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TOMMASO GAZZOLO

L’UOMO SEDUTO IN POLTRONA


(il sostegno dell’elefante, la valigia, il bottino)
“...di quell’indiano il quale, dopo che ebbe detto che il mondo è
sostenuto da un grande elefante, si sentì chiedere su che cosa poggiasse
l’elefante;
al che rispose: su una grande tartaruga;
ma poiché si insisteva per sapere che cosa sostenesse
questa tartaruga dalla schiena così ampia, rispose:
qualcosa che non sapeva che fosse”

(J.Locke, Saggio sull’intelletto umano, II,23)


I
LA VALIGIA,PER UN DIALOGO INTORNO AD ESSA
note:
(Scalinata nascosta nel sole, due del pomeriggio, inverno.
Ciottoli, e ringhiere sulla via trafficata. Case ammucchiate)

Eudemo Boulanger, etico rinfrancato da una P-38 nascosta nel calzino blu,
stanco d’essere appollaiato sugli scalini –come se stesse chiedendo
l’elemosina - , agitava le gambe ri-piegate sul sole, nei pantaloni lunghi del
completo: gli cadde il libro che stava pazientemente studiando dalle mani: le
lettere delle pagine aperte, s’intrecciarono nelle foglie cadute sul marmo,
paglia del gradino.
“Colonnello, dannazione...”, disse ironicamente Monaldo Brunella,
dal finestrino abbassato dell’auto, mentre spegneva il motore vecchio, e
si faceva ombra tra il verde scuro del metallo della portiera, scendendo.
Strinsero le mani, giacche e cravatte logore: notarono entrambi
nell’altro la polvere che aveva reso la pelle delle scarpe chiara, e malata:
Brunella posò sul cofano la sua valigia:

“Colonnello, permettimi di dirti che dannazione non sono per nulla


contento di rivederti”

“Ti ringrazio –si accesero una sigaretta-, però comprenderai come la


nostra amicizia vada avanti proprio per questo”

“Potrebbe esser vero –aprì la valigia, con un colpo di tosse-, dunque


...una stecca di Marlboro, per i miei nipoti, sai, sono piccoli ma fumano già
che, dannazione, è un piacere turco, od ottomano, a seconda della prospettiva
storica;

giornale di oggi, rubato alla sala d’aspetto della stazione...a


proposito, se per caso avessi dei soldi, cosa di cui fortemente
dubito...comunque, dannazione, non si può mai sapere, oggi se vai vinci facile,
senti qui...«per la terza corsa, Roboante gode di tutti i favori del pronostico,
e pare proprio che stavolta dovremo rassegnarci a dare ragione, per una volta,
ai bookmakers»...te lo dico io, dannazione, non può perdere. Lo so, me lo ha
pure detto uno che con quel cavallo ci lavora, corre che...dannazione, non può
che vincere, e poi...

“...non ho soldi”

“non dubitavo. Neanch’io, d’altronde.

Allora vediamo un po’...

ciabatte per docce pubbliche, sai: la prudenza non è mai troppa;

il mio caffettano,

rasoio”

“Mi sono sempre chiesto cosa te ne fai di un caffettano”

“Dannazione, che ignoranza. Che vuoi saperne del profondo esperimento


fisico-igienico, dell’estetica topicaerotica dello starsene in casa, sul
divano, completamente nudi, con indosso questo coso e niente altro:

aria,

pura,

come uno scozzese, però più virile che avere un gonnellino,

più mistico,

e molto meno avaro...Io me ne sto con i coglioni a penzoloni, mentre tu se


non hai le tue mutande perdi anche quest’educata posa plutogiudaica, il dolce
accento francese finto e tenuto soltanto a costo di tenere ben compressi i
coglioni. Dannazione, vuoi mettere un arabo ariano come me, che se ne sta nudo,
e Re-Spi-Ra”

“vorrei sapere cosa c’entrano i giudei, i francesi, il Re-Spi-Ro...ma


d’altronde non ho mai pensato che fossi normale, quindi lascia perdere la mia
domanda sul caffettano, troppo faziosa d’altra parte,...a proposito,
perché hai voluto vedermi? Sai, giusto per arrivare al nocciolo della
discussione prima che tu ti spogli nudo per indossare il caffettano...non vorrei
assistere, anche perchè ho già avuto una incriminazione per atti osceni lo
scorso anno, per averlo fatto vedere ad una puttana. Ad una che per mestiere li
succhia, i cazzi... Ma poiché l’ho mostrato per farmi beffe di lei, e non nella
rispettabile qualità di cliente, ho commesso una oscenità. Anche qui, tanto per
cambiare, la mia sciagura risiede nel fatto di non avere mai una lira,
altrimenti glielo avrei fatto vedere, ma poi me lo facevo pure succhiare, e
tutto rimaneva nel perbenismo di un rapporto orale-contrattuale, protetto”

“Scusa ma queste volgarità proprio non le sopporto, dannazione.

Comunque, veniamo alle allegre notizie.

Ti ho voluto vedere per informarti di tre fatti:

numero 1. L’avvocato Mirra ha un cancro. Ora... è maligno. Ergo: morirà


credo a breve, e poiché siamo suoi amici sin dall’infanzia, ha voluto chiedermi
di andarlo a trovare, ancora una volta, prima della dipartita...si è innamorato
di una mignotta, pensava di redimerla e sposarla, ma visto il suo nuovo status
medico di morituro, ha ripiegato -non ritenendosi maturo per un matrimonio
disposto su un’estrema unzione - su una soluzione a più breve
termine...vorrebbe chiavarla”

“Non ne ho voglia”

“Lo so, ma cerca di capire...questo ci muore, e vuole solo che lo


accompagniamo da una puttana - che, se avesse avuto fortuna, sarebbe potuta
diventare una puttana vedova di un miliardario - per mezz’oretta”

“Vai avanti”

“notizia numero 2. Anch’io ho un tumore”

“Ah, mi dispiace”

“Grazie tante. Anche a me. Tuttavia per il tuo dispiacere credo che non
morirò. Il medico dice che però non dovrei fumare. Ma fumo lo stesso”
“Quindi qualche speranza l’ho ancora”

“numero 3! Dovrei venire a casa tua, a passare la notte. Mia madre, sai,
crede che torni domani, ed è quello che avrei dovuto fare, ma ho finito prima i
soldi, quindi...per non farla preoccupare...”

“...dormi da me, ho capito. Non posso dire d’esserne entusiasta,


lasciamelo dire”

“Ti voglio bene, colonnello, dannazione”.

Monaldo risalì in macchina. Boulanger, prese lui la valigia da buon


colonnello quale era. Poi appoggiò una gamba sulla ruota, alzò i calzoni, prese
la pistola: sparò un colpo in aria, e urlò accanto all’orecchio di Brunella
“Però niente caffettano, a casa mia!”

Monaldo non si fece intimidire, e rispuose cortesemente che se lo sarebbe


messo lo stesso, ponendo il colonnello di fronte all’alternativa o caffettano o
neppure il caffettano.

Come l’asino di Buridano, Boulanger rimase in piedi per un poco, in


silenzio,a pensarvi su.

Poi ripose la pistola, e salì in macchina.


II
I PROBLEMI FAMILIARI DI EDUEMO BOULANGER, MENTRE BEVE UN CAFFE’IN
COMPAGNIA

note:

(ore 7.15 am. Campanello di casa Boulanger)

Il colonnello aveva dormito male, per i forti dolori alla schiena: dovuti,
probabilmente, alla scomodità d’avere la canna del fucile che nel sonno s’era
ficcata, incastrandosi, in una apertura di secondaria importanza all’altezza
dei glutei, nel loro punto di mezzo: aveva lasciato il fucile nel letto, e ci si
era addormentato, per così dire, dentro

“Chi è?” chiese educato alla porta, in vestaglia e sigaro, ed ombra


sulle gote “Chi cazzarola è?”

“è la polizia”

“ Ah, cominciamo bene”. Aprì,

e fece accomodare i due agenti nel salotto: l’uno fu trasportato a fatica


sul divano, con la sua pinguedine eccessiva che sudava dal cervello blu,
l’altro s’accomodò fiutando il puzzo di sigaro vicino al caminetto, a
riscaldarsi le mani: non avevano fatto colazione, dissero,

“Dai colonnello, preparaci due caffè”

“Tre, lo prendo anch’io. Anzi quattro: ho un amico delinquente in


caffettano che dorme al piano di sopra. Lo sveglio adesso, e suppongo si
lamenterà anche lui come voi. Ah, è un poco nervoso di primo mattino: non fateci
caso”

“è il tuo fidanzatino?” chiese l’agente spazza-camino,con un poco di


fuliggine tra le labbra, ed aggiunse

“Vi amate?” sbadigliando;


“No,niente di tutto questo: solo sesso. Dovreste vederlo in caffettano e
alito libico, è così provocante.”

“è un negro?”

“no, è un bianco. Anche mezzo nazista: ma si è convinto che per motivi


igienici la cultura musulmana abbia espresso, come dice lui,«meccaniche
intramondane di vestiario e medicina» superiori a quelle giudaico-cristiane per
il fatto che...”

“...va bene, va bene, abbiamo capito: non è un negro, ma un paranoico con


la mania del pulito”

“più o meno. E un delinquente, come vi ho già detto”.

Boulanger andò in cucina, mise su i quattro caffè, urlando intanto a


Monaldo di alzarsi: tirò il collo ad un gallo che passeggiava sul tavolo di
legno incastrato tra il frigorifero ed i fornelli, gettò del cibo a due gatti, e
ritornò sculettando dai suoi ospiti:

“Ecco, agente, il suo caffè...”

“grazie bambola” rispose il pingue riponendo la rivista di automobili


che stava sfogliando

“e un bacino alla cameriera non glielo dà?” chiese il colonnello


d’autorità, ma un poco effeminato

“Senti Boulanger, non è che sei finocchio veramente?”

“No, lo faccio per amore dell’arte”. Rispose rassettandosi il


colonnello, adottando un tono serioso in vista del caffè: sputò per terra, e
tirò una lunga boccata: il sigaro odorava nei berretti degli agenti, quando
Monaldo saltellò giù dalle scale con il suo caffettano, urlando:

“Possibile che non si possa dormire in pace, dannazione! Che cosa vuoi,
colonnello? E...Oh, abbiamo ospiti!”
“Ecco il delinquente nazista, in caffettano per giunta!”, sospirò stanco
il pingue

“ Delinquente nazista? Ma si rende conto?...no, non si può fare colazione


in compagnia di un poliziotto così pingue. Lei è pingue, se lo lasci dire.

Poi passi per il delinquente, non lo nego, ma nazista proprio!...il fatto


di preservare la purezza della razza, di citare biblicamente i passi del Mein
Kampf, e lo studio approfondito sull’igiene al tempo del Fuhrer che mi ha
portato a scrivere e pubblicare, dico, pubblicare, se lo ricordino, numerosi
saggi, tra cui ricorderete sicuramente «Vespe e vespasiani: come il nostro amato
Fuhrer ripulì il paese dagli alveari ebraici, e permise a tutta la comunità del
popolo di defecare in stile sanitariamente tedesco», «Hitler e l’invenzione
della carta igienica ariana», o ancora...”

“Caffè?” interruppe Boulanger

“Lo gradisco” gentilmente, Monaldo “anche se avrei volentieri espresso


qui al pingue alcuni argomenti essenziali. Comunque, caro pingue, si ricordi:
non sono un nazista, non ho combattuto, non ero nato. Sono solo entrato nel
cerchio magico,dannazione: tutto qui”

“Certo, certo, il cerchio magico. Che bello!” chiuse il discorso il


pingue.
“E poi si ricordi, caro dottor pingue, che questo caffettano...”
“...No! basta con il caffettano, ti prego, Monaldo. Lo abbiamo visto
tutti, sappiamo tutto, non ci interessa”
Monaldo si sedette in silenzio. “Ignoranti, dannazione” mormorò.
L’agente rimasto dentro il camino, uscì fuori, prese posto tra Monaldo ed
il colonnello, bevve un sorso del suo caffè e disse:
“Bene, ora volevo chiederti, caro Eudemo, un paio di cose”
“dica, dica pure. Io collaboro sempre con le forze dell’ordine”
“Come hai fatto a truccare la corsa di tre martedì fa?”
“Uhm, tre martedì fa dice...non mi pare d’aver truccato nessuna corsa”
“Ah, no?”
“no, non mi pare, ma sa, alle volte, la memoria...”
“Tre martedì fa, a Nizza. Un cavallo che era dato 1 a 50 ha vinto la
corsa, e la quotazione si era alzata alle stelle perché qualcuno, e lo dico
indicando te, ha falsificato il referto medico del giorno prima. Il referto te
lo leggo, ce l’ho qui...” tirò fuori un foglio a quadretti,
“...«premesso che la bestia in questione è stata visitata in ragione di
una febbre» et cetera et cetera, ah, ecco... senti: «che il cavallo era
inguaribilmente zoppo, cieco da un occhio -anche correndo con il paraocchi, la
cecità penalizza, si sa, sotto un profilo psicologico -, sofferente di
ippopenefobia che, date le proporzione dell’ippopene, era molto maggiore di
quella umana» et cetera et cetera, «si consiglia di farlo lo stesso correre, ma
si avvisa che le possibilità medico-statistiche che riesca a terminare la corsa
vivo, sono pari ad 1 su 1723» Firmato: dottor S.Freud”
“Che bel referto!” commentò Monaldo “lo hai scritto tu, colonnello?”
“no, ve lo giuro. Troppo di maniera, ed anche un poco grossolano per me”
“Tieni presente, Boulanger, che seppure la credulità popolare e dei
bookmakers stessa è culturalmente inescusabile...” disse il pingue,
“...a noi interessa sapere qualcosa di questa truffa, perché risulta che
questo sedicente dottor Freud, portasse con sé una pistola, una P-38, nascosta
in un calzino.
Visto che quattro ore dopo, perdonami se tocco questo tasto dolente, non
vorrei sembrare un insensibile, visto che 4 ore più tardi, sempre a Nizza,
proprio una P-38 ha freddato la tua ex-moglie sotto casa sua...capirai...che
l’accusa è omicidio”
“Ah, non lo dica: povera moglie mia. Quanto ho sofferto in quest’ultimo
mese. Un colpo! Chi può averla ammazzata, e perché?” pianse il colonnello, e
pianse ancora, poi bevve un poco di caffè
“Ma l’ha ammazzata Freud, allora!” esclamò Monaldo
“Ah, falsa scienza giudaica!” imprecò, “hai visto Colonnello, che ti
dicevo? Un ebreo, non poteva che essere un ebreo!”
“si calmi, con il suo caffettano: ci sta sventolando le sue nudità
davanti: non è un bello spettacolo” ammonì il pingue,
“e comunque Freud non può essere stato, essendo morto da una settantina
d’anni”
“già, anche questo è ragionevole pensarlo” dubitò Monaldo.
“Ah, povera mogliettina” pianse ancora Boulanger, “che bene che ti
volevo. Pingue, come fa a pensare che sia stato io?”
“Il fatto che passi più tempo con i cavalli di quanto ne passassi con la
tua ex-moglie defunta, pace all’anima sua, che nei suoi confronti avevi debiti
per milioni, che le avevi tra l’altro rovinato la vita sposandola e mangiandoti
tutto il suo patrimonio, che la detestavi perché ti ha sempre considerato un
fallito, un parassita, che tra l’altro lei ora se la faceva con tuo fratello...
e un'altra dozzina di ottimi moventi, come il fatto ti stava anche togliendo
questa casa dove vivi per l’assegno alimentare nei confronti di lei e del
minore a suo carico,che sarebbe tuo figlio poi, il fatto che...”
“...ma su, queste sono facezie, dettagli senza importanza” interruppe
Monaldo “il loro matrimonio era dei migliori, sotto il profilo igienico-
sanitario”
Il pingue sorrise. L’altro aggiunse: “Ora viene anche fuori la
coincidenza che chi ha truffato alle corse è anche chi ha ammazzato la
buon’anima, vista l’identità dell’arma e del luogo...e su questa truffa c’è
la tua firma...”
“non sospetterete di me?” chiese il colonnello, piangendo ancora. Si
alzò, per finire di sparecchiare.
“Hai un alibi?”
“Un alibi? Mai avuti di alibi io, nella vita”
“Allora il cerchio si stringe”
“Quello magico?” chiese Monaldo
Nessuno lo ascoltò.
“Forse però tre martedì fa, il giorno della disgrazia...si ricordo,
l’alibi stavolta c’è: ero da mio fratello, il notaio, a fare testamento”
“A fare testamento?” rise l’agente pingue “ed in favore di chi hai
testato? E soprattutto: cosa lasci in eredità”
“Ho nominato mia erede universale la mia ex moglie. Colpo di scena, eh?
Le ho lasciato, proprio perché la detestavo, tutti i miei debiti”
“oh, sono così sollevato che non sia stato tu, colonnello” sospirò
Monaldo.
“Va bene, controlleremo” risposero i due agenti. Monaldo li accompagnò
alla porta, mentre Boulanger sculettando tornò in cucina a lavare le tazzine.
“Sono andati via. Ma dimmi un po’, veramente eri da tuo fratello?”
“Certo. Controlleranno, e vedranno che sono stato lì a discutere del mio
testamento per tutto il pomeriggio”
“ma perché hai fatto testamento?”
“mi serviva un alibi”
“per cosa?”
“per la truffa e l’omicidio di mia moglie”
“ma sei stato tu?”
“Ma è ovvio”
“e come hai fatto?”
“Ho pagato un altro delinquente come te”
“Ma se non hai una lira!”
“Con i soldi della truffa, dandogli le istruzioni su come realizzarla.
Così lui ha preso i soldi, e lo stesso giorno, sicuro del suo compenso, è andato
ad uccidere mia moglie. Gli ho dato disposizioni per far notare la simmetria tra
i due fatti, così che sospettassero di me. Lui se la vive tranquillo. Io ho un
alibi”
“E Chi è quest’altro delinquente?”
“Mio figlio. Così adesso si pagherà da solo gli alimenti”
“Ah, tutto suo padre. Come lo hai convinto?”
“Gli ho fatto notare che da me lui e sua madre non avrebbero mai preso un
soldo, perché non ho neppure gli occhi per piangere. Inoltre non erano tutte
rose e fiori con la madre: lei si scopava lo zio, mio fratello: certo questo non
aveva contribuito a formare nel bambino la classica immagine verginale e santa
che si ha delle proprie madri, e, dal lato economico, egli stesso sapeva
benissimo che lo zio non gli avrebbe mai sborsato nulla, visto che è sposato e
ha già due figli. Così si è convinto. Ha quasi diciotto anni, ormai, e ha già
deciso che non farà nulla nella vita: così ha bisogno di soldi”
“è il tuo orgoglio, immagino”
“già. E così, tra l’altro, me lo sono levato dai coglioni, perché non
verrà più a chiedermi nulla: ti confesso che mi è sempre stato antipatico”
“Mi avevano detto che è un bravo ragazzo...”
“ma sì, per carità: non si droga, non beve, frequenta gente a posto. È
che è profondamente stupido, e questo proprio non lo tollero: s’impegna anche a
scuola, ma proprio non capisce. Non lo so...io sono così, artista e letterato,
raffinato, lui invece...ecco, è tonto. È un tonto.
Anche lì, ha ammazzato sua madre! Io, ad esempio, non lo avrei mai fatto:
non ho mai sparato a nessuno, tu lo sai, tanto meno ucciderei la mamma”
“Già, la mamma...”
“Che c’è?”
“no, pensavo a mia madre...si preoccupa sempre per me”
“Beh, la mamma è quella che ti vuole davvero bene”
“Sì,dannazione”.
III
INTERMEZZO DRAMMATICO: PASSEGGIATA SULLA SPIAGGIA DI LUISA E MARIA
BRUNELLA, E DIALOGO SULLA MORTE

note:
(inverno, spiaggia di sassi. Passeggiano Luisa, madre di Monaldo, e Maria,
la sorella: dialogo in forma di dramma)

“Sventura, Maria, che son vecchia e mio figlio muore di un cancro. Prendi
me, Signore”
“Mamma, non credo che Monaldo morirà. Non sono nemmeno del tutto convinta
che abbia veramente un tumore. Dove lo avrebbe poi?”
“Non ho capito. Ma certo che la morte! La morte!”
“La morte”
“Eh, già”
“Eh...” sospirano.
“Che sofferenza, figlia mia”
“Quanto patisco anch’io, mamma”
“...a proposito, ma l’hai vista la figlia del Pugnone?”
“chi, la piccola?”
“no, la grande. Che poi, son grandi tutt’e due, Maria, su, han quasi
trent’anni! E che il padre mi dice, tenero «eppure son tanto belle, mi chiedo
come mai non trovano...»”
“E chi se le sposa, quelle?”
“è quel che dico anch’io. E poi la grande, con quel didietro enorme, è
e-nor-me...e trova il coraggio di mettersi le gonnelline corte, con i coscioni
che si ritrova...”
“...sai, l’importante è che si senta a suo agio...voglio dire, mamma, se
lei così si sente bene, se non le importa niente, se pensa di essere graziosa
così, non fa mica male a nessuno, no?”
“beh, ma c’è un limite. A tutto c’è un limite, santa pazienza”
“a proposito...anche Mirra ha un cancro”
“ma No, che mi dici!”
“ha un cancro: allo stomaco”
“ah, ci muore, ci muore. Lo sapevo: che tragedia! Come farò? Signore,
prendi me! Prendi me!”
“dai mamma, non fare così”
“Ma è terribile...certo che morire così!”
“già, morire così!”
“e i bambini poi?”
“quali bambini?”
“non ha figli?”
“no, Mirra non ha figli”
“Ah, meglio...beh, ma morire così! Che disgrazia! Signore, prendi me!
Prendi me!”
“non dire così, mamma”
“...eh, non dire così...tu sei giovane, mah...a proposito, ma tua figlia
è sempre fidanzata con quel mascalzone della Lucania?”
“no, si sono lasciati”
“Ah, meno male...quel terrone, ben gli sta, non mi piaceva per nulla, per
nulla. Tutto così, piccolino, non parlava italiano, ignorante, con le braghe
alle ginocchia...cosa ci avrà trovato, vorrei sapere...”
“poverino!”
“eh, si...brava, difendilo! Difendi sempre tutti, che poi guarda come ti
calpestano i piedi!”
“ma chi?”
“chi? Tuo marito, ad esempio...è uccel di bosco, quello lì.
E mai che ti porti da qualche parte, mai a un teatro, ad un cinema”
“ma mamma...”
“...ma mamma cosa? Ah, a proposito...povero figlio mio, sta morendo!
Signore, Prendi me! Prendi me!”
“mamma, su, non sta morendo!”
“beh, lo dici tu...chi sei, un medico? Hai studiato medicina? Se ti hanno
bocciata anche in prima media!”
“ma cosa c’entra la prima media con...”
“...c’entra, lo so io. Sai chi ho rivisto? La maestra Cerneo...la
maestra di Livio alle elementari. Te la ricordi?”
“si, come no”
“...tanto brava. Beata lei, che non ha avuto figli...io invece, prima li
fai, poi ti muoiono tra le braccia! Signore, perché? Prendi me! Prendi me,
piuttosto!”
“vuoi che il signore prenda te?”
“si bella, ma va beh...con calma, c’è tempo”.
IV
IL PRANZO DI BOULANGER, A CASA DEL FRATELLO NOTAIO

note:
(ore 12. Tavola a casa di Atlante Boulanger, moglie, figli, domestici)

Il colonnello sedeva accanto alla cognata Adele, donna di bellezza educata


alla mezza età, il cui volto, ove il rosso delle gote era quello delle rose,
venate nei tratti sottili da dolci rughe, era quieto, e rifletteva: rifletteva
sul viso del marito, il notaio Atlante, ed i suoi baffi scuri, ed i suoi occhi
azzurri: lui rispondeva con il sorriso di chi l’amava, soffuso in una piccola
colpa quotidiana, l’adulterio.
Certo, questa situazione del tradimento non era conosciuta lì al desco da
nessuno, al di fuori dei due fratelli Boulanger. Ma Eudemo non ne aveva mai
fatto con nessuno parola, neppure con Atlante, per evitare di finire nel mezzo
di una discussione sulla sua defunta ex moglie, ed esser costretto a tirar fuori
dal calzino blu la P-38, nel caso il notaio si fosse preso la briga di fare
illazioni sulle circostanze della morte di lei (peraltro, il colonnello,
l’alibi lo aveva proprio in Atlante, e nel suo testamento pubblico).
Il notaio mangiava con appetito, e d’appetito lanciava talvolta
un’occhiata, quando passava a portar via i piatti, alla domestica di ventidue
anni, orfana e scura, ma dal culo alto.
I figli, due maschi, di 12 ed 8 anni, invece, non sopportavano la noia del
pranzo, come del resto il loro padre ma, non avendo l’età per comprendere a
fondo il muoversi lento e ciondolante dei seni della servetta, non avevano di
che appetire. Né il cibo è mai piaciuto ai bambini, quando lo si presenta loro
condito dalla forma e dalla raffinatezza, facendone valere la portata estetica
più che alimentare.
Era la prima volta che il colonnello andava a pranzo da loro, dopo la
morte di Patrizia, l’ex moglie. Adele si mostrava particolarmente comprensiva,
lei che del bovarismo ne faceva una virtù, sebbene non certo la felicità:
“Hai ripreso un poco ad uscire, Eudemo?” chiedeva il tono soffocato,
compassionevole:
“Qui e là, compro il giornale, le sigarette: poi mi viene da piangere, e
torno subito a casa. Non voglio farmi vedere” improvvisava il colonnello
tentando di darsi un’aria da lutto,
“Ma certo, certo, è molto giusto. Devi riguardarti. È stata una cosa così
violenta...”
“già, terribile” singhiozzava il colonnello.
Il più dispiaciuto, evidentemente, era Atlante, che aveva perso le
preziose prestazioni sessuali della sua unica cognata: ma non batteva notarile
ciglio, e se ne stava a rogare con le sue mani la propria coscienza, ed ometteva
le visure morali necessarie, così da assolversi, e risolvere il tutto in un
borbottato “povera Patrizia”, cui puntualmente seguiva un “povera mia
cognata” molto religioso, stretto in Adele
“perché povera Patrizia?” chiese il figlio più grande.
Fu pronto il colonnello:
“perché la zia, mia moglie, è dovuta partire...”
“e dove è andata, zio?”
“eh, è andata...su un cavallo, ecco. Certo, su un bel cavallo, di quelli
che puoi vedere alle corse”
“sìììì!” fece l’altro bambino, contento del cavallo (di battaglia)
dello zio
“va bene, va bene, ma di preciso, con questo cavallo, dove è andata?”
fece più puntiglioso l’altro
“beh, vedi...di preciso proprio..., ah, ecco: è andata a trovare il mio
amico Monaldo”
“quello che lavora in Libia nel deserto, zio?”
“proprio lui, bambini cari”
“e perché?”
“perché Monaldo è malato, e la zia a cavallo ha dovuto raggiungerlo, per
portargli una medicina”
“Oh, ed è molto malato?”
“beh, abbastanza...sta per morire...”s’interuppe e corresse subito il
colonnello, all’occhiata di Atlante, che significava che non era salutare
parlare ai bambini di morte “...no, volevo dire...che non è poi così malato...,
diciamo che se la caverà. Ma la zia deve portargli quella medicina”
“e che medicina è?”
“Che medicina è? ...mah, un antidoto”
“contro cosa?”
“e perché papà è triste che la zia è partita?” continuò l’altro bambino
“e perché è più triste di te, che invece ridi?” ancora più pignolo, a
ruota,l’altro.
Il colonnello sorrise, ma proprio li detestava, i bambini.
Adele, non diceva nulla: Atlante, era disperato in se stesso pensando ai
bei servizietti che la cognata avrebbe potuto ancor rendergli, se il fratello
non l’avesse fatta ammazzare, come sospettava.
Allora Boulanger, spazientito, tirò fuori la P-38 dalla calzetta blu, la
puntò sulla tempia del più piccolo, di 8 anni e disse pacato: “ora però basta
domande, perché altrimenti lo zio vi fa saltare il cervello. Va bene, bambini?”
“Va bene,zio. Possiamo alzarci per andare a giocare?” sorrisero i
bambini
“Ma certo, ma certo...” fece paternalisticamente il colonnello.
Adele scoppiò in lacrime. Atlante non aveva seguito la scena: ora stava
con il volto appoggiato alla sedia, lì a capotavola, a fissare il soffitto,
pensando al fu deretano di Patrizia.
Il colonnello riprese a mangiare, in pace.
V
MONALDO PARLA ALLO SPECCHIO, DIETRO AL QUALE C’E’ LA MADRE

note:
(tramonto, villa di Luisa Brunella, dove questa vive con Monaldo)

Mentre si faceva sera, Monaldo stava sdraiato sul letto matrimoniale di


camera sua, all’ultimo piano, nel silenzio della campagna: leggeva e
sottolineava con cura i passi del suo romanzetto preferito, Mein Kampf, di
Adolfo Hitler, cercando come uno scolaro mnemotecnico di imparare a memoria i
versetti più significativi: il suo caffettano verdone, con le perle d’oro,
accompagnava i movimenti delle gambe magre, lasciando che il pene penzolasse con
calma e pulizia tra le coperte.
Era ancora un poco bagnato, dopo la lavatura pomeridiana nella vasca: si
aggiustò gli occhiali all’altezza del nasone, e con la mano non impegnata dal
fumo diede una pettinata ai capelli grigi, dopo aver sfilato e riposto la cuffia
nel cassetto del comodino, accanto al quadretto della Madonna ed alla sua P-38.
Sentì una piccola fitta, nel muoversi per far luce nella stanza, dietro la
schiena: “Ahi...dannazione, il cancro nascosto” rimuginò, “tutta colpa degli
ebrei” aggiunse per un antisemitismo della ragione.
Chiuse con cura il libro, lo spolverò con la bocca, e lo lasciò sul
cuscino, alzandosi: di fronte allo specchio chiuso nell’armadio, sorrise
all’immagine riflessa:
“che bell’uomo!, e complimenti, sa, per il caffettano... Davvero un
segno di pulizia, si vede subito che lei è uno che ci tiene” disse ammirato a
se stesso...
“grazie” si rispose. Poi si fece più ostile, accigliandosi, si strinse
nel caffettano, e parlò allo specchio senza troppe remore e formalismi:
“ma su, non negarlo...entrambi siamo a conoscenza della situazione
economico-sociale mondiale: la liberazione della servitù degli interessi, è la
base scientifica, dico, scientifica, per un radicale movimento rivoluzionario
contro la finanza ebraica. Gli ebrei hanno accolto le mie profezie con delle
risate, loro che ammorbano e sogghignano: smetteranno presto di ridere, e
finiranno di protrarre questo contagio. Metteremo fine a tutto questo...”
poi, dando sfogo alle sue capacità mnemoniche e prova d’aver visionato
tutti i discorsi pubblici 1936-1941,
sorrise “Oggi sarò di nuovo profeta:
se la finanza internazionale ebraica, in Europa e fuori d’Europa,
riuscirà a gettare nuovamente i popoli in una guerra mondiale, allora la
conseguenza non sarà la bolscevizzazione del mondo, e quindi la vittoria degli
ebrei, ma, al contrario, la distruzione della razza ebraica in Europa,
dannazione!
E Ci mancherebbe altro!” aggiunse: si fece un applauso, e ringraziò
inchinandosi allo specchio (“Mo-nal-do, Mo-nal-do!” canticchiava, zampettando
per la stanza in caffettano, tenendosi le veste, come un frate che gioca a
pallone nel campetto dell’oratorio)
“Monaldo!...” urlò la madre Luisa, uscendo dall’armadio con un ombrello
in mano,
“...si può sapere, santa pazienza, cosa stai facendo?”
“niente mamma...provavo”
“provavi? Che cosa? Hai messo su una compagnia di teatro?”
“no mamma, è che, insomma, sai...il cerchio magico, gli ebrei...”
“Ah, gli ebrei...non me ne parlare, figlio mio. Guarda”-sospirò la
vecchia- “non vorrei essere di nuovo profeta, ma se la finanza internazionale
ebraica, in Europa e fuori d’Europa, riuscirà a gettare nuovamente i popoli in
una guerra mondiale, allora la conseguenza non sarà la bolscevizzazione del
mondo, e quindi la vittoria degli ebrei, ma, al contrario, la distruzione della
razza ebraica in Europa, te lo dico io che sono vecchia”
“è vero mamma,dannazione, è proprio quello che stavo dicendo tra me e me
prima che tu...”
“...ma non ti devi affaticare, figlio mio! Guarda qui, sei tutto
sudato...Signore mio, santa pazienza...hai un tumore terribile, potresti morire
da un momento all’altro...”
“...Mamma!...” Monaldo si diede una vistosa toccata ai coglioni, che gli
veniva anche comoda, per via del caffettano, “...te ne prego!”
“Ma Monaldo, è la verità...tu qui, insomma, ci stai per lasciare”
(seconda toccata di Monaldo ai genitali) “ma mamma, per favore!”
“Monaldo, devi accettare la realtà: tu te ne stai andando all’altro
mondo...e non mi sembra il caso di andarci in caffettano, tutto qui”
(terza toccata e fuga di Monaldo) “Ah-Ah! Allora è il caffettano che ti
disturba...”
“Il punto è che non vorrei seppellire mio figlio con il vestito di un
negro”
“Ma Mamma! Non esser razzista...questa è pulizia, è purezza, è
libertà...”
“...è osceno, Monaldo! Tutto a penzoloni, guardati. Non sei un bello
spettacolo, vergogna!”
“scusa Mamma”
“niente scuse. Ed ora, togliti questo coso, e vieni a cena, che è
pronto!”
“no mamma, non lo tolgo. Mangio con il mio caffettano”
“Monaldo! Toglitelo, t’ho detto!”
“No!”
“Toglitelo!”
“No!”
“toglitelo!”
Monaldo aprì il cassetto e tirò fuori la sua P-38:
“No! Ed ora Mamma, zitta dannazione, o ti ficco una pallottola nella
dentiera, e sputerai tutto il sangue che hai in gola, lurida baldracca!”
“Monaldo! Non vorrai sparare a tua madre!”
Monaldo piagnucolò “No, mamma, hai ragione...scusa” ripose la pistola.
“Bene, bravo...ora levati questo abito da negri, e vieni a tavola”
“Si mamma”.
Monaldo si spogliò, mise indosso una camicia pulita, e scese le scale per
andare a tavola. Mangiarono uova e bistecche, bevvero del vino rosso. Monaldo
non fumò tutta la sera.
VI
SECONDO INTERMEZZO DRAMMATICO: L’AVVOCATO MIRRA E MONALDO
A PROPOSITO DEI LORO TUMORI (ALLEGRO, CON BRIO)

note:
(ristorante sulla piazzetta, in riva al mare. Bicchieri di vino e posate in
tavola, vento invernale, e pioggia sulla veranda. Un cameriere sparecchia,
lento, mentre Mirra e Monaldo fumano)

“Grazie per la cena, avvocato” fece Monaldo, accavallando le gambe, e


guardando in basso, a terra, avendo notato una monetina che era caduta dalla
tasca del cappotto dell’avvocato -
“Non preoccuparti. Sei un pezzente, lo sanno tutti: non te la saresti
potuta permettere” –Monaldo con la scarpa pian piano scivolò sulla moneta,
sotto la sedia dell’avvocato, e la fece strisciare verso di sé -
“già, dannazione. A proposito, il tuo tumore? Procede?” –fece cadere il
fazzoletto-
“Piuttosto bene...ieri non mi sentivo più le gambe. Il medico dice che
più di un mese non reggo. E non mi sono ancora chiavato la donna che volevo
sposare...”
“beh, donna...donnaccia: fa la mignotta, Mirra!” –raccoglie il
fazzoletto, e contestualmente la moneta-
“Mignotta..., sai come si dice, che le donne che costano meno sono quelle
che paghi” –Monaldo infila la moneta in tasca: espressione di felicità sul suo
volto-
“troppo giusto, dannazione” replicò Monaldo distratto dal luccichio
dell’oro rubato
“Mah...che tempi! Meno male che me ne sto andando da questa valle di
lacrime...” sospirò l’avvocato, guardando la pioggia che batteva sempre più
forte, nel più comune dei luoghi
“Già, ma lo sai che anch’io ho un tumore?” fece Monaldo, per non essere
da meno, in quell’ultima cena,
“Ma no! Non dirmelo...oh, che disgrazia...Signore, prendi me!”
“Certo che prenderà te dannazione,...il punto è vedere se si
accontenterà”
“beh, speriamo, che vuoi che ti dica. Più di offrirti la cena, io...”
“Sì, lo so...sei anche troppo generoso, mentre io...”
“ma no...su, che dici? Non volevo dire questo. Lo sai che ti voglio
bene” si commosse Mirra, e Monaldo gli prestò il suo fazzoletto:
“grazie, Monaldo, grazie. A proposito...” –aggiunse asciugandosi gli
occhi, gonfi di lacrime, e rossi del male che lo avrebbe ucciso – “siete
riusciti tu ed il Colonnello a parlare con la puttana...cioè, intendo, quella
del locale, che volevo sposarmi...”
“sì, le ho parlato io. Ti chiaverà, tranquillo, proprio in punto di
morte”
“in punto di morte?”
“beh, non proprio in punto di morte,se prendi l’espressione in senso
tecnico. Anche perché le condizioni igieniche, col puzzo delle tue ossa, sì, non
sarebbero idonee...”
“Quindi? Quando?”
“domani, dice”
“Oh, che gioia mi dai...domani! Però domani quando? Sai, avrei un
pignoramento alle nove, poi c’è quella storia di mio fratello, per la casa al
mare...”
“...ma secondo te... ti chiava alle nove del mattino? Le mignotte dormono
a quell’ora. No, dopo cena...a casa sua”
“A casa sua? Oh, che bellezza!”
“Però non vuole che gli muori in camera da letto. Quindi ho dovuto
rassicurarla sul fatto che il tuo cancro ancora fino a domani ti permetterà di
dare al tuo membro due minuti di notorietà”
“si, credo di potercela fare”
“speriamo, dannazione”
“e dimmi un po’...come dici che devo vestirmi?”
“come ti devi vestire? Ma che ne so, dannazione...mica te la devi
sposare”
“Purtroppo no...ma sai, così, per fare una figura decorosa, sono un
avvocato, dopotutto...devi aiutarmi, altrimenti finisce che ci vado vestito come
in tribunale” –Mirra pensò fosse un poco grottesco presentarsi sull’uscio di
una mignotta in giacca e cravatta, e farsi aprire il portone da una ragazzina
con il frustino in mano
“Questo è vero dannazione,...uhm...hai un caffettano?”
“un caffettano?”
“è quel che ho chiesto. Ce l’hai o no?”
“Veramente, no”
“malissimo! Malissimo! Sarebbe stato perfetto: elegante, comodo, igienico
soprattutto, e poi, respiravi, dico, re-spi-ra-vi!”
“Re-spi-ra-vo?”
“Certo, dannazione: Respiravi che era un piacere!”
“E come faccio adesso?”
“Compralo”
“E dove si compra?”
“Ma che ne so, dannazione! Il mio l’ho rubato ad un arabo in Libia. Ah,
gli arabi...che gente onesta, perbene, mica come qua...quelli non si accorgono
mica se ti freghi un caffettano, loro sì...che sono igienici!”
“Igienici, dici?”
“Igienici, dannazione”
“Ma quindi tu che l’hai un caffettano?”
“Ma è ovvio!”
“E me lo potresti prestare?”
“Non se ne parla! E non chiedermelo più”
“Scusa...e com’è, portare un caffettano?”
“Ah, non ti dico...è come se..., non so...è proprio che, insomma: Re-spi-
ri”
“Re-spi-ro”
“Bravo: Re-spi-ri” Monaldo battè un pugno sul tavolo, a sottintendere
l’importanza dei suoi considerando
“Va beh, lo comprerò...domani, da qualche parte”
“così si fa, dannazione. Ora però paga il conto”
“ma vuoi andar già via?”
“Sì, non so...sai com’è, tu stai per morire...ora, non offenderti, ma a
me da un poco di fastidio cenare con un mezzomorto...è un po’, come dire...
macabro, ecco! Lascia che te lo dica, dannazione:
mi fai schifo, morituro!
Ti preferivo vivo e vegeto”
“Ma sono vivo, Monaldo!”
“Beh...vivissimo proprio no...hai metastasi anche nelle unghie dei piedi.
So che non è del tutto colpa tua, ma l’idea...che tu con quelle mani ammorbate
abbia toccato queste posate, bevuto questo bicchiere con la tua bocca che puzza
di morte...beh, a pensarci su, mi stai un poco sui coglioni.
Quindi se non ti dispiace, andrei...”
“Ma no...hai ragione. Vai, vai pure a casa. Pago, e me ne vado anch’io”
“Bravo, fatti una bella dormita... e... riposa in pace”
“Amen” Mirra si fece il segno della croce
“Amen” Monaldo seguì orante,
E tornò verso casa, sazio per la luculliana cenetta, fischiettando un inno
delle Sturm Abteilungen.
VII
UNA SPIACEVOLE DIGRAZIA, MA A TUTTO SI PUO’ RIMEDIARE

note:
(notte, la villetta di Luisa Brunella illuminata, tra gli alberi)

Monaldo tornava dal ristorante, come s’era detto, fischiettando e


stringendo la monetina rubata all’avvocato, e bagnandosi la barba che si stava
lasciando crescere:
pioveva, s’era sottinteso anche questo.
Passeggiò sulla spiaggia, stringendosi al cappotto logoro, calciando
qualche sasso, tirando lo sguardo fino al mare, buio:
poi su per le scale dietro la stazione, tra le rotaie, la pioggia: poi il
vialetto vuoto, la spazzatura, gli alberi notturni.
Monaldo s’accese una sigaretta, che subito si spense sepolta dall’acqua
che scrosciava:
“la terrò in bocca spenta...pazienza” si rassegnò, e prese a fare
sportivamente malinconico i trecentotrentotto gradini della crosa che portavano
al cancelletto verde, la villetta di mamma, dove abitava:
“Certo che è proprio scomodo...manco c’è la strada per le macchine, e
poi...senza una lira, sono un disgraziato, è questa la verità” – si lamentava
il Brunella al gradino numero ventiquattro,
poi al ventiquattro e mezzo – ossia con il piede destro già sul
venticinquesimo, ma il sinistro timoroso del gran passo -, si rincuorò “però fa
bene all’igiene, questo moto...e la pioggia lava i peccati, ti stringe alla
terra, al sangue...di dentro proprio...bum! bum! Sparerei volentieri a qualche
ebreo, in una notte del genere”;
Pogrom campagnolo a parte,
la notte lo costrinse scura a graffiare un fiammifero sul muro, e farsi
luce per aprire il cancello, e scorgere l’ultima tornata di gradini, tra i
fiori. Si tirò su gli occhiali, sul naso,
starnutì, e zampettò verso la panchetta di pietra: cave canem, stava
scritto, ma il loro cane dormiva sempre. Specie a notte fonda, e con la pioggia.
Si sedette, si prese ancora un poco d’acqua: poi sbadigliando, con la
bocca piena di quella sigaretta spenta, fece per trascinarsi alla porta di casa,
che stava all’altezza del secondo piano della villetta: doveva farsi ancora una
trentina di gradini laterali, tra i castani, le palme, e le fasce piene di ulivi
e reti, bisce e fango: ma si fermò, d’improvviso
“Cazzarola, dannazione!”
gli uscì dalla sigaretta spenta
“ma che cazzo succede?!” si disse, ora più calmo. E sempre più
tranquillo, ripetè
“ma che cazzo cazzarola dannazione succede?”
Davanti alla finestra all’altezza della camera da letto della madre, al
piano secondo, se ne stava immobile una scala, appoggiata lì al muro, sotto la
pioggia. Le persiane erano rotte, la finestra aperta, i vetri caduti sulla
crosa:
“Mamma! Mamma! Povera mamma!” gridò Monaldo, “ci sono i ladri,
dannazione!”
Corse su gli ultimi gradini, un poco affannato: vide le luci accese al
piano terra: dalla finestra che dava sul giardino constatò che Luisa Brunella,
pacata, era spaparanzata sul divano del salotto ad ascoltare una trasmissione
alla radio. Battè sul vetro i pugni:
“Mamma! Mamma, dannazione! Apri...presto!”
“Ma cosa vuoi! Non ce le hai le chiavi? Non farmi alzare, maledetto!”
rispose spazientita la vecchia madre, che si stava godendo il finire di un
giallo,
“Mamma! Apri!” fece Monaldo.
Quella allora aprì, odiandolo:
“Maledetto quando sei venuto al mondo! Stavo scoprendo l’assassino...”
“...è il marito. L’ho già visto. Ma non è questo il punto. Ci sono i
ladri! Abbiamo i ladri al piano di sopra!”
“Oh, mio dio! Santa pazienza, i gioielli!”
Monaldo rincuorò la mamma, balzò in cucina e da un cassetto tirò fuori un
coltellaccio da macellaio, strumento domestico di Luisa, che aveva dovuto tirar
su quattro figli da sola
“Vado su io, mamma” –Monaldospavaldo, si fece coraggio -
“No per carità! Monaldo, ti ammazzeranno!” – drammatizzò la madre,
innamorata del proprio martirio -
“Mamma, so come cavarmela! E poi ci stanno rubando i gioielli!”
“Mi stanno rubando i gioielli, vuoi dire...va beh, vai su, presto”:
Monaldo, per la verità, tutto questo coraggio non lo aveva: era però molto
stanco, e non vedeva l’ora di cambiarsi, infilarsi il suo caffettano, ed
addormentarsi con la sua P-38 nel cassetto.
Strinse allora il coltello, ed incominciò a salire al piano di sopra:
silenzioso, chino, con gli occhi gelidi, sudava: il coltello gli cadde di mano:
tremò, fece rumore
“E fai piano!” gli gridò da sotto la madre
“Si mamma” sussurrò Monaldo. Raccolse il coltello, si tirò indietro i
capelli grigi, perse gli occhiali: raccolse gli occhiali, tirò indietro il
coltello, perse i capelli.
Era davanti alla porta del secondo piano. Chiusa
“Mamma...è chiusa!” disse piano, dalla tromba delle scale
“e aprila, santa pazienza!” gridò la vecchia, spazientita e santa.
Aprì pianissimo la porta, e la porta si aprì: nessuno.
Tornò indietro e dalla tromba delle scale sussurrò: “Mamma...non c’è
nessuno!”
“Santa pazienza, e in camera mia?”
“Ora controllo”
“Su, controlla...santa pazienza!”
Monaldo aprì anche la porta della camera da letto, e sentì solo la pioggia
che entrava dalla finestra rotta. Accese la luce, e non vide nessuno: erano già
scappati, i ladri. Sul letto, se ne stavano rovesciati tutti i cassettoni:
vestiti, mutande lenzuola, telefono, fotografie: i gioielli, ovviamente,
mancavano
“Mamma! Mamma! Hanno rubato tutto...tutti i gioielli!” Urlò Monaldo.
Luisa corse subito in camera anche lei
“Maledetti, santa pazienza! Tutto hanno rubato...tutto! I miei
gioielli...che bottino! Che bottino!” pianse la madre, e continuò a piangere
“Non piangere, mamma” - la abbracciò Monaldo -“non piangere, su”: la
madre poggiò le braccia magre sulla ringhiera, davanti alle scale, e continuò a
lacrimare, piena di dolore
“Non è possibile...che disgrazia! Che disgrazia! Signore, prendi me!
Prendi me!”
“Mamma, cosa c’entra adesso?...su, non piangere” la rincuorò ancora
Monaldo: “A tutto si rimedia, mamma”
“Mah...” disse la madre.
Poi Monaldo, meditando, ebbe una intuizione, per così dire: “dal momento
che sono venuti i ladri...” – pensò – “...che hanno rubato tutti i gioielli,
certo avrebbero potuto anche essere sentiti dalla mamma, ed
ucciderla...poverina! Che fortuna... Già...ma, mi chiedo: chi ci dice che non
l’abbiano uccisa?”
Con questa considerazione, Monaldo voleva dire che se la polizia, una
volta chiamata, avesse rinvenuto il cadavere di una vecchia sulla scena del
delitto, di certo non avrebbe potuto pensare, e a ragione, che i ladri, durante
il furto, fossero stati sorpresi dall’anziana proprietaria, e, vuoi per
fatalità vuoi per passione, l’avessero fatta fuori.
Monaldo, a conti fatti, si rese conto che, per ereditare, questa era
quella che si dice un’occasione da non perdere:
gli bastò spingere la schiena della madre, che perso immediatamente
l’equilibrio questa rotolò giù per le scale, finendo a pancia in giù sul
tappeto del pianterreno.
Monaldo s’avvicinò
“mamma...mamma!” chiese al corpo morto, che non rispose: un rivolo di
sangue lasciava la testa, per fermarsi sul pavimento
“mamma...” – niente, sospirò Monaldo – “è andata. Grazie Signore per
aver esaudito le sue ardenti preghiere,
dacci oggi il nostro pane quotidiano l’eterno riposo dona lei, risplenda
sudiellalapaceperpetuariposiin paceamen”.
Monaldo lasciò la mamma lì sul tappeto, e finalmente salì in camera sua:
indossò il caffettano e subito si specchiò
“che bell’uomo! E Che bell’erede!” si complimentò. Poi s’addomesticò
sul divano,e prese in mano il telefono
“...pronto, polizia? Sono venuti i ladri in casa...venite subito qui. È
un’emergenza”.
VIII
INDAGINI: IL PINGUE, L’EREDITIERO, LA MAMMA

note:
(La casa di Monaldo la mattina, all’alba: poliziotti sulle scale. “Il
pingue” e “lo spazzacamino” nel salotto)

A ricordare la fu Luisa Brunella, alla villa, c’era soltanto il piccolo


antico ulivo che poggiava i rami sulla piazzetta: l’aveva piantato suo padre,
quando lei era venuta al mondo.
Meno romanticamente, ora che dal mondo se n’era accidentalmente andata, a
ricordarla c’era soltanto il bianco contorno del suo corpo, contorto sul
tappeto, che la polizia aveva tracciato con il gesso.
“Povera mammina...ci hai lasciato, dannazione, così...all’improvviso”
piangeva come un vitello Monaldo, bell’ereditiero in caffettano:
“...e questi ladri...sicuramente due sporchi ebrei...”
“si segga, per favore. E poi non è provato fossero due, né che fossero
ebrei. Andiamo per ordine, la prego” disse educatamente il pingue agente:
nessuno aveva dormito, quella notte: era quasi l’alba
“...e qualcuno porti dei caffè. Bollenti, da svegliarsi un pò” aggiunse:
uno della scientifica verso le tazzine, in guanti bianchi.
“Dunque...” fece il pingue, sedendosi a fatica, tenendo una pila di
fogli sulle cosce ed il caffè cattivo tra le mani sporche,
“...le cose dovrebbero essere andate così...”
“...scusi, pingue, si pulisca un po’ le mani, dannazione...” premise
Monaldo “...sa, è essenziale, l’igiene”
“già” e si strofinò le mani sui pantaloni “dunque...lei –indicò
Monaldo, che fumava il suo sigaro giocando distratto con la P-38 - era uscito:
s’è preso un po’di pioggia parlando di tumori in un ristorante, in compagnia
di un suo amico avvocato...”
“beh...amico, adesso. Diciamo conoscente” puntualizzò Monaldo, puntando
la P-38 in faccia all’altro agente, che nel frattempo guardava ammirato il
camino di casa Brunella, liberty negli intarsi, e buio
“...Bang! Bang!” onomatopeico fece Monaldo, e rise “...beh,
spazzacamino...si è preso paura?”
“Ma lo sa che qui avete davvero un bel camino?” disse l’agente, che
evidentemente non s’era preso paura, impegnato ad odorare la fuliggine
“Avete? Ho, vuole dire. Sa, sono ereditiero...
con i miei fratelli, s’intende...ma loro non sono mai stati attaccati al
denaro, basterà un conguaglio, le condoglianze, una legittima, per così
dire...”
“...senta, Brunella...posso continuare?” tossì il pingue, che aveva un
poco sonno
“...prego, prego...ma non si faccia pregare...prego, dannazione” si
ricompose Monaldo
“...bene, grazie. Allora...lei, dicevo, cena con il suo conoscente,
l’avvocato...” cercò negli appunti un nome, ma senza trovarlo
“...Mirra. Avvocato Mirra” telegrafò il Brunella; “è un gran
puttaniere, ma sta morendo”
“Ah, sono costernato...bene, proseguiamo. Mangia, non paga, se ne torna
a casa: vede una scala posata addosso la finestra di camera di sua madre...e
questo è provato, certo, carta canta: c’è una scala, la finestra è rotta, et
cetera et cetera.
Il ladro, che poi è un omicida, è entrato nella villa da uno dei buchi che
ci sono nella rete vicino al pozzo, venendo dall’entrata dall’alto. Non
dev’essere stato particolarmente difficile.
La scala, è vostra. Stava in un ripostiglio, mi han detto...fa parte degli
attrezzi del giardiniere.
Il cane, dormiva. Nessuno ha sentito nulla, qui intorno, né ha visto
nessuno...dormivano, pare, tutti quanti.
E poi niente impronte: dei professionisti, si direbbe. O tempora! O
mores!”
“Ah, noto con piacere che parla correntemente la lingua latina”
s’interessò Monaldo
“Scolastico, devo dire. Ma mi diletto” inorgoglì l’agente, e sforzò la
sua eccessiva pinguedine in una posa intellettuale
“...bravo, bravo!” boccheggiò dal sigaro l’ereditiero
“...ma prego, continui la sua esposizione dei fatti”
“Certo, certo...Quindi, dicevo, lei in preda allo spavento corre su, apre
la porta, chiama «Mamma! Mamma!» come ogni buon figlio dovrebbe fare...”
“...le ero molto affezionato, sa?” si commosse Monaldo
“non ne dubito, davvero...
A questo punto non trova nessuno, se non il corpo di sua madre, disteso a
terra sul tappeto”
“esattamente, il corpo. Ma la sua anima vivrà!” fece Monaldo, religioso
“Amen” –disse il poliziotto-nel-camino
Per il pingue era tutto evidente “per me è tutto chiaro –concluse - : i
ladri, o il ladro, entrano, prendono i gioielli. Ma fanno rumore, perché
sbattono e rovesciano cassettoni per tutta la camera.
Sua madre è giù di sotto, sente questo baccano, si alza per controllare,
che coraggio! Che donna!, sale le scale fino alla porta del piano...poi il
ladro, o i ladri, escono, la vedono, la buttano giù, la spingono...e la vittima
rotola e rotolando rotolando finisce sul tappeto, spezzandosi tutte le ossa del
collo, e affini.
Bene...per me è andata così, non c’è il minimo dubbio. I dati della
vittima li abbiamo presi, le misurazioni fatte, i rilievi pure. Beh...non resta
che andarsene”
“Ah, povera mamma! Perché ?! Perché mi hai abbandonato?” gridò disperato
Monaldo, ed alzò al cielo le mani: gli caddè la pistola, battè per terra, partì
un colpo: ruppe un vaso
“Oh...il vaso di mamma, dannazione...quanto ci teneva...queste maledette
P-38!” sbraitò Monaldo
“Beh...che ci vuol fare” fece il pingue, “sono pistole vecchie”
“ora che son ricco...ne comprerò una nuova”
“Bravo, bene...ma cosa se ne fa di una pistola?”
“Sa...detto tra noi, io sono proprio un delinquente”
“già...uhm, ma certo!...lei è l’amico del colonnello. Mi aveva colpito
il suo caffettano, ma pensavo si trattasse d’una coincidenza”
“è molto igienico, ricorda? Le stavo accennando l’altra volta al fatto
che, sanitariamente parlando, l’arabo...”
“...sì, sì...ricordo. Ora però dobbiamo andare...Qui, mi pare, abbiamo
finito” disse il pingue, che di sanitari non aveva voglia di discutere, s’era
fatta l’alba, aveva famiglia
“Vogliamo andare?” chiese retoricamente al collega
“sì...stavo solo guardando ancora un poco questo bel camino...davvero un
gran camino...ne ho visti tanti, devo dire, ma questo...”
“è un gran camino” aggiunse Monaldo
“Viva il camino!” gridò il poliziotto
“Viva il camino!” fece eco Monaldo, ereditiero.
Dopo gli evviva, la scientifica tolse i tacchi.
L’ereditiero, si specchiò nel caffettano, e si fece i conti in tasca: pur
senza i gioielli, per un furto che ammontava a milioni su milioni, a centinaia,
un colpo da prima pagina, restava la villa, ed il suo mobilio. Vivere da gran
signore, pensò Monaldo.
“Mi dica ancora una cosa...pensa li troverete, gli assassini?”
“Penso di no...in sincerità. Niente impronte, le dicevo...nessun
sospetto...già, a proposito: sospetti?”
“sospetti? Nessuno, direi...a meno che...ci sarebbe un ragazzetto, avrà
sì e no trent’anni, che fa il pittore giù al paese. Veniva sempre a prendersi
le arance che crescono qui, nel giardino di mamma: chiamava, diceva «signora
Brunella, vengo un po’ a trovarla oggi». Mia madre gli offriva un caffè e poi
lui scendeva con il suo cesto a raccogliere la frutta”
“che sospetto è, mi scusi...cosa c’è di sospetto?”
“beh...di sospetto c’è la coincidenza che per prendere queste arance il
pittore prendeva la scala che teniamo nel ripostiglio nella fascia più in alto.
Ed è la scala che è appoggiata sulla finestra.
Visto che il ripostiglio è piuttosto nascosto, tra le pietre e le piante,
direi che solo qualcuno che conosce la villa potrebbe trovarlo...”
“...ottimo ragionamento” disse il pingue, tirando fuori dalla tasca la
sua lente d’ingrandimento, e scrutando il naso del collega nel camino, pieno di
fuliggine
“...grazie. Sa, questo pittore da tre soldi, l’ho sempre
temuto...secondo me insidiava mamma, sa...quei cacciatori d’eredità. Lei
vedova, ricca, sola...”
“...sìsìsì, ho presente. Uhm...” appuntò con la matita sul taccuino da
investigatore “...Pittore del paese. Cacciatore d’eredità. Probabile
assassino”
“Molto bene...” aggiunse “...ci faremo una chiacchierata con questo
sedicente pittore...si fa presto, a dirlo...pittore! Mah!”
“Parlate con lui...bravi. Dovrà dimostrare la sua innocenza”
“Più che giusto...Allora, condoglianze...”
si strinse in lui il pingue “...e vedrà che troveremo i galantuomini che hanno
ucciso sua madre”
“lo spero...vi ringrazio tanto...Povera mammina...” sbadato e piangente,
Monaldo, li accompagnò alla porta
“Arrivederci anche a lei, agente”
“Arrivederci...condoglianze anche da parte mia. E complimenti per il
camino” porse la mano sporca quello con il cappello pieno di fuliggine
“Grazie tante. È davvero un gran camino” rispose Monaldo, gentile, ma
senza dar la sua mano: l’igiene prima di tutto.
IX
LA NOTTE DEL COLONNELLO: MONOLOGO ALLO SPECCHIO, UNA TELEFONATA, UN
NASCONDIGLIO

note:
(ore 3 am. Pioggia sull’uscio, Boulanger torna a casa: scarpe bagnate, ed
ombrello)

Il colonnello rincasò nella notte, mentre la pioggia batteva sulla sua


porta di casa: con le chiavì aprì, si tolse le scarpe. E lasciò cadere
l’ombrello, poi poggiò sul tavolo il bottino della notte, ed una calzamaglia
piena d’acqua, e furtiva
“Ora son ricco...” si disse. Si spogliò, andò nel bagno...pioveva dal
soffitto, ma non ci fece caso. Si guardò allo specchio, e parlò da solo, perché
ne aveva bisogno:
“Ora son ricco...Eudemo Boulanger, vedovo inconsolabile:
ho rubato, a casa di Monaldo”
sputò a terra, sul tappetino da doccia, e fece una smorfia
“Sì... ecco il bottino: gioielli,gioielli,di quella vecchia di Luisa, la
«mammina», come dice Monaldo: ben gli sta!
Neanche ho dovuto tirar fuori la pistola...tutto scientifico, calcolato.
Mirra ha fatto l’esca, ed io a tirar giusto fuori la scala dal ripostiglio dove
andavamo a giocare da bambini, certo fatica non ne ho fatta molta.
Qui si cambia vita, si cambia vita! Altro che cavalli, fantini e referti
medici falsi...questo è un colpo gobbo...
Ah, che gobbo!” – si tolse le calze,
sfilando la P-38, ed accennò ad un tip-tap fischiettando. Si ricompose:
“...Monaldo non lo saprà mai, e la «mammina» piangerà un po’, ma poi
capirà d’essere abbastanza ricca per spassarsi con aristocratici modi i
restanti cent’anni che, nonostante i suoi pietanti «Signore, prendi me!»
s’augura ancora di trascorrere con il bastone in mano.
Ed io son ricco...ho chiuso.
Lascerò passare qualche mese, poi m’andrò a vendere questi gioiellini.
E poi che mi compro?” – si chiese, ed improvvisò una lista-
“...Un caffettano, anch’io lo voglio: se ce l’ha Monaldo, deve avercelo
anche il colonnello. Poi Una pistola nuova, ci vuole...anzi, un mitra...anzi no,
facciamo le cose per bene: ecco, un carro armato.
Poi voglio una macchina da corsa, poi voglio l’argento, l’oro, del vino
buono...”
Si mise l’accappatoio, ed accese una sigaretta.
Andò al telefono, e chiamò l’avvocato, come da accordo precedente:
“Pronto,Mirra?” chiese, sdraiandosi sul divano, e poggiando i piedi nudi
sul tavolino della sala
“Ciao colonnello”
“ciao, come stai?”
“Bene...ho appena finito di cacare sangue”
“Procede, il tumore, vedo”
“Sono alla fine...domani vado con la troia di Monaldo, e poi mi ritiro su
una montagna per morire in pace, senza che nessuno mi rompa i coglioni...a
proposito, il colpo, tutto a posto?”
“perfetto, senza sbavature. Ho fatto velocissimo, e la vecchia non s’è
accorta di nulla” spense a metà la sigaretta, e si rialzò: si mise seduto
“bene...ora non rimane che tu mi dia la mia parte”
“Ah, già...non mi hai ancora detto cosa volevi in cambio del tuo
lavoretto di complice. E sinceramente, proprio non me lo immagino...sai, da uno
che sta morendo...” accavallò le gambe nude
“...appunto. Da uno che sta morendo, devi aspettarti di tutto”
“Anche questo è corretto. Non ci avevo pensato. Beh, cosa vuoi da me?”
“voglio che domani tu vada al mio posto all’appuntamento con la
mignotta...”
“...tranquillo! Lo faccio volentieri...chiavarsi una bagascia non è un
compito così sgradevole”
“...e che l’ammazzi”
“l’ammazzo? Ma non era quella che ti volevi sposare?”
“Peggio...me la sono già sposata”
“Come, te la sei già sposata?” –si stupì di cuore contrariato
Boulanger, che pensava che il vincolo matrimoniale fosse sacro -
“...sì...l’ho sposata, un mese fa. A Monaldo non l’ho detto...ma da un
mese la mignotta è diventata la signora Mirra”
“Beh...complimenti, auguri. E figli maschi” –augurò Boulanger, che
pensava che ancor più sacro del vincolo fosse il concepimento di due novelli
sposini-
“Grazie...sai, lo vorremmo così tanto un pargoletto. A parte le
stronzate, devi farmela fuori”
“ma non puoi farlo tu?” –si grattò la fronte il colonnello, che ci
capiva ben poco -
“Ma ti sembro il tipo ?! Sono un avvocato! Una personcina a modo...non
riuscirei ad ammazzare neanche una mosca”
“Scusa...ma io cosa sono? Un figlio di puttana...pardon, per la
professione della mogliettina...?”
“Figurati...ma che c’entra? Tu sei un criminale, no?”
“già, anche questo è un fatto. Va bene...domani vado, e l’ammazzo.
Ancora una cosa...perché te la vuoi, diciamo, togliere di torno?”
“Evidentemente non conosci bene le norme che regolano la successione.
Questa signorina, anche se testassi in favore di qualcun altro, la sua quota se
la porterebbe a casa. Ora, non so se hai presente...ma anche con un pelodelculo
di quello che lascio uno ci si compra il quadruplo di quello che hai rubato tu
stanotte”
“però...” – disse pensosa la voce, che si faceva i suoi conti e le sue
divisioni, aritmetica -
“quindi non sopporto l’idea che la puttana erediti”
“ma cosa te la sei sposata, allora?”
“Senti, Colonnello...l’ho sposata perché questa troia mi diceva che fino
a che non fossimo convolati a nozze non me l’avrebbe data.
Ed io, uomo malato ed in più innamorato, perché ti giuro che l’amavo
davvero, quarantacinque giorni fa, l’ho sposata.
Ora,la tragedia è stata che quando l’ho sposata, almeno, pensavo di
spassarmela l’ultimo mese di vita. Ma questo tumore mi ha privato di tutte le
forze e...insomma...”
“...non ti tira” – disse in tono medico il colonnello -
“...ecco, bravo. Quindi, mi chiedo: cosa me la sono sposata a fare?”
“ma il fatto che non ti tiri ti pare un buon motivo per ucciderla?”–
replicò in tono morale -
“Ottimo, non buono...una, per ereditare da un Mirra, deve almeno
avergliela data. È un principio che in famiglia si tramanda da generazioni”
“Ah...di fronte alle tradizioni familiari, taccio”
“Ecco, taci. Ho organizzato tutto: ho convinto Monaldo a fissarmi un
appuntamento con lei, che evidentemente non si fa scrupoli a battere ancora,
senza farle dire il nome del cliente.
Domani ti presenti, e la fai fuori”
“Capito. Posso trombarla, prima?”
“Vuoi trombarla?”
“Ma sì...dai, così poi ti dico cosa la tua malattia ti ha fatto davvero
perdere”
“buona idea. Allora scopatela, prima”
“Sarà fatto”
“Bene... saluti colonnello”
“Saluti”. Riappese l’apparecchio. Non era particolarmente felice di
dover uccidere qualcuno, soprattutto se si trattava della moglie di un caro
amico.
Ma, viste le circostanze, pensò, tra tutte il fatto che il mandante era
proprio l’amico, non c’erano molte ragioni che ostavano eticamente alla
realizzazione del piano. Poi la sposa, va detto, conservava intatta la natura di
mignotta, se il mestiere lo esercitava ancora: era la passione, si sarebbe
detto, a spingerla.
Allora era una peccatrice, risolse il religioso colonnello.
Dimenticò per un momento la puttana, e si mise all’opera per la seconda
fase del piano: nascondere i gioielli.
Andò in cucina, prese un coltellaccio: poi ago, e filo, per cucire.
Tagliò l’interno della poltrona, in salotto. Vi ripose con cura il
bottino, e poi ricucì con altrettanta cura il cuscino: non aveva lasciato segni,
aveva fatto un buon lavoro.
Si sedette sulla poltrona:
“in questo momento sto posando il culo su almeno cinquecento milioni di
gioielli” sorrise.
Era molto stanco. Si appisolò in poltrona.
X
TERZO INTERMEZZO DRAMMATICO: IL FUNERALE DI LUISA BRUNELLA.
MORTI, VIVI, E MORITURI

note:
(ore 9 am: chiesa di San Niccolò, piena. Pianti in sottofondo. Starnuto
del prete)

La bara di legno scuro, l’aveva voluta poggiare in fronte all’altare lo


stesso Monaldo.
Ora il figliuolo, come lo appellava il prete nella profonda omelia,era
inginocchiato fin dal principio della funzione nella prima fila, accanto alla
sorella Maria, a sostenerne le lacrime, vestito in nero, occhiali scuri sul
nasone, e fascia scura al braccio: il lutto ne sottolineava l’esemplarità della
condotta, e le parole dei presenti, tutte piene di compassione.
Tutte, c’è da dire, tranne quelle del colonnello, che sedeva in fondo:
quando Monaldo gli aveva raccontato del furto, e della morte causalmente
iscrivibile allo stesso, Boulanger ne aveva tratto l’ovvia conclusione che il
ladro, che era lui, certo non aveva ucciso la «mammina, povera mammina!», come
singhiozzava Monaldo ereditiero: dunque, sebbene non potesse smascherare il vero
assassino, per i motivi che sono a tutti evidenti, certo faceva un po’ di
fatica a prestar fede alla professione di dolore pubblica del Brunella
“non può che esser stato lui...” rimuginava il colonnello “...l’ha
fatta fuori, approfittando della mia impresa. Ora è ricco...ma, d’altra parte,
lo sono anch’io, e a suo danno. Quindi credo potremo restare buoni amici, visto
che quest’affare, anziché dividerci, sembra averci unito, indissolubilmente,
più di prima”.
Il prete si voltò verso i fedeli, volgendo le carezze ai figli della
defunta: “Non lasciate, figliuoli...”
“...figliuoli, dannazione...ci risiamo” pensò Monaldo, che non
sopportava l’epiteto parrocchiale,
“...non lasciate posto alla minaccia eretica ateo-bolscevica, che si
nutre nella sua ammorbante linfa vitale tra le carcasse materialistiche di
quanto apparentemente non si riesce a spiegare, e che ci pare profondamente
ingiusto.
Il Signore nostro Diopadreonnipotente ha voluto che Luisa lo raggiungesse
prematuramente...”
“...prematuramente? –pensò Maria- ma se aveva 87 anni!”
“...prematuramente –ribadì il prete, come se l’avesse sentita e come
toccandosi i verginali attributi, dato che doveva essere all’incirca un
coetaneo della salma – prematuramente (e tre!), ma quel che Dio vuole è giusto,
ed è al contempo giusto perché lo vuole, ed il Signore lo vuole in quanto è
giusto. Mistero della fede!” si sbracciò, tendendo leggermente il braccio
destro, romanamente
“amen!” urlarono gli spettatori non paganti, altrettanto romanamente
“Me-ne-frego!” gridò qualcuno, fattosi trasportare un po’ troppo
dall’entusiasmo
“Bravo! –riprese il prete- perché Dio sconfiggerà il comunismo, e fare
sterminio santo di coloro che seguono le parole del giudeo Carlo Marx, e dei
suoi epigoni!”
“Evviva! Evviva! A noi!” si levarono voci nella cappella, ed un
vecchietto salì verso l’organo, per intonare un requiem antico, ad onore e
gloria del Signore, della morta, della patria:
“Saaaaalve o popolo d’erooooi...” si sentì attaccare dal fondo, e così
si unirono le file più avanzate, in un crescendo che il prete interruppe
all’improvviso, quasi sul più bello
“Invito i fedeli adesso ad uscire sulla piazzetta di fronte, e metter su
un bel rogo di libri proibiti e degenerati in onore del Signore”
“Venite con me!” urlò Monaldo, alzandosi dalle ginocchia penitenti, e
ritrovato l’antico vigore igienico: “Faremo un falò sanitario, per il Signore
e la mammina!”
“Evviva la mamma di Monaldo!” gridò qualcuno
“Evviva la sorella di Monaldo, che è pure buona!” urlò qualcun altro.
Uscirono tutti sulla piazzetta, e qualcuno diede con un fiammifero fuoco
ad un bidone della spazzatura: arrivò di corsa il prete con un po’ di libri,
che chissà dove aveva nascosto, impugnò il crocifisso ed alzando le braccia al
cielo ammonì:
“In nome di Dio, della purezza della razza, noi bruciamo i libri di Carlo
Marx – e giù il capitale e l’ideologiatedesca nella spazzatura in fiamme-
In nome del Signore, e contro la cospirazione ordita dalla falsa scienza
ebraica, bruciamo i libri di Sigmund Freud e dei suoi allievi... –e giù
l’introduzioneallapsicoanalisi e totemetabù -
“In nome dell’Onnipotente –continuò Monaldo- e della preservazione
igienica della comunità, bruciamo...
Il Corpo di Mammina!”
“Ma questo non si può fare –obiettò il prete - ...non si bruciano i
defunti, si seppelliscono!”
“No, si bruciano! –urlò Monaldo – è più igienico! Viva l’igiene del
mondo!”
“Evviva!” seguirono tutte le voci: dalla porta uscirono quattro
vecchiette grasse, tenendo la bara sulle spalle:
“Rovesciatela!” ordinò Monaldo: la gettarono nel rogo, ed il corpo prese
fuoco, mentre le vecchie con degli attizzatoi si curavano che ogni parte della
fu Luisa venisse accuratamente avvolta dalle fiamme, e nulla sfuggisse alla
fiamma purificatrice:
“Brucia, mammina! Sia lode al Signore, che ha permesso giungessi così
pulita fino a lui, senza più i microbi che avresti preso nella sepoltura”
recitò in lacrime Monaldo, tutto nero, e santo:
“Amen”, disse la folla.
Intorno al corpo che bruciava, i vagabondi venivano ora a scaldarsi un
poco. Il colonnello si accese una sigaretta, s’avvicinò a Monaldo e gli fece le
condoglianze:
“Caro Monaldo, che disgrazia...”
“Grazie colonnello. Dannazione, una vera tragedia...” pianse quello “io
dico che sono stati due ebrei. Non ci sono parole...Povera mammina, perché mi
hai abbandonato?” e si chinò sulla spalla di Boulanger, disperato
“...su, fatti coraggio” disse il colonnello, e se andò.
Monaldo diede un’occhiata al corpo della mamma, che bruciava che era un
piacere
“Evviva! Evviva!” continuava la cerimonia. Applausi accompagnarono
l’uscita in scena del figliuolo ereditiero, che salì in macchina con la
sorella, diretto in villa
“...devo riposare, amici. Grazie a tutti d’essere venuti. Lasciate pure
che mammina bruci ancora un poco, in pace” salutò collettivamente.
“A Noi!” risposero collettivamente, prete incluso.
E mamma bruciava.
XI
IL COLONNELLO RINCASA DAL FUNERALE. UNA BRUTTA DIGESTIONE.

note:
(ore 12 am. L’ora del pranzo di Boulanger. Casa sua)

Il colonnello tornò a casa dal funerale, tutto impolverato: il rogo degli


amicidelcerchiomagico, o giù di lì, come li chiamava, non lo aveva
particolarmente appassionato, ma certo riempito di fumo i polmoni. E l’incenso
dentro, aveva fatto il resto. Diede un’occhiata alla sua poltrona piena, e si
fregò le mani, pensando al bottino.
Ora doveva prepararsi per la serata, che avrebbe riservato una scopata
con la moglie di Mirra, e la sua uccisione: “meglio di quel che danno in TV,
comunque” si consolò, sfogliando il giornale alla pagina degli spettacoli.
Controllò la P-38, e poi la ripose: non nel calzino blu, perché puzzava e
doveva cambiarlo, ma nel cassetto della camera da letto.
Si sedette in cucina, e preparò un panino: pranzo leggero, con il frigo
vuoto. Per il momento, doveva ancora restare quel che era, un pezzente.
Prosciutto, vecchio, e maionese, a chili: salmonellosi a parte, non
rischiava molto: trangugiò un boccone, e masticò versandosi del vino nel
bicchiere.
Suonarono alla porta.
“Chi è?” cantilenò distratto, digerente
“Atlante...apri”
Era Atlante Boulanger.
“Il fratellino notaio...prego, accomodati, non sai che piacere...” fece
con un gesto della mano segno di entrare
“infatti, non lo so...tutto a posto?”
“a parte il fatto che ne vengo da un funerale, sì”
“Ah, quello della vecchia...che disgrazia, non trovi?” disse distratto
il notaio
“si...una disgrazia. Quasi come quel che capitò a Patrizia”, rispose
Boulanger, che sembrava un poco ironico
“Patrizia...è di lei che in un certo qual modo sono venuto a parlarti”
disse Atlante:
Il colonnello rimase in silenzio, e si domandò perché continuasse a
restare in silenzio. Atlante era in piedi, in mezzo alla stanza, cappello e
guanti: tirò fuori una pistola:
“Ora siediti qui, su questa sedia...muoviti” gridò, con tutta la rabbia
che aveva
“Atlante...calmati, per favore!” in tono il colonnello, e militaresco
obbedì al comando: si sedette.
Atlante puntò la pistola sulla nuca del fratello seduto, mentre lui
restava in piedi alle sue spalle:
“Ora ti ucciderò, e non voglio sentire obiezioni, né suppliche, né
gemiti. Hai capito?”
“Perfettamente. Niente gemiti” rispuose il colonnello, che aveva davvero
capito, tutto il resto.
“Però è bene che tu sappia perché stai per morire. La colpa non è del
tutto tua. Ora ti spiego:
Non si può dire che io amassi tua moglie, Patrizia...mi faceva dei
pompini, lo ammetto, ma non fare smorfie inutili di stupore. E lei fotteva
benissimo. Poi muore: la fai ammazzare tu, e
Non negare, non provare neppure un momento a negare perché lo so, e
basta...”
“Scusami...non nego. Ma se ero con te?, e non prenderla come una
negazione, mi raccomando” sospirò sulla sedia Eudemo, che non sapeva come
uscire dalla situazione, e che incominciava a sentire dei dolori allo stomaco,
causati probabilmente dalla maionese
“Questo non significa che tu non l’abbia fatta ammazzare. È
lapalissiano. Lo so, perché sono un notaio, e metto insieme i pezzi,
apparentemente senza significato, e faccio congetture, esperisco, teorizzo,
rogo...comprendo. L’hai ammazzata tu”
“Se è per farti piacere, non lo nego...Ahi, lo stomaco. Non credo d’aver
digerito bene” disse toccandosi la pancia
“non toccarti la pancia...mani dietro la schiena, digestione o no.
Comunque, ti dicevo, tu l’ammazzi.
Ed io in principio non ho trovato, debbo dire, nulla di cui
rimproverarti...davvero: ammazzi tua moglie, io la scopavo...ma pazienza, non si
può fare una tragedia per una scopata in meno...”
“Oh...si può fare, si può fare” fece Boulanger, pensando al caso di
Mirra
“...beh, io non l’ho fatta” disse contrariato Atlante
“...bravo fratellino! Questo sì che ti fa onore”
“Aspetta, però. Non ne facevo una tragedia, dicevo...però sentivo che mi
mancava Patrizia, ed avevo continuamente voglia di lei, parlo sessualmente,
eroticamente...”
“su...su, sfogati con il tuo fratellino di queste cose da maschietti”
“...Zitto, ho detto!” s’infuriò Atlante, imbarazzato
“...continuamente la pensavo, di giorno, di notte, e me ne stavo sempre
in tensione, con questo coso in erezione, ti giuro...da non credere: cominciavo
ad odiarti per avermela portata via”
“Fratello caro, lasciatelo dire...tu sei un notaio erotomane, e pure un
po’ necrofilo”
“...non è tecnicamente esatto. Sono stato dal medico, sai?
E sai che cosa ho?
Soffro di una forma di priapismo, non curata in adolescenza, e riemersa
con la morte di tua moglie: ho continue erezioni prolungate, e ti assicuro molto
dolorose, non legate al piacere...al cesso, mentre faccio colazione, andando in
macchina, al lavoro...continue erezioni”
“Complimenti, anche se a me pare una gran porcheria” fece un poco
stupito il Colonnello, che non ci capiva nulla di medicina, Priapo e quanto
altro
“Zitto! Ma che porcheria...è una malattia”
“Possibile che siate tutti malati, qui in giro?” spazientito, il
Colonnello, d’essere l’unico in forma, apparato digerente a parte
“Zitto! Zitto!” pianse Atlante, che pareva con il suo uccello reggere
l’intero mondo, “è una malattia, grave...il medico mi ha detto che la
patologia potrebbe essere riaffiorata in seguito alla relazione con Patrizia, e
l’improvvisa morte di lei potrebbe avere definitivamente scombussolato il mio
equilibrio già precario...definitivamente!”
“Ti aspetta allora una bella scorpacciata di erezioni!” sorrise il
colonnello:
Atlante sparò, senza rispondere.
La testa del colonnello posava reclinata sullo schienale, e sangue cadeva
sul pavimento.
Atlante concluse: “...quindi non riesco a perdonarti, essendo tu la
causa di questo peso che sopporto quotidianamente. Meriti davvero di morire”,
ed uscì di casa, guanti e cappello, e pene in dolorosa erezione.
XII
DUE INTERROGATORI, ED UN ARRESTO

note:
(Comando di polizia, pomeriggio tardi, sul far della sera. Il pingue e lo
spazzacamino)

Lucio Pomelli, pittore, era seduto nel mezzo della stanza: intorno ronzava
lo spazzacamino, che faceva tintinnare un paio di manette tra le dita,
intimidatorio. Il pingue s’era persuaso a rovesciare i suoi muscoli sulla
poltrona, e parlava da lì, i piedi sulla scrivania:
“...dunque, Pomelli Lucio, nato a...uhm, nel giorno...uhm,
all’ora...uhm, professione...ah! che leggo?”
“...che legge, commissario?” chiese il Pomelli
“Leggo: pittore”
“infatti: pittore”
“ma si vergogni! Che pittore e pittore...uno, così, con la sua faccia, fa
il pittore...lei è un assassino, non un pittore!” urlò il pingue
“ma quale assassino?” s’intimorì il pittore
“Ah...neghiamo, bene, bene” dissero le manette dello spazzacamino
“E le arance della signora Brunella?”
“Quali arance?”
“Le arance! Le arance!”
“Eh...mi lasciava raccogliere le arance del suo giardino”
“Ah...le lasciava raccogliere...e lei, raccogliendo...”
“Raccogliendo...” continuò Pomelli
“l’ha uccisa, no?” concluse geometrico il pingue
“Ma come l’ho uccisa? Che dice?”
“Ah, nega ancora...” fece lo spazzacamino: gli mise le manette ai polsi
“Mi mettete le manette?” piagnucolò il pittore
“Ma sì...sì. Se le merita, se lo lasci dire”
“Me le merito?”
“Se le merita, eccome! Dunque, dall’interrogatorio emerge che:
Uno. Lei conosceva la signora Luisa Brunella”
“lo confesso”
“Due. Lei si recava sovente a raccogliere una quantità non determinata di
arance rosse nel suo giardino, per fini che non sono stati ancora appurati”
“Ma per quali fini vuole che uno raccolga delle arance, mi scusi?”
“E fa bene a scusarsi. E si vergogni pure! Continuiamo...”
“Tre. Che lei poteva accedere liberamente al ripostiglio degli attrezzi
riservato usualmente al giardiniere, allo scopo di prelevare la scala che, lei
sostiene senza prove, serviva per raccogliere i predetti frutti”
“Ma come sostengo senza prove? Cosa vuole che me ne facessi della scala
se non...”
“...Basta! Non si può continuare così! Non si può, con questo qui che
interrompe ogni due minuti! Agente, lo imbavagli!” diede ordini il pingue,
e lo spazzacamino prontamente tappò la bocca del pittore, già in manette,
con del nastro adesivo, e poi un tovagliolo piuttosto sporco, che il pingue
aveva usato per la sua merenda
“Oh...così si ragiona, bene. Punto...punto?”
“punto quattro, mi pare fossimo arrivati” disse lo spazzacamino
“...già. Quattro. Che lei nel corso di queste fruttifere raccolte,
chiamiamole così, si soffermava con sempre maggior frequenza ad esercitare
pressioni di carattere sessuale sulla vecchia, prima con ripetuti complimenti
sui suoi anziani seni, poi arrivando volgarmente a palparla, e baciarla...bene,
bene” –lo guardò, con aria schifata- “...che cose mi tocca sentire tutti i
giorni...mah! una povera e indifesa vecchina...Cinque. Che lei, disturbato dai
coraggiosi dinieghi della signora, avendo rinunciato al piano di sposarla per
intascarne gli averi alla sua morte, si decise al furto dei suoi gioielli,
servendosi della scala di cui abbiamo parlato poc’anzi. Sei. Che, entrando in
casa, fece un gran baccano, baccano che spinse la vecchia a salire a
controllare: lei, scoperto, a sua volta respinse la vecchia dove era venuta,
facendola rotolare per le scale, ed uccidendola. Molto, molto bene! È tutto!
Allora, confessa?” chiese il pingue, puntando la pistola contro il
Pomelli imbavagliato, che non potè ovviamente rispondere alcunché
“...bene, confessa. Che mascalzone...assassino!” urlò.
Nel mentre, bussò alla porta un poliziotto, con i baffi, entrò, posò sul
tavolo del pingue un fascicolo, ed uscì salutando tutti, Pomelli compreso, che
timidamente accennò un saluto dal bavaglio.
“Ah...interessante. Caro Pomelli, credo che non abbiamo mica finito, qui,
sa? Poteva dircelo, così ci saremmo risparmiati un secondo interrogatorio...lei
non collabora...d’altronde, da un molestatore di vecchiette, non ci si può
aspettare che...Toglieteli il bavaglio!” –gridò sempre il pingue-
lo spazzacamino tolse il bavaglio
“Dunque...hanno rinvenuto il corpo senza vita di Eudemo Boulanger. Gli
hanno sparato. Lo conosce?”
“Non so chi sia” disse il Pomelli
“Rimbavagliatelo! Rimbavagliatelo!” gridò il pingue.
“...su...su...non perdiamo tempo, tanto questo non collabora...dunque,
bene, ecco: Uno. Lei conosceva Eudemo Boulanger, essendo questi amico di Monaldo
Brunella, a sua volta figlio della fu Luisa Brunella, che lei ha provveduto a
spingere giù da una scala, ricorda?” e non ottenne fisiologicamente risposta
dal bavaglio
“...non ricorda, peggio per lei.
Due. E’ovvio che Boulanger, a quanto risulta in atti, abbia commissionato
a lei una truffa all’ippodromo di Nizza, ed il sostanziale contestuale omicidio
della sua ex moglie, avvenuto due mesi fa, presso Nizza.
Tre. Dopo avere ammazzato la moglie, ha ucciso anche Boulanger, perché
non aveva i soldi con cui pagarla per la sua commissione.
Come è tutto chiaro, evidente, lampante!
Si vergogni, caro delinquente!”
“L’ergastolo non te lo toglie nessuno, nessuno!” minacciò lo
spazzacamino.
Il pingue si trascinò fuori dalla stanza: “io vado a bere un caffè, non
mi rompete i coglioni...verbalizza l’interrogatorio, la confessione, e chiudilo
in una cella, in attesa del giudizio”
“Va bene” rispose lo spazzacamino.
Poi il pingue uscì, lo spazzacamino liberò dal bavaglio Pomelli, che
protestò “Ma non ho ucciso nessuno! non ho ucciso nessuno!”
Corse verso la finestra aperta, e urlò nello spiazzo della questura “Non
ho ucciso nessuno, lo giuro, lo giuro!” piangendo:
lo spazzacamino capì al volo la sua opportunità, e lo spinse giù dalla
finestra.
Il defenestrato, fece un volo di quattro piani, e cadde a terra. Morto.
Quando il pingue tornò nella stanza, non trovò più il Pomelli: “beh, dove
lo hai messo?” chiese allo spazzacamino
“Si è suicidato, buttandosi giù dalla finestra...era aperta, l’ho
slegato...chi se lo aspettava!...gridava «io sono innocente!»”
“sì...innocente. Il fatto che si sia buttato è la prova probante che era
il più colpevole dei colpevoli” sentenziò con una massima d’esperienza il
pingue, che ne aveva viste tante, in vita sua.
XIII
ESPOSIZIONE BREVE DI ALCUNI FATTI CHE ACCADDERO NEI GIORNI SEGUENTI

Atlante Boulanger, tornato a casa, cenò con la moglie Adele ed i figli: il


suo pene in erezione non gli diede tregua tutto il giorno, e capì che l’aver
ammazzato il fratello non era servito a nulla, terapeuticamente parlando.
Ma si sentiva comunque sollevato, se non altro per aver vendicato
Patrizia, ed i suoi orgasmi.
Aveva puntato gli occhi sulla domestica, e sarebbe che avrebbe trascorso
così il resto dei suoi giorni da malato: Priapo notaio, oramai, non faceva che
appendere lo sguardo sul grembiule, le mani delicate ed i seni enormi della
ragazzina che lo serviva in casa.

L’avvocato Mirra, che oramai non riusciva più ad alzarsi dal letto,
perché il tumore procedeva irreversibile e fulmineo, fu non poco sorpreso di
vedere la mattina dopo la moglie mignotta ritornare tutta intera, senza sangue,
ed in perfetta forma a casa.
Monaldo stesso telefonò, chiedendo perché non si fosse presentato la sera
prima dalla puttana: Mirra pose a giustificazione il suo tramonto imminente.
Morì, nel suo letto, tre giorni più tardi, pieno di rabbia: lasciava una
moglie inconsolabile, un matrimonio rato e non consumato, ed il suo soprannome-
cognome: Mirra.
Lo aveva preso da bambino, a causa della sua balbuzie indecisa. Ad una
recita scolastica, a sfondo religioso, in scena l’epifania profana dei magi,
alla nascita del Cristo. Al piccolo futuro avvocato, era toccata la
personificazione in mantello blu cucito da mammà e tanto di corona di cartone
giallo canarino, il buon vecchio portatore di mirra.
Così, alla domanda del pubblico, chiamato ad interagire con i piccoli
personaggi di quel mediocre presepe “E tu, magio, che porti al Bambin Gesù?”,
egli, rimasto solo sul palco, e le luci che carezzavan al buio i suoi capelli
lunghi e riccioluti, si era esibito in una performance di Ebbene, Io porto la
mi, no... la bi... la bi...la mi, no...meglio, la...bi titubante ed
interminabile, sfogandola in un finale Porto la mi... la mi... la mi...La Birra!
tra gli applausi scroscianti di un pubblico crudele da cui qualcuno divertito
proponeva anche le patatine fritte ed i pop corn, ed i rimproveri delle suore
per aver fatto del Cristo un giovane alcolizzato, nel cui sentimento pio il
rigore non lascia nulla alla pietà. Soprattutto se si tratta di bambini.
E così, il povero Mirra, si prese da quel giorno sulla testa il
soprannome, a ricordargli che i magi non portano birra, ma mirra: e se lo portò
fino alla tomba, tra le mignotte e gli avvocati.

Monaldo si disperò sinceramente per la morte del Colonnello.


Intanto, però, era tutto preso dai suoi progetti: l’eredità gli
permetteva la svolta, la soluzione definitiva, la chiamava, della questione
sanitaria.
Il piano, in caffettano, elaborato davanti allo specchio, prevedeva la
ripulitura della città, insieme agli amici del cerchio magico, dalla spazzatura
del sistema: aveva anche fatto un elenco, che comprendeva 1.ebrei, a prescindere
dalle condizioni igieniche 2.preti con la sifilide 3.benzinai scorreggioni
4.comunisti con ascelle pezzate 5.puttane con la vagina non lavata, per
continuare minuziosamente passando per ogni categoria sociale, politica ed
economica, in una griglia igienica che perseguiva con la P-38 i criminali del
pulito.
Monaldo, va detto, era un poco fissato: e con i soldi, questa fissazione
s’era aggravata, appoggiandosi alla megalomania che ora poteva pienamente
soddisfarsi: progettò invasioni e rappresaglie, disegnò cartine con percorsi
militari, segnò i punti strategici.
Tutto questo, però, naufragò nel modo più banale la sera del giorno in cui
vi fu il funerale del colonnello.
Per onorare la memoria del defunto, il Brunella decise di passare da gran
signore al tavolo del gioco d’azzardo, suo antico vizio, antica passione: che,
sia detto, lo aveva reso senza un soldo nella vita, togliendoli sempre anche le
mutande.
Così, perse tutto, in una sola sera: casa, mobili quadri, giardino,
arance.
C’è poco da raccontare, nonostante l’evento così importante nella
dinamica dei fatti: quando un giocatore entra in un casinò, e sta perdendo,
allora è necessario che continui a perdere, tutto quanto possiede o indossa.
Più perde, più gioca, e più gioca, più perde.
Monaldo uscì dal casinò, povero come qualche tempo prima.
Ma ora senza più la mamma, che lo aveva sempre tenuto con sé, e sfamato,
stirato, lavato, pulito.
Dormì su una panchina, quella notte. E si chiedeva come mai vi fosse
entrato, in quel casinò dannazione dannazione. Non trovò nessuna risposta che lo
soddisfacesse completamente.
EPILOGO

Monaldo non sapeva più che fare, della sua vita: non aveva più nulla,
mamma non c’era più, disgraziata, ed i suoi fratelli non lo avrebbero aiutato,
avidi, e poco igienici, a sentir lui.
S’era giocato pure il suo caffettano. E questo, davvero, non se lo
perdonava.
Ora se ne girava in smoking per le vie della città, all’alba: non sapeva
dove andare.
Dovendosi arrangiare, avrebbe vissuto così, in smoking e basta.
Aveva sonno.
Passò davanti a casa del colonnello Boulanger, tirò un calcio ad un sasso,
e si accorse che la finestra era aperta, lì, al primo piano: s’arrampicò, e fu
nel salotto del colonnello. Pensò che sarebbe stato un buon posto per riparare:
il proprietario era morto, buon’anima, ed Atlante, conoscendolo, avrebbe presto
dimenticato, data la sua ricchezza, del trascurabile bene ereditato: quattro
muri, cadenti, con il soffitto che pioveva.
Si accomodò sulla poltrona del salotto, e si addormentò.
Non sapeva, che stava dormendo sui suoi gioielli.

Monaldo continuò a vivere nell’appartamento, e a campare con piccoli


furti. Ormai, a quell’età, non aveva che l’ambizione igienica, e
l’opportunità di rubare qualcosa, quando era possibile.
Riuscì a procurarsi una copia del Mein Kampf.
La sera lo studiava, come ai bei tempi del suo caffettano.
Poi si addormentava su quelle pagine, con la matita in mano, in poltrona.
Non seppe mai, di dormire sui suoi gioielli.
Pensava al suo caffettano.
E riposava sul bottino di un vecchio furto a casa sua.
Fine.

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