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CAPITOLO 10

IL TENTATIVO AMERICANO
Era il 1 Luglio 1975. Decollavo, con un entusiasmo totale, per la mia prima missione transoceanica
come navigatore di C-130. Due velivoli, capo missione il Magg. Greco. Avremmo attraversato, per
un periodo di un mese, tutti gli Stati Uniti, accompagnando, nella loro crociera di fine corso, gli
aspiranti Ufficiali della Accademia Aeronautica.
Era una tappa importante anche per la mia formazione professionale. Sull'oceano avrei dovuto
verificare la mia capacit di utilizzare tutta la strumentazione a disposizione del navigatore
(certamente pi obsoleta delle attuali piattaforme inerziali; ma proprio per questo pi "umana")
quali il Loran, il sestante per la navigazione stellare, e le carte nautiche per la navigazione stimata,
utilizzando le informazioni meteorologiche previste, a terra, lungo la rotta e verificandoli con i dati
forniti, in volo, dal doppler. Ma se nel volo verso gli USA tutto questo venne vissuto con piena
soddisfazione professionale e partecipazione personale, il ritorno fu un volo dalle prestazioni
pessime. Tanto che un giovane cadetto, che assisteva curioso al mio lavoro, dovette aiutarmi a
riconoscere e correggere un madornale errore di calcolo del vento che stavo comunicando al mio
istruttore, il Magg. Baiguera. Una persona profondamente cambiata, un Ufficiale "diverso", stava
rientrando in Italia da quella missione di volo nata con tanto entusiasmo.
Eravamo atterrati a Saint-Louis, come prima tappa. E subito avevo avuto la mesta e deludente
rivelazione che il desiderio pi diffuso tra molti dei colleghi di equipaggio sembrava fosse solo
quello di vivere qualche esperienza sessuale. Con una ossessione che appariva morbosa e che fece
succedere, durante il tour, le cose pi folli: telefonate in camera all'una di notte per chiederti di
liberare la stanza, perch qualcuno aveva "rimorchiato"; un Ufficiale della missione che ritiene di
aver fatto colpo, nel night dell'Holiday-Inn, su una nera meravigliosa, che si riveler in camera
essere una professionista del sesso, con urli e trambusto alle sue pretese, non condivise, di
"anticipo" per le prestazioni che si andavano a consumare. E cos via.
Fin dalla prima sera, avevo cos deciso che, se nessuno si fosse aggregato, nelle varie tappe ed
appena fosse stato possibile, avrei noleggiato un'auto e sarei andato in giro da solo. Per vedere
quanto pi possibile di quel mitico Paese, conoscere quanto pi possibile delle situazioni e dei
contrasti. Cercare di capire qualcosa di pi di quel popolo che avevo vissuto con tutta la
contraddizione di chi era cresciuto con la cultura del Western classico e della grande frontiera. Di
chi aveva condiviso poi, appena adolescente, le brevi stagioni, affogate nel sangue per gli omicidi
dei suoi leaders, della speranza e della "nuova frontiera" della solidariet e dei diritti di
eguaglianza. La stagione dei Kennedy e dei Martin Luther King. E poi ancora la stagione della
rivisitazione critica della conquista e del genocidio degli indiani d'America. Ed infine quella della
solidariet con il popolo del Vietnam, dello sconcerto e della indignazione per le efferatezze di
quella guerra, di cui la strage di Mylay aveva rappresentato, per me, il terribile apice. Ero
consapevole tuttavia che essi, gli americani, rimanevano il mio maggiore referente "professionale".
E' con questo "contraddittorio" bagaglio culturale che avevo visitato da freschissimo sottotenente la
portaerei Franklin Delano Rooswelt, nella baia di Napoli, con contrastanti emozioni ed innegabile
soggezione al fascino che emanava da quella unit di guerra. Avevo discusso, per la prima volta,
della guerra combattuta con gli ufficiali che vi incontrai.
Avevo anche conosciuto i piloti di quegli aerei col teschio (gli Assi di picche preannunciatori di
morte) che, reduci dal Vietnam, erano a Napoli per un periodo di "riabilitazione" e
"riambientamento sociale" prima del rientro negli States. Alcuni di loro avevano vissuto in una
palazzina accanto a quella abitata da mia moglie e me sulla spiaggia di Licola e, dai brevi contatti
con questi giovani ma "gi vecchi" piloti, carichi "per servizio" di droga e di alcool, di cinismo e di
estrema fragilit emotiva insieme, a causa delle esperienze consumate in Vietnam, avevo avuto
descrizioni raccapriccianti degli effetti delle missioni di bombardamento al Napalm sui villaggi
vietnamiti. E di come un pilota si potesse e dovesse costringere, con l'assunzione di allucinogeni, a
fare anche ci che non sentiva pi "come la cosa giusta".
Rimanevo tuttavia sempre e profondamente colpito da come ciascuno di essi mantenesse una

fiducia incrollabile nelle "buone ragioni" del proprio Governo a muovere guerra per rispondere ad
una vocazione salvifica del mondo e contrastare il pericolo della diffusione dellideologia e del
potere "comunista". Cera in loro un convincimento assoluto che ogni azione di guerra rispondesse
comunque alla difesa della libert del mondo e del "way of life" (il modo di vita proprio) del popolo
americano. Era sorprendente ed affascinante scoprire come, nell'immaginario di ciascuno di loro, vi
fosse la certezza che ogni azione bellica non sottraesse alcuna risorsa alla nazione, ma fungesse
addirittura da traino alla ripresa economica e dei consumi ("perch ad ogni guerra nuovi operai
entreranno nelle fabbriche, per la produzione necessaria di nuovi armamenti, e potranno cosi
migliorare il loro livello di vita e soddisfare i propri bisogni, grazie alla libert che noi stiamo
garantendo a ciascuno di loro con le nostre operazioni di guerra. Fino a quando, ci auguriamo tutti,
non ci sar pi bisogno di guerre"). Non mi era mai accaduto, n mi sarebbe accaduto in seguito, al
contrario di quanto avveniva con certi tronfi e pomposi comandanti nostrani, che un militare
americano mi parlasse con affetto o desiderio di azioni di guerra. Essi ne parlavano solo come una
"tragica necessit".
E per quanto tale convincimento possa apparire strumentale e astutamente indotto da coloro che
mirano alla conservazione di un potere "occulto", pur mascherato di democrazia, oggi sono
profondamente convinto che sia possibile recuperare a culture politiche diverse - finalizzate cio
alla pace anche nella scelta di strumenti di soluzione di controversie internazionali diversi dalla
guerra combattuta - il grande potenziale di umanit e di genuina aspirazione alla vera pace
conservato nel popolo americano ed in ogni altro popolo.
Senza che ci possa escludere quei sistemi di protezione e garanzia delle collettivita sempre pi
simili ad una Polizia Internazionale che non ad un Esercito. Tutto sta a che i detentori del potere
vogliano percorrere davvero queste nuove ed inesplorate strade, con lo stesso spirito di conquista di
una "nuova frontiera". Ed il pericolo maggiore costituito piuttosto da quanti "amano" la guerra per
non essere mai riusciti a viverne le forti "emozioni" e la "gloria" conseguente. Tutto naturalmente
sulla pelle dei cittadini o dei propri sottoposti.
Vivevo dunque le mie personali contraddizioni rispetto a quel popolo e alla sua storia, e volevo
cercare di capire anche le contraddizioni che avevo riscontrato in quei colleghi piloti americani,
"veterani" di esperienze che per me erano solo teoria e studio, e che in me suscitavano sentimenti
oscillanti tra il timore e la affabulazione fascinosa.
In quel primo giorno a Saint Louis, avevo visitato il magnifico zoo ed ero rimasto esterrefatto e
sconcertato davanti al monumento alla spina triplex, immerso nel verde di un parco. Iniziavo cos a
riconoscere la grande ansia e ricerca di una storia propria ed una cultura vera, che animano e
condizionano, io ritengo, questo giovane popolo. Ansia e ricerca di "una dignit storica" che sia
riproponibile, in qualche misura, in monumenti e testimonianze culturali.
A sera mi ritrovai solo su uno di quei battelli turistici a ruota che viaggiano sul grande Mississipi.
Convivevo con i miei pensieri e le mie sensazioni quando fui avvicinato da un giovane, nero, di
poco pi anziano di me. Sembrava mi conoscesse, e mi parl subito con grande confidenzialit e
sincerit, chiedendo conferma che fossi un membro dell'equipaggio italiano in missione. Fui subito
sulla difensiva, chiedendo perch ci gli interessasse, pur confermandolo nella sua affermazione.
Ma ispirava una certa fiducia. Forse, non lo nascondo, proprio per il suo colore. Pregi e difetti di
una vita allora molto pi ideologizzata di quanto non sia ora, o meglio, se si vuole, non ancora
sufficientemente educata e strutturata per reagire correttamente alle novit, con meccanismi lucidi,
per quanto dettati dalla "ideologia", di analisi e valutazione. E mi sciolsi subito quando mi disse di
essere un giovane capitano dell'esercito americano.
Sebbene potesse apparire sfacciato, il suo successivo colloquio, tutto centrato sulla memoria del
"suo popolo nero", che su quel fiume e intorno alle sue rive aveva patito tanta umiliazione e
sofferenza, fino al riscatto ed alla integrazione attraverso la dura lotta di rivendicazione di una
ritrovata dignit, era perfetto per farlo entrare nelle mie simpatie, e abbassare il livello delle mie
difese.
Non dovevo avvertire, evidentemente - ma allora non ero assolutamente in grado di fare questa
valutazione -, di trovarmi di fronte ad un "americano" che fosse espressione della conquista violenta

e della esibizione, storicamente contemporanea, della potenza e della superiorit assolute. Ma


piuttosto dovevo sentire di essere di fronte ad un esponente "povero" di quel giovane popolo nato
dalla "integrazione" delle tante realt diverse e dal superamento delle tante sofferenze patite.
Riunite insieme, quelle diversit, nel grande sogno di un Paese dove ciascuno pu costruire
liberamente il suo destino e dove tutti si ritrovano concordi nella necessit di difendere quel sogno
di libert e si convincono del compito storico di esportare e tutelare, nel mondo, quel medesimo
sogno.
Un gioco forse puerile ma dal quale rimasi subito affascinato e del quale sarei stato pienamente
consapevole solo alla fine. Un gioco che testimoniava quanto io fossi stato studiato anche nelle
pieghe piu nascoste della mia psicologia. E quando ne fui finalmente cosciente provai, per sempre,
una sensazione di profondo disagio, al pensiero che altri possano studiarti in maniera cos
approfondita ed intima, senza che tu ne sia consapevole e partecipe. Cio al di l ed
indipendentemente dalla condizione che tu possa essere o non essere consenziente.
Ci lasciammo all'attracco, con un messaggio ancor pi strano del mio compagno di serata: mi disse
che anche lui stava facendo un giro degli States "per una missione", e che ci saremmo certamente
rivisti, o in qualcuno dei nostri scali, che a loro erano evidentemente noti, o ad Orlando, in Florida,
ultima tappa del nostro viaggio. Orlando, vicina a Cape Kennedy, dove lui abitava con la sua
famiglia che promise di farmi conoscere.
Quando arrivammo ad Orlando, in realta, lui era ormai per me "una presenza nota", divenuta tale
con apparizioni successive e fugaci, ma nelle quali aveva scandagliato sempre pi a fondo i miei
sentimenti, le mie conoscenze, i miei pareri politici e sociali, senza tralasciare tuttavia di "rivelarmi"
(con quanta verit non saprei dire neppure oggi) i suoi.
Lo avevo di nuovo incontrato ad esempio a San Francisco, al porto, dove mi sorprese mentre
sceglievo uno di quei granchi giganteschi (crab) da farsi cucinare all'istante in pentoloni fumanti,
dai pescatori dei chioschi, che li esponevano in grandi vasche. Mi insegn cos a preferire il
granchio surgelato del Labrador, piuttosto che l'apparentemente pi invitante granchio vivo locale.
E non si trattava di piet per quelle povere bestie gettate vive dalle loro vasche di acqua marina
direttamente in pentoloni di acqua bollente; ma solo di valutazioni sulla diversa qualit delle acque
in cui vivono e del conseguente sapore delle carni. E tra l'uno e l'altro di questi utili suggerimenti ed
altre piccole ma preziose informazioni, sulle abitudini di vita o sui luoghi turistici pi suggestivi da
visitare, il discorso scivolava sempre sulla professionalit e poi verso la politica, i regimi
economici, gli avvenimenti politici e sociali dei nostri Paesi.
Poi ancora lo incontrai a Marineland, nelle vicinanze di Los Angeles, dove si disse molto affrettato,
ma mi diede l'impressione di essere piuttosto disturbato dalla presenza di un paio dei miei colleghi
con i quali ero in compagnia e dai quali mi ero momentaneamente separato. Sembr a disagio per il
loro possibile arrivo e l'eventualit delle ovvie presentazioni che ne sarebbero seguite. Mi aveva
salutato cos, velocemente, dopo aver scambiato davvero pochissime parole, vicino al chiosco delle
patatine mentre i miei colleghi si erano attardati alla vasca di un esemplare femmina di leone
marino.
Questa aveva partorito in cattivit e trastullava il suo cucciolo nuotando sulla schiena e tenendolo
abbracciato con le pinne sul petto: uno spettacolo bellissimo, carico di grande tenerezza, inaspettata
in un bestione di quella mole.
Tra un incontro e l'altro c'era regolarmente, nei successivi scali o in qualche cerimonia pubblica a
cui fossimo costretti a partecipare con i cadetti e lo staff della Accademia, qualche militare
americano, sempre rigorosamente e maledettamente "nero", che mi salutava da parte sua. Del mio
"buon amico", il mio "anonimo" amico John. E ci mi procurava un "sottile piacere" e suscitava la
lusingante impressione di essere seguito con molta attenzione ed amicizia, una specie di privilegio,
per quel giovane sottotenente che ero, rispetto ai miei tanti superiori degli equipaggi in missione.
Quando tuttavia stava per insospettirmi quel suo spuntare dal nulla solo in luoghi di divertimento,
dove sembrava sempre pi improbabile che l'incontro potesse avvenire per caso, lo trovai invece in
una base militare. Quella di Andrews se non vado errato. E comunque fu in uno scalo nel deserto
del Nevada, vicini a Las Vegas, dove con dei colleghi non avevo perso l'occasione di fare un salto

in citta per vedere e conoscere quel mondo incredibile legato esclusivamente al gioco.
Naturalmente la visita a Las Vegas si era consumata con qualche piccola e doverosa, quanto
perdente, puntata alle macchinette mangiasoldi.
Il nostro aereo aveva avuto una avaria ad uno dei motori di sinistra, ed al mattino, prestissimo, ero
stato con i sottufficiali dell'equipaggio a seguire il loro lavoro. Eccezionali come sempre, con una
temperatura che sfiorava, gi alle nove del mattino, i 40 - ma con un secco tale che si avvertiva
quasi "freddo" per le "correnti d'aria" che si creavano tra la parte del corpo esposta al sole e quella
all'ombra -, i nostri uomini avevano risolto il problema lasciando di stucco gli scettici colleghi
americani.
Questi ultimi sono infatti certamente abili ad organizzare ed eseguire il lavoro, quando si tratta del
loro metodo ordinario di sostituzione integrale dei pezzi. Appaiono molto pi in difficolt, e
addirittura stupefatti di fronte alla capacit inventiva dei nostri, quando si tratta di uscire dallo
"standard" per inventare soluzioni meccaniche idrauliche od elettriche; e addirittura stupefatti di
fronte alla capacit inventiva dei nostri specialisti in questi particolari frangenti. Tanto che essi
dicevano: "gli italiani fanno tutto con niente". Non fui certamente molto utile ai nostri specialisti, in
quel loro impegno tecnico, anche se avvertii per molto tempo ancora una specie di loro "orgogliosa
soddisfazione", pi ancora che gratitudine, che un Ufficiale fosse stato con loro.
Quando ci separammo per tornare ai nostri rispettivi alloggi, per fare una doccia o andare in piscina,
mentre camminavo tra quelle aiuole, continuamente innaffiate, di erba verdissima e fiori e piante
rigogliosi (ma tutto, drammaticamente di plastica!), e su quei viottoli in alcuni dei quali il
brecciolino era stato preventivamente colorato di verde nelle betoniere (in una studiata politica di
rilassamento psicologico, mi avrebbero spiegato, che rendeva pi facile l'adattamento alla vita nel
deserto, anche sfruttando l'effetto ottico del verde), mi ritrovai accanto il mio strano "amico".
Subito centrato sul "problema", ed ormai vicino alla "stretta finale" come avrei capito da l a
qualche giorno.
Part proprio da quel mio essere stato con i "tuoi uomini al lavoro sotto il sole". Cosa che a suo dire
mi faceva diverso dai tanti "fregnoni italiani" che lui disse di aver conosciuto tra gli Ufficiali
Italiani. Aveva sempre la stessa capacit di mettermi subito a disagio. Diceva cio cose che avrei
anche potuto riconoscere come - purtroppo - giuste e vere. Cose che dette da un altro
inevitabilmente lusingavano la mia presunzione. Anche se la mia rabbia era che quei miei
comportamenti non fossero la "normalit" nei rapporti che avrebbe dovuto avere invece un qualsiasi
Ufficiale con i suoi uomini di equipaggio. E quelle cose non avrei voluto davvero sentirmele dire da
un americano! Appena mostravo il mio disappunto con qualche battuta di risposta, lui per rideva
forte, mi batteva una manata sulla spalla e mi faceva "Okay, okay, patriota".
Ma quella doveva essere una mattina di "lezione", e non di discorsi cos generici. Mentre mi
accompagnava al circolo, per bere un drink, mi disse che aveva riflettuto molto alle cose che ci
eravamo detti, parlando di Mylay, e della strage di Piazza Fontana a Milano. E di essere rimasto
colpito della mia accusa che lui sembrasse condividere ed approvare la strage americana in
Vietnam. E ancor pi lo avesse turbato che, in qualche maniera, io avessi messo quella strage sullo
stesso piano di quella di Milano. E pensava di dovermi dare delle spiegazioni.
Ero terribilmente interessato, anche se pensavo che il mio inglese approssimativo e quasi
esclusivamente tecnico ed il suo italiano molto incerto - anche se oggi sono convinto che in realta
egli fingesse solamente di non possedere in pieno la nostra lingua - avrebbe reso quella
spiegazionelezione
estremamente faticosa. Tuttavia, quando lui era certo che io avessi afferrato un concetto e
che non ne rimanevo scandalizzato (e dunque non ci fosse bisogno di correggere e chiarire quello
che avrebbe dovuto sembrare un mio aver equivocato le sue parole, addossando la responsabilit
alla mia scarsa conoscenza e comprensione della lingua), allora d'improvviso, riusciva a spiegarlo,
quel concetto, arricchendolo di sfumature in un italiano ancora grammaticalmente e foneticamente
approssimativo, ma che si arricchiva sorprendentemente di vocaboli anche non di uso comune.
Il primo concetto era relativo alla cultura americana dello Stato e della legalit.
"Vedi, mi disse in sostanza, l'America impegnata in tutto il mondo a difesa della libert. E questo

tutto il popolo americano lo sa e sente che giusto. Non facile per spiegare alla gente semplice
che la guerra, anche la guerra fredda, una cosa molto sporca. Noi abbiamo scelto di fare questa
cosa sporca per garantire quell'impegno americano con il mondo, ed in tutto il mondo. E questa
una cosa giusta. E grande."
"Cos noi, nelle nostre scuole, siamo preparati ad essere consapevoli di questo, ed a tenere sempre
presente la fede e le esigenze di fiducia nelle Istituzioni del nostro popolo e del nostro Paese. Noi
sappiamo che potremmo essere costretti a fare delle cose orride, di cui un cittadino americano
difficilmente capirebbe la necessit. (E fece, con terribile cinismo ma dichiarata esagerazione,
l'esempio di madri costrette ad assistere alla esecuzione dei loro figli se non si fossero convinte a
parlare rivelando informazioni vitali sulle basi nemiche. E della necessit di sopprimere poi anche
quelle madri, se esistesse la possibilit concreta, per la loro delazione, di mettere a rischio la vita dei
"ragazzi" delle squadre americane. "Una cosa orrida, a cui speriamo di non dover mai essere
costretti; ma che pure dobbiamo imparare a considerare come possibile, per la nostra sicurezza"). "E
tutto dovr rimanere segreto, perch il popolo non sappia e non sia turbato da ci che noi siamo
costretti a fare, e che loro potrebbero non capire, per sopravvivere e continuare a combattere per
garantire la loro serenit, il loro modello di vita e la loro libert."
"Ma - e questa fu la vera rivelazione - "se uno stronzo di gionalista o di politico" tira fuori qualcosa,
noi sappiamo che il Paese ne rimarrebbe scosso e correrebbe il rischio di perdere la fiducia nelle sue
istituzioni. Ecco perch noi sappiamo che, se viene a galla una delle tante sporche storie della
guerra, noi dobbiamo essere pronti, immediatamente, ad alzare la mano e dire "Eccomi, sono stato
io. Ho fatto ci che sentivo giusto, e se ho sbagliato mi affido alla Giustizia del Governo degli Stati
Uniti"."
"E il popolo torner subito a sentirsi orgoglioso di s e delle sue istituzioni. E di ciascuno di noi,
anche avesse sbagliato. E restituir pienamente il suo consenso e la sua fiducia alle Istituzioni
perch tutti possano continuare ad operare per il giusto ed il bene del Paese. Avremo ricreato cio la
base su cui si fonda la democrazia: la fiducia e la conseguente delega a governare. Il popolo sa che
ciascuno di noi, dall'ultimo soldato al Presidente, sta lavorando con coscienza, per una causa giusta
e dura. E sopratutto sa che ciascuno di noi pronto a rispondere di ogni sua azione."
"Tu forse non puoi capire - disse - quanto sia pericoloso, per gli Stati Uniti, quello che stanno
facendo tanti "stronzi di reduci", "imbeccati dai comunisti". Essi non capiscono quanto l'America
stia facendo per loro e per alleviare le loro sofferenze o mutilazioni, la loro difficolt a reinserirsi in
una societ in cui la violenza bandita e considerata un crimine. E non si sentono pi orgogliosi di
aver saputo combattere per il loro Paese e per il mondo libero".
"Ma ora, attraverso questi reduci, i Russi cercano di far perdere fiducia al popolo americano nel suo
Governo. Non per singoli fatti, ma per la scelta della guerra in s e la sua conduzione. Cercando di
far dimenticare la motivazione fondamentale che ci costringe a quell'impegno: il contrasto alle loro
mire di controllare tutto il mondo, privandolo, in nome di una uguaglianza falsa, di ogni libert. E' il
Presidente che in pratica viene accusato".
"Ma se osservi bene vedrai che il nostro Presidente, ogni volta che costretto, agisce come ciascuno
di noi. Egli rivendica di aver combattuto e di combattere, con tutto il popolo americano, con i suoi
giovani migliori, in territori ostili e lontani dalla Patria, una guerra per la libert e la democrazia di
tutti i popoli, anche se consapevole di quanto sia difficile per il popolo americano e per i
combattenti sentirla come una guerra "loro", e quindi giusta. Ma richiama tutta la America al grande
compito che la attende ed al quale essa non pu sottrarsi, per la sua stessa sicurezza, vista la poca
disponibilit di altre Nazioni a farsi carico della comune necessit di difendersi contro il comunismo
sovietico e le sue mire di controllo sul mondo. Egli si rimette comunque al giudizio della Nazione e,
se ha sbagliato, si sottoporr al giudizio elettorale del suo popolo, al giudizio politico del Congresso
e comunque a quello di Dio".
"Vinceremo anche questa battaglia, concluse, perch, sottoline, noi siamo dalla "parte giusta" e
combattiamo per una "giusta causa". E non mentiamo mai."
Ero turbato. Non riuscivo a rendermi conto che partendo da MyLay, e senza neppure una parola
sulla "differenza" che diceva esistesse tra quella strage e quella di Piazza Fontana, mi aveva

presentato uno scenario cos complesso da focalizzare i miei pensieri solo sulle sue parole. Non
perch condividessi tutti i passaggi di quella "lezione", ma perch capivo, proprio per la
preparazione teorica che avevo ricevuto, e che per la prima volta mi stava davanti con tutta la sua
concretezza, che bisognava davvero conoscerla profondamente la cultura "dell'altro" - alleato o
nemico che fosse - per poterne capire i meccanismi psicologici e valoriali che ne guidavano le
scelte.
Ci avevano detto tante volte in Accademia che, come per la conoscenza delle lingue, non saresti
stato sicuro di conoscere il tuo avversario finch tu non fossi riuscito a sognare come lui, a sperare
le cose che lui avrebbe sperato, a "sentire" come lui. E quindi a sapere ci che lui, molto
verosimilmente, avrebbe deciso per le singole situazioni che si fossero verificate nel conflitto, caldo
o freddo che fosse. Solo questa conoscenza ti avrebbe consentito di anticiparne le mosse o di
contrastarle con maggiore certezza di un esito vincente.
E per la prima volta mi veniva rappresentata, in tutte le sue sfumature, una cultura della guerra e
dello Stato, che pur lontanissima dalla mia sensibilit ed educazione, era fino ad allora insospettata
ed insospettabile. A noi, in Accademia, avevano cercato di rinnovare, nelle lezioni del Gen.
Salvadori, la fiducia nella "guerra giusta". Ma richiamandosi ad una giustificazione etica di tipo
cattolico, che certamente non apparteneva pi alla maggioranza sia del popolo che di noi cadetti. Ai
pronunciamenti storici cio della Chiesa Cattolica sulla "guerra giusta" ,da Sant'Agostino e San
Tommaso in avanti. Fermandosi per alle soglie del Concilio, evitando la Pacem in Terris di
Giovanni XXIII e glissando assolutamente sulla genesi della II^ Guerra Mondiale e sulla alleanza
nefasta tra fascismo e nazismo e sulla acquiescenza delle Forze Armate ad ogni guerra di
aggressione.
Una cultura "obsoleta" si sarebbe detto in termini militari, che non aveva alcuna rispondenza, al
contrario di ci che scoprivo esistere nel mondo americano, con i valori e la cultura della Societ
civile. Da cattolico "nato" con il Concilio e da cittadino "nato alla coscienza politica" con i
movimenti del '67-'68 ed il riferimento profondo ai valori della Resistenza, avevo sostenuto una
lunga ed interessante polemica con il Gen. Salvadori. Mi fu permesso, per, di sostenerla sulla sola
"cattolicit" del problema. Avevo sperimentato subito che, tranne per alcuni e pochi dei nostri
"educatori", la Resistenza era un argomento assolutamente tab.
Il generale, raccogliendo la sfida e certamente annoiando i miei colleghi, mi invit a "tenere
lezione" su due argomenti prefissati. Lui avrebbe sostenuto il contraddittorio. Troverete
difficilmente un "aspirante pilota" disponibile a costruire, oltre l'esaltante aspetto del volo, anche la
sua dimensione di professionista militare, attraverso lo studio di filosofie istituzionali, di metodo, di
tecniche organizzative e di governo del personale, come si chiamavano quelle materie che i pi
snobbavano assolutamente. Figuratevi quindi quanto potesse interessarli una discussione sul
Vangelo! Ero stato invitato dapprima a relazionare sul libro "Al di l delle cose" di Carlo Carretto,
che il generale aveva visto tra le mie letture. E subito dopo a motivare, a mio parere, quel passo del
Vangelo in cui scritto: "Credete che sia venuto a portare la Pace sulla terra? No, vi dico, non sono
venuto a portare la Pace; ma la spada."
A diciannove anni avevo retto con difficolt, e poi perso in maniera spudorata, il duro confronto.
Imparavo tuttavia che non bisognava mai contare troppo su di s o riferire solo a se stessi ed alla
propria preparazione, quando si affronta un "avversario". E come sia invece necessario e vitale
sforzarsi per capire quanto e se non sia proprio lui che ti stia attirando piuttosto su un campo che a
te sembri propizio e che invece potrebbe essere la tua tomba. Al Generale il confronto era servito
per affermare che nel cristianesimo ci sono spazi, da rispettare, di vero e nobile misticismo
pacifista, necessario a mantenere viva la coscienza di una aspirazione ultima ed utopica per
l'umanit. Ma che la parola integrale del Vangelo chiamava i credenti ad essere pronti ad
imbracciare la spada, per una "guerra giusta". Che avrebbe diviso le famiglie e quindi le societ.
Aveva vinto, davanti alla platea dei cadetti. Quattro a zero.
Questo metodo e quei riferimenti tuttavia creavano degli Ufficiali senza alcuna motivazione e
convinzione profonda, di tipo laico e politico, sulla propria scelta professionale. Quella improbabile
copertura e giustificazione religiosa tendeva a costruire solo una classe "sacerdotale" e "sacra",

indisponibile alla verifica dei "profani", cio dei cittadini ordinari, "imbevuti delle utopie pacifiste".
E costruiva per di pi militari incapaci di rapportarsi con una politica che non era pi quella guidata
da un potere altrettanto sacro ed indiscutibile come quello militare o quello religioso-sacerdotale. Il
potere di un Sovrano cio, che tale "per grazia di Dio" e con diritto assoluto di discendenza,
dunque non sottoposto ad alcuna esigenza di consenso popolare. Poteri cio che fossero tra loro
"diversi ma uguali" al tempo stesso, e tra i quali condividere l'uso e l'abuso dei sudditi e sui sudditi,
sui quali esercitare il pieno potere di vita o di morte. Quella che qualcun chiam la "sacra trinit"
del potere: il Trono, l'Altare e la Spada. Il confronto con il nuovo potere politico, fondato comunque
sul consenso - anche fosse drogato - e che per i principi della democrazia deve comunque
rispondere ai detentori del consenso e della sovranit - il Popolo -, veniva ritenuto impossibile,
ancor pi che inutile.
Avevo combattuto con forza quell'orientamento, sulla base della nuova Costituzione, unica alla
quale mi sentissi legato. Avevo trovato resistenze sorde, e malcelati sensi di fastidio e di
sopportazione, che si traducevano in lunghi colloqui con il mio Comandante di Corso del II e III
anno di Accademia, il Magg. Blandini, e nei suoi ripetuti tentativi perch dessi le dimissioni.
Ma in quei due anni avevo avuto anche due splendidi educatori, il Gen. Rea ed il Gen. Cazzaniga.
Laici, fino alle midolla, forse con una cultura di destra, ma certamente carichi di una dimensione
umana e valoriale affascinante. Capaci di discutere la differenza, di cercarla, per confrontarsi e
misursi con essa. Le tesi di fine corso sostenute con loro avevano creato un reale e profondo
scompiglio.
Con il Gen. Rea avevo affrontato il tema "Valori etici della obiezione di coscienza al servizio
militare" (ed era il 1971, un anno prima della approvazione della Legge che istituiva la possibilit
del servizio civile alternativo). Il Generale riteneva infatti ancora fondamentale, per l'esito di ogni
guerra, il fattore umano e la sua carica e motivazione etica.
Riteneva necessario non valutare l'esito di un possibile conflitto solo dalla consistenza delle forze
tecnologiche che potevano essere impiegate. Grande studioso, con rispetto e forse con un "amore"
che doveva mascherare in parte, della nostra Resistenza, analizzava con noi soprattutto le vicende
del Viet-Nam e la dinamica dei ripetuti conflitti arabo-israeliani, sotto il profilo della influenza della
partecipazione e della resistenza popolare sugli esiti di conflitti, anche fossero nati in situazioni di
aggressione improvvisa e di iniziale difficolt a contenerla, come era accaduto ripetutamente al
popolo Israeliano, aggredito da parte dei Paesi Arabi.
E metteva quindi in guardia contro la tentazione di dare per scontato un esito favorevole al conflitto
in atto nel Sud-Est asiatico per le forze americane, proprio in ragione della forza etica e della
determinazione alla Resistenza del popolo di quella regione. Condizioni che avrebbero potuto
minare e sconfiggere la poderosa macchina da guerra occidentale, inibita, per le condizioni stesse
del conflitto, ad utilizzare la potenza risolutiva dello strumento nucleare, senza correre il rischio di
determinare, per di pi, un incontrollabile ampliamento del conflitto. Avrebbe raccolto questi suoi
orientamenti in un articolo della Rivista Aeronautica che dovrebbe fare scuola ancora oggi, ma si
perso tra le banalit e le arroganze presuntuose degli elaborati dei "giovani comandanti" che lo
hanno seguito.
I Commissari d'esame che dovevano valutare con lui la mia tesi apparvero infuriati quando ne
conobbero i contenuti. Ma il loro sconcerto fu totale quando, dopo la serrata e motivata
discussione, alla quale mi aveva costretto il generale, avendo "dovuto" promuovermi, videro che il
Gen. Rea con il suo dolce e mite sorrisino di sempre, mi gratificava di un bel 20 (in accademia i
voti sono in ventesimi).
La scena si era ripetuta, con la variante delle apparenti sfuriate del Gen. Cazzaniga, carattere
sanguigno e dai modi ruvidi, alla discussione della tesi elaborata sotto la sua guida.
Una tesi sviluppata in un anno di lavoro, del quale il vertice d'Accademia non aveva capito nulla.
Una indagine, elaborata al computer, svolta con un collega, l'Aspirante Caruso Saverio, al quale il
generale mi aveva affiancato (per garantirmi, senza che allora lo avessi capito, una copertura alla
costruzione della bomba che andavamo a confezionare insieme). Si trattava di sottoporre un
questionario, a tutto il personale della Accademia (circa 1500 uomini divisi per fasce funzionali e di

grado), per la valutazione del metodo di conduzione della "azienda". Un questionario usato negli
Stati Uniti da gruppi di Ricerca Sociale, che era stato pubblicato in un volume della Etas, e che era
stato da noi leggermente rielaborato per lo specifico del mondo militare, inserendo alcuni quesiti
rivolti ad accertare il grado ed il tipo di motivazione nella esecuzione degli ordini. Il questionario
aveva dato risultati di notevole e sconvolgente rilevanza.
Le fasce inferiori, dei cadetti, e quelle di maggiore anzianit tra i sottufficiali, i marescialli,avevano
dato una curva perfettamente sovrapponibile dove la valutazione oscillava dal "metodo autoritario
rigido" al "metodo autoritario sfruttatorio". Gli Ufficiali inferiori e qualcuno tra quelli superiori fino
al grado di Tenente Colonnello, come pure le fasce di minore anzianit tra i sottufficiali, avevano
dato una valutazione che, stabilizzata nel settore "autoritario rigido", aveva qualche punta nel
"metodo democratico". La stragrande maggioranza degli Ufficiali Superiori volava verso un
entusiastico giudizio di un "metodo democratico a partecipazione di gruppo".
Il Generale voleva dimostrare che la cultura della azione di Comando si era talmente "imbastardita",
attraverso un servilismo funzionale alla propria carriera, che gli Ufficiali rischiavano di non sapere
pi valutare neppure le condizioni psicologiche nelle quali, al riparo della garanzia gerarchica della
subordinazione, impartivano disposizioni per il lavoro dei propri subordinati. Voleva cos
evidenziare il pericolo che ci andava a costituire nella valutazione della reale capacit di risposta
delle F.A. in caso di eventuale impiego bellico. E la necessit che si ritornasse a valutazioni ed
avanzamenti basati sulla competenza professionale e sulla effettiva capacit manageriale dei
comandanti su uomini, mezzi e infrastrutture. Sulla loro riconquistata capacit a valutare, oltre ed
indipendentemente dai propri convincimenti, le motivazioni reattive dei subordinati. Solo questo
avrebbe potuto costruire una capacit di limpido e leale rapporto istituzionale anche con i livelli
politici, cui compete la scelta di impiego della forza.
Le "curve risultanti" della indagine evidenziavano questa profonda spaccatura tra la "reale"
comprensione che della F.A. avevano gli uomini, e la presuntuosa incansapevolezza dei comandanti
della medesima realt. E, pur senza voler attribuire ad alcuna di quelle curve una maggiore capacit
di riflettere correttamente la realt (che era esclusivamente ed in modo desolante rappresentata da
quel "diverso sentire"), tuttavia la prima curva si mostrava come quella pi interessante. Infatti essa
diceva che il segmento con minore esperienza militare, ma alto livello culturale, dava risposte
identiche a quelle che si rilevavano nel segmento di maggiore esperienza militare - in fasce
funzionali non di comando -, ma che aveva un grado culturale estremamente pi basso. Essa dunque
aveva un carattere di "genuinit", che non poteva non tradursi, bench i giudizi fossero stati richiesti
sulla "Organizzazione" nella sua dimensione istituzionale, in un severo giudizio sui superiori e sulla
loro cultura e capacit di comando.
Caruso doveva presentare l'inchiesta illustrandone le dinamiche e modalit con cui si era svolta, il
grado di partecipazione e di interesse dimostrato (avevamo dovuto tenere, soprattutto lui, una serie
di "briefing" al personale intervistato), e le procedure seguite per la definizione dei risultati. La cosa
riscosse unanimi apprezzamenti.
A me il Generale chiese invece di analizzare quei risultati a partire dalle analisi socio-economiche
di Galbraith del quale mi fece ingoiare un mare di saggi. Il generale Rea collaborava offrendomi la
conoscenza di riviste "eretiche" come "Science" e "Monthly Review" ed i saggi di Sweezy. La tesi
si intitolava: "La neutralit della scienza come logica di dominio. Riferimenti al mondo militare.".
Un altro 20 gratific il mio lavoro e sconvolse gli irritatissimi commissari, che il generale
Cazzaniga umili con una sua piccola sceneggiata, dopo avermi costretto con una serrata critica a
sostenere con altrettanta determinazione la correttezza delle tesi rappresentate e delle analisi svolte.
"Questo "Ufficiale" (espressione che suonava apparentemente impropria non avendo ancora
ricevuto la nomina, ma proprio per questo molto significativa) meriterebbe forse dei calcioni, per
essere venuto qui a sottoporci le sue critiche al sistema. Forse essendo lui un cattolico praticante,
Dio ci scampi, avrebbe dovuto farsi missionario Francescano, piuttosto che militare" (Risolini al
tavolo dei commissari, avrebbero scritto resoconti in stile parlamentare). Ma, dopo un attimo di
sospensione, per godersi l'effetto di quelle parole, il Generale continu: "Ma a me i missionari, se
sono Francescani, sono sempre stati simpatici. Perch hanno quella intransigenza che riporta

all'essenziale della loro missione, al confronto di certi prelati grassocci e dissoluti, i quali possono
essere fondamentalisti ed integralisti, ma non sono mai n essenziali n genuini. Non crede la
Commissione che anche noi avremmo bisogno di un po' di questo spirito francescano, per restituire
ai veri valori il nostro essere Ufficiali di questa Repubblica? E poi: le operazioni a cui siamo
chiamati non le definiamo forse missioni? S, a me piace questo lavoro, ed il mio invito di
rileggerlo con maggiore attenzione e per un miglior profitto. Eviter di chiedere la lode per non
aggravare il vostro imbarazzo.". (Non so immaginare come resoconti in stile parlamentare
avrebbero potuto illustrare efficacemente la mutazione nella scena e le reazioni al tavolo dei
commissari d'esame).
Ho creduto fosse necessaria questa ampia parentesi sulla mia storia personale, perch il lettore
eventuale, possa capire come potesse interessarmi in maniera particolare quella prospettiva, che mi
veniva presentata dal collega statunitense, di un rapporto organico-funzionale tra politica e Forze
Armate, tra valori e prassi. Al di l di ogni valutazione nel merito.
Sta di fatto che, negli anni successivi, avrei sempre pi potuto riconoscere, nelle diverse vicende
americane, quel concetto di "cultura politica-militare" (pur cos cinico ed aberrante, e che non avrei
mai potuto condividere, educato com'ero ad altri e ben diversi criteri nati e vissuti con e nella
Resistenza italiana ma riconoscibili in parte gi prima, direi, anche nello stesso Risorgimento).
Infatti, dalle rivelazioni sul coinvolgimento CIA nella vicenda cilena, alla vicenda
IRANCONTRAS,
all'abbattimento del Boeing Iraniano nei cieli del Golfo Persico, al Watergate, sempre
"quando uno stronzo di giornalista o di politico ha tirato fuori qualcosa" il responsabile si alzato in
piedi, riconoscendo la propria responsabilit, ed affidando, ora al Congresso, ora ad un Tribunale, il
giudizio sulla correttezza della sua azione. Ma soprattutto sulle motivazioni "etiche" che la
guidavano, ancorch fossero stati commessi eccessi.
E sempre, intorno a ciascuno di loro, si progressivamente creato, dopo l'iniziale sconcerto e la
pubblica esecrazione, una specie di alone di "eroismo" romantico, al di l della valutazione e del
giudizio, politico e giudiziario, sul merito della azione. Ho visto cio l'orgoglio americano vantarsi
di questa fedelt e capacit di verit. E spesso i responsabili di questi "fatti scandalosi" sono poi
divenuti conferenzieri da cinquantamila dollari ad incontro.
Il solo Presidente Nixon fu stroncato. Ma non per aver messo in atto lo spionaggio dell'avversario
politico in quello che si chiam scandalo Watergate, dal nome del grattacielo dove era il quartier
generale della parte politica avversa che veniva spiata dagli uomini del Presidente. Nixon sub la
procedura per l'impeachment, fino a doversi dimettere per evitarne un esito ormai scontato ed
infamante, per aver mentito al Congresso, e dunque al Popolo americano. Quindi non era pi
affidabile per la storia, la cultura e la stessa sicurezza di cui quel Paese ha un esasperato e viscerale
bisogno.
Il Colonnello North e lo scandalo IRAN-CONTRAS, io credo, siano il massimo e peggiore esempio
di questo aspetto sentimentale della "cultura" americana. La causa della lotta al comunismo contro
il Nicaragua sandinista gi faceva sfumare, nell'immaginario del popolo americano, la coscienza
che quei "contras" che venivano foraggiati appartenessero alle peggiori truppe e rispondessero ai
peggiori interessi di quel sanguinario dittatore che era stato Somoza e di coloro che lo avevano
appoggiato. Lo stesso sentimento di "anticomunismo" ha consentito di "dimenticare", sempre a
livello popolare, che quell'uomo, il Col. North, avesse organizzato circuitazioni con droga ed armi,
collaborando con quell'avversario satanico "di sempre" che era l'IRAN Komeinista. L'Iran che
aveva sequestrato per mesi cittadini americani, e per il cui tentativo di liberazione - fallito o fatto
deliberatamente fallire? - erano state sacrificate le vite di molti e troppi militari americani.
Dimenticare che, a guidare in modo approssimativo e fallimentare quella azione rovinosa, era stato
proprio quello stesso Colonnello Iliver North. Dimenticare quanto fosse profonda, dopo la caduta
dello Sci Reza Palhevi (bench fosse stata essa stessa pilotata di fronte ad una "intollerabile"
rivendicazione di indipendenza di quel governante insofferente a rimanere la "creatura obbediente"
dei suoi stessi controllori), la avversione del Governo all'Iran, per la cui distruzione non si esitava a
costruire e foraggiare - fino a farne "partner privilegiato" cio avente diritto all'accesso di aiuti

militari strategici del Governo Usa - un nuovo burattino-leader. Quello che sarebbe poi divenuto un
nuovo "demone" da esorcizzare e combattere, Saddam Hussein. Con l'immancabile e nuovo
scandalo, tutto civile ed "estero", quindi insabbiato in perfetto stile "europeo", dei finanziamenti
della BNL di Atlanta. Tutto si pu dimenticare in nome dei "compiti divini e storici" di cui gli
americani si sentono investiti.
Il giudizio su questi "eroi" alla Oliver North, d'altra parte, sempre stato un "giudizio ad intra", e
relativo alla sola correttezza dei loro atti rispetto alla "legalit americana" ed al senso dell'onore del
popolo americano. Mai essi hanno indagato e valutato le ragioni delle vittime, cilene e non, delle
azioni incriminate. Mai sono state offerte scuse per azioni illegali compiute in altri territori e contro
la sovranit di altri popoli, perch la grande "giustificazione dell'anticomunismo" rendeva "giusta"
ogni forma di ingerenza, e solo ad essi spettava il compito di giudicare eventuali eccessi compiuti
dai propri uomini. Ed il diritto di giudicarli, quindi, non rispetto alle vittime, ma rispetto al senso
dell'onore americano, in una liturgia squisitamente dettata dall'etica protestante. Essa tuttavia solo
funzionale ad una "recitazione" ad uso del popolo, dietro la quale si nasconde una valutazione
insindacabile su quelli che alcuni avranno stabilito essere gli "interessi del momento" della potenza
e della egemonia economica mondiale del proprio Governo.
Ricordate qualche film "classico" sugli indiani? A volte veniva rappresentata una guerra scatenata
contro un indiano buono a causa di uno sciagurato bianco che in malafede aveva creato tensioni
determinando la rappresaglia indiana. Guerre e stermini; ma alla fine il capo indiano cattura il
cattivo bianco, che inizialmente aveva ucciso un figlio del capo, e lo costringe a confessare davanti
ai rappresentanti di Washington. La guerra sembrava chiudersi l. Ma c'era il rischio che subito
riesplodesse perch il capo indiano si rifiutava inizialmente di consegnare il cattivo bianco che
avrebbe voluto giudicare secondo la sua legge indiana. Le parole della "giacca blu" tuttavia
riescivano a convincerlo: "Grande capo, quest'uomo sar giudicato severamente, hai la mia parola,
ma secondo la legge dell'uomo bianco." E l'indiano si convinceva e andava via "felice" verso le sue
tende. La reciprocit per non era in vigore e cos se capitava che il cattivo del film fosse il "mano
gialla" di turno, egli, per la pace finale, doveva essere ancora abbandonato dal capo "saggio" nelle
mani della giustizia dell'uomo bianco, che evidentemente non si fidava della seriet ed imparzialit
della giustizia indiana. Nel primo caso ci veniva fatto invece capire che quella giustizia indiana era
temuta per la ferocia con cui sarebbe stato torturato al palo un colpevole, che era comunque uno dei
"nostri" e non poteva essere abbandonato alla furia dei "selavggi".
Il cinema non ci ha mai detto se la giustizia "dell'uomo bianco" sia stata imparziale o se piuttosto
abbia poi applicato "due pesi e due misure". La storia ce lo ha ampiamente confermato, perch si
poteva trovare anche una certa clemenza per colpe verso gli indiani, anche avessero provocato una
guerra sanguinosa; ma si finiva certamente impiccati e linciati se si rubava il cavallo di un altro
bianco. E gli effetti strazianti, verso i tanti coloni uccisi dagli indiani scatenati dalle malefatte del
"nostro colpevole"? Beh, quelle erano pur sempre colpe dei selvaggi, gi lavate nel sangue dalle
successive spedizioni punitive e di rappresaglia, che non erano consentite ai selvaggi indiani,
dovendo rimanere una esclusiva (in auge ancora oggi) del popolo bianco, detentore e portatore della
Giustizia e della Civilt!
(E' importante, e ne chiedo scusa al lettore, abituarsi a leggere con queste chiavi la rappresentazione
cinematografica di certa cultura, se si vorr capire con maggiore facilit il meccanismo che scaten
la strage di Ustica e che descriver qualche capitolo pi avanti).
Nel tempo mi sono poi convinto che questo terribile cinismo giocato con lucidit dai grandi
strateghi della CIA e da tutti coloro che hanno costruito il loro potere, economico-finanziario e
politico, contando su questo assunto. Ma la maggioranza del popolo vive con profonda convinzione
questa cultura della "cosa giusta". Purtroppo il sistema tale che essi non si pongono il problema
che per definire "ci che giusto" anche nelle controversie internazionali dovrebbe valere il metodo
democratico, che sempre confronto con la diversit, con il dissenso, con culture ed etiche e
sensibilit diverse, senza mai pretendere di essere gli unici a possedere la ricetta definitiva per il
bene del proprio popolo e della umanit. E che soprattutto ci significa impegnarsi a creare i luoghi
propri del confronto politico - quale sarebbe una ONU autorevole -, ove nessuno possa avanzare un

pregiudiziale e maggior diritto della propria cultura, di cui il diritto di vetto la espressione pi
emblematica di negazione della Democrazia.
Questa terribile tentazione, di continuare a controllare comunque e con diritto esclusivo gli
strumenti di apparente partecipazione democratica, rimane la stessa che nella storia ha condotto
ogni integralismo ad affermarsi con la pi terribile violenza. Dai roghi della cattolica inquisizione,
alle ghigliottine francesi, al Mein Kampf, sempre un "compito divino" che qualcuno si assume per
giustificare ogni e pi empia azione. Non ho dimenticato i Gulag sovietici, solo che il loro un caso
diverso. Non allarmatevi. E' che, trattandosi di un regime ateo non di compito divino poteva trattarsi
(ecco la motivazione della esclusione dal primo gruppo). Si trattava infatti di un "compito storico",
senza che questo faccia alcuna differenza per il delirio di onnipotenza ed i suoi sciagurati effetti.
Per gli americani la grande valvola di compensazione questa capacit di autoprocessarsi ed
autoassolversi. Eccola, esasperata, la scusa cui accennavo appena poco prima dell'etica protestante:
"confessata la colpa, rimesso il peccato". Sempre che tuttavia il peccato sia stato commesso, e da
noi, verso Dio o verso "gli altri". Perch la giustizia, in casa "nostra" e contro chi avesse violato i
nostri interessi, la amministriamo direttamente "noi". E a Dio si chieder solo di "avere piet
dell'anima" di coloro che avremo condannato a morte. Questa pratica raffinatissima ha un obiettivo:
"perch il popolo creda e non perda mai la fiducia nelle sue istituzioni", e dunque non cominci a
porsi interrogativi scomodi per i detentori del potere.
Non reagii, a quella prima lezione, se non con una evidente e profonda riflessione. Questo dovette
convincere il mio ineffabile amico che era possibile forzare ancora un po' la mano, per illustrarmi il
secondo concetto. Quello sui servizi di sicurezza ed informazione.
"Vedi, continu, il mondo come sai diviso in due sfere di influenza, dopo Yalta. Tu hai ragione a
sostenere la sovranit del tuo Paese, questo ti fa onore. Ma la sovranit politica di un Paese, non pu
essere la sovranit intesa come indipendenza ed autodeterminazione anche per i suoi servizi di
informazione. Per la sicurezza mondiale non possibile che i nostri servizi non abbiano il controllo
di tutto il sistema di informazioni occidentale."
Questa era pi dura da mandar gi, e replicai con maggiore decisione ed immediatezza, cercando di
interromperlo. Perch una cosa la collaborazione internazionale tra servizi alleati, ed altra cosa
l'essere controllati dai Servizi di un altro Paese, che pretendono di avere questo diritto. Ma
l'argomento si era fatto di colpo scivoloso per lui, e cos divenne subito "troppo tardi". Avremmo
ripreso la discussione ad Orlando, mi disse. E mi lasci a meditare, con il mio succo d'arancia
davanti, sul reale significato di quel messaggio e di quanto mi andava accadendo in quello strano,
affascinante e bellissimo Paese.
Mi riscossi dicendomi che non c'era che da aspettare. Mai per avrei immaginato che quello strano
dialogo, che ancora mi appariva come un serrato confronto con un "collega alleato" in cui
emergevano le diversit profonde di cultura personale e nazionale, sarebbe approdato ad una offerta
di collaborazione con i servizi di intelligence americani.
Le domande che mi andavo ponendo avrebbero avuto risposta, molto ironicamente, proprio nella
citt di Walt Disney, dove la finzione e la favola avevano trovato una specie di cittadinanza
onoraria. La rappresentanza di ci che di pi profondo poteva esserci in quel popolo ed in cui
ciascuno sembrava avesse bisogno di credere per continuare a vivere con serenit e fiducia la vita di
ogni giorno: il MITO.
Il mito della grande frontiera su cui quel popolo aveva costruito la sua storia. Il mito che aveva poi
difeso rimuovendo, non solo ai suoi occhi, ma a quelli di tutto il mondo e della storia ufficiale, le
violenze, le barbarie ed il genocidio che resero possibile creare quella storia: la conquista del West.
Il mito celebrato dai John Wayne dalle grandi praterie fino alle foreste del Vietnam. Il mito che non
si incrinato davanti all'esplosione delle rivelazioni e degli scandali della storia, perch ci sono stati
sempre un regista ed una star di Hollywood che hanno alzato la mano ed hanno denunciato gli errori
storici. "Ebbene siamo stati noi, ma sappiamo riconoscerlo".
Errori contro gli indiani d'America, contro i neri; errori per le collusioni con la criminalit nelle
istituzioni politiche o di sicurezza sociale, per il cinismo del sistema del capitalismo sfrenato, per i
suoi devastanti effetti sociali, non solo presso le popolazioni di altri Paesi, ma all'interno degli stessi

States. Errori terribili quali il complotto e l'omicidio del proprio Presidente.


E, a farci ben caso, anche in questi film di "denuncia" si pu riconoscere la cultura che abbiamo
analizzato poco prima. L'eroe, per quanto possa essere solo e contro tutti, incarna sempre e
comunque il popolo americano ed i suoi migliori sentimenti. E' "dalla parte giusta". Anche se questa
"giusta causa" apparentemente sia perdente e perseguitata.
Le vicende degli indiani d'America - in Soldato Blu, Il Piccolo Grande Uomo, fino a Balla coi Lupi
- sono sempre incentrate su un bianco - l'America - che capisce gli errori e si converte alla Verit. E
combatte addirittura contro i suoi che insistono nella strada "non giusta" e non accolgono l'invito a
convincersi ad una diversa lettura della realt, senza mai dividersi tuttavia in maniera definitiva
dalle motivazioni fondamentali del suo popolo. Motivazioni che - secondo il messaggio subliminale
di queste realizzazioni "artistiche" - sono state piuttosto tradite e snaturate da alcuni, mentre lo
spirito "buono" del popolo americano sempre pronto a rivedersi e redimersi riaffermando la
assoluta superiorit dei suoi grandi valori.
In Codice d'Onore o Vittime di Guerra sempre un americano che si ribella alla deviazione del
potere militare - di un generale come di feroci commilitoni - e rischia molto, pur di fare "la cosa
giusta", cio il rivelare l'eccesso e la colpa, che un distorto senso di solidariet corporativa vorrebbe
celare. Finch il Governo - inizialmente molto prudente e rispettoso dei ruoli e delle funzioni
oltrech del prestigio delle persone accusate di aver ecceduto nei poteri e di averli addirittura
distorti, perch esse comunque lo rappresentano - di fronte ad una Verit rivelata ed accertata di
eccesso e di deviazione si dissocia "dall'indegno comportamento" e si schiera senza tentennamenti
dalla "parte giusta" per giudicare, e molto severamete, i malvagi che hanno tradito la fiducia che il
Popolo ed il Governo degli Stati Uniti avevano riposto nella loro capacit di rappresentarne, "con
onore", i fondamentali valori. Mai, potrete notare, questo determina un "ripensamento" sulla
costruzione "ideologica" americana, sulle sue strutture di potere ed i criteri cui essa si ispira. Sono
sempre e solo singoli uomini che hanno deviato.
E' questa cultura dunque che placa anche i sensi di colpa del popolo americano, e rende poi
"superflua" la necessit - quando non inibisce la stessa possibilit - di un'ulteriore e pi sistematica
analisi storica, con gli strumenti diversi che offrirebbe una cultura "vera" della politica e del diritto.
Essa chiederebbe infatti che non ci contentasse solo di un film; ma esigerebbe una sentenza, una
sanzione ed un risarcimento, stabiliti da un soggetto indipendente dal giudicato.
Questo non un atto di accusa. Non il luogo, e non ha le competenze per dare un giudizio
definitivo e assoluto. Ch anzi ho assimilato profondamente alcuni di questi grandi valori di rispetto
e fiducia nelle Istituzioni, nonostante i tradimenti consumati dai suoi funzionari, che ne divengano
occupanti abusivi ed usurpatori di poteri. Ma l'analisi e la rappresentazione di una realt e di una
cultura con le quali bisogna comunque confrontarsi se si vuole stare di fronte ad esse con
consapevolezza, per cercare di dialogare con esse, senza perdere la propria identit, o dovervi
rinunciare. E dico questo in un'ottica militare e politica insieme.
Perch - molti forse si scandalizzeranno - ma anche la guerra una forma, orrida e arcaica se si
vuole, di dialogo tra diversi. Che da diversi si trasformano in "avversari" e poi "nemici", quando si
affrontano sul piano della pura forza violenta, dopo essersi confrontati e studiati - politicamente; ma
secondo logiche conflittuali e guerriere, piuttosto che di cooperazione, integrazione e mediazione
pacifica -. E nel conflitto guerreggiato gli "avversari-nemici" continuano a studiarsi e confrontarsi, a
"dialogare" per "convincere" - con la costrizione bellica - l'avversario soccombente della
"superiorit e della validit" delle proprie convinzioni e ragioni di vincitore.
E' quello che si dice un primordiale e primitivo modo di confronto politico, ma anche il criterio
storicamente fissato dal quale partire con realismo per sperare una reale trasformazione dei metodi
politico-diplomatici in una capacit di dialogo e in un animo pacifico capace di resistere al fascino
di imporsi con la forza. Diversamente ogni affermazione di principio sulla aspirazione alla Pace
sarebbe un inganno, perch la pace diverrebbe quella condizione di assenza di belligeranza
determinata dalla soggezione dello sconfitto e dalla affermazione del vincitore e da una mortifera
omologazione delle diversit. Oppure un luogo di arcadia, miraggio pi che utopia, perch pensa la
pace come esente da diversit generanti il conflitto e da prezzi e costi, che vanno pagati invece alla

Pace e per la Pace, alla stessa maniera ed a volte nella stessa misura dei prezzi e dei costi che si
disponibili ad offrire all'idolo guerriero.
Solo questa consapevolezza pu restituire in pieno il primato e la responsabilit alla politica, per
soluzioni di pace al conflitto tra "i diversi", rispetto all'impiego della forza. Non infatti per una
cultura belluina ed arcaica, ma in un primo passo del progresso di una nuova sensibilit culturale
che avverte la guerra come "pura follia", che si poteva scrivere, all'inizio di questo secolo, alba del
nuovo diritto internazionale e della vita delle Democrazie, che "la guerra la continuazione, con
altri mezzi, della volont politica per il perseguimento dei suoi fini propri".
Dagli albori della civilt, la "politica", bench a quel tempo fosse gestita da aristocrazie e poteri
assoluti, ha sempre mantenuto questo primato rispetto al suo strumento militare, assoggettato agli
interessi ed alle prospettive del principe sovrano. Con il cammino della civilt, al diritto della forza
si va man mano sostituendo la forza del diritto. Ed una nuova cultura politica, la democrazia
rappresentativa - che a noi pu apparire scontata, ma, rispetto ai tempi della storia, invece una
esperienza "bambina" che si "appena affacciata" sulla ribalta della vita e che mantiene ancora tutti
i tratti della sua fragilit - va imponendo la strada del confronto e del dialogo con strumenti di pace
che rispettino, e cerchino di armonizzare e non di annullare, le diversit.
E' soprattutto un confronto che si esercita, nei luoghi deputati della politica, ma in nome e per
delega di "popoli sovrani". Quei popoli che alla guerra hanno fino ad oggi offerto il loro tributo di
sangue e carne, come sudditi insignificanti, e che da cittadini invece rivendicano, nella loro stessa
natura (ed indipendentemente dalle tensioni etniche che possono essere alimentate strumentalmente
nel loro seno, utilizzandoli per sciagurati conflitti civili), un destino di pace e di garanzia per una
pacifica convivenza.
E' questo che ci dice che la prospettiva di ogni Forza Armata, e di tutte le Armate del mondo, dovr
sempre pi tendere a quei ruoli di "Polizia Internazionale" che oggi si iniziano ad identificare con
maggiore coscienza. Ma tale prospettiva sar "vera" solo quando, al di l delle proclamazioni, la
Politica dei Governi lavorer per la sua reale costituzione. Polizia Internazionale non vuol dire
delega a qualche Paese per essere il "Poliziotto del Mondo". Perch non si pu essere
contemporaneamente Guida Politica e Poliziotto. Ne risulterebbe uno Stato di Polizia, che
tutt'altra cosa da una Polizia di Stato. Ed uno stato di Polizia una realt insopportabile ad ogni
civile coscienza.
La Polizia, nazionale od internazionale, prevede una presenza di tutte le classi sociali e quindi di
tutti gli Stati. La Polizia riconosce e garantisce una sua sottomissione assoluta alla Legge ed al
Potere Politico e Giudiziario. Che quella Legge emana e modifica, nelle sedi Parlamentari. Che
quella Legge applica nei compiti esecutivi dei Governi e nelle funzioni di Garanzia della
Magistratura. Anche valutando e sanzionando gli eccessi che fossero compiuti da quella Polizia
nell'assolvimento dei pur gravosi e rischiosi compiti istituzionali.
Ma questa dimensione politica di un corpo di Polizia Internazionale e rimane cosa tuttaffatto
diversa da quegli eserciti mercenari che Luttwak, "politologo"(?) americano, ripreso con un
pappagalismo inconsapevole ed incosciente dal commentatore italiano Panebianco, ritiene
potrebbero garantire la nostra sicurezza di "popoli civilizzati" - non pi adusi alle fatiche della
guerra n disponibili a mescolarsi con i suoi riti sanguinari che appaiono repellenti alla nostra
"coscienza civile" - attraverso poderosi armamenti ed una capacit operativa schiacciante. Essi
ritengono che questa orda di mercenari potrebbe comunque essere soggetta attraverso alchemici
quanto oscuri meccanismi al controllo politico dei mandanti, dimenticando che si tornerebbe alla
barbarie del soldato prezzolato, sempre pronto a sfilare sotto una bandiera pi ricca.
Una Polizia internazionale, invece, come ogni Polizia profondamente radicata nel suo Popolo.
Una Polizia che si espone al pericolo, ma consapevolmente ed essa sola, per la salvaguardia delle
popolazioni (a fronte di un rapporto tra civili e militari morti a causa di guerre che oggi
stabilizzato a 94 civili contro 6 militari, per ogni 100 morti!).
Una Polizia che sempre pi impegnata sul fronte della Intelligence finalizzata alla prevenzione;
che sa di dover agire in questa attivit in costante rapporto con la autorit politica e giudiziaria, cui
riferire con tempestivit, lealt e completezza gli esiti di quelle indagini, per le valutazioni del loro

sviluppo. Una Polizia che cosciente del potenziale terroristico dell'avversario e delle sue
intenzioni di seminare con quel potenziale, la paura, la distruzione ed il sangue tra le popolazioni.
Ed una Polizia tuttavia che non risponde con i medesimi criteri di terrore e di morte alle azioni
criminali del terrorismo; ma si affida alla credibilit, efficacia e legittimit della sua azione, e
dell'impegno politico-diplomatico che la precede e la sostiene, per sconfessare e screditare ed
isolare - presso le stesse realt sociali ove si sviluppa ed alimenta la devianza (ovvero presso le
popolazioni originarie) - le azioni dei terroristi, o le estreme azioni di una criminosit conclamata.
Una Polizia che ha precise condizioni e vincoli di autonomia di intervento e che quando comunque
interviene - su mandato o per competenza o flagranza - sa di dover intervenire solo per "sedare" una
condizione di turbativa; ma per affidare subito i responsabili al giudizio di altri poteri gestiti da altre
istituzioni. Senza mai avere la facolt di poter violare il diritto della persona e del prigioniero alla
sicurezza ed integrit personale.
Una Polizia che ha dunque sempre pi necessit di poter riferire ad un fronte politico capace di
confermare il Diritto Positivo e la certezza del diritto, attraverso un Potere Giudiziario che abbia gli
strumenti e la volont per irrogare sanzioni e pene certe e rigorose, ma mai vendicative.
Una Polizia che sappia muoversi nel pieno rispetto di quel medesimo diritto, e nella totale docilit
alle disposizioni ed alle indagini disposte da quei poteri Politico e Giudiziario. Anche quando
fossero chiamati ad investigarne gli eccessi o le deviazioni interne, di singole persone o di Uffici.
E' la "ricetta di cultura politica integrata" sulla quale sta divenendo possibile prefigurare una vittoria
dello Stato sul fenomeno Mafioso. Cos come, su questa stessa ricetta, fu possibile realizzare la
vittoria sul fenomeno terroristico italiano. Bench su quest'ultimo fronte - diversamente da quello
mafioso - non sia nata la consapevolezza che la vittoria "militare", senza la individuazione ed il
perseguimento dei nuclei di complicit politica, una falsa vittoria, una guerra rimandata.
Ed la stessa ricetta politica che invece, non essendo stata applicata, ha determinato ad esempio il
consolidamento del consenso della base sociale al dittatore Saddam Hussein (al di l di lotte interne
per il potere, soffocate nel sangue e forse alimentate da una diplomazia bellicista e cieca). Perch
nella umanit delle madri e dei padri iracheni, ben difficilmente la morte per fame e malattia di
600.000 dei loro bambini potr trovare la lucidit capace di attribuirne la responsabilit al loro
dittatore. Essa sar sentita piuttosto profondamente ed attribuita totalmente a chi avr decretato
quella fine straziante fissando le sanzioni di embargo, volute dal "nemico". Ed anche quando
l'insopportabile sofferenza li conducesse a consentire con il rovesciamento sanguinoso del loro
leader, essi rimarranno sempre coscienti nel loro profondo che il dramma vissuto responsabilit
esclusiva dello spirito di vendetta dell'avversario. Che rimarr "nemico", al di l delle alleanze fatue
che quel nemico sottoscriver con i successori al potere del dittatore.
E' quanto avverte oggi il popolo del Nicaragua costretto a rinnegare, per fame, attraverso elezioni
"fasulle", i propri liberatori sandinisti. Coloro cio che li avevano sottratti ad una orrida dittatura
che il "nemico" aveva invece alimentato e sostenuto. Alla stessa maniera di come ha poi imposto i
nuovi governanti fantoccio di una Democrazia di facciata.
E' la resistenza, pur sfaldata dalla fatica pluriennale, che il popolo di Cuba sta opponendo (al di l
della strumentale propaganda di quegli esuli la cui grande maggioranza viveva all'ombra ed alla
mensa del dittatore Batista) allo strapotere della aggressione americana, che non trova altri mezzi
che non quelli di un illegale embargo - condannato ripetutamente dall'ONU come lo era stata la
operazione di minamento dei porti del Nicaragua - per sostenere di agire solamente per esercitare il
suo "diritto-dovere" alla lotta al "comunismo internazionale".
Non sto negando n i legami - avuti da questo ed altri Paesi - con i sovietici, n i limiti inaccettabili,
per una dialettica democratica, che quella o altre rivoluzioni possono aver mostrato, dopo
l'innegabile importanza della lotta di liberazione sostenuta contro regimi sanguinari che avevano
certo ancor meno i caratteri della democrazia. Limiti che hanno a volte indotto anche parte della
popolazione pi ben disposta verso la rivoluzione a trasformarsi in opposizione, cercando fughe
all'estero, con il rischio di essere "arruolati" come testimonial nelle fila degli oppositori strumentali,
nostalgici dei privilegi goduti nel regime dittatoriale.
Ma le azioni degli Stati possono divenire odiose come quelle della Polizia quando il suo impegno

contro il crimine si trasforma in abuso e sfacciata violazione della Legge. Di fronte alla legge ogni
violazione , o dovrebbe essere, considerata illecita e da perseguirsi con uguale determinazione,
indipendentemente da chi la commetta. Di fronte alle "Risoluzioni" dell'ONU nessuno Stato pu
sentirsi, o dovrebbe sentirsi, autorizzato pi di altri a disattenderne il disposto.
Ed ogni ingiustizia compiuta dagli Stati o consentita agli Stati, anche contro un avversario
criminale, tale da rinforzare il consenso che l'avversario pu trovare nelle Societ Civili. Finch lo
Stato era sentito assente, indifferente alle sorti umane sociali ed economiche delle popolazioni del
Sud dell'Italia e finch esercitava con arroganza e violenza il proprio potere nei confronti di quei
cittadini, fin quando cio esso stato sentito in una parola "nemico", la Mafia ha sempre trovato nel
tessuto sociale e nel consenso la sua forza maggiore.
Non diversamente avverr per i popoli, rispetto ai propri despoti, ai propri deliranti terroristi
religiosi e politici. Le Brigate Rosse e le tante altre realt terroristiche nostrane hanno infatti
conseguito piuttosto l'effetto (forse voluto da chi in realt ne ha saputo o potuto gestire le azioni) di
stabilizzare il potere. Ci avvenuto perch il popolo non si riconosceva - n poteva riconoscersi nel metodo e nelle istanze sostenute con la violenza e nel sangue, e fondate sul terrore. E' di un
operaio, intervistato per l'omicidio del sindacalista Guido Rossa, la sentenza definitiva sulle
"dichiarate aspirazioni" di consenso delle BR: "Il fatto che il Movimento Operaio non potr mai
delegare la sua rappresentanza ad un gruppo, n potr riconoscere un ruolo guida a questi gruppi
legittimandone l'uso della violenza e del terrorismo."
Cosa volete che potesse invece provare ad esempio, per ognuna delle azioni terroristiche, fatte in
suo nome e per la sua liberazione, un Palestinese, cui veniva allora negato il diritto alla terra, alla
casa (costretti ad abitare per anni in caverne sicch bambini come Radie Resh potevano morire
senza averne conosciuta una), alla scuola, in una parola alla identit ed al futuro? Cosa, se non
identificazione, orgoglio, desiderio di imitazione "eroica". E cosa pensate che potesse avvertire
verso i suoi militari, anche compissero stragi come Taar el Zatar, il popolo Israeliano, consapevole
che il "nemico arabo-palestinese" aveva giurato di dedicare la sua vita alla distruzione dello Stato
Ebraico e del Popolo Ebreo? Cosa, se non orgogli, gratitudine e solidariet? La discussione sulle
ragioni di arabi o di israeliani, sugli opposti motivi di giustificazione - per quello come per ogni
altro conflitto "vero" e non "astutamente pilotato" - era comunque arido esercizio della presunzione
di Adamo, che creava solo nel mondo orde di "tifosi" - gli uni filo-arabi, gli altri filo-israeliani -,
che si scazzottavano sugli spalti, senza partecipare alla partita della vita che lasciavano giocare sul
campo alle "loro squadre".
Il cammino duro e pericoloso ma finalizzato alla Pace, avviato da Olaf Palme, come mediatore tra
Rabin ed Arafat, non frutto del caso, n di una "buona predisposizione" a dimenticare le
reciproche sofferenze. Ma il convincimento che quelle sofferenze patite dai popoli nascevano
proprio e si alimentavano dalla reciproca negazione al diritto di esistere. Il riconoscimento, che
comporta la accettazione del "pari diritto" dell'altro ad avere una terra, un Governo, una sicurezza,
hanno mutato in pochi anni lo scenario, senza poter tuttavia estirpare con facilit gli odi ed i
risentimenti che politiche assurde ed artificiosamente alimentate di intolleranza reciproca avevano
creato. E si pagato un altissimo tributo di sangue tra i "combattenti per la Pace", a partire dallo
stesso Olaf Palme ucciso, ed arrivare, attraverso i tanti dirigenti Palestinesi trucidati a Madrid come
a Tripoli, all'omicidio di Yzaac Rabin. Eppure solo una incrollabile fiducia nel processo di Pace
toglier armi e brodo di coltura ad ogni ulteriore volont di violenza.
In questa prospettiva la nostra "piccola" cultura nazionale illustrata dalla Costituzione (cos
disprezzata da tanti commentatori politici americani) appare tuttavia come un gigante,
eccezionalmente pi avanzata rispetto a quella statunitense, che sembra piuttosto ancorata al
concetto di "Stato Sovrano", che non a quello di "Popolo Sovrano". Secondo quei modelli
illuministici e rivoluzionari del settecento, che per primi avevano superato il concetto di sovranit
dinastica, senza riuscire tuttavia a sostituire al Monarca il Popolo. Quanto una caricatura del
monarca stesso: uno Stato con i medesimi poteri assoluti e non discutibili dal popolo, ma con un
volto ormai mimetizzato ed indecifrabile, come direbbe Galbraith.
Queste convinzioni non erano affatto cos sistematiche e radicate quella sera fatidica ad Orlando.

N voglio sostenere che le mie idee attuali siano quelle giuste o da condividersi perch migliori.
Sono solo le mie idee, nate dalle mie esperienze.
Era dunque la sera dell'incontro decisivo e definitivo con il mio "selezionatore". Venne lui a
contattarmi alla base militare dove alloggiavamo. Non pensai mai, durante quel soggiorno
americano, che egli, in realt, non mi avesse mai lasciato un riferimento per poterlo rintracciare. Un
telefono, un indirizzo, una base. Nulla. Ma ero tanto ingenuo e troppo pieno di orgoglio e
presunzione sulla mia "preparazione da Ufficiale", per riuscire a far caso a quei "minimi"
particolari.
Ancora una volta, con tecnica perfetta, mi spiazz completamente. Ero pronto a riprendere il
discorso da dove lo avevamo interrotto. Ero teso, perch ero intenzionato a riuscire a non farmi
deviare dalla linea di questioni da discutere, sulla quale avevo a lungo rimuginato. Lui era molto
allegro, invece, e parl a valanga della notte di divertimento che avremmo passato. Non un accenno
al discorso rimasto in sospeso. E cos dalla iniziale tensione, che traspariva inequivocabilmente dal
mio disagio, passai pian piano ad una "pericolosa" rilassatezza.
Lui mi descriveva i locali dove saremmo andati e mi parlava delle follie che si potevano fare. Lungo
la strada montarono in macchina con noi due suoi colleghi, sorridenti e gentili, neri anche loro come
carboni, ma che non spiccicavano una parola di italiano. Durante tutta la sera parlottarono tra loro o
con il mio "contatto", salvo indirizzarmi grasse risate e pacche sulle spalle se mi rivolgevo a loro.
Girammo locali, uno dopo l'altro, dai pi squallidi a quelli pi ricercati con abat-jour rosse e luci
soffuse. Donne nude e seminude dappertutto. Drinks. Tutto rigorosamente offerto dai miei "amici".
Dopo il quarto o quinto drink cominciai a controllarmi di nuovo ed a rifiutare. La serata si andava
facendo ambigua ed incomprensibile.
Il mio "contatto", all'uscita di ogni locale, mi diceva che eravamo alla fine del giro e che saremmo
andati a conoscere finalmente sua moglie. Ma poi in macchina i suoi due colleghi gli ricordavano
qualche locale particolare che "non potevano mancare di farmi visitare". E il giro continuava, nel
nuovo locale. L'ultimo era costituito da una specie di passerella in panno verde, rettangolare, al
centro della sala. Sgabelli lungo i bordi, per i clienti. Ragazze, alcune davvero notevoli, nude o
seminude, tutte per rigidamente con collants, si agitavano sulla passerella. Se qualche cliente
voleva una "esclusiva" alzava una banconota ed indicava la "prescelta" che, se riteneva congrua
l'offerta, si avvicinava al posto del cliente e cominciava a danzargli davanti. La banconota finiva
subito nella rete del collant, con o senza slip che fosse. Ed il cliente poteva carezzare la prescelta,
con minori o maggiori limitazioni, a seconda della cifra versata. Qualche minuto di carezze e
dimenamenti vari e poi via. Se si era stabilito un "feeling" ci si poteva appartare.
Tutto questo mi fu illustrato mentre mi "offrivano" ripetutamente la esclusiva di una ragazza. La
ragazza che scelsero per me era davvero notevole, tanto che mi chiesi cosa ci facesse l una donna
cos bella. Spesero certamente pi di cinquanta dollari in quella ventina di minuti. Ma fu la mossa
sbagliata, quella che allert tutti i miei "sensi umani, militari e professionali", mentre inibiva ogni
reazione sessuale. E lei ballava, e si accucciava. E io la guardavo e poi guardavo loro che
parlottavano e ghignavano poco pi in l. Non capivo; ma certamente, quale fosse stato il loro
scopo, se una "amichevole offerta" di una donna, o un altro ancora, la situazione ormai mi aveva
totalmente raffreddato. Anche lei non capiva. Prima pens che fossi timido, poi mi chiese "perch"
e "cosa ci fosse che non andava". Alla fine quando dissi "ma insomma, basta" e mi alzai, la salutai
con un grazie e lei si allontan sorridendomi.
Il clima in macchina era un po' smorto. I due amici ci lasciarono a met strada, mentre noi due
proseguimmo per la abitazione del mio contatto. La moglie era gi a letto, e lui si scus per aver
fatto cos tardi. Mi port poi nella camera della bimba. Un angioletto biondo che dormiva con una
luce soffusa, azzurra come in un film. Non ho mai saputo se la moglie fosse bianca e bionda oppure
come potesse essere suo quel batuffolo biondo. Poi andammo in salotto e lui prese due confezioni di
pollo fritto dal freezer. Due birre e la luce di due lampade. Il film continuava. Io ero molto
incazzato. Mi sentivo umiliato da quella serata cos squallida al termine di un itinerario che
sembrava molto diverso al suo inizio. Il suo distacco, e la sua "allegria" aumentavano il mio
fastidio. Aspettavo qualche minima spiegazione. Ed arriv, ancora una volta superando ogni mia

pi fervida fantasia.
Ad un certo momento si fece serio, tir fuori un fascicolo, il mio, e guardandomi fisso mi disse:
"A questo punto, Mario, dovresti aver capito che noi ti abbiamo individuato come un possibile
nostro collaboratore. Io tengo molto a te e so che per te non facile accettare. Ho puntato molto su
di te. Ma tu devi convincerti che non ti stiamo proponendo nulla che contrasti con i tuoi valori. Tu
sei un sicuro difensore dei valori del mondo libero, e non ti vendi! Senza avere alcun motivo di
sospettare hai saputo resistere all'alcol ed alla offerta di una bellissima donna. Non da tutti,
credimi. Ti abbiamo provato sotto tutti i punti di vista, ed ora sono certo di non essermi sbagliato su
di te."
Mi diceva questo proprio mentre cercava di comprarmi! Ed era questo che mi turbava di pi. Il
discorso, ora, avveniva senza veli con una chiarezza spietata. Mi disse che ero stato studiato a
lungo, che conoscevano tutto di me, delle mie scelte personali, e del mio curriculum di Accademia.
Mi faceva sentire una specie di prescelto, seguito fin dalla nascita, passo per passo, e giunto ormai
al momento della "rivelazione". Non mi riusciva neppure pi di essere arrabbiato. Avevo solo
voglia di capire. Capire come avessero deciso, e in che cosa consistesse questa collaborazione e
come funzionasse il rapporto tra il mio ed il loro Governo. Ma lui cercava di mostrarmi soprattutto
la necessit di un "controllo mondiale" della informazione, per contrastare gli avversari che
"aggrediscono il mondo occidentale" con ben altra grinta e maggiori libert, perch "loro non sono
tenuti a rispondere al popolo ed a istituzioni democratiche".
Ogni mio tentativo di obiezione basato sulla sovranit evidente di Paesi come l'Inghilterra, Israele,
la Francia, ed il loro conseguente controllo totale sui propri servizi, veniva smontata con freddezza.
Perch, diceva, un conto la efficienza degli agenti, che nostro interesse sia altissima e
continuamente verificabile, ed un altro il "cuore" del servizio, l dove si formano e si gestiscono
le informazioni e si definiscono le azioni conseguenti.
"Noi non chiediamo a nessuno di tradire il proprio Paese ed i propri valori. Ma se volessero essere
"troppo indipendenti ed autonomi", li depisteremmo con estrema facilit, inducendoli ad azioni
fallimentari indirizzandoli su false piste precostituite. Non si tratta, come tu potresti pensare, di una
logica di dominio, ma di una necessit di cui dobbiamo essere consapevoli tutti. Solo insieme e
strettamente coordinati possiamo vincere la organizzazione dell'avversario. Vorrai riconoscere che
il compito ed il peso di questo coordinamento competa agli Stati Uniti d'America!. Chi non accetta
di riconoscere questa necessit e questo ruolo o non capisce che non possiamo esporre a rischio la
nostra sicurezza e quella di tutto l'occidente per le ambizioni di indipendenza di singoli alleati, deve
essere indotto a riconsiderare i propri convincimenti."
"E la necessit di limitare al minimo i tempi di incertezza impedisce che ci avvenga con i tempi
lunghi della diplomazia politica. Questa deve potersi appoggiare a fatti, predeterminati e gi portati
ad esecuzione, che diano forza e credibilit alle esigenze politiche che vengono rappresentate nei
colloqui diplomatici. E' guerra, Mario, in forme diverse, ma guerra. Con tutti i criteri e le necessit
della guerra, dove le azioni tattiche non sono mai disgiunte da un grande e chiaro obiettivo
strategico."
"Tu sai, perch sei stato addestrato ad essere un futuro comandante, che potresti essere chiamato a
"sacrificare", coscientemente, uomini e mezzi per raggiungere risultati ed obiettivi che non
sarebbero perseguibili con nessun altro mezzo. E perch dal raggiungimento di quegli obiettivi
dipende la salvezza di un numero enormemente superiore di uomini e la salvaguardia di enormi
maggiori risorse. Ed a quegli uomini, che pure devi mandare al macello, sapendo e dovendo sperare
che essi non sfuggano a quella sorte strategicamente determinata, non potrai confessare il destino
che loro riservato. A questo serve la disciplina. E' questo che ti stato insegnato, non forse
vero? Ad avere uomini che consapevolmente sappiano di poter essere impiegati perch diano la
pelle, sotto il tuo comando."
No, non era affatto quello che mi avevano insegnato. Soprattutto non mi avevano insegnato, o forse
io fortunatamente non lo avevo compreso in quella prospettiva - che mi sarebbe risultata
inaccettabile - secondo la quale quei criteri guerrieri potessero applicarsi con automatica
trasposizione alla societ civile in tempi di rapporti pacifici, con lo stesso terribile cinismo della cui

necessit ero consapevole che avrebbe potuto pur esserci bisogno durante operazioni belliche.
Mi torn alla mente, come un lampo, la scena di un'altra vicenda della mia preparazione in
Accademia, e dentro di me ringraziai il Generale Cazzaniga per avermi impartito quella memorabile
lezione. Ero stato punito con tre giorni di cella per aver lamentato, io cadetto, che un capitano non
rispondesse mai al saluto che pure gli indirizzavo correttamente e tempestivamente. Non ritenevo
infatti corretto che lui rispondesse con i suoi strani "grugniti". Il Generale mi aveva chiamato in una
delle aule del centro studi della Accademia perch gli spiegassi cosa fosse successo. Appena ebbi
finito di riferire, sempre rigidamente sull'attenti, lo vidi - e sentii soprattutto - esplodere in una
reprimenda infinita. "Avevo messo in discussione i cardini fondamentali della vita militare, avevo
esibito una presunzione inaudita ed inaccettabile, e cos via". Urla, domande irose che non
aspettavano e non consentivano risposte. Non so quanto and avanti. Dentro di me mi chiedevo in
che gabbia di matti fossi andato a cacciarmi. Si plac improvvisamente e suon un campanello
chiedendo al "famiglio" (cos venivano chiamati gli inservienti civili) di far entrare il capitano.
Bollivo di rabbia. Se mi avesse ordinato di offrire le mie scuse, avrei piuttosto chiesto di dare le
dimissioni.
Appena quello fu entrato e se ne stava "tirato", appena alla mia destra, in un esagerato attenti, il
generale gli sibil: "Chieda scusa all'allievo." Non capivo. Ma soprattutto non capiva il capitano
che, sgonfiandosi, chiese: "Come ha detto, signor Generale?". Quella di prima nei miei confronti mi
sembr una "leggera brezza" rispetto alla furia, agli insulti con cui il generale invest il capitano. Ed
alla fine con una freddezza ancora pi terribile ribad: "Chieda scusa, all'allievo". E, sempre
glaciale, lo costrinse a ripeterle tre volte, quelle scuse, sempre pi ad alta voce. Poi fu pago e con
tono carico di disgusto lo conged: "Ora vada via!". Si volt verso di me ed il suo volto carico di
amarezza mi cancell dal viso e dal pensiero il ghigno soddisfatto che vi si stava disegnando.
Stancamente mi ordin il riposo e guardandomi con tristezza e speranza insieme cominci a
spiegarmi. Molto lentamente.
"Tu davvero hai mancato fortemente contro la disciplina e l'Arma. Perch, sapendo di avere
profondamente ragione, non hai avvertito tutta la seriet della denuncia di quell'irresponsabile di un
Ufficiale. Anche a me, raccontando il fatto, hai esibito il piacere di evidenziare la mancanza di un
superiore! Ma questo vuol dire che tu non ti senti ancora, non sei ancora un vero Ufficiale. Lascia
agli sciocchi questo stupido sentimento di rivalsa di classe! E se racconterai una sola parola di
quanto avvenuto qui dentro, per soddisfare una tua vanit ti assicuro che la tua carriera si chiuder
al pi presto." Poi continu, scaldandosi man mano e con gli occhi che si fecero, alla fine quasi
lucidi: "Vedi, questa canaglia che sta vestendo sempre pi i gradi da Ufficiale, senza trovare
nessuno che la scacci a calcioni nel sedere, si vanta spesso, nelle inchieste sulla condizione militare,
della "responsabilit" che hanno gli Ufficiali, consapevoli che un giorno potrebbero essere costretti
a mandare a morire i propri uomini. Fa effetto, colpisce la sensibilit degli ascoltatori e soddisfa il
proprio orgoglio. Ma questa drammatica realt loro la vivono come coscienza di potere. E non
potendo avere occasioni prossime di verifica sul campo, esibiscono questo indegno senso di potere
con atteggiamenti come quello che tu hai segnalato. I suoi grugniti in risposta al tuo saluto sono il
segno del suo disappunto per non aver potuto esibire tutta la sua possibilit di repressione se tu
avessi mancato. L'oggetto del suo potere sono tutti gli inferiori, quello del suo servilismo ogni
superiore, verso il quale nutre non rispetto ma solo sottile gelosia e strisciante cortigianeria per
curare il proprio futuro. Cosa vuoi che capisca uno cos della "Difesa della Patria"?
"Tu ricorda sempre: E' vero, un giorno potresti essere chiamato a mandare degli uomini a morire.
Non gioire mai di questo potere terribile. Avrai davanti giovani pieni di vita e di fierezza. Non
ingannarli mai. Dovrai sempre sapere tu, e loro con te, per che cosa vanno a rischiare la vita.
Sempre. Dovrai sentirli, ognuno di loro, come i tuoi figli e allora tu dovrai morire cento volte, come
moriresti per un tuo figlio vero, per ciascuno di loro prima di congedarli verso la morte. Per questo,
se vuoi essere un Ufficiale, devi giurare a te stesso di non permettere mai a nessuno, nemmeno a te
stesso ed ai tuoi sentimenti ed interessi, di rendere meschino questo strano mestiere. Non permettere
mai che sia infangato ed umiliato l'onore della divisa che indossi e della fedelt alla Patria che hai
giurato. E non godere di saperti migliore di pezzenti come questo figuro che chiamare capitano

gi una vergogna. Imponiti di essere migliore di loro ed incazzati come una belva ogni volta che li
vedi "tradire". Combattili apertamente, duramente. Ricorda che essi offendono la stessa divisa che
indossi te, e potrebbero mandare a morire, con soddisfazione sadica, i tuoi stessi uomini e perdere
tutto il tuo popolo, se mai avessero responsabilit di operazioni. Liberati di loro, se sarai loro
superiore, combattili se sarai loro subordinato. Ma lealmente e con sofferenza. E ora vattene.".
Quella vicenda mi aveva segnato in profondit. Ma gioiosamente. Era bello, pur nelle differenze
profonde che sapevo riconoscere tra la formazione del generale e la mia, sentire che c'era, poteva
esserci, una grande nobilt nel cammino che stavo facendo. Ma non avrei mai creduto di dover
mettere alla prova, da cos giovane ufficiale, la mia capacit di reagire correttamente a fascinose
induzioni alla progressione del tradimento.
Dovetti vincere questa mia profonda repulsione per i principi esposti dal mio interlocutore
americano- sui quali tuttavia sapevo fin da allora che non avrei mai pi finito di rimurginare negli
anni a venire - per cercare di capire, ancora e di pi, quale fosse il meccanismo di controllo politico
in base al quale lui riteneva cos normale quel suo tentativo aperto e sfacciato di acquisizione.
Quello che non mi convinceva, e glielo dissi brutalmente, era che questa necessit non venisse
organizzata dai Governi dei vari Paesi, con negoziati diretti e nella pari dignit, perch poi ogni
Governo potesse dare direttive precise ai rispettivi Servizi. "Tu sei istituzionalmente mio alleato,
dissi, ma se il mio Governo non mi d le direttive della collaborazione con te - e che siano rispettose
delle nostre previsioni costituzionali - tu per me puoi essere anche un temibile avversario. Perch io
ho giurato fedelt al mio Paese ed alla sua Costituzione, non agli Stati Uniti d'America." Sorrideva,
scuotendo la testa. Era evidente che le sue ragioni non mi stavano convincendo. Neppure
l'esibizione di quei miei lavori didattici di Accademia, che - bench mi sorprendesse molto vederli
nelle sue mani - non mi aveva scosso, come invece lui evidentemente si aspettava.
"E credi davvero che questo colloquio avvenga all'oscuro del tuo Governo? Credi davvero che io
abbia contattato te, riconoscendo la tua matrice di sinistra - di una sinistra liberal, e che nasce dalla
tua fede in Dio, come la nostra e non certo di una sinistra sovietica - senza il consenso dei tuoi?
Pensi davvero che certe cose ti possano venire dette <pubblicamente> dal tuo Governo, e che non
debbano rimanere invece nella riservatezza di incontri come il nostro, che saranno sempre smentiti,
se necessario? Pensi che il tuo fascicolo lo abbiamo rubato, o non ritieni che debba essere stato
qualcuno dei tuoi ad avercelo dato, dopo averti segnalato?" Ero io, ora, a vacillare sotto lo
stringente ragionamento. Ma non volevo crederci, foss'anche per puro spirito nazionale. Non poteva
essere lui, un americano, a dirmi ci che faceva il mio Governo nei miei confronti, e cosa dovessi
fare io, senza alcuna lettera di accredito.
Quando parlai di "accredito", sembr rassicurato e quasi certo di poter chiudere la sua partita.
Contento come pu esserlo chi vicino ad un "successo personale". Avrei capito pi tardi, nel
tempo, che su di me era lui ad aver scommesso come selezionatore, e che ora rischiava molto, nella
sua credibilit interna al servizio, in caso di insuccesso.
E', o dovrebbe essere, un costo previsto, a carico del selezionatore, nel "gioco" del reclutamento
degli agenti, in relazione alla qualit del soggetto scelto, della riuscita della acquisizione e dei suoi
successivi risultati. Per noi italiani la cosa pu apparire oscura e incomprensibile, dopo aver visto la
totale irresponsabilit di chi ha selezionato personaggi come Giannettini o Marco Affatigato. Quella
infinita e scellerata lista dei "nostri collaboratori istituzionali". Collaboratori alle deviazioni ed alle
stragi, piuttosto che alla sicurezza del Paese. Ma, comunque, collaboratori funzionali ad un
"anticomunismo" che non era dichiarabile fino alle sue estreme conseguenze (quali appaiono
appunto le stragi), e tuttavia fortemente e sistematicamente organizzato dai nostri controllori, anche
utilizzando le peggiori leve della destra pi violenta. Una selezione, quella nostrana, della quale
tuttavia nessuno dei responsabili ha mai dovuto rispondere amministrativamente e sostanzialmente,
se non con qualche "conferma", con tono sufficiente e minimalista, davanti alla Commissione Stragi
(v. deposizione Parisi su Affatigato). Questa la conferma che a differenza degli Stati Uniti ove i
compiti "militari" sono strettamente correlati e funzionali agli obiettivi politici, e sottoposti a rigide
verifiche, da noi gli uomini della Intelligence sono chiamati a servire correttamente e "fedelmente"
gli orientamenti di altri poteri esterni alla volont politica nazionale. E solo ad essi rispondono,

nella assoluta incapacit dei rappresentanti istituzionali di rivendicare il proprio ruolo guida ed i
propri poteri di controllo e sanzione.
E torniamo ad Orlando, vent'anni prima, nel momento pi drammatico e conclusivo della mia
esperienza.
Con calma, ed atteggiamento quasi "sacrale", il mio selezionatore cerc un documento tra le sue
carte. Lo scorse un attimo. Poi me lo tese. "Volevi un accredito? Guarda. Voi avete sottoscritto
degli impegni precisi con noi Americani."
Non era un originale. Riproduceva infatti tre fogli di cui i primi due fotocopiati sull'avanti-retro.
Cosa impossibile in un documento ufficiale. La classifica: "TOP SECRET". La data stranamente
era in fondo, prima delle firme. Una data strana, non battuta a macchina; ma con un piccolo timbro.
Strana in s stessa "3 o 13 Febbraio 1947" (non si capiva se si trattasse di un 1 davanti al 3 o se
fosse il bordo del timbro). Strana perch in quella data non mi sembrava di ricordare, come ho poi
potuto verificare, fossero avvenuti incontri ufficiali tra il nostro Governo e quello degli Stati Uniti.
Sulla sinistra una firma di un non meglio decifrabile staff dell' U.S. Governement. Sulla destra, per
il Governo Italiano, una firma a me sconosciuta e poco decifrabile non copriva il nome trascritto a
macchina: "De Gasperi".
Il contenuto era micidiale, se avesse corrisposto alla verit politica. Si sarebbe trattato di quei
protocolli segreti di cui si sentiva parlare e sparlare da sempre senza alcun riscontro documentale.
Tre punti - dopo una introduzione che mi risparmiai - che lui, il mio "talent-scout", mi aiut a
decifrare.
Il primo ha trovato riscontro appena recentemente nello studio di Nico Perrone sui documenti
declassificati dal Governo USA e pubblicati nel testo "De Gasperi e l'America" edito per i tipi della
Sellerio. Esso impegnava il Governo italiano a "liberare dai lavoratori comunisti" tutti i luoghi ove
fossero presenti insediamenti americani, ovvero industrie che ricevessero finanziamenti e commesse
americani, e ove fossero comunque presenti interessi degli Usa.
Nel secondo si delineava la creazione di una "figura" politica, "rappresentante degli Stati Uniti,
presso l'ambasciatore americano in Italia" (quindi un incomprensibile doppione) per il quale il
Governo italiano consentiva che avesse facolt di esprimere riserva sulla indicazione e nomina de:
- Il Presidente del Consiglio
- Il Ministro per la Difesa
- Il Ministro per l'Interno
- Il Ministro per gli Esteri
dei futuri Governi italiani.
Il terzo, quello che a detta del mio contatto doveva essere "quello che mi interessava", consentiva a
che questo "misterioso" personaggio organizzasse autonomamente operazioni, in territorio italiano,
"per la difesa e la salvaguardia degli interessi e della Sicurezza degli Stati Uniti d'America". Era un
colpo micidiale, da vero Knock-out.
Non dicemmo parole. Ci guardammo negli occhi, per un tempo che non saprei dire. N potrei
descrivere l'accavallarsi tempestoso di pensieri e sensazioni che mi attraversarono la mente. "No, mi
spiace ma NO. Se cos, Tu sei il nemico, e qualcuno dei miei ha venduto il mio Paese. Ma io non
ci sto". Le uniche, le ultime parole che mi riusc di articolare, mentre mi alzavo piano da quella
poltrona. Da quel momento parl, e poco, solo lui. Raccolse le sue carte con evidente delusione e
stanchezza, ma non le ripose nemmeno.
Le lasci appoggiate sulla sua poltrona e subito mi accompagn fuori, all'auto con cui mi avrebbe
ricondotto alla base. Durante quel tragitto mi disse di non angustiarmi troppo, e che non potevo
essere certo io a cambiare le cose del mondo e della storia. Che forse ci saremmo rivisti e che si
spiaceva di aver forse bruciato una possibilit anticipando troppo i tempi, mentre non ero ancora
"pronto". Che dovevo rendermi conto che quel nostro incontro "non era mai esistito", come ogni
persona o documento che avevo pur conosciuto. Non era necessario, disse, spiegarmene i motivi
evidenti. Non solo perch non sarei stato creduto, ma per la mia stessa sicurezza. Tuttavia mi preg
di portare con me il suo anello. Un anello con le sue iniziali ed uno strano segno incisi al suo
interno. Un giorno disse avrebbe potuto essermi utile. Oggi sono quasi convinto che quell'anello

possa essere stato la mia garanzia assicurativa per non essere eliminato fisicamente, perch forse
quell'anello avrebbe potuto rivelare un incontro "inesistente" al quale nessuno avrebbe dovuto poter
risalire.
"Ciao", l'ultimo saluto all'ingresso della base. Mi sentivo triste. E mentre mi avviavo verso gli
alloggi - ed era quasi l'alba -, riguardando quell'anello, di colpo mi resi conto che, ancora una
volta,non avevo badato n all'indirizzo della sua abitazione, n avevo il suo nome, n un numero
telefonico o una base militare di appartenenza. Nulla. Solo un anello e una totale incertezza su cosa
avrei dovuto fare. E soprattutto una profonda soffocante sensazione di solitudine. Ma, sebbene
turbato, non ero "sorpreso" di quanto mi era accaduto. Perch a differenza di un cittadino ordinario
che si veda investito dall'inaspettato ciclone di un involontario coinvolgimento in scenari
internazionali (come lo spaesato Cary Grant, protagonista del classico film di Hitchcock "Intrigo
Internazionale") io sapevo di essere stato preparato a qualcosa di molto simile a quanto avevo
vissuto.
E forse solo quel giorno, quella notte per meglio dire, era nato davvero un Ufficiale della
Repubblica Italiana. Il Monte Serra, dopo altri due anni, avrebbe fatto di me un "Ufficiale
strutturalmete diverso". Ma diverso solo rispetto a quelli dei miei colleghi che direttamente - perch
messi alla prova come me - o indirettamente - per soggezione ed acquiscenza progressiva fino alla
complicit al "sistema deviato" - piuttosto che difendere questo Paese, hanno accettato di tradirlo e
di abbandonare inermi cittadini nelle mani di chi riteneva di avere il diritto di tutelare i suoi
interessi anche con le bombe ed il terrorismo.
"Diverso" da quasi tutti i miei colleghi Ufficiali, anche se stato confortante trovare e riconoscere
tanti Sottufficiali che senza esperienze come la mia, senza la mia preparazione, senza i miei
privilegi di condizione, combattevano fino in fondo la battaglia della loro fedelt e del loro servizio.
E cos sono stati importantissimi la compagnia di un uomo, il Tenente Colonnello Marcucci, che per
questi valori stato ucciso, ed il privilegio della sua amicizia fraterna.
Ognuno di noi per avrebbe dovuto affrontare la stessa terribile solitudine di scelte "uguali", nella
accettazione dei prezzi che andavano pagati, bench nate da esperienze diverse tra loro. Perch
siamo paurosamente soli quando dobbiamo confrontarci esclusivamente con la nostra coscienza.