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Identity, migration and language

Suzanne Romaine
University of Oxford

1. Introduzione

Oggi viviamo in un mondo in cui le questioni legate allidentit sono pi in linea con le realt
contemporanee: il mondo di oggi dimostra linconsistenza dellaffermazione di Friedman
(1992:211) secondo cui i grandi temi legati allidentit e alla determinazione del s stanno via via
scemando in questi giorni. Al contrario, ovunque le politiche dellidentit e delletnicit sembrano
risorgere (Berman, Eyoh and Kymlicka 2004:3). Questo fa s che la comprensione delle relazione
tra identit, migrazioni e linguaggio siano quanto mai attuali in un mondo come quello attuale in cui
la globalizzazione ha intensificato i flussi migratori, e ci ha a sua volta incrementato in maniera
esponenziale lincontro tra lingue, culture e identit diverse (Pavlenko and Blackledge 2004). La
dissoluzione di identit prestabilite, il riemergere e la ri-costruzione di vecchie identit e la creazione
continua di nuove identit nellultima met del XX secolo e linizio del XXI fornisce molteplici prove
circa limportanza dellidentit nel mondo globalizzato. La lingua il nesso critico in questa dinamica,
come notato da Kroskrity (2000:1), che, in opposizione a Friedman, ritiene che mai pi di prima la
relazione tra linguaggio, politica e identit sembrata cos tanto rilevante.
Friedman non stato il primo (e non sar certamente lultimo) a suggerire che lidentit si perder
con la globalizzazione in virt di una spinta omogeneizzante impossibile da controllare. La sua
affermazione risente dei pronostici dei primi sociologi che avevano predetto la fine delletnicit in
tandem con lavvento della modernit. Al contrario, il riemergere di identit etniche colse molti di
sorpresa negli anni 70 quando gli Stati Uniti videro crollare il modello del melting pot. In maniera
simile, Marx e i suoi seguaci, che credevano che le intere basi delletnicit e dei nazionalismi
sarebbero crollati sotto la spinta del socialismo, avrebbero ritenuto inimmaginabile il riemergere dei
nazionalismi nellera post-Soviet degli anni Novanta. Proprio per questo, laffermazione di
Friedman sembra messa in crisi nelle societ post-comuniste e nellera postcoloniale. In questo
articolo, esaminer alcuni dei modi in cui il linguaggio pu giocare un ruolo nel costruire le identit
degli individui e dei gruppi nel contesto migratorio. Concluder infine con alcune riflessioni sul
perch nel mondo contemporaneo lidentit importante e identificher alcune proposte. Questo
un argomento che mi preme molto non solo per il mio interesse di tipo professionale, ma anche sul
piano personale in virt del fatto di aver vissuto la mia intera vita come migrante, prima come
nipote di migranti negli Stati Uniti e, pi di recente, come migrante adulta nel Regno Unito.

Sia a macro- che micro-livello il linguaggio ha probabilmente sempre giocato un ruolo critico e
probabilmente continuer a farlo non perch esso contribuisce allarticolazione delle identit, ma
anche perch contribuisce a costruirle e definirle ogni volta che i parlanti scelgono nelle loro
interazioni sociali una data variet linguistica o alcune varianti di una data variet linguistica.
Sebbene la parola identit derivi dal latino idem uguale , lidentit in primo luogo un mezzo per
costruire differenze tra s e gli altri. La gente ha infatti credenze radicate e sentimenti profondi
verso il proprio linguaggio, la propria cultura e la propria identit, su chi simile a s e chi
diverso da s.
Inoltre, lequazione tra lingua = cultura = identit troppo semplice per tenere conto delle
intricate relazioni tra questi tre concetti, specialmente per i contesti di ampio multilinguismo; questa
equazione non fornisce un modello di analisi per comprendere le interazioni della vita quotidiana di
oggi. La concezione essenzialista un tempo accettata (ma oggi superata) secondo cui le identit, le
culture, la lingua, e le caratteristiche naturali siano acquisite per nascita stata oramai soppianta da
una visione che vede tali caratteristiche costruite, dinamiche e ibride. In quanto costruite, esse sono
soggette a cambiamento in un processo infinito di costruzione e ri-costruzione di confini simbolici.
Allintento dei cultural studies, Hall ha scritto che:

Lidentit culturale una questione tanto di divenire quanto di essere. Riguarda tanto il futuro
quanto il passato. Non qualcosa che esiste gi, di per s, che trascende lo spazio, il tempo, la
storia e la cultura. Le identit culturali vengono da uno spazio e hanno delle storie. Ma, come ogni
altra cosa che ha una storia, sono soggette a costanti trasformazioni.

La gente negozia le proprie identit quando viene in contatto con altri gruppi, o per allinearsi o per
mettere una distanza dallaltro da s. La gente motiva questa scelta enfatizzando ci che li distingue
dallaltro e si identifica come un gruppo a s, dotato di una propria identit distintiva, assegnando a
s (e solo al proprio gruppo) uno status positivo. In questo processo di convergenza/divergenza il
linguaggio ha un ruolo centrale. Enfatizzando il nostro accento, dialetto o lingua, possiamo
accentuare delle differenze tra noi e gli altri. I bilingui/i multilingui usano diverse lingue/variet di
lingua per indicare una data identit, identificandosi o allontanandosi da un gruppo di riferimento.
Attraverso la scelta di una lingua o variet di lingua, i parlanti compiono un atto di identit,
scegliendo e mostrando a quale gruppo sentono di appartenere.
Tuttavia, alcune persone possono rifiutare le identit ad essi attribuite. Questo particolarmente
vero nei casi delle minoranze i cui diritti sono spesso ignorati, soppressi o sottovalutati . Quando un
gruppo si sente maltrattato, pu resistere enfatizzando un dato numero di determinati tratti culturali
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(tra cui la lingua, la religione, la razza, letnicit) al fine di giustificare la propria diversit e le
proprie rivendicazioni politiche compiute nei confronti dello Stato a cui appartengono (la
maggioranza).
Identificarsi con una data cultura di solito implica un atteggiamento positivo verso il
linguaggio di quella data comunit, ma per vari ragioni questo non sempre vero. Stereotipi sui vari
gruppi sono proiettati sui linguaggi e sulle culture in modo che quando unidentit etnica e/o
culturale viene stigmatizzata, luso della lingua ad essa associata pu essere abbandonato proprio
per il valore negativo che le viene attribuito: i parlanti, abbandonando la lingua, esprimono il loro
desiderio di distinguersi da coloro a cui si attribuisce unidentit negativa. Molti migranti non
parlano pi le loro lingue dorigine per compiere un atto di sopravvivenza e di auto-difesa in una
situazione nella quale sentono di essere discriminati. Molti genitori non trasmettono pi le loro
lingue dorigine ai propri figli a casa per prepararli alla scuola che avr come lingua dominante la
lingua de paese dimmigrazione: in questo modo essi proteggono i propri figli dalle difficolt che
essi stessi hanno incontrato di fronte al monolinguismo del paese di immigrazione, in cui spesso
luso delle lingue dei migranti viene stigmatizzato (se non addirittura proibito) nella scuola.
Nonostante, per, il bilinguismo dei gruppi migranti di solito si conclude con una trafila di
una generazione, la recente crescita della mobilit internazionale ha contribuito alla creazione di
lingue, culture e identit ibride. A partire dagli anni 60, la tradizionale visione assimilazionista ha
mostrato la sua incongruenza anche grazie al contributo di alcuni studiosi che hanno piuttosto
evidenziato la persistenza, la costruzione e linvenzione dellidentit etnica. Tra questi studiosi,
Pease-Alvarez (2002), ad esempio, sottolinea come i sociolinguisti debbano andare oltre i modelli
secondo cui lo shift (il passaggio) dalla lingua dorigine a quella del paese di immigrazione avviene
secondo una traiettoria lineare dalla prima alla terza generazione. Concentrandosi sulla rapidit con
cui il bilinguismo spagnolo-inglese negli Stati Uniti assume sempre nuove conformazioni (con la
conseguenza che fare previsioni sul futuro grado di mantenimento dello spagnolo diventa sempre
pi complesso), lo studioso conclude una tendenza assimilazionista, seppure aggressiva, non
necessariamente e inevitabilmente si risolve nella completa perdita delle lingue dorigine dei
migranti e delle loro culture e identit.

2. Identit, migrazione e linguaggio nellesperienza italo-americana

Un esempio concreto del perch i ricercatori e le loro metodologie hanno bisogno di superare lidea
lineare del cambio linguistico dovuto a migrazione fornito dalla riflessione sullesperienza italoamericana degli ultimi cento anni. Il gruppo italiano, uno dei pi antichi e radicati nel contesto
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statunitense, quello a cui io stessa appartengo e, di conseguenza, le mie considerazioni su questo


argomento derivano non solo dalla mia esperienza professionale di linguista che ha lavorato con vari
gruppi di migranti, ma anche dalla mia esperienza personale di donna italo-americana. Gli italoamericani sono stati a lungo considerati un esempio di quegli assunti teorici relativi al destino
delletnicit, della lingua e dellidentit che prevedevano un cambio unidirezionale in tre generazioni.
Sono circa 26 milioni gli italiani che partirono per il Nord e il Sud America, per lEuropa e per il
bacino del Mediterraneo tra il 19876 e il 1970: questa la pi grande emigrazione da un unico paese
registrata nella storia (Choate 2008). Oltre sei milioni di italiani arrivarono negli Stati Uniti tra il 1880
e il 1924, quando un enorme aumento di migranti diversi per etnia, lingua, religione e cultura, fece
aumentare la paura che se questi migranti non si fossero americanizzati velocemente, la cultura
nazionale statunitense sarebbe stata minacciata. Prima del 1880, l82% dei migranti arrivava
dallEuropa nord-occidentale, ma tra il 1881 e il 1890 il loro numero diminu assestandosi sul 25% dei
migranti dellEuropa orientale, centrale e meridionale costitu il 60% dei nuovi arrivi. Tra il 1880 e il
1900, i nativi americani, che volevano lAmerica per gli americani, criticarono limmigrazione
italiana che viveva arroccata nelle Little Italies per lincapacit dei migranti di imparare linglese.
Se guardiamo al passato con gli occhi del presente, forse ironico che gli italo-americani sono
solitamente presentati nei libri di testo come esempio del cambio linguistico tipico che avviene in tre
generazioni (dal monolinguismo nella lingua dorigine nella I generazione alla totale competenza
monolingue in inglese nella terza attraverso uno stadio intermedio di bilinguismo). Allora come ora,
numerose tensioni emergono tra limmagine degli Stati Uniti come nazione di migranti e la volont di
costruire un monolinguismo in inglese come simbolo dellidentit nazionale americana. Per il
presidente Roosevelt (1919), la creazione di una razza americana doveva puntare sulla lingua, come
dimostra la sua posizione sullincompatibilit di una nazionale americana con il mantenimento, da
parte dei migranti, delle loro lingue dorigine.
Contrariamente a quanti molti possono immaginare, negli Stati Uniti il multilinguismo non un
fenomeno recente, innestato dai movimenti migratori: la diversit linguistica stata da sempre presente
negli Stati Uniti, e la presenza attuale dei migranti minore di quella passata. da un punto di vista
storico, la popolazione nata allestero aumentata durante ogni decade dal 1850 fino al 1920 e
successivamente diminuita fino al 1970. Nei primi anni 30, furono pi coloro che partirono dagli Stati
Uniti che coloro che vi entrarono. Limmigrazione raddoppi invece tra il 1965 e il 1970, e ancora tra
il 1970 e il 1990. Nel 2000, l11.1% della popolazione degli stati uniti era nata allestero, la
proporzione pi ampia dal 1930. Nel 2010 il numero di persone nate allestero era stimato a 36.7
milioni di persone ovvero il 12% della popolazione. Questa percentuale pi bassa di quella registrata
nel 1890 (15%) e nel 1910, come mostra la tabella 1 . La percentuale di nati allestero stata pi alta
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del 12% in ogni censimento compreso tra il 1890 e il 1920. Comunque, poich la popolazione straniera
stata compresa tra il 5 e l8% tra il 1940 e il 2000, laumento al 12% nel 2010 un fatto di estremo
interesse. Nel 2000, 1 bambino su 5 di et scolare proveniva da case in cui non si parlava inglese.
Inoltre, poich anche il numero totale della popolazione statunitense aumentato, possiamo presumere
che il numero totale di stranieri oggi pi alto che in passato. Questo si riflette nellelevata
concentrazione di alcuni gruppi di migranti in determinate aree del paese, come Los Angeles, San
Francisco, Chicago, Miami e New York, che nel 2000 contenevano quasi met (49.8%) della
popolazione straniera (Schmidley 2001:16).
La geografia delle migrazioni cambiata molto. Se infatti gli europei formavano il nucleo
centrale dei movimenti migratori nel XIX e nel XX secolo, oggi i gruppi originari dal Sud America
e dallAsia sono i pi numerosi. Dal 1930 al 1970 gli Italiani erano tra i gruppi pi numerosi Nel
1940 gli italiani costituivano il 14% degli stranieri, mentre nel 2000 gli italo-americani (soprattutto
di II, III, e IV generazione) sono il V gruppo etnico negli Stati Uniti (circa il 6% della popolazione),
ma meno di uno dei sedici milioni di italiani sanno ancora parlare italiano. Litaliano infatti al
nono posto tra le lingue parlate nel territorio americano, con circa 800.000 persone in grado di
parlarlo.

year

% foreign born

N millions

% change

1850

10

2.2

1890

14.8

9.2

318%

1900

13.7

10.4

13%

1910

14.7

13.5

30%

1920

13.2

13.9

3%

1930

11.6

14.2

2%

1940

8.8

11.6

-18%

1950

6.9

10.4

-10%

1960

5.3

9.7

-7%

1970

4.7

9.6

-1%

1980

6.2

14.1

47%

1990

7.9

19.8

40%

2000

11.1

31.1

57%

2010

12.4

36.7

12%

1880-1924
6 million Italians
came to US.

Italians largest
foreign-born group

Italian-Americans 5th
largest ethnic group with
16 million (6% of
population)

Inizialmente la pressione per il non parlare italiano veniva dal di fuori della comunit, ma ad essa si
aggiunsero tensioni interne ad essa. Laccettazione della dominanza simbolica evidente nelle
biografie di persone come Jerre (Gernaldo) Mangione, figlio di migranti siciliani. Egli, ad esempio,
ha raccontato come cercasse di costruire un ponte sul profondo solco che separava le sue vite in
Sicilia e in America. Egli, in particolare, descrive il risentimento provato verso i suoi genitori che
accusava di essere rimasti stranieri. la vergogna provata quanto la madre lo chiamava dalla finestra
in siciliano (Mangione 1978:14).
Nel corso della sua vita, egli pi volte dovette combattere contro la sensazione di sentirsi
straniero nel paese di nascita, e di avere un piede nella memoria di unidentit siciliana e laltro nel
sistema americano.
La compresenza di valori culturali e identit diverse ha alimentato il dibattito sulletnicit
negli Stati Uniti un tempo come oggi. Il classico studio di Whyte (1943) sulla presenza italiana nel
North End di Boston tra il 1937 e il 1940 ha contribuito ad alimentare tale dibattito, soprattutto per
quel che concerne la seconda generazione, di cui il sociologo ha evidenziato le difficolt di
avanzamento sociale nel paese di immigrazione. Secondo Whyte, in particolare, anche se un italiano
voleva dimenticare la propria italianit, era la societ di immigrazione a ricordargliela
costantemente. Tale atteggiamento continua ancora oggi: anche oggi, infatti, nelle scuole americane
si tende a tagliare le radici culturali dei bambini al fine di favorirne lassimilazione al sistema
culturale americano: ai bambini, in particolare, viene insegnato come diventare americano e
superare il patrimonio della cultura del paese dorigine dei propri genitori, compresa la lingua.
Il lavoro di Whyte ha influenzato notevolmente il dibattito culturale degli Stati Uniti: basti
pensare che fu adottato come libro di testo in moltissime universit americane. Secondo Adler,
Adler and Johnson (1992:3), infatti, pochissimi lavori empirici nella storia della sociologia americana
hanno influenzato il dibattito e la disciplina come Street Corner Society. Pubblicato in tre diverse
edizioni (1943, 1955, 1981) e con le sue oltre 200.000 copie vendute, esso pu essere verosimilmente
considerato un classico. Il quartiere di Boston studiato, il North End, consisteva di poche strade e,
ancor prima dellarrivo in questarea di migranti italiani, originari soprattutto dalla Campania, dalla
Sicilia e dallAbruzzo, era tra i pi densamente popolati della citt.
Nel 1880 la popolazione italiana del North End era di circa 1.000-1.200 persone ma dal 1900 la
presenza italiana crebbe fino a raggiungere le 24.000 persone. In quellanno la popolazione di Boston
era di 560.892. Tra il 1900 e il 1920 vi fu un ulteriore incremento del numero degli italiani che
raggiunsero il 10% della popolazione di Boston. Dal 1930 il North End era quasi completamente
italiano: qui risiedevano infatti oltre 30.000 migranti italiani.

Anche su queste basi, Whyte descrisse questarea come un ghetto italiano. Secondo Whyte,
qui, nonostante le condizioni abitative estremamente precarie, il quartiere non era disorganizzato, ma al
contrario, era strutturato intorno a varie Little Italies su base regionale e paesana: nel quartiere infatti i
migranti si riunivano sulla base della comune origine paesana o regionale. In alcune aree, era possibile
vedere unenclave di migranti provenienti da piccoli paesi come Lapio e Montefalcione (AV), ecc
Il maggior numero di migranti residenti nel North End veniva dalla provincia di Avellino:
ogni gruppo proveniente dai singoli paesi irpini, una volta arrivato negli Stati Uniti, conservava le
proprie tradizioni, la propria organizzazione e anche le proprie feste religiose. Molti di questi gruppi
fondarono delle societ di mutuo soccorso o associazioni che supportavano i compaesani emigrati.
Nel 1908 a Boston cerano almeno 50 di queste organizzazioni, alcune delle quali sono attive
ancora oggi.
Il libro di Whyte ricevette unaccoglienza controversa nella mia famiglia. Mio zio, Fred
Langone, scrisse Conoscevo bene Bill Whyte perch era spesso ospite a casa mia e labbiamo
sempre trattato come uno della famiglia. A questo punto dobbligo un breve excursus sulla mia
famiglia e su Fred Langone, il cui nonno (Giuseppe Langone) era il fratello della mia bisnonna.
Giuseppe Langone divenne il primo politico italiano della citt di Boston e successivamente anche
senatore. La famiglia Langone migr da Marsiconuovo (PZ) nel 1875 quando la mia bisnonna
Caterina e suo fratello Giuseppe erano bambini. Whyte andava spesso a casa di Fred Langone
perch il padre di Fred, Giuseppe Langone Junior, segu le orme paterne in politica. In quegli anni,
Whyte stava facendo la sua ricerca e Giuseppe Langone era un senatore che stava concorrendo per
un seggio vacante nel Congresso degli Stati Uniti. Whyte cap limportanza di includere anche un
capitolo sulla vita politica nella sua ricerca e, di conseguenza, frequent a lungo la mia famiglia.
Una volta pubblicato il libro, Fred Langone sostenne pubblicamente che il questa ricerca
dava unimmagine sbagliata dalle comunit italiana: sfruttando stereotipi noti come quelli divulgati
dai film su Al Capone e la mafia, la comunit italiana era ridotta a un covo di criminali. Quello che,
secondo lui, il libro di Whyte fece, fu di estendere a tutti i membri della comunit il ritratto di
piccolo delinquente mafioso. Le associazioni italiani come la NIAF (National Italian American
Foundation) e lOSIA (Order of the Sons of Italy in America) stanno ancora oggi combattendo
contro questi stereotipi negative che persistono e che sono ancora oggi presenti in serie tv e film.
Lidentit Italo-americana ha dovuto fare i conti con questo stigma e con una costante
discriminazione.
La grande immigrazione italiana negli Stati Uniti incominciata in uno dei periodi pi
razzisti della storia americana: allora, il razzismo era rivolto soprattutto verso gli italiani di origine
meridionale.
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Lodio razziale era alimentato nellopinione pubblica dalla credenza che i gruppi affacciati
sul mediterraneo fossero inferiori moralmente ai gruppi originari del Nord Europa. I meridionali
italiani erano considerati sul piano culturale uguale ai neri e erano oggetto di preoccupazione
razziale anche per via della loro crescente presenza che faceva interrogare la societ americana sul
ruolo da assegnare alla differenza culturale.
A questo punto, posso citare un esempio che deriva dalla mia storia personale e che
testimonia come, tra la fine del XIX secolo e linizio del XX, i migranti meridionali fossero
considerati e dunque classificati come gruppo a se stante nelle statistiche ufficiali, come qualcosa a
met strada tra i bianchi e i neri, o, per dirla con Richards (1999) come neri non visibili.
Lestensione di questo tipo di razzismo testimonia quanto esso fosse irrazionale e non obiettivo: al
di l del colore della pelle, questo atteggiamento razzista era diretto a un modo di vita, a una
cultura, a una lingua e a una religione, in una maniera simile a quanto si fa oggi negli Stati Uniti nei
confronti delle minoranze ispanofone. Nel passaporto il colorito di Celestina Campa da Capestrano
(la moglie del fratello della mia bisnonna, nata a Montefalcione, AV), era descritto come
rossastro, mentre quello di Giuseppe Langone (laltro fratello della mia bisnonna) come scuro.
Il loro fratello Michele Langone, invece, era descritto come aquilino.
Molti studiosi hanno sostenuto che tale discriminazione abbia accelerato il desiderio degli
italiani di essere assimilati e di abbandonare la loro identit etnica velocemente.

Tuttavia, nel

contempo, sebbene la societ americana richiedesse lassimilazione dei migranti, impose molti ostacoli
per la realizzazione di tale processo. Tra questi, il sistema delle quote, che limitava di fatto larrivo di
alcuni gruppi etnici. Ancora, tra gli italiani di Boston cerano bassissimi tassi di naturalizzazione
(16.5% nel 1885; 36% nel 1900). Nel 1885 solo 3.024 dei 17.556 residenti nel North End avevano il
diritto di voto, con evidenti ripercussioni sul tasso di partecipazione politica degli italiani.
A ci si aggiunse anche la presenza di un test che attestasse le competenze linguistiche in
inglese (dal 1893).
Tutte queste limitazioni hanno avuto un impatto sugli italiani e la maggioranza dei migranti
della prima ondata erano contadini non alfabetizzati, abituati a usare il proprio dialetto piuttosto che
litaliano. La mancanza di unit linguistica tra tutti questi gruppi regionali di migranti va tenuta nel
debito conto, soprattutto quando si parla, per gli Stati Uniti, di persone capaci di parlare italiano.
Il termine italiano dovrebbe essere considerato come un termine tetto sotto al quale vi sono tutti
i dialetti regionali e non come sinonimo di italiano standard.
La prima guerra mondiale interruppe limmigrazione italiana tra il 1914 e il 1918. Dopo la
fine della guerra, gli Stati Uniti misero in atto una politica restrittiva nei confronti

dellimmigrazione promulgando alcuni atti che avevano lo scopo preciso di limitare gli ingressi (il
Restriction Act del 1921; Johnson-Reed Act of 1924).
Le conseguenze di tali scelte politiche si ebbero sulla lingua. Nel 1910 i migranti capaci di
parlare italiano erano 1.4 milioni. A partire dalla fine degli anni Trenta, nonostante da questo
momento le nascite dei figli dei migranti superassero gli arrivi di nuovi migranti, la comunit
italiana continu a crescere e al momento dellingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra
mondiale (1941), gli italiani (4.5 milioni) erano ancora il gruppo etnico pi numeroso negli Stati
Uniti (13% della popolazione) e avevano, al loro interno, la percentuale pi elevata di persone che
non erano in grado di parlare inglese.
Non sorprende, per, che con la Guerra il tasso di abbandono dellitaliano crebbe
notevolmente: gli italiani e i tedeschi, infatti, erano generalmente guardati con sospetto. LFBI
riteneva che gli italiani fossero potenziali traditori e andassero tenuti docchio. In questi anni, un
poster governativo ritraeva le caricature di Mussolini e Hitler con la scritta non parlare il
linguaggio del nemico! parla americano!. Nei negozi italiani e nei club, spesso, vi erano targhe con
la scritta non si parla italiano per tutta la durata della guerra. Essere italiano, in quei tempi, voleva
dire essere trattato con sospetto.
Il Presidente Franklin Roosevelt firm un proclama secondo cui 600.000 Italiani divennero
nemici pubblici,. nel febbraio del 1942, questi italiani, che non erano ancora naturalizzati negli Stati
Uniti, dovettero andare agli uffici pubblici per farsi prendere le impronte digitali e per farsi
registrare come nemici pubblici.
Molti di questi avevano figli e moglie naturalizzate, per non parlare di tutti coloro che
avevano i figli e i nipoti che prestavano servizio nellesercito americano.
Le organizzazioni italiane e i media tacquero. Linsegnamento dellitaliano fu eliminato dai
2/3 delle scuole e dai college.
Durante la Guerra, gli italiani avevano paura di mostrarsi troppo italiani per via della forte
stigmatizzazione della lingua e della cultura italiana. Diventare americano, in questi anni, ha
richiesto una sorta di amnesia: il miglior modo per provare la propria lealt al paese in cui si viveva
era dimenticare da dove si veniva e chi si era.
In maniera provocatoria, Di Stasi (2001:308)

ha scritto

noi tendiamo a pensare al

genocidio come la distruzione fisica ci una razza o di un grippo, ma il termine potrebbe essere
applicato anche alla distruzione del genio di un gruppo, dalluccisione del suo spirito creative
attraverso la capillare messa a tacere della sua arte.
Questa posizione in linea con le osservazioni di Vecoli (1999:22) secondo cui
lassimilazione linguistica durante i periodi di Guerra pu essere turbolenta, talvolta anche violenta.
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3. Che cosa rimane?

Da alcuni recenti studi, sembrerebbe che a partire dalla seconda generazione poco rimanga
dellidentit italiana. Anche nei casi in cui letnicit rimane, essa considerate nostalgica,
simbolica, intermittente. Questo non sembra valere per la comunit italiana.
Tra il 1990 e il 2000, infatti, i censimenti hanno mostrato che il numero di persone che si
identificano con lItalia aumentato: anche se il grosso flusso di arrivo negli Stati Uniti si esaurito
oltre un secolo fa, la III e a IV generazione di italo-americani possono ancora partecipare a club,
associazioni e attivit etniche. Questo profondo cambiamento nellidentificazione della propria
identit pu variare durante la vita dei singoli individui e ci fornisce alcuni spunti di riflessioni sulle
modalit attivate dagli italo-americani per adattare la loro etnicit al contesto sociale.
Non deve neppure sorprendere il fatto che la natura dellidentificazione e i sentimenti
espressi nei confronti dellItalia, della cultura italiana e della lingua italiana differiscano in relazione
al luogo di nascita e che siano variamente manipolati nellambito di specifici contesti. Pensiamo,
per esempio, a Jason Aluia, nato in America da genitori originario di Montefalcione (AV), che
afferma: mi sento montefalcionese quando porto in processione la statua di santAntonio. Mi sento
italiano quando litigo con un irlandese o quando la tv trasmette un partita della nazionale di calcio
italiana, ma parlo solo inglese e non sono mai stato italiana. Ci andr un giorno e sar un turista.
Negli Stati Uniti, Montefalcione una sorta di comunit immaginata, una patria a cui si
sente di appartenere anche e soprattutto per via della devozione al suo santo. I migranti da
Montefalcione erano e sono ancora il maggior numero dei residenti di North End e qui hanno aperto
la Societ di SantAntonio di Padova da Montefalcione. Nel 1909 un piccolo gruppo di
montefalcionesi apr il Circolo degli amici di Montefalcione e decise di fare la festa del proprio
patrono, SantAntonio. Fecero una colletta e comprarono una statua del Santo, simile a quella
presente nella chiesa di Montefalcione. Dal 1919, la festa di SantAntonio un appuntamento fisso
della comunit e rappresenta oggi una delle pi importanti feste religiose di tutto il New England.
Oggi non pi necessario per portarla per le strade della citt o per iscriversi al Comitato che
organizza la festa essere originario di Montefalcione: il padre di Aluia, ad esempio, arriv in
America dalla Sicilia quando aveva 17 anni.
Non tutti i membri del comitato hanno visto la processione originaria, quella fatta a
Montefalcione. Uno di loro, addirittura, mi confid di non essere mai stato in Italia, aggiungendo
questa [= Boston] lItalia per me. Unaltra testimonianza interessante di questa identit che rimane

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quella di Antonietta Di Stefano, nata in Italia ma residente a Boston da oltre quarantanni: il mio
corpo qui ma i miei pensieri sono in Italia.
Sebbene oggi la possibilit di iscriversi allassociazione montefalcionese sia estesa a tutti, ai
nuovi membri viene richiesta la partecipazione alle attivit che rinsaldano e rinforzano lidentit
etnica, come portare la statua del santo e partecipare alla festa.
Questa attivit sono infatti un simbolo potente per affermare la propria identit etnica. Le
societ religiose possono essere infatti considerate come una comunit di pratiche, ovvero dei
gruppi la cui identit definita dalla condivisione di un dato dominio di interesse comune che
consente ai membri di interagire regolarmente. La partecipazione alla festa, inoltre, contribuisce al
mantenimento del legame con il paese dorigine, ma rappresenta anche un modo per evidenziare i
confini tra i vari gruppi regionali che convivono nel North End.
Simboli come le bandiere americane e italiane aprono la processione e canzoni patriottiche
americane e italiane sono suonate, quasi a dimostrare la doppia appartenenza dei partecipanti che si
riconoscono nellidentit italo-americana. Nel festival, le identit locali convivono insieme a quelle
nazionali, quasi come una prova di una mancata assimilazione.
Quando sono stata a Lapio e Montfalcione, inoltre, ho potuto vedere nel concreto gli effetti
del legame dei migranti con i loro paesi dorigine: i migranti, infatti, con le loro rimesse hanno
contribuito alla costruzione di case e scuole e al restauro della chiesa. Sono state infatti le rimesse
dei migranti che hanno contribuito al processo di ammodernamento di tante aree del sud Italia.
Per tutti questi motive, dunque, la mia risposta alla domanda che d il titolo al paragrafo
questa: nonostante una fortissimo tendenza allomogeneizzazione cultural, la forza e la persistenza
di identit locali e della loro capacit di adattarsi sono state fin troppo sotto-stimate. Proprio per
questo diventa imprescindibile comprendere i vari contesti e i vari contenuti dellidentit e
delletnicit.

4. Rilevanza dellesperienza Italo-Americana nellodierno dibattito sulle migrazioni negli Stati


Uniti e in Italia

Nelle pagine precedenti, ho gi notato limportanza attribuita ai concetti di razza, etnicit e


lingua nel dibattito contemporaneo negli Stati Uniti come altrove. Come gli italiani prima di loro, i
migranti di oggi sono accusati di non integrarsi e di rifiutarsi di apprendere lInglese, mostrando
dunque di non essere patriottici. Tuttavia, se si guardano i dati dei recenti censimenti, si pu
facilmente mostrare come in nessun paese lo shift verso la lingua del paese di immigrazione pi
veloce che negli Stati Uniti (i dati dunque dimostrano il contrario). Nessun gruppo di migranti,
12

tranne forse gli Amish che vivono in condizioni di isolamento, in grado di preservare la loro
lingua dorigine per pi di due o tre generazioni. Tuttavia, i sociolinguisti sanno molto bene (e il
caso italo-americano lo conferma) che le identit etniche possono sopravvivere alla perdita della
lingua dorigine.
Testimonia limportanza dellidentit nel mondo contemporaneo il fatto che tutti noi siamo
continuamente etichettati, catalogati, anche in base alla nostra identit etnica. Alcune circostanze,
ad esempio, possono costringere un individuo o un gruppo a scegliere/preferire una data identit
(nazionale, religiosa, di genere), se non addirittura a rifiutarne unalta. Gli Stati giocano un ruolo
critico nellassegnare alcune etichette alle persone. In Finlandia, un paese che per costituzione
bilingue in finlandese e svedese, i cittadini devono essere registrati o come parlanti svedesi o come
parlanti finlandesi, ma non c nessuna categoria per i bilingui.
In molti Stati, ancora, lo status di cittadino determina laccesso ad alcuni diritti. Ora che le
migrazioni sono il fattore pi importante per la crescita demografica in Europa, la tensione tra lo
status di cittadino e la possibilit di accedere al diritto di cittadinanza molto acceso.
In Europa, ad esempio, nonostante le direttive del CERF (Common European Framework of
Reference), la cittadinanza regolata dai singoli stati secondo criteri spesso diversi. In Italia, ad
esempio, un bambino nato da genitori italiani diventa automaticamente cittadino italiano, ma le
leggi sono molto restrittive per gli immigrati presenti nel nostro paese. A loro viene richiesto di
risiedere stabilmente in Italia per almeno dieci anni per la naturalizzazione. Oggi, un italiano di V
generazione negli Stati Uniti pu accedere alla cittadinanza Italiana molto pi facilmente di un
bambino nato in Italia da genitori stranieri. Nel 2009 e nel 2010 pi di 700.000 bambini tra i 3 e i 18
anni erano iscritti nella scuola italiana erano stranieri e privi della cittadinanza italiana. Ogni anno
meno dell% dei migranti regolari diventa cittadino e lo status di straniero si perpetua nelle
generazioni. Sebbene non ci siano dati certi sui flussi diretti verso lItalia, possiamo semplificare
dicendo che a partire dagli anni 70 i trend migratori italiani sono cambiati e negli ultimi
quarantanni lItalia diventata un paese di immigrazione dopo essere stata per oltre un secolo un
paese di emigrazione. Albanesi, romeni, ucraini, serbi, cinesi,marocchini e africani originari delle
ex-colonie italiane popolano le nostre citt. nonostante la richiesta di manodopera immigrata,
soprattutto nelle grandi citt dellItalia settentrionale, i migranti residenti nel nostro paese sono
vittima di razzismo e trattati come lo furono i nostri emigrati partiti per gli Stati Uniti. Nel suo
rapporto annuale la commissione europea contro il razzismo e lintolleranza ha ripetutamente
criticato il governo italiano per la sua mancanza di politiche di sostegno rivolte alle minoranze non
territoriali come i Rom e i Sinti, e per la mancanza dellestensione del diritto di cittadinanza alle
seconde generazioni di immigrati. Nel 2008 Amnesty International ha condannato i politici italiani
13

per luso di un linguaggio razzista e xenofobo che ha creato un clima in cui i gruppi minoritari sono
stati vittime di violenza.
E unironia tragica quella secondo cui il governo italiano che ha adottato sempre pi
complesse e flessibili definizioni dellidentit nazionale per permettere che essa fosse trasmessa
nelle generazioni di italiani allestero, non sembra avere imparato la lezione e non sembra volere
adottare simili strategie per gli immigrati presenti nel nostro paese. la mancanza di un quadro di
riferimento politico non fa altro che deteriorare ulteriormente questa situazione.

5. Perch lidentit importante

Le odierne condizioni politiche, sociali ed economiche accompagnate alla globalizzazione ci


impongono di rivedere criticamente concetti come lappartenenza in diverse comunit linguistiche e
culturali. A mio avviso ci sono due grosse sfide. La prima riguarda la possibilit di riconciliare la
visione costruttivista con quella essenzialista dellidentit. La seconda ripensare gli Stati-nazione
e la loro relazione con le identit nazionali in un modo pi pluralista e inclusivo. Queste due sfide
sono interdipendenti per via di una forte interrazione tra luso di un dato linguaggio, alcuni valori
culturali, il potere politico, lo sviluppo socio-economico e le identit nazionali e locali.

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18

Migration and Multilingualism in the UK: the case of the Italian communities in
Bedford and Peterborough
Siria Guzzo & Anna Gallo

Questo contributo si propone lanalisi del comportamento linguistico di due comunit italiane di
Bedford e Peterborough, e si concentra in modo particolare sulla fonologia della III generazione di
italiani. Tale contributo vuole capire se la III generazione di Anglo-Italiani esprima unidentit
sociolinguistica quando parlano in inglese. A tal fine, saranno studiate la resa della variante
fonologica (a) nei prestiti italiani inseriti nellinglese e la de-aspirazione delle consonanti plosive
(Guzzo 2007).
1.

Migrazione verso la Gran Bretagna: inizi e sviluppi

La prima ondata di migranti italiani verso il Regno Unito part dopo la Seconda Guerra mondiale.
La carenza di manodopera di molti paesi europei port un gran numero di lavoratori poco qualificati
laddove richiesti: a questa condizione deve essere ascritta la presenza della maggioranza delle
minoranze linguistiche che attualmente vivono nel Regno Unito che, difatti, includono migranti
arrivati tra gli Anni Quaranta egli anni Ottanta e le loro II e III generazioni. Con particolare
riferimento allarea di Bedford e Peterborough, gli italiani arrivarono a partire dallinizio degli anni
Cinquanta, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Benvenute inizialmente, le minoranze nel
Regno Unito sono state oggetto di misure restrittive dopo la crisi economica degli anni Settanta.
Dagli anni Novanta in poi, la migrazione e la coabitazione di gruppi diversi stata una costante
nella cosmopolita societ britannica.
Negli ultimi cinquantanni il crescente numero di BME (Minoranze nere e etniche) e la presenza di
popolazione asiatica hanno contribuito alla formazione di una societ multilingue e multiculturale.
Inoltre, stato stimato che gli altri gruppi bianchi sono formati da circa 1.3 milioni di persone; il
34% di essi nato nellEuropa occidentale e il 14% nellEuropa orientale (figura 1):

19

Western Europe

UK

Eastern Europe

North America

Africa

Oceania

Asia

South America

Others

3% 1%
6%

7%

33%

7%
10%
14%

19%

Sebbene ancora rilevante, il flusso di migranti in diminuzione, come mostrato dai dati dellIPS
(International Passenger Survey). E stato infatti dimostrato che nel 2010 il numero di migranti a
lungo termine (ossia di coloro che vorrebbero rimanere in Inghilterra per oltre 12 mesi) era nella
regione di 191.000 unit, crollato rispetto al 2008 di circa il 20% (Fonte:
(Fonte: ONS, Office for National
Statistics).
Lintegrazione di queste minoranze nella societ dipende da due modelli: in primo luogo, quando
gli stessi valori di pluralismo civico sono condivisi, il mantenimento delle lingue e delle culture
dorigine incoraggiato
ggiato dallo Stato e lintegrazione diventa pi semplice. Al contrario, secondo il
paradigma assimilazionista, da preferire unassimilazione totale che determina una perdita delle
specificit linguistiche e culturali dei gruppi etnici (Baker,

2001 in Kroon
Kroon & Vallen, 2006;

Bourthis, in Kroon & Vallen, 2006; Extra & Yamur,


Ya
2006).
Il mantenimento della cultura e della lingua dipende anche dalla vitalit etnolinguistica, che a sua
volta dipende dalla frequenza con cui i gruppi di minoranza interagiscono con il paese dorigine,
dalla coesione interna della comunit, e da fattori sociolinguistici, storici e demografici Gorter,
2006; Gardner-Chloros,
Chloros, 2007; Di Salvo, forthcoming).
Seguendo Fishman 1991, ci sono tre fattori che condizionano la sopravvivenza di una
u lingua: un
livello adeguato di competenza; lopportunit di parlare questa data lingua sia nei domini privati che
in quelli pubblici; e soprattutto, la disponibilit a promuovere e preservare questa lingua di
minoranza. Il mantenimento linguistico o lo shift dipendono anche dagli atteggiamenti della societ
nei confronti delle minoranze e dallimportanza che il gruppo di minoranza attribuisce alla propria
cultura (Garca 2006).
Talvolta le persone possono sentirsi legati a pi di una comunit, specialmente
specialmente quando si arriva alla
III generazione che, sebbene perfettamente intergrata alla societ di immigrazione, capace di
mantenere un sentimento di appartenenza verso la comunit di origine, come nel caso della
20

comunit italiana di Bedford. Questa generazione diventa dunque un esempio di identit mista, in
quanto sta al centro di due identit, ciascuna con i suoi tratti distintivi.

1.1

Il caso italiano: cause e caratteristiche della migrazione

I primi arrivi degli italiani nel Regno Unito risalgono allinizio del XIX secolo; unondata
successiva pu essere collocata alla fine del XIX secolo. Per quanto riguarda limmigrazione
successiva alla II guerra mondale, essa rientrava nellambito di un accordo che il governo italiano
stipul con quello inglese. Successivamente, una catena migratoria inizi: tale catena coinvolgeva
soprattutto le regioni italiane meridionali (Campania, Calabria, Puglia, Sicilia). I migranti erano
occupati soprattutto nellagricoltura e nella locale industria di mattoni, e, successivamente, anche
nel settore della ristorazione. La maggioranza degli italiani si stanzi nel Sud Est dellInghilterra,
dove vive il 60% circa dei britaliani.
Un gran numero di italiani si stanzi nelle citt di Bedford e Peterborough, citt dellInghilterra
orientale. Lest dellInghilterra ha una popolazione di circa 5.847.000 persone, di cui 584.000 di
origine straniera. Nel censimento del 2011, gli italiani erano al V posto tra i vari gruppi stranieri.
Bedford ha un popolazione di circa 160.8000 abitanti; di essi, oltre il 30% di origine straniera e,
per questo, questa citt pu essere considerata come un esempio di realt multiculturale. Qui gli
italiani arrivarono a partire dagli anni Cinquanta e furono circa 10.000 quelli che vi si trasferirono
tra gli anni Cinquanta e il decennio successivo. Oggi, la comunit italiana la pi numerosa e,
secondo i dati del censimento del 2001, era formata da 41.261 membri.
La comunit italiana di Peterborough ha visto lo stesso flusso costante di migranti per le medesime
ragioni e dalle medesime regioni italiane. E stato accertato che tra il 1960 e il 1980 le industrie di
Peterborough hanno dato lavoro a circa 6.000 italiani che si erano trasferiti nella citt tra il 1950 e la
fine degli anni Sessanta. Oggi, la comunit italiana di Peterborough costituisce circa il 4% della
locale popolazione, pari a circa 184.000 abitanti.

1.1.1. La comunit italiana di Bedford: background linguistico e culturale

Un punto di partenza per le nostre riflessioni ricordare le diverse regioni di origine dei membri
della comunit italiana di Bedford e la variazione regionale, fattore decisivo per determinare le
competenze linguistiche dei migranti: la maggioranza di loro arriv in Inghilterra dopo la fine della
Seconda guerra mondiale con un basso livello di scolarizzazione: la loro lingua madre non era
litaliano, ma un dialetto locale. Sebbene il progetto Bedfordshire EEC Mother Tongue and
21

Culture abbia dimostrato che era possibile incoraggiare gli allievi a parlare italiano, tale
insegnamento progressivamente stato cancellato dai curricola scolastici.
Nonostante ci, la comunit sente ancora il bisogno di mantenere vive la propria lingua e la propria
cultura. Non pi aiutate dal governo italiano, oggi le famiglie italiane sono obbligate a pagare
lezioni private di italiano, organizzate soprattutto dalla Chiesa o da associazioni private.
I dati raccolti da Guzzo nel 2004 e successivamente analizzati (v. Guzzo 2007) hanno mostrato
risultati interessanti: non solo la I generazione ma anche la II e la III sentono un forte legame con la
cultura italiana. Anche se cresciuti in Inghilterra, molti di questi si considerano pi italiani che
britannici. I membri della II generazione non hanno un profondo sentimento di identificazione con
la cultura inglese, ma al contrario custodiscono una forte identit italiana (43% negli uomini; 46.5%
nelle donne). Ancora pi sorprendente il fatto che questo quadro non cambia neppure nella III
generazione: il 55.5% dei ragazzi e il 65% delle ragazze afferma di sentirsi estremamente italiano.
Tale italianit si riflette nella conformazione delle reti sociali, prevalentemente italiane. C dunque
un forte desiderio di mantenere lidentit italiana, come testimoniato anche dallattivit della
comunit su facebook, che, come dimostrato da Balirano e Guzzo (2011), contribuisce alla
creazione di una comunit diasporica online basata sulla comune identit italiana. Questa identit si
manifesta anche attraverso particolari usi linguistici: code-switchine e code mixing, lessico italiano,
spesso inglesizzato, e uso di colloquialismi, tutti elementi che concorrono a mostrare unimmagine
positiva attribuita allItalia e allidentit italiana comune. Questa analisi ha mostrato luso di alcune
variabili morfosintattiche usate per italianizzare o inglesizzare il proprio linguaggio, creando una
sorta di comunit chiusa (virtuale) in maniera non molto lontana da quella costruita nellambiente
lavorativo da parte della II generazione studiato da Guzzo 2007. Studi precedenti sulla comunit
italiana di Bedford hanno dimostrato che linglese la prima lingua della maggioranza della II e
della III generazione, che tuttavia possono conservare una competenza passiva dellitaliano.
La fonologia degli italiani di Bedford caratterizzata dalla desonorizzazione delle plosive /p/, /t/ e
/k/ che precedono una sillaba accentata. Questo risultato, secondo Guzzo, indica la nascita di un
dialetto che accomunerebbe tutte le minoranze linguistiche residenti in Gran Bretagna in quanto tale
caratteristica presente anche nei Pakistani e nei Bangladeshi. Sulla base di studi successivi (Guzzo
2011), stato possibile mostrare che livelli di accomodamento linguistico verso linglese non sono
particolarmente elevati nella I generazione, ma nella II generazione, che tende alluso, soprattutto
nel contesto lavorativo, di una strategia di adeguamento allinterlocutore molto forte. La seconda
generazione, in particolare, adatta la propria pronuncia alla presenza di un interlocutore italiano o
inglese. Modificando il proprio linguaggio in relazione alla situazione e al contesto comunicativo e
allidentit (etnica) dellinterlocutore, i parlanti di II generazione sembrano modificare il proprio
22

stile comunicativo anche in relazione a specifiche motivazioni commerciali (vendere, per esempio).
Molto interessante che anche i parlanti appartenenti alla III generazione sentono il bisogno di
mostrare la propria identit adottando alcune caratteristiche linguistiche capaci di rilevare il non
allineamento a unidentit britannica. Lo stile comunicativo dei parlanti di III generazione, in
questo caso, evidenzia la volont dei parlanti di darsi unidentit etnica e, di conseguenza, le
caratteristiche linguistiche diventano quasi dei marcatori identitari, usati dai parlanti per confermare
la loro identit italiana.

1.1.2 Gli italiani di Peterborough

Peterborough, come Bedford, ha visto un aumento incredibile dellimmigrazione durante gli anni
successivi alla seconda guerra mondiale per effetto degli accordi che il governo inglese stipul con
quello italiano. Anche qui, i migranti lavorarono soprattutto nelle locali industrie di mattoni (come
la London Brick Company), che arruolarono circa 3000 italiana fino alla fine degli anni Sessanta.
Successivamente, numerosi lavoratori un tempo impiegati nella produzione di laterizi avviarono
attivit in proprio, soprattutto nel campo delledilizia e della ristorazione.
Nel 1985, uno sportello consolare fu aperto a Peterboroguh (dipendeva da quello di Bedford) e, sin
da subito, divenne il simbolo dellitalianit e, nel contempo, diede alla comunit italiana la
possibilit di mantenere relazioni stabili con il loro paese dorigine.
Grazie al LEA (Local Education Authority), fu condotta tra il 1980 e il 1981 unimportanze ricerca
sulluso delle lingue di minoranza nella II e nella III generazione di migranti residenti in questa citt
inglese; gli intervistati furono 32.662 allievi delle locali scuole con et compresa tra i 5 e i 16 anni.
Di questi, il 7.4% afferm di essere bilingue e molti di questi specificarono che era litaliano la
seconda lingua abitualmente parlata in casa. Quella italiana era la seconda minoranza dopo quella
Punjabi.

23

Una successiva inchiesta, condotta nellambito del Linguistic Minorities Project (LMP, 1985)
dimostr che il 90% degli iscritti alle scuole superiori era monolingue in inglese. Il restante 10%
(168 soggetti) afferm di non parlare a casa inglese; circa il 30% di essi dichiar di essere bilingue.
In particolare, 16 soggetti dichiararono di parlare a casa sia litaliano che linglese, mentre altri 22
di parlare solo litaliano con i membri della propria famiglia:
Languages and language Only

one English and the other Two languages than

grouping

language given

language given

English given

Panjabi

18

8(Urdu)

Urdu/ Pakistani

18

4(Panjabi)

Gujerati

14

Bengali

Hindi/ Indian

1(Panjabi)

Pushtu

Italian

22

16

Chinese

Irish/Welsh/Scottish

Other

13

16

24

Inoltre, la tabella 2 suggerisce anche che le lingue di minoranza sono usate soprattutto allinterno
della famiglia, con i genitori e soprattutto con i nonni. Dallaltro lato, se le conversazioni
coinvolgono i membri pi giovani della famiglia, la percentuale cambia (aumenta luso
dellinglese).
Table 2 Languages used by bilingual pupils with family members and schoolfriends1

Oggi la comunit italiana di Peterborough integrata socialmente e i suoi membri sono impiegati in
svariati settori economici. Nel 2001, Cereste afferm che la comunit era formata da circa 6000
italiani, provenienti soprattutto da Campania, Puglia e Sicilia. Per quanto riguarda la cultura
italiana, un ruolo fondamentale esercitato dallassociazione culturale The Fleet che dal 1984
esercita un ruolo di raccordo tra i membri della comunit e rinforza il legame con la madrepatria.

2.

Corpus e metodo danalisi

Obiettivo del nostro studio comparare i dati raccolti a Peterborough con quelli preliminarmente
raccolti a Bedford e studiare la variazione tra le varie comunit di minoranza residenti nel Regno
Unito. La metodologia si basa su metodi quantitativi e qualitativi insieme. La nostra inchiesta si
proposta di identificare le caratteristiche linguistiche che la III generazione adopera e di
confrontarle con quelle adoperate con i coetanei di Bedford. A tal fine, un corpus di parlato
spontaneo stato raccolto nel novembre 2011: gli stessi metodi erano gi stati sperimentati a
1

Source: LMP, in M. STUBBS, op. cit., p.366.

25

Bedford nel 2006. Si anche proceduto con diverse metodologie: osservazione partecipante, la
collezione di dati etnografici attraverso luso di un questionario, nonch interviste qualitative per un
totale di 10 ore di conversazione. Il campione di Peterborough formato da 20 giovani di III
generazione con et compresa tra i 12 e i 21 anni (quello di Bedford da 32 migranti con et
analoga). In entrambi i contesti, gli informatori sono stati arruolati mediante la metodologia della
rete sociale: tutti gli informatori sono stati selezionati in quanto appartenenti alla rete sociale della
comunit italiana e, di conseguenza, sono legati lun laltro da vincoli di parentela, amicizia, . Il
questionario stato distribuito allinterno di questa rete, presso il Fleet e in alcune scuole superiori
della zona. Qui sono state raccolte anche le interviste etnografiche. In questa fase sono stati
selezionati sia parlanti uomini che parlanti donne, ma nellarticolo si discuteranno i dati relativi ai
soli uomini.
Le interviste sono state successivamente archiviate, trascritte e analizzate.

3. Risultati
La nostra ipotesi di partenza che alcune caratteristiche fonologiche e grammaticali contribuiscano
alla costruzione di unidentit migratoria italiana, confermando i dati precedentemente emersi dallo
studio della comunit italiana di Bedford. In particolare, analizzeremo le realizzazioni di (a) nei
prestiti italiani e la de-aspirazione delle consonanti plosive, comparando i risultati di Peterborough
con quelli emersi a Bedford in Guzzo (2007).
Per quanto riguarda la realizzazione di (a) nei presiti va menzionato il pionieristico lavoro di
Boberg (1997) negli Stati Uniti; egli ha analizzato i processi di adattamento dei prestiti dalle lingue
di minoranza nellinglese degli Stati Uniti, mostrando come siano possibili due diversi tipi di
realizzazione di (a): una // breve come in cat e una / / lunga come in father. Nellinglese
britannico, anche per effetto di fattori prosodici, // la realizzazione di default, appare soprattutto
in sillabe chiuse, mentre / / si ritrova generalmente in sillabe aperte. Secondo Boberg questa
variazione tra inglese britannico e inglese americano sarebbe dovuta alla natura qualitativa
dellaccomodamento dei presiti negli Stati uniti da un lato, e alla natura quantitativa dellanalogo
processo in Gran Bretagna. A partire da Boberg, possibile porsi alcuni quesiti: che cosa succede
quando si analizza questa variabile allinterno di una comunit etnica, come, ad esempio, nelle
comunit italiane di Bedford e Peterborough?
Per rispondere a questa domanda, abbiamo modificato linventario delle soluzioni proposte da
Boberg, aggiungendo anche la /a/ centrale, che sarebbe dovuta ad interferenza con litaliano. Per
lanalisi sono state analizzate 555 parole a Bedford e 304 a Peterborough.
26

I risultati hanno evidenziato che, soprattutto con un interlocutore italiano, la variante /a/ ad essere
preferita. Da un lato, questi risultati sembrano che laumento di /a/ sia dovuto alla volont del
parlante di mostrare il suo non essere British. Spesso, per, in contrasto con i propri genitori, la
III generazione sembra comportarsi pi come altri gruppi di minoranza che non come gli italiani:
questo dato, in particolare, sembrerebbe mostrare lincipienza di un dialetto che accomunerebbe
tutte le minoranze residenti sul suolo inglese che non si riconoscono in unidentit britannica.
Analizzando, ad esempio, gli adolescenti di sesso maschile residenti a Peterborough (tabella 3), si
evince come essi tendano a preferire la variante /a/ piuttosto che la pronuncia media. Questo mostra
delle analogie con il comportamento dei coetanei di Bedford che preferiscono tale variabile
soprattutto in presenza di un interlocutore italiano.
Table 3 Foreign (a) in the Peterborough adolescents of Italian origin
[]
[a]
26.9%
47.1%

[:]
25.8%

A questo punto si rende necessaria unaltra premessa: i dati discussi in precedenza hanno
evidenziato una presenza crescente, sul suolo britannico, di minoranze indiane e di origine
irlandese. E possibile ipotizzare che tali risultati (tabella 3) siano dovuti a contatti con questi gruppi
di minoranza, che sarebbero tutti accomunati dalla volont di manifestare la loro comune identit
negativa: non sono British. Questo confermato anche dai dati relativi alla deaspirazione delle
plosive che sono stati riassunti nella tabella successiva:
Table 4 Aspiration and de-aspiration of voiceless plosives /p/, /t/, and /k/ among male adolescents
of Italian origin in Peterborough
De-aspiration [p], [t], [k]
Aspiration [ph], [th], [kh]
61.5%

38.4%

Questa variazione pu essere dovuta a fattori stilistici o sociali e pu essere considerata sintomatica
della variazione dellinglese dei giovani di Bedford e Peterborough nella misura in cui potrebbe
riflettere la loro identit italiana.
Inoltre, mentre analizzavamo la realizzazione di queste consonanti, abbiamo notato unulteriore
caratteristica a nostro parere interessante, ovvero la realizzazione del nesso /th/: in questo caso,
accanto alla pronuncia standard, si notata la tendenza a realizzare la fricativa dentale [] con la
dentale plosiva [t]:

Table 5 Phonetic realization of the dental fricative []


Standard Pronunciation
[] [f]
[] [t]
27

[]
74%

3.7%

22.2%

Anche tale realizzazione pu essere influenzata dal fatto che gli informatori sono cresciuti in un
ambiente italofono in cui la variante fricativa non presente.

4. Conclusioni
Il presente studio ha dimostrato che luso di alcune caratteristiche fonologiche consente ai migranti
di III generazione di esprimere la propria identit italiana, confermando, peraltro, i risultati di
ricerche precedenti condotte nella comunit italiana di Bedford (Guzzo 2007). A Bedford come a
Peterborough, infatti, i parlanti di III generazione condividono alcune caratteristiche, nonostante le
differenze geografiche e sociali.
Per riassumere, la nostra preliminare analisi linguistica del parlato dei ragazzi della III generazione
di Peterborough ha rilevato che essi condividono alcune delle caratteristiche linguistiche analizzate
e che queste ultime sono utilizzate per esprimere la loro identit italiana. Tuttavia, stata anche
riscontrata la necessit di ulteriori studi sulle minoranze residenti nel Regno Unito per tentare una
mappatura delle diverse comunit italiane.
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