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BEATI I PURI DI CUORE PERCH VEDRANNO DIO Prima predica di Quaresima

1. Dalla purit rituale alla purit di cuore


Continuando la nostra riflessione sulle beatitudini evangeliche iniziata in Avvento, in questa prima meditazione di Quaresima
vogliamo riflettere sulla beatitudine dei puri di cuore. Chiunque legge o sente proclamare oggi: Beati i puri di cuore perch
vedranno Dio, pensa istintivamente alla virt della purezza, quasi che la beatitudine sia lequivalente positivo e interiorizzato
del sesto comandamento: Non commettere atti impuri. Questa interpretazione, avanzata sporadicamente nel corso della storia
della spiritualit cristiana, divenuta predominante a partire dal secolo XIX.
In realt, la purezza del cuore non indica, nel pensiero di Cristo, una virt particolare, ma una qualit che deve accompagnare
tutte le virt, perch esse siano davvero virt e non invece splendidi vizi. Il suo contrario pi diretto non limpurit, ma
lipocrisia. Un po di esegesi e di storia ci aiuteranno a capire meglio.
Cosa intende Ges per purezza di cuore si desume chiaramente dal contesto del discorso della montagna. Secondo il Vangelo
quello che decide della purezza o impurit di una azione sia essa lelemosina, il digiuno o la preghiera lintenzione: cio
se fatta per essere visti dagli uomini, o per piacere a Dio:
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per
essere lodati dagli uomini. In verit vi dico: hanno gi ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non
sappia la tua sinistra ci che fa la tua destra, perch la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenser (Mt 6, 2-6).
Lipocrisia il peccato denunciato con pi forza da Dio lungo tutta la Bibbia e il motivo di ci chiaro. Con essa luomo
declassa Dio, lo mette al secondo posto, collocando al primo posto le creature, il pubblico. L'uomo guarda l'apparenza, il
Signore guarda il cuore (1 Sam 16, 7): coltivare lapparenza pi che il cuore, significa dare pi importanza alluomo che a
Dio.
Lipocrisia dunque essenzialmente mancanza di fede; ma anche mancanza di carit verso il prossimo, nel senso che tende a
ridurre le persone ad ammiratori. Non riconosce loro una dignit propria, ma li vede solo in funzione della propria immagine.
Il giudizio di Cristo sullipocrisia senza appello: Receperunt mercedem suam: hanno gi ricevuto la loro ricompensa! Una
ricompensa, oltretutto, illusoria anche sul piano umano, perch la gloria, si sa, fugge chi la insegue e insegue chi la fugge.
Aiutano a capire il senso della beatitudine dei puri di cuore anche le invettive che Ges pronuncia nei confronti di scribi e
farisei, tutte centrate sullopposizione tra il di dentro e il di fuori, linteriore e lesteriore delluomo:
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono
pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Cos anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni
d'ipocrisia e d'iniquit (Mt 23, 27-28).
La rivoluzione realizzata in questo campo da Ges di una portata incalcolabile. Prima di lui, eccetto qualche raro accenno nei
profeti e nei salmi (Salmo 24, 3: Chi salir il monte del Signore? Chi ha mani innocenti e cuore puro), la purit era intesa in
senso rituale e cultuale; consisteva nel tenersi lontani da cose, animali, persone o luoghi ritenuti capaci di contagiare
negativamente e di separare dalla santit di Dio. Soprattutto ci che legato alla nascita, alla morte, allalimentazione, alla
sessualit rientra in questo ambito. In forme e con presupposti diversi, lo stesso avveniva in altre religioni, fuori della Bibbia.
Ges fa piazza pulita di tutti questi tab. Anzitutto con i gesti che compie: mangia con i peccatori, tocca i lebbrosi, frequenta i
pagani: tutte cose ritenute altamente inquinanti; poi con gli insegnamenti che impartisce. La solennit con cui introduce il suo
discorso sul puro e limpuro fa capire come fosse consapevole egli stesso della novit del suo insegnamento: Chiamata di
nuovo la folla, diceva loro: Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c' nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa
contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo Dal di dentro infatti, cio dal cuore degli uomini,
escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultri, cupidigie, malvagit, inganno, impudicizia, invidia, calunnia,
superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo (Mc 7, 14-15. 21-23).
Dichiarava cos puri tutti gli alimenti, nota quasi con stupore levangelista (Mc 7,19). Contro il tentativo di alcuni giudeocristiani di ripristinare la distinzione tra puro e impuro nei cibi e in altri settori della vita, la chiesa apostolica ribadir con
forza: Tutto puro per chi puro, omnia munda mundis (Tt 1, 15; cf. Rom 14, 20).
La purezza, intesa nel senso di continenza e castit, non assente dalla beatitudine evangelica (tra le cose che inquinano il
cuore Ges pone anche, abbiamo sentito, fornicazioni, adultri e impudicizia); vi occupa per un posto limitato e per cos
dire secondario. un ambito accanto ad altri in cui viene messo in rilievo il posto decisivo che occupa il cuore , come
quando dice che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gi commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5, 28).
In realt, i termini puro e purezza (katharos, katharotes) non sono usati mai nel Nuovo Testamento per indicare quello che
con essi intendiamo noi oggi e cio lassenza di peccati della carne. Per questo vengono usati altri termini: dominio di s
(enkrateia), temperanza (sophrosyne), castit (hagneia).
Da quanto detto, appare chiaro che il puro di cuore per eccellenza Ges stesso. Di lui i suoi stessi avversari sono costretti a
dire: Sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verit insegni la
via di Dio (Mc 12, 14). Ges poteva dire di se: Io non cerco la mia gloria (Gv 8,50).
2. Uno sguardo alla storia
Nellesegesi dei Padri vediamo delinearsi ben presto le tre direzioni fondamentali in cui la beatitudine dei puri di cuore verr
recepita e interpretata nella storia della spiritualit cristiana: quella morale, quella mistica e quella ascetica. Linterpretazione
morale pone laccento sulla rettitudine di intenzione, linterpretazione mistica sulla visione di Dio, quella ascetica sulla lotta
contro le passioni della carne. Le vediamo esemplificate, rispettivamente, in Agostino, Gregorio di Nissa e Giovanni
Crisostomo.
Attenendosi fedelmente al contesto evangelico, Agostino interpreta la beatitudine in chiave morale, come rifiuto di praticare
la giustizia davanti agli uomini per essere da loro ammirati (Mt 6, 1), quindi come semplicit e schiettezza che si oppone
allipocrisia. Ha il cuore semplice, cio puro scrive - soltanto chi supera le lodi umane e nel vivere attento e cerca di essere
gradito soltanto a colui che solo scruta la coscienza[1].

Il fattore che decide della purezza o meno del cuore qui lintenzione. Tutte le nostre azioni sono oneste e gradite alla
presenza di Dio, se sono compiute con il cuore schietto, ossia con lintenzione verso lalto nella finalit dellamoreQuindi
non si deve considerare tanto lazione che si compie, quanto lintenzione con cui si compie[2]. Questo modello interpretativo
che fa leva sullintenzione rimarr operante in tutta la tradizione spirituale posteriore, specialmente ignaziana.
Linterpretazione mistica, che ha in Gregorio di Nissa il suo iniziatore, interpreta la beatitudine in funzione della
contemplazione. Bisogna purificare il proprio cuore da ogni legame con il mondo e con il male; in questo modo il cuore
delluomo torner ad essere quella pura e limpida immagine di Dio che era allinizio e nella propria anima, come in uno
specchio, la creatura potr vedere Dio. Se, con un tenore di vita diligente e attento, laverai le brutture che si sono depositate
sul tuo cuore, risplender in te la divina bellezzaContemplando te stesso, vedrai in te colui che il desiderio del tuo cuore e
sarai beato[3].
Qui il peso tutto sullapodosi, sul frutto promesso alla beatitudine; avere il cuore puro il mezzo; il fine vedere Dio. Si
nota, a livello di linguaggio, un influsso della speculazione di Plotino, che diviene ancora pi scoperto in san Basilio[4].
Anche questa linea interpretativa avr un seguito in tutta la storia successiva della spiritualit cristiana che passa per san
Bernardo, san Bonaventura e i mistici renani[5]. In alcuni ambienti monastici, si aggiunge per unidea nuova e interessante:
quella della purezza come unificazione interiore che si ottiene volendo una cosa sola, quando questa cosa Dio. Scrive san
Bernardo: Beati i puri di cuore perch vedranno Dio. Come se dicesse: purifica il cuore, separati da tutto, sii monaco cio
solo, cerca una cosa sola dal Signore e questa persegui (cf. Sal 27,4), liberati da tutto e vedrai Dio (cf. Sal 46, 11)[6].
Abbastanza isolata invece, nei Padri e negli autori medievali, linterpretazione ascetica in funzione della castit che diverr
predominante, dicevo, dal secolo XIX in poi. Il Crisostomo ce ne fornisce lesempio pi chiaro[7]. Ponendosi in questa stessa
linea, il mistico Ruusbroec distingue una castit dello spirito, una castit del cuore e una castit del corpo. Riferisce la
beatitudine evangelica alla castit del cuore. Essa scrive tiene raccolti e rafforza i sensi esterni, mentre, allinterno, frena e
doma gli istinti brutali chiude il cuore alle cose terrene e ai fallaci allettamenti, mentre lo apre alle cose celesti e alla
verit[8].
Con gradi diversi di fedelt, tutte queste interpretazioni ortodosse rimangono dentro lorizzonte nuovo della rivoluzione
operata da Ges che riconduce ogni discorso morale al cuore. Paradossalmente, quelli che hanno tradito la beatitudine
evangelica dei puri (katharoi) di cuore sono proprio quelli che hanno preso il nome da essa: i catari con tutti i movimenti affini
che li hanno preceduti e seguiti nella storia del cristianesimo. Essi ricadono infatti nella categoria di coloro che fanno
consistere la purit nellessere separati, ritualmente e socialmente, da persone e cose giudicate in se stesse impure, in una purit
pi esteriore che interiore. Sono gli eredi del radicalismo settario dei farisei e degli esseni pi che del vangelo di Cristo.
3. Lipocrisia laica
Si mette spesso in rilievo la portata sociale e culturale di alcune beatitudini. Non raro leggere Beati gli operatori di pace
negli striscioni che accompagnano i cortei dei pacifisti e la beatitudine dei miti che possiederanno la terra giustamente
invocata in favore del principio della non-violenza, per non parlare poi della beatitudine dei poveri e dei perseguitati per la
giustizia. Mai per si parla della rilevanza sociale della beatitudine dei puri di cuore che sembra riservata esclusivamente
allambito personale. Io sono convinto invece che questa beatitudine pu esercitare oggi una funzione critica tra le pi
necessarie nella nostra societ. Abbiamo visto che nel pensiero di Cristo la purezza di cuore non si oppone primariamente
allimpurit, ma allipocrisia, e quello dellipocrisia il vizio umano forse pi diffuso e meno confessato. Ci sono ipocrisie
individuali e ipocrisie collettive.
Luomo ha scritto Pascal ha due vite: una la vita vera, laltra quella immaginaria che vive nellopinione, sua o della gente.
Noi lavoriamo senza posa ad abbellire e conservare il nostro essere immaginario e trascuriamo quello vero. Se possediamo
qualche virt o merito, ci diamo premura di farlo sapere, in un modo o in un altro, per arricchire di tale virt o merito il nostro
essere immaginario, disposti perfino a farne a meno noi, per aggiungere qualcosa a lui, fino a consentire, talvolta, a essere
vigliacchi, pur di sembrare valorosi e a dare anche la vita, purch la gente ne parli [9].
La tendenza messa in luce da Pascal accresciuta enormemente nella cultura attuale dominata dai mass-media, film,
televisione e mondo dello spettacolo in genere. Cartesio ha detto: Cogito ergo sum, penso dunque sono; ma oggi si tende a
sostituirlo con appaio, dunque sono.
Allorigine il termine ipocrisia era riservato allarte teatrale. Significava semplicemente recitare, rappresentare sulla scena.
SantAgostino lo ricorda nel suo commento alla beatitudine dei puri di cuori. Gli ipocriti scrive sono operatori di finzioni
sul tipo dei presentatori dellaltrui personalit nelle rappresentazioni teatrali[10].
Lorigine del termine ci mette sulle tracce per scoprire la natura dellipocrisia. Essa fare della vita un teatro in cui si recita per
un pubblico; indossare una maschera, cessare di essere persona e diventare personaggio. Ho letto da qualche parte questa
caratterizzazione delle due cose: Il personaggio non altro che la corruzione della persona. La persona un volto, il
personaggio una maschera. La persona nudit radicale, il personaggio tutto abbigliamento. La persona ama lautenticit e
lessenzialit, il personaggio vive di finzione e di artifici. La persona ubbidisce alle proprie convinzioni, il personaggio
ubbidisce a un copione. La persona , umile e leggera, il personaggio pesante ed ingombrante.
Ma la finzione teatrale una ipocrisia innocente perch mantiene pur sempre la distinzione tra il palcoscenico e la vita.
Nessuno che assiste alla rappresentazione dellAgamennone ( lesempio addotto da Agostino) pensa che lattore sia veramente
Agamennone. Il fatto nuovo e inquietante di oggi che si tende ad annullare anche questo divario, trasformando la vita stessa
in uno spettacolo. quello che pretendono i cosiddetti reality show che dilagano ormai sulle reti televisive di tutto il mondo.
Secondo il filosofo francese Jean Baudrillard, deceduto tre giorni fa, divenuto difficile ormai distinguere gli avvenimenti reali
(11 Settembre, guerra del Golfo) dalla loro rappresentazione mediatica. Realt e virtualit si confondono.
Il richiamo allinteriorit che caratterizza la nostra beatitudine e tutto il discorso della montagna un invito a non lasciarci
travolgere da questa tendenza che tende a svuotare la persona, riducendola a immagine, o peggio (secondo il termine caro a
Baudrillard) a simulacro.
Kierkegaard ha messo in luce lalienazione che risulta dal vivere di pura esteriorit, sempre e solo al cospetto degli uomini, e

mai soli al cospetto di Dio e del proprio io. Un mandriano -osserva - pu essere un 'io' di fronte alle sue vacche, se vivendo
sempre con loro non ha che quelle con cui commisurarsi. Un re pu essere un io di fronte ai sudditi e si sentir un 'io'
importante. Il bambino si coglie come un 'io' in rapporto ai genitori, un cittadino di fronte allo Stato...Ma sar sempre un io
imperfetto, perch manca la misura. "Che realt infinita acquista invece il mio 'io', quando prende coscienza di esistere davanti
a Dio, diventando un 'io' umano la cui misura Dio...Che accento infinito cade sull' 'io' nel momento in cui ottiene come
misura Dio!" ).
Sembra un commento al detto di san Francesco dAssisi: Quello che luomo che davanti a Dio, quello e nulla pi[11].
4. Lipocrisia religiosa
La cosa peggiore che si pu fare, parlando di ipocrisia, quella di servirsene solo per giudicare gli altri, la societ, la cultura, il
mondo. proprio a costoro che Ges applica il titolo di ipocriti: Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai
bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello! (Mt 7,5).
Come credenti, dobbiamo ricordare il detto di un rabbino ebreo del tempo di Cristo, secondo cui il 90% dellipocrisia del
mondo si trovava allora a Gerusalemme[12]. Gi il martire santIgnazio di Antiochia sentiva il bisogno di ammonire i suoi
fratelli di fede scrivendo: meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo[13].
Lipocrisia insidia soprattutto le persone pie e religiose e il motivo di ci semplice: dove pi forte la stima dei valori dello
spirito, della piet e della virt (o dellortodossia!), l pi forte anche la tentazione di ostentarli per non sembrarne privi. A
volte lo stesso ufficio che ricopriamo che ci spinge a farlo. Certi impegni del consorzio umano scrive santAgostino nelle
Confessioni ci costringono a farci amare e temere dagli uomini; quindi l'avversario della nostra vera felicit incalza e
dissemina ovunque i lacci dei "Bravo, bravo", per prenderci a nostra insaputa mentre li raccogliamo con avidit, per staccare la
nostra gioia dalla tua verit e attaccarla alla menzogna degli uomini, per farci gustare l'amore e il timore non ottenuti in tuo
nome, ma in tua vece[14].
Lipocrisia pi perniciosa sarebbe nasconderela propria ipocrisia. In nessuno schema di esame di coscienza io ricordo di aver
trovato la domanda: Sono stato ipocrita? Mi sono preoccupato dello sguardo degli uomini su di me, pi che di quello di Dio? A
un certo punto della vita, io ho dovuto introdurre per conto mio queste domande nel mio esame di coscienza e raramente ho
potuto passare indenne alla domanda successiva
Un giorno cera come brano evangelico della Messa la parabola dei talenti. Ascoltandolo, ho capito di colpo una cosa. Tra il far
fruttare i talenti e il non farli fruttare c di mezzo una terza possibilit: quella di farli fruttare, s, ma per se stesi, non per il
padrone, per la propria gloria o il proprio tornaconto, e questo un peccato forse pi grave che seppellirli. Quel giorno, al
momento della comunione, ho dovuto fare come certi ladri sorpresi in flagrante che, pieni di vergogna, svuotano le tasche e
gettano ai piedi del proprietario ci che gli hanno sottratto.
Ges ci ha lasciato un mezzo semplice e insuperabile per rettificare pi volte al giorno le nostre intenzioni, le prime tre
domande del Padre nostro: Sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volont. Esse possono essere
recitate come preghiere, ma anche come dichiarazione di intenzione: tutto quello che faccio, voglio farlo perch sia santificato
il tuo nome, perch venga il tuo regno e perch sia fatta la tua volont.
Sarebbe un contributo prezioso per la societ e per la comunit cristiana se la beatitudine dei puri di cuori ci aiutasse a
mantenere desta in noi la nostalgia di un mondo pulito, vero, sincero, senza ipocrisia, n religiosa n laica; un mondo in cui le
azioni corrispondono alle parole, le parole ai pensieri e i pensieri delluomo a quelli di Dio. Questo non avverr pienamente
che nella Gerusalemme celeste, la citt tutta di cristallo, ma dobbiamo almeno tendere ad esso.
Una scrittrice di favole ha scritto una favola intitolata Il paese di vetro. Parla di una fanciulla che finisce, per magia, in un
paese tutto di vetro: case di vetro, uccelli di vetro, alberi di vetro, persone che si muovono come graziose statuine di vetro.
Eppure nulla andato mai in frantumi perch tutti hanno imparato a muoversi in esso con delicatezza per non farsi del male.
Le persone, incontrandosi, rispondono alle domande prima che esse siano formulate perch anche i pensieri sono diventati
aperti e trasparenti; nessuno cerca pi di mentire, sapendo che tutti possono leggere quello che si ha in mente[15].
Vengono i brividi solo a pensare cosa succederebbe se questo avvenisse gi ora, tra di noi; ma salutare almeno proporcelo
come ideale. il cammino che porta alla beatitudine che abbiamo cercato di commentare: Beati i puri di cuore perch
vedranno Dio.
BEATI I MITI PERCH POSSIEDERANNO LA TERRA Seconda predica di Quaresima alla Casa Pontificia
1. Chi sono i miti
La beatitudine sulla quale vogliamo meditare oggi si presta a una osservazione importante. Essa dice: Beati i miti perch
possiederanno la terra. Ora, in un altro passo dello stesso vangelo di Matteo, Ges esclama: Imparate da me che sono mite ed
umile di cuore (Mt 11, 29). Ne deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il maestro traccia, per
cos dire a tavolino, per i suoi seguaci; sono lautoritratto di Ges! lui il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato
per la giustizia.
qui il limite di Gandhi nel suo approccio al discorso della montagna che pure ammirava tanto. Per lui, esso potrebbe anche
prescindere del tutto dalla persona storica di Cristo. Non mi importerebbe nemmeno egli disse in unoccasione se
qualcuno dimostrasse che luomo Ges in realt non visse mai e che quanto si legge nei Vangeli non che frutto
dellimmaginazione dellautore. Perch il Sermone della montagna resterebbe pur sempre vero ai miei occhi [1].
, al contrario, la persona e la vita di Cristo che fanno delle beatitudini e dellintero discorso della montagna qualcosa di pi
che una splendida utopia etica; ne fanno una realizzazione storica, da cui ognuno pu attingere forza per la comunione mistica
che lo lega alla persona del Salvatore. Non appartengono solo allordine dei doveri, ma anche a quello della grazia.
Per scoprire chi sono i miti proclamati beati da Ges, giova passare brevemente in rassegna i vari termini con cui la parola miti
(praeis) resa nelle traduzioni moderne. Litaliano ha due termini: miti e mansueti. Questultimo anche il termine usato nelle
traduzioni spagnole, los mansos, i mansueti. In francese la parola tradotta con doux, alla lettera i dolci, coloro che
possiedono la virt della dolcezza. (Non esiste in francese un termine specifico per dire mitezza; nel Dictionnaire de
spiritualit questa virt trattata alla voce douceur, dolcezza).

In tedesco si alternano diverse traduzioni. Lutero traduceva il termine con Sanftmtigen, cio miti, dolci; nella traduzione
ecumenica della Bibbia, la Eineits Bibel, i miti sono coloro che non fanno alcuna violenza die keine Gewalt anwenden ,
dunque i non-violenti; alcuni autori accentuano la dimensione oggettiva e sociologica e traducono praeis con Machtlosen, gli
inermi, i senza potere. Linglese rende di solito praeis con the gentle, introducendo nella beatitudine la sfumatura di gentilezza
e di cortesia.
Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non
isolarne nessuna, per avere unidea della ricchezza originaria del termine evangelico. Due associazioni costanti, nella Bibbia e
nella parenesi cristiana antica, aiutano a cogliere il senso pieno di mitezza: una quella che accosta tra loro mitezza e umilt,
laltra quella che accosta mitezza e pazienza; luna mette in luce le disposizioni interiori da cui scaturisce la mitezza, laltra gli
atteggiamenti che spinge ad avere nei confronti del prossimo: affabilit, dolcezza, gentilezza. Sono gli stessi tratti che
lApostolo mette in luce parlando della carit: La carit paziente, benigna, non manca di rispetto, non si adira (1 Cor
13, 4-5).
2. Ges, il mite
Se le beatitudini sono lautoritratto di Cristo, la prima cosa da fare nel commentare una di esse di vedere come stata vissuta
da lui. I vangeli sono da un capo allaltro la dimostrazione della mitezza di Cristo, nel suo duplice aspetto di umilt e di
pazienza. Egli stesso, abbiamo ricordato, si propone a modello di mitezza. A lui Matteo applica le parole dette del Servo di Dio
in Isaia: Non discuter, n grider, non spezzer la canna incrinata e non spegner il lucignolo fumigante (cf. Mt 12, 20). Il
suo ingresso in Gerusalemme cavalcando unasina visto come un esempio di re mite che rifugge da ogni idea di violenza e
di guerra (cf. Mt 21, 4).
La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto dira, nessuna minaccia: Oltraggiato non
rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta (1 Pt 2, 23). Questo tratto della persona di Cristo si era talmente
stampato nella memoria dei suoi discepoli che san Paolo, volendo scongiurare i Corinzi per qualcosa di caro e di sacro, scrive
loro: Vi esorto per la mitezza (prautes) e la benignit (epieikeia) di Cristo (2 Cor 10, 1).
Ma Ges ha fatto ben pi che darci un esempio di mitezza e pazienza eroica; ha fatto della mitezza e della non violenza il
segno della vera grandezza. Questa non consister pi nellelevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nellabbassarsi per
servire ed elevare gli altri. Sulla croce, dice Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi
vittima, Victor quia victima [2].
Nietzsche, si sa, si opposto a questa visione, definendola una morale da schiavi, suggerita dal risentimento naturale dei
deboli verso i forti. Predicando lumilt e la mitezza, il farsi piccoli, il porgere laltra guancia, il cristianesimo avrebbe
introdotto, secondo lui, una specie di cancro nellumanit che ne ha spento lo slancio e mortificato la vita
Da qualche tempo si assiste al tentativo di assolvere Nietzsche da ogni accusa, di addomesticarlo e perfino di cristianizzarlo. Si
dice che in fondo egli non se la prende contro Cristo, ma contro i cristiani che in certe epoche hanno predicato una rinuncia
fine a se stessa, disprezzando la vita e infierendo contro il corpoTutti avrebbero travisato il vero pensiero del filosofo, a
cominciare da HitlerIn realt egli sarebbe stato un profeta dei tempi nuovi, il precursore dellera postmoderna.
rimasta, si pu dire, una sola voce a opporsi a questa tendenza, quella del pensatore francese Ren Girard. Secondo lui, tutti
questi tentativi fanno torto anzitutto a Nietzsche. Con una perspicacia davvero unica, per il suo tempo, egli ha colto il vero
nocciolo del problema, lalternativa irriducibile tra paganesimo e cristianesimo.
Il paganesimo esalta il sacrificio del debole a favore del forte e dellavanzamento della vita; il cristianesimo esalta il sacrificio
del forte a favore del debole. difficile non vedere un nesso oggettivo tra la proposta di Nietzsche e il programma hitleriano di
eliminazione di interi gruppi umani per lavanzamento della civilt e la purezza della razza.
Non dunque soltanto il cristianesimo il bersaglio del filosofo, ma anche Cristo. Dioniso contro il crocifisso: eccovi
lantitesi, esclama in uno dei suoi frammenti postumi [3].
Girard dimostra che quello che forma il pi grande vanto della societ moderna la preoccupazione per le vittime, lo stare da
parte del debole e delloppresso, la difesa della vita minacciata in realt un prodotto diretto della rivoluzione evangelica che
per, per un paradossale gioco di rivalit mimetiche, viene ora rivendicato da altri movimenti, come conquista propria, in
opposizione addirittura al cristianesimo [4].
Non vero che il vangelo mortifica il desiderio di fare grandi cose e di primeggiare. Ges dice: Se qualcuno vuol essere il
primo, si faccia lultimo di tutti e il servo di tutti (Mc 9, 35). dunque lecito, e anzi raccomandato, di voler essere il primo;
solo il cammino per giungervi cambiato: non elevandosi sopra gli altri, magari schiacciandoli se sono di ostacolo, ma
abbassandosi per elevare gli altri insieme con s.
3. Mitezza e tolleranza
La beatitudine dei miti diventata di straordinaria rilevanza nel dibattito su religione e violenza, accesosi dopo l11 Settembre.
Essa ricorda, anzitutto a noi cristiani, che il vangelo non lascia spazio a dubbi. Non ci sono in esso esortazioni alla non
violenza, mescolate a esortazioni contrarie. I cristiani possono, in certe epoche, aver tralignato su ci, ma la fonte limpida e
ad essa la Chiesa pu tornare a ispirarsi a ogni epoca, sicura di non trovarvi che verit e santit.
Il vangelo dice che chi non creder sar condannato (Mc 16,16), ma condannato in cielo, non in terra, da Dio non dagli
uomini. Quando vi perseguiteranno in una citt dice Ges fuggite in unaltra (Mt 10,23); non dice: mettetela a ferro e
fuoco. Una volta, due suoi discepoli, Giacomo e Giovanni, che non erano stati ricevuti in un certo villaggio di samaritani,
dissero a Ges: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?. Ges, scritto, si volt e li
rimprover. Molti manoscritti riportano anche il tenore del rimprovero: Voi non sapete di che spirito siete. Poich il Figlio
delluomo non venuto a perdere le anime degli uomini, ma a salvarle (cf. Lc 9, 53-55).
Il famoso compelle intrare, costringeteli a entrare, con cui santAgostino, anche se a malincuore [5], giustifica la sua
approvazione delle leggi imperiali contro i Donatisti [6] e che servir in seguito a giustificare la coercizione nei confronti degli
eretici, dovuta a una evidente forzatura del testo evangelico, frutto di una lettura meccanicamente letterale della Bibbia.
La frase messa da Ges in bocca alluomo che aveva preparato una grande cena e, di fronte al rifiuto degli invitati di venire,

dice ai servi di andare per le strade e lungo le siepi e di costringere poveri, storpi, ciechi e zoppi ad entrare (cf. Lc 14, 15-24).
chiaro che costringere non significa altro, nel contesto, che fare una amabile insistenza. I poveri e gli storpi, come tutti gli
infelici, potrebbero sentirsi imbarazzati a presentarsi cos male in arnese al palazzo: vincete la loro resistenza, raccomanda il
padrone, dite loro che non abbiano paura ad entrare. Quante volte, in circostanze simili, noi stessi abbiamo detto: Mi ha
costretto ad accettare, sapendo bene che linsistenza in questi casi segno di benevolenza, non di violenza.
In un libro-inchiesta su Ges che tanta eco ha suscitato ultimamente in Italia si attribuisce a Ges la frase: E quei miei nemici
che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me (Lc 19, 27) e se ne deduce che a frasi
come queste che si rifanno i sostenitori della guerra santa [7]. Ora va precisato che Luca non attribuisce tali parole a Ges,
ma al re della parabola e si sa che non si possono trasferire di peso dalla parabola alla realt tutti i dettagli del racconto
parabolico, e in ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il senso metaforico di quelle parole che
accettare o rifiutare Ges non senza conseguenze; una questione di vita o di morte, ma vita e morte spirituale, non fisica. La
guerra santa non centra proprio.
4. Con mitezza e rispetto
Ma lasciamo da parte queste considerazioni di ordine apologetico e cerchiamo di vedere come fare della beatitudine dei miti
una luce per la nostra vita cristiana. C una applicazione pastorale della beatitudine dei miti che inizia gi con la Prima Lettera
di Pietro. Essa riguarda il dialogo con il mondo esterno: Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a
rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza (prautes) e
rispetto (1 Pt 3,15-16).
Vi sono stati fin dallantichit due tipi di apologetica, uno che ha il suo modello in Tertulliano, laltro in Giustino; luno mira a
vincere, laltro a convincere. Giustino scrive un Dialogo con Trifone giudeo, Tertulliano (o un suo discepolo) scrive un trattato
Contro i giudei, Adversus Judeos. Tutti e due questi stili hanno avuto un seguito nella letteratura cristiana (il nostro Giovanni
Papini era certamente pi vicino a Tertulliano che a Giustino), ma certo oggi da preferire il primo. Lenciclica Dues caritas
est dellattuale Sommo Pontefice un esempio luminoso di questa presentazione rispettosa e costruttiva dei valori cristiani che
da ragione della speranza cristiana con mitezza e rispetto.
Il martire santIgnazio dAntiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento
sempre attuale: Davanti alla loro ira, siate miti; di fronte alla loro boria, siate umili [8].
La promessa legata alla beatitudine dei miti possederanno la terra si realizza su diversi piani, fino alla terra promessa
definitiva che la vita eterna, ma certamente uno dei piani quello umano: la terra sono i cuori degli uomini. I miti
conquistano la fiducia, attirano gli animi. Il santo per eccellenza della mitezza e della dolcezza, san Francesco di Sales, soleva
dire: Siate pi dolci che potete e ricordatevi che si prendono pi mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto.
5. Imparate da me
Si potrebbe insistere a lungo su queste applicazioni pastorali della beatitudine dei miti, ma passiamo a unapplicazione pi
personale. Ges dice: Imparate da me che sono mite. Si potrebbe obbiettare: ma Ges non si mostrato, lui stesso, sempre
mite! Dice per esempio di non opporsi al malvagio, e a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra (Mt 5, 39).
Quando per una delle guardie percosse lui sulla guancia, durante il processo davanti al Sinedrio, non scritto che porse
laltra, ma con calma rispose: Se ho parlato male, dimostrami dov' il male; ma se ho parlato bene, perch mi percuoti? (Gv
18, 23).
Questo significa che non tutto nel discorso della montagna va preso meccanicamente alla lettera; Ges, secondo il suo stile, usa
delle iperboli e un linguaggio immaginifico per meglio imprimere nella mente dei discepoli una certa idea. Nel caso del
porgere laltra guancia, per esempio, limportante non il gesto di porgere laltra guancia (che a volte pu perfino apparire
provocatorio), ma di non rispondere alla violenza con altra violenza, di vincere lira con la calma.
In questo senso, la sua risposta alla guardia lesempio di una mitezza divina. Per misurarne la portata, basta confrontarla con
la reazione del suo apostolo Paolo (che pure era un santo) in una situazione analoga. Quando, nel processo davanti al sinedrio,
il sommo sacerdote Anania ordina di percuotere Paolo sulla bocca, egli risponde: Dio percuoter te, muro imbiancato (Atti
23, 2-3).
Un altro dubbio va chiarito. Nello stesso discorso della montagna Ges dice: Chi dice al fratello: stupido, sar sottoposto al
sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sar sottoposto al fuoco della Geenna (Mt 5, 22). Ora pi volte nel vangelo egli si rivolge agli
scribi e ai farisei chiamandoli ipocriti, stolti e ciechi (cf. Mt 23, 17; rimprovera i discepoli chiamandoli sciocchi e tardi di
cuore (cf. Lc 24, 25).
Anche qui la spiegazione semplice. Bisogna distingue tra lingiuria e la correzione. Ges condanna le parole dette con rabbia
e con lintenzione di offendere il fratello, non quelle che mirano a fare prendere coscienza del proprio errore e a correggere. Un
padre che dice al figlio: sei un indisciplinato, un disobbediente, non intende offenderlo, ma correggerlo. Mos viene definito
dalla Scrittura pi mansueto di ogni uomo che sulla terra (Num 12,3), eppure nel Deuteronomio lo sentiamo esclamare
rivolto a Israele: Cos ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente? (Dt 32,6).
Quello che decide se chi parla parla per amore o per odio. Ama e fa ci che vuoi, diceva santAgostino. Se ami, sia che
correggi, sia che lasci correre, sar amore. Lamore non fa alcun male al prossimo, dalla radice dellamore, come da albero
buono, non possono nascere che frutti buoni [9].
6. Miti di cuore
Siamo giunti cos al terreno proprio della beatitudine dei miti, il cuore. Ges dice: Imparate da me che sono mite ed umile di
cuore. La vera mitezza si decide l. dal cuore, dice, che provengono omicidi, cattiverie, calunnie (Mc 7, 21-22), come dai
ribollimenti interni del vulcano fuoriescono lava, cenere e lapilli infuocati. Le pi grandi esplosioni di violenza, come le guerre
e liti, cominciano, dice san Giacomo, segretamente dalle passioni che si agitano dentro il cuore delluomo (cf. Gc 4, 1-2).
Come esiste un adulterio del cuore, cos esiste un omicidio del cuore: Chiunque odia il proprio fratello, scrive Giovanni,
omicida (1 Gv 3,15).
Non c solo la violenza delle mani, c anche quella dei pensieri. Dentro di noi, se ci facciamo caso, si svolgono quasi in

continuazione processi a porte chiuse. Un monaco anonimo ha delle pagine di una grande penetrazione a questo riguardo.
Parla da monaco, ma quello che dice non vale solo per i monasteri; porta lesempio dei sudditi, ma evidente che il problema
si pone in altro modo anche per i superiori.
Osserva, dice, anche per un solo giorno, il corso dei tuoi pensieri: ti sorprender la frequenza e la vivacit delle tue critiche
interne con immaginari interlocutori, se non altro con quelli che ti stanno vicino. Qual di solito la loro origine? Questo: lo
scontento a causa dei superiori che non ci vogliono bene, non ci stimano, non ci capiscono; sono severi, ingiusti o troppo gretti
con noi o con altri oppressi. Siamo scontenti dei nostri fratelli, senza comprensione, cocciuti, sbrigativi, confusionari o
ingiuriosi Allora nel nostro spirito si crea un tribunale, nel quale siamo procuratore, presidente, giudice e giurato; raramente
avvocato, se non a nostro favore. Si espongono i torti; si pesano le ragioni; ci si difende e ci si giustifica; si condanna lassente.
Forse si elaborano piani di rivincita o raggiri vendicativi [10].
I Padri del deserto, non dovendo lottare contro nemici esterni, hanno fatto di questa battaglia interiore ai pensieri (i famosi
logismoi) il banco di prova di ogni progresso spirituale. Hanno anche elaborato un metodo di lotta. La nostra mente, dicevano,
ha la capacit di precorrere lo svolgimento di un pensiero, di conoscere, fin dallinizio, dove andr a parare: se a scusa del
fratello o a sua condanna, se a gloria propria, o a gloria di Dio. Compito del monaco diceva un anziano vedere giungere
da lontano i propri pensieri [11], sintende per sbarrare loro la strada, quando non sono conformi alla carit. Il modo pi
semplice di farlo di dire una breve preghiera o mandare una benedizione allindirizzo della persona che siamo tentati di
giudicare. Dopo, a mente serena, si potr valutare se e come agire nei suoi confronti.
7. Rivestirsi della mitezza di Cristo
Unosservazione prima di concludere. Per loro natura, le beatitudini sono orientate alla pratica; fanno appello allimitazione,
accentuano lopera delluomo. C il rischio che si resti scoraggiati nel constatare lincapacit di attuarle nella propria vita e la
distanza abissale che c tra lideale e la pratica.
Si deve richiamare alla mente quello che si diceva allinizio: le beatitudini sono lautoritratto di Ges. Egli le ha vissute tutte e
in grado sommo; ma e qui sta la buona notizia non le ha vissute solo per se, ma anche per tutti noi. Nei confronti delle
beatitudini, non siamo chiamati solo allimitazione, ma anche allappropriazione. Nella fede possiamo attingere dalla mitezza
di Cristo, come dalla sua purezza di cuore e da ogni altra sua virt. Possiamo pregare per avere la mitezza, come Agostino
pregava per avere la castit: O Dio, tu mi comandi di essere mite; dammi ci che mi comandi e comandami ci che vuoi
[12].
Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bont, di umilt, di mansuetudine (prautes), di
pazienza (Col 3,12), scrive lApostolo ai Colossesi. La mansuetudine e la mitezza sono come un vestito che Cristo ci ha
meritato e di cui, nella fede, possiamo rivestirci, non per essere dispensati dalla pratica, ma per animarci ad essa. La mitezza
(prautes) posta da Paolo tra i frutti dello Spirito (Gal 5, 23), cio tra le qualit che il credente mostra nella propria vita,
quando accoglie lo Spirito di Cristo e si sforza di corrispondervi.
Possiamo dunque terminare ripetendo insieme con fiducia la bella invocazione delle litanie del S. Cuore: Ges, mite ed umile
di cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo.
BEATI VOI CHE ORA AVETE FAME, PERCH SARETE SAZIATI Terza predica di Quaresima alla Casa Pontificia
1. Le beatitudini e il Ges storico
La ricerca sul Ges storico, oggi tanto in auge sia quella fatta da studiosi credenti che quella radicale dei non credenti
nasconde un grave pericolo: quello di indurre a credere che solo ci che, per questa nuova via, si potr far risalire al Ges
terreno sia autentico, mentre tutto il resto sarebbe non-storico e quindi non autentico. Questo significherebbe limitare
indebitamente alla sola storia i mezzi che Dio ha a disposizione per rivelarsi. Significherebbe abbandonare tacitamente la verit
di fede dellispirazione biblica e quindi il carattere rivelato delle Scritture.
Pare che questa esigenza di non limitare alla sola storia la ricerca sul Nuovo Testamento, cominci a farsi strada tra diversi
studiosi della Bibbia. Nel 2005 si tenuto a Roma, presso lIstituto Biblico, una consultazione su Critica canonica e
interpretazione teologica (Canon Criticism and Theological Interpretation), con la partecipazione di eminenti studiosi del
Nuovo Testamento. Essa aveva lo scopo di promuovere questo aspetto della ricerca biblica che tiene conto della dimensione
canonica delle Scritture, integrando la ricerca storica con la dimensione teologica.
Da tutto ci deduciamo che parola di Dio, e quindi normativo per il credente, non lipotetico nucleo originario
variamente ricostruito dagli storici, ma quello che scritto nei vangeli. Il risultato delle ricerche storiche va tenuto in
grandissimo conto perch esso che deve guidare alla comprensione anche degli sviluppi posteriori della tradizione, ma
lesclamazione Parola di Dio! continueremo a pronunciarla al termine della lettura del testo evangelico, non al termine della
lettura dellultimo libro sul Ges storico.
Queste osservazioni ci sono particolarmente utili quando si tratta delluso da fare delle beatitudini evangeliche. risaputo che
le beatitudini ci sono giunte in due versioni diverse. Matteo ha otto beatitudini, Luca ne ha solo quattro, seguite per da
altrettanti guai contrari; in Matteo il discorso indiretto: beati i poveri, beati gli affamati; in Luca il discorso diretto:
beati voi, poveri, Beati voi che avete fame; Luca ha poveri e affamati, Matteo ha poveri in spirito e affamati di
giustizia.
Dopo tutto il lavoro critico fatto per distinguere ci che, nelle beatitudini, risale al Ges storico ci che proprio di Matteo e
di Luca , il compito del credente di oggi non di scegliere come autentica una delle due versioni e lasciare da parte laltra. Si
tratta piuttosto di raccogliere il messaggio contenuto nelluna e nellaltra versione evangelica e secondo i casi e le necessit di
oggi valorizzare, di volta in volta, luna o laltra prospettiva, come fece ognuno dei due evangelisti a suo tempo.
2. Chi sono gli affamati e chi i sazi
Seguendo questo principio, riflettiamo oggi sulla beatitudine degli affamati, partendo dalla versione di Luca: Beati voi che
avete fame, perch sarete saziati. Vedremo, in un secondo momento, che la versione di Matteo che parla di fame di giustizia
non si oppone a quella di Luca, ma la conferma e la rafforza.
Gli affamati della beatitudine lucana non sono una categoria diversa dai poveri menzionati nella prima beatitudine. Sono gli

stessi poveri considerati nellaspetto pi drammatico della loro condizione, la mancanza di cibo. Parallelamente, i sazi sono i
ricchi che nella loro prosperit possono soddisfare non solo il bisogno, ma anche la volutt nel mangiare. Ges stesso che si
preoccupato di spiegare chi sono i sazi e chi gli affamati. Lo ha fatto con la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro
(Lc 16, 19-31). Anchessa considera povert e ricchezza sotto langolatura della mancanza o sovrabbondanza di cibo: il ricco
banchettava ogni giorno lautamente; il povero bramava invano di sfamarsi con quello che cadeva dalla mensa del ricco.
La parabola per non spiega solo chi sono gli affamati e chi i sazi, ma anche e soprattutto perch i primi sono dichiarati beati e
i secondi sventurati: Un giorno il povero mor e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Mor anche il ricco e fu
sepolto...nell'inferno tra i tormenti. La fine rivela doce portano le due strade: quella stretta della povert e quella larga e
spaziosa della spensieratezza.
La ricchezza e la saziet tendono a racchiudere luomo in un orizzonte terreno perch dove il tuo tesoro, l sar anche il tuo
cuore (Lc 12, 34); aggravano il cuore con la crapula e la ubriachezza, soffocando il seme della parola (cf. Lc 21,34); fanno
dimenticare al ricco che la notte seguente potrebbe essergli chiesto conto della sua vita (Lc 16,19-31); rendono lentrare nel
regno pi difficile che per un cammello passare per la cruna di un ago (Lc 18,25).
Il ricco epulone e tutti gli altri ricchi del vangelo non sono condannati per il semplice fatto di essere ricchi, ma per luso che
fanno, o non fanno, della loro ricchezza. Nella parabola del ricco epulone Ges fa intendere che cera, per il ricco, una via di
uscita, quella di ricordarsi di Lazzaro alla sua porta e condividere con lui il suo lauto pasto.
Il rimedio, in altre parole, di farsi amici i poveri con le ricchezze (Lc 16, 9); lamministratore infedele lodato per aver
fatto questo, anche se in ambito sbagliato (Lc 16, 1-8). La saziet per ottunde lo spirito e rende estremamente difficile
imboccare questa strada; la storia di Zaccheo mostra come sia possibile, ma anche quanto sia raro. Cos si spiega il perch del
guai rivolto ai ricchi e ai sazi; un guai!, per, che pi un attenti! che un maledetti!.
3. Ha ricolmato di beni gli affamati
Da questo punto di vista il miglior commento alla beatitudine dei poveri e degli affamati quello che dice Maria nel
Magnificat.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi (Lc 1, 51-53)
Con una serie di potenti verbi allaoristo, Maria descrive un rovesciamento e un radicale mutamento delle parti tra gli uomini:
Ha rovesciato ha innalzato; ha ricolmato ha rimandato a mani vuote. Qualcosa dunque di gi avvenuto, o che avviene
abitualmente nellagire di Dio. Guardando alla storia, non pare ci sia stata una rivoluzione sociale, per cui i ricchi, di colpo,
sono impoveriti e gli affamati sono stati saziati di cibo. Se dunque quello che ci si aspettava era un cambiamento sociale e
visibile, c stata una smentita totale da parte della storia.
Il rovesciamento avvenuto, ma nella fede! Si manifestato il regno di Dio e questa cosa ha provocato una silenziosa, ma
radicale rivoluzione. Il ricco appare come un uomo che ha messo da parte uningente somma di denaro; nella notte c stato un
colpo di stato con una svalutazione del cento per cento; al mattino il ricco si alza, ma non sa che un povero miserabile. I
poveri e gli affamati, al contrario, sono avvantaggiati, perch sono pi pronti ad accogliere la nuova realt, non temono il
cambiamento; hanno il cuore pronto.
San Giacomo, rivolgendosi ai ricchi, diceva: Piangete, gridate per le sciagure che vi sovrastano. Le vostre ricchezze sono
imputridite (Gc 5, 1-2). Anche qui, niente attesta che al tempo di san Giacomo le ricchezze dei ricchi imputridissero nei
granai. Lapostolo vuol dire che avvenuto qualcosa che ha fatto perdere a esse ogni reale valore; si rivelata una nuova
ricchezza. Dio scrive ancora san Giacomo ha scelto i poveri del mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno (Gc
2, 5).
Pi che un incitamento a rovesciare i potenti dai troni per innalzare gli umili, come talvolta si scritto, il Magnificat un
salutare ammonimento rivolto ai ricchi e ai potenti circa il tremendo pericolo che corrono, esattamente come il guai di Ges
e la parabola del ricco epulone.
4. Una parabola attuale
Una riflessione sulla beatitudine degli affamati e dei sazi non pu accontentarsi di spiegarne il significato esegetico; deve
aiutarci a leggere con occhi evangelici la situazione in atto intorno a noi e ad agire in essa nel senso indicato dalla beatitudine.
La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro si ripete oggi, in mezzo a noi, su scala mondiale. I due personaggi stanno
addirittura per due emisferi: il ricco epulone rappresenta lemisfero nord (Europa occidentale, America, Giappone); il povero
Lazzaro , con poche eccezioni, lemisfero sud. Due personaggi, due mondi: il primo mondo e il terzo mondo. Due mondi di
diseguale grandezza: quello che chiamiamo terzo mondo rappresenta in realt i due terzi del mondo. (Si sta affermando
luso di chiamarlo proprio cos: non terzo mondo, third world, ma due terzi del mondo, two-third world).
Qualcuno ha paragonato la terra a unastronave in volo nel cosmo, in cui uno dei tre cosmonauti a bordo consuma l85% delle
risorse presenti e briga per accaparrarsi anche il rimanente 15%. Lo spreco di casa nei paesi ricchi. Anni fa una ricerca
condotta dal ministero dellagricoltura americano ha calcolato che su centosessantuno miliardi di chilogrammi di alimentari
prodotti, quarantatre miliardi, cio circa un quarto, finiscono nella spazzatura. Di questo cibo buttato via, si potrebbero
facilmente recuperare, volendo, circa due miliardi di chilogrammi, una quantit sufficiente a sfamare per un anno quattro
milioni di persone.
Il pi grande peccato contro i poveri e gli affamati forse lindifferenza, il far finta di non vedere, il passar oltre, dallaltra
parte della strada (cf Lc 10, 31). Ignorare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senzatetto, senza assistenza
medica e soprattutto senza speranza di un futuro migliore scriveva Giovanni Paolo II nellenciclica Sollicitudo rei socialis
significa assimilarci al ricco epulone che fingeva di non conoscere Lazzaro il mendico, giacente fuori della sua porta .

Noi tendiamo a mettere, tra noi e i poveri, dei doppi vetri. Leffetto dei doppi vetri, oggi cos sfruttato, che impedisce il
passaggio del freddo e dei rumori, stempera tutto, fa giungere tutto attutito, ovattato. E infatti vediamo i poveri muoversi,
agitarsi, urlare dietro lo schermo televisivo, sulle pagine dei giornali e delle riviste missionarie, ma il loro grido ci giunge come
da molto lontano. Non arriva al cuore, o vi arriva solo per un momento.
La prima cosa da fare, nei confronti dei poveri, dunque di rompere i doppi vetri, superare lindifferenza, linsensibilit,
gettare via le difese e lasciarci invadere da una sana inquietudine a causa della miseria spaventosa che c nel mondo. Siamo
chiamati a condividere il sospiro di Cristo: Sento compassione di questa folla che non ha niente da mangiare: misereor super
turba (cf. Mc 8,2). Quando si ha occasione di vedere coi propri occhi cos la miseria e la fame, visitando i villaggi interni o le
periferie delle grandi citt in certi paesi africani (a me capitato qualche mese fa in Ruanda), la compassione sale a gola e
lascia senza parola.
Eliminare o ridurre lingiusto e scandaloso abisso che esiste tra i sazi e gli affamati del mondo il compito pi urgente e pi
ingente che lumanit ha portato con s irrisolto, entrando nel nuovo millennio. Un compito in cui anzitutto le religioni devono
distinguersi e nel quale ritrovarsi unite al di l di ogni rivalit. Unimpresa cos gigantesca non pu essere promossa da nessun
capo o potere politico, condizionato com dagli interessi della propria nazione e spesso di poteri economici potenti. Il Santo
Padre Benedetto XVI ne ha dato un esempio con il forte richiamo rivolto nel gennaio scorso al corpo diplomatico accreditato
presso la Santa Sede, come del resto aveva fatto anche lanno precedente nella stessa occasione:
Tra i problemi pi urgenti come non pensare ai milioni di persone, specialmente donne e bambini, che mancano di acqua, di
cibo e di un tetto? Lo scandalo della fame che tende ad aggravarsi, inaccettabile in un mondo che dispone di beni, di
conoscenze e di mezzi per mettervi fine .
5. Beati coloro che hanno fame di giustizia
Dicevo allinizio che le due versioni della beatitudine degli affamati, quella di Luca e quella di Matteo, non si pongono in
alternativa, ma si integrano a vicenda. Matteo non parla di fame materiale, ma di fame e sete di giustizia. Di queste parole
sono state date due interpretazioni fondamentali.
Una, in linea con la teologia luterana, interpreta la beatitudine matteana alla luce di quello che dir pi tardi san Paolo sulla
giustificazione mediante la fede. Avere fame e sete di giustizia significa prendere coscienza del proprio bisogno di giustizia e
della incapacit a procurarsela da soli con le opere e quindi attenderla umilmente da Dio. Laltra interpretazione vede nella
giustizia non quella che Dio stesso mette in atto o quella che egli concede, bens quella che egli reclama dalluomo, in altre
parole, le opere di giustizia.
Alla luce di questa interpretazione, di gran lunga la pi comune ed esegeticamente pi fondata, la fame materiale di Luca e la
fame spirituale di Matteo non sono pi senza rapporto tra di loro. Stare dalla parte degli affamati e dei poveri rientra tra le
opere di giustizia e sar anzi, secondo Matteo, il criterio in base al quale avverr alla fine la separazione tra i giusti e i reprobi
(cf. Mt 25).
Tutta la giustizia che Dio richiede dalluomo si riassume nel duplice precetto dellamore di Dio e del prossimo (cf. Mt 22,40).
lamore del prossimo dunque che deve spingere gli affamati di giustizia a preoccuparsi degli affamati di pane. esso il
grande principio attraverso cui il vangelo agisce nel sociale. Su questo punto aveva visto giusto la teologia liberale.
In nessun luogo del Vangelo, scrive uno dei suoi pi illustri rappresentanti, Adolph von Harnack, riscontriamo che esso
insegni a mantenerci indifferenti di fronte ai fratelli. L'indifferenza evangelica (il non preoccuparsi del cibo, del vestito, del
domani) esprime pi che altro ci che ciascuna anima deve sentire di fronte al mondo, ai suoi beni e alle sue lusinghe. Quando
si tratta, invece, del prossimo, il Vangelo non vuol nemmeno sentir parlare di indifferenza, ma impone amore e piet. Inoltre, il
Vangelo considera come assolutamente inseparabili i bisogni spirituali e temporali dei fratelli .
Il vangelo non incita gli affamati a farsi giustizia da soli, a sollevarsi, anche perch al tempo di Ges a differenza di oggi
essi non avevano nessuno strumento, n teorico n pratico, per farlo; non chiede loro linutile sacrificio di andare a farsi
ammazzare dietro qualche sobillatore zelota, o qualche Spartaco di casa. Ges agisce sulla parte forte, non sulla parte debole;
affronta, lui, lira e il sarcasmo dei ricchi con i suoi guai (cf. Lc 16,14), non lascia che siano le vittime a farlo.
Cercare a tutti i costi, nel vangelo, modelli o inviti espliciti rivolti ai poveri e agli affamati a darsi da fare per cambiare da soli
la propria situazione vano e anacronistico e fa perdere di vista il vero contributo che esso pu portare alla loro causa. In ci
ha ragione Rudolph Bultmann quando scrive che il cristianesimo ignora qualunque programma di trasformazione del mondo e
non ha proposte da presentare per la riforma delle condizioni politiche e sociali , anche se questa affermazione avrebbe
bisogno, essa stessa, di qualche distinzione.
Quello delle beatitudini non lunico modo di affrontare il problema di ricchezza e povert, fame e saziet; ce ne sono altri,
resi possibili dal progresso della coscienza sociale, ai quali giustamente i cristiani danno il loro appoggio e la Chiesa, con la
sua dottrina sociale, il proprio discernimento.
Il grande messaggio delle beatitudini che, indipendentemente da ci che faranno o non faranno per loro i ricchi e i sazi, anche
cos, allo stato attuale, la situazione dei poveri e degli affamati per la giustizia preferibile a quella dei primi.
Ci sono piani e aspetti della realt che non si colgono a occhio nudo, ma solo con lausilio di una luce speciale, ai raggi
infrarossi o ultravioletti. Se ne fa largo uso nelle fotografie dai satelliti.
Limmagine ottenuta con questa luce molto diversa e sorprendente per chi abituato a vedere quello stesso panorama alla
luce naturale. Le beatitudini sono una specie di raggi infrarossi: ci danno, della realt, unimmagine diversa, lunica vera
perch mostra ci che alla fine rester, quando sar passato lo schema di questo mondo.
6. Eucaristia e condivisione
Ges ci ha lasciato unantitesi perfetta del banchetto del ricco epulone, lEucaristia. Essa la celebrazione quotidiana del
grande banchetto al quale il padrone invita poveri, storpi, ciechi e zoppi (Lc 16,21), cio tutti i poveri Lazzari che ci sono in
giro. In essa si realizza la perfetta commensalit: lo stesso cibo e la stessa bevanda, e nella stessa quantit, per tutti, per chi
presiede come per lultimo arrivato nella comunit, per il ricchissimo come per il poverissimo.
Il legame tra il pane materiale e quello spirituale era ben visibile nei primi tempi della Chiesa, quando la cena del Signore,

detta agape, avveniva nel quadro di un pasto fraterno, in cui si condivideva sia il pane comune sia quello eucaristico.
Ai Corinzi che avevano tralignato su questo punto, san Paolo scriveva: Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non
pi un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e cos uno ha
fame, laltro ubriaco (1 Cor 11, 20-22). Accusa gravissima; come dire: la vostra non pi unEucaristia!
Oggi lEucaristia non si celebra pi nel contesto del pasto comune, ma il contrasto tra chi ha il superfluo e chi non ha il
necessario ha assunto dimensioni planetarie. Se proiettiamo la situazione descritta da Paolo dalla chiesa locale di Corinto alla
Chiesa universale, ci rendiamo conto con sgomento che quello che - obbiettivamente se non sempre colpevolmente - succede
anche oggi.
Tra i milioni di cristiani che, nei vari continenti, domenica prossima parteciperanno alla Messa domenicale, ve ne sono alcuni
(e siamo tra essi) che, tornati a casa, hanno ha disposizione ogni ben di Dio, e altri che non hanno nulla da dare da mangiare ai
propri figli.
La recente esortazione post-sinodale sullEucaristia ricorda con forza: Il cibo della verit ci spinge a denunciare le situazioni
indegne dell'uomo, in cui si muore per mancanza di cibo a causa dell'ingiustizia e dello sfruttamento, e ci dona nuova forza e
coraggio per lavorare senza sosta all'edificazione della civilt dell'amore .
Lotto per mille meglio speso quello che viene destinato dalla Chiesa a questo scopo, sostenendo le varie Caritas nazionale
e diocesane, le mense dei poveri, iniziative per lalimentazione nei paesi in via di sviluppo. Uno dei segni di vitalit delle
nostre comunit religiose tradizionali sono le mense dei poveri esistenti in quasi tutte le citt, in cui vengono distribuite
migliaia di pasti al giorno, in un clima di rispetto e di accoglienza. una goccia in un oceano ma anche loceano, diceva Madre
Teresa di Calcutta, fatto di tante piccole gocce.
Mi piace terminare con la preghiera che recitiamo ogni giorno, prima del pasto, nella mia comunit: Benedici, Signore, questo
cibo che per tua bont stiamo per prendere, aiutaci a provvederne anche per quelli che non ne hanno e rendici partecipi in un
giorno della tua mensa celeste. Per Cristo nostro Signore.