convenzioni Internazionali sui Diritti dell’Uomo. In particolare la pratica di
punizioni corporali e torture praticate sui prigionieri: un cittadino Tedesco, di
religione ebraica, “sospettato” di essere una spia Israeliana, era stato portato
quasi alla follia attraverso la sua chiusura, in isolamento, in una cella speciale
chiamata “cascio” (una cella dove era impossibile stare sdraiati e,
periodicamente, si veniva bagnati a secchiate d’acqua), ricordo che fu liberato
grazie all’interessamento del Consolato di Germania, si chiamava Rainer P... ;
un cittadino Spagnolo, di Barcellona, che insieme ad altri pescatori di Malaga
avevano sconfinato in acque Marocchine, fu prelevato dalla cella che
condividevamo insieme ad altri 12 prigionieri (... in una cella di cinque metri
per quattro, dove dormivamo per terra, con una vecchia coperta pidocchiosa
per unico giaciglio), legato e frustato sotto la pianta dei piedi, non potè
camminare per settimane; un giovane ribelle Maghrebino venne tenuto nel
cascio così a lungo che perse l’uso delle gambe divenendo paralitico e... non fu
rilasciato!; numerosi altri episodi di violazioni dei diritti umani feci presente al
Console d’Italia che venne a visitarmi in Carcere, ma non mi pare che fece
nulla. Tra le altre, denunciai le violazioni subite da me stesso, che venni tenuto
per otto giorni in un “cascio”, in riva al mare, senza mangiare e con l’unico
riparo al freddo di un vecchio tappeto nel quale mi avvolgevo la notte...senza
però potermi sdraiare a causa della mancanza di spazio. Fu durante quel
periodo che mi si incarnirono le unghie dei piedi, ma non potei farci nulla:
passerà - pensavo, come mi diceva il mio vecchio: Tutto passa nella vita,
passerà anche questa! La stessa cosa che dissi quando mi ritrovai aggredito
dalle cimici e tormentato dalla scabbia, era un problema comune a tutti lì
dentro: “Ti danno gli anticorpi Italiano!” - dicevano gli altri prigionieri - “senza i
morsi delle cimici e delle pulci, chissà che altra malattia da sporcizia potremmo
buscarci quì dentro”. Eravamo tenuti nei sotterranei di una vecchia fortezza
Spagnola dell’epoca coloniale. Due (a volte tre) giorni alla settimana, venivamo
condotti all’aperto per mezz’ora d’aria, eravamo talmente abituati al buio che
tenere gli occhi aperti era impossibile, lacrimavano abbagliati dalla luce e,
certo, non potevo chiedere un paio di “Ray-ban” ad una di quelle guardie.
Erano letteralmente demoniache! Devo dire, però, che a me mi rispettarono
sempre. Anche quella volta che, non potendo davvero più camminare, chiesi ad
uno di loro di strapparmi le unghie incarnite. Lo fece rapidamente e bene, un
colpo secco con le pinze e volarono via entrambe le unghie dei pollici. Fecero
male per un pò, ma dopo qualche giorno andò meglio e pensammo alle altre...
un vero amico!. In quel carcere potei sopravvivere grazie all’aiuto dei
prigionieri di Akbar Maghreb e delle loro famiglie. Gente povera, ma generosa,
riuscivano a portare in carcere pane ed altre vivande e le dividevano con me e
con quanti non avevano nessuno che potesse provvedere. Il vitto che passava
il carcere era da campo di concentramento delle SS. La mattina, per colazione,
un bicchiere di acqua calda... per chi aveva il bicchiere! ed io non ero tra
questi: serviva a riscaldare lo stomaco e, dopo l’intirizzimento della notte,
sembrava un caffè espresso (... con un pò di fantasia!). A volte per pranzo ci
portavano un pentolone d’acqua calda dove poteva capitare di trovarci qualche
legume e/o qualche pezzo d’ortaggio, altre volte la “besara”, una polenta fatta
con la farina di fave, (quella era veramente buona...quanto rara) e a volte
niente!. Ogni Lunedì e Giovedì venivamo incatenati gli uni agli altri e trascinati
nei sotterranei del Tribunale, portati davanti alla Corte che parlava in Arabo e
poi riportati nei sotterranei della Fortezza di Tetouan. Così è stata la routin di
quei giorni per circa due mesi. Già, tutto diventa routin, anche le cose peggiori!
Erano diventate una “routin di vicinato” anche le visite reciproche che una
guardia ci permetteva con un cittadino della Federazione Elvetica, Philip B...,
un camionista arrestato, per non so più quale infrazione doganale, durante il
transito in Marocco, e che era precipitato di colpo in quell’inferno, facemmo
amicizia, ma non potevamo stare nella stessa cella... io ero nella cella
“especial”, con i prigionieri politici, gente pericolosa! Philip ne ebbe per poco,
uscì il 6 Gennaio 1986, per tornare nella sua amata Svizzera. Ricordo con
esatteza la data della sua Liberazione perchè mi promise che avrebbe
telefonato a mia moglie in Italia (ci era vietato, a noi sospettati di appartenere
ad Akbar Maghreb, di comunicare con chicchessia) e lo fece. Una volta Libero,
Philip, tornò alla fortezza e disse ad una guardia di riferirmi che non aveva
parlato con mia moglie, ma che qualcuno, in Italia, al numero che gli diedi, gli
aveva detto che era all’Ospedale e che, il giorno prima, era nato mio figlio. La
guardia mi disse, attraverso le sbarre: “Italiano tienes un Hijo macho, se lama
Marco... como Marco Polo”. E, da quel momento, tutto la fortezza-carcere di
Tetouan, i prigionieri (non solo quelli di Akbar Maghreb) ed anche le guardie, mi
fecero gli auguri chiamando mio figlio Marco Polo per giorni e giorni. Ero molto
popolare, tutti sapevano chi ero, solo i Giudici non lo sapevano... o si!?
Il Tribunale del Marocco, riconoscendo la valenza politica delle azioni di Akbar
Maghreb, anche se non seppe mai con certezza se ne facevo parte e cosa ci
facesse un “Marinero mercante en Transito para l’Italia sulle montagne del Rif”,
ordinò la mia Liberazione dopo due mesi di Carcere, ma per poter lasciare il
Marocco dovevo pagare una multa di Dieci milioni di lire italiane. Non avevo
alcuna intenzione di pagarla. Ma, mia moglie, informata dal Console di quello
che mi era capitato e di dove ero, senza chiedere il mio permesso, pagò quella
somma con un bonifico della nostra banca. (Mia moglie non sapeva altro di me
se non che ero un marittimo, ed in quella occasione sapeva che ero stato
arrestato perchè, sbarcato nel porto di Ceuta, - all’epoca porto franco Spagnolo
sul lato Marocchino dello stretto di Gibilterra - fui trovato in possesso di cinque
orologi non dichiarati alla dogana Marocchina, mentre ero diretto all’aeroporto
di Tangeri per rientrare in Italia). Mia moglie era incinta e le notizie che il
consolato le dava la preoccuparono molto, per questo pagò! Lasciai la fortezza
di Tetouan e gli amici che trovai anche lì: il piccolo Harmido, deforme perchè
colpito dalla poliomelite da piccolo, che si arrampicava meglio delle scimmie
sulle sbarre del carcere fino a raggiungere la luce del sole, in alto, dove
stendeva, per tutti noi, il “bucato” che, nonostante tutto, riuscivamo a fare; il
giovane tedesco Fritz F... di Norinberga, arrestato perchè, dopo una vacanza in
Marocco, pensò bene di guadagnarci vendendosi l’auto, una Mercedes
fiammante, ad un prezzo doppio rispetto a quello pagato in Germania... non
facendo i conti con la durissima legge doganale Marocchina che gli sequestrò
l’auto, il denaro ricevuto e gli impose una multa che non poteva pagare:
duecento milioni di Dirham, mas o meno!; Abdel Crim, Abdel Hafid, Boulima,
Hakim, Ahmed e il vecchio Berbero del Rif, di cui non ricordo il nome che,
fermato dalle guardie del Re mentre cavalcava tranquillo sulle sue montagne,
(aveva 82 anni!) fu trovato in possesso di una borsa di “Kefe”, il tabacco per la
sua pipa! Gli fu detto che era droga, che si chiamava maryjuana e che era
proibita... fu arrestato perchè oppose resistenza al sequestro del tabacco “per
la sua pipa!”. E tutti gli altri... non li rividi mai più, nemmeno loro.
Rientrai in Italia il 4 febbraio 86, col volo Tangeri-Madrid-Roma, e mi presentai
subito a fare rapporto al Ministero della Difesa Ufficio X°. Però non lo trovai più.
Credendo di avere sbagliato (mi era capitato altre volte) uscii e rientrai più
volte... ma non avevo sbagliato! “Via XX Settembre ,8... traversa di via
Nazionale,... è quì!” Chiesi ad un usciere, che mi sembrava di avere già visto lì
in passato, notizie sull’Ufficio X° e sul Generale (che non vedevo da nove
anni!). Mi svillaneggiò deridendomi in Romanesco e mi disse di provare a
cercarlo in Sud Africa. Gli chiesi soddisfazione, ma si rinchiuse in un Ufficio e
chiamò i Carabinieri che mi “intimarono” di lasciare il Palazzo. Non potendo
fare altro andai via. Rientrai a casa, a conoscere mio figlio nato il 5 Gennaio
1986, mentre ero in Carcere a Tetouan, sul Rif... per ’Italia! Per fortuna mia
moglie... era mia moglie e si ricordava di me!. Conobbi mio figlio, era
bellissimo!
17. Cancellazione

Dopo qualche settimana, guarito dalla scabbia, dai pidocchi, dalle cimici e,
superati i postumi dell’operazione alle unghie dei piedi (dopo che me le
estirparono nel carcere di Tetouan, mi ricrebbero incarnite, dovetti essere
operato in Italia), il tutto dovuto alle dure condizioni del carcere di Tetouan,
volli capire cosa era accaduto. Tornai a Roma, al Ministero della Marina,
Maripers, Divisione 1 ed altri Uffici. Riuscii a farmi aiutare dicendo che si
trattava di ricostruzione di carriera a fini pensionistici, diedi i miei dati ed il
numero di matricola. Alla fine di una accurata ricerca risultavo congedato di
Leva il 14/12/ 1973 con il grado Comune di I° classe!?. Ero un Ufficiale di
Gladio... l’ultimo grado da me ricoperto è stato quello di Centurione che, per
me, appartenente alla Marina, equivaleva a Comandante di Vascello... non
risultava più niente!!!

CANCELLATO! Cancellato tutto, cancellati tutti, come bestie da


macello, carne da cannone!
(Crocefixio Gladiatorium)
Non mi ero mai sentito così. Non sapevo più che fare. Ci pensò il Guardia
Marina che mi aveva aiutato a “ricostruire la mia carriera”. Viste tutte le
“menzogne” che gli avevo raccontato, aveva chiamato i Carabinieri. Andai via
prima che arrivassero... che avrei potuto raccontare?. Tornai a casa, tentai
anche di rintracciare qualcuno ma chi?... come?. Quelli che avevo conosciuto
personalmente li avevo anche visti morire e della mia Centuria, la II° Lupi, ero
rimasto solo. Della I° Centuria Aquile non avevo saputo più nulla dai tempi
dell’offensiva del Tet in Vietnam. Era una Centuria composta di Aviatori,
elicotteristi, paracadutisti e simili. Sapevo, per averlo sentito dire su
quell’aereo, che avrebbero proseguito il volo verso la catena dell’Annam, si
sarebbero dovuti paracadutare a circa 100 Km a Nord Est di Saigon e sabotare
strade e ponti, esattamente come noi. Ma non ne seppi più nulla da allora.
Anche la base di Poglina, ad Alghero, era stata chiusa, ma io, poi, non ci sono
nemmeno mai entrato. Pensai che, se ci fossi andato, avrebbero chiamato i
Carabinieri anche lì. Da allora sentii spesso parlare di Gladio come di una
associazione a delinquere con finalità di Terrorismo, composta di neo-fascisti.
Io, invece, di fascisti tra i miei commilitoni non ne ho mai conosciuti e mi
chiedevo di chi parlassero tutti!. Ripresi a fare il mio lavoro di “copertura”,
fortuna che avevo quello!. Del Denaro che mi veniva “investito in Titoli di Stato
a Lungo Termine”, fin dal 1973/74, naturalmente, non ne seppi più nulla!
Quell’anno seppi anche di un bombardamento Americano su Tripoli, dovuto alle
intimidazioni di terrorismo che il Colonnello Libico continuava a fare (adesso ha
smesso!) e che, un migliaio di giovani Ufficiali Libici erano stati fucilati, per
ordine di Gheddafi, perchè stavano organizzando un colpo di stato contro il suo
Regime. Sono cose che leggevo sulla stampa e già vi ho detto che attendibilità
gli do ormai! Tuttavia pensai lo stesso a “Baffo grigio” ed a tutti quei ragazzi a
Tripoli... mi augurai che non fossero notizie vere,...anche perchè a nessuno
sembrava importare un gran che!
Mi occupai anche di una cooperativa edilizia. Volevamo farci una casa con mia
moglie, ma in Italia, se non ci si mette in cooperativa non si trova nemmeno un
palmo di terra dove fare una baracca. Le vigliaccate che ho subito dalle
Autorità Italiane anche in merito a quella vicenda, sono oggetto di ulteriore
ricorso alla Commissione Europea per i Diritti dell’Uomo, Registrate al Ricorso
n.31230/96 Procedura III°, le potrete conoscere “prossimamente quì!” non
appena la Commissione toglierà il riserbo su quegli Atti. Ma vi posso anticipare
che, sulla base di falsificazioni di prove, ottenute attraverso fotomontaggi ed
un numero incredibile, quanto evidente, di false Testimonianze, fui condannato
da simili “Loro” Autorità Giudiziarie Italiane a sei mesi di reclusione e spogliato
di ogni avere!!!. (Ciò anche in violazione di tutti i miei Diritti Processuali di cui
all’Art.523/5 del C.p.p. “violazioni a pena di nullità!”). Potete già da subito,
però, farvene un idea leggendo la memoria difensiva corredata dei documenti,
che provavano l’uso di falsificazioni di fotocopie e di false testimonianze da
parte di chi mi accusò e derubò nel 1991, approfittando di quel “provvidenziale
arresto!” cliccando su: Memoria 5-11-94 per leggere i documenti citati dovrete
aspettare che io mi sia attrezzato di scanner, vedrete che razza di porcheria
sono “certi Processi” in Italia!. Ma circa la veridicità di quanto affermo, state
tranquilli, io non mento... non sono mica un giornalista!!!
Quest’altro Processo vergognoso, mi ha visto condannato sulla base di falsità
documentali e testimoniali, come ho ampiamente dimostrato in Appello, dove il
10 Febbraio ’97 sono stato assolto perché il fatto non sussiste... DOPO SEI
ANNI!!!. Non appena potrò disporre di uno scanner, come detto, potrete
leggere tutti quegli Atti in questo web, vi renderete così conto in che mani siete
tutti! in che mani è l’Italia!!!. Dopo sei anni la corte d’Appello mi ha assolto:
perché il fatto non sussiste!. Ma il nostro denaro, sottrattoci dalla cooperativa
edilizia con l’inganno... non ci è stato ancora restituito!. C’è stato un Ricorso in
Cassazione, da parte della Cooperativa e della Procura Generale, che aveva il
solo scopo di permettere ai delinquenti di avere il tempo di correre da un
Notaio e spartirsi i miei beni prima che io chiedessi il sequestro... esattamente
ciò che hanno fatto grazie a simili complicità!. Una vergogna dietro l’altra, si
comportano come una vera banda di predoni. E, per quanto mi riguarda,... lo
sono!

18. Morte del Generale Manuel Ochoa “Silverado”

Nel 1989 lessi, sul Giornale, che il Generale Manuel Ochoa era stato arrestato a
Cuba per ordine di Fidel Castro ed accusato di trafficare Droga insieme al
Generale Noriega, ex Presidente della Repubblica di Panama, detto “Cara de
Pina” (faccia d’ananas in Italiano) perché aveva la faccia rimasta butterata dal
vaiolo, che aveva avuto da ragazzo. Non credetti ad una sola parola di quello
che leggevo. Pensai che un idealista come lui faceva ombra al Leader Maximo
e, in una Dittatura, questo è inaccettabile. Inoltre, ricordai quello che diceva il
numero uno, circa l’attenzione riservata dalla Lubianka alle “ombre” di Castro
ed al “vizietto da capitalista” di Ochoa di portare i Ray-ban. Senza contare che i
suoi “Barbudos” lo adoravano, e l’unico modo per eliminarlo era questo: la
Diffamazione e la Calunnia. In questo “Loro” sono maestri, potrebbero dare
lezioni a Belzebù e, Noi,... non escludevamo che lo avessero fatto, aprendo dei
corsi apposta per questo! Tentai di essere ammesso al Processo per
testimoniare, mi rivolsi alla loro Ambasciata. Senza nulla osta non potevo
andare all’Havana, rischiavo di restarci come un pollo!. Non mi risposero
nemmeno. Capii che era stato condannato a morte prima ancora che iniziasse
il processo.
Seppi in seguito che chiese di morire da soldato, fucilato. Ma non gli fu
concesso e fu impiccato come un bandito. Forse Voi non capirete la gravità di
questo, non siete militari, ma è stato un grave affronto!. Il classico Modulo
Kennedy non poteva essere messo in atto con lui: non c’erano guerre, o
progetti di guerriglia, dove inviare Ochoa “insieme ad una soffiata!” (come da
Modulo Kennedy, modificato per Guevara). Ripescarono il prontuario “purghe di
Stalin” e ne fecero un’altra: un classico da manuale anche questo. Aveva
proprio ragione il numero uno: non hanno più fantasia... sono davvero in
decadenza!
Ma Voi, ditemi, avete mai sentito di uno spacciatore di droga che, anziché
rimettersi alla clemenza della Corte, o tentare di avere la grazia, o qualsivoglia
beneficio... pensa, invece, al suo Onore di soldato e chiede di essere fucilato,
anziché impiccato?.
Questo era Manuel Ochoa “Silverado”, Colonnello di “Cuba Libre” con
Cienfuegos e Guevara Ernesto detto el Che. Generale Comandante della
“Divisione corazzata Guevara” che, in Africa Occidentale, nella valle del
Katanga, ci rese l’Onore delle armi, risparmiandoci la vita e rispettandoci certo
di più di quanto non abbia mai fatto la nostra stessa Patria! Un Pusher da
impiccare secondo Castro ed i suoi “amici”. In realtà, Lui ed altri, caduto il
muro di Berlino, si illusero che anche il Regime Castrista potesse cadere...
un’illusione che pagarono cara!
Credo che in quei momenti abbia riflettuto sul suo passato di combattente per
un Regime per il quale era anche disposto a morire, ma in battaglia, non
impiccato come un bandito.

(La Giustizia e la Legge)


Io, comunque, saputo dell’avvenuta esecuzione, mi recai nella spiaggia di
Poglina una sera, non visto, come un ladro che si deve nascondere e, anche a
nome di tutti coloro che c’erano e sono stati cancellati, gli resi l’Onore delle
Armi. Nemmeno Lui si era mai arreso, nemmeno Lui lo aveva richiesto, ma
anche Lui, a “Nostro” avviso, se lo era guadagnato sul campo!!!
Sentivo di doverglielo a quel Generale Cubano a cui piacevano i Ray-ban... mi
ricordai che, laggiù nel Katanga, pensai proprio che non avrebbe avuto vita
facile,...nè lunga, oltre cortina, con quei “vizi da capitalista!”.
Pochi mesi dopo seguii la stessa sorte di Ochoa, fui vigliaccamente accusato
“di nuovo”, da un sedicente “collaboratore” (... collaboratore con chi? e
perchè!?) di spaccio di pochi grammi di hashish ed arrestato, processato e
condannato, da una banda di farabutti travestiti da Pubblici Ufficiali della
Repubblica Italiana, tra i quali lo stesso sottuff. L’aiola che mi arrestò nel 1980.
Ancora una volta falsificando prove e testimonianze e impedendomi di provare
che di questo si trattava!
Io però, mi sono battuto per la Democrazia ed il Diritto, non mi si è potuto
assassinare, ho potuto rivolgermi alla protezione insita nel nostro codice
leviatanico e tentare di ottenere Giustizia, anche se troppo lentamente e dopo
tutte le indicibili umiliazioni sofferte.

19. Diffamazione e Calunnia

<< Io però, mi sono battuto per la Democrazia ed il Diritto, non mi si è potuto


assassinare, ho potuto rivolgermi alla protezione insita nel nostro codice
leviatanico e tentare di ottenere Giustizia, anche se troppo lentamente e dopo
tutte le indicibili umiliazioni sofferte. >>

Il resto è storia recente e fa parte dei miei Ricorsi alla Commissione Europea
per i Diritti Umani e delle Denunce alle Istituzioni Nazionali, ai sensi degli art.13
e 25 della Convenzione Europea, per gli abusi e le umiliazioni che sono stato
costretto a subire da Gaglioffi ed impostori. Ma, scrivere qui anche di questo,
sarebbe troppo lungo, noioso e costoso.
Forse, anzi sicuramente, in seguito, se questa iniziativa vedrà il vostro favore,
vi metterò in condizione di poter entrare, attraverso Internet, fin dentro il
ventre della bestia, pubblicando tutti gli atti dei numerosi procedimenti
giudiziari di condanna in primo grado e di assoluzione in Appello, che
costituiscono la persecuzione giudiziaria che ho denunciato alla Commissione
Europea per i Diritti Umani di Strasburgo.
Potrete assistere in maniera virtuale, in prima persona, alle simulazioni di reato
ed alle calunnie, organizzate contro un cittadino inerme, da una cosca di
farabutti ed i loro complici “traditori” insinuatisi nelle Istituzioni Repubblicane.
Il tutto sarà provato dagli stessi atti pubblici da “Loro” costruiti e falsificati. Ma,
per fare questo, dovrò attrezzarmi di uno scanner e, soprattutto, imparare ad
usarlo!
Ve ne anticipo una per tutte: In data 2 Marzo 1991, alle ore 12:00, fui tratto in
arresto in un bar sotto casa mia, mentre prendevo un caffè, da solo. Un
“sedicente collaboratore” (in realtà un noto spacciatore locale e confidente),
colto in flagrante possesso di hashish, disse alla polizia di averla acquistata da
me, poco prima del suo arresto, in una pineta vicina. Negai il tutto (non c’era
pericolo, questa volta, che incriminassero mia madre, appena defunta, e/o mio
Padre che, alla notizia della morte di mamma, fu colto da un ictus ed era in
ospedale paralizzato, tra la vita e la morte) e, nonostante i sopralluoghi
effettuati evidenziassero l’inattendibilità delle accuse e l’impossibilità di
commettere quelle azioni, così come il “sedicente collaboratore” aveva
raccontato, fui portato in carcere. Il Commissario Malloni, il Brigadiere L’aiola
ed altri tre agenti di polizia, avevano firmato la relazione di Servizio, 2 Marzo
1991, con la quale “Davano Atto” di avermi visto, con la mia auto e con Carta
Vincenzo (il collaboratore) a bordo, recarmi nella pineta (indicata dal pentito)
passando da una strada che non era, in alcun modo, transitabile... come risultò
agli stessi agenti, con i sopralluoghi!. Questo rese attendibili, per il Tribunale, le
accuse del Delinquente calunniatore.
Pochi giorni dopo, esattamente il 6 Marzo 1991, nella cella dove ero stato
rinchiuso, potei leggere, sui giornali locali, Nuova Sardegna e Unione Sarda che
ero stato arrestato in una pineta ; in flagranza di reato ; con la droga ancora in
tasca:...mentre la spacciavo al “confidente”, il quale, a quanto leggevo sui
giornali,... non appariva più essere stato colto in possesso di alcunchè!!! La
droga (5 grammi di hashish) sarebbe stata addosso a me e sulla mia auto!?
(ancora una volta la stessa trappola... sono davvero in decadenza!!!). Protestai
vivamente e denunciai per diffamazione a mezzo stampa i giornali e le TV
locali, ma, a tutt’oggi, dopo sei anni, nulla è stato fatto, (alla faccia
dell’obbligatorietà dell’azione penale!). Eppure, che quelle notizie erano false,
lo sapevano bene anche i Magistrati che mi arrestarono e condannarono! -...
Davvero un potere immenso quello della stampa!!! - ripensavo in carcere.
Nel Maggio 1994,esattamente il 16, presentai un Esposto sul comportamento di
quei Giornali all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ma non mi risposero
nemmeno. Lo presentai in copia per conoscenza anche al Capo dello Stato, al
Ministero di Grazia e Giustizia ed alla Commissione Europea. Le “Autorità
Nazionali” rinviarono a Giudizio me per Calunnia a Roma!?.
La Commissione Europea, dopo aver ottenuto l’Archiviazione di uno dei due
Procedimenti per Calunnia sul medesimo Esposto del 23 Luglio ‘93: perchè era
una chiara violazione dei miei Diritti fondamentali di cui agli Art. 25 e degli
accordi di Londra del Maggio 1969, sta esaminando attualmente la violazione
dei miei Diritti fondamentali di cui all’Art.13 della Convenzione. Tutta questa
parte della vergogna (non certo la mia!) che vi racconto, la potete leggere sul
Collegamento ipertestuale che chiamo: Roma VI°
Non vedendoci chiaro nel Rinvio a Giudizio per Calunnia, chiesto dal P. M. della
Procura di Roma, Dr. Buchicchio, ed ottenuto il 17-11-94, dal G.I.P. di Roma Dr.
Pazienti (in mia assenza, peraltro, come leggerete, giustificata), ho inviato un
documentato Esposto (l’ennesimo!) alla Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Perugia (competente ad indagare sull’operato della Magistratura
Romana), chiedendogli di voler aprire un indagine finalizzata a verificare quali
fossero le reali ragioni del rinvio a giudizio per calunnia del sottoscritto...
quando, con le stesse produzioni documentali e testimoniali allegate
all’Esposto inviato alle massime autorità nazionali ed Europee, dimostravo che
il calunniato ero io!. Calunniato da tutti coloro che, invece, la Procura di Roma,
in persona del Dr. Buchicchio, identificava come parti offese... da me!?. Inoltre,
chiedevo di sapere che fine avessero fatto tutte le documentazioni probatorie
allegate all’Esposto e delle quali non si faceva menzione nel rinvio a giudizio
suddetto, ipotizzandosi perciò il reato omissione di Atti d’Ufficio e
favoreggiamento nella simulazione dei reati e delle calunnie che avevo subito e
denunciato. Potrete capire meglio quest’altra vicenda leggendo il capitolo
relativo nel collegamento ipertestuale riguardante Perugia
Tutte le notizie riguardanti le mal’azioni dei Processi riguardanti il sedicente
“Collaboratore” Carta Vincenzo le potete apprendere meglio nell’allegato
“Revisione” e, quando sarà possibile, in tutti gli altri Ricorsi alle Autorità
Europee. Non temo smentite in quanto si tratta di Atti Giudiziari dal tenore
indubbio. Anche se, nell’ombra, certe “Loro” autorità, mi hanno dimostrato di
essere capaci di tutto.
Fu Gesù Cristo a dire: “Chi fa il male teme la Luce e la sfugge... perchè nella
Luce si scoprono le sue opere!” Povero Cristo, Lui doveva saperne qualcosa di
certe canaglie che agiscono nell’ombra!

20. L’Ultima Missione

In questi ultimi tempi poi, in televisione, vedo persone mai viste che
“convegnano” su Gladio e chiedono al Presidente Scalfaro la riabilitazione per i
Gladiatori (!?). Chi mai l’avrebbe chiesta una cosa simile?! Ancora insulti,
ancora umiliazioni. Di che cosa dovremmo essere riabilitati Noi, di esserci fatti
usare come bestie da macello?!.
Io mi batto da solo, contro tutti costoro, per riavere il mio Onore. Offeso dagli
abusi del Potere di certi mafiosi per i quali ci siamo battuti sui campi di
battaglia di mezzo mondo, con l’unica attenuante che non sapevamo chi
fossero!.
Noi eravamo in buona fede! (... e siamo tutti morti! Nex Naturae)
Preciso che io non lascerò l’Italia senza prima aver portato a termine questa
mia ultima missione. Ne va del mio Onore, ed io ci tengo.
Ma per il mio futuro, spero più immediato, non vedo altra soluzione se non la
richiesta di asilo politico ad un paese ancora Democratico. Una volta
dimostrata la persecuzione giudiziaria attraverso le giuste Sentenze della
Commissione Europea che ormai non dovrebbero tardare, potrò usufruire di
quanto è garantito dall’art. 14 della Convenzione di New York del 10 Dicembre
1948 e cercare Asilo dalla persecuzione in un altro paese. Qui sono rimasto
solo e non è più la mia Patria.
Senza nulla togliere ai meriti di quei Magistrati che coraggiosamente mi hanno
assolto, a dispetto del linciaggio a cui ero sottoposto dagli organi
d’informazione e dai corrotti e dai calunniatori che falsificarono prove e
testimonianze per eliminarmi e derubarmi, affermo che ciò che ho vissuto e
subito non si può dimenticare. Inoltre... tutta la banda di farabutti io l’ho
denunciata, già nel 1991, documentando le mie accuse. Sapete il seguito che
hanno avuto in Italia?...Il mio rinvio a giudizio per calunnia e per ben due volte
sullo stesso Esposto, inviato alla Commissione Europea ed al Presidente Italiano
ai sensi dell’art.13 e 25 della Convenzione Europea! Uno, come detto, è stato
Archiviato per Disposizioni della Commissione Europea il 18 Aprile 1996,
perché ledeva i miei Diritti fondamentali di denunciare abusi e corruttele ; per
l’altro si terrà l’ultima udienza a Roma, sesta sezione Penale, il 18 Giugno
1997(N.d.R. è stato rinviato su richiesta del P.M al 17 Novembre ‘97 e, il 17
Novembre, ancora una volta senza darmi la possibilità di contestare in udienza
e personalmente le accuse, come fatto obbligo a pena di nullità dall’art. 523 -5
C.p.p. sono stato condannato, come potrete leggere al capitolo
“Romavies.htm”, in maniera non meno vergognosa delle altre!). Ciò
nonostante le prove autentiche e le testimonianze a riprova che ho denunciato
il vero, altro che calunnie!... Potrei mai considerare, questa, ancora la mia
Patria?!... e Voi?!
Non cerco rifugio, nè protezione, solo una nuova Patria degna di questo nome.
Per me è essenziale vivere secondo gli ideali in cui credo e tra persone che li
condividano. Ho infranto il Giuramento di non rivelare mai la mia identità, ma
sono rimasto solo e ho presunto che quel Giuramento, ora, non ha più senso.
Inoltre, forse, quanto ho denunciato nei Ricorsi alla Commissione Europea per i
Diritti e le Libertà fondamentali dell’Uomo di Strasburgo, potrebbe essere utile
ad ottenere a mia moglie e mio figlio una nuova Patria in cui credere.
Oltre servire lo scopo che vi ho dichiarato, di non permettere che di noi resti
solo quello che i corrotti servi dei Tiranni hanno scritto e detto.
Buona fortuna a tutti. In fede Vostro: G.71
VO 155 M.

N.B: Questa è una storia vera, ma i nomi dei protagonisti e di alcuni luoghi
sono stati modificati in osservanza degli obblighi alla riservatezza di cui
all’art.33 della Convenzione Europea. L’inosservanza di tali obblighi renderebbe
irricevibili tutti i Ricorsi suddetti! Quindi, ogni riferimento a fatti e persone
esistenti è da considerarsi omonimia puramente casuale. Le identità dei
protagonisti saranno rese note prossimamente qui, pubblicando interamente
tutti gli Atti dei Processi subiti, di condanna e di assoluzione, che provano la
persecuzione denunciata nei Ricorsi alla Commissione Europea per i Diritti
Umani citati, di cui al presente elenco:

Ricorso n.31230/96 Procedura III°. 1) Ricorso riguardante la soc. cooperativa


edilizia Turrimanna e l’opera di saccheggio subita sui beni personali e familiari
con perdita dell’alloggio già assegnato grazie alle provate falsificazioni di Atti
pubblici, nonché l’appropriazione delle mie quote per £57.000.000 dal 1991:
Violazione dell’art.6 Convenzione Europea e art.1 del protocollo addizionale 1.
L’Italia dovrà giustificare il suo operato entro il 13 Giugno ‘97... vi farò
sapere!.Oggi, 25 luglio ‘97, Lo ha fatto... dicendo che:” le violazioni ci sono
state, ma le facciamo a tutti, non solo a Lui!”... non ci credete? le leggerete,
appena possibile, qui!... anche io non volevo credere a quello che leggevo, ma
è tutto vero purtroppo!. Il 10 Febbraio 1997, come già detto, difeso dall’Avv.
Concas Pier Luigi del Foro di Cagliari, sono stato assolto anche di queste
simulazioni perché il fatto non sussiste! Il 2 Ottobre, il Giudice Istruttore della
causa Civile Arconte-cooperativa Turrimanna, attraverso la quale tento, dal
1991, di rientrare in possesso dei miei beni sottrattimi dai lestofanti attraverso
le calunnie e le simulazioni denunciate, mi ha concesso il sequestro di beni alla
cooperativa a garanzia delle restituzioni dovutemi spese e danni...meglio tardi
che mai!, ma nel frattempo, i lestofanti, aiutati dai rinvii del Tribunale, si sono
assegnati le case in proprietà...anche la mia! ed hanno prelevato ogni denaro
dalla Banca!.—Il 22 Ottobre ‘97 La Commissione Europea dei Diritti Umani ha
accolto i tre Ricorsi contrassegnati dal numero 31230/96 Procedura I° II° e III°
dandomi tempo fino al 12 Dicembre ‘97 per quantificare i danni materiali,
morali e le spese sostenute per far correggere l’errore e la violazione sia
davanti alle Autorità giudiziarie Italiane che sul piano Europeo, che ritengo
equo richiedere in risarcimento. Sto procedendo in tal senso. Il 20 Maggio
1998, la Commissione Europea mi comunica di aver preso la definitiva
decisione di fare rapporto al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulla
violazione dei miei Diritti fondamentali sulle tre procedure suddette.

Ricorso n.31230/96 Procedura II° 2) Ricorso riguardante la condanna di primo


grado del Processo 8 Marzo 1993, per le accuse di spaccio di hashish a C.V e di
calunnia, fatti avvenuti nell’Agosto 1991, ed assoluzione in corte d’Appello in
data 14 Novembre 1995, per non aver commesso il fatto dal capo a ; e il fatto
non sussiste dal capo b Violazione dell’art.6 della Convenzione Europea. L’Italia
è stata invitata a giustificare il suo operato entro il 13 Giugno 97... vi farò
sapere! (La stessa Risposta come sopra!). Sono stato difeso in Appello dall’Avv.
Concas Pier Luigi. In data 11 Agosto 1997, ho presentato Istanza di
risarcimento danni alla Corte d’Appello di Cagliari, come previsto dalle nostre
leggi all’Art. 542 e 427 C.p.p., chiedendogli che i Carabinieri ed il loro
collaboratore (collaboratore a fare che?!) Carta Vincenzo, fossero condannati al
risarcimento dei danni causatimi dalle loro simulazioni e calunnie...non ho
ancora avuto alcuna risposta. Tale Istanza l’ho allegata anche agli Atti del
Ricorso alle Autorità Europee,...Vi farò sapere! (Idem come sopra!) - In data 28
Ottobre 1997, La Corte d’Appello di Cagliari, 2° Collegio penale, riunita in
camera di consiglio e composta dai magistrati: Presidente Dr. Pietro Corda;
Consigliere Dr. Mario Biddau; Consigliere Dr. Salvatore Fundoni ha Deliberato
che la legge Italiana non prevede risarcimenti a chi è stato Assolto in Appello
dopo condanne di primo grado!? Ciò è falso, la Legge Italiana attualmente in
vigore dice esattamente ciò che potete leggere sul Codice penale e di
Procedura penale agli articoli succitati. Così Deliberando, la Corte d’Appello di
Cagliari, mi nega un Diritto al risarcimento dei danni subiti ad opera di chi mi
ha perseguitato noncurante di quanto disposto dalle Nostre Leggi e dalle
Convenzioni Internazionali!

Ricorso n.31230/96 Procedura I°. 3) Ricorso riguardante la Sentenza di


assoluzione del 10 Maggio 1994 per non aver commesso il fatto: spaccio di
hashish, a V.V. reati che secondo l’accusa avrei commesso nel 1984 e fino al
1986!?. Violazione dell’art.6 CEDU. Anche per questa procedura l’Italia deve
giustificare il suo operato entro il 13 Giugno ‘97... vi farò sapere! (La stessa
risposta come sopra,... però, che vergogna!). Anche per questa ulteriore
simulazione di reato sono stato difeso dall’Avv. Concas Pier Luigi. (Idem come
sopra!). Per questa Procedura di Assoluzione “per non aver commesso il fatto”
già in primo grado, la Legge Italiana, effettivamente, non prevede alcuna forma
di risarcimento se non c’è stata carcerazione preventiva e, anche in quel caso
risarcisce i danni in misura variante tra le “cinquanta e le settantacinquemila
lire” per ogni giorno di detenzione!?. Tanto vale la vita e l’onore di un cittadino
Italiano per “Loro”; naturalmente questo non vale per “Loro” che si risarciscono
danni, stipendi ed indennità, milionari...quando non miliardari!...Povera Italia!!!

Ricorso 22873/93 per l’arresto e la condanna per le accuse di C.V del 2 marzo
1991. Della vicenda è in corso anche il processo di Revisione su mia Istanza,
cosa che posso allegare perché si legga di che altra vigliaccata si tratta. E’
all’attenzione della Cassazione Italiana. Violazione dell’art.6 CEDU. Puoi leggere
tutta la vicenda al capitolo “Diffamazione e Calunnia” Le ultime notizie su
questa Procedura di Ricorso (del 21 Giugno 97) dicono che la Commissione
Europea ha ritenuto fare rapporto al Consiglio dei Ministri del Consiglio
d’Europa, attendo di riceverlo, ma non potrò Pubblicarlo fino a che la Corte
Europea non lo avrà esaminato “a pena di inamissibilità!”... ed io ci tengo
molto ad andare davanti alla Corte Europea come controparte dell’Italia...
beninteso di questa Italia!. La Commissione Europea mi ha già fatto sapere
che, in base al nuovo Protocollo n.9, mi verrà riconosciuta pari dignità dell’Italia
ed in quella sede... parlerò, finalmente, anche a nome dei miei commilitoni
caduti e cancellati, sarò anche la Loro rabbia, la rabbia di chi c’era ed è stato
cancellato! In data 118 Febbraio 1998, il Comitato dei Ministri del Consiglio
d’Europa, in virtù dell’art. 32 della Convenzione Europea, ha definitivamente
dichiarato che, nel Ricorso 22873/93 Arconte contro Italia, l’Italia ha violato
l’art. 6 della Convenzione Europea e proseguirà l’esame del presente affare,
conformemente all’art. 32 in vista dell’adozione della risoluzione finale.
Autorizzandone la pubblicazion, effettuata, l’8 maggio 1998, dall’Unione Sarda
http://www.unionesarda.it in cronaca di Oristano.

Ricorso PX 0262 , con il quale protesto per il mancato rispetto di parte dei miei
beni, da parte delle autorità giudiziarie Italiane, che hanno permesso con la
loro inattività (recita la delibera della Commissione Europea del 12 Aprile 1996)
che i “voleurs” (ladri) sottraessero i miei beni. Violazione dell’art.6 CEDU e
dell’art.1 del protocollo addizionale.

Ricorso PX 0263, con il quale protesto il mancato rispetto di un altra parte dei
miei beni dalle stesse autorità. Violazione dell’art.6 e dell’art.1. Ricorso PK
1551, con il quale protesto sempre per il mancato rispetto dei miei beni da
parte delle stesse autorità. Il tutto, con il Ricorso PH 9888 dimostra il
saccheggio dei miei beni di famiglia.

Ricorso n.34235/96. Ricorso chiuso da un accordo, vista l’inattività delle


autorità giudiziarie Italiane, per evitare che, in attesa di un intervento
giudiziario, la mia famiglia finisse a vivere di stenti. Tali Atti possono essere
pubblicati da subito in quanto il riserbo di cui all’art.33 non c’è più. Ma ho
chiesto che la Corte di Giustizia Europea proceda contro l’Italia per la
persecuzione giudiziaria che Le ho denunciato, esaminando insieme tutte
queste vessazioni elencate.
Affaire Arconte c. Italie (86/1997/870/1082) - In data 19 Settembre 1997, la
Corte Europea (http://www.dhcour.coe.fr) mi informa di aver Registrato il mio
Ricorso per la persecuzione giudiziaria ingiusta a Lei lamentata conseguente a
tutti i Ricorsi davanti alla Commissione Europea succitati che, a loro volta, sono
conseguenti a tutte le azioni giudiziarie subite dalle Autorità Italiane che (recita
la Decisione della Commissione Europea in data 12 Aprile 1996):” a causa della
Loro inattività hanno permesso ai voleur (ladri) di continuare a sottrarmi,
indisturbati, i miei beni!!!”. In data 10 marzo 1998, la Commissione Europea mi
da atto ufficialmente, con una sua raccomandata a ricevuta di ritorno,che nei
numerosi ricorsi che mi riguardano esiste una “persecuzione” di cui è
perfettamente informata, ma, essa, è compresa nelle precedenti pronunce a
mio favore già adottate dalla Commissione: “...Tuttavia, se richiedo una
pronuncia specifica sul punto “persecuzione”, dalla Commissione, La invito a
farcelo sapere...” scrive il Segretariato il 10 marzo ‘98; naturalmente ho
richiesto un pronunciamento ufficiale sul punto persecuzione e la violazione dei
Diritti garantiti dall’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo e della Convenzione Europea ed è stato accolto il Ricorso n.
40878/98 Arconte contro Italia, comprendente tutti quelli già accolti e per cui
l’Italia è stata già condannata.
Da tutti gli atti qui citati vi potrete rendere personalmente conto che fine ha
fatto il Diritto e che cosa si intende con: Impero del male!... così lo chiamava
Ronald Reagan, Presidente U.S.A e che , l’Impero del male, ha esteso i suoi
confini ben oltre la vecchia “cortina di ferro”.

La Civiltà Democratica Occidentale si regge sul Diritto. Caduto questo... tutto è


perduto!
Ma, non fu colpa delle nostre armi, bensì della codardia e della corruzione di un
intero popolo che tollera tutto questo senza ribellarsi... o forse è solo per
ignoranza, il che è pure peggio!.

21. Antenati

Atene: nasce la Democrazia.


Millenni orsono, i nostri antenati, Padri fondatori dell’Occidente Democratico, si
ribellarono ai Tiranni che vivevano nel lusso tassando ed affamando il popolo e
li cacciarono dalla loro città: Atene. Si diedero un governo scelto dal popolo e
studiarono un codice di leggi che tutti dovevano rispettare. Roma proseguì su
questa via e perfezionò quei codici e quelle leggi, che chiamarono Diritti. Il
Diritto era, al fine, un sistema studiato per sconfiggere la miseria e portare
l’Umanità fuori dalla barbarie, a non vivere da bruti, ad evolvere ed a
progredire. Iniziò così la storia dell’Occidente Democratico che si fondava sul
Diritto e sul Merito.

(Sogno di farfalle)
Ma era un sistema tanto forte agli attacchi esterni, quanto fragile al suo
interno. Infatti, bastava che, con la corruzione, il potere nella società
Democratica finisse in mani “ingiuste” perché tutto crollasse e finisse di nuovo
in miseria! nell’abbrutimento dei primordi... nella barbarie!
Dicevano gli antichi: Chi lascia che l’ingiusto sieda nel posto che è del Giusto,
merita di sprofondare nell’abisso...della Barbarie. Questo mi fece capire perché
dove la società del Diritto cadeva, arrivava la miseria, il degrado morale e
sociale... la barbarie, e paesi potenzialmente ricchissimi in materie prime...
come l’Angola, finissero a distruggersi in odi razziali e guerre etniche e, nel giro
di pochi anni, a dipendere dagli aiuti alimentari... sempre Occidentali! per non
morire di fame.
Ditemi, Voi che leggete, andò verso un futuro di “luminoso progresso”, il
popolo Cambogiano, con il “Rivoluzionario Maoista” Pol Pot?: noi lo
combattemmo e, fin da subito, lo definimmo un Tiranno e un criminale contro i
Diritti Umani!
(Le Meduse e l’Abisso)
Ditemi quanto “luminoso progresso” portò al popolo Vietnamita la rivoluzione
dei Viet-Kong... e forse falso che, ridotto alla fame... dopo venti anni di
malgoverno, oggi chiede aiuto all’Occidente Democratico ed agli stessi Stati
Uniti d’America?!
Io spero che li avrà, lo merita. Ho conosciuto un popolo capace di grandi
sacrifici per ottenere il Diritto di essere rispettato, in quanto popolo, e veder
riconosciuto il suo Diritto all’Indipendenza ed all’autodeterminazione. Noi, però,
combattemmo i nemici dei popoli, di tutti i popoli, anche di quello Viet: i
Tiranni, quei Tiranni capaci di ogni bassezza e di ogni travestimento, pur di
ottenere lo scopo di sfruttare i popoli e di vivere alle loro spalle. Noi abbiamo
denunciato il tragico inganno, ai danni del popolo Vietnamita, da parte dei suoi
Tiranni di sempre e la vera storia della guerra del Vietnam e della faida
“Nguyèn”, fin dal 1975. Anche per conto di Capo Long, da sempre in fuga
davanti ad uno Nguyèn in arrivo, ma senza mai perdere la fede e la speranza in
un futuro di Libertà e di Giustizia che solo la Democrazia può garantire. Auguro
ai suoi discendenti che quel futuro sia giunto... se lo sono guadagnato! Ed al
popolo Cubano, quanto “luminoso progresso” ha portato la “Revolucion di
Castro?”. E’ storia recente vedere come sono ridotti. Ma non poterono vederlo
quanti si sono battuti per quest’altro grande inganno: Cienfuegos, Guevara,
Ochoa e chissà quanti altri ignoti che capirono... sono stati tutti uccisi,
assassinati!!! Anche questo Noi lo avevamo detto... forse è per questo che
siamo stati cancellati?!
Ed i popoli del Medioriente, quelli ingannati dai Marxisti e quelli ingannati dagli
Integralismi Religiosi, quale “luminoso progresso” hanno conosciuto dopo le
Rivoluzioni che hanno combattuto?. Paesi ricchissimi in materie prime che
mostrano un popolo denutrito che si trascina la vita tra gli stenti. Quale
luminoso progresso ha conosciuto l’Iran dello Scià di Persia con l’avvento degli
Ayatollah?. Noi dicemmo fin da subito dopo l’operazione Aden che il Regime
Tirannico a cui lo Scià costringeva il popolo Iraniano dal colpo di Stato del 1953
(organizzato dalla CIA), avrebbe portato a conseguenze imprevedibili, ma quel
rapporto era datato ‘75.
Quale progresso luminoso ha portato alla Corea del Nord la “Rivoluzione
Proletaria”? Oggi sono alla fame, mentre la Corea del Sud, stesso popolo e
stessa cultura all’origine, è una potenza economica.
E la Cina del “Mandarino proletario” Mao Tsè Tung che, di pensierino in
pensierino, ha macellato tutti coloro che non la pensavano come lui... o forse,
semplicemente, non capivano i suoi pensierini, quanto luminoso progresso ha
avuto?. Prima delle riforme volute da Deng Xiao Ping (sopravvissuto al
macellaio, anche se più volte portato nel macello) erano ridotti a vivere di
chicchi di riso. Ma la Cina di Formosa, con il nome di Taiwan, è una potenza
economica come, del resto, Hong Kong... stesso popolo e stessa cultura! La
Storia più recente ci ha fatto sapere che, ancora una volta, sono stati
minacciati di invasione dalla Repubblica popolare Cinese. Da sempre costretti a
vivere l’incubo di un invasione da parte dei “Democratici” proletari della
Repubblica Popolare, sono riusciti comunque a costruire, dalle rovine della
guerra civile e dell’esodo a cui li costrinse il “Grande Timoniere”, una potenza
economica ed industriale tecnologicamente avanzata. Da grande ammiratore
della millenaria civiltà Cinese, non dovrei capire come sia potuto accadere che
la Cina sia caduta dalla sua stessa civiltà. Ma, in realtà, lo capisco benissimo! I
motivi sono sempre gli stessi... la corruzione, nessuno crede più nei valori
creativi, tutti sono in vendita, anche i voti!... e giunge la fine.
Come dicevano gli Antenati: chi lascia che l’ingiusto sieda nel posto che è del
giusto... merita tutto quello che gli accadrà!. Io non smetto di sperare di poter
vedere di nuovo, in questa vita, la grande Cina in piedi e non solo come
potenza militare. Chiederò al “Ching” se pensa che questo potrà accadere... Lui
lo sa!
Ching ha risposto 37 “La Casata”, un solo sei al secondo posto: “Ella non deve
seguire il suo capriccio. Deve provvedere all’interno per il Cibo. Perseveranza
reca salute!”
...Auguri Grande Cina.

E che dire dei popoli dell’Europa dell’Est?. La nostra stessa cultura, Europei
come noi, perchè sono ridotti alla fame?; hanno un territorio molto più ricco in
materie prime di noi; hanno giacimenti enormi di Petrolio, Oro, Diamanti,
distese sconfinate di terre coltivabili... perchè sono in miseria, perchè questo
degrado?.
Nel rapporto successivo alla operazione Leningrado denunciavamo la
repressione brutale da vera Tirannia a cui erano sottomessi i popoli, nostri
fratelli, dell’Eurasia. Nello stesso rapporto, i nostri contatti d’oltre cortina,
denunciavano che, i Tiranni, si preparavano all’Olocausto Nucleare costruendo
un rifugio Atomico sotto Mosca nel quale trovare riparo per se e per i loro
familiari ed accoliti, infischiandosene del popolo. Così come se ne infischiavano
del fatto che il popolo viveva di stenti, tra i ghiacci Siberiani, nelle fabbriche o
nelle miniere, per mantenere “l’apparatcic” di uno Stato sempre più enorme e
sempre più inutile.... Non vi ricorda niente questo?
Non credete che, alla fine, la verità sia semplicemente che non ci sono più di
due sistemi di governo possibili: quello Democratico di un popolo maturo che
pretende il rispetto dei suoi Diritti e, primo fra tutti, di non essere sfruttato oltre
ogni limite per mantenere inutili bighelloni impadronitisi con l’inganno dei
pubblici poteri; e quello delle Dittature, non importa travestite da cosa, che
questi Diritti negano ad un popolo che non è maturo per pretenderli, capire e
ribellarsi alla Tirannia. Cioè la scelta di sempre: Occidente Democratico o
Oriente Totalitario , Atene o Sparta... Democrazia o Dittatura!
Ma è una libera scelta, che si fa ogni giorno, ogni volta che si denuncia un
abuso e non si tollerano soprusi e privilegi... ed anche ogni volta che, invece, si
fa finta di non vedere... di non sentire.
Così si poterono approvare Leggi criminali contro i Diritti dell’uomo,
nell’indifferenza dei più; così si poterono trasportare, su vagoni piombati, interi
popoli diretti nei campi di sterminio;
Così si potè andare, casa per casa, a raccogliere i dissidenti da deportare in
Siberia per le “rieducazioni”, o deportare interi popoli, da un territorio ad un
altro, sulla base delle follie e dei capricci del Tiranno di turno... come dite?...
storia vecchia!?... Pol Pot l’ho conosciuto anch’io e l’annientamento del popolo
Cambogiano è storia di non più di vent’ anni orsono. Ma, è storia vecchia la
Cecenia?,... la Bosnia? Sono storie vecchie le notizie di eccidi efferati da parte
di qualche Tiranno?.
Io ne sento molti anche in questi giorni. Ma, elencarli quì, non mi sembra
occorra e sarebbe retorica, visto che nulla posso, ormai, per impedirli. Posso,
invece, combattere efficacemente la Tirannia per non sentirmene complice e lo
faccio, con tutte le armi che la Democrazia in cui credo mi consente: non
tellerando abusi e soprusi, facendo quanto mi è possibile per screditare i
Tiranni o aspiranti tali. Tentando così, di impedire che crescano e si rafforzino
fino al punto di poter ricommettere le efferatezze di sempre.
Anche questo che stai leggendo è un modo di contrastarli!
Il primo dei Diritti fondamentali che ha caratterizzato la differenza tra l’Oriente
Totalitario e l’Occidente Democratico è il rispetto della proprietà privata, di
quell’art.1 del protocollo Addizionale della Convenzione Internazionale dei
Diritti Umani che l’Italia ha più volte violato contro di me,... ma solo contro di
me?!.
Solo il pieno ripristino dei Diritti Democratici e delle Libertà fondamentali
dell’Uomo può fermare il degrado Economico, Sociale, Morale e Politico a cui
state assistendo indifferenti e restituirci il bene perduto!

(La cornucopia)
Dalle vicende che ho vissuto, e che solo in parte ho potuto riassumervi, posso
dire che ho assistito alla caduta del Diritto anche qui, in Italia e quel che è
peggio, tra l’indifferenza generale.
Per quelle che sono state le mie esperienze nel mondo posso dire: “La storia si
ripete, Roma è caduta di nuovo, sarà di nuovo invasa dai barbari e, ancora una
volta, a causa della sua corruzione!”. Ma, attenti Voi che pensate che non
possa riaccadere, perchè sta già riaccadendo e, nonostante la speranza che
ancora, malgrado tutto, continuo a nutrire, forse, in realtà... è già troppo tardi!
Nessuno prende lezioni dalla storia,... queste cose hanno perduto la mia Patria.
“O mia Patria si bella e perduta...!”

Io, però, non mi arrendo ne mi arrenderò mai!. Se tutto è davvero finito così, se
non ci sarà ritorno per Voi tutti da... “oltre cortina”, ancora una volta non sarà
stata Nostra la colpa. Io ho fatto tutto il mio dovere per la mia Patria,... la Patria
del Diritto!. Anche quello di non tollerare abusi e di denunciarli, con fede e
coraggio... anche da solo contro tutti, come è sempre stato del resto!... Io
tornerò anche da quest’ ultima Missione, l’ultima,... la più difficile! AVE...!!!

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