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IL CLIMA DEL G2

In pratica funziona, ma in teoria?


di Antonio PASCALE

Capitolo I
La notte. Cioè, un po’ prima
Non posso nemmeno dire che sia colpa dei preti. Loro non c’entrano. Quindi,
assodato: non è colpa loro. Da piccolo, a nove anni, su consiglio di don Ambro-
sio, il prete che teneva il corso di catechismo, imparai a fare il bilancio della gior-
nata. L’esame di coscienza, come si diceva. Si dice anche adesso, in verità.
Ripassa tutta la tua giornata, valuta le cose buone e separale da quelle catti-
ve. Pentiti. Rilassati. Insomma, il metodo è noto, non c’è bisogno di dilungarsi.
Ora, per via di un inspiegabile senso di colpa, a sua volta derivante, probabil-
mente da un, a sua volta, inspiegabile senso di onnipotenza (è tutta colpa mia,
mia mia!), il bilancio risultava sempre «in negativo». Per questo, credo, facevo so-
gni brutti, incubi nei quali venivo punito per le mie numerosissime colpe accu-
mulate durante la giornata. Come dicevo: non posso nemmeno dire che sia colpa
dei preti, l’esame di coscienza non è mica una pratica scorretta, anzi. Però, fatto
sta: facevo degli incubi. Un ragazzino pallido e delicato, spesso malato, continua-
mente sotto penicillina, che si proponeva di eliminare le scorie della giornata e
che andava incontro a brutti sogni notturni. C’era qualcosa di morboso in tutto
questo, pensavo a volte, al risveglio.
La sensazione di morbosità o, come si dice oggi, di negatività mi ha accom-
pagnato per molte notti a venire, finché un giorno ho smesso. Di fare il bilancio
della giornata. Visto che mi era difficile separare le scorie e visto che, una volta se-
parate, alla fine, queste tornavano a inquinare il mio corpo, già malato e sotto
antibiotici, ho pensato bene, prima di addormentarmi di pensare a cose belle, co-
me si dice oggi, positive.
Così, ora che il senso di onnipotenza si è notevolmente abbassato – in effetti è
stato sublimato dalla scrittura – prima di addormentarmi penso a modelli ideali,
immagini semplici e chiare che da sole possono illuminare la notte nera. Cioè, vo- 145
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

glio dire, un po’ prima della notte, io sogno, ad occhi aperti, modelli ideali. Princi-
pio di associazione, suppongo. Se penso cose belle farò bei sogni. Sano ottimismo.
Quindi, giusto per fare un esempio, penso a questo modello – che secondo i
miei calcoli, pre-notturni, dovrebbero per sempre risolvere il problema energetico
degli italiani. Energetico in senso lato. In senso antropologico.
Mi dico: noi abbiamo delle opinioni. Bene, fin qui. Le nostre opinioni dovreb-
bero essere lette dai nostri politici di riferimento e successivamente, analizzate e
tradotte, infine, in norme, leggi, regolamenti, circolari esplicative, azioni politi-
che, insomma quel complesso di interventi volti (come si dice oggi) a migliorare
l’ambiente in cui viviamo. L’ambiente migliorato a sua volta migliora le nostre
opinioni. Dunque di conseguenza migliorano anche le nostre opinioni, i nostri
politici le nostre leggi eccetera – è inutile che mi dilungo. Modello ideale, come vi
dicevo. Ma se le nostri opinioni sono superficiali, tanto più superficiale sarà la let-
tura dei nostri politici e tanto peggio saranno le leggi. L’ambiente peggiora eccete-
ra. Dunque per migliorare il mondo (e i miei sogni) è essenziale migliorare le no-
stre opinioni. Per migliorare le nostre opinioni è assolutamente necessario studia-
re e approfondire, ergo, per migliorare il mondo è indispensabile il lavoro, con-
creto, quotidiano, serio, dell’intellettuale, in senso lato. La cultura.
Questo faccio. Prima di addormentarmi frequento la dimensione pedagogi-
ca. Ossia, mi applico in metodologica critica. Sviluppare un metodo, che sia rigo-
roso ma chiaro, che solleciti il discorso pubblico e dunque la crescita culturale.
Insomma, penso a cose belle e semplici. Penso agli intellettuali. Alla cultura. Al
gusto della conoscenza.
Funziona?
Che ve lo dico a fare: per niente! Gli incubi li faccio lo stesso. Pure peggio. Mi
sveglio in continuazione – ormai sono diventato insonne (tanto vale tornare al
vecchio esame di coscienza). Eppure, nonostante la delusione, e gli incubi, sento
di essere sulla strada giusta. Bisogna insistere. Con la cultura e con gli intellettua-
li. Così penso.
Insistiamo?

Capitolo II
Ma sì, insistiamo!
Gli intellettuali. Un breve cenno storico.

Qui bisogna mettersi d’accordo. Sugli intellettuali. E la cultura. E su tante al-


tre cose. Ma vediamo. Ci vuole calma. E metodo. Nel mio modello ideale, quello
pre-notturno, l’intellettuale che mi viene in mente, prima della notte cupa e nera,
è Socrate. Il Socrate del Protagora. Quello è l’intellettuale ecocompatibile, come si
usa dire oggi.
Nel 433 a.C., Socrate è giovane, ha 36 anni ed è relativamente sconosciuto.
146 Un amico lo ferma per strada: da dove vieni?, gli chiede. Non aspetta, in verità,
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nemmeno la risposta di Socrate: è chiaro, gli dice, sei andato a caccia della bel-
lezza di Alcibiade. Insomma Socrate è di ritorno da un incontro amoroso, e il suo
amico, dopo averlo canzonato, lo avvisa che Protagora, il sofista, è in città. Socra-
te di malavoglia si avvia al conciliabolo, si presenta e si siede per ascoltare Prota-
gora. Che parla. Un magnifico, suadente discorso: la verità, le passioni. Dopo ven-
ti pagine, Protagora smette e Socrate si scuote e annota con sottile ironia: aveva fi-
nito di parlare ma era come se parlasse ancora. Socrate era vittima, dunque, di
un’allucinazione sonora. Quindi, per prevenire futuri stati di incantamento, So-
crate avanza una proposta a Protagora: parliamo, discutiamo, ma usiamo di-
scorsi brevi. Come discorsi brevi?, chiede Protagora. Discorsi brevi, insiste Socrate.
Altrimenti non riesco a prendere le misure. Di cosa si discute dunque nel Protago-
ra? Di stile, per prima cosa. Poi della possibilità di usare la techne contro la tyche.
Di usare, cioè, la conoscenza – la techne è tradotta con mestiere, arte, scienza –
per tenere a bada la tyche, ovvero, ciò che semplicemente accade, tutto quello che
sfugge al controllo dell’uomo. E si discute di una terza cosa: la commisurabilità.
La misura. Come misurare le passioni umane? Come attribuire loro un senso? So-
crate farà bene o male ad andare di notte a caccia della bellezza di Alcibiade?
Compito del filosofo è quello di attribuire un valore a ogni bene. Fissazione di
Socrate, quella del valore e della differenza. È stato condannato per questo: aver
introdotto falsi dei ad Atene. Questa è la versione ufficiale. Socrate, in realtà, non
riteneva possibile che gli dei imponessero due diverse obbligazioni in contrasto tra
loro. Perché mai Agamennone deve partire per Troia perché i doveri dell’ospitalità
sono stati violati e contemporaneamente deve uccidere sua figlia Ifigenia per pro-
piziarsi il cammino? Quanti dei deve accontentare questo povero re? E no, a So-
crate la tragedia non lo convinceva. Gli sembrava ricattatoria. Meglio il discorso
pubblico, libero, argomentato e condiviso, meglio due contendenti intelligenti che
si danno battaglia. E che, soprattutto, alla fine della discussione, siano capaci di
valutare i singoli beni, attribuirgli un valore e dunque essere capaci di scegliere
l’uno o l’altro. O parto per Troia o sacrifico mia figlia.
Di notte ci penso prima di addormentarmi. Alle cose belle per non incorrere
negli incubi. Anche se poi non funziona, gli incubi arrivano lo stesso. Penso che
gli intellettuali dovrebbero occuparsi della misura. E per misurare occorre stile e
strumenti. Rigore e strumenti diversi perché diverse sono le arti comprese nella te-
chne. Nel Protagora se ne elencano parecchie, ci sono le arti produttive, come l’ar-
te del ciabattino o la costruzione degli edifici, insomma dove il prodotto può esse-
re specificato indipendentemente da ogni conoscenza dell’attività dell’artigiano. E
poi ci sono le arti mediche e quelle rubricate sotto la voce «fini interni»: suonare il
flauto, la danza, l’atletica. Qui non c’è nessun prodotto, ciò che è importante è
l’arte in sé.
Di notte penso allo schema di partenza, al modello ideale: le nostre opinioni
lette dai politici e tradotte in leggi. E agli intellettuali. Più serie, argomentate e
profonde sono le opinioni eccetera. Occorre misurare. Però è anche vero che non
abbiamo più dei che impongono deliberazioni in palese contrasto tra loro. Possia- 147
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

mo scegliere, valutare, abbiamo una quantità di fonti informative. E una tale


quantità di intellettuali. Tutto è più facile, rispetto a un tempo.
O no? E mi sa di no.
Bisogna pensarci su.
Domanda: esistono da qualche parte buoni discepoli di Socrate? Intellettuali
ecocompatibili, votati al risparmio energetico? Io per esempio, di sicuro no. Altro
che discorsi brevi, con tutte queste lunghissime digressioni…

Capitolo III
Inquinanti. Vari ed eventuali.

Scena: una mattina, più di vent’anni fa, all’università di agraria, secondo


anno, credo. Comunque, quella volta, la professoressa di fisiologia delle piante
coltivate, forse innervosita dalla frequenza bassa degli studenti, fermò la spiega-
zione (come fa l’acqua a salire dalle radice fino alla chioma di una sequoia) e
disse: noi italiani preferiamo la patologia alla fisiologia. Ovvero, il dato era il se-
guente: il corso di patologia vegetale era sempre ben frequentato, quello di fisiolo-
gia, diciamo, scarsamente frequentato. Perché? La professoressa non si lanciò in
indagini antropologiche, anche perché bisognava mettere a fuoco la questione ri-
salita dell’acqua. Ci tenne solo a sottolineare che spesso è proprio l’ignoranza del-
la fisiologia a produrre la patologia. Ora, non voglio dire che sono vent’anni che
ci penso, anche perché sennò qualcuno dei miei stretti familiari avrebbe già chia-
mato la neurodeliri, quindi, vent’anni no, ma quindici sì – in effetti rischio la
neuro. Mica siamo un popolo che davvero preferisce la patologia alla fisiologia?
Preferisce, per esempio commentare un danno già fatto che prevenirlo? E per
estensione simbolica, non è che la nostra categoria di intellettuali si eccita ogni
qualvolta sulla scena italiana irrompe una tragedia? Del tipo: te l’avevo detto io.
O del tipo: elogio sperticato alle Cassandre. Il sapere patologico costituisce allora
un inquinante? Nel senso che inquina la capacità di misurare? E di grazia, che
cos’è il sapere patologico?
Il sapere patologico potrebbe fare rima con la retorica dell’apocalisse. Una
delle tentazioni più seducenti della modernità. E dell’Occidente. E soprattutto, e
specificatamente, di noi italiani. Si proclama con molta facilità che la fine del
mondo è vicina. Come facevano i buoni e vecchi testimoni di Geova. Avete pre-
sente i buoni e cari testimoni di Geova? Quelli che bussano di sabato mattina al-
le vostre porte con la sola intenzione di atterrirvi. E convertirvi. Quelli che forti
della loro rivista, la Torre di Guardia, o Svegliatevi, vi parlano dell’imminente fi-
ne del mondo? Usavano – in verità usano ancora – una procedura standard.
Partivano da un modello ideale, generalmente un’immagine che raffigurava il
creato incontaminato e di seguito vi mostravano come abbiamo ridotto il mon-
do: ciminiere che sbuffano, armi nucleari in agguato, smog, inquinamento, ma-
148 nipolazione genetica.
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Insomma, i testimoni di Geova sono quelli che affrontano problemi complessi,


la cui trattazione richiederebbe competenza e analisi, in maniera semplice ed
evocativa. Uniscono cose distanti tra loro senza provare il nesso che dovrebbe
unirle. E funziona. Il metodo spesso ti seduce e può capitare che per un attimo ti
senti impaurito e in balia del male. Tutto fa rima con tutto. Siamo quindi sull’orlo
del baratro. Poi ti riprendi e magari fai appello alla tua coscienza laica. Chiedi
un minuto per organizzare i pensieri e valutare i singoli elementi in gioco. Ebbe-
ne, i testimoni di Geova hanno fatto scuola. Cari e vecchi testimoni di Geova. Vi
hanno superato, a sinistra soprattutto. Qua la mia professoressa aveva ragione.
Sono tanti gli intellettuali italiani che, come fossero nuovi adepti al culto di Geo-
va, proclamano con molta facilità l’imminente fine del mondo. Oppure, danno
retta a chi con facilità la proclama.
E… c’è del metodo in questa tentazione. La retorica dell’apocalisse predilige i
paragoni estremi e a effetto: gli ogm? Sono come la bomba atomica (Rifkin), le
multinazionali? Controllano il pianeta e ogni tuo gesto, dal più piccolo al più
grande. La retorica dell’apocalisse, oltre a rivelare un atteggiamento vanitoso (es-
sere così fortunati da vedere la fine del mondo), focalizza l’attenzione esclusiva-
mente sulla patologia. Commentare il danno già fatto o immaginarsene uno pros-
simo venturo è inebriante, ti fa sentire superiore, del tipo suddetto: te l’avevo detto
io. Di contro, pochi si interessano alla fisiologia: sapere come funzionano le cose
non suscita grande entusiasmo. Oh, del resto, quando la fine del mondo è vicina,
vuoi metterti ad analizzare, spiegare: bisogna scappare per salvare la pelle. E in-
fatti l’apocalisse è parente stretta, quasi gemella, dell’integralismo. In più, la reto-
rica dell’apocalisse ci costringe sulla difensiva e quindi elaboriamo una sorta di
io minimo.
C’è un’altra questione da considerare. Chi usa e abusa della retorica dell’a-
pocalisse preferisce esagerare con gli aggettivi, perché poi risulta più facile propor-
re la soluzione. Nel senso che storditi come siamo dal bagliore della distruzione,
tendiamo a credere che esiste una soluzione immediata, semplice e a portata di
mano. Si tratta quasi sempre di soluzioni che fanno leva sui nostri istinti religiosi,
che ci portano a credere che basta la parola magica e tutto si risolve.

Capitolo IV
Conseguenze. Dell’apocalisse.
Dunque, dicevamo, il modello ideale di intellettuale – per questo breve saggio
– è Socrate. Caro Protagora sei bravissimo, hai fascino e affabulazione. Ma è pro-
prio questo il punto: mi confondi. Discorsi brevi e senso della misura. Poche me-
tafore e pochi simboli, per favore. Poca teoria. Dimmi, in pratica, che succede?
Questo, si badi, non lo dice espressamente Socrate. È solo una mia richiesta –
magari mutuata dalla lettura del Protagora. La richiesta di un cittadino che vuole
migliorare le proprie opinioni. Così poi esprime politici migliori eccetera – come
mi piace questo modello, eppure continuo a fare brutti sogni la notte. 149
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

Sarà perché noi italiani non siamo mai soddisfatti dalla pratica. Tanto che
possiamo dire: in pratica funziona, ma in teoria? Mettiamo che qualcosa si speri-
menti in campo e funzioni. Non segue mica l’applauso. Eh no, segue la discussio-
ne. Teorica. La funzionalità dell’oggetto non si accorda con la teoria. Solo che la
teoria non è la famosa teoria unificante, ma le svariate teorie di cui noi siamo so-
stenitori. Ognuno di noi non ha una vera opinione, ha una teoria. I fatti con-
traddicono le nostre teorie, non importa, peggio per i fatti.
Era dunque questo che la mia professoressa di fisiologia vegetale, stanca di
spiegare il complesso, e ancora sconosciuto, meccanismo osmotico grazie al quale
l’acqua risale dalle radici alla chioma, tentava di sostenere con quella dichiara-
zione ad effetto? Preferiamo la patologia alla fisiologia, perché ognuno di noi ha
una personale opinione del danno? Ognuno di noi è convinto di averlo già detto
a tempo debito? È questa la base su cui appoggia la retorica dell’apocalisse? Sul
gusto dell’opinione?
In effetti, commentare il danno, mettere in evidenza le scorie, far provare il
panico, terrorizzare sono gesti narcisistici, creano pure dipendenza. Oppure, al
contrario, provare piacere nel terrore, brividi, pelle d’oca, evidenziano sensibilità:
guarda come sono spaventato, cioè, come sono sensibile e fragile, come mi com-
muovo. Niente di male. Solo che, chi prova terrore pensa a scappare, mica a stu-
diare. Chi prova terrore è debole, e tende alla fuga, e chi fugge, nel panico, cerca
con lo sguardo qualcuno da seguire, magari quello che indica, per di qua, per di
qua c’è la salvezza. Capiamoci bene. Se la nave affonda, il panico è legittimo, an-
che se sta lì per lì per imbarcare acqua. Meno male che qualcuno ci avvisa. Ma la
sensazione è tutt’altra. La retorica dell’apocalisse, il gusto della patologia, servono
non per avvisare di un pericolo, ma per lasciare le cose come stanno.
Conviene essere dei buoni retori del patologico. Si creano allucinazioni sono-
re, come quelle che lamentava Socrate. In effetti è un metodo per guadagnare
tanti soldi. E soprattutto non è difficile da assimilare. Basta un po’ di esercizio.
Questo metodo predilige, lo sappiamo, paragoni estremi e aggettivi superlativi,
proprio per evitare di constatare i fatti che spesso sono chiari. L’obiettivo è indebo-
lire la nostra scala di riferimento.
Vogliamo spingerci in una tesi forse estrema? La mitologia è di destra e la (si
spera, buona) amministrazione di sinistra. Almeno così era un tempo. Evocazio-
ne di territori e figure e miti scomparsi da parte della destra e analisi analisi ana-
lisi da parte della sinistra. Ma ora? Ora è tutto confuso, c’è la fine del mondo,
stanno arrivando gli angeli dell’apocalisse.
E gli angeli dell’apocalisse non hanno sesso né colore politico. Assumono stra-
ne forme mitologiche. Ora, più l’immagine è semplice più è evocativa, più è evo-
cativa più risveglia la nostra emotività, più siamo emotivi più perdiamo la misu-
ra, più perdiamo la misura più vince Berlusconi.
Cioè, possiamo quindi derivare la seconda legge: confusione (delle opinioni)
emozione (a causa della confusione) Berlusconi (non è solo il gusto dell’assonan-
150 za). Dopo il panico arriva Berlusconi che tranquillizza. Vedete, c’era una volta il
IL CLIMA DEL G2

pericolo, ora ci sono io: da questa parte. Noi andiamo. Cosa possiamo fare? Siamo
ancora scossi dal panico.
Altri esempi? Sì, vediamo. Troviamo qualcosa nella quale sono competente
(più o meno), così che possa analizzare. Ma in che cosa sono competente? Mi
chiedo la notte. Forse in niente, sono un cittadino italiano. Medio. Lasciato su
un’isola deserta morirebbe subito. Forse una cosa la trovo. Il settore agroalimenta-
re. Lì, ho sviluppato una competenza: meglio che niente.

Capitolo V
Fragole pesce. Cioè, un classico esempio (apocalittico).
Una mattina, a uno mattina (che spiacevole bisticcio cacofonico), ho visto
Mario Capanna che parlava di ogm. La domanda preliminare che bisognava
porsi per evitare tutto questo capitolo e credo il saggio intero, era: perché Mario
Capanna parla di ogm? Ha sostenuto un esame di genetica, di miglioramento
genetico? (alla domanda non so rispondere). Cosa sono gli ogm? Gli chiede l’in-
tervistatrice. Sono prodotti, risponde, ottenuti mediante la tecnica del dna ri-
combinante. Bè, ho detto, fin qui, bravo. Cioè, in realtà l’acronimo ogm (orga-
nismi geneticamente modificati) non significa niente, tutto quello che mangia-
mo è geneticamente modificato, cioè, migliorato. Stavo appunto, mentre guar-
davo Capanna, mangiando una pesca, era il 30 luglio del 2007. E la pesca è
un frutto geneticamente modificato. Come tutto quello che mangiamo, sono sta-
ti selezionati caratteri a noi utili, cioè sono stati spostati dei geni (gene: tratto di
dna che codifica una proteina). Mica da pochi anni, ma no, da quando è nata
l’agricoltura.
Capanna fa notare, giustamente, che con questa tecnica d’avanguardia che
si chiama dna ricombinante si può spostare un gene utile da una pianta a un’al-
tra. Eh l’avanguardia. Una volta per spostare un gene dovevi fare centinaia di in-
croci o usare le mutazioni, o la poliplodia, o altre svariate tecniche. I breeder, co-
me si chiamano, in gergo, quelli che migliorano le piante incrociandole, faceva-
no, detto fra noi, un casino. Cambiavano interi set genomici. Ma del resto, anche
i chirurgi di un tempo aprivano senza troppi complimenti. Ora, sono più precisi.
Tutto cambia, spesso in meglio. Così il miglioramento genetico. È solo la nostra
predisposizione alla patologia che ci fa pensare che il miglioramento sia un peg-
gioramento.
Capanna è un vecchio marxista, quindi, per un attimo, ho creduto che aves-
se saldo in mente, per antico retaggio, il gusto dell’analisi. Adesso, mi sono detto
tra me e me, mentre gustavo la mia pesca geneticamente modificata da genera-
zioni e generazioni di contadini e poi da bravi genetisti, vedrai che Capanna
farà notare le enormi potenzialità di questa tecnica. E invece no. Cosa dice? Gli
ogm sono la fragola pesce. Si prende una fragola (e indica la fragola con una
mano) poi un pesce artico (lo indica con l’altra mano) si mettono insieme ed ecco
la fragola pesce. Che non è buona. 151
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

E ci credo. Che schifo. Stavo mangiando la pesca e ho sentito odore di mer-


luzzo. Ora, a parte il fatto che la domanda sorge spontanea. Ma perché Capan-
na deve parlare di ogm e non per esempio i nostri grandi genetisti, ma poi, per-
ché una persona deve usare un’immagine così semplificante e fasulla se non
per farci sentire il gusto dell’apocalisse? Come i testimoni di Geova. Vedete cosa
fanno questi scienziati corrotti? La fragola pesce naturalmente non esiste. Si
può dire che è una leggenda metropolitana. In realtà, quando si cominciò a
studiare la tecnica del dna ricombinante, a metà degli anni Ottanta, si pensò
di studiare le proteine antigelo, normalmente contenute (con quantità differen-
ti) in tutti i vegetali (se mangiamo un pomodoro coltivato in montagna trovere-
mo proteine antigelo) e anche nel sangue dei pesci artici. Perché? Se si fosse riu-
sciti a trasferire queste proteine in una varietà, si sarebbero evitati molti danni
da gelo. Se il prodotto non subisce danni da gelo vuol dire che la sua buccia è
più integra, non lascia passare funghi e batteri e dunque si conserva più a lun-
go, se ne guadagna in gusto. Si pensò allora di studiare queste proteine (come
agivano e successivamente: come trasferirle) usando alcune specie di pesci arti-
ci, i quali nuotando in acque notoriamente gelide possiedono nel sangue una
buona quantità di queste proteine. Quel gene utile (da trasferire) codifica una
proteina con una specifica funzione e non l’essenza del pesce artico. Nemmeno
gli aromi o il gusto, non una lisca. Niente di tutto questo, una proteina utile.
Furono realizzati due prototipi di piante resistenti: pomodoro e tabacco. Ma
non funzionarono. Succede. Tutto fu abbandonato. Ma bisogna ammettere che
l’immagine del pesce artico che sa di fragola o viceversa funziona, è una specie
di angelo dell’apocalisse che ci avvisa che la fine del mondo è vicina mentre è
invece più stabile e forte la presenza di colui che suona le trombe del giudizio
per avvisare del pericolo.
Tanto è vero che la fragola pesce è diventata di dominio pubblico. Grillo in
un suo spettacolo sostenne che 60 persone erano state intossicate dalla fragola pe-
sce. Anzi disse che la proteina antigelo produceva un olio simile al liquido antige-
lo che si usa nei motori. Tutti risero, nessuno controllò la validità di questa affer-
mazione – qui il problema è serio: c’è un comico che si batte per avere politici seri
e onesti ma non si cura di usare un metodo serio e onesto. Report parlò di fragola
pesce. Io stesso ho ascoltato un agricoltore biologico che sosteneva di aver visto la
fragola pesce, era un prodotto così schifoso che rimbalzava per terra – che invidia
ho provato, volevo avere anch’io un simile oggetto. Greenpeace ha usato questa
immagine e altre dello stesso tipo per finanziare sia la sua campagna contro gli
ogm sia le sue casse. Scelta simile per la Coop.
Vuoi che non versi un contributo per salvare il mondo dalle fragole pesce?
Vabbè direte voi… Che vuoi farci, normale ignoranza scientifica. Succede.
Non ne facciamo un dramma. Però, vedete? Per spiegare cos’è la fragola pesce (e
l’ho fatto velocemente e chissà, non con il dovuto rigore) ho impiegato un intero
capitolo. Devi ricostruire la storia, spiegare il contesto, analizzare dati, ordinarli
152 e interpretarli. Passano per lo meno 30 minuti. Chi mi concede questo tempo (ol-
IL CLIMA DEL G2

tre Limes, come si dice: esclusi i presenti)? I giornali? La televisione? Ma dai… Il


tempo è denaro. Meglio la fragola pesce. Funziona, è efficace e efficiente. Buttia-
mola là, lasciamo che fondi un immaginario, poi Dio pensa. Tanto chi si mette a
controllare? E se la fragola pesce lavora di buona lena, cioè prepara il terreno,
poi succede che arriva il presidente del Consiglio e dice di essere stato vittima di
106 processi. Un’altra fragola pesce. Che si fa? Bisogna aspettare il buon D’Avan-
zo che con santa pazienza si mette a ricostruire la storia (non sono 106 ma 16,
la Repubblica del 20 novembre 2009). Ma intanto la frittata è fatta, cioè la fra-
gola pesce è servita. Che spreco di energia. Insomma, va bene: la modernità si
porta dietro delle zone oscure fisiologiche. Si mangia bene, ma si piange, rim-
piange e compiange. D’accordo. Però, forse, la modernità può essere affrontata
meglio e con più soddisfazione solo studiando e approfondendo. Cioè, prenden-
do sul serio la nostra dimensione emotiva. Socrate, no? Altrimenti l’emozione che
è solo un riflesso breve (secondo lo schema: azione/reazione) si trasforma in un
cattivo umore. E sugli umori cattivi spesso si fondano opinioni superficiali. Ci si
confonde, si fa casino.
Quindi io ne approfitto per ampliare il mio modello notturno: opinioni
profonde = buoni politici = buone leggi, e viceversa. Oppure: confusione, emozio-
ne, Berlusconi.
Dunque, mi sa che ci vuole un altro esempio.

Capitolo VI
Fragole pesce vs futuro.

Professor Francesco Sala. Laurea in farmacia e scienze biologiche. Quest’uo-


mo, si mette in testa – gli scienziati sono così: ossessivi – di salvare la produzione
di mele renette, prodotto tipico della Valle d’Aosta. Di cosa soffrono? Sono attacca-
te da un coleottero, la Melolontha melolonta. Il coleottero ha un terribile difetto:
attacca le radici degli alberi di melo. Problema serio. La lotta chimica è quasi im-
possibile, penetrare fino alle radici con antiparassitari è un problema. Le reti di
protezione per impedire la deposizione delle uova sono costose. Allora che cosa si
fa? Attualmente si ricorre alla lotta manuale. Bambini ed extracomunitari scava-
no la terra alla ricerca delle larve, le chiudono in un sacchetto, vanno al comune
con la cacciagione e in cambio ricevono un po’ di soldi.
Francesco Sala pensa di introdurre nel portainnesto del melo una sequenza
genica presa dal batterio Bacillus thurigensis. Questo naturale organismo unicel-
lulare produce una tossina, letale solo per gli insetti, in quanto viene attivata in
ambiente alcalino e il nostro stomaco contiene acido cloridrico. E poi i villi intesti-
nali mancano dei recettori che agganciano la tossina. È ritenuto dagli ecologisti
della prima ora (ah, gli ecologisti di una volta…) l’insetticida naturale per anto-
nomasia. Viene usato in agricoltura biologica: il settantacinque per cento degli
antiparassitari biologici fa uso delle tossine prodotte dal Bacillus. Quindi, se inve- 153
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

ce di buttarlo in formulazione aerosol in campo, lo introduciamo direttamente


nel genoma della pianta, abbiamo una coltura che si protegge da sola. Evitiamo
così di passare con le macchine su e giù per i campi. Risparmiamo energia, pro-
duzione di anidride carbonica, e magari evitiamo che gli insetti utili che non pre-
dano la pianta finiscano stecchiti dalle tossine di bt buttate per aspersione.
Nelle piante dette ogm in commercio (mais, cotone, colza e soia), è stato in-
trodotto da tempo. Funziona e fa risparmiare. In questo caso specifico però, sicco-
me la modifica interessa il portainnesto, a rigore di logica l’albero che ne viene
fuori non sarebbe nemmeno da classificare come ogm. Il professor Sala prova e ri-
prova, finalmente riesce. Ottiene degli ottimi meli resistenti alla melolonta. Costo
dell’operazione? Diecimila euro.
Cosa succede in seguito? Interpellanza comunale. Un verde blocca il progetto:
cibo di Frankenstein. Come e perché e in quale paese democratico un ricercatore
deve essere trattato come quel pazzo del dottor Frankenstein? Da dove viene que-
sto immaginario? Cattiva volontà, ignoranza o l’una e l’altra cosa insieme? O for-
se le immagini sterili, le fragole pesce, hanno lavorato lentamente fino a impedirci
di ragionare nello specifico? Fatto sta che l’albero resistente alla melolonta sta lì
ad ammuffire. Ora, se vogliamo, e giustamente, pensare alla qualità di un pro-
dotto, siccome la quantità è soddisfatta, e possiamo far finta che ne vogliamo di
meno, se ci crediamo, alla qualità, è chiaro che questa non nasce sugli alberi.
Mai è successo che una mela sia stata buona a prescindere, perché il buon Dio ha
deciso di farci un dono.
La mela (e gli infiniti altri prodotti ortofrutticoli) vengono fuori dal lavoro di
selezione degli uomini e ora è necessario intensificare gli sforzi, perché c’è da ba-
dare ad aggiustare un sistema complesso: non solo la mela ma l’intera filiera.
Una mela è buona perché è stata migliorata geneticamente, perché abbiamo ab-
bassato la dose di antiparassitari e perché gli operai che lavorano nel settore non
debbono per forza curvarsi a raccogliere le larve. Per questo una mela offre qua-
lità. Non solo al singolo che ne gusta il sapore ma alla collettività. Nel caso specifi-
co, Francesco Sala è un piccolo benefattore. Soprattutto, il professor Sala crede nel
futuro. E nel progresso. Nemmeno inteso nella accezione marxista. La classe ope-
raia eccetera. No, ha fiducia negli uomini e nelle loro capacità di usare quegli
strumenti che la modernità ci mette a disposizione.
Mica facile. Bisogna essere all’altezza dei tempi. Vedere se funzionano in
pratica. Valutare caso per caso. Fare come Socrate insomma. E per farlo è neces-
sario affrontare il futuro. Studiare la fisiologia e tenere a bada la patologia (l’ec-
cesso di) e le fragole pesce che invece abbagliano, ci fanno provare le allucinazio-
ni sonore. Noi siamo così?
Noi, il romanzo di Veltroni. Cosa dice, in sintesi, Veltroni del futuro? Ne è
spaventato. Perché? Per via della velocità. A lui non piace.
Non piace a nessuno la velocità. Noi infatti amiamo la pubblicità del noto
amaro, l’uomo che si ferma, butta il cellulare e si gusta il gusto pieno della vita
154 (altra cacofonia). Veltroni va lento, come tutti noi. Prende le cose con calma, il
IL CLIMA DEL G2

futuro è pieno di fragole pesce, pensiamoci bene. Peccato che il professor Sala va-
da così di fretta, perché non si ferma anche lui un po’. Dovrebbe fare come Vel-
troni. Sedersi e leggere alcune pagine del suo libro alla compagna che paziente-
mente ascolta seduta sulla sedia a dondolo – così è scritto nei ringraziamenti. Ma
non sarà questa un’immagine un po’ kitsch? Perché poi le donne devono subire
questa condanna? Leggere le nostre cose già è dura, ma ascoltarle pure sulla se-
dia a dondolo.
Ehi, qui c’è da lavorare. Ci sono le mele da salvare. E le nostre opinioni da
approfondire. Tanto il futuro arriva sempre. Lo vogliamo accogliere bene o tor-
niamo indietro?
Pensiamoci. Se il futuro è sinonimo di corruzione, se quello che ci aspetta so-
no le fragole pesce, messe in essere da scienziati venduti al potere, se agli intellet-
tuali non resta niente altro da fare che amplificare le metafore suddette per otte-
nere così facendo consenso e visibilità, nonché ammantarsi di sensibilità e pro-
muovere un mondo più giusto e pulito eccetera, allora, se così stanno le cose, qual
è una strada percorribile per contrastare tutto questo andazzo? Anzi la domanda
andrebbe posta meglio. Qual è la strada percorribile per contrastare questo an-
dazzo, in Italia?
Risposta: la sinistra leghista. Si intende, per me è la risposta sbagliata. Sono
progressista e non leghista. Ma tant’è. Così va l’Italia.
Dicesi sinistra leghista quel movimento di pensiero che fondamentalmente
è… è, come dire, ma sì lo dico: reazionario. Volevo trovare una definizione mi-
gliore, ma… Sì, reazionario. Sempre nell’ambito dei testimoni di Geova siamo.
Dobbiamo ritrovare un mondo perduto. Vecchie mitologie, quelle sì che permette-
vano di vivere bene. Contadini, dialetti, Italia perduta. Sapori perduti. Altro che
fast. Un Barolo Chinato sorseggiato assaporando una tavoletta speziata, o un Mo-
scato Passito bevuto con un gianduiotto torinese, sono esperienze che lasciano
una traccia nell’anima. Chi lo dice? Bossi o Carlo Petrini (so la risposta, se volete
provarci anche voi, andate sul sito di Limes, www.limesonline.com).
Cioè, se la Lega inventa un territorio che non esiste e mette sulla pagina una
narrazione grazie alla quale si passa in rassegna l’enorme valore della tradizio-
ne, da Barbarossa fino al dialetto, valori questi che sono usati come arma per de-
finire in maniera stabile l’identità e dunque rigettare tutto quello che a questa
identità non può venire associato, così la sinistra slow si inventa un territorio
agricolo o un mondo passato che non è mai esistito e dal quale siamo scappati
perché quel territorio causava lutti e dolori vari.
Ecco come Luca Simonetti, autore di un gran bel saggio sull’ideologia di slow
food (pubblicato sul sito www.salmone.org) ci racconta il movimento:

«SF è nata, sul finire degli anni Ottanta, da un gruppo di persone pervase
da un “disgusto snob di quell’Italia consumista e televisiva” e dal desiderio di
“arginare questa calata dei barbari”. Essa trae la sua origine episodica da una
reazione alla comparsa in Italia dei fast food, tuttavia ha fin dall’inizio rivolto 155
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

la sua opposizione non verso un semplice modello di cucina, ma contro una in-
tera cultura: “Dietro al fast food c’erano una nuova cultura e una nuova ci-
viltà con un unico valore: il profitto. Il piacere è del tutto incompatibile con la
produttività, in quanto il tempo speso per la sua ricerca viene sottratto alla pro-
duzione”. Così nel “manifesto programmatico” di SF si sostiene che la civiltà
moderna è nata “sotto il segno del dinamismo e dell’accelerazione”, elevando la
macchina a modello per l’uomo stesso e la velocità ad “ideale dominante”. SF
propone di “prevenire il virus del fast”, opponendo alla “vita dinamica” la “vita
comoda”: “Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frene-
sia, proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicu-
rati, da praticarsi in lento e prolungato godimento”. Sarebbe questa la “som-
messa proposta per un progressivo quanto progressista recupero dell’uomo, co-
me individuo e specie, nell’attesa bonifica ambientale, per rendere di nuovo vi-
vibile la vita incominciando dai desideri elementari”; e la prova della giustezza
di questa tesi è agevole: “Gli efficientisti dai ritmi veloci sono per lo più stupidi e
tristi: basta guardarli… È sotto il segno della lumaca che riconosceremo i culto-
ri della cultura materiale e coloro che amano ancora il piacere del lento godi-
mento”. Di questo testo sono molte le cose che saltano all’occhio: ad esempio, la
banalizzazione del glorioso concetto braudeliano di civilisation matérielle (spic-
ciamente ed erroneamente identificato con i piaceri della vita); la ferma quan-
to immotivata convinzione che la “produttività” sarebbe “del tutto incompatibi-
le” col piacere. I profili più interessanti sono però altri. Innanzitutto, la descri-
zione del frequentatore di fast food (un “barbaro”, “stupido e triste”, espressione
di una “nuova cultura e una nuova civiltà con un unico valore: il profitto”, ed
anzi frutto di un “virus”), che ricalca quasi alla lettera la descrizione dell’uomo
“disumanizzato” e volto al perseguimento di finalità basse, materialistiche, per
non dire diaboliche, che innumerevoli scrittori tradizionalisti hanno traman-
dato. Inoltre, l’identificazione della velocità – anzi, della frenesia – come carat-
teristica fondamentale della vita moderna (della “civiltà industriale”), che è an-
ch’essa un ben noto topos della critica alla modernità, risalente alle primissime
reazioni alla Rivoluzione industriale, e di cui in Italia si sono oggi fatti portavo-
ce numerosi intellettuali. Nei termini in cui questa posizione è correntemente
formulata, non occorre certo un particolare impegno per confutarla. Infine, l’i-
dentificazione della modernità con l’adorazione del modello della macchina. È
anch’essa un locus classicus della critica alla Rivoluzione industriale. In tutti e
tre i casi, insomma, si tratta di posizioni storicamente connotate in senso rea-
zionario».

Corruzione, velocità, noi non siamo così… Noi figli di Veltroni. Le nostre
donne ci ascoltano su sedie a dondolo. Fuori c’è la modernità. Che schifo. Dove
andremo a finire?
Eppure, speravamo in meglio. In intellettuali socratici che respingessero fer-
156 mamente le fragole pesce e si applicassero su come valutare un bene. Invece.
IL CLIMA DEL G2

Abbiamo intellettuali che mettono la loro intelligenza a inventare narrazioni


per ritrarre mondi ideali, nei quali si cenava con Barbarossa. O lentamente si
sorseggiava barolo e si gustava un gianduia. Tutt’altra cosa. Altro che fast food.
Omologanti.
Il fatto è che funziona. Come no. Tradizioni, nonni e nonne, sapori perduti
e naturalmente al bando gli immigrati. Quelli che ne sanno. Della tradizione.
Quelli vogliono il kebab nel centro storico di Torino – chi l’ha detto? Un leghista
o qualcuno di slow food?
Come è facile la modernità. In fondo, apri il frigorifero e trovi quello che
vuoi. Centinaia di prodotti diversi, produzioni abbondanti, frutta sempre a di-
sposizione e noi lì che rimpiangiamo la frutta di stagione. Il sano rapporto con
l’ambiente.
Ma poi scusate, mi sapete mica dire qual è la stagione giusta per i finocchi,
per esempio, o i pomodori? Non lo sappiamo più. Per questo possiamo permetter-
ci di inventare un mondo bucolico. Inoltre, è meglio che non indaghiamo. Se
non era per le serre e per le produzioni intensive noi le 1.200 calorie indispen-
sabili per il metabolismo basale e le vitamine e i sali minerali, non le raggiunge-
vamo mica. Se non era per le alte rese, se non era per quelli come Norman
Bourlang (premio Nobel per la pace per aver aumentato la produzione di cerea-
li nel Sudamerica e nel Sud-Est asiatico) avremmo dovuto disboscare migliaia e
migliaia di ettari di boschi per far posto alle colture di una volta. Con la produ-
zione di una volta. Pane di ieri, dice Enzo Bianchi. Certo, in un paese di ieri.
Non erano bei tempi quando mio nonno diceva: mi sono guadagnato il pa-
ne con il sudore della fronte. Ora, dopo due minuti di lavoro hai pane in ab-
bondanza.
Sia come sia, sapete qual è in campo agroalimentare il programma del Pdl
e del Pd e quello del centro? Facciamo come il gioco delle tre carte, confondo le
sigle di partito e provate a indovinare (i risultati li mandate a Limes che met-
terà le risposte sul sito, credo che la redazione vi offrirà un gadget):
– riduzione dei passaggi dal campo alla tavola dei prodotti agricoli, diffu-
sione di mercati gestiti direttamente dai produttori agricoli;
– promuovere la buona agricoltura, incentivare la diffusione dell’agricoltu-
ra biologica, dare finalmente attuazione alla legge sull’indicazione in etichetta
dell’origine delle materie prime agricole trasformate, favorire la filiera corta e il
rapporto diretto tra i produttori agricoli e agroalimentari e i consumatori;
– sostenere la moratoria a livello europeo per gli ogm e non consentire for-
me di tolleranza per la contaminazione delle sementi, contrastare l’abbandono
delle aree agricole e tutelare il paesaggio rurale, promuovere la vendita diretta
degli agricoltori e la «filiera corta», sostenere con continuità l’agricoltura biolo-
gica ed i prodotti tipici, e favorire l’impegno dei giovani in agricoltura.
Chi ha detto cosa? E perché dovrei scegliere di votare l’uno o altro. O il cen-
tro?
157
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

Capitolo VII
Incresciose quanto risolutive parole magiche: decrescita.
Per fermare l’apocalisse?
Il futuro non va bene. Troppa produzione, troppa velocità. Ci sono pure le
fragole pesce. Gli intellettuali si fanno ammaliare dal canto di strane figure mito-
logiche. I testimoni di Geova hanno preso il sopravvento. Anche gli attivisti politici
sembrano convertiti. Vogliamo tutti tornare indietro. Decrescita. Felice natural-
mente. Sì, va bene, ma di quanto vogliamo decrescere? Sempre per rispetto a So-
crate. Qui, un dato ci vuole.
Quando i nostri antenati decisero di averne abbastanza di cacciare e misero
su le prime comunità agricole, permettendo così all’agricoltura di svilupparsi,
scelsero di coltivare tre tipi di cereali. In Mesopotania orzo, in Cina riso, e in
America centrale mais. Facendo una stima di massima si può calcolare la produ-
zione media per ettaro in cinquecento chilogrammi.
E non appena i nostri antenati smisero di cacciare e competere così selvag-
giamente per le risorse cominciarono anche a guardare le stelle. L’astronomia è
nata pressappoco all’unisono, in Mesopotania, in Cina e in Messico. Con la pan-
cia piena si guarda in alto?
Comunque, verso l’età romana la produzione cresce e si attesta intorno alla
tonnellata. Durante il Medioevo? Una tonnellata. Prima guerra mondiale? Sempre
una tonnellata. Solo dopo la prima guerra mondiale la produzione comincia a
salire: concimazione, diserbo, antiparassitari e soprattutto miglioramento geneti-
co portano la produzione a cinque tonnellate per ettaro. Il nostro fabbisogno di
calorie è soddisfatto. Possiamo andare alle feste, a cavallo, mangiare (bene) nei
presìdi slow food. Ne abbiamo la forza. Finalmente.
Allora, se proprio dobbiamo decrescere, perché il sistema agroalimentare non
funziona, diteci, per favore, di quanto. Sono pure d’accordo con voi, ma, per fa-
vore, fornitemi una percentuale di decrescita realistica in campo agroalimentare:
invece di cinque tonnellate per ettaro va bene quattro e mezzo, quattro? Ditecelo.
Qual è la percentuale di decrescita auspicabile, quella che ci porta direttamente
in contatto con il passato mitico? Quella che ci fa sentire in rapporto armonico
con la natura? 4,8, 4,5, 4 tonnellate a ettaro.
Vogliamo fare una scelta drastica? Tornare a una tonnellata. Come in alcu-
ni Stati africani. Dove il pil è fermo agli anni Settanta. Sia come sia, allora, chi
comincia? Magari io, chiedo meno soldi per le mie collaborazioni professionali.
Meno soldi, meno consumi, meno produzioni, meno viaggi, meno produzione di
CO2, decrescita. Genuina. Ma per decrescere felicemente quanto devo chiedere in
meno per una collaborazione? Suvvia, compagni, una cifra seria, un dato scienti-
fico non lo si nega a nessuno. Una percentuale. Socrate avrebbe combattuto per
ottenere una differenza. Da una differenza un valore, dal valore una scelta.
Senza una scala di misura, poi si può dire tutto. Tutto è confuso, tutto è emo-
158 tivo. Poi arriva qualcuno e dice: alla confusione ci penso io.
IL CLIMA DEL G2

A proposito di intellettuali ecosostenibili. Ce n’è una molto citata, soprattutto


da quelli che hanno voglia di cambiare il mondo. O che provano a farlo. Vanda-
na Shiva. Quando ho letto il suo ultimo libro, prima di quello di Veltroni, Ritorno
alla terra (Fazi editore), ho avuto una visione. Niente di mistico. Ho visto Vanda-
na Shiva sotto un’altra veste, non solo come retore dell’apocalisse e predicatrice,
ma come esperta in trasporti sostenibili. Vandana Shiva è una che ci va giù dura.
Diciamo che piuttosto che ragionare su un singolo elemento critico e magari ana-
lizzarlo, preferisce amplificare i suddetti elementi. Usa il megafono (per dirla alla
Saunders). La donna con il megafono non vuole conquistare le nostre emozioni,
preferisce ricattarci e dunque estorcerle. Tutto è nel caos. Tutto rima con tutto:
ogm e contadini suicidi, cambiamento climatico e scienziati pazzi.
Dunque che si fa? Come se ne esce da questa apocalisse? Lei, a pagina 116, fa
una proposta per spostarci in maniera sostenibile: i cammelli!
Come i cammelli?
Sì i cammelli. Sono animali che consumano poco e si spostano senza aver bi-
sogno di grande energia.
No, i cammelli no, anzi, approfitto di questo spazio per dichiarare che io sul
cammello non ci voglio montare. Da piccolo ho avuto uno shock al circo.
E poi per migliorare il mondo, preferisco dar fiducia a quegli scienziati e tec-
nici che studiano realistici mezzi di locomozione.
Il problema è proprio nella retorica dell’apocalisse, nella patologia in eccesso,
nella poca cura per la fisiologia. Il fatto è che le soluzioni proposte, per esempio,
dalla Shiva richiedono atti di fede o l’uso di parole magiche: biologico, sano rap-
porto con Gaia eccetera. In campo, in pratica, queste parole ideali non reggono
mai. Magari in teoria va bene. Ma in pratica?
Lo so a noi funziona la versione opposta, in pratica va bene ma in teoria?
Si può essere contro l’allevamento intensivo del pollame, ma se vuoi praticare
quello biologico hai bisogno di 12 mq a capo. Moltiplica per il numero dei capi e
capisci che ci vuole tanta terra. Non ce l’abbiamo. Al mondo sono disponibili un
miliardo e mezzo di ettari di terre arabili. E tutti vogliamo soddisfare il nostro
fabbisogno calorico. Non ci resta che usare bene quella che ci è concessa.
Puoi essere a favore dell’agricoltura biologica ma non puoi dire che gli insetti
non attaccano queste coltivazioni, perché sono in armonia con il creato.
Gli insetti e i funghi non sanno leggere e non conoscono le proposte di Van-
dana Shiva: le carestie, le locuste e i parassiti distruggevano i raccolti anche
quando per forza di cosa si praticava biologico. Per questo abbiamo usato rimedi
chimici. Il progresso non è processo perfetto, anzi, richiede l’uso di «virtute e cono-
scenza». Ma non sempre è così male: più benessere, più cultura, più scambi pro-
muovono la salvaguardia dell’ambiente.
Poi siamo d’accordo, i problemi ci sono e la nostra speranza sta nel conoscer-
li a fondo (con analisi e bilanci). Solo con il buon fare (e non solo con il dire re-
torico) possiamo sperare che nuovi chimici, agronomi, ingegneri, tecnici si impe-
gnino a misurare meglio il mondo. 159
IN PRATICA FUNZIONA, MA IN TEORIA?

Va da sé che in groppa a un cammello le misurazioni potrebbero risultare


imprecise.

P.S. Ho cambiato sogni e metodo. Da quando ho scoperto questa frase di Gof-


fredo Parise: «Credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia,
cioè nel grado di maturazione di tutti i cittadini per un discorso pubblico. Credo
nella pedagogia insieme alla democrazia, perché non c’è l’una senza l’altra. Alla
democrazia in Italia credo con la ragione, alla pedagogia con il cuore». Pedago-
gia? Cosa vuole dire? Secondo me significa metodologia. Socrate. Esaminare, va-
lutare, sperimentare, condividere i risultati, prendersi una responsabilità e quindi
decidere. Se la pratica funziona le nostre opinioni devono accordarsi alla pratica,
scusate il bisticcio. E non viceversa. Nell’accezione italiana, in pratica funziona
ma la nostra teoria si accorda alla pratica?
Da allora sogno prima di addormentarmi. Per esempio, sogno che la ricerca
pubblica sia finanziata e non sia più costretto ad assistere a scene come questa:
15 luglio 2009, convegno scienza e agricoltura, Roma. Mariastella Gelmini, mini-
stro dell’Istruzione della Università e della Ricerca, porta avanti il suo intervento e
dice, allargando le braccia, c’è la crisi, non ci sono soldi per la ricerca. Situazio-
ne incresciosa, ma tant’è. Ascoltiamo tutti, in silenzio. C’è qualche mugugno in
sala. Ma il professor Edgar Krieger che ascolta l’intervento in traduzione simulta-
nea guarda la cabina di regia. Si tocca la cuffia, forse c’è qualche problema con
la traduzione. Quando viene il suo turno – il ministro è andato via – Krieger
chiede agli astanti: ma forse non ho capito bene, forse la traduzione non era per-
fetta. Quando voi siete in crisi tagliate i fondi alla ricerca? Rispondiamo tutti,
quasi in coro: certo. Krieger si guarda intorno, dice: se mi posso permettere, è sba-
gliato. In America o in Giappone, quando si entra in una fase di recessione si tri-
plicano i soldi alla ricerca. Si investe nel futuro. Magari qualche ricerca va a
buon segno, si ottiene una nuova tecnologia, e la si introduce nel ciclo produttivo.
Poi mostra un grafico. Gli italiani producono una quantità incredibile di ricer-
che. Tutte ottime. A fronte di queste ricerche la nostra capacità di sfruttarle, in
una scala da uno a dieci è pari a 1. Gli olandesi, producono, al contrario, poche
ricerche, ma la loro capacità di sfruttarle è pari a sette. Chiudiamo tutti gli occhi,
sconsolati davanti a questa caratteristica italiana. E sogniamo. Tutti. Anche io. I
sogni sono desideri.

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