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EDOARDO SCARPANTI

IL FASCINO E IL POTERE DELLARTE


RICOSTRUIRE LA STORIA DELLA GRAMMATICA IN EUROPA
Si assiste abbastanza frequentemente, negli ultimi anni, al rinvigorirsi di un
dibattito forse in realt mai del tutto sopito, che verte essenzialmente sul ruolo e
sulla natura stessa della grammatica: una discussione, questa, la quale fatalmente
finisce per invadere diversi campi, dalla riflessione linguistica alla politica linguistica, coinvolgendo le aule accademiche cos come le sedi istituzionali. Se da
un lato vero che la querelle intorno al ruolo della grammatica ed alla sua stessa
natura nasconde spesso lo scontro fra diverse idee di grammatica, con recenti
tentativi di sottolinearne deliberatamente la funzione normativa, daltra parte si
sente forse lesigenza di fare allo stesso tempo un passo indietro, per focalizzare
meglio il problema nella sua complessit. Esiste, insomma, la necessit di rifondare la riflessione teorica sulla grammatica, e dunque anche sul suo ruolo nelleducazione linguistica, a partire da unanalisi scientifica che ne ripercorra e ne
riscopra con rigore e seriet levoluzione storica; la necessit, dunque, di reinterpretarne i concetti e la terminologia alla luce del loro sviluppo e di compiere tale
sforzo non solo in una prospettiva locale, ma considerando la nuova realt di
unEuropa unita e multilingue. In tal senso, credo che non si possano non condividere le parole che aprono un recente volume di cui vorrei discutere diffusamente fra poco: in sintesi si pu dire che studiare la grammatica significa partire dalla lingua e riflettere sulla lingua per giungere, anche attraverso le strutture
grammaticali, ad analizzare e a comprendere la cultura e le relazioni umane
nella loro complessit1.
Da questa e da simili esigenze, nato un importante progetto di ricerca intitolato Per una storia della grammatica in Europa, che ha visto coinvolte per
pi di due anni quattro Universit italiane. Il risultato concreto di questi studi
stato raccolto e presentato nel corso di alcuni convegni, i cui atti, con lodevole
quanto provvidenziale solerzia, sono stati recentemente pubblicati e resi in tal
modo accessibili alla comunit scientifica2; in particolare, vede la luce in questi

1
Le parole sono delle curatrici del volume, Celestina Milani e Rosa Bianca Finazzi;
cfr. MILANI-FINAZZI 2004: 5.
2
I quattro convegni sopra citati si sono tenuti nelle sedi delle Universit che hanno
partecipato al progetto, ovvero lUniversit del Piemonte Orientale di Vercelli, lUniversit di Verona, lUniversit Vita e Salute San Raffaele di Milano e, infine, lUniversit

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giorni grazie alle cure di Celestina Milani e di Rosa Bianca Finazzi, il volume
relativo allultimo convegno celebratosi nellambito del progetto di ricerca, che
riprende appunto nellintestazione il titolo dellintero progetto: Per una storia
della grammatica in Europa. I contributi di questa e delle precedenti raccolte
sono volti, dunque, a tessere lentamente una tela che, una volta completata,
possa restituirci laspetto ed il volto della storia della grammatica (e delle grammatiche): un disegno, questo, che ci fa grandemente rammaricare nel momento
in cui apprendiamo che il progetto di ricerca non potr essere ripreso e continuato nel prossimo futuro, almeno sino allauspicata ripresa dei finanziamenti da
parte del Ministero competente. Tale impegnativo disegno, comunque, aveva gi
avuto in Italia vari precedenti, fra cui limportante Storia della grammatica italiana di Ciro Trabalza (1908). A tuttoggi infatti, fatta eccezione per contributi
metodologicamente pi aggiornati ma necessariamente meno particolareggiati,
la Storia di Trabalza resta ancora lunico completo ed esauriente punto di riferimento per la ricostruzione della storia della grammatica nel nostro Paese, al
quale, pur con la dovuta prudenza critica, invariabilmente si attinge3.
La figura di questo celebre predecessore merita a questo punto, credo, qualche importante sottolineatura. Ciro Trabalza (Bevagna 1871-Roma 1936) lavor
per tutta la vita nellambito della scuola, ricoprendo tuttavia posizioni molto
diverse: inizialmente insegnante nelle scuole medie, nel 1912 divenne ispettore
centrale al Ministero della Pubblica Istruzione, quindi nel 1921 direttore generale delle scuole italiane allestero, per poi ricoprire il medesimo incarico in Italia
dal 1928 al 31; si noti, per inciso, che soltanto lultimo gradino del suo cursus
honorum fu salito durante la dittatura fascista4. Per comprendere limpostazione
della Storia della grammatica del professore umbro non si deve, in ogni caso,
dimenticarne la concezione filosofica di base, che risale essenzialmente allidealismo di stampo crociano e che avrebbe in seguito influito anche sul suo fortunato manuale intitolato La grammatica deglItaliani (1934). La posizione di Trabalza sul problema della grammatica risente, in realt, di due convinzioni difficilmente conciliabili che dovevano essere per in lui ugualmente radicate: da
una parte infatti egli riprende la critica radicale del valore scientifico della grammatica, frutto della dissoluzione della linguistica nellestetica propugnata da
Croce, accompagnata dallapparente fiducia nella lingua parlata; dallaltra, la
riduzione della grammatica normativa a semplice strumento empirico non gli
impedisce di compiangere apertamente e deplorare con tutte le sue forze lattuale abbandono della buona lingua italiana degli autori toscani. Ad illustrare ci,
pu bastare una breve citazione:
Le categorie grammaticali sorsero dal bisogno di comprendere e spiegare la relazione intercedente tra gli elementi del linguaggio e gli elementi del pensiero, il
Cattolica del Sacro Cuore di Milano; gli atti sono stati pubblicati in: GRAFFI 2004,
MARAZZINI-FORNARA 2004, MILANI-FINAZZI 2004.
3
In particolare, il primo volume della Storia della lingua italiana curata da Luca
Serianni e Pietro Trifone, dedicato a I luoghi della codificazione, contiene un autorevole
contributo in merito alla storia della grammatica in Italia, che per non pu ovviamente
comprendere o riassumere tutte le informazioni che sono riportate dalla vecchia monografia del Trabalza; cfr. su questo SERIANNI-TRIFONE 1994; MARAZZINI 2002: 40.
4
Cfr., sulla figura di Trabalza, BOSCO 1980: s.v.; MARAZZINI 2002: 40, 55-56;
ORIOLES 2004: 251.

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rapporto fra i segni e le cose (). E le categorie linguistiche si mantennero,


anche contro la loro inconsistenza scientifica, a soddisfare quella pratica esigenza, moltiplicate e suddivise secondo i vari punti di vista didattici. ()
Assolutamente necessario il mantenerle, in fondo, non sarebbe; perch a fornirci
il materiale linguistico, pu bastare ascoltare chi parla e leggere chi scrive5.

Tuttavia, a distanza di poche pagine il Trabalza aggiunge unaltra annotazione, che ci riporta nuovamente ad un aspetto fondamentale del progetto che precedentemente si descritto:
Sarebbe stato desiderabile fare, anzich la storia della grammatica italiana, quella
della grammatica in genere, in Italia e fuori, e in Italia stessa, anzich limitarsi
alla grammatica della lingua italiana, estendersi anche alle costruzioni di grammatiche delle lingue classiche6.

Lauspicio, a quasi un secolo di distanza, stato dunque infine raccolto: tornando al commento del recente volume Per una storia della grammatica in
Europa e dellintero sforzo di ricerca che esso testimonia, non si pu se non
apprezzarne il respiro finalmente europeo e, in senso diacronico, la volont di
esaminare la storia della disciplina sino dai suoi momenti fondanti. Certo, uno o
pi volumi di atti congressuali non possono presentare la stessa sistematicit e
completezza di un manuale, ma segnano senzaltro una strada da seguire, anche
quanto a rigore metodologico. Per illustrare le linee di principio che hanno ispirato questo progetto, valgano le parole che Claudio Marazzini scrive nella sua
presentazione del volume milanese:
() la storia della grammatica scavalca facilmente i confini delle nazioni, anche
se le singole grammatiche sono relative a una determinata lingua e si spiegano nel
contesto specifico che le ha prodotte, a volte assai limitato, condizionato dal
dibattito sulla questione della lingua, da una polemica con altri letterati, da una
riforma scolastica. Per i metodi che le ispirano e gli obiettivi che esse si pongono vanno al di l della prospettiva locale ().
Nel corso della nostra ricerca, dunque, si rafforzata in noi la coscienza della
necessit di scavalcare i confini della cultura nazionale, secondo un principio del
resto gi ben chiaro, grazie agli studi di storia della linguistica sviluppati negli
ultimi decenni. Il modello di questo modo di procedere potrebbe essere indicato
nella bella Storia della linguistica diretta da Giulio C. Lepschy per il Mulino di
Bologna, opera ormai celeberrima, la quale tuttavia continua a insegnare molto
anche a chi, come noi, abbia ritagliato dal grande campo della storia della linguistica lorticello della storia della grammatica7.

5
Le citazione tratta dallIntroduzione dellautore alla prima edizione della Storia
(TRABALZA 1908: 4-5); nellultimo paragrafo, il testo originale presenta Assolutamente
necessarie il mantenerle, che probabilmente un refuso di stampa per Assolutamente
necessario il mantenerle. In ogni caso, si noti che linteresse proclamato da Trabalza
nei confronti della lingua parlata e reale non si traduce mai, nella sua grammatica, in
esemplificazioni che esulino dalla tradizione letteraria; il fatto poi che le citazioni includano, oltre a Dante e Carducci, numerosi brani di Mussolini e persino di Italo Balbo si
spiega chiaramente con motivi extralinguistici piuttosto evidenti.
6
TRABALZA 1908: 7.
7
MILANI-FINAZZI 2004: 9; cfr. LEPSCHY 1990-94.

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Credo che sia utile a questo punto passare rapidamente in rassegna alcuni dei
contributi presentati in questo volume (MILANI-FINAZZI 2004), facendo per riferimento anche agli analoghi studi comparsi recentemente nelle precedenti raccolte prodotte dallo stesso progetto di ricerca (procedendo a ritroso, GRAFFI 2004
e MARAZZINI-FORNARA 2004). Non sar possibile, per evidenti ragioni di spazio,
analizzarli tutti diffusamente, ma credo che sia ugualmente importante fornire
un quadro generale del lavoro che stato svolto.
Let antica rappresentata anzi tutto dalla lucida analisi che Romano Sgarbi
dedica al problema dellesatta attribuzione della Ars Grammatica cosiddetta
dionisiana, analizzando con chiarezza i presupposti a favore e contro lidentificazione dellautore dellimportante opera grammaticale con Dionisio Trace. Le
argomentazioni presentate confermano decisamente quei sospetti, sullesattezza
dellattribuzione, che a partire dagli anni 50 gi aveva sollevato Vincenzo Di
Benedetto, discordando in questo con una diffusa tradizione storiografica8. La
questione non certo di secondaria importanza, poich a partire dalla tarda
Antichit e attraverso il Medioevo ed il Rinascimento la Techne rappresent, di
fatto, il germe vitale di ogni grammatica moderna9. I recenti ritrovamenti
papiracei, in particolare, confermano come tale testo si sia diffuso soltanto a partire dal III e IV sec. d.C., per poi assumere la propria veste definitiva nel V secolo: a tal proposito Sgarbi sottolinea lesistenza di un preciso terminus ante quem,
costituito dalla versione armena della Techne, che testimonia esattamente lo
stesso testo giunto sino a noi10. Non solo, ma ragioni di impostazione teorica, di
contenuto e di organizzazione della materia fanno propendere decisamente per
questa collocazione cronologica dellopera, escludendone allo stesso tempo un
rapporto diretto con la figura storica di Dionisio Trace. Ci si trova di fronte,
insomma, ad un testo probabilmente formatosi per successive sedimentazioni nel
corso dei primi secoli dellera volgare, sottoposto a vari rimaneggiamenti e ricopiature, nel quale tuttavia pu certamente essere confluito un insieme di idee e di
concetti di ascendenza dionisiana. Dunque, davvero condivisibile linvito finale di Sgarbi, affinch per rigore terminologico si indichi la Techne come unopera generalmente attribuita a Dionisio Trace.
Guido Milanese, invece, passando alla storia della grammatica in ambito latino analizza a fondo limportanza del ruolo che il De compendiosa doctrina di
Nonio Marcello riveste non solo per la filologia classica, come ben noto, ma
anche per la linguistica. Da un punto di vista storico-linguistico, infatti, il testo
noniano testimonia importanti fatti morfosintattici e soprattutto semantici, mentre allo stesso tempo costituisce una notevole testimonianza metalinguistica,
mediando dalle proprie fonti (glossografiche ed erudite) informazioni che altrimenti ci sfuggirebbero. Linteresse per Nonio, ancora forte in et carolingia,

8
SGARBI 2004: 35; sul problema, cfr. DI BENEDETTO 1958; 1973. Mi limito a riportare
nelle note alcune indicazioni relative ai contenuti qui riassunti, mentre per le complete
informazioni bibliografiche su ogni singolo contributo rimando sin dora alla Bibliografia
raccolta in calce a questo articolo, dove gli autori sono considerati separatamente.
9
FUNAIOLI 1951: 203.
10
SGARBI 2004: 36; 1991: 535-632; sulle problematiche generali relative alle traduzioni armene di testi greci, segnalo fra i contributi recenti: BOLOGNESI 2000; SGARBI
2001.

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diminuisce vistosamente nel Medioevo, per poi riproporsi prepotentemente dallet umanistica in poi, data la sua straordinaria importanza per la filosofia classica. Allesigenza di una nuova e aggiornata edizione di Nonio si accompagnano
infine alcune parole che non si possono non condividere:
Linteresse filologico positivo, naturalmente, ma ha sortito forse leffetto di far
considerare Nonio come autore riservato ai filologi e off limits per i linguisti. Ci
si augura che gli storici della linguistica vogliano riconsiderare lapporto di questo autore, ingiustamente ritenuto territorio esclusivo dei filologi classici e privo
di interesse diretto per la linguistica e la storia della grammatica (MILANESE 2004:
48)11.

La trattazione del periodo medievale, cruciale per la storia della grammatica


e dei concetti grammaticali, si apre con un interessante studio che Paola Pontani
dedica a La dottrina dei composti in Giuliano da Toledo12. A tale autore, arcivescovo di Toledo tra il 680 e il 690, si attribuisce da parte di molti studiosi unArs
grammatica, fortemente debitrice dellopera di Donato. Del trattato, interessante
in quanto ricco di elementi caratteristici del momento di transizione fra la lunga
tradizione latina e le nuove categorie interpretative, si analizza in questo contributo in particolare la teorizzazione dei fenomeni di composizione. Giuliano elabora in tal senso una notevole classificazione, che considera composti le parti
del discorso che siano a loro volta costituite da partes orationis; entro tale quadro di riferimento tradizionale, egli mostra poi una notevole libert nella trattazione di molti casi particolari talvolta risolti in maniera assai discutibile, forse
per influenza di Probo e di altri grammatici. In ogni caso, limpressione quella
che Giuliano perda sicurezza e compia errori di valutazione proprio in quei casi
in cui non poteva disporre prontamente di una solida tradizione grammaticale
alle spalle, il che decisamente significativo.
Allinizio dellXI secolo, invece, si colloca lEnchiridion di Byrhtferth, al
quale sono dedicati i contributi di Rosa Bianca Finazzi e di Paola Tornaghi13.
Importante opera dedicata al complesso problema del computo pasquale, il
manuale di Byrhtferth introduce per la prima volta una specifica terminologia
anglosassone per i concetti retorici nel corso di una digressione dedicata allesposizione delle diciassette figure del discorso, con scelte che per non avrebbero in seguito avuto fortuna; la fonte certamente da identificarsi con Isidoro di
Siviglia. Davvero impressionante il bilinguismo dellautore, che sceglie in
ogni occasione il codice linguistico pi adatto. Sono trattati anzi tutto gli accenti,
con la terminologia greca, latina e antico-inglese: acutus reso con gescyrpt
appuntito, affilato, gravis con hefig pesante, circumflexus con gebiged curvato, piegato, e cos via; segue quindi un elenco dettagliato dei segni diacritici,

11
Milanese aveva gi precedentemente affrontato il problema; cfr. in particolare
MILANESE 2001a; 2001b.
12
PONTANI 2004; sulla complessa questione dellesatta identificazione dellautore
dellopera, si vedano ora Maestre Yenes (1971), che ne ha curato ledizione critica e non
attribuisce lArs a Giuliano, e Munzi (1983: 153-159), il quale invece propende per la tesi
opposta. Il problema, comunque, non sembra di semplice soluzione.
13
FINAZZI 2004; TORNAGHI 2004; Paola Tornaghi si era gi occupata dellopera di
Byrhtferth nel corso di un Convegno del 1995 (TORNAGHI 1998).

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ed ancora molte altre annotazioni. Colpiscono, in particolare, le frequenti affermazioni dalle quali facile comprendere lintento fortemente pedagogico che
spingeva Byrhtferth a coniare una simile terminologia grammaticale e retorica,
allo scopo di insegnare pi facilmente ai giovani monaci anglosassoni. Un concetto del tutto particolare e molto importante anche nellodierna teorizzazione
linguistica, gi presente ed utilizzato proprio nellEnchiridion, studiato da R.
B. Finazzi: si tratta del barbarismus. Dopo averne tratteggiato con grande precisione lo sviluppo storico nel corso dei secoli precedenti, dalla tradizione grecolatina sino allInghilterra alto-medievale con Aldelmo di Sherborne ed Aelfric,
si sottolinea il valore che tale termine ha in Byrhtferth: con questo autore, che
scriveva in un ambiente multilingue ed era egli stesso plurilingue (conoscendo
antico inglese, latino e francese), il valore di barbarismus va stemperandosi, con
la nascita della convinzione che esso possa essere un errore non particolarmente
grave, ma una semplice anomalia, un forestierismo, in un ambiente dove certamente i fenomeni di interferenza linguistica dovevano essere particolarmente
forti ed evidenti; significativamente, le esemplificazioni che seguono la definizione non sono pi tratte dalla tradizione latina, ma dalla lingua del luogo, proprio come avverr per lislandese dellautore del Terzo trattato grammaticale14.
Per quanto concerne let umanistica, il contributo di Violetta De Angelis
rivela, per la prima volta, un sorprendente quanto interessante intervento di
interpolazione al quale il milanese Bonino Mombricio ha sottoposto il testo dellElementarium di Papia, preparandone ledizione riproposta pi volte a partire
dal 147615. Il fatto non ha soltanto grande rilevanza filologica, ma allo stesso
tempo importante dal punto di vista strettamente linguistico, data la natura stessa
dellopera di Papia. In sintesi, Mombricio ha operato un vistoso taglio sulle porzioni del glossario relative alla lettera Y (da 169 a 3 lemmi) e alla lettera X (da
43 a 25 lemmi); non solo, ma egli ha anche risistemato tutti i lemmi, ovviamente
prestiti greci, in cui compariva (o riteneva che comparisse) unaspirazione iniziale, registrati nel testo sotto le lettere H, I ed Y. Emblematico proprio il caso
della lettera Y: Papia aveva incluso sotto tale distinctio tutte le parole greche che
iniziassero originariamente con hy- e con -(h)i, aumentandone a tal modo il
numero complessivo; Mombricio reintroduce le aspirazioni iniziali e riorganizza
lintera sezione, con interessanti esempi di ipercorrettismi.
Altri studi raccolti nel volume sono dedicati al XVI secolo, un momento cruciale per molti aspetti della storia della riflessione linguistica. Anna Slerca mette
in luce i rapporti fra il manifesto della Pliade, cio il trattato di Joachim Du
Bellay dedicato alla Deffence et Illustration de la langue franoyse (1549), e il
14
Sul multilinguismo dellInghilterra in questo periodo storico, cfr. DEROLEZ 1992;
fra i numerosi studi recentemente dedicati ai contatti di lingue nel mondo antico, si
segnalano in particolare gli atti di un Convegno tenutosi a Milano nel marzo del 2001
(FINAZZI-MILANI-TORNAGHI-VALVO 2002).
15
DE ANGELIS 2004. Questo studio nasce dalle personali fatiche della studiosa, impegnata in un progetto a lungo termine che , credo, estremamente importante: unedizione
critica del testo di Papia, condotta secondo moderni criteri. Di tale lavoro, molti hanno
gi potuto apprezzare il volume dedicato alla lettera A del glossario (DE ANGELIS 197780); a questultimo, si aggiunga ancora ledizione critica della lettera C, che Patrizia
Alloni ha preparato come tesi finale del dottorato di ricerca in Glottologia e filologia
presso lUniversit degli Studi di Milano, nel 1999.

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De vulgari eloquentia di Dante Alighieri, formulando mediante riscontri puntuali e notevoli lipotesi secondo la quale lopera del poeta fiorentino abbia rappresentato, di fatto, una fonte importantissima per la composizione del libro di Du
Bellay16. La Deffence mostra senzaltro anche altri influssi provenienti da riflessioni di area italiana, fra i quali davvero notevole lapporto del Dialogo delle
lingue di Sperone Speroni e non insignificanti sono i riferimenti alle Prose della
volgar lingua del Bembo, ai Ragionamenti del Gelli e al De imitatione di Bartolomeo Ricci, ma certamente la presenza del trattato dantesco costituisce una
nuova e significativa fonte da prendere in considerazione; riscoprire e rivalutare
tale rapporto di dipendenza, inoltre, pu aiutare a gettare nuova luce sul problema della presenza e dellinfluenza del De vulgari eloquentia nei secoli che precedono la sua riscoperta ufficiale, collocata generalmente nel secondo decennio del XVI secolo17. Concetti, termini specifici e persino precisi passi di opere
letterarie citati nei due testi mostrano effettivamente la vicinanza, davvero molto
probabile, fra lopera dantesca e il manifesto della Pliade. Le grammatiche del
Cinquecento ebbero in alcuni casi uno straordinario successo: il caso, senza
dubbio, della grammatica latina di Manuel Alvarez intitolata De institutione
grammatica (1575), presentata ed esaminata in un interessante contributo ad
opera di Mario Iodice. Il manuale di Alvarez ebbe una grandissima fortuna, sancita dalladozione nella Ratio studiorum della Compagnia di Ges nel 1599 e dal
sorprendente numero di traduzioni nelle lingue pi varie, giungendo sino a contare qualcosa come quattrocento diverse edizioni. Di impostazione rigidamente
normativa e tenacemente fedele agli autori della latinit classica, era redatto
nella versione originale direttamente in latino: lo scopo dichiarato era, infatti,
quello di formare una competenza attiva nella lingua non soltanto scritta, ma
anche parlata, con una notevole attenzione per gli elementi retorici. Proprio queste caratteristiche della grammatica dellAlvarez, che ne avevano facilitato la
diffusione, ne decretarono anche il lento declino nel momento in cui il latino
cess di rappresentare una lingua di cultura sovranazionale effettivamente parlata, ormai relegato allambito ristretto della liturgia della Chiesa cattolica. In un
terzo saggio dedicato a questo secolo, Simone Fornara propone un confronto a
livello strutturale tra le prime grammatiche italiane della lingua volgare, analizzandone lorganizzazione della materia e la scelta delle sezioni da sviluppare ed
arricchendo il confronto, inoltre, con i riferimenti alle grammatiche tradizionali
della lingua latina ed alcune analoghe trattazioni relative ad altre lingue europee18. Un simile studio, oltre a mettere a disposizione degli studiosi utili (e chiare) tabelle comparative delle grammatiche prese in esame, dimostra e conferma
come la scelta da parte degli autori cinquecenteschi di un determinato schema
16
SLERCA 2004. La studiosa aveva gi formulato questa interessante ipotesi nel corso
di un Convegno di studi svoltosi a Milano nellAprile del 1997 (per il quale cfr. SLERCA
1998).
17
Tra i vari contributi che discutono tale complesso problema, segnalo in questa
occasione lautorevole presa di posizione di Angelo Mazzocco (1993: 4-23), a favore di
una datazione alta della riscoperta del trattato, o meglio di una vera e propria continuit
nella tradizione dello stesso, nella comunit degli eruditi, fra XIV e XVI secolo.
18
FORNARA 2004b; lo stesso autore si era gi in precedenza occupato delle grammatiche del Cinquecento italiano (2004a) e, in particolare, delle Regole grammaticali della
volgar lingua di Giovanni Francesco Fortunio (2003).

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espositivo per la trattazione della materia comporti, di fatto, gi uneffettiva


presa di campo ed un implicito riferimento alla fonte di volta in volta adottata,
determinando da subito i particolari sviluppi che la trattazione avr nel corpo
dellopera. Grazie anche allanalisi puntuale di un singolo caso, quello cio rappresentato dalle trattazioni del problema dellinterpunzione, Fornara conclude
affermando giustamente che
anche le sezioni che nelle nostre grammatiche appaiono come le pi innovative,
diciamo pi proprie del volgare, in realt affondano le radici anchesse nelle parole dei grammatici latini. () Per trovare dei punti di maggior distacco dalla tradizione latina bisogna abbandonare il piano strutturale per scendere al caso particolare, alla singola regola o alla questione minuta (FORNARA 2004b: 194-195).

Un testo davvero poco conosciuto, ma di grande interesse linguistico, presentato e commentato da Celestina Milani: si tratta di alcuni appunti manoscritti
lasciati dallo studioso milanese Gian Vincenzo Pinelli (1535-1601), che spaziano con sorprendente erudizione dalla lessicologia alla grammatica, alla comparazione storico-linguistica19. Dopo aver presentato un glossario che raccoglie molti
termini latini accompagnati dal corrispondente termine greco, Pinelli discute
ampiamente i singoli casi affrontandoli dal punto di vista fonetico e morfologico, partendo dal presupposto di una derivazione diretta della lingua latina dal
greco e, in particolare, dal dialetto eolico. A tale proposito, la Milani sottolinea
come una simile convinzione non fosse affatto nuova: accenni allo speciale rapporto fra eolico e latino erano gi presenti in alcuni passi di Varrone, somiglianze fonetiche erano state notate da Ateneo, ed ancora il dialettologo Gregorio di
Corinto riteneva, pur su basi differenti, che i Romani fossero coloni degli Eoli.
A parte questa impostazione di fondo ovviamente oggi non pi scientificamente
difendibile, Pinelli dimostra tuttavia di aver intuito anche un altro elemento,
questa volta confermato dalla moderna dialettologia greca: lo stretto rapporto fra
eolico e dialetto beotico, che gli permette di tracciare isoglosse comuni finalizzate alla dimostrazione del suo assunto iniziale. Meritano di essere sottolineati,
in particolare, i passi in cui si discutono i fonemi che oggi trattiamo come esito
delle labiovelari indoeuropee: le intuizioni che emergono dallo scritto si rivelano, in molti casi, sorprendentemente valide e attuali. Nella seconda parte del suo
contributo, la Milani ci fornisce, infine, unaccuratissima recensione della nascita e dello sviluppo della teoria delle labiovelari nei maggiori linguisti a partire
da Franz Bopp, precursore dei quali dobbiamo ormai considerare, a questo
punto, anche Gian Vincenzo Pinelli.
Il secolo XVII toccato poi dal contributo di Michele Colombo, che mette a
fuoco le fonti della grammatica Della lingua toscana di Benedetto Buonmattei.
Fra queste, si enumerano Bembo, Castelvetro, Salviati, Benedetto Varchi, oltre a

19
Il manoscritto, conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, porta la segnatura H 1 inf.; i fogli da 1 a 133 (tranne i ff. 14r-17r) sono senzaltro autografi del Pinelli e le
note comparative greco-latine sono contenute in particolare nei ff. 81r-97v: essi comprendono un glossario comparato greco-latino (81r-86v), alcune definizioni grammaticali che
riprendono soprattutto lArs attribuita a Dionisio Trace (88r-91r) e quindi la discussione
fonetica e morfologica delle corrispondenze greco-latine precedentemente evidenziate
(92v-97r).

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contributi meno noti, quali Giulio Cesare Scaligero con il De causis linguae latinae e Rinaldo Corso; fra questi ultimi, si sottolinea in particolare la presenza
delle poco diffuse Regole del Giambullari. A tali considerazioni si aggiunge la
sottolineatura di un aspetto generalmente non notato, quello cio dellorganizzazione interna e della veste tipografica dellopera del Buonmattei, che ne testimoniano la chiarezza e la modernit.
Agli ultimi due secoli dedicato, anzi tutto, lo studio di Vincenzo Orioles,
intitolato Il Ruolo della grammatica nellinsegnamento da Ascoli a Lombardo
Radice. Esiste, infatti, un forte legame fra le affermazioni fatte nel 1875 da Graziadio Isaia Ascoli e le posizioni espresse, quasi cinquantanni dopo, da Lombardo Radice: una continuit che va cercata anzi tutto nellimportanza data alluso del dialetto nella scuola e nellambito delleducazione linguistica in generale.
Il quadro di riferimento noto e ben sintetizzabile nelle parole di De Blasi:
Per quanto riguarda il nesso tra dialetto e didattica si sono di volta in volta prospettate due tendenze opposte, spesso compresenti e contemporanee nella scuola
italiana: luna fondata sullopinione che lacquisizione della lingua comporti linevitabile sacrificio del dialetto; laltra che tratta questultimo come un punto di
partenza utile, in quanto patrimonio culturale gi posseduto dagli scolari, dal
quale muovere, in un processo dal noto allignoto, verso la conquista dellitaliano20.

Lidea di fondo, del passaggio attraverso il dialetto, era in buona parte di


matrice ascoliana, ma nel breve periodo non fu seguita, anzi venne di fatto obliterata dai programmi ministeriali del 1905 e dallintera politica linguistica successiva21. Soltanto il pedagogista siciliano Giuseppe Lombardo Radice (18791938) formul, infatti, un programma educativo che valorizzasse il patrimonio
linguistico e culturale dello studente, inaugurando il metodo Dal dialetto alla
lingua che egli propagand quando ricopr il ruolo, fra il 1922 e il 24, di direttore generale dellistruzione primaria e popolare. Scontrandosi con le diffuse
idee contrarie alluso del vernacolo, rappresentate da posizioni come quelle di
De Amicis con Lidioma gentile, egli ebbe tuttavia dalla sua parte personalit
come quella di Ciro Trabalza, di cui si gi parlato pi sopra22.
Dario Corno esamina, invece, alcuni aspetti linguistici presenti in un manuale di retorica della seconda met dellOttocento sorprendentemente moderno, gli
Elementi di rettorica compilati per uso delle scuole italiane di Giuseppe Rigutini (1882)23. La questione della lingua, infatti, penetra nelle trattazioni di grammatica principalmente attraverso la scelta degli autori e dei brani da citare come
20

DE BLASI 1993: 403-404.


DE BLASI 1993: 406-407.
22
Si ricorda qui, per inciso, che Trabalza pubblicava nel 1917 una grammatica per le
classi elementari significativamente intitolata Dal Dialetto alla Lingua; cfr. ORIOLES
2004: 251.
23
Sulla storia della retorica in Italia e sul problema specifico del rapporto fra trattati
di retorica e questioni linguistiche, oggi il riferimento dobbligo a MARAZZINI 2001:
199-230; riguardo alla retorica in Europa, si segnala invece FUMAROLI 1999. Lopera di
Rigutini pi conosciuta senzaltro il Vocabolario italiano della lingua parlata (1875),
citato in genere come Rigutini-Fanfani, ma in realt frutto soprattutto del lavoro del primo.
21

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modello e come esempio di uso corretto dellitaliano, ma allo stesso tempo le


medesime influenze possono anche essere presenti nei manuali di composizione
e di retorica, magari nella versione di una grammatica ingenua (CORNO 2004:
291). Il Rigutini crede che si debbano scrivere libri di retorica principalmente
per due scopi: educare al sentimento del buono e del bello e provvedere quelle
notizie letterarie che sono indispensabili per la cultura; egli inoltre ritiene che sia
necessario allo stesso tempo insegnare le buone regole e proprio alla grammatica dedica la prima parte del suo manuale. Da buon manzoniano, poi, egli tiene
molto alla retta pronuncia e deplora fortemente, ad esempio, le differenti rese
delle vocali toniche nelle parlate delle diverse regioni dItalia. Grande attenzione
dedicata alla sintassi e agli esercizi di composizione, che si rivelano particolarmente felici e precorrono decisamente gli odierni metodi glottodidattici e particolari espedienti moderni, come gli esercizi di sentence combining; ancora, la
norma grammaticale si apprende e si estrae dallesercizio svolto, e non il contrario.
Altri contributi non si dedicano esclusivamente ad un periodo storico, ma
seguono piuttosto levoluzione diacronica di concetti o di problematiche grammaticali in diverse epoche e paesi. il caso del saggio di Giulio Lepschy che
apre il volume milanese (LEPSCHY 2004), nel quale si analizza il problema dellordine delle parole nel suo sviluppo storico. Anzi tutto, si discute su problemi
teorici e terminologici, come la dicotomia chomskiana fra strutture superficiali e
profonde, la distinzione fra ruoli tematici (ad es. agente e paziente) e funzioni
grammaticali (soggetto e oggetto), per poi analizzare la posizione dei modistae,
con il tentativo di collegare direttamente lordine lineare dei significanti con le
strutture semantiche, sovrapponendo le desinenze casuali e i ruoli tematici stessi,
senza considerare le funzioni grammaticali tradizionali. Si analizza poi il rapporto fra ordine delle parole e interpretazione semantica in alcune grammatiche del
Cinquecento, tra cui quelle di Linacre, Giambullari e Cavalcanti, per presentare
infine la teorizzazione di Henri Weil. Particolarmente interessante proprio la
posizione di Weil, di formazione filologica, che nel suo saggio De lordre des
mots (1879) propone unanalisi che si basa sulla coesistenza di tre differenti
piani sovrapposti: anzi tutto lordine delle parole, che coincide perfettamente
con quello che egli chiama lordine delle idee; in secondo luogo, lordine sintattico, cio quello dei rapporti grammaticali, che non muta con il cambiare del
semplice ordine delle parole; infine, laspetto di quella che Weil definisce laccentuazione oratoria (oggi forse parleremmo di fattori soprasegmentali), che
cruciale per il valore della frase. Non , credo, unintuizione da poco.
Giorgio Graffi esamina lo sviluppo storico della terminologia relativa al concetto di frase, evidenziando il declino del latino oratio, a cui si sostituito lentamente propositio. La questione complessa, ma decisamente importante: non
a caso pochi anni fa Edoardo Vineis ha dedicato uno studio proprio al concetto
di oratio, dimostrando come il termine avesse in latino il significato precipuo di
frase e assai meno sovente quello di discorso, cosicch la nota espressione
partes orationis andrebbe di fatto resa con parti della frase, e non parti del
discorso 24. Graffi ricostruisce lo sviluppo del concetto correlato, descrivendo
con attenzione le posizioni di Aristotele, Dionisio Trace, Apollonio Discolo,
24

GRAFFI 2004b: 255; VINEIS 1998: 521-526.

IL FASCINO E IL POTERE DELLARTE

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Boezio e altri ancora, sino a giungere allepoca moderna con Bembo e Giambullari, che usano il termine parlare, e con Dolce che usa parlamento; per il termine propositio si deve attendere la met del Seicento, con la Grammatica audax
dello spagnolo Caramuel, il quale inaugura un uso che verr poco pi tardi adottato dalla Grammaire di Port-Royal, secondo la quale la proposizione da identificarsi con il giudizio, cio con lattribuzione al soggetto di una determinata
caratteristica espressa dal predicato; da qui, la preferenza per il termine proposizione si diffonder anche in Italia, sino alluso che ne fa lo stesso Manzoni.
Il contributo di Giovanni Gobber, invece, esamina in maniera molto particolareggiata gli usi degli equivalenti in tedesco ed in russo del concetto indicato
con il latino particula particella: il termine Partikel compare in tedesco sin dal
XIV secolo, mentre astica viene utilizzato in russo dallinizio del Settecento.
Schematizzando, i valori che queste espressioni sembrano ricoprire in genere
oscillano fra tre differenti possibilit: possono indicare unit che compaiono
come libere o legate, cio come free o bound forms (come avverbi e preposizioni, dunque, o come affissi); possono riferirsi a parole indeclinabili; possono infine indicare parole sincategorematiche, non autonome. Se la prima valenza nasce
gi con lindoeuropeistica dellOttocento, nella trattazione dei preverbi e dei
prefissi in genere, la seconda si afferma invece nel corso della seconda met del
Novecento, in particolare nellambito delle grammatiche di riferimento (per il
tedesco si pensi alla Dudengrammatik); invece la scuola russa a sottolineare il
terzo aspetto, quello della sincategorematicit, passando dal piano prevalentemente morfologico a quello semantico, precorrendo di fatto la riflessione sulla
pragmatica degli ultimi decenni. Il risultato finale per che, inevitabilmente, in
Germania il termine Partikel sfugge a tuttoggi ad una definizione univoca.
Ad un altro concetto grammaticale, linteriezione, dedicato lintervento di
Sara Cigada, che ne segue attentamente lo sviluppo tra tarda Antichit e
Medioevo, analizzando le posizioni di Donato, Prisciano, Pietro Elia, Ruggero
Bacone e Michele di Marbasio25. Ci si sofferma ad esaminare, fra le altre, la
determinante ed influente proposta di Prisciano, che sembra considerare linteriezione unautonoma pars orationis, distinta dallavverbio; si tratta di un elemento grammaticale che significa un affectus mentis per mezzo di una vox
incondita (CIGADA 2004: 113). Dopo molti altri sviluppi, questultima posizione viene infine ripresa ed ampliata da Michele di Marbasio. Similmente, Maria
Cristina Gatti ricostruisce la storia della riflessione grammaticale sulla negazione, dalle teorizzazioni antiche sino a Port-Royal. Se nel periodo classico le prese
di posizione sono motivate da interessi principalmente logico-filosofici, assai
differenti sono le trattazioni di et tardo-antica e imperiale, che influiranno fortemente sul Medioevo e saranno superate soltanto dalle nuove teorie portorealiste.

25

Questo contributo nasce, in particolare, come parte integrante di un pi vasto progetto, che si propone di svolgere unaccurata ricerca riguardo alle manifestazioni testuali
che rivelano il coinvolgimento emotivo del parlante e, parallelamente, alle strategie
messe in atto dal parlante stesso al fine di coinvolgere il destinatario; su questo, cfr. il
recente RIGOTTI-CIGADA 2004. Sul problema specifico dellinteriezione, molto chiara la
sintesi offerta da GRAFFI 1996; sulle posizioni in merito espresse della linguistica moderna, soprattutto con il contributo della pragmatica, sono molto utili: WHARTON 2003 (ma
solo sul versante contemporaneo); AMEKA 1992, e la lucida analisi di WIERZBICKA 1992.

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EDOARDO SCARPANTI

Vengono analizzate in tal senso le posizioni di Platone, con la negazione intesa


come diverso (piuttosto che come contrario), di Aristotele, con importanti
intuizioni sulla tipologia della negazione e con idee che sembrano precorrere il
concetto di scope della linguistica contemporanea, sino a quella degli stoici, con
la creazione del concetto di negazione come operatore logico preposizionale;
linteresse esclusivamente normativo e classificatorio dei grammatici tardo-antichi viene, infine, superato dalla teoresi di Port-Royal, nellambito della pi
ampia elaborazione dellidea di una grammatica generale.
Cito ancora il saggio di Sergio Airoldi, che dimostra quale interesse rivesta a
tuttoggi una prospettiva metodologica apparentemente dimenticata dalla linguistica contemporanea, quella cio espressa nel trattato su La filosofia della grammatica di Otto Jespersen, pubblicato la prima volta nel 1924. La natura del linguaggio sta, secondo Jespersen, nellattivit umana, nello sforzo che un individuo compie quando cerca di comunicare con un altro; la parte del linguaggio che
oggetto della grammatica proprio questa, che si svolge interamente fra emittente e ricevente. evidente come una simile prospettiva non sia stata certamente fatta propria dalle teorie linguistiche di matrice strutturalista, gi a partire dal
Cours di De Saussure, riducendo invece la concreta esecuzione linguistica dei
soggetti parlanti alla dimensione individuale e parzialmente irrilevante della
parole. Solo pi di recente, alcune affermazioni di Chomsky sembrerebbero
attribuire nuovamente alla coppia parlante-ascoltatore una funzione significativa, sebbene chiaramente i ruoli di parlante e di ascoltatore chomskiani non siano
assimilabili a quelli descritti a suo tempo da Jespersen. Tuttavia, proprio oggi
alcune delle posizioni e delle teorizzazioni contenute nella Filosofia della grammatica possono rivelarsi nuovamente utili per la discussione sul linguaggio.
Unaltra faccia della grammatica quella, poi, descritta da Bona Cambiaghi, che
dedica il suo contributo allapprofondimento del problema della grammatica
pedagogica. Nato allinizio degli anni 70, il concetto di grammatica pedagogica
si presta a differenti interpretazioni: ci si pu riferire, infatti, alla grammatica
dellinsegnante, oppure alla grammatica degli esempi contrapposta a quella delle
regole, o semplicemente ad una grammatica che, volta a stimolare e facilitare
lapprendimento linguistico, tenga conto degli apporti della psicologia e degli
aspetti propriamente didattici. Lautrice descrive con attenzione alcune correnti
teoriche, per soffermarsi sulla cosiddetta performance grammar di Carroll, che
sembra contenere tutti gli elementi di quella che , o dovrebbe essere, una grammatica pedagogica. chiaro comunque, che una grammatica di questo tipo deve
necessariamente contenere almeno due elementi fondanti: quello intentivo e
quello codale. In questo senso, si pu affermare che il recente quadro comune di
riferimento europeo per lapprendimento delle lingue abbia recepito questa esigenza: una precisa valutazione, ovviamente, sar possibile quando lincipiente
sperimentazione sar giunta ad un punto significativo26.
Per ultimo, vorrei citare il bel saggio che chiude la raccolta del Convegno
milanese, dedicato da Claudio Marazzini alla grammatica di Bruno Migliorini;
un saggio, questo, che mi fornisce per altro lo spunto per riallacciarmi diretta26
Ledizione italiana del framework, pubblicata grazie al Council of Europe,
QUARTAPELLE F.-BERTOCCHI D. (a cura di), Quadro comune europeo di riferimento per le
lingue: apprendimento, insegnamento, valutazione, Firenze, La Nuova Italia, 2002.

IL FASCINO E IL POTERE DELLARTE

151

mente a quanto si detto in apertura a proposito della Storia della grammatica


italiana di Ciro Trabalza, riferimenti ed accenni alla quale sono presenti in
buona parte dei contributi qui presentati. Migliorini pubblic nel 1941 la sua
opera, intitolata La lingua nazionale. Avviamento allo studio della grammatica e
del lessico italiano per la scuola media: per molti aspetti, la modernit e lattualit delle linee guida di quella grammatica sono ancora oggi evidenti. Nellintroduzione premessa al volume, Migliorini scriveva:
Anzitutto, la grammatica si studia troppo o troppo poco? Non sembri paradossale
quello che ora diremo: a noi sembra che la grammatica si studi troppo, e la lingua
troppo poco. ()
Come risolvere questo problema apparentemente senza soluzione: conservare lo
schema grammaticale consueto, e insieme allargare notevolmente i quadri dello
studio della lingua, dando larga parte alla ginnastica lessicale e ristabilendo i contatti fra le varie categorie? () la [soluzione] pi pratica mi sembra quella di trasportare, per cos dire, il centro di gravit del libro alla parte destinata alle esercitazioni (MIGLIORINI 1941: pp. V-VII).

Eppure resta ancora diffusa lopinione secondo cui il quadro della grammatica nella scuola si sia mosso per i sommovimenti provocati dalle riforme della
Repubblica postbellica, sotto la spinta delle contestazioni di don Milani e delle
Dieci tesi per uneducazione linguistica democratica (MARAZZINI 2004: 351);
nonostante ci, lesame dellopera di Migliorini dimostra come una simile convinzione vada almeno rivista. Gli esercizi pratici che compaiono in questa grammatica non sono soltanto particolarmente numerosi e significativi, ma godono di
una notevole autonomia nelleconomia del testo; gli esercizi stessi, cosa veramente notevole, non seguono le enunciazioni delle norme grammaticali, ma al
contrario le precedono direttamente, compiendo una vera e propria riforma del
sistema deduttivo-normativo. Il manuale di Migliorini ebbe giustamente fortuna,
anche dopo la guerra, e a partire dal 1963 le nuove edizioni portarono un nuovo
titolo, significativo e programmatico: Lingua viva.
Se lecito trarre una conclusione, ci si deve senzaltro augurare che questo
progetto di ricerca, che ha fruttato cos ampie messi e ha avuto il merito di
affrontare con nuovo vigore il campo -forse mai sufficientemente arato- della
storia della grammatica in Italia, ma che allo stesso tempo si dimostrato aperto
alla cultura europea e al multilinguismo, possa continuare a dare frutti ed essere
perpetuato nel prossimo futuro. Non si deve dimenticare, credo, che studi come
quelli che qui si sono commentati dimostrano che i migliori risultati, nella storia
del pensiero linguistico, si sono ottenuti proprio in quei periodi storici e in quegli ambienti culturali nei quali ci si confrontava quotidianamente con i risultati
ottenuti dalla riflessione dei secoli gi scorsi; laddove si studiava con attenzione,
in poche parole, la storia della grammatica e della riflessione linguistica.

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