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BELISARIO SCORZA

RICCIO & PARTNERS

STUDIO
LEGALE

eLEX

UN ANNO DI DIRITTO E
POLITICA DELLINNOVAZIONE
IN ITALIA
2014

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INDICE
UN ANNO DIGITALMENTE VIBRANTE PER IL DIRITTO DELLE NUOVE
TECNOLOGIE E LA POLITICA DELLINNOVAZIONE 4
LA CORTE DI GIUSTIZIA SUL DIRITTO ALLOBLIO 9
INTERNET OF THINGS: QUALI RISCHI PER LA PRIVACY (MA NON SOLO) 11
LE LINEE GUIDA PER IL DIRITTO ALLOBLIO: LA POSIZIONE DELLARTICLE 29
WORKING GROUP 13
LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELLUOMO CENSURA LA DATA
RETENTION DEL CED 15
PARODIA E DIRITTO DAUTORE

17

OPERE ORFANE: RECEPITA LA DIRETTIVA COMUNITARIA

18

WEB REPUTATION: LA SCURE DELLAGCM SU TRIPADVISOR 20


LEMBEDDING NON VIOLA IL COPYRIGHT 23
DIRITTO DAUTORE: SIAE, LESCLUSIVA NON COS ESCLUSIVA 24
LA COMMISSIONE EUROPEA SUL DIRITTO DAUTORE: CAMBIA TUTTO O NON
26
CAMBIA NULLA?
LA CORTE DI GIUSTIZIA CONFERMA IL MONOPOLIO NELLA GESTIONE DEI
DIRITTI DAUTORE? 28
IL CASO COPIA PRIVATA 31
BLOCCO DEI SITI, LHADOPI FA DIETROFRONT 33
INCOSTITUZIONALI LE REGOLE AGCOM CONTRO I PIRATI ONLINE?

34

I NEGOZI-BANDIERA DI APPLE SONO MARCHI REGISTRABILI

36

I BITCOIN NON SONO MONETA 37


2014: LANNO DELLAVVIO DEI LAVORI PER UN INTERNET BILL OF RIGHTS
38
DDL DIFFAMAZIONE: A RISCHIO DI CENSURA IL WEB CON LA SCUSA DI
DEPENALIZZARE LA DIFFAMAZIONE 41
RIMESSA ALLE SEZIONI UNITE DELLA CASSAZIONE LA POSSIBILIT DI
SEQUESTRARE PAGINE WEB DI TESTATE GIORNALISTICHE IN CASO DI
43
ARTICOLI DIFFAMATORI
CONTRATTI CON I CONSUMATORI: ENTRANO IN VIGORE LE MODIFICHE AL
44
CODICE DEL CONSUMO
STARTUP ITALIA 46
LA CEC-PAC NON ESISTE PI: FINE DI UNANOMALIA ITALIANA

50

LA MARCA DA BOLLO DIVENTA ELETTRONICA: ECCO COME FUNZIONA 52


COMPLETATO IL PRIMO CENSIMENTO DELLE BASI DATI DELLA PA
ITALIANA 55
LERA DELLA TRASPARENZA 2.0: NUOVE REGOLE PER LA PUBBLICAZIONE
ON LINE DEI BILANCI DELLE PA 56
AGENDA DIGITALE: IN ARRIVO LO SBLOCCADECRETI PER SUPERARE LO
STALLO 58

UN ANNO DIGITALMENTE VIBRANTE PER


IL DIRITTO DELLE NUOVE TECNOLOGIE
E LA POLITICA DELLINNOVAZIONE
chi si occupa di diritto delle nuove
Pertecnologie
e di propriet intellettuale il

2014 stato un anno straordinariamente


stimolante, vivace e difficile da dimenticare.
Tante le vicende che hanno acceso
interessanti dibattiti tra addetti ai lavori,
giuristi e politici e altrettante quelle che
hanno diviso lopinione pubblica, il Parlamento
ed i due Governi che il 24 febbraio si sono
succeduti alla guida del Paese.
Difficile specie a voler rispettare le
indispensabili esigenze di sintesi di un
documento che ha lambizione di raccontare
in una manciata di fogli digitali quanto
accaduto in un intero anno nel dominio del
diritto delle nuove tecnologie, della propriet
intellettuale e della politica dellinnovazione
selezionare le vicende e le questioni che
meritano di essere ricordate di pi e di
essere conservate negli annali della storia.
Forse, per, proprio la parola storia impone
di aprire questo report con la vicenda
che stata e rimane al centro di uno
dei dibattiti pi stimolanti ed importanti
dellanno: la Sentenza con la quale il 13
maggio del 2014 la Corte di Giustizia
dellUnione Europea ha stabilito che chiunque
ha diritto di chiedere ai gestori dei motori
di ricerca di disindicizzare qualsivoglia
contenuto che lo riguardi rompendo il link
tra i suoi dati personali ed il contenuto in
questione.
Si trattato di una decisione che ha fatto
letteralmente il giro del mondo nello spazio
di un battito di ali di farfalla e che si
abbattuta con lirruenza di un ciclone sulle
dinamiche di circolazione dellinformazione

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in Rete, aprendo un dibattito con pochi


precedenti nella storia del diritto delle nuove
tecnologie tra quanti hanno condiviso la
Sentenza dei Giudici europei e quanti lhanno
talvolta anche severamente criticata.
Ogni valutazione giuridica sulla decisione ,
infatti, inestricabilmente intrecciata a doppio
filo a considerazioni politiche importanti che
ne suggeriscono una lettura complessa come
complessi sono gli effetti che la sentenza sta
producendo.
La sensazione diffusa ma non
universalmente condivisa che la
decisione possa aver rappresentato,
almeno politicamente parlando, un
pericoloso autogol dellUnione Europea che
muovendo dallambizione di imporre alle
grandi corporation americane di Internet
il rispetto delle proprie regole ha, di fatto,
finito con il consegnare a queste ultime un
potere straordinario: quello di condizionare
in modo determinante laccesso alle
informazioni da parte dei cittadini di tutta
Europa, semplicemente decidendo se e
quali contenuti disindicizzare dietro richiesta
degli interessati e quali, invece, continuare
ad indicizzare salvo diversa decisione delle
Autorit garanti per la privacy nazionali.
Ma se il diritto alloblio stato linnegabile
protagonista del 2014, un ruolo, almeno di
co-protagonista deve e non certo il primo
anno essere riconosciuto al diritto dautore
che, tanto, anzi, tantissimo ha fatto discutere
addetti ai lavori.
Due tra le molte, le vicende al centro dei
dibattiti pi stimolanti nel corso dellanno.

La prima la stessa con la quale si era


concluso anche il 2013: ovvero lentrata in
vigore del Regolamento varato dallAutorit
per le Garanzie nelle comunicazioni sulla
tutela e promozione del diritto dautore
online.
Ma, nel corso dellanno, pi che degli effetti
per la verit non eclatanti e modesti
dellapplicazione delle nuove norme che, nella
pi parte dei casi, lAGCOM ha applicato
con innegabile prudenza e ponderazione,
si discusso della decisione con la quale il
TAR Lazio, il 26 settembre - accogliendo
leccezione sollevata da quanti hanno
impugnato il Regolamento ha chiesto alla
Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla
legittimit delle disposizioni di legge sulle
quali il provvedimento riposa.
La decisione della Consulta, che potrebbe
intervenire nel corso dellanno appena
iniziato, se di accoglimento delleccezione di
illegittimit sollevata, minaccia di travolgere
lintero provvedimento e di imporre
allAGCOM di ricominciare dal punto di
partenza o quasi, varando nuove norme
che contemperino meglio la tutela del diritto
dautore e la libert di informazione nel

nostro Paese.
La seconda vicenda, sempre in materia
di diritto dautore, che pure ha tenuto
banco tra lestate e lautunno del 2014,
stata rappresentata da una duplice
decisione con la quale sebbene in sede
cautelare il Tribunale di Milano ha suggerito
uninterpretazione restrittiva dellesclusiva
nel mercato dellintermediazione dei diritti
che la legge sul diritto dautore riconosce alla
SIAE, la Societ italiana autori ed editori.
In una vicenda meglio raccontata come,
daltra parte, le altre cui si appena fatto
cenno nelle pagine che seguono infatti i
Giudici hanno stabilito che, almeno allo stato
e sulla base di una cognizione sommaria, non
sembra potersi considerare in contrasto con
lesclusiva accordata alla SIAE dallart. 180
LDA, lattivit di una societ, nella fattispecie
di diritto inglese, che intermedia, anche in
Italia, i diritti dautore su opere musicali di
autori non italiani.
Tali diritti, infatti, secondo i Giudici del
Tribunale di Milano non sembrerebbero
rientrare nellambito di applicazione della
legge sul diritto dautore e, in ogni caso, una

ANNO STIMOLANTE, VIVACE


E DIFFICILE DA DIMENTICARE

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lettura pi ampia dellesclusiva accordata alla


SIAE sembrerebbe porsi in contrasto con il diritto
dellUnione europea.
Sarebbe ipocrita, nel firmare questo report,
non rivendicare con una punta di orgoglio
professionale come E-Lex sia stato protagonista
di entrambe le due vicende giudiziarie appena
ricordate, assistendo, nella prima, alcuni dei
ricorrenti avverso il Regolamento AGCOM sul
diritto dautore e, nella seconda, la societ
di diritto inglese che si vista riconoscere
sebbene con le cautele di un procedimento
durgenza il diritto di continuare a svolgere la
sua attivit in Italia.
Ma di diritto dautore, nel corso del 2014, si
discusso come inesorabilmente accadr negli
anni che verranno tanto anche in direzioni
diverse.
Procedendo per tag e rinviando alle pagine che
seguono, dibattiti stimolanti, si sono registrati
attorno al tema delle opere orfane, a quello
della modifica della disciplina europea sul diritto
dautore alla quale si sta lavorando febbrilmente
a Bruxelles, alla complessa questione dei
rapporti tra diritto dautore e parodia e, per
quanto riguarda pi da vicino le cose di Internet,
alla annosa questione relativa allembedding di
contenuti protetti da copyright ed alla possibilit
o meno di considerare responsabile chi si limita
ad embeddare nel proprio sito unopera gi
pubblicata altrove.
Il 2014, per, sarebbe bello venisse ricordato,
soprattutto almeno da quanti hanno a cuore
oltre che le cose del diritto quelle della politica
dellinnovazione come lanno nel quale, nel
nostro Parlamento, da una Commissione
mista istituita dalla Presidente della Camera
dei Deputati, nata la prima bozza di una
dichiarazione di principi sui diritti fondamentali
in Internet, gi ribattezzata nel solco di una
tradizione che viene da lontano ed intrisa di uno
straordinario carico democratico Internet Bill of
rights.
Quello appena iniziato dovrebbe essere lanno nel
quale, a valle di una lunga consultazione pubblica,
lembrione, dovrebbe trasformarsi in un atto
maturo sul governo democratico della Rete.
un piccolo passo, nella direzione giusta ma
, soprattutto, un passo importante perch
compiuto in un Paese come il nostro nel quale,

per la verit, sin qui, il rapporto tra Internet e


democrazia non stato entusiasmante.
E per rimanere alle cose della politica
dellinnovazione, guai a dimenticare che il 2014
stato anche lanno nel quale lAgenzia per lItalia
digitale ha, finalmente, acceso i motori ed ha
iniziato a lavorare sotto la guida del suo primo
Direttore Generale, Alessandra Poggiani.
Ma questa solo unintroduzione che non ha
lambizione di rappresentare un indice annotato
dei contenuti di questo lavoro e, quindi, non
resta, probabilmente, che rinviare ai contenuti
che seguono che, inevitabilmente, a loro volta
nonostante le migliori intenzioni non hanno
lambizione di raccontare in modo esaustivo
quanto accaduto nel corso del 2014 ma solo
quella, assai pi modesta, di annotare le vicende
sulle quali ci siamo trovati coinvolti pi da vicino
o quelle nelle quali abbiamo deciso a torto o
a ragione e, talvolta, probabilmente sbagliando
di investire pi tempo, pi energie e maggiori
riflessioni.
Il ricordo vero di quanto accaduto nel corso
dellanno che si appena concluso anche in
relazione al dominio del diritto delle nuove
tecnologie e della politica dellinnovazione che
tanto ci stanno a cuore , come di consueto,
garantito e consegnato alla storia solo dalla Rete,
quella Rete della quale con passione, entusiasmo
e, ormai, un pizzico di consolidata esperienza
abbia deciso di occuparci.
Ai lettori, ai colleghi, agli amici e ai tanti con i quali
abbiamo condiviso un altro anno di strada lunga
e tortuosa ma carica di stimolanti occasioni di
confronto e crescita personale e professionale
va il nostro pi sincero ringraziamento perch da
tutti abbiamo appreso qualcosa di nuovo, utile ed
interessante.
Laugurio , naturalmente, che i tanti intensi
rapporti, confronti, dibattiti e, talvolta, persino
scontri dialettici continuino nellanno appena
iniziato per crescere ancora noi ma, soprattutto,
per contribuire a far crescere il nostro Paese
che, siamo convinti, meriti di giocare un ruolo
di protagonista nel mondo nuovo del quale le
tecnologie e le regole che tanto ci affascinano
ed interessano, rappresentano le insostituibili
fondamenta.
Buon anno a tutti.

CHIUNQUE PU CHIEDERE AL
GESTORE DI UN MOTORE DI RICERCA
DI DISINDICIZZARE QUALSIASI
CONTENUTO LO RIGUARDI E CHE
ESSO ASSUMA PUBBLICATO IN
VIOLAZIONE DEL PROPRIO DIRITTO
ALLA PRIVACY O DELLA PROPRIA
REPUTAZIONE

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LA CORTE DI GIUSTIZIA SUL


DIRITTO ALLOBLIO
LA CORTE DI GIUSTIZIA RICONOSCE IL DIRITTO ALLOBLIO. UNA SENTENZA CON MOLTE
OMBRE, CHE LASCIA TROPPI INTERROGATIVI APERTI

l 2014 verr probabilmente ricordato come lanno


delloblio: con una sentenza dello scorso 13 maggio, la
Corte di Giustizia dellUnione Europea ha stabilito che
chiunque pu chiedere al gestore di un motore di ricerca
di disindicizzare qualsiasi contenuto lo riguardi e che esso
assuma pubblicato in violazione del proprio diritto alla
privacy o della propria reputazione.
La vicenda da cui tra origine la decisione della Corte di
Giustizia nota. Lavv. Mario Costeja Gonzales nota che,
digitando il proprio nome su Google, sono visualizzati tra
i risultati della ricerca alcune pagine del quotidiano La
Vanguardia, relative alla vendita allasta della propria casa,
avvenuta 16 anni prima. Si rivolge al Agencia Espaola de
Proteccin de Datos, chiedendo la rimozione dei contenuti
de La Vanguardia e dei link indicizzati da Google. Il Garante
spagnolo rigetta la prima richiesta, ma accoglie la seconda.
Google propone appello innanzi allAudiencia Nacional,
chiedendo lannullamento della decisione del Garante;
lAudienca Nacional, a sua volta, solleva una serie di questioni
alla Corte di Giustizia.
Innanzi tutto, la Corte di Giustizia ritiene che le attivit
compiute dai motori di ricerca reperire contenuti tra i vari
siti internet, indicizzarli, memorizzarli temporaneamente (c.d.
caching) costituiscano un trattamento di dati personali.
Allo stesso tempo, i giudici comunitari affermano che il
gestore di un motore di ricerca debba essere considerato
responsabile (o titolare, se si utilizza la terminologia italiana)
del trattamento dei dati personali e che, quindi, possa essere
il soggetto che, da solo o insieme ad altri, determina le
finalit e gli strumenti del trattamento di dati personali (art.
2 lett. d) direttiva 95/46/CE) pur in presenza di un processo
automatizzato di ricerca e di una selezione volontaria dei
contenuti.
Si tratta di conclusioni discutibili, che ribaltano sia le
conclusioni dellAvvocato generale, investito del caso di
specie, sia lOpinion 1/2008 dellArticle 29 Working Party

cheaveva sostenuto la necessit di una lettura della direttiva


fattuale, piuttosto che formale con attribuzione di
responsabilit laddove intervenga uninfluenza effettiva.
Le osservazioni del Working Party sono contraddette dalla
Corte di Giustizia anche per quanto riguarda la legge
applicabile, che sarebbe quello spagnolo, perch le attivit
avverrebbero nel contesto delle attivit di uno stabilimento
del responsabile del trattamento nel territorio dello Stato
membro, pur in assenza della prova di un trattamento di
dati personali dalla Google Spain, societ stabilita in Spagna
e controllata dalla societ madre Google Inc., che gestisce
autonomamente i server e realizza indipendentemente
lattivit di memorizzazione.
In virt di tali premesse, la Corte conclude che i cittadini
comunitari abbiano il diritto di chiedere la deindicizzazione
dei contenuti che li riguardano, salvo che non prevalgano
esigenze di interesse informativo.
Inutile dire che la decisione ha aperto una serie di
interrogativi, ancora in attesa di soluzione definitiva.
Decidere se e quando il diritto del singolo alloblio debba
prevalere su quello della collettivit a sapere, e viceversa,
rappresenta uno snodo epocale nel nostro modo di
informarci, informare, scrivere e conoscere la storia e per
quanto sia apprezzabile lo sforzo che Google ha scelto di
fare cos come la competenza dei membri del Comitato
consultivo, si deve riconoscere che ci si trova davanti ad
un fallimento del sistema di governance democratica
dellinnovazione.
La decisione, infatti, non elenca quali siano i criteri che
i motori di ricerca debbano adottare per decidere se
deindicizzare, o meno, i risultati: a tale annoso interrogativo
ha provato a rispondere recentemente il Working Party, dopo
aver incontrato i principali operatori del settore.
I correttivi e le integrazioni alla sentenza sono un passo
in avanti. Tuttavia, non avremmo mai dovuto consentire

che decisioni tanto fondamentali per il nostro futuro e tanto


complesse finissero con lessere assunte non per scelta ma
addirittura per ordine di unAutorit Giudiziaria dalla pi
grande internet company del pianeta.
Stiamo vivendo un autentico paradosso: un sistema di regole
che dovrebbe avere nel suo DNA anche lobiettivo di arginare
il rischio che le regole della societ siano imposte dalle
dinamiche di mercato, ha finito con laffidare ad uno dei leader
del mercato il compito di individuare una complicatissima
posizione di equilibrio etico e democratico prima ancora che
giuridico al posto dei Parlamenti, dei Governi o, al limite, dei
Giudici.

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INTERNET OF THINGS:
QUALI RISCHI PER LA
PRIVACY (MA NON
SOLO)
IN ATTESA DELLA CONSULTAZIONE
PUBBLICA DEL GARANTE PRIVACY, LE
RACCOMANDAZIONI DEL WORKING
GROUP ARTICLE 29

l tema dellInternet delle Cose (IOT) oramai


sempre pi spesso argomento di dibattito nel
mondo scientifico: la possibilit di dotare gli oggetti
che caratterizzano la vita di tutti i giorni di una sorta
di identit digitale, al fine di metterli in comunicazione
tra loro in rete, infatti un tema che vede sempre pi
coinvolti governi, aziende e centri di ricerca.
Di fronte ad una tematica cos vasta, si fa
prepotentemente strada la necessit di capire quali siano
le possibili applicazioni gi al momento realizzabili,
sia per quanto riguarda la loro sostenibilit economica,
sia con riferimento alle problematiche di carattere
organizzativo e tecnico che devono essere ancora
superate.
Tanti i possibili temi in materia di smart city: basti
pensare alla possibilit di realizzare il monitoraggio
costante dei parametri ambientali e di organizzare la
raccolta dei rifiuti sulla base del livello di riempimento
dei cassonetti.
Il Gruppo di Lavoro Articolo 29 (il gruppo che raccoglie
i rappresentanti dei Garanti europei) ha recentemente
pubblicato un parere ufficiale sul privacy e applicazioni
IOT.
Il parere riconosce le importanti prospettive di crescita
per le imprese europee, con riferimento allo sviluppo
delle tecnologie IOT, ma, al tempo stesso, ha affermato la
necessit che i benefici previsti per le stesse imprese e
per i cittadini non si verifichino a scapito della normativa
comunitaria e nazionale in materia di privacy e di
sicurezza dei dati personali.
Al riguardo, il parere ha fornito una serie completa di
raccomandazioni pratiche rivolte ai diversi attori coinvolti
nello sviluppo dellInternet delle cose, con specifico
riferimento alla materia di protezione dei dati. stata
innanzitutto affermata la necessit della qualit del
consenso da parte degli utenti, che possono renderlo
dopo uninformazione adeguata circa le modalit di
trattamento dei dati che li riguardano; il parere ha
altres affermato la necessit di limitare fenomeni di
interferenza dei dati e riutilizzo del trattamento originale,
prevenendo che dati raccolti per scopi specifici siano
riutilizzati per finalit diverse da terzi, senza una nuova
autorizzazione da parte degli utenti. Altro tema scottante
individuato dal Gruppo costituito dagli eventuali rischi

di profiling, in quanto le applicazioni IOT potrebbero


portare al controllo dettagliato delle abitudini e
dei comportamenti degli utenti. Inoltre, vengono
evidenziati anche i rischi in relazione alla sicurezza
informatica, dato il grande volume di dati scambiati
mediante lInternet delle cose.
Il Working Group ha formulato una serie di
raccomandazioni, che costituiranno delle linee guida
per lo sviluppo futuro della tecnologia IOT in Europa.
Tra le pi rilevanti, merita di essere segnalato
lobbligo per i produttori dei dispositivi di informare
gli utenti dei dati raccolti, consentendo altres di
modificare tali dati; di notificare a tutti i soggetti
coinvolti eventuali casi di revoca del consenso da
parte degli interessati; di evitare che i dispositivi
possano permettere rilevamenti di posizione; del
divieto di indicizzazione da parte dei motori di
ricerca di informazioni acquisite da dispositivi IOT.
Viene affermato poi il principio secondo il quale gli
utenti devono poter esercitare un controllo sui propri
dati in qualsiasi momento, nonch lobbligo che
linformativa, fornita allinteressato dalloperatore IOT,
sia il pi possibile user friendly, al fine di garantire un
consenso informato.
Sono poi previste specifiche raccomandazioni nei
confronti degli sviluppatori di applicazioni, che
saranno gli attori fondamentali nel panorama delle
tecnologie IOT, sviluppando funzionalit per facilitare
laccesso ai dati da parte degli utenti, permettere
la loro modifica o cancellazione da parte degli
interessati, nonch minimizzare il volume di dati
trattati.
Della tematica, inoltre, dovrebbe occuparsi anche
il Garante per la protezione dei dati personali,
che stando ad alcuni rumors sta per lanciare
una consultazione pubblica sul tema, che sfocer
successivamente in un provvedimento.
Ma non sono solo i profili privacy a suscitare
attenzione. Un aspetto fondamentale
linteroperabilit tra i sistemi adottati, spesso limitati
dallesistenza di brevetti. La Commissione europea
come nel recente caso Motorola ha spinto
verso ladozione di FRAND (fair, reasonable and
non-discriminatory) terms, ossia di condizioni che
possano bilanciare i diritti di esclusiva delle singole
societ con le legittime esigenze di sviluppo di nuovi
prodotti da parte di altri soggetti, anche competitor
delle imprese titolari dei brevetti.
Si tratta di uno sforzo necessario, considerando
le prospettive di crescita del settore il cui valore,
secondo un recente studio, passer 1,3 trilioni di
dollari nel 2013 a 3,04 trilioni nel 2020, con un tasso
di crescita medio del 13% annuo.

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LA PAROLA FINE ANCORA


LONTANA DALLESSERE
SCRITTA

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LE LINEE GUIDA PER IL DIRITTO


ALLOBLIO: LA POSIZIONE
DELLARTICLE 29 WORKING GROUP
IL GOVERNO MONTI HA LIBERALIZZATO IL MERCATO SENZA
PREOCCUPARSI DEL SUO FUNZIONAMENTO. ORA LEX MONOPOLISTA
PROVA A FERMARE TUTTO E GLI ALTRI VANNO AVANTI IN ORDINE
SPARSO. TANTA CONFUSIONE E GLI ARTISTI RISCHIANO DI FARNE LE
SPESE.

l 26 novembre, lArticle 29 Working Group ha pubblicato


le linee guida per limplementazione della sentenza
della Corte di Giustizia sul diritto alloblio, cos come
preannunciato gi lo scorso settembre.
Il parere contiene, innanzi tutto, una precisazione
importante sullambito territoriale interessato dalla
decisione Google Spain. Difatti, sebbene la sentenza trovi
applicazione esclusivamente agli operatori comunitari, ci
non significa che dovranno essere deindicizzati solo i nomi
di dominio con top level domain europeo (ad esempio: .eu;
.it; .co.uk; .fr; ecc.), ma anche i domini generici, come .com,
.net, .org e cos via discorrendo.
Unimportante novit riguarda anche lavvertenza riportata
in calce alle pagine dei motori di ricerca, con cui si avvisano
gli utenti che i risultati potrebbero essere incompleti a
causa delle richieste di deindicizzazione avanzate da altri
utenti. Il Working Group, prudentemente, suggerisce che tale
statement sia presente sempre, e non solo in taluni casi: in
questo modo, si evita di ingenerare una forma di curiosit
morbosa da parte degli utenti (quali informazioni non
riesco a visualizzare?), che ben potrebbe essere soddisfatta
effettuando la medesima ricerca su motori di ricerca
non europei (tra i tanti, il cinese Baidu o il russo Yandex,
liberamente accessibili e consultabili dallEuropa).
Il parere conferma il ruolo marginale e subordinato
assegnato ai gestori delle pagine web da deindicizzare:
nei confronti di questi ultimi non sussiste un obbligo di
informazione preliminare n da parte degli utenti, che si

accingono a formulare una richiesta al motore di ricerca, n


da parte dei motori di ricerca stessi, che non sono tenuti
come caldeggiato da qualcuno ad informare della richiesta
di deindicizzazione. Lunica eccezione data dallipotesi
in cui il motore di ricerca, al fine di ricostruire i fatti e di
ponderare il bilanciamento degli interessi coinvolti, chieda
ulteriori informazioni al gestore della pagina.
Un chiarimento interessante riguarda i modelli di richiesta
di rimozione dei risultati: la sentenza precisa il Working
Group non impone agli utenti di utilizzare i form offerti
dai motori di ricerca, potendosi utilizzare anche strumenti
di comunicazione alternativi. Una soluzione che appare
in linea con la legislazione vigente, che non richiede
forme particolari per le istanze presentate dai soggetti
interessati cui si riferiscono i dati personali, ma che
potrebbe determinare un aggravio dei tempi nellevasione
delle richieste e dei costi per gli operatori. Non pu non
osservarsi, daltro canto, che i modelli limitano al fine
di consentire una rapida gestione delle segnalazioni la
possibilit degli utenti di manifestare le ragioni per cui
un determinato collegamento dovrebbe essere rimosso:
basti osservare il modello di Google, il cui box relativo pu
contenere al massimo mille caratteri.
Il diritto alla cancellazione non abbraccia, poi, i motori di
ricerca interni alle pagine web e, in particolare, gli archivi
dei quotidiani. La questione, nel recente passato, aveva
interessato sia la Cassazione che il Garante privacy ed era
stata risolta imponendo alle testate editoriali di impedire
lindicizzazione degli archivi storici online ovvero di

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adottare le opportune misure tecniche per tutelare il diritto


alloblio, in special modo nei confronti dei soggetti coinvolti
in casi giudiziari.
Le ultime pagine delle guidelines sono dedicate ai
criteri che i motori di ricerca dovrebbero adottare per
selezionare i contenuti da deindicizzare. Il Working Group,
preliminarmente, osserva che tali criteri dovrebbero essere
resi pubblici dagli operatori; lo stesso vale per le statistiche,
che dovrebbero essere pi puntuali di quelle sinora diffuse.
I criteri dovranno essere flessibili e letti alla luce
del principio fondamentale dellinteresse pubblico
allinformazione. Il bilanciamento tra il diritto alla
cancellazione dei singoli e il diritto della collettivit a sapere
il nodo gordiano partorito dalla sentenza Google Spain:
una problematica alla quale il Working Group prova a porre
rimedio, delimitando con steccati che, tuttavia, potrebbero,
da un lato, rivelarsi poco elastici e, dallaltro, rischiano
di assegnare ai motori di ricerca (forse loro malgrado) il
controllo assoluto della circolazione delle informazioni sulla
rete.
Ma quali sono questi criteri suggeriti dalle linee-guida?
Innanzi tutto, i requisiti soggettivi del soggetto interessato.
Deve trattarsi di una persona fisica (anche a livello
nazionale, le persone giuridiche sono state espunte, salvo
rare eccezioni, dallo spettro di tutela della legge privacy); al
nome sono equiparati lo pseudonimo o il nickname, nei casi
in cui consentano di risalire agevolmente allidentit della
persona.
La deindicizzazione deve essere favorita in tutti i casi in cui
siano coinvolti minori: la ricerca dellinteresse del minore,
principio fissato dallart. 24 della Carta di Nizza, dovrebbe
essere utilizzato come parametro di lettura delle singole
fattispecie.
La qualifica di personaggio pubblico dovrebbe, al contrario,
scoraggiare i motori di ricerca dal deindicizzare i contenuti.
I contorni e i confini della public figure, soprattutto in
unepoca segnata dalla frammentazione dei mezzi di
comunicazione, non sono di semplice delimitazione. Le
linee-guida fanno riferimento alla Risoluzione 1165 (1998)
del Consiglio dEuropa, che include in tale nozione tutti
i soggetti che rivestono un ruolo pubblico o utilizzano
fondi pubblici, nonch tutti coloro che rivestono un ruolo
significativo nella politica, nelleconomia, nellarte e nello
sport: una definizione, tuttavia, talmente ampia da essere di

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scarsa utilit per gli operatori che dovranno intervenire.


Peraltro, considerando che la notoriet di un soggetto
dipende dal contesto geografico, pare verosimile che le
segnalazioni degli utenti non saranno gestite esclusivamente
dalleparent company (ad esempio, Google Inc.), ma
coinvolgeranno, almeno nella fase dellascrematura, anche
le societ controllate operanti sui singoli territori nazionali
(ad esempio, Google Italy).
Gli ulteriori criteri, invece, sono relativi allambito oggettivo
dellinformazione pubblicata, che dovr essere aggiornata e
non eccedente gli scopi del trattamento dei dati personali,
nonch completa ed accurata. Si tratta, anche in questo
caso, di un nervo scoperto, che tuttavia le guidelines non
chiariscono: sussiste un obbligo per il sito che ha pubblicato
linformazione di aggiornarla o di modificarla, pena la
possibile deindicizzazione? A nostro avviso, la risposta a tale
quesito, anche alla luce della legislazione vigente, non pu
che essere affermativa.
Ulteriori parametri attengono alla carattere oggettivo
dellinformazione, che deve essere preferito alle opinioni
personali (criterio, questo, che si presta a numerose critiche);
al contesto nel quale linformazione stata pubblicata;
allafferenza della stessa allambito professionale o personale
del soggetto coinvolto; alla possibilit che metta a rischio la
sicurezza e lincolumit dello stesso.
La lettura delle linee-guida non pu non sollevare qualche
perplessit. Si dibatte da tempo sul ruolo monopolistico e
sulla concentrazione di potere nelle mani di pochi operatori
e, poi, gli si riconosce un ruolo di arbitri nella selezione
delle informazioni. ipocrita far notare che i contenuti
deindicizzati sono ancora disponibili e accessibili nel web:
fuori dal contesto dei motori di ricerca, le notizie spariscono
e cadono nel dimenticatoio.
Non si pu, per, accusare Big G o gli altri OTT di questa
situazione, della quale, in un certo senso, sono vittime.
la decisione della Corte di Giustizia a determinare un
cortocircuito informativo, laffermazione di un diritto
alloblio inteso come potere di cancellare le proprie tracce a
dover essere discusso.
I criteri di selezione sono solo un corollario ed una logica
conseguenza ed un effetto della sentenza. Possiamo
discuterne a lungo, ma, prima ancora, dovremmo interrogarci
seriamente sulle sue cause e sulle sue effettive ragioni.

LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI


DELLUOMO CENSURA LA
DATA RETENTION DEL CED
I GIUDICI HANNO AFFERMATO CHE LA
CONSERVAZIONE PROLUNGATA DI DATI
GIUDIZIARI VIOLI I PRINCIPI CEDU.

l Ced del Ministero dellinterno una banca dati in uso


alle Forze di Polizia italiane; disciplinata dalla Legge n.
121 del 1981, che prevede, agli artt. 8 e ss., la tipologia di dati
e le modalit organizzative di tale strumento, anche definito
come Sistema Informativo Interforze della Direzione Centrale
di Polizia Criminale.
Nel Ced vengono quindi acquisite notizie risultanti da
documenti conservati dalla Pubblica Amministrazione, da
sentenze o provvedimenti dellAutorit Giudiziaria, da atti
concernenti listruzione penale o di indagini di polizia;
possono essere altres acquisiti anche dati in possesso di
altri corpi di polizia di paesi UE. La finalit di tale raccolta
costituita dallorganizzazione e dalla pianificazione dei servizi
dordine e di sicurezza pubblica. Per quanto concerne gli
accessi ed i controlli, laccesso al Ced riservato ex art. 9 della
Legge 121/1981 ad ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza
e di p.g. per le finalit sopra descritte, mentre il controllo ed
il rispetto delle garanzie dei cittadini interessati esercitato
dal Garante per la protezione dei dati personali.
Nei confronti del Ced possono essere inoltre realizzati due
tipi di ricorso: a) mediante istanza al Tribunale di Roma,
laddove il soggetto interessato venga a conoscenza di
dati trattati in violazione delle leggi e dei regolamenti; b)
mediante reclamo al Garante ex art. 141 dlgs 196/2003.
Si tratta quindi di uno strumento di fondamentale ausilio
allattivit di polizia giudiziaria e di prevenzione dei fenomeni
di criminalit, ma che, proprio per la sua natura e soprattutto
per la mole enorme di dati che possono essere acquisiti,
pu presentare diversi profili problematici soprattutto con
riferimento alla tutela della riservatezza e della privacy.

normativa molto generica: si parla infatti di finalit di tutela dellordine, di


sicurezza pubblica, di prevenzione e repressione della criminalit, nonch
di ricerca scientifica, tecnologica e di documentazione. Si tratta quindi
di finalit molto ampie e non facilmente circoscrivibili, data anche la
delicatezza del materiale raccolto.
Inoltre, anche lart. 7 comma 1, che individua la tipologia dei dati
che possono essere acquisiti, si caratterizza per una formulazione
normativa particolarmente sfumata. Ci si riferisce infatti non soltanto
a provvedimenti e sentenze emesse dallAutorit Giudiziaria anche
quindi sentenze di assoluzione e di proscioglimento ma anche ad atti
concernenti listruzione penale oppure atti relativi soltanto ad indagini
di polizia. Il mandato dellAutorit Giudiziaria richiesto dal terzo comma
soltanto per quanto riguarda operazioni o posizioni bancarie, senza che
possa essere opposto il segreto da parte degli organi responsabili delle
aziende di credito.
In ultimo, ed questo il profilo che qui maggiormente rileva, non
previsto un limite temporale massimo di conservazione dei dati, come
invece accade per le banche dati del casellario giudiziale, oppure quella
relativa ai carichi pendenti.
Su questo ultimo aspetto, delle criticit potrebbero ravvisarsi alla luce
della recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dellUomo di
Strasburgo, pronunciata il 18 settembre 2014.
Tale decisione ha affermato il principio secondo cui una conservazione per
un lasso temporale eccessivamente prolungato dei dati giudiziari nel
caso affrontato dalla Corte ci si riferiva ad una durata di conservazione
di 20 anni nonostante lesito favorevole del procedimento penale nei
confronti dellinteressato, viola i principi CEDU in quanto assimilabile ad
una custodia indeterminata.
Secondo la Corte, una siffatta conservazione costituisce uningerenza
sproporzionata con il diritto dellindividuo al rispetto della sua vita privata,
e non pu essere considerata necessaria in una societ democratica.

Infatti lart. 6 della legge suddetta, che prevede le finalit


di raccolta dei dati, caratterizzato da una formulazione

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IL TITOLARE DELLOPERA
PARODIATA NON PU VANTARE
ALCUN DIRITTO SULLOPERA
SATIRICA DERIVATA

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PARODIA E DIRITTO DAUTORE

LA CORTE DI GIUSTIZIA FISSA I LIMITI ALLA PARODIA E AMPLIA IL CAMPO


DELLE UTILIZZAZIONI NON COMMERCIALI DI OPERE PROTET TE

a Corte di Giustizia, con una sentenza molto equilibrata,


ha confermato che la parodia costituisce uneccezione al
diritto dautore e che, quindi, il titolare dellopera parodiata
non possa vantare alcun diritto sullopera satirica derivata.
Il caso semplice. Un esponente politico belga, durante una
festa di capodanno, distribuisce ai suoi invitati un calendario, nel quale contenuto un disegno che riprende la copertina dellalbum La tomba ind del fumetto Bob&Bobette
(personaggi molto noti in Belgio - dove i fumetti sono una
delle poche specialit nazionali - che, a differenza dei Puffi o
di Tin Tin, hanno avuto meno fortuna allestero).
Ad ogni modo, gli eredi di Willy Vandersteen, disegnatore
pap di Bob&Bobette, decidono di rivolgersi al Tribunale di
Bruxelles, per impedire la diffusione del calendario. In primo
grado, le loro domande sono accolte: viene cos dichiarata
la violazione del diritto dautore e ordinato il ritiro del
calendario.
I giudici dellAppello, invece, rinviano il caso alla Corte di
Giustizia, sottoponendo due quesiti:
a) se la nozione di parodia sia autonoma e, quindi, debba essere interpretata alla luce del solo diritto comunitario;
b) se la parodia debba presentare un grado di originalit
tale da consentire al lettore di individuare lopera originale,
senza che il lettore sia indotto ad attribuire la paternit
della parodia stessa allautore dellopera originale.

La base giuridica di partenza costituita dalla direttiva


2001/29 sul diritto dautore e i diritti connessi che, al Considerando 31, stabilisce la necessit di assicurare un giusto
equilibrio tra i diritti e gli interessi delle varie categorie di
titolari nonch tra quelli dei vari titolari e quelli degli utenti
dei materiali protetti e, allart. 5, inserisce la parodia e le
caricature tra le eccezioni al diritto dautore (e, quindi, tra i
casi in cui ammesso lo sfruttamento di unopera protetta,
senza dover versare nulla al creatore dellopera originaria).
In merito alla prima questione, la Corte ritiene che la
nozione di parodia, in assenza di una definizione legislativa, debba essere intesa sulla base del significato abituale
del termine nel linguaggio corrente. Lopera parodistica,
quindi, dovrebbe, da un lato evocare unopera esistente, pur
presentando percettibili differenze rispetto a questultima, e,
dallaltro, costituire un atto umoristico o canzonatorio.
Sul secondo profilo, invece, la sentenza si ricollega alla
nozione di giusto equilibrio: luso di unimmagine altrui,
modificata e parodiata, determina creazione di una nuova
opera.
In definitiva, la parodia deve limitarsi a contenere differenze
facilmente riconoscibili rispetto allopera originale e non
deve creare confusione sulla paternit delle opere. Non
necessario, invece, che sia citata lopera primaria, n che sia
dovuto un compenso al suo autore.
Pi complessa ma la Corte di Giustizia non si pronuncia
sul punto, essendo di competenza del giudice nazionale

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invece la questione relativa al diritto dellautore di impedire lutilizzo della propria opera laddove la parodia, come
nel caso di specie, contenga messaggi violenti o razzisti.
Sul punto, lopinione dellAvvocato Generale aveva proposto
una lettura salomonica, affermando che luso dellimmagine
originaria non possa essere interdetto solo perch il messaggio non condiviso dallautore dellopera originale o pu
sembrare deplorevole a gran parte dellopinione pubblica,
ma, al contempo, che non siano ammissibili le alterazioni
dellopera originale che, nella forma o nella sostanza, trasmettano un messaggio radicalmente contrario alle convinzioni
pi profonde della societ. In altri termini, occorre rispettare
non le idee e le convinzioni dellautore dellopera parodiate,
ma quelle dai contorni sicuramente sfumati dellintera
societ sulle quali, riprendendo ancora le parole dellAvvocato
Generale, si fonderebbe lo spazio pubblico europeo.

OPERE ORFANE:
RECEPITA LA
DIRETTIVA
COMUNITARIA

Nel corso del 2015, la Commissione valuter una riforma


organica del diritto dautore, aggiornando la direttiva InfoSoc
del 2001. Tra i temi in agenda, v anche la parodia e, in
genere, le utilizzazioni non commerciali di opere protette:
unarea fondamentale, soprattutto nel nuovo contesto tecnologico, in cui il copyright dovrebbe essere stimolo alla creativit e non suo limite.

UNA DIRETTIVA TROPPO


RESTRITTIVA, UNA LEGGE DI
RECEPIMENTO ANCORA PI
RIDUTTIVA: SCARSO CORAGGIO A
DANNO DELLA DIFFUSIONE DELLE
OPERE DIGITALIZZATE

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on il decreto legislativo 10 novembre 2014, n. 163


pubblicato in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n.
261 stata recepita la Direttiva 2012/28/UE sugli usi
consentiti di opere orfane, ovvero di quelle opere creative
protette dal diritto dautore in relazione alle quali non
nota la paternit, ovvero non sono noti i titolari dei diritti
di propriet intellettuale.
La Direttiva trae origine dalla Raccomandazione del 2006
sulla digitalizzazione on-line, il cui principale obiettivo
era quello di preservare il patrimonio culturale esistente,
consentendogli la massima accessibilit da parte dei cittadini europei.
La discrasia tra la durata dei diritti dautore (settantanni
dopo la morte dellautore dellopera) e la vita commerciale
delle opere nota: la maggior parte delle opere letterarie
e scientifiche, che arricchiscono il patrimonio delle biblioteche, dopo qualche anno (in media cinque) sono fuori
commercio. Opere, quindi, che sono difficilmente reperibili
dagli utenti e che non determinano alcun ritorno economico per gli autori e per gli altri titolari dei diritti sulle
opere stesse.
Il problema delle opere orfane nasce dalla difficolt di
individuare i titolari dei diritti sulle opere stesse e, quindi,
di ottenere un consenso preventivo per la digitalizzazione
e la messa a disposizione al pubblico di unopera o di un
altro contenuto protetto.
In unottica, quindi, di rilancio e di promozione della
cultura europea, attraverso la massimizzazione della libera
circolazione della conoscenza, il provvedimento adottato
dal Governo, in vigore dal prossimo 25 novembre, introduce allinterno della Legge sul Diritto dAutore (Legge 22
aprile 1941, n. 633) alcune nuove disposizioni (artt. 69-bis
69-septies) sarebbe volto a consentire a biblioteche,
istituti di istruzione e musei accessibili al pubblico, archivi,
istituti per il patrimonio cinematografico o sonoro ed emittenti del servizio pubblico di:
a) riprodurre lopera orfana ai fini di digitalizzazione, indicizzazione, catalogazione, conservazione o restauro;
b) mettere lopera orfana a disposizione del pubblico af-

finch ciascuno possa avervi accesso liberamente.


Le facolt cos riconosciute ai citati istituti devono essere, in ogni
caso, funzionali agli scopi di interesse pubblico perseguiti da tali
organizzazioni e gli eventuali ricavi, generati attraverso lutilizzo
di tali opere, devono essere destinati a coprire i costi sostenuti
per le attivit di digitalizzazione e messa a disposizione delle
opere stesse.
Non tutte le opere orfane sono suscettibili di tale utilizzo. Lart.
69-ter circoscrive lambito di applicazione ad alcune categorie di
opere o materiali: libri, riviste, quotidiani, rotocalchi o altre pubblicazioni, opere cinematografiche o audiovisive e fonogrammi
conservati nelle collezioni di biblioteche, istituti di istruzione o
musei accessibili al pubblico, nonch nelle collezioni di archivi
o di istituti per il patrimonio cinematografico o sonoro; opere
cinematografiche o audiovisive e fonogrammi prodotti da emittenti di servizio pubblico fino al 31 dicembre 2002 e che siano
conservate nei loro archivi (art. 69-bis, comma 1); nonch alle
opere e agli altri contenuti protetti che sono inclusi, incorporati o
che formano parte integrante delle opere o dei fonogrammi delle
opere citate.
Affinch unopera o un fonogramma possano definirsi orfani
necessario che, a seguito di una ricerca diligente, non sia stato
possibile individuare alcun titolare dei diritti o, laddove il titolare
sia stato individuato, non sia stato possibile rintracciarlo.
Al fine di una definitiva armonizzazione delle regole sul copyright
nei vari Paesi membri, inoltre, lopera considerata orfana secondo
la legge di uno Stato membro sar riconosciuta come tale anche
in tutti gli altri Stati membri. In ogni caso, non possono essere
considerate orfane le opere in commercio.
Per quanto riguarda la ricerca volta ad individuare o rintracciare
il titolare dei diritti dautore di unopera, il decreto stabilisce
che debba essere condotta attraverso la consultazione di fonti
di informazione appropriate, di cui lart. 69-septies fornisce un
elenco esemplificativo (il Registro pubblico generale delle opere
protette; il Sistema Bibliotecario Nazionale; le banche dati dei
libri in commercio ALICE e ESAIE, lISSN per i periodici; le banche
dati delle societ di gestione collettiva, inclusi gli organismi che
gestiscono i diritti di riproduzione; le banche dati di istituti per
il patrimonio cinematografico o sonoro; ecc...) e che sia svolta
nello Stato membro di prima pubblicazione o - in caso di man-

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cata pubblicazione nello Stato membro di prima diffusione


dellemissione.
Laddove nel corso di una ricerca svolta in Italia emergano motivi
per ritenere che le informazioni necessarie allindividuazione
del titolare del diritto debbano essere recuperate in altri Paesi,
dovr procedersi anche alla consultazione delle fonti disponibili
in tali Paesi.
In ogni caso garantito al titolare dei diritti di unopera considerata orfana di rivendicarne - in qualunque momento e anche in
sede giudiziaria - la paternit e di ottenere il riconoscimento di
un equo compenso, a titolo risarcitorio, per lutilizzo dellopera
stessa compiuta prima della sua riemersione.
Il legislatore ha probabilmente ecceduto nelle garanzie riconosciute ai titolari dei diritti, dettando un elenco articolato delle
attivit da compiere per essere ritenuti diligenti. Il provvedimento italiano, se paragonato alle leggi o ai progetti di legge di
conversione della direttiva di altri Stati membri, rischia cos di
essere penalizzante per gli utilizzatori e, in generale, per la diffusione della cultura, scoraggiando, di fatto, la nuova vita di opere
spesso di difficile reperibilit.
In tale prospettiva, a livello ministeriale, sarebbe auspicabile la
predisposizione di una piattaforma informatica unica, che consenta di consultare agevolmente le opere non orfane, riducendo
tempi e costi per coloro che, conformemente agli intenti del decreto, intendono valorizzare opere altrimenti destinate alloblio.
Gi la direttiva comunitaria, del resto, non aveva brillato per audacia: scarsissime le aperture ai soggetti privati, forte incertezza
sulle sorti delle opere, perennemente gravate dalla possibilit di
un ritorno del titolare dei diritti sullopera. Questultimo, anche
a seguito dellavvenuta digitalizzazione, frutto di un lavoro
diligente di ricerca dellautore, pu in ogni momento rivendicare i propri diritti sullopera, ottenendo un indennizzo da parte
dellutilizzatore.
Misure che potrebbero avere un forte effetto dissuasivo sui
soggetti interessati a realizzare la digitalizzazione delle opere
orfane, che, a fronte di unattivit costosa e per nulla redditizia,
sono costretti a confrontarsi con i rischi e le incertezze di un
eventuale ricomparsa dellautore o dei suoi aventi diritti.
Unultima osservazione, corollario della precedente.
Lelencazione delle banche dati avrebbe dovuto includere anche
i registri dei nuovi operatori che, non senza fatica, si stanno sul
mercato: basti pensare ai servizi che consentono forme alternative di protezione della paternit e dellanteriorit delle opere
rispetto al tradizionale deposito in SIAE. Diversamente, si rischia
al fine di evitare la qualifica di opera orfana che gli autori
tendano a preferire i registri elencati nel provvedimento normativo, a scapito degli altri, determinando, seppur indirettamente,
unalterazione degli assetti concorrenziali.

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WEB REPUTATION
LA SCURE
DELLAGCM SU
TRIPADVISOR
STELLE, PALLINE E LIKE: QUANTO
SONO AFFIDABILI LE RECENSIONI DI
TRIPADVISOR? I DUBBI E LE CENSURE
DELLAGCM

N:

Tripadvisor, il popolare sito di recensioni turistiche non pu promettere ai propri utenti la veridicit e lautenticit di opinioni, giudizi
e valutazioni che gli utenti medesimi attribuiscono a strutture alberghiere e ristoranti perch non in grado di garantire che sia cos
davvero.
questa la sintesi della decisione con la quale, dopo una lunga istruttoria, lAGCM ha inflitto, lo scorso dicembre, a Tripadvisor una multa
salata da 500 mila euro.
Le conclusioni cui sono giunti i componenti dellAuthority italiana non sorprendono perch sono sostanzialmente le stesse alle quali si
era gi pervenuti in Inghilterra quasi tre anni fa, quando la competente Authority di Sua Maest aveva ordinato a Tripadvisor di smettere
immediatamente di utilizzare espressioni che inducessero gli utenti a ritenere che le recensioni sulla piattaforma fossero effettivamente
tutte reali, oneste ed affidabili.
Sorprende semmai di pi che a seguito di quella decisione Tripadvisor abbia scelto di adeguare la propria pubblicit solo in Inghilterra
continuando, altrove, a promuovere la propria piattaforma come uno strumento di aggregazione di recensioni vere e autentiche, di cui ti
puoi fidare.
Ma, a ben vedere, la vera notizia non n la maxi-multa inflitta dallAntitrust a Tripadvisor, n la circostanza che questultima dovr ora
cambiare, anche in Italia, claim e formule promozionali.
A scorrere le oltre 25 pagine del provvedimento dellAuthority, infatti, si ha limpressione che nel corso del procedimento, sul banco degli
imputati, sia salito lintero sistema dei feedback dal basso che, nella sostanza, finisce con lessere giudicato inattendibile e inaffidabile.
questa, forse, la vera notizia.
la metrica del web per eccellenza, quella affidate a stelle, palle, palline e like che, nella vicenda di Tripadvisor, viene considerata fallace
e suscettibile di manipolare le dinamiche di mercato e, attraverso esse, il libero gioco della concorrenza.
Tripadvisor sbaglia quando invita probabilmente con troppa enfasi i propri utenti a fidarsi troppo dellautenticit e sincerit delle
recensioni pubblicate sulle proprie pagine e bene, quindi, ha fatto lAuthority a richiamarla allordine ma, sta di fatto che pubblicit o
non pubblicit dalle scelte di hotel e ristoranti, a quelle dei regali di natale o degli acquisti nelle bacheche del sito daste online pi
famoso del mondo, passando per i colossi dellecommerce di ogni genere, per le grandi piattaforme di musica e di app ed arrivando fino
a cliniche, medici ed ospedali, non c, ormai, prodotto o servizio disponibile sul mercato online che non sia recensito e referenziato dal
basso o, almeno, apparentemente dal basso.
Ed ovvio, quindi, che quando si sfogliano gli atti di una sorta di involontario processo ai feedback, sorgano mille domande sul futuro di
questo straordinario fenomeno e sulle responsabilit di chi, a vario titolo, ne ha compromesso limmagine, la reputazione e laffidabilit.
Il meccanismo di reputation online per eccellenza ovvero le opinioni degli utenti sembrano, infatti, godere di una pessima reputazione.
Ma di chi la colpa e, soprattutto, si sta facendo abbastanza per frenare un fenomeno che avrebbe potuto e dovuto rappresentare un
elemento di forza dei mercati online mentre rischia di trasformarsi nel loro tallone di Achille?
Possibile che ci si debba davvero rassegnare allidea che le forchette delle guide dei ristoranti di un tempo o le stelle e stelline di Stato
di hotel ed alberghi offrano valutazioni e giudizi pi puntuali ed affidabili di quelli di centinaia di milioni di utenti e consumatori?
difficile dire se la soluzione stia nelleducazione civica digitale o in una guerra senza esclusione di colpi legali e normativi si intende!
contro chi fa mercimonio di recensioni false, dopando ed alterando il gioco del mercato ma, forse, qualcosa si pu e si deve ancora fare.
Non possiamo rassegnarci allidea che il giudizio di un utente come noi che non vuole e non deve venderci nulla valga di meno di
quello di chi legittimamente promuove il suo servizio o quello di chi lo ha pagato per promuoverlo solo perch, tra i giudizi degli utenti
come noi, c il rischio si infiltrino occultamente valutazioni o giudizi a pagamento e, per questo, ingannevoli, decettivi e disonesti.
giusto richiamare allordine chi, come Tripadvisor, ha fatto degli altrui giudizi la propria fortuna forse senza curarsi troppo di obiettivit
e affidabilit delle recensioni ma non basta.
Non colpa di Tripadvisor se si recensiscono alberghi o ristoranti che non si sono mai visitati o se si stronca il futuro di un prodotto o di
un servizio solo perch si pagati per farlo da un concorrente del suo venditore.

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LEMBEDDING NON COMPORTA


UNA NUOVA E DIVERSA
UTILIZZAZIONE DEL CONTENUTO

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LEMBEDDING NON VIOLA IL


COPYRIGHT
BUONE NOTIZIE PER LA DIFFUSIONE DELLE OPERE: PER LA CORTE DI
GIUSTIZIA, EMBEDDARE UN VIDEO NON VIOLA IL COPYRIGHT.

opo il caso Swenson, la Corte di Giustizia torna sul


tema della diffusione mediante linkingo embedding
di un contenuto gi condiviso in rete su piattaforme come
YouTube, e lo fa ribadendo il principio per cui lembedding
non costituisce una violazione del copyright.
La questione pregiudiziale sottoposta alla Corte di Giustizia
nasce in Germania da unazione intentata da unazienda
produttrice di filtri per lacqua, la BestWater, nei confronti di
due agenti di vendita concorrenti, i quali avevano consentito
ai visitatori del proprio sito internet di visualizzare
medianteembedding un video realizzato dalla BestWater e
disponibile sullaccount YouTube di questultima.
Come noto, lembedding consiste nellincorporazione
allinterno di un sito di un video originariamente diffuso
su unaltra piattaforma (per esempio, YouTube), in modo
tale che, a differenza di quanto accade con il linking, la
visualizzazione dellopera possibile senza la necessit
di abbandonare il sito che ha effettuato lembedding; in
altri termini, lutente ha limpressione che il contenuto
appartenga al sito su cui sta navigando, mentre in realt
proviene da unaltra piattaforma; peraltro, sono le stesse
piattaforme di streaming, come YouTube, a consentire
tale pratica attraverso il rilascio di appositi codici per
lembedding dei loro contenuti su altri siti internet.
Il ragionamento seguito dalla Corte Ue per arrivare alla
conclusione secondo cui lembedding da YouTube non viola
il diritto dautore, che tale pratica non comporta una nuova
e diversa forma di utilizzazione del contenuto embeddato
nella misura in cui lopera comunicata allo stesso
pubblico gi preso in considerazione dai titolari dei diritti al
momento di autorizzare la diffusione dellopera sul sito di
partenza (in questo caso, YouTube).

dai titolari dei diritti, allora non necessario chiedere una


nuova autorizzazione per embeddare ovvero linkare il
medesimo contenuto su un altro sito internet; ci in quanto
una volta caricata su piattaforme come YouTube, lopera
gi disponibile senza limitazioni per la generalit degli
utenti con lespressa autorizzazione dei titolari dei diritti, i
quali, quindi, hanno preso in considerazione lintera platea
di Internet come pubblico potenziale a cui lopera pu
essere comunicata.

Ovviamente il principio affermato dalla Corte non


applicabile nel caso in cui lopera sia stata messa a
disposizione del pubblico con delle limitazioni: per esempio
accesso a pagamento ovvero restrizioni territoriali; in questo
caso, la comunicazione a un pubblico diverso da quello
originariamente preso in considerazione (negli esempi
fatti, il pubblico pagante ovvero quello residente in un
determinato territorio), comporta una nuova e diversa forma
di utilizzazione che deve essere autorizzata dai titolari dei
diritti.
La posizione assunta dalla Corte di Giustizia destinata
a produrre i propri effetti anche in Italia dove la SIAE
ha raggiunto un accordo con Google per lo streaming di
opere musicali e audiovisive del repertorio SIAE nei video
presenti sulla piattaforma YouTube, e dove in passato
la giurisprudenza si in alcuni casi mostrata incline a
considerare illecita la pratica del linking o dellembedding
in assenza di una nuova autorizzazione da parte dei titolari
dei diritti.

In altri termini, se la comunicazione al pubblico sul sito


originario deve considerarsi legittima in quanto autorizzata

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DIRITTO DAUTORE:
SIAE, LESCLUSIVA
NON COS
ESCLUSIVA
PER LA PRIMA VOLTA, UN GIUDICE
ITALIANO CIRCOSCRIVE LESCLUSIVA
CHE LA LEGGE SUL DIRIT TO DAUTORE
RICONOSCE ALLA SIAE. UNA DECISIONE
IMPORTANTE, CHE POTREBBE
FINALMENTE MUTARE IL MERCATO
DELLA GESTIONE COLLETTIVA DEI
DIRITTI DAUTORE.

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Ha fatto notizia forse, persino pi di quanto non meritasse la duplice decisione resa, in sede cautelare, dal Tribunale di
Milano che, tanto nel primo che nel secondo grado di un procedimento durgenza ha rigettato il ricorso di un cantautrice italiana
che aveva adito i Giudici affinch ordinassero alla Soundreef Ltd, societ di diritto inglese, di interrompere la propria attivit di
intermediazione dei diritti dautore per musica dambiente nel nostro Paese.
Secondo la ricorrente, infatti, la societ inglese, svolgendo tale attivit in Italia, avrebbe violato lesclusiva che la legge sul
diritto dautore riconosce alla SIAE, la societ italiana autori ed editori e cos facendo posto in essere unattivit di concorrenza
sleale tanto in danno della SIAE che della cantautrice medesima, nella sua qualit di titolare dei diritti e produttrice musicale di
s stessa.
Nel rigettare il ricorso, il Tribunale di Milano, con una duplice decisione prima nel suo genere in Italia ha stabilito, sebbene
con i limiti propri del procedimento cautelare, che lesclusiva che lart. 180 della Legge sul diritto dautore riconosce alla SIAE
appare limitata ai soli diritti insistenti su opere di autori italiani, pubblicate per la prima volta in Italia, in conformit a quanto
disposto dalla medesima legge sul diritto dautore che, appunto, limita il proprio ambito di applicazione a tale categoria di
diritti.
Secondo i Giudici, peraltro, una interpretazione estensiva della citata esclusiva sarebbe incompatibile con la disciplina europea
tanto in tema di libera circolazione dei servizi che specificamente in tema di intermediazione dei diritti dautore.
A leggere le due decisioni rese dal Tribunale di Milano - ancora una volta con lavvertenza che si tratta, appunto, di decisioni cautelari rese, dunque, allesito di una cognizione sommaria sembra, dunque, di poter concludere che, allo stato, sussistano almeno
buoni argomenti per ritenere sensibilmente circoscritta lesclusiva che la legge sul diritto dautore riconosce alla SIAE con lovvia
conseguenza che lattivit di intermediazione dei diritti dautore dovrebbe ritenersi ovviamente negli ambiti ed in relazione
alle opere non coperti dalla citata esclusiva libera almeno ove posta in essere da societ stabilite in altri Paesi europei.
Non vi sono allo stato sufficienti elementi per ritenere che la diffusione di musica da parte di Soundreef nel territorio italiano
ha stabilito, infatti, il Collegio del Tribunale di Milano in sede di reclamo - sia illecita in forza della riserva concessa alla SIAE
dallart. 180 L. aut. n sembra infatti potersi affermare che la musica () gestita da Soundreef e da questa diffusa in Italia in
centri commerciali GDO e simili, debba obbligatoriamente essere affidata allintermediazione di SIAE. Una simile pretesa entrerebbe in conflitto con i principi del libero mercato in ambito comunitario e con i fondamentali principi della libera concorrenza.
E-Lex, che assiste la societ inglese sin dalla sua fondazione e che lha assistita nella vicenda in oggetto, nel corso del giudizio
aveva, peraltro, chiesto ai Giudici nella denegata ipotesi in cui avessero ritenuto di interpretare in maniera estensiva lesclusiva
che la disciplina nazionale riconosce alla SIAE in relazione allintermediazione dei diritti dautore di sollevare una questione
di pregiudizialit comunitaria dinanzi alla Corte di Giustizia affinch questultima chiarisse se possa effettivamente considerarsi
compatibile con il diritto dellUnione Europea il riconoscimento ex lege ad una societ stabilita in Italia di unesclusiva idonea a
precludere ad ogni altra societ europea di licenziare diritti dautore ad utilizzatori finali stabiliti in Italia, salvo che avvalendosi
previa conclusione di cc.dd. accordi di reciprocit di servizi di intermediazione erogati dalla stessa esclusivista italiana.
Come si anticipato, tuttavia, i Giudici non hanno ritenuto necessario sollevare tale questione ai fini della decisione della controversia, ritenendo che lesclusiva della SIAE non appaia, allo stato, di ostacolo allattivit di intermediazione esercitata da altre
collecting society di diritto europeo in relazione a diritti dautore che il Tribunale di Milano ha ritenuto estranei allambito di
applicazione della disciplina italiana della materia e, dunque, allambito di operativit dellesclusiva.
La vicenda ha riacceso un dibattito in realt mai completamente sopito tra addetti ai lavori, titolari dei diritti, giuristi e parlamentari sullopportunit di un intervento normativo chiarificatore che valga a ridefinire la disciplina della materia, affidata
attualmente almeno per quanto concerne lesclusiva accordata alla SIAE a disposizioni varate in un contesto di mercato
completamente diverso da quello odierno e, probabilmente, superato dalla globalizzazione di tutti i mercati e, in particolare, del
mercato dei diritti di propriet intellettuale che, insistendo sullimmateriale, sono, per definizione, pi liquidi e transnazionali
di ogni altro mercato pure, ormai, reso liquido dalle tecnologie digitali e telematiche.
Le due decisioni del Tribunale di Milano, annotate e commentate da una vasta platea di studiosi della materia, rappresentano,
allo stato, un primo timido passo nella direzione di una pi marcata liberalizzazione del mercato dei diritti dautore alla quale,
probabilmente, sarebbe opportuno mettere mano in occasione dellattuazione, in Italia, della recente Direttiva 2014/26/UE del
Parlamento Europeo e del Consiglio del 26 febbraio 2014 sulla gestione collettiva dei diritti dautore e dei diritti connessi e
sulla concessione di licenze multiterritoriali per i diritti su opere musicali per luso online nel mercato interno.
A prescindere dalla posizione di ciascuno nel merito fuor di dubbio che il tema della liberalizzazione del mercato
dellintermediazione dei diritti dautore sar al centro del dibattito politico e giuridico-economico nel corso dellanno appena
iniziato.

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LA COMMISSIONE
EUROPEA SUL
DIRITTO DAUTORE:
CAMBIA TUTTO O NON
CAMBIA NULLA?
LA COMMISSIONE EUROPEA HA
PUBBLICATO IL WORK PROGRAMME
2015, ANNUNCIANDO UNA RADICALE RIFORMA DEL COPYRIGHT.
QUALI SONO I PUNTI DA MODIFICARE
E QUALE SAR IL RUOLO DEGLI
STAKEHOLDER?

a Commissione europea ha pubblicato il


Work Programme 2015, tra i cui obiettivi, per
il Mercato interno, spicca quello di assicurare ai
consumatori un accesso transfrontaliero ai servizi
digitali, creando condizioni di parit per le imprese
e presupposti per incentivare leconomia digitale.
Tra le varie proposte legislative, il Work Programme
menziona espressamente la modernizzazione del
copyright.
Una modernizzazione di cui si discusso molto,
recentemente, anche a seguito della chiusura della
consultazione pubblica sulla revisione delle regole
del diritto dautore, lanciata a dicembre 2013 e
chiusa lo scorso marzo. La consultazione ha prodotto
unalluvione di risposte oltre diecimila, sebbene
molte di quelle presentate dagli stakeholder siano in
fotocopia che porteranno alla pubblicazione di un
White Paper che dovrebbe indirizzare i prossimi passi
della Commissione.
Lo stesso giorno del lancio della Commissione, la
giovane deputata europea del Partito Pirata, Julia
Reda, ha annunciato che sar rapporteur sullo stato
di implementazione della direttiva InfoSoc del
2001, che costituisce, allinterno della legislazione
comunitaria, la pietra miliare sul diritto dautore.
Insieme alla Reda, lavoreranno altre eurodeputate, tra
cui Laura Ferrara, del Movimento Cinque Stelle.
unoccasione importante ed interessante
che un ruolo centrale sia stato assegnato a una
parlamentare che, in passato, si mostrata sensibile
verso istanze di apertura e di rinnovamento
dellattuale assetto regolamentare. Una persona non
riconducibile ai poteri forti e che, al contrario, ha
combattuto in passato battaglie contro i giganti e gli
oligopoli della propriet intellettuale.
La sfida a cui chiamata la Commissione di
estrema importanza nelleconomia europea. Il

26

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quadro tecnologico, dalla direttiva del 2001,


cambiato sensibilmente: lavvento di piattaforme
come YouTube e Daily Motion e di servizi come
Deezer e Spotify; lesplosione dei social network e
gli strumenti di embedding; la digitalizzazione delle
opere; il progressivo passaggio degli utenti da meri
fruitori a generatori di contenuti. Lelenco potrebbe
continuare a lungo e, forse, non essere esaustivo.
Una riforma organica del copyright dovr provare a
sciogliere questi nodi, con scelte coraggiose, capaci
di schivare le pressioni lobbistiche che potrebbero
arginare questo processo.
La polarizzazione delle istanze dei titolari dei diritti,
spesso pi attenti a mantenere posizioni radicate,
sebbene talora anacronistiche, e degli OTT di
internet, non sempre disposti a riconoscere royalties
sufficienti agli autori, potrebbe costituire il maggior
ostacolo ad una pacata e obiettiva discussione.
In altri termini, la montagna potrebbe partorire
un topolino: quanto avvenuto, del resto, con il
Green Paper Copyright in the Knowledge Society
dove, a fronte di una partecipazione massiccia degli
stakeholder, le modifiche accolte furono minime.
Difficile immaginare quale sar il destino della
nuova consultazione, ma pare improbabile che gli
organi comunitari siano effettivamente in grado di
esaminare la valanga di position paper consegnati.
I punti sui quali incidere sono per tanti. Innanzi
tutto, larmonizzazione delle differenze legislative
nazionali che, spesso, costituiscono un ostacolo alla
fruizione trasnfrontaliera delle opere. Ancor prima,
forse, un quadro giuridico dai contorni spesso opachi,
di difficile comprensione per gli stessi operatori del
settore. E ancora: chiarire e ampliare il novero delle
utilizzazioni libere per finalit non commerciali,
fissando esplicitamente i limiti di critica, parodia (su
cui si espressa anche la Corte di Giustizia) e attivit
di ricerca.
Identico discorso potrebbe essere fatto per il
linking soprattutto nel caso degli aggregatori di
link postati da soggetti terzi, spesso ingiustamente
accusati di favorire attivit di pirateria e per
lembedding, su cui pure si sono pronunciati di
recente i giudici comunitari.
La durata del diritto dautore che ha raggiunto
livelli ipertrofici, che danneggiano la creativit
anzich favorirla un altro aspetto da ripensare,
riducendone lattuale misura e adeguandola alla vita
commerciale delle opere. Non immaginabile che
un diritto permanga per settantanni dalla morte
dellautore, dove la maggior parte delle opere sono
fuori catalogo in un quinquennio.

fondamentale, poi, che si incida sui meccanismi di distribuzione delle opere sebbene la questione investa
anche altri ambiti, come quelli antitrust in modo da incentivare realmente, e non solo nelle declamazioni
legislative, la diversit culturale.
Laugurio che la Reda e i suoi shadow rapporteurs siano forti e indipendenti abbastanza da non soggiacere
alle spinte contrapposte dalle quali saranno investiti. Purtroppo, gli esempi delle direttive sulle opere orfane
e sulle societ di gestione collettiva solo per citare gli ultimi esempi inducono a non indulgere a facili

27

LA CORTE DI GIUSTIZIA CONFERMA


IL MONOPOLIO NELLA GESTIONE DEI
DIRITTI DAUTORE?
LA CORTE DI GIUSTIZIA E I MONOPOLI NELLA GESTIONE DEI DIRIT TI
DAUTORE E DEI DIRIT TI CONNESSI: SIAMO SICURI CHE SIA UNA
SENTENZA SALVA- SIAE?

a Lebn lzn Marinsk Lzn a.s. un istituto


termale della Repubblica Ceca che diffonde nelle
proprie camere trasmissioni televisive e radiofoniche in
assenza di un accordo di licenza con la societ di gestione
collettiva dei diritti dautore per il pagamento delle royalties
dovute agli autori delle opere utilizzate. La controparte, la
collecting society ceca OSA sostiene che tale pratica sia
contraria alla legge.
La controversia decisa dalla Corte di Giustizia, a seguito di
pronuncia pregiudiziale sollevata dal giudice ceco, verte
sulla corretta interpretazione degli artt. 3 e 5 della direttiva
2001/29/CE, sullarmonizzazione del diritto dautore e dei
diritti connessi nella societ dellinformazione, dellarticolo
16 della direttiva 2006/123/CE (c.d. direttiva servizi),
nonch degli articoli 56 e 102 TFUE.
La Corte di Giustizia investita di un ulteriore quesito: la
normativa ceca assegna in via esclusiva ad OSA il diritto
a richiedere il pagamento delle remunerazioni per i diritti
dautore dei propri associati. Lart. 97 della legge ceca sul
diritto dautore stabilisce, infatti, che gli enti di gestione
collettiva, per esercitare le proprie funzioni, devono
ottenere unautorizzazione pubblica; il successivo art. 98,
par. 6, lett. c) pone, quale prerequisito per lottenimento
dellautorizzazione, che nessun altra societ di gestione
collettiva abbia ottenuto una identica autorizzazione per il
medesimo diritto e per le medesime utilizzazioni.
In questo modo, si determina una situazione monopolistica
che, tuttavia, presenta almeno tre differenze rispetto a
quella italiana. Lart. 180 l.d.a., com noto, assegna alla SIAE
unesclusiva di diritto, comunemente, ma imprecisamente
qualificata come monopolio; a differenza del caso ceco, nel
nostro ordinamento lunicit dellente di gestione collettiva
determinata ex lege e non in virt di unautorizzazione
amministrativa. La seconda differenza data dal fatto che
la SIAE un ente pubblico economico, mentre la OSA cos
come la maggior parte delle collecting society europee
un ente privato; infine, lautorizzazione di OSA riguarda solo
alcuni diritti ed alcune utilizzazioni delle opere, mentre la
SIAE un ente di gestione collettiva generalista, nel senso
che si occupa dellintermediazione di tutti i diritti dautore.
La Corte di Giustizia chiamata ad affrontare la conformit
della situazione di monopolio creatasi nellordinamento
ceco con lart. 102 TFUE e, soprattutto, con lart. 106
TFUE, secondo cui Gli Stati membri non emanano n
mantengono, nei confronti delle imprese pubbliche e delle

28

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imprese cui riconoscono diritti speciali o esclusivi, alcuna


misura contraria alle norme dei trattati, specialmente a
quelle contemplate dagli articoli 18 e da 101 a 109 inclusi.
La previsione legislativa completata dal secondo paragrafo
che prevede che Le imprese incaricate della gestione di
servizi di interesse economico generale o aventi carattere
di monopolio fiscale sono sottoposte alle norme dei trattati,
e in particolare alle regole di concorrenza, nei limiti in
cui lapplicazione di tali norme non osti alladempimento,
in linea di diritto e di fatto, della specifica missione
loro affidata. Lo sviluppo degli scambi non deve essere
compromesso in misura contraria agli interessi dellUnione.
La Corte, uniformandosi di fatto allopinione dellAvvocato
Generale, ritiene che la concessione di un diritto di esclusiva,
e la conseguente instaurazione di un regime monopolistico,
non violi il diritto dellUnione. Difatti, argomenta la Corte,
laddove si consentisse a un utilizzatore di opere protettte
[] di scegliere liberamente un qualsiasi ente di gestione
stabilito nel territorio dellUnione al fine di ottenere
lautorizzazione per lutilizzo delle opere e di pagare le
remunerazioni da esso dovute, si determinerebbero, allo
stadio attuale del diritto dellUnione, rilevanti problemi di
controllo riguardanti lutilizzo di tali opere e il pagamento
delle remunerazioni dovute.
Del resto, lassegnazione di tale esclusiva, sebbene determini
una posizione dominante sul mercato ex art. 102 TFUE,
sarebbe idonea a violare il diritto solo nel caso in cui
non persegua interessi generali ovvero non sia idonea a
realizzare tali obiettivi. Lart. 16, invece, afferma il diritto dei
prestatori di fornire un servizio in uno Stato membro diverso
da quello in cui sono stabiliti. Lart. 17 della direttiva,
nellelencare le deroghe a tale principio, vi riconduce anche
i diritti dautore e i diritti connessi, senza specificare, per, se
la deroga afferisca anche ai servizi prestati dalle collecting
societies.
La decisione in commento, apparentemente, sembra
affermare che la determinazione di un monopolio sia
preferibile. In tal senso parrebbe militare, in particolare,
il punto 72 della sentenza, dove si afferma che una
normativa come quella oggetto del procedimento principale,
che, ai fini della gestione dei diritti dautore relativi a una
categoria di opere protette, accordi a un ente di gestione,
quale lOSA, un monopolio nel territorio dello Stato membro
interessato, deve essere considerata come finalizzata a
tutelare i diritti di propriet intellettuale, dato che essa
idonea a consentire una gestione efficace di tali diritti

nonch un controllo efficace del loro rispetto su tale territorio.


La fattispecie, tuttavia, deve essere letta in un quadro pi ampio, non potendosi scindere laffermazione summenzionata della
Corte dalla disciplina generale in materia di monopoli, cos come affermata nel Trattato ed esplicata dalla giurisprudenza
comunitaria. I monopoli cui sono equiparate le attribuzioni di diritti di esclusiva costituiscono unanomalia del mercato
e, pertanto, sono tollerati dal diritto dellUnione, ma mai preferiti. La valutazione sullattribuzione di diritti esclusivi, quindi,
deve essere il frutto di unanalisi case-by-case, analizzando lattitudine delle imprese destinatarie di tali diritti a sfruttare
abusivamente la propria posizione dominante.
Nella sentenza in questione, infatti, il monopolio dellOSA ritenuto legittimo per la concomitanza di due circostanze,
appurate nel corso della fase istruttoria. Innanzi tutto, lapplicazione di tariffe eccessive che, se paragonate a quelle praticate
da altri enti stabiliti in altri Stati membri, costituisce effettivamente lindizio di un abuso di posizione dominante ai sensi
dellarticolo 102 TFUE (cfr. par. 87 della sentenza). Tuttavia, lapprezzamento di tale abuso non pu essere rilevato dalla Corte
di Giustizia, ma rimesso al giudice del rinvio.
La seconda ragione rappresentata dai problemi connessi con il controllo degli utilizzatori e la ripartizione dei proventi
agli aventi diritti, nel caso in cui si consentisse di allargare il mercato della gestione dei diritti. Anche in questo caso, per, la
sentenza pare voler circoscrivere sensibilmente la portata di tale affermazione, che ammissibile solo in circostanze come
quelle oggetto del procedimento principale e, comunque, allo stato attuale del diritto dellUnione.
Difficile sostenere che la medesima situazione possa valere per la SIAE: da anni i bilanci dellente evidenziano che a
societ spende pi di quanto raccoglie per i diritti dautore. Allo stesso modo, la decisione della Corte di Giustizia che pare
evidenziare uno scontro tra istituzioni comunitarie (la Commissione, da un lato; la Corte di Giustizia, dallaltro) non venga ad
essere travolta dallapprovazione della Direttiva 2014/26/UE del 26 febbraio 2014, sulla gestione collettiva dei diritti dautore
e dei diritti connessi e sulla concessione di licenze multiterritoriali per i diritti su opere musicali per luso online nel mercato
interno.

29

IL DECRETO CONTENENTE
LE NUOVE TARIFFE STATO
IMPUGNATO DA NUMEROSI
SOGGETTI DINANZI AL TAR
LAZIO.

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IL CASO COPIA PRIVATA


AGGIORNATE LE TARIFFE DEL COMPENSO PER LA COPIA PRIVATA. UN
MODELLO CHE ANDREBBE RADICALMENTE RIPENSATO ALLA LUCE DEI
NUOVI CONSUMI DIGITALI.

datato 20 giugno 2014 ed stato pubblicato sulla


Gazzetta Ufficiale il 7 luglio il Decreto con il quale il
Ministro dei beni e delle attivit culturali, Dario Franceschini
ha aggiornato le tariffe del compenso per la c.d. copia
privata ovvero lindennizzo che la Legge sul diritto dautore
stabilisce sia versato ai titolari dei diritti a fronte della
facolt concessa ad ogni utilizzatore di opere dellingegno
di realizzare una copia dellopera legittimamente acquistata
per uso personale.
Le nuove tariffe segnano unimpennata del listino rispetto
a quanto previsto nel previgente Decreto Ministeriale e,
soprattutto, contengono, per la prima volta, lindicazione
specifica di una serie di dispositivi come smartphone e
tablet che non trovavano posto nel precedente tariffario.
Quasi 5 euro per uno smartphone o un tablet da 32 Gb,
5,20 per un PC, 0,36 centesimi di euro per una pendrive usb
da 4 Gb e tanto di pi se maggiore ne sar la capacit di
memorizzazione.
Si tratter di circa cento milioni di euro allanno destinati ad
essere prelevati dallindustria e dal mercato ICT, per essere
raccolti dalla SIAE la societ italiana autori ed editori e
da questultima redistribuiti, al netto di un sostanzioso
rimborso spese di propria competenza, ai titolari dei diritti.
Quale che sia la posizione di ciascuno, si tratta, certamente,
di una delle vicende di diritto delle nuove tecnologie
che pi ha fatto discutere nel corso del 2014 e che far
inesorabilmente discutere anche nel 2015 giacch il
Decreto contenente le nuove tariffe stato impugnato da
numerosi soggetti dinanzi al TAR Lazio.
Tra i ricorrenti, anche, Altroconsumo la pi grande
associazione di consumatori italiana -, rappresentata nel
giudizio, dal nostro Studio.
difficile riassumere in poche battute i termini di una
questione di straordinaria complessit e le ragioni di quanti

hanno sostenuto lapprovazione del Decreto ovvero


essenzialmente i titolari dei diritti dautore e la SIAE e
quanti lhanno duramente contestata ovvero imprese ICT e
consumatori.
Con la nota avvertenza che la sintesi nemica dellanalisi,
pu dirsi che i fautori del Decreto nella versione approvata
sostengono, sostanzialmente, che laumento delle tariffe
sia giustificato, in particolare, in ragione dellesigenza di
adeguarle a quelle in vigore in altri Paesi europei quali la
Francia e la Germania, mentre i contrari allapprovazione del
Decreto ritengono che lenorme diffusione dello streaming
e la circostanza che la pi parte dei contenuti digitali
venga ormai acquistato dagli utenti attraverso contratti
che prevedono espressamente il diritto ad una o pi copie
private, avrebbero, al contrario, giustificato una riduzione
delle tariffe.
Sullo sfondo della vicenda due questioni pi nitide e meno
opinabili delle altre.
La prima rappresentata dalla circostanza che il nuovo
Decreto contrariamente a quanto sarebbe stato lecito
attendersi non esclude espressamente dallambito di
applicazione neppure i supporti e dispositivi venduti
ad utilizzatori professionali e, in particolare, a persone
giuridiche e, come tali, neppure astrattamente, destinati ad
essere utilizzati per lesecuzione di copie private.
Il nuovo provvedimento, infatti, al pari del precedente, si
limita a prevedere che dovr essere la SIAE a promuovere
il perfezionamento di procedure per lesenzione e/o il
rimborso nel caso di supporti e dispositivi destinati ad un
utilizzo professionale.
E sar questa una delle principali questioni al centro
del giudizio attualmente pendente dinanzi al Tribunale
Amministrativo.
La seconda questione rappresentata dalla circostanza che

31

il varo del Decreto stato preceduto da una ricerca di mercato commissionata proprio dal Ministero dei beni e delle attivit
culturali allepoca, tuttavia, affidato a Massimo Bray e, dunque, ad un Ministro diverso rispetto a quello che ha poi firmato il
provvedimento nellambito della quale emerso, con sufficiente chiarezza, che, in effetti rispetto al passato la tendenza
ad effettuare copie private di opere dellingegno in netta diminuzione per effetto di un naturale cambiamento delle
abitudini di consumo degli utenti.
Tale circostanza rende meno facilmente giustificabili o, almeno, questa la tesi di quanti hanno impugnato il provvedimento
dinanzi al TAR Lazio gli aumenti tariffari disposti con il Decreto in questione.
Tutto, insomma, lascia ritenere che bench nel 2014 il tema abbia tenuto banco tra gli addetti ai lavori ed anche sui media in
modo importante e ricorrente, nel 2015 potrebbe tornare a parlarsene ancora di pi.
, peraltro, difficilmente confutabile quale che sia la posizione di ciascuno che il sistema del c.d. compenso per copia
privata, non solo in Italia ma in tutta Europa, abbia, ormai, fatto il suo tempo e, probabilmente, meriterebbe di essere
radicalmente trasformato in considerazione del mutato contesto di riferimento e, soprattutto, delle mutate abitudini di
consumo dei contenuti digitali.

SMARTPHONE E TABLET
MEMORIA

COMPENSO

fino a 8 GB

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COMPENSO

fino a 256 MB

>256 MB fino a 1 GB

0,10

per ogni GB successivo al primo

0,10

massimo applicabile

9,00

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SCHEDE DI MEMORIA
CAPIENZA
fino a 32 MB

>32 MB fino a 1 GB

0,09

per ogni GB successivo al primo

0,09

massimo applicabile

5,00

FDF

32

COMPENSO

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BLOCCO DEI SITI, LHADOPI FA


DIETROFRONT
LA BATTAGLIA ALLE VIOLAZIONI DEL COPYRIGHT SI RIVELATA, IN FRANCIA,
INEFFICACE. LHADOPI FA DIETROFRONT E AMMETTE I PROPRI ERRORI.

Che bloccare laccesso ad un sito internet da un


determinato Paese come risposta alla pirateria
audiovisiva fosse una soluzione assai poco efficace lo si dice,
in tanti e da tempo e lo si detto a gran voce anche se
sfortunatamente inascoltati anche quando la nostra Autorit
per le Garanzie nelle Comunicazioni, nel dicembre dello scorso
anno, ha deciso di mettere proprio i blocchi allaccesso ai siti
Internet sospettati di essere pirata, al centro della sua azione
antipirateria.

Ci che conta davvero lofferta legale divenga tempestiva come quella


illegale, abbia ad oggetto un catalogo altrettanto vasto e, soprattutto, che
piattaforme e contenuti siano usabili quanto quelli disponibili nellofferta
illegale.

Questa volta per diverso perch a porre in dubbio lefficacia


e lutilit degli ordini di inibitoria allaccesso a determinati
siti internet impartiti agli internet service provider di un
determinato Paese addirittura la Hadopi, ovvero lAlta
Autorit francese per a lotta alla pirateria audiovisiva, regina
indiscussa dellantipirateria europea.

La Hadopi, nel pubblicare il suo Studio, si preoccupa di precisare che si


tratta solo di una ricerca qualitativa che non ha nessuna pretesa di offrire
un risultato statisticamente rappresentativo ma fuor di dubbio che si
tratti di unanalisi autorevole ed assai significativa e che, forse, varrebbe la
pena riflettere anche a casa nostra sui suoi risultati, domandandosi se
e quanto i soldi, non pochi, che si stanno investendo in questo genere di
antipirateria siano spesi bene.

Allesito di una ricerca svolta dai propri uffici, infatti, lo scorso


novembre la Hadopi ha messo nero su bianco che almeno
a guardare alla percezione dei consumatori francesi di
contenuti audiovisivi il blocco allaccesso di un sito Internet
, probabilmente, la meno efficace tra le possibili soluzioni di
antipirateria perch non produce alcun effettivo spostamento
degli utenti dal mercato nero a quello legale.

Lex pirata pentito o il pirata sulla strada del pentimento possono anche
accettare lidea di pagare un prezzo per accedere ad un contenuto ma non
accetteranno mai lidea che ci che sul mercato nero facile, intuitivo ed
immediato, nel mercato legale divenga complicato, lento e difficile.

Sarebbe un peccato accorgersi come sta accadendo in Francia che in


nome dellantipirateria, sebbene mossi dal nobile intento di salvaguardare
la propriet intellettuale italiana ammesso e non concesso che sia
quella di casa nostra che stiamo proteggendo stiamo sperperando
risorse che potrebbero essere utilizzate in modo diverso e pi efficace,
investendo sulla creativit e sulla circolazione dei prodotti culturali.

Tutto quello che accade quando un sito viene reso


inaccessibile che alcuni utenti quelli tecnicamente pi
smaliziati trovano decine di soluzioni per aggirare lostacolo
mentre quelli in possesso di minori competenze informatiche,
dirigono altrove ma sempre nel vasto mondo dellofferta
illecita di contenuti i loro interessi.
Non , insomma, rendendo inaccessibile un sito che si
converte un pirata e lo si trasforma in uno spettatore pagante
di contenuti audiovisivi.

RICERCA HADOPI

Gli utenti francesi coinvolti nella ricerca della Hadopi non


hanno, invece, alcun dubbio che solo la moltiplicazione di
unofferta lecita che sia, per, davvero competitiva con quella
illecita potrebbe indurre un pirata a smettere di rubare.
Ma la competitivit di cui parlano non , naturalmente, una
competitivit solo economica, peraltro, evidentemente, mai
effettivamente possibile perch il pi basso dei prezzi sar
sempre pi alto di zero che quello che contraddistingue
lofferta pirata.

33

INCOSTITUZIONALI LE REGOLE
AGCOM CONTRO I PIRATI
ONLINE?

IL DISCUSSO (E DISCUTIBILE) REGOLAMENTO AGCOM SUL DIRITTO DAUTORE APPRODA


ALLA CORTE COSTITUZIONALE. UNA DECISIONE FONDAMENTALE PER INTERNET, SUL
BILANCIAMENTO, DIFFICILE E COMPLESSO, TRA ENFORCEMENT DEI DIRITTI DI PROPRIET
INTELLETTUALE E LIBERT DI INFORMAZIONE.

dubbia la legittimit costituzionale del quadro normativo sulla cui base lAutorit per le Garanzie nelle
comunicazioni, a dicembre dello scorso anno, ha emanato il discusso Regolamento sulla tutela del diritto dautore
online ed di conseguenza dubbia la legittimit dello stesso Regolamento.
questa la sintesi della decisione con la quale il 26 settembre i Giudici amministrativi del Lazio hanno sospeso i giudizi
contro il Regolamento Agcom introdotti da Anso, Femi, Open Media Coalition ed Altroconsumo e chiesto alla Corte
Costituzionale di valutare se siano compatibili con la nostra Carta Costituzionale le previsioni di legge sulla cui base
lAutorit per le Garanzie nelle Comunicazioni, presieduta da Angelo Marcello Cardani, ha ritenuto di potersi ergersi a
giudice del diritto dautore online.
La lettura del dispositivo dellOrdinanza pronunciata dal TAR consente, da sola, di perimetrare lentit del terremoto che
potrebbe travolgere la disciplina della materia in caso di accoglimento, anche solo parziale, delle questioni di legittimit
rimesse ai Giudici della Consulta: 1) dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimit
costituzionale dellart. 5, comma 1, e degli artt. 14, comma 3. 15, comma 2, e 16, comma 3, del decreto legislativo 9 aprile
2003, n. 70, nonch del comma 3 dellart. 32 bis del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, come introdotto dallart. 6 del
decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44, in relazione agli articoli 2, 21, I e IV comma, 24 e 41 della Costituzione;
2) dichiara altres rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimit costituzionale delle medesime

34

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disposizioni in relazione agli articoli 21, II, III e IV comma, 24


e 25, I comma, della Costituzione; .
Sui banchi della Corte Costituzionale, pertanto, salgono
per essere esaminate sotto la lente della compatibilit
con la nostra Carta Costituzionale tanto le disposizioni
contenute nella disciplina nazionale di attuazione della
direttiva UE c.d. ecommerce quanto quelle del Testo Unico
dei media audiovisivi.
, per questo, che quella resa nel settembre del 2014
dai Giudici del TAR Lazio una decisione che, sebbene
interlocutoria, non , probabilmente, esagerato definire
storica.
Per la prima volta, in Italia, infatti dei giudici nella
fattispecie quelli del Tar del Lazio si interrogano circa i
limiti costituzionali che la tutela del diritto dautore online
incontra e dubitano, con riferimento al Regolamento varato
dallAgcom, che lattribuzione, attraverso un provvedimento
amministrativo ad unAutorit non giurisdizionale come
lAgcom, del potere di ordinare la rimozione di ogni
contenuto pubblicato online o di ordinare ai provider di
bloccare il traffico diretto verso un determinato sito internet,
sia compatibile con la libert di manifestazione del pensiero
sancita dallart. 21 della nostra Costituzione.
Toccher ora ai giudici della Consulta decidere se come
sostenuto da mesi da quanti hanno, da subito, dubitato
della legittimit delliniziativa dellAutorit per le Garanzie
nelle Comunicazioni provvedimenti di cancellazione di
contenuti pubblicati online possono essere assunti anche
in mancanza di una norma di legge che espressamente li
preveda, disciplinando un adeguato contemperamento dei
contrapposti interessi e, soprattutto, al di fuori di un giusto
processo davanti ad un Giudice.

democrazia.
Nelle more della decisione della consulta, in molti, avevano
chiesto allAutorit per le Garanzie nelle comunicazioni di
sospendere autonomamente lapplicazione del Regolamento
non certo in segno di supina accettazione dei dubbi di
legittimit costituzionale emersi dinanzi al TAR Lazio ma
solo in considerazione dellinopportunit di far scomparire
dal web anche un solo bit di informazione in nome di
leggi e regole delle quali i Giudici della Consulta sono
stati chiamati a valutare la compatibilit con la Carta
Costituzionale.
LAuthority ha, tuttavia, deciso di andare avanti anche se
sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscerlo
in un report che ha lambizione di raccontare quello che
successo nel corso di un anno intero nellapplicazione
delle proprie regole ha, sin qui, tenuto un atteggiamento di
straordinaria prudenza, specie ogni qualvolta la relazione
tra la tutela del diritto dautore e la libert di informazione
apparsa pi diretta ed immediata.
Quella ora in discussione sui banchi della Consulta
, indiscutibilmente, una questione di enorme rilievo
nazionale ed europeo giacch la prima volta se si
eccettua la vicenda relativa alla francese Hadopi dinanzi al
Consiglio Costituzionale nella quale una Corte dei diritti
costituzionali si trova a pronunciarsi sul bilanciamento,
obiettivamente difficile e complesso, tra enforcement dei
diritti di propriet intellettuale e libert di informazione.

Se la Corte Costituzionale riterr che la tutela della libert


di informazione ha per necessario corollario che ogni sua
compressione sia prevista espressamente dalla legge e
disposta solo allesito di un giusto processo, le disposizioni
di legge sulle quali il Regolamento Agcom riposa si
sgretoleranno ed il provvedimento dellAuthority delle
Comunicazioni, seguir la loro stessa sorte, giacch i giudici
amministrativi hanno gi annunciato che, in tal caso, non
potranno che considerarlo illegittimo.
Se cos fosse val la pena scriverlo subito con estrema
chiarezza e senza esitazioni - non avranno vinto i
pirati come, probabilmente, qualcuno suggerir ma ha,
semplicemente, prevalso il buon senso ed il rispetto della
nostra Carta Costituzionale, baluardo ultimo della nostra

35

I NEGOZI-BANDIERA DI APPLE
SONO MARCHI REGISTRABILI

LA CORTE DI GIUSTIZIA AMMETTE LA REGISTRAZIONE COME MARCHIO DEI FLAGSHIP


STORES DELLA APPLE. UNA DECISIONE DESTINATA A FAR DISCUTERE.

Da tempo, i confini dei marchi di impresa si sono progressivamente ampliati: basti pensare ai marchi olfattivi, da tempo
analizzati (e, con taluni limiti, accolti) dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia e dellOAMI.
Nel settore in questione, il 2014 ha registrato uninteressante sentenza della Corte di Giustizia, sulla tutelabilit, come
marchio, dei cc.dd. negozi-bandiera della Apple.
Nel 2010, la Apple ha registrato un marchio tridimensionale presso lo United States Patent and Trademark Office per servizi
di vendita al dettaglio relativi a computer, software, periferiche, telefoni portatili, elettronica di consumo e accessori, nonch
dimostrazioni di prodotti correlati; successivamente, identica registrazione negata dal Deutsches Patent und Markenamt,
lUfficio tedesco dei brevetti e dei marchi, secondo cui lallestimento dei flagship stores non potrebbe essere percepita dai
consumatori come unindicazione di origine dei prodotti commercializzati.
Nei confronti di tale ultima decisione, la societ di Cupertino ricorre al Bundespatentgericht, la Corte federale tedesca
dei brevetti, la quale, a sua volta, si rivolge alla Corte di Giustizia per chiedere se un semplice disegno, privo di qualsiasi
indicazione delle dimensioni e delle proporzioni, dellallestimento di uno spazio commerciale di vendita possa essere
registrato come marchio. In termini pi tecnici, la questione volta a delimitare lart. 2 della direttiva sui marchi (2008/95),
valutando se il requisito della rappresentabilit grafica del marchio debba essere soddisfatto unicamente con semplice
disegno o se, viceversa, occorrano anche elementi integrativi, quali una descrizione della presentazione oppure valori di
grandezza assoluti, in metri, o relativi, con indicazione di dati proporzionali.
I giudici comunitari rammentano, innanzi tutto, i requisiti per la registrabilit di un marchio figurativo: la natura di segno; la
rappresentazione grafica del segno stesso; lattitudine a distinguere i prodotti e i servizi di unimpresa da quelli di unaltra.
In merito al caso di specie, invece, si afferma che la rappresentazione di un allestimento di uno spazio di vendita mediante
un insieme continuo di linee, di contorni e di forme pu costituire un marchio a condizione che abbia una capacit distintiva,
senza che sia necessario individuare le dimensioni e le proporzioni dello spazio di vendita raffigurato.
La Corte, tuttavia, precisa che la tutelabilit della rappresentazione non assoluta, ma deve essere valutata caso per caso.
Pertanto, il carattere distintivo del segno non pu che essere valutato in concreto, in funzione, da un lato, dei prodotti o dei
servizi contrassegnati e, dallaltro, della percezione da parte del pubblico interessato, costituito dal consumatore medio di
detti prodotti o servizi, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto.

36

www.e-lex.it

I BITCOIN NON SONO MONETA

TROPPA CONFUSIONE SUI BITCOIN: NON SONO MONETA, MA UN BENE DOTATO DI UN


VALORE DI MERCATO. IL DECALOGO DELLINTERNAL REVENUE SERVICE, DA PRENDERE AD
ESEMPIO ANCHE PER I PAESI EUROPEI.

A dispetto del nome i bitcoin la pi popolare c.d. moneta virtuale del momento non sono moneta ma semplicemente un
bene giuridico dotato di un suo valore di mercato e, come tale, naturalmente utilizzabile anche per acquistare qualsiasi tipo di
altro bene materiale o immateriale che sia proprio come accadeva nei secoli scorsi attraverso un baratto.
Il bitcoin come loro o un altro qualsiasi metallo pi o meno prezioso ed il cui valore affidato alla fluidit dei mercati e si
scambia, appunto, sulla base di un prezzo di mercato.
A mettere nero su bianco il principio per la verit gi pacifico per molti stato, nei giorni scorsi, lIRS, Internal Revenue
Service ovvero lomologo statunitense della nostra Agenzia delle entrate che attraverso una lunga serie di FAQ, finalizzata a
spiegare come debbano essere trattate, sotto il profilo della tassazione, le transazioni in bitcoin, ha chiarito in modo semplice
e lineare che la pi nota delle monete virtuali del momento non una moneta ma una propriet e che, pertanto, non ha
corso legale ma costituisce un semplice asset patrimoniale.
In alcuni contesti, la moneta virtuale funziona come una vera moneta scrive lIRS ma non ha corso legale in alcuna
giurisdizione.
Sotto il profilo fiscale, pertanto, negli USA vendere e comprare bitcoin o usare bitcoin per acquistare qualsivoglia altro
prodotto o servizio assoggettato allo stesso regime fiscale che caratterizza lacquisto e la vendita di un qualsiasi altro bene
bene giuridico o il suo utilizzo a mo di baratto per lacquisto di un qualsiasi prodotto o servizio.
Proprio mentre in Italia sbarcano e vengono installati i primi bitcoin bancomat, dunque, negli USA si chiarisce che, nella
sostanza, si tratter solo di distributori automatici di beni pi o meno preziosi come quelli di caff, bibite o sigarette.
Chi fosse interessato ad approfondire, trova qui, le 16 FAQ messe a punto dallagenzia delle entrate americana che, forse,
sarebbe opportuno venissero tradotte e nazionalizzate anche dalle competenti Autorit di casa nostra.

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2014: LANNO DELLAVVIO DEI LAVORI


PER UN INTERNET BILL OF RIGHTS
ALLE 14 DEL 13 OT TOBRE 2014, LALLORA PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI
DEPUTATI ON. LAURA BOLDRINI, NELLAPRIRE UN EVENTO NELLAMBITO
DEL SEMESTRE ITALIANO DI PRESIDENZA DELLUNIONE EUROPEA,
ANNUNCIAVA AGLI OSPITI INTERNAZIONALI PRESENTI E ALLINTERO
PAESE VIA STREAMING CHE LA COMMISSIONE DA ESSA STESSA ISTITUITA
E PRESIEDUTA DAL PROFESSORE STEFANO RODOT, AVEVA COMPLETATO
LA REDAZIONE DELLA PRIMA BOZZA DELLA DICHIARAZIONE PER I
DIRITTI FONDAMENTALI IN INTERNET.
cos probabilmente che tra dieci, quindici, venti o
magari venticinque anni diritto alloblio online e
tecnologia permettendo i nostri figli ed i figli dei
nostri figli racconteranno quanto appena accaduto nella
cornice istituzionale di Palazzo Montecitorio. Qui si scritta
una pagina c da augurarsi memorabile della storia del
Paese e di quella dellEuropa che verr. O almeno sarebbe
bello che cos lo si raccontasse, perch certamente non
capita tutti i giorni e non era capitato sin qui che la
terza pi alta carica dello Stato, la Presidente della Camera
dei Deputati, annunci la ferma volont di dare allItalia ed
allEuropa una Carta dei diritti fondamentali in Internet
o, come pi spesso si dice, un Internet bill of rights come
quello che il Parlamento brasiliano una manciata di mesi fa
ha consegnato al Brasile e messo a disposizione del resto
dellAmerica latina.

Quattordici articoli, intrisi di parole di libert, pari


opportunit, diritti e non discriminatoriet dalla prima
allultima riga, compongono la prima bozza dellInternet
bill of rights che il nostro Paese si avvia a presentare
allEuropa perch vada ad arricchire la Convenzione per la
salvaguardia dei diritti delluomo e del cittadino e la Carta
europea dei diritti fondamentali.
Una bozza di dichiarazione dei diritti fondamentali in
Internet scritta in Italiano ma gi tradotta in inglese,
francese e tedesco. E tutto questo perch faccia il pi in
fretta possibile il giro dEuropa e contagi con il suo carico di
aspirazioni, speranze, ambizioni ed aneliti democratici tutti
i Governi, le istituzioni europee ed i cittadini del vecchio
continente. Un Internet bill of rights per stabilire una volta
e per sempre che Internet una risorsa democratica e che
tutti i cittadini della nuova comunit globale interconnessa
hanno il diritto di accedervi e di usarla in modo libero e
non discriminatorio, a riparo da ogni abuso, limitazione
o restrizione tanto da parte di soggetti pubblici che di
soggetti privati, salvo ovviamente che talune limitazioni
o restrizioni non si rendano necessarie per garantire
altri diritti o libert. Il diritto ad avere, anche online, i

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diritti fondamentali delluomo e del cittadino e a vederli


rispettati, il diritto di accesso a Internet quale precondizione
essenziale ed irrinunciabile per lesercizio di ogni altro
diritto fondamentale, la neutralit della Rete, la tutela dei
dati personali e del proprio domicilio informatico nellera
di Internet, il diritto allidentit personale, allanonimato
ed alloblio nello spazio pubblico telematico, il diritto
alleducazione anche e soprattutto alla cultura in digitale e
poi quello alla sicurezza delle reti e nelle reti e i principi cui
deve ispirarsi il governo di Internet.
questo lelenco bit in pi o bit in meno dei diritti e
delle libert fondamentali di cittadinanza digitale, lungo il
quale si snoda la bozza di questa Dichiarazione dei diritti
fondamentali in Internet, nata in Italia dalla Commissione
istituita dal Presidente della Camera dei Deputati e
presieduta da Stefano Rodot ma destinata a fare il giro
dEuropa. E sono principi quelli contenuti nella bozza della
dichiarazione appena presentata dalla Presidente della
Camera dei Deputati che stridono maledettamente con le
parole, le iniziative anche legislative le dichiarazioni
e, talvolta, persino le minacce che, negli ultimi anni, sono
rimbalzate in Rete e contro le libert in Rete proprio dai
Palazzi della politica italiana.
Si fa fatica a credere che sia tutto vero e che, proprio in
Italia, ovvero nel Paese della televisione per eccellenza,
dove di Internet si parla pi spesso come di una minaccia
che di unopportunit, si sia scelto di dare i natali ad una
carta dei diritti fondamentali.
Questa carta ambisce a garantire a tutti i cittadini europei il
diritto di accesso ad una Rete neutrale come precondizione
essenziale per lesercizio di ogni altro diritto e, poi, una
lunga ed articolata serie di libert e diritti. Tutto ci allo
scopo di garantire che Internet la rete delle reti diventi
il prima possibile e resti il pi a lungo possibile libera,
democratica, aperta e condivisa.
I principi di libert e democrazia lungo i quali si snodano i

quattordici articoli che compongono la prima bozza della Dichiarazione dei diritti fondamentali in Internet per il momento
sono stati, sin qui, solo appuntati a matita e sono oggi pubblicati in Rete, aperti ad una consultazione pubblica con pochi
precedenti nella storia dei processi di normazione online. Cos saranno fatti girare per lintera Europa per raccogliere
commenti, critiche, proposte di modifica ed integrazione.
Ci vorranno, probabilmente, ancora mesi perch si possa leggere il testo definitivo della Dichiarazione dei diritti fondamentali
in Internet. A scorrere gli articoli che compongono questa prima versione c da giurare che il lavoro da fare sar davvero
tanto e non sar sempre facile. Il primo passo, per, stato compiuto ed ora tocca a ciascuno di noi contribuire a migliorare
e far crescere quella che potrebbe diventare la prima costituzione europea dei diritti in Internet o, magari e meno
prosaicamente un protocollo integrativo della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti delluomo e dei cittadini.
Lavvio dei lavori per dare allItalia e, forse, allEuropa un Internet bill of rights a prescindere dalle opinioni di ciascuno
sul contenuto della bozza ora in consultazione , inequivocabilmente, uno dei fatti pi importanti registrati del 2014 nel
mondo del diritto delle nuove tecnologie e della politica dellinnovazione.

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SARANNO I MOTORI DI RICERCA A DECIDERE


SE E QUALI INFORMAZIONI CONTINUERANNO
AD ESSERE ACCESSIBILI ONLINE E QUALI
SCOMPARIRANNO PER SEMPRE

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DDL DIFFAMAZIONE: A RISCHIO DI


CENSURA IL WEB CON LA SCUSA DI
DEPENALIZZARE LA DIFFAMAZIONE
IL DISEGNO DI LEGGE IN MATERIA DI DIFFAMAZIONE COSTITUISCE UN
RISCHIO ENORME PER LA LIBERT DI MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO
DEL WEB, CHE RISCHIA DI PEGGIORARE, ANZICH RISOLVERE, LE
CRITICIT DELLASSETTO LEGISLATIVO AT TUALE.

ar Google e, naturalmente, i gestori degli altri


motori di ricerca a decidere se e quali informazioni
continueranno ad essere accessibili online e quali
scompariranno per sempre, dietro semplice richiesta
dellinteressato e senza bisogno che sia un giudice a
pronunciarsi.
Il disegno di legge in materia di diffamazione appena
approvato dal Senato e, ora, in viaggio, di nuovo, verso la
Camera dei Deputati, stabilisce, infatti che: Fermo restando
il diritto di ottenere la rettifica o laggiornamento delle
informazioni contenute nellarticolo ritenuto lesivo dei
propri diritti, linteressato pu chiedere leliminazione, dai
siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori
o dei dati personali trattati in violazione di disposizioni di
legge.
questa la ricetta elaborata dai Senatori per consentire
a chiunque si senta diffamato da un qualsiasi contenuto
pubblicato online, di limitarsi ad inviare una mail a Google
perch lo disindicizzi.
E altrettanto potr fare chiunque pensi che Google associ
indebitamente i propri dati personali ad una pagina web.
Linteressato chiunque esso sia chiede a Google e
Google, decide se accogliere o meno la richiesta, sapendo
che se laccoglie non corre nessun rischio mentre se non
laccoglie, potrebbe ritrovarsi davanti ad un giudice che
potrebbe ordinargli la rimozione. Lo stesso disegno di
legge appena approvato al Senato, infatti, prevede che:
Linteressato, in caso di rifiuto o di omessa cancellazione

dei dati, ai sensi dellarticolo 14 del decreto legislativo 9


aprile 2003, n. 70, pu chiedere al giudice di ordinare la
rimozione, dai siti internet e dai motori di ricerca, delle
immagini e dei dati ovvero di inibirne lulteriore diffusione..
La ricetta, ricorda assai da vicino quella elaborata nei mesi
scorsi dalla Corte di Giustizia dellUnione Europea che ha,
di fatto, nominato Google arbitro della memoria della Rete,
stabilendo che siano proprio i gestori dei motori di ricerca a
dover decidere, in caso di richiesta di disindicizzazione degli
interessati, se e quali contenuti continuare ad indicizzare e
quali no.
Una sentenza, quella della dei giudici di Lussemburgo, che
ha gi fatto tanto discutere perch sbilanciata forse troppo
a favore della tutela della privacy e troppo poco attenta
alle esigenze di chi fa informazione e di chi le informazioni
ricerca per informarsi o per raccontare la storia.
Ma il Senato andato oltre ed ha nominato Big G e gli
altri gestori dei motori di ricerca arbitro anche di tutte le
vicende nelle quali, qualcuno, a torto o a ragione, si senta
diffamato da un contenuto pubblicato online ed indicizzato.
una soluzione straordinariamente pericolosa per la libert
di informazione e sorprende davvero la leggerezza con
la quale anche a scorrere i resoconti stenografici delle
sedute in Commissione ed in Assemblea il nostro Senato
labbia potuta assumere.
facile, infatti, immaginare che quando domani il politico

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o il personaggio famoso di turno, scriver a Google per


chiedere di disindicizzare un articolo che lo riguarda
perch diffamatorio, Google, salvo eccezioni, accoglier
la richiesta per sottrarsi ad ogni possibile contestazione
senza, naturalmente, perdere troppo tempo a valutarne la
fondatezza o linfondatezza.
E, daltra parte, non certo compito di una corporation quello
di amministrare giustizia e decidere se un contenuto lede
o non lede lonore e la reputazione di una persona come,
peraltro, non dovrebbe toccare e da qui i dubbi gi sollevati
dalla sentenza della Corte di Giustizia dellUnione Europea
ad una corporation decidere se giusto ricollegare il nome
ed il cognome di una persona ad una pagina web per finalit
informative o se, invece, non giusto.
Prevedere che sia un soggetto terzo rispetto al contenuto
pubblicato a deciderne le sorti sbagliato e pericoloso
ed e questo sembra essere completamente sfuggito ai
senatori cosa ben diversa che prevedere che chiunque
possa chiedere, come, peraltro, gi avviene, ad un giornale,
ad un blogger o al gestore di un qualsiasi sito internet di
rimuovere un contenuto da questi scritto e pubblicato.
Lautore o leditore di un contenuto, infatti, in grado di
difendere la legittimit del proprio operato e, dunque, la
permanenza online del contenuto mentre il gestore di un
motore di ricerca, per un verso non in grado di farlo e,
per altro verso, non competente a farlo visto che il suo
obiettivo non quello di fare informazione, cronaca o storia
ma, semplicemente, quello di indicizzare le storie e le notizie
da altri prodotte e pubblicate.
La previsione in questione, di fatto, affida al gestore di un
motore di ricerca compiti che la Costituzione vorrebbe
affidati ai giudici, unici in grado di decidere se un contenuto
merita di restare accessibile al pubblico o di essere
cancellato o disindicizzato.
Forse il disegno di legge appena approvato dal Senato
non sar un bavaglio ma fuor di dubbio che rende
straordinariamente pi facile far sparire uninformazione
indesiderata dal web di quanto non sia oggi.
E sembra davvero un paradosso che una legge nata con
lobiettivo di proteggere linformazione, almeno abolendo
il carcere per la diffamazione, finisca con limmolare
proprio la libert di informazione sullaltare di un principio
maledettamente pericoloso ed antidemocratico come quello
secondo il quale ci che tecnicamente possibile come

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domandare a Google di disindicizzare un contenuto che si


assume illecito deve considerarsi anche giuridicamente
legittimo e politicamente opportuno.
Nel 2014, abbiamo assistito anche a questo: una parabola
involutiva che tra fraintendimenti, malizia ed ignoranza sta
trasformando una legge nata buona in una pessima legge,
snaturandone finalit d intenti.
Laugurio che nel report del 2015, si possa scrivere che
il Parlamento ritornato sui propri passi ed ha scelto di
difendere davvero la libert di fare informazione anche
online, resistendo ad ogni tentazione censorea.

RIMESSA ALLE SEZIONI UNITE DELLA


CASSAZIONE LA POSSIBILIT DI
SEQUESTRARE PAGINE WEB DI TESTATE
GIORNALISTICHE IN CASO DI ARTICOLI
RIDURRE AL MINIMO LE RIMOZIONI
TELEMATICHE, EVITANDO CHE POSSANO
ESSERE BLOCCATI INTERI SITI. TANTE
ASPETTATIVE PER LA DECISIONE CHE
SAR PRESA DALLE SEZIONI UNITE DELLA
CASSAZIONE.

on lordinanza n. 45053 del 30 ottobre 2014, la


sezione I Penale della Corte di Cassazione ha rimesso
alle Sezioni Unite una questione relativa alla possibilit di
applicazione di un sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. da
attuarsi mediante oscuramento di una pagina telematica di
un sito internet di un noto quotidiano nazionale, in relazione
ad un caso di diffamazione a mezzo stampa.
Il Tribunale del Riesame di Monza, aveva infatti confermato il
provvedimento cautelare emesso dal Gip, con riferimento ad
una pagina telematica del quotidiano Il Giornale, mediante
il quale era stato diffuso un articolo, oggetto poi di contestata
diffamazione. Il provvedimento impugnato era stato eseguito
mediante notifica allamministratore del sito, che aveva
conseguentemente oscurato la pagina web.
Le questioni di diritto affrontate dalla Suprema Corte sono
state quindi due.
La prima era relativa alla stessa natura del sequestro
preventivo: tale misura cautelare pu infatti attuarsi
mediante lapprensione materiale della cosa pertinente al
reato da parte della polizia giudiziaria, al fine di impedire
che la disponibilit della res possa aggravare o protrarre
le conseguenze giuridiche del reato; oppure ancora come
verificatosi nel caso di cui si tratta lattuazione della
suddetta misura cautelare reale pu concretizzarsi mediante
limposizione allindagato, ovvero a terzi, di un facere che,
in questo caso, consistito nel compimento, da parte del
webmaster della testata telematica, di tutta una serie di
operazioni tecnico-informatiche volte alloscuramento della
pagina web contenente larticolo reputato diffamatorio.
Con riferimento a tale questione, la Cassazione ha
innanzitutto chiarito la possibilit di applicazione della
misura di cui allart. 321 c.p.p. nei confronti di pagine
telematiche, come tra laltro confermato da recentissima
giurisprudenza. Dubbi sono per emersi con riferimento alla
possibilit di imporre allindagato e a terzi il compimento
delle attivit tecniche e materiali occorrenti per impedire
agli utenti della rete laccesso alla pagina web, oggetto di
cautela. A parere dei Supremi Giudici, manca, nei riferimenti
normativi della misura in esame (il sopracitato art. 321 c.p.p.
nonch lart. 104 disp. att. C.p.p.) la possibilit di conferire
allautorit giudiziaria il potere di ordinare al destinatario del
provvedimento il compimento di determinate attivit, che
nel caso di specie si sono tradotte in tutte quelle tecniche di

gestione del sito necessarie per loscuramento della pagina web oggetto
di sequestro.
La seconda questione che ha poi determinato il rinvio alle Sezioni
Unite era invece relativa allammissibilit del sequestro preventivo della
pagina web di una testata giornalistica registrata. I ricorrenti avevano
infatti contestato la legittimit di un siffatto sequestro, invocando le
garanzie della libert di stampa di cui allart. 21 commi II e III Cost., e
contestando di conseguenza il consolidato orientamento giurisprudenziale
di legittimit, favorevole allammissibilit della misura di cui allart.
321 c.p.p. in relazione ai giornali editi e diffusi in rete. Secondo tale
orientamento (confermato ad esempio anche dalla recente sentenza della
Quinta Sezione della Suprema Corte, n. 10594/2014) non possibile
realizzare uninterpretazione estensiva, o analogica, delle garanzie poste
dalla Costituzione e dalla legislazione ordinaria a presidio della stampa,
strettamente intesa, anche ai giornali telematici, editi mediante tecnologia
elettronica e diffusi attraverso la rete. Largomento fondamentale a
sostegno di tale tesi costituito dalla diversit ontologica e strutturale
del mezzo nonch della maggiore offensivit della notizia diffamatoria
immessa in rete, che rimane fruibile a tempo indeterminato e per un
numero indeterminato di fruitori; tale caratteristica distingue quindi
la stampa online da quella tradizionale, nel quale larticolo avente
caratteristiche diffamatorie ha impatto minore e di durata limitata, atteso
che la sua diffusione e la sua lesivit si esauriscono in un breve spazio di
tempo.
Tale orientamento non stato per condiviso dal Collegio chiamato a
pronunciarsi sul caso in esame.
Il profilo della illimitata fruizione dellarticolo telematico, da un punto
di vista spaziale e temporale, costituisce, a parere dei Supremi Giudici,
soltanto un aspetto concorrente a determinare la lesivit della condotta
diffamatoria, essendo altrettanto rilevante leffettiva capacit di diffusione
del mezzo, nonch la sua influenza sullopinione pubblica.
Oltre a tale rilievo, viene formulata una decisa obiezione alla negazione
della eadem ratio per le applicazione delle guarentigie della stampa
anche nei confronti delle testate online. Il principio consolidato della
maggiore offensivit viene considerato recessivo, nel bilanciamento
dei valori, rispetto alla salvaguardia della libert di manifestazione del
pensiero: secondo la Prima Sezione quindi, tale principio non idoneo a
contrastare la ricorrenza della eadem ratio ai fini dellapplicazione della
libert di manifestazione del pensiero, anche nei confronti del prodotto
editoriale telematico.
Dato quindi il contrasto giurisprudenziale che siffatto orientamento
potrebbe creare nei confronti di quello consolidato dalla giurisprudenza
di legittimit, la Corte ha rimesso la questione alle Sezioni Unite: le stesse
dovranno quindi pronunciarsi sullammissibilit del sequestro preventivo,
mediante oscuramento parziale di un sito web, e, in caso affermativo, sulla
possibilit di realizzazione delloscuramento della pagina web di una
testata giornalistica telematica e registrata.

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CONTRATTI CON
I CONSUMATORI:
ENTRANO IN VIGORE
LE MODIFICHE
AL CODICE DEL
CONSUMO
CAMBIANO LE REGOLE PER I CONTRAT TI
CON I CONSUMATORI. TANTE LE
NOVIT ANCHE PER IL COMMERCIO
ELETTRONICO.

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Il 13 giugno scorso, sono entrate in vigore le modifiche al Codice del Consumo introdotte dal D.Lgs. 21 febbraio 2014 n. 21, che
recepisce la direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori.
La direttiva, che sostituisce le precedenti direttive sui contratti a distanza e sui contratti negoziati fuori dei locali commerciali,
si pone, salvo poche eccezioni, un obiettivo di armonizzazione massima delle normative nazionali. La disciplina di recepimento,
pertanto, ne riproduce in gran parte i contenuti,sostituendo gli articoli da 45 a 67 del Codice del Consumo.
Le novit di maggiore interesse riguardano i contratti negoziati fuori dei locali commerciali e i contratti a distanza (nel cui ambito rientrano anche i contratti di e-commerce).
Sono rafforzati gli obblighi di informativa precontrattuale a carico del professionista per tutti i contratti con i consumatori ed
in misura maggiore per i contratti negoziati fuori dei locali commerciali e a distanza. Particolari obblighi di trasparenza sono
imposti per i contratti stipulati attraverso mezzi elettronici che impongano al consumatore lobbligo di pagare. In particolare,
la nuova disciplina dispone lobbligo per il professionista di garantire che, al momento dellinoltro delordine, il consumatore
riconosca espressamente che lordine comporta un obbligo di pagamento. Di conseguenza, se lordine si realizza cliccando su un
pulsante, questo dovr riportare in modo leggibile esclusivamente le parole ordine con obbligo di pagare o una formulazione
corrispondente.
Per i contratti a distanza stipulati per telefono introdotto lobbligo per il professionista di confermare lofferta al consumatore,
che sar vincolato solo dopo avere firmato lofferta o averla accettata per iscritto. La norma chiarisce che in questi casi il documento informatico pu essere sottoscritto con firma elettronica ai sensi dellart. 21 del Codice dellamministrazione digitale.
Solo laddove il consumatore vi acconsenta, il professionista potr limitarsi a confermare lofferta su supporto durevole, senza
acquisire alcuna sottoscrizione.
La nuova disciplina introduce, inoltre, disposizioni di maggiore favore per i consumatori in materia di diritto di recesso nei contratti a distanza e negoziati fuori dai locali commerciali.
Queste le novit di maggiore interesse:

ampliato a 14 giorni il termine concesso al consumatore per recedere;

la comunicazione di recesso potr avvenire attraverso lutilizzo del modulo tipo allegato al decreto o con qualsiasi
altra dichiarazione che espliciti la volont di recedere;

il professionista tenuto a rimborsare tutti i pagamenti ricevuti, incluse le eventuali spese di consegna, entro il
termine di 14 giorni dal momento in cui informato del recesso (termine ridotto rispetto ai 30 giorni previsti dalla precedente
disciplina);

il consumatore tenuto a restituire i beni consegnati entro il termine di 14 giorni (termine pi ampio rispetto al termine di 10 giorni previsto dalla previgente disciplina), sostenendo quale unico costo le spese di spedizione, nei soli casi in cui il
professionista non abbia concordato di sostenerlo o abbia omesso di informare il consumatore che tale costo a suo carico.
Altra novit di rilievo introdotta dalla norma che disciplina il passaggio del rischio nel caso di spedizione dei beni. Al fine di
tutelare il consumatore dal rischio di perdita o danneggiamento del bene per causa a lui non imputabile prima della ricezione
dello stesso, la disciplina novellata prevede che il rischio si trasferisca in capo a questultimo soltanto nel momento in cui
venga materialmente nel possesso del bene.
Particolare attenzione dedicata ai contratti aventi ad oggetto contenuti digitali non forniti su supporto materiale, rispetto ai
quali sono posti a carico del professionista pi incisivi obblighi di informazione con particolare riferimento alla funzionalit e
alla interoperabilit del contenuto.
Il sistema di enforcement introdotto dal legislatore nazionale, cui affidata dalla direttiva la scelta degli strumenti pi idonei
a garantire il rispetto della disciplina, affianca alla tutela giurisdizionale del giudice ordinario una tutela di natura amministrativa, affidando allAutorit Garante della Concorrenza e del Mercato il compito di vigilare sullapplicazione della normativa con i
poteri di cui dispone in materia di pratiche commerciali scorrette.

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STARTUP ITALIA!
Le startup sono tutte fuffa e nessuno ci ha mai fatto soldi...meglio aprire un kebab.
Cos avrebbe parlato Flavio Briatore nel corso del 2014 in occasione di un intervento alla Bocconi.
Guardando ad alcune imprese nate come startup nel nostro Paese - pensiamo a Yoox, Mutuionline, Venere, Gioco Digitale, Buongiorno -, viene da pensare che non sia proprio cos; le parole di Briatore non possono per essere snobbate in quanto puntano
il dito verso la scarsa competitivit del nostro sistema imprenditoriale dove startup molto spesso sinonimo di micro-impresa
scarsamente capitalizzata e non di nuova impresa in grado di creare innovazione.
A capire meglio il fenomeno delle startup in Italia ci aiuta il report periodico compilato dalle Camere di Commercio.
Alla fine di settembre dellanno appena passato il numero di startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle
imprese, ai sensi del decreto legge 179/2012, era pari a 3.033; rispetto al 2013, in cui nello stesso periodo le startup raggiungevano quota 2.630, laumento stato di 403 unit con un segno positivo del 18,1%.
Interessante anche il dato relativo ai settori in cui le startup italiane sono maggiormente attive; a fare la parte del leone sono
i servizi alle imprese con il 78,3%, segue il settore dellindustria in senso stretto con il 18%; pi marginali gli altri settori, come
per esempio il commercio che a settembre 2014 rappresentava appena il 3% del totale delle startup attive nel nostro Paese.
Fa riflettere anche il dato sulla presenza femminile nel mondo delle startup. Diversamente da quanto si sarebbe portati a pensare, le startup non fanno registrare una maggiore presenza delle donne rispetto alla media; se infatti le societ di capitale con
una compagine societaria a maggioranza femminile sono appena il 15,9% del totale, tale dato ancora pi basso per le startup
innovative: 12% del totale che in termini assoluti significa 315 imprese.
Startup non fa nemmeno necessariamente rima con giovane imprenditore; le startup con una compagine a prevalenza giovanile (under 35) sono il 26,5%, anche se si tratta di un dato comunque quattro volte superiore a quello delle societ di capitale
giovanili (6,4%).
Anche nel 2014 il mondo delle startup fa registrare un netto divario tra nord e sud; la provincia di Milano ad ospitare il maggior numero di startup (370 in valore assoluto, il 14% del totale), seguita da Roma (215), Torino (145) e Trento (99); la prima
realt del Sud a figurare in questa classifica Napoli con 79 startup attive sul territorio della sua provincia.
Il 2014 ha fatto inoltre registrare alcuni importanti chiarimenti dellAgenzia delle entrate sul regime degli incentivi fiscali in
favore delle startup previsti dallarticolo 25 e seguenti del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni
dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221.
Con la circolare n. 16/E dell11 giugno 2014 lAgenzia delle Entrate ha definito in quali casi non rileva ai fini fiscali e contributivi il reddito di lavoro derivante dallassegnazione di strumenti finanziari effettuata dalle startup innovative o dagli incubatori
certificati in favore dei propri amministratori, dipendenti e collaboratori continuativi. Come noto, tale regime di incentivazione si
affianca a quello gi previsto per la generalit dei dipendenti delle imprese dallarticolo 51, comma 2, lett. g), del TUIR.
La Circolare chiarisce che il regime si applica solo ai dipendenti ed ai soggetti che percepiscono dallimpresa un reddito assimilato a quello da lavoro dipendente (i cosiddetti collaboratori continuativi), restando cos esclusi tanto gli amministratori
ogniqualvolta il relativo ufficio rientri nelloggetto della professione esercitata dal contribuente (in questo caso, infatti, il reddito
rientra tra quelli da lavoro autonomo) quanto i collaboratori occasionali, il cui reddito rientra invece nellambito dei redditi
diversi di cui allarticolo 67, comma 1, lett. l), del TUIR.
A differenza di quanto accade per il regime agevolativo previsto in generale dal TUIR, la Circolare stabilisce che lesenzione si
applica indipendentemente dalla circostanza che sia realizzato un piano incentivante rivolto alla generalit degli amministratori, dipendenti e collaboratori continuativi della startup innovativa o dellincubatore certificato; questo vuol dire che la startup
o lincubatore potranno decidere liberamente di assegnare gli strumenti finanziari anche solo ad una parte dei propri amministratori, dipendenti e collaboratori senza per questo annullare il beneficio di legge.
Qualora peraltro i beneficiari decidano di trasferire a terzi gli strumenti finanziari ricevuti dalle startup o dagli incubatori,
la cessione assume rilevanza quale reddito diverso ai sensi dellarticolo 67 del TUIR, secondo quanto previsto dal comma 5

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dellarticolo 27 del decreto-legge n. 179 del 2012; in proposito il chiarimento arrivato dallAgenzia delle entrate
riguarda la determinazione dellimporto imponibile della plusvalenza in esame: considerata la gratuit iniziale
dellassegnazione degli strumenti finanziari, il costo fiscalmente rilevante pari a zero e, di conseguenza, lintero corrispettivo costituisce plusvalenza imponibile quale reddito diverso.
Nel caso di ritrasferimento degli strumenti in favore dellemittente cos come delle societ da questo controllate
o che lo controllano, i beneficiari decadono dal beneficio e il valore dello strumento assoggettato a tassazione
come reddito da lavoro nel periodo in cui si verificato il riacquisto, mentre leventuale differenza tra il corrispettivo e limporto ripreso a tassazione quale reddito di lavoro costituisce, se positiva, una plusvalenza, se negativa, una
minusvalenza, rilevanti in entrambi i casi quale redditi diversi.
Per quanto riguarda invece gli strumenti finanziari partecipativi emessi a fronte dellapporto di opere e servizi resi in
favore di startup innovative o di incubatori certificati, ovvero di crediti maturati a seguito della prestazione di opere
e servizi, questi non concorrono alla formazione del reddito complessivo del soggetto che effettua lapporto in base
allarticolo 27, comma 4, del decreto-legge sulle startup innovative.
In questo caso, come chiarito dallAgenzia delle entrate, leventuale riacquisto di detti strumenti da parte della
startup innovativa ovvero dellincubatore certificato, non determinano la decadenza dal beneficio a differenza di
quanto accade per gli strumenti assegnati ai dipendenti ma resta ferma lapplicazione del regime di tassazione ordinario previsto dallarticolo 67 del TUIR per i redditi diversi di natura finanziaria (in altri termini viene assoggettata a
tassazione solo leventuale plusvalenza realizzata dal beneficiario al momento della cessione).
LAgenzia ha inoltre precisato che rientrano nel campo di applicazione della fattispecie in esame le prestazioni
professionali rese dagli amministratori della startup innovativa o dellincubatore certificato, ovvero i relativi crediti, il
cui reddito sia da qualificare come di lavoro autonomo.
Con la risoluzione n. 87/E del 14 ottobre 2014 lAgenzia ha invece risposto a un interpello concernente i requisiti
che una startup innovativa deve possedere (cfr. art. 25, comma 2, lettera h), n. 2, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n.
179).
Come noto, tra i requisiti in questione previsto limpiego come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo, in
percentuale uguale o superiore al terzo della forza lavoro complessiva, di personale in possesso di titolo di dottorato
di ricerca o che sta svolgendo un dottorato di ricerca presso ununiversit italiana o straniera, oppure in possesso di
laurea e che abbia svolto, da almeno tre anni, attivit di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati,
in Italia o allestero, ovvero, in percentuale uguale o superiore a due terzi della forza lavoro complessiva, di personale
in possesso di laurea magistrale.
In particolare, il requisito sottoposto allattenzione dellAgenzia quello alternativo messo in evidenza nel testo
sopra riportato; al riguardo, il provvedimento chiarisce che qualsiasi lavoratore percipiente un reddito di lavoro
dipendente ovvero a questo assimilato pu essere ricompreso tra la forza lavoro rilevante ai fini della verifica della
sussistenza del requisito alternativo in commento.
In caso di soci-amministratori, lAgenzia ha ribadito lorientamento precedentemente espresso dal Ministero dello
Sviluppo Economico secondo cui non ci sono ostacoli a far rientrare nellambito della forza lavoro rilevante anche

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tale figura; ci, tuttavia, a condizione che il socio amministratore sia anche socio lavoratore o comunque avente un impiego retribuito nella societ a qualunque titolo, diverso da quello organico.
Gli stagisti, invece, possono essere considerati forza lavoro soltanto se retribuiti, mentre restano
sempre esclusi i consulenti esterni titolari di partita Iva in quanto non annoverabili tra i dipendenti e i
collaboratori dellimpresa.
Occorre infine dare atto che alla fine dellanno la Legge di stabilit per il 2015 (Legge 23 dicembre
2014, n. 190, cfr. art. 1, comma 35) ha riconosciuto un credito dimposta alle imprese che effettuano
investimenti in attivit di ricerca e sviluppo, a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in
corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2019; in particolare, ai fini della determinazione del credito di imposta, risultano ammissibili anche le spese relative a contratti di ricerca
stipulati con universit, enti di ricerca e organismi equiparati, e con altre imprese comprese le start-up
innovative di cui allarticolo 25 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221; in questo caso attribuito un credito dimposta nella misura
del 50% per cento delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti
realizzati nei tre periodi dimposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015.

LEGGE 23 DICEMBRE 2014, N. 190

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LA CEC-PAC NON ESISTE PI:


FINE DI UNANOMALIA ITALIANA

DOPO IL FLOP E LA SOSPENSIONE DEL SERVIZIO, IL LEGISLATORE HA ABROGATO ANCHE


LE NORME CHE PREVEDEVANO LA POSTACERTIFICAT@ GRATUITA PER IL CITTADINO.

l 2014 stato un anno di transizione per le-government italiano, sospeso tra un passato poco glorioso e un futuro
si spera fatto di risparmi ed effettive semplificazioni.

Nellanno appena trascorso si sono registrati segnali che dimostrano una netta inversione di tendenza rispetto al passato, il
pi importante dei quali rappresentato senza dubbio dalla sospensione della CEC-PAC.
La PostaCertificat@ o CEC-PAC (acronimo di Comunicazione Elettronica Certificata tra Pubblica Amministrazione e
Cittadino) un servizio di comunicazione elettronica gratuito attraverso cui ogni cittadino poteva comunicare con gli uffici
pubblici per:
- richiedere/inviare informazioni;
- inviare istanze/documentazione;
- partecipare a concorsi pubblici
- ricevere documenti, informazioni e comunicazioni.

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Il servizio forniva tutte le garanzie delle caselle di posta


elettronica certificata (PEC) ma pu essere utilizzato
solo per comunicare con le pubbliche amministrazioni
(cio con gli indirizzi di posta certificata delle pubbliche
amministrazioni).
Nelle intenzioni dei suoi promotori, la CEC-PAC avrebbe
dovuto risolvere i problemi di comunicazione telematica
tra PA e cittadini; ed invece, come previsto da tanti, il
servizio si rivelato un fallimento.
I numeri parlano chiaro: i cittadini che hanno chiesto la
preattivazione del servizio sono stati poco pi di due milioni,
ma quelli che hanno effettivamente attivato la propria
casella di Postacertificat@ sono stati solo 1,2 milioni. Il dato
pi eclatante per che l82% degli utenti attivi non ha mai
inviato nemmeno un messaggio.
Questi numeri hanno fatto decidere al Ministro per la
Pubblica Amministrazione e allAgenzia per lItalia Digitale
di sospendere il servizio CEC-PAC.
A partire dal 18 dicembre 2014 non pi possibile
richiedere lattivazione di nuovi indirizzi, mentre per gli
utenti gi attivi prevista la graduale sospensione del
servizio fino al 18 luglio 2015 (data a partire dalla quale
le caselle PostaCertificat@ non saranno pi abilitate n in
invio n in ricezione).
Per ridurre il disagio nei confronti dei (pochi) utenti del
servizio, a chi ne far richiesta sar fornita una casella di
Posta Elettronica Certificata gratuita per un anno, in modo
da avere a disposizione uno strumento per le comunicazioni
telematiche con la PA.

(c.d. Legge di Stabilit 2015) ha abrogato i comi 5, 6,


7 e 8 del D. L. n. 185/2008 che prevedevano appunto la
possibilit di fornire gratuitamente ai cittadini una casella
di posta elettronica certificata o analogo indirizzo di posta
elettronica basato su tecnologie che certifichino data e ora
dellinvio e della ricezione delle comunicazioni e lintegrit
del contenuto delle stesse.
La Legge di Stabilit 2015 ha poi previsto che Le risorse
finanziarie stanziate per la CEC-PAC, ove non ancora
impegnate, sono trasferite allAgenzia per lItalia digitale
e utilizzate dalla stessa Agenzia per interventi volti a
favorire e semplificare le comunicazioni tra la pubblica
amministrazione e i cittadini.
Il Legislatore, infine, ha eliminato la menzione
della PostaCertificat@ dallart. 3-bis del Codice
dellAmministrazione Digitale (CAD), la norma che introduce
il diritto al domicilio digitale: abrogata la CEC-PAC, tutti i
cittadini saranno tenuti a dotarsi di un recapito di Posta
Elettronica Certificata preso uno dei gestori accreditati
presso lAgenzia per lItalia Digitale.
Nessuna modifica, invece, allart. 6 del CAD che continua a
fare riferimento alle disposizioni abrogate sulla CEC-PAC. Si
tratta di una evidente svista del legislatore, svista che rende
ancor pi urgente laggiornamento complessivo del Codice
per lAmministrazione Digitale che, dal 2010, non pi
oggetto di sistematici interventi di riordino.
Il completamento della fase 2 dellegovernment italiano
passa necessariamente da questa riforma.

La sospensione della CEC-PAC inaugura la fase 2 delle-gov


italiano, in quanto prelude alla chiusura di tutti i progetti
che non hanno funzionato, liberando risorse pubbliche da
destinare ad attivit in grado di semplificare davvero la vita
di cittadini e imprese. Nel caso della CEC-PAC, ad esempio, la
sospensione del servizio consente al Governo di recuperare
19 milioni di Euro da destinare a progetti realmente
innovativi come Italia Login (la dashboard di cittadini e
imprese).
Dal punto di vista del diritto, va osservato come la
sospensione del servizio di PostaCertificat@ sia stata
seguita da alcune modifiche normative relative alle
disposizioni che contemplavano il servizio di CEC-PAC.
In particolare, lart. 1, comma 617 Legge n. 190/2014

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LA MARCA DA
BOLLO DIVENTA
ELETTRONICA: ECCO
COME FUNZIONA
LAGENZIA DELLE ENTRATE E IL VIA
LIBERA A @ E.BOLLO: FISSATE LE
MODALIT DI PAGAMENTO IN VIA
TELEMATICA DELLIMPOSTA DI BOLLO.

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Con il provvedimento del Direttore dellAgenzia delle Entrate, dintesa con il Capo Dipartimento della Funzione Pubblica, del 19
settembre 2014, emanato ai sensi dellart. 1, comma 596, della Legge 27 dicembre 2013, n. 147, sono state fissate le modalit di
pagamento in via telematica dellimposta di bollo.
La nuova procedura di assolvimento dellimposta sui documenti informatici stata denominata @e.bollo e consentir ai contribuenti il pagamento dellimposta di bollo dovuta alle Amministrazioni per le istanze trasmesse telematicamente.
Il procedimento prevede lacquisizione della marca da bollo digitale che associa lIdentificativo Univoco Bollo Digitale (IUBD)
allimpronta del documento da assoggettare ad imposta.
Il servizio garantito per mezzo di Intermediari senza oneri per contribuenti ed Amministrazioni che si avvalgono della piattaforma del nodo dei pagamenti prevista dagli articoli 5 e 81 del Codice dellAmministrazione Digitale.
Possono accreditarsi quali Intermediari esclusivamente i prestatori di servizi di pagamento cui allart. 114-sexies del T.U. in
materia bancaria e creditizia, previa convenzione con lAgenzia delle Entrate. Dopo aver stipulato la convenzione, tali soggetti
riceveranno dallAgenzia delle Entrate gli Identificativi Univoci di Bollo Digitale (IUBD) da utilizzare per la formazione delle
marche da bollo digitali.
La marca da bollo digitale firmata con la firma elettronica avanzata degli Intermediari, che prevede lutilizzo di un dispositivo
sicuro per la generazione della firma sulla base di un certificato emesso da una Certification Authority appositamente dedicata
per li servizio @e.bollo. Ci al fine di garantire la massima sicurezza in ordine alla autenticit e provenienza della Marca da
bollo digitale allatto dei controlli effettuati dalla PA.
La marca da bollo diviene, dunque, un documento informatico sottoscritto con firma elettronica avanzata dellIntermediario
convenzionato, che contiene lIdentificativo Univoco di Bollo Digitale associato allimpronta del documento. La marca da bollo
digitale , pertanto, utilizzabile solo se unita al documento originale cui si riferisce.
Le modalit di pagamento dellimposta variano a seconde che i documenti siano inoltrati attraverso i servizi interattivi messi a
disposizione sul sito internet dellAmministrazione destinataria, ovvero con luso dei canali telematici (PEC, upload, ecc.).
Nel primo caso, il pagamento della marca da bollo digitale effettuato secondo i seguenti passaggi: il contribuente accede al
portale dellAmministrazione; lAmministrazione evidenzia allinterno della pagina la necessit del pagamento dellimposta di
bollo; il contribuente viene indirizzato, attraverso la piattaforma del nodo dei pagamenti, al sito dellIntermediario dove sono
gi disponibili limpronta del documento ed il valore del relativo bollo da acquistare; lIntermediario consente il pagamento
del bollo e rinvia il cittadino sul sito dellAmministrazione per completare le operazioni relative alla presentazione dellistanza;
lAmministrazione verifica la validit della marca da bollo digitale e, in caso di esito positivo, fa concludere loperazione.
Nel secondo caso, il servizio viene richiesto direttamente dal contribuente allIntermediario, che mette a disposizione del
contribuente un plug-in da installare sulla propria postazione di lavoro al fine di generare limpronta del documento. I passaggi delloperazione sono i seguenti: il contribuente dispone gi del documento da presentare bollato ad una Amministrazione
via PEC; il contribuente si collega al sito di uno degli Intermediari convenzionati e scarica e installa il plug-in di cui sopra;
per mezzo del plug-in il contribuente ottiene unimpronta del documento; sempre attraverso il plug-in il contribuente attiva
lapertura sul web del sito internet dellIntermediario al quale invia limpronta del documento unitamente al valore del bollo da
acquistare; lIntermediario avvisa lutente circa limporto dovuto e permette di concludere il pagamento; lIntermediario crea la
marca da bollo digitale (associando uno IUBD) e la rende disponibile per il download al contribuente; il contribuente scarica la
marca da bollo digitale e la invia per via telematica (PEC, upload, ecc.) allAmministrazione unitamente al documento utilizzato
per ricavare limpronta.
Nel caso in cui il contribuente debba pagare il bollo su un atto o provvedimento prodotto dalla P.A., sar sufficiente replicare gli
schemi logici appena descritti.
Le amministrazioni sono responsabili della verifica del corretto assolvimento dellimposta di bollo. A tale scopo, gli Enti sono
tenuti a collegare al proprio sistema di protocollo informatico un software di verifica che sar reso disponibile dallAgenzia per
lItalia Digitale.

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Attraverso tale software, le Amministrazioni dopo aver ricevuto listanza sono


tenute a verificare la presenza e la correttezza del documento e della marca da
bollo digitale, accertando in particolare che la marca da bollo digitale sia correttamente sottoscritta dallIntermediario con la propria firma elettronica avanzata e
che limpronta contenuta nella marca da bollo digitale sia riferita al documento ad
esso correlato.
Nel caso in cui il controllo dia esito negativo, lAmministrazione tenuta a comunicarlo per via telematica al contribuente al fine di consentirgli la rimozione di
eventuali errori materiali commessi in sede di trasmissione dei documenti.
, infine, onere delle Amministrazioni trasmettere allAgenzia per lItalia Digitale
lelenco degli IUBD riportati nelle marche da bollo digitali ricevute.
Il provvedimento 19 settembre 2014 prevede lemanazione di disposizioni attuative
al fine di dare piena efficacia al pagamento del bollo digitale. , infatti, disposta la
messa a disposizione da parte dellAgenzia delle Entrate e di AgID di linee guida
concernenti le modalit di convenzionamento e lattuazione di tutte le misure del
provvedimento.
LAgenzia delle Entrate, inoltre, dovr provvedere a pubblicare ed aggiornare sul
proprio sito lelenco degli intermediari convenzionati, unitamente ad una guida
operativa per i contribuenti.
Infine, gli Intermediari, le Amministrazioni e lAgenzia delle Entrate dovranno comunicare tempestivamente sul sito la possibilit e le modalit di utilizzo del servizio
@e.bollo.

PROVVEDIMENTO DEL 19 SETTEMBRE 2014

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COMPLETATO IL PRIMO CENSIMENTO DELLE


BASI DATI DELLA PA ITALIANA
IL D.L. N. 90/2014 HA OBBLIGATO TUTTE LE PA A COMUNICARE LE PROPRIE BASI DATI AD
AGID CHE HA RISERVATO UNA BRUTTA SORPRESA AGLI ENTI INADEMPIENTI.
La legislazione degli ultimi anni, accanto al tradizionale ruolo del documento (anche informatico), ha rafforzato il ruolo del dato
quale presupposto indefettibile per la compiuta digitalizzazione dellazione amministrativa.
La fruibilit dei dati delle pubbliche amministrazioni rappresenta condizione necessaria per la semplificazione (in quanto elimina la
necessit per gli utenti di presentare certificati o autocertificazioni) e consente di valorizzare lenorme patrimonio informativo pubblico (in termini di trasparenza, contributo alla crescita economica e miglioramento della qualit del processo decisionale).
Ma quali sono e, soprattutto, dove sono i dati della PA?
Per rispondere a queste domande, nel 2014 il legislatore ha disposto il primo censimento delle basi dei dati dellamministrazione
italiana. Infatti, lart. 24-quater, comma 2, D.L. n. 90/2014 (cos come convertito in Legge n. 114/2014) ha previsto lobbligo per tutte
le pubbliche amministrazioni e societ partecipate dalle pubbliche amministrazioni (in modo totalitario o prevalente) di comunicare allAgenzia per lItalia digitale, esclusivamente per via telematica, lelenco delle basi di dati in loro gestione e degli applicativi che le utilizzano.
Visto che la norma prevedeva che tale comunicazione dovesse avvenire entro il 18 settembre 2014 (trentesimo giorno dallentrata
in vigore della Legge di conversione), lAgenzia per lItalia Digitale informa ha reso disponibile sul proprio sito una procedura on line
per consentire a tutti i soggetti interessati di trasmettere il catalogo delle basi dati in loro gestione nonch degli applicativi che le
utilizzano.
Molto positivi i numeri del censimento in quanto, differentemente rispetto al passato, la gran parte delle PA ha rispettato lobbligo
normativo: hanno trasmesso lelenco oltre 13.800 amministrazioni (pari a circa il 65% dei soggetti tenuti).
Per valorizzare lo sforzo degli enti che, in tempi brevi, si sono adoperati per rispettare lobbligo di legge, lAgenzia per lItalia Digitale
ha pubblicato sul proprio sito lelenco degli oltre 7mila enti inadempienti. Non si tratta soltanto della (giusta) gogna, ma del primo
passo verso la realizzazione del Catalogo nazionale delle basi dati della pubblica amministrazione.
Infatti, le informazioni richieste agli enti non servono solo per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico, ma sono necessarie alla realizzazione (a cura di Agid) di un catalogo nazionale che consenta alle pubbliche amministrazioni di comunicare tra loro
attraverso la messa a disposizione a titolo gratuito degli accessi alle proprie basi di dati mediante la cooperazione applicativa. La
comunicazione dellelenco delle basi dati rappresenta quindi uno snodo di centrale importanza per lattuazione di numerose disposizioni del CAD e dellAgenda Digitale Italiana, specialmente di quelle relative alla gestione informatica dei procedimenti amministrativi.
Infatti, lo stesso Decreto 90/2014 ha eliminato lo strumento delle convenzioni tra pubbliche amministrazioni, previsto dalla precedente formulazione dallart. 58 del Codice dellAmministrazione digitale (CAD - D.Lgs. 82/2005) e previsto che, dora in avanti, le
pubbliche amministrazioni comunicano tra loro attraverso la messa a disposizione a titolo gratuito degli accessi alle proprie basi di
dati alle altre amministrazioni mediante la cooperazione applicativa.
Di conseguenza, la completezza del catalogo delle basi dati diventa fondamentale per consentire lo scambio di dati e informazioni
tra gli uffici pubblici, al pari della disponibilit di un elenco pubblico degli indirizzi telematici delle diverse amministrazioni.
Non quindi casuale che il legislatore abbia affidato allAgenzia per lItalia Digitale (che ha gi il compito di realizzare il catalogo
nazionale delle basi dati) due ulteriori importanti attivit:
a)
la definizione degli standard di comunicazione e delle regole tecniche cui le amministrazioni devono attenersi, sentiti il
Garante per la protezione dei dati personali e gli enti interessati;
b)
il monitoraggio dellattuazione delle disposizioni in materia di accesso alle basi dati, riferendo annualmente con apposita
relazione al Presidente del Consiglio dei ministri .
Stupisce, per, lassenza di disposizioni normative che impongano alle amministrazioni di aggiornare periodicamente le informazioni
sulle proprie basi dati, consentendo ad Agid di procedere alla revisione del catalogo nazionale.
Il rischio che il lavoro fatto fin qui (dal punto di vista normativo e amministrativo) venga vanificato se, gi tra qualche mese, le
informazioni sulla consistenza del patrimonio informativo non saranno pi attuali.
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LERA DELLA TRASPARENZA 2.0: NUOVE


REGOLE PER LA PUBBLICAZIONE ON LINE DEI
BILANCI DELLE PA
Il 2014 sar ricordato come lanno di grandi progetti di trasparenza on line
della pubblica amministrazione come Open Expo (con le informazioni relative
alla gestione di Expo2015) e Soldi Pubblici (con i dati relativi ai pagamenti
delle pubbliche amministrazioni locali).
Anche dal punto di vista normativo, si trattato di un anno di svolta in quanto
il legislatore intervenuto per rendere ancora pi stringenti le disposizioni in
materia di trasparenza delle informazioni sulla spesa pubblica.
Innanzitutto, lart. 8 Decreto Legge n. 66/2014 (c.d. Decreto Spending Review)
ha reso liberamente accessibili i dati di SIOPE, il sistema informativo sulle
operazioni degli Enti pubblici che raccoglie i dati degli incassi e dei pagamenti
effettuati da tutte le amministrazioni. Il SIOPE, avviato nel 2003, un potentissimo strumento di monitoraggio dei conti pubblici, nato per la rilevazione in
tempo reale dei loro fabbisogni.
Si tratta di una misura molto importante, sia per il settore pubblico (la disponibilit dei dati accresce le possibilit di controllo della spesa pubblica e come
effetto indotto anche la riduzione di sprechi e fenomeni di malcostume) sia
per quello privato (non solo perch i dati possono essere utilizzati per sviluppare beni e servizi, ma anche perch la razionalizzazione della spesa contribuisce alla crescita produttiva ed imprenditoriale del Paese).
Il D. L. n. 66/2014 ha poi introdotto nuove disposizioni in materia di pubblicazione di bilanci delle pubbliche amministrazioni. Come noto agli addetti ai lavori,
le norme vigenti (in particolare il Decreto Legislativo n. 33/2013) gi prevedevano che bilanci preventivi e consuntivi dovessero essere pubblicati sul Web,
nella sezione Amministrazione Trasparente dei siti istituzionali dei singoli enti.
Tuttavia, lassenza di standard precisi ha reso tali dati scarsamente comprensibili e, soprattutto, difficilmente confrontabili tra le diverse amministrazioni,
facendo venire meno uno strumento indispensabile per un efficace controllo
civico.
A questo proposito, lart. 8 ha previsto che venisse definito uno schema-tipo e
modalit cui tutti gli enti dovranno adeguarsi per la pubblicazione tramite un
portale unico attraverso cui i dati saranno resi accessibili.

Le regole tecniche sono state adottate con DPCM 22 settembre 2014 (pubblicato in G.U. del 14 novembre 2014) in modo che a partire dal 2015 le
amministrazioni possano pubblicare i dati relativi alle entrate e alla spesa
di cui ai propri bilanci preventivi e consuntivi in formato tabellare aperto che
ne consenta lesportazione, il trattamento e il riutilizzo.
Il mancato rispetto delle nuove modalit di pubblicazione esporr le amministrazioni alle responsabilit previste dallart. 46 D. Lgs. n. 33/2013 e potr
essere contestato da qualsiasi cittadino attraverso le richieste di accesso civico
(introdotto proprio dallart. 5 del D. Lgs. n. 33/2013).

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IL D.L. N. 90/2014 HA OBBLIGATO TUTTE LE PA A COMUNICARE


LE PROPRIE BASI DATI AD AGID CHE HA RISERVATO UNA
BRUTTA SORPRESA AGLI ENTI INADEMPIENTI.

Proprio laccesso civico che consente a chiunque di richiedere la pubblicazione delle informazioni che le PA non abbiano contribuito a rendere accessibili sulla sezione Amministrazione Trasparente dei propri siti web si sta
rivelando uno strumento particolarmente efficace, sia in virt della previsione di un rito speciale sia grazie alla giurisprudenza affermatasi nel corso
del 2014 che ha interpretato estensivo il nuovo istituto (cfr. in particolare
TAR Lazio-Roma , Sez- III bis, 19 marzo 2014, n. 3014 e TAR Campania-Napoli,
Sez. VI, 5 novembre 2014, n. 5671).
In attesa di una modifica alla normativa in materia di accesso ai documenti
amministrativi (ancora governato dalla vecchia e poco efficace n. 241/1990),
il legislatore ha quindi deciso di rendere ancora pi incisivo il Decreto n.
33/2013, da un lato precisando i contenuti degli obblighi di pubblicazione e
dallaltro estendendo per quanto possibile lambito di applicazione soggettivo.
Sotto questo profilo, particolarmente importante la modifica dellart. 11 D.
Lgs. n. 33/2013 operata dallart. 24-bis D. L. n. 90/2014 per cui le medesime
norme in materia di trasparenza delle PA (previsione di un responsabile per
la trasparenza, redazione di un programma triennale e pubblicazione sul
proprio sito web di dati, documenti e informazioni) si applica anche:
a) agli enti di diritto pubblico non territoriali nazionali, regionali o locali,
comunque denominati, istituiti, vigilati, finanziati dalla pubblica amministrazione;
b) limitatamente allattivit di pubblico interesse, agli enti di diritto privato
in controllo pubblico, ossia alle societ e agli altri enti di diritto privato che
esercitano funzioni amministrative, attivit di produzione di beni e servizi
a favore delle amministrazioni pubbliche o di gestione di servizi pubblici ,
oppure agli enti nei quali siano riconosciuti alle pubbliche amministrazioni,
anche in assenza di una partecipazione azionaria, poteri di nomina dei vertici o dei componenti degli organi.

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AGENDA DIGITALE: IN ARRIVO LO


SBLOCCADECRETI PER SUPERARE LO
STALLO
FATTURAZIONE ELETTRONICA, ANAGRAFE E SPID PROCEDONO ORMAI
SPEDITAMENTE, MA MANCANO ALLAPPELLO ANCORA TROPPI DECRETI
ATTUATIVI.

l Governo italiano, per il raggiungimento degli


obiettivi dellAgenda Digitale, ha adottato nel corso
del 2012 alcuni importanti atti normativi (su tutti: il D.L.
5/2012, il D.L. 83/2012 eil D.L. 179/2012).
Tali decreti, che vanno ad aggiungersi alla legislazione in
materia di innovazione stratificatasi nel corso degli anni
(ad es. il D. Lgs. n. 82/2005, c.d. Codice dellAmministrazione
Digitale) avevano lobiettivo di costruire una governance
efficiente per linnovazione del Paese oltre a contenere una
serie di urgenti disposizioni per la digitalizzazione del
settore pubblico e di quello privato (dalla sanit digitale
alle startup, dalle smart cities al processo telematico).
La piena attuazione delle norme in materia di Agenda
Digitale prevedeva lattuazione, in tempi prefissati, di oltre
50 tra regolamenti e regole tecniche. Nel corso del 2014,
si registrata una notevole accelerazione sul versante
dellesecuzione dei principali progetti (Fatturazione
elettronica, Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente
e Sistema Pubblico per la gestione dellIdentit Digitale), ma
manca allappello ancora pi della met dei decreti attuativi.
Numerose le ragioni del ritardo: la scarsa qualit della
normazione, la frammentazione delle competenze tra diversi
Ministeri/Autorit in sede di attuazione, leccessivo numero
di provvedimenti attuativi, lassenza di un monitoraggio
periodico.
Questo ritardo - oltre a impedire il raggiungimento degli
obiettivi prefissati dal Governo ingenera confusione negli
operatori della PA e determina anche un disincentivo agli
investimenti privati nel settore.
possibile porre rimedio a questa situazione di stallo,
a patto di semplificare il quadro normativo. Proprio in
questottica, il legislatore con lart. 24-ter D. L. n. 90/2014

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ha disposto che tutte le regole tecniche previste per


lattuazione dellAgenda digitale italiana possano essere
adottate con modalit semplificate, introducendo una norma
che prevede che, qualora non ancora adottate e decorsi
ulteriori novanta giorni dalla data di entrata in vigore della
legge di conversione del decreto, le regole tecniche possono
essere dettate con decreto del Presidente del Consiglio dei
ministri anche ove non sia pervenuto il concerto dei Ministri
interessati.
Una vera e propria norma sbloccadecreti accompagnata
anche dalla previsione per cui le amministrazioni
competenti, la Conferenza unificata e il Garante per la
protezione dei dati personali rispondono entro trenta
giorni dalla richiesta di parere. In mancanza di risposta nel
termine indicato nel periodo precedente, il parere si intende
interamente favorevole.
Sono state poste quindi le condizioni (normative) perch
il 2015 sia lanno della completa attuazione dellAgenda
Digitale

SISTEMA PUBBLICO PER LA GESTIONE DELLIDENTIT DIGITALE ( SPID)


Il 9 dicembre stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 ottobre che
disciplina il rilascio a tutti i cittadini e le imprese che la richiederanno dellidentit digitale, di un codice magico o un pin
per dirla con le parole del Capo del Governo, Matteo Renzi che consentir di farsi identificare online dalla pubblica amministrazione e da qualsiasi altro fornitore di qualsiasi genere di beni o servizi.
Lidea alla base dello SPID tanto semplice quanto rivoluzionaria e risolve uno dei principali problemi nella virtualizzazione di qualsiasi operazione tra privati o tra privati ed amministrazione : quello di consentire ai soggetti coinvolti nella
transazione di identificarsi in maniera sicura cos da potersi fidare davvero e perfezionare loperazione senza bisogno di
esibire documenti di identit o firmare fogli di carta.
Lidentit digitale servir esattamente a questo ovvero a consentire a chiunque di presentarsi sulla porta di un sito di commercio elettronico, allingresso di un social network o, magari, allo sportello virtuale di unamministrazione e farsi riconoscere in modo inequivoco dallamministrazione o dal fornitore di servizi che, in modo del tutto automatizzato, potr sapere
di noi in tempo reale ed in modo certificato chi siamo, chi rappresentiamo o che professione esercitiamo.
Ma come funzioner SPID?
Chiunque potr rivolgersi ad uno qualsiasi dei fornitori di identit digitali che chiederanno di accreditarsi presso lAgenzia
per lItalia Digitale che il Decreto individua come il riferimento istituzionale e dimostreranno di possedere gli stringenti
requisiti necessari a prendersi cura dellidentit degli italiani e ottenere, previa identificazione forte, lattribuzione di un pin
che gli consentir di vedersi aprire tante porte online.
Ai gestori dellidentit digitale toccher garantire che ogni codice magico appartenga esattamente al cittadino al quale
stato attribuito e che questultimo sia proprio chi il codice racconta essere.
Per cercare qualcosa di simile tra gli strumenti gi in circolazione, si pu guardare al sistema delle firme digitali con la differenza che proprio come suggerisce il nome mentre una firma si associa ad un documento e serve, appunto, per firmare,
unidentit se digitale si associa solo ad un accesso e serve, essenzialmente, per farsi riconoscere o far riconoscere talune
qualit che si posseggono.
Ma se il 2014 stato lanno della nascita formale di SPID, il 2015 sar quello del battesimo delle prime identit digitali e,
quindi, non resta che rinviare al prossimo report per raccontare se e quanto aspettative e speranze troveranno conferma nella
realt o, invece, resteranno tradite e deluse.
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FATTURAZIONE ELETTRONICA
Il 6 giugno 2014 diventata obbligatoria la fatturazione elettronica nei confronti della pubblica
amministrazione centrale. Dopo anni per lo sviluppo del sistema di interscambio e ladozione dei
decreti attuativi, finalmente iniziata una piccola rivoluzione copernicana per il mondo della PA
italiana (e dei suoi fornitori).
Con lespressione fatturazione elettronica si intende lutilizzo delle tecnologie info-telematiche
nelle attivit di fatturazione senza la necessit di dover ricorrere alla stampa su carta. La possibilit di emettere e conservare fatture solo in formato digitale stata introdotta nellordinamento
italiano dal D. Lgs n. 52/2004 che ha recepito la Direttiva Comunitaria n. 200/115/CE. La digitalizzazione del processo di fatturazione consente di conseguire notevoli benefici: riduzione di costi
e aumento di competitivit per le imprese, maggiore velocit nei pagamenti, semplificazione e
maggiore trasparenza nei procedimenti amministrativi. Secondo una ricerca dellOsservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione, la fatturazione elettronica porter a risparmi diretti di
oltre 1 miliardo di euro lanno.
Per questo motivo il Legislatore, con la Legge n. 244/2007 (c.d. Finanziaria 2008) ha deciso di
rendere obbligatoria la fatturazione elettronica nei rapporti con la Pubblica Amministrazione.
In particolare, la norma:
- obbliga i fornitori della PA ad adottare il formato elettronico nella gestione delle fatture (emissione, trasmissione, archiviazione e conservazione) anche se emesse sotto forma di nota, conto,
parcella e simili;
- obbliga le Pubbliche Amministrazioni a non accettare fatture emesse o trasmesse in forma cartacea n a procedere ad alcun pagamento, nemmeno parziale, sino allinvio in forma elettronica;
- istituisce il Sistema di Interscambio (SDI) delle fatture elettroniche, la cui gestione viene demandata al Ministero delleconomia e delle finanze che, allo scopo, si avvale di SOGEI.
Nel corso del 2014 la fatturazione elettronica diventata obbligatoria solo per le pubbliche amministrazioni centrali (i Ministeri, le Agenzie fiscali e gli Enti nazionali di previdenza e assistenza
sociale).
Per le altre Pubbliche Amministrazioni (tra cui spiccano quelle regionali e locali) dopo
lemanazione del D.L. n. 66/2014 lobbligo, inizialmente previsto per il 6 giugno 2015, diventer
operativo il 31 marzo 2015.

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ANAGRAFE NAZIONALE DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE


LAnagrafe Nazionale della Popolazione Residente, ANPR, tappa fondamentale per il processo di
semplificazione e digitalizzazione della PA italiana.
LANPR, prevista dallart. 62 del Codice dellAmministrazione Digitale, costituita dallindice Nazionale delle Anagrafi (INA) e dallAnagrafe degli italiani residenti allestero (AIRE), ed entro il 31
dicembre 2015 subentrer anche alle anagrafi comunali.
Quando ANPR diventer pienamente operativa, ci sar ununica base di dati aggiornata in tempo
reale per tutto il territorio nazionale.
Naturalmente, il percorso di implementazione dellANPR ha richiesto ladozione di alcuni provvedimenti attuativi: in particolare, nellanno appena trascorso stato adottato il DPCM 10 novembre 2014 n. 194 con cui sono state individuate le modalit di attuazione e di funzionamento
dellAnagrafe Nazionale della Popolazione residente ed stato definito il Piano per il graduale
subentro della stessa alle anagrafi gestite dai Comuni,
Nelle modalit di attuazione dellANPR (che raccoglier anche le informazioni sul domicilio digitale
dei cittadini) particolare attenzione viene posta su:

modalit e ai tempi di conservazione dei dati e allaccesso ai dati da parte delle PA per
le proprie finalit istituzionali (che devono essere rispettose della normativa in materia di trattamento dei dati personali);

criteri per linteroperabilit dellANPR con le altre banche dati, in modo che le informazioni di anagrafe, una volta rese dai cittadini, si intendano acquisite dagli uffici procedenti senza
necessit di ulteriori adempimenti o duplicazioni;

erogazione di servizi resi disponibili dallANPR, tra i quali il servizio di invio telematico
delle attestazioni e delle dichiarazioni di nascita e dei certificati.
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