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REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE ORDINARIO DI MILANO


sezione XI penale
in funzione di giudice del riesame
Il Tribunale riunito in camera di consiglio nella persona dei magistrati:
dott. Paolo Micara Presidente
dott. Tomaso E. Epidendio Giudice rel.
dott.ssa Caterina Ambrosino Giudice
nel procedimento ex artt. 52 d.lgs. n.231/2001 e 322-bis c.p.p. promosso dal Pubblico Ministero presso il
Tribunale di Milano nei confronti di

con atto depositato in data avverso l'ordinanza emessa dal GIP presso il Tribunale di Milano in data
con la quale stata rigettata la richiesta del PM di applicazione agli enti sopra indicati della misura
interdittiva dell'interdizione delle attivit comportanti rapporti contrattuali diretti o indiretti con la societ
X o sue controllate, in relazione all'illecito previsto dall'art. 25 comma 3 d.lgs. n.231/2001 dipendente dal
delitto di cui agli artt. 110, 321, 319, 319-bis, 322-bis comma 2 n.2 c.p. (corruzione internazionale di
pubblici ufficiali [di uno Stato africano] mediante corresponsione di una somma non in-feriore a USD
187.043.750,00 al fine di ottenere gli appalti relativi alla realizzazione di impianti di liquefazione del gas
naturale (omissis)
ordinanza
(omissis)
Come noto, infatti, e come risulta del resto incontestato dallo stesso Pubblico Ministero, in forza del
principio di proporzione delle misure, codificato dall'art. 46 comma 2 d.lgs. n.231/2001, il soggetto
passivo della cautela non pu subire pi di quanto debba poi subire in via di applicazione della sanzione:
conseguentemente, per poter applicare una misura cautelare interdittiva, occorre che sussistano tutti i
presupposti necessari per l'applicazione della relativa sanzione interdittiva (cfr., ad esempio, Cass. VI 23
giugno 2006 La Fiorita RV 235636).
Peraltro, ai sensi dell'art. 13 comma 1 d.lgs. n.231/2001, le sanzioni interdittive non sono applicabili per
ogni gli illecito dipendente da un reato, ma solo per quelli per i quali esse sono espressamente previste.
Nell'ambito del d.lgs. citato, pertanto, non vale solo il principio di tassativit degli illeciti in forza del
quale la responsabilit dell'ente pu essere configurata solo per i reati in relazione ai quali essa
espressamente prevista (art. 2 d.lgs. n.231/2001) ma anche il principio di tassativit dell'applicazione
delle sanzioni interdittive, nel senso che esse sono applicabili non in relazione a tutti i reati per i quali
previsto l'illecito a carico dell'ente, ma solo per quei reati per i quali non solo sia previsto espressamente
l'illecito a carico dell'ente, ma sia anche prevista espressamente l'applicabilit di sanzioni interdittive (art.
13 comma 1 d.lgs. cit.).
Conseguentemente, ai sensi degli artt. 46 comma 2 e 13 comma 1 d.lgs. n.231/2001, non si possono
applicare "misure cautelari" interdittive per illeciti dipendenti da reati per i quali non sono previste le
relative "sanzioni" interdittive.
Il principio di cui sopra, su questo punto specifico, gi stato riconosciuto anche dal SC, secondo cui "in
tema di responsabilit da reato delle persone giuridiche, deve escludersi l'applicabilit, come misura
cautelare, di sanzioni interdittive che non rientrino tra quelle irrogabili in via definitiva all'esito del giudizio
di merito" (Cass. II 6 febbraio 2007 D'Alessio RV 235845, in una fattispecie nella quale la Corte aveva
annullato senza rinvio l'ordinanza del tribunale del riesame con la quale era stata ritenuta legittima
l'applicazione, in via cautelare, dell'interdizione dall'esercizio dell'attivit, prevista dall'art. 9, comma
secondo, lett. a), del d.lgs. n. 231/2001, nonostante che tale sanzione non facesse parte di quelle che, in
relazione all'ipotizzato reato di truffa aggravata, sarebbero state irrogabili in via definitiva, ai sensi
dell'art. 24, comma terzo, del citato d.lgs.).
Analogamente, nel caso al vaglio di questo Tribunale, per gli illeciti dipendenti dal reato di corruzione
internazionale ai sensi dell'art. 322-bis c.p. non prevista l'applicazione di sanzioni interdittive e,
pertanto, ci preclude in radice l'applicazione di misure cautelari interdittive sulla base di un mero rilievo
in diritto.
Invero simile esclusione di sanzioni (e, quindi, misure cautelari) interdittive, risulta chiaramente dal
tenore letterale della norma di cui all'art. 25 d.lgs. n.231/2001, che utile riportare per consentirne
l'immediata verifica: comma 1 "In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 318, 321 e 322
commi primo e terzo, del codice penale, si applica la sanzione pecuniaria fino a duecento quote"; comma
2 "In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 319, 319-ter comma primo, 321, 322 commi
secondo e quarto, del codice penale si applica all'ente la sanzione pecuniaria da duecento a seicento
quote"; comma 3 "in relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 317, 319, aggravato ai sensi

dell'art. 319-bis quando dal fatto l'ente ha conseguito un profitto di rilevante entit, 319-ter, comma
secondo, e 321 del codice penale, si applica all'ente la sanzione pecuniaria da trecento a ottocento
quote"; comma 4 "le sanzioni pecuniarie previste per i delitti di cui ai precedenti commi si applicano
all'ente anche quando tali delitti sono stati commessi dalle persone indicate negli articoli 320 e 322-bis";
comma 5 "nei casi di condanna per uno dei delitti indicati nei commi secondo e terzo, si applicano le
sanzioni interdittive previste dall'art. 9 comma 2 per una durata non inferiore ad un anno".
Orbene, proprio a fini sanzionatori e con espresso riferimento al tipo di sanzioni da infliggere, l'art. 25
comma 4 richiama la corruzione internazionale come reato presupposto per l'applicazione di sanzioni
pecuniarie (consentendo cos di configurare l'illecito a carico dell'ente, altrimenti non possibile, in forza
del principio di tassativit degli illeciti di cui all'art. 2 d.lgs. n.231/2001), mentre non la richiama al
comma 5 della stessa disposizione per l'applicazione di sanzioni interdittive.

Vigendo in materia anche il principio di tassativit dell'applicazione di sanzioni interdittive e non


potendosi ritenere che dette sanzioni interdittive siano "espressamente" previste nel caso di corruzione
internazionale, l'inevitabile conclusione che non sono applicabili nel caso in esame sanzioni interdittive
e, quindi, per quanto sopra detto, neppure risultano applicabili misure cautelari interdittive.
(omissis)
Tale conclusione varrebbe dunque anche aderendo alla prospettazione del PM, volta a contestare che l'art.
322-bis configuri una autonoma fattispecie di reato, senza peraltro precisare a quale categoria giuridica
dovrebbe appartenere una simile previsione, vista l'ovvia incongruenza della sua iscrizione ad una
circostanza del reato, che comporterebbe l'assurda possibilit del bilanciamento, e attesa l'assenza
dell'elemento caratterizzante la fattispecie circostanziale, vale a dire la variazione di pena.
Tuttavia deve ritenersi che l'ipotesi di cui all'art. 322-bis c.p. configuri non una mera
estensione soggettiva della corruzione ordinaria interna, ma una autonoma fattispecie di
reato, ci che a maggior ragione avvalora la conclusione dell'inapplicabilit di sanzioni (e
quindi misure) interdittive nella specie, che devono essere previste espressamente in
relazione ad un illecito che dipende da un reato presupposto diverso, la corruzione
internazionale appunto. La disposizione dell'art. 322-bis c.p., infatti, descrive una fattispecie
con elementi propri tali da differenziare nettamente questa fattispecie da quella ordinaria.
Non si tratta invero di una mera estensione soggettiva della corruzione al caso in cui le somme
di denaro vengano date o promesse a pubblici funzionari stranieri, ma sono previsti una
pluralit di elementi aggiuntivi specializzanti: richiesto che la condotta sia realizzata in
operazioni economiche o finanziarie internazionali, di tal che non rileva ogni atto contrario ai
doveri d'ufficio, ma solo quelli perpetrati in simili operazioni; prevista la responsabilit dei
soli privati; richiesto un dolo specifico (per procurare vantaggio, ci che esclude la cd.
corruzione propria susseguente); richiesto il carattere indebito dell'atto (ci che esclude la
corruzione impropria antecedente); cambia ovviamente il bene giuridico tutelato (che non
pi il buon andamento e l'imparzialit della PA, ma la leale concorrenza tra competitori su
mercati esteri).
Ritiene pertanto questo Collegio che, a fronte di una norma penale che descrive una condotta diversa,
con dolo diverso, ambito soggettivo di punibilit differente e differente bene giuridico tutelato, non
possano sussistere fondati dubbi circa il fatto che si tratti di disposizione che prevede una autonoma
fattispecie di reato, la corruzione internazionale appunto, che necessitava di un espresso e specifico
richiamo per poter consentire l'applicazione di sanzioni (e, quindi, misure cautelari) interdittive.
(omissis)
Rileva la pubblica accusa che tale conclusione contrasterebbe per con il contenuto della relazione
governativa illustrativa del decreto legislativo, citando un passo nel quale la relazione menziona la sola
corruzione impropria come ipotesi esclusa dalla punibilit con sanzioni interdittive. A questo riguardo
occorre in primo luogo rilevare come in realt nella stessa Relazione citata non vi sia alcuna affermazione
espressa in ordine al fatto che siano state previste sanzioni interdittive per il reato di corruzione
internazionale. In ogni caso le relazioni governative o ministeriali ai testi di legge, cos come i lavori
parlamentari, rappresentano solo eventuali sussidi per orientare l'interpretazione verso la scelta di
differenti opzioni tutte ugualmente consentite ma, come sopra si rilevato, il tenore delle disposizioni in
esame non consente tale opzione che si palesa quindi come interpretazione "contra legem", mai
ammissibile per il giudice e ancor meno in materia penale dove vigono le garanzie di cui all'art. 25 Cost..
D'altro canto facilmente spiegabile la menzione della sola corruzione impropria dal contesto del passo,
dove si citano le esclusioni da sanzioni interdittive per ragioni relative alla minore gravit dei reati. Per la
corruzione internazionale, invece, l'esclusione delle sanzioni interdittive non certo dovuta a ragioni

connesse alla gravit dell'illecito, ma a ragioni di opportunit relative alle relazioni internazionali, posto
che l'adozione di misure cautelari che precludono attivit in cui sono coinvolti enti pubblici di Stati
stranieri, inciderebbero indirettamente sull'operato di tali enti pubblici e potrebbero creare pericoli di
incidenti diplomatici che, in base a proprie valutazioni discrezionali (di competenza esclusivamente
politica), il legislatore ben pu volere escludere. Ci da conto anche della ragionevolezza dell'esercizio
della discrezionalit legislativa, che non palesa perci una manifesta illogicit, contradditoriet o
irragionevolezza.
Tanto meno pu ritenersi, come affermato dalla pubblica accusa, che il legislatore delegante avesse
imposto al delegato di prevedere sanzioni interdittive nel caso di illeciti dipendenti dal reato di corruzione
internazionale. Infatti, l'art. 11 comma 1 lett. m) L. n. 300/2000 si limitato a individuare il quadro delle
sanzioni tra le quali il legislatore delegato poteva scegliere in relazione agli illeciti dipendenti da
determinati reati, tra i quali la corruzione internazionale, senza peraltro imporre in alcun modo che
dovessero essere previste tutte le sanzioni consentite dalla delega: in altre parole il legislatore delegante
ha consentito al delegato di prevedere anche sanzioni interdittive, senza peraltro imporne la previsione.
In ogni caso in numerose ipotesi il legislatore delegato ha optato per una scelta minimalista nell'ambito
del d.lgs. n.231/2001 (si pensi ad esempio al mancato esercizio della delega con riferimento ai reatipresupposto colposi). L'esercizio incompleto della delega stato del resto ritenuto legittimo dalla Corte
costituzionale in numerose occasioni (cfr. Corte cost. n. 56/1971; Corte cost. n. 156/1987; Corte cost. n.
198/1998; Corte cost. n. 456/1998; Corte cost. n. 141/1993; Corte cost. n. 335/1993; Corte cost. n.
4/1992; Corte cost. n. 15/1999; Corte cost. n. 149/2005) e, in ogni caso, per quanto si dir
successivamente risulterebbe comunque interdetto qualsiasi intervento additivo in pejus da parte della
Corte costituzionale.
Ritiene poi il PM che simile esclusione delle sanzioni interdittive contravverrebbe per proprio agli obblighi
internazionali assunti dall'Italia in sede di Convenzione OCSE, eseguita e ratificata nello Stato.

A questo riguardo va affermato con estrema chiarezza che la Convenzione non menziona in alcun modo la
necessit di applicare sanzioni o misure cautelari "interdittive" dell'attivit di un ente, ma stabilisce
soltanto, nell'art. 3, la necessit di applicare agli enti responsabili della corruzione di pubblici funzionari
stranieri, sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive. Orbene, la legge italiana prevede il sequestro e la
confisca del prezzo e del profitto della corruzione, nonch in aggiunta l'applicazione di rilevanti sanzioni
pecuniarie (anche superiore ad un milione di euro): simile apparato sanzionatorio, annullando del tutto il
profitto conseguito dal reato tramite la confisca e introducendo una significativa diseconomicit per l'ente
(attraverso l'applicazione delle sanzioni pecuniarie), assicura una consistente controspinta economica
all'illecito per l'ente, per il quale la corruzione del pubblico ufficiale straniero si traduce in un costo tale da
sopravanzare in modo nettissimo i vantaggi che possono all'ente derivare dalla corruzione, cos da
rappresentare certamente la scelta discrezionale da parte dello Stato di un apparato sanzionatorio
efficace, dissuasivo e proporzionato. Simile sistema sanzionatorio corrisponde del resto alle espresse
indicazioni di cui al citato art. 3, che impone di prevedere sanzioni limitative della libert personale per le
persone fisiche (ci che accade con l'art. 322-bis c.p.) e sanzioni pecuniare ("monetary sanctions") la cui
efficacia dissuasiva viene significativamente ancorata alla necessit di prevedere altres il sequestro e la
confisca del prezzo e del profitto della corruzione, ci che appunto assicurato dall'art. 25 e dal sistema
sanzionatorio generale previsto dal d.lgs. n.231/2001. La stessa Convenzione prevede la "considerazione"
da parte dello Stato anche di sanzioni civili o amministrative, ma non stabilisce in alcun modo l'obbligo di
prevedere sanzioni interdittive per l'ente in dipendenza di illeciti dipendenti dalla corruzione di pubblici
funzionari stranieri. N l'obbligo di prevedere simili sanzioni interdittive per l'ente pu desumersi dalla
prassi internazionale o dalle modalit di ricezione della Convenzione OCSE da parte degli Stati contraenti,
posto che in numerosi ordinamenti di importanti Paesi aderenti non risultano previste simili sanzioni.
Nulla quindi nella Convenzione in esame induce a ritenere l'esistenza di vincoli all'esercizio della
discrezionalit legislativa dello Stato, nel senso che questa debba necessariamente prevedere sanzioni e
misure cautelari interdittive per l'ente responsabile dell'illecito dipendente dalla corruzione di pubblici
funzionari stranieri.
Il sistema sanzionatorio del d.lgs. n.231/2001, quale sopra delineato, non evidenzia pertanto alcuna
inadempienza dello Stato rispetto agli obblighi internazionalmente assunti, tale da poter giustificare il
ricorso ad una interpretazione "internazionalmente orientata". Viene meno quindi lo stesso primo
presupposto cio l'esigenza di evitare l'esposizione dello Stato ad un inadempimento agli obblighi
internazionalmente assunti che a base del ragionamento del PM volto ad invocare simile
interpretazione orientata.
Solo per completezza argomentativa deve peraltro rilevarsi come una simile "interpretazione orientata"
non sia in alcun modo possibile nella specie, in quanto gli ordinari strumenti ermeneutici non consentono
tale interpretazione sulla scorta degli enunciati legislativi in questione: questi, infatti, in base alla loro
lettera non prevedono in alcun modo sanzioni interdittive per l'illecito che ci occupa; l'intero contesto
normativo (che codifica i principi di tassativit dell'applicazione delle sanzioni interdittive e di legalit
della pena) non consente, secondo gli ordinari strumenti ermeneutici, una simile attribuzione di
significato; lo stesso contesto normativo non evidenzia poi alcuna lacuna che l'interprete debba colmare

facendo ricorso agli ordinari strumenti ermeneutici dell'interpretazione estensiva, sistematica o il ricorso
all'analogia (per una articolata e convincente delimitazione delle possibilit per il giudice di ricorrere
all'interpretazione orientata v. Cass., II, ord. 11 novembre 2009, Di Paola, n.1532).

In realt ci che la pubblica accusa sollecita una pronuncia manipolativa dell'enunciato normativo che
astrattamente rientra soltanto nelle competenze della Corte costituzionale. Tuttavia evidente come nella
specie non sia possibile sollevare alcuna questione di costituzionalit per il divieto ex art. 25 comma 2
Cost. di incidere "in pejus" sulla risposta punitiva dello Stato. Come noto infatti la Corte cost. ritiene di
poter sindacare le sole cd. "norme penali di favore", cio quelle norme in rapporto di cd. "specialit
sincronica" con altre norme penali. In questi casi, infatti, si verifica la contemporanea vigenza di una
norma penale generale pi severa e di una norma penale speciale che sottrae alcuni casi alla disciplina
generale, sottoponendoli (in ipotesi illegittimamente) ad un trattamento pi favorevole; la Corte
costituzionale non aggrava od estende il trattamento punitivo ma, rimuovendo un ostacolo illegittimo
all'applicazione di una norma generale vigente, ne consente la riespansione (cfr. Corte cost. n. 394/2006
che ha dichiarato l'illegittimit della norma penale speciale sul falso elettorale, consentendo la
riespansione della norma penale generale contestualmente vigente del falso: si tratta di una articolata
motivazione che ripercorre in chiave unitaria tutti i precedenti in materia, a partire dalla prima storica
applicazione della tesi alla cd. legge sulle guarentigie di Corte Cost. n.148/1983). Nel caso di specie,
invece, non esiste alcuna norma penale generale in materia di sanzioni interdittive di cui la pronuncia
della Corte costituzionale consenta la riespansione (come parimenti avvenuto da ultimo nel caso
recentissimamente esaminato da Corte cost. Corte cost. 25-28 gennaio 2010, n.28, con il quale stata
dichiarata l'illegittimit della norma che includeva le ceneri di pirite tra i sottoprodotti cos consentendo la
riespansione della norma generale sui rifiuti), ma si versa in un caso in cui, per asserite ragioni di
perequazione di situazioni consimili, ragionevolezza ed affermate esigenze di non esporre lo Stato a
pretesi inadempimenti ad obblighi internazionalmente assunti, la Corte costituzionale dovrebbe introdurre
una sanzione interdittiva in precedenza non prevista da alcuna norma contemporaneamente vigente. In
questi casi non si tratta perci di norma penale di favore e la questione di costituzionalit inammissibile
per il divieto di peggioramento del trattamento sanzionatorio e introduzione di sanzioni nuove non
previste dalle legge, analogamente a quanto affermato dalla Corte cost. in altra recente ordinanza che ha
dichiarato la manifesta inammissibilit di questioni di costituzionalit volte ad escludere dalla previsione
di indulto alcune fattispecie ritenute, dal remittente, irragionevolmente incluse nel beneficio (cfr. Corte
cost., ord. n.103/2009). Si tratta del resto di un orientamento pacifico e consolidato del giudice delle
leggi (cfr., ex plurimis, tra i pi recenti provvedimenti Corte Cost. ord. n.57/2009; Corte cost. ord.
n.66/2009). Anche da ultimo la Corte costituzionale ha comunque ribadito che la discrezionalit
legislativa in materia di scelte sanzionatorie pu essere censurata dalla medesima Corte solo ove si palesi
"manifestamente" irragionevole, arbitraria e radicalmente ingiustificata (cfr. Corte cost. n. 161/2009), ci
che certamente non avviene nella specie dove la scelta legislativa, come sopra si ampiamente illustrato,
risulta spiegabile in termini di valutazioni di opportunit connesse alla specificit della fattispecie di
corruzione internazionale che presenti rischi di contrasti diplomatici e ingerenze nelle attivit di enti
pubblici stranieri o di organismi sovranazionali, approntando peraltro un sistema sanzionatorio (composto
da sanzioni pecuniarie e confisca del prezzo o del profitto della corruzione a carico dell'ente, oltre che da
sanzioni limitative della libert personale per i privati, persone fisiche non pubblici ufficiali stranieri, del
tutto in linea con le indicazioni della Convenzione OCSE in materia).
Basti soltanto aggiungere che, proprio nel caso il Tribunale aderisse alla tesi propugnata dal PM, si
esporrebbe lo Stato a gravi violazioni sia del diritto primario dell'Unione europea, nella specie delle
tradizioni costituzionali comuni, sia al diritto internazionale di maggiore forza cogente, rappresentato dai
diritti e libert fondamentali codificati dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo,
quali precisati e definiti rispettivamente dalle sentenze della Corte di Giustizia della Comunit Europea
(ora dopo la il Trattato di Lisbona Corte di Giustizia dell'Unione europea) e della Corte Europea dei Diritti
Umani, la prima avente diretta efficacia nell'ordinamento interno ai sensi dell'art. 11 Cost. (salvo il
rispetto dei cd. contro limiti la cui violazione non neppure ipotizzabile nella specie vista la piena
coerenza del sistema interno con quello sovranazionale) e la seconda rango di fonte interposta tale da
determinare i contenuti del parametro costituzionale di cui all'art. 117 Cost. (cfr. Corte cost. n. 397/2007;
Corte Cost. n. 398/2007; Corte cost. n. 311/2009).

Infatti, sia la Corte di Giustizia nella composizione a Grande Sezione (Corte di Giustizia CE, Grande
Sezione 3 maggio 2005 Berlusconi e altri), sia la Corte di Strasburgo nella composizione in Grande
Camera (CEDU, GC 17 settembre 2009, Scoppola c. Italia) hanno precisato che mai il diritto
internazionale o sovranazionale - neppure quello di maggiore forza quale quello rappresentato da atti
aventi efficacia diretta anche orizzontale nell'ordinamento interno o quello portato da fonti ritenute dalla
Corte cost. interna avente rango sub-costituzionale integrante il parametro dell'art. 117 Cost. pu avere
l'effetto di peggiorare la situazione punitiva di una persona, secondo una accezione del diritto punitivo
che gli stessi organi di massima giurisdizione sovranazionale intendono non vincolata alla qualifica interna

o all' "etichetta" penale data dallo Stato membro, ma collegano a indici so-stanziali (cfr., ex plurimis,
CEDU, GC, 17 settembre 2009, Scoppola; CEDU, GC, 20 gennaio 2009, Sud Fondi c. Italia; CEDU 30
agosto 2007 Sud Fondi c. Italia; CEDU, 26 febbraio 1996 Welch c. United Kingdom) pienamente ricorrenti
nel caso della responsabilit degli enti disciplinata dal d.lgs. n. 231/2001: sanzione grave, inflitta da un
giudice penale in un procedimento in cui devono essere salvaguardate le garanzie approntate nel
processo penale, connesso ad un reato che costituisce presupposto dell'illecito e della sanzione all'ente. Si
tratta del resto di un limite all'utilizzo delle fonti non solo internazionali, ma anche sovranazionali
primarie, che non solo ha gi trovato ampi e autorevoli riconoscimenti nella giurisprudenza di legittimit
interna (cfr. Cass. SU 25 giugno 2009, Caruso RV 244191, proprio in un caso in cui si chiedeva di
estendere la confisca per equivalente in forza di una interpretazione conforme al diritto comunitario, nella
specie di una decisione quadro), ma nella stessa giurisprudenza della Corte costituzionale (cfr. Corte cost.
n.311/2009) e sovranazionale (CGCE, GS, GS, 19 gennaio 2010, Kukukdevici), in pronunce tutte volte a
riconoscere la subordinazione al diritto internazionale cogente e al diritto sovranazionale unicamente
secondo il principio della massima espansione dei diritti, nel senso che le interpretazioni conformi, le
disapplicazioni o le pronunce di incostituzionalit del diritto interno incompatibile non possono che
determinare un ampliamento dei diritti del soggetto e non una restrizione o un peggioramento della sua
situazione, quale gi prevista dall'ordinamento interno. Si tratta del resto di una espressa indicazione
ormai codificata dagli artt. 52 comma 3 e 53 comma 1 del titolo VII della Carta di Nizza, richiamato
dall'art. 6 del Trattato di Lisbona (entrato in vigore nell'ordinamento interno il 1 dicembre 2009) che
attribuisce alla Carta il medesimo valore giuridico dei Trattati costitutivi dell'Unione europea.
E' proprio la stessa prospettiva internazionale e sovranazionale invocata dalla pubblica accusa, pertanto,
che impedisce di addivenire alle conclusioni sollecitate con la presente impugnazione dal PM, conclusioni
neppure ammissibili nella prospettiva costituzionale interna.
L'esclusione di sanzioni (e, quindi, per quanto sopra illustrato, di misure cautelari) interdittive per gli
illeciti dipendenti dal reato di corruzione internazionale, l'impraticabilit di una interpretazione orientata
nel senso auspicato dall'accusa e la manifesta infondatezza delle eccezioni di illegittimit costituzionale
sollevate, hanno valore assorbente di ogni ulteriore questione, in quanto impediscono sulla base del mero
rilievo in diritto di cui sopra di accogliere l'impugnazione proposta dal PM.
Sulla scorta di tutte le precedenti considerazioni deve quindi confermarsi l'impugnata ordinanza.
Alla decisione del Tribunale non consegue la condanna dell'istante al pagamento delle spese processuali
trattandosi di impugnazione proposta dalla parte pubblica.
PQM
conferma l'ordinanza impugnata.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti e comunicazioni di rito