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numero 39 anno VI 12 novembre 2014


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OCCUPAZIONI ABUSIVE SENZA POLITICA DELLA CASA, UN PASSATO PRESENTE


Luca Beltrami Gadola
Quando saremo cos saggi da occuparci di un problema prima che
diventi, per una ragione o per laltra,
scottante? La casa un esempio
classico della politica italiana dove
serpeggia sempre, direi quotidianamente, il sospetto che quello dei
problemi scottanti sia una strategia
perch quando un problema scotta
arriva il meccanismo dellemergenza e dallemergenza si passa ai
poteri speciali, ai commissari, alle
deroghe legislative con linevitabile
codazzo di corruzione e di intervento della magistratura.
Il problema della casa diventato
scottante per il picco di occupazioni
abusive degli ultimi mesi, accompagnati da un clima dinsicurezza dei
cittadini dei quartieri popolari e per
la risonanza mediatica del fenomeno, fenomeno non certo recente ma
che ci arriva da un passato poco
sotto gli occhi dellopinione pubblica
e dunque meno scottante di oggi.
Non credo che convenga farsi troppe illusioni, il momento di affrontare
seriamente il problema ancora
molto lontano perch per nostra
sfortuna incrocia il problema degli
extracomunitari e quello, ancor pi
ghiotto per la Lega, degli zingari
presenti sul nostro territorio. Per alcune forze politiche questo il problema, non il disagio di chi regolarmente abita in case fatiscenti o non
riesce ad accedervi.
Voglio essere chiaro. Le occupazioni abusive non mi stanno bene, il
rispetto della legge fondamento di
civilt ma la giustizia non una dea
cieca perch bendata ma soprattutto non pu essere sorda rispetto
alla societ e ai suoi lamenti. Pro-

prio per questo invocare sgomberi e


pugno di ferro vuol dire assegnare
ai corpi di polizia un ruolo sostitutivo
di un provvedimento permanente e
risolutivo che non c e non interessante per una classe politica che
del problema casa ha fatto soltanto
terreno di confronto da vigilia elettorale.
Dei mali della casa si potrebbe parlare per ore intere, delle responsabilit storiche e di quelle pi recenti
ma servirebbe a poco perch la
scomparsa dei grandi partiti tradizionali del passato (DC e PCI) e la
nascita di nuove formazioni politiche
spesso effimere, consentono a chi
oggi governa senza avere un vero
passato politico, di scaricare colpe e
responsabilit guardando ad altri e
allindietro.
Chi governa oggi sa di trovarsi di
fronte a una questione ardua e poco
gratificante: rimediare i guasti ereditati, come la svendita del patrimonio
pubblico fatta per legge, mettere in
campo politiche e provvedimenti
che nella lentezza del processo edilizio e nella pigra inamovibilit della
burocrazia si disperde e d, se li d,
i suoi frutti quando gli artefici originari hanno visto tramontare le loro
parabole politiche. Lattesa della
gratificazione politica uccide il cambiamento.
Ho citato tra le responsabilit non a
caso la svendita del patrimonio di
edilizia pubblica, iniziata con la legge 24 dicembre 1993, n. 560 Norme in materia di alienazione degli
alloggi di edilizia residenziale pubblica: era il governo Ciampi e ministro dei Lavori Pubblici (si chiamava
cos allora) Francesco Merloni, il

geniale inventore della prima legge organica su appalti e dintorni.


Questo spirito liquidatorio di allora
ritorna ancora oggi nella proposta
del ministro Lupi: una politica miope, iniqua, una proposta acchiappa
voti come quella di Merloni. Tra i
suoi tanti difetti ne citer uno e non
il peggiore: laver messo le Aler in
condizione di debole condomino in
case parzialmente alienate. Rimediarvi oggi quasi impossibile.
Ma veniamo al dunque. Occupazioni a parte, per parlare al futuro di
edilizia bisogna partire dalla realt
di oggi e dalle sue caratteristiche:
servono case a basso costo possibilmente in locazione e non in vendita per garantire mobilit sul territorio; c necessit di non occupare
nuovo suolo e quindi di riutilizzare
ledificato esistente; serve un riequilibrio sociale allinterno dei quartieri;
non bisogna tornare alla realizzazione di ghetti; serve lutilizzo del
patrimonio privato lasciato inutilizzato nelle aree urbane e, cacio su
maccheroni, una revisione totale del
codice degli appalti per evitare che
le risorse si trasformino in pessima
qualit edilizia e corruzione. Tutte
belle cose ma con chi farle? Con
quali alleanze? Con quali strumenti?
Con quale burocrazia?
Di questa questultima quasi mi dimenticavo ma mi taccio di fronte
allautorit indiscutibile del Presidente del Consiglio: non c giorno
che non ne parli male: provveda lui,
noi non possiamo farci nulla. Intanto
la politica della casa mi sembra la
stia facendo solo la burocrazia e i
risultati li vediamo.

APPUNTI SULL'EMERGENZA ABITATIVA A MILANO


Lucia Castellano
Provo a far chiarezza in questa triste nebbia di accuse reciproche e
campagne elettorali malamente giocate su drammi sociali. Ci provo dalla mia posizione di consigliera regionale, componente della commissione Casa, Territorio e Infrastrutture.
Aler Milano un ente pubblico economico, un'azienda partecipata regionale, con un patrimonio immobiliare di circa 40.000 alloggi nella sola Milano. Perch le case di propriet regionale, a Milano, versano (fatte salve alcune eccezioni), in uno
stato non degno di un Paese civile?
Per svariate ragioni. La prima: non

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c' pi un sovvenzionamento pubblico che sorregga una funzione


che, con il progredire della crisi, acquista sempre pi i connotati del
servizio sociale. E, quindi, costa e
andrebbe finanziata (art 117 della
Costituzione: competenza concorrente Stato / Regioni in materia di
edilizia pubblica, con il risultato che
n l'uno n l'altra, almeno fino
all'anno scorso, hanno stanziato un
solo euro). A causa di una legge
regionale scellerata, inoltre, il sostentamento delle Aler dovrebbe
basarsi sulle entrate derivanti dai
canoni di locazione(!).

La seconda ragione che in questi


ultimi anni Aler ha investito sulla costruzione di nuovi quartieri, piuttosto
che sulla manutenzione del patrimonio esistente, che cade a pezzi.
Ha dimenticato la sua funzione sociale a favore di una politica da immobiliarista puro.
Ancora (e questo davvero inspiegabile) perch interi quartieri, interessati da lavori di riqualificazione
edilizia regolarmente finanziati, sono rimasti cantieri a cielo aperto,
con ristrutturazioni cosiddetti "a
macchia di leopardo" (un palazzo
nuovo e uno a pezzi, per capirci).
Dai banchi dell'opposizione chie-

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diamo, invano, di conoscere dove


siano finiti i fondi stanziati per i contratti di quartiere.
Dal 2009 Aler, oltre al suo complicato patrimonio, gestisce anche i
28.000 alloggi del Comune di Milano. Gestire significa: manutenere,
tutelare (respingere gli abusivi, con
la collaborazione del proprietario e
delle forze dell'ordine, prendere in
carico gli inquilini: canoni, cambi alloggio, crolli del reddito ecc).
Perch il rapporto tra i due enti si
incrina progressivamente? Anche
qui, ragioni genetiche e funzionali: i
gestori precedenti lasciano ad Aler
dati sbagliati, rapporti debitori e creditori irrisolti, edifici non censiti. In
pi, un'azienda che traballa sotto il
peso del proprio gigantismo (unito a
una gestione non sempre funzionale
agli scopi), fa fatica a prendere in
carico altri 28.000 alloggi. Terzo
motivo: non si riesce a creare un
rapporto di condivisione, di gestione
congiunta di tutto il patrimonio immobiliare cittadino (di propriet del
Comune o della Regione, non importa) per far fronte all'emergenza
casa e alla crisi economica. In sintesi, non si riesce a ottenere una
programmazione congiunta sul tema, che riguardi tutte le 70.000 famiglie che abitano in un alloggio
popolare, chiunque ne sia il proprietario.
Il progressivo sgretolarsi del gigante, sotto il peso di un buco di 245

milioni di euro, ha reso impossibile


continuare la gestione delle case
comunali. La situazione della partecipata regionale talmente grave
da portare il Presidente Maroni a
riferirne dettagliatamente in Consiglio. Pochi mesi dopo, la stessa
Aler a disdettare la convenzione con
il Comune di Milano, il quale, con
scelta coraggiosa, decide di riprendersi le proprie case, affidandone la
gestione all'azienda Metropolitane
Milanesi.
Cosa succeder dal 1 dicembre
2014? Prima di tutto, al monopolio
di Aler in citt si sostituir la concorrenza con un altro gestore. Il che
non pu che far del bene, come
sempre, quando si rompe una gestione esclusiva.
Sono convinta che, per affrontare e
risolvere il problema delle case popolari, ci sia bisogno di impostare
una politica della Casa condivisa.
quello che mancato in questi anni.
E che, sono sicura, sar il valore
aggiunto del contributo di Metropolitane Milanesi. La differenza di colore politico tra Comune e Regione
non ha aiutato, certo. Ma non si pu
dire che, sotto la medesima bandiera, le cose andassero meglio, nel
decennio scorso. I 70.000 abitanti
delle case pubbliche di Milano hanno bisogno di un'unica "governance": lungimirante, coinvolgente e
trasparente. Anche se gli attori della
partita sono tre.

Quale scenario, in una citt civile?


Me lo immagino cos: il Comune
concentrato ad avviare nel migliore
dei modi la nuova gestione, Aler impegnato a risalire la china di una
crisi senza precedenti. Entrambi, a
testa bassa e senza clamori, a lavorare insieme, mettendo a disposizione il proprio patrimonio, con trasparenza, per risolvere l'emergenza
(non mai successo!)
Quanto alla Regione, dovrebbe occuparsi (oltre che del risanamento
della propria azienda) della riforma,
non pi rinviabile, della legge regionale 27 del 2009. Quella, per capirci, che fonda il sostentamento delle
Aler sui canoni pagati dagli inquilini.
Da che mondo mondo, i Comuni
gestiscono e amministrano, le Regioni legiferano e fondano i principi
generali su cui si basa la vita della
comunit territoriale. Riportiamo le
cose nei giusti binari. E contribuiamo tutti (enti locali, sindacati, comitati inquilini, privato sociale) a costruire nei quartieri una vita dignitosa. Quello che continuo a vedere,
purtroppo, la trasformazione di un
dramma sociale in uno scontro politico. Si chiama resistenza al cambiamento, trasformata in bagarre
elettorale. Della peggiore specie,
perch consumata sulla pelle di chi
non pu difendersi.

URBANISTICA: PICCOLI COMUNI E ONERI DI URBANIZZAZIONE


Vittore Soldo*
Il suolo rappresenta il substrato,
lelemento di base, sul quale si manifestano la maggior parte dei processi di insediamento, sviluppo e
crescita di una comunit. Lurbanistica lo strumento grazie al quale
questi processi collettivi trovano una
sintesi e danno una forma nuova al
paesaggio su cui esercitano la propria azione, rendendo il contesto
territoriale su cui si manifesta, funzionale alle facilitazioni della comunit che lo insedia.
La missione di una materia cos importante e complessa come lurbanistica dovrebbe essere la seguente:
elaborare e risolvere la complessit
di creare o rigenerare il tessuto urbano, riuscendo a mantenere in equilibrio il contesto ambientale e la
comunit che vi si innesta, anche e
soprattutto in funzione di contingenze di carattere economico, produttivo e sociale.
Nel corso del tempo lurbanistica si
manifestata assecondando le esi-

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genze e i fenomeni sociali (flussi


migratori, abbandono delle campagne, industrializzazione, deindustrializzazione). Negli ultimi anni,
questa materia stata per buona
parte subordinata a processi esclusivamente speculativi.
A oggi, il risultato dellazione di occupazione della maggior parte del
suolo italiano, intesa sia a carattere
residenziale che produttivo, ha risentito di una mancata azione di
governo del fenomeno che fosse
coordinata a vari livelli istituzionali,
comprendendo in questo contenitore sia le istituzioni in senso stretto
(comuni, province e regioni) che le
istituzioni in senso lato (universit,
associazioni di categoria, ordini professionali). Questo mancato presidio si espresso soprattutto con
una legislazione che ha dato ampi
margini perch si arrivasse alla situazione in cui ci troviamo oggi.
Chiunque abbia avuto una esperienza da amministratore locale ha

potuto verificare il grosso limite degli


strumenti urbanistici in vigore: il
mancato adeguamento degli strumenti rispetto allassetto istituzionale italiano. Spiego meglio: per quale
motivo lo strumento urbanistico della citt di Milano dovrebbe dare lo
stesso potere, la stessa capacit di
governo e si dovrebbe chiamare allo
stesso modo (Piano di Governo del
Territorio) dello strumento urbanistico a uso di un comune di 400 abitanti? Cosa governa un comune di
qualche centinaio di abitanti? Cosa
governano tanti piccoli comuni italiani confinanti uno con laltro se non
laumento di disordine urbanistico,
sociale, commerciale e ambientale?
Prima questione che si dovrebbe
sviluppare quando si ragiona sul
contenimento del consumo di suolo
dovrebbe essere quella relativa al
grado di autonomia di unistituzione
locale rispetto allattivit di pianificazione territoriale che a oggi le competerebbe. I tanti piccoli comuni e le

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poche grandi citt che ci caratterizzano, hanno o non hanno contesti
cos diversi da giustificare strumenti
di governo delle politiche di governo
del territorio diverse in funzione della porzione di territorio sul quale si
va ad agire?
Chi, tra gli amministratori locali, ha
esercitato una politica di contenimento di consumo di suolo lha potuto fare soprattutto perch la pressione edificatoria e la spinta imprenditoriale connessa, in questi
ultimi anni, venuta meno. Nonostante ci lamministratore locale,
che dovrebbe essere, in primis, colui che ha a cuore la propria comunit intesa in una dimensione collettiva e non solo come insieme di tante istanze o di categorie elettorali
(anziani, imprenditori, giovani coppie, ecc), risente pesantemente della fiscalit locale, fatta di mancati
trasferimenti, mancato utilizzo dei
residui attivi e patto di stabilit,
quindi, per poter esercitare la propria azione politica arriva a rivolgere
la sua attenzione sugli oneri di urbanizzazione.
Questo uno dei principali meccanismi che innescano il consumo di
suolo. La speculazione edilizia, il
malaffare, i quartieri e le citt dormitorio e tutta la serie di situazioni negative correlate a una sbagliata pianificazione urbanistica si innestano
sulla politica degli oneri di urbanizzazione che quindi deve essere rivista e riformata.
A livello di amministratori locali
manca inoltre una sensibilizzazione
rispetto a quelle che dovrebbero essere le buone pratiche: il vero motivo che porta un amministrazione
locale ad abbattere il consumo di
suolo nel contesto di un comune
medio piccolo, cio nella maggior
parte dei comuni italiani, deve essere lattenzione verso la propria comunit e non verso la propria riaffermazione politica.
La tipica situazione urbanistica di
un comune medio-piccolo caratterizzata da una ripartizione delle aree
residenziali, produttive e commerciali secondo una logica puramente
localistica che si ferma ai confini del
comune appunto. Questo ha portato
in molti casi a uno sviluppo scriteriato di tutti i tessuti che si innestano
sul tessuto principale, il suolo. In
molti comuni i tessuti produttivi sono
frazionati in pi aree non contigue
tra loro ma nemmeno con le aree
produttive dei comuni confinanti.

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Stessa cosa per quanto riguarda il


tessuto residenziale. Questo chiaramente ha delle chiare implicazioni
sul tessuto sociale, produttivo e
commerciale: una comunit con
unurbanistica disordinata, poco attenta a razionalizzare suolo, ha come conseguenza una comunit
sparsa, che ha pochi luoghi di incontro e che tendenzialmente cerca
al di fuori dal proprio contesto le cose di cui ha bisogno e i servizi di cui
necessit. Questo porta ai quartieri
e ai comuni dormitorio che caratterizzano buona parte della provincia che circonda Milano.
Un forte frazionamento del tessuto
urbanistico e dei tessuti che si innestano sopra di esso, fa scadere anche il commercio locale: un piccolo
imprenditore avr buon gioco a insediare o allargare la propria attivit
commerciale nel momento in cui
certo che la propria attivit sia facilmente raggiungibile e prossimale
ai potenziali clienti pi vicini. Una
tipica famiglia che vive in un ridente
quartiere-villaggio ai margini del
centro cittadino di un comune di
provincia se si trova nella condizione per dover utilizzare lautomobile
per raggiungere unattivit commerciale preferir un negozio di paese
oppure un centro commerciale che
offre maggiore scelta? Inoltre, in un
centro commerciale c la stessa
possibilit di entrare in contatto con
la propria comunit oppure no?
Altra questione da tenere in considerazione quando si vorrebbe incentivare il contenimento di suolo
per un amministratore locale il costo dei servizi erogati dal comune.
Quanto pi si avr un tessuto urbanistico razionalizzato, tanto pi si
godr del contenimento della spesa
per lerogazione dei servizi e di conseguenza ci sar di un contenimento dei costi a carico del cittadino/contribuente. Di contro in un comune medio-piccolo, saranno molto
pi costosi il trasporto scolastico, la
raccolta dei rifiuti, lapprontamento
delle reti tecnologiche e la manutenzione delle stesse quanto pi il
tessuto residenziale, produttivo,
commerciale saranno frazionati e
dispersi.
Molto utile per contenere il consumo
di suolo quindi sarebbe una legge,
sia nazionale che regionale che riformi la pianificazione urbanistica e
vada a toccare anche la fiscalit locale.

Ad oggi, nel consiglio regionale


lombardo, ci si appresta a far passare una legge per il contenimento
del consumo di suolo che non ha i
giusti presupposti per essere efficace: i motivi di questo sono ben spiegati da Andrea Arcidiacono e Damiano Di Simine nellarticolo comparso il 5 novembre scorso su queste pagine. Addirittura questa legge,
potrebbe innescare ulteriore consumo di suolo. Come dicono Arcidiacono e Di Simine si dovrebbe
ritornare alla precedente formulazione per poter dire di aver promulgato una legge efficace.
I punti che dovrebbero essere fatti
reinserire per contenere efficacemente il suolo sono: 1. il contenimento dei cosiddetti residui presenti negli strumenti urbanistici (aree edificabli non ancora realizzate
mutuate da strumenti urbanistici
precedenti); 2. Subordinazione della
facolt di pianificazione alla costituzione di raggruppamenti di aree
omogenee, raggruppamenti di comuni e istituzioni che coprano un
territorio inteso come contiguo e
omogeneo in raccordo a assonanza
con la pianificazione degli enti di
area vasta.
Auspico che la maggioranza del
consiglio regionale lombardo riveda
la propria posizione e riavvii il percorso di confronto sul tema interrotto lo scorso luglio con le minoranze.
Per il contenimento del consumo di
suolo, che considero una priorit
oltre alle leggi fatte dalle istituzioni,
oltre a una politica promossa dai
partiti che diffonda sensibilit e
buone
pratiche
amministrative,
allimpegno di sensibilizzazione ed
elaborazione delle istituzioni accademiche, serve che ciascun cittadino, sia esso di un piccolo comune o
di una grande citt, recuperi una
dimensione di comunit di cui fa
parte in modo da intendere la salvaguardia del bene comune e
quindi anche del suolo, non come
un limite alla propria emancipazione
ma come la possibilit di sviluppo e
crescita di unintelligenza collettiva
che ha un ritorno di pi lungo termine.
*Gi vice sindaco del Comune di Torre
Pallavicina
Segreteria regionale del Pd Lombardo Delega ai Beni Comuni e alla Sostenibilit

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UN BILANCIO RIFORMISTA
Franco DAlfonso
Lo scopo essenziale del mio articolo
della scorsa settimana sulla finanziaria di Renzi era ricordare che
non possiamo tornare nella notte in
cui tutte le vacche sono nere solo
perch Marx non va pi di moda
mentre il mainstream liberista si.
Come prevedibile, mi sono procurato molte note critiche civili e documentate che mi fanno pensare che
non sia inutile ma anzi necessario
sollevare dibattiti che trascendono
la polemica quotidiana e portano
perfino nel terreno proibito di quella
ideologica.
In particolare nella quasi totalit dei
casi la mia difesa di un ruolo di
motore dello sviluppo attribuito
allarea urbana di Milano stata
messa a dura prova da attacchi nella scia della vulgata dellente locale e della spesa pubblica visto come
spreco per definizione. Sarebbe
facile rispondere che difficilmente la
mala gestio italiana risiede pi nel
4% del totale spesa pubblica nazionale gestito dai Comuni piuttosto
che non tra Regioni e Ministeri vari,
ma largomento ha un suo fondamento .
La qualit della spesa pubblica, intesa come giusta allocazione ed efficiente erogazione, molto bassa
in generale ed il Comune di Milano
non unisola felice. Le procedure
consolidate e sedimentate sono ormai cultura consolidata e rendono la
P.A. irriformabile senza un intervento di riformismo rivoluzionario che
ne metta in discussione lintero assetto, ma tutti i tentativi sono finora
falliti e hanno anzi perfino peggiorato la situazione .
Danni gravissimi vengono ogni qual
volta presi dallansia di giustizia che
segue qualche scandalo si mette
mano a leggi anticorruzione,
semplificazione, trasparenza: il
risultato certo lincremento della
quantit di carte da riempire, comitati da riunire, autorit da creare e
nessun miglioramento sugli obiettivi
dichiarati.
Ma proprio a Milano e nella Citt
Metropolitana abbiamo una occasione straordinaria, la rivoluzione
degli assetti e delle competenze e
quindi anche della macchina amministrativa intrinseca nella istituzione stessa del nuovo ente. Non vi
dubbio che si possa ripetere
lennesimo disastro italico e trasformare una iniziativa che intendeva diminuire di un livello, la Provincia, il nostro ordinamento amministrativo portandolo a tre (Comune,
Regione, Stato), in una che lo porta

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a cinque, aggiungendovi le Municipalit e la Citt metropolitana: in realt, il combinato disposto di legge


Delrio e Finanziaria 2015 porta dritti
a questo risultato, con laggravante
di lasciare le nuove istituzioni senza risorse e con leredit delle Provincie in sostanziale default.
Denunciati i rischi, occorre per fare
la propria parte e il Comune di Milano sul piano del recupero di efficienza pu fare ancora moltissimo.
Tra i compiti a casa con un effetto
immediato sui conti e sul bilancio
corrente ci sono alcune azioni di razionalizzazione della macchina comunale e di preparazione al salto
verso la Citt Metropolitana.
Nella gestione di una delle fonti autonome di entrata, il canone di occupazione suolo pubblico (Cosap),
si agito in termini di equit, mettendo nuove regole e iniziando una
serrata lotta allevasione che ha portato il gettito dai 29 milioni del 2011
ai 51 del 2014, con un incremento
delle attivit e degli eventi. In pi
negli ultimi due anni sono stati recuperati circa 7 milioni di morosit e
da questanno con la gestione diretta e non via Equitalia delle entrate
sono stati individuati ben 24 milioni
di euro di morosit arretrate, a significare che il tasso di evasione su
questa imposta comunale del 30
% medio, con punte in alcuni casi
superiore al 60 %.
verosimile che la situazione Cosap fosse molto particolare sia come impianto normativo ( stata la
moneta di scambio elettorale di un
decennio di assessori e gruppi consiliari per preferenze pi presunte
che reali ) sia come livello di morosit e che quindi difficile ipotizzare le stesse percentuali di recupero arretrati sulle altre imposte comunali.
altres vero che sulla tassa di
soggiorno introdotta nel 2012, con
un montante di 8,6 milioni di euro,
nel corso dellanno successivo si
recuperata evasione per 1,7 milioni
di euro, ragione per la quale non
cos azzardato pensare che in generale tra imposte e tariffe comunali
siamo in presenza di una evasione
di almeno il 20-25 % e che una azione decisa di recupero in grado
di ridurla in maniera significativa in
breve tempo. Se lipotesi realistica
significa che solo negli ultimi cinque
anni si sono accumulati almeno
800/1000 milioni di euro di morosit
ed evasioni, dato che fra laltro
combacia curiosamente ma casualmente con gli oltre 800 milioni di

entrate non riscosse dalla gestione


Equitalia per gli anni precedenti!
Non impossibile prevedere, pensando al solo 2015 che si possano
realizzare recuperi morosit per almeno 50 milioni che, sebbene una
tantum, non mancherebbero di far
bene al bilancio del prossimo anno.
In almeno tre dipartimenti sono stati
poi avviati con successo interventi
di riorganizzazione delle proprie gestioni servizi dirette (dallilluminazione ai cimiteri) che hanno portato a migliorare il saldo di gestione
di 10/15 milioni a partire dal 2015.
I servizi a gestione diretta di questo
tipo valgono almeno 300 milioni di
euro: pensare che interventi di sviluppo organizzativo siano possibili e
possano portare almeno altri 30 milioni di beneficio sui conti del 2015
ed altri 30-40 per il 2016 arrivando
quindi a 60/70 milioni di euro annui
di beneficio sulla spesa corrente
un obiettivo ambizioso , ma non impossibile.
perfino inutile sottolineare quanto
il Comune verrebbe politicamente
rafforzato dallaver migliorato di 100
milioni di euro, quasi il 4% del bilancio, lefficienza complessiva della
macchina e quanto sarebbe utile
per porsi come buona pratica per
la nascente Citt Metropolitana.
Lordine del giorno di questa revisione noto: trasporto pubblico locale ,welfare e casa devono essere
ripensati alla luce del nuovo assetto
metropolitano. Rivedere completamente il sistema tariffario trasportistico ovvero costituire una societ di
gestione immobiliare, come si sta
facendo con MM per le case popolari del Comune, sono operazioni
che hanno senso in assoluto, ma
sono rese pi credibili, pi digeribili dal sistema e anche dagli utenti
e dai cittadini se inquadrati in una
grande operazione di riforma.
Sia chiaro, nessuna di queste azioni
risolutiva in s, il tema delle risorse e della fiscalit federale resta determinante e, soprattutto, non
possibile pensare di dar vita a un
nuovo modo di amministrare con i
limiti e le procedure imposte
dallegualitarismo comunale e dalla
stretta brutalmente centralistica in
atto dal governo Monti alle ulteriori
strette operate dal governo Renzi.
La possibilit di raggiungere una
intesa su una piattaforma rivendicativa verso il Governo avente per
oggetto la certezza della finanza
locale e in particolare quelle della
citt metropolitana legata al mantenimento della credibilit che

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lAmministrazione milanese guidata
da Giuliano Pisapia ha acquisito in
questi tre anni. Non essendoci pi
nemmeno la possibilit tecnica di

procedere per tagli e frattaglie sulle


singole voci di bilancio sono veramente convinto che chiarire percorso e obiettivi di un programma mi-

nimo di cambiamento legato alla


nuova fase istituzionale sia una giusta strategia.

BREVI NOTE SUL CONSUMO DI SUOLO


Ugo Targetti
Il Consiglio regionale della Lombardia si appresta a votare la legge sul
consumo di suolo come modifica
alla legge urbanistica (la n. 12 del
2005); probabilmente con i soli voti
della maggioranza. Un testo ambiguo nelle finalit e che rende ancor
pi confusa la legge urbanistica. Ne
hanno gi trattato in due articoli su
ArcipelagoMilano, Pompilio, Arcidiacono e Di Simine.
Provo a focalizzare i punti della
questione che ritengo essenziali.
Lobbiettivo, formalmente condiviso
da tutte le forze politiche, azzerare nel tempo il consumo di suolo
agricolo (e naturale) obbiettivo posto dalla Comunit europea. Vuol
dire ribaltare i processi di sviluppo
territoriale dellultimo secolo. Una
questione dunque di portata epocale che deve essere posta al centro
della riforma urbanistica nazionale
e delle leggi regionali. Non si pu
pensare di risolverla con provvedimenti legislativi tampone o di settore. Daltra parte il processo di trasformazione dei suoli, se pur rallentato dalla crisi, prosegue ed necessario invertire da subito la tendenza a partire dalla pianificazione
in atto.
I PGT vigenti in Lombardia, redatti
sulla base della legge urbanistica
regionale, prevedono circa 55.000
ettari (550 Kmq) di aree agricole
trasformabili; una quantit pari al
5,6% della SAU (Superficie agricola utilizzata) della regione o il
4,5% della SAT (Superficie agricola
totale). Non poco. In realt nei 550
kmq c di tutto. Aree agricole di
scarso valore agronomico, intercluse tra insediamenti e infrastrutture,
la cui trasformazione migliora la
struttura urbana e persino il paesaggio periurbano. Oppure aree
agricole di pregio la cui trasformazione, dettata da meri interessi immobiliari, impoverisce la struttura
produttiva agricola, impatta pesantemente sul paesaggio, preclude
corridoi ecologici ecc., Una situazione difficile da governare con generici parametri e percentuali di
legge.
In realt si sta procedendo alla revisione della legge 12, in assenza
di valutazioni di merito sugli esiti

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della pianificazione degli ultimi nove


anni: ovvero degli esiti di una pianificazione provinciale voluta debole
dalla legge e delle scelte dei PGT
fatte dai comuni in totale autonomia. Quali sono dunque le alternative
di linea politica che si profilano in
campo?
Da una parte la proposta di legge
della Giunta regionale conferma
tutte le previsioni dei PGT vigenti
per tre anni e rinvia ai nuovi PGT
lapplicazione di criteri pi rigorosi
per il contenimento del consumo di
suolo; criteri che saranno definiti dal
Piano territoriale regionale (non si
capisce se leffetto sar il blocco o
una riduzione del consumo di suolo,
entro parametri predefiniti).
Ora se il mercato fosse in fase espansiva e nei tre anni si attuassero
o fossero consolidate con convenzioni tutte le previsioni dei PGT, la
legge sarebbe praticamente inutile;
per dieci o quindici anni il consumo
di suolo non si ridurrebbe, anzi registrerebbe un trend crescente rispetto agli ultimi dieci anni (Arcidiacono - Di Simine).
Allopposto i sostenitori di una linea
di pi rigorosa salvaguardia delle
aree agricole vorrebbero che la
legge congelasse con effetto immediato tutte le previsioni di trasformazione delle aree agricole
(con qualche problema giuridico di
non poco conto) e imponesse parametri predefiniti (astratti) di massimo contenimento del consumo di
suolo per la revisione dei PGT o per
i nuovi PGT. Sarebbe come ammettere il fallimento della legge urbanistica regionale, il fallimento della
pianificazione provinciale, il fallimento della pianificazione paesistica. Una scelta dura che se non
controbilanciata da processi di riuso
urbano, per altro lenti e difficili, avrebbe oltretutto effetti recessivi,
quanto meno nel breve periodo.
Daltra parte la legge urbanistica
regionale deve essere rivista se
non altro per adattarla al mutato
quadro istituzionale, con particolare
riferimento allistituzione della citt
metropolitana di Milano e alle relative competenze in materia di pianificazione. Dunque che fare?

Se si vuole avviare un disegno riformatore generale, chiaro, di lungo


termine, bisogna mettere subito
mano alla revisione complessiva
della legge urbanistica e regolare
con unapposita legge una fase
transitoria, utile a invertire una preoccupante deriva; una fase che duri
fino allentrata in vigore della nuova legge urbanistica.
Anzitutto la nuova legge urbanistica
dovr regolare tutta la pianificazione darea vasta che deve assumere
un ruolo essenziale nel controllo del
consumo di suolo. Deve definire i
contenuti del nuovo Piano territoriale generale della Citt Metropolitana, il destino dei PTCP delle moribonde province, il ruolo della pianificazione intercomunale delle Unioni dei comuni che in qualche modo
dovrebbe sostituire la pianificazione
darea vasta delle province. Poi la
legge dovr finalmente dare contenuti e obbiettivi di qualit alla pianificazione urbanistica comunale e
porre come obbiettivo generale dei
PGT la rigenerazione urbana versus un ulteriore consumo di suolo.
Invece per la gestione della fase
transitoria, fino allapprovazione
della nuova legge urbanistica, una
specifica legge a termine dovrebbe
affidare ai comuni che hanno consistenti aree agricole in trasformazione, la responsabilit di rivedere da
subito le scelte dei PGT, anche se
approvati da poco, prendendo atto
delle mutate condizioni di mercato
ed economiche in generale, con
lobbiettivo di contenere al massimo
il consumo di suolo e di verificare
con maggiore attenzione le opportunit di riuso urbano. In questa fase i comuni pi che i privati dovrebbero avere il compito di individuare
gli interventi urbanistici da confermare e attivare subito, anche se
coinvolgono aree agricole, in quanto di preminente interesse pubblico;
interventi la cui fattibilit sia stata
verificata con gli stessi operatori
privati, attraverso impegni concreti
e vincolanti.
Gli andamenti del mercato e
delleconomia danno il tempo necessario.

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BILANCIO PARTECIPATIVO E RESPONSABILIT DECISIONALE


Patrizia Ciardiello e Luca Florio*
Come noto, il Consiglio comunale di
Milano ha di recente impegnato il
Sindaco e la Giunta a intraprendere
la sperimentazione del bilancio
partecipativo, processo che coinvolger i cittadini nella elaborazione
di progetti concernenti la riqualificazione di aree ed edifici di propriet
comunale. Fra i commenti in materia particolare rilievo assume, per
chi scrive, quello di due Assessori
che hanno sottolineato che "Sar un
modo per passare dai No a tutto alla
responsabilit della decisione" e le
conclusioni cui pervenuto il gruppo che ha realizzato una ricognizione delle pratiche partecipative milanesi nei primi anni della attuale consiliatura (ComitatixMilano), in particolare sui punti di debolezza identificati. Da tali contributi si prendono
le mosse per condividere con i lettori alcune considerazioni sullimportanza della sperimentazione a venire per linserimento di dispositivi
partecipativi fra gli strumenti di cui
lamministrazione possa ordinariamente avvalersi.
Se il commento degli Assessori si
focalizza sulla responsabilit, i punti
di debolezza indicati nella ricognizione si focalizzano sul rischio, per i
cittadini, che la partecipazione generi deresponsabilizzazione e sia
solo occasione di lamentela e pretesa; che, per il Comune, sia solo
azione di ascolto e ricerca del consenso. Un siffatto impiego della partecipazione , infatti, suscettibile di
generare delusione, sfiducia dellelettorato nelle istituzioni e aumento
dellastensionismo. Posto ci, occorre, pertanto, progettare e condurre i processi partecipativi attraverso
modalit in grado di influire sull'interazione fra cittadini e fra cittadini e istituzioni supportando gli
uni nell'assunzione di un ruolo competente rispetto alla comunit, le
altre nell'accrescimento delle proprie competenze in tema di responsivit fra un ciclo elettorale e l'altro,
ed entrambi nella costruzione della
condivisione dell'agenda pubblica e
delle priorit di intervento.
La posta in gioco, in tal senso, il
superamento della frammentazione

degli interessi in vista del bene comune e il configurarsi della partecipazione dei cittadini come uno
strumento al servizio della finalit di
generare la condivisione di responsabilit posta al cuore della
Carta per la responsabilit sociale
condivisa, e tradotta in una Raccomandazione del Consiglio dei Ministri
del
Consiglio
dEuropa
(CM/Rec 2014), in applicazione della quale, le metodologie utilizzate
devono quindi poter operare attraverso: un coinvolgimento che si distolga da un approccio focalizzato
su singole istanze per approdare a
una configurazione di comunit in
cui cittadini e istituzioni sono coautori della vita della comunit;
limpiego strategico delle risorse
presenti nelle comunit, comprese
le istituzioni, di cui occorre sollecitare e accompagnare il cambiamento;
lattivazione di processi deliberativi
che superino laggregazione di preferenze individuali, secondo il principio di maggioranza, per consentire
la costruzione di azioni pubbliche
basate su un confronto tra gli attori
su argomenti generalizzabili quanto
condivisibili.
Occorrono, pertanto, metodologie di
intervento adeguate allobiettivo di
co-generare il "senso della vita insieme" favorendo la sostenibilit
dellazione pubblica attivata. Si colloca a pieno titolo in questo scenario quanto realizzato a Cascina per
lelaborazione del Bilancio partecipativo, connotato peculiarmente da
una Metodologia denominata Respons.In.City (Universit di Padova), che si avvale della partecipazione quale strategia al servizio della promozione dellesercizio di
competenze di cittadinanza nellambito di processi di costruzione di
soluzioni condivise rispondenti alle
esigenze del territorio.
Limpiego dellinterazione dialogica
finalizzato a sollecitare i partecipanti a contribuire alla definizione
delle esigenze della comunit con
riferimento al bene comune e non
rispetto a richieste di porzioni
della comunit. Le prassi utilizzate
non sono, pertanto, riferite alla dia-

lettica tra ci che ognuno tutela


(stakeholders), ma tra ci che cittadini e amministrazione possono offrire per il bene comune (community
holders, cfr. Turchi, Gherardini, Politiche pubbliche e governo delle interazioni della comunit. Il contributo
della metodologia Respons.In.City,
Franco Angeli, in pubblicaz.), coinvolgendo i ruoli tecnico-amministrativi dellente nella costruzione
di progetti la cui valutazione di fattibilit non venga posticipata al termine dei processi partecipativi stessi.
Ci che ha contraddistinto lesperienza di Cascina stata inoltre
ladozione di strumenti di valutazione dellefficacia dei processi promossi attraverso specifici indici di
misura, che hanno consentito di
rendere conto di quanto generato
sul territorio rispetto alla shared coresponsibility. Quanto promosso ha
consentito, peraltro, di prendere atto
dellincremento rilevato circa le
competenze dei ruoli tecnicoamministrativi del Comune coinvolti, che assume particolare pregnanza per il rinnovamento durevole delle politiche e lavvicinamento
fra cittadini e autorit pubbliche.
Considerando che il Comune a
detenere la legittimazione istituzionale a promuovere dialogo allinterno della comunit, la possibilit
che i processi partecipativi si configurino come opportunit di apprendimento anche per i ruoli politici e
amministrativi dellente riveste particolare rilevanza affinch la partecipazione si asseveri come policy
instrument di elezione. Fondare
sullinterazione dialogica la cos intesa partecipazione alla implementazione delle politiche locali pu tradursi, in ultima analisi, non solo nel
rafforzamento della qualit democratica dei relativi processi decisionali, ma nel fare della corresponsabilit il nuovo paradigma dell'azione
pubblica.
*consulenti Comune di Cascina (PI)
gestione del bilancio partecipativo 2013

IL RACCONTO ITALIANO FRA IL PARTITO DELLA FIDUCIA E QUELLO DELLA SFIDUCIA


Alberto Negri
Matteo Renzi in quasi tutti i discorsi
pubblici ci parla della fiducia. Tocca
a noi dare fiducia allItalia ha ribadito per lennesima volta nel discorso

n. 39 VI - 12 novembre 2014

di chiusura dellultima Leopolda. In


sintesi Renzi dice: noi possiamo fare tutte le riforme pi importanti e
utili per il Paese, ma se negli Italiani

non c fiducia, lItalia non riparte e


non esce dalla crisi.
La fiducia, come ci conferma il dizionario, esprime quel senso di si-

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curezza che viene dal convincimento che qualcuno o qualcosa sia conforme alle proprie attese o speranze. La fiducia infatti un atteggiamento che consente di prendere
decisioni che comportano rischi
(come per esempio il fare impresa). La mancanza di fiducia quindi
riduce la gamma di possibilit di agire razionalmente, per esempio non
consente linvestimento di capitale
in condizioni di incertezza. Se non
c fiducia i capitali non arrivano oppure si pongono il problema di fuggire in altri Paesi.
Ora mi sembra che invece molte
narrazioni veicolate dai media, soprattutto attraverso i format dei talkshow, vanno proprio nella direzione
di comunicare il pi possibile il contrario della fiducia cio la sfiducia.
Non si limitano neppure a creare
quella diffidenza, figlia dellIlluminismo, che pu essere un atteggiamento, anche positivo, preliminare
alla fiducia, una giusta fase dubitativa (la diffidenza infatti non fiducia
ma anche non sfiducia), ma fanno in
modo che si imponga, come protagonista indiscussa dei loro racconti
disperati e disperanti, una sorta di
fideistica sfiducia, cio una sfiducia a prescindere dalla discussione,
una sfiducia che potremmo definire
a priori.
Naturalmente tutto questo avviene
anche nel nome della ricerca di audience, quindi di sopravvivenza del
programma stesso. Elementi come
la critica iper-negativa, la protesta,
la lotta di piazza, le urla della folla,
gli scontri con la polizia, le manganellate, la rabbia, provocano quella
giusta dose di tensione nella narrazione che, come tutti gli autori televisivi sanno, permette di ancorare lo
spettatore al programma. Pi c
tensione nel racconto in studio, pi
si fidelizza il pubblico a casa, evitando cos quello zapping, che tanta
paura crea ai venditori di spazi pubblicitari nei palinsesti televisivi.
Se da una parte con questa tipologia tensiva presente nei racconti
televisivi si consolida laudience,
dallaltra per si offre un importante

contributo alla coltivazione di un


immaginario allinsegna della sfiducia assoluta, che dapprima si manifesta come sfiducia verso i politici,
verso chi al Governo, ma poi finisce con il creare un clima sociale
per nulla attraente verso chi vuole
intraprendere, verso chi vuole investire. Infatti, nessun imprenditore di
buon senso e dotato di agire razionale, che si metta in ascolto di programmi come per esempio La gabbia in onda su La7, per citare quello con il tono pi disforico possibile,
pu essere disponibile a intraprendere, a rischiare, a venire a fare impresa nel nostro Paese.
Mai come oggi lItalia appare divisa
in due, ma non in due partiti che si
oppongono, bens in due schieramenti che si sfidano sullasse fiducia
vs sfiducia. Da una parte abbiamo
Renzi e i suoi ministri che alla Leopolda o nei programmi televisivi in
cui sono invitati cercano in ogni modo di raccontare la speranza al fine
di veicolare iniezioni di fiducia nel
sistema economico italiano, dallaltra abbiamo una contro-narrazione
del Sindacato, di alcuni esponenti
della minoranza del Pd, della gran
parte dei conduttori televisivi di talkshow e degli opinion leader della
carta stampata ,che invece immette
nel sistema dosi massicce di sfiducia. In questo senso il racconto anche solo nella forma di minaccia
possibile per esempio di uno sciopero generale o di mobilitazione generale nelle fabbriche, non , come
si vuol far credere, un attacco a
Renzi e al suo Governo, ma invece un importante contributo al consolidamento di quel clima di sfiducia
generale assolutamente deleterio al
fine del rilancio della nostra economia.
Ogni volta assistiamo alla messa in
scena di quel racconto conflittuale,
tipico delle fiabe, dove da una parte
ci sono gli eroi, i buoni, gli operai, i
lavoratori e dallaltra ci sono gli antagonisti cattivi, ovvero i padroni che
vogliono solo il male dei loro dipendenti, che vogliono abolire lart. 18
per poter essere finalmente liberi di

licenziare con grande godimento.


Ecco raccontare questo pseudoconflitto in un momento di crisi globalizzata come quello che stiamo
vivendo, vuol dire costruire una immagine della realt simulacrale, che
non corrisponde al vero, cio alla
realt effettuale. Significa compiere
unoperazione puramente nostalgica, richiamare alla mente battaglie
del passato che non esistono pi,
semplicemente perch Imprenditori
e operai sono entrambi parte di
quella categoria pi ampia rappresentata dai lavoratori a rischio,
cio di coloro che rischiano di non
avere pi lavoro, perch la produzione si sposta verso altre location
narrate come meno conflittuali.
Se limprenditore ha fiducia nel sistema Italia, anche disposto a rischiare, se rischia fa impresa e produce lavoro. Se c lavoro il problema relativo ai licenziamenti si annulla. La narrazione sindacale dovrebbe prendere atto che il vero nemico
dellItalia e dei lavoratori italiani non
Renzi, ma la crisi. E in un clima di
sfiducia, di diffidenza, di perpetuo
scetticismo i nemici veri dei lavoratori, degli Italiani, che si chiamano
crisi, mancanza di lavoro, disoccupazione, ci sguazzano come maiali
in una pozzanghera di fango.
Possiamo dire che oggi lItalia viene
raccontata utilizzando due format
contrapposti e conflittuali. Da una
parte c il format fare fiducia sempre e comunque, dallaltra c il
format opposto cio fare sfiducia
sempre e comunque. E la scelta di
uno o dellaltro prescinde da ogni
tipo di logica razional-argomentativa. Appare spesso come una
scelta
pre-logica
giocata
pi
sullemozionalit e sul sentire del
momento. Se Destra e Sinistra
sembrano essere schemi di lettura
del reale ormai obsoleti, il vero conflitto post-ideologico in questa societ sempre pi liquida, sembra essere quello fra lo schieramento della
Fiducia, che utilizza racconti della
Speranza e quello della Sfiducia,
che utilizza racconti della Disperazione.

PIAZZA CASTELLO. PROVE DI GOVERNANCE PER LO SPAZIO PUBLICO


Nicola Rovere
Dopo un estate densa di incontri
pubblici, il 27 settembre scorso, sono stati presentati al pubblico gli esiti progettuali, elaborati dagli undici
studi di progettazione consultati dalla Triennale di Milano, tramite l'iniziativa "Atelier Castello" riguardanti
il futuro della sistemazione di Piazza
Castello per Expo 2015. Mentre

n. 39 VI - 12 novembre 2014

Claudio De Albertis si ritenuto


compiaciuto, di quella che ha definito iniziativa di "animazione culturale", innescata dall'Ente che presiede, Franco Raggi, il vice Presidente
dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Milano, evidenziando come
proprio l'assenza di progettualit da
parte dell'Amministrazione (relati-

vamente alla pedonalizzazione della


piazza) abbia innescato questa "anomala consultazione", auspicava
"... che i passi successivi siano
compiuti allinterno di pratiche aperte, condivise e trasparenti, con l'obbiettivo di costruire un bando di
concorso aperto per la fase finale e

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definitiva di sistemazione della nuova piazza Castello".
Mentre pi parti continuano a discutere del tema, negli ultimi giorni si
infittito sul web un altro dibattito, innescato dalla petizione di firme lanciata dal Circolo on-line PD Citt
Mondo, con la quale si richiede al
Sindaco Giuliano Pisapia di impegnarsi, alla fine di Expo, a spostare
le strutture dell'Expo Gate, inglobando la Piazza nei progetti di sistemazione dell'area pedonale. Da
un lato si critica la scelta audace del
progetto, esito di un concorso organizzato dalla Triennale nel 2013,
poich troppo distante da un'aspettativa di risoluzione pi aderente al
contesto, dall'altra si difende la centralit rinnovata e ritrovata di un
luogo, prima adibito a parcheggio;
da una parte si allude a una irregolarit concorsuale - per la quale verrebbe meno l'oggetto stesso del
concorso - dall'altra si inneggia
all'aspetto sociale quale innesco di
nuova offerta lavorativa ... e cos
via.

Non credo che il tema in questione


siano le qualit architettoniche del
progetto di ScandurraStudio, del
loro rapportarsi con dei fronti e visuali fortemente consolidate, n tanto meno la forza propulsiva dei programmi che hanno fatto diventare,
fino a oggi, Expo Gate un incubatore di eventi, oltre ogni sperabile ambizione. Non lo sono le questioni
burocratico legali, certamente verificate dall'avvocatura comunale, n
quelle legate al mondo del lavoro,
n infine quelle teorico concettuali
per le quali un'architettura dell'effimero si tramuta in manufatto permanente.
Credo invece che il problema sia pi
legato alla necessit di un progetto
generale da parte dell'Amministrazione, che contempli una programmazione pi estesa e coordinata,
che utilizzi si procedure di progettazione compartecipata e opensource, ma non per ricercare un
consenso politico, ma una vera e
profonda condivisione di itinerari e
anche di obiettivi con i cittadini.

La struttura di accoglienza dei visitatori della prossima esposizione


universale nutre il suo significato,
anche perch posizionata nel luogo
in cui si evoca quella del 1906,
quindi fortemente legata al concetto
temporale di Expo 2015. Una volta
terminato l'evento, perch non trasferirla in una zona pi marginale
della citt nella quale, "approfittando" di quel forte impulso innovativo
e ri-creativo insito nella struttura diafana di Piazza Castello, trasferire
quella stessa linfa vitale laddove ne
sarebbe pi necessario.
Perch infine, non ripensare alla
citt pubblica ripartendo proprio dalla progettazione complessiva di un
vuoto, senza pensare che sia pi
efficace e veloce farlo, abdicando al
pieno. L'Amministrazione, dopo il
susseguirsi di imbarazzanti gestioni,
per la risoluzione di Piazza Fontana,
si trova di fronte a una possibilit
epocale di trasformazione e governance dello spazio pubblico, mi auspico che la colga.

CITT METROPOLITANA O CASTELLO KAFKIANO?


Valentino Ballabio
In cerca del suo misterioso atto costitutivo la citt metropolitana milanese - come il castello kafkiano - l
a due passi ma hai l'impressione di
non arrivarci mai. Del mitico Statuto,
infatti, a poche settimane dall'annunciata scadenza del 1 gennaio
2015, ancora non c' traccia almeno
nel dibattito pubblico. O uscir come
il coniglio dal cilindro tra le festivit
ambrosiane e quelle natalizie o la
fatidica data sar inevitabilmente
considerata ordinatoria e non perentoria come sempre accaduto
con le dieci/dodici grida succedutesi al riguardo dal 1990 in poi. Col
rischio che il pur volonteroso agrimensore sincagli tra potenza indecifrabile d'un invisibile dignitario e
beghe locandiere di aspiranti alla
carica di addette alla mescita.
L'anomalia del marchingegno elettorale del Consiglio Metropolitano,
chiamato in prima istanza a elaborare il testo statutario, gi stata
commentata da Felice Besostri come del tutto irrituale rispetto a una
normale prassi democratica. Va per aggiunta un'altra evidente anormalit: l'assenza totale di qualsiasi
programma elettorale con cui candidati e liste prospettassero almeno
le linee fondamentali di un possibile
statuto. In base a quali idee e proposte, ammesso che esistessero, i
grandi elettori hanno votato? Al
pubblico, gi escluso dal suffragio

n. 39 VI - 12 novembre 2014

diretto, non stato dato di sapere


salvo essere chiamato ex post a elemosinare contributi nel cappello
open call.
A meno che si voglia considerare
programma la slide presentata dal
Centrosinistra Pi nella conferenza
stampa dell'8 settembre, consistente nell'aggiungere la crocetta + a
una serie di parole generiche quali
libert, democrazia, diritti, ecc.
Neppure lo svolgimento delle prime
due sedute del Consiglio Metropolitano tenutesi l'8 e 29 ottobre ha fornito qualche lume in merito. Nella
prima infatti ha prevalso il paternalismo della unanimit sulle regole e
la retorica sulla missione costituente spinta fino alla irriguardosa analogia con la Costituente vera, quella
eletta il 2 giugno 1946 a suffragio
universale maschile e femminile e
composta da ben provati politici e
luminosi intellettuali!
La seconda si persa nelle rituali
schermaglie procedural-regolamentari sull'organizzazione di gruppi e
commissioni con relativi capigruppo,
presidenti e vicepresidenti, nonch
la nomina di un Vice-Sindaco Metropolitano al quale ben presto il
Sindaco titolare ha scaricato la matassa dei complicati dosaggi partitico-rappresentativi (di provenienza,
genere, sensibilit, ecc. esclusa la
competenza). Solo un accenno, da
parte del battagliero consigliere

Cappato, all'esigenza che anche il


Consiglio Comunale di Milano si occupi della faccenda, dovendosi comunque - se si vuole dar seguito
alla volont di rendere pienamente
elettivi gli organi metropolitani superare il Comune in quanto tale o
comunque modificarlo profondamente dovendosi decentrarlo in
zone dotate di autonomia amministrativa.
Infatti il doppio nodo proprio questo: A) chi decide che cosa? B) che
cosa si decide?
Sul punto A) ovvio che tutte le istanze del capoluogo siano pienamente coinvolte, ma chi delibera in
ultima istanza? Il Consiglio Comunale o il Consiglio Metropolitano?
Dalla risposta al quesito dipende se
listituenda Citt Metropolitana sar
sovraordinata oppure, come la vecchia Provincia, subordinata al Comune di Milano. Il destino di una
riforma vera e innovativa oppure
finta e gattopardesca si verifica l.
(Da notare tra parentesi la curiosa
situazione di Giuliano Pisapia che in
qualit di Sindaco doppio si ritrova
nella trama di Arlecchino servitore di
due padroni).
Sul punto B) l'oggetto della decisione risiede nella doppia opzione offerta - e direi anche sofferta dall'art. 22 della legge per le metropoli over tre milioni di abitanti. Le
due possibilit sono infatti poste in

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alternativa (ovvero secondo il vocabolario Zingarelli condizione o
facolt per cui si pu o si deve scegliere tra due cose). Con la prima
soluzione il capoluogo semplicemente si scioglie in singoli Comuni.
Con la seconda si priva di elementi
di autonomia (poteri e risorse non
certo aggiuntive bens a somma
zero) in favore delle Zone. Quanto
basta, oltre alla cessione di sovranit sulle questioni strategiche versate nella Citt Metropolitana, per
renderne ridondante e farraginosa
la sopravvivenza. Per non parlare

dell'inconcepibile disparit nel diritto


di voto che si creerebbe tra milanesi
veraci, ariosi e provinciali di cui si
gi trattato su queste colonne.
Eppure su questo punto decisivo la
reticenza e la vaghezza dominano
la scena: nella cupa atmosfera kafkiana di ombre e riflessi diventa difficile misurare concretamente il terreno. Tuttavia una cosa appare evidente e confermata in fase di applicazione: l'inadeguatezza e approssimazione della legge vigente. Viene in mente il curioso destino del
decreto Monti (31/10/2012) che con-

teneva in un'unica vasca sia una


misura razionale e legittima (l'accorpamento e dimezzamento del
numero
delle
Province)
che
unelusiva e incostituzionale (l'eliminazione dei rispettivi organi elettivi):
ci stava il bambino con l'acqua
sporca. Ci ha poi pensato la legge
Delrio (7/4/2014) a eliminare la prima e a confermare la seconda: salvata l'acqua sporca.
(2) P. RAGUSA, Imparare a dire NO,
Rizzoli, 2013

LO STATUTO DELLA CITT METROPOLITANA: GOLIA DETTA LE REGOLE


Vincenzo Meroni
Dalla politica milanese questa settimana arrivano due notizie, una
buona mentre laltra grigia, quasi
nera. La prima che sono finalmente partiti i lavori per la costruzione
della futura Citt metropolitana di
Milano (C.M. in seguito), con la definizione dello statuto su un percorso ben definito. La seconda notizia
che la C.M. nel 2015 subir un
taglio del 30% delle risorse, come
ha dichiarato il presidente uscente
della Provincia (Podest allaudizione consiliare di luned 10 novembre
rispondendo a una precisa domanda sul debito posta dal sindaco Chitt di Sesto S. G.), rimarcando che:
Nel nuovo ente, per fare le strade e
le scuole, il numero di dipendenti
attuali eccessivo. C da chiedersi
dove possono trovare una migliore
collocazione.
Dallapprovazione della legge Delrio
si parlato e discusso molto dello
statuto e delle risorse. Come spesso succede, le aspettative si rivelano troppo elevate, rispetto alle reali
possibilit che la politica pu o vuole concedere. Manca poco al 1
gennaio 2015 e al passaggio di
consegne, quando le carte saranno
messe sul tavolo. Occorre ragionare
con mente aperta e senza preconcetti, seguendo levolversi della situazione che non sar indolore. A
fine settembre 2014 c stato il voto
per il Consiglio metropolitano, dopo
un mese a fine ottobre stata costituita una apposita commissione statuto, composta da 12 consiglieri.
Subito dopo, ai primi di novembre,
la presidente Censi della commissione emette una Open Call di idee
e contributi utili alla stesura dello
statuto (scadenza luned 10 novembre). Il 5 novembre per la prima volta si riunita la Conferenza metropolitana, composta dai 134 sindaci
dei comuni milanesi (presenti meno
di ottanta). Nel corso del dibattito

n. 39 VI - 12 novembre 2014

condotto da Pisapia viene illustrata


liniziativa di raccolta pubblica dei
contributi. A quel punto diversi sindaci fanno quattro conti e rimarcano
che il tempo troppo poco. Il tempo
stringe e le scadenze non vengono
spostate. Il giorno dopo, il 6 novembre, si riunisce la commissione statuto per esaminare il cosiddetto testo PIM, realizzato da un gruppo di
docenti delle Universit milanesi su
incarico del PIM, il quale a sua volta
stato incaricato dallassessore al
decentramento del Comune di Milano Daniela Benelli. Un testo che
appare essere subito il preferito
dai decisori politici (PD e FI).
Laudizione dei professori, coordinati da Enzo Balboni, docente di diritto
pubblico in Cattolica, gi presidente
di una delle maggiori public utility
del milanese come CAP Holding
spa, la super municipalizzata che
controlla e gestisce quasi 200 acquedotti comunali, stata esemplare e molto istruttiva. Balboni ha
spiegato quali sono state le motivazioni del gruppo di docenti incaricati
e il quadro giuridico di partenza. La
Delrio ha scelto una soluzione strutturale, rispetto a una funzionale per
la C. M., che per Balboni sarebbe
stata pi adatta a Milano. Ha posto
laccento sulle risorse decrescenti,
che pongono parecchi interrogativi
sulla effettiva capacit operativa,
proseguendo con lesposizione delle
scelte: la prima quella di creare
una specie di gestore della C.M., a
met strada tra il livello politico e
quello amministrativo, che hanno
denominato sottosegretario. Poi
stata illustrata unaltra scelta, molto
politica, di formare una specie di
giunta in seno al consiglio metropolitano, composta da un massimo
di otto consiglieri, forniti di apposite
deleghe da parte del sindaco metropolitano.

Sul punto chiave dellelezione diretta c una adesione puramente formale, perch di fatto hanno spiegato che il tutto rinviato alle calende
greche, forse alle elezioni del 2021.
Infine, prevista la formazione delle
aree omogenee tra comuni, organizzate con una assemblea e un
presidente. A loro volta raccolti in un
altro organo collegiale denominato
conferenza dei presidente delle zone omogenee. Sulla parte organizzativa della Citt metropolitana in
senso stretto, la bozza di statuto
PIM prevede che ci siano varie figure: un direttore generale, un segretario generale, direttori di uffici di
staff politici, direttori delle varie aree
funzionali pi le articolazioni interne.
Sul versante funzioni, oltre a quelle
definite dalla legge Delrio, aggiungono anche la Stazione Appaltante
Unica, una specie di grande fratello
degli appalti, una centrale della
committenza per aggiudicare lavori,
forniture e servizi, nonch la concessione di servizi pubblici.
Gli istituti di partecipazione classici
sono stati quasi tutti inseriti nella
bozza di statuto: i referendum
dindirizzo, listruttoria pubblica sulle
grandi opere, istanze e petizioni, il
diritto di accesso, la pubblicit degli
atti. C anche il forum metropolitano della societ civile, per, quando
si parla di regole, nei dettagli che
il diavolo si nasconde. Per capire la
reale portata delle presunte innovazioni occorre addentrarsi nelle infinite pieghe delle norme, per vedere
che per il cittadino sono strumenti
praticamente disattivati.
In filigrana si intravvede una costruzione molto complessa, organizzata
su molteplici livelli gerarchici o centri
decisionali, che sono almeno nove:
il Sindaco di Milano il capo di tutta
la C.M., che discrezionalmente nomina un Vice, con poteri che possono essere notevoli, poi discrezio-

10

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nalmente sceglie dei consiglieri, ai
quali concede delle deleghe. I delegati si riuniscono in una specie di
giunta, che la maggioranza in
consiglio. Il Sindaco discrezionalmente nomina il sottosegretario,
una specie di factotum, a seguire il
direttore generale e il segretario generale, i quali a loro volta nominano
altri direttori. un idea di potere
quasi feudale, su base fiduciaria.

Allesterno i comuni sono organizzati in zone omogenee e sono rappresentati da un presidente di zona, i
quali a loro volta si riuniscono in una
conferenza dei presidenti di zona.
Infine, c la Conferenza metropolitana, che lassemblea dei sindaci,
che dovrebbe essere il principale
organo di indirizzo politico della
C.M. Nella bozza PIM le competenze della Conferenza sono pochissime e blindate da un quorum deci-

sionale basso. un labirinto di poteri e decisori, che pu spaventare


il cittadino e i comuni, con il rischio
concreto che i sindaci possano ritrovarsi sulla testa un piano Strategico, dal vago sapore retr, quasi
da epoca sovietica.
Un diluvio di norme che riserva poche briciole alla societ civile, che
per cerca di farsi sentire rispondendo numerosa alla Open Call della commissione statuto.

TELERISCALDAMENTO: LO SCERIFFO DI NOTTINGHAM


Giuseppe Santagostino
Il teleriscaldamento nasce dallesigenza di smaltire un sottoprodotto
della combustione dei rifiuti, ovvero
lacqua di raffreddamento che viene
impiegata negli inceneritori e, in
quanto sottoprodotto, gratuito e
permette di distribuire riscaldamento
e acqua calda alle utenze cittadine,
peraltro a seguito di cospicui investimenti nella rete e nelle sottocentrali localizzate nei singoli condomini.
La progressiva espansione delle reti
di distribuzione ha richiesto di integrare loriginaria fonte di produzione, evidentemente non pi sufficiente, con impianti aggiuntivi basati sulla cogenerazione da combustione
del metano: la cogenerazione una
macchina che impiega la combustione del metano per produrre corrente elettrica e genera contestualmente una quantit pressoch equivalente di caldo, un sottoprodotto
come negli impianti di incenerimento: sostanzialmente un kW di gas
combusto arriva a raddoppiare la
sua efficienza energetica producendo un kW elettrico e un kW termico
e in questo modo per i nostri scopi
attuali, possiamo dire che il nostro
kW termico ci costi la met di quello
prodotto da una normale caldaia a
gas. Da ultimo molti impianti di teleriscaldamento impiegano direttamente grosse caldaie a gas metano,
che producono a costo pieno soltanto il calore integrativo richiesto.
Abbiamo cos tre tipologie di generazione di energia termica con differenti costi di produzione: gratuita
(quella che deriva come residuo dal
raffreddamento dei camini degli impianti di trattamento termico dei rifiuti). a costo di produzione praticamente dimezzato (quella che origina
dalla cogenerazione) e a costo pieno (quella che deriva dallimpiego di
caldaie).
Il vantaggio principale per la collettivit sia della cogenerazione che
della produzione diretta, quello
derivante dalla concentrazione della

n. 39 VI - 12 novembre 2014

fonte di produzione che consente


diversi vantaggi legati alle economie
di scala, a una maggiore efficienza
degli impianti e, soprattutto, a un
controllo della combustione e dei
fumi derivanti di gran lunga superiore a quello ottenibile dagli impianti
individuali: il caldo cos prodotto
sicuramente pi sano per la collettivit rispetto alla stessa produzione
frazionata.
Per contro, come noto a tutti coloro che impiegano energia cos prodotta, il teleriscaldamento tutto
fuorch economico, specie se raffrontato con lo stesso servizio offerto da un qualsiasi gestore privato
che impieghi impianti localizzati a
gas a condensazione: dove sta allora il trucco per cui unenergia che
dapprima non costa nulla, alla prima
integrazione costa la met e solo da
ultima viene prodotta in termini tradizionali, debba risultare cos poco
conveniente per chi la impiega?
Vi sono ragioni tecniche, ragioni politiche e vincoli di bilancio da rispettare che determinano questo assurdo; da un punto di vista tecnico distribuire caldo ad alta temperatura
ha dei costi notevoli sia nella realizzazione che nel mantenimento in
temperatura della rete, per ci pi
questa si espande, maggiori risultano sia gli investimenti richiesti sia i
costi di esercizio.
Il costo pagato alla politica in linea
con la generale concentrazione del
potere energetico perseguita in Italia prima da Mattei con gli idrocarburi (che a sua volta la eredit dal fascismo) e successivamente dai governi di centro sinistra con lenergia
elettrica: lASM di Brescia, poi fondatrice con AEM di A2A,
lideatrice della concentrazione nella
distribuzione di energia termica
quando, sfruttando proprio la sinergia con il legislatore, ovvero il Comune di Brescia suo proprietario, ha
imposto alla citt limpiego della rete
di teleriscaldamento a valle del
grande inceneritore dei rifiuti. Ana-

logamente lassoggettamento forzoso effettuato sulla gran parte degli


stabili di edilizia popolare in Milano
e provincia, anche a costo di prolungare le reti oltre la soglia della
convenienza economica, origina da
questa politica di potenza.
A ci si somma il fatto che il Comune di Milano, complice la caduta
degli oneri di urbanizzazione per la
crisi del mattone e con bilanci ingessati in assenza di politiche incisive sui propri costi di gestione, si
ritrova sempre pi a dipendere dagli
utili distribuiti dalle societ partecipate, dallincremento delle tasse e
delle multe, quando non a vendersi i
gioielli di famiglia: per questo, pur di
tutelare se stesso, non esita cos a
rubare ai poveri, specie se si considera che lutente tipo del teleriscaldamento proprio colui che abita in
case di edilizia popolare o ex-tali.
I ricchi invece, al termine di procedure molto complesse che elevano
un notevole sbarramento e riducono
le possibilit dingresso, vanno
sempre di pi verso limpiego della
geotermia da falda, che consente
costi di gestione (ed emissioni di
CO2) inferiori alla met di quelli tradizionali, con ci risparmiando in
proprio e facendo del bene
allambiente.
Perch una Giunta e un Sindaco
votati dichiaratamente alla causa
dei pi deboli, non si sono ancora
resi conto che il costo maggiore
grava sugli immobili ed proprio
quello relativo al riscaldamento e
che, se una missione nel loro operato deve esserci, questa sarebbe
quella di alleviare proprio questa
categoria, visto che il venditore di
loro propriet?
In ci si possono individuare dei limiti tipici, sia culturali che caratteriali, che impediscono di prendere
qualsiasi iniziativa incisiva, quasi
fossero novelli Don Abbondio di
fronte al Don Rodrigo dell'energia,
ma c pure il timore di disturbare la
gallina dalle uova doro che impedi-

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sce al Comune di Milano (e a tutti i
comuni dellhinterland che vivono la
stessa felice contingenza) di darsi
una dimensione pi giusta e meno
onerosa per la cittadinanza (che gi
soffre di una pesante situazione
complessiva, aggravata per di pi

da questo apparato obeso e assai


poco produttivo, che banchetta pure
sulle bollette, in ci secondo solo
allo Stato, che da sempre persegue
questa politica energetica).
Dai Promessi Sposi, col loro curato
di campagna alieno dalle complica-

zioni e succube dei potenti, ci ritroviamo cos ai bordi della foresta di


Sherwood, dove lo sceriffo di Nottingham e i suoi sgherri derubano i
poveretti con il caldo a caro prezzo,
per dare a se stessi: pioveranno
frecce prima o poi?

MILANO: GRATTACIELI E NUOVE ARCHITETTURE


Paolo Viola
Aver finalmente liberato lo skyline di
Milano dalla servit di non superare
laltezza della Madonnina e aver
consentito la realizzazione di quella
tutto sommato abbastanza piccola
downtown di Porta Volta, ha sicuramente arricchito la citt, togliendo
ben poco alla sua identit e al suo
carattere squisitamente ambrosiano. Dunque benvenuti i grattacieli,
non per colpa loro se monta il
malcontento per il recente degrado
della qualit urbana.
A Milano purtroppo manca un dibattito vero sullarchitettura e sul disegno urbano: c lUrban Center, ci
sono i Consigli di Zona, pullulano le
riviste di architettura, ma non esiste
un luogo dove si discuta regolarmente e concretamente dei progetti
importanti quando si ancora in
tempo per raddrizzarli o per ricusarli. Non voglio assumere il ruolo di
critico e giudicare le opere di architettura che stanno modificando il
volto della citt, mi pongo invece
come umile portavoce di una opinione diffusissima non tanto fra progettisti quanto fra persone di buona
cultura che hanno viaggiato e che
amano larchitettura come si ama la
letteratura e la musica senza essere
letterati o musicisti. Persone che,
lungi da ogni forma di qualunquismo nei confronti dellarchitettura,
amano la loro citt, ne conoscono la
storia e i segreti, hanno voglia e pazienza per andare a vedere le cose
nuove e farsene unidea scevra da
pregiudizi.
Ho passato con loro diverse domeniche a girare fra i nuovi quartieri di
Porta Volta e della ex-Fiera al Portello, a visitare qualche nuovo intervento come i due grandi e tremendi
sarcofagi dellExpo di largo Cairoli.
Confesso di averne tratto in ottima
e nutrita compagnia conclusioni
veramente sconfortanti. Non si pu
essere cresciuti vedendo sorgere le
architetture di Ponti, Muzio, Albini,
Gardella, Rogers e degli architetti
della generazione immediatamente
successiva (qualcuno piaceva di
pi, altri di meno, ma veniva loro
riconosciuta quasi sempre una sostanziale dignit) senza aver sentito
i primi scricchiolii, qualche anno fa,

n. 39 VI - 12 novembre 2014

quando a Milano ogni nuovo edificio


importante suscitava perplessit e
raccoglieva pi critiche che consensi; come il quartiere della Bicocca e
il Teatro degli Arcimboldi, o le torri
che si incontrano sulla sinistra arrivando dalle autostrade nord (i due
ditoni alzati che anticipano quello di
Cattelan alla Borsa e quella con
sproporzionate tettoie tutte curve) o
le cosiddette anonime torri di Ligresti che tutte uguali sono diventate una sorta di Landmark della citt.
Poi sono arrivate le celebrit (se ci
fosse un Dio vorrei che stramaledisse chi ha inventato la parola archistar, causa dei peggiori mali) e ci si
chiede quanti milanesi apprezzino le
residenze sorte intorno a Piazza
Giulio Cesare, a destra e a sinistra
rispetto al vuoto urbano destinato a
riempirsi con i tre famosi grattacieli
(il primo di essi, ancora al rustico
ma da poco giunto al tetto, con quei
due bastoni che lo reggono da un
lato come fossero unopera provvisionale o aggiunti dopo, per reggere
un edificio gi pericolante ). Per
non dire di quella cometa posta
profeticamente a protezione del
nuovo Centro Congressi, o di quel
timpano da giganti che conclude la
Fiera-City verso le autostrade.
Da poche settimane si pu passeggiare e raccomanderei di farlo
per la nuova piazza antistante il
timpano, intitolata a Gino Valle:
allucinante, nel senso che provoca
non solo allucinazioni da horror vacui ma anche incubi, che incutono
gli edifici da cui circondata (non
offrono nulla che la facciano assomigliare e usare come una piazza).
Da l si imbocca una passerella che
permette di superare il fiume di automobili di Viale Renato Serra e di
infilarsi nei nuovi quartieri dellex
Alfa Romeo raggiungendo Piazzale
Accursio attraverso un grande centro commerciale. Anche qui, usciti
dalla passerella, il nuovo giardino
che si incontra a sinistra, con quella
montagnola che fa locchiolino al
Monte Stella, tutto fa venire in mente tranne la voglia di inerpicarvisi.
Le residenze, dietro gli uffici, affacciano su strade che vorrebbero es-

sere urbane ma in realt sono


non-strade (non ci passa nessuno,
non c unedicola, un negozio, un
bambino che giochi) e alcuni edifici
sembreranno sempre in via di ultimazione per via di quelle strutture in
cemento armato che salgono ossessivamente ben oltre lultimo piano; hanno pi laspetto di seconde
case da lungomare in inverno che
non abitazioni di una citt viva e
pulsante come vorremmo che fosse
Milano.
La immensa Piazza Valle anche in
salita, per chi provenga dal centro
della citt o dalla nuova stazione
della metropolitana, sicch anzich
scendere in piazza l si sale alla
piazza che, essendo fortemente
inclinata, non consente di giocare a
bocce o alla ptanque, non si possono far correre i bambini in bicicletta, tanto meno mettervi delle bancarelle come suggeriva Marco Romano tempo fa su queste colonne. Non
parliamo poi di quella immensa tettoia, che protegge le uscite dal parcheggio interrato, che fa rimpiangere la pi brutta delle fontane e il pi
triste dei monumenti con cui abbiamo da sempre adornato le nostre
piazze. E pensare che tutto questo
complesso della ex-Fiera ed exPortello stato concepito come uno
dei raggi verdi (quello in direzione
dellExpo e della nuova Fiera di
Rho) che dovrebbero strutturare la
cosiddetta viabilit dolce pedonale
e ciclabile e disintossicare la citt.
Staremo a vedere quando sar ultimato, ma temo che il raggio risulter pi grigio che verde.
Passiamo a Porta Volta che, insieme alla sede poco distante della
Regione Lombardia, si propone come il nuovo downtown di Milano. Gli
americani, che li hanno inventati,
sanno che i grattacieli al piano terreno, e magari anche al primo e al
secondo piano, devono contenere
funzioni ed esercizi pubblici, negozi,
bar, ristoranti, e che uffici e residenze devono essere collocate al di sopra dei primi livelli; noi non lo abbiamo ancora imparato e cos i nostri grattacieli arrivano a terra con i
loro uffici, le portinerie, le immancabili agenzie bancarie, senza offrire

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alcun contributo alla vivacit della
strada e della citt (e quando prevedono un bar o un ristorante sembra malamente adattato al posto di
un ufficio). Poi provate quel triste
percorso che da via Fabio Filzi,
passando dietro ai nuovi grattacieli
(sembra fatto per farvi passeggiare i
cani) sale alla piazza Aulenti dove
scoprirete di aver raggiunto una acropoli anzich una piazza: ci siamo
dimenticati che la piazza, topos tipicamente italiano, tanto pi bella
quanto pi chiusa (Piazza San
Marco, Piazza Navona, la piazza di
Vigevano) e concava (Piazza del
Campo, Piazza del Popolo), mentre
questa in cima a un colle (artificia-

le, ovviamente), nasce chiusa ma fa


di tutto per aprirsi verso il giardino
che verr e verso la stazione Garibaldi, con una orrenda pensilina.
Per fortuna c quel belledificio con
lalta guglia visibile da tutta la citt
(ma quanto sarebbe stato meglio
non avervi messo in cima il nome
della banca proprietaria!).
Insomma, che succede a Milano?
Non credo che si possano dire le
stesse cose di Berlino, di Parigi, di
Londra; siamo pi vicini a Mosca o
a Dubai. Credo piuttosto che sia
cambiato il modo con cui viene usata larchitettura, strumento di
marketing immobiliare o, come nel
caso della Regione, di banale pro-

mozione del potere; non si dica


stato sempre cos perch, anche se
vere, quelle intenzioni erano temperate dalla volont di onorare e rispettare la citt. Siamo pieni di bravissimi architetti, spesso sono brave
persino le archistar (che tutto dire), ma non siamo pi capaci di
produrre buona architettura e luoghi
capaci di esprimere autentica magnificenza civile. Sappiamo che
unopera di architettura ha un padre
e una madre, progettista e committente (ma oggi ha un terzo genitore,
non meno invadente, che la burocrazia). Chi dei tre sar lassassino?

Scrive Luigi Caroli a proposito del Seveso


Caro Beltrami Gadola, pensa che la
lunghezza dell'emissario del Seveso
che impedirebbe le sue esondazioni
nel territorio di Milano pari a quello
dell'inutile Via d'acqua! E poich

quest'ultima, col piano B, diventerebbe quasi del tutto sotterranea, il


suo costo salirebbe dagli iniziali 42
milioni a pi di 80. In un modo o
nell'altro si spenderebbero gli stessi

soldi per fare sia un'opera utile che


una inutile. Inoltre pare che per la
M4 manchino 50 milioni.

MUSICA
questa rubrica a cura di Paolo Viola
rubriche@arcipelagomilano.org
Le due georgiane
Due recital pianistici di due donne,
ascoltate una dopo laltra al Conservatorio la settimana scorsa, una
per le Serate Musicali e laltra per la
Societ del Quartetto, tutte e due
nate e cresciute a Tbilisi in Georgia,
tutte e due dotate di una tecnica, di
un talento e di una padronanza della tastiera assolutamente prodigiosi,
acquisiti e assorbiti in famiglia, alle
prese con due programmi egualmente colti e interessanti; e tutte e
due che concludono il loro concerto
con ovazioni da stadio. Sorprendente e intrigante dir poco, la curiosit
legittima, il confronto inevitabile.
Ebbene, difficile immaginare
labisso che le divide.
Prima di tutto appartengono a due
diverse generazioni (spero che non
mi consideri inelegante ma mi sembra necessario dire che, se Elisso o
liso Virsaladze ha superato i settanta, Khatia Buniatishvili ha da poco festeggiato i ventisette anni); la
prima rimasta legata alla sua terra
e alla grande madre Russia, dove
ancor oggi una delle pi importanti

n. 39 VI - 12 novembre 2014

insegnanti di pianoforte ( stata


sposata a un grande violinista di
quella terra rimanendone vedova
molto presto, e con lui ha vissuto
anche in Germania) mentre la seconda si presto trasferita a Parigi
assorbendo precocemente la cultura (e la non cultura) occidentale e
quella francese in particolare.
Una donna schiva e raffinatissima la
Virsaladze, per la quale ogni nota
ha un senso profondo, abituata a
scavare negli angoli pi nascosti
della partitura e ad ascoltare ogni
vibrazione del suo strumento, per la
quale ogni autore un mondo e ogni opera un mistero da indagare.
Eseguendo tutto ad effetto, la Buniatishvili studia come strappare
lapplauso, sovrasta totalmente
lautore mettendo sempre se stessa
in primo piano, sempre sopra le
righe esagerando i pianissimi e i fortissimi, esasperando la lentezza degli adagi e forzando la velocit degli
allegri. Un costante fuoco dartificio.
Se poi esaminiamo i programmi delle due serate, capiamo non solo che

esistono due diversi mondi nel pianismo internazionale, ma anche due


modi fondamentalmente opposti due diversi approcci culturali - con
cui siamo costantemente costretti a
misurarci e a prendere coscienza
per frequentare consapevolmente le
sale da concerto. La Virsaladze ha
proposto un confronto fra classicismo settecentesco e romanticismo
ottocentesco, mettendoli in parallelo
nei due tempi del concerto: nel primo tempo ha eseguito le 9 Variazioni in do maggiore di Mozart
k.264 e la Sonata n. 1 op. 1 di
Brahms (il cui secondo movimento,
il pi importante, anchesso un
Tema con Variazioni); nel secondo
ha proposto le Variazioni in fa minore di Haydn e i 12 Studi Sinfonici op.
13 di Schumann su tema di Von Fricken (ricordo che la Virsaladze
una specialista di Schumann: nel
1966, ventiduenne, vinse il primo
premio al Concorso Schumann di
Zwickau!). Interessantissimi i sottintesi parallelismi fra Mozart e Haydn
da una parte, e fra Brahms e Schu-

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mann dallaltra, quasi a sottolineare
il valore di quelle due amicizie e il
peso di quelle due dipendenze, risoltesi entrambi con affanno.
La Buniatishvili invece suona nel
primo tempo i Quadri di una esposizione di Musorgskij e lo Scherzo
n. 2 di Chopin, nel secondo La Valse di Ravel e Tre movimenti da
Petrushka di Igor Stravinskij. I
Quadri e lo Scherzo, come dicevo, li
drammatizza esasperatamente, con
chiaroscuri violenti e fraseggi tesi
allo spasimo; nel secondo tempo con le due trascrizioni per pianoforte
degli stessi autori dei balletti originali - propone una mera esibizione di
virtuosismo portata fino allo stremo.
Il programma avrebbe avuto un
senso - come lo storico intreccio fra
le culture dei due paesi in cui lei ha
vissuto (russa e francese) e il rapporto fra musica e arte visive (presente, bench non esplicitamente,

anche nello Scherzo di Chopin) ma era troppo evidentemente pensato come biglietto da visita, o come
videoclip, per consentirle di manifestare il forte temperamento musicale e di esibire lottima tecnica di cui
dotata.
Cos per successo che, con quei
rallentando e stringendo non richiesti e con lassenza di rigore nei
tempi e di misura nellespressione,
Musorgskij sia diventato un romanzo dappendice e Chopin un autore
vanesio e superficiale; per non dire
di Ravel e Stravinskij che sono stati
trasformati in un pretesto per funambolismi pianistici.
Ascoltando la giovane Buniatishvili,
laltra sera, era impossibile non tornare con la mente alla sera precedente in cui, seduta allo stesso pianoforte (a dire il vero i due pianoforti
erano solo apparentemente uguali,
la povera Virsaladze ha dovuto ac-

contentarsi di uno strumento molto


afono) la pi matura pianista cercava di far partecipe il pubblico della
differenza fra epoca classica ed epoca romantica, fra mitteleuropa e
mondo sassone e renano, e - attraverso un intelligente percorso intorno alla forma delle Variazioni - di far
capire che cosa la musica, come
la si costruisce, come la si deve ascoltare. Una persona veramente al
servizio della musica, consapevole
del perch di ogni nota, di ogni passaggio, di ogni modulazione.
Diva e Antidiva, due donne che dovrebbero incontrarsi e prendere lezioni una dallaltra; la prima per approfondire il significato di ci che
suona, la seconda per assorbire un
po della leggerezza - ma, attenzione, solo nel senso indagato da Calvino - della prima.

ARTE
questa rubrica a cura di Benedetta Marchesi
rubriche@arcipelagomilano.org
Marc Chagall porta la leggerezza a Palazzo Reale
Non si pu essere a Milano
nellautunno 2014 e non aver visitato la grande retrospettiva dedicata a
Marc Chagall, tale stato il battage
pubblicitario che ha tappezzato
lintera citt. Non solo, ma Chagall
anche uno di quegli artisti che rimangono nei ricordi anni dopo la
fine degli studi, che sembra facile
capire e apprezzare e per i quali si
pi predisposti a mettersi in fila per
andarne a vedere una grande mostra. Su questa scia stato pensato
il percorso che ha condotto
allideazione della mostra, che
prende proprio le mosse dalla domanda Chi stato Marc Chagall? E
cosa rappresenta oggi?
Lesposizione, a Palazzo Reale fino
al 1 febbraio, accompagna il visitatore in una graduale avvicinamento
allartista; attraverso 15 sale e 220
opere si scopre lartista affiancando
lesperienza artistica alla sua crescita anagrafica. Uomo attento e profondamente sensibile al mondo che
lo circonda, Chagall, figlio ed erede di tre culture con le quali si
confrontato e che nel suo lavoro ritornano spesso: la tradizione ebraica dalla quale eredita figure ricorrenti, come lebreo errante, e immagini cariche di simbologie; quella
russa, sua terra natia dei bianchi

n. 39 VI - 12 novembre 2014

paesaggi e delle chiese con le cupole a cipolla, e quella francese delle avanguardie artistiche, incontrata
pi volte durante i suoi soggiorni.
Queste eredit si manifestano in
maniera eterogenea e armonica in
uno stile che rimarr nella storia per
essere solo suo: colori pieni di forma e sostanza, animali e uomini
coprotagonisti in una sinergia magica, latmosfera quasi onirica e
lamore assoluto che ritorna in ogni
coppia raffigurata, quello tra Marc e
Bella Chagall e che intride di felicit
e leggerezza ogni altro oggetto raffigurato intorno a loro. Persino il secondo conflitto mondiale e poi la
morte dellamata Belle paiono non
appesantire il suo lavoro, quanto
invece lo conducono a una maggiore profondit e pregnanza di significato.
Limmediato godimento della mostra, che potrebbe essere ostacolata dalla lunghezza e dal corpus cos
importante di opere, dato anche
dalla capacit didattica della audioguida e dei pannelli di mediare tra il
pensiero e il valore pittorico dellartista e locchio poco allenato del visitatore. I supporti presenti in mostra contestualizzano in maniera
chiara il periodo e i lavori del pittore,
offrendo tal volta una descrizione,

tal volta un approfondimento nelle


voci della curatrice Claudia Zevi o
dellerede dellartista, Meret Meyer.
La mostra racconta anche la poliedricit dellartista: attraverso i costumi, i decori e le grandi scenografie che lartista ha realizzato per il
Teatro Ebraico Kamerny di Mosca
emerge lo Chagall sostenitore entusiasta e attivo protagonista in ambito culturale della Rivoluzione dottobre; nelle illustrazioni per le Favole di La Fontaine e nelle incisioni
per Ma vie (la sua autobiografia) si
incontra un altro Chagall ancora,
che non teme in nessun modo il
mettersi alla prova con qualcosa di
nuovo e diverso.
Uomo e artista che si fondono in
una personalit quasi magica che al
termine della percorso espositivo
non si pu non apprezzare e che
sancisce, ancora una volta, il ruolo
dellartista nella storia dellarte moderna.

Marc Chagall. Una retrospettiva


1908 - 1985 - fino al 1 febbraio 2015
Palazzo Reale, piazza del Duomo
Milano - Luned: 14.30-19.30 Marted, mercoled, venerd e domenica: 9.30-19.30 Gioved e sabato:
9.30-22.30

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Il PAC si mostra tra arte e cinema: Glitch


Glitch la distorsione, linterferenza non prevista allinterno di
una riproduzione audio o video.
anche il titolo della mostra, al PAC
fino al 6 gennaio, dedicata alle interazioni tra arte e cinema: attraverso
il video si compie una ricerca molto
soggettiva, indirizzata talvolta a raccontare delle storie, tal altre a documentare accadimenti o performance, altre ancora a sperimentare
tecniche espressive. Il glitch, la fermatura improvvisa della proiezione,
offre una pausa alla visione e
unoccasione per cogliere una sfumatura che altrimenti passerebbe
inosservata. Tra arte e cinema il
confine quasi invisibile, sempre
opinabile e mai definibile laddove
ciascuna voce lecita e autorevole.
La mostra raccoglie 64 video realizzati da artisti italiani che, raggruppati per aree tematiche, vengono proposti in loop nei tre mini-cinema allestiti negli spazi del museo in palin-

sesti ripetuti a giorni alterni. Al fianco delle proiezioni vengono presentate una selezione di opere di artisti
che hanno scelto il video come
mezzo espressivo ma che si avvalgono anche delloggetto come concretizzazione tangibile dellidea artistica.
Tra le opere di maggiore impatto:
Mastequoia Op. 09-013, una lunga
striscia di frame selezionati da un
girato di 54 ore su un viaggio compiuto dai tre artisti tra Rotterdam,
Fs e Tokyo (vero e proprio film,
vincitore del premio Lo schermo
dellarte 2013); attraverso luso del
VHS come supporto la qualit perde
molta definizione acquisendo per
un velo quasi melanconico e onirico,
oltre che di ricordo che si va lentamente sbiadendo.
Per rendere pi esaustivo il tema
stato presentato poi un fitto palinsesto di proiezioni e performance che
vanno ad ampliare ancora di pi la

panoramica sul tema che lesposizione si propone di offrire, dando


la possibilit al pubblico di ascoltare
il contributo diretto che lartista pu
dare.
Alla mostra, per, come se mancasse un collante tra le opere: ciascuna porta con s un valore riconosciuto e condiviso ma sembra
non essere in dialogo con quelle a
fianco, privando di conseguenza il
visitatore di quellaccrescimento dato dallinterazione e dal confronto
con un percorso complesso che
presenti artisti differenti.
Glitch fino al 6 gennaio 2015 al
PAC via Palestro - Orari da marted
a domenica 9.30 - 19.30; gioved
9.30- 22.30 Biglietti Abbonamento
10,00: consente un accesso illimitato alle proiezioni e agli eventi della
mostra, Intero 8,00 Ridotto 6,50
Ridotto speciale 4,00: per tutti i
visitatori ogni gioved a partire dalle
19.00;

Giovanni Segantini tra colore e simbolo


Una retrospettiva come Milano non
ne vedeva da tempo: 18 sale ricche
di ricerca, dipinti e testi che ripercorrono la vita e il lavoro del maggiore
divisionista italiano, Giovanni Segantini. Si tratta di un ritorno ideale
quello di Segantini a Milano, il capoluogo lombardo rappresent infatti il
polo di riferimento intellettuale e artistico per lartista; era la Milano della rivoluzione divisionista che stava
lentamente dimenticando lo spirito
scapigliata per cogliere la sfida simbolista. Al fianco del Segantini maturo delle valli e delle montagne
svizzere si riscopre anche un giovane Segantini che a Milano compie il
proprio apprendistato e ritrae i Navigli sotto la neve o delle giovani
donne che passeggiano in via San
Marco.
La mostra un racconto complesso
sul mondo di Giovanni Segantini
che accompagna il visitatore in un
graduale avvicinamento allartista,
che lo invita ad avvicinarsi attraverso i quadri, alle emozioni, ai pensieri
e alle riflessioni che alle opere sono
vincolati.
I grandi spazi, gli animali, le montagne sono elementi non di complemento e non casuali in Segantini ma
anzi, acquisiscono un valore mistico
e quasi panteistico che permea
lintero lavoro, frutto del forte legame tra lartista e la natura.
Questultima, madre spirituale per
lartista (e orfano di quella biologi-

n. 39 VI - 12 novembre 2014

ca), spesso resa (co)protagonista


delle opere al punto che giocando
sui titoli e sulla compresenza tra
uomo e animali si arrivi interrogarsi
su quale sia il vero protagonista.
Luso dei colori, che si scopre con il
tempo, sempre pi potente grazie
alla giustapposizione dei colori
complementari e uno dei momenti
culmine si raggiunge nellazzurro
senza eguali del cielo di Mezzogiorno sulle alpi (1891).
La mostra pu essere percorsa e
goduta in diverse maniere: in ordine
cronologico seguendo levoluzione
artistica e personale dellartista accompagnati dallo scandire degli accadimenti della vita dellartista, oppure seguendo le sette sezioni tematiche in cui lesposizione suddivisa: Gli esordi, Il ritratto, Il vero ripensato, Natura e vita dei campi,
Natura e Simbolo attraverso i pannelli chiari e lineari che accompagnano ciascun gruppo di sale; o ancora,
lasciandosi
trasportare
dalluso magistrale della tavolozza
dei colori, che ha reso Segantini il
maggiore esponente del divisionismo italiano. una delle poche occasioni dove le scelte curatoriali e
allestitive consentono al visitatore di
unire la vita e il lavoro dellartista
creando un percorso omogeneo dal
quale emerge la complessit del
carattere dellartista, composto, come tutti gli uomini, da vari ruoli: figlio, padre, uomo, artista. Qualsiasi

modalit si sia scelta per la fruizione


della mostra se ne uscir con appagata la necessit di bellezza e colore, ma pi vivida quella di percorrere le montagna e le valli tanto amate
dallartista.
Una nota positiva: i toni alle pareti
che vengono giustapposti uno dopo
l'altro, stanza dopo stanza, creando
come una rappresentazione visiva
al sedimentarsi delle conoscenze
dellartista.
Una nota negativa: nessuna segnalazione allingresso della mostra sul
numero di sale e il tempo previsto di
visita, lorario di chiusura sono le
19.30 ma dalle 19 i custodi provvedono incessantemente a fare presente la questione facendo uscire il
pubblico dalle sale alcuni minuti
prima dello scoccare della mezza.
Alla stessa ora chiude anche il bookshop, non una scelta vincente laddove questultimo rappresenta notoriamente una delle maggiori fonti di
entrata per mostre e musei. Benedetta Marchesi

Segantini fino al 18 gennaio 2015


Palazzo Reale (Piazza Duomo, 12 20121 Milano) Biglietti (con audioguida in omaggio) 12/10/6 Orari
Luned: 14.30-19.30 Marted, Mercoled, Venerd e Domenica: 9.3019.30 Gioved e Sabato: 9.30-22.30

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Viaggio nellAfrica ignota


In anteprima per lItalia si inaugura
l11 ottobre la mostra Viaggio
nellAfrica Ignota. Il continente nero
tra 800 e 900 nelle immagini della
Societ Geografica Italiana. Composta di 54 riproduzioni digitali di
fotografie dellepoca, lesposizione
racconta lAfrica nera e ancora misteriosa della fine dell800 e dei
primi del 900 attraverso una selezione degli scatti pi belli conservati
dalla Societ Geografica Italiana.
Realizzate per la maggior parte nel
corso di missioni esplorative italiane
e internazionali, le fotografie - di ritratto, di reportage e di paesaggio mostrano come dovessero apparire
ai primi visitatori occidentali le popolazioni e i panorami di quello che

allepoca era il continente meno conosciuto del pianeta.


Strutturata attraverso le collezioni
della Societ Geografica Italiana da
cui sono state tratte le fotografie, di
cui molte scattate durante le spedizioni geografiche di esplorazione,
lesposizione di snoda in un affascinante percorso che attraversa molti
dei paesi di cui si compone il continente africano. Un viaggio che partendo dallAfrica Orientale allepoca
delle colonie italiane ci porta
nellAfrica Sub Sahariana, quindi
nellAfrica delle foreste equatoriali e
fin gi nellAfrica Australe. A produrre le immagini erano in alcuni casi
fotografi professionisti al seguito
delle spedizioni, in altri gli stessi

protagonisti delle spedizioni, spesso


appassionati e preparati utilizzatori
del mezzo fotografico. Aperta fino al
14 novembre, ultima di tre esposizioni in programma per il 2014, la
mostra inserita in History & Photography, rassegna annuale che ha
per obiettivi principali raccontare la
storia del mondo contemporaneo
attraverso la fotografia e rendere
fruibili al grande pubblico collezioni
e archivi fotografici spesso sconosciuti perfino agli addetti ai lavori.
Alessandro Luigi Perna
Viaggio nellAfrica ignota La Casa
di Vetro di via Luisa Sanfelice 3, Milano, 11 ottobre -14 novembre h 1519, ingresso libero

Perch il Museo del Duomo un grande museo


Inaugurato nel 1953 e chiuso per
restauri nel 2005, luned 4 novembre, festa di San Carlo, ha riaperto
le sue porte e le sue collezioni il
Grande Museo del Duomo. Ospitato
negli spazi di Palazzo Reale, proprio sotto il primo porticato, il Museo
del Duomo si presenta con numeri e
cifre di tutto rispetto. Duemila metri
quadri di spazi espostivi, ventisette
sale e tredici aree tematiche per
mostrare al pubblico una storia fatta
darte, di fede e di persone, dal
quattordicesimo secolo a oggi.
Perch riaprire proprio ora? Nel
2015 Milano ospiter lExpo, diventando punto di attrazione mondiale
per il futuro, cos come, in passato,
Milano stata anche legata a doppio filo a quelleditto di Costantino
che questanno celebra il suo
1700esimo anniversario, con celebrazioni e convegni. Non a caso la
Veneranda Fabbrica ha scelto di
inserirsi in questa felice congiuntura
temporale, significativa per la citt,
dopo otto anni di restauri e un investimento da 12 milioni di euro.
Il Museo un piccolo gioiello, per la
qualit delle opere esposte cos
come per la scelta espositiva.
Larchitetto Guido Canalico lo ha
concepito come polo aperto verso
quella variet di generi e linguaggi
in cui riassunta la vera anima del
Duomo: oltre duecento sculture, pi

n. 39 VI - 12 novembre 2014

di settecento modelli in gesso, pitture, vetrate, oreficerie, arazzi e modelli architettonici che spaziano dal
XV secolo alla contemporaneit.
E lallestimento colpisce e coinvolge
gi dalle prime sale. Ci si trova circondati, spiati e osservati da statue
di santi e cherubini, da apostoli, da
monumentali gargoyles - doccioni,
tutti appesi a diversi livelli attraverso
un sistema di sostegni metallici e di
attaccaglie a vista, di mensole e
supporti metallici che fanno sentire
losservatore piccolo ma allo stesso
tempo prossimo allopera, permettendo una visione altrimenti impossibile di ci che stato sul tetto del
Duomo per tanti secoli.
Si poi conquistati dalla bellezza di
opere come il Crocifisso di Ariberto
e il calice in avorio di san Carlo; si
possono vedere a pochi centimetri
di distanze le meravigliose guglie in
marmo di Candoglia, e una sala altamente scenografica espone le vetrate del 400 e 500, alcune su disegno dellArcimboldo, sopraffini
esempi di grazia e potenza espressiva su vetro.
C anche il Cerano con uno dei
Quadroni dedicati a San Carlo,
compagno di quelli pi famosi esposti in Duomo; c un Tintoretto ritrovato in fortunate circostanze, durante la Seconda Guerra mondiale, nella sagrestia del Duomo. Attraverso

un percorso obbligato fatto di nicchie, aperture improvvise e sculture


che sembrano indicare la via, passando per aperture ad arco su pareti in mattoni a vista, si potr gustare
il Paliotto di San Carlo, pregevole
paramento liturgico del 1610; gli Arazzi Gongaza di manifattura fiamminga; la galleria di Camposanto,
con bozzetti e sculture in terracotta;
per arrivare fino alla struttura portante della Madonnina, che pi che
un congegno in ferro del 1700,
sembra unopera darte contemporanea. E al contemporaneo si arriva
davvero in chiusura, con le porte
bronzee di Lucio Fontana e del
Minguzzi, di cui sono esposte fusioni e prove in bronzo di grande impatto emotivo.
Il Duomo da sempre il cuore della
citt. Questo rinnovato, ampliato,
ricchissimo museo non potr che
andare a raccontare ancora meglio
una storia cittadina e di arte che ebbe inizio nel 1386 con la posa della
prima pietra sotto la famiglia Visconti, e che continua ancora oggi in
quel gran cantiere, sempre bisognoso di restauro, che il Duomo
stesso.
Museo del Duomo Palazzo Reale
piazza Duomo, 12 Biglietti: Intero
6 euro, ridotto 4 euro Orari: MartedDomenica: 10.00 -18.00.

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LIBRI
questa rubrica a cura di Marilena Poletti Pasero
rubriche@arcipelagomilano.org
Quaderni proustiani
In occasione del Centenario della
pubblicazione della Recherche di
Marcel Proust, la rivista Quaderni
Proustiani verr presentata mercoled 12 novembre, ore 18, a Palazzo
Sormani, sala del Grechetto, via F.
Sforza 7, Milano, a cura di Unione
Lettori Italiani Milano Relatori Gennaro Oliviero, Daria Galateria, Paolo
Lagazzi, Eleonora Sparvoli
La rivista Quaderni proustiani,
fondata a Napoli
nel 1999
nellambito dellAssociazione Amici
di Marcel Proust, lunica bilingue
(italiano-francese) tra quelle esistenti in Europa, ha la finalit di diffondere la conoscenza dellopera
del grande scrittore, universalmente
considerato tra i massimi della letteratura mondiale; trattasi di pubblicazione annuale, destinata a un vasto
pubblico, comprendente lettori eruditi e amatori, dilettanti e proustiani
di professione.
Il numero del 2014 che si fa scrigno di una data memorabile, quel
14 novembre 1913 in cui usc il primo volume di A la recherche du
temps perdu - contiene contributi
che potremmo raccogliere sotto il
tema delle scelte tematiche di
Proust (Tadi, Merlino, Garritano) o
delle sue pratiche poetiche (Girimonti Greco, Oliviero, Vago), o ancora della sua fortuna nel mondo
(Lagazzi, Antici, Chardin, ThonThat). Sei recensioni compongono
lultima sezione, con libere variazioni sul genere, che vanno dal pi
schietto resoconto (Europe a cura
di Marie Miguet-Ollagnier, Proust e
gli oggetti a cura di John Rogove)
alla chiosa creativa (Ladenson, a
cura di Anne Huez), dallintroduzione degli stessi curatori (Sera),

allintervista con lautore (Mario Lavagetto risponde a Gennaro Oliviero).


Nella sezione italiana, con Proust e
le memorie volontarie, Daria Galateria raccoglie le cangianti comparse
di Saint-Simon nella Recherche,
che vanno ben aldil della semplice
reminiscenza di lettura, per farsi anche, di volta in volta, citazione dichiarata, o allusione velata, imitazione del ritrattista o reincarnazione
fittizia del mestiere di memorialista.
Paolo Lagazzi ripercorre le tappe
dellinflusso prodotto dallopera
proustiana sulla poesia di Attilio
Bertolucci; ma forse, pi che di influssi, si dovrebbe parlare di affinit
elettive, essendo la sensibilit particolare del lettore, a lui innata, a
renderlo particolarmente poroso a
certe tematiche e ricettivo a certe
idee.
Giuseppe Girimonti Greco, attraverso una erudita disamina dellopera
di Barthes e dei testi critici di Debenedetti, osserva come i due sommi
critici abbiano affrontato il mistero
della nascita del genere romanzesco dalle opere giovanili alla Recherche. Du ct de chez Salinas,
Ilaria Antici rintraccia nelle tematiche del celebre poeta spagnolo accenti dal sapore tutto proustiano,
che conferiscono alla scoperta di
Proust da parte del poeta una chiara intuizione di affinit personali
sensibili ed esistenziali.
Nel favorire il dialogo tra Francia e
Italia, la rivista offre in traduzione
alcuni testi altrimenti difficili da reperire in Italia. Grazie a Valeria Chiore,
leggiamo in versione italiana una
lettera di Henri Bosco datata del
1927, in cui vengono raccontati i

primi passi di un quasi secolare Institut Franais de Naples. Mentre


dobbiamo a Michele Peretti la versione italiana di una riflessione condotta da Philippe Chardin attorno
alle affinit tra Proust e Svevo in
riferimento alla psicanalisi. Nello
stesso spirito,viene molto utile e
preziosa una versione francese
dellinfluente commento inaugurale
di Camil Petrescu, che ebbe il pregio
dintrodurre
precocemente
Proust ai lettori rumeni della prima
ora .
Gennaro Oliviero analizza la formazione giovanile di un Proust visitatore di musei e relatore di salons: la
tradizione baudelairiana spezza una
nobile lancia a favore di unattivit
solo in apparenza giornalistica, nella
quale il giovane Proust affila la sua
penna e calza gli occhiali dellosservatore perspicace ,che sar poi anche quello dei salons immortalati
nella sua opera.
La sezione in lingua francese inizia
da un motivo antico e ben noto, che
Jean-Yves Tadi ha tratteggiato in
modo originale e suggestivo: il motivo di Pompei come metafora della
morte, se non della discesa agli Inferi. Lattenta e precisa indagine di
Pyra Wise ci riserva infine sempre
nuove scoperte di inediti: lettere o
dediche desemplare non resistono
alla sua perseverante indagine, e ci
dimostrano come la punta delliceberg proustiano, bench ci sembri
familiare, forse si regge su ulteriori
mirabili strati di inediti da scovare.
Da seguire!
Gennaro Oliviero
Direttore della rivista Quaderni proustiani

SIPARIO
questa rubrica a cura di E. Aldrovandi e D.Muscianisi
rubriche@arcipelagomilano.org
Matthew Bournes Swan Lake, quando i veri cigni salgono sul palco
Dal 27 gennaio 1895 siamo abituati
a immaginare i cigni come delicati
ed esili esseri vestiti di bianco candido, aggraziati e ordinati, che accompagnano con la danza lamore
della principessa Odette e del principe Siegfried: questo limmaginario comune che nasce dal Lago

n. 39 VI - 12 novembre 2014

dei cigni di Ptr Ili ajkovskij, nelle


coreografie di Marius Pepita e Lev
Ivanov.
Eppure, chi avesse avuto esperienza diretta con i cigni si domanderebbe come sia stato possibile immaginare tanta delicatezza, grazia e
candore da animali che vivono in

stagni, che sono aggressivi (e possessivi, specialmente nella difesa


dei pulcini e dei membri del gruppo)
e soprattutto sgraziati nel camminare a terra e nello spiccare il volo
dallacqua!
Forse questa domanda si posto
Matthew Bourne quando nel 1995

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ha per la prima volta ha messo in
scena il suo Swan Lake al Sadlers
Wells Theatre di Londra. La trama e
la drammaturgia quella del Lago
dei cigni di Petipa-Ivanov, la musica
quella di ajkovskij, senza sostanziali modifiche; ma la versione
di Bourne nota soprattutto perch
le tradizionali parti femminili dei cigni sono danzate da un corpo di
ballo interamente composto da uomini.
I candidi tut a disco, le delicate corone di piume e le agili e leggere
punte sono sostituite da piedi nudi
(per lo pi in flex, in modo da ricordare le zampe palmate del cigno),
una lunga e arcigna striscia di colore nero che dalla fronte scende lungo il naso a triangolo e da una culotte al ginocchio color bianco sporco
e da piume non pettinate, ma disordinate. Matthew Bourne ha commentato la propria scelta dicendo
The idea of a male swan makes
complete sense to me. The
strength, the beauty, the enormous
wingspan of these creatures suggests to the musculature of a male
dancer more readily than a ballerina
in her white tutu [Lidea che un
uomo interpretasse il cigno aveva
perfettamente senso per me. La forza, la bellezza, lampiezza dellaper-

tura alare di queste creature mi


suggerisce ed evoca pi facilmente
la muscolatura di un danzatore pi
che una ballerina con un tut bianco].
Nella trama la modifica pi importante rendere Swan Lake un
dramma psicologico rispetto al balletto fantastico (etichetta che definisce la storia di tipo magicofiabesco) del Lago dei cigni. In questo, forse Matthew Bourne ha attuato pi linsegnamento di Rudolf Nureev, che nella sua versione coreografica del Lago ha voluto dare pi
unimpronta psicologica al ruolo di
Siegfried.
Il Matthew Bournes Swan Lake
reinterpreta radicalmente anche il
focus del balletto, che si sposta dalla Odette/Odile nelloriginale al
dramma psicologico del Principe.
Infatti, Siegfried vittima delle convenzioni sociali, della Regina Madre
che lo opprime con la sua morbosit, incapace di mostrare affetto anche quando il principe dopo
lennesima sfuriata finisce in un ospedale psichiatrico sotto osservazione e dove l perde la sua vita, tra
i suoi incubi e nella apoteosi finali
con il suo amato Cigno.
Il Cigno bianco e il Cigno nero, come nelloriginale, sono impersonati

dallo stesso danzatore e questo espediente favorisce nella diegesi lo


sviluppo del tema della labile mente
del principe: infatti, nellatto II il Cigno bianco esprime il suo amore
per il Principe, nellatto III il Cigno
nero lo inganna, seduce e fa perdere e in fine nellatto IV il Cigno bianco torna a difesa del suo amato
Principe, che lotta con i suoi incubi
sul letto di ospedale e termina
nellapoteosi damore. Il peccato
espiato solo nella morte.
Qual il peccato? Per le convenzioni sociali, molto forte il richiamo
parodico alla monarchia britannica,
il peccato lamore segreto, il desiderio di libert e salvezza, che nella
fattispecie di Swan Lake pu essere
letto anche come lamore omoerotico del Principe e del Cignodanzatore, che un amore vero e
puro, ma non riesce a spiccare il
volo, rimanendo nella melma di uno
stagno, che la follia e la morte.
Il Matthew Bournes Swan Lake dopo la tourne del 2010 torna nuovamente a Milano dall11 al 23 novembre al Teatro degli Arcimboldi.
Assolutamente da non perdere!
Domenico G. Muscianisi

CINEMA
questa rubrica curata da Anonimi Milanesi
rubriche@arcipelagomilano.org
Torneranno i prati
Scritto e diretto da Ermanno Olmi [Italia, 2014, 80']
Fotografia di Fabio Olmi, Montaggio di Paolo Cottignola
Lultimo film di Ermanno Olmi, potente, bellissimo e senza reticenze,
un film che costringe a ricordare.
Ricordare ci che avvenuto ormai
un secolo fa, e che abbiamo dimenticato e che cento libri di storia pieni
di date e battaglie e confini che
cambiano e ricambiano non sono in
grado di restituire con la lucidit e
sensibilit di questo commovente
racconto cinematografico.
Ricordare che quella terribile prima
guerra mondiale fu una guerra di
uomini e tra uomini. Quante volte
usiamo la frase essere in trincea?
E quante volte ne cogliamo appieno
il suo significato vero? Olmi ci d
loccasione di comprenderlo fino in
fondo.
La trincea scavata nel fianco della
montagna, abitata e vissuta da
una manciata di soldati di diversa
origine e grado, che convivono, si
ammalano e combattono, difendendo uno degli ultimi avamposti dalta

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quota contiguo e vicinissimo ad altre


trincee austriache dove stanno uomini come loro che par di sentire il
loro respiro.
Uomini che ugualmente patiscono
malattie, febbri che portano deliri,
che vivono la solitudine e labbandono da soli, pur stando insieme
vicini vicini, e che ugualmente, italiani e austriaci, cercano conforto,
chiedendo al portatore dasini, unico
civile che passa, di cantare ancora.
Intorno solo neve e silenzio. E in
questo deserto di neve, attesa. Attesa della morte, pi che di una battaglia.
Con la consapevolezza di essere
stati mandati a morire, come le bestie, anche se la morte nei loro sogni non cera, come dice uno dei
soldati che sceglier, da solo e disubbediente, come morire per riprendersi la sua dignit. Contadini e
uomini istruiti, uomini di campagna
e ragazzi di citt, tutti uguali nella

stessa sorte, tutti uguali nello stesso


posto dimenticato da Dio, quel Dio
chiamato infame che sentono assente.
Unora e un quarto o poco pi densa e spessa, di commozione e di
sentimento, di profonda umanit,
una prova intensa di un autore che
ha il coraggio di esprimere la vergogna e di ammettere lincapacit di
spiegare il perch di tutte quelle
morti. Chi torna si sentir come un
sopravvissuto e la via pi difficile
sar perdonare.
Meraviglioso il gruppo di attori, professionisti e non, dove nessuno
primadonna, che compiono il miracolo di far sembrare tutto vicino a
noi anche nel tempo, pur cos distante, attraverso una perfetta mescolanza di dialetti (rigorosamente
in presa diretta, che rappresenta
uneccezione nei film di Olmi) e attraverso il rigore dei costumi, la sapienza del trucco e la ricostruzione

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scenograficamente perfetta dello
spazio claustrofobico e spartano
della trincea. Trincea ricostruita nella neve, nel pendio del monte, e non
in un comodo teatro di posa. Condizione di ripresa che sicuramente ha
molto aiutato gli attori ad avvicinarsi
alla condizione dei soldati che interpretavano.
La fotografia di Fabio Olmi molto
bella: mai leccata e di grande pulizia, quasi un bianco e nero, che al-

terna luci calde e fredde in grande


armonia. Il montaggio di Paolo Cottignola fluido, quasi invisibile, ma
minuzioso, capace cos di restituire
grande naturalezza alla ricostruzione di una vicenda in unit di tempo.
E il sonoro degli effetti dei colpi di
mortaio che si alternano ai silenzi
ricostruisce un ambiente di surreale
abbandono, con il contrappunto discreto e mai invadente della bella
colonna sonora di Fresu.

Da non perdere, assolutamente, per


ricordarsi di ricordare. E da far vedere ai ragazzi capaci ormai solo di
studiare le guerre sui libri di storia,
per poi dimenticarne il significato,
subito dopo aver chiuso il libro.
Adele H.
Torneranno i prati: la Grande Guerra vista da Ermanno Olmi
intervista di Vincenzo Mollica

IL FOTO RACCONTO DI URBAN FILE

PIAZZA SANTORRE DI SANTAROSA: INCOMPIUTO URBANO

http://urbanfilemilano.blogspot.it/2014/11/zona-musocco-piazza-santorre-di.html

MILANO SECONDO [Alvise]


Alvise De Sanctis:
la settimana milanese 5/11 - 11/11/2014
http://youtu.be/KLNQhBKGxFQ

n. 39 VI - 12 novembre 2014

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