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Articoli scelti dal blog Croce-via

Filosofia e Teologia

AA. VV.

HTTP://PELLEGRININELLAVERITA.COM/ Articoli scelti dal blog Croce-via Filosofia e Teologia AA. VV. TEMPONAUTICA Dove realismo tomista e

TEMPONAUTICA

Dove realismo tomista e Magistero Cattolico disputano con la contemporaneità.

Sommario

Dall’inno di un fisico all’analisi di un musicista

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Sull’attributo dell’onnipotenza in Dio

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Fantascienza : la Chiesa cattolica nella Quarta

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Progressismo fumoso

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Critica alle critiche di Tommaso alla prova ontologica di Anselmo

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Teologia del corpo, omosessualità, matrimonio: qualche linea

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La Buona Novella asimmetrica

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Logica della fisica classica e quantistica per filosofi e tuttiquanti

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L’illusione dell’ateismo: negare Superman per negare Dio!

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L’ateismo contemporaneo : la superstizione dei palloni gonfiati

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“Interessante, forse persino brillante…”

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Introduzione a Bernard Lonergan

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Grande Mons. Antonio Livi !

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Sulla metafisica della

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Dall’inno di un fisico all’analisi di un musicista

Dall’inno di un fisico all’analisi di un musicista By <a href=minstrel on 29 agosto 2013 • ( 1 ) Quando il tempo tende all’eterno. Bach, Goldberg, Aria. Scrive sul portale UCCR l’amico fisico Giorgio Masiero, un inno alla bellezza . Riscontro in esso due temi a me cari: le prove dell’esistenza di Dio in introduzione all’articolo e un’analisi accorata e appassionate su quello che è la musica. Scrive Giorgio ri guardo l’ultimo punto: Come aveva ragione Gottfried von Leibniz – riflettevo, immerso nella contemplazione – a ritenere che la musica ci svela la struttura matematica contenuta nella bellezza e nella verità dell’essere! Fu in una lettera del 1712 a Christian Goldbach (quello della congettura matematica ancora irrisolta) che Leibniz diede la sua celebre definizione della musica come aritmetica inconscia: “ musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi ”, la musica è un eserciz io occulto di aritmetica, nel quale l’anima calcola senza rendersene conto. Il legame tra musica e matematica non era visto da Leibniz in senso mistico, come nella visione ingenua di Pitagora , ma razionalmente secondo la concezione cristiana, donde non a caso nacque la notazione diasistematica su righe parallele da cui sarebbe esplosa la polifonia della musica occidentale moderna. La struttura numerica sottostante la musica, che nella mente del compositore è analizzata e costruita, nella mente dell’ascoltat ore è intuita come molteplicità organizzata . Il bello musicale coincide con l’ osservabilità del molteplice , un atto di sintesi che coglie la quintuplicità aritmetica dei suoni – nelle frequenze, nelle ampiezze, nelle durate, nei timbri (che consistono nella successione delle ampiezze delle armoniche) e nei ritmi – . Il piacere musicale sta nel sentire l’ armonia , che è il principio unificatore della varietà. Un’armonia che è tanto maggiore perciò, quanto maggiore è la varietà delle componenti che essa organizza, dissonanze comprese destinate a risolversi nella consonanza finale. 3 " id="pdf-obj-2-14" src="pdf-obj-2-14.jpg">

Quando il tempo tende all’eterno. Bach, Goldberg, Aria.

Scrive sul portale UCCR l’amico fisico Giorgio Masiero, un inno alla bellezza. Riscontro in esso due temi a me cari: le prove dell’esistenza di Dio in introduzione all’articolo e un’analisi accorata e

appassionate su quello che è la musica.

Scrive Giorgio riguardo l’ultimo punto:

Come aveva ragione Gottfried von Leibniz riflettevo, immerso nella contemplazione a ritenere che la musica ci svela la struttura matematica contenuta nella bellezza e nella verità dell’essere! Fu in una lettera del 1712 a Christian Goldbach (quello della congettura matematica ancora irrisolta) che Leibniz diede la sua celebre definizione della musica come aritmetica inconscia: “musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi”, la musica è un esercizio occulto di aritmetica, nel quale l’anima calcola senza rendersene conto.

Il legame tra musica e matematica non era visto da Leibniz in senso mistico, come nella visione ingenua di Pitagora, ma razionalmente secondo la concezione cristiana, donde non a caso nacque la notazione diasistematica su righe parallele da cui sarebbe esplosa la polifonia della musica occidentale moderna. La struttura numerica sottostante la musica, che nella mente del compositore è analizzata e costruita, nella mente dell’ascoltatore è intuita come molteplicità organizzata. Il bello musicale coincide con l’osservabilità del molteplice, un atto di sintesi che coglie la quintuplicità aritmetica dei suoni nelle frequenze, nelle ampiezze, nelle durate, nei timbri (che consistono nella successione delle ampiezze delle armoniche) e nei ritmi . Il piacere musicale sta nel sentire l’armonia, che è il principio unificatore della varietà. Un’armonia che è tanto maggiore perciò, quanto maggiore è la varietà delle componenti che essa organizza, dissonanze comprese destinate a risolversi nella consonanza finale.

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e ancora

L’arte del compositore che combina le note è una mimesi dell’attività combinatoria che il Creatore esercita su una varietà a priori infinita di essenze, portandone alcune dal non essere all’essere nell’accordo reciproco. L’arte musicale umana e l’arte combinatoria divina esprimono ancora una volta la somiglianza del logos umano creato al Logos divino creatore.

Dopo aver letto questi splendidi passaggi, ho rubato al tempo che mi resta da vivere un istante e gli ho scritto questa riflessione che vorrei condividere.

«Grazie Giorgio,

Letto e l’ho trovato splendido. Soprattutto, ovviamente, la parte in cui decanti la bellezza dell’inspiegabile armonia matematica della musica. Segui il medesimo ragionamento che fa il tuo collega fisico Andrea Frova in Armonia celeste e dodecafonia, ma trovo che il tuo ragionamento sia molto più fondato e rigoroso perché non è solo scientifico (trovo che ragionare solo in termini

matematici della musica sia illuminare una faccia sola di un diamante immenso), poiché si apre alla

metafisica e alla teologia introducendo termini come “molteplicità” dell’essere e “creatore”.

Personalmente trovo che fare musica sia rendersi conto, anche solo per un solo istante immediatamente, cioè senza mediazioni poiché in quei casi la musica come strumento di comunicazione di sé scompare, per diventare strada verso l’eterno -, di cosa sia il divenire nell’eterno. Una sorta di contraddizione che si spiega da sé e pertanto contraddizione non è, se non in superficie. Rendersi conto che con la musica si sospende il tempo per ricrearlo a propria immagine e somiglianza. E sentire che il tempo non è quello che si pensa comunemente, un fatto oggettivo e misurabile, quanto il risultato soggettivo fra ciò che abbiamo vissuto intensamente prima e quel che speriamo fortemente poi. E’ percepire cioè che, forse, non è un inganno della musica che il tempo ci appaia sospeso, ma è un inganno del quotidiano pensare che il tempo sia per tutti uguale. D’altra parte della soggettività del tempo se n’erano accorti anche i tomisti.

La musica poi è la prova della teoria della creazione, poiché è anche esprimersi creando un mondo. Se Dio pensando sé stesso pensa il mondo, il compositore pensando a sé stesso pensa il suo mondo.

E’ teoria della creazione filosofica applicata. Ed è anche per questo che quando scrivo musica in realtà nulla di ciò che faccio è totalmente mio. Non solo perché richiamo autori antichi e nuovi, ovvio, ma perché la mia creazione è una sorta di partecipazione alla vita divina attiva, qui ed ora!

E’ grazia! E’ ingannare il tempo per costruirsi un tempo più vicino all’assenza di tempo che è l’eternità. Certo che se l’eternità non è tempo infinito, ma assenza di tempo, pare una contraddizione che la creazione di un tempo diverso aiuti ad avvicinarsi al non-tempo. Non è contraddizione in forza del nostro pensiero che è infinito! Se dunque nell’uomo esiste l’infinito e questo è il pensiero, è il pensiero che permette alla coscienza e consapevolezza dell’anima di riformulare il tempo, creare un mondo e con mondo e tempo diversi avvicinarsi all’eterno e allo spirito. Sembrano discorsi campati per aria, ma a volte succede di ritrovarsi sul palco e chiedersi d’un tratto

dove si è stati per quei 10 secondi appena trascorsi, nei quali non si apparteneva a questa terra.

So con sicurezza che questa sensazione è LA musica.

Musica che travalica incomprensioni e dualismi pseudofilosofici come bellezza vs. bruttezza. Perché è nudità da parte dell’esecutore. E’ onestà e nudità. E di fronte ad un uomo nudo che non sa di

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esserlo si torna all’Eden, dove si è bambini nello stupore (“solo lo stupore conosce” dice San Gregorio Nissa), ragazzi nell’impeto, adulti nell’amore, anziani nei ricordi stupiti. E il cerchio si

chiude. Senza mediazioni. Umani e divini. Che sembra una contraddizione, ma non lo è.

E noi cristiani lo sappiamo bene.»

Chiudo citando un Fariselli immenso che semplicemente, nudo, parla di sé:

“Chi fa musica è maestro non solo dei suoni, ma anche del tempo. perché lavora in territori dove il

tempo non è più lineare e succedono cose che non si sa descrivere a parole. Io faccio fatica per lo

meno. [

...

]“

Segue una parte dedicata alla musica improvvisata perfettamente in tema al post. Da ascoltare.

Fariselli, Patrizio. Fare musica, Intervista RaiEdu, 2013, Portale della Filosofia RAI, 16 luglio 2013

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Se basta seguire la propria coscienza a che serve essere cristiani ?

Se basta seguire la propria coscienza a che serve essere cristiani ? By <a href=Simon de Cyrène on 12 settembre 2013 • ( 11 ) ll Redentore e due famosi corredentori Quella del titolo è una domanda che si legge qui e li in queste ore dopo che il Santo Padre Francesco abbia ricordato al Dott. Scalfari il bimillenario insegnamento della Chiesa. Rimembriamoci la sua risposta “Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.” Vorrei far a partir e da questa frase due brevi riflessioni da “blog” : una più filosofica e una più spirituale. Comincerò con il notare che questa risposta del Papa stabilisce qualcosa di importante: condanna il relativismo da un lato e l’assolutismo dall’altro lato. Un ap proccio relativista è di considerare che non c’è modo di attingere a nessuna verità che non sia circostanziale, variabile, effimera, che non c’è bene e non c’è male e che, quindi, il giudizio morale ha da seguire lo sfizio del momento, l’interesse personal e, la goduria a corto termine. Molte persone difendono un approccio relativista perché pensano che esso sia quello più atto a difendere valori considerati universali come la tolleranza e la legittima diversità di opinioni e di gusti alla quale gli esseri umani hanno diritto, ma si dimenticano che difendendo il relativismo essi distruggono la nozione stessa di universalità dei valori di tolleranza e di diversità ai quali tengono tanto, visto che, in quanto relativisti, chiunque la pensi al contrario circa questi valori ha 6 " id="pdf-obj-5-13" src="pdf-obj-5-13.jpg">

ll Redentore e due famosi corredentori

Quella del titolo è una domanda che si legge qui e li in queste ore dopo che il Santo Padre Francesco abbia ricordato al Dott. Scalfari il bimillenario insegnamento della Chiesa. Rimembriamoci la sua risposta “Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come

Vorrei far a partire da questa frase due brevi riflessioni da “blog” : una più filosofica e una più spirituale.

Comincerò con il notare che questa risposta del Papa stabilisce qualcosa di importante: condanna il relativismo da un lato e l’assolutismo dall’altro lato.

Un approccio relativista è di considerare che non c’è modo di attingere a nessuna verità che non sia circostanziale, variabile, effimera, che non c’è bene e non c’è male e che, quindi, il giudizio morale ha da seguire lo sfizio del momento, l’interesse personale, la goduria a corto termine.

Molte persone difendono un approccio relativista perché pensano che esso sia quello più atto a difendere valori considerati universali come la tolleranza e la legittima diversità di opinioni e di

gusti alla quale gli esseri umani hanno diritto, ma si dimenticano che difendendo il relativismo essi distruggono la nozione stessa di universalità dei valori di tolleranza e di diversità ai quali tengono tanto, visto che, in quanto relativisti, chiunque la pensi al contrario circa questi valori ha

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tanto ragione quanto loro: la sola soluzione che rimane per averli accettati è l’eliminazione, anche

fisica se necessaria, di chi non la pensa allo stesso modo entrando così in piena contraddizione.

L’antitesi del relativismo è l’assolutismo morale, l’approccio puramente deontologico: ci sono regole che debbono essere seguite in qualunque circostanza e lo debbono essere a prescindere da ogni situazione concreta in quanto buone in sè: come trovarle Kant ne dà, ad esempio qualche regola. L’assolutismo morale in teoria potrebbe definire ed imporre in un quadro definitivo le nozioni di tolleranza ma al costo di arrivare ad una contraddizione anch’esso: essere assolutamente intollerante cogli intolleranti.

L’approccio che ci offre il Cristo attraverso la Chiesa non è né relativista né assolutista: è “oggettivista”. Oggettività che rifugge l’evanescenza del relativismo ed il fissismo idealista dell’assolutismo e che affonda le proprie radici nel Reale. La tolleranza e la legittima diversità di opinioni, ad esempio, trovano il loro fondamento nella realtà antropologica ma sono realisticamente inquadrati dalla stessa natura umana in atto: non sono né valori assoluti, né valori relativi, ma

modalità di relazioni ridimensionate nell’oggettività del Reale. Ogni atteggiamento virtuoso è come una cima tra due valli di vizi, così chi si incammina sulla via stretta dell’Oggettività sarà sempre tentato dalle due voragini del relativismo e dell’assolutismo: due strade larghe per l’Inferno.

La risposta del Santo Padre è magnifica nella sua semplicità: rinvia chi non crede lontano da un relativismo facilone, visto che non gli dice “fai quel che vuoi” e sarai salvato, ma non lo condanna ai ferri di una logica astratta ed assolutizzante di un “obbedisci alla Legge” che, S.Paolo docet, in finis condanna.

Il Santo Padre, come Cristo stesso, dà un’ancora ferma nel reale: “ascolta e obbedisci alla tua coscienza”, non obbedire alle proprie emozioni e sentimenti sensibili ed evanescenti, e non ascoltare le sirene delle idee e ideologie che tutto giustificano ed il suo contrario e che non hanno relazione colla Realtà, ma obbedire a qualcosa di reale che si sperimenta per davvero: la propria coscienza dove, nella relazione di ascolto e di obbedienza con questa, vi si esperienza l’oggettività, la quale non è relativista sebbene tenga conto delle circostanze e non è assolutista sebbene conosca quel che è bene e male.

Adesso ci possiamo porre la prima, seguente, domanda: “ma, allora, a che serve Cristo se basta a tutti, per essere salvati, di “giusto” seguire la propria coscienza?”

Seguire sempre la propria coscienza e scegliere il bene che essa ci detta vorrebbe dire che abbiamo una natura perfetta, invece sappiamo che anche il giusto pecca, al minimo, sette volte al giorno:

quindi il solo seguire questa regola non salverebbe nessuno. Come ricorda il Santo Padre ci vuole tutta la Misericordia di Dio ad ogni modo: per questo c’è voluto il Riscatto offerto da Gesù Cristo, che permette, nella Misericordia di Dio, di salvare tutti coloro che cercano questo cammino della retta coscienza, i quali non si salvano per la bontà dei loro atti, che mai ci saranno per giustificarli, ma per la grazia della Morte e Resurrezione di N.S.G.C. e questo anche se non ne sono coscienti.

Bene, ma visto che Cristo è venuto salvare tutti gli uomini di buona volontà anche se non ne sono coscienti, perché diventare cristiani? A che pro ?

Essere cristiani è una chiamata particolare a seguire il Cristo in quanto Sacerdote, Profeta e Re e diventare come Lui nel nostro essere qui: è un onore ed è un servizio, siamo chiamati ad essere

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corredentori assieme a Lui, corredentori dei nostri fratelli umani nel nostro secolo, anche di quelli che non ne sanno niente. All’onore corrisponde una responsabilità e una conseguenza: noi, scelti da sempre dal Padre, ci salviamo nella misura in cui siamo veramente corredentori dei nostro fratelli, ciascuno secondo le proprie capacità e competenze. Alla gratuità della vocazione divina corrisponde il nostro obbligo di servire e di corredenzione.

In quanto corredentori agiamo da Sacerdoti offrendo la nostra vita in unione alla Sua sull’altare del Sacrificio che riscatta; agiamo da Profeti annunciando questa buona notizia, invitando tutti a quest’opera di Redenzione, richiamando quanto si debba seguire la propria coscienza anche a chi non sente la vocazione di essere corredentore; agiamo da Re cercando sempre ci accrescere e compartire il vero bene comune con tutti gli esseri umani.

Magistrale lezione questa di Papa Francesco in appena tre righe!

Grazie Santo Padre

In Pace

P.S.: Per rispondere alla domanda del titolo a che serve essere cristiani, la risposta è, quindi, che serve “solo” per prendere parte all’Opera divina di Redenzione con Dio per la Sua Sola Gloria.

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Creazione e Evoluzione : alla ricerca del Paradiso Terrestre (I)

Creazione e Evoluzione : alla ricerca del Paradiso Terrestre (I) By <a href=Simon de Cyrène on 26 settembre 2013 • ( 6 ) Tohu-bohu by Cythara-Martine Gercault Tōhū Wābhōhū: nome dato nei libri ebraici al Caos primitivo primitivo precedente la Creazione e Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu! ntroduzione La controversia iniziata più di un secolo fa tra chi, di fronte al fenomeno della vita, difende la nece ssità di un atto creatore da parte di Dio e chi sostiene l’ipotesi di un continuum evolutivo dalla materia inanimata fino al fenomeno umano, è fondata su un’incomprensione ed una visione riduttiva ed incompleta della realtà, come interpretata dai rappresentanti estremisti delle due posizioni. Da una parte abbiamo persone che, basandosi su una lettura pedissequa e fondamentalista della Bibbia, considerano l’ipotesi evoluzionistica come incompatibile con la comprensione della verità che propone loro la fede; dall’altra parte abbiano altri che, in un atteggiamento eccessivamente riduzionistico adottano uno sguardo altrettanto fideistico, anch’esso tendente ad un fondamentalismo, questa volta scientista, negatorio della possibilità di un atto creatore in quanto non necessario per la comparsa dei fenomeni vitali e psichici. 9 " id="pdf-obj-8-13" src="pdf-obj-8-13.jpg">

Tohu-bohu by Cythara-Martine Gercault

Tōhū Wābhōhū: nome dato nei libri ebraici al Caos primitivo primitivo precedente la Creazione e Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu!

ntroduzione

La controversia iniziata più di un secolo fa tra chi, di fronte al fenomeno della vita, difende la

necessità di un atto creatore da parte di Dio e chi sostiene l’ipotesi di un continuum evolutivo dalla materia inanimata fino al fenomeno umano, è fondata su un’incomprensione ed una visione riduttiva

ed incompleta della realtà, come interpretata dai rappresentanti estremisti delle due posizioni. Da una parte abbiamo persone che, basandosi su una lettura pedissequa e fondamentalista della Bibbia,

considerano l’ipotesi evoluzionistica come incompatibile con la comprensione della verità che propone loro la fede; dall’altra parte abbiano altri che, in un atteggiamento eccessivamente riduzionistico adottano uno sguardo altrettanto fideistico, anch’esso tendente ad un fondamentalismo,

questa volta scientista, negatorio della possibilità di un atto creatore in quanto non necessario per la comparsa dei fenomeni vitali e psichici.

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Alcune soluzioni proposte per risolvere la controversia cercano di stabilire una forma di appeasement, distinguendo i diversi livelli di conoscenza implicati, e gli oggetti ontologici considerati, a loro equivalenti. L’idea dell’ID (“intelligent design”) che ci viene d’Oltre-Atlantico è l’ultima formulazione di intuizioni più antiche espresse, ad esempio, nell’opera di Teilhard de Chardin e di Henri Bergson.

La distinzione della nozione di “inizio” da quella di “origine” è, a nostro parere, al cuore della questione epistemologica alla base di questa diatriba ed il tipo di risposta dato implica direttamente la posizione che ciascuno assume rispetto alle nozioni di creazione ed evoluzione. La tesi che intendiamo qui sostenere è che la distinzione tra inizio e origine è perfettamente adatta a contemperare le due visioni, non secondo le modalità usualmente invocate da chi ricerca soluzioni confusamente pacificatrici, ma con uno sguardo rinnovato all’evoluzione e alla sua relazione con l’atto creatore di Dio anche rispetto all’ID.

La differenza tra le nozioni di inizio e di origine

La comparsa di un essere o l’emergenza di una situazione differente da quel che la precede ci fa prendere coscienza della nozione di novità, dove il dopo si distingue dal prima rivelando la sua differenza e la sua propria identità. È qui che la nozione di inizio prende il suo senso nel mondo fisico che osserviamo e che è alla fonte stessa dell’esperienza prima che noi facciamo sia del tempo che dello spazio. Benché questa nozione di inizio provenga dall’esperienza fisica e sensibile, essa è, ciò nonostante, un’interpolazione intellettuale tra un prima ed un dopo, i quali sono davvero sperimentati in proprio. In quanto oggetto della conoscenza , l’inizio indica la constatazione da parte del soggetto conoscente dell’apparizione di una novità. Novità che si inserisce nel continuum spazio- temporale e che, al tempo stesso, lo discrimina cambiandone alcune proprietà. Nel contesto del confronto tra evoluzionismo e creazionismo che qui ci interessa, la nozione di inizio è

eminentemente legata all’apparizione di nuove proprietà della materia lungo il tempo in uno spazio

dato e ci conduce a due tipologie di domande: quali erano le condizioni della materia prima di questa apparizione? come questa transizione verso una novità si è fatta?

Le diverse tipologie di causa sono, dalla natura fisica stessa delle domande, ridotte a quelle di condizionalità e di causa efficiente. Se la presenza di stesse condizioni in altri luoghi e tempi non producesse gli stessi effetti allora potremmo dire che l’emergenza di una novità è dovuta al caso e che persino queste sole condizioni non sono sufficienti per stabilire una causa efficiente della novità.

È da notare che la maggioranza degli approcci filosofici evoluzionistico-scientisti concordano nel presentare i fenomeni legati alla comparsa della vita o del pensiero come dovuti al caso: come

conseguenza, se sono coerenti con le loro premesse, essi devono ammettere che l’esistenza di condizioni simili a quelle che esistevano sulla Terra su un altro pianeta non vi condurranno per forza

all’emergenza della vita o del pensiero. La scoperta dell’apparizione di fenomeni vitali su altri pianeti sarebbe quindi una sconfessione dell’ipotesi scientista del puro caso, perché, in realtà, dimostrerebbe l’esistenza di una distorsione alle leggi della pura casualità, in quanto aumenterebbe la

frequenza dell’apparire del fenomeno vitale in modo tale da rendere l’uso della nozione di puro caso contraddittorio con i calcoli probabilistici delle ricorrenze.

Per inciso, contrariamente a quel che si potrebbe ingenuamente pensare, l’idea di una causa efficiente

non materiale concepita dall’ID, di una “mano invisibile” cugina di quella di Adam Smith in economia, potrebbe trovare in un contesto di pura casualità una giustificazione teorica ancora più pertinente che in un contesto di causalità materiale efficiente più esplicita: diventerebbe un

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salvagente capace di correggere l’eccesso scientista che non spiega più niente visto che esso abdica davanti all’impossibilità di cercare cause efficienti e leggi di causalità razionali.

È proprio all’incrocio tra evento fortuito dovuto al caso e quello della nozione di causalità che si rivela in questo contesto la pertinenza di una nozione di origine differenziata rispetto a quella di

inizio, in quanto concepita come un atto che si situa fuori dalla trama spazio-temporale ma che, ad immagine di un sigillo che imprime nella cera il proprio carattere senza essere se stesso cera,

particolarizza o individualizza l’oggetto impresso in un modo unico. L’origine così concepita non ha lo stesso senso dell’inizio, che è invece un’interpolazione tra un prima e un dopo, ma è direttamente

inteso dalla nostra intuizione, anche se non direttamente leggibile, come rottura del continuum spazio-temporale in quanto proprietà specifica del fenomeno considerato: un’origine può così precedere un inizio, ma anche esserne posposta. Chi ha ricevuto il titolo di dottore in medicina ha

avuto un prima dove non era medico e un dopo dove è medico, ma l’origine del suo carattere di

dottore è nell’istituto accademico che lo ha formato e riconosciuto atto a praticare, che lo precede nel

tempo e al quale, probabilmente, sopravvivrà.

La volgata del pensiero scientifico, da Descartes in poi, e le visioni meccanicistiche dell’universo di Newton, Lagrange, Hamilton ed altri, sono di credere che un sistema fisico è perfettamente determinato se e solo se i risultati di un’esperienza sul sistema sono già certi preventivamente, anche

prima che si sia deciso di fare l’esperienza o prima di aver scelto quali strumenti utilizzare per

realizzarla. Orbene, se questa condizione di certezza preventiva del risultato sperimentale è una

condizione sufficiente per determinare perfettamente un sistema fisico, essa non è necessaria per garantirne la causalità. Per un sistema perfettamente determinato sono necessari e sufficienti i due seguenti assiomi aristotelici: 1) quando un sistema cambia, perde alcune proprietà attuali e ne

guadagna altre e 2) per ogni proprietà fisica ne esiste un’altra opposta.

Proprio per il fatto di conoscere questi principi di fisica aristotelica Einstein, con l’esclamazione “Dio non gioca ai dadi” intendeva solo affermare l’incompletezza della meccanica quantistica, davanti ai suoi comportamenti stocastici, e denunciare l’errore (comune tuttora tra molti fisici e non)

di confondere la causalità con la prevedibilità. Persino in meccanica classica ci sono sistemi fisici perfettamente causali, ma assolutamente imprevedibili, come mostrato ad esempio fin dagli anni 70 del secolo scorso dalle cosiddette teorie del caos. Possiamo perciò affermare che ogni sistema fisico, anche aleatorio ed imprevedibile, è completamente determinato e causale se soddisfa i due assiomi aristotelici sopra menzionati. E così vale anche per la meccanica quantistica.

Di conseguenza, non è necessario ricorrere ad una ”mano invisibile” per determinare completamente

un sistema fisico imprevedibile: in altri termini, non è necessario trovare una spiegazione metafisica

per spiegare l’emergenza di un evento apparentemente fortuito come l’apparizione della vita e di strutture materiali complesse. Non dispiaccia ai supporters dell’ID…

La relazione tra evoluzione, caos e disordine

Il premio Nobel Ilya Prigogine ha messo in evidenza l’esistenza di strutture dissipative e di sistemi auto-strutturanti nei quali operano flussi di consumo di energia e di conseguente creazione di entropia lontano da situazioni di stabilità termodinamica. D’altro canto, si consta che l’universo stesso non ha mai cessato di strutturarsi, dal “Big Bang” in poi, in ammassi di galassie, galassie, sistemi stellari e planetari, e con la comparsa di fenomeni fisici di auto-poiesi come la produzione di strutture cristalline e cellulari, le quali possono tutte essere descritte come rotture di simmetrie, esse

stesse produttrici di entropia: l’ipotesi di una legge universale di complessificazione sembra

ragionevolmente poter essere connessa a queste teorie e non manca, a mio parere, di seduzione.

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Se questi processi, in principio, possono essere descritti in termini di teorie del caos, dove il

comportamento deterministico di ogni componente non implica che il sistema sia esso stesso prevedibile (data la sua lontananza da situazioni di equilibrio termodinamico), allora la novità sembrerà sempre apparire all’osservatore come fortuita, mentre è invece perfettamente determinata e causata. Il che vuol dire che è, di principio, possibile supporre l’esistenza di una legge universale di complessificazione che abbia la sua origine nella natura materiale stessa dell’universo, senza bisogno

di ricorrere a causalità efficienti non fisiche e non osservabili.

Ci sembra ragionevole ammettere che il secondo principio della termodinamica possa comprendere

questo ruolo di descrizione della causa efficiente della complessificazione della materia: la complessificazione è un processo pesantemente generatore di entropia, poiché la creazione di una struttura, che di per sé si comporta in modo neghentropico[i], produce di fatto grandi quantità di entropia nelle sue vicinanze, tale che il bilancio totale sarà sempre positivo e il principio di produzione massima di entropia soddisfatto. E anche se le teorie più moderne descrivono gli inizi

dell’universo come una zuppa indifferenziata di particelle perfettamente simmetriche, possedendo

dunque una densità di entropia straordinaria, giusto dopo la sua comparsa a causa del suo volume

infimo a quegli istanti la sua entropia totale era estremamente inferiore all’attuale, dato che la sua energia era non degradata, il suo disordine minimo e l’informazione ivi contenuta praticamente

integra.

Ne risulta che la storia dell’universo e dunque tutta l’evoluzione cosmica è lontana dall’essere un

processo positivamente creatore ma è, in realtà, un processo degenerativo produttore di disaggregazione, di rotture di simmetrie e di perdita di informazione, i cui fenomeni localmente auto- poietici accelerano la fine del cosmo piuttosto che il suo rallentamento.

La specificità dell’umano

La comparsa del fenomeno umano si oppone a questa dinamica di disaggregazione per crescita di

entropia, in quanto l’essere umano è produttore di nuova informazione e non solamente un distruttore di questa (come ogni altra specie vivente). Ciò che ci appare chiaro quando ci si china sull’attività

umana fin dai suoi inizi osservabili è che essa introduce una nozione di ordine e di senso nel suo

agire, in quanto l’uomo è capace di proiettarsi nel futuro e di ottimizzare il suo agire in modo da

produrre ordine e da strutturare il suo ambiente, minimizzando coscientemente il disordine prodotto.

Già la prima tomba umana indica una capacità a distinguere il passato dal presente, ciò che è stato da

quel che sarà, il senso del tempo, dell’universo e della vita: tutte attività eminentemente produttrici d’informazione e di senso e perciò distruttrici di entropia; ovvero opposte alla progressione di degradazione dell’informazione nell’universo. Il fenomeno stesso di internet è l’ultima manifestazione storica di questa produzione planetaria d’informazione.

La comparsa dell’uomo ci indica un punto d’inizio nel tempo che i paleontologi cercano di definire e trovare appoggiandosi anche ad altre scienze come la genetica. Ciò nonostante la natura dell’uomo è radicalmente differente dal fenomeno dell’apparire del resto della biosfera o della strutturazione cosmologica dell’universo: essa combatte la crescita di entropia mentre tutti gli altri fenomeni fisici e biologici ne favoriscono la crescita. Utilizzando la differenza concettuale tra inizio ed origine, questa differenza in natura implica che l’origine dell’uomo non è la stessa di quella dell’universo, poiché se l’origine di tutto quello che è fisico è l’agonia stessa dell’universo che si manifesta con l’aumento di entropia, l’origine dell’uomo deve avere un principio indipendente, non riducibile alla materia intesa

in quanto realtà sottostante il secondo principio della termodinamica: evidentemente il principio

dell’uomo è strutturante e vita nel senso proprio del termine; esso non partecipa alla crescita di

entropia, ma addirittura vi si oppone, anche se la subisce nella sua componente biologica e fisica.

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La posizione creazionista nel senso fondamentalista non è sostenibile in quanto appare poco

ragionevole: essa intende far corrispondere l’inizio del mondo e dell’umanità con la sua origine. Per

il credente, il fatto che l’universo abbia avuto un inizio o no nello spazio-tempo non è di per sé rilevante per la sua fede nell’esistenza di Dio, come già fu spiegato dall’Aquinate. Per analogia,

anche il fatto di ammettere la generazione spontanea di esseri vivi da materia inanimata o via processi fisico-chimici e biologici intermediari non è un vero problema religioso. Il fondamentalismo creazionista impone una limitazione particolare di cui sia la riflessione filosofica che quella teologica non sentono il bisogno per stabilire l’azione di Dio nel mondo: la necessità di far combaciare un inizio spazio-temporale con un’origine direttamente attuata da Dio. Tra l’altro, questo andrebbe anche contro un altro principio che lo stesso San Tommaso ha ben dimostrato: Dio agisce sempre tramite intermediari naturali.

Ciò nonostante, concepire, come Bergson o Teilhard o Kauffman, l’evoluzione in quanto processo positivo che conduce infallibilmente dalla materia inanimata ai fenomeni biologici fino alla comparsa dell’uomo (e alla sua finale convergenza con il Cristo, per Teilhard) è una posizione, anche se di senso opposto, ingenua tanto quanto quella dei creazionisti: questi evoluzionisti (religiosi e no) assomigliano al Rousseau dell’innocente e buon selvaggio, dove stavolta l’innocente bontà è applicata all’intero cosmo. Se c’è uno slancio vitale nell’universo esso è completamente frustrato e contrastato da un processo involutivo, di decadenza irresistibile che permette la comparsa della vita solo nella morte, insieme al dolore e ad un’impietosa (progressivamente solo distruttrice) selezione delle specie.

Conclusione

Nei fatti, l’evoluzione appare una brutta copia, disordinata e piena di cancellature, della creazione

descritta nella Genesi: ciò che avviene di positivo nell’universo lo è a dispetto dei processi evolutivi che ne regolano il divenire e non grazie a loro. Donde l’impressione di pura casualità dei fenomeni

evolutivi, anche se questi sono in realtà sempre causati e determinati.

La comparsa dell’uomo è un’apparizione che mostra la sua origine essenzialmente neghentropica,

nulla avente in comune con i fenomeni evolutivi in quanto opponentesi alle loro leggi nella sua

attività propria: con una chiave di lettura teologica, possiamo così osservare che l’origine dell’universo è necessariamente mediata rispetto all’atto creatore di Dio in quanto implicante processi evolutivi la cui natura è diretta alla distruzione dell’universo, mentre, al contrario, l’origine dell’uomo nella sua singolarità custodisce l’atto creatore di Dio destinato all’ordine e alla vita.

Possiamo così concludere che il libro della Genesi ci mostra il piano di Dio all’origine del Creato, mentre la teoria dell’evoluzione ci illustra quel che ne è stato fatto dall’inizio. Senza dubbio alcuno, fin dal suo avviamento, il fenomeno umano si radica nelle profondità della lunga storia dell’universo e risale addirittura ad un verosimile inizio di quest’ultimo, ma l’origine propria dell’uomo si stabilisce in quell’atto creatore di Dio che è il Paradiso terrestre.

[i] Cioè, distruttore di entropia.

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Evoluzione e creazione: alla ricerca del paradiso perduto Appendice:

dall’ellisse alla parabola

Evoluzione e creazione: alla ricerca del paradiso perduto – Appendice: dall’ellisse alla parabola By <a href=Simon de Cyrène on 10 ottobre 2013 • ( 0 ) Gesù e Adamo Mi è stato fatto notare di essere stato un poco troppo ellittico e forse un po’ criptico nei miei posts precedenti sull’evoluzione e la creazione: infatti non si voleva uno sguardo teologico ma solamente filosofico-scientifico. Mi permetto allora di decriptare con uno sguardo meta-scientifico e meta- filosofico le implicazioni di quel che ho scritto : dall’ellissi alla parabola evitando, spero, l’iperbole. Il perno del ragionamento, aristotelico, è di notare dall’osservazione realista che il comportamento della materia è opposto a quello dell’umano, in quanto la strutturazione della prima a vviene per via accrescimento del disordine, dell’energia sprecata e irrecuperabile e della perdita di informazione, quel che si chiama entropia . Mentre l’essere umano è mosso dal bisogno di ordine, di salvaguardare energia e di creare informazione. In questi giorni sarà dato il Premio Nobel ai Proff. Higgs e Englert per la predizione dell’esistenza di una particella, chiamata oggi bosone scalare e, impropriamente, particella di Dio , in quanto essa spiega l’esistenza della presenza di massa nelle particelle appellandosi ad una struttura originaria e simm etrica esistente subito dopo l’apparizione dell’universo quale lo conosciamo: questa informazione era andata persa da 15 miliardi di anni, distrutta dall’evoluzione della materia, congetturata una quarantina di anni fa e provata solo l’anno scorso al CERN . Dalla constatazione di questo comportamento radicalmente opposto alla perdita di informazione , se ne può dedurre sì che l’uomo in quanto essere fisico è sottomesso allo stesso processo disgregante al quale è sottomessa tutta la natura e dunque che, qualunque cosa egli faccia, l’entropia dell’universo in quanto tale aumenterà, ma che la sua origine non può essere nel detto universo sottomesso a questo secondo principio della termodinamica: o allora il premio Nobel non sarebbe mai potuto essere conferito qu est’anno, ad esempio. L’origine dell’uomo è dunque differente di quella dell’universo, anche se la storia dell’uomo si svilup pa e si intreccia in quella dell’universo stesso fino al presupposto inizio di questo. 14 " id="pdf-obj-13-18" src="pdf-obj-13-18.jpg">

Gesù e Adamo

Mi è stato fatto notare di essere stato un poco troppo ellittico e forse un po’ criptico nei miei posts precedenti sull’evoluzione e la creazione: infatti non si voleva uno sguardo teologico ma solamente

filosofico-scientifico. Mi permetto allora di decriptare con uno sguardo meta-scientifico e meta- filosofico le implicazioni di quel che ho scritto: dall’ellissi alla parabola evitando, spero, l’iperbole.

Il perno del ragionamento, aristotelico, è di notare dall’osservazione realista che il comportamento della materia è opposto a quello dell’umano, in quanto la strutturazione della prima avviene per via accrescimento del disordine, dell’energia sprecata e irrecuperabile e della perdita di informazione, quel che si chiama entropia. Mentre l’essere umano è mosso dal bisogno di ordine, di salvaguardare energia e di creare informazione. In questi giorni sarà dato il Premio Nobel ai Proff. Higgs e Englert per la predizione dell’esistenza di una particella, chiamata oggi bosone scalare e, impropriamente, particella di Dio, in quanto essa spiega l’esistenza della presenza di massa nelle particelle appellandosi ad una struttura originaria e simmetrica esistente subito dopo l’apparizione dell’universo quale lo conosciamo: questa informazione era andata persa da 15 miliardi di anni, distrutta dall’evoluzione della materia, congetturata una quarantina di anni fa e provata solo l’anno scorso al CERN.

Dalla constatazione di questo comportamento radicalmente opposto alla perdita di informazione, se ne può dedurre sì che l’uomo in quanto essere fisico è sottomesso allo stesso processo disgregante al quale è sottomessa tutta la natura e dunque che, qualunque cosa egli faccia, l’entropia dell’universo in quanto tale aumenterà, ma che la sua origine non può essere nel detto universo sottomesso a questo secondo principio della termodinamica: o allora il premio Nobel non sarebbe mai potuto essere conferito quest’anno, ad esempio.

L’origine dell’uomo è dunque differente di quella dell’universo, anche se la storia dell’uomo si sviluppa e si intreccia in quella dell’universo stesso fino al presupposto inizio di questo.

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Abbiamo anche ricordato che per San Tommaso, filosoficamente parlando, che Dio abbia creato un universo con un inizio nel tempo o esistente da sempre non ha altra rilevanza che la sua convenienza ma anche che Dio sempre agisce attraverso una moltitudine di intermediari materiali e spirituali.

Dio crea il Paradiso terrestre e nel suo stesso atto di creazione vi è la libertà di altre persone che Lui stesso: quella di Adamo ed Eva e quella del Serpente. L’atto di Creazione stessa si termina con la presenza di questi attori: chiamo quest’atto propriamente l’atto di origine, di genesi.

Dio genera l’universo ma non è l’universo che vediamo: quello del Paradiso Terrestre è un universo in armonia, dove l’uomo da nome alle cose, cioè struttura e crea conoscenza, non è un’universo dove

la legge suprema è il secondo principio di entropia. Eppure quel che vediamo intorno a noi non è un

universo che corrisponde: rassomiglia ma ne è una brutta copia.

Quello del Paradiso Terrestre è un universo dove la libertà di cooperazione all’opera di creazione

divina non si è ancora esercitata mentre il mondo in cui viviamo è un universo dove tale libertà si è

attuata: quello era un universo potenzialmente rispondente all’amore di Dio, mentre questo è un universo che non ha attualmente risposto a tale amore per via delle scelte dell’uomo e del serpente. Il Paradiso terrestre è all’origine il Piano del nostro universo nell’atto creatore di Dio ma gli strumenti della sua attuazione, gli intermediari materiali e spirituali che sono gli angeli e gli uomini lo hanno sfigurato: l’Origine ne è stata avvilita nella Sua creazione.

Si, ma quale relazione “concreta” è possibile tra Adamo e noi? Proporrei la stessa, mutatis mutandis e anti-simmetricamente, che quella tra noi e Cristo. Allo stesso modo che Cristo ha stabilito e attuato per noi una Terra Nuova e dei Cieli Nuovi e che Lui stesso vi è già salito e che resterà per noi inaccessibile fino alla fine dei tempi, così Adamo è sceso dal Paradiso terrestre, ormai per sempre inaccessibile per stabilirsi tra gli uomini nell’universo da lui attuato assieme al serpente. E Adamo è sceso in una popolazione umana temporalmente già esistente e avente in lui il suo prototipo mentre Cristo è salito in quanto primogenito dal mezzo di una popolazione che sarà ancora esistente dopo. Così come siamo tutti già salvati in Cristo così siamo tutti generati in Adamo.

L’atto di libertà del Serpente e di Adamo fa che viviamo in un universo apparso 15 miliardi di anni fa, sottomesso al secondo principio di entropia, colle sue darwiniane conseguenze, ma di Adamo manteniamo la divina origine ad immagine di Dio che ci fa conoscere ed amare, creare neghentropia, struttura, ordine e la disciplina della carità.

Rendiamoci conto che Dio è infinito, cioè auto-straboccanteSi : in Lui l’atto di creare il Paradiso terrestre, lasciare uomo e serpente scegliere, lasciare l’evoluzione svilupparsi, lasciare Gesù, il Cristo, Obbedire, stabilire un Cielo e una Terra Nuova è tutt’Uno. L’inizio e la fine del nostro mondo sono solo Sua convenienza. Egli ci crea qui ed adesso, hic et nunc, e ci crea attraverso il Suo Paradiso Terrestre, aldiquà della disobbedienza del Serpente, aldiquà di quella di Adamo,

malgrado l’universo che hanno attuato, aldilà della Morte e della Resurrezione di Suo Figlio,

nel Suo Corpo Risorto.

In Pace

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Sull’attributo dell’onnipotenza in Dio

Sull’attributo dell’onnipotenza in Dio By <a href=minstrel on 16 settembre 2013 • ( 0 ) Escher: limite del cerchio III Devo una risposta all’utente Squilpa che sul blog di Tornielli chiede delucidazioni sull’onnipotenza di Dio. Sono stato volutamente evasivo sul blog del vaticanista perché altrimenti sarebbe scaturito un lungo commento totalmente OT rispetto al tema proposto; OT che noi utenti di Tornielli abbiamo promesso di non alimentare più. Ed eccoci qui allora per una risposta meno evasiva e spero lucida. La domanda di Squilpa, comune a molti altri non credenti o credenti in altre fedi , parte da questa mia affermazione piuttosto “provocatoria”: “noi cristiani che riteniamo che Dio possa tutto tranne l’assurdo”. Puntuale ecco l’afferamzione per deduzione di Squilpa “Apprendo poi con sollievo che Dio non è onnipotente , era ora che se accorgesse!”. Al che io ripropongo un apoftegma che lasciato senza spiegazioni teologiche dettagliate pare un assurdo: “Dio è onnipotente perché non può l’assurdo!” . Squilpa mi fa notare che “Dio è onnipotente perchè non può tutto …” e dunque in italiano “è quasi onnipotente!”. SULLA TRASCENDENZA DIVINA Questo mio scritto, indirizzato a Squilpa e a coloro che procedono deduttivamente come egli fa, necessita in primis di una distinzione che funge da premessa alla comprensione. Una delle grandi differenze fra il Dio Cristiano e il Dio musulmano sta nell’ assoluta trascendenza del secondo . Ovvero, Dio per gli islamici possiede quale attributo la totale estraneità alle categorie umane, comprese quelle della ragione . Non credo si f accia un torto all’Islam a dire che il loro Dio può, agli occhi umani, tutto e il suo contrario. Scrive Ratzinger nella sua celeberrima, anche al grande pubblico (ma ahimé per i motivi sbagliati!), lezione di Ratisbona: “Per la dottrina musulmana [ ... ] Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza . In questo contesto Khoury 16 " id="pdf-obj-15-14" src="pdf-obj-15-14.jpg">

Escher: limite del cerchio III

Devo una risposta all’utente Squilpa che sul blog di Tornielli chiede delucidazioni sull’onnipotenza di Dio. Sono stato volutamente evasivo sul blog del vaticanista perché altrimenti sarebbe scaturito un lungo commento totalmente OT rispetto al tema proposto; OT che noi utenti di Tornielli abbiamo promesso di non alimentare più. Ed eccoci qui allora per una risposta meno evasiva e spero lucida.

La domanda di Squilpa, comune a molti altri non credenti o credenti in altre fedi, parte da questa mia affermazione piuttosto “provocatoria”: “noi cristiani che riteniamo che Dio possa tutto tranne l’assurdo”. Puntuale ecco l’afferamzione per deduzione di Squilpa “Apprendo poi con sollievo che Dio non è onnipotente, era ora che se accorgesse!”. Al che io ripropongo un apoftegma che lasciato senza spiegazioni teologiche dettagliate pare un assurdo: “Dio è onnipotente perché non può l’assurdo!”. Squilpa mi fa notare che “Dio è onnipotente perchè non può tutto …” e dunque in italiano “è quasi onnipotente!”.

SULLA TRASCENDENZA DIVINA

Questo mio scritto, indirizzato a Squilpa e a coloro che procedono deduttivamente come egli fa, necessita in primis di una distinzione che funge da premessa alla comprensione. Una delle grandi differenze fra il Dio Cristiano e il Dio musulmano sta nell’assoluta trascendenza del secondo. Ovvero, Dio per gli islamici possiede quale attributo la totale estraneità alle categorie umane, comprese quelle della ragione. Non credo si faccia un torto all’Islam a dire che il loro Dio può, agli occhi umani, tutto e il suo contrario. Scrive Ratzinger nella sua celeberrima, anche al grande pubblico (ma ahimé per i motivi sbagliati!), lezione di Ratisbona:

“Per la dottrina musulmana [

...

]

Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a

nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury

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cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a

rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria.”

Ratzinger, Joseph Benedetto XVI. Discorso del Santo Padre all’incontro con i rappresentanti della scienza, Regensburg, 12 settembre 2006

Il Cristiano invece non solo ritiene che Dio NON sia assolutamente (cioè totalmente) trascendente, ma prevede che ciò che l’uomo, nel proprio sentire, sente essere “ragionevole” sia la natura stessa di

Dio, per cui le azioni non dettate dalla ragione corrispondono ad un agire contrario alla Natura di Dio.

Ovviamente questo pensiero nasce dall’incontro/scontro fra la filosofia greca e la teologia cristiana:

scontro che si concretizzò nella storia della Chiesa nell’accesa diatriba medioevale fra dialettici ed antidialettici, incontro a cui si giunse con la nascita di quel modello teologico detto “analogico”, concretizzato in modo straordinario nell’opera di San Tommaso d’Aquino. Servirebbe un post a parte per descrivere dettagliatamente in cosa consistevano gli errori delle posizioni esclusiviste (antidialettiche alla Pier Damiani) e quelle inclusiviste (addirittura nominalistiche come quelle di Roscellino da Compiègne). Qui mi limito a esplicare che per modello Analogico si fa riferimento ad una modalità di comprensione della fede che preveda la possibilità di indagare in qualche modo, con la ragione, i contenuti della rivelazione. Questo pur sapendo che tali contenuti non possono per loro natura

(perché divini, cioè superiori ontologicamente alle possibilità non-divine dell’uomo) essere completamente compresi dall’uomo stesso. Mi sembra l’unico modo con il quale si possa garantire una coerenza di fede fra la cosidetta rivelazione divina fra Dio e l’uomo e la logica di testimonianza fra uomo e uomo di (ri)comunicazione (e comprensione) di tale rivelazione.

Difatti è l’unica modalità che:

– da un lato tiene conto dell’assoluta impossibilità dell’uomo di comprendere (com-prendere, cioè prendere TUTTA INSIEME) la volontà di Dio; – dall’altro tiene conto del bisogno di coerenza propria della ragione umana, indicando come necessaria una MODALITA’ di comunicazione fra Dio e l’uomo, modalità che ovviamente sia comprensibile all’uomo stesso!

D’altra parte, come può essere anche solo parzialmente comprensibile un Dio che non tiene conto

delle categorie nelle quali si muove l’intelletto umano? Come può cioè comunicarsi per rivelazione all’uomo un Dio che non usa modalità umane proprie dell’uomo? Non può. Ovvio dunque che se vuole essere coerente anche il Dio mussulmano deve aver avuto una modalità di comunicazione con il suo Profeta pur rimanedo Dio completamente trascendente (ignoro come essi sfuggano a questa contraddizione o se questa contraddizione sia dettata da mia ignoranza; non centra con il discorso presente).

Il Dio cristiano non presenta contraddizione di sorta poiché, come spiega la dottrina analogica, produce una comunicazione della propria rivelazione assolutamente discontinua e modalmente continua! Cioè:

assolutamente discontinua poiché il contenuto globale della rivelazione, nella sua interezza, è trascendente all’uomo, sganciato dalla sua comprensione completa!

modalmente in continuità perché tale contenuto si comunica all’uomo, si narra all’uomo, mediante la stessa modalità di comprensione della realtà propria dell’uomo: la ragione con tutte le

sue caratteristiche.

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L’uomo può dunque ragionare sul contenuto della rivelazione la quale avrà la caratteristica di essere

contemporaneamente:

-Rispetto a Dio: immutabile e assoluta quanto Dio stesso – Rispetto all’uomo: comprensibile mediatamente (cioè non in modo immediato e completo) e sempre APPROFONDIBILE.

In questo contesto dunque si muove la teologia cristiano-cattolica. E con questo preambolo è anche possibile capire ora perché si ritiene che la nostra conoscenza naturale di Dio non è immediata e intuitiva, ma mediata e indiretta, perché ottenuta per il tramite della conoscenza delle creature. Ragionare su Dio, come anche ragionare sulla sua rivelazione, è possibile per l’uomo perché Dio (e la rivelazione) MODALMENTE si comunica all’uomo ed egli lo può comprendere non propriamente, ma per analogia. Cioè:

Mentre la conoscenza vera e propria coglie un oggetto attraverso la sua propria forma (per speciem propriam) ovvero per mezzo di una intuizione immediata, la conoscenza analogica lo coglie (per speciem alienam) in una forma estranea, improntata cioè ad altre cose diverse da quell’oggetto. Ora

per conoscere Dio noi usiamo dei concetti tratti dal mondo creato, il quale ha una certa somiglianza e

rispondenza con Lui, sua causa efficiente ed esemplare. Tale rapporto di somiglianza tra Dio e le creature, somiglianza soverchiata dalla dissimiglianza (infinito-finito), si chiama analogia dell’essere (analogia entis) e costituisce il fondamento di tutta la nostra conoscenza naturale di Dio.

Ott, Ludwig, Compendio di Teologia dogmatica, op. cit. nella biblioteca. p. 30

DIO PUO’ TUTTO PERCHE’ NON PUO’ IL NULLA!

Con queste poche conoscenze di prima teologia che spero di aver chiarito, possiamo dunque rispondere a Squilpa, il quale credo sia felice di sapere che “Dio è onnipotente perchè può tutto tranne l’assurdo” è una frase di un cristiano il quale, ritienendo ragionevole la natura di Dio, deve sempre restare nel ragionevole nel discorrere di Dio. Ritengo essere ragionevole il cosidetto “principio di non contraddizione” come credo e spero lo ritenga ragionevole anche Squilpa.

Dunque se Dio risponde alla logica per sua natura e Squilpa crede di seguire la logica quando scrive

“Dio è quasi onnipotente” perché “non può tutto” qualcuno dei due sbaglia.

Ritengo che a sbagliare sia Squilpa che da valore a ciò che, NELLA LOGICA, non ha valore alcuno.

Difatti cosa è l’assurdo in logica? L’assurdo in logica è nulla. E’ il non-essere, potremmo dire con terminologia metafisica. Faccio un esempio: un triangolo quadrato è o non-è per la logica di qualsiasi essere umano che sappia cosa sia un triangolo e cosa un quadrato? Non-è ovviamente. Un triangolo quadrato è un assurdo. Un triangolo quadrato non esiste. Un triangolo quadrato è nulla come essere. Un triangolo quadrato è nulla.

L’assurdo è nulla, appunto.

Seguitemi ora:

Se l’assurdo = nulla Potere l’assurdo = potere nulla

Potere nulla = non potere

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Dio non è il suo stesso potere? Cioè in formula Dio = potere divino? Si.

Dunque:

Se il potere di Dio può il nulla = Dio è nulla Cioè Dio non è. Dio non esiste.

Un Dio che può l’assurdo e che si comunica all’uomo nella ragione è contradditorio. Come tale è assurdo. Come tale è nulla. Credere ad un Dio del genere è un atto di completa irrazionalità. Fattibile ovvio; ma completamente irrazionale. Credere al Dio cristiano invece è un atto di completa razionalità. Fattibile e perfettamente razionale. E con questo esempio ho anche spiegato come mai noi cristiani ci permettiamo di parlare di “razionalità” della fede, affermazione che suona tanto incomprensibile alle orecchie di molti atei e agnostici estranei alla logica teologica che ci muove.

CONCLUSIONE

E’ dunque un errore logico dire pensare che un “Dio sia onnipotente perché può tutto, anche l’assurdo” poiché potere nulla sarebbe smentire l’onnipotenza stessa. E’ un’autofagia pura.

Infine “Dio può tutto, anche l’assurdo” era la posizione di Pier Damiani, antidialettico, il quale però vedeva nella filosofia e nel ragionamento logico una fonte di errore di fede certo. Se ci si richiama

alla logica e si crede che questa categoria ragionevole sia propria della natura di Dio allora non si può che concludere, in una affermazione che solo in apparenza è contradditoria come si è mostrato,

che “Dio può tutto proprio perché non può il nulla”.

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Fantascienza : la Chiesa cattolica nella Quarta dimensione

Fantascienza : la Chiesa cattolica nella Quarta dimensione By <a href=Simon de Cyrène on 26 ottobre 2013 • ( 0 ) Profondità Oggigiorno quando parliamo di quattro dimensioni pensiamo allo spazio tridimensionale dei fisici aggiunto alla nozione di tempo: nessuno ci pensa, ma la”terza” dimensione è una ricostruzione intellettuale della visione stereoscopica del fatto che abbiamo due occhi per guardare e per posizionare l’oggetto nello spazio, quanto al tempo in quanto dimensione è un’estrapolazione per tener conto del moto. La cosa divertente è che il passato non esiste più e il futuro non ancora: la quarta dimensione spazio- temporale è proprio un discorso per essenza “mitico”. Gli antic hi consideravano anche loro quattro dimensioni: la lunghezza, la larghezza, l’altezza e…la profondità.Le prime tre sono dimensioni “esterne” , mentre la quarta è una dimensione “interna”. Queste dimensioni non sono costruzioni dello spirito come quelle usate dai fisici, ma esprimono l’essere delle cose che sperimentiamo e sono sempre dimensioni, non relative nel senso che diamo attualmente a questa parola, ma in relazione: una larghezza è quella che è ma è sempre da mettere in relazione con altre larghezze: due tavole differenti hanno larghezze differenti ma sempre larghe sono. Spesso sentiamo tra amici chi si lamenta della messa attuale o della Chiesa attuale e La giudica troppo orizzontale mancante di verticalità dopo il Sacro Santo Concilio Vaticano II, oppure sentendo il Santo Padre che La considera non abbastanza rivolta verso le periferie esistenziali si prendono di paura perché loro capiscono che bisogna aumentarne l’orizzontalità, intesa come realtà a due dimensioni , oppure altri, anch’essi resi u n po’ miopi da un linguaggio inadatto, credono che dedicandoci alla liturgia si perda la necessaria orizzontalità che permette di raggiungere l’alterità umana. Eppure hanno la lezione di Sant’Agostino: con Dio si parla di profondità, capire Dio è analogo a fare un buco profondo nella sabbia e voler metterci ll mare intero: fare un buco, non costruire un palazzo , o creare un lago. La Gerusalemme dell’ Apocalisse nel capitolo 21 è descritta nel senso della lunghezza della larghezza e dell’altezza, è d’oro, ma sono le Sue fondamenta, al numero di ben 12, che hanno i materiali i più prezios i : [19] Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di 20 " id="pdf-obj-19-13" src="pdf-obj-19-13.jpg">

Profondità

Oggigiorno quando parliamo di quattro dimensioni pensiamo allo spazio tridimensionale dei fisici aggiunto alla nozione di tempo: nessuno ci pensa, ma la”terza” dimensione è una ricostruzione intellettuale della visione stereoscopica del fatto che abbiamo due occhi per guardare e per posizionare l’oggetto nello spazio, quanto al tempo in quanto dimensione è un’estrapolazione per tener conto del moto. La cosa divertente è che il passato non esiste più e il futuro non ancora: la quarta dimensione spazio-temporale è proprio un discorso per essenza “mitico”.

Gli antichi consideravano anche loro quattro dimensioni: la lunghezza, la larghezza, l’altezza e…la

profondità.Le prime tre sono dimensioni “esterne” , mentre la quarta è una dimensione “interna”.

Queste dimensioni non sono costruzioni dello spirito come quelle usate dai fisici, ma esprimono

l’essere delle cose che sperimentiamo e sono sempre dimensioni, non relative nel senso che diamo

attualmente a questa parola, ma in relazione: una larghezza è quella che è ma è sempre da mettere in relazione con altre larghezze: due tavole differenti hanno larghezze differenti ma sempre larghe

sono.

Spesso sentiamo tra amici chi si lamenta della messa attuale o della Chiesa attuale e La giudica troppo orizzontale mancante di verticalità dopo il Sacro Santo Concilio Vaticano II, oppure sentendo il Santo Padre che La considera non abbastanza rivolta verso le periferie esistenziali si prendono di

paura perché loro capiscono che bisogna aumentarne l’orizzontalità, intesa come realtà a due dimensioni , oppure altri, anch’essi resi un po’ miopi da un linguaggio inadatto, credono che dedicandoci alla liturgia si perda la necessaria orizzontalità che permette di raggiungere l’alterità

umana.

Eppure hanno la lezione di Sant’Agostino: con Dio si parla di profondità, capire Dio è analogo a fare un buco profondo nella sabbia e voler metterci ll mare intero: fare un buco, non costruire un palazzo, o creare un lago. La Gerusalemme dell’ Apocalisse nel capitolo 21 è descritta nel senso della lunghezza della larghezza e dell’altezza, è d’oro, ma sono le Sue fondamenta, al numero di ben 12, che hanno i materiali i più preziosi : [19]Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di

20

calcedònio, il quarto di smeraldo, [20]il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.

Stiamo a guardare l’orizzontalità o la verticalità della Chiesa e della Liturgia, stiamo a giudicare se è troppo o non abbastanza a due dimensioni, mentre in realtà la Chiesa si capisce nella Resurrezione che avviene nella profondità del Sepolcro, si mostra nel segno di Giona, cioè, in primis, dovremmo, noi cattolici, essere consapevoli della Sua quarta dimensione: la profondità, profondità che si amplia incessantemente ad ogni Liturgia che si compie , ad ogni povero che si incontra.

In Pace

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Progressismo fumoso

Progressismo fumoso By <a href=Simon de Cyrène on 31 ottobre 2013 • ( 20 ) Progressismo Ormai i vari Gnocchi, Palmaro, Siccardi, de Mattei ed altri si sono chiaramente posizionati « fuori » dalla Chiesa, lungo una traiettoria di allontanamento spesso in consonanza con la scismatica FSSPX: il loro discorsi ed i loro fini sono ormai chiari per tutti i cattolici e, purtroppo, non ci rimane altro che seguire l’evangelico consiglio di N.S. G.C. di scuotere la polvere dei nostri calzari ed andare avanti senza più curarci di loro. Ma se il tradi-protestantesimo anti-cattolico romano di queste persone ed organizzazioni è ormai chiaro nella mente di tutti, purtroppo la stessa constatazione di assenza di Sentire cum Ecclesia non è per niente così chiara quando si guarda all’altra sponda, quella dello speculare progressismo. In fin dei conti, se da un lato abbiamo un fenomeno di pensare sclerotico, dall’altro abbiamo quello di un pensare a- strutturato: nei due casi, il termine “pensare” è usato qui in senso analogico, perché non è di “vero” pensare che si parla ma di semplici ripetizioni di slogans inquadrati nelle sottoculture rispettive: più un “ragliare” che un pensare costruito quindi. Grazie al blog di P.Augé mi è stato dato di aver accesso a tal ragliare con un testo di Christian Albini pubblicato sul sito Viandanti che invito i lettori a leggere per ben capire i miei commenti. La pretesa dell’autore è di ridare un nuovo significato al termine “relativismo”, in quanto secondo lui, “sequestrata dai settori più chiusi del cattolicesimo” . Premetto che l’introduzione già non è chiara a chi la legge in quanto egli sostiene voler dimostrare che non sia vero che credenti e non credenti siano “necessariamente avversari “ , il che, a me, sembra essere di una tal ovvietà evangelica al punto che non vedo in cosa la sua potenziale dimostrazione possa avere un qualunque valore aggiunto nella storia del pensiero. Comunque, la referenza ai settori più chiusi, giudizio apodittico per sé, mostra fin dall’inizio un discorso che sarà poco in relazione con il reale ma intriso di q uell’ideologia invisa a Papa Francesco e dà il tono di tutto l’articolo. 22 " id="pdf-obj-21-13" src="pdf-obj-21-13.jpg">

Progressismo

Ormai i vari Gnocchi, Palmaro, Siccardi, de Mattei ed altri si sono chiaramente posizionati « fuori » dalla Chiesa, lungo una traiettoria di allontanamento spesso in consonanza con la scismatica FSSPX: il loro discorsi ed i loro fini sono ormai chiari per tutti i cattolici e, purtroppo,

non ci rimane altro che seguire l’evangelico consiglio di N.S. G.C. di scuotere la polvere dei nostri

calzari ed andare avanti senza più curarci di loro.

Ma se il tradi-protestantesimo anti-cattolico romano di queste persone ed organizzazioni è ormai chiaro nella mente di tutti, purtroppo la stessa constatazione di assenza di Sentire cum Ecclesia non è per niente così chiara quando si guarda all’altra sponda, quella dello speculare progressismo.

In fin dei conti, se da un lato abbiamo un fenomeno di pensare sclerotico, dall’altro abbiamo quello di un pensare a-strutturato: nei due casi, il termine “pensare” è usato qui in senso analogico, perché non è di “vero” pensare che si parla ma di semplici ripetizioni di slogans inquadrati nelle sottoculture rispettive: più un “ragliare” che un pensare costruito quindi.

Grazie al blog di P.Augé mi è stato dato di aver accesso a tal ragliare con un testo di Christian Albini pubblicato sul sito Viandanti che invito i lettori a leggere per ben capire i miei commenti.

La pretesa dell’autore è di ridare un nuovo significato al termine “relativismo”, in quanto secondo lui, “sequestrata dai settori più chiusi del cattolicesimo”.

Premetto che l’introduzione già non è chiara a chi la legge in quanto egli sostiene voler dimostrare che non sia vero che credenti e non credenti siano “necessariamente avversari “ , il che, a me, sembra essere di una tal ovvietà evangelica al punto che non vedo in cosa la sua potenziale dimostrazione possa avere un qualunque valore aggiunto nella storia del pensiero.

Comunque, la referenza ai settori più chiusi, giudizio apodittico per sé, mostra fin dall’inizio un discorso che sarà poco in relazione con il reale ma intriso di quell’ideologia invisa a Papa Francesco e dà il tono di tutto l’articolo.

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Comincia il suo tentativo di “ripensare il relativismo”: in un primo tempo ci spiega attraverso l’intervento di Zagrebelsky che si può essere “laico” senza essere relativista. Però, questa non è un gran scoperta, il problema della “laicità” non essendo quello di essere relativista ma, al contrario, quello di essere assolutista, come la storia lo ha mostrato fin dai tempi della rivoluzione francese colla scia sanguinosa lasciata dai poteri laici durante tutto il ventesimo secolo e che continua ancora oggi.

Il bravo Albini, in un secondo paragrafo, si cimenta poi a cercare le radici delle divergenze: solo, c’è

un piccolo problema, non ci ha spiegato quali fossero queste divergenze, tra chi e chi, tra i credenti ed i non credenti, o tra relativisti e gli assolutisti, o tra i chiusi e gli aperti, o tra i nichilisti e gli “eticisti”, prima di voler cercarne le radici. Cerchiamo però, lo stesso, di seguire il suo pensiero anche se non definito nelle sue premesse esplicite.

Si chiede perché non ci sia sintonia tra chi ha differenti concezioni etiche differenti rispetto l’inizio e la fine della vita e vi risponde (non ridete) : “Bisogna avere l’accortezza di chiedersi se questa è una divergenza che nasce da una negazione della vita e della famiglia, o piuttosto da una differente concezione del bene”. Cioè presso chi? Conosco laici che danno molta importanza alla famiglia e alla vita e infatti lo stesso Albini lo afferma poco dopo ricordando che il nichilismo è effettivamente compartito da pochissimi atei e non-cattolici. Ancora una volta non si vede quale sia l’oggetto di questo articolo, cosa esso voglia dimostrare, parlandoci adesso dei nichilisti (assimilati a chi?).

Viene poi con un giudizio apodittico, interessante, ma tutto da dimostrare, che i fondamentalisti

sarebbero nichilisti in quanto dividono il mondo in due: questo c’entra con il discorso precedente

come i cavoli alla merenda.

E chiude il paragrafo chiedendosi se sostenere posizioni sulla vita e famiglia altre che quella della Chiesa sia essere sostenitore di un male o se non fosse, semplicemente, una differente concezione di un bene o differente attuazione dello stesso bene. Notate amici, che questa frase non è in relazione logico-dimostrativa con tutto quel che egli scrive precedentemente: è semplicemente una domanda.

In fin dei conti, è la tesi che lui vorrebbe dimostrare, ma che ci presenta, indebitamente, “dimostrata”

dal suo precedente sproloquio, in realtà non attinente neanche al soggetto.

Albini ci porta poi un paio di esempi, alla “moda”: il primo quello di “una relazione omosessuale caratterizzata da fedeltà e dedizione” che sarebbe un bene e di cui riconoscerne il bene non significherebbe negare il matrimonio.

Lo so, tale livello di impreparazione fa ridere, ma è il risultato dell’incultura e dell’assenza di pensiero costruito e razionale. In effetti, mai un atto cattivo o immorale non ha un attrattiva di

bene per il soggetto che lo compie: avere un’amante in più della moglie è certamente un bene sotto un certo punto di vista, ed essere fedele e dedicato all’amante è cosa che potrebbe essere vista come

buona, seguendo questo ragionamento e allora potremmo dire che avere amanti ai quali essere fedeli non significa negare il matrimonio.

Un’azione è immorale quando si sceglie un bene minore ad uno maggiore: ma sempre di beni si

tratta. Infatti, se fedeltà e dedizioni sono un bene, un bene ancora più grande è vivere la propria sessualità secondo la propria natura umana che è sempre eterosessuale in quanto fine alla procreazione della specie: nel caso secondo natura fedeltà e dedizione aiutano alla realizzazione della propria natura, mentre nel caso contro la natura della specie le stesse fedeltà e dedizione avvinghiano sempre di più chi vi è sottomesso a schiavitù contro-natura. Nel primo caso fedeltà e dedizione è un

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processo di libertà nel pieno esercizio del propria natura, mentre nel secondo diventa un processo di schiavitù.

L’altro esempio dato è quello dell’eutanasia presentando il solito leit-motiv come essendo une bene e non capendo ancora una volta che l’immoralità di un atto non è nel fatto che si sceglie un male in sé ma nel fatto che si sceglie un bene scadente quando si deve sceglierne uno migliore: chi decide di ammazzare il vecchio padre per diminuire i costi e per rispetto della dignità umana, di certo non vuole fare un male in sé, ma di certo fa il male in quanto decide di far passare un bene superiore, la vita ( e l’amore che la deve accompagnare e che spesso esige sacrificio) dopo un bene inferiore.

Non avendo dimostrato niente il Nostro chiude apoditticamente dicendoci che qui non siamo in un permissivismo senza freni e quindi non siamo relativisti e il problema etico va da essere risolto nell’incontro: in realtà, quel che egli ci dice è che chi non d’accordo con la Chiesa non è per forza un “immoralista”. Il che tutti già sapevamo.

E qui, ci cascano le braccia, il Sig Albini dovrebbe sapere che ci sono due forme di relativismo rispetto alle categorie da lui usate: quel relativismo che non accetta nessuna regola oggettiva ed il

relativismo che non accetta che ci sia una gerarchia tra beni oggettivi. Dire “non sono relativista, perché credo che ci siano valori”, ma la priorità tra i valori sono “io” che li decido , direi che è proprio la definizione stessa di relativismo!

Il Sig. Albini già dovrebbe studiare un po’ di etica e sapere che tra una posizione relativista ed una assolutista, tra una teleologica ed una deontologica c’è la posizione oggettivista che tiene conto della situazione reale e che va da essere considerata dalla ragion pratica e non da quella speculativa, alla luce del bene comune e dello sviluppo delle virtù di ciascuno.

Insomma, siamo in presenza del solito pensiero “progressista” informe, contraddittorio, di un discorso che si definisce nella propria autoreferenzialità dove la verbosità funge da surrogato alla logica e dove le preconcezioni rimpiazzano i fatti.

Purtroppo di questo si nutrono i nostri fratelli separati nel “progressismo” e questo li rende chiusi agli “altri” dietro un’invalicabile muraglia cinese di verbosità ideologica impaurita dalla realtà:

abbiamo visto che questo modo di separazione è stato definito dallo stesso SIg Albini,

“nichilismo”…

In Pace

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Critica alle critiche di Tommaso alla prova ontologica di Anselmo d’Aosta

Critica alle critiche di Tommaso alla prova ontologica di Anselmo d’Aosta By <a href=minstrel on 29 novembre 2013 • ( 22 ) la necessità di non essere quadrato L’ultimo dialogo di Simon, strepitoso, mi ha ricordato una bellissima lezione ( reperibile su web ) di Padre Barzaghi OP dedicata alla prova ontologica di Anselmo d’Aosta e a lle critiche che fece a questa Tommaso d’Aquino. PREMESSA. Tratto in questo breve post della prova ontologica secondo quanto proposto da Anselmo stesso. Oggi tale prova è ancora studiata e perfezionata da filosofi del calibro di Plantinga, il quale si chiede se è possibile comparare esseri esistenti con esseri non-esistenti . Tralasciamo questo ambito modale di studio e fiondiamoci nel medioevo per un ripasso di Anselmo, per ascoltare le critiche di Tommaso e… tentare di criticarlo! Scusi Maestro!!! La prova di Anselmo è celeberrima: tratta dall’opera Proslogion è una delle prove “più semplici” (e come tale anche più efficace) perché composta da una frase secca e nitida per tutti: quando lo stolto (l’ateo) dice che Dio non esiste si contraddice poiché quando egli pensa Dio pensa necessariamente “ all’essere di cui non si può pensare il maggiore ” e se un tale essere non possiede l’esistenza è tutt’altro che “il maggiore”. Per cui richiamare un simile ente e dire che non esiste è una contraddizione. E’ come se uno vi dicesse ad alta voce: “io non sto parlando!”. Amen. Tutto qui? Tutto qui (dici poco). Questa prova viene definita “ontologica” perchè si basa su ciò che E’ Dio! Da subito tale strada ebbe delle critiche, la prima – famosa – venne da Gaunilone, frate appartenente allo stesso ordine di Anselmo. Altre critiche piovvero in ambito cristiano- cattolico, le più “dure” da affrontare furono quelle di Tommaso. 25 " id="pdf-obj-24-14" src="pdf-obj-24-14.jpg">

la necessità di non essere quadrato

L’ultimo dialogo di Simon, strepitoso, mi ha ricordato una bellissima lezione (reperibile su web) di Padre Barzaghi OP dedicata alla prova ontologica di Anselmo d’Aosta e alle critiche che fece a questa Tommaso d’Aquino.

PREMESSA. Tratto in questo breve post della prova ontologica secondo quanto proposto da Anselmo stesso. Oggi tale prova è ancora studiata e perfezionata da filosofi del calibro di Plantinga, il quale si chiede se è possibile comparare esseri esistenti con esseri non-esistenti. Tralasciamo questo ambito modale di studio e fiondiamoci nel medioevo per un ripasso di Anselmo, per ascoltare le critiche di Tommaso e… tentare di criticarlo! Scusi Maestro!!!

La prova di Anselmo è celeberrima: tratta dall’opera Proslogion è una delle prove “più semplici” (e come tale anche più efficace) perché composta da una frase secca e nitida per tutti: quando lo stolto

(l’ateo) dice che Dio non esiste si contraddice poiché quando egli pensa Dio pensa necessariamente

all’essere di cui non si può pensare il maggiore” e se un tale essere non possiede l’esistenza è tutt’altro che “il maggiore”. Per cui richiamare un simile ente e dire che non esiste è una contraddizione.

E’ come se uno vi dicesse ad alta voce: “io non sto parlando!”.

Amen. Tutto qui? Tutto qui (dici poco).

Questa prova viene definita “ontologica” perchè si basa su ciò che E’ Dio!

Da subito tale strada ebbe delle critiche, la prima famosa venne da Gaunilone, frate appartenente allo stesso ordine di Anselmo. Altre critiche piovvero in ambito cristiano-cattolico, le più “dure” da affrontare furono quelle di Tommaso.

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Eccole qui:

1) CRITICA STORICA. La definisco io così perché mi sembra nasca dalla conoscenza che oggi definiamo “storica” di quel che Tommaso sapeva di quanto pensavano i vecchi filosofi della grecia antica. San Tommaso infatti

dice: “Non è vero che tutti ritengono che Dio sia l’essere di cui non si può pensare il maggiore”. Ad esempio i presocratici pensano a Dio come Acqua oppure come fuoco… Prima demolizione parziale: allora come mai anche tu, caro il mio Tommaso, mi concludi le tue vie con “e questo TUTTI dicono Dio”?

Resta in piedi in effetti la consapevolezza storica che i presocratici ritenevano fosse il fuoco, l’acqua

(o il numero come Pitagora) l’arché di tutte le cose. Ma erano affermazioni in primis mancanti della rivelazione cristiana con Dio quale Creatore e precede di molto l’intuizione di “essere” come formulata dal grande Parmenide. Oggi diremmo che è un paragone azzardato che non tiene conto delle caratteristiche stesse della scienza storica a cui si richiama per la critica.

2) CRITICA LOGICA. San Tommaso comprende al volo la difficoltà di passare tramite ragionamento dalla logica all’ontologia (Kant mio, non hai inventato niente). Dice cioè: anche ammettendo che Dio sia PER TUTTI “l’essere di cui non si può pensare il maggiore”, questo non consegue necessariamente che tale essere, Dio appunto, esista! Tommaso dunque esplica che Anselmo dimostra soltanto questo: SE Dio esiste, allora esiste necessariamente; ma non può dimostrare il contrario!

Poniamo questo esempio: se penso ad un triangolo esso necessariamente avrà la somma degli angoli interni di 180°. Ma non è detto che tale triangolo esista! Se esiste, necessariamente avrà questa somma. Ma si chiede Tommaso – una necessità logica ha necessariamente riflesso nell’essere? E da ora facciamo finta di parlare direttamente al nostro carissimo Maestro:

Demolizione dell’argomento: scusi signor Tommaso, ma chi di noi non abbisogna di necessità logiche per creare qualsivoglia prova o argomento? Ad esempio anche lei usa una necessità logica per creare le tue bellissime vie!

Esempio concreto: ammettendo (perché oggi gli analitici ci stanno studiando su…) l’improcedibilità all’infinito della sua prima prova, questa improcedibilità è forse un dato di fatto? No! E’ un’esigenza logica posta come vera dall’essere e dal senso comune. Dunque perché devo accettare questa sua necessità logica e non un altra che necessariamente, “per forza” direbbe Telesforo, mi prova l’esistenza dell’essere che E’ l’esistenza?!

Lo sa Maestro che alcuni hanno superato questa difficoltà semplicemente ritenendo che l’essere non

possa essere antingibile? Si, si Kant e con lui tutta la modernità postcartesiana ritiene infatti che il

pensiero non pensa l’essere, cioè appunto che l’essere non è attingibile dal pensiero.

Gente che per pensare che l’essere non sia attingibile dal pensiero deve, appunto, PENSARE che quell’essere sia fuori dalle idee. Ma come è possibile non attingere con il pensiero ad una cosa che, per comprendere che non posso attingerne, la devo pensare con il pensiero stesso?

Non lo so Maestro Tommaso, non lo so proprio come facciano, però loro dicono che è così…”

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Teologia del corpo, omosessualità, matrimonio: qualche linea guida.

Teologia del corpo, omosessualità, matrimonio: qualche linea guida. By <a href=minstrel on 4 marzo 2014 • ( 40 ) il PENSATORE! Prendendo spunto da una serie di splendidi commenti apparsi nei posts dedicati al Sinodo della famiglia, ho cercato alcuni approfondimenti circa la “bomba ad orologeria” (Weigel) che risponde al nome “teologia del corpo” secondo il beato Giovanni Paolo II; approfondimenti che ho voluto inserire in una ricerca più ampia che non tralasciasse alcuni modi di intendere tale teologia da parte intuizioni filosofiche di stampo husserliano. UN BLOG DEI BLOGS INUSUALE… Non sono in grado in questo momento di formare un pensiero personale al riguardo poiché mi sono avvicinato a questo aspetto teologico da pochissimo, grazie ai commenti apparsi su questo blog il quale si sta configurando come un vero e proprio dono più per noi autori che per voi lettori. Durante la prima ricerca di fonti, ho reperito su web molte ottime risorse per cominciare un percorso personale di comprensione di questi aspetti così fondamentali oggi. Questa settimana dunque, anziché il solito escursus web “blog dei blogs”, alla caccia di soliti sospetti, preferisco restare sul pezzo e condividere con voi queste prime “scoperte”. La “teologia del corpo” del beato Giovanni Paolo II è espressione di una erotica completamente ascritta ad una teologia cristiano- cattolica, atta a parlare all’uomo contemporaneo. Per prima cosa è dunque comprendere in quali linee guida si inserisce tale riflessione teologica . Cioè: quali sono le ultime riflessioni valide che hanno cambiato il modo di intendere l’amore negli uomini? Ma calma e sangue freddo. Dobbiamo parlare di amore. Dunque dobbiamo comprendere dove si è mossa la filosofia contemporanea intorno a questo concetto. AMARE OGGI? LA FENOMENOLOGIA Una breve ricerca e scopro che queste ultime sono ritracciabili nella cosidetta fenomenologia dell’amore di Max Scheler e Dietrich Von Hildebrand, filosofia fenomenologica di stampo Husserliano. Un bel guazzabuglio da sbrogliare (almeno quanto questa mia ultima frase…). 27 " id="pdf-obj-26-13" src="pdf-obj-26-13.jpg">

il PENSATORE!

Prendendo spunto da una serie di splendidi commenti apparsi nei posts dedicati al Sinodo della

famiglia, ho cercato alcuni approfondimenti circa la “bomba ad orologeria” (Weigel) che risponde al nome “teologia del corpo” secondo il beato Giovanni Paolo II; approfondimenti che ho voluto

inserire in una ricerca più ampia che non tralasciasse alcuni modi di intendere tale teologia da parte intuizioni filosofiche di stampo husserliano.

UN BLOG DEI BLOGS INUSUALE…

Non sono in grado in questo momento di formare un pensiero personale al riguardo poiché mi sono avvicinato a questo aspetto teologico da pochissimo, grazie ai commenti apparsi su questo blog il

quale si sta configurando come un vero e proprio dono più per noi autori che per voi lettori. Durante la prima ricerca di fonti, ho reperito su web molte ottime risorse per cominciare un percorso personale di comprensione di questi aspetti così fondamentali oggi. Questa settimana dunque,

anziché il solito escursus web “blog dei blogs”, alla caccia di soliti sospetti, preferisco restare sul pezzo e condividere con voi queste prime “scoperte”.

La “teologia del corpo” del beato Giovanni Paolo II è espressione di una erotica completamente ascritta ad una teologia cristiano-cattolica, atta a parlare all’uomo contemporaneo. Per prima cosa è dunque comprendere in quali linee guida si inserisce tale riflessione teologica. Cioè: quali sono le ultime riflessioni valide che hanno cambiato il modo di intendere l’amore negli uomini?

Ma calma e sangue freddo. Dobbiamo parlare di amore. Dunque dobbiamo comprendere dove si è mossa la filosofia contemporanea intorno a questo concetto.

AMARE OGGI? LA FENOMENOLOGIA

Una breve ricerca e scopro che queste ultime sono ritracciabili nella cosidetta fenomenologia

dell’amore di Max Scheler e Dietrich Von Hildebrand, filosofia fenomenologica di stampo

Husserliano.

Un bel guazzabuglio da sbrogliare (almeno quanto questa mia ultima frase…).

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Ecco come ho proceduto: Polymetis durante una discussione con Trianello su un forum parlò di Husserl e della fenomenologia come filosofia che gli permette di accettare senza alcun problema, da

filosofo cattolico, le unioni omosessuali. Parto da qui per capire cosa si intende per “amore” oggi. Dal “Dizionario critico dei termini filosofici” di Antonio Livi apprendo che “Fenomenologia” ha, al

solito, diverse accezioni. Quella che ci interessa a noi è la terza, che Livi individua essere di tipo

“soggettivo (come procedimento logico di indagine), e allora per “f.” si intende lo studio dei fenomeni secondo un certo metodo, quello idealistico di Hegel (Phänomenologie des Geistes) o quello neocartesiano di Husserl, che tenta una «reiner Phænomenologie [= f. pura]», o quello antropologico di Heidegger, che elabora una «f. del Dasein»”

Molto bene, dunque Husserl è di stampo neocartesiano. Mmmmh… vado avanti e cerco come lavorano questi filosofi, cioè cerco il loro metodo. E scopro che in effetti esiste il “metodo fenomenologico” ascrivibile ad una sistematica filosofica antropologica. Scopro che tale metodo durante il Novecento ha arricchito notevolmente l’antropologia con nuove nozioni, come quella della “simpatia” (Max Scheler) e quella della “empatia” (Edith Steiln).

Mi soffermo sul primo, vado alla Treccani e scopro che Scheler supera il formalismo morale di Kant dando ai “valori” un “contenuto a priori originario del sentire umano” e compie una intuizione importante: mettere “al centro della sua filosofia la concezione dell’amore come rapporto essenziale della persona umana con il Dio-persona.” Scheler fu discepolo di Husserl in persona, insieme ad una serie di altri filosofi poi divenuti importanti: A. Reinach, H. Conrad Martius, A. Pfänder, Edith Stein. Fra di loro scorgo il nome di un teologo cattolico: Dietrich Von Hildebrand. Scatta approfondimento d’obbligo.

Termine di ricerca su Google fondamentale: “concezione hildebrandiana dell’uomoEd ecco i risultati che ho scovato, metto a disposizione e mi leggerò con calma.

Paola Premoli? E allora: academia.edu!

Paola Premoli Felicità, bene e amicizia. Von Hildebrand legge Aristotele. Ecco, così almeno ho un sunto gratuito! Cosa si intende per “leggere Aristotele”. Presumo il ritorno alla “persona” di tipo cristiano secondo l’ileomorfismo aristotelico-tomista. Infatti l’antropologia oggi risente di un abbandono di questo concetto fondamentale per la comprensione di “cosa sia l’uomo”! Prendo sempre dal “dizionario critico” di Livi (pag. 292-295):

La nuova psicologia “scientifi ca” di tipo positivistico si propose invece di prescindere da ogni differenza tra anima e corpo, eliminando il problema delle cause ultime dell’agire umano per

rimanere nelle descrizioni dei fenomeni empirici e alla loro spiegazione immediata. [

...

]

La psiche, che come abbiamo detto vuol essere sinonimo di “anima”, viene spesso scambiata con un

altro termine che modernamente è anch’esso privo di connotazioni metafi siche: il termine “mente”,

in uso anche nelle lingue neolatine per infl usso dell’inglese “mind”; da questo uso linguistico derivano problemi come ad esempio quello dei rapporti mente/corpo (“the mind/body problem”),

che sostituisce il problema classico dei rapporti anima/corpo. Questo problema ha dato luogo, nel

corso dei secoli, a tanti termini specifici della antropologia. Uno di questi è il termine “dualismo”, che vuole indicare quella dottrina fi losofi ca nella quale l’uomo è concepito come il punto d’incontro di due sostanze diverse, in qualche modo unite tra loro ma di origine del tutto diversa e

destinate a una diversa sorte finale. [

...

]

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Il termine contrapposto a”dualismo” è il termine schiettamente aristotelico di “ilemorfi smo”, ossia

la concezione dell’anima come “μρφ[morphé (= forma)]” del corpo; in questa concezione, dunque,

non esistono di per sé né l’anima né il corpo, ma esiste l’uomo. [

...

]

solo con l’adozione delle categorie metafisiche aristoteliche che la filosofia cristiana raggiunge un

perfetto equilibrio teoretico nella sua concezione antropologica: Tommaso d’Aquino, infatti,

ricostituisce l’unità della natura umana sulla base aristotelica dell’ilemorfismo, e riesce a

elaborare anche la giustifi cazione metafisica dell’incorruttibilità dell’anima umana, che – pur

essendo destinata per natura a essere forma del corpo – può “sussistere” anche separata dal corpo

in quanto dotata di una sua propria “sussistenza”.

Dunque ecco un primo punto fermo: il dualismo postcartesiano ha portato alla ricerca di soluzioni

similari all’ileomorfismo, ma tutte precarie e inconsistenti. A queste scemenze filosofiche risponde

l’ottocento in modo opposti: l’idealismo cristiano di Hegel, l’idea del “singolo” di Kierkegaard, la

rinascita del tomismo (deo gratia) e infine la fenomenologia.

DALLA FENOMENOLOGIA A QUEL FENOMENO DI GPII!

Dunque la teologia del corpo di Giovanni Paolo II si insinua queste riflessioni e cerca di scardinarle,

superarle, “ripensando in senso cattolico” le conquiste filosofiche della fenomenologia, elaborando

“una riflessione sistematica su un tema che solo in questi ultimi anni è stato percepito in tutta la sua

centralità, e cioè come rendere nuovamente udibile la visione cattolica dell’amore umano

proveniente dalla rivelazione cristiana a un mondo che pare averne smarrito il senso profondo.”

Ma chi sto citando? Scopertona presso Academia.edu:

E’ una breve, succinta e chiarissima somma (datata 2013!) di quello che intende essere questa

teologia. Analizza in breve i tre punti centrali (matrimonio, verginità, procreazione) mediante una

comprensione dell’essere “umano” in quanto tale.

Cito dalla fine del breve illuminante articolo:

“il matrimonio ha un valore sacramentale in quanto dice un riferimento profetico all’unione di

Cristo e della sua Chiesa, per cui esso Afferma Giovanni Paolo II in riferimento al capitolo 5 della

lettera di Paolo agli efesini «come sacramento primordiale, viene assunto ed inserito nella

struttura integrale della nuova economia sacramentale, sorta dalla redenzione in forma, direi, di

prototipo»” [

]

...

E’ il linguaggio del corpo che qui viene ricercato il fondamento, perché «per la sua

intima struttura, l’atto coniungale, mentre unisce profondamente gli sposi, li rende atti alla

generazione di nuove vite, secondo leggi iscritti nell’essere stesso dell’uomo e della donna».

Sembra di leggere Simon!

Altri contributi chiari e semplici li ho reperiti su questo blog dedicato alla pastorale, autore ahimé

sconosciuto chiamato borgosotto, ma di contenuti perfettamente cattolici. Prova ne è una breve

riflessione sullomosessualità.

CONCLUSIONE CIRCOLARE: GLI ARGOMENTI DEI “PROGRESSISTI”

Ma tornando all’inizio dopo tutto queste nuove consapevolezze, come fa un Polymetis, quale filosofo

e insieme cattolico e insieme antitomista (diventato a suo dire dopo un percorso da tomista

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convinto!), ad accettare l’omosessualità? Che metafisica segue dunque? Copio dal forum già citato

una parvenza di risposta: può aiutarci a comprendere quali sono gli argomenti dei teologi morali che

spingono verso un superamento di quanto finora espresso dal Magistero ordinario e straordinario

della Chiesa. In breve: una metafisica post-Husserliana che prevede che il tomismo, con le sue

categorie cardine di potenza e atto, sia bello che defunto. Ma è vero? Lascio la domanda a voi.

Trianello ha scritto: “Invece io sostengo che i concetti di sostanza ed accidente (affondando le

proprie radici in quello che viene detto senso comune, sul tema J. Haldane, A Thomistic

Methaphyscs in The Blackwell Companion to Methaphyiscs, pp. 87-109) siano irrinunciabili onde

pensare coerentemente il mondo. Ma non è questo il luogo dove poter difendere una tale tesi.

Già, il luogo rende impossibile discutere di tale tesi, ma visto che Trianello ha dato della

bibliografia ed un utente la chiedeva, posso dire a ministrel che la mia bibliografia è banalmente

tutta la filosofia europea dopo il ‘600. Trianello certo non ti vorrà celare di appartenere ad una

setta di minoranza, e che se provi ad andare in un dipartimento di filosofia odierno mettendoti a

parlare di sostanza ed accidenti potrebbero guardarti strano, come se tu fossi un forsennato.

Non che ovviamente sia impossibile che tutta la civiltà occidentale prenda un abbaglio: la

maggioranza non è un criterio di verità. Tuttavia, se è vero che essere in molti non significa avere

ragione, tuttavia il fatto che una tesi sia minoritaria dovrebbe far sì che sia impossibile usarla in

maniera gratuita in un dibattito come fosse una premessa ovvia e scontata. Quanto più una tesi è in

discredito, tanto più essa andrebbe dimostrata prima di utilizzarla in un dibattito. Ma Trianello ci

tiene a precisare che non vuole discutere a partire da questo presupposto, e che egli avrebbe

argomentato in maniera diversa, quindi non è il caso di insistere. Sebbene io invece veda

chiaramente che una distinzione tra fattori primari di sterilità, e fattori secondari, non è altro che un

tentativo camuffato di reintrodurre la vecchia distinzione tra essenza ed accidenti non essenziali. C’è

poi un’altra coppia terribile, che speravamo fosse finita nel dimenticatoio, perché davvero non

significa nulla, e che ancora continua ad alimentare la teologia cattolica. Ecco ad esempio come un

professore cattolico spiega, ricorrendo alla potenza e all’atto aristotelici, il perché sarebbe lecito

far sesso nella menopausa della donna:

“Dio stesso, che è Creatore della natura, ha voluto che nella donna esistessero dei periodi di non

fecondità: i coniugi che, per seri motivi, esercitano la sessualità durante i naturali periodi infecondi,

fanno uso di una disposizione naturale voluta da Dio. Essi non peccano, come non peccano i coniugi

che esercitano la sessualità dopo la menopausa della moglie, quando il materiale procreativo della

donna gli ovuli è terminato. La finalità procreativa, in questi casi, resta potenzialmente intatta:

resta potenzialmente presente e nella disposizione naturale della donna e nelle stesse intenzioni dei

coniugi che, se le circostanze lo consentissero, darebbero origine ad una nuova vita, facendo

passare la capacità procreativa dalla potenza all’atto.” (Bruto Maria Bruti)

Si tratta di deliri. Non c’è alcuna “potenza” che si possa tradurre in atto nel periodo infecondo, né

tanto meno nella menopausa. Ogni cosa è ciò che è, e un periodo sterile è un periodo sterile, non un

periodo potenzialmente fecondo, ma solo in potenza… Queste formule non hanno alcun significato, e

sarebbe il caso si trarre la debita conseguenza che se il sesso è solo in vista della procreazione, fare

sesso durante periodi infecondi dovrebbe essere proibito. Si fa sesso in un periodo sterile sapendo

perfettamente che non si concepirà… e dunque, non è forse questa una dichiarazione che si ritiene

valido quell’atto, e moralmente elevato, anche a prescindere dalla potenzialità procreativa, che

infatti sappiamo bene è presente?

Bisognerà dunque arrivare, visto che come stanno così le cose non hanno senso, ed anzi, per

reggersi in piedi si basano su cose inesistenti come “l’atto e la potenza”, giungere ad un pieno

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riconoscimento della validità dell’atto sessuale, a prescindere dalla fecondità del medesimo, vale a

dire che si arriverà senz’altro a riconoscere che la funzione donativa e comunicativa dell’amore tra

i coniugi può esser buona anche considerata in se stessa, anche perché la procreazione, dopo

Darwin, non può più essere considerata un fine del rapporto sessuale, in quanto i fini in natura non

esistono. Potrà essere un fine posto dall’uomo, se ci tiene, senza che ciò precluda la bontà dell’atto

sessuale che voglia prescindere dalla procreazione. Paolo VI nelle Humanae Vitae scriveva “Questi

atti… non cessano di essere legittimi se, per cause indipendenti dalla volontà dei coniugi, sono

previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione. “ (HV 11)

Qui ovviamente Paolo VI parlava di atti nei periodi infecondi dei coniugi etero, ma in queste parole

si può leggere in filigrana il meccanismo che, tra qualche anno, scardinerà inesorabilmente le

resistenze di quella morale che invece vuole l’aspetto comunicativo del matrimonio solo come

secondario, e sottomesso al fine primario della procreazione, con l’inesorabilmente conseguenza,

che i documenti del magistero si vergognano di dedurre, che dunque anche gli atti sessuali tra

coniugi fatti nella menopausa della donna mancano il loro fine primario.

L’intera risposta di Polymetis può aiutare a tracciare il quadro generale dove si muovono alcuni

teologi morali come Giannino Piana.

Concludo con gli scan messi dallo stesso Polymetis del libro di J. McNeill “La Chiesa e

l’omosessualità” pp. 85-91 nei quali si sviluppa il discorso biblico non c’è dunque nessun esplicito

accenno al fatto che la sregolatezza di Sodoma e Gomorra sia nell’omosessualità. Argomento

correlato a quello di questo post.

Già da questo breve sunto non si può che constatare comunque che la “teologia del corpo”, con

relativo magistero, dovrà essere assolutamente citata nel Sinodo che verrà; aggiungo che forse

sarà proprio il Sinodo a comprendere pienamente tutto ciò che il grande contributo di questo Papa

Beato ha donato alla Chiesa nella riflessione continua sulla rivelazione che l’uomo compie durante il

suo cammino.

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La Buona Novella asimmetrica

La Buona Novella asimmetrica By <a href=Simon de Cyrène on 7 marzo 2014 • ( 24 ) Il Giovane Ricco di Mc 10,17-22 Prologo Definizione di guerra asimmetrica : “un conflitto in cui le risorse dei belligeranti sono diverse nell’essenza e nel combattimento, interagiscono e tentano di sfruttare le debolezze caratteristiche del rispettivo avversario” ( da Wikipedia) Introduzione Dialogando con alcuni carissimi utenti del blog mi sono reso conto di un immenso qui-pro-quo culturale che mina la comprensione di cosa sia la Buona Novella e quale sia la sua articolazione colla Morale. In un blog si cerca sempre di trovare un linguaggio chiaro e semplice evitando, finché si può, di renderlo troppo accademico, perciò vorrei proporre l’esempio che discutiamo questi giorni, circa i divorziati risposati come “caso” per dimostrare l’esistenza di queste confusioni ambo semantiche e semiotiche e cercare di contemplare assieme cosa questa articolazione implichi. Nel quadro delle religioni dette “naturali”, la relazione agli dei implica una gestualità sacra a loro propria, l’uomo pio è colui che onora gli dei come conviene loro, secondo tradizioni più o meno stabilite: onorare il dio è celebrare la sua particolare liturgia. Certo, a volte, un Ulisse può adirare gli dei ma costoro, in generale, hanno poco interesse nel comportamento morale dell’umano quanto piuttosto nel fatto del suo essere pio. L’adoratore dà al dio quel che gli spetta ed in cambio ch iede la soddisfazione dei proprio bisogni. Il problema della felicità dell’uomo non è tanto un problema religioso quanto piuttosto quello della filosofia, per la quale l’etica è l’arte della ricerca di questa felicità. Alcune religioni orientali sono religioni atee, nel senso in cui esse offrono il cammino verso la felicità, o per lo meno verso l’assenza di infelicità, anche attraverso rituali e attività sociali comuni ma senza deità. Se guardiamo all’Islam, il problema della felicità si risolve nella volontà di “al Lah”, senza alcun bisogno di razionalità da parte di questi, né di un oggettivo comportamento virtuoso da parte dei seguaci a parte il fatto di sottomettersi ai famosi “cinque pilastri”: cioè anche nell’islam, un po’ come presso i pagani, la ritu alità sociale risolve la relazione con la deità. Presso gli ebrei la cosa diventa un po’ complessa: per piacere al Signore bisogna comportarsi bene e sottomettersi alla Legge, in una relazione di tipo deontologica, la quale Legge trova il suo culmine, ancora una volta, 32 " id="pdf-obj-31-13" src="pdf-obj-31-13.jpg">

Il Giovane Ricco di Mc 10,17-22

Prologo

Definizione di guerra asimmetrica: “un conflitto in cui le risorse dei belligeranti sono diverse

nell’essenza e nel combattimento, interagiscono e tentano di sfruttare le debolezze caratteristiche

del rispettivo avversario” ( da Wikipedia)

Introduzione

Dialogando con alcuni carissimi utenti del blog mi sono reso conto di un immenso qui-pro-quo

culturale che mina la comprensione di cosa sia la Buona Novella e quale sia la sua articolazione colla

Morale. In un blog si cerca sempre di trovare un linguaggio chiaro e semplice evitando, finché si

può, di renderlo troppo accademico, perciò vorrei proporre l’esempio che discutiamo questi giorni,

circa i divorziati risposati come “caso” per dimostrare l’esistenza di queste confusioni ambo

semantiche e semiotiche e cercare di contemplare assieme cosa questa articolazione implichi.

Nel quadro delle religioni dette “naturali”, la relazione agli dei implica una gestualità sacra a loro

propria, l’uomo pio è colui che onora gli dei come conviene loro, secondo tradizioni più o meno

stabilite: onorare il dio è celebrare la sua particolare liturgia. Certo, a volte, un Ulisse può adirare gli

dei ma costoro, in generale, hanno poco interesse nel comportamento morale dell’umano quanto

piuttosto nel fatto del suo essere pio. L’adoratore dà al dio quel che gli spetta ed in cambio chiede la

soddisfazione dei proprio bisogni. Il problema della felicità dell’uomo non è tanto un problema

religioso quanto piuttosto quello della filosofia, per la quale l’etica è l’arte della ricerca di questa

felicità. Alcune religioni orientali sono religioni atee, nel senso in cui esse offrono il cammino verso

la felicità, o per lo meno verso l’assenza di infelicità, anche attraverso rituali e attività sociali comuni

ma senza deità. Se guardiamo all’Islam, il problema della felicità si risolve nella volontà di “al Lah”,

senza alcun bisogno di razionalità da parte di questi, né di un oggettivo comportamento virtuoso da

parte dei seguaci a parte il fatto di sottomettersi ai famosi “cinque pilastri”: cioè anche nell’islam, un

po’ come presso i pagani, la ritualità sociale risolve la relazione con la deità. Presso gli ebrei la cosa

diventa un po’ complessa: per piacere al Signore bisogna comportarsi bene e sottomettersi alla

Legge, in una relazione di tipo deontologica, la quale Legge trova il suo culmine, ancora una volta,

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nella ritualità quotidiana e personale come anche in quella sacerdotale e sociale che si sviluppa nel

Tempio. In teoria di management moderno, parleremmo appunto di stile di management

transazionale come caratterizzante queste relazioni simmetriche tra il dio ed il suo seguace.

Capitolo Primo: Buona Novella

Nel caso del cattolicesimo, ci troviamo di fronte a qualcosa di completamente diverso: ci è data una

Buona Novella, il Kerygma e l’incontro reale e personale, anche se mediato dalla Chiesa,dai nostri

fratelli in umanità e dalla Creato tutto, con la Deità. Il cristianesimo, non è, a propriamente parlare,

una religione: non propone una ritualità che piace alla Deità e neanche una serie di regole e

regolamenti per non dispiacere la stessa autorità, non ci offre nessuna filosofia per non essere infelici

e non ci detta nessuna condotta per non essere condannati dal Dio. In questo senso la Buona Novella

del Cristo è completamente sconcertante per l’umano e questo probabilmente “firma” la sua origine

divina. Nella Buona Novella cristiana, il rito è compiuto dal Dio, l’incontro con Esso avviene

realmente indipendentemente dai regolamenti e le liturgie, ci mostra come giungerLo: tutta

l’iniziativa è asimmetricamente del Dio che non aspetta nulla in cambio, in quanto ha già tutto

ricevuto dal Sommo Sacerdote una volta per tutte.

In un senso, per lo sguardo del filosofo, questo è perfettamente coerente: il Bene, il Bello, il Vero

non hanno bisogno di quel che si oppone loro per definirsi e porsi nell’Essere, mentre invece, il male

, il brutto ed il falso devono sempre rifarsi ai Primi per definirsi, in quanto Ne esprimono l’assenza,

totale e/o parziale. Questa è la radice dell’asimmetria ontologica: strictu sensu, il male, il brutto ed il

falso non esistono per sé ma son solo una invenzione semantica che cerca di esprimere minori

perfezioni di bene, bello e vero.

Capitolo Secondo: Asimmetria

Non c’è un comportarsi bene che salvi o che renda felice nel cristianesimo, non c’è un saper fare

liturgico che ci rende gradevole alla Deità, non c’è una regola o un insieme di regole che ci

giustifichino: niente di tutto ciò. C’è solo il Dio che prende l’iniziativa di incontrare l’uomo ed è

questo incontro che é beatitudine, giustizia, verità, giustificazione, liturgia.

Ad illustrare questo c’è la famosa parabola di Gesù con il giovane ricco, ad esempio in Mc 10,17-22.

“Maestro buono, che cosa devo fare

per avere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi

chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.

Tu conosci i comandamenti: Non uccidere,

non commettere adulterio, non rubare,

non dire falsa testimonianza, non frodare,

onora il padre e la madre”.

Ecco, la Bontà è solo di Dio, vivere di questa bontà, cioè avere la vita eterna, ha luogo nell’incontro

con Cristo, solo questo può risolvere il desiderio del giovane ricco di vita eterna. Uccidere,

commettere l’adulterio, frodare sono mali, cioè sono diminuzioni della Bontà di Dio ma le leggi che

li impediscono, cioè non uccidere, non commettere adulterio, non frodare non esauriranno mai

l’incontro con Cristo, che, Solo, dà la vita eterna: la deontologia non salva di per sé perché non sarà

mai altro che “casistica”: la legge sarà sempre asimmetrica rispetto all’incontro. Infatti Cristo ama il

giovane ricco per aver osservato tutte, ma proprio tutte, le leggi, però l’incontro con Lui trascende

codeste sebbene senza contraddirle:

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“Una cosa sola ti manca:

và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro

in cielo; poi vieni e seguimi”.

Ecco, non la guerra asimmetrica, ma la Pace asimmetrica: Cristo non dice che non è importante

seguire tutte le leggi, anzi sottolinea che seguire tutte le leggi ci vale il Suo amore, ma incontrarLo è

qualcosa di più che rompe la simmetria legalista ed è l’incontrarLo che dà la vita eterna.

Capitolo Terzo: Applicazione

Le coppie che vivono della Buona Novella, vivono di questi due piani di simmetria e di asimmetria

al contempo, che ne siano pienamente coscienti o no, quando ci sono gioie e quando ci sono croci.

Nella coppia sacramentalmente sposata non si parla di regole, di comportamenti giusti o sbagliati, di

deontologia, dei dieci comandamenti o altro: vi si parla qui dell’incontro reale tra gli sposi con il

Cristo nella loro Chiesa domestica, che, come Chiesa, riceve il Cristo stesso come dono.

Questa è la Buona Novella che ci annuncia la Chiesa circa il matrimonio.

Ma l’uomo vecchio, come lo chiama San Paolo, ha molta difficoltà a relazionare asimmetricamente e

direttamente con il Bene, il Bello ed il Vero , come nel caso del giovane ricco: gli è più consono

capire queste categorie, riducendole ad un livello simmetrico, come essendo il “non male”, il “non

brutto”, il “non falso”, il che non è errato ma non esplicita la totalità e l’essenza dei primi tre. E

guardando il “non male” , dirà che non bisogna essere adulteri, che non bisogna impedire la

fecondità, che non bisogna lasciare lo sposo in difficoltà da solo, eccetera: questa ricerca di

simmetria ha bisogno di un decalogo, di una deontologia, che non sono errati, anzi, sono necessari,

ma non possono intrinsecamente circoscrivere cosa sia il Mistero del Santo Matrimonio che è Vita di

Cristo.

Quando si considera la problematica del divorziato risposato, si tende a porsi a livello di persone che

non vivono più, se mai hanno vissuto, quella Buona Novella del Santo Matrimonio: il loro mondo

reale è ridotto dunque a quel che si è fatto di male nel passato e nel presente e la loro semantica,

come anche quella di chi cerca di interagire con loro, tende ad essere una semantica di tipo

deontologico, quella dell’uomo vecchio. Non sei stato fedele, non hai aiutato il tuo coniuge, non hai

lasciato la porta aperta alla vita, etc.

E qui si capisce, il dilemma delle discussioni che hanno avuto luogo in questi giorni: il Card. Müller

ci ricorda e ci annuncia la Buona Novella sul Matrimonio mentre il Card. Kasper e Mariadaga

restano a livello di messa in discussione della deontologia, volando a filo colle margherite,come

soffocati nella simmetria, notando, con una certa giustezza, bisogna ammettere, quanto questo

discorso sia insufficiente , però non capiscono che questo loro approccio non è sufficiente

semplicemente perché non può, intrinsecamente, rendere conto della pienezza e della specificità della

Buona Novella di Cristo sul Santo Matrimonio ma, erroneamente, vogliono cercare di “re-

interpretare” quest’Ultima alla salsa del pensiero mondano occidentale contemporaneo non

rispettandone più il “Mistero”, come “schiacciando” la divina asimmetria contro la troppo umana

simmetria.

La Misericordia di Dio, tanto ricercata, rileva della Buona Novella stessa ed è asimmetrica, mentre

la “giustizia” ecclesiastica (per fare molto semplice) di quello della discussione deontologica

simmetrica: adattamento di quest’ultima deve avvenire nel quadro di una maggiore assimilazione

della Buona Novella sul Matrimonio e non per via di un “adattamento” di Questa alla “casistica” e

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alla “giurisprudenza”, ma, al contrario, adattando le umane simmetrie all’asimmetria evangelica.

Cioè la prima tappa è capire meglio cosa sia il Santo Matrimonio eppoi adattare la legislazione a

questa più profonda comprensione: non il contrario. Ad esempio, se si implica che la fede è

strumentale per la validità del sacramento, allora la legislazione può richiedere la sua dimostrazione

o a contrario usare la sua assenza per dichiararne la nullità. Altro esempio: se si conclude che è un

cammino vocazionale specifico , allora obbliga un discernimento particolare della Chiesa locale, ma

può forse aprire nuove strade per dei matrimoni non “vocazionali” ma secondo la sola natura.

Dall’approfondimento del Mistero possono sorgere nuove vie canoniche e pastorali, ma non dalla

riduzione e deformazione di Questo. Il fatto stesso che il Card. Kasper non sia stato capace nella sua

prolusione di stabilire un nesso tra la teologia del matrimonio da lui presentato e le sue proposte è

indicativo del fatto che i due aspetti sono tuttora sconnessi.

Conclusione: Asimmetria della Chiesa Domestica.

Aldilà degli esempi portati, la contemplazione del Santo Matrimonio ci indica che codesto è Chiesa

domestica nel senso proprio dell’accezione del termine. Quel che è interessante è che è il luogo

privilegiato dell’incontro del Cristo con il marito, la moglie ed i figli. E cosa ci dice Lumen Gentium

sulla Chiesa? “così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana

debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e

sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo” … “la

Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di

purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento”… “Dalla

virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le

difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con

fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui…” …” Né la divina Provvidenza nega gli aiuti

necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e

riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché

tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad

accogliere il Vangelo e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la

vita.”

Allora perché non estendere questa riflessione della Lumen Gentium sulla Chiesa universale a quella

Chiesa particolare che è la Chiesa domestica, anche quando “umanamente” parlando fallita? Perché

non cercare di vedere nella natura intrinsecamente differente nella sua asimmetria il sacramento

sempre oggettivamente valido del primo ( e solo) matrimonio (sacramentale) quel che svela “in

mezzo al mondo anche se non più perfettamente” l’incontro con Lui, dove il “non più

perfettamente” potrebbe essere un secondo matrimonio (civile), ma stavolta ben vissuto,

umanamente parlando, e portatore anch’esso di “semi di verità”, malgrado tutti i malgradi? Perché

non cercare di riflettere come, basandosi sulla coppia iniziale ormai civilmente divorziata, ma la sola

sposata sacramentalmente, nel perdono e in una carità ritrovata reale reciproca, sia possibile

condurre una vita retta” nella penitenza, certo, ma in analogia a tutti coloro che si salvano nel

mondo per la grazia dell’esistenza dell Chiesa cattolica, Sacramento del Cristo per il nostro mondo,

anche quando non ne fanno parte esplicitamente?

In Pace ( asimmetrica)

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La Pastorale Asimmetrica e Papa Francesco

La Pastorale Asimmetrica e Papa Francesco By <a href=Simon de Cyrène on 9 marzo 2014 • ( 20 ) Pastore della Chiesa Nella prima parte del nostro post precedente intitolato “La Buona Novella asimmetrica” commentando il dialogo di Gesù con il giovane ricco Mc 10,17-22 abbiamo messo in evidenza quanto l’incontro con Gesù, il solo che dia la vita eterna, sia assolutamente asimmetrico con il modo di pensare del vecchio uomo o della legge, solo capaci di esprimere un modo di pensare simmetrico. In queste prossime righe vorrei condividere con i nostri cari utenti una chiave di lettura di cosa sia la Pastorale rispetto alla Dottrina e di brevemente illustrarla coll’ultima intervista data dal Santo Padre a Ferruccio di Bortoli e pubblicata dal Corriere della Sera Anche nelle scienze “dure” come la fisica vige il confronto tra simmetri a ed asimmetria come metodo di conoscenza e di sperimentazione: la sperimentazione, in quanto esperienza esistenziale diretta dello scienziato che la riconosce, è un fenomeno irriducibile alle teorie fisiche che la descrivono. Queste ultime stabiliscono come una ragnatela di ragionamenti che tentano di ridurla in concetti compartibili con terzi rimanendo però incapaci di rendere conto di quel che costituisce l’unicità del fenomeno sperimentato: siamo di nuovo in una situazione di simmetria -asimmetria. Fare teologia, enunciare ed esplicare il Kerygma, stabilire leggi morali rileva di questo legittimo bisogno dell’umano intelligente di tentare di descrivere, al fin di compartirlo il meglio possibile con i propri simili, il Kerygma e la Buona Novella. Senonché la Buona Novella è la venuta del Regno di Dio, cioè l’incontro personale con Cristo stesso, e come ogni incontro personale anche questo non è riducibile ad un approccio simmetrico, in quanto è nella Sua stessa natura asimmetrico. Nell’incontro, non possiam o limitarci ad un discorso apofatico, in quanto, abbiamo visto che esso è solo capace generare un discorso simmetrico, ma non possiamo neanche limitarci ad un discorso catafatico in quanto incapace di rendere conto di qualcosa che è di per sé incomunicabile: il cuore a cuore con Cristo stesso, quintessenza del foro interno, neanche fisicamente provabile o riscontrabile, la fede non potendo essere “sentita” , al punto che c’è gente che ha la fede ma non lo sa e altri che sono convinti averla ma non ne hanno. E qui rientra la Pastorale: il Cristo ci dice di andare Evangelizzare, di incontrare i piccoli, i malati, i deboli ed i peccatori: questa è la missione della Chiesa, l’unica missione, in realtà. Il discorso, la 36 " id="pdf-obj-35-13" src="pdf-obj-35-13.jpg">

Pastore della Chiesa

Nella prima parte del nostro post precedente intitolato “La Buona Novella asimmetrica”

commentando il dialogo di Gesù con il giovane ricco Mc 10,17-22 abbiamo messo in evidenza

quanto l’incontro con Gesù, il solo che dia la vita eterna, sia assolutamente asimmetrico con il modo

di pensare del vecchio uomo o della legge, solo capaci di esprimere un modo di pensare simmetrico.

In queste prossime righe vorrei condividere con i nostri cari utenti una chiave di lettura di cosa sia la

Pastorale rispetto alla Dottrina e di brevemente illustrarla coll’ultima intervista data dal Santo Padre

a Ferruccio di Bortoli e pubblicata dal Corriere della Sera

Anche nelle scienze “dure” come la fisica vige il confronto tra simmetria ed asimmetria come

metodo di conoscenza e di sperimentazione: la sperimentazione, in quanto esperienza esistenziale

diretta dello scienziato che la riconosce, è un fenomeno irriducibile alle teorie fisiche che la

descrivono. Queste ultime stabiliscono come una ragnatela di ragionamenti che tentano di ridurla in

concetti compartibili con terzi rimanendo però incapaci di rendere conto di quel che costituisce

l’unicità del fenomeno sperimentato: siamo di nuovo in una situazione di simmetria-asimmetria.

Fare teologia, enunciare ed esplicare il Kerygma, stabilire leggi morali rileva di questo legittimo

bisogno dell’umano intelligente di tentare di descrivere, al fin di compartirlo il meglio possibile con i

propri simili, il Kerygma e la Buona Novella. Senonché la Buona Novella è la venuta del Regno di

Dio, cioè l’incontro personale con Cristo stesso, e come ogni incontro personale anche questo non è

riducibile ad un approccio simmetrico, in quanto è nella Sua stessa natura asimmetrico.

Nell’incontro, non possiamo limitarci ad un discorso apofatico, in quanto, abbiamo visto che esso è

solo capace generare un discorso simmetrico, ma non possiamo neanche limitarci ad un discorso

catafatico in quanto incapace di rendere conto di qualcosa che è di per sé incomunicabile: il cuore a

cuore con Cristo stesso, quintessenza del foro interno, neanche fisicamente provabile o riscontrabile,

la fede non potendo essere “sentita” , al punto che c’è gente che ha la fede ma non lo sa e altri che

sono convinti averla ma non ne hanno.

E qui rientra la Pastorale: il Cristo ci dice di andare Evangelizzare, di incontrare i piccoli, i malati, i

deboli ed i peccatori: questa è la missione della Chiesa, l’unica missione, in realtà. Il discorso, la

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dottrina, la spiegazione sono solo strumentali a questa missione del Figlio che esce dal recinto per

portare all’ovile le pecorelle smarrite.

La Pastorale è quindi incontro ed in quanto incontro si risolve nell’unicità di ogni essere umano che

coinvolge ed è intrinsecamente asimmetrica ed irriducibile ad alcun discorso puramente dottrinale

per quanto quest’ultimo cerchi di descriverla del meglio che può e senza tradirla malgrado il suo

approccio necessariamente simmetrico.

La Chiesa ha vissuto lungo i secoli lungo queste due dimensioni, portando a volte l’accento più

sull’aspetto simmetrico ed a volte più su quello asimmetrico: quando la Chiesa affermava una verità

e dichiarava “ut anathema sit” chi pensava diversamente, in realtà esprimeva qualcosa di vero e che

non potrà mai essere cambiato, ma che non esauriva la Sua missione di incontro che va aldilà di

queste categorie. Come negli esempi citati nel nostro post precedente, affermare l’Immacolata

Concezione dogmaticamente è tipicamente catafatico, ma difficile per molti capire cosa questo

voglia dire in quanto è un Mistero, mentre dichiarare il contrario, cioè che la Santa Vergine non ha

avuto l’Immacolata Concezione è un errore è una cosa facilmente comprensibile e l’anatema diventa

un’affermazione apofatica, vera, ma purtroppo, per natura, insufficiente a descrivere la pienezza del

Mistero. Santa Bernadette di Lourdes ha incontrato l’Immacolata Concezione: lei ha avuto

l’esperienza e quindi la sola vera conoscenza di cosa quel dogma affermava, in modo unico,

personale e, quindi, non cedibile a terzi.

Il futuro San Giovanni XXIII ha richiesto di evitare durante il S.S. Concilio Vaticano II queste

formule di condanna, apofatiche e, spesso, di poca rilevanza pastorale, sottolineando invece

l’importanza di una Chiesa che sia segno, cioè sacramento, dell’Amore di Dio nel Mondo. Il futuro

San Giovanni Paolo II indicò cosa la Chiesa sia , cioè segno della Misericordia di Dio: a questo ci

riporta oggigiorno Papa Francesco con l’esempio e con la parola.

Allora certo, è sconcertante una Chiesa che decide di dare importanza all’incontro concreto con

il Cristo cosciente che ogni discorso, benché giusto apofaticamente, non sarà mai capace da solo

di esprimerne l’intima asimmetria.

E questa deve essere la chiave di lettura del pontificato bergogliano: l’accento è messo su una Chiesa

che incontra l’uomo contemporaneo lì dove è e se il linguaggio non riesce ancora a seguire perché,

per natura, limitato dalla logica di simmetria che lo costituisce, allora poco importa. La Chiesa

diventa un ospedale da campo dove conta di più l’esperienza umana di una mano che accarezza o

stringe, di una parola di affetto, di uno sguardo di amore, del gesto medicale esperto che le teorie

sulla chirurgia, i corsi di anatomia e la conoscenza farmacologica, tutte cose anche necessarie, per

altro, ma che non rimpiazzeranno mai l’incontro vero e buono e bello con il paziente che soffre.

Possiamo così concludere ancora una volta che la Pastorale è l’Etica della Chiesa: è il Cammino

della Felicità per chi La incontra.

Adesso vale davvero la pena che si rilegga l’articolo di Bortoli avendo quest’ottica presente. Qualche

stralcio:

“Lei, Santo Padre, ogni tanto telefona a chi le chiede aiuto. E qualche volta non le credono. «Sì, è

capitato. Quando uno chiama è perché ha voglia di parlare, una domanda da fare, un consiglio da

chiedere. Una signora vedova, di ottant’anni, che aveva perso il figlio. Mi scrisse. E adesso le faccio

una chiamatina ogni mese. Lei è felice. Io faccio il prete. Mi piace»”

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“Si era parlato della cura spirituale delle persone che lavorano nella Curia, e si sono cominciati a

fare dei ritiri spirituali. Si doveva dare più importanza agli Esercizi Spirituali annuali: tutti hanno

diritto a trascorrere cinque giorni in silenzio e meditazione”.

“La tenerezza e la misericordia sono l’essenza del suo messaggio pastorale… «E del Vangelo. È il

centro del Vangelo. Altrimenti non si capisce Gesù Cristo, la tenerezza del Padre che lo manda ad

ascoltarci, a guarirci, a salvarci»”.

“La povertà allontana dall’idolatria, apre le porte alla Provvidenza”

Questa frase mi piace moltissimo, capirete perché:

“L’attuale globalizzazione “sferica” (simmetria che fà capolino, ndr…) economica , e soprattutto

finanziaria, produce un pensiero unico, un pensiero debole. Al centro non vi è più la persona umana,

solo il denaro.”

Eppoi ancora:

“Vi sono molte famiglie separate … Bisogna evitare di restare alla superficie. La tentazione di

risolvere ogni problema con la casistica è un errore, una semplificazione di cose profonde, come

facevano i farisei, una teologia molto superficiale. È alla luce della riflessione profonda che si

potranno affrontare seriamente le situazioni particolari, anche quelle dei divorziati, con profondità

pastorale”.

“La questione non è quella di cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la

pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare.”

Davvero la Pastorale della Chiesa esprime perfettamente l’intrinseca natura asimmetrica della

nostra relazione a Dio!

In Pace

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Sulla salvaguardia del principio di non contraddizione in una metafisica quantistica

Sulla salvaguardia del principio di non contraddizione in una metafisica quantistica By <a href=minstrel on 19 marzo 2014 • ( 98 ) Contraerea! Con questo inconsueto articolo desidero sorvolare sull’attualità e portare all’attenzione dei lettori una mia riflessione filosofica personale, totalmente in fieri , mediante la quale propongo un metodo di salvaguardia del principio aristotelico di non contraddizione, fondamentale per il recepimento del reale da parte della scienza e per la costruzione di una logica formale che possa contenere informazioni e strutture comprensibili e come tali valide, all’interno della fisica quantistica che pare demolirlo. Prima occorre definire il principio e lo faccio secondo le parole del “filosofo”: «È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo» Aristotele , Metafisica , Libro Gamma, cap. 3, 1005 b 19-20. Il problema in fisica quantistica è che si è scoperto che un quanto può essere allo stesso tempo due rappresentazioni opposte di una stessa realtà (particella e onda). Questa scoperta pare quindi annullare il principio e gettarci in un conseguente obbligo di utilizzo delle cosidette “teorie del caos”. Accettando in premessa che un costrutto matematico possa avere valenza esistenziale in questo caso preciso, potremmo rispondere come segue. 1 Per superare l’empasse utilizzando una metafisica della quantistica basterebbe semplicemente innalzarsi al di sopra della rappresentazione che si da di ciò che è un quanto . Un quanto pare infatti demolire la struttura del principio di non contraddizione, come si diceva, poiché può essere particella e onda nello stesso momento. Ma questo non significa che il principio 39 " id="pdf-obj-38-13" src="pdf-obj-38-13.jpg">

Contraerea!

Con questo inconsueto articolo desidero sorvolare sull’attualità e portare all’attenzione dei lettori una

mia riflessione filosofica personale, totalmente in fieri, mediante la quale propongo un metodo di

salvaguardia del principio aristotelico di non contraddizione, fondamentale per il recepimento del

reale da parte della scienza e per la costruzione di una logica formale che possa contenere

informazioni e strutture comprensibili e come tali valide, all’interno della fisica quantistica che pare

demolirlo.

Prima occorre definire il principio e lo faccio secondo le parole del “filosofo”:

«È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al

medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo»

Aristotele, Metafisica, Libro Gamma, cap. 3, 1005 b 19-20.

Il problema in fisica quantistica è che si è scoperto che un quanto può essere allo stesso tempo due

rappresentazioni opposte di una stessa realtà (particella e onda). Questa scoperta pare quindi

annullare il principio e gettarci in un conseguente obbligo di utilizzo delle cosidette “teorie del caos”.

Accettando in premessa che un costrutto matematico possa avere valenza esistenziale in questo caso

preciso, potremmo rispondere come segue. 1

Per superare l’empasse utilizzando una metafisica della quantistica basterebbe semplicemente

innalzarsi al di sopra della rappresentazione che si da di ciò che è un quanto.

Un quanto pare infatti demolire la struttura del principio di non contraddizione, come si diceva,

poiché può essere particella e onda nello stesso momento. Ma questo non significa che il principio

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non esista per il quanto, ma che il principio è precedente tale categorizzazione di stampo eracliteo

cui gli scienziati sono soliti classificare il quanto.

Un quanto si comporta contemporaneamente come onda e come particella in una unica misurazione?

Cioè misuro e scopro che tale quanto è onda e particella insieme IN QUELLA MISURAZIONE? Da

quel che ne so io, no. Se così fosse mi si comunque potrebbe rispondere che un’altra misurazione

fatta allo stesso quanto, nello stesso tempo, da un risultato opposto, dunque alla fine il principio

crolla.

Rispondo che questa obiezione crollerebbe solo se nello stesso momento E sotto la medesima

misurazione quel quanto fosse ondaEparticella. Se questo non avviene, cioè risulta quindi

impossibile che “il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al

medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo“, l’obiezione regge e il principio è salvo.

Conversio ad phantasmata: l’acqua del mare è mortale per l’uomo e non mortale per il pesce. Ma

l’acqua del mare non può essere mortale e NONmortale contemporaneamente per uno dei due

soggetti.

Se invece in scienza è possibilissimo osservare un quanto ondaEparticella insieme, in un unico

tempo E mediante un unica e sola misurazione, occorre trovare un’altra obiezione per salvaguardare

il principio.

E l’obiezione è questa.

Cioè dire che il quanto è particella E onda insieme è come dire che l’acqua del mare è mortale e non

mortale per l’uomo e in questo rapporto il principio pare demolirsi. Ma l’acqua del mare NON

RAPPORTATA a qualcosa d’altro rispetta benissimo il principio. Ad esempio l’acqua è salata

PUNTO e non può essere salata e non salata al contempo.

Al che si può benissimo dire nell’immagine proposta che l’acqua del mare è sì mortale all’uomo se

bevuta e nel contempo è non mortale all’uomo se usata da questi per tenersi a galla. Questo perché

l’acqua è salata e non può non esserlo.

Dunque, al di là della conversio usata, anche il quanto, che in questa ipotesi se rapportato ad un dato

momento in una medesima osservazione è particella e nel contempo è onda, visto in prospettiva

metafisica di per sé resta integralmente sempre un quanto e non può essere un non-quanto.

Mi

si può ribattere che non esiste il NON-quanto quindi non sto dicendo nulla.

Al contrario rispondo che proprio la non esistenza del non-quanto a dimostrare irrevocabilmente che

il principio di non contraddizione è costitutivo della realtà, anche e soprattutto nello sguardo

 

quantistico.

Infatti essendo un quanto un “principio” materiale, cioè IL costituente primo della realtà finora

scoperto, potremmo metafisicamente, accettando la premessa (1), attribuirgli la patente di “ente

 

primario”.

Come tale appunto E’ e seguendo perfettamente il principio in questione egli NON può NON

 

ESSERE.

Il quanto è il quanto e non può essere un non-quanto, cioè il nulla, cioè non-essere.

Mi

puoi infine ribattere (da quel finora che ne so) che un quanto “nasce” dal nulla dunque E’ e NON

E’ insieme.

Io rispondo che non mi interessa se PRIMA non c’era, poiché ORA, in questo UNICO momento, il

quanto c’è e non può NON ESSERCI.

Conversio ad phantasmata: anche io nel 1976 non c’ero e nel 2156 non ci sarò. Ma ora ci sono

eccome e non posso non esserci.

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Si può infine ribattere che se si ragiona sempre alzandosi di livello pur di salvaguardare il principio,

è logico trovare sempre un appiglio poiché l’essere non può non essere e con questo giochetto

metafisico il principio è sempre lì.

Rispondo che non solo questo è il modo di procedere pragmatico metafisico lo sguardo verso

l’intero – ma è la logica stessa che tale prassi non solo permette ma impone.

Ho trasmesso questa riflessione ad amici fisici per l’eventuale correzione di errori rispetto alle ultime

teorie quantistiche e le loro interpretazioni confidando una volta ricevute di poter approfondire il

tutto e rispondere così a nuove evenutuali obiezioni.

matematico che ordina fenomeni. Riguardo a questa interessantissima problematica si gestirà

un’ulteriore approfondimento a tempo debito.

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Esiste una metafisica quantistica? Sì, in quanto il reale è basato sulla logica aristotelica.

Esiste una metafisica quantistica? Sì, in quanto il reale è basato sulla logica aristotelica. By <aSimon de Cyrène on 23 marzo 2014 • ( 234 ) Determinato ed imprevedibile Trianello nel post precedente inaugurato da Minstrel fa questa affermazione giustissima : « Il problema della meccanica quant istica … è tutto di coloro che si rifanno al meccanicismo riduzionistico tipico della mentalità moderna, non certo di coloro che si rifanno alla metafisica aristotelico-tomistica. » E Minstrel mi ha chiesto un nuovo post per rilanciare il soggetto chiedendosi anche se è possibile dialogare tra fisici e filosofi: vorrei accingermi rivolgendomi a chi è veramente fisico e/o veramente filosofo a cominciare a sgomberare lo spazio dove questo dialogo può essere fruttuoso. Ambizioso programma? Neanche troppo: il filosofo realista sa che c’è un’unità di essere e che l’essere ha potenza ad essere compreso razionalmente e che,quindi, il dialogo tra persone competenti dovrebbe condurre ad una conoscenza condivisibile. Il challenge è cercare di esprimere in un linguaggio semplice concetti ai quali la simbolica logica e quella matematica danno un efficacia ed una precisione portentosa ma al costo di un discorso reso criptico che rende difficile il dialogo tra filosofi e fisici in quanto gli oggetti descritti dalle due comunità nei loro specifici linguaggi non sono immediatamente e semplicemente in relazione diretta. In questo mio intervento spero spianare tre crocevia cognitivi specifici di incontro e di dialogo efficace tra fisici e filosofi, in quanto, malgrado le difficoltà semantiche e semiotiche, non condivido il pessimismo mostrato, ad esempio, dal nostro amico “gg”nel thread già citato. Ovviamente, per cominciare bisogna seguire la suggestione metodologia di Jaques Maritain “Distinguer pour unir”: cominciamo con dis tinguere le cose. Tanto per cominciare risaliamo ad Elie Cartan che nel suo “Leçon pour les invariants intégraux” (Hermann Paris 1958) ha concettualizzato e chiarito nel 1920 un punto centrale: la descrizione di un sistema meccanico non deve essere fatta nello spazio fisico e neanche nello spazio di configurazione , ma in uno spazio astratto , chiamato ” lo spazio degli stati” (per i fisici: infatti le equazioni di Newton essendo di secondo grado non permettono di determinare il movimento con le sole coordinate iniziali e le forze in presenza, ancora bisogna dare le velocità iniziali): per risolvere questo problema E. Cartan introduce quindi, nel caso semplicissimo di una sola particella lo spazio degli stati R^7, cioè uno spazio a 7 dimensioni le cui coordinate sono la quantità di moto (3 dimensioni) , la posizione (3 dimensioni) e la coordinata temporale (1 dimensione): in questo spazio 42 " id="pdf-obj-41-13" src="pdf-obj-41-13.jpg">

Determinato ed imprevedibile

Trianello nel post precedente inaugurato da Minstrel fa questa affermazione giustissima : « Il

problema della meccanica quantistica … è tutto di coloro che si rifanno al meccanicismo

riduzionistico tipico della mentalità moderna, non certo di coloro che si rifanno alla metafisica

aristotelico-tomistica. »

E Minstrel mi ha chiesto un nuovo post per rilanciare il soggetto chiedendosi anche se è possibile

dialogare tra fisici e filosofi: vorrei accingermi rivolgendomi a chi è veramente fisico e/o veramente

filosofo a cominciare a sgomberare lo spazio dove questo dialogo può essere fruttuoso. Ambizioso

programma? Neanche troppo: il filosofo realista sa che c’è un’unità di essere e che l’essere ha

potenza ad essere compreso razionalmente e che,quindi, il dialogo tra persone competenti dovrebbe

condurre ad una conoscenza condivisibile. Il challenge è cercare di esprimere in un linguaggio

semplice concetti ai quali la simbolica logica e quella matematica danno un efficacia ed una

precisione portentosa ma al costo di un discorso reso criptico che rende difficile il dialogo tra filosofi

e fisici in quanto gli oggetti descritti dalle due comunità nei loro specifici linguaggi non sono

immediatamente e semplicemente in relazione diretta.

In questo mio intervento spero spianare tre crocevia cognitivi specifici di incontro e di dialogo

efficace tra fisici e filosofi, in quanto, malgrado le difficoltà semantiche e semiotiche, non condivido

il pessimismo mostrato, ad esempio, dal nostro amico “gg”nel thread già citato.

Ovviamente, per cominciare bisogna seguire la suggestione metodologia di Jaques Maritain

“Distinguer pour unir”: cominciamo con distinguere le cose.

Tanto per cominciare risaliamo ad Elie Cartan che nel suo “Leçon pour les invariants intégraux”

(Hermann Paris 1958) ha concettualizzato e chiarito nel 1920 un punto centrale: la descrizione di un

sistema meccanico non deve essere fatta nello spazio fisico e neanche nello spazio

di configurazione , ma in uno spazio astratto, chiamato ” lo spazio degli stati” (per i fisici: infatti le

equazioni di Newton essendo di secondo grado non permettono di determinare il movimento con le

sole coordinate iniziali e le forze in presenza, ancora bisogna dare le velocità iniziali): per risolvere

questo problema E. Cartan introduce quindi, nel caso semplicissimo di una sola particella lo spazio

degli stati R^7, cioè uno spazio a 7 dimensioni le cui coordinate sono la quantità di moto (3

dimensioni) , la posizione (3 dimensioni) e la coordinata temporale (1 dimensione): in questo spazio

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le equazioni di moto sono di primo ordine e il dato di un punto iniziale determina completamente un

moto univoco. Tutti i punti di questo spazio rappresentano le proprietà potenziali del sistema

considerato e per questo lo spazio stesso fu chiamato “degli stati” : qualunque sottoinsieme di R^7

rappresenta una proprietà del sistema: se lo stato considerato si trova in questo sottoinsieme allora

possiamo dire che possiede tale proprietà ed è attuale sennò si dirà che non la possiede e che è

potenziale.

Prima constatazione: un punto in R^7 che rappresenta uno stato (potenziale o attuale) NON è la

particella considerata ma è un’astrazione matematica che descrive le proprietà misurabili della

particella. Questo punto è concettualmente estremamente importante: la fisica anche la più classica

come in questo semplice caso considera: (a) le proprietà fisiche e non la cosa in sé ; (b) ne considera

il sottoinsieme delle proprietà misurabili, il che vuol dire che non considera mai una proprietà in

ma solo quelle proprietà che possono essere relazionate ad altre chiamate “norme” (metro,

chilogrammo, volt); (c) le leggi fisiche le più semplici, come le equazioni di moto newtoniane,

esprimono relazioni tra queste grandezze misurabili: cioè un’equazione di moto applicato ad un

punto in R^7 non è una particella, ma è una relazione tra relazioni che descrivono l’evoluzione

della rappresentazione delle proprietà misurabili della particella fisica che si considera in questo

semplice caso. La nozione di atto e potenza in questo contesto non è quindi esattamente la stessa

di quella del filosofo aristotelico ma ne è una rappresentazione nelle sue proprietà fisiche

misurabili: una particella in atto nel reale ha proprietà la cui rappresentazione in R^7 si ritrova in un

sottospazio specifico a 7 dimensioni mentre le altre rappresentazioni , gli stati potenziali,

corrispondono al sottospazio che lo complementa. Già qui non si può compiere quell’atto di

riduzionismo denunciato da Trianello senza compiere un errore epistemologico grossolano e ad

incomprensioni profonde nel dialogo tra filosofo e fisico: ad esempio voler ridurre l’astratto spazio

degli stati allo spazio fisico anche fosse metaforicamente.

Seconda constatazione: per il fisico “normale” , cioè dotato di senso comune, un sistema fisico

esiste indipendentemente dal fatto che se ne conoscano oppure no le proprietà e se desidera provare

che un sistema fisico ha una specifica proprietà egli procederà ad un esperimento appropriato: se il

risultato del detto esperimento è positivo allora la nostra affermazione è confermata anche se non è

provata. Se il risultato è negativo allora di sicuro l’affermazione è falsa e l’ipotesi/teoria che il fisico

considerava inizialmente deve essere modificata. Se si facesse un esperimento per testare una certa

proprietà e che la risposta positiva è certa, si affermerà che quella proprietà è in atto (cioè attuale o

vera) sennò che tale proprietà è potenziale. A questo livello, cioè quello sperimentale, siamo

esattamente nella stessa definizione di atto e potenza che il filosofo realista o aristotelico:

un’esperimento è un’interazione con il reale e non è una rappresentazione di uno sottospazio

dello spazio di fasi, mentre quest’ultimo è un’astrazione delle proprietà fisiche sperimentali ed è un

unicum esistenziale. Questo è un primo crocevia dove il filosofo ed il fisico si

ritrovano: nell’esperimento, il quale conferma (o smentisce) l’attuazione di una proprietà.

Ovviamente la differenza sorgerà nel discorso che ognuno avrà in seguito a tale esperienza: il fisico

continuerà a considerare le relazioni misurabili e le funzioni matematiche che rilegano le

rappresentazioni (matematiche) delle proprietà dell sistema considerato, mentre il filosofo si

interrogherà sul significato a livello dell’esistente ( attuale e potenziale) che tale risultato

sperimentale implica. Ovviamente forte è la tentazione del fisico di dare valenza ontologica alle sue

rappresentazioni matematiche, proiettando metafore proprie alla propria cultura, ma questo è un

abuso epistemologico: un esempio sarebbe di credere che le 7 dimensioni dello spazio di fase R^7

abbiano una realtà esistenziale in quanto spazio fisico a 7 dimensioni . Come sarebbe un abuso dalla

parte del filosofo voler inferire a livello delle rappresentazioni matematiche sulla base di un dato

sperimentale: un esempio sarebbe voler “obbligare” il fisico ad esprimere le leggi fisiche nel contesto

delle sole tre dimensioni fisiche che sperimentiamo nell’esistenza reale.

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Terza constatazione: ad ogni sperimentazione di una proprietà è sempre possibile definire la

sperimentazione inversa, cioè quella che testerebbe l’assenza di una proprietà, come è anche

possibile definire un’esperienza la cui risposta sarà sempre positiva (triviale positiva) e una che sarà

sempre negativa (triviale negativa). Qui si stabilisce una struttura logica del reale costituito da tutte le

proprietà misurabili in atto ed in potenza al quale corrisponde poi una struttura logica dello spazio

degli stati , ad esempio come in quello semplice di Cartan dato precedentemente, con operazioni

logiche e con una struttura d’ordine (chiamata “lattice” in inglese, cioè in “reticolo”) . Questo è un

altro crocevia importante dove il dialogo tra fisici e filosofi è possibile: sulla struttura logica del

reale sperimentale fisco, dove il filosofo può poi trarne deduzioni sulla natura dell’essere e il fisico

può trarne conclusioni e stabilire altri costrutti circa la struttura delle relazioni matematiche delle

rappresentazioni misurabili che considera. E’ un punto di discussione importantissimo e nel quadro

della discussione tra le differenze tra meccanica classica e quantistica esso è fondamentale: ad

esempio, le considerazioni dell’ordine delle rappresentazioni matematiche circa la meccanica

quantistica presuppongono una struttura logica del reale diversa e, se sì, in che senso?

Da un un punto di vista logico, il “pregiudizio classico”consiste ad affermare che per ogni

proprietà dello spazio degli stati corrisponde un’esperienza che definisce tale proprietà ed il cui

risultato sia esso positivo o negativo è certo “a priori” appena dato lo stato del sistema. Questo

pregiudizio è stato ammesso per secoli dai fisici, ma è un assioma fortissimo che va ben aldilà di

quel che la fisica e la logica aristotelica abbiano mai richiesto ed è intrinsecamente giustificato dalla

richiesta estremamente stringente che il risultato di un’esperienza debba essere certo “a priori”, non

solo, ma, addirittura, chiede che il risultato sia certo anche prima di aver deciso di fare l’esperimento.

Questo “pregiudizio classico” definisce completamente la struttura logica dello spazio degli stati ed

è possibile dimostrare, ad esempio per il caso di una “particella” newtoniana, che la struttura di R^7

è una rappresentazione isomorfa all’insieme logico di tutti gli esperimenti possibili.

L’ipotesi aristotelica, invece, si basa in realtà su due assiomi molto meno stringenti che il

“pregiudizio classico” ma che lo stesso definiscono completamente uno spazio di fasi, a cui la

struttura logica è isomorfa : primo assioma dice che se un sistema evolve sa uno stato in un altro

allora si arricchisce di nuove proprietà ma ne perde altre al contempo: il secondo assioma dice che

per ogni proprietà fisica ne esiste un’altra che è il suo contrario.

Nell’ipotesi aristotelica si può ritrovare una fisica “classica” ( ma senza alcun bisogno del

“pregiudizio classico” di cui sopra) che può essere rappresentata da una struttura tipo R^7 per il caso

di una sola particella quando si richiede in più che qualunque sia lo stato di un sistema ogni proprietà

data, anche puntuale, è attuale oppure (aut aut) che la sua proprietà contraria (detta usualmente

ortogonale) è attuale (questa è la definizione logica di “proprietà classica”).

Se solo la domanda triviale positiva e quella trivialmente negativa sono “proprietà classiche”

(secondo la definizione appena data) della struttura logica allora abbiamo un sistema puramente

quantistico : la struttura logica del sistema fisico è tale che per ogni suo sottoinsieme logico si può

però definire un altro sottoinsieme contrario ( ortogonale), il che può essere rappresentato

matematicamente da uno spazio di Hilbert caro alla fisica quantistica, l’equazione di moto essendo

descritta da l’equazione di Schrödinger.

Questi ultimi tre punti sono importanti in quanto mostrano che l’ipotesi aristotelica comprende

naturalmente una struttura sperimentale logica di tipo quantistico, il caso classico essendone

semplicemente un caso particolare quando, cioè, i sottoinsiemi di proprietà possono essere ridotti a

proprietà puntuali.

44

In altre parole, il principio di non contraddizione sperimentale (secondo assioma ) come anche il

principio del tertium non datur sperimentale (primo assioma) sono lo stesso

fondamento sperimentale delle due fisiche, la differenza tra le due risedendo nella struttura logica

delle relazioni tra le proprietà dovendo essere misurate.

Ancora una volta questo genera un terzo crocevia tra fisici e filosofi dove la discussione sulla

struttura logica del reale sperimentale può essere compartita sia essa classica o quantistica.

Nota bene: le due ipotesi aristoteliche non dicono niente sulla predittività del sistema, ma solo

sulla sua determinazione, il che vuol dire che contesti sperimentali dove il sistema è perfettamente

determinato ma non prevedibili sono in perfetta coerenza con un approccio aristotelico, quindi

non solo una fisica di tipo quantistico ,ma anche sistemi caotici perfettamente determinati ma

imprevedibili.

Spero questi tre possibili crocevia tra fisici e filosofi siano sorgente di riflessioni proficue almeno

sul nostro blog, fermo restando che poi il fisico rispetti il ragionamento sull’essere e la sua struttura

logica tipico del filosofo e che il filosofo rispetti le valutazioni e le costruzioni matematiche delle

proprietà misurabili le quali sono basate su costrutti matematici correlati alla logica sperimentale, la

sola che sia realistica.

In Pace

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Logica della fisica classica e quantistica per filosofi e tuttiquanti

Logica della fisica classica e quantistica per filosofi e tuttiquanti By <a href=Simon de Cyrène on 27 marzo 2014 • ( 54 ) Logica Abissale Nel post precedente abbiamo identificato la fisica classica “tradizionale” con teorie che presupponevano “il pregiudizio classico” il quale afferma “che per ogni proprietà dell o spazio degli stati corrisponde un’esperienza che definisce tale proprietà ed il cui risultato sia esso positivo o negativo è certo “a priori” appena dato lo stato del sistema.” Abbiamo ricordato che questa affermazione è sufficiente, anche se non necessaria, per definire completamente lo spazio logico che descrive la fisica di un sistema soddisfacente tale “pregiudizio” . Abbiamo poi detto che è necessario e sufficiente avere i due assiomi aristotelici seguenti per definire completamente qualunque sistema fisico sia esso in fisica classica (in questo post, per evitare ambiguità linguistiche, parlerò di fisica “classica tradizionale” quando mi riferirò ad una fisica che presuppone il “pregiudizio classico” di cui qui sopra e di fisica classica solamente quan do utilizzerò i soli due assiomi aristotelici) oppure in fisica quantistica: primo assioma dice che se un sistema evolve da uno stato in un altro allora si arricchisce di nuove proprietà ma ne perde altre al contempo: il secondo assioma dice che per ogni proprietà fisica ne esiste un’altra che è il suo contrario . Dove risiede la differenza fondamentale tra l’approccio di Aristotele e quello classico tradizionale? Nel fatto che il secondo impone che il risultato di un’esperienza futura sia già determinato prima di farla: è la nozione di prevedibilità. I due assiomi aristotelici non lo richiedono: benché il sistema sia determinato esso non deve per forza essere prevedibile. Per questo le teorie del caos come anche la meccanica quantistica sono perfettamente integrate e contemplate da questi due assiomi. Se prendiamo i due assiomi aristotelici come validi, cosa differenzierà, nella sostanza, un sistema classico da uno quantistico sarà l’aggiunta della condizione che ogni esperienza , che si compierà sul sistema classico corrispondente ad una proprietà puntuale fisica , sarà sia attuale sia potenziale. Nel caso della fisica quantistica si richiede solamente che per ogni sottoinsieme di proprietà esiste un sottoinsieme di altre proprietà che non fanno parte del primo, fermo restando che la domanda triviale sia sempre vera ed il suo opposto sempre falso (assioma 2). 46 " id="pdf-obj-45-13" src="pdf-obj-45-13.jpg">

Logica Abissale

Nel post precedente abbiamo identificato la fisica classica “tradizionale” con teorie che

presupponevano “il pregiudizio classico” il quale afferma“che per ogni proprietà dello spazio degli

stati corrisponde un’esperienza che definisce tale proprietà ed il cui risultato sia esso positivo o

negativo è certo “a priori” appena dato lo stato del sistema.”

Abbiamo ricordato che questa affermazione è sufficiente, anche se non necessaria, per definire

completamente lo spazio logico che descrive la fisica di un sistema soddisfacente tale “pregiudizio”.

Abbiamo poi detto che è necessario e sufficiente avere i due assiomi aristotelici seguenti per definire

completamente qualunque sistema fisico sia esso in fisica classica (in questo post, per evitare

ambiguità linguistiche, parlerò di fisica “classica tradizionale” quando mi riferirò ad una fisica che

presuppone il “pregiudizio classico” di cui qui sopra e di fisica classica solamente quando utilizzerò i

soli due assiomi aristotelici) oppure in fisica quantistica: primo assioma dice che se un sistema

evolve da uno stato in un altro allora si arricchisce di nuove proprietà ma ne perde altre al

contempo: il secondo assioma dice che per ogni proprietà fisica ne esiste un’altra che è il suo

contrario.

Dove risiede la differenza fondamentale tra l’approccio di Aristotele e quello classico

tradizionale? Nel fatto che il secondo impone che il risultato di un’esperienza futura sia già

determinato prima di farla: è la nozione di prevedibilità. I due assiomi aristotelici non lo richiedono:

benché il sistema sia determinato esso non deve per forza essere prevedibile. Per questo le teorie del

caos come anche la meccanica quantistica sono perfettamente integrate e contemplate da questi due

assiomi.

Se prendiamo i due assiomi aristotelici come validi, cosa differenzierà, nella sostanza, un sistema

classico da uno quantistico sarà l’aggiunta della condizione che ogni esperienza, che si compierà sul

sistema classico corrispondente ad una proprietà puntuale fisica, sarà sia attuale sia potenziale. Nel

caso della fisica quantistica si richiede solamente che per ogni sottoinsieme di proprietà esiste un

sottoinsieme di altre proprietà che non fanno parte del primo, fermo restando che la domanda

triviale sia sempre vera ed il suo opposto sempre falso (assioma 2).

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Darò adesso esempi concreti di strutture logiche cosicché sarà ormai possibile a tutti i nostri utenti di

fare meccanica quantistica senza formule matematiche ed ai filosofi di estrarne il “sostanzifico”

midollo.

Guardiamo alla struttura logica di un sistema classico tradizionale ( cioè con pregiudizio classico).

Ad esempio costruiamo l’esperienza seguente: un fascio composto di palline di ogni diametro e

voglio distinguere le palline tra di loro facendo due esperimenti differenti: uno con setaccio con un

diametro grosso poi uno con setaccio con un diametro piccolo. Quando durante il primo esperimento

una pallina passa il primo setaccio diremo che la risposta alla domanda {g} è positiva, cioè è una

pallina grossa, se passa il secondo tipo di setaccio la risposta alla domanda {p} è positiva, cioè è una

pallina piccola. Ben vediamo in questo contesto sperimentale che il pregiudizio classico è

soddisfatto: anche prima di fare l’esperienza il diametro delle palline è predefinito. Guardiamo

ancora più da vicino il nostro apparato sperimentale: lo posso utilizzare per rispondere ad altre

domande, ad esempio la domanda che è l’opposta di {p}, cioè sapere se una pallina non è piccola

N{p}: posso anche definire la domanda contraria a {g}, N{g} che ci dirà che una pallina è “troppo

grossa”, una novella proprietà non inizialmente contemplata ; posso poi fare esperimenti assieme ad

esempio misurare quante palline sono grosse ma non piccole, che noteremo {g}*N{p}, oppure

troppo grosse e piccole N{g}*{p} e la risposta a questo esperimento sarà sempre trivialmente

negativo, oppure {g}*{p} che è uguale a {p}, N{g}*N{p} che è uguale a N{g}; c’è poi la domanda

triviale per eccellenza e cioè sono le palline “troppo grosse”, grosse o piccole. La struttura logica

descitta dalla “condizione che per ogni esperienza che si compierà sul sistema classico

corrispondente ad una proprietà puntuale fisica sia essa è attuale sia essa è potenziale” è quindi

presente.

Immaginiamo un secondo esperimento sempre di fisica classica ma non “tradizionale” cioè senza il

pregiudizio classico: esattamente la stessa sperimentazione di prima ma chi definisce il diametro

delle palline lo fa all’ultimo momento asseconda dell’esperienza preparata, cioè uno sperimentatore

che “bara” le sue proprie esperienze. In questo caso è possibile costruire, ad esempio, un’esperienza

che riesce sempre, o mai o in certi casi solamente, ma sempre la pallina creata avrà una proprietà e

non un’altra anche se non predefinita prima dell’esperienza: cioè saremo in un sistema totalmente

imprevedibile ma determinato, soddisfacente gli assiomi aristotelici citati.

Passiamo alla meccanica quantistica: l’esperienza è la seguente: si fa passare un fascio di palline in

un apparecchio speciale: quando le palline sono blu le manda in alto secondo una direzione e quando

sono di un altro colore le manda in giù secondo un’altra direzione. Non c’è altro modo di sapere se

sono blu se non facendoli passare per quell’apparecchio, in quanto sono troppo piccole per un altro

strumento. Le palline che partono nella direzione supposta delle palline “blu” sono poi mandate in un

apparecchio che guarda se sono verdi funzionante con lo stesso principio del primo apparecchio:

ovviamente se fossimo “classici tradizionalisti” ci aspetteremmo che questa volta tutte le palline,

essendo, blu e quindi non verdi, andrebbero in basso e che nessuna andrebbe in alto, invece ,

sorpresa!, una gran parte delle palline blu va in alto, cioè sono anche verdi. Si può fare un’infinità di

esperienze con tutte le sfumature possibili di colori e sempre ci sarà una parte di palline che avrà il

colore nuovamente determinato, il peggio essendo che quando si rimisurerà il colore delle palline che

inizialmente erano blu… una parte sarà considerata non blu.

Ovviamente andiamo contro il pregiudizio classico, visto che non si può prevedere quale sarà il

risultato dell’esperienza, però il sistema è perfettamente determinato: se non si può prevedere per

ogni singola pallina quale sarà il suo colore all’uscita, le probabilità di prendere un dato colore è esso

perfettamente determinato cioè tale probabilità è quello che è e non un altra e se si cambia lo stato

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della pallina, facendolo passare da uno di questi apparati ad un altro, essa cambia la sua distribuzione

di probabilità di ottenere un tale colore: i due assiomi aristotelici sono soddisfatti.

Guardiamo anche alla struttura logica delle esperienze fatte, ebbene ci sono le domande (esperienze)

seguenti è blu? {b}, è verde? {v}, è rosso? {r}, etc all’infinito: e non ci sono possibilità di

domandare ad una singola pallina cosa significa essere {b} e {r} e dire cosa sarà, ad esempio il

risultato del prossimo {b}. Da un punto di vista logico solo la domanda triviale sempre vera darà un

risultato sempre positivo e cioè “hai un colore?” e una sola domanda darà una risposta sempre

negativa “hai solo un colore?”. Quest’infinità nella struttura logica degli esperimenti sempre

limitato da un lato da una domanda trivialmente sempre giusta e da un’altra sempre falsa è

tipicamente non classico e ben caratterizza la logica quantistica di questo esempio.

La struttura del reale è sempre e solo basata su domande che poniamo al sistema che si osserva e alla

quale solo risposte si o no sono possibili, il che proviene dal principio di non contraddizione insito

nell’assioma aristotelico 2 e sulla constatazione che qualunque sistema fisico potrà passare ad una

risposta opposta positiva solo diventando incapace di rispondere positivamente alla precedente,

passaggio dalla potenza all’atto, espresso nell’assioma 1.

A nessun momento la prevedibilità di un sistema è necessario da un punto di vista aristotelico e

questo lascia spazio e permette di fondare epistemologicamente il calcolo di probabilità dei risultati

specifici di un’esperienza.

Ad ogni momento il sistema, sia esso quantistico, o classico, è sempre perfettamente determinato.

In Pace

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L’illusione dell’ateismo: negare Superman per negare Dio!

L’illusione dell’ateismo: negare Superman per negare Dio! By <a href=minstrel on 8 giugno 2014 • ( 164 ) Supergiovane è l’unico supereroe esistente! Ecco le prove scientifiche materiali! In questi giorni ho disputato con l’utente Mauro197 1 sul forum infotdgeova circa la possibilità concreta che le scienze possano un giorno negare Dio. E’ un argomento di cui si è già discusso moltissimo in ambito apologetico e ovviamente torna ciclicamente a farsi sentire. In pratica si tenta di provare che la Scienza non solo può arrivare a negare Dio, ma addirittura l’ha già fa tto poiché oggi giorno non esiste nessuna prova concreta scientifica dell’esistenza di Dio. L’ARGOMENTO CONTRO DIO I punti salienti di questa dimostrazione mi sono andati chiarendo a mano a mano che si continuava nella disputa e credo si possano riassumere così: Se Dio esiste ed è immateriale, è il creatore del mondo ed interagisce con il mondo materiale, dunque l’immateriale esiste e tale immateriale interagisce con il materiale dell’universo; se le scienze “dure” (fisica, chimica, biologia) sono la misura zione di una proprietà di un ente materiale e del mutamento che tale ente subisce a causa di interazioni varie dunque l’immateriale divino, se esiste, interagendo con il materiale LASCERA’ prove che potranno essere raccolte dalla scienza. MA dato che finora in tutto lo scibile delle scienze dure non vi è alcuna traccia diretta o indiretta di un un ente immateriale , la ragione richiede che non si inventi qualcosa di cui non vi è alcuna prova scientifica per spiegare il materiale. Dio risulta dunque superfluo in una discussione scientifica poiché la scienza finora non ha alcuna prova della sua esistenza. Chi vuole restare nell’alveo della razionalità scientifica deve necessariamente concludere che Dio non esiste e se esiste non ne abbiamo alcuna prova. 49 " id="pdf-obj-48-14" src="pdf-obj-48-14.jpg">

Supergiovane è l’unico supereroe esistente!

Ecco le prove scientifiche materiali!

In questi giorni ho disputato con l’utente Mauro1971 sul forum infotdgeova circa la possibilità

concreta che le scienze possano un giorno negare Dio.

E’ un argomento di cui si è già discusso moltissimo in ambito apologetico e ovviamente torna

ciclicamente a farsi sentire. In pratica si tenta di provare che la Scienza non solo può arrivare a

negare Dio, ma addirittura l’ha già fatto poiché oggi giorno non esiste nessuna prova concreta

scientifica dell’esistenza di Dio.

L’ARGOMENTO CONTRO DIO

I punti salienti di questa dimostrazione mi sono andati chiarendo a mano a mano che si continuava

nella disputa e credo si possano riassumere così:

Se Dio esiste ed è immateriale, è il creatore del mondo ed interagisce con il mondo materiale,

dunque l’immateriale esiste e tale immateriale interagisce con il materiale dell’universo;

se le scienze “dure” (fisica, chimica, biologia) sono la misurazione di una proprietà di un ente

materiale e del mutamento che tale ente subisce a causa di interazioni varie

dunque l’immateriale divino, se esiste, interagendo con il materiale LASCERA’ prove che potranno

essere raccolte dalla scienza.

MA

dato che finora in tutto lo scibile delle scienze dure non vi è alcuna traccia diretta o indiretta di un

un ente immateriale, la ragione richiede che non si inventi qualcosa di cui non vi è alcuna prova

scientifica per spiegare il materiale.

Dio risulta dunque superfluo in una discussione scientifica poiché la scienza finora non ha alcuna

prova della sua esistenza.

Chi vuole restare nell’alveo della razionalità scientifica deve necessariamente concludere che Dio

non esiste e se esiste non ne abbiamo alcuna prova.

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Credo che chiunque abbia un minimo di esperienza con la filosofia sistematica e l’epistemologia

capisca che qualcosa non funziona in questo ragionamento apparentemente coerente (tipicamente

scientista, cioè di chi ritiene che l’unica conoscenza razionale sia quella scientifica). Il problema è

che quando si disputa con le persone non bisogna dare per scontato delle conoscenze, ma cercare di

entrare nella loro forma mentis e quindi far comprendere gli errori che si sta commettendo anche in

modo “trasversali”. Il rischio di non avvicinarsi in questo modo è sembrare saccenti e in fondo non

concludere nulla. Me ne sono accorto a mie spese poiché durante tutta la discussione non ho fatto

altro che dibattere malamente senza cercare di comprendere a pieno chi avevo davanti e come

risolvergli la sua implicita domanda. Nel far casino sono stato certamente aiutato da un interlocutore

che non ha chiaro spesso ciò di cui si sta parlando e la cui forma mentis è molto lontana

dall’accettare la dialettica filosofica quale prova probante.

Se a ciò si aggiunge la fretta nello scrivere certe mie risposte e il mio stile non-letterario consueto la

frittata è fatta…

Comunque… ecco come l’ho risolta alla fine.

DAL PUNTO IN COMUNE ALL’ERRORE TEOLOGICO

Una volta chiarito che l’argomento che confuta l’esistenza dell’immateriale divino è come quello

sopra citato innanzitutto ho cercato un punto in comune che è questo: in tutto lo scibile delle

scienze dure (cioè, attenzione ora, nella conoscenza della realtà compiuta scandagliando la

realtà seguendo il cosidetto metodo scientifico!) non vi è alcuna traccia diretta o indiretta di un

“Dio”. E questo è ovvio per chiunque abbia chiaro il ruolo e l’ambito della scienza che Aristotele

chiamava “seconda”.

La scienza “seconda” infatti non può dire nulla al riguardo perché il suo sguardo di osservazione sarà

sempre e comunque al di fuori di una ipotesi metafisica quale è Dio.

Tutto dunque si può risolvere brevemente con la constatazione di questa banalità: la scienza non

può provare ipotesi metafisiche. Provare tali ipotesi è compito della filosofia. Se si sostiene la

validità della conoscenza filosofica si può benissimo portare delle giustificazioni razionali

dell’esistenza (e della non esistenza) di un assoluto. Fine.

E’ una banalità esatto, ma spesso da questa banalità si fa discendere una affermazione errata: “io non

accetto le prove meramente filosofiche, la scienza moderna non può provare Dio dunque è

scientificamente provato che Dio non esiste”. Questa naturalmente è una tautologia, ma soprattutto

è una forzatura del metodo scientifico stesso poiché facendo questa affermazione si entra in un corto

circuito contradditorio.

Il perché è subito detto: l’affermazione che ” in tutto lo scibile delle scienze dure non vi è alcuna

traccia diretta o indiretta di un “Dio” può portare alla conclusione che “è scientificamente provato

che Dio non esiste” solo e soltanto se si accetta la premessa METAFISICA che “TUTTO CIO’ CHE

ESISTE DEVE ESSERE DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE OSSERVATO E/O

OSSERVABILE”. Tale premessa va dunque argomentata. E l’argomentazione deve essere

filosofica. Al di là che si riesca ad argomentare, dunque è chiaro che per qualificare il proprio

pensiero come razionale è necessario pensare la metafisica come una scienza in grado di qualificare

razionalmente le premesse dell’argomentazione! Se si accetta la metafisica come scienza dunque

anche l’argomento metafisico dell’esistenza di Dio (accettabile o meno, come ogni teoria) ha dignità

di essere considerato scientifico. Primo punto.

E ora arriviamo all’errore teologico insito nell’argomento iniziale. Questo dunque, ripetiamolo in

altro modo, dichiara che dando ipoteticamente per vero l’esistenza di un immateriale divino, esso

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DEVE interagire col materiale e quindi “FARSI VEDERE” dalle scienze che studiano questo

materiale.

Soluzione: se Dio fosse temporale il metodo sarebbe perfetto.

Con questo metodo infatti il ricercato al massimo cerca un semi-deo, un superman, un watchmen,

anzi un supergiovane!

Il ricercatore di questa entità infatti vorrebbe la prova che ciò che oggi Dio “tocca” materialmente

con il suo essere immateriale, SUBITO DOPO il tocco si muove o cambia.

Bene, se mai trovassi questo Dio esso non è Dio poiché Dio non può agire per sua natura NEL

TEMPO.

Cioè un Dio simile, cioè SOGGETTO AL TEMPO, sarebbe un Dio imperfetto.

Sarebbe solo un superuomo immateriale soggetto al tempo che può fare quello che all’uomo non è

concesso, ma non sarebbe Dio. In una provocazione:

Se la scienza provasse che Dio esiste, sarebbe la prova definitiva che Dio non esiste affatto.

L’argomento dunque poggia su di una teologia irrazionale e al massimo prova che Dio non risulta

essere un ente temporale.

Un Dio così è davvero un dio con la d minuscola, completamente illogico e soprattutto

irrazionale.

Se dio è questo per gli atei, li tranquillizzo tutti: dio certamente non esiste!

Di un Dio simile sono ateo anche io ovviamente.

Solo che… dovremmo forse dire “Grazie scienza, lo sospettavamo già da millenni, lo sappiamo già

da secoli”?

Spieghiamoci meglio.

Un immateriale assoluto è eternità, cioè l’assenza di tempo.

Questo significa che se l’uomo vuole pensare “come Dio” deve farlo analogicamente, riflettendo

“come se il Tempo non esistesse” poiché qualsiasi cosa faccia Dio DEVE (PER ESSERE DIVINA)

essere eterna.

Ergo l’universo per lui è tutto insieme nello stesso unico momento, in un unico atto.

Quello che succede ORA, IERI, 1000 secoli fa, DOMANI, fra 100000 secoli per Dio E’! Esiste tutto

insieme. Il “fare” di Dio, per essere tale, E’ TUTTO INSIEME: quello che fu, quello che è e quello

che sarà!

Quindi quello che si interpreta come “Dio agisce ORA” è una forzatura teologica perché nella realtà

divina E’ FATTO da Dio da sempre, solo che noi immersi nel tempo ci sembra che succeda NEL

TEMPO.

Questo è il Dio metafisicamente inteso in modo coerente. O meglio questa è la spiegazione

metafisica di un suo attributo necessario: l’eternità.

La scienza dura cosa può dire di una simile entità eterna? Nothing at all!

UNA FALSA CONFUTAZIONE

Esiste un’altra possibile confutazione che potrebbe sembrare la risposta all’argomento.

Ritengo che non lo sia e spiegarne il perché può aiutare nella comprensione della vera confutazione

qui sopra dettagliata.

Constatare la possibilità razionale dell’esistenza di un immateriale divino significa anche poter

prevedere che tale immateriale divino agisca non solo sul materiale in modalità eterna (e quindi

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inscovabile con metodo scientifico), ma anche con “altro” immateriale (ovviamente impossibile da

misurare in modalità scientifica).

Potrebbe sembrare una buona risposta come dicevo, da un punto di vista umano per lo meno, ma la

ritengo teologicamente fallace: per cercare l’esistenza di Dio infatti è necessario capire cosa o chi

sia necessariamente Dio, è necessario cioè, come si diceva, avere chiaro il punto di vista divino.

Dunque è necessaria una teologia razionale coerente e anche questa falsa confutazione compie

l’analogo errore dell’argomento che stiamo dibattendo.

L’errore è sempre questo: non considerare il punto di vista ETERNO di Dio.

Dio “vede” (verbo presente=tempo=errore teologico, ma serve per capirci!) la creazione tutta

insieme. Quello che c’è e quello che c’era e quello che ci sarà e pure il prima e il dopo la creazione

(senza prima e dopo!). Tutto insieme. Come un’intuizione, senza mediazione,

IM_MEDIATAMENTE. Ritengo dunque che sia ragionevole pensare che l’universo delle cose

materiali E immateriali siano nello sguardo di Dio ovviamente legate in modo indisolubile. E’

l’integrale, il TUTTO metafisico-teologico. Cioè essendo tutto legato al tutto in un medesimo atto,

immediatamente, distinguere il materiale con l’immateriale è un errore teologico.

Non esiste quindi l’immateriale che tocca solo l’immateriale o il materiale solo il materiale o

l’incrocio fra i due. In modalità divina “tutto tocca tutto” nel medesimo atto dunque anche questa

divisione fra materiale e immateriale, che a prima vista può sembrare valida per l’uomo, non può

essere assolutamente valida per Dio e quindi deve essere scartata per un discorso teologico coerente.

Questa spiegazione, oltre a demolire la mia presunta confutazione, ritengo faccia comprendere fino

in fondo perché l’argomento “immateriale che tocca il materiale non si nota ecc” è teologicamente

errato e scientificamente nullo.

AND SO…

Concludendo: cercare Dio all’interno di un unico evento materiale inquadrabile nel tempo è, usando

un eufemismo, un esperimento inutile poiché o tutto (TUTTO METAFISICO!) è da lui oppure

nulla è da lui e dunque c’è un altra spiegazione per il tutto.

Certo, è un bel dilemma.

Infatti se nulla è da lui che è il tutto… da dove IL TUTTO?

Bibliografia minima:

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L’ateismo contemporaneo : la superstizione dei palloni gonfiati

L’ateismo contemporaneo : la superstizione dei palloni gonfiati By <a href=Simon de Cyrène on 13 giugno 2014 • ( 90 ) Ateista Bloggista Medio Nel post precedente intitolato all’Illusione dell’Ateismo abbiamo tutti potuto gustarci, divertiti, gli interventi intellettualmente poco stringenti ed, in finis, poco onesti di un utente che, pretendendo dare peso alle sue scalmanate affermazioni filosofiche a partire da una sua presuntuosa, pretestuosa e totalmente immaginata personale autorità, voleva far dipendere la prova dell’esistenza di Dio da osservazioni fisiche (!); per poi voler definire Dio usando di concezioni fumose sulla materialità, per finire sbugiardato da se stesso cambiando definizioni ad ogni pié sospinto; mettendosi poi in testa di osservare camb iamenti (si, si!) in Dio, per pretendere in seguito voler “vedere” Dio; il tutto senza mai rispondere a domande postegli su cosa sia per lui questo “dio” tanto casinoso e credendo di scampare via dalla sua mala posizione osando affermare, contro il buon senso di ogni fisico serio che si rispetti , che per lui un modello è la realtà (!) . Dopo averci fatto sorbire una nozione di “dio” che semplicemente è quella di un idolo da superstizione, lo stesso utente ci dice poi che utilizza una sola (e chissà quale) metodologia per conoscere il reale invece di utilizzare sperimentazione, deduzione e testimonianza, come ogni fisico e filosofo serio fa quotidianamente e, infine, ci propone viaggi nel tempo fantasmagorici per provare le sue asserzioni. Ciliegina finale: dopo averci così luminosamente dimostrato essere un magistrale incompetente in filosofia e non aver nessuno sguardo critico ed analitico sulla scienza che afferma essere il suo mestiere, si permette in quanto a corto di argomenti validi sul fondo, di fare attacchi ad hominem contro il prof. Feser ed il prof. Masiero. Questo utente, neanche capace di criticare intelligentemente il pensiero dei due professori, è ben incapace di discutere razionalmente, ma mostra chi egli veramente sia bassamente calunniando le qualità professionali di chi lo supera su tutti i piani: eppure, è proprio lui che, in seguito alla dimostrazione delle sue proprie (in-) competenze su questo blog, sembrerebbe davvero essere uno errore di assunzione dell’istituto dove lavorerebbe facendone così abbassare la reputazione … scientifica, qualunque sia la reputazione che quest’istituto abbia. Da questo esempio pratico di esercizio di gonfiamento di pallone ateista è possibile trarne una regola generale oppure è un caso particolare? Il punto è importante , e dobbiamo saltare a pié giunti sulla falsa scusante che un cristiano non dovrebbe essere vessante per altrui, perché non dobbiamo lasciarci imbavagliare dai prepotenti : Cristo stesso non esitava a chiamare razza di vipere e sepolcri imbianchiti i palloni gonfiati del Suo tempo che indicava con chiarezza. Infatti, da qualche anno in qua, il credente si vede l’oggetto di affermazioni ridicole, assolutamente irrazionali, senza alcun fondamento scientifico da parte di questa frangia aggressiva d ei “nuovi ateisti” à la Dawkin. E questo implica una battaglia culturale che va da essere sostenuta, se non altro, per carità verso coloro che sono meno preparati e che potrebbero lasciarsi influenzare 53 " id="pdf-obj-52-14" src="pdf-obj-52-14.jpg">

Ateista Bloggista Medio

Nel post precedente intitolato all’Illusione dell’Ateismo abbiamo tutti potuto gustarci, divertiti, gli

interventi intellettualmente poco stringenti ed, in finis, poco onesti di un utente che, pretendendo

dare peso alle sue scalmanate affermazioni filosofiche a partire da una sua presuntuosa, pretestuosa e

totalmente immaginata personale autorità, voleva far dipendere la prova dell’esistenza di Dio da

osservazioni fisiche (!); per poi voler definire Dio usando di concezioni fumose sulla materialità, per

finire sbugiardato da se stesso cambiando definizioni ad ogni pié sospinto; mettendosi poi in testa di

osservare cambiamenti (si, si!) in Dio, per pretendere in seguito voler “vedere” Dio; il tutto senza

mai rispondere a domande postegli su cosa sia per lui questo “dio” tanto casinoso e credendo di

scampare via dalla sua mala posizione osando affermare, contro il buon senso di ogni fisico serio che

si rispetti, che per lui un modello è la realtà (!). Dopo averci fatto sorbire una nozione di “dio” che

semplicemente è quella di un idolo da superstizione, lo stesso utente ci dice poi che utilizza una sola

(e chissà quale) metodologia per conoscere il reale invece di utilizzare sperimentazione, deduzione e

testimonianza, come ogni fisico e filosofo serio fa quotidianamente e, infine, ci propone viaggi nel

tempo fantasmagorici per provare le sue asserzioni. Ciliegina finale: dopo averci così luminosamente

dimostrato essere un magistrale incompetente in filosofia e non aver nessuno sguardo critico ed

analitico sulla scienza che afferma essere il suo mestiere, si permette in quanto a corto di argomenti

validi sul fondo, di fare attacchi ad hominem contro il prof. Feser ed il prof. Masiero. Questo utente,

neanche capace di criticare intelligentemente il pensiero dei due professori, è ben incapace di

discutere razionalmente, ma mostra chi egli veramente sia bassamente calunniando le qualità

professionali di chi lo supera su tutti i piani: eppure, è proprio lui che, in seguito alla dimostrazione

delle sue proprie (in-) competenze su questo blog, sembrerebbe davvero essere uno errore di

assunzione dell’istituto dove lavorerebbe facendone così abbassare la reputazione … scientifica,

qualunque sia la reputazione che quest’istituto abbia.

Da questo esempio pratico di esercizio di gonfiamento di pallone ateista è possibile trarne una regola

generale oppure è un caso particolare? Il punto è importante, e dobbiamo saltare a pié giunti sulla

falsa scusante che un cristiano non dovrebbe essere vessante per altrui, perché non dobbiamo

lasciarci imbavagliare dai prepotenti: Cristo stesso non esitava a chiamare razza di vipere e

sepolcri imbianchiti i palloni gonfiati del Suo tempo che indicava con chiarezza.

Infatti, da qualche anno in qua, il credente si vede l’oggetto di affermazioni ridicole, assolutamente

irrazionali, senza alcun fondamento scientifico da parte di questa frangia aggressiva dei “nuovi

ateisti” à la Dawkin. E questo implica una battaglia culturale che va da essere sostenuta, se non

altro, per carità verso coloro che sono meno preparati e che potrebbero lasciarsi influenzare

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negativamente da certe argomentazioni fallaci. E ridicolizzare il pensiero ateista contemporaneo,

sempre nel pieno rispetto delle persone che potrebbero professarle, è, secondo me, un dovere

intellettuale e morale, in quanto detto pensiero ateista è davvero, intrinsecamente, ridicolo. Chi

siamo noi per giudicare un ateista? Nessuno ovviamente, ma certamente possiamo, anzi, dobbiamo

denunciare la truffa ateista.

A questo soggetto, e cercando di elevare un poco la riflessione, vorrei compartire il primo paragrafo

dell’ultimo capitolo dell’eccellente libro di Edward Feser “The Last Superstition: a Refutation of the

New Atheism” (ISBN: 978-1-58731-452-0, (2010), pp.229-235).

Qui Feser ci parla di una coppia, Patrica e Paul Churchland, insegnanti di filosofia (!) all’Università

di California di San Diego che praticano quotidianamente e con costante pervicacia l’ultimissima

moda dell’ “eliminative materialism” che tradurrò in italiano, con perfidia, “materialismo

escretorio”.

Il materialismo escretorio è quella teoria che afferma che credenze, desideri come anche ogni

fenomeno mentale non esistono e che vanno da essere eliminati in quanto descrizione della

natura umana e rimpiazzati da concetti provenienti dalle neuroscienze. Alcuni esempi concreti

riportataci dal Feser sarebbero il fatto di rimpiazzare espressioni del genere “mi sento angosciato e

ho bisogno di un rimontante” con “i miei livelli di serotonina sono al minimo, il mio cervello è

inondato diglicocorticoidi, l’adrenalina scorre nelle mie vene e ho bisogno di aumentare la mia

concentrazione di dopamina”.

Ovviamente questa coppia di palloni gonfiati manifesta tutti i segni patologici di un disturbo

ossessionale convulsivo, ma aldilà dell’ aneddoto, è interessante vedere quel che quest’estremo ci

insegna su questo tipo di sguardo riduzionista del reale, anche perché spesso questa discussione tra

materialità e processi mentali è apparsa più volte.

Ovviamente per il materialismo escretorio il “pensiero” non esiste, ma semplicemente è il nostro

cervello che è fatto in modo tale da produrre rumori come “mi sento angosciato”, allo stesso modo il

“volere” non esiste: come dice con molto humour Feser, in realtà è il cervello della detta coppia che

connesso in modo tale da fare rumori del tipo “il pensiero non esiste”e che, applicato a loro,

crediamo essere un’affermazione vera.

In altre parole, i materialisti escretori desiderano rimpiazzare il senso comune con una

descrizione scientifica che ritengono più accurata (chissà perché poi, ma immagino perché le loro

connessioni esprimono tale seguito di parole e frasi e ciò senza voler cercare più in là una ragione):

questa concezione è l’ultimo sforzo per cercare di sbarazzarsi delle cause finali aristoteliche

come ben visto dal Feser.

In verità, i Churchland dal fondo della loro ossessione cercano di riprodurre la tesi costruttivista che

sostiene che, cambiando il linguaggio, si cambiano i modi di pensare ed infine si cambia la società,

come se dicendo che non si possono giudicare i sodomiti in quanto persone, il che è giusto, allora

quella schifezza morale contro-natura che è il comportamento stesso del sodomita diventerebbe “a-

giudicabile” . Altro esempio consimile sono le teorie del gender: in fin dei conti, queste vogliono

tutte essere soluzioni sociologiche a problemi metafisici che non hanno più legittimità

epistemologica che cercare dimostrazioni per via di sperimentazioni fisiche delle affermazioni

metafisiche.

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Ma in realtà quando i nostri amici materialisti escretori fanno affermazioni come quelle illustrate per

esprimere uno stato di angoscia perché lo ritengono “primitivo”, esprimono supposizioni e deduzioni

( ad esempio il loro livello di serotonina) che non sono verificate, stabiliscono metonimie

(riferendosi alle loro emozioni usando di concetti che vi sono correlati) e cioè procedono esattamente

allo stesso modo con il quale si procede usualmente, giusto con un vocabolario differente: cioè non

compiono nessuna rivoluzione culturale e non eliminano il concetto di ansietà o angoscia che è

semplicemente espresso altrimenti.

In effetti, i materialisti escretori pretendono esprimere opinioni e convinzioni e riferirsi alla

conoscenza, alle idee ed alle intuizioni: ben incapaci come sono di poter dare a questi concetti una

descrizione “scientifica” nel senso da loro inteso, la “scienza” essendo la “sola” per loro capace di

fare affermazioni circa il mondo, sviluppando teorie, presentando spiegazioni, espandendo la

conoscenza: questo ci ricorda alcune affermazioni dei “nostri” di palloni gonfiati.

E qui Feser ci fa notare la contraddizione formale e pratica nei quali vivono questi escretori: sono

arrivati a questa forma di materialismo per eliminare completamente la nozione di causa

finale, ma proprio la “scienza”, come da loro intesa, essendo la sola attività umana a poter dare

spiegazioni che ancora non ci sono ma che ci saranno per forza al fine di rendere il loro

“programma” socio-ideologico fattibile è proprio concepita come una causa finale.

Ed infatti pretendono che un giorno le nozioni di verità, di razionalità, di concetto saranno

sostituiti sicuramente da altri concetti successivi che non conosciamo, né conoscono, ma che

conosceremo e, finalmente, quel giorno (!) sapremo davvero quel di cosa saremo parlando

incluso quel di cui i materialisti escretori stanno parlando anche se, per ora, non sanno di

cosa!!!

Quindi, affinché la loro concezione possa sostenersi ammettono che c’è intenzionalità e causa finale

e quindi, aldilà del cervello, c’è una mente che non è descrivibile secondo le loro stesse definizioni

materialistiche.

Grazie Edward per aiutarci a bucare i palloni gonfiati che asfissiano il pensare il reale nella nostra

società!

In Pace

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“Interessante, forse persino brillante…”

“Interessante, forse persino brillante…” By <a href=minstrel on 31 luglio 2014 • ( 5 ) Osservate i due tutor sulla destra e sulla sinistra… Sto leggendo, a minuti persi, l’articolo The Vindication of St. Thomas” del filosofo Alfred J. Freddoso (studioso tomista, professore a Notre Dame) che qualche giorno fa il nostro futuro brasiliano disperso nella fumosa Londra (call me Claudio) linkò di sfuggita nell’articolo di Law . Sono molti i passi del paper che trovo interessantissimi; passi che probabilmente riprenderemo con calma con futuri articoli. In questo mio breve scritto riporto semplicemente un aneddoto del Prof. Freddoso che trovo particolarmente illuminante circa il pregiudizio continentale anti-metafisico (e di conseguenza anti-tomista) che guida(va?) molti filosofi contemporanei. Una vera deriva logica che, stando a quel che riporta l’articolo, pare si stia lentamente arginando. Offro la traduzione delle righe seguenti estraendole dall’articolo in questione. ———————————— - “Permettetemi ora un aneddoto personale qui. Nel 1997 un mio ex studente - soprannonimato ‘Geno’, che continuava gli studi con un B.Phil. a Oxford – mi chiamò disperato un pomeriggio. Si era imbattuto in un passaggio dell’ Etica Nicomachea che l’aveva completamente confuso e che di lì a tre giorni avrebbe dovuto presentare al suo tutor. Gli consigliai di intrufolarsi in una biblioteca, furtivamente dare uno sguardo ad una copia dei Commenti all ’Etica di San Tommaso d’Aquino dedicati a quel passaggio e stabilire se potevano essere di qualche aiuto. Naturalmente mi raccomandai di non citare San Tommaso al suo tutor - o chiunque altro – per quella materia. Beh, per farla breve, la settimana dopo ho ricevuto un’altra chiamata da un esuberante ‘Geno’ . Quando ha enunciato l’interpretazione del passaggio problematico di S. Tommaso (senza, ovviamente, citare Tommaso per nome), il tutor si è accarezzato il mento, gli ha detto di non aver mai pensato al testo in quel modo e ha dichiarato che l’interpretazione gli pareva “ interessante, forse persino brillante! “ . La morale della storia è che anche in quel periodo c’era apertura verso San Tommaso, persino tra alcuni dei filosofi laici più incalliti; bastava solo essere sottili a proporlo, e molto pazienti.” Alfred J. Freddoso , The Vindication of St. Thomas: Thomism and Contemporary Anglo-American Philosophy , University of Notre Dame, 2014, pagg. 4 – 5 56 " id="pdf-obj-55-13" src="pdf-obj-55-13.jpg">

Osservate i due tutor sulla destra e sulla sinistra…

Sto leggendo, a minuti persi, l’articolo The Vindication of St. Thomas” del filosofo Alfred J.

Freddoso (studioso tomista, professore a Notre Dame) che qualche giorno fa il nostro futuro

brasiliano disperso nella fumosa Londra (call me Claudio) linkò di sfuggita nell’articolo di Law.

Sono molti i passi del paper che trovo interessantissimi; passi che probabilmente riprenderemo con

calma con futuri articoli. In questo mio breve scritto riporto semplicemente un aneddoto del Prof.

Freddoso che trovo particolarmente illuminante circa il pregiudizio continentale anti-metafisico (e di

conseguenza anti-tomista) che guida(va?) molti filosofi contemporanei.

Una vera deriva logica che, stando a quel che riporta l’articolo, pare si stia lentamente arginando.

Offro la traduzione delle righe seguenti estraendole dall’articolo in questione.

————————————-

“Permettetemi ora un aneddoto personale qui. Nel 1997 un mio ex studente - soprannonimato

‘Geno’, che continuava gli studi con un B.Phil. a Oxford mi chiamò disperato un pomeriggio. Si

era imbattuto in un passaggio dell’ Etica Nicomacheache l’aveva completamente confuso e che di

lì a tre giorni avrebbe dovuto presentare al suo tutor. Gli consigliai di intrufolarsi in una biblioteca,

furtivamente dare uno sguardo ad una copia dei Commenti all’Etica di San Tommaso d’Aquino

dedicati a quel passaggio e stabilire se potevano essere di qualche aiuto. Naturalmente mi

raccomandai di non citare San Tommaso al suo tutor - o chiunque altro per quella materia.

Beh, per farla breve, la settimana dopo ho ricevuto un’altra chiamata da un esuberante ‘Geno’.