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PAUL AUSTER

Trilogia di New York


Citt di vetro - Fantasmi - La stanza chiusa
Traduzione di Massimo Bocchiola
Editing by: comablack

Indice
Citt di vetro .....................................................................................................3
1.......................................................................................................................4
2......................................................................................................................10
3......................................................................................................................18
4......................................................................................................................25
5......................................................................................................................27
6......................................................................................................................31
7......................................................................................................................37
8......................................................................................................................43
9......................................................................................................................51
10....................................................................................................................63
11....................................................................................................................71
12....................................................................................................................77
13....................................................................................................................86
Fantasmi .........................................................................................................91
La stanza chiusa ............................................................................................129
1....................................................................................................................130
2....................................................................................................................137
3....................................................................................................................145
4....................................................................................................................153
5....................................................................................................................158
6....................................................................................................................167
7....................................................................................................................175
8....................................................................................................................187

Citt di vetro

1.
Cominci con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la
voce allapparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo,
quando fu in grado di pensare a ci che gli era accaduto, avrebbe concluso che
nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. Allinizio, non
cerano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non se si sarebbero potuti
sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse gi stabilito a partire dalla prima parola
detta dallo sconosciuto. La questione la storia in s: che abbia significato o meno,
non spetta alla storia spiegarlo.
In quanto a Quinn, non serve dilungarsi su di lui. Chi fosse, da dove venisse e cosa
facesse non ha molta importanza. Sappiamo, per esempio, che aveva trentacinque
anni. Sappiamo che un tempo era stato sposato, che era stato padre, e che ora la
moglie e il figlio erano morti. Sappiamo anche che scriveva dei libri. Per essere
esatti, scriveva romanzi gialli. Questi romanzi li firmava con il nome di William
Wilson e li produceva al ritmo di circa uno allanno; il che gli garantiva abbastanza
denaro per vivere modestamente in un piccolo appartamento di New York. Dato
che a un romanzo non dedicava mai pi di cinque o sei mesi, per il resto dellanno
era libero di fare quello che voleva. Leggeva molti libri, visitava le gallerie darte e i
musei, andava al cinema. In estate guardava il baseball alla televisione; dinverno
andava allopera: ma la cosa che in assoluto preferiva era camminare. Quasi ogni
giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava lappartamento e girava
per la citt mai con unautentica meta, andando semplicemente dove lo
portavano le gambe.
New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la
esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la citt lo lasciava
sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella citt, ma anche
dentro di s. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e
nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede,
eludeva lobbligo di pensare; e questo, pi di qualsiasi altra cosa, gli donava una
scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava
intorno e davanti, e la velocit del suo continuo cambiamento gli rendeva
impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco
allatto di porre un piede davanti allaltro concedendosi di seguire la deriva del
proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava
pi dove ci si trovava. Nelle camminate pi riuscite giungeva a non sentirsi in
nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in
nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era
sicuro di non volerlo lasciare mai pi.
In passato Quinn era stato pi ambizioso. Nella prima giovinezza aveva pubblicato
alcuni libri di poesie e scritto drammi e saggi critici, nonch lavorato a una quantit
di ponderose traduzioni. Poi, di colpo, aveva piantato tutto. Una parte di lui era
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morta, spiegava agli amici, e non voleva che tornasse a tormentarlo. Era stato
allora che aveva scelto il nome di William Wilson. Quinn non era pi la parte di s
capace di scrivere libri, e anche se sotto molti aspetti continuava a esistere, Quinn
esisteva solo per se stesso.
Aveva continuato a scrivere perch sentiva che non avrebbe potuto fare altro. I
romanzi gialli gli erano parsi una soluzione ragionevole. Non faceva troppa fatica a
inventare i complicati intrecci richiesti dal genere, e poi scriveva bene, spesso suo
malgrado: sembrava non costargli alcuno sforzo. Non considerandosi lautore di
quello che scriveva non se ne sentiva responsabile, e perci non doveva difenderlo
di fronte a se stesso. Dopo tutto William Wilson era uninvenzione e pur essendo
nato da Quinn ora aveva una vita indipendente. Quinn lo trattava con deferenza, a
volte persino con ammirazione, ma non arriv mai a credere che lui e William
Wilson fossero lo stesso uomo. Per tale ragione non gett mai la maschera dello
pseudonimo. Aveva un agente, ma non si erano mai visti. Intrattenevano solo
rapporti epistolari, e a questo scopo Quinn aveva affittato una cassetta allufficio
postale. Nessun contatto diretto neanche con leditore, che gli pagava anticipi,
forfait e diritti attraverso lagente. Nessun libro di William Wilson conteneva mai
foto o note biografiche dellautore. William Wilson non compariva negli annuari
degli scrittori, non rilasciava interviste, ed era la segretaria del suo agente a
rispondere a tutte le lettere che riceveva. Quinn era sicuro che nessuno conoscesse
il suo segreto. In principio, saputo che aveva smesso di scrivere, gli amici gli
avevano chiesto come sarebbe vissuto. Aveva risposto a tutti la stessa cosa: che
aveva ereditato dalla moglie un fondo fiduciario. Ma in realt la moglie non aveva
mai avuto un soldo. E in realt lui ormai non aveva pi amici.
Erano passati pi di cinque anni. Non pensava pi troppo spesso al figlio, e solo
ultimamente aveva staccato dalla parete la foto della moglie. Di tanto in tanto
allimprovviso riprovava la sensazione di tenere fra le braccia un bambino di tre
anni, ma non era esattamente un pensiero, e nemmeno un ricordo. Era una
sensazione fisica, limpronta lasciata sul suo corpo dal passato, qualcosa che non
poteva controllare. Adesso quei momenti capitavano pi raramente, sembrava che
per lui le cose in buona parte avessero cominciato a cambiare. Non desiderava pi
essere morto. Del resto, non si poteva dire che fosse contento di vivere. Ma almeno
non se ne rammaricava. Era vivo, e la caparbiet di questo dato piano piano
prendeva ad affascinarlo come se fosse riuscito a sopravviversi, e in qualche
modo vivesse una vita postuma. Non dormiva pi con la luce accesa, e da molti
mesi aveva smesso di ricordare i suoi sogni.
Era notte. Sdraiato sul letto, Quinn fumava una sigaretta e ascoltava la pioggia
battere alla finestra. Si domandava quando sarebbe cessata, e se il mattino dopo
avrebbe avuto voglia di una camminata lunga o breve. Una copia del Milione di
Marco Polo era rovesciata con le pagine aperte sul cuscino accanto a lui. Erano due
settimane che poltriva, da quando aveva finito lultimo romanzo di William Wilson. Il
narratore, il poliziotto privato Max Work, aveva risolto unelaborata sequela di
delitti, scampando a un subisso di pestaggi e fughe per il rotto della cuffia, e in un
certo senso Quinn si sentiva stremato dalle sue imprese. Con gli anni, Work era
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diventato assai intimo di Quinn. Mentre William Wilson era rimasto una figura
astratta, Work aveva preso lentamente vita.
Nella triade di io che Quinn era diventato, Wilson fungeva da ventriloquo, Quinn
stesso era il pupazzo, e Work la voce animata che garantiva uno scopo allimpresa.
Pur essendo unillusione, Wilson giustificava lesistenza degli altri due. Sebbene
immaginario, Wilson era il ponte che consentiva a Quinn il transito da se stesso in
Work. E a poco a poco, Work era diventato una presenza nella vita di Quinn, il suo
fratello interiore, il compagno di solitudine.
Quinn prese il Marco Polo e ricominci a leggere la prima pagina. E questo vi
conter il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino
di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v di quelle
cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e per le cose
vedute dir di veduta e llaltre per udita, acci che il nostro libro sia veritieri e sanza
niuna menzogna. Proprio mentre Quinn cominciava a meditare sul significato di
queste frasi, rivolgendone nella mente i chiari impegni, squill il telefono. Molto
tempo dopo, quando fu in grado di ricostruire gli avvenimenti di quella notte, si
sarebbe ricordato di aver guardato lorologio vedendo che erano le dodici passate e
chiedendosi come mai qualcuno lo chiamava a quellora. Con ogni probabilit,
pens, sar una brutta notizia. Scese dal letto, cammin nudo fino allapparecchio e
alz il ricevitore mentre squillava per la seconda volta.
S?
Allaltro capo ci fu una lunga pausa, e per un momento Quinn pens che avessero
riattaccato.
Poi, come da una grande lontananza, giunse il suono di una voce diversa da tutte
quelle che aveva sentito fino allora. Era insieme meccanica e colma di emozione,
poco pi che un sussurro ma perfettamente udibile, eppure di una tonalit
impossibile da attribuire con certezza a un uomo o a una donna.
Pronto? disse la voce.
Chi parla? domand Quinn.
Pronto? ripet la voce.
Io la sento, disse Quinn. Chi ?
Parlo con Paul Auster? chiese la voce. Vorrei parlare con il signor Paul Auster.
Qui non c nessuno che si chiami cos.
Paul Auster. DellAgenzia Investigativa Auster.
Spiacente, disse Quinn. Le avranno dato un numero sbagliato.
cosa della massima urgenza, disse la voce.
Non posso farci niente, disse Quinn. Qui non c nessun Paul Auster.
Lei non capisce, disse la voce. Non c quasi pi tempo.
Allora le suggerisco di telefonare altrove. Questa non unagenzia investigativa.
Quinn riattacc. Rimase l sul pavimento freddo guardandosi i piedi, le ginocchia, il
pene floscio.
Per un fugace istante si pent di essere stato cos brusco con la persona al telefono.
Magari sarebbe stato interessante, pens, giocare un po con lui. Forse avrebbe
scoperto qualcosa sul caso e chiss mai che non potesse anche rendersi utile.
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Devo imparare a riflettere pi rapidamente, disse fra s.


Come la maggior parte della gente, Quinn non sapeva quasi nulla del mondo del
crimine. Non aveva mai assassinato nessuno, mai rubato niente, e non conosceva
nessuno che lo avesse fatto. Non era mai stato in una stazione di polizia, non aveva
mai conosciuto un investigatore privato, n parlato a un delinquente. Tutto quello
che conosceva sullargomento lo aveva imparato dai libri, dai film e dai giornali.
Questa peraltro non gli sembrava una menomazione. Nelle storie che scriveva, a
importargli non era il rapporto con il mondo, ma il rapporto con le altre storie.
Ancor prima di diventare William Wilson, Quinn era stato un affezionato lettore di
romanzi gialli. Sapeva che per lo pi erano scritti male, e nella grande maggioranza
dei casi non avrebbero superato nemmeno lesame pi generico; eppure era la
forma che lo attraeva, e rifiutava di leggere solo quei rari gialli di bruttezza
indicibile. Mentre per gli altri generi letterari possedeva un gusto rigoroso, esigente
fino allincontentabilit, verso quei libri quasi non faceva differenze. Quando era
dellumore giusto, ne leggeva senza difficolt anche dieci o dodici di seguito. Una
specie di fame simpossessava di lui, la bramosia di un cibo speciale, e non si
interrompeva prima di averne mangiato a saziet.
A piacergli, dei gialli, era il loro senso di pienezza ed economia. In un buon giallo
nulla viene sprecato, non una frase, non una parola che non siano significative. E
anche se non lo sono, hanno il potenziale per esserlo, il che lo stesso. Il mondo
del libro prende vita nel fermentare delle possibilit, dei segreti e delle
contraddizioni. Poich tutte le cose viste o dette, anche le pi futili e banali,
possono ricondurre allo scioglimento della vicenda, non si deve trascurare nulla.
Tutto diviene essenza: il centro del libro si sposta a ogni avvenimento che lo
proietta in avanti. Quindi il centro dovunque, e non si pu tracciare una
circonferenza finch la lettura non terminata.
Linvestigatore una persona che guarda, che ascolta e che si muove attraverso la
palude degli oggetti e degli avvenimenti a caccia del pensiero, dellidea che far
concordare ogni dettaglio e gli dar un senso. In realt, scrittore e investigatore
sono intercambiabili. Il lettore vede il mondo con gli occhi dellinvestigatore,
sperimentando il proliferare dei particolari come se fosse la prima volta.
Si ridestato alle cose che lo circondano quasi che gli potessero parlare; quasi che,
in virt dellattenzione che ora riserva loro, assumessero un significato altro dal
mero dato della loro esistenza. Private eye. Occhio privato. Per Quinn il termine
racchiudeva un triplice significato. Eye non suonava semplicemente come ai, la
i iniziale di investigatore; era la I maiuscola, il pronome io, e lio, il
minuscolo germoglio sepolto nel corpo dellessere vivente. Nel contempo, era
locchio fisico dello scrittore, locchio delluomo che guarda fuori da s nel mondo,
pretendendo che il mondo gli si sveli. Erano cinque anni che Quinn viveva nella
morsa di questo bisticcio.
Ovviamente, da tempo non pensava pi a se stesso come a qualcosa di reale. Se
ora viveva nel mondo, era solo per procura, tramite la persona di Max Work. Il suo
investigatore doveva necessariamente essere reale. Lo richiedeva la natura dei libri.
Se Quinn si era concesso di svanire, ritirandosi entro i confini di una vita strana ed
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ermetica, Work continuava a vivere nel mondo degli altri, e pi Quinn sembrava
dileguarsi, pi persistente diventava la presenza nel mondo di Work.
Mentre Quinn tendeva a sentirsi fuori posto nella sua stessa pelle, Work era
aggressivo, linguacciuto, a proprio agio in qualunque contesto. Proprio le cose che
creavano problemi a Quinn, Work le dava per scontate, incedendo nel guazzabuglio
delle avventure con una disinvoltura e unindifferenza che non mancavano mai di
impressionare il suo creatore. Non che Quinn desiderasse propriamente essere
Work, e neppure assomigliargli; ma lo rassicurava fingersi Work mentre scriveva,
sapere che aveva i numeri per diventare Work se lo avesse voluto, anche solo con
la mente.
Quella notte, mentre infine si assopiva, Quinn cerc di immaginare cosa avrebbe
detto Work allo sconosciuto al telefono. Nel sogno, che poi dimentic, si trovava da
solo in una stanza e sparava con la pistola contro una nuda parete bianca.
La notte successiva, Quinn fu colto di sorpresa. In sostanza, era seduto sul water
nellatto di espellere uno stronzo quando squill il telefono. Era un po pi tardi
della notte precedente, forse luna meno dieci. Quinn era appena arrivato al
capitolo che racconta il viaggio di Marco Polo da Pechino ad Amoy, e teneva il libro
aperto sul grembo mentre evadeva la necessit nel piccolo bagno. Il suono
dellapparecchio arriv come una chiara irritazione. Affrettarsi a rispondere
significava alzarsi senza essersi pulito, e gli ripugnava attraversare lappartamento
in quello stato.
Daltra parte, se avesse terminato quello che stava facendo a velocit normale, non
sarebbe arrivato al telefono in tempo. Malgrado ci, Quinn si sentiva riluttante a
muoversi. Non amava particolarmente il telefono, e aveva valutato pi volte lipotesi
di disfarsene. Ci che pi di tutto detestava era il suo dispotismo. Non aveva
soltanto il potere di interromperlo controvoglia, ma inevitabilmente lo costringeva
ad arrendersi. Questa volta decise di resistergli. Al terzo squillo, gli si erano
svuotate le viscere. Al quarto, si era ripulito. Al quinto, si era tirato su i pantaloni,
era uscito dal bagno e attraversava lappartamento senza fretta. Alz il ricevitore al
sesto squillo, ma dallaltra parte non cera pi nessuno. Avevano riattaccato.
La notte successiva, era pronto. Abbandonato sul letto, preso a esaminare
attentamente le pagine di The Sporting News, aspett la terza telefonata dello
sconosciuto. Di tanto in tanto, quando il nervosismo prendeva il sopravvento, si
alzava e passeggiava per la casa. Mise un disco, lopera di Haydn Il Mondo della
Luna, e lascolt dal principio alla fine. Aspett e aspett. Poi, alle due e mezza,
rinunci e and a dormire.
Aspett anche la notte successiva e quella dopo. Proprio quando stava per
abbandonare il progetto, constatando che era partito da premesse errate, il
telefono squill ancora. Era il 19 maggio. Avrebbe ricordato questa data perch era
lanniversario di nozze dei suoi genitori; o meglio, lo sarebbe stato, se i suoi fossero
stati ancora vivi; e una volta la madre gli aveva detto di averlo concepito la prima
notte di nozze. Il fatto lo aveva sempre affascinato, la prerogativa di determinare
con precisione il primo momento della propria esistenza, e nel corso degli anni
aveva festeggiato privatamente il compleanno proprio quel giorno. Stavolta capit
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un po pi presto delle due notti precedenti, non erano nemmeno le undici, e nel
prendere il telefono era convinto fosse qualcun altro.
Pronto, disse.
Di nuovo, allaltro capo ci fu silenzio. Quinn cap subito che doveva essere lo
sconosciuto.
Pronto? ripet. Posso esserle utile?
S, rispose infine la voce. Lo stesso sussurro meccanico, lo stesso tono di
disperazione. S.
indispensabile adesso. Senza indugio.
Cosa indispensabile?
Parlare. Adesso, subito. Parlare immediatamente. S.
E con chi desidera parlare?
Sempre con la stessa persona. Auster. Luomo che si presenta come Paul Auster.
Questa volta Quinn non esit. Sapeva cosa stava per fare, e ora che il momento era
arrivato, lo fece.
Sono io, rispose. Sono Auster.
Finalmente. Finalmente lho trovata. Colse tutto il sollievo nella voce, la
palpabile calma che di colpo sembrava irrorarla.
Davvero, disse Quinn. Finalmente . Fece una breve pausa per permettere
alle parole di depositarsi, in lui come nellaltro. Cosa posso fare per lei?
Ho bisogno di aiuto, rispose la voce. C molto pericolo. Dicono che lei sia il
pi bravo in questo genere di cose.
Dipende da che genere intende.
Intendo la morte. Intendo la morte e lomicidio.
Questa non esattamente la mia attivit, osserv Quinn. Non vado in giro a
uccidere la gente.
No, disse la voce un po stizzita. Io intendo il contrario.
Qualcuno vuole ucciderla?
S, uccidermi. esatto. Sto per venire assassinato.
E desidera che io la protegga?
Esatto, che mi protegga. E che trovi luomo che sta per uccidermi.
Non sa di chi si tratta?
Lo so, s. Naturalmente lo so. Ma non so dove si trova.
Me ne pu parlare?
Non ora. Non per telefono. C molto pericolo. Deve venire qui.
Se venissi domani?
Ottimo. Domani. Presto. In mattinata.
Per le dieci?
Ottimo. Alle dieci La voce forn un indirizzo sulla Sessantanovesima est. Non se
lo scordi, signor Auster. Deve venire.
Stia tranquillo, disse Quinn. Ci sar.

2.
Il mattino seguente Quinn si alz presto come non aveva fatto da settimane.
Mentre beveva il caff, imburrava il pane tostato e sbirciava sul giornale i risultati
del baseball (i Mets avevano perso unaltra volta, due a uno, per un errore al nono
inning), non pens minimamente che stava per presentarsi al suo appuntamento.
Persino quellespressione, il suo appuntamento, gli suonava strana.
Quellappuntamento non era suo, ma di Paul Auster. E non aveva idea di chi fosse
quellindividuo.
Comunque col passare dei minuti si ritrov a inscenare una buona imitazione di un
uomo che sta per uscire. Sbrogli la tavola dai piatti della colazione, gett il
giornale sul letto, and in bagno, si fece la doccia e la barba, and in camera da
letto avvolto in due asciugamani, apr larmadio e scelse gli abiti per loccasione.
Scopr di aver voglia di indossare giacca e cravatta. Quinn non si era pi messo la
cravatta dai funerali della moglie e del figlio, e non ricordava neanche di
possederne una. E invece eccola l, appesa tra gli avanzi del suo guardaroba. Scart
la camicia bianca perch troppo formale, scegliendone invece una a scacchi rossi e
grigi ben intonata con la cravatta. Le indoss in una specie di trance.
Solo quando aveva gi la mano sul pomolo della porta ebbe il sentore di quello che
stava facendo. Pare che io stia per uscire, disse fra s. Ma se esco, dove sto
andando esattamente? Unora dopo, mentre scendeva dal numero 4 allincrocio fra
la Quinta Avenue e la Settantesima strada, non aveva ancora risposto alla
domanda. Da un lato aveva il parco, verde nel sole mattutino, con ombre nitide e
fuggenti; dallaltro cera la Frick Collection, bianca e severa, e come abbandonata ai
morti. Per un momento pens al Soldato e fanciulla che sorridono di Vermeer,
cercando di rammentare lespressione del viso della fanciulla, la posizione esatta
delle mani intorno alla tazza, la schiena rossa delluomo senza volto. Nella mente gli
balen la cartina azzurra appesa al muro e il sole che entrava dalla finestra, cos
simile alla luce che lo circondava in quel momento.
Stava camminando. Attraversava la strada e si dirigeva a est. A Madison Avenue
gir a destra e and verso sud per un isolato, poi svolt a sinistra e vide dove si
trovava. Pare che io sia arrivato, disse fra s. Si sofferm davanti alledificio. A un
tratto, sembrava che non contasse pi nulla. Si sentiva mirabilmente calmo, come
se tutto gli fosse gi successo. Mentre apriva la porta che lavrebbe introdotto nel
vestibolo, si rivolse unultima frase di avvertimento. Se tutto questo sta accadendo
veramente, disse, allora meglio che tenga gli occhi aperti.
Fu una donna ad aprire la porta dellappartamento. Chiss perch, Quinn non se
laspettava, e rest disorientato. Le cose capitavano gi troppo in fretta. Prima di
aver la possibilit di assimilare la presenza della donna, di descriverla a se stesso e
crearsene delle impressioni, lei gli stava parlando, costringendolo a rispondere.
Perci fin da quei primi istanti Quinn aveva perso terreno, incominciava a restare
indietro. Pi tardi, quando ebbe il tempo di riflettere su quegli avvenimenti, sarebbe
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riuscito a ricostruire logicamente il suo incontro con la donna. Ma questo era un


lavoro di memoria, e lui sapeva che i ricordi tendono a sovvertire le cose. Di
conseguenza, non fu mai certo di quanto era accaduto.
La donna poteva avere trenta, o forse trentacinque anni: statura media a dir tanto;
fianchi appena ampi, o voluttuosi a seconda dei punti di vista; capelli scuri, occhi
scuri e uno sguardo, in quegli occhi, a un tempo riservato e vagamente seduttivo.
Portava un vestito nero e un rossetto di un rosso molto vivo.
Il signor Auster? Un sorriso esitante; un chinarsi interrogativo del capo.
S, rispose Quinn. Paul Auster.
Sono Virginia Stillman, cominci la donna. La moglie di Peter. dalle otto che
laspetta.
Lappuntamento era per le dieci, disse Quinn guardando lorologio. Erano le
dieci in punto.
Ma lui smaniava, spieg la donna. Non lho mai visto cos. Non riusciva ad
aspettare.
Apr la porta a Quinn. Mentre varcava la soglia ed entrava nellappartamento, lui
sent che si stava svuotando, come se il suo cervello si fosse bloccato
allimprovviso. Aveva stabilito di fissare i dettagli di ci che vedeva, ma in quel
momento il compito si rivelava al di fuori dalla sua portata.
Lappartamento glincombeva attorno come una specie dimmagine indistinta.
Comprese che era grande, forse cinque o sei stanze, e che era ammobiliato
lussuosamente, con numerosi oggetti darte, portacenere dargento e dipinti dalle
elaborate cornici sui muri. Ma nientaltro. Nulla pi che unimpressione generale
sebbene fosse l, a guardare quelle cose con i suoi occhi.
Si ritrov seduto da solo su un divano nel soggiorno. Ricord adesso che la signora
Stillman gli aveva detto di aspettare l mentre lei andava a cercare il marito. Al
massimo uno o due minuti prima. Ma da come la luce filtrava dalle finestre,
sembrava quasi mezzogiorno. Tuttavia non pens di controllare lorologio. Laroma
del profumo di Virginia Stillman gli indugiava intorno, e lui inizi a immaginare
come sarebbe stata senza vestiti indosso. Poi pens a quello che avrebbe pensato
Max Work se fosse stato l. Decise di accendersi una sigaretta. Esal il fumo nella
stanza.
Gli piaceva osservarlo mentre a refoli lasciava le sue labbra e si disperdeva,
assumendo una conformazione nuova quando entrava in una zona di luce.
Ud il rumore di qualcuno che entrava nella stanza alle sue spalle. Quinn si alz dal
divano e si volt, aspettandosi di vedere la signora Stillman. Invece cera un
giovane interamente vestito di bianco, con i capelli biondocandidi di un bimbo.
Misteriosamente, in quel primo momento, a Quinn ritorn in mente il figlio morto.
Poi il pensiero si dissolse improvviso comera venuto.
Peter Stillman attravers la stanza e sedette su una poltroncina rossa davanti a
Quinn. Nel raggiungere il proprio posto non pronunci una parola, n mostr di
accorgersi della presenza dellaltro. Sembrava che latto di trasferirsi da un punto
allaltro della stanza assorbisse tutta la sua attenzione, come se non pensare a
quello che stava facendo potesse condannarlo allimmobilit.
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Quinn non aveva mai visto nessuno muoversi cos, e cap subito che quella era la
stessa persona con cui aveva parlato al telefono. Il corpo si comportava
esattamente come aveva fatto la voce: in modo meccanico, intermittente,
alternando mosse rapide e brevi, rigido ma espressivo, quasi che il funzionamento
fosse fuori controllo, non del tutto corrispondente alla volont che lo azionava.
Sembr a Quinn che il corpo di Stillman non fosse stato usato per molto tempo,
cosicch il moto era diventato un atto consapevole, e ciascun movimento
frammentato nei micromovimenti di cui era composto, col risultato che fluidit e
spontaneit si erano perse. Era come vedere un burattino che tenta di camminare
senza fili.
Tutto in Peter Stillman era bianco. Camicia bianca, aperta sul collo; pantaloni
bianchi, scarpe bianche, calze bianche. Assommati al pallore della pelle e al biondo
quasi albino dei capelli, suggerivano un effetto di trasparenza, come se si vedessero
le vene azzurre sotto la pelle del viso.
Quellazzurro era quasi identico al colore degli occhi: un celeste latteo, che
sembrava dissolversi in una mistura di cielo e nuvole. Quinn non poteva
immaginare di rivolgere la parola a quelluomo.
Era come se la presenza di Stillman intimasse il silenzio.
Stillman si accomod lentamente sulla poltroncina, e infine rivolse lattenzione a
Quinn. Quando i loro occhi si incontrarono, Quinn sent allimprovviso che laltro era
diventato invisibile. Lo vedeva seduto davanti a lui, ma nello stesso tempo aveva
limpressione che non ci fosse. Ipotizz che Stillman fosse cieco. Ma no, questo non
pareva possibile. Luomo lo guardava, studiandolo per di pi, e sebbene il volto non
fosse alterato dal lampo del riconoscimento, mostrava qualcosa di pi che uno
sguardo spento. Quinn non sapeva cosa fare. Rest inerte al suo posto,
ricambiando lo sguardo di Stillman. Trascorse molto tempo.
Niente domande, prego, disse infine il giovane. S. No. Grazie . Si interruppe
un momento. Io sono Peter Stillman. Lo dichiaro di mia spontanea volont. S.
Non il mio vero nome. No. Ovvio che la mia mente non perfettamente a posto.
Ma non si pu far nulla. No. Nulla.
Non pi.
Lei sta l seduto e pensa: chi questa persona che parla con me? Cosa sono queste
parole che le escono di bocca? Glielo dir. O viceversa non glielo dir. S e no. La
mia mente non perfettamente a posto. Lo dichiaro di mia spontanea volont. Ma
ci prover. S e no. Prover a dirglielo, anche se la mia mente mi mette i bastoni fra
le ruote. Grazie.
Mi chiamo Peter Stillman. Forse avr sentito parlare di me, ma pi probabile il
contrario. Fa niente. Non il mio vero nome. Il mio vero nome non me lo ricordo.
Chiedo scusa. Non che faccia differenza. Vale a dire, non pi.
Questo ci che si chiama parlare. Credo che il termine sia questo. Quando le
parole fuoriescono, volano nellaria, vivono per un momento e muoiono. Curioso,
vero? In quanto a me, non ho alcuna opinione. No e unaltra volta no. Purtuttavia,
vi sono parole di cui lei abbisogner. Ce ne sono tante. Molti milioni, credo. Forse
solo tre o quattro. Mi scusi. Ma oggi mi sento bene.
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Molto meglio del solito. Se posso provvederle le parole di cui abbisogna, sar una
grande vittoria.
Grazie. Un milione di volte grazie.
Molto tempo fa cerano madre e padre. Di ci non ricordo nulla. Dicono: la madre
morta. Chi essi siano non lo so dire. Mi perdoni. Ma quello che essi dicono.
Perci nessuna madre. Ah ah. Tale la mia risata, adesso, lo sbotto ventrale del
mio mumbo jumbo. Ah ah ah. Il grande padre dice: non fa differenza. Per me. Vale
a dire, per lui. Il grande padre dai grandi muscoli e del bum, bum, bum. Niente
domande adesso, per favore.
Dico quello che dicono perch non so niente. Sono solo il povero Peter Stillman, il
ragazzo che non sa ricordare. Buueee. Volente o nolente. Il semplicione. Mi
perdoni. Dicono, dicono. Ma cosa dice il povero piccolo Peter? Niente, niente. Non
pi.
C stato questo. Buio. Molto buio. Buio come il molto buio. Dicono: quella era la
stanza. Quasi che io ne potessi parlare. Del buio, voglio dire. La ringrazio.
Buio, buio. Per nove anni, dicono. Neppure una finestra. Povero Peter Stillman. E
poi il bum, bum, bum. Pile di cacca. Laghi di pip. I mancamenti. Mi perdoni.
Amorfo e nudo. Mi perdoni. Non pi.
Allora, c il buio. Glielo dico io. Cera del cibo al buio, s, cibo papposo nella camera
buia silenziosa. Lo mangiava con le mani. Mi perdoni. Voglio dire Peter. E se Peter
sono io, tanto meglio. Vale a dire, tanto peggio. Mi perdoni. Sono Peter Stillman.
Non il mio vero nome. La ringrazio.
Povero Peter Stillman. Non era che un bambino. Quattro parole di suo. E poi non
pi parole, poi nessuna, e poi no, no, no. Non pi.
Mi scusi, signor Auster. Vedo che la sto rattristando. Niente domande, prego. Mi
chiamo Peter Stillman. Non il mio vero nome. Il mio nome vero signor Triste.
Come si chiama lei, signor Auster? Forse il vero signor Triste lei, e io non sono
nessuno.
Buueee. Mi perdoni. Tale il mio gemere e lacrimare. Buueee, sob sob. Cosa faceva
Peter nella stanza? Nessuno lo pu dire. Qualcuno dice niente. In quanto a me,
penso che Peter non poteva pensare. E ammiccare? E trincare? E puzzare? Ah ah
ah. Mi perdoni. Sono talmente buffo, a volte.
Clic succhiello scricchiabriciola ciac ciac. Cloc cloc scataschioccia. Torpido tonfo,
smosciamolto, biasciamanna. Ie, ie, ie. Mi perdoni. Sono lunico a capire queste
parole.
Dopo e dopo e dopo. Cos dicono loro. durato troppo perch Peter restasse sano
di zucca. Mai pi. No, no, no. Dicono che qualcuno mi ha trovato. Non ricordo. No,
non ricordo che cosa successo quando hanno aperto la porta ed entrata la luce.
No, no, no. Non posso dire niente di questo. Non pi.
Per molto tempo ho portato gli occhiali neri. Avevo dodici anni. O cos dicono loro.
Vivevo in un ospedale. A poco a poco, mi hanno insegnato a essere Peter Stillman.
Hanno detto: sei Peter Stillman. Grazie, ho risposto. Ie, ie, ie. Grazie e poi ancora
grazie, ho risposto.
Peter era un beb. Dovettero insegnargli tutto quanto. A camminare. A mangiare. A
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come fare la cacca e la pip nel vaso. Questo non era male. Anche quando li
mordevo, non facevano il bum, bum, bum. Dopo, ho imparato anche a non
strapparmi i vestiti.
Peter era un bravo ragazzo. Ma era difficile insegnargli le parole. La sua bocca non
funzionava bene. E naturalmente non cera del tutto con la testa. Diceva, ba ba ba.
E da da da. E ua ua ua. Mi perdoni. Ci vollero altri anni e anni. Adesso dicono a
Peter: ora puoi andare, non possiamo pi fare niente per te. Peter Stillman, sei un
essere umano, hanno detto. bello credere a quello che dicono i dottori. Grazie.
Grazie infinite.
Mi chiamo Peter Stillman. Non il mio vero nome. Il mio vero nome Peter
Coniglio.
Dinverno sono mister White, in estate mister Green. Ne pensi quel che le aggrada.
Lo dichiaro di mia spontanea volont. Clic succhiello scricchiabriciola ciac ciac.
bellissimo, non crede? Creo parole come queste in continuazione. Non posso farne
a meno. Mi escono di bocca da sole. Non sono traducibili.
Lei domandi, e domandi. Non serve a niente. Ma io glielo dir. Desidero che non si
rattristi, signor Auster. Ha una faccia cos gentile. Mi ricorda un qualcunch o un
lamento. Non so quale. E i suoi occhi mi guardano. S, s. Li vedo. Molto bene. La
ringrazio.
Ecco perch glielo dir. Niente domande, prego. Lei si sta interrogando su tutto il
resto. Vale a dire, sul padre. Il terribile padre che ha fatto tutte quelle cose al
povero Peter. Beninteso. Lo condussero in un luogo buio. Lo chiusero a chiave e ve
lo abbandonarono. Ah ah ah. Mi perdoni.
Sono talmente buffo, a volte.
Tredici anni, hanno detto. Che forse molto tempo. Ma io non ne so niente del
tempo. Sono nuovo ogni giorno. Nasco quando mi alzo la mattina, durante il giorno
invecchio e muoio alla notte quando vado a dormire. Non mia la colpa. Oggi sto
cos bene. Sto molto meglio di come mi sia mai sentito prima.
Il padre si assent per tredici anni. Anche lui si chiamava Peter Stillman. Curioso,
vero? Che due persone possano avere lo stesso nome. Non so se quello sia il suo
vero nome.
Ma non credo che lui sia me. Tutti e due siamo Peter Stillman. Ma Peter Stillman
non il mio vero nome. Perci forse io non sono Peter Stillman, dopotutto.
Tredici anni, dico. O loro dicono. Non fa differenza. Non so niente del tempo. Ma
questo quanto mi dicono loro. Domani la scadenza dei tredici anni. Ci male.
Anche se dicono che non lo , male. Io non dovrei ricordare. Ma di tanto in tanto
mi ricordo, malgrado quello che dico.
Lui verr. Vale a dire, il padre verr. E cercher di uccidermi. Molte grazie. Ma
questo non lo voglio. No, no. Non pi. Adesso Peter vivo. S. Non tutto in testa gli
frulla per bene, ma rimane vivo. E questo importante, non le pare? Pu
scommetterci il suo ultimo dollaro. Ah ah ah.
Ora sono principalmente un poeta. Ogni giorno mi siedo nella mia stanza e scrivo
una poesia nuova. Tutte le parole le invento da me, come facevo quando vivevo al
buio. Comincio a ricordare le cose in quel modo, a fingere di essere tornato nel
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buio. Sono lunico a sapere il significato delle parole. Non si possono tradurre.
Queste poesie mi renderanno famoso. Batti il chiodo sulla testa. Ie, ie, ie. Splendide
poesie. Talmente splendide che faranno piangere tutto il mondo.
Un giorno forse far cose diverse. Quando avr finito di essere un poeta. Vede,
prima o poi esaurir le parole. Ognuno ne possiede in quantit limitata. E cosa far
dopo? Penso che dopo vorrei fare il pompiere. E dopo ancora il medico. Non fa
differenza. Lultima cosa che voglio essere il funambolo equilibrista. Quando sar
molto vecchio, e finalmente avr imparato a camminare come tutti gli altri. Allora
danzer sul filo, e la gente rester sbalordita. Anche i beb. Questo ci che
vorrei. Danzare sul filo fino alla morte.
Ma non importa. Non fa differenza. Per me. Come pu vedere, sono un uomo
abbiente. Non ho preoccupazioni. No, no. Non quanto a questo. Pu scommetterci
il suo ultimo dollaro. Il padre era ricco, e tutto il suo denaro and al piccolo Peter
dopo che lo rinchiusero al buio. Ah ah ah. Mi perdoni se rido. Sono talmente buffo,
a volte.
Io sono lultimo degli Stillman. Una famiglia molto in vista, o almeno cos dicono.
Della vecchia Boston, casomai ne avesse sentito parlare. Sono lultimo. Non ce ne
sono altri. Sono lepilogo di tutti, lultimo uomo. Meglio cos, credo. Non un
peccato che tutto debba terminare adesso. bene per ognuno essere morto.
Il padre forse non era cos cattivo. Lo dico adesso, almeno. Aveva un gran testone.
Grande come un testone grande, come dire che dentro cera troppo spazio. Tanti
pensieri in quel suo gran testone.
Ma povero Peter, non le pare? E in angustie terribili davvero. Peter che non vedeva
e non parlava, non poteva n pensare n fare. Peter che non poteva. No. Niente.
Di tutto ci non so niente. N capisco. mia moglie che mi dice queste cose. Dice
che importante che io sappia, anche se non capisco. Ma non capisco nemmeno
questo. Per conoscere, si deve comprendere. Non cos? Io invece non so niente.
Forse sono Peter Stillman, e forse no. Il mio vero nome Peter Nessuno. La
ringrazio. E lei, cosa ne pensa?
Dunque le stavo dicendo del padre. una bella storia, anche se non la comprendo.
Gliela racconto perch so le parole. E questo gi importante, non le pare? Dico,
sapere le parole. A volte sono cos fiero di me! Mi perdoni. Questo lo dice mia
moglie. Dice che il padre parlava di Dio.
Questa parola strana per me. In inglese, capovolgendo God, ottieni dog. E un
cane non ha molto a che vedere con Dio, vero? Bau bau. Grrr, grrr. Sono queste le
parole del cane. A me sembrano bellissime. Cos armoniose e vere. Come le parole
che io invento.
Comunque. Stavo dicendo. Il padre parlava di Dio. Voleva sapere se Dio aveva un
idioma. Non mi chieda cosa significa. Glielo racconto solo perch so le parole. Il
padre pensava che un bambino lavrebbe parlato se non vedeva persone. Ma di
quale bambino si trattava? Ah. Ora comincia a capire. Non ha dovuto comprarlo.
Naturalmente, Peter qualche parola umana la sapeva. Era stato inevitabile. Ma il
padre pens che forse Peter le avrebbe dimenticate. Dopo un po. Ecco perch ci fu
tutto quel bum, bum, bum. Ogni volta che Peter diceva una parola, il padre lo
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bumbumbava. Alla fine Peter ha imparato a non dire niente. Ie ie ie. La ringrazio.
Peter teneva le parole dentro di s. Tutti quei giorni e mesi e anni. Laggi al buio, il
piccolo Peter tutto solo, e le parole in testa facevano rumore e gli tenevano
compagnia. Ecco perch la sua bocca non funziona bene. Povero Peter. Buueee. Tali
sono le sue lacrime. Il bambino che non pu mai crescere.
Adesso Peter pu parlare come le persone. Ma nella testa ha ancora le altre parole.
Sono lidioma di Dio, e nessun altro le pu pronunciare. Non sono traducibili. Ecco
perch Peter vive cos vicino a Dio. Ecco perch un famoso poeta.
Tutto adesso per me cos nuovo. Posso fare quel che mi pare e piace. Ogni
momento, ogni luogo. Ho persino una moglie. Lo vede. Lho citata in precedenza.
Forse lha anche conosciuta. bellissima, vero? Si chiama Virginia. Non il suo
vero nome. Ma non fa differenza. Per me.
Ogni volta che glielo chiedo, mia moglie mi procura una ragazza. Sono puttane.
Infilo il mio lombrico dentro di loro e mugolano. Tante ce ne sono state. Ah ah.
Vengono qua e io le scopo. piacevole scopare. Virginia d loro dei soldi e siamo
tutti contenti. Pu scommetterci il suo ultimo dollaro. Ah ah.
Povera Virginia. A lei scopare non piace. Vale a dire, con me. Forse scopa con un
altro. Chi pu dirlo? Di questo non so nulla. Non fa differenza. Ma forse, se sar
carino con lei, Virginia le permetter di scoparla. Io ne sarei felice. Per lei. La
ringrazio.
Insomma. C un mucchio di cose. Sto cercando di raccontargliele. So che non ho la
testa bene a posto. Ed vero, s, e lo dichiaro di mia spontanea volont, che
qualche volta incomincio a urlare, e urlare. Senza ragioni valide. Come se ci
dovesse essere una ragione. Ma senza nessuna che io riesca a vedere. N io n
altri. No. Poi ci sono le volte in cui non dico niente. Per giorni e giorni di seguito.
Niente, niente, niente. Dimentico come si fa a farmi uscire le parole di bocca. In
questi casi mi difficile muovermi. I i. E persino vedere. allora che divento
mister Triste.
Eppure mi piace stare al buio. Almeno a volte. Credo mi faccia bene. Al buio parlo
lidioma di Dio e nessuno pu ascoltarmi. Non si arrabbi, la prego. Non posso farci
nulla.
Ma la cosa pi bella laria. S. E a poco a poco, ho imparato a vivere dentro di
essa. Laria e la luce, s, anche quella, la luce che risplende su tutte le cose e le
rende visibili ai miei occhi. C laria e c la luce, e questa la pi bella. Mi perdoni.
Laria e la luce. S. Quando bel tempo, mi piace star seduto vicino alla finestra
aperta. A volte guardo fuori e osservo le cose sottostanti. La strada e tutte le
persone, i cani e le automobili, i mattoni del palazzo di fronte. E poi ci sono le volte
in cui semplicemente chiudo gli occhi e rimango seduto, con la brezza che mi soffia
sul viso, e la luce nellaria, tutto intorno a me e appena oltre i miei occhi, e tutto il
mondo rosso, di un bellissimo rosso nei miei occhi, con il sole che splende su di
me e sui miei occhi.
vero che esco raramente. difficile per me, e non merito sempre la fiducia.
Qualche volta urlo.
Non si arrabbi con me, la prego. Non posso farci niente. Virginia dice che dovrei
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imparare come ci si comporta in pubblico. Ma qualche volta non posso farci niente,
le urla mi scappano e basta.
Ma adoro andare al parco. Ci sono gli alberi, e laria e la luce. C del buono in tutto
ci, non vero? S. A poco a poco, dentro di me sto meglio. Me ne accorgo. Lo dice
anche il dottor Wyshnegradsky. So di essere ancora un pupazzetto. Non ci si pu
far nulla. No, no. Non pi. Ma qualche volta penso che almeno potrei crescere e
diventare reale.
Per ora, sono ancora Peter Stillman. Non il mio vero nome. Non saprei dire chi
sar domani.
Tutti i giorni sono nuovi, e ogni giorno rinasco. Vedo la speranza dappertutto, anche
nel buio, e forse alla mia morte diventer Dio.
Ci sono molte altre parole da pronunciare. Ma non penso che le dir. No. Non oggi.
Adesso la mia bocca stanca, e credo sia venuto per me il tempo di andarmene.
Naturalmente, non so nulla del tempo. Ma non fa differenza. Per me. Grazie infinite.
So che mi salver la vita, signor Auster.
Conto su di lei. Capisce, la nostra vita limitata. Tutto il resto si trova nella stanza,
con il buio, con lidioma di Dio, con le urla. Qui io appartengo allaria, un cosa
bellissima per farvi risplendere la luce. Forse lo ricorder. Mi chiamo Peter Stillman.
Non il mio vero nome. Grazie infinite.

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3.
Il discorso era finito. Quanto fosse durato, Quinn non sapeva dirlo. Perch soltanto
adesso, quando le parole si interruppero, si accorse che intorno a loro era buio.
Apparentemente era trascorsa unintera giornata. Durante il monologo di Stillman, a
un certo punto, nella stanza il sole era tramontato, ma Quinn non se nera reso
conto. Ora avvertiva loscurit e il silenzio, se li sentiva ronzare in testa. Passarono
alcuni minuti. Quinn pens che forse toccava a lui dire qualcosa, ma non ne era
sicuro. Sentiva Peter Stillman respirare affannosamente allaltro capo della stanza.
Salvo questo, non cerano altri rumori. Quinn non riusciva a decidere il da farsi.
Esamin varie possibilit, ma poi le scart una per una. Rest seduto al proprio
posto in attesa del prossimo evento.
Finalmente il silenzio fu rotto da un fruscio di gambe in calze femminili che
attraversavano la stanza. Ci fu lo scatto metallico di un interruttore e allimprovviso
la stanza si illumin. Gli occhi di Quinn si volsero automaticamente verso la luce e
l, in piedi accanto a una lampada da tavolo a sinistra della poltroncina di Peter,
vide Virginia Stillman. Il giovane aveva lo sguardo fisso davanti a s, come
dormisse a occhi aperti. La signora Stillman si chin, mise un braccio intorno alle
spalle di Peter e gli parl dolcemente in un orecchio.
Peter, ora, disse. La signora Saavedra ti aspetta.
Peter alz lo sguardo e sorrise. Trabocco di speranza, dichiar.
Virginia Stillman baci teneramente il marito sulla guancia. Poi disse: Saluta il
signor Auster.
Peter si alz. O meglio, incominci la triste, lenta avventura di pilotare il proprio
corpo al di fuori della poltroncina e raddrizzarlo sui piedi. Ciascuno stadio era
interpunto da ricadute, flessioni, scatti allindietro, accompagnati da spasmi
repentini di immobilit, grugniti, parole di cui Quinn non decifrava il significato.
Alla fine Peter fu in piedi. Indugi davanti alla poltroncina con unespressione
trionfante e guard negli occhi Quinn. Poi sorrise, un sorriso largo e senza ombra di
timidezza.
Arrivederci, disse.
Arrivederci, Peter, disse Quinn.
Peter fece uno spastico cenno con la mano; poi si volt lentamente incamminandosi
attraverso la stanza. A passo vacillante, sbandando prima a destra e poi a sinistra,
le gambe alternativamente flesse e bloccate. In fondo alla stanza, in piedi su una
soglia illuminata, cera una donna n giovane n vecchia in divisa da infermiera.
Quinn concluse che fosse la signora Saavedra. Segu con gli occhi Peter Stillman
finch il giovane scomparve oltre la porta.
Virginia Stillman si sedette davanti a Quinn sulla stessa poltroncina prima occupata
dal marito.
Avrei potuto risparmiarle tutto questo, disse la donna, ma ho pensato che
sarebbe stato meglio che lei vedesse con i suoi occhi.
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Capisco, disse Quinn.


No, non credo che capisca, disse la donna con voce amara. Non credo che
nessuno possa capire.
Quinn fece un sorriso riflessivo, poi decise che doveva buttarsi. Probabilmente,
disse, che io capisca o no non essenziale. Lei mi ha assunto per svolgere un
lavoro, e prima inizio meglio .
Da quello che mi sembra, il caso urgente. Non ho la pretesa di capire quanto
Peter o lei possiate avere sofferto. Limportante che intendo aiutarvi. Penso che
lei dovrebbe prendere il mio intento per quello che vale.
Adesso si stava scaldando. Qualcosa gli diceva che aveva centrato il tono giusto, e
in lui si diffuse un improvviso senso di piacere, come se fosse appena riuscito a
varcare un confine allinterno di se stesso.
Ha ragione, disse Virginia Stillman. Ha ragione, naturalmente.
La donna fece una pausa, respir profondamente, poi fece unaltra pausa, come se
mentalmente stesse riesaminando le cose che stava per dire. Quinn not che
stringeva forte le mani sui braccioli della poltroncina.
Mi rendo conto, prosegu la donna, che quasi tutto quel che dice Peter
molto sconcertante soprattutto la prima volta che lo si sente parlare. Ho ascoltato
quello che le raccontava dalla camera accanto. Lei non deve presumere che Peter
dica sempre la verit. Daltra parte, sarebbe sbagliato dire che menta.
Intende dire che dovrei credere ad alcune delle cose che dice e non ad altre.
Precisamente.
Le sue consuetudini sessuali, o la loro assenza, non mi riguardano, signora
Stillman, disse Quinn. Anche se quanto ha detto Peter fosse vero, non
cambierebbe nulla. Nel nostro lavoro tendiamo a imbatterci in situazioni di ogni
genere, e se non impari a sospendere il giudizio non combinerai mai niente. Sono
abituato a sentire i segreti della gente, e anche a tenere la bocca chiusa.
Se un fatto non ha diretta attinenza con il caso, non mi di nessuna utilit.
La signora Stillman arross. Volevo solo che sapesse che quello che ha detto Peter
non vero.
Quinn fece spallucce, tir fuori una sigaretta e laccese.
Che sia vero o no, disse, non ha importanza. A interessarmi sono le altre cose
che ha detto Peter. Presumo siano vere e, se lo sono, vorrei sentire cosa ha da dire
lei in proposito.
S, sono vere . Virginia Stillman abbandon la presa sulla sedia ponendosi la
mano destra sotto il mento. Pensierosa. Come alla ricerca di un atteggiamento di
incrollabile sincerit. Peter ha un modo puerile di esprimerlo. Ma quello che ha
detto vero.
Mi dica qualcosa del padre. Qualsiasi informazione rilevante.
Il padre di Peter uno Stillman di Boston. Sono certa che avr sentito parlare
della famiglia.
Annovera fin dal diciannovesimo secolo alcuni governatori, diversi vescovi,
ambasciatori, un rettore di Harvard. Nel contempo, la famiglia ha accumulato
uningente ricchezza con lindustria tessile, le spedizioni e Dio sa cosaltro. I dettagli
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non contano. Basta che abbia unidea delle premesse.


Come tutti i membri della famiglia, il padre di Peter and a Harvard. Studi filosofia
e religione, mostrandosi a giudizio di tutti assai dotato. Scrisse la tesi sulle
interpretazioni teologiche sei e settecentesche del Nuovo Mondo, e in seguito ebbe
un incarico presso il dipartimento di Storia delle religioni della Columbia. Non molto
tempo dopo, spos la madre di Peter. Di lei non so molto.
Dalle foto che ho visto, doveva essere molto graziosa. Ma delicata un po come
Peter, con quegli occhi celesti chiari chiari e la pelle candida. Quando, pochi anni
dopo, nacque Peter, la famiglia abitava in un grande appartamento su Riverside
Drive. La carriera accademica di Stillman era in pieno rigoglio. Riscrisse la sua
dissertazione trasformandola in un libro, che ebbe molto successo, e a
trentaquattro o trentacinque anni ottenne lordinariato. Poi la madre di Peter mor.
Della sua morte non chiaro nulla. Stillman afferm che fosse mancata nel sonno,
ma tutti gli indizi indicavano il suicidio. Qualcosa come una dose eccessiva di
pillole ma ovviamente non si pot provare nulla.
Gir anche voce che lavesse uccisa lui. Ma queste erano solo maldicenze, e non
emerse mai niente in tal senso. Lintera vicenda fu ammantata del massimo riserbo.
Allora Peter aveva solo due anni, ed era un bimbo perfettamente normale. Dopo la
scomparsa della madre, Stillman sembr occuparsene ben poco. Assunse una
governante che pi o meno per i sei mesi successivi si prese totalmente cura di
Peter. Non ne ricordo il nome la signorina Barber, se non sbaglio ma testimoni
al processo. Pare che Stillman da un giorno allaltro torn a casa e le disse che
dora in poi si sarebbe occupato personalmente delleducazione di Peter. Invi alla
Columbia le proprie dimissioni, spiegando che lasciava luniversit per dedicarsi a
tempo pieno al figlio. Naturalmente il denaro non era un problema, e nessuno
poteva impedirgli quella scelta.
Da questo momento, praticamente spar dalla circolazione. Continu a vivere nello
stesso appartamento, ma senza uscire quasi mai. Nessuno sa cosa sia
effettivamente accaduto. Credo, probabilmente, che incominci a credere in
qualche strampalata idea religiosa che aveva studiato.
Divent squilibrato, completamente folle. Non c altro modo di descriverlo.
Rinchiuse Peter nellappartamento, oscur le finestre e ve lo tenne per nove anni.
Cerchi di immaginarlo, signor Auster. Nove anni. Tutta uninfanzia passata nelle
tenebre, isolato dal mondo, senza contatti umani a eccezione di qualche
occasionale pestaggio. Io convivo con i risultati di quellesperimento, e posso
assicurarle che il danno fu mostruoso. Quello che ha visto oggi il meglio che Peter
possa offrire. Ci sono voluti tredici anni per arrivare a questo punto, e che io sia
dannata se permetter che qualcun altro gli faccia del male .
La signora Stillman sinterruppe per riprendere fiato. Quinn sentiva che era sullorlo
di una scenata, e una parola in pi avrebbe potuto farle passare il segno. Doveva
parlare adesso, o avrebbe perduto il filo della conversazione.
E alla fine come hanno scoperto Peter? domand.
Nella donna una parte della tensione si allent. Espir udibilmente e guard negli
occhi Quinn.
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C stato un incendio, rispose.


Accidentale o doloso?
Nessuno lo sa.
Ma lei, cosa ne pensa?
Penso che Stillman fosse nel suo studio. Vi conservava i resoconti dei suoi
esperimenti, e penso che alla fine abbia compreso che la sua opera era fallita. Non
sto dicendo che si rimproverasse nulla di ci che aveva fatto. Ma anche secondo il
suo punto di vista, cap di aver fallito. Penso che quella notte abbia raggiunto un
certo grado irreversibile di disgusto di s e abbia deciso di bruciare le proprie carte.
Ma il controllo del fuoco gli sfugg e gran parte dellappartamento and in fiamme.
Per fortuna, la camera di Peter era allestremit opposta di un lungo corridoio e i
pompieri fecero in tempo a salvarlo.
E dopo?
Ci vollero parecchi mesi per spiegare tutta la storia. Le carte di Stillman erano
state distrutte, di conseguenza mancavano prove concrete. Daltra parte cerano lo
stato di Peter, la stanza dove era rimasto chiuso, quelle orribili assi inchiodate alle
finestre, e da ultimo la polizia arriv a una ricostruzione. Stillman fu processato.
E come and il processo?
Stillman fu giudicato malato di mente e segregato.
E Peter?
Anche lui fu mandato in una clinica. Vi rimasto fino ad appena due anni fa.
l che lei lo ha conosciuto?
Esatto. Allospedale.
Come?
Ero la sua logopedista. Ho lavorato con Peter tutti i giorni per cinque anni.
Non per impicciarmi. Ma come siete giunti esattamente al matrimonio?
complicato.
Le dispiacerebbe spiegarmelo?
Niente affatto. Ma non penso che capirebbe.
C una sola maniera per scoprirlo.
Be, semplificando. Era il modo migliore per far uscire Peter dalla clinica dandogli
la possibilit di vivere una vita pi normale.
Non poteva farsi nominare sua tutrice legale?
Le procedure erano molto complesse. E poi Peter non era pi minorenne.
Non stato un enorme sacrificio da parte sua?
Niente affatto. Ero gi stata sposata una volta fu un disastro. Non pi un
obiettivo che inseguo per me stessa. Almeno con Peter la mia vita ha uno scopo.
vero che Stillman sta per essere rilasciato?
Domani. Arriver in serata alla Grand Central.
E lei pensa che potrebbe riprendere di mira Peter. solo un sospetto, o ne ha
qualche prova?
Un po entrambe le cose. Due anni fa, stavano per lasciar uscire Stillman, ma lui
scrisse a Peter una lettera che mostrai alle autorit. Decisero che in conclusione
non era pronto per venire rilasciato.
21

Che razza di lettera era?


La lettera di un pazzo. Chiamava Peter ragazzo diabolico e diceva che sarebbe
arrivato il giorno della resa dei conti.
Ha ancora quella lettera?
No. Lho data alla polizia due anni fa.
Una copia?
Spiacente. Pensa che sia importante?
Pu darsi.
Posso cercare di procurargliela, se lo desidera.
Mi sembra di capire che dopo quella lettera non ce ne siano pi state altre.
Nessunaltra. E ora giudicano Stillman pronto per essere rilasciato. la diagnosi
ufficiale, in ogni modo, e non possiamo far niente per fermarli. Credo comunque
che Stillman possa avere imparato la lezione. Ha capito che con le lettere e le
minacce sarebbe rimasto sotto chiave.
Perci ancora preoccupata.
Esattamente.
E cosa vorrebbe che facessi?
Voglio che lo sorvegli con la massima cura. Voglio che scopra che intenzioni ha.
Voglio che lo tenga lontano da Peter.
In altri termini, una specie di pedinamento imbellettato.
Immagino di s.
Credo si renda conto che non posso impedire a Stillman di avvicinarsi a questa
casa. Posso solo avvisarla nel caso. E impegnarmi a essere presente.
Capisco. Purch sia garantita una protezione Bene. Con che frequenza
desidera che mi metta in contatto con lei?
Vorrei che mi facesse rapporto tutti i giorni. Diciamo una telefonata la sera,
intorno alle dieci o alle undici.
Nessun problema.
Non ha altro da dirmi?
Solo qualche domanda. Per esempio, sarei curioso di sapere come ha scoperto
che Stillman arriver alla Grand Central domani sera.
Ho mosso le mie leve, signor Auster. La posta troppo grande per affidarsi al
caso. E se Stillman non verr seguito dal momento dellarrivo, potr facilmente
dileguarsi senza lasciare traccia. Non voglio che questo succeda.
Su che treno sar?
Sul seiquattrouno, che arriva da Poughkeepsie.
Presumo che abbia una foto di Stillman.
Naturalmente, s.
C anche la questione di Peter. Innanzitutto vorrei sapere perch lo ha messo al
corrente. Non sarebbe stato meglio tacere la novit?
Era mia intenzione, infatti. Ma quando ho appreso del rilascio di suo padre, Peter
casualmente ascoltava allaltro apparecchio. Non ci potevo far nulla. Peter sa essere
molto testardo, e col tempo ho imparato che meglio non mentirgli.
Unultima domanda. Chi vi ha suggerito di rivolgervi a me?
22

Il marito della signora Saavedra, Michael. un ex poliziotto, e ha fatto alcune


ricerche, scoprendo che in citt lei il migliore per questo tipo di cose.
Lusingato.
Da quello che finora ho visto di lei, signor Auster, sono sicura di avere scelto
luomo giusto.
Quinn lo interpret come un velato cenno ad alzarsi. Fu un sollievo poter
finalmente allungare le gambe. Le cose erano andate bene, assai meglio di quanto
si aspettasse, ma adesso aveva mal di testa, e il corpo indolenzito per uno
sfinimento che non aveva provato da anni. Era sicuro che protraendo la finzione
avrebbe finito per tradirsi.
La mia tariffa di cento dollari al giorno pi le spese, disse. Se potesse darmi
un anticipo, sarebbe la prova che sto lavorando per lei il che istituirebbe un
rapporto privilegiato investigatorecliente. Vale a dire che tutto quanto intercorre
fra di noi sarebbe coperto dalla pi stretta confidenzialit.
Virginia Stillman sorrise, come a una battuta pronunciata fra s. O forse solo in
reazione al possibile doppio senso di quellultima frase. Come riguardo a tante cose
che gli capitarono nei giorni e nelle settimane successive, Quinn non ne era per
niente sicuro.
Quanto desidera? chiese la donna.
Non importa. Faccia lei.
Cinquecento?
Sarebbero pi che sufficienti.
Bene. Vado a prendere il libretto degli assegni . Virginia Stillman si alz e sorrise
di nuovo a Quinn. Le prendo anche la foto del padre di Peter. Credo di sapere
dove trovarne una.
Quinn ringrazi e disse che lavrebbe aspettata. La guard mentre usciva dalla
stanza, scoprendosi a immaginare unaltra volta come sarebbe stata senza vestiti.
Lo stava in qualche modo seducendo, si chiese, o era solo la sua mente che al
solito tentava di mettergli i bastoni fra le ruote?
Decise di differire le meditazioni e tornare sullargomento pi tardi.
Virginia Stillman rientr nella stanza e disse: Ecco lassegno. Spero di averlo
compilato correttamente.
S, s, pens Quinn mentre lo esaminava, tutto a puntino. Era compiaciuto della
propria scaltrezza. Ovviamente lassegno era intestato a Paul Auster, perci Quinn
non sarebbe stato perseguibile per avere impersonato un poliziotto privato senza
avere la licenza. Lo rassicur il pensiero di essersi in definitiva coperto le spalle. Il
fatto che non avrebbe mai potuto riscuotere lassegno non lo turbava. Sapeva gi
da allora che in quella storia non faceva niente per denaro. Si infil il pezzo di carta
nella tasca interna della giacca.
Mi spiace che non abbiamo foto pi recenti, stava dicendo Virginia Stillman.
Questa risale a pi di ventanni fa. Ma temo sia il massimo che posso fare.
Quinn guard la foto del volto di Stillman sperando in unepifania improvvisa, un
improvviso slancio di conoscenza sotterranea che laiutasse a comprendere luomo.
Ma limmagine non gli disse nulla. Niente pi dellimmagine di un uomo. La studi
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ancora per un momento e concluse che avrebbe potuto essere chiunque.


La osserver pi attentamente quando arrivo a casa, disse, riponendola nella
stessa tasca che aveva inghiottito lassegno. Tenuto conto del tempo che
passato, sono certo che domani alla stazione lo sapr riconoscere.
Me lo auguro, disse Virginia Stillman. terribilmente importante, e conto su
di lei.
Non si preoccupi, disse Stillman. Non ho mai deluso nessuno.
Lo accompagn alla porta. Vi rimasero in silenzio per qualche secondo, incerti se ci
fosse dellaltro da aggiungere o se fosse venuto il momento di salutarsi. In quel
breve intervallo, a un tratto, Virginia Stillman gett le braccia al collo di Quinn, ne
cerc le labbra e lo baci appassionatamente, affondandogli la lingua in bocca.
Quinn fu preso cos alla sprovvista che non ne trasse quasi alcun piacere.
Quando lui infine riprese a respirare, la signora Stillman lo tenne a distanza di
braccio e disse:
Lho fatto per dimostrarle che Peter non le diceva la verit. molto importante che
lei mi creda.
Le credo, disse Quinn. E anche se non le credessi, non conterebbe poi molto.
Volevo solo che sapesse di cosa sono capace.
Penso di essermene fatto unidea.
Gli prese la mano destra fra le sue e la baci. Grazie, signor Auster. Credo che lei
sia proprio la persona giusta.
Lui promise che avrebbe telefonato la sera dopo, poi si ritrov a uscire dalla porta,
a prendere lascensore in discesa e a lasciare ledificio. Quando fu in strada era
mezzanotte passata.

24

4.
Quinn aveva gi sentito parlare di casi simili a quello di Peter Stillman. Nei giorni
della sua vita precedente, poco dopo la nascita del figlio, aveva recensito un libro
che parlava del ragazzo selvaggio di Aveyron, e perci si era documentato
sullargomento. A quanto ricordava, i primi resoconti di esperimenti del genere
compaiono nelle opere di Erodoto: nel VII secolo a. C. il faraone egiziano
Psammetico isol due neonati ordinando allo schiavo cui erano affidati di non
pronunciare mai una parola in loro presenza. Secondo Erodoto, cronista di
famigerata inaffidabilit, i bimbi appresero a parlare: la loro prima parola fu pane
in lingua frigia. Nel Medioevo limperatore Germanico Federico II ripet
lesperimento con metodi analoghi nella speranza di scoprire il vero idioma
naturale delluomo: ma i bambini morirono prima di avere detto una sola parola.
Infine, nella prima met del Cinquecento, il re di Scozia Giacomo IV asser
senzaltro mendacemente che dei bimbi scozzesi isolati in ugual modo avessero
finito per parlare in ottimo ebraico.
Tuttavia non furono solo gli eccentrici e i filosofi a interessarsi dellargomento.
Anche un pensatore equilibrato e scettico come Montaigne esamin attentamente
la questione, e nel suo saggio pi importante, lApologia di Raymond Sebond,
scrisse: Io credo che un fanciullo che sia stato allevato in completa solitudine,
lontano da qualsiasi rapporto umano (e sarebbe un esperimento difficile a
effettuarsi) avrebbe qualche sorta di linguaggio per esprimere le proprie idee.
E non credibile che la Natura abbia negato a noi quella risorsa che ha elargito a
tanti altri animali Ma ancora da sapere quale lingua quel bimbo parlerebbe; e
ci che per congettura se ne detto non appare probabile.
A parte gli esperimenti, ci sono stati i casi di isolamento accidentale bambini
smarriti nei boschi o allevati dai lupi, naufraghi su unisola deserta oltre a quelli di
genitori crudeli e sadici che segregavano i loro figli, li incatenavano al letto, li
picchiavano dentro gli armadi, li torturavano senza altro motivo che la coazione
della loro follia: e Quinn aveva compulsato la vasta letteratura dedicata a queste
vicende. Cera stato il marinaio scozzese Alexander Selkirk (da alcuni ritenuto il
modello di Robinson Crusoe) che visse quattro anni in solitudine su unisola al largo
della costa cilena e, secondo il capitano della nave che lo soccorse nel 1708, per
mancanza di pratica aveva scordato la sua lingua a tal punto che a stento
riuscivamo a comprenderlo. Meno di vent'anni pi tardi Peter di Hannover, un
fanciullo selvaggio di circa quattordici anni, scoperto muto e ignudo in una foresta
presso la cittadina tedesca di Hamelin, fu condotto alla corte dInghilterra sotto la
speciale protezione di Giorgio I. Sia Swift sia Defoe ebbero la possibilit di
avvicinarlo, e lesperienza sfoci nellopuscolo di Defoe Mere Nature Delineated
(1726). Peter per non impar mai a parlare, e alcuni mesi dopo fu mandato in
campagna dove visse fino a settantanni senza mostrare interesse n per il sesso,
n per il denaro n per altri aspetti del mondo. Poi ci fu il caso di Victor, il fanciullo
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selvaggio di Aveyron scoperto nel 1800. Grazie alle cure pazienti e scrupolose del
dr. Itard, Victor impar alcuni rudimenti del linguaggio, ma mai oltre un livello
infantile. Ancor pi famoso di Victor fu Kaspar Hauser, che apparve a Norimberga
un pomeriggio del 1828 con indosso un bizzarro costume, praticamente incapace di
proferire alcun suono comprensibile. Sapeva scrivere il proprio nome, ma per il
resto si comportava come un infante. Adottato dalla citt e affidato alle cure di un
insegnante locale, passava le giornate seduto sul pavimento a baloccarsi con i
cavallini giocattolo, mangiando solo pane e acqua. Tuttavia Kaspar fece dei
progressi. Divent un ottimo cavallerizzo, divent maniaco della pulizia, gli nacque
una passione per i colori bianco e rosso, e a detta di tutti dimostr una memoria
eccezionale, specialmente per i nomi e per i volti.
Tuttavia, preferiva rimanere in casa, fuggiva la luce troppo intensa e, come Peter di
Hannover, non manifest mai interesse per il sesso o per il denaro. A mano a mano
che in lui riaffiorava il ricordo del passato, ricord di avere trascorso molti anni sul
pavimento di una stanza oscurata, nutrito da un uomo che non gli parlava mai n
gli mostrava il volto. Non molto tempo dopo queste rivelazioni, Kaspar fu ucciso a
coltellate da uno sconosciuto in un parco pubblico.
Per la prima volta dopo anni Quinn permetteva a se stesso di pensare a queste
vicende. Lo faceva soffrire troppo pensare ai bambini, specie a quelli che avevano
sofferto, erano stati maltrattati o erano morti prima di essere cresciuti. Se Stillman
era luomo con il coltello, tornato a vendicarsi del ragazzo cui aveva rovinato la vita,
Quinn voleva essere presente per fermarlo. Sapeva che non avrebbe potuto far
rivivere il figlio, ma almeno ne avrebbe salvato un altro dalla morte.
Allimprovviso gliene veniva offerta lopportunit e adesso, in strada, lidea di quello
che gli si prospettava si ingigant come un incubo atroce. Pens alla piccola bara
che racchiudeva il corpo del figlio, a come laveva vista calare sotto terra il giorno
del funerale. Quello era lisolamento, disse fra s. Quello era il silenzio. Forse non
era un vantaggio che anche suo figlio si fosse chiamato Peter.

26

5.
Allangolo della Settantaduesima con Madison Avenue, alz la mano per chiamare
un taxi.
Mentre la vettura procedeva attraverso il parco verso il West Side, Quinn guardava
fuori dal finestrino chiedendosi se quelli erano gli stessi alberi che vedeva Peter
Stillman quando usciva allaria e alla luce. Si chiedeva se Peter vedeva le stesse
cose che vedeva lui, o se invece il mondo gli appariva diverso. E se un albero non
un albero, si chiedeva cosa fosse veramente.
Quando il taxi lo lasci sotto casa, Quinn si accorse di essere affamato. Non
mangiava dalla prima colazione, al mattino presto. Strano, pens, comera passato
in fretta il tempo nellappartamento di Stillman. Se i suoi calcoli erano esatti, ci era
rimasto pi di quattordici ore.
Mentre dentro di s gli sembrava che al massimo ne fossero trascorse tre o quattro.
Scroll le spalle a questa discrepanza considerando fra s: Devo imparare a
guardare pi spesso lorologio.
Ritorn sui propri passi lungo la Centosettesima, girando a sinistra su Broadway e
allontanandosi dal centro, alla ricerca di un luogo dove mangiare. Quella notte non
gli andava lidea di un bar dover consumare al buio, schiacciato fra le chiacchiere
degli ubriachi che pure normalmente avrebbe gradito. Attraversando la
Centododicesima, vide che la Heights Luncheonette era aperta e decise di entrarvi.
Malgrado la potente illuminazione era un posto squallido, con uno scaffale coperto
di giornali pornografici su una parete, una zona di articoli di cancelleria, una zona
per i quotidiani, alcuni tavoli per i clienti e un lungo bancone di formica con gli
sgabelli girevoli. Dietro il banco, un portoricano alto con il cappello da cuoco di
cartone bianco. Il suo lavoro era cucinare i piatti, che consistevano essenzialmente
di hamburger venati di cartilagine, insulsi panini con pomodori smorti e lattughe
avvizzite, frapp, budini e paste. Alla sua destra, nascosto dal registratore di cassa,
cera il proprietario, un uomo basso e stempiato con i capelli ricci e il numero del
lager tatuato sullavambraccio, che spadroneggiava nel suo feudo di sigarette, pipe
e sigari.
Sedeva impassibile, leggendo ledizione notturna del Daily News.
A quellora il posto era quasi deserto. Al tavolino in fondo al locale erano seduti due
vecchi dai vestiti logori, uno molto grasso e laltro magrissimo, concentrati a
studiare il bollettino delle corse dei cavalli. Pi avanti, di fronte alla parete dei
porno, cera un giovane studente con un giornale aperto in mano, che guardava la
foto di una donna nuda. Quinn sedette al banco e ordin un hamburger e un caff.
Il portoricano entr in azione e simultaneamente attacc discorso parlando sopra la
propria spalla.
Lha vista la partita stasera?
Me la sono persa. Buone notizie?
Lei cosa pensa?
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Erano anni che fra Quinn e quelluomo per lui anonimo si ripeteva la stessa
conversazione. Un giorno era entrato nella tavola calda e avevano parlato di
baseball; e da allora, ogni volta che arrivava, ricominciavano a parlarne. Durante
linverno i temi erano il mercato dei giocatori, i pronostici, i ricordi. Durante la
stagione, sempre lultima partita. Erano entrambi tifosi dei Mets, e la disperazione
di quellamore aveva creato fra loro un legame.
Il portoricano scosse la testa. Nei primi due tutto okay, Kingman ha sparato delle
bombe, disse, bum, bum. Missili terraaria da bucare la luna. Per una volta in
vita sua Jones ha lanciato bene, e sembrava che le cose si mettevano discrete.
Stiamo due a uno, seconda fase del nono.
Pittsburgh ha uomini in seconda e terza, e uno out, per cui i Mets chiamano dal
recinto Alien. Lui regala la base per caricarli.
I Mets presidiano le basi per una doppia eliminazione se arriva oltre la met campo.
Va a battere Pena e ti fa una cacatina di battuta rimbalzante verso la prima, ma
non vuoi che Kingman si fa passare la cacatina fra le gambe Due a casa ed
finita, ciao New York.
Dave Kingman un coglione, comment Quinn addentando lhamburger.
Ma occhio a Foster, per, disse il portoricano.
Foster spremuto. Un ex. Un pirla con la faccia da duro . Quinn mastic
accuratamente il cibo, sondando con la lingua leventuale presenza di frammenti
ossei. Dovrebbero rispedirlo per espresso a Cincinnati.
Vero, disse il portoricano. Per questa stagione non sono male. Meglio
dellanno scorso, in ogni modo.
Non lo so, disse Quinn addentando un altro morso. Sulla carta sembrano
buoni, ma in fondo chi hanno? Stearns sempre rotto. In seconda e interbase c
gente da campionati regionali, e Brook ha dei cali di tensione. Mookie ci prende, ma
grezzo e a destra non sanno nemmeno chi mettere. Rimane Rusty, naturalmente,
ma ormai troppo grasso per correre. E quanto ai lanci, lasci perdere. Domani io e
lei potremmo andare allo Shea e farci ingaggiare come primi lanciateri.
Quasi quasi la nomino allenatore, disse il portoricano. Potrebbe spiegare a
tutti quegli stronzi come si sta in campo.
Pu scommetterci la camicia, disse Quinn.
Finito di mangiare, Quinn and agli scaffali degli articoli di cancelleria. Era giunta
una partita di nuovi blocnotes che formavano una catasta variopinta, un magnifico
spiegamento di azzurri e di verdi, di rossi e di gialli. Ne prese uno e vide che le
pagine erano a righe sottili come piaceva a lui.
Quinn scriveva sempre tutto a penna, battendo a macchina solo lultima stesura, ed
era sempre in cerca di buoni taccuini a spirale. Adesso che si era imbarcato nel
caso Stillman, gliene sarebbe occorso uno nuovo. Era utile disporre di un luogo
specifico dove annotare i pensieri, le osservazioni e le domande. In questo modo
forse avrebbe mantenuto il controllo sugli eventi.
Esamin la catasta tentando di scegliere. Per motivi che non riusc mai a chiarire,
sent improvvisamente unattrazione irresistibile per un particolare taccuino rosso in
fondo al mucchio.
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Lo tir fuori e lo esamin, facendo scorrere cautamente le pagine con il pollice. Non
capiva perch lo trovasse cos affascinante. Era un comune bloc-notes di cento
pagine, ventuno-per-venticinque.
Ma qualcosa in quel taccuino sembrava fare appello a lui, quasi che il suo unico
destino nel mondo fosse quello di contenere le parole uscite dalla penna di Quinn.
Quasi imbarazzato per lintensit delle proprie sensazioni, Quinn mise il taccuino
sottobraccio, and alla cassa e lo acquist.
Un quarto dora dopo, tornato a casa, Quinn prese dalla tasca della giacca la foto di
Stillman e lassegno, posandoli con cura sulla scrivania. Liber il piano dai rimasugli
fiammiferi bruciati, mozziconi di sigaretta, cenere, cartucce dinchiostro usate,
qualche moneta, matrici di biglietti, scarabocchi, un fazzoletto sporco e mise al
centro il taccuino rosso. Poi abbass le tendine alle finestre, si spogli
completamente e sedette alla scrivania. Non laveva mai fatto prima, ma in quel
momento, chiss perch, gli sembrava giusto essere nudo. Rest seduto venti o
trenta secondi cercando di non muoversi, di non far niente salvo respirare. Poi apr
il taccuino rosso. Prese la penna e scrisse le proprie iniziali, D. Q. (cio Daniel
Quinn) in prima pagina. Era da pi di cinque anni che non firmava un taccuino con
il suo vero nome. Si ferm un attimo a meditare questo fatto, ma poi lo giudic
marginale e lo accanton. Volt la pagina. Per qualche istante ne osserv la
vuotezza, domandandosi se non era un maledetto idiota. Poi premette la penna
sulla prima riga in alto e scrisse la prima nota sul taccuino rosso.
La faccia di Stillman. Ovvero: la faccia di Stillman comera ventanni fa. Impossibile
sapere se domani la faccia somiglier a questa. sicuro, del resto, che non sia la
faccia di un pazzo. O questa non unaffermazione legittima? Perlomeno ai miei
occhi, sembra cordiale, se non decisamente gradevole. Persino unombra di
tenerezza intorno alla bocca. Con tutta probabilit occhi azzurri, tendenti al color
acqua. Capelli radi gi allora, quindi adesso caduti, forse, e quelli che restano grigi
o addirittura bianchi. Denota una strana familiarit: il tipo meditativo, senza dubbio
nervoso, uno che potrebbe balbettare, lottare con se stesso per arginare il fiume di
parole che gli scorre di bocca.
Il piccolo Peter. necessario che me lo immagini, o posso assumerlo come un atto
di fede?
Loscurit. Pensare a me stesso in quella stanza, che urlo. Sono restio. E non penso
neppure di volerlo capire. A che scopo? Questa non una storia, dopo tutto. un
fatto, qualcosa che succede nel mondo, e io dovrei svolgere un incarico, un piccolo
lavoro, e ho accettato. Se tutto va bene, dovrebbe essere anche relativamente
semplice. Non sono stato assunto per capire soltanto per agire. un fatto nuovo.
Da tenere a mente, a tutti i costi.
E daltra parte, cosa dice Dupin in Poe? Unidentificazione dellintelletto del
ragionatore con quello dellantagonista. Ma qui riguarderebbe Stillman senior. Il
che probabilmente ancora peggio.
Quanto a Virginia. Sono in un rebus. Non solo il bacio, che si potrebbe spiegare con
infinite ragioni; n quello che Peter ha detto di lei, che irrilevante. Il suo
matrimonio? Pu darsi. La sua completa illogicit. Lavr fatto per i soldi? Oppure in
29

qualche modo agisce in combutta con Stillman? Questo cambierebbe tutto. Ma nel
contempo non ha senso. Perch, a quale scopo mi avrebbe assunto? Per garantirsi
un testimone delle sue intenzioni apparentemente oneste? Pu darsi.
Ma sembra troppo tortuoso. Eppure: perch sento di non potermi fidare di lei?
Ancora la faccia di Stillman. Il pensiero, in questi ultimi minuti, che lho gi vista.
Forse anni fa nel quartiere prima che lo arrestassero.
Ricordare cosa si prova a indossare i vestiti degli altri. Cominciare da qui, credo.
Presupponendo che debba farlo. Indietro fino ai vecchi tempi, diciotto, venti anni
fa, quando non avevo quattrini e gli amici mi davano i vestiti da mettermi. Il
vecchio cappotto di J. al college, per esempio. E quella strana sensazione di
infilarmi sotto la sua pelle. Probabilmente questo un inizio.
E poi, pi importante di tutto: ricordare chi sono. Ricordare chi dovrei essere. Non
credo che questo sia un gioco. Daltra parte, non c niente di chiaro. Per esempio:
tu chi sei? E se pensi di saperlo, perch continui a mentire? Non ho risposta. Non
posso dire altro che questo: ascoltami. Mi chiamo Paul Auster. Non il mio vero
nome.

30

6.
Quinn trascorse il mattino successivo alla biblioteca della Columbia con il libro di
Stillman.
Arriv presto, fu il primo allapertura, e il silenzio dei saloni di marmo lo rassicur,
come se gli fosse stato accordato laccesso a una cripta di oblio. Dopo avere
mostrato la tessera di ex studente alladdetto insonnolito dietro la scrivania, prese il
libro, torn al terzo piano e si accomod su una poltroncina di pelle verde in una
delle sale per fumatori. La luminosa mattina di maggio ammiccava da fuori come
una tentazione, un richiamo a vagare senza meta nellaria, ma Quinn lo respinse.
Gir la sedia, mettendosi di spalle alla finestra, e apr il volume.
Il Giardino e la Torre. Antiche visioni del Nuovo Mondo era diviso in due parti,
grosso modo della medesima lunghezza: Il mito del Paradiso e Il mito di
Babele. La prima si concentrava sulle scoperte e sugli esploratori, iniziando da
Colombo e proseguendo con Raleigh. La tesi di Stillman era che i primi uomini che
approdarono in America credettero di avere trovato per caso il paradiso terrestre,
un secondo Giardino dellEden. Nel resoconto del suo terzo viaggio, per esempio,
Colombo scriveva: Poich io credo che laggi si trovi il Paradiso terrestre ove
nessuno pu entrare senza il permesso di Dio. Quanto ai popoli di quella terra, gi
nel 1505 Peter Martyr avrebbe scritto: Sembrano dimorare in quel mondo dorato
di cui tanto discorrono gli antichi, ove gli uomini vivevano nella semplicit e
nellinnocenza, senzobbligo di legge, senza liti, magistrati o libelli, contenti solo di
compiacere alla natura. Oppure, come avrebbe scritto pi di un secolo dopo
lonnipresente Montaigne: A mio giudizio, ci che vediamo realizzato in codeste
nazioni non solo supera ogni figurazione dellEt dellOro che i poeti abbiano
composto, come tutte le loro invenzioni tese a rappresentare la condizione allor
felice del genere umano, ma il concetto e il desiderio della filosofia medesima. Fin
dal principio, secondo Stillman, la scoperta del Nuovo Mondo fu limpulso che
stimol il pensiero utopico, la scintilla che nutr la speranza nella perfettibilit della
vita umana: dal libro di Tommaso Moro (1516) alla profezia di poco successiva di
Geronimo de Mendieta secondo cui lAmerica sarebbe divenuta lo stato teocratico
ideale, unautentica Citt di Dio.
Ci fu daltronde un punto di vista opposto. Se per alcuni gli indiani vivevano in uno
stato di innocenza edenica, altri li reputavano bestie feroci, demoni in forma
umana. La scoperta del cannibalismo nei Caraibi non contribu a mitigare questa
condanna. Gli spagnoli se ne servirono per giustificare lo spietato sfruttamento dei
nativi a scopi mercantili. Perch se non si reputa umano luomo che si ha di fronte,
la coscienza ha poche remore verso di lui. Fu solo nel 1537, con la bulla papale di
Paolo III, che gli indiani furono dichiarati veri uomini, in possesso di unanima.
Tuttavia la diatriba prosegu per vari secoli, culminando da una parte nella teoria
del buon selvaggio di Locke e Rousseau che pose i fondamenti teorici della
democrazia in unAmerica indipendente e dallaltra nella campagna per lo
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sterminio degli indiani, nella convinzione dura a morire che lunico indiano buono
quello morto.
La seconda parte del libro cominciava con un nuovo esame della caduta. Basandosi
sostanzialmente su Milton e sulla sua narrazione nel Paradiso Perduto emblema
della posizione puritana ortodossa Stillman sosteneva che solo dopo la caduta si
attu la vita umana come la conosciamo. Giacch, se nel Giardino non esisteva il
male, non cera nemmeno il bene. Come scrisse lo stesso Milton nellAreopagitica,
Fu dalla scorza di una mela assaporata che il bene e il male balzarono nel mondo,
come due gemelli usciti (cleaving) insieme. La glossa di Stillman a questa frase
era eccessivamente esaustiva. Sempre attento alla possibilit di bisticci e giochi di
parole, mostrava come il termine assaporare richiamasse in realt la parola latina
sapere, che significa sia avere sapore sia conoscere, quindi contiene
unallusione subliminale allalbero del Bene e del Male, origine della mela il cui
sapore trasmise al mondo la conoscenza, cio appunto il bene e il male. Stillman si
soffermava anche sul paradosso del verbo to cleave, che significa sia unire
insieme sia separare, racchiudendo cos due significati uguali e opposti, il che a
sua volta racchiude unidea del linguaggio che Stillman ravvisava in tutta lopera di
Milton. Per esempio, nel Paradiso Perduto, ogni parola chiave ha due significati: uno
antecedente, e laltro successivo alla caduta. Per dimostrarlo, Stillman evidenziava
alcune di queste parole sinistro, serpentino, delizioso mostrando come il loro
uso edenico fosse privo di connotazioni morali, mentre dopo la caduta assumevano
valori sfumati, ambigui, irrorati della consapevolezza del male. Nel paradiso
terrestre il solo compito di Adamo era stato inventare il linguaggio, dare il proprio
nome a ogni oggetto e creatura. In tale condizione dinnocenza, la lingua era
penetrata direttamente nel vivo del mondo. Le parole non si erano semplicemente
applicate alle cose che vedeva: ne avevano svelato le essenze, le avevano
letteralmente vivificate. La cosa e il nome erano intercambiabili. Dopo la caduta,
questo non valeva pi. I nomi cominciarono a staccarsi dalle cose; le parole
degenerarono in un ammasso di segni arbitrari; il linguaggio era disgiunto da Dio.
Dunque la storia del Giardino non ricorda soltanto la caduta delluomo, ma quella
del linguaggio.
In un passo successivo del libro della Genesi, c unaltra storia sul linguaggio.
Secondo Stillman, lepisodio della Torre di Babele una puntuale riesposizione di
ci che era avvenuto nel Giardino: solo, ampliata, rappresentata nel suo valore
complessivo per tutto il genere umano. Il racconto assume un significato speciale
se se ne considera la collocazione nel libro: undicesimo capitolo della Genesi,
versetti da uno a nove. lultimissimo fatto preistorico della Bibbia. In seguito,
lAntico Testamento diventa esclusivamente una cronaca del popolo di Israele. In
altre parole, la Torre di Babele si profila come unestrema immagine prima che il
mondo inizi veramente.
Il commento di Stillman si dilungava per molte pagine.
Cominciava con un esame storico delle varie tradizioni ermeneutiche del racconto,
elaborato a partire dai tanti fraintendimenti nati su di esso, e terminava con un
prolisso catalogo di leggende tratte dalla Haggadah (un compendio di
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interpretazioni rabbiniche svincolate dagli elementi giuridici). Generalmente,


scriveva Stillman, si concordava che la Torre fosse stata eretta nellanno 1996 dopo
la creazione, 340 anni scarsi dopo il Diluvio, perch il genere umano non si
disperdesse su tutta la terra. Il castigo divino giunse come reazione a quel
desiderio che contraddiceva un ordine gi riportato nella Genesi: Crescete e
moltiplicatevi, popolate la terra e regnate su di essa.
Perci distruggendo la Torre Dio condannava luomo a obbedire al suo ordine.
Unaltra lettura, invece, vedeva la Torre come una sfida contro Dio. Nimrod, primo
potente di tutta la terra, fu indicato come architetto della Torre: Babele doveva
essere il tempio che avrebbe simboleggiato luniversalit del suo potere. Questa
linterpretazione prometeica della storia, imperniata sulle frasi la cui cima tocchi il
cielo e facciamoci un nome. La costruzione della Torre divent lossessiva,
travolgente passione del genere umano, pi importante della vita stessa. I mattoni
divennero pi preziosi delle persone. Le gestanti non si interrompevano nemmeno
dopo aver partorito i figli: avvolgevano i neonati nei grembiuli e continuavano il
lavoro. Pare che nella costruzione fossero coinvolti tre gruppi diversi: coloro che
volevano vivere nel cielo, coloro che volevano muovere guerra a Dio, e coloro che
volevano adorare gli idoli. Nel contempo, erano solidali nei loro sforzi Tutta la
terra aveva un solo popolo e le stesse parole e il latente potere del genere
umano unito recava oltraggio a Dio. E il Signore disse, Ecco, essi sono un unico
popolo e hanno tutti ununica lingua; questo linizio della loro opera: e ora nulla di
quanto progetteranno di fare sar loro impossibile. Questo discorso uneco
consapevole delle parole pronunciate da Dio mentre cacciava Adamo ed Eva dal
Giardino: Ecco, luomo divenuto uno di noi, con la conoscenza del bene e del
male; e ora, egli non stenda pi la mano e non prenda anche dellalbero della vita,
ne mangi e viva per sempre! Perci il Signore Iddio lo scacci dal giardino di
Eden Secondo unaltra lettura ancora, la storia era interpretata semplicemente
come un modo per spiegare le differenze fra i popoli e le lingue. Perch se tutti gli
uomini discendevano da No e dai suoi figli, comera possibile giustificare le grandi
differenze fra culture? Unaltra, analoga interpretazione asseriva che la storia fosse
una spiegazione per lesistenza del paganesimo e dellidolatria: poich fino a quel
punto tutta lumanit viene rappresentata come monoteista. Quanto alla Torre in
s, secondo la leggenda un terzo delledificio sprofond sotto terra, un terzo fu
distrutto dal fuoco, e un terzo venne lasciato in piedi. Dio lassal in due modi
differenti per convincere luomo che la distruzione era un castigo divino, e non
leffetto del caso. Eppure la parte restante era cos alta che dalla sua sommit una
palma sembrava piccola come una cavalletta. Si diceva anche che una persona
potesse camminare tre giorni senza uscire dallombra della torre. Infine e Stillman
indugiava lungamente su questa tradizione si credeva che chiunque guardasse le
rovine della Torre avrebbe dimenticato tutto ci che conosceva.
Quale attinenza avesse tutto ci con il Nuovo Mondo, Quinn non sapeva dirlo. Poi
per cominciava un nuovo capitolo in cui di punto in bianco Stillman passava a
occuparsi della vita di Henry Dark, un religioso di Boston nato a Londra nel 1649 (il
giorno dellesecuzione di Carlo I), emigrato in America nel 1675 e morto in un
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incendio a Cambridge, Massachusetts, nel 1691.


Secondo Stillman, da giovane Henry Dark era stato il segretario particolare di John
Milton: dal 1669 fino alla morte del poeta, cinque anni dopo. Questa per Quinn era
una novit, dato che gli sembrava di ricordare che Milton, diventato cieco, avesse
dettato le composizioni a una delle figlie.
Apprese che Dark era un fervente puritano, studente di teologia e devoto
ammiratore dellopera di Milton. Avendo conosciuto il suo eroe una sera, a una
piccola riunione, fu invitato da lui a fargli visita la settimana dopo. A quel primo
incontro ne seguirono altri, finch Milton cominci ad affidare a Dark vari piccoli
incarichi: scrivere sotto dettatura, accompagnarlo per le strade di Londra, leggergli
brani dalle opere dei classici. In una lettera inviata alla sorella a Boston nel 1672,
Dark accennava alle lunghe discussioni con Milton sui punti pi sottili dellesegesi
biblica. Poi Milton mor e Dark fu inconsolabile. Sei mesi pi tardi, poich
lInghilterra gli appariva un deserto, una terra che non aveva nulla da offrirgli,
decise di emigrare in America. Nellestate del 1675 giunse a Boston.
Poco si seppe dei primi anni da lui trascorsi nel Nuovo Mondo. Stillman ipotizzava
che avesse viaggiato verso ovest, arrivando a perlustrare territori inesplorati, ma
non ne poteva produrre alcuna prova certa. Daltro lato, talune allusioni negli scritti
di Dark indicavano una diretta conoscenza dei costumi degli indiani, portando
Stillman a teorizzare che Dark fosse vissuto per un certo periodo in una trib. Sia
come sia, non troviamo notizie pubbliche di Dark fino al 1682, quando il suo nome
fu riportato nel registro matrimoniale di Boston avendo egli preso in moglie una
certa Lucy Fitts. Due anni dopo, era menzionato come capo di una piccola
congregazione puritana nelle vicinanze della citt. La coppia gener alcuni figli, che
morirono tutti da piccoli. Uno solo John, nato nel 1686 sopravvisse: ma a
quanto sappiamo nel 1691 il bambino cadde accidentalmente da una finestra al
primo piano e rest ucciso. Solo un mese pi tardi lintera casa and in fiamme e
perirono sia Dark sia la moglie.
Henry Dark sarebbe stato inghiottito dal buio di quegli anni iniziali dellAmerica se
non fosse stato per un particolare: la pubblicazione nel 1690 di un libretto intitolato
La Nuova Babele.
Secondo Stillman, questo trattatello di sessantaquattro pagine era la pi visionaria
descrizione del nuovo continente che fosse stata scritta fino allora. Se Dark non
fosse scomparso poco dopo la sua uscita, sicuramente il libro avrebbe avuto molta
pi risonanza. Poich si scopr che la maggior parte delle copie erano andate
distrutte nellincendio che aveva ucciso Dark. Lo stesso Stillman era riuscito a
scoprirne una soltanto e casualmente, nel solaio della casa di famiglia a
Cambridge.
Dopo anni di zelanti ricerche aveva concluso che quella era lunica copia ancora
esistente.
La Nuova Babele, scritta in una nitida prosa miltoniana, illustrava le ragioni per cui
si sarebbe potuto costruire il paradiso in America. A differenza di altri che avevano
scritto sullargomento, Dark non presupponeva che il paradiso fosse un luogo da
scoprire. Non esistevano mappe che potessero condurvi luomo, n strumenti di
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navigazione capaci di guidarlo alle sue rive. La sua esistenza invece era immanente
nelluomo stesso: lidea di un aldil che forse un giorno egli avrebbe creato nel qui
eora. Perch lutopia non si trova in nessun luogo nemmeno, spiegava Dark,
nella sua stessa verbalit. E se luomo aveva una possibilit di materializzare quel
luogo sognato, era solo edificandolo con le proprie mani.
Dark basava le proprie conclusioni su una lettura della storia di Babele come testo
profetico.
Basandosi massimamente sullinterpretazione della caduta data da Milton, seguiva il
maestro nellattribuire unimportanza esorbitante al ruolo del linguaggio. Ma portava
le idee del poeta un passo pi avanti. Se la caduta delluomo implicava anche una
caduta del linguaggio, non era logico presumere che si sarebbe potuta ribaltare la
caduta stessa, e capovolgerne gli effetti, se si ribaltava la caduta del linguaggio,
impegnandosi a ricreare quello parlato nellEden? Se luomo fosse riuscito ad
apprendere la lingua originale dellinnocenza, non ne conseguiva che in quel modo,
dentro di s, si sarebbe riappropriato di tutta una condizione dinnocenza? Bastava
guardare allesempio di Cristo, considerava Dark, per capire che ci era realizzabile.
Perch Cristo non era forse un uomo, una creatura in carne e ossa? E non parlava
forse quel linguaggio edenico? Nel Paradiso Riconquistato di Milton, Satana parla
con illusorio doppio senso, mentre in Cristo le azioni saccordano alle sue
parole, le parole | Al suo gran cuore danno debito sbocco, e il cuore | Contiene di
bont, saggezza e giustizia la perfetta forma. E forse che Dio non ha ora inviato
il suo Oracolo vivente | Nel mondo a insegnarci il suo ultimo volere, | E quindi lo
Spirito di Verit che alberghi |
Nei cuori pii, Oracolo interiore | Per tutta la Verit che mi occorre conoscere? E
forse che la caduta, grazie a Cristo, non ha avuto conseguenze felici, non stata
una felix culpa come insegna la dottrina? Conseguentemente, affermava Dark,
sarebbe stato possibile alluomo parlare la lingua originale dellinnocenza
riacquistando, integra e intatta, la verit dentro noi stessi.
Passando poi al racconto babelico, Dark elaborava il progetto e annunciava la
propria visione delle cose a venire. Citando il secondo versetto di Genesi, II
Emigrando dalloriente gli uomini trovarono una pianura nel paese di Sennaar e vi
si stabilirono sosteneva che il brano dimostrasse lo spostamento verso ovest
della vita e della civilt delluomo. Perch la citt di Babele o Babilonia si
trovava in Mesopotamia, molto pi a levante della terra degli ebrei. Se Babele era a
occidente di qualcosa, quello doveva essere lEden, luogo dorigine del genere
umano. Il dovere degli uomini di disseminarsi sulla terra in obbedienza al
comando divino siate fecondi siate numerosi sulla terra si attuava
incontestabilmente lungo un percorso occidentale. E quale terra, si domandava
Dark, in tutta la cristianit pi occidentale dellAmerica? Perci lemigrazione dei
coloni inglesi verso il Nuovo Mondo si poteva interpretare come obbedienza
allantico comandamento. LAmerica era lultimo passo del cammino. Quando il
continente fosse stato popolato, sarebbe scoccata lora di un mutamento nelle sorti
del genere umano. Linterdizione a costruire Babele affinch gli uomini fossero
numerosi sulla terra sarebbe venuta meno. In quel momento sarebbe stato
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nuovamente possibile a tutta la terra parlare una sola lingua e un solo idioma. E se
accadeva questo, il paradiso non era lontano.
Proprio come Babele era stata costruita 340 anni dopo il Diluvio, cos, profetizzava
Dark, il comandamento si sarebbe compiuto esattamente 340 anni dopo larrivo a
Plymouth della Mayflower. Perch di certo il destino delluomo era nelle mani dei
puritani, nuovo popolo eletto da Dio. Diversamente dagli ebrei, che avevano
abbandonato Dio rifiutando di riconoscerne il figlio, questi inglesi trapiantati
avrebbero scritto il capitolo finale della storia prima che cielo e terra infine si
congiungessero. Come No sullarca, avevano attraversato limmenso diluvio
delloceano per espletare la loro santa missione.
Trecentoquaranta anni, secondo i calcoli di Dark, significavano che la prima parte
del lavoro dei coloni sarebbe stata ultimata nel 1960. A quel punto sarebbero state
pronte le fondamenta dellopera vera e propria che doveva seguire: ledificazione
della nuova Babele. Gi si manifestavano segnali incoraggianti nella citt di Boston,
scriveva Dark, perch qui, a differenza di ogni altra citt del mondo, il principale
materiale di costruzione era il mattone: con il quale, si arguisce dal terzo versetto di
Genesi, 11, era stata costruita anche Babele. Nellanno 1960, asseriva con
sicurezza, sarebbe cominciata a sorgere la nuova Babilonia, che gi nella forma
avrebbe anelato ai cieli, come simbolo di resurrezione dello spirito umano. La storia
sarebbe stata scritta al contrario. Ci che era caduto sarebbe stato rialzato; ci che
era stato spezzato sarebbe tornato integro. Una volta completata, la Torre sarebbe
stata abbastanza grande da contenere ogni abitante del Nuovo Mondo.
Ci sarebbe stata una stanza per tutti, e chi vi entrava avrebbe dimenticato tutto
quello che sapeva.
Dopo quaranta giorni e quaranta notti ne sarebbe uscito un altro uomo, che parlava
lidioma di Dio, pronto a vivere nel secondo, eterno paradiso.
Cos terminava il sunto di Stillman del libretto di Henry Dark, datato 26 dicembre
1690, settantesimo anniversario dello sbarco della Mayflower.
Quinn chiuse il volume con un leggero sospiro. La sala di lettura era deserta. Si
chin in avanti, si prese la testa fra le mani e chiuse gli occhi.
Novecentosessanta, disse ad alta voce. Tent di evocare unimmagine di Henry
Dark, ma senza risultato. Nella mente vedeva solo fuoco, una vampata di libri in
fiamme. Poi, perdendo le tracce dei propri pensieri e del punto in cui lo avevano
condotto, di colpo ricord che il 1960 era lanno in cui Stillman aveva recluso suo
figlio.
Apr il taccuino rosso appoggiandoselo in grembo. Ma proprio mentre stava per
cominciare a scrivere, decise che ne aveva avuto abbastanza. Chiuse il taccuino
rosso, si alz dalla sedia e restitu il libro di Stillman al banco dei prestiti.
Accendendosi una sigaretta in fondo alle scale, usc dalla biblioteca e sincammin
nel pomeriggio di primavera.

36

7.
Si diresse verso la Grand Central Station con molto anticipo. Larrivo del treno di
Stillman non era previsto fino alle sei e quarantuno, ma Quinn voleva avere il
tempo di studiare la topografia del luogo per assicurarsi che Stillman non potesse
sfuggirgli. Quando emerse dalla metropolitana ed entr nel grande ingresso, vide
sullorologio a muro che erano appena passate le quattro. La stazione aveva gi
cominciato a riempirsi della folla delle ore di punta. Aprendosi la strada nella calca,
Quinn fece un giro dei binari numerati alla ricerca di scale nascoste, uscite non
segnalate, recessi bui. Concluse che un uomo determinato a sparire avrebbe potuto
farlo abbastanza facilmente. Doveva sperare che Stillman non fosse stato avvertito
della sua presenza. In caso affermativo, e qualora lo stesso Stillman fosse riuscito a
eludere la sua sorveglianza, la responsabile sarebbe stata sicuramente Virginia
Stillman. Non cerano altre possibilit. Lo consolava la certezza di avere un piano
alternativo se le cose fossero andate storte. Se Stillman non arrivava, Quinn
sarebbe andato dritto alla Sessantanovesima per riferire quello che sapeva a
Virginia Stillman.
Mentre girava per la stazione ripens alluomo che doveva impersonare. Aveva
cominciato a rendersi conto che leffetto di essere Paul Auster non era del tutto
spiacevole. Pur mantenendo lo stesso corpo, la stessa mente, gli stessi pensieri,
provava la sensazione di essere stato rapito a se stesso, come se non fosse pi
obbligato a portare il peso della propria coscienza. Grazie a un semplice trucco
intellettuale, a un elementare contorsionismo onomastico, si sentiva
incomparabilmente pi leggero e pi libero. Nel contempo, sapeva che era tutta
unillusione. Ma questo era anche rassicurante. Non aveva veramente perduto se
stesso: simulava soltanto, con la facolt di tornare Quinn appena lo avesse voluto.
Il fatto che ora ci fosse uno scopo, a essere Paul Auster uno scopo che per lui
diventava sempre pi importante valeva da giustificazione morale per la finzione,
assolvendolo dal dovere di difendere la menzogna. Perch vedersi Paul Auster, nella
sua mente, era diventato sinonimo di un rapporto di armonia con il mondo.
Perci girava per la stazione come se fosse nel corpo di Paul Auster, aspettando
larrivo di Stillman. Alz gli occhi al soffitto a volta dellingresso, osservando
laffresco delle costellazioni.
Cerano delle lampadine che rappresentavano le stelle, e i contorni dipinti delle
figure celesti. Quinn non era mai riuscito a capire il rapporto fra le costellazioni e i
loro nomi. Da ragazzino aveva passato molte ore sotto il cielo notturno nel tentativo
di far coincidere i grappoli di lumini a capocchia di spillo con le sagome di orse, tori,
sagittari e acquari. Ma inutilmente: e si era sentito stupido, come se al centro del
suo cervello ci fosse una zona cieca. Chiss se Auster da ragazzo era approdato a
migliori risultati.
Allaltra estremit della stazione, occupando gran parte del muro est, cera la foto
della pubblicit Kodak con i colori vivaci e irreali. Quel mese, la fotografia ritraeva
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una strada in qualche villaggio di pescatori del New England, forse Nantucket. Il
selciato splendeva di una stupenda luce primaverile, ai davanzali delle finestre
cerano vasi di fiori colorati e molto pi in basso, allimbocco della strada, si
stendeva loceano con le onde bianche e lacqua azzurra smagliante.
Quinn si ricord di avere visitato Nantucket con la moglie tanto tempo fa, al primo
mese di gravidanza, quando loro figlio non era che un minuscolo fagiolo nel suo
grembo. Trov straziante ricordarlo adesso, e cerc di cancellare le immagini che gli
si formavano nella mente. Guardala con gli occhi di Auster, disse fra s, e non
pensare ad altro. Concentr nuovamente lattenzione sulla foto per scoprire con
sollievo che i suoi pensieri deviavano verso le balene e le spedizioni partite da
Nantucket nel secolo scorso, fino a Melville e alle pagine iniziali di Moby Dick. E da
qui a ci che aveva letto riguardo agli ultimi anni di Melville: un vecchio taciturno
che lavorava alla dogana di New York, senza estimatori, dimenticato da tutti. Poi,
allimprovviso, con estrema chiarezza e precisione, vide davanti a s la finestra di
Bartleby e la spoglia parete di mattoni.
Qualcuno lo tocc sulla spalla, e quando Quinn ruot per difendersi dallaggressione
vide un uomo piccolo e silenzioso che gli porgeva una penna rossa e verde.
Attaccata alla penna cera una bandierina di carta con scritto su un lato: Questo
articolo di buona qualit offerto da un sordomuto. Pagate il prezzo che vi sentite.
Grazie per laiuto. Sullaltro lato cera una tabella dellalfabeto manuale IMPARA
A PARLARE CON I TUOI AMICI che mostrava le posizioni delle mani per ciascuna
delle ventisei lettere dellalfabeto. Quinn si frug in tasca e dette alluomo un
dollaro.
Il sordomuto annu una volta, molto brevemente, e si allontan lasciando Quinn
con la penna in mano.
Adesso erano passate le cinque. Quinn decise che sarebbe stato meno vulnerabile
in unaltra posizione e si trasfer nella sala daspetto. In genere era un luogo
deprimente, pieno di polvere e di gente che non sapeva dove andare, ma in piena
ora di punta la occupava una folla di uomini e donne con valigette, libri e giornali.
Quinn fatic a trovare da sedersi. Dopo una ricerca di due o tre minuti, approd a
un posto libero su una delle panchine, incuneandosi tra un uomo vestito di blu e
una ragazza paffuta. Luomo stava leggendo il supplemento sportivo del Times, e
Quinn sbirci la cronaca della sconfitta dei Mets della sera prima. Era arrivato al
terzo o al quarto paragrafo quando luomo si volt lentamente verso di lui, gli
rivolse uno sguardo malevolo e gli allontan bruscamente il giornale dagli occhi.
Poi accadde una cosa strana. Quinn trasfer lattenzione sulla ragazza alla propria
destra per vedere se da quella parte trovava materiale da lettura. Doveva avere
circa ventanni. Sulla guancia sinistra aveva molti foruncoli dissimulati da un roseo
impiastro di fondotinta, e in bocca faceva scricchiolare una pallina di chewing-gum.
In effetti stava leggendo un libro, un tascabile dalla copertina vistosa, e Quinn si
chin impercettibilmente verso destra per leggerne almeno il titolo.
Contro ogni sua aspettativa, era un libro che aveva scritto lui stesso: Pressione
suicida di William Wilson, il primo dei romanzi di Max Work. Quinn aveva
immaginato spesso quella situazione: limprovviso, inatteso piacere di imbattersi in
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un suo lettore. Aveva immaginato addirittura la conversazione che ne sarebbe


seguita: lui prima soavemente schivo, mentre il lettore elogiava il libro; poi, ma con
estrema riluttanza e modestia, disposto a scrivere il suo autografo sul frontespizio,
se proprio insiste. Ma adesso che la scena si svolgeva, si sent deluso, quasi
stizzito.
La ragazza seduta accanto a lui non gli piaceva, e lo indispettiva quello sfogliare
distrattamente le pagine che gli erano costate tanta fatica. Ebbe limpulso di
strapparle il libro dalle mani e uscire dalla stazione di corsa.
Torn a guardarla in faccia, cercando di sentire le parole pronunciate con la mente,
osservandone gli occhi che andavano avanti e indietro sulla pagina. Doveva essersi
scoperto troppo, perch un attimo dopo la ragazza si volt verso di lui con
unespressione irritata e disse: Le serve qualcosa, per caso?
Quinn abbozz un sorriso. Niente, niente, rispose.
Mi domandavo solo se il libro le piaceva.
La ragazza fece spallucce. Ho letto di meglio e ho letto di peggio.
Quinn avrebbe voluto chiudere subito la conversazione, ma qualcosa glielo imped.
Prima di potersi alzare e andarsene, le parole gli erano gi uscite di bocca. Lo
trova appassionante?
La ragazza alz di nuovo le spalle facendo schioccare rumorosamente la gomma.
Boh, s. C la parte dove il detective si perde che fa abbastanza paura.
bravo, come detective?
Per bravo, anche bravo. Ma parla troppo.
Preferirebbe pi azione?
Credo di s.
Se non le piace, perch continua a leggerlo?
Boh, non so . La ragazza fece spallucce per la terza volta. Perch fa passare il
tempo.
Comunque, non una roba fondamentale. solo un libro.
Stava per rivelarle chi era, ma cap che non sarebbe cambiato nulla. La ragazza era
irrecuperabile. Erano cinque anni che teneva segreta lidentit di William Wilson, e
non lavrebbe rivelata ora, tanto meno a una mentecatta sconosciuta. Tuttavia era
spiacevole, e lott disperatamente per soffocare il suo orgoglio. Invece di sferrare
un pugno in faccia alla ragazza, si alz di scatto e si allontan.
Alle sei e mezza si appost davanti alluscita del binario ventiquattro. Il treno era
puntuale, e dalla sua posizione al centro del passaggio Quinn giudic di avere
buone probabilit di vedere Stillman. Prese la foto che aveva in tasca e la esamin
di nuovo, soffermandosi soprattutto sugli occhi. Ricordava di avere letto da qualche
parte che gli occhi sono lunico lineamento che non cambia mai. Dallinfanzia alla
vecchiaia rimangono gli stessi, e in teoria un osservatore attento e concentrato
potrebbe guardare gli occhi di un bambino in una foto e riconoscere la stessa
persona da vecchia. Quinn aveva i suoi dubbi, ma quellimmagine era tutto ci di
cui disponeva, lunico collegamento con il presente. Tuttavia la faccia di Stillman
continuava a non dirgli nulla.
Il treno entr nella stazione, e Quinn se ne sent il rumore in tutto il corpo: un
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frastuono intenso e incoerente che sembr sovrapporsi al battito del cuore,


pompando il sangue in zampilli rochi. Poi la testa gli si riemp della voce di Peter
Stillman, mentre una raffica di parole senza senso grandinava contro le pareti del
suo cranio. Si ingiunse di restare calmo. Ma non serv a molto. Malgrado ci che si
era aspettato da se stesso in quel momento, era carico di tensione.
Il treno era affollato, e quando i passeggeri cominciarono a sciamare in direzione
della scala, subito si form una ressa. Quinn si batt nervosamente la coscia destra
con il taccuino rosso, si alz in punta di piedi e scrut nella calca. In breve ne fu
inghiottito. Cerano uomini e donne, bambini e anziani, adolescenti e neonati, ricchi
e poveri, bianche e neri, bianchi e nere, orientali e arabi, uomini vestiti di marrone
e grigio e blu e verde, donne in rosso e in bianco e in giallo e in rosa, bambini con
le scarpe da tennis, o di pelle, o con gli stivaletti da cowboy; gente grassa e gente
smilza, alti e bassi, e ciascuno diverso da tutti gli altri, ciascuno irriducibilmente se
stesso. Quinn li osserv uno per uno, ancorato alla sua postazione, come se tutto il
suo essere fosse stato relegato negli occhi. Ogni volta che vedeva avvicinarsi un
vecchio, chiamava a raccolta le forze nel caso fosse Stillman. Arrivavano e
passavano troppo veloci perch potesse indulgere alla delusione, ma in ogni volto
di vecchio gli sembrava di scorgere un preannuncio di come sarebbe stato il vero
Stillman, e le sue attese si modificavano rapidamente a ogni faccia nuova, come se
quellaccumulare anziani preludesse allarrivo imminente del suo uomo. Per un
istante, Quinn pens: Dunque questo il lavoro dellinvestigatore. Poi non pens
a nientaltro. Guardava.
Immobile nella folla in movimento, restava l e guardava.
Quando era gi passata circa la met dei passeggeri, Quinn scorse Stillman per la
prima volta. La somiglianza con la foto sembrava inequivocabile. No, non aveva
perso i capelli come aveva ipotizzato Quinn. Li aveva bianchi e spettinati, a ciuffi
appiccicati qua e l. Era alto e magro, senza dubbio oltre i sessanta, e piuttosto
curvo. A dispetto della stagione indossava un lungo cappotto marrone ormai liso, e
camminava strascicando leggermente i piedi. Lespressione del volto sembrava
placida, a met fra il pensoso e il trasognato. Non guardava le cose intorno a lui,
non sembravano interessargli. Aveva un unico bagaglio, una valigia di pelle un
tempo molto lussuosa, ma ora malconcia, avvolta da una cinghia. Nel salire la scala
si ferm un paio di volte per prendere fiato. Sembrava muoversi a fatica, un po
sballottato dalla folla, incerto se tenere il ritmo o lasciare che gli altri lo
superassero.
Quinn arretr di alcuni passi, collocandosi in modo da potere scattare velocemente
a destra o a sinistra, secondo quello che sarebbe successo. Nello stesso tempo,
voleva essere abbastanza lontano perch Stillman non si accorgesse di essere
seguito.
Quando raggiunse luscita della stazione, Stillman pos di nuovo la borsa e si
ferm. In quel momento Quinn os sbirciare alla destra del suo uomo, controllando
il resto della folla per essere doppiamente sicuro di non essersi sbagliato. Quello
che accadde dopo sfidava ogni spiegazione.
Subito dietro Stillman, materializzandosi a pochi centimetri dalla sua spalla sinistra,
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un altro uomo si ferm, estrasse dalla tasca un accendino e si accese una sigaretta.
Il suo volto era la copia esatta di quello di Stillman. Per un istante Quinn pens a
unillusione, a una specie di alone emesso dalle onde elettromagnetiche nel corpo
di Stillman. Ma no: il nuovo Stillman si muoveva, respirava, sbatteva le palpebre: le
sue azioni erano chiaramente indipendenti da quelle del primo Stillman. Il secondo
era il ritratto della prosperit. Indossava un costoso abito blu; aveva le scarpe
lucide; i capelli bianchi pettinati; e nei suoi occhi cera il lampo scaltrito delluomo di
mondo. Portava anche lui un unico bagaglio: unelegante valigia nera, pi o meno
dello stesso formato di quella dellaltro Stillman.
Quinn rest immobile. Adesso qualunque cosa avesse fatto sarebbe stato un errore.
Ogni scelta e una scelta la doveva compiere sarebbe stata arbitraria, un
affidarsi al caso. Lincertezza lo avrebbe tormentato sino alla fine. In quel momento
i due Stillman si rimisero in cammino. Il primo svolt a destra, il secondo a sinistra.
Quinn avrebbe voluto avere il corpo di unameba per potersi scindere e correre
simultaneamente nelle due direzioni. Fai qualcosa, disse fra s, fai qualcosa
adesso, idiota.
Senza motivo si diresse a sinistra, allinseguimento del secondo Stillman. Dopo nove
o dieci passi si ferm. Qualcosa gli diceva che in vita sua avrebbe rimpianto quello
che stava facendo.
Agiva per ripicca, spinto dallimpulso di castigare il secondo Stillman perch lo
aveva disorientato.
Si gir e vide il primo Stillman che strascicava i piedi nella direzione opposta. Il suo
uomo era sicuramente lui. Quella creatura male in arnese, cos prostrata ed
emarginata da tutto quello che la circondava se Stillman era pazzo, doveva essere
quello. Quinn inspir a fondo, espir con il petto tremante e inspir di nuovo. Non
cera modo di saperlo: n questo, n nientaltro. Si mise alle calcagna del primo
Stillman, rallentando il passo per adeguarlo a quello del vecchio, e lo segu fino al
sottopassaggio.
Adesso erano quasi le sette, e la folla cominciava a diradarsi. Bench sembrasse
avvolto in una nebbia, Stillman sapeva dove stava andando. Si diresse dritto verso
la scala del sottopasso, pag il biglietto al botteghino e aspett tranquillamente sul
binario la navetta per Times Square. Quinn cominci ad avere meno paura di
essere notato. Non aveva mai visto un uomo cos sprofondato nei suoi pensieri.
Dubitava che Stillman lavrebbe visto anche se gli si fosse parato davanti.
Viaggiarono sulla navetta fino al West Side, poi percorsero gli umidi corridoi della
stazione della Quarantaduesima e scendendo unaltra scala passarono alla
metropolitana. Sette o otto minuti dopo salirono sulla linea che risaliva tutta
Broadway, procedettero sbandando per due lunghe fermate, e scesero alla
Novantaseiesima. Avviandosi lentamente per lultima scala, con varie soste in cui
Stillman posava il bagaglio e riprendeva fiato, emersero sullangolo entrando
nellazzurro cupo della sera. Stillman non esit. Senza fermarsi a controllare
lorientamento, si incammin per Broadway lungo il lato est. Per alcuni minuti Quinn
fu irrazionalmente convinto che Stillman si stesse dirigendo verso casa sua sulla
Centosettesima; ma prima che potesse cadere in un vero e proprio panico, Stillman
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si ferm allangolo della Novantanovesima, attese che il semaforo passasse da


rosso a verde e attravers Broadway. A met dellisolato sorgeva un vecchio
alberghetto sordido per clienti in bolletta, lHotel Harmony. Quinn era passato tante
volte da quelle parti, e conosceva bene i vagabondi e i beoni che lo bazzicavano. Si
stup nel vedere che Stillman apriva la porta ed entrava nellatrio. Chiss perch,
aveva pensato che il vecchio si sarebbe permesso un alloggio pi confortevole. Ma
quando Quinn, dietro la porta di vetro, vide il professore dirigersi al banco, scrivere
nel registro degli ospiti quello che senzaltro doveva essere il suo nome, e venire
inghiottito dallascensore, cap che era l che voleva abitare.
Per le due ore successive Quinn aspett fuori, camminando su e gi per lisolato
pensando che magari Stillman sarebbe uscito a cena in uno dei ristoranti della
zona. Ma il vecchio non si fece vedere, e alla fine Quinn decise che doveva andare a
dormire. Chiam Virginia Stillman da una cabina sullangolo, le fece un rapporto
dettagliato di quanto era successo, e sincammin verso la Centosettesima strada.

42

8.
La mattina seguente, e poi per molte altre mattine, Quinn si appost su una
panchina al centro dello spartitraffico allincrocio fra Broadway e la
Novantanovesima strada. Arrivava di buonora, mai dopo le sette, e si sedeva con
un caff preso al bar, un panino imburrato e un giornale aperto sulle ginocchia, a
sorvegliare la porta di vetro dellalbergo. Prima delle otto Stillman usciva, sempre
con il suo cappotto marrone, portando con s una grossa sacca da viaggio, di
quelle che si usavano una volta. La procedura rest invariata per due settimane. Il
vecchio vagava per le vie della zona avanzando lentamente, talvolta a tappe
infinitesimali, interrompendosi, riprendendo il cammino, fermandosi di nuovo come
se ogni passo andasse soppesato e misurato prima di prendere il suo posto nella
somma totale dei passi compiuti. Per Quinn era difficile muoversi in questo modo.
Solitamente andava di buon passo, e tutto quel ripartire e fermarsi e strascicare
cominci ad angosciarlo, come se il ritmo del suo corpo ne venisse alterato. Era la
lepre che insegue la tartaruga, e doveva continuamente ricordarsi di restare
indietro.
Cosa facesse Stillman in quelle passeggiate, per Quinn continuava a essere un
mistero.
Naturalmente, vedeva con i suoi occhi quello che succedeva, annotando
coscienziosamente tutto nel taccuino. Ma il significato continuava a sfuggirgli.
Stillman non sembrava mai dirigersi in nessun luogo particolare, n sapere dove si
trovava. Eppure, come per un disegno preordinato, si manteneva entro unarea
rigorosamente circoscritta, delimitata a nord dalla Centodecima, a sud dalla
Settantaduesima, a ovest dal Riverside Park e a est dalla Amsterdam Avenue. Per
quanto i suoi itinerari potessero apparire fortuiti e ogni giorno il percorso era
diverso Stillman non oltrepassava mai questi confini. Quinn era perplesso da tanta
precisione, perch per il resto Stillman sembrava vagare senza meta.
Mentre camminava, Stillman non alzava mai lo sguardo. Gli occhi erano
costantemente fissi a terra, come se stesse cercando qualcosa. Effettivamente, ogni
tanto si chinava, raccoglieva dal suolo un oggetto e lo esaminava da vicino,
voltandolo e rivoltandolo nella mano. A Quinn ricordava un archeologo che
ispeziona dei cocci in un sito preistorico. Occasionalmente, dopo avere scrutato un
oggetto in questo modo, Stillman lo gettava di nuovo sul marciapiede. Ma il pi
delle volte apriva la sacca e vi posava delicatamente loggetto; poi si frugava in una
tasca del cappotto e ne traeva un taccuino rosso simile a quello di Quinn, ma pi
piccolo su cui scriveva con grande concentrazione per un minuto o due.
Completata loperazione, si rimetteva in tasca il taccuino, raccoglieva la sacca e
continuava per la sua strada.
Per quanto ne poteva dire Quinn, gli oggetti raccolti da Stillman erano privi di
valore.
Sembravano soltanto cose rotte, abbandonate, pezzi di ciarpame. Un giorno dopo
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laltro, Quinn registr un ombrello rientrabile senza stoffa, la testa di una bambola
di gomma, un guanto nero, la ghiera di una lampadina frantumata, vari pezzi di
carta stampata (riviste fradice, quotidiani stracciati), una foto strappata, parti
anonime di congegni e altri frammenti dispari di relitti che non riusc a identificare.
Il fatto che Stillman prendesse sul serio quella raccolta incuriosiva Quinn, ma lui
non poteva fare altro che osservare e annotare sul taccuino quello che vedeva,
soffermandosi banalmente alla superficie delle cose. Nel contempo era soddisfatto
di sapere che anche Stillman aveva un taccuino rosso, come se questo
rappresentasse un legame segreto fra loro. Quinn sospettava che il taccuino rosso
di Stillman contenesse delle risposte alle domande che erano andate accumulandosi
nella sua mente, e cominci ad architettare vari stratagemmi per rubarglielo. Ma
non era ancora il momento di compiere un simile passo.
A parte la raccolta degli oggetti dalla strada, Stillman sembrava non fare niente.
Ogni tanto si fermava a pranzare da qualche parte. Occasionalmente si scontrava
con qualcuno e farfugliava delle scuse. Una volta mentre attraversava la strada fu
quasi investito da unauto. Stillman non parlava con nessuno, non entrava nelle
botteghe, non sorrideva. Non sembrava n allegro n triste. In due occasioni in cui
la raccolta era stata particolarmente abbondante, a met giornata era tornato in
albergo per uscirne di nuovo pochi minuti dopo con una borsa vuota. La maggior
parte dei giorni passava almeno qualche ora nel Riverside Park, passeggiando
metodicamente lungo i vialetti in macadam o battendo i cespugli con un bastone.
La sua ricerca degli oggetti non si fermava di fronte al verde. Nella sacca cera
posto anche per pietre, foglie e ramoscelli. Una volta, osserv Quinn, si chin
addirittura a raccogliere un escremento secco di cane: lo annus accuratamente e
se lo tenne.
Il parco era anche il luogo dove Stillman si riposava. Nel pomeriggio, spesso subito
dopo pranzo, si sedeva su una panchina e fissava laltra sponda dello Hudson. Una
volta, in una giornata particolarmente mite, Quinn lo vide dormire adagiato
sullerba. Quando scendeva il buio, Stillman cenava allApollo Coffee Shop,
allangolo tra la Novantasettesima e Broadway; poi tornava in albergo per la notte.
Non tent nemmeno una volta di prendere contatto con il figlio: lo conferm anche
Virginia Stillman, che Quinn chiamava ogni sera quando rincasava.
Lessenziale era conservare la tensione. A poco a poco, Quinn aveva cominciato a
sentirsi allontanare dalle intenzioni originarie, e ora si chiedeva se non si fosse
imbarcato in un progetto senza senso. Naturalmente cera leventualit che Stillman
stesse solo aspettando il momento propizio, che volesse far cadere il mondo nel
letargo prima di colpire. Ma ci presupponeva una consapevolezza delle proprie
azioni che a Quinn non sembrava probabile. Fino allora aveva svolto con efficienza il
proprio lavoro, tenendosi a una discreta distanza dalluomo, confondendosi con il
traffico della strada senza richiamare lattenzione n prendere misure eccessive per
restare nascosto.
Daltra parte, era possibile che Stillman sapesse fin dal principio o addirittura in
anticipo di essere sorvegliato e perci non si fosse preoccupato di scoprire chi
fosse in particolare a pedinarlo.
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Cosa importava, se aveva la sicurezza di essere seguito? Un pedinatore scoperto si


poteva sempre sostituire con un altro.
Questa visione della situazione rincuorava Quinn, che decise di adottarla anche se
non aveva motivi per crederci. O Stillman sapeva cosa stava facendo, o non lo
sapeva. E se non lo sapeva, allora Quinn non compiva alcun progresso, stava
sprecando tempo. Molto meglio confidare che ogni suo passo fosse effettivamente
diretto a una meta. Se questa interpretazione postulava da parte di Stillman una
consapevolezza, allora Quinn avrebbe assunto quella consapevolezza come un atto
di fede, almeno momentaneamente.
Restava il problema di come occupare la mente mentre pedinava il vecchio. Quinn
era abituato agli andirivieni. Le sue escursioni metropolitane gli avevano insegnato
a comprendere il collegamento fra interno ed esterno. Usando il movimento senza
meta come tecnica di ribaltamento, nei suoi giorni migliori riusciva a spingere
dentro il fuori spodestando cos i domini dellinteriorit.
Inondandosi di esterno, sprofondando il s fuori da se stesso, era stato capace di
esercitare una parvenza di controllo sulle sue crisi di disperazione. Insomma, il
vagabondaggio era una forma di oblio. Ma seguire Stillman non era un
vagabondaggio. Stillman poteva vagabondare, barcollare da un punto allaltro come
un cieco, ma questo privilegio a Quinn era negato. Perch adesso era costretto a
concentrarsi su quello che faceva, sebbene ci fosse prossimo al nulla. Pi volte i
suoi pensieri cominciarono ad andare alla deriva, subito seguiti dai passi. Cera il
pericolo continuo di accelerare landatura, andando a scontrarsi con la schiena di
Stillman. Per cautelarsi contro questo rischio appront diverse tecniche di
rallentamento. La prima consisteva nel dirsi che non era pi Daniel Quinn. Adesso
era Paul Auster, e a ogni passo cercava di adattarsi meglio ai vincoli di quella
trasformazione. Auster per lui era soltanto un nome, un involucro privo di
contenuto. Essere Auster voleva dire essere un uomo senza interno, un uomo senza
pensieri. E se non aveva pensieri a disposizione, se la sua vita interiore era
inaccessibile, allora non cerano luoghi dove avrebbe potuto ritirarsi. Impersonando
Auster, non poteva evocare ricordi n paure, n sogni di felicit, poich queste cose
a lui erano ignote. Doveva rimanere soltanto alla superficie di se stesso, guardando
fuori per trovare un sostegno. Tenere gli occhi fissi su Stillman, quindi, non era
semplicemente una distrazione dal corso dei propri pensieri: era lunico pensiero
che potesse concedersi.
Per un giorno o due la tattica ebbe un modesto successo, ma alla fine anche Auster
cominci a vacillare per la monotonia. Quinn comprese che gli serviva qualcosa di
pi per tenersi occupato, qualche piccola incombenza che lo accompagnasse
mentre svolgeva il proprio lavoro. Alla fine a salvarlo fu il taccuino rosso. Invece di
stendere semplicemente qualche osservazione casuale come aveva fatto i primi
giorni, decise di registrare ogni minimo dettaglio su Stillman che gli riuscisse di
cogliere. Servendosi della penna comprata dal sordomuto, si accinse
scrupolosamente allincarico che aveva assunto. Non solo prendeva nota dei gesti di
Stillman, descriveva uno per uno gli oggetti che il vecchio sceglieva o scartava per
la sacca, e registrava attentamente lora di ogni avvenimento: tracci anche con
45

zelo lesatto itinerario delle digressioni di Stillman, annotando ogni strada da lui
seguita, con tutte le curve e tutte le soste effettuate. Oltre a tenere occupato
Quinn, il taccuino serviva anche a rallentarne il passo. Ora non cera pi pericolo di
sorpassare Stillman. Il problema era piuttosto non lasciarsi distanziare, essere
sicuro che non sparisse. Perch camminare e scrivere non erano attivit
agevolmente compatibili. Se negli ultimi cinque anni Quinn aveva passato i giorni
facendo luna o laltra, adesso tentava di svolgerle simultaneamente. Allinizio
commise un sacco di errori. Era difficile soprattutto scrivere senza tenere gli occhi
sulla pagina, e spesso scopriva di avere sovrapposto due o tre righe, stendendo un
caotico, illeggibile palinsesto. Daltronde guardare la pagina significava fermarsi, il
che avrebbe aumentato le possibilit di perdere Stillman. Dopo un po stabil che si
trattava essenzialmente di un problema di posizione. Fece un esperimento con il
taccuino davanti a s a un angolo di quarantacinque gradi, ma concluse che il polso
sinistro si stancava presto. Quindi prov a tenere il taccuino direttamente davanti al
viso, sbirciando sopra di esso come un Kilroy redivivo, ma il sistema si rivel poco
pratico. In seguito tent di appoggiare il taccuino sul braccio destro alcuni
centimetri sopra il gomito, reggendone il dorso con il palmo della sinistra. Ma cos la
mano che scriveva restava anchilosata, ed era impossibile scrivere sulla met in
basso della pagina. Finalmente, decise di reggere il taccuino con lanca sinistra, pi
o meno come il pittore tiene la tavolozza. Fu un progresso. Il trasporto non gli
provocava pi sforzo, e la destra poteva tenere la penna senza essere gravata da
altre mansioni. Pur avendo a sua volta dei punti deboli, alla lunga questo metodo
gli sembr il pi comodo. Perch adesso Quinn era in grado di suddividere quasi
equamente la propria attenzione fra Stillman e la scrittura, ora alzando gli occhi
verso luno, ora abbassandoli sullaltra, vedendo la cosa e scrivendone con un unico
movimento fluido. Con la penna del sordomuto in una mano e il taccuino rosso
sullanca sinistra, Quinn continu a seguire Stillman per altri nove giorni.
Le sue conversazioni notturne con Virginia Stillman erano stringate. Sebbene il
ricordo del bacio fosse ancora pungente nella memoria di Quinn, non cerano stati
altri sviluppi romantici. Dapprima, Quinn si era aspettato che succedesse qualcosa.
Dopo un avvio cos promettente, era sicuro che alla fine si sarebbe ritrovato la
signora Stillman fra le braccia. Ma la sua committente si era in breve eclissata
dietro la maschera del lavoro, senza alludere nemmeno una volta a quel singolo
momento di passione. Forse Quinn si era lasciato trascinare dalla speranza,
confondendo momentaneamente se stesso con Max Work, un uomo che non
mancava mai di approfittare di quelle situazioni.
O forse cominciava semplicemente a pesargli la solitudine. Da tanto tempo non
sentiva vicino il calore di un corpo. Perch a dire il vero aveva cominciato a
desiderare spasmodicamente Virginia Stillman dal momento in cui laveva vista,
molto prima del bacio. E lattuale mancanza di incoraggiamento da parte di lei non
gli impediva di continuare a immaginarsela nuda. Scene di lussuria si susseguivano
ogni notte nella mente di Quinn, e anche se le possibilit che si realizzassero gli
apparivano remote, continuavano a rappresentare un piacevole diversivo. Molto
tempo dopo, quando era troppo tardi ormai da un pezzo, cap di avere nutrito nel
46

profondo la cavalleresca speranza di risolvere il caso cos brillantemente, e salvare


dal pericolo Peter Stillman in modo cos veloce e indiscutibile, da restare loggetto
dei desideri della signora Stillman finch avrebbe voluto. Naturalmente questo fu un
errore. Ma visti i tanti errori che Quinn commise dal principio alla fine, non fu
peggio degli altri.
Era il tredicesimo giorno dallinizio del caso. Quella sera Quinn torn a casa gi di
corda. Era scoraggiato, pronto ad abbandonare la nave. Malgrado tutti i solitari che
aveva giocato, malgrado le storie che si era inventato per andare avanti, il caso
continuava a sembrare inconsistente. Stillman era un vecchio svitato che aveva
dimenticato il figlio. Avrebbe potuto seguirlo per leternit senza che succedesse
nulla. Quinn prese il telefono e chiam casa Stillman.
Sarei quasi dellidea di mollare, disse a Virginia Stillman. Da quello che ho
visto, Peter non corre nessun rischio.
proprio quello che vuol farci credere, ribatt la donna. Non ha idea di
quanto astuto. E paziente.
Lui sar anche paziente, ma io no. Penso che lei stia sprecando i suoi soldi. E io il
mio tempo.
sicuro che lui non labbia vista? Questo cambierebbe tutto.
Non ci scommetterei la pelle ma s, sono sicuro.
E allora cosa conclude?
Concludo che non avete niente da temere. Almeno per adesso. Se in seguito
succeder qualcosa, mi contatti. Arriver di corsa al primo accenno di pericolo.
Dopo una pausa, Virginia Stillman osserv: Forse ha ragione. Una nuova pausa.
Ma proprio per tranquillizzarmi un pochino, mi domando se non potremmo
giungere a un compromesso.
Dipende da quello che ha in mente.
Solo questo: vada avanti ancora qualche giorno. Per avere la certezza assoluta.
A una condizione, disse Quinn. Dovr lasciarmi fare a modo mio. Niente pi
vincoli. Devo essere libero di parlargli, di fargli domande, di arrivare in fondo alla
faccenda una volta per tutte.
Non le sembra rischioso?
Non si preoccupi. Non intendo scoprire il nostro gioco. Far in modo che non
capisca n chi sono n cosa sto facendo.
E come pensa di riuscirci?
Questo un problema mio. Diciamo che ho i miei conigli nel cilindro. Lei deve
solo fidarsi.
Daccordo, faremo come dice. Non credo che possa far danno.
Bene. Ci lavoro ancora qualche giorno, poi vedremo a che punto siamo arrivati.
Signor Auster?
S?
Le sono tanto riconoscente. Nelle ultime due settimane Peter stato benissimo, e
so che grazie a lei. Parla di lei in continuazione. come per lui non so
come un eroe.
E la signora Stillman come si sente?
47

Proprio allo stesso modo.


bello sentirglielo dire. Forse un giorno mi permetter di esserle grato a mia
volta.
Tutto possibile, signor Auster. Non se lo scordi.
Certo che no. Sarei un pazzo se lo scordassi.
Quinn si prepar una cena leggera, uova e pane tostato, bevve una bottiglia di birra
e si mise alla scrivania con il taccuino rosso. Erano molti giorni che vi scriveva,
riempiendo una pagina dopo laltra con la sua calligrafia compressa e irregolare, ma
non aveva ancora avuto il coraggio di leggere quello che aveva scritto. Ora che
finalmente si profilava la conclusione, pens di poter arrischiare unocchiata.
Molto era difficile da capire, specie nelle parti iniziali. E quando riusciva a decifrare
le parole, scopriva che non ne era valsa la pena. Raccoglie matita a met isolato.
Esamina, esita, mette in sacca Compra sandwich in gastronomia Siede su
panchina in parco e sfoglia taccuino rosso.
Queste annotazioni gli suonavano perfettamente inutili.
Era tutta una questione di metodo. Se lobiettivo era capire Stillman, arrivare a
conoscerlo abbastanza bene da anticipare la sua prossima mossa, Quinn aveva
fallito. Era partito da una base limitata di fatti: la formazione di Stillman e la sua
professione, la reclusione del figlio, larresto e il ricovero in clinica, un libro di
bizzarra erudizione redatto quando in teoria era ancora sano di mente, e
soprattutto la certezza di Virginia Stillman che ora avrebbe tentato di far del male al
figlio. Ma le vicende del passato sembravano prive di attinenza con quelle del
presente. Quinn era profondamente deluso. Aveva sempre immaginato che la
chiave di un buon lavoro investigativo fosse losservazione ravvicinata dei
particolari. Pi accurato il rilevamento, pi positivi i risultati.
La premessa era che il comportamento umano si possa comprendere, che dietro
linfinita facciata di gesti, tic e silenzi ci siano una coerenza, un ordine, un movente.
Ma dopo avere lottato per afferrare tutti questi effetti di superficie, Quinn non si
sentiva pi vicino a Stillman di quando gli si era messo alle calcagna. Aveva vissuto
la vita di Stillman, camminando al suo passo, vedendo quello che lui vedeva, e la
sola cosa che sentiva adesso di quelluomo era la sua impenetrabilit. Invece di
diminuire la distanza che correva tra lui e Stillman, aveva visto laltro scivolargli via
anche se gli restava sotto gli occhi.
Senza un motivo cosciente, Quinn apr una pagina bianca del taccuino e tracci una
piccola mappa della zona in cui Stillman effettuava i suoi andirivieni.
Poi, rileggendo attentamente le annotazioni, cominci a tracciare con la penna gli
spostamenti compiuti da Stillman nel corso di un solo giorno: il primo giorno in cui
aveva tenuto un registro completo dei movimenti del vecchio. Il risultato fu il
seguente: Quinn fu colpito da come Stillman aveva sempre rasentato i confini del
territorio senza avventurarsi verso il centro. Il grafico assomigliava vagamente alla
carta di qualche immaginario stato del Midwest. A parte gli undici isolati di
Broadway risaliti alla partenza e la serie di spire e ghirigori che rappresentavano i
viavai di Stillman a Riverside Park, il disegno ricordava un rettangolo. Daltronde,
data la struttura a quadranti delle vie di New York, avrebbe potuto essere anche
48

uno zero o la lettera O.


Quinn pass al giorno seguente e decise di vedere cosa ne veniva fuori. I risultati
furono completamente diversi.
Questo disegno gli fece pensare a un uccello, forse un uccello da preda, con le ali
spiegate, sospeso in volo.
Un momento dopo, questa interpretazione gli sembr fantastica. Luccello svan, e
al suo posto non restarono che due forme astratte collegate dal minuscolo
ponticello gettato da Stillman nellatto di attraversare lOttantatreesima strada verso
ovest. Quinn si interruppe un attimo a riflettere su quello che stava facendo.
Scarabocchiava linee senza senso? Stava sprecando scioccamente la serata, o era
alla ricerca di qualcosa? Comprese che entrambe le risposte erano inaccettabili. Se
intendeva solo ammazzare il tempo, perch aveva scelto un modo cos faticoso? Era
cos disorientato da non avere pi il coraggio di pensare? Del resto, se non era
soltanto per distrarsi, quali intenzioni lo animavano? Pens che stava cercando un
segno. Setacciava il caos dei movimenti di Stillman a caccia di un barlume di
coerenza. Questo implicava una cosa soltanto: il suo rifiuto di credere allarbitrariet
delle azioni di Stillman. Esigeva che avessero un senso, per oscuro che fosse. Il che
appariva di per s inaccettabile. Significava che Quinn si permetteva di negare i fatti
e questa, come lui ben sapeva, la peggior cosa che un detective possa fare.
Tuttavia, decise di proseguire. Non era tardi, neppure le undici, e quelloccupazione
non poteva fargli male. Il grafico della terza mappa non aveva nessuna somiglianza
con gli altri due.
Allapparenza non cera pi alcun dubbio su quello che stava succedendo.
Tralasciando gli sgorbi del percorso nel parco, Quinn era sicuro di trovarsi davanti
alla lettera E.
Ammettendo che il primo grafico avesse rappresentato in effetti la lettera O, era
legittimo dedurre che le ali duccello del secondo formassero la lettera W.
Naturalmente le lettere O-W-E insieme formavano la parola owe, cio il verbo
dovere, ma Quinn non era intenzionato a trarre nessuna conclusione. Era partito
con i suoi rilievi solo il quinto giorno delle peregrinazioni di Stillman, e lidentit
delle prime quattro lettere restava un rebus. Si rammaric di non avere cominciato
prima, sapendo che ormai il mistero di quei quattro giorni era irrevocabile. Ma forse
sarebbe riuscito a ricostruire il passato proiettandosi in avanti. Forse giungendo alla
fine avrebbe intuito il principio.
Il grafico del giorno seguente accennava a una forma somigliante alla lettera R.
Come per le altre, era arruffata da diverse irregolarit, approssimazioni e svolazzi
arabescati nel parco.
Nellaggrapparsi ancora a un residuo di obiettivit, Quinn cerc di guardarla come
se non si fosse aspettato una lettera dellalfabeto. Doveva ammettere che niente
era sicuro: avrebbe potuto benissimo essere priva di significato. Forse stava
cercando figure nelle nuvole, come faceva da bambino. Per la coincidenza era
troppo marcata. Se ci fosse stata una sola mappa simile a una lettera, magari
anche due, avrebbe potuto liquidare tutto come un capriccio del caso. Ma quattro
49

consecutive erano troppe.


Il giorno dopo gli forn una O sbilenca, una ciambella schiacciata da un lato, con
tre o quattro linee frastagliate che si proiettavano sullaltro. Poi fu la volta di una
nitida F, affiancata dai consueti ghirigori rococ. Segu una B che assomigliava
a due casse in bilico luna sopra laltra, con trucioli da imballaggio straripanti dai
bordi. Quindi una A barcollante che ricordava una scala a pioli coi gradini che
salivano a destra e a sinistra. E per concludere cera una seconda B:
precariamente inclinata su un unico punto di equilibrio, come una piramide
capovolta.
Quinn copi poi le lettere in ordine: OWEROFBAB. Dopo averci giocato per un
quarto dora, ricombinandole, separandole, riformando la sequenza, torn allordine
originario e le scrisse per esteso in questo modo: OWER OF BAB. La soluzione
sembrava cos bizzarra che per poco non gli saltarono i nervi. Con tutte le dovute
cautele, visto che aveva perso i primi quattro giorni e che Stillman non aveva
ancora terminato, la risposta appariva ineluttabile: THE TOWER OF BABEL, la Torre
di Babele.
Per un momento la mente di Quinn corse alle pagine finali del Gordon Pym di Poe,
con la scoperta degli strani geroglifici sulla parete interna dellabisso: lettere incise
nella terra stessa, come nel tentativo di proferire qualcosa di non pi comprensibile.
Ma ripensandoci lesempio non gli sembr appropriato. Perch Stillman non aveva
lasciato messaggi in nessun luogo. Vero, aveva creato le lettere con il moto dei suoi
passi, ma non erano state effettivamente scritte. Era come disegnare nellaria con
un dito. Limmagine svanisce nellatto di comporla. Non c alcun risultato, alcuna
traccia a indicare quello che hai fatto.
E tuttavia i disegni esistevano: non nelle strade dove erano stati tracciati, ma nel
taccuino rosso di Quinn. Si domand se Stillman ogni sera si fosse seduto in
camera a progettare litinerario dellindomani o se avesse improvvisato cammin
facendo. Era impossibile saperlo. Si chiese anche che scopo avesse nella mente di
Stillman quella scrittura. Non era che una specie di promemoria a uso interno, o
aveva il senso di un messaggio agli altri? Quanto meno, concluse Quinn, significava
che Stillman non si era dimenticato di Henry Dark.
Quinn non voleva abbandonarsi al panico. Nello sforzo di dominarsi, tent di
immaginare le cose sotto la peggior luce possibile. Se vedeva il peggio, forse
sarebbe stato meno brutto di quello che pensava. Effettu la seguente analisi.
Primo: Stillman stava effettivamente architettando qualcosa contro Peter. Risposta:
questa era stata la premessa in tutti i casi. Secondo: Stillman sapeva che sarebbe
stato seguito, sapeva che i suoi movimenti sarebbero stati registrati, sapeva che il
suo messaggio sarebbe stato decifrato. Risposta: ci non modificava il fatto
essenziale, cio che occorreva proteggere Peter. Terzo: Stillman era molto pi
pericoloso di quanto avesse immaginato.
Risposta: questo non voleva dire che avrebbe attuato i propri piani.
La riflessione gli fu di aiuto. Ma le lettere continuavano ad atterrirlo. Linsieme del
quadro era talmente subdolo, talmente demoniaco nella sua allusivit, che non
voleva accettarlo. Poi arrivarono i dubbi, come a comando, riempiendogli la testa di
50

cantilene beffarde. Si era immaginato tutto. Le aveva viste solo perch aveva voluto
vederle. Le lettere non erano affatto lettere. E anche ammesso che i grafici
formassero delle lettere, era soltanto una combinazione. Stillman non centrava.
Non era che una casualit, un tiro che lui aveva giocato a se stesso.
Decise di andare a letto, dorm a intermittenza, si svegli, scrisse mezzora nel
taccuino rosso, torn a letto. Il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi fu che
probabilmente gli restavano due giorni, dato che Stillman non aveva ancora
completato il messaggio. Restavano le due lettere finali la E e la L. La mente
di Quinn si fece vaga. Giunse in una regione di frontiera, un luogo di cose senza
parole e parole senza cose. Poi, offrendo unultima resistenza al torpore, si disse
che El in antico ebraico era il nome di Dio.
Nel sogno, che pi tardi dimentic, era nella discarica cittadina della sua infanzia e
passava attraverso una montagna di rifiuti.

51

9.
Il primo incontro con Stillman si svolse a Riverside Park. Era met pomeriggio di un
sabato di biciclette, di cani a passeggio col padrone e di bambini. Stillman sedeva
solo su una panchina, a fissare nel vuoto con il piccolo taccuino rosso sulle
ginocchia. Dappertutto era luce, una luce infinita che sembrava irradiarsi da ogni
cosa su cui locchio si posava; e in alto, tra i rami degli alberi, soffiava sempre una
brezza che scuoteva le foglie con un sibilo appassionato, un respiro che saliva e
scendeva, costante come londa sulla spiaggia.
Quinn aveva pianificato le proprie mosse con cura. Fingendo di non accorgersi di
Stillman, si sedette al suo fianco incrociando le braccia e cominciando a guardare
nella stessa direzione del vecchio. Nessuno dei due apr bocca. In seguito Quinn
stim che questa fase fosse durata quindici o venti minuti. Poi, senza preavviso, si
volt verso il vecchio e ferm gli occhi su di lui, fissando ostinatamente il suo profilo
rugoso. Quinn concentr tutta la sua forza nello sguardo, come se avesse potuto
aprire un foro rovente nel cranio di Stillman. La seconda fase dur cinque minuti.
Alla fine Stillman si gir. Con una voce tenorile sorprendentemente armoniosa,
disse:
Desolato, ma non mi sar possibile parlare con lei.
Io non ho detto niente, rispose Quinn.
vero, disse Stillman. Ma deve rendersi conto che non ho labitudine di
parlare con gli sconosciuti.
Le ripeto, disse Quinn, che non ho detto niente.
S, lho sentita la prima volta. Ma non le interessa sapere il perch?
Temo di no.
Ben detto. Vedo che un uomo di buonsenso.
Quinn fece spallucce, rifiutandosi di rispondere. Ora sembrava la statua
dellindifferenza.
Stillman reag con un radioso sorriso, si chin verso Quinn e disse in tono da
cospiratore: Mi sa che andremo daccordo.
Questo ancora da vedere, rispose Quinn dopo una lunga pausa.
Stillman rise con un breve, tonante ah, poi continu.
Non che non mi piacciano gli estranei in s. solo che preferisco non parlare a
nessuno che non si sia presentato. Per cominciare, devo avere un nome.
Ma quando un uomo le ha detto come si chiama, non pi uno sconosciuto.
Precisamente. Ecco perch non parlo mai con gli sconosciuti.
Quinn era preparato e sapeva come destreggiarsi. Non si sarebbe fatto
intrappolare. Dato che tecnicamente lui era Paul Auster, quello era il nome che
doveva proteggere. Qualunque altra cosa, anche la verit, sarebbe stata
uninvenzione, una maschera dietro cui nascondersi e restare al sicuro.
In questo caso, disse, il mio nome Quinn. Per servirla.
Ah, disse Stillman, annuendo pensosamente. Quinn.
52

S, Quinn. Q-u-i-n-n.
Capisco. S, s, capisco. Quinn. Mmmmm S. Molto interessante. Quinn. Parola
assai sonora.
Fa rima con twin [gemello], non vero?
Esatto. Twin.
E anche con sin [peccato], se non erro.
Non sbaglia, infatti.
E poi con in una n sola o inn [locanda]. giusto?
Giusto.
Mmmm Molto interessante. Vedo un sacco di possibilit per questa parola,
questo Quinn, questa quintessenza di quiddit. Quick [svelto], per esempio. E
quill [penna doca]. E quack [ciarlatano]. E quirk [ghiribizzo]. Mmmm Fa rima con
grin [ghigno]. Per non parlare di kin [stirpe]. Mmmm. Molto interessante. E win
[vittoria], E fin [pinna]. E din [baccano], E gin. E pin [spillo], E tin [latta], E bin
[pattumiera]. Fa rima persino con djin [genio della lampada], Mmmm. E se
pronunciato bene, con been [essere stato]. S, davvero interessante. Signor Quinn,
il suo nome mi piace immensamente. Sinvola subito in tante direzioni.
S, lho notato spesso anchio.
La gente per lo pi non si sofferma su queste cose. Pensano che le parole siano
macigni, grandi oggetti inanimati e inerti, come monadi immutabili.
Le pietre possono cambiare. Possono essere dilavate dallacqua e dal vento. Si
erodono. Si possono schiacciare. Tramutare in frantumi, ghiaia o polvere.
Precisamente. Ho capito allistante che lei una persona di buonsenso, signor
Quinn. Se solo sapesse in quanti mi hanno frainteso. E il mio lavoro ne ha sofferto.
Ne ha sofferto terribilmente.
Il suo lavoro?
S, il mio lavoro. I miei progetti, le mie ricerche, i miei esperimenti.
Ah.
S. Ma malgrado tutti i rovesci, non mi sono mai lasciato scoraggiare.
Attualmente, per esempio, sono impegnato in una delle intraprese pi importanti
che abbia mai tentato. Se tutto va bene, credo che posseder la chiave per una
serie di fondamentali scoperte.
La chiave?
Esatto, la chiave. Uno strumento che apre le porte chiuse.
Ah.
Ovviamente, per ora sto solo accumulando dati: raccogliendo le prove, per dir
cos. In seguito dovr coordinare le mie scoperte. un lavoro altamente
impegnativo. Lei non pu credere quanto duro soprattutto per un uomo della
mia et.
Immagino.
Proprio cos. C tanto da fare, e cos poco tempo a disposizione. Ogni mattina mi
alzo allalba.
Devo uscire che piova o tiri vento, star sempre in moto, sempre a piedi,
spostandomi da un luogo allaltro. Mi sfianca, pu star certo.
53

Ma ne vale la pena.
Qualunque cosa per lo scopo della verit. Nessun sacrificio troppo grande.
Davvero.
Vede nessuno ha compreso quello che io ho compreso. Io sono il primo, sono
lunico. Ci mi impone un pesante fardello di responsabilit.
Ha il mondo sulle spalle.
Esatto, per dir cos. Il mondo, o quello che ne rimane.
Non pensavo che la situazione fosse cos brutta.
Ma lo . Forse anche peggio.
Ah.
Veda, signor Quinn il mondo in frammenti. E il mio lavoro ricomporli
insieme.
Be, un bellimpegno.
Me ne rendo conto. Ma io cerco unicamente il principio. Questo senzaltro alla
portata di un uomo solo. Se riesco a porre le fondamenta, altre mani sapranno
compiere la riedificazione vera e propria. Limportante la premessa, il primo
gradino teorico. E purtroppo, non c nessun altro che lo possa ascendere.
Ha fatto molti progressi?
Passi enormi. In realt, ora mi sento sul punto di aprire una breccia decisiva.
Mi conforta saperlo.
S, un pensiero rassicurante. E tutto grazie al mio intelletto, grazie
allabbagliante lucidit della mia mente.
Senza dubbio.
Capisce, io ho compreso la necessit di pormi un limite. Lavorando su un terreno
abbastanza piccolo da rendere ogni risultato conclusivo.
La premessa della premessa, per dir cos.
Bravo, giustissimo. Il principio del principio, il modus operandi. Veda, signore, il
mondo in schegge. Non abbiamo perduto solo il senso della nostra finalit;
abbiamo perduto lidioma merc il quale parlarne. Questi sono senzaltro argomenti
spirituali, ma hanno i loro paralleli nel mondo materiale. Il mio colpo di genio
stato confinarmi alle cose fisiche, a ci che immediato e tangibile. Le mie ragioni
sono elevate, ma attualmente il mio lavoro si svolge nellambito della quotidianit.
Ecco perch vengo cos sovente frainteso. Ma tant. Ho imparato a non curarmene.
Ammirevole risposta.
Lunica. Lunica risposta degna di un uomo della mia statura. Veda, io mi sto
prodigando a inventare una nuova lingua. Con un lavoro come questo di fronte,
non posso lasciarmi sommuovere dalla stupidit altrui. E in ogni caso, tutto fa parte
della malattia che sto cercando di curare.
Una nuova lingua?
S. Una lingua che finalmente dica quello che dobbiamo dire. Perch le nostre
parole non corrispondono pi al mondo. Quando le cose erano intere, credevamo
che le nostre parole le sapessero esprimere. Poi a mano a mano quelle cose si sono
spezzate, sono andate in schegge franando nel caos. Ma le nostre parole sono
rimaste le medesime. Non si sono adattate alla nuova realt. Pertanto, ogni volta
54

che tentiamo di parlare di ci che vediamo, parliamo falsamente, distorcendo


loggetto che vorremmo rappresentare. Tutto si fa disordine. Ma le parole, come
anche lei comprende, hanno la capacit di cambiare. Il problema come
dimostrarlo. Ecco perch io ora lavoro con i pi semplici mezzi possibili talmente
semplici che anche un bambino pu capire quel che dico. Consideri una parola che
corrisponde a una cosa: ombrello, per esempio. Quando pronuncio la parola
ombrello, lei nella sua mente vede loggetto. Vede una sorta di bastone con alla
sommit dei raggi pieghevoli di metallo facenti da telaio a un tessuto impermeabile
che, una volta aperto, protegger la sua persona dalla pioggia. Questultimo
dettaglio importante: un ombrello non solo una cosa, ma una cosa che svolge
una funzione in altri termini, esprime la volont delluomo. Se ci riflette un poco,
ogni oggetto analogo allombrello in quanto svolge una funzione. Una matita
serve per scrivere, una scarpa per essere calzata, unauto per esser guidata.
Ora, la mia domanda questa. Cosa succede quando una cosa non svolge pi la
propria funzione? sempre quella cosa, oppure diventa qualcosaltro? Se lei lacera
la tela dellombrello, questultimo ancora un ombrello? Spiega i raggi, se li pone
sopra la testa, esce sotto la pioggia e si bagna. possibile persistere a chiamare
questo oggetto ombrello? Generalmente, la gente fa cos. Tuttal pi, arriveranno a
dire che un ombrello rotto. Per me, questo un grave errore, fonte di tutti i nostri
disagi. Giacch non pu pi svolgere la propria funzione, lombrello ha smesso di
essere ombrello.
Pu assomigliargli, pu pure essere un ex ombrello, ma ora si trasformato in
unaltra cosa.
Tuttavia la parola rimasta la stessa: perci non rappresenta pi la cosa.
imprecisa; falsa; cela loggetto che dovrebbe svelare. E se noi non possiamo
neppure nominare un oggetto comune, quotidiano, che teniamo nelle mani, come
potremo sperare di discorrere delle cose che veramente ci riguardano? A meno che
non cominciamo ad assimilare il concetto di cambiamento nelle parole duso,
continueremo a essere perduti.
E il suo lavoro?
Il mio lavoro molto semplice. Sono venuto a New York perch il pi
miserabile, il pi abietto di tutti i luoghi. Lo sfacelo dovunque, la disarmonia
universale. Le basta aprire gli occhi per accorgersene. Persone infrante, cose
infrante, pensieri infranti. La citt intera un ammasso di rifiuti.
Il che si adatta mirabilmente al mio proposito. Trovo che le strade siano una fonte
infinita di materiale, un inesauribile emporio di cose frantumate. Ogni giorno esco
con la mia sacca e raccolgo oggetti che sembrano degni dattenzione. I miei
campioni ammontano ormai a centinaia oggetti scheggiati o fracassati, ammaccati
o sfasciati, polverizzati o putridi.
E che ci fa con queste cose?
Assegno loro dei nomi.
Dei nomi?
Invento nuove parole che corrispondano alle cose.
Ah. Ora ho capito. Ma come fa a decidere? Come sa di aver scelto la parola
55

giusta?
Non sbaglio mai. una modalit del mio genio.
Non pu farmi un esempio?
Di una delle mie parole?
S.
Spiacente, ma non possibile. Capisce, il mio segreto. Quando avr pubblicato
il mio libro, lei e il resto del mondo saprete. Ma per ora lo devo tenere per me.
Informazione riservata.
Esatto. Top secret.
Chiedo scusa.
Non sia troppo contrariato. Si avvicina il momento in cui avr messo ordine tra le
mie scoperte. Poi cominceranno ad accadere grandi cose. Sar lavvenimento pi
importante nella storia delluomo.
Il secondo incontro si svolse poco dopo le nove del mattino successivo. Era
domenica, e Stillman era uscito dallalbergo unora pi tardi del solito. Cammin per
due isolati fino al luogo dove abitualmente faceva colazione, il Mayflower Caf, e
and a sedersi in un spar dangolo sul fondo.
Quinn, che si era fatto pi audace, segu il vecchio nel locale sedendosi nello stesso
spar, proprio di fronte a lui. Per un paio di minuti Stillman sembr non accorgersi
della sua presenza. Poi, alzando gli occhi dal men, studi il viso di Quinn come in
astratto. Apparentemente non laveva riconosciuto dal giorno prima.
Io la conosco? domand.
Non credo, rispose Quinn. Mi chiamo Henry Dark.
Ah, annu Stillman. Un uomo che comincia dallessenziale. Lo apprezzo.
Non sono uno da andar per rovi, dichiar Quinn.
Rovi? E quali rovi?
Quelli in fiamme, naturalmente.
Eh, gi. Il roveto in fiamme. Naturalmente . Stillman guard il viso di Quinn. Con
un po pi di attenzione, adesso, ma forse anche con una certa confusione.
Spiacente, prosegu, ma non rammento il suo nome. Mi ricordo che me lo aveva
detto non molto tempo fa, ma adesso come evaporato.
Henry Dark, disse Quinn.
Appunto. S, adesso mi ritorna. Henry Dark.
Per un lungo momento Stillman tacque, poi scosse la testa. Purtroppo questo non
possibile, signore.
E perch?
Perch non c nessun Henry Dark.
Be, forse io sono un altro Henry Dark. Rispetto a quello che non esiste.
Mmmm. S, capisco cosa intende. vero che a volte due persone hanno lo stesso
nome. possibilissimo che il suo sia Henry Dark. Ma lei non quellHenry Dark.
un suo amico?
Stillman rise come se avesse apprezzato la battuta. Non esattamente, disse.
Vede, Henry Dark non mai esistito realmente. Lho creato io. uninvenzione.
Ma no, disse Quinn con finta incredulit.
56

S. un personaggio di un libro che ho scritto tempo fa. immaginario.


Lo trovo difficile da credere.
Anche tutti gli altri. Li ho beffati tutti.
Straordinario. E perch diamine lo ha fatto?
Veda, avevo bisogno di lui. Allepoca nutrivo delle idee troppo pericolose e
controverse. Cos ho finto che fossero di un altro. Fu un espediente per
proteggermi.
E come mai ha deciso di chiamarlo Henry Dark?
un bel nome, non le pare? A me piace molto. Pieno di mistero, e nello stesso
tempo molto appropriato. Si adattava al mio scopo. E inoltre ha un significato
segreto.
Lallusione alle tenebre?
No, no. Niente di cos banale. Erano le iniziali, H. D. Molto importanti.
Perch?
Non prova a indovinarlo?
Direi di no.
Oh, ci provi. Faccia tre tentativi. Se non indovina, glielo dir io.
Quinn sinterruppe un momento, cercando di concentrarsi al massimo. H. D.,
disse. Stanno per Henry David? Come Henry David Thoreau.
Acqua.
E se fossero solo H. D., puro e semplice? Cio la poetessa Hilda Doolittle.
Sempre pi fuori strada.
Daccordo, ancora un tentativo. H. D. H e D un attimo e se un attimo
ah s, ci siamo. H il filosofo che piange, Heraclito; e D il filosofo che ride,
Democrito. Heraclito e Democrito i due poli della dialettica.
Risposta molto intelligente.
Ho indovinato?
Naturalmente no. Ma la risposta resta intelligente.
Non pu dire che non mi sia sforzato.
No, davvero. Quindi la premier con la risposta esatta. Perch si sforzato.
pronto?
Pronto.
Le iniziali H. D. del nome Henry Dark alludono esattamente a Humpty Dumpty.
A chi?
A Humpty Dumpty. Mi ha capito benissimo. Luovo.
Luovo parlante seduto sul muro?
Precisamente.
Non capisco.
Humpty Dumpty: la pi pura incarnazione della condizione umana. Ascolti
attentamente, signore. Che cos un uovo? ci che non ancora nato. Un
paradosso, non le sembra? Perch come pu Humpty Dumpty essere vivo se non
nato? Eppure vivo fuori da ogni dubbio. Lo sappiamo perch parla. Anzi, un
filosofo del linguaggio. Quando uso una parola, disse Humpty Dumpty in tono
piuttosto sdegnoso, significa esattamente quello che ho scelto che significhi n
57

pi n meno. Il problema, disse Alice, se voi potete dare alle parole cos tanti
significati. Il problema, ribatt Humpty Dumpty, chi ha da essere il padrone
tutto qua.
Lewis Carroll.
Attraverso lo specchio, capitolo sesto.
Interessante.
pi che interessante, signore. fondamentale. Ascolti attentamente, e forse
imparer qualcosa. Nel discorsetto che fa ad Alice, Humpty Dumpty delinea il futuro
delle speranze umane, indicando la traccia per la nostra salvezza: diventare i
padroni delle parole che pronunciamo, far s che il linguaggio corrisponda alle
nostre necessit. Humpty Dumpty era un profeta, un uomo che proferiva verit cui
il mondo non era preparato.
Un uomo?
Mi perdoni. stato un lapsus. Intendo dire, un uovo. Ma il lapsus istruttivo e mi
aiuta a esprimere il concetto. Perch tutti gli uomini, in un certo senso, sono uova.
Noi esistiamo, ma non abbiamo ancora assunto la forma che incarna il nostro
destino. Siamo puro potenziale, un esempio del nonpervenutoancora. Poich
luomo una creatura caduta lo sappiamo dalla Genesi. Anche Humpty Dumpty
una creatura caduta. Cade dal muro, e nessuno potr pi rimetterlo assieme: n il
re, n i suoi cavalli, n i suoi fidi. Ma questo lo scopo per cui noi tutti ora
dobbiamo batterci. il nostro dovere di esseri umani: ricomporre luovo. Perch,
signore, ciascuno di noi Humpty Dumpty. E aiutare lui aiutare noi stessi.
Un ragionamento convincente.
impossibile trovarvi un punto debole.
Luovo non ha crepe.
Esattamente.
E nello stesso tempo, spiega lorigine di Henry Dark.
S. Ma c ancora di pi. Un altro uovo, in effetti.
Ce n pi duno?
O santo cielo, s. Ce ne sono milioni. Ma quello che ho in testa io,
particolarmente famoso.
Probabilmente luovo pi celebrato di tutti.
Comincio a perdere il filo.
Sto parlando delluovo di Colombo.
Ah, gi. Per forza.
Conosce la storia?
Tutti la conoscono.
Affascinante, non trova? Posto di fronte al problema di tenere in piedi un uovo,
Colombo non fece altro che picchiettarlo sulla base, incrinando il guscio quanto
bastava per creare quel minimo appiattimento che reggesse luovo quando lui
avrebbe tolto la mano.
E funzion.
Certo che funzion. Colombo era un genio. Cercava il paradiso terrestre e scopri il
Nuovo Mondo. Non ancora troppo tardi per trasformarlo in paradiso.
58

Senzaltro.
Ammetto che le cose fin qui non sono andate troppo bene. Ma c ancora
speranza. Gli americani non hanno mai perso il desiderio di scoprire nuovi mondi. Si
ricorda che cosa successo nel 1969?
Ricordo tante cose. Lei a quale allude?
Degli uomini camminarono sulla luna. Ci pensi, signore. Degli uomini
camminarono sulla luna!
S, mi ricordo. Secondo il Presidente, fu il pi grande avvenimento dal giorno della
creazione.
Aveva ragione. Lunica cosa intelligente che quellindividuo abbia mai detto. E
quale aspetto crede che abbia la luna?
Non ne ho idea.
Su, su ci pensi ancora.
Oh, s. Ora capisco cosa vuole dire.
Sicuro, la somiglianza imperfetta. Ma vero che in determinate fasi, e
specialmente se la notte limpida, la luna appare molto simile a un uovo.
S. Gli somiglia moltissimo.
In quel momento comparve una cameriera che pos la colazione di Stillman sul
tavolo davanti a lui. Il vecchio adocchi il cibo con piacere. Sollevando
garbatamente con la destra un coltello, ruppe il guscio delluovo alla coque e disse:
Come pu vedere, signore, io non lascio nulla di intentato.
Il terzo incontro si svolse pi tardi in quello stesso giorno. Il tardo pomeriggio era
ben inoltrato: la luce si stendeva come un velo sopra mattoni e foglie, le ombre si
allungavano. Di nuovo, Stillman si ritir in Riverside Park, questa volta ai suoi
margini, per sostare alla fine su un rialzo roccioso allaltezza
dellOttantaquattresima, noto come Monte Tom. In quello stesso punto, nelle estati
del 1843 e del 1844, Edgar Allan Poe aveva trascorso molte lunghe ore a fissare lo
Hudson. Quinn lo sapeva perch questo genere di nozioni erano divenute parte del
suo lavoro. A dire il vero, spesso si era seduto in quel punto anche lui.
Adesso sentiva un po di apprensione al pensiero di quello che doveva fare. Gir
due o tre volte intorno alla roccia, peraltro senza risvegliare lattenzione di Stillman.
Poi si sedette vicino al vecchio e lo salut. Incredibilmente Stillman non lo
riconobbe. Era la terza volta che Quinn si presentava, e ogni volta era come se
fosse stato una persona diversa. Non riusc a decidere se questo era un segnale
positivo o negativo. Se Stillman simulava, era il pi grande attore del mondo.
Perch ogni volta Quinn era apparso di sorpresa. Eppure Stillman non aveva battuto
ciglio. Daltro canto, se veramente Stillman non lo riconosceva, questo che voleva
dire? Era mai possibile che un individuo fosse cos inaccessibile alle cose che
vedeva?
Il vecchio gli domand chi era.
Il mio nome Peter Stillman, disse Quinn.
Quello il mio nome, ribatt Stillman. Peter Stillman sono io.
Io sono laltro Peter Stillman, disse Quinn.
Oh. Vuole dire mio figlio. S, questo possibile. Gli assomiglia proprio.
59

Naturalmente Peter biondo e lei scuro. Non scuro nel senso di Dark, scuro di
capelli. Ma le persone cambiano, eccome!
Adesso siamo una cosa, passa un minuto e siamo unaltra.
Precisamente.
Ho pensato tante volte a te, Peter. Tante volte mi dicevo: Chiss Peter come
star.
Adesso molto meglio, grazie.
Sono contento di sentirtelo dire. Una volta qualcuno mi ha detto che eri morto.
Questo mi ha rattristato molto.
No, mi sono completamente ripreso.
Si vede. Sei fresco come una rosa. E poi, parli cos bene.
Ora ho a disposizione tutte le parole. Anche quelle che creano difficolt alla
maggior parte della gente. Le so pronunciare tutte.
Sono fiero di te, Peter.
tutto merito tuo.
I figli sono una gran benedizione. Lho sempre detto. Una benedizione
incomparabile.
Sicuramente.
In quanto a me, ho le mie giornate s e le mie giornate no. Quando arrivano
quelle no, penso alle giornate s che ho gi vissuto. La memoria una gran
benedizione, Peter. la cosa pi bella dopo la morte.
Senza dubbio.
Naturalmente noi dobbiamo vivere anche nel presente. Per esempio, attualmente
mi trovo a New York. Domani potrei essere altrove. Vedi, io viaggio molto. Oggi qui,
domani l. Fa parte del mio lavoro.
Devessere stimolante.
S, sono molto stimolato. La mia mente non si ferma mai.
Mi fa piacere.
Gli anni pesano molto, vero. Ma abbiamo tanti motivi di gratitudine. Il tempo
invecchia, ma ci regala il giorno e la notte. E quando moriamo, c sempre qualcuno
che prende il nostro posto.
Tutti invecchiamo.
Quando sarai vecchio, forse avrai un figlio che ti consoler.
Mi piacerebbe.
In tal caso saresti fortunato come sono stato io. Ricordati, Peter: i figli sono una
gran benedizione.
Non lo dimenticher.
E ricordati anche che non si devono mettere tutte le uova in un solo paniere.
Daltra parte, non devi neanche contare i pulcini prima della schiusa.
No. Cercher di prendere le cose come vengono.
Infine, non dire mai una cosa che in cuor tuo sai non essere vera.
Non lo far.
Mentire brutto. Ti fa pentire di essere nato. E non essere nati una
maledizione. Sei condannato a vivere fuori dal tempo. E quando vivi fuori dal
60

tempo, non esistono il giorno e la notte. Non hai nemmeno la possibilit di morire.
Capisco.
Una bugia non si cancella mai. Nemmeno con la verit.
Io sono un padre, e queste cose le so. Rammenta cosa successo al padre di
questa nazione.
Abbatt il ciliegio, e poi disse a suo padre: Io non posso dire una bugia.
Dopodich gett la moneta al di l del fiume. Questi due aneddoti sono eventi
decisivi nella storia americana. George Washington abbatt lalbero e gett via il
denaro. Lo capisci? Ci stava illustrando una verit fondamentale. Vale a dire, che il
denaro non cresce sugli alberi. questo che ha fatto grande il nostro paese, Peter.
Adesso il ritratto di George Washington su tutte le banconote da un dollaro.
C una lezione importante da imparare per ognuno di noi.
Sono daccordo con te.
Ovviamente deplorevole che lalbero sia stato abbattuto. Quello era lAlbero
della Vita, e ci avrebbe reso immuni dalla morte. Ora invece la morte laccogliamo a
braccia aperte, soprattutto da vecchi. Ma il padre della nostra nazione conosceva il
proprio dovere. Non poteva agire altrimenti.
Tale il significato della frase La vita un cesto di ciliegie. Se lalbero fosse
rimasto in piedi, avremmo avuto vita eterna.
S, capisco cosa vuoi dire.
Ho in testa tante idee La mia mente non si ferma mai. Sei sempre stato un
bambino intelligente, Peter, e mi rallegra che tu capisca.
Riesco a seguirti perfettamente.
Un padre deve sempre insegnare al figlio le lezioni che ha imparato. In tal modo
la conoscenza si trasmette di generazione in generazione e diventiamo pi saggi.
Non scorder quello che mi hai detto.
Adesso potrei morire felice, Peter.
Sono contento.
Ma tu non devi dimenticare niente.
No, padre. Te lo prometto.
Lindomani mattina alla solita ora Quinn era davanti allalbergo. Alla fine il tempo
era cambiato.
Dopo due settimane di cieli luminosi cadeva su New York una pioggia sottile, e per
le strade si sentiva il rumore dei pneumatici bagnati in movimento. Quinn rimase
seduto sulla panchina per unora, proteggendosi con un ombrello nero, pensando
che Stillman sarebbe apparso da un momento allaltro. Si destreggi a mangiare il
suo panino con il caff, lesse la cronaca della sconfitta domenicale dei Mets, e del
vecchio neppure lombra. Pazienza, disse fra s, cominciando ad accapigliarsi con il
resto del giornale. Trascorsero quaranta minuti. Arriv allinserto di economia, ma
mentre iniziava a leggere lanalisi di una fusione societaria la pioggia rinforz
allimprovviso. Si alz malvolentieri dalla panca, trasferendosi sotto un portone
sullaltro lato della via. Qui rest in piedi per unora e mezza con le scarpe fradice.
Forse Stillman malato?, si domand. Cerc di immaginarselo steso sul letto in
un bagno di sudore febbrile. Forse il vecchio era morto durante la notte e il suo
61

corpo non era ancora stato scoperto. Cose che capitano, disse fra s.
Oggi doveva essere il giorno decisivo, e per loccasione Quinn aveva elaborato un
piano complesso e meticoloso. Ora tutti i suoi calcoli andavano in fumo. Il pensiero
di non aver previsto questa eventualit gli fece male.
Nel frattempo, indugiava. Rimase fermo sotto lombrello, a guardare la pioggia che
se ne staccava ricadendo in minuscole goccioline. Alle undici cominci a prendere
una decisione.
Mezzora dopo attravers la strada, costeggi lisolato per una quarantina di passi
ed entr nellhotel di Stillman. Il luogo puzzava di mozziconi e di insetticida. Alcuni
clienti, bloccati in albergo dalla pioggia, oziavano nellingresso, stravaccati su
seggiole di plastica arancione.
Sembrava un luogo opaco, un inferno di pensieri rancidi.
Un nero grande e grosso era seduto alla reception con le maniche arrotolate. Un
gomito sul banco, la testa puntellata sulla mano. Con laltra mano sfogliava un
quotidiano popolare, quasi senza fermarsi a leggere le parole. Aveva unaria cos
annoiata che sembrava stesse l da tutta la vita.
Vorrei lasciare un messaggio per un vostro ospite, disse Quinn.
Luomo alz gli occhi su di lui lentamente, come se desiderasse vederlo sparire.
Vorrei lasciare un messaggio per un vostro ospite, ripet Quinn.
Qui non abbiamo ospiti, disse luomo. Li chiamiamo residenti.
Per uno dei vostri residenti, allora. Vorrei lasciare un messaggio.
E per chi sarebbe?
Stillman. Peter Stillman.
Luomo finse di riflettere per un momento, poi scosse la testa. No. Non ricordo
nessuno che si chiama cos.
Non ce lavete un registro?
Esatto, abbiamo un libro. Ma sta in cassaforte.
In cassaforte? Ma cosa sta dicendo?
Dico del libro. Al capo gli piace tenerlo chiuso in cassaforte.
E lei la combinazione non la conosce, vero?
Purtroppo. La sa solo il capo.
Quinn sospir, si frug in tasca ed estrasse un biglietto da cinque dollari. Lo distese
sul banco tenendovi sopra la mano.
Non ce lha proprio una copia del libro, eh? chiese.
Forse, rispose luomo. Devo dare unocchiata nel mio ufficio.
Luomo sollev il giornale aperto sul banco. Sotto cera il registro.
Che fortuna, comment Quinn togliendo la mano dal denaro.
Gi, mi sa che oggi la mia giornata, replic luomo, facendo scivolare la
banconota lungo il ripiano per ghermirla sullorlo e infilarsela in tasca. Com che
ha detto che si chiamava il suo amico?
Stillman. Un uomo anziano coi capelli bianchi.
Quel signore con il soprabito?
Esatto.
Quello che chiamiamo il Professore.
62

Proprio lui. Ce lha il numero della stanza? arrivato da un paio di settimane.


Limpiegato apr il registro, lo sfogli e fece scorrere il dito lungo la colonna di nomi
e numeri.
Stillman, disse alla fine. Camera 303. Non sta pi qui.
Come?
Se n andato.
Come?
Senti, io ti dico soltanto quello che c scritto qua. Stillman andato via ieri sera.
Non c pi.
Questa la cosa pi assurda che ho mai sentito.
Sar un po quello che vuoi tu. Ma scritto tutto qua, nero su bianco.
Ha lasciato un recapito?
Stai scherzando?
A che ora andato via?
Lo deve chiedere a Louie, il portiere di notte. Monta alle otto.
Posso vedere la camera?
Mi spiace. Lho data via stamattina. C su un tizio che dorme.
Che aspetto aveva?
Ne fai delle domande, per un cinquone.
Lasci perdere, disse Quinn con un gesto di sconforto.
Non importa.
Torn al suo appartamento sotto un diluvio, bagnandosi fino al midollo nonostante
lombrello.
Alla faccia della funzione degli oggetti, disse fra s. Alla faccia del significato delle
parole.
Disgustato, gett lombrello sul pavimento del soggiorno. Poi si tolse la giacca e la
lanci contro il muro. Lacqua schizz in tutte le direzioni.
Chiam Virginia Stillman, troppo a disagio per pensare di fare qualcosaltro. Nel
momento in cui la donna gli rispose, per poco non riagganci.
Lho perso, disse.
Ne sicuro?
andato via dallalbergo ieri sera. Non so dove si trovi.
Ho paura, Paul.
Si fatto sentire?
Non lo so. Penso di s, ma non ne sono sicura.
Cosa intende?
Stamattina Peter ha risposto al telefono mentre facevo il bagno. Non ha voluto
dirmi chi era. andato in camera sua, ha chiuso le imposte e si rifiuta di parlare.
Be, non la prima volta che si comporta cos.
S. Per questo non ne sono sicura. Ma la prima volta che succede da molto
tempo.
Brutta storia.
Per questo ho paura.
Non si preoccupi. Ho qualche idea, e mi metter subito al lavoro.
63

Dove posso raggiungerla?


La chiamer ogni due ore dovunque mi trovi.
Me lo promette?
S, prometto.
Ho una tale paura, che non so quello che faccio.
tutta colpa mia. Ho commesso uno stupido errore, sono mortificato.
No, la colpa non sua. Nessuno pu sorvegliare una persona ventiquattro ore al
giorno. impossibile. Dovrebbe stare sotto la sua pelle.
questo il guaio. Credevo di essermici infilato.
Ma non troppo tardi, vero?
No. C ancora un sacco di tempo. Non si preoccupi, la prego.
Far del mio meglio.
Bene. Mi far vivo.
Ogni due ore?
Ogni due ore.
Aveva condotto la conversazione con abilit. Malgrado tutto, era riuscito a tenere
calma Virginia Stillman. Era difficile da credere, ma sembrava proprio che si fidasse
ancora di lui. Non che questo gli servisse a qualcosa. Perch il fatto era che lui le
aveva mentito. Non aveva qualche idea. Non ne aveva nemmeno una.

64

10.
Stillman dunque era andato. Il vecchio si era confuso con la citt. Era una
macchiolina, un segno dinterpunzione, un mattone in un muro infinito di mattoni.
Quinn poteva camminare per le strade tutti i giorni per il resto della sua vita senza
trovarlo. Tutto si era ridotto al caso, a un incubo di cifre e probabilit. Indizi non ce
nerano, n piste, n mosse da effettuare.
Quinn risal mentalmente allinizio del caso. Il suo incarico era proteggere Peter, non
pedinare Stillman. Quello era stato semplicemente un metodo, una via per cercare
di anticipare ci che sarebbe accaduto. La teoria era che, sorvegliando Stillman,
avrebbe compreso le sue intenzioni nei confronti di Peter. Aveva seguito il vecchio
per due settimane. E cosa poteva concludere? Non molto. Il comportamento di
Stillman era stato troppo enigmatico per dargli indicazioni.
Naturalmente si potevano ancora prendere alcune misure estreme. Poteva
consigliare a Virginia Stillman di farsi assegnare un numero telefonico fuori
dallelenco. Questo, almeno provvisoriamente, avrebbe eliminato le chiamate
moleste. Se non funzionava, lei e Peter avrebbero potuto trasferirsi. Lasciare il
quartiere, o addirittura la citt. Alla peggio, potevano assumere nuove identit,
vivere sotto nomi diversi.
Questultimo pensiero gli ricord un particolare significativo. Si accorse che fino
allora non aveva mai esaminato seriamente le circostanze della sua assunzione. Era
successo tutto troppo in fretta, e aveva dato per scontato di saper reggere la parte
di Paul Auster. Cos, una volta trasmigrato nel nuovo nome, aveva smesso di
pensare al vero Auster. Ma se quelluomo era un detective abile come pensavano gli
Stillman, forse avrebbe potuto aiutarlo a risolvere il caso. Quinn avrebbe vuotato il
sacco, Auster lo avrebbe perdonato, e insieme si sarebbero impegnati per salvare
Peter Stillman.
Sfogli le pagine gialle alla ricerca dellAgenzia Investigativa Auster. Non era
riportata. Invece nella guida generale trov il nome. Cera un Paul Auster a
Manhattan, abitava in Riverside Drive, non lontano dalla casa di Quinn. Nessun
riferimento a unagenzia investigativa, ma questo in s non significava nulla. Forse
Auster aveva cos tanto lavoro che non gli serviva farsi pubblicit. Quinn alz la
cornetta, e stava per comporre il numero quando gli venne unidea migliore. Era
una conversazione troppo importante per affidarla al telefono. Non voleva correre il
rischio di essere liquidato in due parole. Se Auster non aveva lufficio, voleva dire
che lavorava in casa. Quinn ci sarebbe andato e gli avrebbe parlato a quattrocchi.
Aveva cessato di piovere e anche se il cielo rimaneva grigio, a ovest, verso
lorizzonte, Quinn vedeva filtrare dalle nuvole un esile raggio di luce. Camminando
su Riverside Drive, si rese conto che non stava pi seguendo Stillman. Gli sembr di
avere perduto una met di se stesso. Per due settimane un filo invisibile lo aveva
legato al vecchio. Qualunque cosa Stillman facesse, lo faceva anche lui. Il suo corpo
non era abituato a quella nuova libert, e per i primi isolati continu a camminare
65

con il solito passo strascicato. Lincantesimo era infranto, e il suo corpo non lo
sapeva ancora.
La casa di Auster sorgeva al centro del lungo isolato che correva fra la
Centosedicesima e la Centodiciannovesima strada, appena a sud della Riverside
Church e della Tomba di Grant. Era un palazzo ben tenuto, con ottoni lucidi e
vetrate pulite: dava unimpressione di sobriet borghese che l per l Quinn
apprezz. Lappartamento di Auster era allundicesimo piano, e Quinn suon il
campanello aspettandosi di sentire una voce al citofono. Invece gli rispose
direttamente il ronzio dellapriporta. Quinn spinse luscio, attravers lingresso e sali
in ascensore fino allundicesimo.
Ad aprirgli la porta dellappartamento venne un uomo. Era un tipo alto e bruno sui
trentacinque anni, coi vestiti trasandati e una barba di due giorni. Nella mano
destra, fra il pollice e le prime due dita, stringeva una stilografica senza cappuccio
ancora alzata come se stesse scrivendo. Luomo sembr sorpreso di trovarsi davanti
uno sconosciuto.
S? chiese con perplessit.
Quinn parl con tutta la cortesia di cui era capace. Forse stava aspettando
qualcun altro?
Mia moglie, a dire il vero. Per questo ho aperto senza domandare chi era.
Mi spiace disturbarla, si scus Quinn. Ma stavo cercando Paul Auster.
Sono io, Paul Auster, disse luomo.
Volevo sapere se posso parlare con lei. piuttosto importante.
Prima dovrebbe dirmi chi .
Non lo so bene neanchio Quinn guard Auster gravemente. Temo sia
complicato. Molto complicato.
Ma ce lha un nome?
Oh, scusi. Certo che ce lho. Quinn.
Quinn e basta?
Daniel Quinn.
Sembr che il nome suonasse familiare a Auster, che rest un attimo
soprappensiero, come se si frugasse nella memoria. Quinn, mormor fra s.
Questo nome lho sentito da qualche parte .
Tacque nuovamente, concentrandosi alla ricerca della risposta. Lei non un
poeta, vero?
Lo ero, rispose Quinn. Ma tanto tempo che non scrivo pi poesie.
Qualche anno fa ha pubblicato un libro, no? Credo che il titolo fosse Impresa
incompiuta. Un libretto con la copertina azzurra.
Esatto. Ero io.
Mi era piaciuto molto. Ho sperato molto di vedere pubblicati altri suoi lavori. Mi
sono anche domandato che fine aveva fatto.
Sono ancora qui. In un certo senso.
Auster apr completamente la porta e fece cenno a Quinn di entrare
nellappartamento. Linterno era piuttosto piacevole: aveva una strana forma, con
alcuni lunghi corridoi, libri accatastati ovunque, alle pareti quadri di pittori a Quinn
66

ignoti, e giocattoli disseminati sul pavimento: un camion rosso, un orso bruno, un


mostro spaziale verde. Auster lo accompagn nel soggiorno, lo fece accomodare su
una sedia dalla tappezzeria sdrucita e and in cucina a prendere della birra.
Torn con due bottiglie, le pos su una cassa da imballaggio di legno che faceva da
tavolino, e si sedette sul divano davanti a Quinn.
Voleva parlare di faccende letterarie? cominci Auster.
No, disse Quinn. Lo avrei preferito. Ma la letteratura non centra.
E di che cosa, allora?
Quinn indugi, gir lo sguardo per la stanza senza vedere nulla, e cerc di
cominciare. Temo di avere commesso un errore madornale. Ero venuto a cercare
Paul Auster, il poliziotto privato.
Il che cosa? Auster rise e di colpo, in quella risata, tutto esplose e and a pezzi.
Quinn cap di avere detto una cosa assurda. Se avesse domandato del Capo Toro
Seduto, leffetto non sarebbe stato diverso.
Il poliziotto privato, ripet a bassa voce.
Temo si sia rivolto al Paul Auster sbagliato.
Ma lei lunico sulla guida.
Pu darsi, disse Auster. Ma non sono un detective.
E allora chi ? Che lavoro fa?
Lo scrittore.
Lo scrittore? Quinn pronunci la parola come se fosse stato un lamento.
Mi dispiace, disse Auster. Ma si d il caso che sia proprio cos.
Se come dice, non c pi speranza. stato tutto solo un brutto sogno.
Non ho idea di che cosa stia dicendo.
Quinn glielo spieg. Cominci dal principio e raccont tutta la storia passo dopo
passo. Era da quel mattino, dalla scomparsa di Stillman, che lansia gli montava
dentro: e adesso trabocc in un torrente di parole. Raccont delle chiamate
telefoniche per Paul Auster, di come senza un perch aveva accettato di occuparsi
del caso, del suo incontro con Peter Stillman, della conversazione con Virginia
Stillman, della lettura del libro di Stillman, del suo pedinamento a partire dalla
Grand Central Station, dei quotidiani vagabondaggi di Stillman, della sacca da
viaggio e degli oggetti rotti, delle mappe inquietanti che formavano lettere
dellalfabeto, dei suoi colloqui con Stillman, della scomparsa del vecchio
dallalbergo. Quando ebbe terminato, domand: Lei crede che sia pazzo?
No, disse Auster che aveva ascoltato attentamente il monologo di Quinn. Se
fossi stato al suo posto, probabilmente avrei fatto lo stesso.
Quinn fu profondamente consolato da queste parole, come se finalmente si fosse
tolto una parte del peso dalle spalle. Sent limpulso di abbracciare Auster e
dichiarargli la sua amicizia per tutta la vita.
Vede, disse Quinn, non sto inventando. Ho anche una prova . Tir fuori il
portafoglio e sfil lassegno da cinquecento dollari che Virginia Stillman aveva
firmato due settimane prima. Lo porse a Auster. Vede, disse. proprio
intestato a lei.
Auster esamin con cura lassegno e annu. S, sembra un assegno normalissimo.
67

Bene, suo, disse Quinn. Voglio che lo prenda.


Non posso assolutamente accettarlo.
A me non serve . Quinn diede unocchiata alla casa e fece un gesto vago. Si
compri degli altri libri. O dei giochi per suo figlio.
Questo denaro se lo guadagnato. E merita di tenerselo Auster riflett un attimo.
Ma c una cosa che posso fare per lei. Dato che lassegno a nome mio, lo
incasser a suo favore. Domattina lo porto in banca, lo deposito sul mio conto
corrente e quando verr pagato le consegner la somma.
Quinn non disse niente.
Va bene, allora? chiese Auster. Restiamo daccordo cos?
Va bene, rispose infine Quinn. Vedremo che succede.
Auster pos lassegno sul tavolino come per confermare laccordo. Poi torn ad
appoggiarsi sul divano e guard Quinn negli occhi. Ma c una questione molto
pi importante dellassegno, disse. Il fatto che in questa faccenda sia entrato il
mio nome. Davvero non capisco.
Vorrei sapere se di recente ha avuto problemi con il telefono. A volte le linee si
sovrappongono.
Una persona cerca di chiamare un numero, e anche se lo compone correttamente
parla con qualcun altro.
S, in passato mi accaduto. Ma anche ammesso che il mio telefono fosse rotto,
questo non spiega il vero problema. Ci dice perch la chiamata arrivata a lei, ma
non perch in prima battuta cercassero me.
Per caso lei conosce le persone coinvolte?
Mai sentito parlare degli Stillman.
Forse qualcuno ha voluto farle uno scherzo pesante.
Non frequento gente del genere.
Non si pu mai sapere.
Ma il fatto che non si tratta di uno scherzo. un caso reale, con persone reali.
S, disse Quinn dopo una lunga pausa. Lo so.
Avevano esaurito gli argomenti di cui potevano parlare.
Al di l di quel punto cera il nulla: i pensieri scoordinati di uomini che non sapevano
nulla.
Quinn cap che era meglio andar via. Era rimasto per quasi unora, e si avvicinava il
momento di chiamare Virginia Stillman. Tuttavia, era riluttante a muoversi. La sedia
era comoda, e la birra gli aveva dato leggermente alla testa. Questo Auster era la
prima persona intelligente con cui avesse parlato da molto tempo. Aveva letto il suo
vecchio libro di poesie, lo aveva ammirato, aveva aspettato che ne uscisse un
secondo. Malgrado tutto, per Quinn era impossibile non esserne contento.
Per un po rimasero seduti senza dire niente. Alla fine, Auster dette una scrollatina
di spalle che sembr sancire come fossero giunti a un punto morto. Si alz in piedi
e disse: Stavo per farmi da mangiare. Cucino volentieri anche per due.
Quinn esit. Era come se Auster gli avesse letto nel pensiero, indovinando la cosa
che desiderava maggiormente: mangiare, avere una scusa per restare ancora un
po. Dovrei proprio andare, rispose. Ma s, grazie. Un po di cibo non mi far
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male.
Che gliene pare di una omelette al prosciutto?
Benissimo.
Auster si ritir in cucina a preparare. Quinn avrebbe voluto offrirsi di aiutarlo, ma
non riusc a muoversi. Il suo corpo era come di pietra. In mancanza di altre idee,
chiuse gli occhi. In passato, a volte aveva trovato conforto nel fare sparire il mondo.
Ora invece Quinn non trov allinterno del proprio cervello niente di interessante.
Sembrava che l dentro le cose si fossero bloccate sbriciolandosi. Poi, dalloscurit,
cominci a sentire una voce, una voce cantilenante, da idiota, che salmodiava
allinfinito la stessa frase: Non si pu fare la frittata senza rompere le uova. Apr
gli occhi per fare smettere quelle parole.
Cerano pane e burro, altra birra, forchette e coltelli, sale e pepe, tovaglioli e le
omelettes, due per la precisione, che stillavano condimento sui piatti bianchi. Quinn
mangi con rude voracit, spazzando il piatto in quella che parve una questione di
secondi. Poi comp un grande sforzo per restare calmo. Dietro i suoi occhi si
assembrarono misteriosamente le lacrime, e quando parlava la sua voce sembrava
tremare; ma in qualche modo gli riusc di dominarsi. Per non mostrarsi un
egomaniaco ingrato, cominci a interrogare Auster sulla sua attivit letteraria.
Auster fu abbastanza reticente, ma alla fine ammise che stava scrivendo un libro di
saggi. Attualmente era impegnato sul Don Chisciotte.
Uno dei miei libri preferiti, disse Quinn.
S, anche dei miei. ineguagliabile.
Quinn gli chiese del saggio.
Immagino si possa definire speculativo, dato che non mi prefiggo di dimostrare
nulla. In realt, tutto scritto sul filo dellironia. Credo che rappresenti una lettura
fantasiosa.
E il nocciolo qual ?
Essenzialmente la paternit del libro. Chi lo ha scritto, e come stato scritto.
Perch, c una disputa?
Naturalmente no. Mi riferisco al libro nel libro che scrisse Cervantes, a quello che
immagin di scrivere.
Ah .
molto semplice. Non so se ricorda che Cervantes si d un gran daffare per
convincere il lettore che lautore non lui. Il libro, afferma, era stato scritto in
arabo da Cid Hamete Benengeli.
Cervantes descrive la propria fortuita scoperta del manoscritto, un giorno nel
mercato di Toledo.
Dice di avere assunto chi glielo traducesse in spagnolo, e pertanto si presenta come
nulla pi che il revisore della traduzione. In effetti, non garantisce nemmeno
sullaccuratezza della traduzione stessa.
Tuttavia disse Quinn, prosegue dichiarando che quella di Cid Hamete
Benengeli lunica versione autentica della storia di Don Chisciotte. Tutte le altre
sono fasulle, scritte da impostori.
Tiene moltissimo a sottolineare che tutto quanto compare nel libro realmente
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accaduto.
Esatto. Poich il libro, dopo tutto, un attacco contro i pericoli della finzione.
Avendo questo scopo non poteva presentare unopera di fantasia, giusto? Doveva
asserire che fosse reale.
Eppure io ho sempre sospettato che Cervantes fosse un divoratore di quei vecchi
romanzi cavallereschi. Non puoi odiare cos violentemente qualcosa se una parte di
te non la ama. In un certo senso Don Chisciotte era solo un suo alias.
Sono daccordo con lei. Quale miglior ritratto di scrittore che rappresentare un
individuo stregato dai libri?
Precisamente.
In ogni caso, se il libro si presenta come non fantastico ne consegue che la storia
deve essere stata scritta da un testimone oculare degli eventi che vi si svolgono.
Ma Cid Hamete, lautore riconosciuto, non vi compare mai. Neanche una volta
sostiene di essere presente a quanto accade.
Perci la mia domanda la seguente: chi Cid Hamete Benengeli?
S, capisco dove sta arrivando.
La teoria che propongo nel saggio che in effetti sia una combinazione di tre
figure differenti.
Il testimone, ovviamente, Sancho Panza. Non ci sono altri candidati visto che
lunico ad accompagnare Don Chisciotte in tutte le sue avventure. Ma Sancho non
sa n leggere n scrivere.
Dunque non pu essere lautore. Daltro lato, sappiamo che Sancho ha un gran
talento linguistico. A dispetto dei suoi assurdi strafalcioni, pu irretire con la sua
parlantina ogni altro personaggio del libro. A me sembra perfettamente plausibile
che abbia dettato la storia a qualcun altro esattamente al barbiere e al prete,
buoni amici di Don Chisciotte. Questi stesero il racconto in una corretta forma
letteraria, in spagnolo, per poi consegnare il manoscritto a Sanson Carrasco,
baccelliere di Salamanca, che procedette alla sua traduzione in arabo. Cervantes
trov la traduzione e la rivers nuovamente in spagnolo, per pubblicare infine il
libro Le avventure di Don Chisciotte.
Ma perch Sancho e gli altri si sobbarcarono tutte queste fatiche?
Per curare la follia di Don Chisciotte. Loro vogliono salvare lamico. Rammenti che
allinizio bruciano i suoi libri cavallereschi, ma senza risultato. Il Cavaliere dalla
Triste Figura non rinuncia alla propria ossessione. Poi, a un certo momento, vanno
tutti alla sua ricerca sotto mentite spoglie come la donna tribolata, il Cavaliere
degli Specchi, il Cavaliere della Bianca Luna per convincerlo a tornare a casa. Alla
fine ci riescono veramente. Il libro era solo uno dei loro espedienti. Avevano lidea
di porre davanti alla follia di Don Chisciotte uno specchio, la cronaca di tutte le sue
assurde e ridicole illusioni, cosicch quando infine lui avesse letto il libro potesse
rendersi conto dei propri errori.
Mi piace.
S. Ma c ancora un risvolto. Secondo me, Don Chisciotte non era veramente
pazzo. Fingeva solo di esserlo. In realt, orchestr personalmente tutta la vicenda.
Ricordi: per tutto il libro Don Chisciotte si preoccupa del problema dei posteri. Si
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domanda di continuo se il cronista sapr registrare adeguatamente le sue prodezze.


Questo da parte sua presuppone consapevolezza: sa in anticipo che tale cronista
esiste. E chi pu essere se non Sancho Panza, il fedele scudiero che Don Chisciotte
ha scelto proprio a tale scopo? Analogamente, ha scelto gli altri tre che interpretino
i ruoli a loro destinati. Fu Don Chisciotte ad architettare il quartetto Benengeli. E
non solo scelse gli autori: probabilmente fu lui stesso a ritradurre in spagnolo il
manoscritto arabo. Non dobbiamo crederlo incapace di tanto. Per un uomo cos
provetto nellarte del travestimento, scurirsi la pelle e indossare le vesti di un arabo
non poteva essere troppo difficile. Mi piace immaginarmi la scena nel mercato di
Toledo. Cervantes che assume Don Chisciotte per decifrare la storia di Don
Chisciotte medesimo. C una grande bellezza in questo.
Ma non ha ancora spiegato perch un uomo come Don Chisciotte volesse
sconvolgere la sua vita tranquilla per infilarsi in un tale ginepraio.
Questa la parte pi interessante. A mio parere, Don Chisciotte stava compiendo
un esperimento. Voleva saggiare la dabbenaggine dei suoi simili. Sar mai possibile,
si chiedeva, pararsi di fronte al mondo e snocciolare menzogne e assurdit come se
niente fosse? Dichiarare che i mulini a vento sono cavalieri, che un bacile da
barbiere un elmo, che le marionette sono persone in carne e ossa? Sar mai
possibile persuadere gli altri a darti ragione anche quando non ti credono?
In altre parole, fino a che punto la gente avrebbe tollerato lo sproposito se lo
sproposito la divertiva?
La risposta ovvia, no? Allinfinito. Tant che il libro lo leggiamo ancora oggi. Con
sommo divertimento, per di pi. E alla fine proprio questo che tutti chiediamo a
un libro che ci diverta.
Auster si appoggi allo schienale, sorrise con un certo gusto ironico e si accese una
sigaretta. Il suo compiacimento era evidente, ma Quinn non ne capiva bene la
natura. Sembrava una specie di riso atono, una barzelletta che si interrompeva
prima della battuta conclusiva, unilarit diffusa, senza oggetto preciso. Quinn stava
per replicare qualcosa alla teoria di Auster, ma non ne ebbe la possibilit. Aveva
appena aperto bocca che fu interrotto da uno sbattere di chiavi nellingresso,
seguito dalla porta che si apriva e si chiudeva di colpo, e da un misto di voci. A
questi suoni, Auster si rischiar in volto. Si alz dal divano, domand permesso e si
diresse velocemente alla porta.
Quinn sent delle risate. Prima una donna, poi un bambino: alto e ancora pi alto,
una grandine di suoni in staccato, accompagnata dal basso continuo dello
sghignazzare di Auster. Il bambino parl: Pap, guarda cosho trovato! Poi la
donna spieg che laveva trovato per terra, sulla strada, e perch no?, le era
sembrato che non ci fosse niente di male. Un attimo dopo sent il bambino correre
in corridoio, proprio nella sua direzione. Attravers il soggiorno come un lampo, si
avvide della presenza di Quinn e si blocc di colpo. Era un maschietto biondo di
cinque o sei anni.
Buongiorno, disse Quinn.
Il bambino si chiuse immediatamente sulla difensiva e riusc solo a proferire un
timido ciao.
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Nella mano destra aveva un oggetto che Quinn non riusc a identificare. Domand
cosa fosse.
uno yo-yo, rispose il bambino, aprendo la mano per farglielo vedere. Lho
trovato per la strada.
Funziona?
Il bambino scroll le spalle con una mimica esagerata. Non so. Siri non ce la fa. E
io non so come si fa.
Quinn gli chiese se lo lasciava provare, e il bambino si fece avanti e glielo porse.
Mentre esaminava lo yo-yo, lo sentiva respirargli vicino, seguire ogni sua mossa. Lo
yo-yo era di plastica, simile a quelli con cui aveva giocato tanti anni prima, e
tuttavia pi elaborato, un manufatto dellera spaziale. Quinn si annod al dito medio
il cappio allestremit della cordicella, si alz e fece un tentativo. Lo yo-yo scese
emettendo un sibilo flautato, mentre al suo interno sprizzavano scintille. Il bambino
rimase a bocca aperta, ma poi lo yo-yo si ferm dondolando in fondo allo spago.
Una volta, mormor Quinn, un grande filosofo ha detto che la salita e la
discesa sono la stessa, identica cosa.
Ma tu non ce lhai fatta a farlo salire, disse il bambino. solo andato gi.
Bisogna provare ancora.
Quinn stava riavvolgendo il rocchetto per effettuare un nuovo tentativo quando
entrarono nella stanza Auster e sua moglie. Alz gli occhi e vide la donna per la
prima volta. Gli bast un attimo per sentirsi con lacqua alla gola. Era alta e bionda,
coi capelli sottili, radiosa di una bellezza cos straripante di felicit e di energia da
rendere invisibile tutto quello che le stava intorno. Per Quinn era troppo. Si sent
come se Auster lo stesse deridendo spiattellandogli davanti tutte le cose che lui
aveva perso, e reag con linvidia e la rabbia, e con una lancinante
autocommiserazione. S, anche a lui sarebbe piaciuto avere una moglie e un figlio
come quelli, e starsene seduto tutto il giorno a sproloquiare di vecchi libri,
circondato da yo-yo, omelettes al prosciutto e penne stilografiche.
Preg che il tormento finisse presto.
Auster vide lo yo-yo nella sua mano e comment: Vedo che avete gi fatto
conoscenza. Daniel, disse al bambino, ti presento Daniel. Poi, rivolgendosi a
Quinn con lo stesso sorriso ironico:
Daniel, le presento Daniel.
Il bambino scoppi a ridere e disse: Siamo tutti Daniel!
Esatto, disse Quinn. Io sono te, e tu sei me.
E giro giro tondo, grid il bambino, allargando improvvisamente le braccia e
mulinando per la stanza come un giroscopio.
E questa, disse Auster accennando alla donna, mia moglie Siri.
La moglie fece un altro sorriso dei suoi, disse che era felice di conoscere Quinn
come se lo fosse per davvero, e poi gli tese la mano. Lui la strinse, avvertendo la
misteriosa esilit delle sue ossa, e le domand se il suo nome era norvegese.
uno dei pochi a saperlo, rispose lei.
Viene dalla Norvegia?
Indirettamente, rispose la donna. Via Northfield, Minnesota . Poi fece la sua
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risata, e Quinn sent sgretolarsi un altro pezzo di se stesso.


So che ha i minuti contati, disse Auster, ma se le resta ancora un po di
tempo, perch non si ferma a cena con noi?
Ah, disse Quinn cercando di controllarsi. molto gentile. Ma devo proprio
andare. Anzi, sono in ritardo.
Comp un ultimo sforzo, sorridendo alla moglie di Auster e facendo ciao ciao al
bambino.
Arrivederci, Daniel, concluse avviandosi verso la porta.
Il bambino lo guard dal fondo della stanza e ridendo di nuovo gli disse: Ciao me!
Auster lo accompagn alla porta. Disse: La chiamer appena pagano lassegno.
sullelenco?
S, disse Quinn. Sono lunico.
Di qualunque cosa avesse bisogno, disse Auster, mi chiami senza problemi.
Sar lieto di aiutarla.
Auster fece per stringergli la mano e Quinn si accorse di avere ancora nella sua lo
yo-yo. Lo mise nella destra di Auster, gli dette una leggera pacca sulla spalla e usc.

73

11.
Adesso Quinn non era in nessun luogo. Non aveva niente, non sapeva niente. Non
soltanto era stato rimandato alla partenza; ora si trovava prima della partenza, in
un punto cos antecedente alla partenza da essere peggio di qualunque arrivo
immaginabile.
Il suo orologio faceva quasi le sei. Torn a casa per la stessa strada dellandata,
allungando il passo di isolato in isolato. Prima di raggiungere la sua via, aveva
incominciato a correre. il due di giugno, disse fra s. Cerca di ricordarlo. Questa
New York, e domani sar il tre di giugno. Se tutto va bene, lindomani sar il
quattro giugno. Ma niente sicuro.
Lora in cui avrebbe dovuto telefonare a Virginia Stillman era passata da un pezzo,
ed era incerto se chiamare o no. Poteva ignorarla? Poteva abbandonare tutto
adesso, come se niente fosse? S, disse fra s, era possibile. Avrebbe potuto
dimenticare il caso, tornare al suo tran tran, scrivere un altro libro. Se ne aveva
voglia poteva fare un viaggio, magari lasciare il paese per un po. Andarsene a
Parigi, per esempio. S, quella era unidea. Ma qualunque luogo sarebbe andato
bene, proprio qualunque luogo.
Si sedette in soggiorno e guard le pareti. Si ricord che un tempo erano state
bianche, ma adesso apparivano di una strana sfumatura di giallo. Forse un giorno si
sarebbero fatte ancora pi tetre, passando al grigio o persino al marrone, come
pezzi di frutta che marcisce. Una parete bianca diventa una parete grigia, disse fra
s. La vernice si consuma, la citt si tinge della propria fuliggine, lintonaco si
sbriciola. Mutamenti, seguiti da altri mutamenti.
Fum una sigaretta, poi unaltra e unaltra ancora. Si guard le mani, vide che
erano sporche e si alz per lavarle. In bagno, mentre lacqua scorreva nel
lavandino, decise che doveva anche radersi.
Si insapon la faccia, prese una lametta nuova e cominci a sbarbarsi. Per qualche
motivo provava fastidio nel guardare lo specchio, e si sforz di evitare la propria
immagine. Stai invecchiando, disse fra s, stai diventando un vecchio rincoglionito.
Poi and in cucina, trangugi una ciotola di cornflakes e fum unaltra sigaretta.
A questo punto erano le sette. Ancora una volta si chiese se doveva chiamare
Virginia Stillman.
Mentre rifletteva, si rese conto di non avere pi opinioni. Vedeva le ragioni per fare
la telefonata e nel contempo quelle per non farla. Alla fine fu letichetta a decidere.
Non sarebbe stato educato sparire senza prima averglielo detto. Dopo, invece,
sarebbe diventato pienamente accettabile.
Finch spieghi alla gente quello che intendi fare, ragion, va sempre bene. Poi sei
libero di agire come vuoi.
Tuttavia il numero era occupato. Richiam dopo cinque minuti. Ancora occupato.
Per lora successiva Quinn altern attese e tentativi, sempre con lo stesso risultato.
Alla fine chiam il centralino e chiese se il telefono era guasto. Loperatrice gli disse
74

che gli sarebbero stati addebitati trenta cent. Poi la linea gracchi e si sent il
rumore del numero che veniva ricomposto, seguito da altre voci. Quinn cerc di
immaginare laspetto delle centraliniste. Poi parl nuovamente la prima donna: il
numero era occupato.
Quinn non sapeva cosa pensare. Le possibilit erano talmente tante che non
riusciva nemmeno a inventariarle. Stillman? Il telefono staccato? O proprio un altro
numero?
Accese il televisore e guard i primi due inning della partita dei Mets. Poi tent
unaltra volta.
Come prima. Sullo scorcio del terzo il St. Louis segn con una gratuita, una rubata,
un interno eliminato e una volata al sacrificio. I Mets pareggiarono nel loro tempo
dattacco con una doppia di Wilson e una singola di Youngblood. Quinn si rese
conto che non gliene importava nulla.
Mandarono in onda lo spot di una birra e lui tolse il volume. Tent per lennesima
volta di mettersi in contatto con Virginia Stillman, sempre senza risultato. Alla fine
del quarto il St. Louis segn cinque punti e Quinn spense anche il video. Prese il
taccuino rosso, si sedette alla scrivania e scrisse senza interruzione per due ore.
Senza preoccuparsi di rileggere quello che scriveva. Poi chiam Virginia Stillman e
risent il segnale di occupato. Sbatt gi la cornetta con tale violenza che la plastica
si incrin. Quando riprov a chiamare, era sparito il segnale della linea. Si alz,
pass in cucina e mangi unaltra ciotola di cornflakes. Poi and a letto.
In un sogno che dimentic subito passeggiava per Broadway tenendo per mano il
figlio di Auster.
Quinn trascorse lindomani camminando. Part presto, appena dopo le otto, e non si
ferm a riflettere su quello che faceva. In effetti quel giorno vide molte cose che
non aveva mai notato.
Ogni venti minuti entrava in una cabina telefonica e chiamava Virginia Stillman. Non
ci furono novit rispetto alla sera precedente. Ormai Quinn si aspettava di trovare
occupato. La cosa non gli dava pi fastidio. Quel segnale era diventato il
contrappunto dei suoi passi, un metronomo dal battito costante fra gli sparsi rumori
della citt. Lo tranquillizzava il pensiero che ogni volta che avesse fatto il numero
sarebbe incappato in quel suono mai disposto a recedere dal suo diniego, che
negava la parola e la possibilit della parola, tenace come il battito del cuore. Ora
Virginia e Peter Stillman erano isolati da lui. Ma poteva zittire la coscienza
ripetendosi che continuava a occuparsi del caso. Quale che fosse la tenebra in cui lo
stavano attirando, lui non li aveva ancora abbandonati.
Discese Broadway fino alla Settantaduesima strada, svolt a est verso Central Park
West e prosegu fino alla Cinquantanovesima e alla statua di Colombo. Poi svolt
nuovamente verso est, costeggiando Central Park fino a Madison Avenue, e tagli a
destra dirigendosi alla Grand Central Station. Dopo avere girato a casaccio per
alcuni isolati prosegu per un miglio verso sud, giunse allincrocio tra Broadway e la
Quinta Avenue allaltezza della ventitreesima, si ferm a guardare il Flatiron
Building, quindi cambi rotta, svoltando in direzione ovest finch raggiunse la
Settima Avenue, dove vir a sinistra e procedette ancora verso il centro. A Sheridan
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Square svolt ancora a est, proseguendo su Waverly Place e attraversando la Sesta


Avenue per avviarsi verso Washington Square. Pass sotto larco e si diresse a sud
tra la folla, fermandosi momentaneamente a osservare un acrobata che si esibiva
su una fune di equilibrio tesa fra un palo della luce e il tronco di un albero. Poi usc
dal piccolo parco allangolo orientale verso il centro, attravers la zona residenziale
universitaria con le sue isole di verde e gir a destra allaltezza di Houston Street. A
West Broadway svolt di nuovo, questa volta a sinistra, procedendo fino a Canal.
Piegando leggermente a destra, attravers un fazzoletto di parco e mut direzione
verso Varick Street; oltrepass il numero 6, dove era vissuto un tempo, e riprese la
rotta meridionale, tornando in West Broadway dove incrociava Varick. West
Broadway lo port fino alla base del World Trade Center, e quindi nellingresso di
una delle torri, dove effettu la sua tredicesima chiamata giornaliera a Virginia
Stillman. Poi Quinn decise di mangiare qualcosa, entr in uno dei fast food al
pianterreno e consum senza fretta un panino mentre prendeva appunti sul
taccuino rosso. Poi prosegu nuovamente verso est, vagando per le vie anguste del
quartiere finanziario per puntare ancora a sud, verso Bowling Green, dove vide
lacqua e in alto i gabbiani che compivano voli sghimbesci nella luce meridiana; per
un momento valut lipotesi di prendere il traghetto per Staten Island, ma
ripensandoci si incammin verso nord. A Fulton Street pieg a destra seguendo la
direzione nordest di East Broadway, che conduceva attraverso i miasmi del Lower
East Side e poi a Chinatown. Da l incontr Bowery, che lo port fino alla
Quattordicesima. Quindi curv a sinistra, tagli Union Square e continu lungo Park
Avenue South. Alla Ventitreesima sterz verso nord. Pochi isolati dopo guizz
ancora a destra, prosegu per un isolato verso est e risal un poco la Terza Avenue.
Allaltezza della Trentaduesima svolt a destra, risal la Seconda Avenue, gir a
sinistra, prosegu verso la periferia per altri tre isolati, gir unultima volta a destra,
e a quel punto incontr la Prima Avenue. Quindi percorse i rimanenti sette isolati
fino al palazzo delle Nazioni Unite e decise di fare una piccola sosta. Sedette su una
panchina di pietra nello spiazzo e respir a fondo, abbandonandosi con gli occhi
chiusi allaria e al vento. Poi apr il taccuino rosso, si sfil di tasca la penna del
sordomuto e cominci una pagina nuova.
Per la prima volta da quando aveva comprato il taccuino rosso, ci che scrisse quel
giorno non aveva niente a che fare con il caso Stillman. Viceversa, si concentr
sulle cose che aveva visto mentre camminava. Non si ferm a riflettere su quello
che stava facendo, n ad analizzare le possibili implicanze del suo atto inconsueto.
Era ansioso di registrare alcuni fatti, e volle metterli nero su bianco prima di
dimenticarli.
Oggi, come mai prima: i barboni, gli spiantati, le vagabonde coi sacchetti della
spesa, i miserabili e gli ubriaconi. Variano dal semplice indigente al relitto umano.
Dovunque ti giri, te li trovi davanti, nei quartieri alti come nei bassifondi.
Alcuni mendicano con una parvenza di orgoglio. Dammi questi soldi, sembra che ti
dicano, e presto sar di nuovo tra voi altri, correr ogni giorno avanti e indietro
come tutti quelli che lavorano. Altri hanno lasciato ogni speranza di abbandonare
laccattonaggio. Giacciono scomposti sul marciapiede con il cappello, o il bicchiere,
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o la scatola, senza nemmeno alzare gli occhi sul passante, troppo sfatti anche per
ringraziare chi gli butta vicino una moneta. Altri ancora tentano di lavorare per il
denaro che ricevono: i venditori di matite ciechi, gli alcolizzati che ti lavano il
parabrezza dellauto. Alcuni raccontano storie, solitamente tragici riassunti delle loro
vite, come per dare ai benefattori qualcosa in cambio della loro gentilezza anche
solo in forma di parole.
Altri hanno un autentico talento. Per esempio, oggi, il vecchio nero che ballava il tip
tap facendo i giochi di destrezza con le sigarette ancora dignitoso, senza dubbio
un ex artista del vaudeville, in completo viola con la camicia verde e il cravattino
rosso, la bocca irrigidita in un vago ricordo di sorriso teatrale. Ci sono anche i pittori
coi gessetti e i musicisti: sassofonisti, chitarristi elettrici, violinisti. Occasionalmente
si pu anche incontrare un genio, come mi capitato oggi: Un clarinettista di et
indefinibile, con in testa un cappello che gli nascondeva il volto, seduto a gambe
incrociate sul marciapiede come un incantatore di serpenti. Davanti a lui cerano
due scimmiette meccaniche, una con un tamburello e laltra con un tamburo.
Mentre la prima scuoteva e la seconda batteva, scandendo un bizzarro e infallibile
ritmo sincopato, luomo improvvisava minime, infinite variazioni sullo strumento,
con il corpo rigido che oscillava avanti e indietro mimando energicamente il ritmo
delle scimmiette. Eseguiva con naturalezza e allegria dei motivi in minore animati e
sinuosi, come per la gioia di essere insieme alle sue amiche caricate a molla, chiuso
nelluniverso che si era creato, senza mai alzare gli occhi. Continuava
ininterrottamente, e alla fine la musica era sempre la stessa, ma pi rimanevo ad
ascoltarlo e pi trovavo difficile andar via. Trovarsi dentro quella musica, essere
attirato allinterno del cerchio delle sue ripetizioni: forse un luogo in cui finalmente
possibile sparire.
Ma accattoni e artisti di strada non rappresentano che una piccola parte della
popolazione girovaga. Sono laristocrazia, llite dei falliti. Molto pi numerosi sono
quelli senza niente da fare n un posto dove andare. Molti sono ubriaconi ma
questo termine non rende giustizia alla devastazione da loro incarnata. Carcasse di
disperazione avvolte di stracci, le facce contuse e sanguinanti, arrancano per via
come in catene. Assopiti nei portoni, follemente barcollanti nel traffico, stramazzanti
sui marciapiedi, nel momento in cui li cerchi sembrano essere dappertutto.
Alcuni moriranno di fame, altri di caldo o freddo, altri ancora verranno picchiati o
bruciati o torturati.
Per ogni anima persa in questo particolare inferno, ce ne sono altre prigioniere della
pazzia, incapaci di uscire nel mondo che si allarga sul limitare del corpo. Bench
sembrino esserci, non puoi calcolarli come presenti. Per esempio, luomo che va in
giro con una serie di bacchette da batterista, percuotendo il selciato in un ritmo
indifferente e senza senso, camminando e battendo battendo sul cemento. Forse
pensa di compiere un lavoro importante. Forse, se non facesse quello che fa, la
citt crollerebbe. Forse la luna uscirebbe ruotando dallorbita e verrebbe a
schiantarsi sulla terra. Ci sono quelli che parlano da soli, che mormorano, gridano,
imprecano, gemono, che si raccontano storie come parlassero ad altri. Luomo che
ho visto oggi, seduto come un mucchio di rifiuti davanti alla Grand Central Station
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mentre la folla lo lambiva di corsa, e lui ripeteva forte, con la voce rotta dal panico:
Terzo Marines Mangiare api Le api mi strisciavano fuori dalla bocca. Oppure
la donna che urla a un compagno invisibile: E se non voglio, eh? E se proprio
non voglio e vaffanculo? Ci sono le donne con i sacchetti della spesa e gli uomini
con le scatole di cartone, che trascinano i loro averi da un posto allaltro, sempre in
movimento come se il punto in cui si trovano avesse importanza. C luomo
fasciato nella bandiera americana. C la donna con una maschera di Halloween sul
viso. C luomo infagottato in un cappotto cencioso, con le scarpe avvolte negli
stracci, che porta una camicia bianca stirata a puntino su un appendiabiti ancora
confezionato nel cellophane della lavanderia a secco. C la donna con i vestiti
coperti da capo a piedi di distintivi della campagna presidenziale. C luomo che
cammina con la faccia tra le mani, piangendo istericamente e ripetendo allinfinito:
No, no, no. morto. Non morto. No, no, no. morto. Non morto.
Baudelaire: Il me semble que je serais toujours bien l o je ne suis pas. In altre
parole: Mi pare che sar sempre felice dove non sono. Ovvero, semplificando:
Ovunque non mi trovo, l il luogo dove sono me stesso. O se vogliamo prendere il
toro per le corna: Dovunque fuori dal mondo.
Era quasi sera. Quinn chiuse il taccuino rosso e si mise in tasca la penna. Voleva
riflettere meglio su quanto aveva scritto, ma cap di non riuscirci. Intorno a lui laria
era leggera, quasi dolce, come se non appartenesse pi alla citt. Si alz dalla
panchina, si sgranch braccia e gambe e si diresse verso una cabina telefonica dove
chiam nuovamente Virginia Stillman. Quindi and a cena.
Al ristorante si rese conto di avere preso una decisione. Senza che lo sapesse, la
risposta era gi dentro di lui, formulata alla perfezione nella sua mente. Il segnale
di occupato, ora capiva, non era stato accidentale. Era stato un segno, per
comunicargli che non poteva ancora sciogliere il vincolo con il caso, nemmeno se lo
avesse voluto. Aveva tentato di contattare Virginia Stillman per dirle che tutto era
finito, ma i fati non lo avevano permesso. Quinn si sofferm su questo punto. Era
proprio fato la parola che voleva usare? Sembrava una scelta molto ampollosa e
antiquata. Eppure, scandagliando pi a fondo, scopr che era esattamente quello
che intendeva dire. O se non era esatto, si approssimava meglio di qualunque altro
termine che gli venisse in mente. Fato nel senso di ci che era, o accadeva.
Qualcosa di simile al soggetto delle forme impersonali, come piove o notte.
A cosa si riferisse quella terza persona, Quinn non lo aveva saputo mai. Forse a una
condizione generalizzata delle cose in s; al campo dove si svolgevano gli
avvenimenti del mondo.
Non arrivava a essere pi preciso di cos. Ma forse in realt non era alla ricerca di
niente di preciso.
Dunque era fato. Comunque ne pensasse, per quanto desiderasse una cosa
diversa, non ci poteva fare nulla. Aveva detto s a una proposta, e adesso era
impossibilitato a cancellare quel s. Questo significava una cosa sola: doveva andare
fino in fondo. Non potevano darsi due risposte. Era luna oppure laltra. E cos
stavano i fatti, che gli piacesse o no.
La vicenda di Auster era chiaramente un errore. Forse un tempo a New York
78

lavorava un poliziotto privato con quel nome. Il marito della governante di Peter era
un poliziotto in pensione Perci non era pi giovane. Ai suoi tempi cera stato
senzaltro un Auster con una buona reputazione, e naturalmente quando gli
avevano chiesto un suggerimento aveva pensato a lui. Aveva consultato la guida
telefonica e, trovando soltanto una persona con quel nome, aveva dedotto che
fosse luomo giusto. Poi aveva dato il numero agli Stillman. A questo punto, era
stato commesso un secondo errore. Per una sovrapposizione di linee telefoniche, il
numero si era incrociato con quello di Quinn. Fatti del genere capitavano ogni
giorno. Cos aveva ricevuto la chiamata che in ogni caso era destinata alluomo
sbagliato. I conti tornavano perfettamente.
Rimaneva un problema. Se non riusciva a contattare Virginia Stillman se, come
pensava, non aveva intenzione di contattarla come avrebbe dovuto regolarsi? Il
suo dovere era proteggere Peter, garantire che non gli fosse fatto alcun male. Cosa
importava quello che Virginia Stillman credeva che lui stesse facendo, finch
eseguiva lincarico? In teoria, linvestigatore deve tenersi in stretto contatto con il
cliente. Era sempre stato uno dei principi di Max Work. Ma era poi necessario? Cosa
importava, visto che Quinn comunque faceva il suo lavoro? Se fossero sorti dei
malintesi, sicuramente si sarebbero chiariti alla conclusione del caso.
Dunque poteva procedere a suo piacimento. Non era pi obbligato a telefonare a
Virginia Stillman. Poteva dire addio al misterioso segnale di occupato. Dora in
avanti, niente lo avrebbe fermato. Sarebbe stato impossibile a Stillman avvicinare
Peter di nascosto da Quinn.
Quinn pag il conto, si infil in bocca uno stuzzicadenti al mentolo e si rimise in
cammino. La sua meta non era lontana. Lungo la strada, si ferm allo sportello
ventiquattrore della Citibank e controll le sue disponibilit con il servizio
automatico. Sul conto cerano trecentoquarantanove dollari. Ne ritir trecento,
intasc le banconote e prosegu verso la periferia. Alla Cinquantasettesima gir a
sinistra e prese la direzione di Park Avenue. Qui gir a destra e continu a nord fino
alla Sessantanovesima, dove svolt verso lisolato degli Stillman. Ledificio era
uguale al primo giorno. Alz lo sguardo per vedere se cerano luci accese
nellappartamento, ma non ricordava la posizione delle loro finestre. La via era
immersa nel silenzio. Non passavano n auto n pedoni. Quinn attravers la strada,
trov il posto adatto in un vicolo e si sistem per la notte.

79

12.
Trascorse molto tempo. impossibile dire esattamente quanto. Certo delle
settimane, ma forse anche dei mesi. Il resoconto di questo periodo meno fitto di
quanto lautore avrebbe gradito. Ma le informazioni scarseggiano, e perci egli ha
preferito tacere ci che non poteva trovare piena conferma. Dato che questa storia
tutta basata sui fatti, lautore sente che suo dovere non varcare i confini del
dimostrabile, resistendo strenuamente alle insidie dellinvenzione. Anche il taccuino
rosso, che fin qui ha fornito un resoconto dettagliato delle esperienze di Quinn,
sospetto. Non possiamo affermare con certezza cosa sia accaduto a Quinn in tale
periodo, poich fu proprio allora che cominci a smarrirsi.
In prevalenza rimase nel vicolo. Una volta presa labitudine, non era poi cos
disagevole, e aveva il vantaggio di essere ben defilato. Da l Quinn poteva osservare
tutti gli andirivieni dal palazzo degli Stillman. Nessuno entrava o usciva senza che
lui lo vedesse. Dapprima si stup di non scorgere mai n Virginia n Peter. Ma cera
un continuo viavai di fattorini, e alla fine cap che non avevano bisogno di lasciare
ledificio. Potevano farsi recapitare tutto. Allora Quinn comprese che anche loro se
ne stavano rintanati nellappartamento ad aspettare che il caso avesse termine.
A mano a mano Quinn si adatt alla nuova vita. Cera una quantit di problemi da
affrontare, ma fu capace di risolverli uno per uno. In primo luogo, cera la questione
del cibo. Dovendo garantire la massima vigilanza, era restio ad abbandonare il
posto anche per poco tempo. Lo tormentava il pensiero che in sua assenza potesse
succedere qualcosa, e si sforz di ridurre i rischi al minimo. Da qualche parte aveva
letto che fra le tre e mezza e le quattro e mezza del mattino ci sono pi persone a
letto addormentate che a qualsiasi altra ora. In termini statistici, le probabilit che
non accadesse nulla in quel periodo di tempo erano le pi elevate, perci Quinn lo
scelse per fare la spesa. Appena a nord, sulla Lexington Avenue, cera un negozio di
alimentari notturno, e ogni mattina alle tre e mezza Quinn vi si recava di buon
passo (per mantenersi in forma, e in pi per risparmiare tempo) e comprava tutto
loccorrente per le ventiquattro ore seguenti. A dire il vero, non era poi molto e in
realt col passare del tempo gli occorreva sempre meno. Perch Quinn comprese
che effettivamente mangiare non risolveva il problema del cibo. Un pasto era
soltanto una fragile difesa dallineluttabilit del pasto successivo. Il cibo in s non
avrebbe mai risposto allistanza di cibo; poteva solo rimandare il momento in cui si
sarebbe presentata in modo pressante. Dunque il maggior pericolo era mangiare
troppo. Se ingeriva pi di quanto avrebbe dovuto, aumentava lappetito per il pasto
seguente, e per soddisfarlo era necessario pi cibo. Esercitando su di s un
controllo rigoroso e costante, piano piano Quinn impar a ribaltare il processo. La
sua ambizione era mangiare il meno possibile, bloccando cos la fame. Nel migliore
dei mondi possibili forse sarebbe riuscito ad avvicinarsi allo zero assoluto, ma nelle
attuali circostanze non nutriva esagerate ambizioni. Pertanto continu a
vagheggiare il digiuno completo come un ideale, uno stato di perfezione cui poteva
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aspirare senza mai raggiungerlo. Non intendeva morire di fame e se lo ripeteva


ogni giorno ma soltanto mantenersi libero di pensare alle cose che davvero gli
importavano. Per il momento, questo voleva dire che il caso rimaneva in cima ai
suoi pensieri. Per fortuna, ci coincideva con laltra sua ambizione principale: far
durare il pi possibile i trecento dollari. Va da s che in quel periodo Quinn perse
molto peso.
Il secondo problema era dormire. Non poteva vegliare tutto il tempo, ma in realt la
condizione richiesta sarebbe stata proprio quella. Anche qui fu costretto a fare
alcune concessioni. Come per il mangiare, Quinn sapeva di poter sopravvivere con
meno di quello a cui era abituato. Invece di dormire come al solito dalle sei alle otto
ore, stabili di limitarsi a tre o quattro. Assuefarsi fu difficile, ma fu molto pi
problematico imparare a suddividere il tempo per mantenere il massimo della
vigilanza. Evidentemente non poteva dormire per tre o quattro ore consecutive.
Sarebbe stato troppo rischioso. In teoria, la pi efficace utilizzazione del tempo
lavrebbe ottenuta dormendo trenta secondi ogni cinque o sei minuti. Cos in pratica
venivano annullate le possibilit di lasciarsi sfuggire qualcosa. Ma cap che era
fisicamente impossibile. Daltro lato, assumendo proprio tale impossibilit come
modello astratto, cerc di esercitarsi a fare una serie di dormite minime, alternando
a volont il sonno e la veglia. Fu una lunga pratica, che richiedeva disciplina e
concentrazione perch pi durava lesperimento, pi Quinn si sentiva sfinito.
Allinizio prov con sequenze di quarantacinque minuti, riducendole poi
gradualmente a mezzora. Verso la fine, era pervenuto con buona percentuale di
successo alla dormita di un quarto dora. Poteva avvalersi della collaborazione di
una chiesa vicina, le cui campane suonavano ogni quindici minuti: un rintocco per il
quarto, due per la mezzora, tre per i tre quarti e quattro per lora, seguiti da un
numero di rintocchi corrispondenti allora specifica. Quinn viveva al ritmo di
quellorologio, tanto che alla fine faticava a distinguerlo dal battito del proprio
polso. La routine iniziava a mezzanotte: chiudeva gli occhi, e prima del dodicesimo
rintocco si addormentava. Dopo un quarto dora si svegliava, per riaddormentarsi al
doppio rintocco della mezza e risvegliarsi al battere dei tre quarti. Alle tre e mezza
andava a prendersi da mangiare, tornava entro le quattro e si addormentava di
nuovo. In quel periodo non sognava molto. Quando gli succedeva, erano sogni
strani, istantanee di realt immediate le sue mani, i suoi piedi, il muro di mattoni
l vicino. Non passava momento senza che si sentisse stanco morto.
Il suo terzo problema era rimediare un ricovero, ma questo lo risolse pi facilmente.
Il tempo per fortuna si mantenne, e il passaggio dalla tarda primavera allestate
port poca pioggia. Uno scroscio ogni tanto, e una volta o due un acquazzone con
tuoni e lampi, ma nel complesso and abbastanza bene, e Quinn non finiva di
ringraziare la buona sorte. In fondo al vicolo cera un grosso bidone di metallo per
le immondizie, e se la notte pioveva Quinn vi si infilava trovando riparo. Dentro
cera una puzza insopportabile, che poi gli avrebbe impregnato i vestiti per giorni,
ma era sempre meglio che bagnarsi, perch non voleva correre il rischio di
prendere freddo o ammalarsi. Per fortuna, il coperchio era deformato e non calzava
perfettamente sul bidone. In un angolo cera un varco di quindici o venti centimetri,
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che formava una specie di presa daria attraverso la quale Quinn poteva respirare,
protendendo il naso nella notte. Scopr che inginocchiandosi sopra limmondizia con
il corpo appoggiato a una parete del bidone non stava nemmeno troppo scomodo.
Nelle notti serene dormiva ai piedi del bidone, sistemando la testa in modo tale da
aprire gli occhi direttamente sullingresso del palazzo degli Stillman. Per svuotare la
vescica, generalmente si eclissava in un angolo in fondo al vicolo, dietro il bidone,
girando le spalle alla strada. Gli intestini erano un altro discorso, e in questo caso
preferiva evitare sguardi indiscreti entrando nel bidone.
Accanto a esso cerano anche numerose pattumiere di plastica, e in una di queste
Quinn di solito trovava un giornale abbastanza pulito per servire allo scopo, anche
se una volta, in condizioni di emergenza, fu costretto a usare una pagina del
taccuino rosso. Quanto a lavarsi e radersi, furono due delle cose di cui Quinn
impar a fare a meno.
Come riusc a restare nascosto in quel periodo un mistero. Ma pare che nessuno
labbia scoperto, n abbia richiamato lattenzione delle autorit. Senza dubbio
impar rapidamente gli orari dei netturbini procurando al loro arrivo di non trovarsi
nel vicolo. Lo stesso con il custode del palazzo, che ogni sera depositava la
spazzatura nel bidone e nelle pattumiere. Per strano che possa sembrare, nessuno
not mai Quinn. Era come se si fosse fuso con i muri della citt.
I problemi del governo domestico e della vita materiale occupavano una parte di
ogni giornata.
Tuttavia, Quinn era padrone di gran parte del suo tempo. Dato che non voleva che
nessuno lo vedesse, doveva evitare gli altri il pi sistematicamente possibile. Non
poteva guardarli, non poteva parlargli, non poteva pensare a loro. Quinn si era
sempre considerato amante della solitudine. Negli ultimi cinque anni,
effettivamente, laveva cercata con determinazione. Ma solo adesso, a mano a
mano che proseguiva la sua vita nel vicolo, cominci a capire la vera natura della
solitudine. Non aveva altri paracadute che se stesso, e di tutte le cose che scopr
stando nel vicolo, la sola di cui non dubitava era proprio che stava cadendo. Questo
per non lo capiva: visto che stava cadendo, come poteva contemporaneamente
reggersi? Era possibile trovarsi allo stesso tempo in cima e sul fondo?
Sembrava assurdo.
Passava molte ore a guardare il cielo. Dalla sua postazione in fondo al vicolo,
incuneato tra bidone e muro, non cera molto altro da vedere, e col passare dei
giorni incominci ad apprezzare il mondo sopra di lui. Innanzitutto vide che il cielo
sempre in movimento. Anche nelle giornate senza nubi, quando lazzurro sembra
dappertutto, cerano lievi, costanti mutamenti, perturbazioni graduali della volta che
si assottigliava o si ispessiva, il biancheggiare improvviso di aeroplani, uccelli e
cartacce volanti. Le nuvole complicavano il quadro e Quinn trascorse molti
pomeriggi a studiarle, cercando di fissarne i comportamenti, di riuscire a
prevederne le sorti. Prese confidenza con il cirro, il cumulo, lo strato, il nembo e
tutte le loro combinazioni, aspettando lapparire di ciascun tipo di nube e
osservando le variazioni del cielo sotto il loro influsso. Inoltre le nuvole
introducevano laspetto del colore, e cera da considerarne un ampio spettro che
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andava dal bianco al nero con uninfinit di grigi intermedi. Tutti da investigare, da
misurare, da decodificare. Inoltre cerano le tinte pastello formate dalla
combinazione del sole e delle nuvole in certi momenti della giornata. La gamma di
varianti era estesissima, e il prodotto dipendeva dalle temperature dei diversi livelli
atmosferici, dai tipi di nuvole presenti in cielo e dal punto dove il sole si trovava in
quel particolare momento. Da tutto questo scaturivano i rossi e i rosa che Quinn
amava tanto, i violetti e i vermigli, gli arancioni e i lavanda, gli ori e i leggeri
diospiri. Niente durava a lungo. I colori si dissolvevano presto, mescolandosi agli
altri e allontanandosi o smorendo al calare della notte. Quasi sempre era il vento
che accelerava i fatti. Dal suo posto nel vicolo Quinn non lo sentiva quasi mai, ma
osservandone gli effetti sulle nuvole poteva valutarne lintensit, e la natura dellaria
che portava. Tutte le condizioni atmosferiche gli passavano sopra la testa una a
una, dal sole al temporale, dal fosco allo splendente. Cerano da contemplare le
albe e i crepuscoli, le trasformazioni del mezzod, la prima sera, la notte. Il cielo
non si fermava neanche quando era nero.
Le nuvole erravano nel buio, la luna assumeva sempre una forma diversa, il vento
non smetteva di soffiare. Qualche volta una stella si affacciava nellangolo di cielo di
Quinn, che sollevando gli occhi si chiedeva se cera ancora o era bruciata tanto
tempo fa.
Cos passavano i giorni. Di Stillman nemmeno lombra. A un certo punto Quinn fin il
denaro.
Era da tempo che si preparava a questo momento, e verso la fine si lesinava i fondi
con oculatezza maniacale. Non spendeva moneta senza avere prima valutato la
necessit di ci che riteneva essergli utile e ponderato tutte le conseguenze, i pro e
i contro. Ma nemmeno le pi ascetiche economie potevano interrompere la marcia
dellinevitabile.
A un certo punto, verso met agosto, Quinn scopr che non ce la faceva pi
Lautore ha fissato la data attraverso scrupolose ricerche. comunque possibile che
il momento si collochi gi alla fine di luglio, o viceversa ai primi di settembre,
poich tutte le indagini di questo genere ammettono un margine di errore. Ma per
quanto ne sappia, considerati attentamente gli indizi e vagliata ogni apparente
contraddizione, lautore colloca i seguenti fatti in agosto, tra il dodici e il quindici del
mese.
A Quinn ormai non restava quasi niente: pochi spiccioli, per un totale di meno di un
dollaro. Ma era sicuro che durante la sua assenza fosse arrivato il denaro.
Bisognava soltanto prelevare lassegno dalla sua cassetta allufficio postale, portarlo
in banca e incassarlo. Se tutto andava bene, in un paio dore sarebbe stato di
ritorno alla Sessantanovesima Est. Non sapremo mai quanto soffr per dovere
lasciare il suo posto.
Non aveva abbastanza soldi per lautobus. Quindi, per la prima volta dopo molte
settimane, cominci a camminare. Gli fece uno strano effetto ritrovarsi sui propri
piedi, muoversi da un posto allaltro con passo sicuro, dondolare le braccia avanti e
indietro, sentire il selciato sotto le scarpe.
Eppure eccolo l sulla Sessantanovesima, diretto a ovest, eccolo girare a destra sulla
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Madison Avenue e prendere verso nord. Aveva le gambe deboli, e si sentiva la testa
piena daria. Ogni tanto doveva fermarsi per riprendere fiato e una volta, sul punto
di cadere, fu costretto a reggersi a un lampione. Scopr che andava meglio se
sollevava i piedi il meno possibile, arrancando a passi lenti e strascicati. In questo
modo riusciva a conservare le forze per gli angoli, dove bisognava badare a tenersi
in equilibrio prima e dopo ogni passo su e gi dal marciapiede.
SullOttantaquattresima strada sost momentaneamente davanti a un negozio.
Cera uno specchio sulla facciata, e per la prima volta da quando aveva iniziato la
sorveglianza Quinn si vide.
Non che avesse temuto di affrontare la propria immagine. Semplicemente, non gli
era successo. Era stato troppo preso dal lavoro per pensare a se stesso, e la
questione del suo aspetto non sussisteva pi. Ora, guardandosi nello specchio del
negozio, non rest n sconvolto n deluso. Non prov alcuna emozione, per il
semplice motivo che non si riconobbe nella persona che vide. Pens di avere al
fianco uno sconosciuto, e l per l si volse bruscamente a vedere chi era. Ma vicino a
lui non cera nessuno. Allora si volt di nuovo a guardare lo specchio con pi
attenzione. Studi a uno a uno i lineamenti del viso che aveva davanti, e piano
piano cominci a notare che lindividuo assomigliava un po alluomo che aveva
sempre creduto se stesso. S, pareva molto probabile che si trattasse di Quinn. Ma
neanche a questo punto si turb. La trasformazione del suo aspetto era stata cos
radicale che alla fin fine ne rest affascinato. Si era trasformato in un barbone. I
suoi vestiti erano stinti, sdruciti, luridi. Aveva il viso coperto da una folta barba nera
con qualche pelo grigio. I capelli erano lunghi e scarmigliati, appiccicati in ciocche
dietro le orecchie, e in riccioli unti che gli ricadevano quasi fino alle spalle. Pi che
altro il suo aspetto gli ricordava Robinson Crusoe, e si stup di essere cambiato cos
in fretta. La storia era durata pochi mesi, e in quel lasso di tempo era diventato un
altro. Cerc di ricordarsi come era prima, ma lo trov difficile. Guard quel nuovo
Quinn e alz le spalle. Non importava poi molto. Un tempo era stato una cosa, e
adesso era unaltra.
Non era n migliore n peggiore. Era diverso, ecco tutto.
Continu ad allontanarsi dal centro per qualche isolato, poi svolt a sinistra,
attravers la Quinta Avenue e costeggi il muro di Central Park. Alla
Novantaseiesima entr nel parco, godendo di trovarsi fra lerba e gli alberi. Lestate
avanzata aveva fatto ingiallire gran parte della vegetazione, e qua e l affioravano
chiazze di terra bruna e polverosa. Ma sopra, gli alberi erano ancora carichi di
foglie, e a Quinn lonnipresente balenare di ombre e luci sembr miracoloso e
bellissimo. Era tarda mattina, e al calare del caldo pomeridiano mancavano ancora
alcune ore.
A met del parco Quinn fu vinto dalla stanchezza. L non cerano strade, non
cerano isolati a segnare le tappe del suo itinerario, e allimprovviso fu come se
avesse camminato per ore. Gli sembr che per attraversare il parco avrebbe avuto
ancora bisogno di un giorno o due di marcia sostenuta. Prosegu per qualche
minuto, ma alla fine le gambe cedettero. Poco lontano cera una grande quercia, e
Quinn vi si diresse barcollando come lubriaco che annaspa verso il letto dopo una
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notte di bagordi. Adoperando il taccuino rosso come cuscino, si adagi su un dosso


erboso appena a nord dellalbero e cadde addormentato. Era la prima volta da mesi
che dormiva senza interruzione, e non si svegli fino al mattino dopo.
Il suo orologio faceva le nove e mezza, e Quinn si sent un miserabile al pensiero
del tempo perduto. Si alz e si incammin di buon passo verso ovest,
piacevolmente stupito di avere ripreso le forze, e nel contempo maledicendosi per
le ore sprecate. Era inconsolabile. Qualunque cosa avesse fatto ora, sentiva che
sarebbe stato tardi. Poteva correre per cento anni, e sarebbe arrivato nellattimo in
cui le porte si chiudevano.
Usc dal parco allaltezza della Novantaseiesima e prosegu verso ovest. Allangolo
con la Columbus vide una cabina telefonica, e subito si ricord di Auster e
dellassegno da cinquecento dollari. Forse incassando quel denaro avrebbe
risparmiato un po di tempo. Poteva andare direttamente da Auster e intascare la
somma evitando tutta la strada fino allufficio postale e alla banca. Ma Auster
avrebbe avuto i contanti a portata di mano? In caso contrario, potevano mettersi
daccordo e incontrarsi alla banca di Auster.
Quinn entr nella cabina, si frug in tasca e tir fuori tutto quello che gli restava:
due monete da dieci cent, un quarto di dollaro e otto monete da un cent. Chiam il
servizio abbonati per richiedere il numero, lapparecchio gli rese la moneta da dieci,
lui la infil di nuovo e fece il numero avuto.
Auster rispose al terzo squillo.
Sono Quinn, disse Quinn.
Sent un gemito sulla linea. Dove accidente era andato a cacciarsi? La voce di
Auster tradiva la rabbia. Lho chiamata un sacco di volte.
Ero occupato. Ho lavorato al caso.
Al caso?
Al caso. Il caso Stillman. Si ricorda?
Certo che mi ricordo.
per questo che le ho telefonato. Devo venire subito a ritirare i soldi. I
cinquecento dollari.
Quali soldi?
Lassegno, si ricorda? Lassegno che le ho dato. Quello intestato a Paul Auster.
Certo che mi ricordo. Ma soldi non ce ne sono. per questo che ho cercato di
chiamarla.
Lei non aveva il diritto di spenderli, url Quinn, improvvisamente stravolto.
Quei soldi erano miei.
Non li ho spesi. Lassegno stato respinto.
Non ci credo.
Venga qui, e se vuole le mostro la lettera della banca. Sta proprio sul mio tavolo.
Lassegno era scoperto.
Assurdo.
Forse, ma vero. Comunque non importa pi, le pare?
Eccome, se importa. I soldi mi servono per proseguire nel caso.
Ma non c nessun caso. tutto finito.
85

Di cosa sta parlando?


Della stessa cosa di cui parla lei. Il caso Stillman.
S, ma che cosa intende con finito? Io ci sto lavorando ancora.
Non possibile.
La pianti di fare il misterioso, porco cane. Non capisco unacca di quello che dice.
Non posso credere che non lo sappia. Dove diavolo stato? Non li legge i
giornali?
Quali giornali? E parli chiaro, cribbio. Io non ho tempo di leggere i giornali.
Allaltro capo della linea ci fu un silenzio, e per un attimo Quinn pens che il
colloquio fosse terminato, pens di essersi, chiss come, addormentato di colpo e
risvegliato col telefono in mano.
Stillman si buttato dal Ponte di Brooklyn, disse Auster. Si suicidato due
mesi e mezzo fa.
falso.
Era su tutti i giornali. Controlli, se vuole.
Quinn non disse nulla.
Era proprio il suo Stillman, continu Auster. Quello che aveva insegnato alla
Columbia.
Dicono sia morto a mezzaria, prima ancora di toccare lacqua.
E Peter? Cosa ne stato?
Non ne ho idea.
Ma c qualcuno che lo sa?
Impossibile dirlo. Lo dovr scoprire lei.
S, credo di s, disse Quinn.
Poi, senza neanche dire arrivederci, riagganci. Prese laltra moneta da dieci e la
us per chiamare Virginia Stillman. Ricordava ancora il numero a memoria.
Una voce meccanica gli ripet il numero annunciando che era stato disattivato.
Quindi la voce ribad il messaggio e la linea cadde.
Quinn non riusciva a interpretare le proprie sensazioni. In quei primi momenti era
come se non ne provasse, come se tutta la vicenda non avesse alcun peso. Decise
di rifletterci pi tardi. Ne avrebbe avuto del tempo, pens. Per ora, la sola cosa che
sembrava importante era andare a casa.
Sarebbe tornato nel suo appartamento, si sarebbe spogliato e avrebbe fatto un
bagno bollente. Poi avrebbe sfogliato qualche rivista, avrebbe ascoltato qualche
disco e pulito un po la casa. Dopo, forse, avrebbe cominciato a ripensarci.
Cammin fino alla Centosettesima strada. Aveva ancora in tasca le chiavi di casa, e
mentre apriva la porta dingresso e saliva le tre rampe di scale fino al suo
appartamento, era quasi felice.
Ma appena vi mise piede, il suo conforto svan.
Tutto era cambiato. Sembrava veramente un altro luogo, e a Quinn venne il dubbio
di avere sbagliato appartamento. Torn sul pianerottolo e controll il numero sulla
porta. No, non si era sbagliato. Era il suo appartamento: la chiave che aveva aperto
la porta era la sua. Torn dentro e riepilog la situazione. La disposizione dei mobili
era cambiata. Dove un tempo cera un tavolo ora cera una sedia. Dove un tempo
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cera un divano adesso cera un tavolo. Cerano nuovi quadri alle pareti, un nuovo
tappeto sul pavimento. E la sua scrivania? La cerc inutilmente. Esamin con pi
attenzione i mobili e vide che non erano i suoi. Quelli che cerano lultima volta che
era stato nellappartamento li avevano portati via. La scrivania era sparita, spariti i
libri, spariti i disegni di suo figlio morto. Pass dal soggiorno nella stanza da letto. Il
letto non cera pi, il cassettone non cera pi. Apr il primo cassetto del com che
ne aveva preso il posto. Era pieno di biancheria femminile attorcigliata
disordinatamente: mutandine, reggiseni, sottovesti. Il secondo cassetto conteneva
dei maglioni da donna. Quinn non procedette oltre. Su un tavolo vicino al letto cera
la foto incorniciata di un giovanotto biondo dalla faccia bovina. Unaltra foto ritraeva
lo stesso giovanotto sorridente, in piedi tra la neve, che abbracciava una ragazza
scialba. Sorrideva anche lei.
Dietro di loro una pista, un uomo con gli sci in spalla e un cielo blu invernale.
Quinn torn in soggiorno e si sedette su una sedia. Vide in un portacenere una
sigaretta mezzo fumata, con macchie di rossetto. Laccese e la termin. Poi and in
cucina, apr il frigorifero e trov succo darancia e una pagnotta. Bevve il succo,
mangi tre fette di pane e torn nel soggiorno sedendosi di nuovo sulla sedia. Dopo
un quarto dora sent dei passi salire le scale, e nellappartamento entr la ragazza
della foto. Indossava un camice bianco da infermiera e portava una borsa della
spesa marrone. Quando vide Quinn, lasci cadere la borsa e lanci un urlo. O forse
prima url e poi le cadde la borsa. Quinn non ne fu mai sicuro. La borsa si squarci
urtando contro il pavimento, e il latte disegn un gorgogliante rivolo bianco verso
lorlo del tappeto.
Quinn si alz, sollev la mano in un gesto rassicurante e le disse di non aver paura.
Non le avrebbe fatto alcun male. Voleva solo sapere perch abitava nel suo
appartamento. Tir fuori di tasca la chiave e gliela mostr tenendola bene in alto,
come a provare che era ben intenzionato. Gli ci volle parecchio per convincerla, ma
finalmente la ragazza si calm.
Questo non voleva dire che si fidasse di lui o che avesse meno paura. Si ferm a un
passo dalla porta aperta, pronta a fuggire al minimo accenno di pericolo. Quinn
rimase a distanza, non volendo peggiorare la situazione. La sua bocca non
smetteva di parlare, spiegando ripetutamente che la donna abitava in casa sua. Era
evidente che lei non credeva una sola parola, ma lo ascoltava per assecondarlo,
certo nella speranza che alla fine avrebbe desistito e sarebbe andato via.
Abito qui da un mese, disse infine. Questo il mio appartamento. Lho preso
in affitto per un anno.
Ma perch avrei la chiave? chiese Quinn per la settima o ottava volta. Non le
basta per convincersi?
Potrebbe averla avuta in mille modi.
Non le hanno detto che cera qualcuno che abitava qui quando lei ha firmato il
contratto?
Hanno detto che cera uno scrittore. Ma scomparso, non pagava laffitto da
mesi.
Sono io! grid Quinn. Lo scrittore sono io!
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La ragazza lo squadr gelida, poi rise. Uno scrittore?


Questa la roba pi assurda che ho mai sentito. Ma si guardi. Non ho mai visto
uno pi malmesso in vita mia.
Ultimamente ho avuto delle difficolt, mormor Quinn a mo di spiegazione.
Ma solo un momento passeggero.
Comunque il proprietario mi ha detto che era contento di levarselo di torno. Non
gli piacciono gli inquilini senza impiego fisso. Usano troppo il riscaldamento e
consumano gli accessori.
Sa che ne stato delle mie cose?
Quali cose?
I miei libri. I miei mobili. Le carte.
Non ne ho idea. Avranno venduto quello che potevano, e il resto lo avranno
buttato via. Hanno sgomberato tutto prima del mio trasloco.
Quinn sospir profondamente. Era giunto alla fine di se stesso. Adesso lo sentiva,
era come se in lui si fosse manifestata una grande verit. Non restava pi niente.
Lo capisce cosa significa?
Sinceramente, non me ne importa, rispose la ragazza.
Sono affari suoi, mica miei. Io voglio solo che esca di qua. Subito. Questa casa
mia, e voglio che se ne vada. Se no, chiamo la polizia e la faccio arrestare.
Ormai non contava pi. Avrebbe potuto restare a discutere con la ragazza per tutta
la giornata senza per questo riavere lappartamento. La casa era perduta, lui era
perduto, era perduto tutto.
Farfugli qualche parola incomprensibile, si scus di averle fatto perdere tempo e le
pass vicino per uscire.

88

13.
Non importandogli pi nulla di quello che accadeva, Quinn non si sorprese quando
lingresso sulla Sessantanovesima strada si apr senza chiave. N si sorprese, giunto
al nono piano e percorso il corridoio che portava allappartamento degli Stillman,
che anche quella porta si aprisse. Ma si stup ancora meno di trovare
lappartamento vuoto. Il luogo era stato evacuato totalmente, e ora le stanze non
contenevano nulla. Ognuna era identica a tutte la altre: un pavimento di legno e
quattro pareti bianche. Quinn non ne fu particolarmente impressionato. Era sfinito,
e la sola cosa che aveva in mente era chiudere gli occhi.
Entr in una delle stanze sul retro dellappartamento, un piccolo vano che non
misurava pi di tre metri per due. Aveva una sola finestra con inferriata, aperta sul
pozzo di aerazione, e sembrava la stanza pi buia della casa. Cera anche una
seconda porta, che dava su uno sgabuzzino cieco con lavandino e water. Quinn
pos sul pavimento il taccuino rosso, tir fuori di tasca la penna del sordomuto e la
lasci cadere sul taccuino rosso. Poi si sfil lorologio e se lo mise in tasca. Fatto
questo si spogli completamente, apr la finestra e gett gli indumenti uno per uno
nel pozzo di aerazione: prima la scarpa destra, poi la sinistra; un calzino, poi laltro;
la camicia, la giacca, le mutande, i pantaloni. Non si sporse a guardarli cadere, non
controll dove atterravano. Infine chiuse la finestra, si sdrai nel centro della stanza
e si addorment.
Quando si svegli la stanza era buia. Quinn non sapeva quanto tempo era passato:
se era la notte di quel giorno stesso o quella dellindomani. Pens che forse non era
affatto notte. Forse era buio solo nella stanza, e fuori, oltre la finestra, splendeva il
sole. Per pochi istanti valut la possibilit di alzarsi e andare a vedere alla finestra,
ma poi decise che non gliene importava. Se non era ancora notte, pens, sarebbe
arrivata pi tardi. Questo era certo, e la risposta era uguale, che lui guardasse fuori
oppure no. Del resto, se qui a New York fosse effettivamente stata notte, voleva
dire che da qualche altra parte splendeva il sole. Per esempio, in Cina era senzaltro
met pomeriggio, e i coltivatori di riso si asciugavano il sudore sulla fronte. Notte e
giorno non erano che termini relativi: non corrispondevano a condizioni assolute. In
qualsiasi momento, era sempre tutte e due le cose.
Lunica ragione per cui non lo sapevamo era che non potevamo trovarci
contemporaneamente in due luoghi.
Quinn valut anche lipotesi di alzarsi e andare in unaltra stanza, ma poi si rese
conto di essere piuttosto appagato l dovera. Nel punto che si era scelto stava
comodo, e scopr che gli piaceva rimanere supino con gli occhi aperti a guardare il
soffitto o quello che sarebbe stato il soffitto se fosse riuscito a vederlo. Sentiva
nostalgia di una cosa soltanto, ed era il cielo. Cap che gli mancava quella cosa
lass, dopo tanti giorni e tante notti passate allaperto. Ma adesso era al chiuso, e
in qualunque camera avesse scelto di accamparsi, il cielo sarebbe rimasto nascosto,
inaccessibile anche allestremo slancio dei suoi occhi.
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Pens che sarebbe rimasto l finch resisteva. Per dissetarsi cera lacqua del
lavandino, e cos avrebbe guadagnato un po di tempo. In seguito gli sarebbe
venuta fame e avrebbe dovuto mangiare. Ma ormai aveva lavorato cos a lungo per
ridurre al minimo le proprie necessit, che sapeva che il momento sarebbe arrivato
solo fra qualche giorno. Non cera ragione di agitarsi, pens, non doveva lasciarsi
impensierire da dettagli senza importanza.
Cerc di pensare alla vita che aveva vissuto prima dellinizio della storia. Non fu
affatto facile, perch ormai gli appariva lontanissima. Ricord i libri scritti con il
nome di William Wilson. Strano, pens, che lo avesse fatto, e ora si domand
perch. In cuor suo, sapeva che Max Work era morto.
Morto mentre era proiettato verso un nuovo caso: e Quinn non riusciva a
dispiacersene. Tutto sembrava irrilevante, ora. Ripens alla sua scrivania e alle
migliaia di parole che aveva scritto l seduto. Ripens alluomo che era stato il suo
agente e si rese conto di non ricordarne il nome.
Quante cose stavano scomparendo, era difficile conservarne traccia. Quinn cerc di
ripetersi la formazione dei Mets ruolo per ruolo, ma la sua mente si faceva vaga.
Ricordava che al centro giocava Mookie Wilson, una giovane promessa il cui vero
nome era William Wilson. Senzaltro in questo cera qualcosa di significativo. Quinn
esplor lidea per qualche istante ma poi labbandon.
I due William Wilson si cancellavano a vicenda, e questo era tutto. Mentalmente
Quinn disse loro addio.
IMets sarebbero arrivati ancora ultimi, e nessuno avrebbe pianto.
Quando si svegli di nuovo, il sole splendeva nella stanza. Sul pavimento vicino a lui
cera un vassoio pieno di cibo, roast beef a giudicare dallaroma che saliva dai piatti.
Quinn constat il fatto senza rimostranze. Non era n stupito n turbato. S, disse
fra s, non c niente di strano se hanno lasciato questo cibo per me. Non era
curioso di sapere come o perch fosse accaduto. Non pens neppure di lasciare la
stanza e ispezionare il resto dellappartamento in cerca di una spiegazione.
Invece osserv meglio il cibo sul vassoio, e vide che oltre a due abbondanti fette di
roastbeef cerano sette patatine arrosto, un piatto di asparagi, un panino fresco,
dellinsalata, una caraffa di vino rosso, e per dessert qualche spicchio di formaggio
e una pera. Cera anche un tovagliolo di lino bianco, e le posate erano di prima
qualit. Quinn mangi il cibo, o almeno ne mangi met, perch di pi non poteva.
Dopo mangiato, cominci a scrivere sul taccuino rosso. Prosegu fino a quando nella
stanza torn il buio. In mezzo al soffitto cera una piccola lampada, con il relativo
interruttore di fianco alla porta, ma Quinn rifiut lidea di accenderla. Poco dopo si
riaddorment. Al suo risveglio, nella stanza splendeva il sole e sul pavimento cera
un altro vassoio di cibo. Ne mangi finch fu sazio e si rimise a scrivere sul taccuino
rosso.
In questo periodo, la maggior parte delle sue annotazioni riguardavano aspetti
marginali del caso Stillman. Per esempio, Quinn si chiedeva perch non si era
preoccupato di leggere le cronache dellarresto di Stillman nel 1969. Discuteva
lipotesi di un eventuale collegamento fra laccaduto e lo sbarco sulla luna svoltosi
in quello stesso anno. Si domandava perch avesse creduto alla morte di Stillman
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accontentandosi della parola di Auster. Si sforz di riflettere sul tema delle uova, e
scrisse frasi del tipo la prima gallina che canta ha fatto luovo, rompere le uova
nel paniere, pieno come un uovo, rotondo come un uovo. Si chiedeva cosa
sarebbe successo se avesse seguito il secondo Stillman invece del primo. Si
chiedeva perch san Cristoforo, patrono dei viaggiatori, fosse stato decanonizzato
dal Papa nel 1969, proprio lanno del viaggio sulla luna.
Meditava sul perch a Don Chisciotte non era bastato scrivere libri simili a quelli che
prediligeva, invece di rivivere le avventure in essi descritte. Si chiedeva perch le
sue iniziali erano le stesse di Don Quijote Ipotizzava che la ragazza che si era
trasferita nel suo appartamento fosse la stessa incontrata alla Grand Central Station
mentre leggeva il suo libro. Si chiedeva se dopo il mancato appuntamento
telefonico Virginia Stillman avesse assunto un altro detective. Si domandava perch
avesse creduto che lassegno era stato respinto accontentandosi della parola di
Auster. Pensava a Peter Stillman, chiedendosi se avesse mai dormito nella stanza
dove adesso cera lui. Si chiedeva se il caso era veramente chiuso o se in qualche
modo non ci stava ancora lavorando. Si chiedeva che forma avrebbe avuto la
mappa di tutti i passi che aveva mosso nella sua vita, e quale parola avrebbe
composto.
Quando era buio Quinn dormiva, e quando cera luce mangiava e scriveva sul
taccuino rosso.
Non era mai sicuro del tempo trascorso durante gli intervalli, perch non si curava
di contare giorni e ore. Tuttavia gli sembrava che a poco a poco loscurit avesse
cominciato a prevalere sulla luce: che mentre inizialmente il sole predominava, la
luce fosse via via diventata pi fioca e pi fuggente.
Dapprima lo attribu al cambio di stagione. Era sicuramente gi passato lequinozio,
e forse si avvicinava il solstizio. Ma anche dopo larrivo dellinverno con la teorica
inversione del meccanismo, Quinn osserv che le fasi di oscurit continuavano a
guadagnare terreno sulla luce. Gli sembrava di avere a disposizione sempre meno
tempo per mangiare e scrivere nel taccuino rosso.
Alla fine, gli parve che quei periodi si fossero ridotti a pochi minuti. Per esempio,
una volta termin il cibo e verific che aveva tempo per scrivere tre frasi nel
taccuino rosso. Nel successivo periodo di luce, riusc a scriverne solo due. Cominci
a saltare i pasti per dedicarsi al taccuino rosso, mangiando solo quando si sentiva
allo stremo. Ma il tempo continuava a diminuire, e in breve fu in grado di mangiare
solo un boccone o due prima del ritorno delle tenebre. Non gli venne in mente di
accendere la lampada, perch da tempo ne aveva scordato lesistenza.
Questo periodo di crescente oscurit coincise con il ridursi delle pagine del taccuino
rosso. Piano piano, Quinn lo stava esaurendo. A un certo punto cap che pi
scriveva, e pi presto sarebbe scoccata lora in cui non avrebbe potuto pi scrivere
nulla. Incominci a pesare le parole con estrema cura, combattendo per esprimersi
con la massima economia e chiarezza. Si rammaric di avere sprecato tante pagine
allinizio del taccuino rosso: addirittura, si pent di averlo usato per raccontare il
caso Stillman. Perch ormai quel caso era lontano, e Quinn non ci pensava pi. Era
stato come un ponte verso un altro luogo della sua vita, e adesso che lo aveva
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attraversato, non significava pi niente. Quinn non era pi interessato a se stesso.


Scriveva delle stelle, della terra, delle sue speranze per lumanit. Sentiva che le
sue parole venivano separate da lui, che ormai appartenevano al mondo in senso
lato, reali e determinate come un sasso, o un lago, o un fiore. Non avevano pi
niente a che fare con la sua persona. Ricordava il momento della nascita, la
delicatezza con cui lo avevano fatto uscire dal ventre di sua madre. Ricordava le
infinite gentilezze del mondo e tutte le persone che aveva amato. Niente importava
ora, a parte la bellezza di tutto questo. Voleva continuare a raccontarla, e la
coscienza che ci non era possibile lo faceva soffrire. Eppure, si sforz di affrontare
con coraggio la fine del taccuino rosso. Si chiedeva se sarebbe stato capace di
scrivere senza penna, o se invece avrebbe imparato a parlare riempiendo il buio
con la voce, pronunciando le parole nellaria, nei muri, nella citt, anche se la luce
non fosse tornata mai pi.
Lultima frase sul taccuino rosso dice: Cosa succeder quando non ci saranno pi
pagine nel taccuino rosso? A questo punto la trama si fa oscura. Le informazioni
sono esaurite, e gli avvenimenti che seguono lultima frase non si conosceranno
mai. Sarebbe insulso anche formulare delle semplici ipotesi.
Tornai a casa dal mio viaggio in Africa in febbraio, poche ore prima che New York
fosse raggiunta da una bufera di neve. Quella sera chiamai il mio amico Auster, che
insistette perch andassi da lui al pi presto. Aveva una voce cos concitata che pur
essendo sfinito non potei rifiutarmi.
Nel suo appartamento Auster mi spieg il poco che sapeva su Quinn, per poi
descrivermi lo strano caso in cui era stato fortuitamente coinvolto. Disse che ormai
era diventata unossessione, e voleva un consiglio sul da farsi. Dopo averlo
ascoltato fino in fondo, cominciai a indispettirmi per lindifferenza con cui aveva
trattato Quinn. Lo rimproverai di non essersi dato da fare, di non avere mosso un
dito per aiutare un uomo cos chiaramente in difficolt.
Auster sembr ferito dalle mie parole. Disse che in effetti era proprio per questo
che mi aveva chiamato. Si sentiva colpevole e aveva bisogno di sfogarsi. Disse che
si fidava solo di me.
Negli ultimi mesi aveva fatto di tutto per rintracciare Quinn, senza successo. Quinn
non abitava pi nel suo appartamento, e tutti i tentativi di agganciare Virginia
Stillman erano falliti. Fu allora che gli proposi di dare unocchiata alla casa degli
Stillman. Non so come, ma intuivo che Quinn era andato a finire proprio l.
Indossammo i cappotti, uscimmo e prendemmo un taxi fino alla Sessantanovesima
Est. Nevicava da unora, e le strade erano gi pericolose. Non fu difficile entrare nel
palazzo: ci infilammo nel portone insieme a un inquilino che rincasava. Salimmo le
scale e trovammo la porta di quello che un tempo era stato lappartamento degli
Stillman. Era aperta.
Ci inoltrammo cautamente allinterno e scoprimmo una serie di stanze vuote e
spoglie. Sul pavimento di una stanzetta sul retro, linda e asettica come tutte le
altre, cera il taccuino rosso.
Auster lo prese, lo sfogli rapidamente e dichiar che era quello di Quinn. Poi me lo
diede dicendo che dovevo tenerlo io. Quella storia lo aveva inquietato a tal punto
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che aveva paura di portarlo a casa. Dissi che lo avrei conservato finch sarebbe
stato pronto a leggerlo, ma scosse la testa e mi rispose che non voleva vederlo mai
pi. Poi uscimmo, incamminandoci sotto la nevicata. Adesso la citt era tutta bianca
e la neve non cessava di cadere, sembrava che dovesse continuare per sempre.
In quanto a Quinn, mi impossibile dire dove si trovi adesso. Ho seguito il taccuino
rosso con la massima cura possibile, e mi assumo la responsabilit di eventuali
imprecisioni. In alcuni punti il testo stato difficile da decifrare, ma ho fatto del mio
meglio astenendomi da qualunque interpretazione personale. Naturalmente il
taccuino rosso rappresenta solo met della storia, come il lettore accorto avr
capito. Sono convinto che Auster si sia comportato male da cima a fondo. Se la
nostra amicizia finita, deve solo incolpare se stesso. Il mio pensiero rimane con
Quinn. Sar per sempre insieme a me. E dovunque sia andato a scomparire, gli
auguro buona fortuna.

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Fantasmi
In principio c Blue. Pi tardi c White, e dopo ancora Black, e prima del principio
c Brown.
Brown che lha svezzato, Brown che gli ha insegnato il mestiere, e quando Brown
invecchiato Blue ne ha preso il posto. cos che comincia: il luogo New York, il
tempo il presente, e n luno n laltro cambieranno mai. Ogni giorno Blue va in
ufficio e siede alla scrivania aspettando che accada qualcosa. Non capita niente per
un pezzo, finch un uomo di nome White varca la soglia, ed cos che comincia.
Il caso sembra piuttosto semplice. White vuole che Blue segua un uomo di nome
Black e lo tenga docchio finch sar necessario. Ai tempi in cui lavorava per Brown,
Blue ha condotto molti pedinamenti e questo non pare diverso dagli altri, forse
anche pi facile della media.
Blue ha bisogno di lavorare, perci ascolta White senza fargli troppe domande.
Deduce che si tratta di una crisi coniugale, e White un marito geloso. White non
fornisce dettagli. Dice di volere un rapporto settimanale, spedito alla cassetta
postale icsipsilon, dattiloscritto in duplice copia di formato cos e cos. Sempre
settimanalmente, a Blue sar recapitato per posta un assegno. Poi White spiega a
Blue dove abita Black, il suo aspetto fisico eccetera. Quando Blue gli domanda
quanto durer il caso presumibilmente, White risponde che non lo sa. Lei continui a
spedirmi i rapporti, dice, fino a nuovo ordine.
A onor del vero, Blue trova il tutto un po strano; ma per il momento sarebbe
eccessivo definirlo preoccupato. Tuttavia, non pu fare a meno di notare alcuni
particolari di White. La barba nera, ad esempio, e le sopracciglia troppo folte.
Poi c la pelle esageratamente pallida, da sembrare incipriata. Blue non un
dilettante nellarte del travestimento e mangia facilmente la foglia: dopotutto il suo
maestro stato Brown, e Brown allepoca era il numero uno. Allora Blue comincia a
pensare di essersi sbagliato, che non c di mezzo alcun matrimonio. Ma pi in l
non si spinge, perch White gli sta parlando e lui deve concentrarsi per seguirlo.
gi tutto preparato, dice White. C un piccolo appartamento proprio dirimpetto a
quello di Black. Lho gi affittato, ci si pu trasferire oggi. Laffitto sar pagato per
tutta la durata del caso.
Buona idea, fa Blue ricevendo la chiave da White. Cos evito di scarpinare.
Difatti, risponde White accarezzandosi la barba.
Cos laccordo concluso. Blue accetta il lavoro e si stringono la mano. A prova
della sua buona fede, White d in anticipo a Blue dieci biglietti da cinquanta dollari.
Dunque cos che comincia. Il giovane Blue con un uomo di nome White, che
ovviamente non quello che sembra. Fa niente, dice Blue fra s quando White se
n andato. Sono certo che avr le sue ragioni; e comunque non sono affari miei. Il
mio unico problema far bene il lavoro.
il 3 febbraio 1947. Come pu immaginare Blue, adesso, che il caso andr avanti
per anni Ma il presente non meno oscuro del passato, e il suo mistero pari ai
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segreti che serba il futuro. Cos va il mondo: un passo dopo laltro, una parola e poi
la successiva. Ci sono cose che Blue, a questo punto, proprio non pu sapere.
Perch la conoscenza arriva piano, e quando arriva spesso costa cara. White lascia
lufficio, e subito dopo Blue prende il telefono e chiama la futura signora Blue.
Dovr vivere in incognito, dice alla fidanzata. Non preoccuparti se per un po non
sar reperibile.
Penser sempre a te.
Blue prende dallo scaffale una piccola sacca grigia e ci mette la sua fida trentotto,
un binocolo, un taccuino e altri ferri del mestiere. Poi sgombra la scrivania, riordina
le carte e chiude lufficio.
Parte direttamente per lappartamento che gli ha affittato White. Lindirizzo non
importa, ma tanto per dirne uno facciamo Brooklyn Heights. Una strada tranquilla,
con poco traffico, non lontano dal ponte per esempio, Orange Street. La via dove
nel 1855 Walt Whitman compose a mano la prima edizione di Foglie derba, e dove
Henry Ward tuonava contro la schiavit dal pulpito della sua chiesa di mattoni rossi.
Questo per il colore locale.
una piccola monocamera al terzo piano di una palazzina con la facciata di
arenaria, che ne comprende quattro in tutto. Blue nota subito con piacere che
provvista di tutte le comodit e ispezionando la stanza scopre che larredamento
nuovo di zecca: il letto, il tavolo, la sedia, il tappeto, le lenzuola, gli utensili di
cucina, tutto quanto. Nellarmadio c un guardaroba completo: Blue si domanda se
i vestiti siano l per lui e li prova, trovandoli perfetti. Non la casa pi spaziosa dove
abbia mai abitato, commenta fra s misurando coi passi lambiente, ma davvero
comoda, davvero comoda.
Esce, attraversa la strada ed entra nelledificio di fronte. Allingresso cerca e trova il
nome di Black fra le cassette delle lettere: Black terzo piano. Finora tutto bene.
Torna nella sua stanza e si mette al lavoro.
Scostando le tende della finestra guarda fuori, e scorge Black seduto a un tavolo
nella stanza dirimpetto. Da quel che riesce a vedere, gli sembra che Black stia
scrivendo. Uno sguardo col binocolo conferma lipotesi. Ma le lenti non sono
abbastanza potenti da leggere quanto sta scrivendo, e anche se lo fossero Blue
dubita che saprebbe decifrare le parole capovolte. Per certo, dunque, pu dire solo
che Black scrive su un taccuino con una stilografica rossa. Blue prende il proprio e
annota: 3 feb, h 15 Black al tavolo che scrive.
Di tanto in tanto Black si interrompe per guardare fuori dalla finestra. A un certo
punto Blue ha limpressione che guardi proprio verso di lui e si ritrae; ma
osservando con attenzione vede uno sguardo assente, pi mentale che ottico, uno
sguardo che rende le cose invisibili, che non d loro accesso. A intervalli Black si
alza dalla sedia e scompare in un punto nascosto della stanza: un angolo,
immagina Blue, o magari il bagno; ma non si assenta mai troppo a lungo, in breve
torna sempre alla scrivania. La scena va avanti per ore e Blue non ricava nulla dai
propri sforzi. Alle sei scrive la seconda annotazione: La scena va avanti per ore.
Pi che annoiarsi, Blue si sente inchiodato. Non riuscendo a leggere ci che ha
scritto Black, per ora non ha combinato nulla. Forse un pazzo, pensa Blue, che
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progetta di far saltare il mondo.


Forse quello che scrive ha a che fare con la sua formula segreta. Ma subito Blue
prova imbarazzo per unipotesi tanto puerile. troppo presto per qualsiasi
conclusione, dice fra s, e per il momento decide di sospendere il giudizio.
La sua mente vaga da una cosa allaltra, approdando infine alla futura signora Blue.
Rammenta che quella sera sarebbero dovuti uscire insieme, e se non fosse stato
per larrivo in ufficio di White col nuovo caso, ora sarebbe con lei. Prima il ristorante
cinese sulla Trentanovesima, dove avrebbero litigato coi bastoncini e si sarebbero
tenuti per mano sotto il tavolo, poi il doppio spettacolo al cinema Paramount. Per
un istante gli viene in mente unimmagine straordinariamente chiara di lei (mentre
ride a occhi bassi, fingendosi imbarazzata) e capisce che preferirebbe di gran lunga
essere in sua compagnia piuttosto che l, seduto in quella stanzetta per Dio sa
quanto ancora. Gli viene voglia di telefonarle per far due chiacchiere, esita, poi
decide di no. Non vuole apparire debole: se lei sapesse quanto gli indispensabile,
Blue comincerebbe a perdere il suo vantaggio, e questo non va. Luomo deve
essere sempre il pi forte.
Ora Black ha sgomberato il tavolo, sostituendo le scartoffie con loccorrente per la
cena. l seduto a masticare lentamente e guarda fuori con quella sua espressione
vacua. Alla vista del cibo Blue si accorge di avere fame e ispeziona la dispensa alla
ricerca di qualcosa da mangiare. Sceglie stufato in scatola, inzuppando nellintingolo
una fetta di pane bianco. Spera che dopo cena Black esca di casa, e la speranza
aumenta quando nota nella stanza di Black un improvviso fermento di attivit. Ma si
spegne presto. Un quarto dora dopo, Black di nuovo seduto al tavolo, questa
volta per leggere un libro. vicino a una lampada accesa, e Blue pu scorgerne il
viso pi chiaramente.
Black ha allincirca la sua et. Vale a dire intorno ai trenta, anno pi, anno meno.
Trova il viso di Black piuttosto gradevole, senza nulla che lo distingua dalle migliaia
di altre facce che si incontrano ogni giorno. Blue si sente deluso, perch in cuor suo
spera ancora di scoprire che Black pazzo.
Guardando col binocolo legge il titolo del libro che Black sta leggendo. Walden, di
Henry David Thoreau. Blue non ne ha mai sentito parlare, e lo trascrive con cura
sul taccuino.
Cos trascorre tutta la serata, con Black che legge e Blue che lo guarda. Col passare
del tempo Blue sempre pi scoraggiato. Non abituato allozio e, con le tenebre
che ormai gli calano intorno, incomincia a sentirsi nervoso. A lui piace lazione, il
movimento, spostarsi da un luogo allaltro. Non ho la stoffa dello Sherlock Holmes,
diceva a Brown ogni volta che il capo gli affidava un incarico particolarmente
sedentario. Dammi qualcosa da affondarci i denti. Ora che il capo lui, guarda cosa
gli rifilano: un caso in cui non c da fare niente. Perch guardare un tale che legge
e scrive proprio come non far nulla. Per Blue lunico modo per capire un po come
stanno le cose sarebbe entrare nella mente di Black, vedere a cosa pensa; e questo
impossibile. Perci pian piano Blue lascia la mente riandare ai vecchi tempi. Pensa
a Brown e ad alcuni casi cui hanno lavorato insieme, assaporando il ricordo di quei
successi. Cera stato lAffare Redman, ad esempio, quando incastrarono quel
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cassiere di banca che aveva trafugato un quarto di milione di dollari. Quella volta
Blue si era finto un allibratore, convincendo Redman a versargli denaro per una
scommessa. Le banconote furono identificate, e luomo ebbe ci che si meritava.
Ancora meglio era stato il Caso Gray. Gray era scomparso da pi di un anno, e la
moglie era ormai pronta a dichiararlo morto. Blue oper le ricerche consuete e si
ritrov a mani vuote. Poi un giorno, quando stava per spedire il rapporto finale,
incontr Gray in un bar a neanche due isolati da dove la moglie lo aspettava, ormai
senza pi speranza che tornasse. Ora Gray si faceva chiamare Green, ma Blue lo
riconobbe perch da tre mesi portava sempre con s una foto delluomo, e ne
conosceva il volto a memoria. Si rivel un caso di amnesia. Blue riport Gray dalla
moglie, e sebbene lui non la riconoscesse e ripetesse di chiamarsi Green, la trov
attraente e di l a pochi giorni le chiese di sposarlo. Cos la signora Gray divenne la
signora Green, risposandosi con lo stesso uomo, e anche se Gray non ricord mai il
suo passato anzi: continu testardamente a negare di essersi dimenticato
alcunch questo non gli imped di vivere bene nel presente. Mentre nella sua vita
precedente Gray era stato ingegnere, in qualit di Green continu a fare il barista
nel caff a due isolati di distanza. Gli piaceva preparare i cocktail, spieg, e parlare
con gli avventori, e non poteva immaginarsi dedito a unaltra occupazione. Sono
nato per fare il barman, dichiar a Blue e Brown alla festa di nozze, e loro chi erano
per contestare le scelte esistenziali di un altro?
Quelli erano i giorni, dice Blue fra s mentre guarda Black spegnere la luce nella
camera dirimpetto. Pieni di colpi di scena e coincidenze divertenti. Be, non tutti i
casi possono essere emozionanti. Nel lavoro ci sta il buono e il meno buono.
Da bravo ottimista, la mattina dopo Blue si sveglia allegro. Fuori nevica sulla strada
silenziosa, e tutto si fatto bianco. Dopo aver osservato Black che, seduto al tavolo
accanto alla finestra, fa colazione e legge ancora qualche pagina di Walden, Blue lo
vede ritirarsi nella parte interna della stanza per tornare alla finestra con indosso un
soprabito. Sono da poco passate le otto. Blue prende il cappello, il cappotto, la
sciarpa e gli stivali, si copre in tutta fretta e scende le scale arrivando in strada
meno di un minuto dopo Black. un mattino senza vento, cos tranquillo che si pu
sentire cadere la neve sui rami degli alberi. La strada deserta, e le scarpe di Black
hanno lasciato un perfetto sentiero di orme sul marciapiede bianco. Seguendo le
impronte Blue gira langolo e vede Black che passeggia tranquillo per laltra via,
come se si godesse la nevicata. Non certo il comportamento di un fuggitivo,
pensa Blue, rallentando il passo a sua volta. Due strade pi in l Black entra in una
piccola drogheria; passano dieci o dodici minuti, poi esce con due borse di carta
marrone piene fino allorlo. Senza notare Blue, che si appiatta nellingresso di una
casa di fronte, comincia a ritornare sui suoi passi, verso Orange Street. Ha fatto
provviste per la tormenta, pensa Blue; quindi decide di arrischiarsi alla perdita di
contatto ed entra nel negozio per imitare Black. Se non un trucco, pensa, e Black
non ha in mente di buttar via la spesa e squagliarsela, quasi sicuro che stia
tornando a casa. Perci Blue compra quello che gli occorre, si ferma nel negozio
accanto a prendere il giornale e un po di riviste, e torna nella sua stanza in Orange
Street. Naturalmente Black gi al tavolo vicino alla finestra, che scrive nel
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taccuino come ieri.


La visibilit scarsa a causa della neve, e Blue fatica a interpretare cosa sta
succedendo nella camera di Black. Anche il binocolo non serve a molto: il giorno
resta buio, e attraverso la neve che cade senza sosta Black non appare che
unombra. Rassegnato a una lunga attesa, Blue si dedica ai giornali. un
affezionato lettore del mensile Trae Detective e cerca di non lasciarselo mai
scappare. Ora che il tempo non gli manca, legge il nuovo numero da cima a fondo,
soffermandosi anche sui trafiletti e sugli annunci pubblicitari delle pagine interne.
Fra le storie principali che trattano di agenti segreti e sgominatori di gang, ce n
una che colpisce Blue al punto che, ultimata la lettura del giornale, non riesce a
pensare ad altro. Pare che, venticinque anni or sono, in un boschetto nelle
vicinanze di Philadelphia abbiano trovato un bambino assassinato. Pur essendosi
prodigata per risolvere il caso, la polizia non seppe cavarne alcun indizio. Non solo
non riuscirono a formulare sospetti; non giunsero neanche allidentificazione della
vittima. Chi era, da dovera venuto, perch stava l tutte domande che rimasero
senza risposta. Alla fine il caso pass in archivio, e sarebbe finito nel dimenticatoio
se non fosse stato per il medico legale cui era stata affidata lautopsia del bambino.
Per il dottore, che si chiamava Gold, quellomicidio divenne unossessione: prima
della sepoltura fece una maschera mortuaria del volto della vittima, e da allora
dedic al mistero ogni momento libero. Dopo ventanni, giunto allet della
pensione, smise di lavorare e cominci a dedicarsi al caso a tempo pieno. Ma senza
successo. Non ha scoperto nulla, non ha fatto il minimo progresso nella soluzione
dellenigma. Larticolo di Trae Detective spiega che ora ha offerto un compenso di
duemila dollari a chiunque gli procuri informazioni sul bambino, ed corredato da
una foto ritoccata, a grana grossa, delluomo con la maschera mortuaria. Ha uno
sguardo cos tormentato e supplichevole che Blue non riesce a staccare gli occhi
dallimmagine.
Gold sta invecchiando, ormai, e teme di morire prima di aver risolto il caso. Blue ne
turbato e commosso: se potesse, abbandonerebbe di corsa il proprio incarico per
dare una mano a Gold. Non ce n abbastanza di uomini cos, pensa. Se il bambino
fosse stato figlio di Gold, si potrebbe pensare a una pura e semplice vendetta, un
comportamento comprensibile a tutti; e invece era un perfetto sconosciuto, non c
nulla di personale, nessunombra di secondi fini. questo che commuove tanto
Blue. Gold rifiuta un mondo in cui lassassinio di un bimbo pu restare impunito
anche se forse linfanticida gi morto, ed disposto a sacrificare la propria vita e
la propria felicit per fare giustizia. Ora Blue pensa un po anche al bambino,
cercando di immaginare come andata veramente, di sentire quello che deve aver
sentito il piccolo, e conclude che lassassino devessere stato uno dei suoi genitori,
altrimenti ne avrebbero denunciato la scomparsa. Peggio ancora, pensa Blue, e
lipotesi comincia a nausearlo perch ora capisce appieno come devessersi sentito
Gold per tanti anni, pensa che anche lui venticinque anni fa era un bambino, e se
quel bambino fosse vissuto ora avrebbe la sua et. Poteva toccare a me, pensa
Blue. Potevo essere io quel bambino. Non sapendo che altro fare, ritaglia la foto dal
giornale e lattacca alla parete sopra il letto.
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I primi giorni passano cos. Blue osserva Black, e non accade niente dimportante.
Black scrive, legge, mangia, fa brevi passeggiate nel quartiere e sembra non
accorgersi della presenza di Blue.
Quanto a Blue, cerca di restare calmo. Ritiene che Black rimanga rintanato senza
dare nellocchio in attesa del momento propizio. Blue deduce che non gli richiesta
una sorveglianza costante, dato che un uomo solo e non pu tenere docchio una
persona ventiquattrore su ventiquattro. Deve avanzargli tempo per dormire,
mangiare, lavarsi i panni eccetera. Se White avesse preteso una vigilanza
ininterrotta avrebbe assunto non uno, ma due o tre uomini. Ma Blue solo, e pi di
tanto non pu fare.
A dispetto di queste considerazioni incomincia a preoccuparsi: perch se Black
devessere sorvegliato, vuol dire che va sorvegliato ogni giorno, a tutte le ore. Una
vigilanza meno che totale equivale a non vigilare affatto. Non ci vuole molto,
ragiona Blue, perch il quadro muti completamente. Un momento di disattenzione
per guardarsi attorno, per grattarsi in testa, per un semplice sbadiglio e Black pu
allontanarsi e commettere il crimine quale che sia che sta progettando. Daltra
parte, di momenti simili ce ne dovranno essere centinaia, forse migliaia ogni giorno.
Blue turbato: per quanto rimugini non intravede alcuna soluzione. Ma non solo
questo che lo inquieta.
Finora non aveva avuto molte occasioni di restare in ozio, e questa nuova inazione
gli provoca smarrimento. Per la prima volta in vita sua si ritrova solo con se stesso,
senza nulla di concreto fra le mani, nulla che gli faccia distinguere un momento da
quello seguente. Non si mai occupato granch del proprio mondo interiore, della
cui esistenza era cosciente, ma come fosse unentit ignota, inesplorata e pertanto
oscura anche a lui. Se ben ricorda, si sempre mosso velocemente sulla superficie
delle cose, studiandone la scorza al solo fine di percepirle, considerandone una per
passare subito alla successiva. Ha sempre goduto di questo rapporto col mondo,
per cui alle cose non chiedeva nientaltro che di esistere. E fino ad ora sono esistite,
stagliandosi evidenti alla luce del giorno, dichiarandogli senza incertezze ci che
erano, cos perfettamente se stesse e nientaltro che non ha mai dovuto
indugiare al loro cospetto n tornare a guardarle. E ora allimprovviso, col mondo
come alienato da lui, senza nientaltro da vedere che unombra vaga di nome Black,
si concentra su cose che non gli erano mai venute in mente, e anche questo
incomincia a dargli angoscia. Se pensiero a questo punto una parola troppo forte,
un termine un po meno ambizioso speculazione, per esempio pu avvicinarsi
alla realt. Speculare, dal latino speculari, spiare, osservare, e legato alla parola
speculum cio specchio, riflesso, immagine. Perch spiando Black nella casa
dirimpetto come se Blue guardasse in uno specchio, e capisce che invece di
osservare solo unaltra persona sta osservando anche se stesso. La sua vita ha
subito un rallentamento cos drastico che adesso riesce a vedere cose che gli erano
sempre sfuggite. La traiettoria della luce che ogni giorno attraversa la stanza, per
esempio; e il modo che ha il sole, a certe ore, di riverberare la neve nellangolo pi
interno del soffitto. Il pulsare del suo cuore, il suono del respiro, il battito delle
palpebre ora Blue si accorge di tutte queste occorrenze minime, e per quanto si
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sforzi di ignorarle gli ristagnano nella mente come una frase senza senso ripetuta
allinfinito. Lui sa che non pu essere vera, ma a poco a poco la frase sembra
assumere un significato.
Su Black, su White, sul lavoro che gli stato affidato, ora Blue incomincia ad
avanzare alcune ipotesi. Scopre che inventare storie, oltre a servirgli a far passare il
tempo, pu essere un piacere.
Pensa che forse White e Black sono fratelli, e che c di mezzo una grossa somma
di denaro uneredit, per esempio, o il capitale investito in una societ. Forse
White vuole dimostrare che Black non in grado dintendere e di volere, per farlo
rinchiudere in qualche istituto e ottenere il controllo su tutto il patrimonio familiare.
Ma Black non cos ingenuo e se ne sta rintanato in attesa che passi la buriana.
Secondo unaltra ipotesi di Blue, White e Black sono in corsa per il medesimo
obiettivo ad esempio una scoperta scientifica e White vuole far sorvegliare
Black per essere certo che laltro non lo distanzi. In un terzo scenario immagina che
White sia un agente rinnegato dellFBI o di qualche organizzazione spionistica,
magari straniera, e si sia messo in proprio per condurre unindagine laterale, non
necessariamente autorizzata dai suoi superiori. Assumendo Blue per compiere
lopera al suo posto, pu tenere segreta la vigilanza su Black e intanto lavorare
come sempre. Giorno dopo giorno lelenco di queste storie si allunga: Blue ogni
tanto ripensa a uno scenario precedente per aggiungervi fronzoli e dettagli; altre
volte ne aggiunge uno nuovo. Come trame omicide, o piani di rapimenti per riscatti
esorbitanti. Col passare dei giorni Blue capisce che le storie che pu raccontarsi
sono infinite. Perch Black non altro che un foro, uninterruzione nel tessuto delle
cose, e a riempirlo una storia vale laltra.
Tuttavia Blue non inganna se stesso. Sa che pi di ogni altra cosa vorrebbe
conoscere la storia vera; ma sa anche che a questo stadio iniziale gli occorre
pazienza. Perci poco per volta inizia ad acclimatarsi col lavoro, e giorno dopo
giorno si sente pi padrone della situazione, pi rassegnato allidea che i tempi non
saranno brevi.
Purtroppo la sua crescente serenit turbata dal pensiero della futura signora Blue.
Gli manca molto, e per giunta ha come la sensazione che le cose non torneranno
pi come prima. Da dove gli venga questo presentimento non saprebbe dirlo. Ma
se, finch si concentra su Black, sulla sua stanza, sul caso al quale sta lavorando, il
suo umore discreto, appena la futura signora Blue gli si affaccia alla coscienza si
sente cogliere dal panico. Dimprovviso la calma si tramuta in angoscia, Blue si
sente cadere in un luogo buio come una spelonca senza speranza di trovare vie
duscita.
Quasi ogni giorno stato tentato di prendere il telefono e chiamarla, pensando che
forse un momento di contatto reale potrebbe spezzare lincantesimo. Ma i giorni
passano e lui non chiama.
Anche questo lo inquieta, perch non ricorda nessun giorno della sua vita che
labbia visto cos riluttante a fare una cosa che tanto manifestamente desidera. Sto
cambiando, dice fra s. Poco alla volta non sono pi lo stesso. Questa
interpretazione un po lo rassicura, per qualche tempo almeno, ma solo per farlo poi
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sentire pi strano di prima. Passano i giorni, e gli riesce difficile liberare la mente
dalle immagini della futura signora Blue, soprattutto la notte; e l, nelloscurit della
sua stanza, supino e a occhi aperti, ne ricostruisce il corpo pezzo dopo pezzo
cominciando dai piedi e dalle caviglie, risalendo le gambe e le cosce,
arrampicandosi dal ventre ai seni e poi vagando in una paradisiaca morbidezza fino
ai glutei, e di nuovo su per la schiena per trovare finalmente il collo e contorcersi
verso il suo viso tondo e sorridente. Cosa star facendo in questo momento? si
domanda ogni tanto. E che ne penser di tutto ci? Ma non trova mai una risposta
soddisfacente. Se sulla vicenda di Black sa di inventare uninfinit di storie possibili,
sulla futura signora Blue tutto silenzio, confusione, vuoto.
Arriva il giorno in cui deve scrivere il primo rapporto. Blue ne compila da una vita, e
non ha mai avuto nessun problema: segue il metodo di attenersi allevidenza dei
fatti, descrivendo gli avvenimenti in modo che ogni parola corrisponda esattamente
alla cosa che descrive; senza scandagliare pi a fondo. Per lui le parole sono
trasparenti, come grandi finestre che lo separano dal mondo e che finora non gli
hanno mai impedito di vedere, come se non esistessero. Oh, ci sono circostanze in
cui il vetro appare un po offuscato e Blue deve pulirlo qua e l, ma quando trova la
parola giusta tutto torna. Basandosi sugli appunti del taccuino, esaminandoli
minuziosamente per rinfrescarsi la memoria ed evidenziare le osservazioni pi
notevoli, cerca di modellare un insieme coerente. Scarta il superfluo e abbellisce la
sostanza. In tutti i rapporti che ha scritto fin qui, lazione domina
sullinterpretazione. Per esempio: Il soggetto ha camminato da Columbus Circle alla
Carnegie Hall. Nessun riferimento al tempo, n allusioni al traffico; nessun accenno
di ipotesi sui pensieri del soggetto. Il rapporto si attiene a fatti noti e comprovabili,
senza spingersi al di l di questo limite.
Ma di fronte ai fatti del caso Black, Blue si accorge del proprio imbarazzo. C il
taccuino, naturalmente: ma quando lo sfoglia per vedere cosa ha scritto, si scontra
con una desolante scarsit di dettagli. come se le sue parole, invece di dar forma
ai fatti collocandoli tangibilmente nel mondo, li avessero indotti a scomparire.
Questo non gli era mai successo prima. Guarda nella stanza dirimpetto, e vede
Black seduto come sempre al suo tavolo. Anche Black in quel momento sta
guardando dalla finestra, e allimprovviso Blue decide che non potr pi affidarsi ai
vecchi protocolli. Addio agli indizi, ai pedinamenti, alla routine investigativa. Ma
adesso, se prova a immaginare come sostituirli, non approda a nulla. A questo
punto, Blue pu solo ipotizzare cosa il caso non . Definirlo positivamente non
alla sua portata.
Blue pone sul tavolo la macchina da scrivere rincorrendo le idee, cercando di
applicarsi al compito che ha di fronte. Pensa che forse un resoconto veritiero
dellultima settimana dovrebbe includere le varie storie inventate su Black. Dato che
per il resto c cos poco da scrivere, quelle escursioni nel fittizio forniranno almeno
un assaggio dellaccaduto. Ma cambia idea quasi subito, rendendosi conto che in
realt esse non hanno niente a che vedere con Black. Dopotutto, riflette, questa
non la storia della mia vita, e io dovrei scrivere di lui, non di me stesso.
Eppure lidea, come una tentazione perversa, non lo abbandona, e Blue deve
101

lottare a lungo con se stesso per sbaragliarla. Ricomincia da capo e ripercorre il


caso passo passo. Determinato a fare esattamente ci che gli stato chiesto, si
affanna per stendere il rapporto alla vecchia maniera, sviscerando ogni particolare
con diligenza e pignoleria, tanto che prima che abbia finito passano molte ore.
Quando esamina il risultato costretto ad ammettere che tutto appare esatto. Ma
allora, perch si sente cos insoddisfatto, cos turbato da quello che ha scritto? Dice
fra s: ci che accaduto non ci che accaduto realmente. Per la prima volta
da quando stende rapporti, scopre che non necessariamente le parole funzionano,
che possono anche oscurare i concetti che tentano di esprimere. Blue d
unocchiata alla stanza indugiando su diversi oggetti, uno dopo laltro. Vede la
lampada, e dice fra s: lampada. Vede il letto e dice fra s: letto. Vede il taccuino e
dice fra s: taccuino. Pensa che non chiamerebbe la lampada letto, n il letto
lampada. No, queste parole vanno a pennello agli oggetti che indicano, e nel
pronunciarle Blue prova una soddisfazione profonda, come se avesse appena
dimostrato lesistenza del mondo. Poi guarda nella casa dirimpetto e vede la
finestra di Black. buio adesso, Black sta dormendo. Questo il problema,
considera Blue nel tentativo di farsi un po di coraggio. Questo, e nessun altro. Lui
laggi, ma vederlo impossibile; e anche quando lo vedo come se le luci fossero
spente.
Chiude il rapporto in una busta sigillata ed esce; cammina fino allangolo e lo infila
nella buca delle lettere. Forse non sar luomo pi in gamba del mondo, dice fra s,
ma sto facendo del mio meglio, sto facendo del mio meglio.
Poi la neve comincia a sciogliersi. Il mattino dopo c un sole luminoso, stormi di
passeri cinguettano sugli alberi e Blue sente con piacere lo sgrondare dellacqua dal
tetto, dai rami, dai lampioni. Tutto a un tratto la primavera non sembra lontana.
Ancora qualche settimana, dice fra s, e ogni mattina sar come questa.
Black approfitta del tempo per spingersi pi lontano che in passato, e Blue lo
segue. Ritrovarsi in movimento lo conforta, e mentre Black continua a camminare,
Blue spera che il viaggio non finisca prima di avergli permesso di sgranchirsi per
bene. Come si pu arguire sempre stato un appassionato camminatore, e sentire
le gambe che si slanciano nellaria mattutina lo mette di buon umore. Mentre
percorrono le vie anguste di Brooklyn Heights, Blue considera con sollievo che Black
continua ad allontanarsi da casa; mai poi, di colpo, si rabbuia. Black comincia a
salire la scala che conduce sulla passerella del Ponte di Brooklyn, e Blue si fissa che
voglia gettarsi. Queste cose succedono, dice fra s. Un uomo sale in cima al ponte,
guarda il mondo per lultima volta attraverso il vento e le nuvole, e poi salta gi
verso lacqua, le ossa che scricchiolano nellimpatto, il corpo che si schianta.
Limmagine lo fa inorridire, dice a se stesso di stare allerta. Decide che, se
incomincia ad accadere qualcosa, abbandoner il ruolo di osservatore neutrale e
interverr. Perch non vuole che Black muoia almeno per adesso.
Erano tanti anni che Blue non attraversava il ponte a piedi. Lultima volta stato da
bambino, con il padre, e adesso il ricordo di quel giorno riaffiora. Vede se stesso
per mano al padre, risente il rumore del traffico sulla campata inferiore, e
rammenta di avergli detto che sembrava il ronzio di un immenso sciame di api. Alla
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sua sinistra c la Statua della Libert; alla sua destra Manhattan, gli edifici cos alti
nel sole del mattino da sembrare finti. Suo padre era una miniera di notizie, e gli
raccontava le storie di tutti i monumenti e i grattacieli, con litanie interminabili di
dati: gli architetti, le date, gli intrighi dei politici, e come un tempo il Ponte di
Brooklyn fosse ledificio pi alto dAmerica. Il suo vecchio era nato proprio nellanno
in cui avevano terminato il ponte e la coincidenza si era fissata nella mente di Blue
come se il ponte fosse una specie di monumento in onore del padre. Gli era
piaciuta la storia che il padre gli aveva raccontato quel giorno, mentre lui e Blue
Senior tornavano a casa sulle medesime assi di legno che stava calpestando
adesso, e per qualche ragione non laveva mai dimenticata. Come John Roebling,
lartefice del ponte, pochi giorni dopo aver ultimato il progetto ebbe un piede
maciullato da un traghetto che si accostava al molo, e mor di cancrena in tre
settimane. Non doveva morire, spieg il padre di Blue, ma accett di essere curato
unicamente con lidroterapia che non fece effetto e Blue rest colpito dallidea
che un uomo che aveva speso la vita a costruire ponti sopra distese dacqua perch
la gente non si bagnasse, credesse che la sola medicina valida fosse proprio
limmersione in acqua Dopo la morte di John Roebling, suo figlio Washington gli
subentr come ingegnere capo, e questa era unaltra storia curiosa. Ai tempi
Washington Roebling aveva solo trentun anni, ed era privo di esperienza eccezion
fatta per i ponti in legno progettati durante la Guerra Civile; ma si dimostr ancor
pi capace di suo padre. Tuttavia, non molto tempo dopo linizio della costruzione
del ponte di Brooklyn, durante un incendio rimase intrappolato per molte ore
sottacqua in una delle casseforme, e ne usc con una grave embolia gassosa (un
male temibilissimo, che provocato dal formarsi di bolle dazoto nel sangue).
Sfugg alla morte per miracolo, ma rest invalido e impossibilitato a lasciare
lappartamento allultimo piano in Brooklyn Heights dove abitava con la moglie. Qui
Washington Roebling rimase molti anni seduto a seguire con il cannocchiale il
procedere dei lavori, inviando ogni giorno la moglie a impartire le istruzioni
necessarie e preparando elaborati disegni a colori per gli operai stranieri che non
parlavano inglese, per spiegare loro le operazioni successive; e la cosa straordinaria
che aveva letteralmente in testa tutto il ponte: ne aveva memorizzato ogni
componente, fino ai pi minuti pezzetti di acciaio e di pietra, e anche se
Washington Roebling non pose mai piede su quel ponte esso era interamente
dentro lui, come se dopo tanti anni si fosse trasformato in una presenza corporea.
Blue ripensa alla storia ora, mentre attraversa il fiume alle calcagna di Black e
rammenta suo padre e la sua infanzia a Gravesend. Il vecchio era un agente di
polizia, poi promosso a detective nel Settantasettesimo distretto, e tutto sarebbe
andato bene se non fosse stato per il caso Russo e quella pallottola che gli aveva
trapassato il cervello nel 1927. Ventanni fa, dice fra s, sbigottito al pensiero di
quanto tempo passato, domandandosi se esista il paradiso, e se in caso
affermativo potr rivedere il padre dopo morto. Ricorda una storia trovata in una
delle tante riviste che ha letto quella settimana un nuovo mensile intitolato
Stranger Than Fiction e che in qualche modo gli sembra derivare da tutti gli
altri pensieri che gli si sono affacciati alla mente. In una localit delle Alpi Francesi
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venti o venticinque anni fa era scomparso uno sciatore inghiottito da una slavina, e
il corpo non era mai stato ritrovato. Suo figlio, che allepoca era un bambino,
divent grande e a sua volta impar a sciare. Un giorno, lanno scorso, scendeva in
un punto non lontano da quello dove era andato disperso suo padre; ma senza
saperlo. A causa degli impercettibili ma continui spostamenti del ghiaccio nei
decenni successivi alla morte del padre, il terreno appariva del tutto diverso da
allora. Solo fra i monti, a chilometri e chilometri di distanza dal pi vicino essere
umano, il figlio sciando si imbatt in un corpo prigioniero del ghiaccio: un cadavere
perfettamente intatto, come di un uomo che si fosse fatto ibernare. Inutile dire che
il giovane si ferm a esaminarlo, e chinandosi a guardare quel viso ebbe la netta e
agghiacciante sensazione di vedere se stesso.
Tremante di paura, continuava larticolo, si avvicin per ispezionare il cadavere che
il ghiaccio isolava come se si trovasse oltre una spessa finestra, e riconobbe suo
padre. Il morto era giovane, forse ancora pi giovane di lui adesso; e qui, sent
Blue, cera un che di spaventoso; era cos strampalato e terribile questo ritrovarsi
pi vecchio del proprio padre, che durante la lettura aveva trattenuto a stento le
lacrime. Ora che si avvicina allaltra riva prova le stesse sensazioni e darebbe
qualsiasi cosa perch il padre fosse l, a camminare sul ponte raccontandogli delle
storie. Poi, accorgendosi della piega presa dai suoi pensieri, si domanda come mai
sia diventato cos sentimentale, e perch continuino ad opprimerlo quei ricordi che
avevano taciuto per tanti anni. tutto collegato, pensa, un po imbarazzato per se
stesso. questo che succede quando non hai nessuno con cui parlare.
Arriva in fondo al ponte e constata di essersi sbagliato. Oggi non ci saranno suicidi,
n salti dal ponte, n tuffi verso lignoto. Perch ecco che il suo uomo, pi sereno e
spensierato che mai, scende la scala della passerella e percorre la via che lambisce
la City Hall, per poi dirigersi a nord in Centre Street, costeggiando il palazzo di
giustizia e gli altri edifici municipali senza mai rallentare il passo, attraverso
Chinatown e oltre. Questo vagabondaggio dura diverse ore, durante le quali Blue
non ha mai la sensazione che Black si diriga in un luogo specifico. Sembra piuttosto
dedito a ossigenarsi, a camminare per il semplice gusto di farlo, e man mano che il
viaggio prosegue per la prima volta Blue ammette che si sta un po affezionando a
Black.
A un certo punto Black entra in una libreria e Blue lo segue. Black guarda i titoli per
una mezzora, accumulando nel frattempo una piccola pila di libri e Blue, che non
ha di meglio da fare, si guarda intorno anche lui, cercando sempre di tenere
nascosto il volto a Black. Quando Black sembra guardare altrove, lui lo sbircia di
sottecchi: ha limpressione di averlo gi visto, ma non ricorda dove. C qualcosa
nei suoi occhi dice fra s, ma non riesce ad andare oltre, un po perch non vuole
attirare lattenzione, e un po perch non ne veramente sicuro.
Un minuto dopo Blue si trova davanti una copia di Walden, di Henry David Thoreau.
Sfogliando il libro, scopre con sorpresa che leditore si chiama Black: Edito per il
Classics Club da Walter J.
Black, Inc. Copyright 1942. L per l Blue urtato dalla coincidenza, pensa che
forse essa contiene un messaggio per lui, un barlume di verit che potrebbe
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cambiare le cose. Ma poi, riprendendosi dal colpo, comincia a pensare che no; un
cognome assai comune, dice fra s e in tutti i casi, sa per certo che Black non si
chiama Walter. Ma potrebbe essere un parente, aggiunge, magari suo padre.
Meditando questultima ipotesi, Blue decide di comprare il libro. Se non pu leggere
quello che Black scrive, potr leggere almeno ci che legge. un azzardo, dice fra
s, ma chiss che non gli fornisca qualche indizio sulle intenzioni di questuomo.
Fin qui tutto bene. Black paga i suoi libri, Blue paga il suo, e la camminata riprende.
Blue sempre alla ricerca di un disegno, di un indizio che gli venga incontro e lo
conduca al segreto di Black. Ma Blue troppo onesto per crearsi illusioni, e sa che
da quanto accaduto sin qui non si pu dedurre unacca. Per una volta lidea non
lo deprime: di fatto, esaminandosi pi in profondit, capisce che, al contrario, gli d
forza. Scopre che c del buono nel ritrovarsi al buio, che c un fremito in questo
suo ignorare gli eventi successivi. Ti mantiene allerta, pensa, il che non fa mai
male, o no? Tuttorecchi, in campana, pronto a tutto.
Appena fatte queste riflessioni, a Blue finalmente viene offerto un nuovo sviluppo: il
caso conosce la sua prima svolta. Black gira langolo di una via del centro, prosegue
fino a met dellisolato, indugia brevemente come in cerca di un indirizzo, fa
qualche passo indietro, avanza di nuovo e dopo alcuni secondi entra in un
ristorante. Blue lo segue senza almanaccare troppo, perch in fondo ora di pranzo
e la gente deve pur mangiare; ma non gli sfugge che lesitazione di Black sembra
indicare che non sia mai stato qui prima dora; il che forse a sua volta significa che
ha un appuntamento. Il posto allinterno buio e abbastanza affollato, con un
gruppo che si accalca intorno al bar, e un fitto chiacchiericcio che proviene dal
retro, accompagnato dallacciottolio dei piatti e delle posate. Sembra caro, pensa
Blue alla vista delle pareti a pannelli di legno e delle tovaglie bianche; e decide di
contenere la spesa il pi possibile. Tavoli liberi ce ne sono, e a Blue sembra di buon
auspicio che lo facciano accomodare in prossimit di Black: non vicino in maniera
imbarazzante, ma abbastanza da controllarlo. Black fa segno con la mano che gli
portino due men, e tre o quattro minuti dopo sorride allapparire di una donna che
attraversa la sala, si avvicina al suo tavolo e lo bacia su una guancia per poi
sedersi. Mica male come femmina, considera Blue. Un po secca per i suoi gusti, ma
proprio mica male. Poi pensa: ora comincia la parte interessante.
Purtroppo la donna gli volta le spalle, sicch durante il pranzo Blue non riesce a
vederla in viso.
Mentre mangia il suo hamburger, pensa che forse la prima ipotesi era quella giusta,
si tratta proprio di una crisi coniugale. Blue immagina gi che genere di cose
scriver nel prossimo rapporto, e si compiace delle frasi che user per descrivere
quello che sta vedendo adesso. Ritrovarsi con unaltra persona coinvolta lo
costringe a prendere delle decisioni. Per esempio: rester incollato a Black, o
rivolger lattenzione alla donna? La seconda soluzione potrebbe accelerare
lindagine, ma nel contempo dare a Black la possibilit di sparire, magari per
sempre. In altri termini: lappuntamento con la donna un paravento o il cuore del
problema? parte del caso oppure no, un fatto essenziale o contingente? Blue
rimugina un po queste domande, concludendo che troppo presto per decidere.
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Certo, dice fra s, potrebbe essere una cosa. Ma potrebbe anche essere laltra.
Verso met pranzo la situazione sembra volgere al peggio. Blue coglie sul viso di
Black uno sguardo molto triste, e prima di poterlo soppesare ha limpressione che la
donna stia piangendo.
Questo almeno quanto pu dedurre dal repentino cambio di posizione del suo
corpo: le spalle cadenti, la testa china in avanti, il volto forse coperto dalle mani, un
vago sussultare della schiena.
Potrebbe essere uno scoppio di riso, ragiona Blue, ma allora come si spiegherebbe
laria afflitta di Black? Sembra che gli manchi la terra sotto i piedi. Dopo un istante
la donna distoglie il viso da Black e Blue ha una rapida visione del suo profilo:
quelle sono lacrime, pensa, nel vederla asciugarsi gli occhi con il fazzoletto. Sulla
guancia le luccica unumida macchia di mascara. A un tratto si alza in piedi e si
dirige verso la toilette; Blue si ritrova davanti la faccia di Black e leggendovi
tristezza e frustrazione comincia quasi a provare piet. Black d unocchiata verso
Blue, ma chiaramente senza vedere nulla; un attimo dopo si prende il viso fra le
mani. Blue tenta di immaginare cosa stia succedendo, ma impossibile. Pare che
fra i due sia finita, pensa, ha tutta laria di una rottura. Ma se per questo,
potrebbe anche trattarsi di una semplice baruffa.
Quando torna al tavolo la donna sembra un po pi serena, e per un po i due
siedono senza parlare n toccare cibo; Black sospira un paio di volte con lo sguardo
distante, e alla fine chiede il conto. Blue lo imita, poi segue la coppia fuori dal
locale. Nota che Black tiene la donna per il gomito, ma il dettaglio irrilevante:
potrebbe essere unabitudine. Camminano in silenzio, finch allangolo Black chiama
un taxi. Apre la portiera alla donna e prima che salga le sfiora dolcemente una
guancia. Lei lo ricambia con un bellissimo, breve sorriso, ma sempre senza parlare.
Poi siede sul divano posteriore, Black chiude la portiera e il taxi parte.
Black gironzola per qualche minuto, sostando brevemente davanti alla vetrina di
unagenzia di viaggi per studiare un manifesto delle White Mountains; poi a sua
volta sale su un taxi. Di nuovo Blue ha fortuna, e riesce a trovarne un altro nel giro
di pochi secondi. Ordina al conducente di seguire quello di Black e si siede dietro; i
due veicoli gialli procedono lentamente nel traffico del centro, traversando il ponte
di Brooklyn per riapprodare infine in Orange Street. Blue scioccato dalla tariffa, e
mentalmente si prende a sberle per aver seguito luomo e non la donna. Doveva
immaginare che Black sarebbe tornato a casa.
Il suo umore migliora nettamente quando, entrando nella palazzina, trova una
lettera nella cassetta della posta. Pu essere una cosa soltanto, dice fra s; sale le
scale, apre la busta, e puntualmente la previsione si avvera. Il primo assegno: un
vaglia postale dellesatto ammontare pattuito con White. Trova per sconcertante
che il pagamento sia anonimo. Perch non un assegno personale di White? Cos
Blue torna ad accarezzare lipotesi che White sia proprio un agente doppiogiochista
preoccupato di confondere le proprie tracce, e dunque attento a evitare che si
possa risalire a lui dai pagamenti. Poi, toltosi cappello e cappotto, Blue rumina
sdraiato sul letto un pizzico di delusione per non aver ricevuto commenti a
proposito del rapporto. Considerando quanto si spremuto alla ricerca
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dellesattezza, una parola di incoraggiamento non avrebbe stonato. Linvio del


denaro dimostra che White non rimasto insoddisfatto; eppure il silenzio non
una risposta gratificante, quale ne sia il senso. Ma se cos, dice Blue fra s, ci
dovr fare il callo.
I giorni passano, e le cose si riassestano nuovamente secondo la pi piatta routine.
Black scrive, legge, esce a far compere, visita lufficio postale, fa qualche
occasionale passeggiata. La donna non ricompare e Black non compie altre
escursioni a Manhattan. Blue comincia a pensare che da un giorno allaltro ricever
una lettera con la comunicazione che il caso chiuso. La donna se n andata,
riflette, dunque potremmo essere alla fine. Ma non accade nulla del genere. La
meticolosa descrizione di Blue della scena al ristorante non provoca reazioni
apprezzabili da parte di White, e una settimana dopo laltra gli assegni continuano
ad arrivare puntuali. Tanti saluti alla gelosia, dice Blue fra s. Quella donna non ha
mai significato niente, non era che una falsa pista.
In questo periodo iniziale, lo stato danimo di Blue si pu definire ambivalente e
contraddittorio.
A momenti si sente in unarmonia cos completa con Black, cos naturalmente fuso
con lui, che per anticiparne le azioni, decidendo quando rester in casa e quando
uscir, gli basta guardarsi dentro.
Passa giorni interi senza nemmeno preoccuparsi di guardare dalla finestra o seguire
Black in strada.
Di tanto in tanto si concede persino spedizioni solitarie lontano da casa, sapendo
benissimo che in sua assenza Black non si muover. Come faccia a esserne sicuro,
rimane per lui un po un mistero, ma sta di fatto che non sbaglia mai, e quando il
sesto senso lo avverte, ogni dubbio, ogni esitazione svanisce. Tuttavia, non tutti i
momenti sono cos. A volte si sente completamente estraniato da Black, isolato da
lui in una misura cos bianca e assoluta da fargli perdere la coscienza della propria
identit. La solitudine lo avvolge e lo reclude, accompagnata da un terrore pi
atroce di qualunque altra cosa conosciuta. Si stupisce di trascorrere cos
rapidamente da uno stato allaltro, e fa la spola a lungo fra gli estremi senza sapere
quale sia vero e quale falso.
Dopo una serie di giorni particolarmente infelici, comincia a mancargli la
compagnia. Si siede e scrive una lettera particolareggiata a Brown, descrivendogli il
caso e chiedendo consiglio. Brown pensionato in Florida, passa gran parte del
tempo a pesca e Blue sa che ci vorr parecchio prima che gli risponda.
Ciononostante il giorno dopo aver spedito la lettera comincia ad aspettare la
risposta con una bramosia che presto diventa ossessione. Ogni mattina, circa unora
prima della consegna della posta, si mette alla finestra per vedere il postino che
gira langolo e appare, con tutte le speranze appese a ci che Brown gli dir. Cosa
si aspetti da quella lettera, non sicuro. Blue non formula neppure linterrogativo,
ma di certo sar qualcosa di monumentale, parole luminose e straordinarie che lo
riporteranno nel mondo dei vivi.
Man mano che i giorni passano senza portare la lettera di Brown, la delusione di
Blue si tramuta in straziante, irrazionale disperazione. Ma questo non nulla al
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confronto di ci che prova quando finalmente la risposta arriva. Perch Brown non
fa nemmeno un accenno a quanto Blue gli ha scritto. Che piacere sentirti, comincia
la lettera, e anche sapere che hai tanto lavoro. Sembrerebbe un caso interessante.
Devo dire la verit, per: non ne sento la mancanza. Qua s che sto bene: mi alzo
presto e via, a pescare; passo un po di tempo con mia moglie, leggo un pochino,
dormicchio al sole nessuna lamentela. Mi spiace solo di non essermi trasferito
qualche anno prima.
La lettera prosegue su questo tono per alcune pagine, senza mai sfiorare loggetto
delle angosce e dei tormenti di Blue. Che si sente tradito dalluomo che stato per
lui come un padre, e quando finisce di leggere vuoto, quasi gli avessero tolto
limbottitura. Sono solo, pensa, non ho pi nessuno a cui rivolgermi. Seguono ore di
sconforto e di autocommiserazione, in cui un paio di volte giunge a desiderare di
essere morto. Ma alla fine riemerge dalle tenebre: perch Blue tutto sommato ha
un carattere solido, meno tetro della media, e anche se in certi momenti pensa che
il mondo sia uno schifo, chi siamo noi per biasimarlo? Anzi, prima di cena ha
iniziato addirittura a vedere il lato positivo della vicenda. questo forse il suo
maggior talento: dispera, certo, ma mai troppo a lungo.
Dopotutto, dice fra s, non tutto il male viene per nuocere. Meglio non dover
dipendere da nessuno.
Blue ci riflette un poco e decide che lepisodio gli servito. Non pi un novellino,
sotto lala del maestro. Sono in proprio, dice fra s. Sono in proprio, e devo
rispondere solo a me stesso.
Ispirato da questo nuovo approccio ai fatti, scopre di aver trovato finalmente il
coraggio di contattare la futura signora Blue. Ma quando prende il telefono e
compone il numero, nessuno risponde. una delusione, ma non si perde danimo.
Dice fra s: ritenter di nuovo. E presto.
I giorni continuano a passare. Nuovamente Blue si sente in armonia con Black,
forse ancora meglio di prima. A questo punto si accorge del paradosso insito nella
situazione: perch pi vicino si sente a Black, e meno gli sembra necessario
pensarci. In altri termini, quanto pi la situazione lo assorbe, tanto maggiore la
sua libert. A invischiarlo non il coinvolgimento, ma il distacco: perch solo
quando Black sembra allontanarsi lui ha bisogno di andarlo a cercare, e questo
richiede tempo e fatica, per tacere del tormento. Invece quando si sente pi vicino
a Black pu consentirsi persino una parvenza di vita indipendente. Dapprima non si
concede licenze molto audaci, e tuttavia le gusta come trionfi, come atti di eroismo.
Uscire, per esempio, e camminare su e gi per lisolato.
Per minima che sia, questa libert lo riempie di gioia, e mentre fa avanti e indietro
per Orange Street nel dolce clima primaverile felice di essere vivo come non gli
capitava da anni. A un capo della via si ha uno scorcio sul fiume, sul porto, sul
profilo di Manhattan, sui ponti. Tutto questo a Blue sembra bellissimo, e certi giorni
si concede addirittura qualche minuto su una panchina, a guardare i battelli.
Nellaltra direzione c la chiesa e Blue qualche volta va a sedersi per un po nel
piccolo cimitero erboso e contempla il monumento in bronzo di Henry Ward
Beecher. Due schiavi si aggrappano alle gambe delleroe implorandolo di aiutarli a
108

conquistare la libert; e dietro, nel muro a mattoni, spicca un bassorilievo di


porcellana di Abramo Lincoln. Blue non pu non sentirsi ispirato da queste
immagini, e ogni volta che torna al camposanto la sua mente freme di nobili
pensieri sulla dignit umana.
A poco a poco le sue licenze da Black si fanno meno timorose. il 1947, lanno in
cui Jackie Robinson1 firma clamorosamente per i Dodgers, e Blue ne segue lascesa
con simpatia, ricordando il monumento nel cimitero e sapendo che non soltanto
un fatto che riguarda il baseball. Un assolato marted pomeriggio di maggio decide
di fare una sortita a Ebbets Field, e nel lasciarsi dietro Black chiuso nella sua stanza
di Orange Street, chino sul tavolo come sempre con penne e fogli, non si sente per
nulla preoccupato, sicuro com che al ritorno lo ritrover nella stessa identica
posizione. Prende la metropolitana e si struscia spalla a spalla con la gente,
assaporando la sensazione di immergersi in un momento storico. Quando prende
posto sulla gradinata del campo di baseball colpito dalla tersa luminosit dei colori
che lo circondano: erba verde, terra bruna, la palla bianca, il cielo azzurro lass.
Ogni cosa distinta dallaltra, interamente separata e definita, e la geometrica
semplicit del disegno impressiona Blue per la sua forza. Seguendo la partita quasi
non distoglie gli occhi da Robinson, perennemente calamitato dalla sua faccia nera:
pensa che ci vuole coraggio per far questo, cos, solo di fronte a tanti estranei,
met dei quali sicuramente lo vorrebbe morto. Durante lincontro Blue si ritrova ad
applaudire ogni azione di Robinson, e nel terzo inning, quando il nero ruba una
base, si alza in piedi; poi, nel settimo, quando Robinson fa un doppio mandando la
palla vicino al muro di sinistra, per la gioia addirittura d una pacca sulla schiena
del vicino. I Dodgers chiudono nel nono inning con una volata mozzafiato, e
uscendo dallo stadio con il resto del pubblico per dirigersi a casa, Blue si accorge di
non aver pensato a Black neppure un momento.
Ma le partite di baseball non sono che linizio. Certe sere, sapendo che Black non
andr in nessun posto, Blue si infila in un bar delle vicinanze per farsi una birra o
due e godersi le occasionali conversazioni col barista, che si chiama Red ed il
ritratto di Green, il barista di quel vecchio caso Gray. Frequenta il bar anche una
sgualdrina rubiconda di nome Violet, e un paio di volte Blue la fa sbronzare
abbastanza da venirne come premio invitato a casa sua, dietro langolo.
Blue sa di piacerle, dato che non lo fa mai pagare; ma sa anche che lamore
diverso. Lei lo chiama tesoro, e le sue carni sono morbide e abbondanti, ma se ha
bevuto un bicchiere di troppo inizia a piangere, e poi Blue deve consolarla, e sotto
sotto si chiede se ne valga la pena. Daltra parte i suoi sensi di colpa verso la futura
signora Blue sono deboli, poich giustifica i rapporti carnali con Violet
paragonandosi a un soldato in guerra in un paese straniero. Ogni uomo ha bisogno
di un po di conforto, specie se allindomani potrebbe non esserci pi. E poi, dice fra
s, non sono di legno.
Il pi delle volte, per, Blue passa oltre il bar e prosegue fino al cinema, a diversi
isolati di distanza. Con larrivo dellestate e la calura che nella stanzetta comincia a
opprimerlo, un sollievo godersi un film al fresco dellaria condizionata. A Blue
piace il cinema, e non solo per le storie che raccontano e le donne bellissime che vi
109

pu ammirare, ma anche per loscurit dei locali, per come quelle immagini sullo
schermo rassomigliano un po ai pensieri che si vede scorrere in mente se chiude gli
occhi. Praticamente non fa differenza di generi, siano commedie o drammi, a colori
o in bianco e nero: ma ha un debole per i film polizieschi perch gli sono
naturalmente congeniali, e le loro trame lo avvincono in special modo. In questo
periodo vede un buon numero di questi film e gli piacciono tutti: Una donna nel
lago, Un angelo caduto, La fuga, Anima e corpo, Fiesta e sangue, Morirai a
mezzanotte, e via dicendo. Ma ce n uno che a Blue piace da morire, al punto che
la sera successiva torna a rivederlo.
Sintitola Le catene della colpa: il protagonista Robert Mitchum, nella parte di un
ex detective che sta cercando di rifarsi una vita sotto falso nome in una cittadina di
provincia. Ha una ragazza, una dolce campagnola di nome Ann, e gestisce una
pompa di benzina con laiuto di un giovane sordomuto, Jimmy, che lo venera. Ma il
passato lo riafferra senza che Mitchum possa farci nulla.
Anni prima era stato assunto per rintracciare Jane Greer, la pupa del gangster Kirk
Douglas: ma quando laveva trovata, si erano innamorati ed erano fuggiti insieme
per andare a vivere in incognito. Cera stata una catena di crimini un furto di
denaro, poi un omicidio finch Mitchum, tornato ragionevole, aveva lasciato la
Greer, comprendendone la natura profondamente corrotta.
Adesso Douglas e la Greer lo ricattano costringendolo a commettere un delitto che
a sua volta non che una messinscena, perch quando Mitchum capisce cosa sta
succedendo si rende conto che in realt mirano ad addossargli la colpa di un altro
omicidio. Si dipana una storia complicata, con Mitchum che tenta disperatamente di
liberarsi dalla trappola. A un certo punto ritorna nella sua cittadina e dichiara la
propria innocenza ad Ann, convincendola di nuovo che la ama. Ma troppo tardi, e
Mitchum lo sa. Verso la fine riesce a convincere Douglas a incastrare la Greer per
lomicidio da lei commesso, ma proprio in quel momento la Greer entra nella
stanza, estrae una pistola e fredda Douglas. Poi dice a Mitchum che sono fatti luno
per laltra e lui sembra acconsentire arrendendosi al destino. Decidono di fuggire
insieme dal paese, ma mentre la Greer prepara i bagagli Mitchum prende il telefono
e chiama la polizia. Salgono in auto, partono, ma presto incappano in un posto di
blocco. Accorgendosi dellinganno, la Greer prende la pistola dalla borsetta e spara
a Mitchum; la polizia apre il fuoco, e anche la donna rimane uccisa. Segue la scena
finale il mattino dopo, siamo tornati nella cittadina di Bridgeport. Jimmy
seduto su una panca davanti alla stazione di servizio, Ann si avvicina e gli siede
accanto. Dimmi una cosa, Jimmy, gli domanda, devo sapere solamente questo:
stava scappando con lei, oppure no? Il giovane ci pensa su un attimo, cercando di
scegliere fra la verit o la compassione. pi importante difendere la reputazione
dellamico o non far soffrire la ragazza? Tutto si svolge in un attimo: guardando Ann
negli occhi, Jimmy annuisce come a dire che s, Mitchum era proprio innamorato
della Greer. Ann gli d un buffetto sul braccio e lo ringrazia, andando incontro al
fidanzato precedente, un poliziotto locale tutto dun pezzo che ha sempre
disprezzato Mitchum. Jimmy alza gli occhi al nome di Mitchum sullinsegna della
stazione di servizio, gli fa un cenno dintesa, poi si volta e sincammina per la via.
110

lunico a sapere la verit, e non la riveler mai.


Nei giorni seguenti, Blue mentalmente si ripete la storia un sacco di volte. Decide
che una bella trovata, far finire il film col ragazzo sordomuto. Il segreto sepolto,
e Mitchum rester uno sradicato anche da morto. La sua ambizione era semplice:
diventare un abitante normale di una normale cittadina americana, sposare la
ragazza della porta accanto, fare una vita tranquilla. Strano, pensa Blue, che il
nuovo nome che si scelto Mitchum sia Jeff Bailey. Assomiglia tanto al nome di un
altro personaggio di un film che ha visto lanno scorso con la futura signora Blue:
George Bailey, interpretato da James Stewart in La vita meravigliosa. Anche
quella era una storia della provincia americana, ma vista dalla prospettiva opposta:
le frustrazioni di un uomo che per tutta la vita tenta di evaderne. Ma solo per
comprendere alla fine che la sua stata una buona vita, che si sempre
comportato nella maniera giusta. Sicuramente al Bailey di Mitchum piacerebbe
essere come il Bailey di Stewart: ma nel suo caso quel nome fittizio, non
nientaltro che una pia illusione. Il suo vero nome Markham, che alle orecchie di
Blue suona come marchio: e il punto proprio questo. Il passato lo ha marchiato, e
in questi casi non si pu fare nulla. A volte succede, pensa Blue, e allora durer per
sempre. Non si potr mai n sovvertire n modificare. Blue comincia a sentirsi
oppresso dallidea perch essa gli appare come un ammonimento, come un
messaggio pervenutogli dallintimo, e malgrado i suoi sforzi la cappa di angoscia
non si solleva.
Perci una sera Blue decide finalmente di aprire la sua copia di Walden. Il momento
arrivato, dice fra s, sapendo che se non prova adesso non ce la far mai. Ma il
libro non un gioco da ragazzi. Quando comincia a leggere, Blue ha limpressione
di entrare in un mondo alieno.
Arrancando fra paludi e rovi, issandosi per cupi ghiaioni e rocce insidiose, si sente
come un prigioniero costretto a una marcia forzata e col pensiero fisso sulla fuga. Il
linguaggio di Thoreau lo annoia e trova difficile concentrarsi. Scorrono interi
capitoli, e quando arriva alla fine capisce di non averne ricavato nulla. Perch mai
un uomo dovrebbe andarsene a vivere solo fra i boschi? E che senso hanno quei
pistolotti sul piantare fagioli e non bere caff n mangiar carne? E tutte le
interminabili descrizioni di uccelli? Blue pensava di trovare una storia, o almeno
qualche cosa di simile, mentre questo non che uno sproloquio, unesasperante
tirata sul niente.
Ma biasimarlo sarebbe ingeneroso. Blue non ha mai letto granch, a parte i giornali
e le riviste, e un singolo romanzo davventure quando era ragazzo. Si sa che
Walden ha messo a dura prova anche lettori esperti e raffinati, e un monumento
come Emerson scrisse una volta nel suo diario che Thoreau lo rendeva nervoso e
malinconico. A onore di Blue, va detto che non demorde. Il giorno dopo ricomincia
e il secondo approccio si rivela meno ostico del primo. Nel terzo capitolo incontra
finalmente una frase che gli dice qualcosa (I libri vanno letti con la stessa cura e la
stessa riservatezza con cui sono stati scritti) e di colpo capisce che il trucco
procedere lentamente, pi piano di quanto gli sia mai accaduto con una lettura.
Questo un po lo aiuta, e alcuni passaggi cominciano a chiarirsi: il discorso iniziale
111

sui vestiti, la battaglia tra formiche rosse e formiche nere, la perorazione contro il
lavoro. Ma Blue continua a trovarlo faticoso, e pur ammettendo a malincuore che
forse Thoreau non stupido come pensava, comincia a maledire Black che gli ha
inflitto questo supplizio. Quello che non sa che, se trovasse la pazienza per
leggere il libro nello spirito che esso richiede, tutta la sua vita comincerebbe a
cambiare, e a poco a poco comprenderebbe appieno la situazione vale a dire
Black, White, il caso e tutto ci che lo riguarda.
Ma nella vita di un uomo le occasioni perdute non contano meno di quelle clte, e
una storia non pu reggersi sui se. Allontanando il libro con disgusto, Blue si mette
la giacca (perch ora siamo in autunno) ed esce a prendere un po daria. Non si
avvede che questo linizio della fine. Perch qualcosa sta per accadere, e quando
sar accaduto niente potr pi essere lo stesso.
Va a Manhattan, pi lontano da Black di quanto sia mai stato, sfogando la sua
impotenza nella marcia con la speranza di calmarsi per sfinimento. Cammina verso
nord, solo coi suoi pensieri, senza curarsi delle cose intorno. Nella Ventiseiesima est
gli si slaccia la scarpa sinistra ed esattamente allora, mentre si china per
allacciarla piegando il ginocchio, che il mondo gli crolla addosso. Perch chi scorge
in quel preciso momento, se non la futura signora Blue? Cammina verso di lui con
le braccia avvinghiate al braccio destro di un uomo che Blue non ha mai visto, e
sorride raggiante, rapita da quello che lindividuo le sta dicendo. Per diversi secondi
Blue cos sbigottito che non sa se abbassarsi ancora di pi per nascondere il volto
o alzarsi a salutare la donna che ora se ne rende conto non diventer mai sua
moglie. Alla fine non fa n luna n laltra cosa: prima china la testa, ma un istante
dopo scopre di voler essere riconosciuto e accorgendosi che cos non sar, visto
che la donna tanto assorta nella conversazione si alza di scatto dal marciapiede
quando la coppia a meno di due metri. Come se avesse visto uno spettro lexfutura signora Blue rantola lievemente, ancor prima di aver riconosciuto
lapparizione. Blue la chiama per nome con una voce che gli suona strana e lei si
blocca impietrita, il suo viso manifesta lo sgomento di vedere Blue poi, di colpo,
avvampa di rabbia.
Tu! gli dice. Tu!
Senza lasciargli il tempo di aprire bocca, si divincola dallabbraccio del suo
accompagnatore e incomincia a martellare di pugni il petto di Blue inveendo come
una forsennata, accusandolo di ogni nefandezza. Tutto ci che pu fare Blue
ripetere senza sosta il nome di lei, come nel disperato tentativo di distinguere la
donna che ama dalla belva feroce che lo sta assalendo. Si sente completamente
inerme, e man mano che laggressione continua incomincia a ricevere ogni nuovo
colpo come un giusto castigo per il suo comportamento. In breve per laltro uomo
si frappone e, pur avendo la tentazione di mollargli una sventola, Blue troppo
sconcertato per reagire con la rapidit necessaria, e prima che possa reagire luomo
ha gi condotto via piangente lex-futura signora Blue: girano un angolo, e tutto
finito.
La breve scena, cos inaspettata e devastante, disorienta completamente Blue.
Quando ritrova il controllo di s e riesce a incamminarsi verso casa, si rende conto
112

di aver buttato via la propria vita.


La colpa non della ragazza, dice fra s: gli piacerebbe, ma non pu
addossargliela. Per quanto ne sapeva lei, poteva essere morto: perch dovrebbe
serbarle rancore se ha voluto sopravvivergli? Blue sente gli occhi riempirsi di
lacrime, ma pi che dolore prova collera verso di s per essere stato cos idiota. Ha
perso ogni speranza di felicit, e stando cos le cose non errato affermare che
siamo proprio allinizio della fine.
Blue torna nella sua stanza di Orange Street, si sdraia a letto e tenta di vagliare le
possibilit. Alla fine si volta faccia al muro, trovandosi davanti la foto di Gold, quel
medico legale di Philadelphia.
Pensa al triste grigiore di quel caso irrisolto, del bambino che giace in una tomba
anonima, e studiandone la maschera mortuaria incomincia a ruminare unidea.
Forse esistono delle vie per avvicinarsi a Black, pensa; vie che non lo facciano
scoprire. Dio sa se ce ne devono essere. Mosse da eseguire, piani da attuare
magari due o tre contemporaneamente. Dimentica il resto, dice fra s. ora di
voltar pagina.
Il suo prossimo rapporto previsto per dopodomani, perci si siede a scriverlo per
riuscire a spedirlo in tempo. Negli ultimi mesi i suoi rapporti sono stati
estremamente concisi non pi lunghi di un paio di paragrafi e limitati
allessenziale; e anche stavolta segue questo schema. Tuttavia a pi di pagina
inserisce una postilla oscura per vedere che succede, nella speranza di strappare a
White qualcosa di pi del solito silenzio: Black sembra malato. Temo per la sua vita.
Poi sigilla la busta, dicendosi che questo non che linizio.
Due giorni dopo di buon mattino Blue si affretta verso lufficio postale di Brooklyn,
un maestoso edificio in prossimit del ponte di Manhattan. Tutti i rapporti di Blue
sono stati indirizzati alla cassetta numero milleuno, e lui ora vi si dirige come per
caso, passeggiandole accanto e sbirciando al suo interno per vedere se il rapporto
arrivato. S, c. Quanto meno c una lettera una solitaria busta bianca, infilata
nel piccolo vano con unangolazione di quarantacinque gradi e Blue non ha
motivo di sospettare che non si tratti della sua. Comincia allora a camminare
lentamente in cerchio attorno alla zona, determinato a restare finch appaia White
o qualcuno che lavora per lui, con gli occhi fissi su una muraglia di cassette
numerate, ciascuna con una combinazione diversa, ciascuna col suo diverso
segreto. La gente va e viene, apre e chiude le cassette, e Blue continua a girare,
fermandosi ogni tanto in un punto a caso per poi riprendere la marcia. Intorno,
tutto gli appare opaco come se il tempo autunnale da fuori fosse entrato nella sala
che odora gradevolmente di sigaro. Dopo qualche ora comincia a sentire appetito,
ma non cede al richiamo dello stomaco, dicendosi ora o mai pi e restando al posto
di combattimento. Blue osserva tutti quelli che si avvicinano al reparto delle
cassette postali, inquadrando nel mirino chiunque passi accanto alla milleuno,
conscio che, se non White che ritira i rapporti, potrebbe essere chiunque: una
vecchia, un bambino; e conseguentemente non deve dare nulla per scontato. Ma
nessuna di queste eventualit prende corpo, dato che la casella resta intatta; e
malgrado Blue prima distinto, e poi regolarmente si inventi una storia per ogni
113

candidato che avanza, tentando di immaginare in che modo quella persona possa
essere legata a White oppure a Black, quale ruolo rivesta nel caso e via dicendo,
costretto a rimandarli luno dopo laltro nelloblio da cui erano venuti.
Poco dopo mezzogiorno, in un momento in cui lufficio postale inizia ad affollarsi
per unondata di gente in pausa pranzo che corre a imbucare lettere, comprare
francobolli, sbrigare varie commissioni entra dalla porta un uomo con il volto
mascherato. A tutta prima Blue non lo nota, in mezzo ai tanti che arrivano
contemporaneamente; ma quando lindividuo si separa dalla folla dirigendosi verso
le cassette numerate, Blue finalmente si avvede della maschera una di quelle
indossate dai bambini per Halloween, di gomma, che riproduce un mostro
terrificante con la fronte sfregiata gli occhi venati di sangue e zanne al posto dei
denti. Per il resto ha un aspetto assai comune (cappotto di tweed grigio, sciarpa
rossa al collo), e Blue sente dal primo momento che luomo dietro la maschera
White. Quando luomo si dirige verso la zona della cassetta milleuno, listinto
diviene convinzione. Nel contempo Blue sente che luomo in realt non si trova l, e
che malgrado la sua certezza di vederlo, con ogni probabilit egli invisibile a tutti
gli altri. In questo per si sbaglia, visto che, mentre luomo mascherato procede sul
vasto pavimento di marmo, diverse persone se lo additano ridendo: ma se ci sia
meglio o peggio, non lo saprebbe dire. Luomo mascherato giunge alla milleuno,
gira la rotella della combinazione indietro, avanti e indietro ancora e apre lo
sportello. Stabilito che quello senzaltro il suo uomo Blue comincia ad
avvicinarglisi, incerto a dire il vero sul da farsi, ma alla fin fine deciso ad afferrarlo e
a strappargli la maschera dal viso. Ma lindividuo troppo vigile, e appena ha preso
la busta e richiuso la cassetta si d unocchiata intorno, vede Blue che si avvicina e
parte di scatto, lanciandosi verso luscita pi in fretta che pu. Blue lo rincorre nella
speranza di raggiungerlo e placcarlo da dietro, ma bloccato da un ingorgo sulla
porta, e quando lo supera, luomo mascherato sta gi scendendo le scale,
guadagnando il marciapiede e correndo per la via. Blue continua linseguimento, ha
limpressione di guadagnare terreno, ma poi il fuggitivo arriva sullangolo proprio
mentre lautobus sta ripartendo da una fermata: lo prende al volo e Blue rimane a
terra sbuffante e con un palmo di naso.
Due giorni dopo, quando Blue riceve lassegno per posta, finalmente trova anche un
commento di White. Niente scherzi dora in poi, dice, e anche se non granch,
tutto sommato Blue ne soddisfatto: perch stavolta riuscito a incrinare il muro
di silenzio di White. Peraltro non gli chiaro se il messaggio alluda allultimo
rapporto o allincidente dellufficio postale. Dopo averci pensato un po conclude che
non fa differenza: in un modo o nellaltro, la chiave del caso agire.
Deve continuare a manomettere il congegno dove pu, un po qui e un po l,
intaccando ogni enigma finch lintera struttura comincer a indebolirsi e un bel
giorno tutto il maledetto imbroglio verr a galla.
Nelle settimane seguenti Blue torna spesso allufficio postale sperando di rivedere
White. Ma senza risultato. Qualche volta il rapporto gi stato ritirato, qualche
volta rimane nella cassetta. Il fatto che questo reparto dellufficio resti aperto
ventiquattrore su ventiquattro gli lascia poca scelta.
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Ora White sullavviso e non ripeter pi lo stesso errore. Prima di ritirare il


rapporto gli baster aspettare che Blue sia uscito, e a meno che lui trascorra tutta
la vita allufficio postale non c ragione di credere che lo sorprender ancora.
Il quadro molto pi complesso di quanto Blue abbia mai immaginato. In quasi un
anno trascorso fin qui, si reputato sostanzialmente libero. Bene o male faceva il
suo lavoro, scrutando nella casa dirimpetto e studiando Black nellattesa di una
possibile rivelazione, senza demordere; ma in tutto ci non ha mai riflettuto su
quanto poteva accadere a sua insaputa. Adesso, dopo lincidente con luomo
mascherato e le ulteriori complicazioni, Blue non sa pi cosa pensare.
Ritiene plausibile lipotesi di essere sorvegliato a sua volta, osservato da un altro
come lui faceva con Black. In tal caso, non sarebbe mai stato libero. Fin dal
principio stato luomo nel mezzo, ostacolato di fronte e bloccato alle spalle.
Curiosamente lidea gli ricorda alcune frasi di Walden, e sfoglia il taccuino in cerca
delle esatte citazioni, quasi certo di averle trascritte. Noi non siamo dove siamo,
trova, ma in una posizione falsa. A causa di una debolezza della nostra natura
immaginiamo una situazione e ci collochiamo in essa, sicch ci troviamo a un
tempo in due situazioni e uscirne doppiamente difficile. Blue ora capisce, e per
quanto cominci ad aver paura pensa che forse non troppo tardi per trovare una
soluzione.
Il vero problema si riassume nellidentificare la natura del problema stesso. Prima di
tutto: chi lo minaccia pi seriamente, White o Black? White ha tenuto fede al suo
impegno, spedendo gli assegni puntualmente ogni settimana, e Blue sa che
rivotarglisi contro adesso sarebbe come mordere la mano che lo ha nutrito.
Daltronde, White colui che ha dato inizio al caso, spingendo praticamente Blue in
una stanza vuota per poi spegnere la luce e chiuderlo dentro. Da allora Blue non ha
fatto che brancolare nel buio annaspando alla ricerca di un interruttore, prigioniero
del caso medesimo.
Niente di grave, intendiamoci ma qual lo scopo di White? Quando Blue si
scontra con questa domanda non riesce pi a riflettere. Il suo cervello smette di
funzionare, tutto si interrompe.
Prendiamo Black, allora. Finora il caso si identificato in lui, origine apparente di
tutti i suoi guai. Ma se il vero bersaglio di White Blue, forse Black non centra
nulla; forse non altro che un innocente spettatore. In questo caso sar Black a
occupare la posizione che Blue fin qui ha ritenuto propria, e Blue avr il ruolo di
Black. Su questo punto, bisogna spendere qualche parola. Daltro canto possibile
anche che Black sia in combutta con White, e che abbiano cospirato per incastrare
Blue.
In tal caso, cosa gli stanno facendo? Niente di cos terribile, in definitiva almeno
in senso assoluto. Lo hanno intrappolato nellinazione, in unaccidia tale da
annichilire quasi la sua vita. S, dice Blue fra s, cos che mi sento: come un
niente. Come un uomo condannato a sedere in una stanza e continuare a leggere
un libro per il resto della sua vita. bizzarro questo: essere tuttal pi semivivo,
vedere il mondo solo attraverso parole, vivere solo per mezzo delle vite altrui. Ma
forse se il libro fosse interessante non sarebbe nemmeno una tragedia. Potrebbe
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farsi coinvolgere dalla trama, per cos dire, e a poco a poco scordarsi di s. Ma
questo libro non gli d nulla. Non c storia, n intreccio, n azione nientaltro che
un uomo seduto da solo in una stanza a scrivere un libro.
Tutto qui, capisce ora Blue, e decide che non ne vuole pi sapere. Ma come
uscirne? Come uscire dalla stanza, cio dal libro, che continuer a essere scritto
finch lui rimarr nella stanza?
In quanto a Black, il cosiddetto autore di questo libro, Blue non pu pi credere ai
suoi occhi.
Possibile che esista veramente un uomo simile, che non fa nulla a parte restare
nella sua stanza e scrivere? Blue lha seguito dappertutto, pedinandolo fin negli
angoli pi sperduti, osservandolo con tanta attenzione da consumarsi gli occhi.
Anche quando lascia la stanza Black non va da nessuna parte, non fa niente di
particolare: fa un salto dal droghiere, qualche volta dal barbiere o al cinema e cos
via. Ma in genere passeggia senza meta, contemplando scorci slegati di paesaggio,
grumi di elementi fortuiti, e anche questo rapsodicamente. Per un po si dedica agli
edifici, allungando il collo per sbirciare i tetti, ispezionando entrate, carezzando
lentamente con la mano le facciate di pietra. Poi, per un paio di settimane, passer
alle statue dei monumenti pubblici o ai battelli sul fiume, o ai cartelli stradali. N pi
n meno di cos: e senza mai rivolgere la parola a nessuno, senza incontrare
nessuno a parte quel pranzo ormai lontano con la donna in lacrime. In un certo
senso Blue sa di Black tutto quanto c da sapere: che tipo di sapone usa, che
giornali legge, che vestiti indossa; e ciascuno di questi dati lo ha fedelmente
annotato nel taccuino. Ha appreso mille particolari, ma la sola cosa che gli hanno
insegnato che non sa niente. Perch rimane il fatto che tutto ci impossibile.
Non possibile che esista un uomo come Black.
Perci Blue inizia a sospettare che Black sia solo uno specchietto per le allodole, un
altro mercenario di White pagato settimanalmente per sedere in quella stanza e
non far nulla. Forse tutto quello scrivere una commedia pagine e pagine fasulle:
per esempio, una lista di nomi dellelenco telefonico, o parole del dizionario in
ordine alfabetico; o una copia manoscritta di 'Walden. O forse non si tratta
nemmeno di parole, ma di scarabocchi senza senso, tratti casuali di penna, un
cumulo crescente di insensatezza e confusione. Ci renderebbe White il vero
scrittore e Black nientaltro che la sua controfigura, un falso, un attore privo di
vita propria. Di conseguenza vengono momenti in cui Blue, sulla spinta di questo
pensiero, crede che lunica spiegazione logica sia che Black non un uomo solo, ma
diversi. Due, tre, quattro sosia che interpretano il ruolo di Black a beneficio di Blue,
ciascuno osservando il proprio turno per poi tornare alle comodit domestiche. Ma
questa ipotesi gli pare troppo mostruosa per contemplarla a lungo. Passano i mesi,
finch un giorno ad alta voce dice a se stesso: non respiro pi. la fine. Sto
morendo.
Siamo nellestate del 1948. Trovando finalmente il coraggio di agire Blue rovista
nella sua valigia dei travestimenti alla ricerca di una nuova identit. Dopo avere
scartato varie possibilit, sceglie un vecchio che mendicava agli angoli del suo
quartiere quando era ragazzo una macchietta locale di nome Jimmy Rose e si
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camuffa da barbone: cenciosi indumenti di lana, scarpe dalle suole trattenute coi
legacci, una lacera sacca da viaggio per tenerci i suoi averi e, come tocco finale,
barba fluente e lunghi capelli bianchi. Questi ultimi dettagli gli danno laspetto di un
profeta del Vecchio Testamento. Il Jimmy Rose di Blue non un laido derelitto
quanto piuttosto un pazzo savio, un santo nullatenente che vive ai margini della
societ. Un po svitato, forse, ma inoffensivo: emana una dolce indifferenza verso il
mondo che lo circonda, poich essendogli gi accaduto tutto, niente pu
sconvolgerlo.
Blue si apposta in un punto strategico allaltro lato della strada, tira fuori di tasca
una lente dingrandimento rotta e comincia a leggere un giornale spiegazzato del
giorno prima, recuperato da un vicino bidone delle immondizie. Due ore pi tardi
appare Black, che scende i gradini di casa e si dirige verso Blue. Black non presta
attenzione al vagabondo o perch immerso nei suoi pensieri, o ignorandolo di
proposito sicch quando Black si avvicina Blue lo apostrofa con gentilezza.
Non che le avanza moneta, signore?
Black si ferma, squadra la creatura scarmigliata che ha appena parlato e
gradualmente, vedendo che non c pericolo, si rilassa e sorride. Poi si fruga in
tasca, estrae una moneta e la porge a Blue.
Ecco qui, aggiunge.
Dio la benedica, gli augura Blue.
Grazie, fa Black intenerito da tanta affabilit.
Niente paura, replica Blue. Dio benedice tutti.
E con questa parola di conforto, Black saluta Blue toccandosi il cappello e continua
per la sua strada.
Il pomeriggio seguente, sempre travestito da barbone, Blue aspetta Black nello
stesso punto.
Deciso stavolta a prolungare il colloquio, visto che ormai ha rotto il ghiaccio con
Black, Blue scopre che il problema non si pone: laltro che ha voglia di trattenersi.
Il giorno volge al termine: non ancora limbrunire ma il tramonto passato;
lora crepuscolare dei mutamenti progressivi, dei barbagli sui mattoni, delle ombre.
Dopo aver salutato cordialmente il barbone e avergli dato unaltra moneta, Black
indugia un istante, come indeciso se cogliere o no loccasione, poi dice: Le hanno
mai detto che sembra il ritratto di Walt Whitman?
Walt chi? risponde Blue, senza uscire dalla parte.
Walt Whitman. Un famoso poeta.
No, dice Blue. Non credo di conoscerlo.
Non lo pu conoscere, osserva Black. morto. Ma la rassomiglianza notevole.
Be, lei lo sa cosa dicono, fa Blue. Ogni uomo ha il suo sosia da qualche parte. Non
vedo perch il mio non potrebbe essere un morto.
Lo strano, prosegue Black, che Walt Whitman lavorava proprio in questa via. Ha
pubblicato il suo primo libro proprio qui, non lontano da dove siamo adesso.
Ma tu guarda, dice Blue scuotendo la testa pensieroso. Una bella combinazione,
non le sembra?
Si raccontano storie curiose su Whitman, dice Black, invitando Blue con un cenno a
117

sedersi sui gradini della scala alle loro spalle, e imitandolo subito; per cui
allimprovviso si ritrovano soli, l fuori nella luce estiva, a chiacchierare del pi e del
meno come vecchi amici.
S, dice Black adagiandosi nel languore del momento, un sacco di storie strane. Per
esempio, quella sul cervello di Whitman. Whitman ha creduto tutta la vita nella
scienza della frenologia sa, lo studio delle bozze del cranio. Era molto popolare
allepoca.
Mai sentita nominare, ribatte Blue.
Be, non importa, dice Black. La cosa importante che a Whitman interessavano
cervelli e crani pensava che spiegassero tutto del carattere di un uomo.
Comunque, quando Whitman era moribondo gi nel New Jersey, cinquanta o
sessantanni fa, acconsent dopo morto a essere sottoposto ad autopsia.
Come ha fatto ad acconsentire dopo morto?
Ah, giusto rilievo. Mi sono espresso male. Quando acconsent era ancora vivo.
Dichiar semplicemente che non aveva nulla in contrario se in seguito lo avessero
aperto. Potremmo definirlo il suo ultimo desiderio.
Le ultime parole famose.
Perfetto. Sa, tanta gente lo reputava un genio, e volevano dare unocchiata al suo
cervello per vedere se aveva qualcosa di speciale. Cos il giorno dopo la sua morte,
un dottore asport il cervello di Whitman glielo rimosse di netto dalla testa e lo
sped alla Societ Antropometrica Americana per farlo misurare e pesare.
Come un cavolfiore gigante, interloquisce Blue.
Esattamente. Come un grosso ortaggio grigio. Ma a questo punto che la storia
diventa interessante. Il cervello arriva al laboratorio, e proprio mentre si apprestano
a esaminarlo, uno degli assistenti lo fa cadere per terra.
E si rotto?
Per forza che si rotto. Sa, il cervello umano non molto resistente. Si spiaccic
dappertutto e tanti saluti. Il cervello del pi grande poeta americano fin raccolto
con una scopa e gettato nei rifiuti.
Blue, ricordandosi di non tradire il suo personaggio, emette una serie di risatine
ansimanti una buona imitazione del riso di un vecchio picchiatello. Ride anche
Black, e ormai latmosfera si fatta cos cordiale che sembrano proprio vecchi
compagnoni.
Per triste pensare al povero Walt che giace sottoterra, dice Black. Solo solo e
con la testa vuota.
Come uno spaventapasseri, infierisce Blue.
Proprio, fa Black. Come lo spaventapasseri del Mago di Oz.
Dopo unaltra bella risata, Black ricomincia: Poi c la storia di quando Thoreau
venuto a trovare Whitman. Anche quella non male.
Era un poeta pure lui?
Non esattamente. Ma comunque era un grande scrittore. Quello che viveva da solo
nei boschi.
Ah, s, annuisce Blue, non volendo esagerare nella sua ostentazione di ignoranza.
Ne ho sentito parlare. Aveva il bernoccolo della natura. quello che dice lei?
118

Precisamente, risponde Black. Henry David Thoreau. Una volta sceso dal
Massachusetts per qualche giorno ed venuto a trovare Whitman a Brooklyn. Ma il
giorno prima stato proprio qui, in Orange Street.
Per andare dove?
Plymouth Church. Voleva ascoltare il sermone di Henry Ward Beecher.
un bel posto, commenta Blue pensando alle piacevoli ore trascorse sullerba del
camposanto.
Ci vado volentieri anchio.
Vi sono passati molti grandi uomini, osserva Black. Abramo Lincoln, Charles
Dickens tutti hanno percorso questa via e sono entrati in chiesa.
Fantasmi.
S, i fantasmi sono dappertutto.
E la storia?
Oh, molto semplice. Thoreau e un suo amico, Bronson Alcott, arrivarono a casa di
Whitman in Myrtle Avenue, e la madre di Walt li fece salire nella mansardacamera
da letto che divideva con suo fratello Eddy, un ritardato mentale. Tutto and bene.
Si strinsero le mani, si salutarono calorosamente eccetera eccetera. Ma poi, quando
si sedettero per affrontare argomenti pi impegnativi, Thoreau e Alcott notarono
che al centro della stanza cera un vaso da notte. Whitman, che era estroverso per
natura, non ci fece caso, ma i due del New England non riuscivano a conversare
con un pitale pieno di escrementi sotto gli occhi; perci alla fine decisero di
proseguire il colloquio in salotto. un dettaglio secondario, lo so: tuttavia, quando
si incontrano due grandi scrittori un momento storico, e bisognerebbe che tutto
filasse liscio. Sa? Quel vaso da notte mi ricorda un po il cervello sul pavimento e
a pensarci bene, ci sono delle analogie anche nella forma. Alludo alle protuberanze
e alle circonvoluzioni. C un collegamento incontestabile.
Cervello e budella, linterno di un uomo. Diciamo sempre che bisogna penetrare in
uno scrittore per meglio capirne lopera. Ma se ci si spinge veramente a fondo, non
c molto da scoprire perlomeno, c poco di diverso da ci che troveremmo in
chiunque altro.
Vedo che la sa lunga su queste cose, dice Blue, che comincia a perdere il filo.
il mio hobby, spiega Black. Sapere tutto delle vite degli scrittori, soprattutto quelli
americani.
Mi aiuta a capire.
Ho afferrato, fa Blue che non ha afferrato niente, anzi: ogni parola pronunciata da
Black gli sembra pi oscura.
Prenda Hawthorne, dice Black. Un buon amico di Thoreau, e forse il primo
autentico scrittore che lAmerica abbia avuto. Dopo la laurea ritorn a Salem, nella
casa materna; si chiuse nella sua stanza e ci rimase dodici anni.
E cosa ci faceva l dentro?
Scriveva storie.
Tutto qua? Scriveva e basta?
Scrivere un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, lo scrittore non
ha una vita propria. Anche quando lo hai di fronte non c veramente.
119

Un altro fantasma.
Proprio cos.
A me sembra un mistero.
Lo . Ma, vede, Hawthorne scrisse storie stupende, che leggiamo ancora oggi pi di
un secolo dopo. In una di esse, un uomo di nome Wakefield decide di combinare
uno scherzo alla moglie. Le dice che deve star via qualche giorno per affari ma,
invece di lasciare la citt, gira langolo, affitta una camera e rimane in attesa degli
eventi. Non sa bene il perch, ma si comporta cos lo stesso.
Passano tre o quattro giorni e ancora non si sente pronto a tornare a casa, perci
resta nella camera daffitto. I giorni diventano settimane, e le settimane mesi. Un
giorno Wakefield cammina per la via dove abitava e vede la sua casa parata a lutto.
il suo funerale, sua moglie diventata una povera vedova. Passano gli anni. Di
tanto in tanto in citt incrocia la moglie e una volta, nel mezzo di una gran folla,
addirittura si scontrano; ma lei non lo riconosce. Passano altri anni, pi di venti, e
piano piano Wakefield invecchiato. Una sera piovosa dautunno, passeggiando per
le vie deserte, capita vicino alla sua vecchia casa, e sbircia dalla finestra. Il fuoco
crepita piacevolmente nel caminetto, e lui pensa fra s: che bello sarebbe se ora
fossi l dentro, seduto davanti al fuoco in una di quelle comode poltrone invece di
star qui solo sotto la pioggia. Cos, senza pensarci due volte, sale i gradini
dellentrata e bussa.
E dopo?
Basta. La storia finisce cos. Lultima immagine che vediamo la porta che si apre e
Wakefield che entra con un sorriso eloquente sulla faccia.
E non sapremo mai cosa ha detto alla moglie?
No. Fine. Neanche una parola di pi. Sappiamo solo che ritorn a casa e si
comport da marito amoroso per il resto dei suoi giorni.
Intanto il cielo lass ha cominciato a farsi buio e la notte incalza. A ovest resta un
bagliore rosato, ma il giorno si pu dire finito. Black, avvedendosi delloscurit, si
alza in piedi e tende la mano a Blue.
stato un piacere discorrere con lei, dice. Non mi sono accorto che si faceva tardi.
Il piacere stato mio, replica Blue, lieto che la conversazione sia conclusa perch
sa che fra non molto la barba finta comincer a scollarsi, per la calura estiva e la
tensione che lo fa sudare ancor di pi.
Mi chiamo Black, dice Black stringendo la mano di Blue.
Io sono Jimmy, fa Blue. Jimmy Rose.
Non scorder questa nostra chiacchierata, Jimmy, fa Black.
Neanchio, dice Blue. Mi ha dato un bel po di cose da pensarci sopra.
Dio la benedica, Jimmy Rose, dice Black.
E benedica pure lei, signore, fa Blue.
Poi, dopo unultima stretta di mano, si allontanano in direzioni opposte, ciascuno
assorto nei propri pensieri.
Pi tardi, quando torna nella stanza, Blue decide che meglio seppellire subito
Jimmy Rose, sbarazzarsene per sempre. Il vecchio barbone ha fatto il suo dovere,
ma sarebbe poco accorto andare oltre.
120

Blue soddisfatto di avere stabilito un contatto iniziale con Black, ma lincontro non
ha sortito leffetto desiderato, e in definitiva lha piuttosto scosso. Perch anche se il
colloquio non ha nemmeno sfiorato largomento del caso, Blue non pu fare a
meno di pensare che Black in realt vi abbia alluso di continuo parlando, diciamo
cos, per enigmi, come se tentasse di comunicare qualcosa a Blue ma non osasse
esprimersi chiaramente. Sicuro, Black stato pi che amichevole, i suoi modi
sempre garbati: eppure Blue non si toglie dalla testa che quelluomo lo abbia
riconosciuto fin dal principio. Stando cos le cose, allora Black senza dubbio uno
dei congiurati diversamente, perch sarebbe rimasto a parlare con lui? Per
solitudine no di certo. Ammesso che Black sia quello che sembra, la solitudine non
gli pu pesare. Finora nella sua vita tutto rientrato in un preciso piano per
rimanere solo, e sarebbe assurdo interpretare la sua disponibilit al colloquio come
un irresistibile desiderio di compagnia. Non a questo punto, dopo che per pi di un
anno ha evitato ogni contatto umano. Se Black finalmente ha intenzione di
infrangere il suo ermetico tran tran, perch cominciare conversando con un
poveraccio allangolo di una strada? No, Black sapeva che stava parlando con Blue;
e se lo sapeva, conosce anche la sua identit. Da qui non si scappa, dice fra s
Blue: al corrente di tutto.
Quando arriva il momento di stendere il suo prossimo rapporto, Blue costretto ad
affrontare questo dilemma. White non ha mai alluso allopportunit di contattare
Black. Blue doveva osservarlo, niente di pi, niente di meno; e ora si domanda se di
fatto non ha violato le regole del suo incarico. Se include nel rapporto il suo
colloquio, White potrebbe eccepire. Del resto, se lo omette e Black in realt alle
dipendenze di White, White sapr subito che Blue gli sta mentendo.
Blue rumina il problema per un pezzo, ma senza avvicinarsi alla soluzione. Per un
verso o per laltro inchiodato, e lo sa. Alla fine decide di omettere, ma solo perch
conserva una pallida speranza che White e Black non siano in combutta. Ma questo
estremo sussulto di ottimismo non dura. Tre giorni dopo la spedizione del rapporto
espurgato, trova fra la posta lassegno settimanale, e nella busta c anche un
biglietto che dice: Perch menti? dal che Blue ha la prova definitiva che ancora gli
mancava. E dora in avanti vivr con la consapevolezza che sta affogando.
La sera dopo segue Black a Manhattan in metropolitana, vestito normalmente,
ormai libero dalla preoccupazione di nascondere qualcosa. Black scende a Times
Square e se ne va un po a zonzo fra le luci colorate, il baccano, i capannelli di
gente che si formano qua e l. Blue, sorvegliandolo come se ne andasse della
propria vita, lo tallona a non pi di tre quattro passi di distanza. Alle nove Black
entra nella lobby dellAlgonquin Hotel e Blue lo segue. C una bella folla che si
accalca e i tavoli scarseggiano, perci quando Black si accomoda a uno dangolo
che si liberato proprio in quel momento, a Blue sembra perfettamente naturale
accostarglisi e chiedergli compitamente se pu sedersi vicino. Black non ha nulla da
obiettare, e scrollando le spalle con indifferenza indica a Blue di prendere la sedia di
fronte a lui. Per parecchi minuti non si rivolgono la parola: nellattesa che qualcuno
venga a prendere le ordinazioni ammirano le donne di passaggio nei loro abiti
estivi, aspirando le ventate di profumo che si lasciano alle spalle; e Blue non ha
121

fretta di venire al dunque, accontentandosi di aspettare il momento propizio, in cui


la situazione precipiter. Quando infine arriva il cameriere a chiedere cosa
desiderano, Black ordina un Black and White con ghiaccio, e Blue non pu che
interpretarlo come un segnale che sta per iniziare la danza, non senza meravigliarsi
della sfacciataggine di Black, della sua grossolanit, della sua fissazione volgare.
Per simmetria Blue ordina lo stesso liquore, e mentre lo fa guarda Black negli occhi;
ma laltro non lascia trapelare nulla, ricambiandolo con unocchiata perfettamente
vacua, occhi spenti che sembrano dire non c niente dietro di noi, niente che Blue
possa trovare per quanto insista a fissarli.
Tuttavia questa prima mossa rompe il ghiaccio, e cominciano a discutere sulle virt
delle varie marche di scotch. Non c da stupirsi che un argomento tiri laltro, e
mentre chiacchierano degli inconvenienti dellestate newyorchese, dellarredamento
dellhotel e degli indiani Algonchini che vivevano nella citt tanti anni prima, quando
non cerano che campi e foresta, Blue si cala pian piano nel personaggio che vuole
interpretare quella sera, optando per un gioviale fanfarone di nome Snow,
assicuratore specializzato nel ramo vita di Kenosha, Wisconsin. Fai il finto tonto,
dice Blue fra s, conscio che non avrebbe senso rivelare la propria identit pur
sapendo che Black sa.
Devessere un gioco di rimpiattino, dice, rimpiattino fino allultimo.
Finito il primo drink ne ordinano un altro giro, seguito da un terzo, e mentre la
conversazione spazia dalle tabelle dei premi assicurativi alle attese di vita relative
alle varie professioni, Black fa una considerazione che cambia il corso del colloquio.
Immagino che nella sua tabella sarei messo piuttosto male, osserva.
Ah, s? dice Blue, senza sapere cosa aspettarsi. Perch, che lavoro fa?
Poliziotto privato, risponde Black a bruciapelo, freddo e padrone di s; e per un
istante Blue tentato di gettargli il drink in faccia, irritato e offeso da tanta faccia
tosta.
Ma guarda un po! esclama invece, riprendendosi prontamente e inscenando lo
stupore del sempliciotto. Un poliziotto privato. Timmagini. In carne e ossa. Pensi
un po cosa dir la moglie quando glielo racconto. Io qua a New York che cicchetto
con un piedipiatti privato. Non ci creder mai.Quello che intendo, riprende Black
piuttosto bruscamente, che suppongo che la mia attesa di vita non sia troppo
lunga. Per lo meno secondo le sue statistiche.
Probabilmente no, imperversa Blue. Ma pensi allemozione! Sa, la vita non stare al
mondo centanni. Met degli uomini dAmerica darebbero dieci anni di pensione per
vivere come lei.
Risolvendo i casi, vivendo come le pare, corteggiando le belle donne e rimpinzando
di piombo i delinquenti porca miseria, se ne vale la pena.
Tutte fandonie, dice Black. Il vero lavoro investigativo pu essere di una noia
mortale.
Be, tutti i mestieri hanno la loro routine, ricomincia Blue. Ma quantomeno, nel suo
caso, sa che dopo la fatica possono esserci dei gran finali.
A volte s e a volte no. Ma generalmente no. Prenda il caso a cui sto lavorando
adesso. pi di un anno che me ne occupo, e non ci potrebbe essere niente di pi
122

noioso. Sono cos stufo che qualche volta credo di perdere la testa.
Veramente?
Be, provi un po a immaginarselo. Il mio lavoro consiste nello spiare una persona,
uno che per quanto ne so non ha niente di speciale, e ogni settimana fare rapporto.
Tutto qui. Guardare questo tizio e scrivere. Che io sia dannato se ho altri compiti.
E cosa c di terribile?
Che quello non fa niente, ecco cosa c. Se ne sta seduto nella sua stanza tutto il
giorno e scrive.
abbastanza da farti uscire pazzo.
Magari si comporta cos per fregarla. Insomma, la fa addormentare e dopo passa
allazione.
quello che credevo allinizio; ma adesso sono certo che non succeder niente
mai niente. Me lo sento nelle ossa.
Che peccato, dice Blue in tono comprensivo. Perch non d forfait?
Ci sto pensando. Sto pensando anche che potrei mollare tutto e cambiare mestiere.
Fare tuttaltro.
Lassicuratore, magari, o magari entrare in un circo equestre.
Non avrei mai immaginato che potesse essere cos brutto, dice Blue scuotendo la
testa. Ma senta: perch adesso non sta sorvegliando il suo uomo? Non dovrebbe
tenerlo docchio?
proprio questo il punto, risponde Black; non ho pi neanche questa
preoccupazione. cos tanto tempo che lo osservo che lo conosco meglio di me
stesso. Mi basta pensare a lui, e so gi che cosa sta facendo, dove si trova tutto
quanto. Oramai lo sorveglio anche a occhi chiusi.
Lo sa dov adesso?
A casa. Come sempre. seduto nella sua stanza e scrive.
E che cosa scrive?
Non ne sono sicuro, ma ho unidea mica male. Credo che stia scrivendo di se
stesso. La storia della sua vita. Questa lunica risposta possibile. Le altre non
funzionano.
E perch tutto questo mistero, allora?
Non lo so, risponde Black; e per la prima volta la sua voce si incrina, tradendo un
po di emozione.
Insomma, tutto si riduce a una domanda, vero? dice Blue fissando laltro negli
occhi, ormai dimentico di Snow. Lo sa o no che lei lo sta osservando?
Non reggendo lo sguardo di Blue Black distoglie gli occhi, e risponde con un tremito
improvviso nella voce: Certo che lo sa. questo il nocciolo della questione, no?
Deve saperlo, altrimenti niente ha pi senso.
Perch?
Perch lui ha bisogno di me, dice Black, sempre guardando altrove. Ha bisogno dei
miei occhi su di s. Gli servo a dimostrare che vivo.
Blue vede una lacrima scendere sulla guancia di Black; ma prima che possa aprire
bocca, prima che sfrutti la situazione per segnare un punto a favore, Black si alza di
scatto e domanda scusa, deve fare una telefonata. Blue rimane seduto ad aspettare
123

per dieci, quindici minuti, certo in cuor suo che sia tempo sprecato. Black non
ritorner. Il colloquio finito, e anche se rester l tutta la sera non pu accadere
pi nulla.
Blue paga gli scotch e si incammina verso Brooklyn. Allimbocco di Orange Street
alza lo sguardo alla finestra di Black e vede che tutto buio. Fa niente, dice Blue,
torner presto. Non siamo ancora allepilogo. La festa appena iniziata: aspettiamo
che stappino lo champagne, e poi vedremo cosa succede.
Nella sua stanza Blue cammina avanti e indietro meditando la prossima mossa. Gli
sembra che Black abbia finalmente commesso un errore, ma non sicuro; perch
in barba allevidenza Blue non pu soffocare il dubbio che tutto corrisponda a un
disegno e ora Black lo stia stanando, lo stia prendendo per mano per guidarlo verso
il finale da lui preordinato.
Ci nonostante ha aperto una breccia, e per la prima volta dallinizio del caso non si
trova pi nella posizione di partenza. Normalmente Blue festeggerebbe questo
piccolo trionfo, ma stasera si accorge di non essere dellumore adatto. Pi che altro
si sente triste, senza pi entusiasmo, deluso del mondo. Alla fine la realt lo ha
sconfitto, e non riesce a non prenderla come una sconfitta personale, perch sa
benissimo che da qualunque lato consideri il caso, anche lui ne parte. Poi va alla
finestra, guarda la casa dirimpetto e vede che ora nella stanza di Black la luce
accesa.
Si sdraia sul letto e pensa: addio, Mr White. Non sei mai esistito, eh? Non c mai
stato nessun White. E ancora: povero Black. Povero diavolo. Povero avanzo di
nessuno. Poi, mentre le palpebre si appesantiscono e il sonno comincia a
sopraffarlo, pensa che strano che ogni cosa abbia il suo colore. Tutto ci che
vediamo, ci che tocchiamo a questo mondo tutto ha il suo colore.
Sforzandosi di rimanere sveglio ancora un po, incomincia a fare un elenco. Prendi il
blu, per esempio, dice. Ci sono i pettirossi blu, e le ghiandaie blu e gli aironi blu. I
fiordalisi e le pervinche.
E il mezzogiorno sopra New York. Ci sono diverse specie di mirtilli e lOceano
Pacifico. Ci sono i diavoli blu, i nastrini blu e chi ha il sangue blu. C la divisa da
poliziotto di mio padre. Ci sono le blue laws, le leggi puritane, e i blue movies. C
una voce che canta il blues. E i miei occhi, e il mio nome. Indugia, improvvisamente
a corto di cose blu, e poi passa al bianco. Ci sono i gabbiani, dice, le rondini di
mare, le cicogne e i cacatua. Le pareti di questa stanza e le lenzuola sul mio letto.
Mughetti, garofani, petali di margherite. C la bandiera della pace e la morte
cinese. C il latte materno e c il seme. I miei denti. C il bianco dei miei occhi. I
pesci bianchi, i pini bianchi e le formiche bianche. C la casa del Presidente e la
corruzione bianca. Le bugie bianche dinnocenza e il calor bianco. A questo punto
passa senza esitazione al nero iniziando coi libri neri, il mercato nero e la Mano
Nera. notte sopra New York, aggiunge. Ci sono i Chicago Black Sox del baseball.
Le more e i corvi, i blackout e i punti neri, il Marted Nero e la Morte Nera. Le anime
nere. I miei capelli, e linchiostro che sgorga dalla penna. C il mondo visto da un
cieco. Infine, stanco del gioco, comincia a divagare, dicendo fra s che potrebbe
continuare allinfinito. Si assopisce, sogna cose accadute tanto tempo fa e poi, nel
124

cuore della notte, dimprovviso si sveglia e ricomincia a misurare la stanza


meditando la prossima mossa.
Viene mattino e Blue gi traffica col nuovo travestimento. Stavolta si tratta del
venditore di spazzole Fuller, un personaggio gi sperimentato, per cui trascorre due
ore a dotarsi pazientemente di calvizie, baffi e rughe intorno agli occhi e alla bocca,
seduto davanti allo specchietto come un attore del vecchio vaudeville in tourne.
Poco dopo le undici prende la sua valigetta campionario e attraversa la strada.
Scassinare la porta principale della palazzina di Black per Blue un gioco da
ragazzi, questione di pochi secondi; e sgusciando nellandrone non pu fare a meno
di riprovare il brivido di un tempo. Andiamoci piano, ripete fra s salendo le scale
verso il piano di Black. La visita si limiter a una semplice occhiata, per farsi unidea
della stanza a futura memoria. Eppure Blue non pu soffocare leccitazione del
momento. Perch lo sa, sar pi che un semplice sopralluogo alla stanza lidea
di essere proprio l, fra quelle quattro mura, a respirare la stessa aria di Black. Dora
in avanti, pensa, tutto ci che accadr influir sul resto. La porta si aprir, e Black
sar per sempre dentro di lui.
Bussa, la porta si apre, e dun tratto ogni distanza svanisce, la cosa e il pensiero
della cosa sono unici e indivisibili. Successivamente c Black, in piedi sulla soglia
con una penna stilografica senza cappuccio nella destra, come se fosse stato
interrotto durante il lavoro, eppure i suoi occhi dicono a Blue che lo stava
aspettando, che rassegnato alla dura verit, ma non gliene importa pi.
Blue attacca la sua arringa sulle spazzole indicando il campionario, scusandosi e
chiedendo di entrare: tutto dun fiato, con lo scilinguagnolo del piazzista che ha gi
esibito mille volte. Black lo fa entrare senza scomporsi, dicendo che potrebbe
essere interessato a uno spazzolino da denti, e mentre avanza Blue continua a
ciarlare di spazzole per i capelli e per i vestiti, qualunque cosa pur di non
interrompersi, perch cos permette al resto di s di memorizzare la stanza,
osservare losservabile, pensare, distogliendo nel frattempo Black dal suo vero
proposito.
La stanza pi o meno come se laspettava, forse ancora pi spartana. Niente alle
pareti, per esempio, e questo un po lo sorprende, dato che era convinto di trovare
un quadro o due, qualche immagine, cos per spezzare la monotonia: un paesaggio
magari, o il ritratto di una persona un tempo amata da Black. Blue era sempre stato
curioso di vedere quel quadro pensando che gli avrebbe fornito qualche prezioso
indizio, ma ora, constatato che non c niente, capisce che avrebbe dovuto
attendersi proprio questo. Per il resto, c ben poco che possa contraddire le sue
nozioni preliminari. la stessa cella monacale che si era figurato: il lettino lindo in
un angolo, la piccola cucina nellaltro, tutto immacolato, senza lombra di una
briciola. E nel centro della stanza, davanti alla finestra, il tavolo di legno con
ununica sedia di legno dallo schienale rigido. Matite, penne, una macchina da
scrivere. Un cassettone, un comodino, una lampada da notte. Una libreria contro il
muro a settentrione, ma solo con pochi volumi: Walden, Foglie derba, Racconti
narrati due volte, qualche altro. Niente telefono, niente radio, niente giornali. Sul
tavolo, pile di fogli accatastati in perfetto ordine: alcuni bianchi, altri scritti a
125

macchina, altri a mano; centinaia di pagine, forse migliaia. Ma questa non vita,
pensa Blue. Non niente di niente. una terra di nessuno, il posto dove arrivi alla
fine del mondo.
Esaminano insieme i diversi spazzolini e finalmente Black ne sceglie uno rosso; poi
passano a considerare le spazzole per i vestiti, con Blue che offre dimostrazioni sul
proprio abito. Credo che un signore distinto come lei, dice Blue, la trover
indispensabile. Ma Black replica che finora ha fatto senza. Invece non esclude
lacquisto di una spazzola da capelli, perci passano in rassegna il campionario
discutendo le varie fogge e misure, i diversi tipi di setola e cos via. Naturalmente
Blue ha gi finito il suo vero lavoro, ma prolunga la finzione per fare tutto a regola
darte, anche se non conta. Per, riordinando la valigetta dopo che Black ha pagato
le spazzole, si lascia andare a una piccola osservazione. Ma allora lei fa lo scrittore,
dice indicando il tavolo; e Black risponde che s, vero, fa lo scrittore.
Sembra un bel librone, insiste Blue.
S, fa Black. Sono molti anni che ci lavoro.
Lha quasi finito?
Non manca molto, dice Black pensieroso. Ma a volte difficile sapere dove siamo.
Credo di avere quasi finito, e poi mi accorgo che ho tralasciato una cosa
importante, per cui devo riprendere dallinizio. Ma s, il mio sogno che un giorno
lo finir. Presto, forse.
Spero che me lo far leggere, dice Blue.
Tutto possibile, osserva Black. Ma prima devo finirlo. Certi giorni non so nemmeno
se vivr abbastanza.
Be, non lo sa mai nessuno, le pare? fa Blue annuendo con filosofia. Un giorno
siamo vivi, e domani non ci siamo pi. Succede a tutti.
Verissimo, conferma Black. Succede a tutti.
Ora sono sulla porta, e qualcosa dentro Blue vuole che entrambi proseguano con i
futili rilievi come questo. Capisce che fare il buffone divertente, ma nello stesso
tempo c il gusto di prendersi gioco di Black, di mostrare che non gli sfuggito
nulla perch intimamente Blue desidera far sapere a Black che intelligente
quanto lui, che pu ribattere colpo su colpo. Tuttavia riesce a dominarsi e a
trattenere la lingua, ringraziando per gli acquisti con educati cenni del capo, per
prendere infine congedo. Questa la fine del piazzista di Spazzole Fuller, che meno
di unora dopo giace nella stessa borsa dove riposano le spoglie di Jimmy Rose.
Blue sa che dora in poi non serviranno altri travestimenti. Il passo successivo
inevitabile, e ora la sola cosa che importa scegliere il momento giusto.
Ma tre sere dopo, quando loccasione finalmente si presenta, Blue capisce di avere
paura. Black esce alle nove in punto, imbocca la strada e scompare dietro langolo.
Pur riconoscendo che il segnale inequivocabile, che in pratica Black lo scongiura
di muoversi, Blue teme ancora un tranello: proprio adesso, nel pi improbabile dei
momenti, quando solo poco fa traboccava di fiducia, quasi tronfio del senso del
proprio potere, sprofonda in una nuova, logorante incertezza.
Perch tutto a un tratto dovrebbe cominciare a fidarsi di Black? Che motivo c di
credere che adesso siano entrambi dalla stessa parte? Com successo, perch mai
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si riscopre cos ossequioso nei confronti di Black? Poi, di colpo, inizia a contemplare
unaltra possibilit. E se partisse e basta?
Se si alzasse e uscisse per farla finita con tutta la faccenda? Medita un po questa
ipotesi, soppesandola e vagliandola, e piano piano comincia a tremare, sopraffatto
dal terrore e dalla gioia, come uno schiavo davanti alla visione della propria libert.
Si immagina altrove, lontano da qui, a camminare per i boschi con unascia che gli
dondola sulla spalla. Libero e solo, senza pi padrone.
A costruirsi la vita dalle fondamenta come un esule, un pioniere, un pellegrino nel
nuovo mondo.
Ma pi in l non arriva: perch appena incomincia a camminare tra quei boschi
sperduti avverte la presenza di Black, nascosto dietro un albero o appostato nel
folto di una macchia, in attesa che Blue si corichi e chiuda gli occhi per piombargli
addosso e tagliargli la gola. Da qui non si esce, pensa Blue. Se non se la vede con
Black adesso, non finir mai. quello che gli antichi chiamavano fato, e ogni eroe vi
deve soggiacere. Non c scelta, e se una cosa va fatta proprio lunica che non d
scelta. Ma Blue recalcitra: lotta contro lineluttabile, lo respinge, si affanna. Ma solo
perch ne consapevole, e lottare gi come averlo accettato, voler dire di no
gi una risposta affermativa.
Cos gradatamente Blue si persuade, cedendo almeno alla necessit che la cosa sia
fatta. Ma questo non vuol dire che non abbia paura. Dora in poi c una sola parola
per descrivere lo stato danimo di Blue, ed paura.
Ha sprecato del tempo prezioso e ora deve catapultarsi in strada nella febbrile
speranza che non sia troppo tardi. Black non si assenter in eterno e chiss che
non stia in agguato dietro langolo, aspettando il momento giusto per piombargli
addosso. Blue sale di corsa i gradini dellentrata, armeggia goffamente con la
serratura della porta principale guardandosi di continuo alle spalle; poi sale al piano
di Black. La seconda serratura si rivela un osso pi duro della prima anche se in
teoria cera da aspettarsi il contrario, un giochetto anche per il pi rozzo dei
principianti. Questo impaccio indica a Blue che sta perdendo il controllo dei propri
nervi: ma per quanto lo sappia, non pu fare altro che resistere sperando che le
mani smettano di tremargli. Invece va di male in peggio, e appena mette piede
nella stanza di Black sente oscurarsi tutto dentro, come se la notte lo premesse
attraverso i pori, salendogli addosso con un peso terribile e nel contempo la sua
testa sembra espandersi, gonfiandosi daria quasi stesse per staccarsi dal corpo e
allontanarsi fluttuando. Avanza di un altro passo e perde i sensi, stramazzando
come un morto.
Per la caduta il suo orologio si ferma, e quando si riprende non sa per quanto
tempo rimasto svenuto. Riacquista coscienza con limpressione, dapprima
confusa, di essere gi stato in quel luogo, forse molto tempo prima, e quando vede
le tende ondeggiare ai lati della finestra aperta e le ombre bizzarre che si muovono
sul soffitto, si rivede nel letto di casa sua, quando era bambino e non riusciva a
dormire nelle torride notti estive; e immagina che tendendo bene lorecchio sentir
le voci di sua madre e suo padre che discorrono pacatamente nella camera attigua.
Ma dura solo un attimo. Comincia ad avvertire mal di testa, ad accorgersi della
127

nausea che gli sconvolge lo stomaco finch, vedendo finalmente dove si trova,
rivive il panico che lafferrava al momento di entrare nella stanza. Si rialza
precariamente in piedi, inciampando un paio di volte, e dice fra s che non pu
restare l, no, deve andarsene, e subito. Afferra la maniglia ma poi, rammentando
allimprovviso la prima ragione della sua venuta, estrae di tasca la torcia elettrica e
laccende, agitandola convulsamente per la stanza finch per caso la luce va a
cadere su una pila di fogli ordinatamente disposti sul bordo del tavolo di Black.
Senza pensarci due volte Blue con la mano libera raccoglie le carte, dicendosi che
non importa, solo un inizio; poi guadagna luscita.
Ritornato nella sua camera Blue si riempie un bicchiere di brandy, siede sul letto e
simpone di stare calmo. Sorseggia la bevanda fino allultima goccia e si versa un
altro bicchiere. Quando il panico comincia a diminuire, gli rimane un senso di
vergogna. Ha fatto fiasco, pensa, inutile negarlo. Per la prima volta nella sua vita
non stato allaltezza della situazione, e lidea lo sconvolge: constatare di essere un
fallito, e in fin dei conti un vile.
Prende i fogli che ha rubato, nella speranza di distrarsi: ma al contrario il problema
si aggrava, perch quando comincia a leggerli si accorge che non sono altro che i
suoi rapporti. Eccoli qui tutti quanti i consuntivi settimanali, tutti nero su bianco,
tutti senza significato n valore, non pi prossimi alla realt del caso di quanto lo
sarebbe stato il silenzio. Alla loro vista Blue geme sprofondando nei recessi pi
intimi della propria coscienza, e poi, davanti a quello che ritrova in essi, comincia a
ridere, prima debolmente, poi con maggiore intensit, sempre pi forte finch gli
manca il respiro quasi da soffocare; come se tentasse di cancellarsi una volta per
sempre. Tenendo saldamente i fogli fra le mani, li lancia verso il soffitto e vede la
pila scompaginarsi, sparpagliarsi e ricadere svolazzando al suolo, una pagina
infelice dopo laltra.
Non certo che Blue si risollevi mai completamente dai fatti di questa notte. E
quandanche, va registrato che passano diversi giorni prima che torni a una
parvenza di normalit. Nel frattempo non si rade, non si cambia dabito, non
considera nemmeno la possibilit di uscire dalla sua stanza.
Quando arriva il giorno in cui dovrebbe scrivere il prossimo rapporto, non ci pensa
nemmeno. finita ormai, dice tirando un calcio a uno dei vecchi rapporti sul
pavimento; e che mi venga un colpo se scriver mai pi di questa roba.
Solitamente rimane a letto o cammina su e gi per la stanza. Guarda le varie
immagini che ha appeso alle pareti dallinizio del caso, esaminandole a turno e
meditando su ciascuna il pi a lungo possibile. C il medico legale di Philadelphia,
Gold, con la maschera mortuaria del bambino. C una montagna coperta di neve, e
nellangolo superiore destro della foto un rettangolino con uno sciatore francese, il
viso incorniciato nel piccolo riquadro. C il Ponte di Brooklyn con accanto i due
Roebling padre e figlio. C il padre di Blue in uniforme della polizia, che riceve una
medaglia dal sindaco di New York Jimmy Walker. C ancora suo padre, stavolta in
borghese, che abbraccia la madre di Blue nei primi tempi del loro matrimonio; tutti
e due ridono al fotografo. C una foto di Brown con un braccio intorno alle spalle di
Blue, immortalati davanti al loro ufficio il giorno in cui Blue diventato socio. Sotto,
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c unistantanea di Jackie Robinson in scivolata alla conquista di una seconda base.


Di fianco, un ritratto di Walt Whitman. E per finire, proprio alla sinistra del poeta,
c un fotogramma di un film di Robert Mitchum ritagliato da una rivista
specializzata: pistola nella mano, espressione di chi si aspetta che il mondo gli crolli
addosso. Non ci sono ritratti dellexfutura signora Blue, ma ogni volta che Blue
passa in rassegna la piccola galleria indugia su una zona vuota della parete e finge
che sia l.
Per diversi giorni Blue non si azzarda a guardar fuori dalla finestra. Si rinchiuso
cos ermeticamente nei suoi pensieri che Black sembra non esistere pi. Il dramma
concerne solo Blue, ed come se Black pur essendone in qualche modo la causa
avesse recitato la sua parte e pronunciato le battute, e fosse gi uscito di scena.
Perch Blue a questo punto non pu pi tollerare lesistenza di Black, e dunque la
nega. Avendo fatto irruzione nella stanza di Black ed essendovi rimasto da solo;
essendo stato per cos dire, nella stanza segreta della solitudine di Black, non pu
controbilanciare la tenebra di quel momento se non sostituendola con una
solitudine propria.
Entrare in Black, quindi, stato lequivalente di entrare in se stesso, non pu pi
concepire di essere altrove. Ma precisamente altrove che si trova Black, anche se
Blue non lo sa.
Perci un pomeriggio, come per caso, Blue si avvicina alla finestra pi di quanto
abbia fatto da molti giorni; si arresta e poi, come in omaggio ai vecchi tempi, scosta
le tende e guarda fuori. La prima cosa che vede Black: non nella sua stanza, ma
seduto sui gradini della palazzina dirimpetto, che guarda verso la finestra di Blue.
Allora finito? si domanda Blue. Vuol dire che finita?
Blue va a prendere il binocolo nella parte posteriore della stanza e torna alla
finestra. Mette a fuoco su Black e studia per qualche minuto la faccia delluomo, un
lineamento alla volta: gli occhi, le labbra, il naso e cos via. turbato dalla
profondit della tristezza di Black, da come gli occhi alzati verso di lui appaiono
vuoti di ogni speranza; e suo malgrado, colto di sprovvista da quellimmagine, Blue
prova un moto di compassione, un sussulto di pena per quella figura sventurata
sullaltro lato della strada. Eppure non lo vorrebbe: vorrebbe avere il coraggio di
caricare la pistola, mirare a Black e trapassargli il cranio con una pallottola. Non
saprebbe mai cosa lo ha colpito, pensa Blue; sarebbe gi in cielo prima di toccare
terra. Ma appena si rappresentato mentalmente la scena, se ne ritrae. No, capisce
che non affatto questo che desidera. Ma allora che cosa? Sempre lottando
contro il sentimentalismo, ripetendo fra s che non vuole grane, che desidera solo
pace e tranquillit, gradualmente si accorge di aver trascorso un bel po di tempo
chiedendosi se non ha modo di aiutare Black; se non potrebbe tendergli
amichevolmente una mano.
Certo, pensa Blue, questo cambierebbe le carte in tavola capovolgendo tutta la
faccenda. Ma perch no? Perch non compiere la mossa imprevedibile? Bussando
alla sua porta, cancellando tutto non sarebbe pi assurdo di altre scelte. Perch il
punto che Blue svuotato di ogni bellicosit. Non ha pi nerbo. E, a giudicare
dalle apparenze, neppure Black. Basta guardarlo, dice Blue fra s. la creatura pi
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infelice del mondo. Poi, nellattimo in cui formula queste parole, capisce che sta
parlando anche di se stesso.
Molto tempo dopo che Black ha lasciato i gradini, volgendosi e rientrando nella
palazzina, Blue sta guardando ancora il punto deserto. Un paio dore dopo il
crepuscolo finalmente si scosta dalla finestra, si avvede del disordine in cui ha
lasciato sprofondare la sua stanza e passa lora successiva a rimettere a posto: lava
i piatti, rif il letto, ripone i vestiti e raccoglie dal pavimento i vecchi rapporti. Quindi
va in bagno, si fa una lunga doccia, si rade e indossa un abito pulito, scegliendo per
loccasione il suo migliore completo blu. Ora per lui tutto diverso,
improvvisamente e irrevocabilmente diverso. Non ha pi paura, non trema pi.
Prova solo una quieta sicurezza, il senso che quanto sta per fare sia giusto.
Appena fa buio, si accomoda unultima volta la cravatta davanti allo specchio e
lascia la stanza per uscire, attraversare la strada ed entrare nella palazzina di Black.
Sa che Black in casa perch nella sua stanza c una lampadina accesa; e salendo
le scale prova a immaginarsi lespressione che apparir sulla faccia dellaltro quando
lui gli avr detto cosa ha in mente. Bussa due volte alla porta con molta
discrezione, poi sente la voce di Black dallinterno. aperto. Avanti.
difficile dire cosa Blue precisamente si attendesse ma in tutti i casi non questo,
non la cosa che si trova di fronte entrando nella stanza. C Black seduto sul letto,
di nuovo con la maschera sul volto la stessa che indossava luomo nellufficio
postale ; e nella destra stringe una pistola, un revolver calibro 38 capace, a
bruciapelo, di spaccare in due un uomo puntandola addosso a Blue.
Blue resta immobile senza dire una parola. Altro che seppellire lascia di guerra,
pensa. Altro che cambiare le carte in tavola.
Accomodati, Blue, dice Black accennando con la rivoltella alla seggiola di legno.
Blue non ha scelta e si siede: dirimpetto a Black, ora, ma troppo distante per
saltargli addosso, troppo scomodo per cercare di disarmarlo.
Ti aspettavo, dice Black. Sono contento che tu ce labbia fatta, finalmente.
Lo sospettavo, il commento di Blue.
Sei sorpreso?
No davvero. Almeno non di te. Di me, forse ma solo per la mia stupidit. Vedi,
sono venuto in amicizia.
Come no, dice Black in tono vagamente beffardo. Sicuro che siamo amici. Lo siamo
stati fin dallinizio, o no? Amici per la pelle.
Se gli amici li tratti cos, dice Blue, meno male che non sono un tuo nemico.
Spiritoso.
Bravo: sono proprio un mattacchione. Quando ci sono io, risate a volont.
E la maschera? Non stai per domandarmi della maschera?
Non vedo perch. Se ti piace metterti quella roba, non sono affari miei.
Ma non puoi evitare di guardarla, vero?
Perch mi fai domande se sai gi la risposta?
grottesca, ti pare?
Sicuro che grottesca.
E spaventosa, anche.
130

Molto spaventosa.
Bene. Mi piaci, Blue. Ho sempre saputo che facevi al caso mio. Luomo giusto per
me.
Se la piantassi di agitare quel cannone, forse penserei lo stesso anche di te.
Spiacente, non posso. troppo tardi.
Sarebbe a dire?
Che non mi servi pi, Blue.
Be, non credere che sia cos facile sbarazzarsi di me. Mi hai attirato in questa
faccenda, e ora siamo legati luno allaltro.
No, Blue: ti sbagli. Tutto finito adesso.
Vuoi parlar chiaro, una volta per tutte?
finita. Non c pi niente da scoprire. Tutto stato compiuto.
Da quando?
Da adesso. Da questo momento.
A te manca un venerd.
No, Blue. Il cervello mi funziona benissimo: anche troppo, semmai. Tanto che mi ha
svuotato da dentro, e di me non resta niente. Ma questo lo sai, Blue: lo sai meglio
di chiunque altro.
E allora, perch non premi il grilletto e stop?
Quando sar pronto.
E poi non te ne vai lasciando il mio cadavere sul pavimento? E tanti auguri.
Oh, no, Blue. Non capisci. Saremo ancora insieme noi due, come sempre.
Ma non ti pare di aver dimenticato qualcosa?
Dimenticato che?
Be, dovresti raccontarmi la storia. Non cos che deve finire? Mi racconti la storia e
poi ci diciamo addio.
La conosci gi, Blue. Non capisci? La conosci a memoria.
E allora perch ti sei dato tanto da fare?
Non fare domande sciocche.
E io che ruolo avevo? Lintermezzo comico?
No, Blue: mi sei servito fin dal principio. Se non fosse stato per te, non ci sarei
riuscito.
Servito a cosa?
A ricordarmi quello che dovevo fare. Ogni volta che alzavo gli occhi tu eri l che mi
osservavi, mi seguivi, sempre in vista, a scrutarmi. Per me eri tutto il mondo, Blue,
e ti ho trasformato nella mia morte. Tu sei lunica cosa immutabile, la mia soluzione
finale.
E ora non resta niente. Hai scritto il biglietto del suicida ed la fine.
Esattamente.
Sei pazzo. Sei un povero pazzo maledetto.
Lo so. Ma non pi di chiunque altro. Vuoi provare a dimostrarmi che sei pi in
gamba di me?
Almeno io so cosa sto facendo. Avevo un lavoro e lho terminato. Ma tu non sei in
nessun posto, Blue. Ti sei smarrito fin dal primo giorno.
131

E allora perch non mi spari, bastardo? dice Blue, alzandosi di scatto e


percuotendosi furiosamente il petto per provocare Black. Perch non spari e non la
fai finita?
Poi Blue fa un passo verso Black e, visto che la pallottola non parte, ne fa un altro e
un altro ancora urlando alluomo mascherato di sparare, ormai indifferente alla vita
e alla morte. Senza esitare fa volare la rivoltella dalla mano di Black, lo afferra per il
colletto e lo costringe a mettersi in ginocchio. Black cerca di resistere, ma Blue
troppo forte, cos gonfio di rabbia da sembrare trasfigurato, e quando i primi colpi
lo raggiungono al viso, allinguine e allo stomaco Black non pu reagire, tanto che
in breve resta svenuto al suolo. Ci nonostante Blue prosegue nella punizione,
prendendo a calci lesanime Black, sollevandolo e sbattendogli la testa contro il
pavimento, tempestandolo di pugni. Alla fine, quando la collera si placa e Blue si
accorge di quello che ha fatto, non sa dire con certezza se Black sia vivo o morto.
Gli toglie la maschera dal viso accostandogli lorecchio alla bocca per ascoltare se
respira. Gli pare che un suono si senta, ma troppo debole per stabilire se
provenga da Black o da lui stesso. Se vivo, pensa Blue, non lo rester a lungo. E
se morto, pace allanima sua.
Blue si rialza col vestito lacero e incomincia a raccogliere dal tavolo le pagine del
manoscritto di Black. Ci vogliono vari minuti. Quando le ha prese tutte, spegne la
luce nellangolo ed esce dalla stanza senza rivolgere a Black neanche un ultimo
sguardo.
mezzanotte passata quando Blue torna nella sua stanza. Posa il manoscritto sul
tavolo, va in bagno e si lava le mani insanguinate. Poi si cambia, si versa un
bicchiere di scotch e siede al tavolo col libro di Black. Ha poco tempo. Arriveranno
prima che se lo aspetti, e il prezzo da pagare sar atroce: ma questo non deve
interferire con il lavoro di adesso.
Legge la storia tutta dun fiato, parola per parola dal principio alla fine. Quando ha
finito albeggia e la stanza comincia a rischiararsi. Sente il canto di un uccello e dei
passi per strada; sente una macchina che attraversa il ponte di Brooklyn. Black
aveva ragione, dice fra s. Lo conoscevo tutto a memoria.
Ma la storia non ancora finita. Rimane il momento conclusivo, che non verr
finch Blue non abbandona la stanza. Cos va il mondo: non un attimo prima, non
un attimo dopo. Quando Blue si alzer dalla sedia e si metter il cappello e uscir
dalla porta, quella sar la fine.
Dove andr poi, non conta: perch dobbiamo ricordare che tutto questo accaduto
pi di trentanni fa, nei giorni della nostra prima infanzia. Dunque, tutto possibile.
Personalmente preferisco credere che sia andato lontano, prendendo il treno quella
mattina stessa alla volta dellOvest per rifarsi una vita. Pu anche darsi che il
viaggio non termini in America; nei miei sogni segreti mi piace pensare che Blue
prenoti un posto su una nave e salpi per la Cina. Vada per la Cina, allora, e
fermiamoci qui. Perch questo il momento in cui Blue si alza in piedi, si mette il
cappello ed esce dalla porta; e da questo momento non sappiamo pi nulla.

132

La stanza chiusa

133

1.
Adesso mi sembra che Fanshawe ci sia sempre stato. lui il luogo dove per me
tutto comincia, senza di lui non credo che saprei chi sono. Quando ci siamo
incontrati non sapevamo ancora parlare, eravamo lattanti che arrancavano carponi
fra lerba, e a sette anni ci eravamo gi punti le dita con uno spillo proclamandoci
fratelli di sangue per la vita. Ogni volta che ripenso alla mia infanzia, vedo
Fanshawe. Era lui che mi stava vicino, la persona con cui condividevo i miei pensieri
e che vedevo appena alzavo gli occhi da me stesso.
Ma questo fu molto tempo fa. Siamo cresciuti, abbiamo preso direzioni diverse, ci
siamo allontanati. Credo che in questo non ci sia niente di strano. Le nostre vite ci
guidano secondo schemi che non possiamo controllare, e con noi non rimane quasi
nulla. Le cose muoiono quando noi moriamo, e in verit moriamo tutti i giorni.
A novembre saranno sette anni che ricevetti una lettera da una donna di nome
Sophie Fanshawe.
Lei non mi conosce, cominciava, e la prego di scusarmi se le scrivo cos, di
punto in bianco. Ma la situazione precipitata, e date le circostanze non mi resta
molta scelta. Si trattava della moglie di Fanshawe. Sapeva che suo marito e io
eravamo cresciuti insieme, e sapeva anche che abitavo a New York, avendo letto
molti articoli che avevo pubblicato su varie riviste.
La spiegazione arriv nel secondo paragrafo, cruda e senza preamboli. Scriveva che
Fanshawe era scomparso, e lei non lo vedeva da pi di sei mesi. In tutto quel
tempo, non una parola, n il pi pallido indizio su dove potesse nascondersi. La
polizia non ne aveva trovato traccia, e linvestigatore privato che aveva assunto era
tornato a mani vuote. Non cera niente di sicuro, ma i fatti sembravano
inoppugnabili. Probabilmente Fanshawe era morto: non cera ragione di credere che
sarebbe tornato. Alla luce di tutto ci, lei aveva bisogno di discutere con me una
questione importante, e mi chiedeva un colloquio.
Questa lettera mi provoc una serie di piccoli traumi. Cerano troppi dati da digerire
in una volta sola: troppe forze mi traevano in diverse direzioni. Fanshawe era
improvvisamente ricomparso nella mia vita dal nulla. Ma appena pronunciato il suo
nome, era sparito di nuovo. Si era sposato, aveva vissuto a New York, e io non
avevo saputo pi niente di lui. Mi rammaricai egoisticamente che non mi avesse
neppure cercato. Una telefonata, una cartolina; un brindisi per ricordare i vecchi
tempi non sarebbe stato difficile da organizzare. Ma la colpa era anche mia. Sapevo
dove abitava la madre di Fanshawe, e se avessi voluto rintracciarlo avrei potuto
facilmente rivolgermi a lei. La realt era che a Fanshawe avevo rinunciato. La sua
vita era finita nel momento in cui avevamo preso strade diverse, e ormai
apparteneva al mio passato, non al presente. Era un fantasma che mi portavo
dentro, una finzione preistorica, qualcosa di non pi reale. Cercai di ricordare
lultima volta che lavevo visto, ma tutto era confuso. La mia mente vag per
qualche minuto, poi si arrest di colpo sul giorno della morte di suo padre.
134

Facevamo il liceo, avremo avuto al massimo diciassette anni.


Telefonai a Sophie Fanshawe e le dissi che sarei stato felice di vederla appena lo
ritenesse opportuno. Ci accordammo per lindomani e cera gratitudine nella sua
voce, anche se le spiegai che da molto tempo non ricevevo notizie di Fanshawe e
non avevo idea di dove fosse.
Abitava a Chelsea, in un casermone di mattoni rossi, vecchio e senza ascensore,
con scale male illuminate e crepe nellintonaco dei muri. Salii fino al suo
appartamento al quinto piano, accompagnato per le scale da rumori di radio
accese, baruffe e sciacquoni di altri inquilini; mi fermai per riprendere fiato, poi
bussai. Un occhio mi guard dallo spioncino, sentii uno sferragliare di lucchetti, e
infine mi trovai di fronte Sophie Fanshawe, che teneva con il braccio sinistro un
bambino piccolo. Mentre mi sorrideva invitandomi a entrare, il bambino le tirava i
lunghi capelli castani. Lei si sottrasse delicatamente allassalto piegando la testa,
prese il piccolo con entrambe le mani e lo volt con la faccia verso di me. Quello
era Ben, disse, il figlio di Fanshawe, nato da appena tre mesi e mezzo. Finsi di
ammirare il bambino, che agitava le braccia sbavando saliva biancastra gi per il
mento, ma ero pi interessato a sua madre. Fanshawe era stato fortunato.
Quella donna era bellissima, aveva gli occhi scuri e intelligenti, quasi feroci nella
loro fermezza.
Magra, di statura non superiore alla media, e con una lentezza nei modi, qualcosa
che la rendeva contemporaneamente sensuale e sorvegliata, come se scrutasse il
mondo dal cuore di una profonda vigilanza interiore. Nessun uomo avrebbe lasciato
una donna simile di sua spontanea volont, tanto meno mentre stava per dargli un
figlio. Su questo non avevo dubbi. Ancor prima di entrare nella casa, fui sicuro che
Fanshawe doveva essere morto.
Era un appartamentino di quattro stanze senza corridoio, con pochi mobili: una
stanza era riservata ai libri e a un tavolo da lavoro, una faceva da soggiorno e le
altre due da camere da letto. Il luogo era in ordine, dimesso nei dettagli, ma tutto
sommato abbastanza accogliente. Se non altro, dimostrava che Fanshawe non
aveva dedicato la vita a fare soldi. Del resto, io non ero nella condizione di guardare
dallalto in basso quella mediocrit. Il mio appartamento era ancora pi buio e
striminzito, e conoscevo la battaglia mensile per pagare laffitto.
Sophie Fanshawe mi diede una sedia, mi prepar un caff e sedette sul logoro
divanetto azzurro.
Con il bambino in grembo, mi raccont la storia della scomparsa di Fanshawe.
Si erano conosciuti tre anni prima a New York. Nel volgere di un mese erano andati
a vivere insieme, e dopo meno di un anno si erano sposati. Non era facile convivere
con Fanshawe, spieg, ma lei lo amava, e nel suo comportamento non aveva mai
colto alcun indizio che lui non la ricambiasse. Insieme erano stati felici; lui non
vedeva lora che nascesse il bambino; non avevano nessun motivo di risentimento.
Un giorno di aprile Fanshawe le aveva detto che avrebbe passato il pomeriggio da
sua madre nel New Jersey, e non era pi tornato. A tarda sera Sophie chiam la
suocera e seppe che Fanshawe non aveva mai compiuto la visita. Era la prima volta
che succedeva un fatto simile, ma Sophie decise di non affrettare le conclusioni.
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Non voleva comportarsi come quelle mogli che cadono nel panico ogni volta che il
marito fa tardi, e sapeva che a Fanshawe serviva pi spazio vitale che alla
maggioranza degli uomini. Decise anche di non fargli domande al suo ritorno. Ma
pass una settimana, poi unaltra, e alla fine Sophie and alla polizia. Come si
aspettava, non si gettarono a capofitto sul suo caso. Senza nessun indizio di reato,
non potevano fare molto. In fin dei conti tutti i giorni ci sono mariti che
abbandonano le mogli, e in genere non desiderano essere rintracciati. La polizia
esegu le indagini dovute senza scoprire nulla e alla fine le consigliarono di
rivolgersi a un investigatore privato. Con laiuto della suocera, che si offr di pagare
le spese, ingaggi un uomo di nome Quinn. Quinn lavor alacremente al caso per
cinque o sei settimane, ma alla fine rassegn lincarico non volendo farle sprecare
altro denaro. Le rifer che con tutta probabilit Fanshawe si trovava ancora nel
paese, ma non sapeva se era vivo o morto.
Quinn non era un cialtrone. A Sophie era sembrato comprensivo e sinceramente
intenzionato a rendersi utile; e lultima volta che le fece rapporto, cap che la sua
diagnosi non si poteva discutere.
Non cera niente da fare. Se Fanshawe avesse deciso di lasciarla, non sarebbe
svanito senza una parola. Non era da lui eludere la verit, sfuggire i confronti
spiacevoli. Perci la sua scomparsa poteva solamente significare che era stato
colpito da una tremenda disgrazia.
Malgrado tutto, Sophie continu a sperare che accadesse qualcosa. Aveva letto di
casi di amnesia, e per qualche tempo si aggrapp a questa ipotesi disperata: il
pensiero di Fanshawe che si aggirava incerto chiss dove, ignaro della propria
identit, depredato della propria vita ma vivo almeno, e forse prossimo a ritornare
in s da un momento allaltro. Passarono altre settimane, e cominci ad avvicinarsi
il termine della gravidanza. Il bambino doveva nascere entro due mesi quindi
poteva succedere in qualsiasi momento e a poco a poco il figlio non ancora nato
cominci ad assorbire tutti i suoi pensieri, come se dentro di lei non avesse pi
posto per Fanshawe. Tali furono le parole che us per descrivere quello che provava
niente pi posto dentro di lei e prosegu spiegando che questo probabilmente
dimostrava, malgrado tutto, il suo astio nei confronti di Fanshawe: astio perch
laveva abbandonata, anche se non era stata colpa sua. Questa ammissione mi
sembr brutalmente onesta. Non avevo mai sentito nessuno parlare in quel modo
dei propri sentimenti personali cos crudamente, senza ricorrere ai convenzionali
eufemismi e ora capisco che gi quel primo giorno ero scivolato in una voragine,
che cadevo verso un luogo dove non ero mai stato prima.
Un mattino, continu Sophie, al risveglio dopo una notte agitata, aveva compreso
che Fanshawe non sarebbe tornato. Fu una verit subitanea e assoluta, da non
porre mai pi in discussione. Allora aveva pianto e aveva continuato a piangere per
una settimana, deplorando Fanshawe come se fosse morto. Allesaurirsi delle
lacrime, per, non provava pi nessun rimpianto. Stabil che Fanshawe le era stato
elargito solo per alcuni anni, ecco tutto. Ora bisognava pensare al bambino, era la
sola cosa che importasse veramente. Sapeva che potevano sembrare parole
retoriche, ma in realt aveva continuato a vivere sulla loro falsariga, ed era questo
136

che le rendeva ancora possibile la vita.


Le feci una serie di domande, a ognuna delle quali rispose con calma e
determinazione, come sforzandosi di evitare che le risposte fossero influenzate dai
suoi sentimenti. Per esempio, come erano vissuti, che lavoro faceva Fanshawe, e
cosa gli era successo negli anni in cui lo avevo perso di vista.
Il bambino cominci ad agitarsi sul divano, e senza interrompere la conversazione
Sophie si sbotton la camicetta e lo allatt, prima da un seno e poi dallaltro.
Spieg che non aveva notizie certe sugli anni antecedenti al suo primo incontro con
Fanshawe.
Le risultava che avesse abbandonato il college dopo due anni, ottenendo un rinvio
del servizio di leva e finendo per un certo periodo a lavorare su una nave, non
sapeva esattamente di che genere.
Forse una petroliera, o un mercantile. Successivamente era vissuto qualche anno in
Francia: prima a Parigi, poi nel Sud, dove aveva fatto il custode di una fattoria. Ma
non avrebbe potuto giurarlo, dato che Fanshawe non aveva mai parlato molto del
passato. Allepoca in cui si erano conosciuti, era tornato in America al massimo da
otto o dieci mesi. Avevano letteralmente sbattuto luna contro laltro: erano tutti e
due nellentrata di una libreria di Manhattan in un umido pomeriggio di domenica, a
guardare dalla vetrina in attesa che spiovesse. Quello era stato il principio, e da
quel giorno al giorno in cui Fanshawe era scomparso avevano passato quasi ogni
momento insieme.
Spieg che Fanshawe non aveva mai avuto unoccupazione fissa, niente che si
potesse definire un vero lavoro. Il denaro per lui non contava granch, e cercava di
pensarci il meno possibile. Prima di conoscere Sophie aveva fatto ogni sorta di
mestiere: era stato in marina mercantile, aveva lavorato in un magazzino, dato
lezioni private, fatto il ghost writer, il cameriere, limbianchino, il facchino per una
ditta di traslochi tutti lavori temporanei, e appena guadagnava abbastanza da
mantenersi per qualche mese si licenziava. Per esempio, quando lui e Sophie erano
andati a vivere insieme, Fanshawe non lavorava affatto. Lei insegnava musica in
una scuola privata, e il suo stipendio bastava a mantenerli tutti e due.
Naturalmente dovevano fare economie, ma cera sempre cibo sulla tavola, e
nessuno dei due si lamentava.
Non la interruppi. Mi sembrava chiaro che questo resoconto era solo un preambolo,
un insieme di dettagli da evadere prima di venire al dunque. Qualsiasi cosa
Fanshawe avesse fatto della propria vita, centrava poco con quella lista di
occupazioni saltuarie. Lo capii subito, prima che cominciassimo la discussione. In fin
dei conti non stavamo parlando di uno qualunque. Si trattava di Fanshawe, e il
nostro passato non era cos remoto da avermelo fatto dimenticare.
Sophie sorrise quando si accorse che la prevenivo, che sapevo gi il seguito. Credo
che si aspettasse di trovare riscontro, e credo che il mio atteggiamento abbia
confermato le sue speranze, cancellando eventuali dubbi sullopportunit di quel
colloquio. Io ero al corrente, senza bisogno di troppe spiegazioni, e ci mi dava il
diritto di trovarmi l, di ascoltare quello che aveva da dire.
Continu a scrivere, dissi. Divent uno scrittore, vero?
137

Sophie annui. Avevo ragione. In parte, almeno. Mi stupii per di non averne mai
sentito parlare.
Se Fanshawe era uno scrittore avrei dovuto imbattermi nel suo nome, da qualche
parte. Essere informato su questi argomenti era il mio mestiere, e mi sembrava
difficile che mi potesse essere sfuggito proprio Fanshawe. Chiss, forse non era
riuscito a trovare un editore. Era lunica spiegazione logica.
No, disse Sophie, la faccenda era pi complicata. Non aveva mai tentato di
pubblicare nulla.
Dapprima, quando era molto giovane, era troppo timido per divulgare i suoi scritti,
temendo che non fossero abbastanza buoni. Ma anche in seguito, dopo aver preso
pi fiducia in se stesso, si rese conto che preferiva rimanere nellombra. Andare in
cerca di un editore lo avrebbe distratto, le diceva, e dovendo scegliere preferiva di
gran lunga dedicare il proprio tempo alla scrittura, il lavoro vero. Sophie era seccata
da quellindifferenza, ma ogni volta che lo spronava lui scrollava le spalle: non cera
fretta, presto o tardi avrebbe trovato il tempo di occuparsene.
A dire il vero, un paio di volte Sophie aveva pensato di prendere liniziativa e di
spedire di nascosto un manoscritto a un editore, ma non attu mai il progetto. In
un matrimonio ci sono delle regole che non vanno violate, e per criticabile che fosse
latteggiamento del marito, non aveva altra scelta che assecondarlo. Cera una
quantit imponente di scritti, spieg, e le veniva da impazzire allidea che restasse l
chiusa in un cassetto, ma Fanshawe meritava la sua lealt, e lei si sforz sempre di
non dire nulla.
Un giorno, tre o quattro mesi prima di scomparire, Fanshawe le offr un
compromesso, promettendole solennemente che entro un anno si sarebbe dato da
fare, e aggiungendo a prova della sua sincerit che se per qualsiasi ragione non
fosse riuscito a mantenere limpegno, lei avrebbe dovuto consegnarmi tutti i suoi
manoscritti e lasciarli a mia disposizione. Io sarei stato il custode della sua opera,
spieg, e stava a me deciderne la sorte. Se lavessi ritenuta degna di pubblicazione,
lui avrebbe accettato il mio giudizio. Aggiunse inoltre che se nel frattempo gli fosse
capitato qualcosa, lei avrebbe dovuto consegnarmi immediatamente i manoscritti
delegandomi qualunque iniziativa, fermo restando che se le sue opere si fossero
rivelate remunerative, a me sarebbe toccato il venticinque per cento dei diritti. Se
invece avessi giudicato i suoi scritti inadeguati, avrei dovuto restituire i manoscritti
a Sophie che li avrebbe distrutti dalla prima allultima pagina.
Sophie raccont che quelle dichiarazioni lavevano sbalordita, e si era trattenuta a
stento dal deridere Fanshawe per la loro solennit. Tanta gravit era in
contraddizione con il carattere di lui, e pens che forse dipendeva dalla sua
gravidanza. Forse lidea della paternit lo aveva responsabilizzato guarendolo dalle
sue stranezze: forse era cos deciso a dimostrarsi bene intenzionato che aveva
esagerato nei toni. Qualunque fosse il motivo, si rallegr di quel nuovo
atteggiamento. Collavanzare della gravidanza, cominci persino a sognare
segretamente che Fanshawe avesse successo, cos lei avrebbe potuto smettere di
lavorare e allevare il bambino senza preoccupazioni finanziarie. Naturalmente poi
tutto era andato male, e nello stravolgimento seguito alla scomparsa di Fanshawe si
138

era dimenticata quasi subito dei suoi scritti. In seguito, diradatosi il polverone, si
era rifiutata di eseguire le sue istruzioni, nel timore che se lo avesse fatto avrebbe
pregiudicato ogni speranza di rivederlo. Ma alla fine si era arresa, sapendo di dover
rispettare la volont del marito. Ecco perch mi aveva scritto. Ed ecco perch
adesso ero seduto davanti a lei.
Quanto a me, non sapevo cosa rispondere. La proposta mi aveva colto impreparato,
e per un minuto o due restai senza parole, a confrontarmi con il peso immane che
mi era stato gettato sulle braccia. A quanto ne sapevo, non cera una ragione al
mondo perch Fanshawe scegliesse proprio me. Non lo vedevo da pi di dieci anni,
e quasi mi sorpresi nel sentire che si ricordava ancora di me. Come poteva
aspettarsi che accettassi una simile responsabilit: ergermi a giudice di un uomo e
decidere se la sua vita era stata degna di essere vissuta? Sophie tent di spiegarmi.
Era vero che Fanshawe aveva rinunciato ai contatti, ma spesso le aveva parlato di
me, e ogni volta che faceva il mio nome era per descrivermi come il suo migliore
amico: lunico vero amico che avesse mai avuto. Inoltre, aveva seguito
costantemente il mio lavoro, comprando tutte le riviste che pubblicavano i miei
articoli e qualche volta addirittura leggendoglieli ad alta voce. Sophie aggiunse che
ammirava i miei scritti; era fiero di me, e giurava che avessi il talento per fare
grandi cose.
Tutti questi elogi mi imbarazzarono. Cera una convinzione cos intensa nella voce di
Sophie che mi sembrava quasi di sentire Fanshawe parlare attraverso di lei,
pronunciare quelle parole con le sue proprie labbra. Ammetto che mi sentivo
lusingato, ed era un sentimento naturale in quelle circostanze. Fra laltro, proprio
allora attraversavo un periodo difficile, e non nutrivo affatto altrettanta
considerazione di me stesso. vero, avevo scritto tanti articoli, ma non mi
sembrava un buon motivo per esaltarmi, e non ne ero neanche troppo orgoglioso.
In effetti, non mi sembrava altro che monotona routine. Ero partito pieno di grandi
speranze, convinto che sarei diventato un romanziere, che alla fine sarei riuscito a
scrivere cose capaci di penetrare a fondo nelle persone, di modificare la loro vita.
Ma il tempo passava, e a poco a poco mi resi conto che non sarebbe successo.
Dentro di me non cera un libro simile, e a un certo punto decisi che era meglio
smetterla di fare castelli in aria. E poi, scrivere articoli era pi semplice. Lavorando
sodo, passando disciplinatamente da un pezzo al successivo, riuscivo pi o meno a
guadagnarmi da vivere. E inoltre, per quello che valeva, mi levavo lo sfizio di
vedere il mio nome stampato a ogni pi sospinto. Capii che la situazione avrebbe
potuto essere molto pi triste. A neppure trentanni mi ero gi fatto una certa
reputazione. Avevo iniziato con recensioni di poesie e romanzi, e ormai ero in grado
di lanciarmi praticamente su qualunque argomento con risultati dignitosi. Film,
teatro, mostre darte, concerti, libri, persino il baseball bastava interpellarmi, ed
eseguivo. Il mondo vedeva in me un giovane promettente, un nuovo critico sulla
rampa di lancio, ma intimamente mi sentivo vecchio, gi logoro. Quello che avevo
fatto fino allora si riduceva a una ridicola frazione di nulla.
Nientaltro che polvere, che il primo alito di vento avrebbe disperso.
Perci quellelogio di Fanshawe dest in me reazioni contrastanti. Da una parte
139

sapevo che si sbagliava. Daltro lato (ed il lato pi oscuro e pi torbido), avrei
tanto voluto che avesse ragione.
Pensai: sar stato troppo severo con me stesso? E appena cominciai a chiedermelo,
fui perduto. Ma chi non si sarebbe gettato a corpo morto sulla possibilit di
riscattarsi quale individuo cos tetragono da rifiutare la possibilit della
speranza? Mi balen lidea che un giorno, forse, sarei risorto agli occhi di me
stesso, e provai un improvviso impulso di amicizia che risaliva a Fanshawe lungo gli
anni, attraverso il silenzio degli anni che ci avevano divisi.
Fu cos che successe. Soccombetti alladulazione di un uomo che non era presente,
e in quel momento di debolezza accettai. Dissi che volentieri avrei letto gli scritti di
Fanshawe e avrei fatto il possibile per aiutarla. Sophie sorrise non seppi mai se di
gioia o di delusione poi si alz dal divano e and con il bambino nella stanza
attigua. Si ferm davanti a un alto armadio di quercia, lev il fermo dalla porta e la
lasci aprire ruotando sui cardini. Ecco qui, disse. I ripiani straripavano di scatole
taccuini cartelle e cartellette: non avrei mai pensato che ci potesse stare tanta
roba.
Ricordo che per limbarazzo risi e mi venne una battuta scialba. Poi discutemmo
asetticamente del sistema pi adatto per portar via i manoscritti dallappartamento,
optando per due grandi valigie. Ci volle quasi unora, ma alla fine riuscimmo a
infilarci tutto. Ovviamente, spiegai, mi sarebbe occorso del tempo per esaminare
tutto il materiale. Sophie mi disse di non preoccuparmi, e si scus per avermi
inflitto tutto quel lavoro. Risposi che era nel giusto, che non avrebbe mai potuto
tradire la volont di Fanshawe. Era tutto molto drammatico e al contempo
grottesco, quasi ridicolo. La bella Sophie adagi delicatamente il bambino sul
pavimento, mi abbracci stretto e mi baci sulla guancia. Per un attimo pensai che
scoppiasse a piangere, ma il momento trascorse senza lacrime.
Poi trascinai lentamente le valigie gi per le scale e in strada. Sommate erano
pesanti come un uomo.

140

2.
La verit molto meno semplice di quanto vorrei.
Che volessi bene a Fanshawe, che fosse il mio migliore amico, che lo conoscessi
meglio di chiunque altro, sono dati di fatto che nessun ragguaglio potrebbe
sminuire. Ma questa solamente una premessa, e se provo a ricordare come
veramente stavano le cose, mi accorgo che nello stesso tempo diffidavo di
Fanshawe; che una parte di me gli aveva sempre opposto resistenza.
Specialmente da grandi, credo di non essermi mai sentito del tutto a mio agio
davanti a lui. Se invidia una parola eccessiva per quello che sto cercando di
descrivere, allora lo definir sospetto, lidea segreta che Fanshawe fosse
globalmente migliore di me. Allora ero inconsapevole di questo, e non avvenne mai
un fatto specifico a cui potrei riferirmi. Tuttavia permaneva limpressione che
Fanshawe per natura fosse pi dotato degli altri, che lo animasse come un fuoco
inestinguibile, che fosse pi autenticamente se stesso di quanto io avrei mai potuto
sperare.
Gi da prima, il suo influsso era piuttosto chiaro. Si estendeva anche a dettagli
trascurabili. Se Fanshawe portava la fibbia della cintura su un fianco dei pantaloni,
anchio la spostavo nella stessa posizione. Se Fanshawe arrivava al campo giochi
con le scarpe da ginnastica nere, la prima volta che mia madre mi portava dal
calzolaio chiedevo scarpe da ginnastica nere. Se Fanshawe portava a scuola una
copia di Robinson Crusoe, la sera stessa a casa cominciavo a leggere Robinson
Crusoe.
Non ero lunico a comportarmi cos, ma ero forse il pi devoto, quello che si
assoggettava pi volentieri al potere che deteneva su di noi. Di quel potere
Fanshawe non aveva coscienza, ed sicuramente per questo che continu a
esercitarlo. Era indifferente allattenzione che destava, e si occupava
tranquillamente dei fatti suoi senza mai servirsi del proprio ascendente per
manovrare gli altri. A differenza di tutti noi, non combinava guai; non era affatto
discolo; non aveva problemi con gli insegnanti. Ma nessuno lo detestava per
questo. Pur rimanendo in disparte, Fanshawe era quello che ci teneva uniti, che
faceva da arbitro nelle nostre dispute, e noi sapevamo di poterci fidare perch era
imparziale e capace di risolvere le nostre piccole contese. In lui cera qualcosa di
cos affascinante che veniva voglia di averlo sempre vicino, come se si potesse
vivere nella sua sfera e farsi sfiorare dal suo essere. Era l, a nostra disposizione, e
contemporaneamente era inaccessibile.
Sentivamo che in lui cera un nucleo segreto che non avremmo mai potuto
penetrare, un misterioso centro recondito. Imitarlo era un modo di essere partecipi
di quel mistero, ma anche di comprendere che non lavremmo mai conosciuto fino
in fondo.
Sto parlando della nostra prima infanzia indietro, indietro fino a cinque, sei, sette
anni. Un periodo in gran parte sepolto, e so bene che anche i ricordi a volte sono
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bugiardi. Tuttavia credo di non sbagliarmi se dico di avere conservato in me


latmosfera di quei giorni, al punto di riprovare le sensazioni che provavo allora, e
non penso che queste sensazioni possano mentire. Qualunque cosa Fanshawe sia
diventato dopo, listinto mi dice che inizi allora. La sua formazione avvenne molto
precocemente, e quando cominciammo ad andare a scuola aveva gi una
personalit ben definita.
Fanshawe si distingueva, mentre noi altri eravamo creature amorfe, che
trascorrevano ciecamente da un istante allaltro nelle convulsioni di un costante
fermento. Non voglio dire che sia cresciuto in fretta non mai sembrato pi
grande della sua et ma che era gi se stesso prima di essere cresciuto. Non so
perch, ma non and mai soggetto a radicali trasformazioni come noi. I suoi
drammi furono di altro genere: pi interiori, e anche pi tormentosi, ma senza quei
repentini cambiamenti che sembravano costellare la vita di tutti gli altri.
Ho un ricordo particolarmente vivido. Riguarda una festa di compleanno cui
Fanshawe e io fummo invitati in prima o in seconda elementare, cio proprio
allinizio dei tempi che riesco a ricordare con accettabile precisione. Era un sabato
pomeriggio di primavera, e ci recammo alla festa a piedi, con un altro bambino, un
nostro amico di nome Dennis Walden. La vita di Dennis era molto pi difficile della
nostra: aveva la madre alcolizzata, il padre troppo preso dal lavoro, un nugolo di
fratelli e sorelle. Ero stato un paio di volte a casa sua un edificio immenso, buio e
cadente e ricordo che la vista di sua madre mi spavent, somigliava alla strega
delle fiabe. Passava tutta la giornata in camera, con la porta chiusa, sempre in
accappatoio, la faccia pallida come un incubo di rughe, sporgendo ogni tanto la
testa dalluscio per inveire urlando contro i figli. Il giorno della festa, Fanshawe e io
eravamo convenientemente provvisti di regali da portare al festeggiato, tutti
confezionati in carta multicolore e annodati con nastri. Invece Dennis non aveva
nulla, ed era mortificato. Ricordo di avere cercato di consolarlo con qualche frasetta
poco originale: non importa, nessuno ci far caso, in quella confusione passerai
inosservato. Ma Dennis soffriva, e Fanshawe se ne accorse subito. Senza nessun
preambolo, si volt verso Dennis e gli consegn il suo regalo.
Ecco, disse, prendi questo, dir che il mio lho dimenticato a casa. L per l pensai
che Dennis non avrebbe apprezzato, che si sarebbe sentito offeso dalla
compassione di Fanshawe. Ma mi sbagliai.
Esit per un attimo cercando di assorbire quella giravolta della sorte, poi annu,
come per confermare la saggezza di Fanshawe. Non era stata unelemosina, ma un
atto di giustizia, e perci Dennis poteva accettarlo senza sentirsi umiliato. Una
realt era stata tramutata in unaltra. Come per magia, grazie a una combinazione
di disinvoltura e di convinzione assoluta; e dubito che una persona diversa da
Fanshawe ci sarebbe riuscita.
Dopo la festa tornai a casa di Fanshawe insieme a lui. Cera sua madre, seduta in
cucina, che ci domand della festa, e se al festeggiato era piaciuto il regalo che
aveva scelto per lui. Prima che Fanshawe potesse aprire bocca, spifferai quello che
aveva fatto. Non intendevo metterlo nei guai, ma non potei trattenermi. Il gesto di
Fanshawe mi aveva aperto tutto un mondo nuovo: lidea che qualcuno potesse
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comprendere i sentimenti di un altro e immedesimarvisi cos totalmente da non


curarsi pi dei propri. Era il primo autentico atto morale cui avessi assistito, e non
mi sembrava sensato parlare di nientaltro. Ma la madre di Fanshawe non si mostr
altrettanto entusiasta. S, disse, era stato un gesto cortese e generoso, ma anche
sbagliato. A lei il regalo era costato e Fanshawe, cedendolo, in un certo senso le
aveva rubato dei soldi. Inoltre Fanshawe si era comportato maleducatamente
presentandosi senza regalo, il che si sarebbe riflesso in modo negativo su di lei, che
era responsabile delle sue azioni. Fanshawe ascolt attentamente sua madre senza
dire una parola. Alla fine del rimprovero continu a tacere, e lei gli chiese se aveva
capito. S, rispose, aveva capito. Probabilmente il caso si sarebbe chiuso, ma poi,
dopo una breve pausa, Fanshawe prosegu dicendo che era ancora convinto di
avere ragione. Lo stato danimo di sua madre contava poco: la prossima volta si
sarebbe comportato nello stesso modo. Allo scambio di battute segu una scenata.
La signora Fanshawe si arrabbi per limpertinenza del figlio che da parte sua non
cedette di un millimetro, facendo muro davanti ai rimproveri materni. Alla fine, la
madre gli ordin di andare nella sua stanza e mi invit perentoriamente a
tornarmene a casa. Restai sbigottito di fronte a tanta ingiustizia, ma quando cercai
di prendere le sue difese Fanshawe mi fece cenno di desistere.
Invece di continuare a protestare, accett il castigo in silenzio e scomparve nella
propria stanza.
Tutto lepisodio tipico di Fanshawe: dallo spontaneo atto di bont alla convinzione
incrollabile di avere agito per il meglio, alla muta, quasi passiva accettazione delle
conseguenze. Per quanto si comportasse in modo eccezionale, sembrava sempre un
po distaccato. Era soprattutto questa caratteristica che a volte mi spingeva a
evitarlo. Mi facevo cos vicino a Fanshawe, lo ammiravo cos intensamente, provavo
un desiderio cos disperato di emularlo. Poi, a un tratto, in un attimo, capivo che mi
era estraneo, che quella vita cos interiorizzata non avrebbe mai potuto
corrispondere al modo in cui io avevo bisogno di vivere. Volevo troppe cose, nutrivo
troppi desideri, ero troppo rapito dal presente per poter mai raggiungere
quellindifferenza. Mi importava riuscire, impressionare gli altri con i vacui trofei
della mia ambizione: le votazioni alte, le iniziali della scuola per meriti sportivi,
premi e menzioni per la pi insignificante verifica settimanale. Fanshawe si teneva
in disparte da tutto questo, restando nel suo angolo in silenzio, senza mostrare
attenzione.
Se otteneva buoni risultati era sempre a dispetto di se stesso, senza combattere,
senza sforzarsi, senza interesse per ci che aveva fatto. Questo atteggiamento
poteva risultare esasperante, e impiegai molto tempo per imparare che quello che
andava bene a Fanshawe non andava necessariamente bene anche a me.
Daltra parte non voglio esagerare. Anche se alla fine Fanshawe e io ci rivelammo
diversi, il pi vivo ricordo che ho dellinfanzia lintensit della nostra amicizia.
Eravamo vicini di casa, e i nostri cortili, non essendo divisi da steccati, si
confondevano in un unico spiazzo derba, terriccio e ghiaia, come se
appartenessimo alla stessa famiglia. Le nostre madri erano intime amiche, i nostri
padri compagni di tennis, e non avevamo fratelli maschi: le condizioni ideali, perci,
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dato che niente si frapponeva tra noi. Eravamo nati a meno di una settimana di
distanza luno dallaltro e trascorremmo la prima infanzia insieme nel cortile,
esplorando lerba a gattoni, strappando i fiori, alzandoci e muovendo i primi passi lo
stesso giorno (ci sono foto che lo documentano). Pi tardi, sempre in cortile,
imparammo insieme a giocare a football e a baseball. Nel cortile costruivamo i
nostri fortini, facevamo i nostri giochi, inventavamo i nostri mondi, finch poi
vennero le nostre scorribande per la citt, i lunghi pomeriggi in bicicletta, le
conversazioni interminabili. Non credo che mi sarebbe possibile conoscere bene
qualcuno come allora conoscevo Fanshawe. Mia madre ricorda che eravamo
talmente legati che un giorno, a sei anni, le domandammo se due uomini si
possono sposare. Da grandi volevamo vivere insieme, e chi vive insieme se non le
coppie sposate?
Fanshawe voleva fare lastronomo, e io il veterinario. Pensavamo di abitare in una
grande casa in campagna: un posto dove di notte il cielo sarebbe stato abbastanza
scuro da vedere tutte le stelle, e io avrei avuto animali da curare in abbondanza.
Retrospettivamente, mi sembra naturale che Fanshawe diventasse uno scrittore. La
sua stessa severit introspettiva sembrava imporlo. Gi alle elementari scriveva
brevi racconti, e credo che dai dieci o dodici anni abbia sempre pensato a se stesso
come scrittore. Naturalmente allinizio non fece nulla di eccezionale. Prese a modelli
Poe e Stevenson, e i risultati furono i soliti sproloqui dei ragazzini. Una notte,
nellanno del Signore Millesettecento e cinquantuno, mincamminavo in unatroce
tormenta verso la magione dei miei avi, allorch fra la neve mimbattei in una figura
spettrale. Paccottiglia di questo genere, condita con frasi roboanti e inverosimili
colpi di scena.
Ricordo che in sesta Fanshawe scrisse un breve romanzo poliziesco di una
cinquantina di pagine, che linsegnante gli faceva leggere in classe, a puntate di
dieci minuti, ogni giorno alla fine delle lezioni. Eravamo tutti fieri di Fanshawe, e
sorpresi dalla drammaticit della sua lettura, in cui interpretava le parti dei diversi
personaggi. La trama ora mi sfugge, ma ricordo che era incredibilmente complicata,
e che la soluzione si basava su qualcosa come lo scambio di identit fra due coppie
di gemelli.
Tuttavia Fanshawe non viveva per i libri. Era troppo portato per gli sport, troppo al
centro di tutti noi per rinchiudersi in se stesso. In quei primi anni, sembrava non ci
fosse niente che non sapesse far bene: anzi, meglio di tutti. Era il pi bravo a
baseball, il primo della classe, il bambino pi bello.
Sarebbe bastato uno solo di questi primati per eccellere: ma tutti insieme lo
facevano apparire eroico, un bambino prediletto dagli dei. Eppure, anche se era
tanto eccezionale, restava uno di noi.
Fanshawe non era n un piccolo genio n un bambino prodigio: non aveva talenti
miracolosi che lo avrebbero isolato dai suoi coetanei. Era un bambino
assolutamente normale ma, se possibile, pi normale della norma, pi in armonia
con se stesso: il bambino pi idealmente normale di tutti.
Il Fanshawe che ho conosciuto non aveva un carattere spavaldo. Tuttavia a volte mi
sbalordiva per la sua determinazione a lanciarsi nei pericoli. Sotto un velo di
144

compostezza, sembrava nascondere una grande oscurit: una necessit di


cimentarsi, di correre dei rischi, di trovarsi sul filo del rasoio. Da bambino adorava
andare a giocare nei cantieri edili, inerpicandosi per scale e impalcature, restando
in equilibrio sulle assi sopra un baratro di macchinari, sacchetti di sabbia e malta.
Mentre Fanshawe eseguiva queste acrobazie io mi tenevo dietro le quinte, fra me e
me supplicandolo di smetterla, ma senza mai dire nulla. Avrei voluto andarmene,
ma temevo che cadesse. Con il passare del tempo, questi slanci divennero meno
aleatori. Fanshawe mi parlava dellimportanza di assaporare la vita. Cercare le
asperit, spiegava, andare alla scoperta dellignoto: era questo che desiderava, e
sempre pi intensamente a mano a mano che diventava grande. Una volta, avremo
avuto quindici anni, mi convinse a passare il fine settimana con lui a New York:
vagabondammo per le strade, dormimmo su una panchina della vecchia Penn
Station, parlammo con i barboni, misurammo la nostra resistenza al digiuno.
Ricordo di essermi ubriacato a Central Park alle sette di una domenica mattina e di
avere vomitato in mezzo allerba. Per Fanshawe fu una tappa fondamentale un
nuovo passo per verificare se stesso ma per me fu solo sordido, uninfelice
degenerazione in qualcosa che non ero. Non per questo cessai di seguirlo, come un
testimone stordito che partecipava alla ricerca senza condividerla; un Sancho
adolescente in groppa al mio somaro, che guardavo lamico dar battaglia a se
stesso.
Un mese o due dopo il nostro fine settimana da barboni, Fanshawe mi condusse in
un bordello di New York (era stato un suo amico a organizzare la visita) e fu l che
perdemmo la verginit. Ricordo un appartamentino con i muri di arenaria nello
Upper West Side, vicino al fiume: angolo di cottura e camera da letto buia, separati
da una tenda sottile. Cerano due donne di colore, una grassa e vecchia, laltra
giovane e carina. Dato che nessuno di noi voleva la pi anziana, bisogn decidere
chi andava per primo. Se la memoria non mi inganna, uscimmo nellingresso e
lanciammo la tradizionale monetina. Naturalmente vinse Fanshawe, e due minuti
dopo mi ritrovai seduto nella piccola cucina con la signora grassa. Mi chiamava
tesorino, ripetendomi a intervalli che se avessi cambiato idea lei era ancora
disponibile. Io ero troppo nervoso per prendere qualunque iniziativa, ma scuotevo
la testa e, insomma, restai seduto ad ascoltare il respiro pesante e trafelato di
Fanshawe al di l della tenda. Riuscivo a pensare una cosa soltanto: che di l a poco
il mio uccello si sarebbe trovato dove adesso cera quello di Fanshawe. Poi fu il mio
turno, e in tutti questi anni non ho mai avuto idea di come si chiamasse la ragazza.
Era la prima donna nuda che vedevo, voglio dire in carne e ossa, e presentava la
propria nudit in modo cos disinvolto e amichevole che forse tutto sarebbe andato
a meraviglia se non fossi stato distratto dalle scarpe di Fanshawe, che spuntavano
fra tenda e pavimento riflettendo la luce della cucina, come staccate dal suo corpo.
La ragazza era gentile e fece del suo meglio per aiutarmi, ma fu una lunga lotta, e
anche al culmine non provai nessun vero piacere. Poi, quando uscii con Fanshawe
nel crepuscolo, non trovai molto da dire. Lui invece appariva piuttosto soddisfatto,
come se lesperienza avesse contribuito a confermare la sua teoria che la vita va
assaporata. Compresi allora che Fanshawe ne era molto pi vorace di quanto io non
145

sarei mai stato.


La nostra vita nei sobborghi scorreva ovattata. New York distava appena ventisei
miglia, ma in confronto al nostro piccolo mondo di prati e case di legno avrebbe
potuto essere lontana come la Cina. Compiuti i tredici o quattordici anni, Fanshawe
divent una specie di esule interiore, che eseguiva le mosse prescritte dalla
consuetudine, ma in realt era sradicato dal suo ambiente e disprezzava la vita che
lo costringevano a vivere. Non divent sprezzante, e nemmeno apertamente ribelle:
si appart e basta. Con tutta lattenzione che aveva suscitato da bambino, quando
era sempre alla ribalta, prima che cominciassimo il liceo Fanshawe era quasi
sparito, votandosi a unostinata marginalit. Sapevo che aveva cominciato a
scrivere seriamente (anche se dai sedici anni in poi non fece pi leggere i suoi
lavori a nessuno), ma lo interpreto pi come un sintomo che come una causa.
In seconda liceo, per esempio, Fanshawe fu lunico alunno della nostra classe a
essere ammesso nella squadra di baseball della scuola. Gioc molto bene per
alcune settimane, poi, apparentemente senza motivo, abbandon la squadra.
Ricordo quando mi raccont lepisodio, il giorno dopo: era entrato nellufficio
dellallenatore e gli aveva restituito la tenuta di gioco. Lallenatore aveva appena
fatto la doccia, e quando Fanshawe entr era in piedi vicino al tavolo nudo come un
bruco, con un sigaro in bocca e il berretto da baseball sulla testa. Fanshawe si
appassion alla descrizione, soffermandosi sullassurdit della scena e arricchendola
con dettagli del corpo chiatto e atticciato dellallenatore, dellilluminazione della
stanza, della pozzanghera sul pavimento di cemento grigio: ma limitandosi appunto
a una descrizione, a una catena di parole scevre di ogni partecipazione personale.
Restai deluso da quella rinuncia, ma Fanshawe non mi spieg mai che cosa era
successo, si limit a dire che il baseball lo annoiava.
Come molte persone dotate, a un certo momento anche Fanshawe smise di provare
soddisfazione nel fare le cose che gli riuscivano facilmente. Avendo fin da piccolo
soddisfatto ogni richiesta, probabilmente era naturale che andasse in cerca di
nuove sfide altrove. E dati i limiti impostigli dalla sua vita di liceale di provincia, il
fatto che quellaltrove lo abbia trovato dentro di s non n sorprendente n
insolito. Ma credo che ci fossero altre ragioni. In quel periodo la famiglia di
Fanshawe fu colpita da alcuni avvenimenti profondamente significativi, che sarebbe
scorretto tralasciare. Se poi essi abbiano avuto un peso decisivo, unaltra
questione, ma in linea di massima credo che tutto sia importante. A conti fatti, la
vita si riduce a una somma di incontri fortuiti, di coincidenze, di fatti casuali che
non rivelano altro che la loro mancanza di scopo.
Quando Fanshawe aveva sedici anni, scoprirono che suo padre era malato di
cancro. Per un anno e mezzo guard il padre morire, e in quel periodo la sua
famiglia cominci lentamente a sgretolarsi.
La pi colpita fu forse la madre di Fanshawe. Mantenendo stoicamente le
apparenze, facendosi carico dei consulti medici e delle questioni finanziarie e
cercando di governare la casa, oscillava fra il pi totale ottimismo sulle speranze di
guarigione e uno stato di disperazione paralizzante.
Secondo Fanshawe non fu mai capace di accettare lunica inesorabile realt che le
146

stava costantemente davanti. Sapeva cosa sarebbe successo, ma non aveva la forza
di ammetterlo, e piano piano cominci a vivere come trattenendo il fiato. Si
comportava in modo sempre pi bizzarro: orge notturne di maniacali pulizie
domestiche, il terrore di rimanere in casa da sola (combinato con assenze
improvvise e ingiustificate) e un assortimento completo di malanni immaginari
(allergie, ipertensione, capogiri). Verso la fine, cominci a interessarsi a diverse
teorie astruse astrologia, fenomeni psichici, vaghi precetti spiritualisti sullanima
fino a quando divenne impossibile parlarle senza essere zittiti da qualche filippica
sulla corruzione del corpo umano.
I rapporti tra Fanshawe e la madre diventarono tesi. La donna cercava sostegno nel
figlio comportandosi come se il dolore familiare gravasse esclusivamente su di lei.
Fanshawe doveva essere il sostegno della casa: non gli spett solo di badare a se
stesso, ma anche di farsi carico della sorella, che aveva appena dodici anni. Ma
questo implic unaltra serie di problemi: perch Ellen era una bambina ansiosa e
instabile, e nel vuoto parentale determinato dalla malattia cominci a fare
riferimento solo a Fanshawe. Lui divent suo padre, sua madre, la sua fonte di
consigli e di conforto. Fanshawe capiva che quella dipendenza era insidiosa, ma
poteva fare ben poco se non voleva rischiare di ferirla irreparabilmente. Ricordo che
mia madre parlava della povera Jane (la signora Fanshawe) e di quanto era
terribile la situazione per la bambina. Ma io sapevo che alla fin fine quello che
soffriva di pi era Fanshawe. Solo, non ebbe mai la possibilit di darlo a vedere.
Quanto al padre di Fanshawe, non posso dire di saperne molto. Per me era una
sfinge, un uomo taciturno, di una benevolenza distaccata, e non lo conobbi mai a
fondo. Mentre mio padre generalmente passava tanto tempo con noi, specialmente
nei fine settimana, il padre di Fanshawe si vedeva di rado. Era un avvocato
abbastanza in vista, e a un certo punto aveva nutrito ambizioni politiche, risoltesi
per in una serie di delusioni. Solitamente lavorava fino a tardi, lo sentivamo
entrare nel vialetto alle otto o alle nove di sera, e spesso trascorreva il sabato e
parte della domenica in ufficio. Dubito che abbia mai saputo come comportarsi con
il figlio, perch sembrava un uomo incapace di comprendere i bambini, sembrava
che si fosse completamente scordato di essere stato bambino anche lui. Il signor
Fanshawe era cos integralmente adulto, cos totalmente immerso in faccende serie,
da grandi, che immagino gli risultasse difficile non vederci come creature di un altro
mondo.
Quando mor non aveva nemmeno cinquantanni. Gli ultimi sei mesi di vita, dopo
che i dottori avevano abbandonato ogni speranza di salvarlo, li pass nella camera
degli ospiti di casa Fanshawe, guardando il cortile dalla finestra, leggendo qualche
libro, prendendo gli analgesici e sonnecchiando. Fanshawe passava la maggior
parte del tempo con lui, e anche se posso solo immaginare cosa accadde, credo
che il rapporto fra loro sia cambiato. Almeno, so che Fanshawe si prodig in ogni
modo a questo scopo, saltando spesso scuola per tenergli compagnia, cercando di
rendersi indispensabile, accudendolo con indomita assiduit. Per Fanshawe fu
unesperienza atroce, forse eccessiva, e anche se sembr reggervi, facendo perno
su tutto lardore di cui dispongono solo i giovanissimi, a volte mi domando se sia
147

mai riuscito a superarla.


Vorrei aggiungere un ultimo episodio. Al termine di questo periodo proprio al
termine, quando nessuno sperava che il padre di Fanshawe sopravvivesse pi di
qualche giorno dopo la scuola Fanshawe e io facemmo un giro in auto. Era
febbraio, e pochi minuti dopo la partenza cominci una leggera nevicata.
Viaggiammo senza meta, deviando per attraversare qualche citt vicina senza
curarci troppo della nostra posizione. A dieci o quindici miglia da casa incontrammo
un cimitero: per caso il cancello era aperto, e decidemmo di entrare. Poco dopo
fermammo la macchina e cominciammo a passeggiare. Leggemmo qualche
iscrizione sulle lapidi, fantasticando sui corsi delle diverse vite, tacemmo,
camminammo ancora un po, restammo di nuovo in silenzio. Ora la neve cadeva
fitta e il terreno si stava imbiancando. Nella zona centrale del cimitero cera una
tomba scavata di fresco, e Fanshawe e io ci fermammo sullorlo e guardammo
sotto. Ricordo un incredibile silenzio, il mondo ci sembrava remotissimo. Per molto
tempo nessuno parl, poi Fanshawe disse che voleva vedere comera gi in fondo.
Gli detti la mano e lo tenni saldamente mentre si calava nella fossa. Quando tocc
terra con i piedi, alz gli occhi e mi guard sorridendo, poi si sdrai supino per
fingersi morto. Ne conservo unimmagine chiarissima: io che guardavo in basso
verso Fanshawe che guardava in alto verso il cielo, sbattendo le palpebre
allimpazzata per la neve che gli cadeva sul viso.
Qualche oscura concatenazione di pensieri mi riport alla nostra prima infanzia, non
avevamo pi di quattro o cinque anni. I genitori di Fanshawe avevano comprato un
nuovo elettrodomestico, forse un televisore, e per alcuni mesi Fanshawe tenne in
camera sua il cartone dimballaggio. Era sempre stato generoso nel dividere i suoi
giochi, ma quella scatola mi rimase inaccessibile, non ebbi mai il permesso di
entrarvi. Mi spieg che era un luogo segreto, e quando entrava e la chiudeva
intorno a s poteva andare dove voleva, essere tutto quello che voleva. Ma se nella
scatola si fosse introdotta unaltra persona, la sua magia sarebbe svanita per
sempre. Io credetti alla storia e non insistetti per fargli cambiare idea, anche se
soffrii molto. Giocavamo in camera sua, schierando silenziosamente i soldatini o
disegnando, quando a un tratto Fanshawe annunciava che sarebbe entrato nella
scatola. Io mi sforzavo di proseguire nel mio gioco, ma era inutile. Niente poteva
interessarmi come ci che succedeva a Fanshawe nella scatola, e passavo quei
minuti nel disperato tentativo di immaginare le avventure che stava vivendo. Ma
non seppi mai di cosa si trattasse, dato che per Fanshawe era contro le regole
parlarne dopo essere uscito.
Adesso, nella tomba spalancata sotto la neve, si ripresentava una situazione simile.
Fanshawe era solo l dentro, solo con i suoi pensieri, a vivere quei momenti in
solitudine, e anche se ero presente mi trovavo escluso dallavvenimento come se
non ci fossi stato affatto. Capii che quello era il modo di Fanshawe di immaginarsi la
morte del padre. Di nuovo, tutto dipendeva dal caso: cera una tomba aperta e
Fanshawe aveva sentito il suo richiamo. Come ha detto qualcuno, le storie capitano
solo a chi le sa raccontare. Analogamente, forse, le esperienze si presentano solo a
chi capace di viverle. Ma questo un punto controverso, non ne sono sicuro.
148

Restai in attesa che Fanshawe risalisse, cercando di immaginare a che cosa


pensava e sforzandomi per un istante di vedere quello che vedeva lui. Poi sollevai la
testa verso il cielo invernale che imbruniva e tutto si trasform nel caos della neve
che cadeva su di me.
Quando ci incamminammo verso lauto, era scesa la sera. Attraversammo
arrancando il cimitero senza scambiare una sola parola. Erano scesi molti centimetri
di neve, e nevicava ancora, sempre pi forte, come se non dovesse pi cessare.
Raggiungemmo la macchina, salimmo e poi, con il massimo stupore, scoprimmo
che non potevamo muoverci. Le ruote posteriori erano bloccate in una cunetta, e i
nostri sforzi non giunsero a nulla. Spingemmo lauto, cercammo di spostarla, ma le
gomme giravano a vuoto con un atroce, inutile frastuono. Dopo mezzora
rinunciammo, decidendo a malincuore di abbandonare lauto. Facemmo lautostop
fino a casa sotto la tormenta, e impiegammo altre due ore prima di arrivare. Solo
allora venimmo a sapere che il padre di Fanshawe era morto durante il pomeriggio.

149

3.
Passarono dei giorni prima che trovassi il coraggio di aprire le valigie. Terminai
larticolo che stavo scrivendo, andai al cinema, accettai inviti che normalmente avrei
rifiutato. Tuttavia non mi illudevo sullefficacia di queste manovre. Il mio responso
aveva un peso terribile, e non volevo affrontare la possibilit di restare deluso. Nella
mia mente non cera differenza tra dare lordine di distruggere lopera di Fanshawe
e ucciderlo con le mie mani. Mi era stato conferito il potere di condannarlo alloblio,
di sottrarre un cadavere dalla tomba e farlo a pezzi. Era una situazione intollerabile,
e non volevo saperne. Finch le valigie rimanevano intatte, avrei avuto la coscienza
tranquilla. Daltra parte avevo promesso, e sapevo che non avrei potuto rimandare
allinfinito. Fu proprio a questo punto (mentre mi assuefacevo allidea e mi
preparavo ad agire) che fui colto da un nuovo timore. Scoprii che, se non volevo
che lopera di Fanshawe fosse mediocre, non volevo neppure che fosse
interessante. Mi difficile spiegare questo sentimento. Sicuramente era legato alle
vecchie rivalit, al desiderio di non essere umiliato dalla genialit di Fanshawe, ma
nasceva anche dalla sensazione di essere stato preso in trappola. Avevo dato la mia
parola. Una volta aperte le valigie, sarei diventato il portavoce di Fanshawe e, lo
volessi o no, avrei parlato in vece sua.
Entrambe le possibilit mi atterrivano. Pronunciare una condanna a morte era
orribile, ma lavorare per un morto non sembrava molto meglio. Per alcuni giorni
oscillai tra queste paure senza stabilire quale fosse la pi spaventosa. Naturalmente
alla fine aprii le valigie. Ma a quel punto probabile che non labbia fatto pi tanto
per Fanshawe quanto per Sophie. Volevo rivederla, e prima mi mettevo al lavoro,
prima avrei avuto un motivo per chiamarla.
In questa sede non scender nei particolari. Ormai tutti conoscono le qualit
dellopera di Fanshawe. stata letta e commentata, si sono scritti articoli e saggi,
diventata di dominio pubblico. Se posso aggiungere qualcosa, solo che non mi
occorse pi di unora o due per capire che i miei sentimenti personali erano
irrilevanti. Amare le parole, investire una parte di s in quello che scritto, credere
nel potere dei libri: tutto ci sommerge il resto, e al confronto la propria vita
individuale diventa insignificante. Non dico questo per autoelogiarmi o porre le mie
azioni in una luce migliore. Fui il primo, ma a parte questo non vedo niente che mi
distingua da chiunque altro.
Se lopera di Fanshawe avesse avuto un po meno valore, il mio ruolo sarebbe stato
diverso: forse pi importante, pi decisivo per lesito della storia. Ma in effetti non
fui altro che uno strumento invisibile. Un fenomeno era in atto, e a meno di
negarlo, a meno di fingere di non avere aperto le valigie, avrebbe continuato a
manifestarsi, abbattendo ogni ostacolo, procedendo di slancio.
Impiegai circa una settimana per assimilare e ordinare il materiale, dividendo le
opere compiute dagli abbozzi e raccogliendo i manoscritti secondo una parvenza di
ordine cronologico. Il primo componimento era una poesia datata 1963 (quando
150

Fanshawe aveva sedici anni), mentre lultimo era del 1976 (appena un mese prima
della scomparsa). In tutto cerano pi di cento poesie, tre romanzi (due brevi e uno
lungo) e cinque atti unici oltre a tredici taccuini contenenti un gran numero di
pices abortite, abbozzi, appunti, commenti sui libri che Fanshawe stava leggendo e
idee per futuri progetti. Non cerano n lettere, n diari, n allusioni alla sua vita
privata. Ma questo me lo aspettavo. Un uomo non si isola in disparte dal mondo
senza confondere accuratamente le proprie tracce. Tuttavia, ero convinto che in
qualche punto delle sue carte avrei trovato un accenno alla mia persona: almeno
una lettera di istruzioni, o una nota con cui mi nominava suo agente postumo. Ma
non cera nulla. Fanshawe mi aveva lasciato completamente solo.
Telefonai a Sophie invitandola a cena la sera dopo. Credo abbia indovinato il mio
giudizio sugli scritti di Fanshawe, perch proposi un rinomato ristorante francese
(ben superiore alle mie possibilit). Ma a parte questa allusione celebrativa,
osservai il massimo riserbo. Volevo che tutto avvenisse a tempo debito: niente
movimenti bruschi, niente iniziative premature. Ero gi certo del valore letterario di
Fanshawe, ma temevo di precipitare le cose con Sophie. La posta in gioco era
troppo alta, avrei provocato danni troppo gravi con una falsa partenza. Adesso
Sophie e io eravamo legati, che lei lo sapesse o no almeno in quanto soci nel
divulgare lopera di Fanshawe. Ma io volevo di pi, e volevo che anche Sophie lo
volesse. Frenai limpazienza e mi imposi di procedere con calma, riflettendo prima
di agire.
Indossava un vestito di seta nera, piccoli orecchini dargento, e si era ravviati i
capelli allindietro per evidenziare lo slancio del collo. Quando entr nel ristorante e
mi vide seduto al bar, mi rivolse un sorriso luminoso e complice, come per dirmi che
era cosciente della sua bellezza e nello stesso tempo sottolineare lambiguit della
situazione, quasi per assaporarla, per crogiolarsi nella consapevolezza dei suoi
risvolti sconvenienti. Le dissi che era uno schianto, e lei rispose un po civettuola
che dalla nascita di Ben era la prima sera in cui usciva, e aveva voluto apparire
diversa. Poi cominciai a parlare di lavoro, cercando di rientrare nei ranghi. Quando
ci accompagnarono al tavolo e ci assegnarono i posti (tovaglia bianca, posate
dargento massiccio, un tulipano rosso in un vaso sottile a centro tavola), risposi al
suo secondo sorriso mettendomi a parlare di Fanshawe.
Non sembr stupirsi di nessuna delle cose che le dissi. Per lei erano una realt
acquisita, a cui si era abituata da tempo, e le mie parole non furono che la
conferma di quanto gi sapeva. Strano, ma non manifest neanche la minima
emozione. La sua circospezione mi sconcertava, e per qualche minuto mi sentii in
imbarazzo. Poi, lentamente, cominciai a capire che i suoi sentimenti non erano
diversi dai miei. Fanshawe era scomparso dalla sua vita, e pensai che avesse il
diritto di provare risentimento per il peso che le aveva addossato. Pubblicando le
opere di Fanshawe, dedicandosi a un uomo che non cera pi, sarebbe stata
costretta a vivere nel passato, e qualunque futuro si fosse costruita sarebbe stato
marchiato dal ruolo che doveva impersonare: la vedova ufficiale, la musa del
letterato defunto, la bellissima eroina di tragedia. Nessuno vuole essere un
personaggio fittizio, tanto meno se la finzione reale. Sophie aveva solo ventisei
151

anni. Era troppo giovane per vivere attraverso un altro, troppo intelligente per non
desiderare una vita tutta sua. Il fatto che avesse amato Fanshawe non cambiava la
situazione. Fanshawe era morto, ed era il momento di voltare pagina.
Niente di tutto ci fu detto esplicitamente. Ma aleggiava fra noi, e sarebbe stato
assurdo ignorarlo. Date le mie riserve, era strano che toccasse proprio a me
assumere liniziativa, ma capivo che se non avessi preso il toro per le corna non
avremmo mai concluso nulla.
Non necessario che tu partecipi attivamente, dissi.
Naturalmente dovremo consultarci, ma non perderai molto tempo. Se mi lasci
carta bianca, credo che sapr cavarmela discretamente.
Certo che acconsento, rispose. Non so proprio niente di queste cose. Se
tentassi di occuparmene da sola, dopo cinque minuti sarei gi in un vicolo cieco.
Limportante sapere che siamo dalla stessa parte, dissi. Credo che a conti
fatti la questione sia solo se ti fidi di me oppure no.
Mi fido, disse lei.
Ma non ti ho dato nessuna garanzia, dissi. Almeno, non ancora.
Lo so. Ma mi fido ugualmente.
Cos, senza motivo?
S. Senza motivo.
Mi sorrise di nuovo, e per il resto della cena non parlammo pi degli scritti di
Fanshawe. Avevo programmato di analizzare la questione nei dettagli quali passi
era meglio compiere inizialmente, quali editori potevano essere interessati, le
persone da contattare eccetera ma mi sembr che non contasse pi. Sophie era
contenta di non occuparsene, e ora che lavevo rassicurata su questo punto, piano
piano ritrov lallegria. Dopo tanti mesi difficili poteva finalmente accantonare un
po la sua situazione, e mi apparve evidente che aveva voglia di abbandonarsi ai
semplici piaceri del momento: il ristorante, il cibo, le risate della gente intorno a
noi, il fatto di trovarsi l e non altrove.
Desiderava essere assecondata in tutto questo, e io chi ero mai per negarglielo?
Quella sera mi sentivo in forma. Sophie mi ispirava, e non faticai molto per
scaldarmi. Raccontai barzellette e aneddoti, eseguii piccoli giochi di destrezza con le
posate. Quella donna era cos bella che non riuscivo a staccare lo sguardo da lei.
Volevo vederla ridere, vedere le reazioni del suo volto a quello che dicevo,
scrutarne gli occhi, studiarne i gesti. Dio solo sa che stupidaggini mi uscirono di
bocca, ma cercai di restare pi distaccato che potevo, di celare i miei veri propositi
sotto questo attacco di charme. Fu la parte pi difficile. Sapevo che Sophie era sola,
che aveva bisogno del calore di un corpo accanto a s, ma io non cercavo il piacere
di una notte, e se avessi accelerato troppo i tempi probabilmente tutto si sarebbe
risolto in questo. Allo stadio iniziale Fanshawe era ancora insieme a noi,
rappresentava il tacito legame, la forza invisibile che ci aveva uniti. Ci sarebbe
voluto del tempo prima che svanisse, e fino a quando accadde scoprii che avevo
voglia di aspettare.
Tutto questo cre una tensione deliziosa. Col passare della sera, le considerazioni
pi casuali si caricavano di sottintesi erotici. Le parole non erano pi semplici
152

parole, ma un misterioso codice di silenzi, un modo di esprimersi in costante


movimento entro i confini del discorso. Finch evitavamo il punto centrale,
lincantesimo non si sarebbe rotto. Entrambi scivolammo senza sforzo in questo
gioco di schermaglie, che divenne tanto pi potente perch nessuno dei due
abbandonava la finzione. Sapevamo quello che stavamo facendo, e al contempo
fingevamo di non saperlo. Cos inizi il mio corteggiamento di Sophie: lentamente,
dignitosamente, progredendo a passi impercettibili.
Dopo cena passeggiammo una ventina di minuti nelloscurit della fine di
novembre, per concludere la serata con un drink in un bar del centro. Fumai una
sigaretta dopo laltra, ma fu lunico segno della mia agitazione. Sophie accenn alla
sua famiglia nel Minnesota, alle tre sorelle minori, al suo arrivo a New York otto
anni prima, alla musica, allinsegnamento, al progetto di riprenderlo il prossimo
autunno ma ormai latmosfera era cos irremovibilmente giuliva che ogni frase
diventava un pretesto per prolungare lilarit. Avremmo continuato allinfinito, ma
bisognava tenere conto della baby sitter, e cos verso mezzanotte ci
interrompemmo. La accompagnai alla porta del suo appartamento e mi sobbarcai
lultimo sforzo titanico della serata.
Grazie, dottore, disse Sophie. Lintervento riuscito.
I miei pazienti sopravvivono sempre, dissi. merito del gas esilarante. Giro la
valvola, e piano piano si sentono meglio.
Quel gas potrebbe dare assuefazione.
questo il punto. I pazienti ritornano perch ne vogliono ancora a volte anche
due o tre interventi alla settimana. Come pensa che abbia fatto a pagare il mio
appartamento in Park Avenue e la casa al mare in Francia?
Allora c un motivo nascosto.
Certamente. Sono mosso dalla cupidigia.
I suoi affari andranno a gonfie vele.
Un tempo, s. Ma ora mi sono praticamente ritirato. In questi giorni mi rimasta
una sola paziente e non sono sicuro che torner.
Oh, torner, disse Sophie con il sorriso pi raggiante e seducente che avessi
mai visto. Ci pu contare.
Questo mi fa piacere, risposi. La far chiamare dalla mia segretaria per fissare
il prossimo appuntamento.
Al pi presto possibile. Sono terapie lunghe, e non c un minuto da perdere.
Ottimo consiglio. Dovr ricordarmi di ordinare una nuova fornitura di gas
esilarante.
S, dottore, la prego. Penso proprio di averne bisogno.
Ci scambiammo ancora un sorriso; poi la cinsi in un abbraccio forte e appassionato,
la baciai fuggevolmente sulle labbra e scesi le scale a tutta velocit.
Tornai dritto a casa, capii che di andare a dormire non se ne parlava nemmeno, e
rimasi due ore davanti alla televisione, a guardare un film su Marco Polo.
Finalmente, verso le quattro, crollai, nel bel mezzo di una replica di Ai confini della
realt.
La mia prima mossa fu contattare Stuart Green, direttore editoriale in una casa
153

editrice di grido.
Non lo conoscevo molto bene, ma eravamo cresciuti nella stessa citt e Roger, il
suo fratello minore, era stato compagno di scuola mio e di Fanshawe. Pensai che
Stuart si sarebbe ricordato di Fanshawe, e questo mi sembrava gi un buon inizio.
In quegli anni avevo incontrato Stuart ad alcuni convegni, forse tre o quattro volte,
e si era sempre mostrato cordiale, parlando dei bei tempi andati (li chiamava cos)
e promettendomi immancabilmente di salutarmi Roger la prima volta che lo vedeva.
Non sapevo proprio cosa aspettarmi da Stuart, ma quando gli telefonai mi sembr
abbastanza contento di sentirmi. Concordammo di vederci nel suo ufficio un
pomeriggio di quella settimana.
Impieg qualche secondo per inquadrare il nome di Fanshawe. Disse che gli
suonava familiare, ma non ricordava il perch. Gli rinfrescai un poco la memoria,
menzionando Roger e i suoi amici, e a un tratto gli venne in mente. Ma s, ma s,
ma certo, disse. Fanshawe. Quel bambino prodigio. Roger diceva sempre che
sarebbe diventato presidente.
Proprio lui, dissi, e gli raccontai la storia.
Stuart era un tipo piuttosto affettato, stile Harvard, sempre in farfallino e giacca di
tweed, e anche se in fin dei conti era poco pi che un tirapiedi, nelleditoria uno
come lui passava per intellettuale. Fino allora aveva fatto una carriera bruciante a
poco pi di trentanni era gi direttore editoriale: insomma, un giovane
professionista serio e responsabile ed era senzaltro in piena ascesa. Dico tutto
questo solo per chiarire che non era il tipo da impressionarsi automaticamente per
la storia che gli raccontai. In lui non cera nessun romanticismo, era tutto cautele e
concretezza, ma capii che era interessato, e a mano a mano che parlavo linteresse
divenne eccitazione.
Certo, non aveva niente da perdere. Se gli scritti di Fanshawe non gli fossero
piaciuti, non avrebbe fatto altro che respingerli. Cestinare era il cuore del suo
lavoro, e lo avrebbe fatto senza pentimenti. Daltra parte, se Fanshawe era lo
scrittore che io asserivo che fosse, pubblicarlo avrebbe solo contribuito a dar lustro
alla reputazione di Stuart. Avrebbe condiviso la gloria della scoperta di un genio
americano sconosciuto, e un colpo simile gli avrebbe permesso di vivere sugli allori
per anni.
Gli passai il manoscritto del grande romanzo di Fanshawe. Alla fine, spiegai, doveva
essere o tutto o niente le poesie, i drammi, gli altri due romanzi ma questa era
lopera principale di Fanshawe, e mi pareva logico che la leggesse per prima.
Naturalmente sto parlando di Nel paese del mai. Stuart dichiar che il titolo gli
piaceva, ma quando mi domand di descrivergli il contenuto risposi che preferivo di
no, pensavo che sarebbe stato meglio se lo scopriva da solo. Reag inarcando un
sopracciglio (probabilmente lo aveva imparato nellanno trascorso a Oxford), come
per dire, immagino, che non dovevo fare il furbo con lui. Ma la realt che non
volevo forzarlo. Il libro avrebbe agito da s, e non vedevo perch gli dovessi negare
il piacere di entrarci a freddo: senza n mappa n bussola, n la mano paterna di
una guida.
Ci vollero tre settimane prima che si facesse sentire. Le notizie non erano n buone
154

n cattive, ma lasciavano ben sperare. Stuart disse che il giudizio dei suoi colleghi
era stato abbastanza favorevole da far intravedere una pubblicazione, ma prima
della decisione definitiva volevano dare uno sguardo al rimanente materiale. Me
laspettavo una certa prudenza, non sbilanciamoci troppo e dissi a Stuart che
sarei passato il pomeriggio seguente per lasciargli i manoscritti.
un libro strano, disse, additando la copia di Nel paese del mai sulla sua
scrivania. Be, tuttaltro che il solito romanzo. Non c niente di solito. Non siamo
ancora sicuri di prenderlo, ma se lo facciamo, pubblicarlo sar un po una
scommessa.
Lo so, risposi. Ma questo che lo rende interessante.
Quello che mi dispiace veramente che Fanshawe non sia qui. Vorrei tanto poter
lavorare insieme a lui. Nel libro ci sono cose che credo andrebbero cambiate, delle
parti che sarebbe meglio tagliare. Il libro diventerebbe ancora pi forte.
Questo soltanto orgoglio redazionale, dissi. Per voi impossibile leggere un
manoscritto senza provare la voglia di aggredirlo a colpi di matita rossa. Vedi, io
credo che le parti su cui adesso nutri perplessit alla fine ti convinceranno, e sarai
contento di non averle potute toccare.
Chi vivr vedr, disse Stuart, mal disposto ad arrendersi. Ma non c dubbio,
prosegu, non c nessun dubbio che luomo sapesse scrivere. Ho letto il libro
pi di due settimane fa, e da allora me lo porto impresso qui. Non mi esce dalla
mente. Riaffiora di continuo, e sempre nei momenti pi strani. Quando esco dalla
doccia o passeggio per strada, o alla sera quando vado a letto insomma, ogni
volta che non sto pensando consapevolmente a nulla. E sai che questo non succede
molto spesso. In questo lavoro si leggono tanti di quei libri che tendono a
confondersi lun laltro. Ma quello di Fanshawe si distingue. come se avesse un
suo potere, e lo strano che non capisco nemmeno cosa sia.
Probabilmente questa la prova decisiva, dissi. accaduto lo stesso anche a
me. Il libro ti si stampa in un angolo del cervello e non puoi pi liberartene.
E le altre cose?
Lo stesso, risposi. Non smetti di pensarci.
Stuart scosse la testa e per la prima volta mi accorsi che era sinceramente
impressionato. Non dur che un istante, ma in quellistante la sua arroganza e la
sua prosopopea svanirono di colpo, e mi venne quasi voglia di farmelo piacere.
Credo che abbiamo in mano qualcosa di grosso, afferm. Se come dici, mi
sa proprio che roba grossa.
Era vero: anzi, forse super anche le aspettative di Stuart. Nel paese del mai fu
acquistato quel mese stesso con unopzione sugli altri libri, il mio quarto
dellanticipo era sufficiente a mantenermi per qualche tempo, che mi serv per
curare unedizione delle poesie. Mi recai anche da alcuni registi a chiedere se erano
interessati a rappresentare i drammi. Alla fine anche questa iniziativa ebbe
successo, e si programm lallestimento di tre atti unici in un piccolo teatro del
centro: la prima avrebbe avuto luogo circa sei settimane dopo luscita di Nel
paese del mai. Nel frattempo, convinsi il direttore di una delle pi importanti riviste
con cui collaboravo saltuariamente a pubblicarmi un articolo su Fanshawe. Mi riusc
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un pezzo lungo e suggestivo, che allora mi sembr una delle cose migliori che
avessi mai scritto. Si decise che larticolo dovesse apparire due mesi prima
delluscita di Nel paese del mai insomma, sembrava che stesse succedendo tutto
in una volta.
Ammetto che restai preso nellingranaggio. Una novit tirava laltra, e prima che me
ne rendessi conto era nata una piccola impresa. Credo sia stata una specie di
delirio. Mi sentivo come un ingegnere che preme pulsanti e tira leve, affannandosi
tra le camere delle valvole e le scatole dei circuiti, sistemando un componente qui,
progettando una miglioria l, ascoltando i ronzii, gli sbuffi e i gemiti del
marchingegno, dimentico di tutto tranne che del trambusto della mia creatura. Ero
lo scienziato pazzo che ha inventato la grande macchina abracadabra, e pi fumo
ne usciva, pi rumore faceva, e pi ero soddisfatto.
Forse era inevitabile; forse per cominciare avevo bisogno di essere un po pazzo.
Riconciliarmi con il progetto mi era costato una tale tensione che probabilmente
avevo bisogno di un successo personale pari a quello di Fanshawe. Allimprovviso
disponevo di uno scopo, di qualcosa che mi giustificava e mi faceva sentire
importante; e pi mi dissolvevo dentro le mie ambizioni verso Fanshawe, pi
chiaramente mi mettevo a fuoco agli occhi di me stesso. Queste non sono scuse,
ma una semplice descrizione di quello che accadde. Ripensandoci, vedo che mi
stavo complicando la vita, ma allora non ne sapevo nulla. Anzi: dubito che anche se
lo avessi saputo me ne sarebbe importato.
Alla base di tutto cera il desiderio di tenermi in contatto con Sophie. Con il passare
del tempo, per me divent perfettamente naturale telefonarle tre o quattro volte
alla settimana, pranzare insieme a lei, andarla a prendere per fare una passeggiata
pomeridiana nel quartiere con Ben. La presentai a Stuart Green, la portai a
conoscere il regista teatrale, le trovai un avvocato che si occupasse dei contratti e
delle altre questioni legali. Sophie reag a tutto con molta serenit, come se quegli
incontri fossero occasioni sociali pi che colloqui di lavoro, premurandosi di
mostrare ai nostri interlocutori che le decisioni le prendevo io. Intuii che non aveva
nessuna intenzione di sentirsi in debito con Fanshawe, e qualunque cosa fosse, o
non fosse, accaduta ne avrebbe preso le distanze. Ovviamente i guadagni le
facevano piacere, ma non li pose mai in rapporto diretto col lavoro di Fanshawe.
Erano una fortuna imprevedibile, un biglietto vincente della lotteria che le era
caduto dal cielo, nientaltro. Sophie fu subito capace di orientarsi in quella bufera.
Cap la fondamentale assurdit della situazione, e non essendo n avida n
smaniosa di ottenere vantaggi personali, non perse mai la testa.
Le feci una corte spietata. Certo, le mie intenzioni erano lampanti, ma forse fu
proprio questo a favorirmi. Sophie sapeva che mi ero innamorato di lei, e il fatto
che non la spingessi alle corde costringendola a dichiarare i propri sentimenti
probabilmente serv pi di ogni altra cosa a persuaderla della mia seriet. Del resto,
non potevo aspettare in eterno. La discrezione una virt, ma in eccesso pu
rivelarsi fatale. A un certo momento mi accorsi che fra noi i preliminari erano finiti,
che la situazione si era stabilizzata. Ora nel ripensare a quel momento sono tentato
di usare il tradizionale lessico dellamore. Vorrei parlare per metafore di impeto, di
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ardore, di usberghi infranti a colpi di passione irresistibile. Capisco che questi


termini possano sembrare retorici, ma credo che alla fine siano esatti. Tutto in me
era cambiato, e delle parole che non avevo mai capito allimprovviso acquistarono
senso. Fu come una rivelazione, e quando finalmente ebbi il tempo di assorbirla mi
domandai come avevo fatto a vivere fino allora senza imparare una cosa tanto
semplice. Non parlo tanto del desiderio, quanto della consapevolezza, della
scoperta che due persone, tramite il desiderio, possono creare una realt pi
potente di quella che ciascuna potrebbe creare da sola. Credo che tale
consapevolezza mi trasform, facendomi veramente sentire pi umano.
Appartenendo a Sophie cominciai a provare la sensazione di appartenere anche a
tutti gli altri. Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di l
di me stesso, e che quel punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile.
Era la piccola intercapedine tra il s e il nons, e per la prima volta in vita mia
questo nonluogo mi apparve come il centro esatto del mondo.
Arriv il mio trentesimo compleanno. Conoscevo Sophie da tre mesi, e lei volle
festeggiare a tutti i costi. Dapprima ero restio, perch non avevo mai dato troppa
importanza ai compleanni, ma alla fine mi lasciai sopraffare dalla sua eccitazione
per levento. Mi regal una costosa edizione illustrata di Moby Dick, mi port prima
a cena in un buon ristorante e poi al Met, a una rappresentazione del Boris
Godunov. Una volta tanto mi lasciai andare, senza volermi sentire superiore alla mia
felicit, senza volermi guardare dallalto o essere pi intelligente dei miei
sentimenti. Forse cominciavo ad avvertire in Sophie una nuova audacia: forse mi
stava mostrando che aveva gi deciso tutto, e che n lei n io eravamo pi in
tempo per tirarci indietro. Sia come sia, quella fu la notte in cui tutto cambi, e non
rest alcun dubbio su ci che avremmo fatto. Tornammo a casa sua alle undici e
mezza, Sophie pag lormai insonnolita babysitter e in punta di piedi entrammo
nella cameretta di Ben fermandoci a guardarlo dormire nella culla. Ricordo
perfettamente che non dicemmo una parola: lunico suono che sentivo era il
leggero gorgoglio del respiro di Ben.
Ci appoggiammo alla spalliera per studiare la forma del suo corpicino sdraiato a
pancia in gi, con le gambe raccolte e il sedere per aria, e due o tre dita in bocca.
Mi sembr che durasse molto a lungo, ma non credo che passarono pi di due
minuti. Poi, senza preavviso, ci alzammo tutti e due, ci voltammo luno verso laltra
e cominciammo a baciarci. Mi difficile parlare di quel che accadde dopo. Queste
cose hanno poco a che fare con le parole: tanto poco, in realt, che cercare di
descriverle sembra quasi inutile. Tutto quello che so dire che cademmo luna
nellaltro, precipitando cos velocemente e cos lontano che niente avrebbe potuto
arrestarci. Rieccomi a scivolare nella metafora. Ma probabilmente conta poco. Che
io sia capace o meno di parlarne non altera la verit di quanto accadde. Il fatto
che non ci fu mai un bacio simile, e non credo che nella mia vita ce ne potr essere
un altro.

157

4.
Passai la notte nel letto di Sophie, e da allora mi fu impossibile lasciarlo. Di giorno
andavo a casa a lavorare, ma ogni sera tornavo da Sophie. Diventai parte della
famiglia: facevo la spesa per la cena, cambiavo i pannolini a Ben, portavo fuori la
spazzatura. Convissi con unaltra persona pi intimamente di quanto mi era mai
accaduto. I mesi passarono e, con mio perenne stupore, mi scoprii portato a quel
genere di vita. Ero nato per stare con Sophie, e sentivo che a poco a poco
diventavo sempre pi forte, sentivo che grazie a lei tutto cambiava in meglio.
Strano che a farci incontrare fosse stato proprio Fanshawe. Se non fosse stato per
la sua scomparsa, non sarebbe accaduto nulla.
Gli ero debitore, e il solo modo di ripagarlo era fare il possibile per diffondere la sua
opera.
Il mio articolo fu pubblicato e sembr produrre gli effetti desiderati. Stuart Green mi
telefon per dirmi che era un traino strepitoso: dal che arguii che si sentiva pi
tranquillo sul suo acquisto.
Dopo tutto linteresse suscitato dallarticolo, Fanshawe non gli sembrava pi un
salto nel buio. Poi usc Nel paese del mai e le recensioni furono concordemente
favorevoli, alcune entusiastiche. Non avremmo potuto chiedere di meglio. Il sogno
di ogni scrittore si era avverato, e ammetto che io stesso restai interdetto. Nella
realt queste cose non succedono. Poche settimane dopo la pubblicazione le
vendite erano gi superiori al preventivo per ledizione completa. Si fece subito una
ristampa; il libro fu lanciato su giornali e riviste, e ne cedemmo i diritti a una casa
editrice di tascabili che lo avrebbe ripubblicato lanno dopo. Non dico che in termini
commerciali fu un bestseller, e nemmeno che Sophie si avviava a diventare
miliardaria, ma valutando limpegno e la difficolt dellopera di Fanshawe e la
tendenza del pubblico ad astenersi dalla letteratura di quel livello, fu un successo
superiore a ogni attesa.
Per certi versi, la storia dovrebbe finire qui. Il giovane genio morto, ma i suoi
scritti vivranno e il suo nome sar ricordato dai posteri. Lamico dinfanzia ha
salvato laffascinante vedovella, vivranno insieme felici e contenti. Questo dovrebbe
porre la parola fine, lasciando spazio appena per unultima chiamata al proscenio.
Ma si d il caso che sia solo linizio. Ci che ho scritto fin qui non altro che un
preludio, un veloce riassunto di tutto ci che accadde prima della storia che devo
raccontare. Se non ci fosse che questo, non ci sarebbe proprio niente: perch
niente mi avrebbe spinto a cominciare. Solo le tenebre possono persuadere un
uomo ad aprire il proprio cuore al mondo, e ogni volta che penso a quello che
accadde mi trovo circondato dalle tenebre. Se per scriverne serve del coraggio, so
anche che scriverne la mia unica possibilit di salvezza. Ma io non credo che mi
salver, neppure se riuscissi a dire la verit. Le storie senza epilogo non possono
che durare per sempre, ed essere invischiati in una di esse significa dover morire
prima che la parte che vi recitiamo sia terminata. La mia sola speranza che quello
158

che sto per dire abbia una fine, che a un certo punto trover uno squarcio
nelloscurit. La speranza ci che chiamo coraggio, ma se ci sia motivo di sperare
un altro discorso.
Dallinizio delle rappresentazioni erano trascorse circa tre settimane. Come al solito
passai la notte a casa di Sophie, e la mattina dopo mi recai nel mio appartamento,
per lavorare un po.
Ricordo che dovevo finire un articolo su quattro o cinque raccolte di poesia una di
quelle recensioni raffazzonate e frustranti ma non riuscivo a concentrarmi. La mia
mente vagava, allontanandosi dai libri sulla scrivania, e ogni cinque minuti mi
alzavo di scatto dalla sedia e passeggiavo per la stanza. Il giorno prima Stuart
Green mi aveva raccontato una strana storia, e mio malgrado continuavo a
ripensarci. Secondo Stuart, qualcuno cominciava a dire che Fanshawe non era mai
esistito. Correva voce che lo avessi inventato per il gusto di creare un caso, e in
realt fossi io il vero autore dei libri. L per l risi, poi aggiunsi scherzando che in
fondo anche Shakespeare non aveva mai scritto unopera teatrale. Ma ora,
riflettendoci, non sapevo se sentirmi offeso o lusingato.
La gente non credeva alla mia parola? Perch avrei dovuto sfiancarmi a scrivere un
intero corpus letterario per non ricavarne nessun riconoscimento? Daltronde
davvero mi credevano capace di scrivere un libro della bellezza di Nel paese del
mai? Compresi che una volta completata la pubblicazione dei manoscritti di
Fanshawe, avrei potuto benissimo scrivere un altro libro, o due, sotto il suo nome:
svolgere io il lavoro, e farlo passare per suo. Ovviamente non ne avevo intenzione,
ma la semplice idea mi sugger alcune considerazioni bizzarre e affascinanti: che
significa per uno scrittore firmare un libro con il proprio nome? perch alcuni
decidono di nascondersi dietro uno pseudonimo? e in tutti i casi, uno scrittore vive
davvero una vita reale?
Pensai che forse scrivere sotto pseudonimo mi sarebbe piaciuto inventarmi
unidentit segreta e mi chiesi perch trovavo lidea cos seducente. Un pensiero
tir laltro, e quando la riflessione fu esaurita scoprii che avevo sprecato quasi tutta
la mattina.
Arrivarono le undici e mezza lora della posta e ottemperai alla rituale
escursione in ascensore per guardare nella cassetta. Era un momento cruciale della
mia giornata, e non riuscivo mai ad affrontarlo con serenit. Avevo sempre la
speranza di trovare una bella notizia un pagamento inatteso, unofferta di lavoro,
una lettera che avrebbe cambiato la mia vita e questa ansia era diventata una
consuetudine cos radicata che non potevo guardare la cassetta senza avere un
tuffo al cuore. Era il mio nascondiglio, il solo angolo di mondo che fosse
completamente mio. E nel contempo mi legava al resto del mondo, serbando nella
sua magica oscurit il potere di creare gli eventi.
Quel giorno era arrivata soltanto una lettera, recapitata in una semplice busta
bianca con il timbro di New York e senza mittente. Non conoscevo la calligrafia (il
mio nome e indirizzo erano scritti in stampatello), e non potevo neanche
vagamente indovinare chi me la mandava.
Nellascensore aprii la busta e fu allora, mentre risalivo allottavo piano, che mi
159

sentii crollare il mondo addosso.


Non serbarmi rancore se ti scrivo, cominciava la lettera. Anche se rischio di farti
prendere un colpo, volevo dirti ancora due parole, e ringraziarti per quello che hai
fatto. Sapevo che eri la persona giusta, ma la realt ha superato le mie speranze.
Hai fatto pi di quanto fosse possibile, e ti sono debitore. Sophie e il bambino
avranno qualcuno che si prender cura di loro, e io potr vivere con la coscienza
pulita.
Non intendo spiegarti tutto qui. Malgrado questa lettera, voglio che continui a
credermi morto.
la cosa essenziale, e non devi dire a nessuno che hai avuto mie notizie. Non mi
troveranno mai, e parlarne creerebbe solo pi problemi del dovuto. Soprattutto,
non dire niente a Sophie. Falle chiedere il divorzio da me e sposala appena puoi.
Sono sicuro che lo farai e ti do la mia benedizione. Il bambino ha bisogno di un
padre, e tu sei lunica persona di cui mi fido.
Voglio che tu sappia che non sono impazzito. Ho preso delle decisioni necessarie,
e anche se qualcuno ne ha sofferto, andarmene stata la cosa migliore, la pi
umana che io abbia mai fatto.
Il settimo anniversario della mia scomparsa sar il giorno della mia morte. Ho
pronunciato il verdetto, e non ascolter nessun appello.
Ti prego di non cercarmi. Non desidero essere trovato, e penso di avere il diritto di
passare il resto della mia vita come credo opportuno. Detesto le minacce, ma mi
vedo costretto ad avvisarti: se per miracolo riuscissi a trovarmi, ti uccider.
Sono contento che i miei scritti abbiano suscitato tanto interesse. Non lo avrei mai
creduto. Ma ormai tutto mi sembra cos remoto. Scrivere dei libri appartiene a
unaltra vita, e pensarci adesso non mi fa n caldo n freddo. Non reclamer mai
nessun provento, e sono felice di lasciare tutto a te e a Sophie. Ho sofferto per
tanto tempo del male di scrivere, ma ora sono guarito.
Stai sicuro che non avrai pi mie notizie. Dora in avanti sei libero dalla mia
persona, e ti auguro una vita lunga e felice. Tu sei mio amico, e spero solo che
resterai sempre te stesso. Per me, unaltra faccenda. Augurami buona fortuna.
La lettera non era firmata, e per un paio dore mi sforzai di convincermi che fosse
uno scherzo.
Se laveva scritta Fanshawe, perch non laveva firmata? Mi aggrappai a questa
obiezione come se fosse la prova di una frode, cercando disperatamente un
pretesto per negare laccaduto. Ma il mio ottimismo non dur a lungo, e a poco a
poco decisi di affrontare la realt. Potevano esserci infinite ragioni per omettere una
firma, e riflettendo conclusi che in effetti quella era la prova dellautenticit della
lettera. Un impostore si sarebbe preoccupato di firmare, mentre lautore vero non ci
avrebbe fatto caso: soltanto una persona in buona fede poteva sentirsi abbastanza
sicura da commettere un errore cos marchiano. E poi cerano le ultime parole della
lettera: spero solo che resterai sempre te stesso. Per me, unaltra faccenda.
Significavano che Fanshawe era diventato qualcun altro? Senza dubbio viveva sotto
falso nome ma come viveva, e dove? Il timbro di New York poteva essere un
indizio come un inganno, uninformazione fasulla per allontanarmi dalla pista.
160

Fanshawe era stato molto accorto. Rilessi pi volte la lettera cercando di scomporla,
di trovare un pertugio, una chiave per leggerla tra le righe, ma non approdai a
nulla. Era un blocco compatto che respingeva ogni tentativo di forzarlo. Alla fine mi
arresi, riposi la lettera in un cassetto della scrivania e considerai che ero perduto,
nulla sarebbe pi stato uguale.
Credo ad avvilirmi fu anzitutto la mia stupidit. Ripensandoci adesso, vedo che tutti
i dati mi erano stati forniti dal principio: fin dal mio primo incontro con Sophie. Per
anni Fanshawe non pubblica una riga, poi istruisce la moglie sul comportamento da
tenere se gli fosse successo qualcosa (contattarmi, far pubblicare le sue opere), e
scompare. Era lampante. Luomo voleva andarsene, e se ne era andato. Un bel
giorno si era alzato e aveva piantato la moglie che aspettava un bambino; e dato
che la moglie si fidava di lui, e non lo riteneva capace di unazione del genere, non
aveva avuto altra scelta che credere alla sua morte. Sophie si era illusa, ma date le
circostanze, era difficile comportarsi diversamente.
Io non avevo questa giustificazione. Fin dal principio mi ero rifiutato di riflettere
autonomamente sulla vicenda. Mi ero accodato ciecamente a lei, assimilando a
tutta forza il suo travisamento della realt; poi avevo smesso del tutto di pensare.
C chi stato fucilato per un delitto meno grave di questo.
Passavano i giorni. Anche se il mio istinto mi suggeriva di aver fiducia in Sophie e
mostrarle la lettera, ancora non ci riuscivo. Ero troppo timoroso, troppo incerto sulla
sua reazione. Nei momenti di maggiore baldanza, mi ripetevo che il silenzio era
lunico modo per proteggerla. Come poteva esserle di aiuto la certezza che
Fanshawe laveva abbandonata? Si sarebbe sentita in colpa, e io non volevo farle
del male. Tuttavia, dietro la maschera di questo nobile silenzio ce nera un altro,
fatto di panico e di terrore. Fanshawe era vivo e se lo avessi detto a Sophie, quali
conseguenze avrebbe avuto su noi due? Non sopportavo lidea che lei lo volesse
ancora, e non potevo azzardarmi a scoprirlo. Forse fu il mio errore pi grave. Se
avessi creduto fino in fondo nellamore di Sophie sarei stato disposto a correre dei
rischi. Ma in quel momento mi sembrava di non avere scelta, e feci come Fanshawe
mi aveva chiesto: non per lui, ma per me stesso. Nascosi il segreto dentro di me e
imparai a non tradirmi.
Pass qualche altro giorno, e finalmente chiesi a Sophie di sposarmi. Ne avevamo
gi parlato, ma stavolta misi in chiaro che non erano semplici intenzioni, ma si
trattava di una proposta in piena regola. Mi resi conto che sembravo un altro,
ingessato e per niente spiritoso, ma non potei farci nulla. Non resistevo pi in
quella condizione di precariet, e sapevo di dover procedere senza indugi.
Naturalmente Sophie si accorse del mio cambiamento, ma non sapendone la
ragione lo interpret come un eccesso di ardore, le smanie di un maschio troppo
passionale che scalpita per loggetto del proprio desiderio (ed era vero, in fondo).
S, rispose, mi sposava. Come potevo pensare che mi avrebbe respinto?
E voglio anche adottare Ben, aggiunsi. Voglio dargli il mio nome. importante
che cresca considerandomi suo padre.
Sophie rispose che non aveva nulla in contrario. Era lunica soluzione sensata. Per
tutti e tre.
161

E voglio che lo facciamo al pi presto, continuai, appena sar possibile. A


New York non si ottiene il divorzio prima di un anno troppo. Non posso aspettare
cos a lungo. Ma ci sono altri posti. LAlabama, il Nevada, il Messico, vattelapesca.
Possiamo partire per una vacanza, e prima del ritorno sarai libera di sposarmi.
Sophie disse che le piaceva quellespressione: libera di sposarmi. Se per questo
era necessario viaggiare avrebbe viaggiato, mi avrebbe seguito dappertutto.
In fin dei conti, ripresi, sparito da pi di un anno, quasi un anno e mezzo.
Ce ne vogliono sette prima che un morto venga dichiarato ufficialmente morto. E le
cose succedono, la vita continua. Pensa che noi due ci conosciamo da quasi un
anno.
Per essere esatti, puntualizz Sophie, sei entrato per la prima volta da quella
porta il 25 novembre del 1976. Fra otto giorni sar giusto un anno.
Te lo ricordi.
Se lo ricordo stato il giorno pi importante della mia vita.
Il 27 novembre prendemmo laereo per Birmingham, Alabama, e tornammo a New
York alla fine della prima settimana di dicembre. L11 ci sposammo in municipio, poi
andammo a cena sbronzandoci con una ventina di amici. Trascorremmo la notte al
Plaza, ordinammo la colazione a letto per la mattina dopo e pi tardi, quello stesso
giorno, partimmo per il Minnesota con Ben. Il 18, i genitori di Sophie organizzarono
una festa di nozze a casa loro e la sera del 24 festeggiammo il Natale norvegese.
Due giorni dopo, Sophie e io abbandonammo la neve per trascorrere una decina di
giorni alle Bermude, poi ripassammo nel Minnesota a prendere Ben. Pensavamo di
cercare un nuovo appartamento appena arrivati a New York. Dopo circa unora di
volo, mentre sorvolavamo la Pennsylvania occidentale, Ben mi fece la pip addosso
attraverso il pannolino. Quando gli mostrai la larga chiazza scura sui miei pantaloni
rise, batt le mani e poi, guardandomi diritto negli occhi, per la prima volta mi
chiam pap.

162

5.
Mi immersi nel presente. Passarono alcuni mesi, e a poco a poco la sopravvivenza
cominci a sembrarmi possibile. Era come acquattarsi in una tana, ma ero in
compagnia di Sophie e Ben e non desideravo altro. Fino a quando badavo a non
espormi, non avremmo corso alcun pericolo.
In febbraio traslocammo in un appartamento di Riverside Drive. Quando finimmo di
sistemarci era met primavera, e fino allora non ebbi molto tempo per pensare a
Fanshawe. Anche se non svan totalmente, il ricordo della lettera si fece meno
assillante. Ormai ero sicuro di Sophie, e sentivo che nulla avrebbe potuto dividerci
neppure Fanshawe, neppure Fanshawe in carne e ossa. O cos mi sembrava in quei
momenti. Ora capisco quanto mi ingannavo, ma lo scoprii solo molto tempo dopo.
Per definizione un pensiero qualcosa di cui si consapevoli. Ma, allora, il fatto che
non smettessi mai di pensare a Fanshawe, che per tutti quei mesi aveva abitato in
me giorno e notte, mi era ignoto.
E se non si consapevoli di avere un pensiero, si pu affermare che si sta
pensando? Forse ero ossessionato, forse anche posseduto, ma non ne avevo
sentore, nessun indizio mi svel cosa stava succedendo.
Adesso la mia vita quotidiana era piena. Non mi accorgevo che erano anni che non
lavoravo cos poco. Dato che non dovevo timbrare cartellini, e che Sophie e Ben
vivevano con me, fu facile trovare delle scuse per non mettermi alla scrivania.
Invece di iniziare tutti i giorni alle nove in punto, a volte non andavo in studio prima
delle undici o delle undici e mezza. Per di pi la presenza di Sophie in casa era una
tentazione continua. Ben faceva ancora uno o due sonnellini al giorno, e in quelle
ore tranquille, mentre dormiva, era impossibile non pensare al corpo di lei. Di solito
finivamo per fare lamore. Sophie era altrettanto desiderosa e lentamente, col
passare delle settimane, la casa si erotizz tramutandosi in un laboratorio di
opportunit sessuali. Gli inferi emersero in superficie.
Ogni stanza si tinse di un ricordo speciale, ogni angolo evocava un momento
distinto, al punto che, anche nella pace della routine domestica, una particolare
zona del tappeto, o il limitare di una determinata porta non erano pi solo una
cosa, ma una sensazione, uneco della nostra vita erotica.
Ci eravamo inoltrati nel paradosso del desiderio. Nutrivamo un insaziabile bisogno
reciproco, e pi lo assecondavamo pi sembrava aumentare.
Ogni tanto Sophie parlava di cercarci un lavoro, ma nessuno dei due aveva fretta. Il
denaro bastava a mantenerci: anzi, ne risparmiavamo parecchio. Il secondo libro di
Fanshawe, Miracoli, era in lavorazione, e lanticipo fissato dal contratto era stato
maggiore di quello di Nel paese del mai. Secondo il calendario concordato con
Stuart, le poesie sarebbero uscite sei mesi dopo Miracoli, seguite dal primo
romanzo di Fanshawe, Oscuramenti, e infine dalle opere teatrali. Le rendite di Nel
paese del mai cominciarono ad affluire in marzo, e ogni problema finanziario svan
con limprovviso susseguirsi degli assegni per i vari diritti. Come tutte le altre cose
163

che sembravano accadermi, per me fu unesperienza nuova. Negli ultimi otto o


nove anni la mia vita era stata una rincorsa incessante, un volteggiare frenetico da
un articolo dozzinale allaltro, e mi consideravo fortunato quando potevo respirare
per un mese o due. Ormai soffrivo di unansia congenita: faceva parte del mio
sangue, delle mie cellule, e quasi non sapevo cosa volesse dire respirare senza
chiedermi se sarei riuscito a pagare la bolletta del gas. Adesso, per la prima volta
da quando ero uscito dalla casa paterna, capii di non avere pi queste
preoccupazioni. Un mattino, mentre sedevo alla scrivania lottando con il finale di un
articolo, a caccia di una frase che non cera, piano piano mi venne in mente che mi
era stata offerta una seconda possibilit. Potevo smettere per ricominciare. Non ero
pi obbligato a scrivere articoli. Potevo passare ad altro, fare il lavoro che avevo
sempre desiderato. Era la mia occasione di salvarmi, e decisi che sarei stato pazzo
a perderla.
Passarono altre settimane, ma non accadde nulla. In teoria mi sentivo ispirato, e
quando non lavoravo avevo sempre la testa piena di idee. Ma appena mi sedevo e
incominciavo a scrivere qualcosa, i miei pensieri sembravano dissolversi. Le parole
morivano nellatto di alzare la penna.
Cominciai una quantit di progetti, ma nessuno si concretizzava, e li abbandonai
uno dopo laltro.
Cercavo delle scuse per spiegarmi linsuccesso. Non fu difficile trovarle, e in poco
tempo ne approntai una sfilza: ladattamento alla vita coniugale, gli oneri della
paternit, il mio nuovo studio (che mi sembrava troppo piccolo), la vecchia
abitudine di scrivere con una scadenza, il corpo di Sophie, quel benessere piovuto
dal cielo insomma, un repertorio completo. Per qualche giorno accarezzai anche
lidea di scrivere un romanzo poliziesco, ma poi rimasi impastoiato nella trama e
non riuscii ad amalgamare le varie parti. Lasciai che la mia mente vagasse,
sperando di convincermi che in realt quellinerzia era un segno che stavo
raccogliendo le forze, e la soluzione era imminente. Per pi di un mese, la sola cosa
che feci fu ricopiare brani di libri. Uno di essi, di Spinoza, diceva: E quando sogna
di non voler scrivere, non ha il potere di sognare che vuol scrivere; e quando sogna
di volere scrivere, non ha il potere di sognare che non vuole scrivere.
Forse sarei riuscito a emergere da quellinazione. Ancora non mi chiaro se fosse
una condizione stabile o transitoria. Di primo acchito direi che per un certo periodo
fui davvero perduto, disperatamente invischiato in me stesso, e tuttavia non credo
che fosse un caso disperato. La mia esistenza non era pi la stessa. Stavo vivendo
grandi cambiamenti, ed era ancora presto per stabilire dove mi avrebbero portato.
Poi, inaspettatamente, una soluzione si present. Se la parola troppo
trionfalistica, lo chiamer un compromesso. In ogni caso vi opposi ben poca
resistenza. Arriv in un momento di vulnerabilit, di alterazione del discernimento.
Fu il mio secondo madornale errore, direttamente derivato dal primo.
Un giorno ero a pranzo con Stuart, vicino al suo ufficio nello Upper East Side. A
met pasto tir fuori ancora quei pettegolezzi su Fanshawe, e per la prima volta mi
accorsi che cominciava a dubitare anche lui. Era un argomento cos ghiotto che
doveva parlarne a tutti i costi. In tono malizioso, certo, scherzosamente complice:
164

ma cominciai a sospettare che sotto sotto tentasse di strapparmi una confessione.


Per un po stetti al gioco, replicando che il solo sistema infallibile per mettere a
tacere le chiacchiere era commissionare una biografia. Feci questa osservazione in
buona fede (non come proposta, ma come conclusione logica), ma a Stuart sembr
una trovata eccezionale. Ruppe gli argini: ma certo, certo, la spiegazione del mito di
Fanshawe, assolutamente ovvio, certo, finalmente la storia vera. In pochi minuti
aveva gi programmato tutto. Il libro lavrei scritto io. Sarebbe uscito dopo la
pubblicazione dellopera completa di Fanshawe, e avrei avuto tutto il tempo che
volevo: due anni, tre, anche di pi. Sarebbe stato un libro straordinario, aggiunse
Stuart, un libro degno dello stesso Fanshawe, ma lui aveva sempre avuto piena
fiducia in me e mi sapeva allaltezza del compito. La proposta mi colse di sorpresa,
e la presi come uno scherzo. Ma Stuart parlava sul serio: non potevo rifiutare.
Riflettici, ripet, e dimmi cosa ti sembra. Rimasi scettico, ma per cortesia gli risposi
che ci avrei pensato. Stabilimmo che per una risposta definitiva avevo tempo fino
alla fine del mese.
Quella sera riferii la proposta a Sophie, ma dato che con lei non potevo parlare
sinceramente, non mi serv a molto.
Dipende da te, mi disse. Se te la senti, penso che dovresti accettare.
Non ti secca?
No. Almeno, non credo. Lo avevo gi pensato, che un giorno o laltro sarebbe
uscito un libro su di lui. Se proprio deve succedere, be, preferisco che lo scriva tu.
Dovrei parlare di te e Fanshawe. Potrebbe essere antipatico.
Basteranno poche pagine. Visto che sei tu a scriverle, non mi preoccupo.
Sar, dissi, non sapendo come continuare. Ma in effetti, chiss se ho proprio
voglia di dedicarmi anima e corpo a Fanshawe Forse sarebbe ora di lasciarlo
perdere.
Decidi tu. Ma il fatto che questo libro tu lo sapresti scrivere meglio di tutti gli
altri. E non devessere per forza una biografia arida. Potresti fare un lavoro pi
interessante.
Per esempio?
Non so, qualcosa di pi personale, di pi affascinante. Per esempio, la storia della
vostra amicizia. Potresti parlare non solo di lui, ma anche di te.
Forse. Almeno unidea. Mi sorprende solo vederti cos serena.
che sono tua moglie e ti amo, ecco il perch. Se decidi di accettare, hai la mia
approvazione.
In fin dei conti, non sono cieca. Ho capito che hai delle difficolt con il lavoro, e a
volte temo che sia colpa mia. Forse questo il progetto che ti serve per ripartire.
In segreto contavo che fosse Sophie a decidere per me, ed ero sicuro che si
sarebbe opposta, che ne avremmo parlato una volta e il discorso sarebbe stato
chiuso. Ma era accaduto tutto il contrario.
Mi ero chiuso in difesa e avevo perso il coraggio. Lasciai passare qualche giorno,
poi chiamai Stuart e gli dissi che avrei scritto il libro. Cos mi procurai un altro
pranzo gratis, poi fui abbandonato a me stesso.
Neanche a parlarne di dire la verit. Fanshawe doveva essere morto, altrimenti il
165

libro non avrebbe avuto senso. Non soltanto dovevo tacere della lettera, ma fingere
che non fosse mai stata scritta. Sar sincero sulle mie intenzioni. Le avevo chiare
fin dal principio, e mi misi al lavoro con la coscienza dellinganno. Il libro era
unopera di fantasia. Pur essendo basato sui fatti, non poteva raccontare che bugie.
Firmai il contratto, e da allora mi sentii come un uomo che ha venduto lanima.
Meditai disordinatamente per alcune settimane, cercando uno spunto per
cominciare. Ogni vita inspiegabile, continuavo a ripetermi. Per quanti fatti si
riferiscano, per quanti dettagli vengano forniti, il nocciolo resiste alla
rappresentazione. Riferire che tizio nato qui e si recato l, che ha fatto questo o
quello, che ha sposato la tale donna e ha avuto i tali figli, che vissuto, che
morto, che si lasciato alle spalle questi libri o quella battaglia, o quel ponte
niente di tutto ci ci dice molto. Tutti vogliamo che ci raccontino delle storie, e le
ascoltiamo come facevamo da bambini.
Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai
personaggi fingendoci capaci di comprenderli perch comprendiamo noi stessi.
una mistificazione. Noi esistiamo per noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un
barlume della nostra identit, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle
nostre vite diventiamo sempre pi opachi al nostro sguardo, pi consci della nostra
disorganicit. Nessuno pu sconfinare in un altro per il semplice motivo che
nessuno pu accedere a se stesso.
Ripensai a un fatto che mi era capitato otto anni prima, nel giugno del 1970.
Essendo quasi al verde, e senza prospettive per lestate, accettai temporaneamente
di raccogliere i dati per il censimento a Harlem. Il nostro gruppo era composto di
una ventina di persone: un commando di incursori ingaggiati per rintracciare le
persone che non avevano compilato i questionari depositati nelle cassette postali. Ci
addestrarono per qualche giorno in un polveroso magazzino al primo piano di
fronte allApollo Theatre e poi, assimilate le tortuosit dei moduli e i fondamenti
delletica professionale, ci disperdemmo nel quartiere con le nostre tracolle rosse,
bianche e blu per bussare alle porte, far domande e rientrare con del nero su
bianco. Il primo posto dove andai si rivel il quartier generale di una lotteria
clandestina. La porta fu appena socchiusa, fece capolino una testa (dietro la quale
scorsi una stanza spoglia con una decina di uomini che scrivevano su dei lunghi
tavoli da picnic), e mi fu risposto educatamente che non erano interessati. Pi o
meno, landazzo era questo. Parlai con una donna quasi cieca i cui genitori erano
stati schiavi. Dopo venti minuti di colloquio cap che non ero di colore, e scoppi in
una risata stridula. Laveva sospettato subito, disse, dato che avevo la voce strana,
ma le sembrava impossibile. Ero il primo bianco che fosse mai entrato in casa sua.
In un altro appartamento mi capit una famiglia di undici persone, tutti al di sotto
dei ventidue anni. Ma generalmente non cera nessuno. E quando erano in casa,
rifiutavano di parlarmi e anche di farmi entrare. Arrivo lestate e le strade
diventarono umide e infuocate, atroci come sa essere solo New York. Cominciavo i
miei giri di buonora, annaspando come un idiota da una casa allaltra, sentendomi
sempre pi un extraterrestre. Finalmente presi contatto con il sovrintendente (un
nero che parlava a raffica e portava plastron di seta e un anello di zaffiro)
166

spiegandogli il mio problema. Fu allora che seppi quello che veramente ci si


aspettava da me.
Quelluomo riceveva una somma per ciascun modulo compilato da un membro della
squadra. Pi positivi erano i nostri risultati, pi denaro gli entrava nelle tasche. Tu
fai come ti senti, mi disse, ma a me sembra che se ce lhai messa tutta non
dovresti sentirti troppo in colpa.
Allora lascio perdere?
Daltra parte, prosegu filosoficamente, il governo ci richiede i moduli
compilati. Pi moduli ricevono, e pi sono contenti. Ora, io so che sei un ragazzo
intelligente, e per te due pi due non fa cinque. Non che solo perch una porta
non si apre vuol dire che non c nessuno in casa.
Devi usare un po di immaginazione, caro mio. Non vogliamo mica che il nostro
governo sia triste, vero?
Da allora in poi il mio compito divenne assai pi semplice, ma anche di natura
diversa. Da lavoro sul campo si trasform in lavoro a tavolino, e invece che
ricercatore mi ritrovai inventore.
Quasi ogni giorno passavo dallufficio a ritirare un nuovo fascicolo di moduli e
restituire quelli che avevo compilato, ma per il resto potevo anche non uscire di
casa. Non so quanti newyorkesi abbia inventato, ma devono essere stati centinaia,
forse migliaia. Me ne stavo seduto in camera con il ventilatore puntato sulla faccia e
un asciugamano freddo intorno al collo, a compilare moduli a rotta di collo.
Prediligevo le famiglie numerose con sei, otto, dieci figli e mi divertivo
specialmente a tramare complicate reti di parentela, esaurendo tutte le
combinazioni possibili: genitori, figli, cugini, zii, zie, nonni, conviventi more uxorio,
figliastri, fratellastri, sorellastre e semplici amici. Ma il mio sommo piacere era
inventare i nomi. A volte dovevo fare i conti con il mio gusto per le stravaganze la
caricatura, il gioco verbale, la parolaccia ma per lo pi mi accontentavo di restare
nei limiti del realismo. Quando la fantasia veniva meno, mi soccorrevano categorie
gi pronte: i colori (Brown, White, Black, Green, Gray, Blue), i presidenti
(Washington, Adams, Jefferson, Fillmore, Pierce), i personaggi fittizi (Finn,
Starbuck, Dimmesdale, Budd). Apprezzavo i nomi che rimandavano al cielo (Orville
Wright, Amelia Earhart), ai comici del muto (Keaton, Langdon, Lloyd), ai leggendari
fuoricampo (Killebrew, Mantle, Mays) e alla musica (Schubert, Ives, Armstrong).
Occasionalmente attingevo ai lontani parenti e ai vecchi compagni di scuola, e una
volta usai anche un anagramma del mio nome.
Era un gioco infantile, ma non avevo scrupoli. Non mi era neanche difficile
giustificarmi. Il sovrintendente non si sarebbe lamentato, e neanche del resto le
persone che abitavano veramente agli indirizzi scritti sui moduli (non amavano gli
scocciatori, tanto meno un bianco che curiosava nelle loro faccende private); e non
si sarebbe lamentato il governo, perch quello che si ignora non pu fare danno, e
comunque il danno non avrebbe superato quello che gi il governo si infliggeva da
s. Arrivai a giustificare ideologicamente la mia preferenza per le famiglie
numerose: pi poveri cerano, e pi il governo si sarebbe sentito obbligato a
stanziare dei fondi per loro. Era una versione americana dellimbroglio delle anime
167

morte, e la mia coscienza restava immacolata.


Questo era un aspetto. Alla base, per, la spiegazione era che mi divertivo. Mi
piaceva far scaturire i nomi dal nulla, inventare delle vite che non erano mai esistite
e non sarebbero esistite mai. Non era proprio come creare i personaggi di un
racconto, ma un atto pi grandioso, e di gran lunga pi apocalittico. Tutti sanno che
i racconti sono immaginari. Per quanto ci colpiscano, sappiamo che non sono veri,
anche quando ci svelano verit pi importanti di quelle che troviamo altrove. Al
contrario del narratore, io porgevo le mie creazioni direttamente al mondo reale, e
perci mi sembrava possibile che influissero realmente su quella realt, giungendo
infine a farne parte.
Nessuno scrittore avrebbe potuto chiedere di pi.
Ripensai a tutto questo mentre sedevo a scrivere su Fanshawe. Un tempo avevo
dato vita a mille anime immaginarie. Ora, otto anni dopo, mi accingevo a prendere
un uomo vivo e a calarlo nella tomba. Ero il primo dolente e il sacerdote che
celebrava quel falso funerale, con lincarico di pronunciare le parole giuste, quelle
che tutti volevano sentire. I due atti erano uguali e contrari come immagini
simmetriche. Ma questo non valeva a consolarmi. La vecchia truffa era uno scherzo,
niente pi che unavventura giovanile, ma la nuova era seria, era unazione torbida
e agghiacciante.
In fondo stavo scavando una fossa, e qualche volta cominciavo a dubitare che non
fosse la mia.
Pensai che le vite degli uomini non hanno senso. Una persona nasce e muore, e
quello che succede in mezzo non ha senso. Pensai alla storia di La Chre, un
soldato che prese parte a una delle prime spedizioni francesi in America. Nel 1562,
Jean Ribaut lasci una guarnigione a Port Royal (nei pressi di Hilton Head, nella
Carolina del Sud) al comando di Albert de Pierra, un folle che comandava attraverso
il terrore e la violenza. Impicc con le proprie mani un tamburino cadutogli in
disgrazia, scrisse Francis Parkman, e band un militare di nome La Chre su
unisola deserta a tre leghe dal forte, ivi lasciandolo a morire di fame. Alla fine
Albert fu ucciso in un ammutinamento dei suoi uomini e La Chre fu riportato
dallisola mezzo morto. A questo punto si dovrebbe credere che La Chre fosse
salvo, che essendo sopravvissuto a un castigo cos atroce non gli spettassero pi
altre sciagure. Ma la vita non cos semplice. Non vale il calcolo delle probabilit,
nessuna legislazione pone limiti alla malasorte, e a ogni momento ricominciamo da
capo, siamo esposti alla disgrazia come un momento prima. La situazione nella
colonia precipit.
Quegli individui non erano in grado di affrontare la vita selvaggia, e furono vinti
dalla fame e dalla nostalgia. Servendosi di attrezzi improvvisati, si ruppero la
schiena per costruire una barca degna di Robinson Crusoe e tornare in Francia.
NellAtlantico, nuova catastrofe: incontrarono una bonaccia, che dur finch non
esaurirono acqua e cibo. Allora cominciarono a mangiare scarpe e farsetti di cuoio,
alcuni disperati bevettero acqua di mare, molti morirono. Poi inesorabilmente
caddero nellabominio del cannibalismo. Estrassero a sorte, narra Parkman, e
tocc a La Chre, lo stesso sventurato che Albert aveva condannato a morire di
168

fame su di unisola deserta. Lo uccisero, e con belluina voracit se ne spartirono le


carni. Il fiero pasto li sostent fin quando scorsero terra, allorch, si racconta, folli
di gioia persero il governo dellimbarcazione, e la lasciarono in balia delle maree. Un
brigantino inglese punt su di loro, li prese tutti a bordo e, sbarcati i pi deboli,
rec i restanti come prigionieri alla regina Elisabetta.
Ho scelto La Chre solo come esempio. In fondo il suo destino non presenta alcun
tratto eccezionale: forse fu anche pi scialbo della media. Se non altro si dipan in
linea retta, e gi questa una rarit, quasi una fortuna. In generale le vite
sembrano sterzare bruscamente da un punto allaltro, urtare e sobbalzare,
dimenarsi. Una persona prende una direzione, poi a met strada svolta di colpo, si
impantana, scarroccia, riparte. Niente mai noto, e inevitabilmente giungiamo a
una meta completamente diversa da quella verso cui eravamo partiti. Nel mio primo
anno alluniversit di Columbia, ogni giorno andando a lezione passavo davanti a un
busto di Lorenzo Da Ponte.
Sapevo vagamente che aveva scritto i libretti per Mozart, ma poi lessi che era stato
anche il primo professore italiano alla Columbia. I due dati sembravano
incompatibili e decisi di approfondire, curioso di sapere come mai un uomo aveva
vissuto due vite cos diverse. Scoprii che Da Ponte ne aveva vissute cinque o sei.
Nato nel 1749 con il nome di Emmanuele Conegliano, era figlio di un ebreo che
faceva il mercante di pellami. Dopo la morte della madre, suo padre si rispos con
una cattolica e decise che lui e i suoi figli dovevano essere battezzati. Il giovane
Emmanuele era portato per gli studi, e a quattordici anni il vescovo di Cenada
(Monsignor Da Ponte) lo prese sotto la sua protezione pagando tutte le spese della
sua formazione sacerdotale. Secondo il costume dei tempi, il discepolo assunse il
cognome del benefattore. Nel 1773 Da Ponte fu ordinato sacerdote e in seguito
insegn in seminario, essendo particolarmente dotto in letteratura latina, italiana e
francese. Oltre ad abbracciare i principi dellIlluminismo, divenne lamante di una
nobildonna veneziana che gli partor un figlio segreto. Nel 1776 a Treviso patrocin
un pubblico dibattito sul tema se la civilt era riuscita o no ad accrescere la felicit
delluomo. A causa di questo affronto alla dottrina della chiesa si vide costretto alla
fuga: prima a Venezia, poi a Gorizia, e finalmente a Dresda, dove avvi la sua
nuova carriera di librettista. Nel 1782 and a Vienna con una lettera di
raccomandazione per Salieri, e alla fine fu assunto come poeta dei teatri
imperiali, carica che conserv per quasi dieci anni. Fu in quel periodo che conobbe
Mozart, collaborando alla creazione delle tre opere che gli hanno dato limmortalit.
Tuttavia nel 1790, quando Leopoldo II limit le attivit musicali viennesi a causa
della guerra con i turchi, Da Ponte si trov disoccupato. And a Trieste, dove si
innamor di uninglese di nome Nancy Grahl o Krahl (non ancora sicuro). Da
laggi partirono entrambi per Parigi e successivamente per Londra, dove vissero
tredici anni. Lattivit di Da Ponte si era ridotta alla stesura di libretti per compositori
di secondo piano. Nel 1805 lui e Nancy emigrarono in America: qui Da Ponte pass
gli ultimi trentatre anni della sua vita, tenendo bottega in New Jersey e
Pennsylvania e spegnendosi allet di ottantanove anni. Fu uno dei primi italiani a
essere sepolto nel Nuovo Mondo. A poco a poco, tutta la sua vita era cambiata. Dal
169

libertino azzimato e lezioso della giovinezza, dallopportunista che sguazza negli


intrighi della Chiesa e della corte, si trasform in un comunissimo cittadino del
Nuovo Mondo, che nel 1805 doveva apparirgli un po come lAltro Mondo. Da tutto
quello che si visto sopra, a laborioso insegnante, marito fedele, padre di quattro
figli. Si dice che alla morte di uno di loro, fu talmente sconvolto dal dolore che non
volle uscire di casa per un anno. Insomma, la morale che ogni vita non pu
ridursi ad altro che a se stessa. Che come dire: le vite degli uomini non hanno
senso.
Non voglio diventare pedante. Ma le circostanze a causa delle quali una vita cambia
rotta sono talmente diverse che sembra impossibile esprimere il pi cauto parere su
un individuo prima che sia morto. La morte non solamente lunica vera arbitra
della felicit (come diceva Solone), ma lunico metro di giudizio della vita stessa.
Una volta ho conosciuto un barbone che parlava come un attore shakespeariano:
un rottame di mezza et, alcolizzato, con la faccia coperta di croste e vestito di
stracci, che dormiva per strada e continuava a chiedermi lelemosina. Eppure un
tempo aveva posseduto una galleria darte in Madison Avenue. Ho conosciuto un
altro che una volta era considerato il giovane romanziere pi promettente
dAmerica. Quando lo incontrai aveva appena ereditato da suo padre quindicimila
dollari, e si era piazzato a un angolo di strada di New York per donare ai passanti
banconote da cento dollari. Mi spieg che era parte di un piano per distruggere il
sistema economico degli Stati Uniti. Se si pensa a che cosa pu succedere. Se si
pensa a come una vita si sfascia. Per esempio, Goffe e Whalley, due dei giudici che
condannarono a morte Carlo I, dopo la Restaurazione emigrarono in Connecticut
passando il resto della vita in una caverna. O la signora Winchester, vedova del
fabbricante di fucili, che temeva che i fantasmi delle persone uccise con le armi di
suo marito sarebbero venute a strapparle lanima: perci continu ad aggiungere
stanze alla sua casa, creando un mostruoso labirinto di corridoi e nascondigli in
modo da poter dormire ogni notte in una stanza diversa, sfuggendo ai fantasmi.
Ironia della sorte, durante il terremoto di San Francisco del 1906 rimase
intrappolata in una di quelle stanze e per poco non mor di fame perch i domestici
non riuscivano a trovarla. C anche Michail Bachtin, critico e filosofo della
letteratura. Durante linvasione tedesca della Russia nella Seconda guerra mondiale,
fum lunica copia di un suo manoscritto, un voluminoso saggio sulla narrativa
tedesca che gli era costato anni di lavoro. Stacc le pagine del manoscritto una a
una e us la carta per arrotolarsi delle sigarette, bruciando ogni giorno un
frammento del libro, finch non fu finito. Queste sono storie vere. Forse sono anche
apologhi, ma significano quello che significano solo perch sono vere.
Nei suoi scritti, Fanshawe mostra particolare interesse verso questo genere di
storie.
Specialmente nei taccuini, ripete di continuo piccoli aneddoti, e dato che lo fa con
tanta frequenza sempre di pi man mano che procede verso la fine vien fatto di
pensare che sentisse che in qualche modo potevano aiutarlo a capire se stesso.
Uno degli ultimi (del febbraio 1976, solo due mesi prima della sua scomparsa) mi
sembra significativo.
170

Una volta ho letto un libro di Peter Freuchen, scrive Fanshawe, dove il famoso
esploratore artico racconta di essere stato investito da una bufera di neve nella
Groenlandia del nord. Solo, e sul punto di esaurire le provviste, decise di costruirsi
un igloo e aspettare che il tempo cambiasse.
Passarono molti giorni. Temeva soprattutto di essere attaccato dai lupi (li aveva
sentiti aggirarsi famelici sul tetto delligloo), quindi periodicamente usciva e cantava
a squarciagola per spaventarli e metterli in fuga. Ma soffiava un vento micidiale, e
per quanto alzasse la voce non sentiva che il rombo dellaria. Se questo era un serio
problema, per, era molto pi grave quello inerente allo stesso igloo. Perch
Freuchen si accorse che i muri del suo piccolo rifugio si stavano progressivamente
chiudendo su di lui. A causa del clima il suo fiato gelava letteralmente sulle pareti,
che a ogni respiro si facevano pi spesse, e di conseguenza ligloo si rimpiccioliva,
finch non rimase pi spazio per il suo corpo. davvero tremendo immaginare di
costruirsi una bara di ghiaccio con il proprio respiro: a mio giudizio molto pi
spaventoso che, per esempio, Il pozzo e il pendolo di Poe. Perch in questo caso
lagente della propria distruzione luomo stesso; anzi, lo strumento della
distruzione proprio quello che gli serve per sopravvivere. Infatti un uomo non pu
vivere senza respirare. Ma nello stesso tempo, se respira non vivr. Strano, ma non
ricordo come fece Freuchen a uscire da quella trappola. Ma va da s che vi riusc.
Se non ricordo male, il titolo del libro Avventura nellArtico. Non si ristampa pi da
molti anni.

171

6.
Nel giugno di quellanno (1978), Sophie, Ben e io andammo nel New Jersey a
trovare la madre di Fanshawe. I miei genitori non abitavano pi da quelle parti (da
pensionati si erano trasferiti in Florida), e anchio non ci tornavo da anni. Essendo
la nonna di Ben, la signora Fanshawe aveva mantenuto i contatti con noi, ma i
rapporti non erano sereni. In lei si percepiva un sottofondo di ostilit verso Sophie,
come se in cuor suo le rimproverasse la scomparsa di Fanshawe, e ogni tanto quel
risentimento affiorava in una frase tagliente. Sophie e io la invitavamo a cena
abbastanza spesso, ma lei accettava solo raramente, e quando veniva era tutta
sorrisi dinquietudine, e blaterava con la voce gelida fingendo di stravedere per il
bambino e facendo a Sophie complimenti inopportuni, e ripetendole che era proprio
una ragazza fortunata, e andandosene sempre al pi presto: nel bel mezzo della
conversazione saltava su e diceva che si era scordata di avere un altro
appuntamento. Del resto, era difficile fargliene una colpa. Le era andato tutto storto
nella vita, e ormai sembrava essersi rassegnata. Suo marito era morto; sua figlia
aveva sofferto di una serie di esaurimenti nervosi e ora manteneva un precario
equilibrio grazie ai tranquillanti; suo figlio era scomparso. A cinquantanni era
ancora bellissima (da ragazzo mi sembrava la donna pi irresistibile che avessi mai
visto), e sopravviveva gettandosi in intricate avventure erotiche (lelenco dei suoi
spasimanti si aggiornava di continuo), in orge di shopping newyorkese e nella sua
passione per il golf. Il successo letterario di Fanshawe laveva colta di sorpresa, ma
adesso che vi si era assuefatta era pi che disposta ad assumersi la responsabilit
di aver partorito un genio. Quando le telefonai per parlarle della biografia, sembr
entusiasta di collaborare. Disse che disponeva di lettere, fotografie e documenti, e
me li avrebbe mostrati quando volevo.
Arrivammo a casa sua a met mattina, e dopo un momento di imbarazzo, seguito
da un caff in cucina e da una lunga conversazione meteorologica, ci condusse di
sopra nella stanza di Fanshawe.
La signora si era preparata alla mia visita con il massimo zelo, accatastando
ordinatamente tutto il materiale su quella che era stata la scrivania di Fanshawe.
Rimasi sbalordito dalla mole. Non sapendo che dire, la ringraziai per la sua cortesia,
ma in realt ero atterrito, sopraffatto dalla quantit di quello che vedevo. Pochi
minuti dopo, la signora Fanshawe scese al pianterreno con Sophie e Ben per andare
in giardino (era una giornata tiepida e solatia) e io rimasi da solo nella stanza.
Ricordo che guardai fuori dalla finestra e vidi Ben che ruzzava sullerba nel
pagliaccetto imbottito con il pannolino, strillando e indicando un pettirosso in volo
sopra la sua testa. Battei sul vetro, e quando Sophie si volt e alz gli occhi la
salutai con la mano. Lei sorrise, mi mand un bacio, e poi si allontan per
esaminare unaiuola insieme alla signora Fanshawe.
Mi misi alla scrivania. Trovarmi in quella stanza era terribile, e non sapevo quanto
avrei resistito.
172

Su un ripiano il guantone da baseball di Fanshawe avvolgeva una logora pallina;


sugli scaffali sopra e sotto cerano i libri che aveva letto da bambino; proprio alle
mie spalle il letto, con la trapunta a scacchi bianchi e azzurri che ricordavo da tanti
anni prima. Queste erano le prove tangibili, gli avanzi di un universo morto. Mi ero
affacciato al museo del mio passato, e quello che vi trovai per poco non mi
annient.
In una catasta: il certificato di nascita di Fanshawe, le pagelle scolastiche di
Fanshawe, i distintivi da scout di Fanshawe, il diploma di liceo di Fanshawe. In
unaltra catasta: fotografie. Un album di Fanshawe da bambino; un album di
Fanshawe e sua sorella; un album di tutta la famiglia (Fanshawe a dieci anni che
sorride in braccio al padre, Fanshawe ed Ellen che spingono la madre sullaltalena
in cortile, Fanshawe circondato dai cugini). E poi le foto sparse in cartellette,
buste, scatolette: decine ritraevano me e Fanshawe insieme (mentre nuotiamo,
giochiamo alla lotta, andiamo in bicicletta, facciamo le boccacce in cortile; mio
padre che ci porta in groppa tutti e due; i capelli a spazzola, i jeans larghi, le
vecchie auto sullo sfondo: una Packard, una De Soto, una Ford familiare con i
pannelli di legno). Foto di classe, di squadra, di campeggio. Foto di corse, di partite.
Seduti in canoa, impegnati nel tiro alla fune. Poi, quasi in fondo, alcune foto di anni
pi recenti, di Fanshawe come non lo avevo mai visto. Fanshawe a Harvard Yard;
Fanshawe sul ponte di una petroliera Esso; Fanshawe a Parigi, davanti a una
fontana di pietra. Per ultima, ununica foto di Fanshawe con Sophie un Fanshawe
invecchiato, incupito; e Sophie cos terribilmente giovane, cos bella ma come
assente, incapace di concentrarsi. Trassi un lungo sospiro e poi, di colpo, cominciai
a piangere, ignaro fino allultimo secondo di avere dentro di me quelle lacrime,
singhiozzando forte, tremando con la faccia tra le mani.
A destra delle foto cera una scatola piena di lettere, almeno un centinaio, che
iniziavano quando aveva otto anni (la scrittura stentata di un bambino, macchie
dinchiostro e cancellature) e arrivavano allinizio degli anni settanta. Cerano delle
lettere dal college, dalla nave, dalla Francia.
In maggioranza erano indirizzate a Ellen, e molte erano lunghe. Capii subito che
dovevano essere fondamentali, certo pi importanti di tutte le altre cose in quella
stanza, ma non ebbi il coraggio di leggerle l dentro. Aspettai un quarto dora, poi
raggiunsi gli altri al pianterreno.
La signora Fanshawe voleva che gli originali rimanessero in casa, ma non aveva
niente in contrario a fotocopiarli. Si offr di farlo personalmente, ma le dissi di non
preoccuparsi: sarei tornato un altro giorno e avrei sistemato tutto.
Per pranzo facemmo picnic in giardino. Ben domin la scena, alternando i morsi al
panino con le corse e rincorse tra le aiuole, finch alle due eravamo pronti per
rincasare. La signora Fanshawe ci accompagn in macchina alla fermata
dellautobus e ci baci tutti e tre, manifestando pi emozione di quanto avesse fatto
fino allora. Cinque minuti dopo lautobus si mise in moto, Ben si addorment tra le
mie braccia e Sophie mi prese la mano.
Non stata una giornata troppo allegra, vero? disse.
Di pure che stata orrenda, risposi.
173

Immagina di dover fare conversazione con quella donna per quattro ore. Ho
esaurito gli argomenti nellattimo in cui siamo arrivati.
Probabilmente non le piacciamo molto.
No, non credo.
Ma questo non sarebbe niente.
stato duro rimanere di sopra da solo, vero?
Molto.
Ci vuoi ripensare?
Ho paura di s.
Ti capisco. Questa storia sta diventando abbastanza macabra.
Devo riconsiderare bene tutto. Ora come ora, comincio a credere di avere
commesso un grave errore.
Quattro giorni dopo la signora Fanshawe telefon annunciandomi che partiva per
lEuropa per un mese, e forse conveniva sbrigare subito la nostra faccenda (parole
sue). Io avevo intenzione di mollare tutto, ma prima di trovare una scusa plausibile
per non passare da lei avevo gi sentito me stesso accordarsi per il luned dopo.
Sophie rinunci ad accompagnarmi, e io non insistetti.
Eravamo daccordo che una sola visita di famiglia fosse pi che sufficiente.
Jane Fanshawe venne a prendermi alla stazione degli autobus, tutta sorrisi e
salutini teneri. Dal momento in cui salii sulla sua macchina, ebbi la sensazione che
stavolta le cose sarebbero state diverse. Si era vestita in modo pi civettuolo
(pantaloni bianchi, camicetta di seta rossa aperta sul collo abbronzato e ancora
senza rughe), ed era difficile non accorgersi che mi invitava a guardarla, a
riconoscere che era ancora bellissima. Ma cera anche qualcosaltro: il tono un po
insinuante della sua voce, come a evocare una complicit da vecchi amici,
unintimit creata dal passato, a sottintendere che bello, stavolta ero venuto da
solo, cos saremmo stati liberi di parlarci apertamente. Lo trovai molto spiacevole, e
non dissi una parola pi del necessario.
Ti sei fatto proprio una bella famigliola, caro, disse voltandosi verso di me
mentre ci fermavamo a un semaforo rosso.
S, ripetei. Una bella famigliola.
Oh, il bambino adorabile, veramente. Ti ruba il cuore. Ma un po scatenato, non
ti sembra?
Ha soltanto due anni. A quellet in genere i bambini sono molto vivaci.
Certo. Ma ho paura che Sophie abbia un po perso la testa per lui. Sembra che
qualunque cosa la faccia ridere, non so se sono chiara Voglio dire, io non ho
niente contro lallegria, ma un po di disciplina non farebbe male.
Sophie fa cos con tutti, ribattei. Una donna piena di vita anche una madre
piena di vita.
Da quello che vedo, Ben molto sereno.
Una breve pausa; poi, quando ripartimmo lungo un ampio viale di negozi, Jane
Fanshawe aggiunse: proprio una ragazza fortunata, quella Sophie. Ha avuto la
fortuna di cadere in piedi. E di trovare un uomo come te.
Solitamente penso tutto lopposto, dissi.
174

Sei troppo modesto.


No. So quello che dico. Finora, ho avuto tutta la fortuna dalla mia.
A queste parole sorrise un sorriso sfuggente ed enigmatico, come se mi
giudicasse un po tonto e nello stesso tempo incassasse il colpo, visto che non le
lasciavo spiragli. Pochi minuti dopo, quando arrivammo a casa sua, sembrava che
avesse abbandonato la tattica iniziale. Non parl pi di Sophie e di Ben, ma si
trasform in un modello di sollecitudine, ripetendomi che era felice che scrivessi il
libro su Fanshawe, come se il suo incoraggiamento fosse determinante, fosse
lapprovazione definitiva non solo per il libro, ma per tutta la mia persona. Quindi,
porgendomi le chiavi della macchina, mi spieg come fare per raggiungere il centro
di fotocopie pi vicino. Disse che quando tornavo avrei trovato il pranzo servito.
Per copiare le lettere impiegai pi di due ore, perci quando tornai da lei era luna.
Effettivamente il pranzo era servito, ed era da restare a bocca aperta: asparagi,
salmone freddo, formaggi, vino bianco insomma, ogni ben di Dio. Tutto pronto
sulla tavola, accompagnato da fiori e da quello che era chiaramente il servizio pi
pregiato. Credo che il mio volto trad la sorpresa.
Volevo farti un po festa, spieg la signora Fanshawe.
Non hai idea del piacere che provo ad averti qui. Tutti i ricordi che riaffiorano.
come se le disgrazie non fossero mai successe.
Sospettai che in mia assenza avesse gi cominciato a bere. Era ancora lucida e
sicura nei movimenti, ma la voce le si era come ispessita, assumendo una nuova
tonalit tremula ed espansiva.
Mentre ci sedevamo a tavola, mi dissi che dovevo stare in guardia. Il vino fu
versato generosamente, e quando vidi che lei prestava pi attenzione al bicchiere
che al piatto, servendosi il cibo e poi ignorandolo completamente, cominciai a
temere il peggio. Dopo qualche domanda di circostanza sui miei genitori e sulle mie
sorelle minori, la conversazione si ridusse a un monologo.
strano, disse, strano come cambiano i fatti della vita. Da un momento
allaltro non si sa mai che cosa pu succedere. Eccoti qui, il bambino della porta
accanto. Sei la stessa persona che mi correva per casa con le scarpine infangate
ma adesso sei cresciuto, sei un uomo. Sei il padre di mio nipote, te ne rendi conto?
Hai sposato la moglie di mio figlio. Se dieci anni fa qualcuno mi avesse detto che il
futuro era questo, gli avrei riso in faccia. Alla fine cosa impari dalla vita? Che
proprio strana. Non riesci a stare al passo con quello che succede. Non riesci
nemmeno a immaginartelo.
Lo sai che gli assomigli, perfino? Vi siete sempre assomigliati, voi due come
fratelli, quasi come gemelli. Mi ricordo che quando eravate bambini qualche volta
da lontano vi scambiavo. Non distinguevo chi era mio figlio.
So che gli hai voluto tanto bene, e che lo ammiravi. Ma, caro, lascia che te lo dica.
Non valeva nemmeno la met di te. Era freddo dentro. In lui tutto era morto, e
credo che non abbia mai amato nessuno neppure una volta, una volta nella vita.
Certi giorni guardavo te e tua madre in cortile: come le correvi incontro e le buttavi
le braccia al collo, come lasciavi che ti baciasse vedevo proprio davanti a me,
come uno schiaffo sulla faccia, tutto quello che non avevo da mio figlio. Non voleva
175

che lo toccassi, sai. Dopo i quattro o cinque anni, ogni volta che mi avvicinavo a lui
si chiudeva come un riccio. Come credi che si senta una donna quando suo figlio
la disprezza? Dio santo, ero cos giovane allora. Quando nato non avevo ancora
ventanni. Immagina cosa vuol dire sentirsi rifiutata cos.
Non sto dicendo che fosse cattivo. Era una creatura a s, un figlio senza genitori.
Le mie parole non avevano nessun effetto su di lui. Lo stesso con suo padre. Da noi
non voleva mai imparare niente. Robert ha provato e riprovato, senza mai riuscire a
comunicare con il bambino. Ma non si pu castigare qualcuno per mancanza di
affetto, non credi? Non puoi obbligare un bambino ad amarti solo perch il tuo.
Certo, cera Ellen. La povera, infelice Ellen. Con lei stato buono, lo sai anche tu.
Ma, come dire, stato troppo buono, ha finito per danneggiarla. Le ha fatto il
lavaggio del cervello. Lha resa talmente succube che prima di rivolgersi a noi ci
pensava due volte. Era lui quello che la sapeva capire, lunico che le dava i consigli,
lunico che poteva risolvere i suoi problemi. Robert e io eravamo come pupazzi. Nei
confronti dei figli, era come se non esistessimo. Ellen aveva una tale fiducia in suo
fratello che alla fine gli ha ceduto anche lanima. Non voglio dire che lui sapesse
cosa stava facendo, ma mi tocca ancora vivere con il risultato dei suoi pasticci. La
ragazza ha ventisette anni, ma si comporta come se ne avesse quattordici questo
quando sta bene. talmente confusa, cos terrorizzata dentro. Un giorno pensa che
voglio distruggerla, lindomani mi telefona trenta volte. Trenta volte, ti dico. Non
puoi neanche lontanamente immaginarti cosa significa.
Sai, Ellen la causa della sua decisione di non pubblicare niente. per lei che ha
lasciato Harvard dopo il secondo anno. Allepoca scriveva poesie, e ogni settimana
le spediva un po di manoscritti. Lo sai come sono quelle poesie. Praticamente
incomprensibili. Molto appassionate, certo, tutto un putiferio di esortazioni, ma cos
oscure che fanno pensare di essere state scritte in codice. Ellen passava delle ore a
scervellarsi su quei testi, sembrava che la sua vita dipendesse da loro, leggeva le
poesie come messaggi segreti, profezie scritte apposta per lei. Penso che lui non
avesse idea di quello che stava succedendo. Sai com, il fratello era partito, e le
poesie erano tutto quello che le aveva lasciato. Povera piccola. Aveva solo quindici
anni, e si stava gi sfasciando. Si lambiccava su quelle pagine finch erano tutte
sporche e cincischiate, se le portava dietro dappertutto. Quando poi stava davvero
male, abbordava sullautobus dei perfetti sconosciuti e gliele metteva in mano.
Leggi queste poesie, diceva. Saranno la tua salvezza.
Naturalmente, alla fine le venuto il primo esaurimento. Un giorno, al
supermercato, lho persa di vista e prima che me ne accorgessi lei stava prendendo
dalle scansie quei grossi bottiglioni di succo di mela e li sbatteva per terra. Uno
dopo laltro, come se fosse stata in trance, l, in piedi fra tutti quei vetri rotti, le
caviglie insanguinate, succo che scorreva dappertutto. stato orribile. Era talmente
fuori di s che ci sono voluti tre uomini per immobilizzarla e portarla via.
Non voglio dire che la colpa sia stata di suo fratello. Ma di sicuro quelle maledette
poesie non le hanno fatto bene, e a ragione o a torto, lui ha deciso che era colpa
sua. Da allora, non ha mai voluto pubblicare niente. venuto a trovare Ellen in
ospedale, e credo che sia stato troppo per lui, vederla in quelle condizioni,
176

completamente sconvolta, completamente folle inveiva contro di lui, gridava, lo


accusava di odiarla. stata una vera e propria crisi da schizoide, sai, e lui non
resistette.
Fu allora che giur di non pubblicare. Credo se lo sia imposto come una specie di
autopunizione, e lha mantenuto per il resto della sua vita, eh? Lha mantenuto
secondo il suo carattere, cocciuto, implacabile, fino alla fine.
Circa due mesi dopo, mi arriv una lettera con cui mi informava di avere lasciato il
college. Bada che non mi chiedeva il mio parere, me lo comunicava e basta. Cara
mamma eccetera eccetera, tutto molto nobile e solenne. Lascio la scuola per
risparmiarti lonere del mio mantenimento. E via discorrendo con le condizioni di
Ellen, i costi esorbitanti delle cure, i dannatissimi qui e l, e su e gi, eccetera
eccetera.
Andai su tutte le furie. Un ragazzo come lui che buttava via la propria istruzione
senza motivo.
Era un atto di sabotaggio, ma non potevo farci niente. Era gi partito. Il padre di un
suo amico di Harvard centrava con la marina mercantile doveva essere un
sindacalista dei marittimi, o roba del genere e grazie a lui riusc ad avere i
documenti. Quando mi arriv la lettera era nel Texas, e tanti saluti. Non lho visto
per pi di cinque anni.
Circa ogni mese arrivava una lettera o una cartolina per Ellen, ma sempre senza
mittente. Parigi, Francia del sud, Dio sa dove, ma tutto organizzato in modo che
non potessimo mai contattarlo.
Trovavo il suo comportamento vergognoso. Vigliacco e vergognoso. Non chiedermi
perch ho conservato le lettere. Mi pento di non averle bruciate. Ecco cosa avrei
dovuto fare. Bruciarle, tutte quante .
And avanti cos per pi di unora, le sue parole madide di una crescente amarezza,
a tratti chiare e nette, poi, dopo un nuovo bicchiere di vino, sempre meno coerenti.
La sua voce era ipnotica.
Sentivo che fino a quando continuava a parlare, pi niente avrebbe potuto
toccarmi. Mi sentivo invulnerabile, sotto la protezione delle parole che le uscivano di
bocca. Non lascoltavo nemmeno.
Galleggiavo nella sua voce, ne ero fasciato, la sua persistenza mi spingeva allins
come una boa nei frangenti delle sillabe, nellaltalena delle onde. Quando la luce
pomeridiana entr dalla finestra inondando la tavola, guizzando sulle salse, sul
burro che scioglieva, sulle verdi bottiglie di vino, tutto nella stanza si fece cos
luminoso e immobile che il fatto di essere l seduto, dentro il mio corpo, cominci a
sembrarmi irreale. Sto dileguandomi, dissi fra me, guardando il burro che si
squagliava nel piattino, e un paio di volte arrivai a pensare che dovevo finirla, che
dovevo impedire alla situazione di sfuggirmi di mano, ma alla fine non feci niente,
capii che non potevo farci niente.
Non voglio giustificarmi per quello che successe. Lubriachezza non mai pi che
un sintomo, non una vera causa, e capisco che farei male a impostare una difesa.
Tuttavia, esiste almeno una possibilit di spiegazione. Ora sono abbastanza sicuro
che i fatti che seguirono riguardavano il passato non meno che il presente; a
177

distanza di anni mi sembra bizzarro come quel pomeriggio abbia saldato il conto
con tanti vecchi sentimenti. Mentre ascoltavo la signora Fanshawe, non potevo non
ricordare come lavevo vista da ragazzo, e da qui mi tornarono in mente delle
immagini che non vedevo da anni. Restai scosso da una in particolare: quella di un
pomeriggio dagosto, quando avevo tredici o quattordici anni, e dalla finestra della
mia camera avevo visto la signora Fanshawe uscire di casa in costume da bagno,
sganciare con noncuranza il pezzo superiore e adagiarsi su una sdraio con la
schiena al sole. Tutto era accaduto per caso. Ero l alla finestra, a fantasticare,
quando una donna bellissima entra inaspettatamente, senza scomporsi, nel mio
campo visivo, quasi nuda, ignara della mia presenza come se lavessi evocata per
incanto. Quellimmagine mi accompagn a lungo, e nelladolescenza la proiettai
spesso: era il mio baccanale fanciullesco, il pezzo forte delle mie fantasie notturne.
E adesso con ogni probabilit quella donna mi stava seducendo. Non sapevo che
cosa pensare. Da una parte, la scena mi sembrava grottesca. Dallaltra, aveva un
risvolto naturale, anche logico, e sentivo che se non lavessi contrastato con tutte le
forze, avrei consentito che accadesse.
Sicuramente mi fece piet. La sua versione della storia di Fanshawe era cos
sofferta, cos irta dei segni di una sincera infelicit, che a poco a poco diventai pi
indulgente e caddi nella sua trappola.
Quello per che ancora non capisco, in che misura fosse conscia di quello che
faceva. Lo aveva premeditato, o aveva solo lasciato che le cose seguissero il loro
corso? Il suo scilinguagnolo era il grimaldello per stroncare le mia resistenza o lo
sfogo di un sentimento sincero? Temo che su Fanshawe abbia detto la verit, o
almeno la sua verit, ma questo non basta a persuadermi: anche un bambino sa
che la verit si pu piegare a un secondo fine. Ma soprattutto resta la questione del
movente. Dopo quasi sei anni, non ho ancora trovato una risposta. Non mi illudo
che mi trovasse cos irresistibile. No: la ragione era pi intima, e molto pi sinistra.
da un po che mi chiedo se per caso in me non abbia colto lo stesso odio verso
Fanshawe che provava lei. Forse sent questo legame occulto fra di noi, forse era il
genere di legame che si pu manifestare solo con un gesto smisurato e perverso.
Scopare con me sarebbe stato come scopare con Fanshawe come scopare con il
proprio figlio e nella tenebra di questo peccato reimpossessarsene, ma solo per
distruggerlo.
Una vendetta terribile. Se cos fosse, non avrei pi il conforto di chiamarmi la sua
vittima. Semmai, sarei suo complice.
Cominci poco dopo che era scoppiata a piangere, quando, esaurita finalmente la
carica, le sue parole si spezzarono in lacrime. Ubriaco, saturo di emozioni, mi alzai,
mi avvicinai e labbracciai per consolarla. Quel gesto ci port oltre la soglia. Un
semplice contatto fu sufficiente a destare una reazione erotica, il cieco ricordo di
altri corpi, altri abbracci. Un attimo dopo ci stavamo baciando; poi, dopo pochi altri
attimi, ci ritrovammo nudi sul letto al piano di sopra.
Pur essendo ubriaco, non ero cos stordito da non sapere cosa stavo facendo. Ma
nemmeno il rimorso mi ferm. Questo attimo passer, dissi fra me, e non far male
a nessuno. Non ha rapporti con la mia vita, non centra con Sophie. Ma gi allora,
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nellatto, mi resi conto che questo non bastava. Perch in realt scopare la madre di
Fanshawe mi piaceva, ma in un modo che non aveva niente a che vedere con il
piacere fisico. Ero come corroso, e per la prima volta in vita mia non trovai in me
nessuna tenerezza. Scopai per odio, e fu un atto di violenza, raschiavo quella donna
come se avessi voluto polverizzarla. Ero entrato nella mia zona oscura, e l incontrai
la pi atroce delle rivelazioni: che il desiderio sessuale pu essere anche desiderio
di uccidere, che viene il momento in cui un uomo invece della vita pu scegliere la
morte. Quella donna voleva che la torturassi e io lo feci, e mi scoprii a godere della
mia crudelt. Ma anche in quel momento sapevo di essere solo a mezza via, sapevo
che lei era soltanto unombra attraverso la quale cercavo di colpire Fanshawe.
Quando le venni dentro per la seconda volta tutti e due madidi di sudore,
bramivamo come creature di un incubo finalmente compresi. Volevo uccidere
Fanshawe. Volevo che Fanshawe fosse morto, e lo avrei fatto morire. Lo avrei
trovato e lo avrei ucciso.
La lasciai addormentata nel letto, uscii silenziosamente dalla stanza e scesi le scale
per chiamare un taxi. Mezzora dopo ero sullautobus per New York. Al Port
Authority Terminal andai nella toilette e mi lavai la faccia e le mani, poi presi la
metropolitana. Rincasai proprio mentre Sophie apparecchiava la cena.

179

7.
Il peggio cominci allora. Avevo talmente tante cose da nascondere a Sophie che
non avrei neanche dovuto farmi vedere. Diventai irritabile e schivo e mi rintanai nel
mio piccolo studio, sempre in cerca della solitudine. Sophie sopport a lungo,
dimostrando una pazienza che non mi era dovuta, ma alla fine cedette, e a mezza
estate avevamo cominciato a punzecchiarci, a sindacare su tutto, a litigare per la
minima sciocchezza. Un giorno rincasando la trovai che piangeva sul letto, e capii
che stavo distruggendo la mia vita.
Per Sophie, era tutta colpa del libro. Se solo avessi smesso di lavorarci, tutto
sarebbe tornato normale. Disse che ero stato precipitoso. Quel progetto era un
errore, e non dovevo ostinarmi a negarlo. Ovviamente aveva ragione, ma continuai
a opporle altri argomenti: mi ero impegnato a scriverlo, avevo firmato un contratto,
e rimangiarmi tutto sarebbe stato pusillanime. Non le dissi che non avevo pi
intenzione di scriverlo. Per me il libro aveva senso solo in quanto poteva condurmi a
Fanshawe, per il resto non contava niente. Era diventata una questione privata, che
non centrava pi con la scrittura. Tutte le ricerche preliminari, tutti i fatti che avrei
scoperto scavando nel passato, tutto il lavoro apparentemente legato al libro, erano
strumenti per scoprire dove si nascondeva lui.
Povera Sophie. Non ebbe mai il minimo sentore delle mie intenzioni, perch in
realt quello che fingevo di fare non era diverso da quello che facevo veramente.
Riordinavo il mosaico della vita di un uomo. Accumulavo notizie, raccoglievo nomi,
luoghi e date fissando una cronologia dei fatti.
Ancora oggi la mia pervicacia mi sgomenta. Tutto si era ridotto a un solo imperativo
categorico: rintracciare Fanshawe, parlare con Fanshawe, trovarmi faccia a faccia
con Fanshawe per lultima volta. Ma non riuscii mai a procedere oltre, a stabilire
cosa speravo di ottenere da quellincontro.
Fanshawe aveva scritto che mi avrebbe ucciso, ma le minacce non mi
spaventavano. Sapevo che dovevo trovarlo: altrimenti niente sarebbe mai stato
chiarito. Questo era lassioma, il fondamento, il mistero della fede: lo accettavo, ma
non mi preoccupavo di spiegarmelo.
In ultima analisi, non credo che volessi veramente ucciderlo. La fantasia omicida
che mi era balenata insieme alla signora Fanshawe non dur a lungo, almeno a
livello conscio. A volte mi sfilavano davanti rapide scene in cui strangolavo
Fanshawe, lo accoltellavo, gli sparavo al cuore ma negli anni avevo analogamente
ucciso dentro di me altre persone, e non me ne preoccupai troppo. Lo strano non
era tanto che io desiderassi uccidere Fanshawe, quanto che a volte pensassi che lui
desiderava essere ucciso da me. Capit solo una volta o due nei miei momenti di
massima lucidit e mi convinsi che il vero significato della lettera che mi aveva
scritto era questo.
Fanshawe mi aspettava. Mi aveva scelto come suo carnefice, e sapeva di potersi
fidare. Ma era proprio per questo che non lo avrei ucciso. Dovevo porre termine al
180

potere di Fanshawe, non soggiacervi. Lo scopo era provargli che non mi curavo pi
di lui: lo dovevo trattare come un morto pur sapendo che era vivo. Ma prima che a
Fanshawe, dovevo provarlo a me stesso, e il fatto che dovessi provarmelo era la
prova che me ne curavo ancora. Non mi era sufficiente lasciare che le cose
seguissero il loro corso. Dovevo dare loro uno scossone, portarle al punto critico.
Poich non ero ancora sicuro di me stesso, avevo bisogno di correre dei rischi, di
saggiare le mie risorse prima dellestremo pericolo. Uccidere Fanshawe non avrebbe
avuto nessun significato. Il problema era ritrovarlo vivo, e malgrado ci
allontanarmi da lui.
Le lettere a Ellen mi furono utili. Diversamente dai taccuini, per lo pi speculativi e
aridi di dettagli, le lettere erano molto particolareggiate. Vi trapelavano gli sforzi di
Fanshawe per svagare la sorella, per divertirla con racconti umoristici, e perci i
riferimenti apparivano pi personali che altrove. Spesso, ad esempio, comparivano
nomi: di compagni di scuola e di navigazione, o di persone conosciute in Francia. E
anche se ometteva il proprio indirizzo sulla busta, citava molte localit: Baytown,
Corpus Christi, Charleston, Baton Rouge, Tampa, vari quartieri di Parigi, un villaggio
della Francia meridionale. Ricavai abbastanza elementi per mettermi in azione, e
per alcune settimane restai nella mia stanza a compilare elenchi, abbinando le
persone con i luoghi, i luoghi con i tempi, i tempi con le persone, schizzando mappe
e calendari, ricercando indirizzi, scrivendo lettere. Dovevo trovare una pista, e
tentavo di seguire qualsiasi direzione mi apparisse minimamente promettente.
Presumevo che strada facendo Fanshawe dovesse avere commesso un errore, che
qualche vecchia conoscenza del passato avesse incrociato la sua strada. Non era
una certezza, ma sembrava lunico punto di partenza sensato.
Le lettere dalluniversit appaiono piuttosto genuine e piatte riassunti di libri letti
e di discussioni con gli amici, descrizioni della vita del college ma risalgono al
periodo antecedente al crollo nervoso di Ellen, e sono contraddistinte da un tono
intimo e confidenziale abbandonato nelle lettere successive. Per esempio, sulla
nave Fanshawe parla raramente di s, salvo che in relazione agli aneddoti che ha
deciso di narrare. Lo vediamo alle prese con il nuovo ambiente, mentre gioca a
carte (e vince) in sala comune con un macchinista della Louisiana, mentre gioca a
biliardo (e vince) in alcuni bar malfamati della terraferma, e spiega i suoi successi
come colpi fortunati: Devo tenermi talmente su di giri per non cadere a pelle di
leone, che mi sa tanto di avere superato i miei limiti. Grazie alle scariche di
adrenalina, credo. Descrizioni degli straordinari in sala macchine: Sembra
incredibile, ma ci sono sessanta gradi le scarpe mi si sono talmente riempite di
sudore che sciaguattavano come se camminassi nelle pozzanghere; o di quando
un dentista ubriaco di Baytown, Texas, gli estrasse un dente del giudizio: Sangue
dappertutto, e per una settimana il buco nella gengiva ostruito dai frammenti del
povero dente. Essendo lultima ruota del carro, Fanshawe veniva trasferito da una
mansione allaltra. In ogni porto cerano membri dellequipaggio che
abbandonavano la nave per tornare a casa e altri che ne prendevano il posto: e se
uno dei nuovi arrivati preferiva il lavoro di Fanshawe a quello rimasto vacante, il
Ragazzo (lo chiamavano cos), veniva destinato ad altra occupazione. Perci
181

Fanshawe fece di volta in volta il marinaio semplice (raschiando e verniciando il


ponte), il mozzo (lavando i pavimenti, rifacendo i letti, pulendo i bagni) e lo
sguattero (servendo in tavola e lavando i piatti). Questultimo lavoro era il pi duro,
ma anche il pi interessante, dato che la vita su una nave ruota principalmente
intorno al grande tema del cibo: giganteschi appetiti gonfiati dalla noia, uomini che
vivevano letteralmente per passare da un pasto allaltro, alcuni sorprendentemente
sofisticati (corpacciuti energumeni capaci di giudicare un manicaretto con
laristocratico disdegno di un duca francese del Settecento). Ma il primo giorno di
lavoro Fanshawe fu catechizzato da un veterano: Tu non farti mettere sotto i piedi
da nessuno, gli disse. Se uno si lamenta del rancio, digli di non rompere i
coglioni. Se insiste, ignoralo e servilo per ultimo. E se non funziona, tu digli che la
prossima volta gli metti lacqua gelata nella zuppa. No, anzi, digli che ci pisci
dentro. Bisogna che sappiano chi che comanda.
Vediamo Fanshawe portare la colazione al capitano una mattina, dopo una notte di
violente tempeste al largo di Capo Hatteras: Fanshawe che dispone sul vassoio il
pompeimo, le uova strapazzate e il pane tostato, avvolge il vassoio nella stagnola e
lo avvolge ulteriormente negli asciugamani sperando che quando salir sul ponte i
piatti non volino in mare (dato che il vento soffia a settanta nodi); quindi Fanshawe
che sale la scala, muove i primi passi sul ponte e poi, allimprovviso, investito da
una folata, compie una spasmodica piroetta: la furia del vento raggiunge il vassoio
da sotto spingendogli le braccia sopra la testa come se stesse aggrappato a una
primitiva macchina volante, e fosse sul punto di tuffarsi in acqua; Fanshawe che
raccoglie le forze per abbassare il vassoio riuscendo infine a stringerselo al petto,
mentre miracolosamente i piatti evitano di cadere; dopodich, un passo dopo
laltro, percorre il ponte come un lillipuziano miniaturizzato dallapocalisse eolica che
lo circonda; Fanshawe che, dopo chiss quanti minuti, raggiunge lestremit
opposta, entra nel castello di prua, vede il capitano grassoccio al timone, dice La
sua colazione, capitano, e il nocchiero si volta, lo ringrazia con la pi fuggevole
delle occhiate e risponde con voce distratta: Grazie, ragazzo. Lasciala sul tavolo.
Tuttavia lesperienza di Fanshawe non fu sempre cos amena. Fa allusione a una
rissa (senza altri dettagli) che sembra averlo turbato, oltre ad alcune scene
spiacevoli di cui fu testimone a terra. Per esempio, i maltrattamenti a un negro in
un bar di Tampa: una masnada di ubriachi che si coalizzano contro un vecchio
uomo di colore entrato con una grande bandiera americana voleva venderla e il
primo ubriaco che spiega la bandiera e sentenzia che non ci sono abbastanza stelle
questa bandiera fasulla al che il vecchio nega, quasi strisciando a chiedere
piet, mentre gli altri ubriachi bofonchiando danno ragione al primo e tutto si
conclude con il vecchio spintonato fuori dalla porta e cade a faccia in gi sul
marciapiede, e gli ubriachi che annuiscono liquidando la faccenda con alcuni rilievi
sulla necessit di difendere la democrazia in tutto il mondo. Mi sono sentito
umiliato, scrisse Fanshawe, mi vergognavo di trovarmi l.
In complesso per le lettere hanno un tono scherzoso (una comincia cos:
Chiamami Redburn), e alla fine si ha la sensazione che Fanshawe sia riuscito a
dimostrare qualcosa a se stesso. La nave non era che un pretesto, unalterit
182

arbitraria, un modo per cimentarsi con lignoto.


E come in tutte le iniziazioni, la sopravvivenza di per s un trionfo. Quelli che
inizialmente potevano sembrare i suoi punti deboli listruzione harvardiana, le
origini borghesi riesce a volgerli a proprio vantaggio, tant che alla fine del
servizio unanimemente riconosciuto come lintellettuale dellequipaggio, e non lo
chiamano pi solo il Ragazzo, ma qualche volta anche il Professore; lo
chiamano ad arbitro delle loro dispute (chi fu il ventitreesimo presidente degli Stati
Uniti, quanti abitanti ha la Florida, chi era lesterno sinistro dei Giants nel 1947) e lo
consultano regolarmente come fonte delle informazioni pi insolite. I marinai gli
chiedono aiuto per compilare i moduli burocratici (cartelle fiscali, questionari
assicurativi, descrizioni di incidenti sul lavoro) e alcuni addirittura per scrivere
lettere personali (spiccano le diciassette missive damore di Otis Smart alla sua
ragazza SueAnn di Dido, Louisiana). Il dato pi importante non che Fanshawe
sia salito alla ribalta, ma che sia stato in grado di adattarsi, di trovare una sua
collocazione. Dopo tutto, per lui lautentica ordalia essere uno come gli altri. Una
volta raggiunto lobiettivo, non soffre pi il problema della propria eccezionalit.
libero e non solo dagli altri, ma da se stesso. Credo che la prova decisiva sia che
quando lascia la nave non saluta nessuno. Firma il congedo una sera a Charleston,
riceve la paga dal capitano e sparisce. Due settimane dopo a Parigi.
Per due mesi nessuna notizia. Poi, per i tre mesi successivi, soltanto cartoline.
Messaggi brevi, frammentari, scribacchiati sul verso delle solite vedute turistiche: il
Sacr-Coeur, la Tour Eiffel, la Conciergerie. Quando cominciano ad arrivare le
lettere, sono sporadiche e non dicono niente di importante. Sappiamo che a questo
punto Fanshawe immerso nel suo lavoro (molte poesie giovanili, un primo
abbozzo di Oscuramenti), ma dalle lettere non ricaviamo indicazioni utili sulla vita
che sta conducendo. Si capisce che attraversa un conflitto, che in crisi nei
confronti di Ellen, che non vuole interrompere i contatti ma non sa decidere se deve
dirle molto o poco. (E in realt la maggior parte di queste lettere Ellen non le vede
nemmeno. Sono indirizzate a casa nel New Jersey, e naturalmente vengono aperte
dalla signora Fanshawe che le esamina prima di mostrarle alla figlia: cos, in genere
Ellen non le legge. Credo che Fanshawe sapesse che sarebbe andata cos, o almeno
lo sospettava. Il che complica ancora la faccenda dato che a ben guardare queste
lettere non erano affatto concepite per Ellen. Spedirle a sua sorella si rivela un
semplice espediente letterario, il mezzo con cui Fanshawe comunica con la madre.
Da qui nasce la rabbia di lei. Perch proprio nellatto di parlarle, il figlio pu fingere
di ignorarla). Per circa un anno le lettere vertono quasi esclusivamente su cose
(strade, edifici, descrizioni di Parigi), contenendo meticolosi cataloghi di ci che
lautore ha visto e sentito: ma la presenza di Fanshawe impercettibile. Poi,
gradualmente, cominciamo a intravedere i suoi conoscenti, a cogliere una lenta
gravitazione verso laneddoto: tuttavia, i racconti sono staccati da ogni contesto, e
risultano vaghi e impalpabili. Per esempio, leggiamo di un vecchio compositore
russo di nome Ivan Wyshnegradsky, ormai quasi ottantenne, vedovo, in miseria,
che vive da solo in uno squallido appartamento di rue Mademoiselle. Vedo
questuomo pi di chiunque altro, dichiara Fanshawe. Non una parola sulla loro
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amicizia, nessun riferimento agli argomenti dei loro colloqui. Viceversa,


uninterminabile descrizione del pianoforte con i quarti di tono che il compositore
tiene in casa, enorme e dalla tastiera multipla (costruito espressamente per
Wyshnegradsky a Praga quasi cinquantanni prima, uno dei tre pianoforti di questo
tipo esistenti in tutta lEuropa), seguita, senza altre notizie sulla carriera musicale
del vecchio, dal racconto di come Fanshawe gli abbia regalato un frigorifero. Il
mese scorso stavo traslocando, scrive Fanshawe.
E dato che la casa fornita di un frigorifero nuovo, ho deciso di regalare quello
vecchio a Ivan.
Come molti parigini, non ha mai posseduto un frigorifero per tutti questi anni ha
conservato gli alimenti in una nicchia nel muro di cucina. Mi pare che abbia gradito
lofferta, e ho fatto in modo di recapitarglielo direttamente a casa, trasportandolo
su per le scale con laiuto del camionista. Ivan ha salutato larrivo
dellelettrodomestico come un avvenimento importante della sua vita, con
lentusiasmo di un bambino, ma nel contempo era diffidente. Me ne sono accorto:
era anche un po impaurito, non sapeva bene cosa fare di quelloggetto estraneo.
Mentre lo installavamo continuava a ripetere: cos grosso , e poi, quando lo
abbiamo collegato e il motore si acceso: Com rumoroso . Gli ho assicurato
che ci avrebbe fatto labitudine, elencando tutti i vantaggi di questo ritrovato della
tecnica, e i motivi per cui gli avrebbe facilitato la vita. Mi sentivo un missionario: il
grande Padre Sotutto, che redime il troglodita illustrandogli la vera religione. Pass
pi o meno una settimana e Ivan mi chiam quasi ogni giorno per ripetermi quanto
era soddisfatto del frigorifero, descrivendo tutte le nuove vettovaglie che poteva
comprare e conservare in casa.
Poi, la catastrofe. Un giorno con la voce funerea mi annuncia: Ho paura di averlo
rotto Sembra che il piccolo congelatore in alto si fosse riempito di ghiaccio e lui,
non sapendo come liberarlo, abbia usato il martello, frantumando non solo il
ghiaccio, ma anche le serpentine sottostanti.
Mio caro amico, aggiunse, mi rincresce tanto . Gli dissi di non preoccuparsi:
avrei trovato un tecnico per ripararlo. Segu una lunga pausa. Be, rispose alla
fine, credo che forse sia meglio cos. Sa, il chiasso. Faccio molta fatica a
concentrarmi. da tanto che uso la mia nicchia, che insomma, mi ci sono
affezionato. Mio caro amico, non si arrabbi. Ho paura che non ci sia niente da fare
con un vecchio come me. Quando si arriva a un certo punto, nella vita, dopo
troppo tardi per cambiare.
Le lettere successive hanno lo stesso tono: citano personaggi, alludono a diverse
occupazioni. Se ne ricava che i soldi guadagnati da Fanshawe sulla nave gli
bastarono per circa un anno, poi dovette rimboccarsi le maniche. Sembra che per
un po abbia tradotto una collana di libri darte: poi avrebbe impartito lezioni private
di inglese ad alcuni studenti liceali; dopo ancora, per unestate, fece il secondo
turno di notte alla redazione parigina del New York Times, come centralinista (il
che quanto meno dimostra che aveva imparato bene il francese); segue un periodo
abbastanza particolare, durante il quale lavora saltuariamente per un produttore
cinematografico, revisionando i trattamenti, traducendo, abbozzando sceneggiature.
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Bench nelle opere di Fanshawe i riferimenti autobiografici siano rari, credo che
alcuni episodi di Nel paese del mai si possano far risalire a questultima esperienza
(la casa di Montag nel settimo capitolo; il sogno di Flood al capitolo trenta).
Lo strano in questuomo, scrive Fanshawe in una sua lettera (parlando del
produttore), che mentre le sue relazioni finanziarie con i ricchi corrono sul filo
della delinquenza (atti da pescecane, menzogne spudorate), verso i pi derelitti si
mostra comprensivo. Raramente denuncia i suoi debitori o li porta in tribunale: al
contrario, consente loro di pagare il debito lavorando per lui. Il suo autista, ad
esempio, un marchese decaduto che gira su una Mercedes bianca. C un anziano
barone che occupato solo a fare fotocopie. Ogni volta che vado a casa sua per
consegnare un lavoro, trovo in piedi in un angolo qualche nuovo lacch, un nobile
decrepito nascosto dietro i tendaggi, un distinto finanziere che poi scopro essere il
fattorino. Inoltre, non si spreca mai niente. Il mese scorso, quando lex direttore
che abitava nella stanza della domestica al quinto piano si suicidato, ho ereditato
il suo cappotto. Da allora lho indossato tutti i giorni. un lungo arnese nero che mi
scende fin quasi alle caviglie. Sembro una spia.
Quanto alla vita privata di Fanshawe, si limita ad accenni molto vaghi. Allude a una
festicciola, descrive latelier di un pittore, e un paio di volte fa il nome di una certa
Anne: ma la natura di questi rapporti rimane misteriosa. Del resto, ormai disponevo
degli agganci che mi servivano. Pensai che scarpinando il giusto, recandomi sui
luoghi e facendo domande, alla fine sarei riuscito a ritrovare alcune di quelle
persone.
A parte un viaggio di tre settimane in Irlanda (Dublino, Cork, Limerick, Sligo), pare
proprio che Fanshawe fosse rimasto quasi sempre a Parigi. La versione finale di
Oscuramenti fu completata durante il secondo anno nella capitale francese; Miracoli
fu scritto durante il terzo, insieme a quaranta o cinquanta poesie brevi. Non
difficile fissare la cronologia, perch fu in quel periodo che Fanshawe prese
labitudine di datare i suoi lavori. ancora incerto il momento preciso in cui
abbandon Parigi per la campagna, ma credo che si collochi fra giugno e settembre
del 1971. Qui la corrispondenza si dirada, e anche i taccuini riportano solo un
elenco dei libri che stava leggendo (la Storia del mondo di Raleigh e i Viaggi di
Cabeza de Vaca). Ma dopo essersi sistemato nella casa di campagna, racconta
abbastanza esaurientemente come mai finito proprio l. I dettagli in s sono
trascurabili, anche se emerge un dato fondamentale: durante la sua permanenza in
Francia, Fanshawe non fece mistero di essere uno scrittore. Gli amici conoscevano
le sue opere, e se mai si dimostra reticente, lo fa solo nei confronti dei familiari. Fu
un errore marchiano: lunico momento di sbadataggine in tutto lepistolario. I
Dedmon, una coppia americana che ho conosciuto a Parigi, scrive, lanno
prossimo non potranno recarsi nella loro casa di campagna (vanno in Giappone).
Dato che la casa gi stata svaligiata un paio di volte, non vorrebbero lasciarla
disabitata, e mi hanno proposto di fare il custode. Non solo potr abitarci
gratuitamente, ma mi viene assicurato luso della macchina e un piccolo stipendio
(baster a mantenermi, se star molto attento). Questa s che si chiama fortuna.
Hanno detto che preferiscono che nella loro casa ci resti io a scrivere per un anno,
185

piuttosto che affittarla a degli sconosciuti. Un peccato veniale, se vogliamo, ma


quando lessi la frase mi sentii incoraggiato. Per un momento, Fanshawe aveva
abbassato la guardia: e se era successo una volta, poteva benissimo succedere di
nuovo.
Per valore letterario, le lettere dalla campagna sono le pi notevoli. Ormai locchio
di Fanshawe si era fatto incredibilmente acuto, e si coglie una nuova ricchezza di
parole, come se la distanza tra vista e scrittura si fosse ridotta, e i due atti
coincidessero, appartenessero a un unico gesto ininterrotto. Fanshawe
preoccupato del paesaggio e vi ritorna continuamente, studiandolo e registrandone
i mutamenti allinfinito. In queste cose la sua pazienza non mai meno che
straordinaria, e nelle lettere come nei taccuini troviamo dei passi naturalistici di uno
splendore per me incomparabile. La casa di pietra dove vive (muri spessi due piedi)
stata costruita durante la Rivoluzione: da una parte c un piccolo vigneto,
dallaltra un prato dove pascolano le pecore; alle spalle si stende una foresta
(gazze, corvi, cinghiali) e davanti, di l dalla strada, le rocce che conducono al
villaggio (quaranta abitanti). Su quelle medesime rocce, nascoste in un intrico di
alberi e arbusti, sorgono le rovine di una cappella appartenuta ai Templari.
Ginestre, timo, querce, terra del sottobosco, argilla bianca, il mistral Fanshawe
vive pi di un anno circondato da questi elementi, che a poco a poco sembrano
modificarlo, radicandolo pi profondamente in se stesso.
Non parlerei di esperienza mistica o religiosa (parole che per me non vogliono dire
nulla), ma tutto lascia credere che Fanshawe sia sempre rimasto solo, senza vedere
quasi nessuno e praticamente senza parlare. Questa vita scabra lo disciplin. La
solitudine divent una strada per giungere a se stesso, uno strumento di
rivelazione. Bench fosse ancora molto giovane, ritengo che quel periodo abbia
segnato linizio della sua maturit letteraria. Da allora, la sua opera non si pu pi
definire promettente: adulta, realizzata, inconfondibile. A partire dalla lunga
raccolta di poesie scritte in campagna (Dalle radici), fino ai drammi e a Nel paese
del mai (composti a New York), Fanshawe appare ai vertici della sua ispirazione.
Viene spontaneo cercarvi qualche segno di squilibrio, qualche annuncio delle
concezioni che alla fine gli si ritorsero contro: ma la sua opera non svela niente di
simile. Fanshawe conferma una personalit non comune, ma allapparenza sana, e
nellautunno del 1972, al suo ritorno in America, sembra assolutamente lucido.
Le prime risposte me le dettero le persone che Fanshawe aveva conosciuto a
Harvard. Sembr che la parola biografia mi aprisse tutte le porte, e potei
agevolmente incontrarmi con gran parte di loro. Parlai con il suo compagno di
camera del primo anno; parlai con alcuni suoi amici; parlai con due o tre ragazze di
Radcliffe che erano uscite con lui. Non ne ricavai molto, per. Di tutti i miei
informatori, uno solo mi forn qualche notizia interessante. Parlo di Paul Schifi, il
figlio del sindacalista che aveva trovato lavoro a Fanshawe sulla petroliera. Schifi
ora faceva il pediatra nella contea di Westchester, e passammo una sera a parlare
nel suo ambulatorio. Mi piacque per la sua franchezza (era un uomo piccolo,
passionale, precocemente stempiato, con lo sguardo diretto e una voce suadente e
sonora), e parl apertamente, senza indugi. Conservava un ricordo indelebile della
186

sua amicizia con Fanshawe che era stato molto importante nella sua vita.
Io ero un ragazzo diligente, disse Schifi, sgobbone, quadrato, senza troppa
fantasia. A differenza di tutti noi, Fanshawe non aveva il sacro terrore di Harvard, e
credo che questo fatto mi mise in soggezione. Aveva letto pi di tutti poesia,
filosofia, narrativa ma sembrava che la vita universitaria lo annoiasse. Se ne
fregava dei voti, perdeva un sacco di lezioni, era come se andasse per conto suo.
Da matricole non eravamo nemmeno vicini di stanza, ma chiss perch, mi scelse
come amico. Fin che in pratica diventai la sua ombra. Fanshawe era sempre pieno
di idee su tutto, credo di avere imparato di pi da lui che a Harvard. Sar stato
anche malato di idolatria acuta ma Fanshawe mi aiut, e non lho dimenticato.
stato lui a insegnarmi a pensare con il mio cervello, a scegliere da solo. Se non
fosse stato per lui, non sarei mai diventato medico. Cambiai facolt perch lui mi
convinse a fare quello che desideravo, e gliene sono ancora riconoscente. Verso la
met del secondo anno, Fanshawe mi disse che avrebbe lasciato luniversit. Non
mi sorpresi. Cambridge non era il posto adatto a Fanshawe, e sapevo che
scalpitava, che non vedeva lora di andarsene. Ne parlai con mio padre, che era
rappresentante sindacale dei marittimi, e gli trov il lavoro su quella nave. And
tutto benissimo. Fanshawe ottenne i documenti necessari in quattro e quattrotto, e
poche settimane dopo part. Mi scrisse qualche volta, cartoline dai vari scali. Ciao,
come va, banalit del genere. Ma non mi offesi anzi, ero contento di avere fatto
qualcosa per lui. Pi tardi per, la considerazione che avevo di Fanshawe andata
un po a pallino. Un giorno, credo quattro anni fa, ero in citt che camminavo sulla
Quinta Avenue, quando ti incontro proprio lui, l, per strada. Fui felice di rivederlo,
veramente contento e meravigliato, ma lui fece fatica a salutarmi.
Come se si fosse dimenticato di me. Molto scostante, quasi sgarbato. Dovetti
ficcargli in mano il mio indirizzo e il mio numero di telefono. Mi promise di
chiamarmi, ma naturalmente non si sogn nemmeno di farlo. Fu un bruttissimo
colpo, mi creda. Brutto bastardo, pensavo, chi ti credi di essere? Non mi aveva
nemmeno detto cosa faceva nella vita aveva eluso le mie domande e mi aveva
piantato l appena aveva potuto. Alla faccia dei tempi di Harvard, pensai. E alla
faccia dellamicizia. Mi lasci lamaro in bocca. Lanno scorso, per il mio
compleanno, mia moglie mi ha regalato uno dei suoi libri. Lo so che infantile, ma
non ho avuto il coraggio di aprirlo. rimasto l sullo scaffale a coprirsi di polvere.
proprio strano, no? Tutti dicono che un capolavoro, ma non penso che riuscir
mai a leggerlo.
Questo fu il resoconto pi lucido che raccolsi. Alcuni compagni di navigazione sulla
petroliera mi dettero altre informazioni, ma niente che servisse al mio scopo. Per
esempio, Otis Smart ricordava le lettere che Fanshawe aveva scritto al suo posto.
Quando lo raggiunsi per telefono a Baton Rouge, si dilung a rievocarle, citando
anche alcuni appellativi inventati da Fanshawe (mia cara alluzzaalluci, mia
spiaccicacocomero, diguazzasogno di perversit e cos via) e ridendo a
crepapelle. La cosa pi fenomenale, mi disse, fu che mentre lui le mandava quelle
lettere, Sue
Ann correva la cavallina con un altro, e al suo ritorno gli annunci che si sposava.
187

Meglio cos, aggiunse Smart. Laltranno gi a casa lho rivista, peser un


quintale e mezzo. Sembra quelle ciccione dei fumetti gira per strada impettita
come unoca coi calzoni attillati arancio e un branco di mocciosi che le urlano dietro.
Mi ha fatto proprio ridere ricordare le lettere. Quel Fanshawe l mi faceva
scompisciare. Continuava a sparare fuori i suoi spropositi, e io iniziavo a rotolarmi
per terra come una bertuccia. proprio un peccato quello che successo. Fa
tristezza sentire che uno tira il calzino cos da giovane.
Jeffrey Brown, ora chef in un ristorante di Houston, era stato il vicecuoco della
nave. Ricordava Fanshawe come lunico bianco dellequipaggio che lo trattasse
umanamente.
Non era facile, spieg Brown. Quelli dellequipaggio erano quasi tutti vaccari
sudisti, che avrebbero avuto pi gusto a sputarmi in faccia che a salutarmi. Ma
Fanshawe mi teneva compagnia, non gli importava del giudizio degli altri. Quando
eravamo in franchigia a Baytown o in altri posti del genere, andavamo insieme a
bere, a ragazze, tutto quanto.
Io quelle citt le conoscevo meglio di lui, e lo avvisavo che se voleva venire in giro
con me, non potevamo entrare nei soliti bar dei marinai. Sapevo che in quei posti
avevo il culo a rischio, e non cercavo guai. Non c problema, diceva Fanshawe, e
andavamo nei posti dei neri, senza problema.
In genere sulla nave non succedeva niente di particolare, me la cavavo alla grande.
Ma poi per qualche settimana ti arriva sto bifolco. Un tale che si chiamava Cutbirth,
pensi lei, Roy Cutbirth.
Era un cretino di oliatore visopallido che alla fine lo hanno cacciato dalla nave
quando il Capomacchine si accorto che di motori non sapeva unacca. Aveva
cacciato balle al test di assunzione per avere il lavoro proprio luomo giusto da
tenerti sottocoperta se hai voglia di far saltare in aria tutta la barca. Questo
Cutbirth era stupido, stupido e cattivo. Aveva sti tatuaggi sulle nocche una lettera
per dito: L-O-V-E sulla destra, e H-A-T-E sulla sinistra. Quando vedi una stronzata
simile, capisci subito che meglio stare alla larga. Una volta sto bullo deficiente ha
raccontato a Fanshawe come passava i sabati sera a casa sua, in Alabama: si
sedeva su una collina sopra la statale e sparava alle auto. Davvero una persona
interessante, niente da dire. Poi aveva sto occhio guercio, tutto strabico e iniettato
di sangue. Ma si vantava anche di quello. Pare che se lo era fatto per via di una
scheggia di vetro. Diceva che era successo a Selma, mentre lanciava bottiglie
contro Martin Luther King. Non le sto a dire comero pappa e ciccia con questo
Cutbirth.
Continuava a squadrarmi fisso, parlando sottovoce e facendo s s con la testa, ma
non ci badavo.
Per un po andata avanti cos. Poi ci ha provato con Fanshawe nei paraggi, e ha
alzato la voce un po troppo per non farsi sentire. Allora Fanshawe si ferma, si gira
verso Cutbirth e gli fa: Cosa hai detto? E Cutbirth, bello duro e spavaldo,
risponde una cosa tipo Niente, puccipucci mi chiedevo quando tu e qua,
lorangotango, convolerete a giuste nozze. Be, Fanshawe era sempre buono e
caro, un vero signore, non so se mi spiego, e non mi sarei mai aspettato quello che
188

successo. Come vedere Hulk, quello della tiv, luomo che si trasforma in una
bestia. Ha pigliato Cutbirth e lo ha sbattuto contro il muro, proprio, lha appeso l e
ce lo ha tenuto, cos, soffiandogli sulla faccia. Non dirlo mai pi, gli fa Fanshawe,
con gli occhi di fuoco. Non dirlo mai pi, o ti ammazzo. E vigliacco se non cera
da crederci mentre lo diceva. Luomo era pronto a uccidere, e Cutbirth lo ha capito.
Scherzavo, gli fa, insomma era solo uno scherzo. Tutto finito, in un attimo.
La faccenda durata un batter docchio. Un paio di giorni dopo a Cutbirth lhanno
licenziato. Gli andata di lusso. Se rimaneva in giro ancora un po, chiss come
andava a finire.
Raccolsi decine di testimonianze come questa: lettere, conversazioni telefoniche,
colloqui. Dur qualche mese, e ogni giorno il materiale si espandeva, lievitava in
ondate geometriche, evidenziando sempre nuove concatenazioni, una rete di
contatti che a un certo punto prese a vivere di vita propria. Come un organismo
perennemente affamato: e alla fine mi accorsi che niente gli avrebbe impedito di
diventare grande come il mondo. Una vita ne tocca unaltra, che a sua volta ne
tocca unaltra, e in breve i legami si fanno innumerevoli, superano qualsiasi calcolo.
Mi avevano parlato di una grassona che viveva in una piccola citt della Louisiana;
mi avevano parlato di un demente razzista con le dita tatuate e un cognome
incredibile. Mi parlarono di decine di altre persone che non avevo mai sentito
nominare, e tutte avevano avuto una parte nella vita di Fanshawe. Da fregarsi le
mani, forse: si potrebbe dire che proprio questa abbondanza di dati dimostrava che
avevo preso la direzione giusta. Ero un investigatore, dopo tutto, e andare a caccia
di indizi era il mio lavoro. Provvisto di un milione di informazioni frammentarie e
vaganti, adescato da un milione di false piste, dovevo fiutare lunica traccia in grado
di condurmi alla meta. E finora il problema essenziale era che non lavevo trovata.
Nessuna di quelle persone vedeva o sentiva Fanshawe da anni, e a meno di
dubitare di ogni loro parola, o di compiere indagini su tutti, dovevo presumere che
dicessero la verit.
Credo che in sostanza fosse questione di metodo. Se vogliamo, di Fanshawe sapevo
gi tutto quello che cera da sapere. Le notizie che appresi non aggiunsero nulla di
sostanziale, e non contraddissero nessuno dei dati in mio possesso. O in altri
termini: il Fanshawe che avevo conosciuto non era lo stesso Fanshawe che stavo
cercando. A un certo punto si era determinata una cesura, una crepa improvvisa e
incomprensibile: e le cose che mi dicevano i testimoni da me interrogati non
contribuivano a spiegarla. Insomma, le loro dichiarazioni poterono soltanto
confermare che laccaduto non poteva essere accaduto. Che Fanshawe fosse
buono, che Fanshawe potesse essere crudele be, era unaltra storia, e la
conoscevo fin troppo. Quello che cercavo era diverso, era qualcosa che non avrei
potuto immaginare: un atto puramente irrazionale, un episodio in totale
contraddizione con il suo carattere, la negazione di tutto quello che Fanshawe era
stato fino al momento della scomparsa. Spiccavo sempre il salto nellignoto, ma poi
a ogni atterraggio mi ritrovavo sul terreno di casa, circondato dal paesaggio che mi
era pi familiare.
Pi mi inoltravo, pi le possibilit si restringevano. Chiss, fu un bene. Se non altro,
189

sapevo che dopo ogni fallimento restava un posto di meno dove guardare.
Trascorsero dei mesi, pi tempo di quanto vorrei ammettere. In febbraio e marzo
mi dedicai principalmente alla ricerca di Quinn, il detective privato che aveva
lavorato per Sophie. Strano, ma non ne trovai nessuna traccia.
Sembrava che si fosse ritirato: non lavorava pi n a New York n altrove. Per un
po seguii le notizie di ritrovamenti di cadaveri, interrogai i dipendenti dellobitorio,
cercai di risalire alla sua famiglia: ma senza risultato. Come estrema risorsa, pensai
di assumere un altro investigatore per cercarlo, ma poi rinunciai. Decisi che un
uomo scomparso bastava, e a poco a poco esaurii le opportunit residue. A met
aprile me ne restava solamente una. Tergiversai ancora qualche giorno sperando in
un colpo di fortuna, ma senza successo. La mattina del ventuno, finalmente andai
in unagenzia di viaggi e prenotai un volo per Parigi.
Avrei dovuto partire di venerd. Il marted, Sophie e io ci dedicammo allacquisto di
un giradischi. Una delle sue sorelle minori stava per trasferirsi a New York, e
avevamo deciso di regalarle il nostro. Lidea di sostituirlo era nellaria da molti mesi,
e questa novit fu il pretesto per comprarne uno nuovo. Perci quel marted
visitammo qualche negozio, comprammo lapparecchio e lo portammo a casa in
taxi. Poi lo installammo al posto di quello vecchio, che impacchettammo nella
scatola nuova. Ci sembr una soluzione valida: Karen sarebbe arrivata in maggio, e
nel frattempo non volevamo ingombro. Fu allora che si present il problema.
Come in quasi tutti gli appartamenti di New York, avevamo poco spazio da adibire a
ripostiglio, e sembrava che fosse tutto pieno. Lunico armadio che ci lasciava
qualche speranza era quello della camera da letto, ma il ripiano inferiore rigurgitava
gi di scatole tre in basso, due in alto, quattro di traverso e quello superiore era
mezzo pieno. Cerano gli scatoloni che contenevano la roba di Fanshawe (vestiti,
libri, cianfrusaglie): erano sempre rimasti l dal nostro trasloco. Quando Sophie
aveva sgomberato la sua casa di prima, n lei n io avevamo saputo che farne.
Nella nostra nuova vita non volevamo sentirci assediati dai ricordi di Fanshawe, ma
nel contempo non ci sembrava giusto buttare via tutto. Gli scatoloni avevano
rappresentato un compromesso, e a un certo punto ce ne eravamo scordati. Ormai
facevano parte del paesaggio domestico, come lasse rotta sotto il tappeto del
soggiorno, o la crepa nel muro sopra il letto: segni invisibili nello scorrere della vita
quotidiana. Ma adesso, appena apr la porta dellarmadio e guard dentro,
latteggiamento di Sophie cambi bruscamente.
Basta! esclam, chinandosi verso linterno. Scost i vestiti che ricadevano sugli
scatoloni facendo sbattere gli appendini, fendendo il caos, dando sfogo alla sua
esasperazione. Fu una collera improvvisa, che sembrava rivolta pi a lei stessa che
a me.
Basta con che cosa? Ero in piedi dallaltra parte del letto, e le guardavo la
schiena.
Con tutta questa roba, rispose, sempre agitando istericamente i vestiti. Basta
con Fanshawe e i suoi scatoloni.
Che cosa vuoi farne? Mi sedetti sul letto in attesa di una risposta, ma lei non
parl. Che cosa intendi farne, Sophie? ripetei.
190

Si volt a guardarmi: vidi che stava per piangere. A cosa serve un armadio se non
lo puoi usare? disse. Aveva la voce tremante, stavano cedendole i nervi. Voglio
dire, morto s o no? E se morto, perch dobbiamo tenere tutta questa tutta
questa gesticolava, cercava la parola spazzatura. come vivere con un
cadavere.
Se vuoi, oggi chiamo lEsercito della Salvezza, dissi.
Chiamali adesso. Subito.
Li chiamo. Ma prima dobbiamo aprire le scatole ed esaminare il contenuto.
No. Voglio dare via tutto, immediatamente.
Sui vestiti sono daccordo, osservai. Ma i libri, li avrei tenuti ancora un po.
Volevo catalogarli e controllare le sue note ai margini. In mezzora ho finito.
Sophie mi guard incredula. Allora non capisci proprio niente? disse. Poi si alz
e finalmente i suoi occhi si bagnarono di lacrime: lacrime da bambina, senza
ritegno, che le scorrevano sulle guance come se non se ne accorgesse.
Non riesco pi a comunicare con te. Non senti neanche quello che ti dico.
Faccio del mio meglio, Sophie.
Non vero. Ne sei convinto, ma non vero. Non vedi che cosa succede? Lo stai
resuscitando.
Sto scrivendo un libro. Nientaltro solo un libro. Ma come posso farcela se non
mi impegno seriamente?
No, non solo questo. Lo so, lo sento. Se non vogliamo che tutto finisca, fra noi
due, bisogna che lui sia morto. Non lo capisci? Morto, anche se fosse vivo.
Cosa ti salta in mente? morto di sicuro.
Ancora per poco. Soprattutto se continui cos.
Ma sei tu che hai voluto che accettassi. Hai voluto che scrivessi il libro.
Questo stato un secolo fa, amore. Ho paura di perderti. Non potrei sopportarlo.
quasi finita, ti prometto. Questo viaggio sar lultima tappa.
E dopo?
Lo vedremo. Non posso sapere in anticipo cosa succeder.
proprio questo che mi spaventa.
Puoi venire con me.
A Parigi?
A Parigi. Possiamo andarci tutti e tre insieme.
Non credo. No, con questa situazione, non credo. Vai da solo. Almeno, se torni,
sar perch lo desideri.
Che significa se?
Niente. Soltanto se. Per esempio, se torni.
Non ne puoi dubitare.
E invece s. Se va avanti cos, ti perder.
Non dirlo nemmeno, Sophie.
Ma me lo sento. quasi come se fosse gi successo. Qualche volta mi sembra di
vederti svanire davanti ai miei occhi.
Ma assurdo.
Ti sbagli. La fine si avvicina, amore mio, e tu non te ne accorgi nemmeno.
191

Svanirai, e non ti rivedr mai pi.

192

8.
A Parigi le cose mi sembravano stranamente pi grandi. La presenza del cielo era
pi evidente che a New York, i suoi umori pi fragili. Mi attraeva irresistibilmente, e
allinizio, per un giorno o due non smisi di guardarlo: restai seduto nella mia stanza
dalbergo a studiare le nubi nellattesa che succedesse qualcosa. Erano nubi
settentrionali, nubi di sogno, sempre mutevoli, che si ammassano in smisurate
montagne grigie, scaricano rapide piogge, si dissolvono, si raccolgono di nuovo e
scorrono davanti al sole rifrangendo la luce in maniere che sembrano ogni volta
diverse. Il cielo di Parigi ha le sue leggi, che agiscono indipendentemente dalla citt
sottostante. Mentre le case sembrano salde, ancorate a terra, indistruttibili, il cielo
vasto e amorfo, e soggetto a un perenne tumulto. Per la prima settimana mi
sentii sottosopra. una metropoli del Vecchio Mondo, non ha niente in comune con
New York, con i suoi cieli lenti e le strade caotiche, le nuvole scialbe e laggressivit
degli edifici. Ero spaesato, e perci improvvisamente incerto. Stavo perdendo il
contatto con la realt, e almeno una volta allora dovevo ripetermi la ragione per cui
ero venuto.
Parlavo un francese n buono n cattivo. Lo masticavo abbastanza da capire quello
che mi dicevano, ma parlarlo era difficile, e a volte non trovavo assolutamente le
parole neanche per esprimere i concetti pi elementari. Credo che da un certo
punto di vista fosse piacevole.
Sperimentare il linguaggio come complesso di suoni, ritrovarmi inchiodato sulla
superficie di parole i cui significati si dileguano; ma era anche molto faticoso, e finii
per chiudermi nei miei pensieri.
Per capire, dovevo silenziosamente tradurre tutto in inglese, il che significava che
anche quando ci riuscivo era soltanto dopo un interludio: la met del risultato mi
costava il doppio del lavoro.
Sfumature, segrete associazioni, correnti sotterranee tutto questo per me andava
perduto.
Insomma, alla fin fine non sarebbe sbagliato affermare che perdevo tutto.
Eppure andavo avanti. Impiegai qualche giorno per partire con lindagine, ma
appena preso il primo contatto, altri ne seguirono. Dovetti inghiottire anche qualche
delusione. Wyshnegradsky era morto; non rintracciai nessuno degli studenti di
inglese di Fanshawe; la donna che lo aveva assunto al New York Times non cera
pi, aveva cambiato lavoro da anni. Erano contrattempi prevedibili, ma ne fui
contrariato, perch sapevo che anche la minima lacuna poteva essere fatale. Per
me valevano come spazi vuoti, tasselli bianchi nel mio mosaico, e anche se fossi
riuscito a riempire le altre zone, sarebbero rimasti dei dubbi, e non avrei mai
completato il lavoro fino in fondo.
Parlai con i Dedmon, parlai con gli editori darte per cui Fanshawe aveva lavorato,
parlai con la donna di nome Anne (scoprendo che era stata una sua fiamma), parlai
con il produttore cinematografico. Lavori occasionali, mi spieg in un inglese dal
193

forte accento russo. Faceva dei lavori occasionali. Traduzioni, riassunti di


sceneggiature, un po di cose a nome di mia moglie.
Era un ragazzo intelligente, ma troppo rigido. Molto letterato, non so se mi spiego
Avrei voluto dargli loccasione di recitare: gli ho offerto anche di prendere lezioni di
scherma e di equitazione per un film che avevamo in programma. Aveva il fisico
giusto, ero convinto che potesse riuscire.
Ma a lui non interessava. Ho altra carne al fuoco, mi ha risposto. Pi o meno.
Pazienza. Il film ha incassato milioni, che mi frega se il ragazzo voleva recitare o
no?
Poteva essere una traccia da seguire, ma mentre ero seduto con quelluomo nel suo
faraonico appartamento di Avenue Henri Martin, aspettando che proseguisse il
racconto fra una raffica di telefonate, a un tratto compresi che non avevo bisogno
di sentire altro. Cera una sola domanda importante, e il produttore non poteva
rispondermi. Se restavo ad ascoltarlo, avrei appreso altri particolari, altre minuzie,
un altro ammasso di appunti superflui. Era da troppo tempo che fingevo di scrivere
un libro, e via via mi ero dimenticato del mio scopo. Basta, dissi fra me con la
coscienza di citare Sophie, basta con questa roba: mi alzai e uscii.
Perch in realt non cera pi nessuno a sorvegliarmi. Non dovevo pi simulare
come a casa, non dovevo pi ingannare Sophie mostrandomi eternamente assorto
nel lavoro. La finzione non aveva pi motivo. Finalmente potevo disfarmi del mio
libro inesistente. Per una decina di minuti, mentre tornavo allalbergo sullaltra riva
del fiume, mi sentii felice come non ero stato da mesi. La situazione si semplificava,
riducendosi allevidenza di un unico problema. Ma poi, assimilata questa idea, capii
che in effetti non avevo molto da rallegrarmi. La fine si avvicinava e non lo avevo
ancora trovato. Lerrore che avevo cercato non era mai apparso. Non cerano tracce,
n indizi, n vie aperte. Fanshawe era sepolto da qualche parte, e con lui era
sepolta la sua vita. A meno che non decidesse di lasciarsi trovare, non avevo
nemmeno il fantasma di una possibilit.
Tuttavia insistetti nel tentativo di arrivare in fondo, alla vera conclusione,
buttandomi a capofitto negli ultimi colloqui, deciso a non mollare prima di avere
parlato con tutti. Volevo telefonare a Sophie. Un giorno, giunsi a entrare in un
ufficio postale e a chiamare il centralino delle telefonate internazionali, ma poi
rinunciai. Ormai le parole mi sfuggivano continuamente, e il pensiero di
impappinarmi al telefono mi terrorizz. E poi, che cosa avrei potuto dire? Invece le
mandai una cartolina con una foto di Stanlio e Ollio. Sul retro scrissi: I veri
matrimoni non significano mai niente. Guarda la coppia qui dietro. Dimostrano che
tutto possibile, no? Forse dovremmo cominciare a portare la bombetta.
Quantomeno, ricordati di sgomberare larmadio prima del mio ritorno. Un abbraccio
a Ben.
Il pomeriggio dellindomani vidi Anne Michaux, che trasal leggermente quando
entrai nel caff dove aveva fissato il nostro incontro (Le Rouquet, Boulevard SaintGermain). Quello che mi disse di Fanshawe non conta: chi baci chi, che cosa
accadde nel tale luogo, chi disse cosa e via discorrendo. Tutto sommato, le solite
cose. Quello che invece devo riferire, che il suo sconcerto iniziale dipese dal fatto
194

che mi aveva scambiato per Fanshawe. Mi spieg che si era trattato solo di un
lampo subito svanito. Naturalmente la somiglianza era gi stata notata altre volte,
ma mai in modo altrettanto istintivo, con un impatto cos immediato. Dovevo avere
accusato il colpo, perch lei si scus rapidamente (come se avesse fatto una gaffe)
e nelle tre ore che trascorremmo insieme torn pi volte sullargomento, arrivando
persino a contraddirsi: Proprio non so cosa mi saltato in mente non le
assomiglia affatto. Devessere stato perch avete tutti e due laria da americani.
Tuttavia lepisodio mi turb, e mi fece paura. Stava accadendo qualcosa di
mostruoso, che non ero pi in grado di controllare. Sicuro, dentro di me il cielo si
stava oscurando; la terra tremava.
Non riuscivo a star fermo, e nello stesso tempo stentavo a muovermi. Di colpo mi
sembr di trovarmi in un luogo diverso, di scordare chi ero. Continuavo a ripetermi
che i pensieri si interrompono dove il mondo comincia. Ma anche il s si trova nel
mondo, ribattevo, e dunque anche i pensieri che ne nascono. Il problema era che
non riuscivo pi a operare le giuste distinzioni.
Questo non pu mai essere quello. Le mele non sono arance, le pesche non sono
prugne. La differenza la avverti sulla lingua e dopo la conosci, come se lavessi al
tuo interno. Ma ormai per me tutto cominciava ad avere lo stesso sapore. Non
avevo pi fame, non potevo pi decidermi a mangiare.
In quanto ai Dedmon, forse c ancora meno da dire. Erano i benefattori pi squisiti
che Fanshawe avrebbe potuto scegliersi, e fra tutte le persone che conobbi a Parigi
si dimostrarono i pi gentili e i pi affabili. Dopo che mi avevano invitato da loro a
bere qualcosa mi fermai a cena, e gi al secondo piatto insistevano perch mi
recassi in visita nella loro casa nel Var, la stessa che aveva ospitato Fanshawe: e
non doveva essere necessariamente una visita breve, dato che loro non ci
sarebbero andati prima di agosto. Il signor Dedmon afferm che era stato un luogo
importante per Fanshawe e per il suo lavoro: perci vedendolo di persona avrei
ricavato utili informazioni per il libro. Non avevo nulla in contrario, e appena lo
dichiarai la signora Dedmon corse al telefono e mi organizz tutto il viaggio nel suo
francese puntuale ed elegante.
Non cera pi niente che mi trattenesse a Parigi, perci lindomani pomeriggio presi
il treno. Era la fine del mio cammino, la mia discesa a sud, verso loblio. Qualunque
speranza avessi nutrito (la labile supposizione che Fanshawe fosse tornato in
Francia, lipotesi illogica che avesse trovato rifugio per la seconda volta nello stesso
luogo), al mio arrivo svan. La casa era vuota, nessun segno della presenza di
nessuno. Il secondo giorno, ispezionando le stanze di sopra, trovai una breve
poesia che Fanshawe aveva scritto sulla parete, ma la conoscevo gi, e sotto cera
una data: 25 agosto 1972. Non era mai tornato. Ero stato uno sciocco anche solo a
pensarlo.
Non avendo di meglio da fare, passai qualche giorno a interpellare la gente della
zona: agricoltori, abitanti del villaggio e delle localit circostanti. Mi presentavo
mostrando una foto di Fanshawe e fingendomi suo fratello, ma mi sentivo un
segugio da burletta, un ciarlatano che si arrampica sugli specchi. Alcuni lo
ricordavano, altri no, altri non erano sicuri. Non cambiava niente.
195

Trovai laccento del Sud impenetrabile (con le erre arrotate e le finali nasali) e
praticamente non capii una parola. Di tutte le persone che interrogai, uno solo
aveva avuto notizie di Fanshawe dopo la sua partenza: il vicino pi prossimo, un
fittavolo che abitava a circa un miglio da lui. Era uno strano omino sui quaranta, la
persona pi sudicia che abbia mai conosciuto. La sua casa era una dimora del
Seicento, umida e cadente, e sembrava che ci vivesse da solo, senza altra
compagnia che un cane da tartufo e un fucile da caccia. Era palesemente
orgoglioso di essere stato amico di Fanshawe, e per dimostrare quanto erano legati
mi fece vedere un cappello bianco da cowboy che Fanshawe gli aveva spedito al
suo ritorno in America. Non avevo motivo di non credergli. Il cappello era ancora
nella scatola originale, sembrava intonso. Mi spieg che lo serbava per il momento
opportuno, poi si lanci in una tirata sulla politica di cui a un certo punto persi il
filo.
Disse che la rivoluzione era imminente, e quando scoppiava avrebbe comprato un
cavallo bianco e una mitragliatrice, si sarebbe messo il cappello in testa e avrebbe
cavalcato per la via principale del paese facendo secchi tutti quelli che in guerra
erano stati collaborazionisti. Proprio come in America, aggiunse. Quando gli
domandai cosa intendeva, improvvis un rapsodico e delirante sproloquio sui
cowboy e gli indiani. Ma successo tanto tempo fa, dissi nel tentativo di arginarlo.
No, no, insistette, succede ancora oggi. Non avevo sentito parlare delle sparatorie
sulla Quinta Avenue? E degli Apaches? Era inutile discutere. Per giustificare la mia
ignoranza, gli spiegai che abitavo in un altro quartiere.
Mi trattenni in quella casa ancora qualche giorno. Il mio piano era di non fare
niente il pi a lungo possibile, di tirare un po il fiato. Ero sfinito, e dovevo
riprendere le forze prima di tornare a Parigi. Trascorsero un paio di giorni.
Passeggiavo nei campi, attraversavo i boschi, mi sedevo al sole a leggere polizieschi
americani tradotti in francese. In teoria, era la cura perfetta: rintanarmi nel centro
del nulla, lasciando libera la mia mente di vagare senza meta. Ma non funzion.
Quella casa mi respingeva, e il terzo giorno mi resi conto che non ero pi solo, che
in quel luogo non lo sarei mai stato. Fanshawe era presente, e per tanto che facessi
per non pensare a lui, non potevo sfuggirgli. Fu unamara sorpresa. Ora che avevo
smesso di cercarlo, me lo ritrovavo pi vicino che mai. La relazione si era capovolta.
Dopo tanti mesi passati sulle sue tracce, capii che il rintracciato ero io. Invece di
cercare Fanshawe, in realt ero fuggito da lui. Le attivit che avevo simulato il
falso libro, le interminabili divagazioni erano state solo un tentativo di sfuggirgli,
un espediente per tenerlo lontano il pi possibile. Perch se riuscivo a convincermi
che lo stavo cercando, voleva dire automaticamente che lui era un altro: un
individuo distinto da me, al di l dei confini della mia vita. Ma mi ero sbagliato.
Fanshawe si trovava esattamente dove ero io, ed era l dal principio.
Dallarrivo della sua lettera mi sforzavo di immaginarlo, di raffigurarmene laspetto:
ma la mia mente era riuscita a evocare solo il bianco, il vuoto. Al massimo
unimmagine stilizzata: la porta di una stanza chiusa. Non arrivavo oltre: Fanshawe
solo in quella stanza, dannato a una titanica solitudine forse vivo, spirante, preso
a sognare Dio solo sa cosa. Ora scoprii che quella stanza si trovava nel mio cervello.
196

In seguito mi successero delle cose strane. Ritornai a Parigi, ma solo per ritrovarmi
sfaccendato.
Non volevo rivedere le persone che avevo conosciuto, ma non avevo nemmeno il
coraggio di tornare a New York. Divenni abulico, come un oggetto incapace di
muoversi, e a poco a poco mi smarrii. Se posso rievocare qualcosa di quel periodo
solo grazie ad alcune prove materiali. I visti sul mio passaporto; il mio biglietto
aereo, il conto dellalbergo e via dicendo. Dimostrano che mi trattenni ancora a
Parigi per pi di un mese. Ma questi non sono ricordi, e nonostante tutto ricordare
mi rimane impossibile. Rivedo avvenimenti, incontro immagini di me stesso in vari
luoghi, ma solo da lontano, come se stessi contemplando un altro. Altra cosa dal
ricordo, che sempre ancorato dentro a noi: tutto rimane allesterno, fuori dalla
portata dei miei sentimenti e dei miei sensi, fuori da tutto quello che mi tocca. Ho
perso un mese della mia vita, e ancora oggi fatico ad ammetterlo, provo una
sensazione di vergogna.
Un mese lungo, basta e avanza perch un uomo si sfasci. Le poche volte in cui
quei giorni mi riappaiono, mi riappaiono a frammenti, schegge e tritume che non
vuole ricomporsi. Mi rivedo una notte stramazzare per strada ubriaco, rialzarmi,
barcollare verso un lampione e vomitarmi sulle scarpe. Mi rivedo seduto in un
cinema con le luci accese, mentre guardo una fila di persone passarmi davanti per
uscire, e non ricordo il film che ho appena visto. Mi vedo, ancora di notte, aggirarmi
per rue Saint-Denis e scegliere le prostitute con cui andare a letto, la testa
arroventata dal pensiero dei loro corpi, un viavai di seni nudi, cosce nude, natiche
nude. Vedo limmagine del mio cazzo succhiato da una donna. Mi vedo a letto con
due ragazze che si baciano fra loro. Vedo unenorme donna di colore che si
accovaccia a gambe aperte sul bid e si lava la fica. Non voglio dire che queste
cose non siano reali, che non siano accadute veramente. Solo, non me ne sento
responsabile. Stavo impazzendo a forza di scopate, lalcol mi trasportava in un altro
mondo. Ma se il mio scopo era cancellare Fanshawe, i bagordi furono un successo.
Se nera andato; e io con lui.
La conclusione, tuttavia, mi chiara. Non lho dimenticata, ed una fortuna che mi
sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora
quellepilogo non lavessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo
stesso vale per i due che lo precedono, Citt di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre
storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia
consapevolezza di essa. Non pretendo di avere risolto nessun problema. Voglio solo
segnalare che venne un momento in cui guardare ci che era successo cess di
spaventarmi. Se le parole seguirono, fu unicamente perch non avevo altra scelta
che accettarle, addossarmele e andare dove mi portavano. tanto tempo ormai
che lotto per dire addio a qualcosa, ed la lotta quello che veramente conta. La
storia non nelle parole: nella lotta.
Una notte, mi trovavo in un bar vicino a Place Pigalle. Uso il verbo trovarmi perch
non ho idea di come ci fossi capitato, non ricordo nemmeno come entrai. Era uno
dei tanti locali malfamati del quartiere: sette o otto ragazze al bar, la possibilit di
sedere al tavolino con una di loro e ordinare una bottiglia di champagne a un
197

prezzo di rapina e per finire, se lo si desidera, si raggiunge un accordo economico


e ci si chiude nellintimit di una stanza dellalbergo adiacente. Mi rivedo seduto a
un tavolino in compagnia di una ragazza: ci hanno appena servito il cestello con lo
champagne. Ricordo che era tahitiana, e anche molto bella: diciannove o ventanni,
non di pi, molto minuta, con un abitino bianco a rete e sotto nulla, un incrocio di
cavetti sopra la sua pelle bruna e liscia. Leffetto era splendidamente erotico.
Ricordo i seni tondi che occhieggiavano dalle aperture a losanga, lirresistibile
morbidezza del collo allorch mi chinai a baciarlo. Mi disse il suo nome, ma
continuai a chiamarla Fayaway, spiegandole che lei era unesule di Typee e che io
ero Herman Melville, un marinaio americano venuto da New York per salvarla. Non
cap niente, ma continu a sorridere: mi avr sicuramente creduto matto, a sentirmi
farfugliare nel mio francese pasticciato; ma non faceva una piega, quando ridevo
rideva anche lei e mi permetteva di baciarla dappertutto.
Eravamo seduti in un separ dangolo, e dal mio posto vedevo il resto del locale. I
maschi andavano e venivano: alcuni facevano capolino dalla porta e uscivano
subito, altri si fermavano al bar per bere un drink, e un paio si sedettero ai tavolini
come me. Dopo un quarto dora, entr un giovane dallaria inequivocabilmente
americana. Mi parve inquieto, come se non fosse mai stato in un posto simile, ma
sorprendentemente parlava un ottimo francese, e quando con disinvoltura ordin
un bourbon e cominci a chiacchierare con una delle ragazze, capii che aveva
intenzione di trattenersi. Lo osservai dalla mia nicchia senza smettere di
accarezzare la gamba di Fayaway e di strofinare il viso contro di lei: ma sempre pi
distratto dalla presenza del giovane. Era alto, prestante, con i capelli biondo
rossicci e un modo di fare aperto, quasi fanciullesco. Giudicai che avesse ventisei o
ventisette anni: doveva essere un laureato iscritto a un corso di specialit, o un
giovane avvocato che lavorava nella sede locale di qualche ditta americana. Non lo
avevo mai visto, eppure aveva un che di familiare, che mi impediva di distogliere lo
sguardo: come una scossa istantanea, una strana sinapsi di riconoscimento. Cercai
di attribuirgli alcuni nomi, lo deviai sui binari del passato, svolsi il rotolo delle
corrispondenze: ma non accadde nulla. Non nessuno, dissi fra me alla fine, e
rinunciai. Poi, allimprovviso, per chiss che arruffata concatenazione, completai il
pensiero aggiungendo: e se non nessuno, deve essere Fanshawe. Risi
fragorosamente alla battuta. Sempre sul chi vive, Fayaway rise con me. Sapevo che
non poteva esserci niente di pi assurdo, ma lo ripetei: Fanshawe. E ancora:
Fanshawe. E pi lo ripetevo, pi ci prendevo gusto.
Ogni volta che la parola mi usciva di bocca scoppiavo in una nuova risata. Ero come
intossicato: mi venne la voce rauca, e Fayaway cominciava a sembrare perplessa.
Probabilmente sulle prime pensava che alludessi a una pratica sessuale, attraverso
doppi sensi a lei incomprensibili: ma le mie ripetizioni avevano via via spogliato la
parola del suo senso, e alla ragazza cominciava a sembrare minacciosa. Guardai
luomo in fondo al locale e ripetei unaltra volta il nome. La mia felicit era
incontenibile. Esultavo per la pura e semplice inesattezza della mia deduzione,
festeggiando il nuovo potere di cui mi ero appena investito. Ero il sublime
alchimista che pu cambiare a piacimento il mondo. Quelluomo era Fanshawe
198

perch io sostenevo che era Fanshawe, e tanto bastava. Niente mi avrebbe pi


fermato. Senza riflettere, sussurrai allorecchio di Fayaway che tornavo subito, mi
sciolsi dalle sue magnifiche braccia e raggiunsi lo pseudoFanshawe al bar. Nella
mia migliore imitazione dellaccento oxfordiano, gli dissi: Be, vecchio mio, che
combinazione. Ci si ritrova.
Si volse e cautamente mi guard. Il sorriso che si era formato sul suo volto lasci il
posto a unespressione accigliata. Alla fine mi chiese: Ci conosciamo?
Ma certo, risposi, tutto gioviale e spavaldo. Sono Melville. Herman Melville.
Forse hai letto qualcuno dei miei libri.
Non sapeva se trattarmi come uno sbronzo giulivo o uno psicopatico, e il suo viso
tradiva la confusione. Era una confusione stupenda, e lassaporai fino in fondo.
Ma s, disse infine, sforzandosi di sorridere, credo di averne letti un paio.
Quello sulla balena, di sicuro.
Esatto. Quello sulla balena.
Mi fa molto piacere, dissi annuendo amabilmente; poi gli misi un braccio intorno
alle spalle.
Allora, Fanshawe, ripresi, qual buon vento ti porta a Parigi in questo periodo?
La confusione riapparve sul suo viso. Scusa, disse, non ho capito il nome.
Fanshawe.
Fanshawe?
Fanshawe. F-A-N-S-H-A-W-E.
Ah, disse, mentre il suo volto si distendeva in un largo sorriso. Di colpo aveva
ritrovato la sua sicurezza. Allora questo il problema. Mi hai confuso con un altro.
Io non mi chiamo Fanshawe.
Mi chiamo Stillman. Peter Stillman.
Non fa niente, replicai con una strizzatina alla sua spalla. Se preferisci
chiamarti Stillman, per me va benissimo. In fin dei conti, i nomi non hanno
importanza. Quello che importa che so chi sei veramente. Sei Fanshawe. Lho
saputo dal momento in cui sei entrato. Mi sono detto: Eccolo qua, il vecchio
tagliagole. Chiss cosa ci fa in un posto come questo.
Ormai cominciava a spazientirsi. Liber la spalla dal mio braccio e fece un passo
indietro.
Adesso basta, disse. Ti sei sbagliato, e finiamola qui. Sono stufo di parlare con
te.
Troppo tardi, risposi. Il tuo segreto svelato, amico mio. Hai finito di giocare
a nascondino.
Lasciami stare, disse, per la prima volta stizzito. Io non parlo coi matti. Levati
dai piedi, o sono guai.
Gli altri clienti non capivano la nostra lingua, ma la tensione era evidente e mi
sentivo tutti gli occhi addosso, sentivo il cambiamento datmosfera. Allimprovviso,
Stillman sembr colto dal panico. Lanci unocchiata alla barista, guard
preoccupato la ragazza al suo fianco, poi dimprovviso decise di andare via. Mi
allontan con uno spintone e si diresse verso luscita. A questo punto avrei potuto
desistere, ma non lo feci. Avevo appena cominciato a scaldarmi, e non volevo
199

sprecare quel momento di ispirazione. Tornai al separ dovera seduta Fayaway e


posai sul tavolo qualche centinaio di franchi. In risposta, lei simul un broncetto.
Cest mon frre, le dissi. Il est fou. Je dois le poursuivre . Poi, mentre
raccoglieva i soldi, le mandai un bacio, mi voltai e uscii.
Stillman camminava svelto per la via, precedendomi di venti o trenta metri. Io tenni
il suo passo, senza avvicinarmi per non essere notato, ma senza perderlo di vista.
Di tanto in tanto si guardava alle spalle come se sapesse che lavrei seguito, ma
credo che non mi vide finch non fummo fuori dal quartiere, lontani dalla folla e dal
trambusto, e ci inoltrammo nel cuore silenzioso e buio della Riva Destra. Lincontro
lo aveva spaventato, e si comportava come un uomo che fugge da un pericolo
mortale. Ma ci era facilmente comprensibile. Ero la cosa che tutti temiamo
maggiormente: il nemico sconosciuto che esce dallombra, il pugnale che ci colpisce
nella schiena, lauto lanciata che ci investe e ci uccide. Faceva bene a scappare, ma
il suo timore mi eccit spingendomi a inseguirlo, mi infuse una rabbiosa
determinazione. Non avevo n un piano n la minima idea di quello che avrei fatto,
ma lo seguii senza esitare, sapendo che tutta la mia vita dipendeva da questo.
importante sottolineare che a questo punto ero lucidissimo: non barcollavo, non ero
ubriaco, tutto era chiaro nella mente. Capivo che mi stavo comportando in modo
inammissibile. Stillman non era Fanshawe, lo sapevo. Era un bersaglio scelto a
casaccio, del tutto innocente e improduttivo. Ma era questo a elettrizzarmi: la
gratuit dellatto, la vertigine della pura casualit. Non aveva alcun senso, e dunque
aveva senso nel mondo.
A un certo momento nella strada si sentirono solo i nostri passi. Stillman si volt
ancora, e finalmente mi vide. Affrett il passo, cominciando a correre. Io lo
chiamai: Fanshawe . E ancora: Fanshawe . E poi di nuovo: troppo tardi.
Lo so chi sei, Fanshawe . E ancora, nella via successiva: finita, Fanshawe. Non
mi sfuggirai . Stillman non rispose nulla, non si gir nemmeno. Avrei voluto
continuare a parlargli, ma ormai stava correndo a perdifiato, e per parlare avrei
dovuto rallentare il passo. Smisi di provocarlo e mi lanciai allinseguimento. Non so
per quanto tempo corremmo, ma mi sembr che durasse per ore. Era pi giovane
di me, pi giovane e pi forte, e rischiavo di perderlo, rischiavo di non farcela. Mi
precipitai per la strada buia, oltrepassando il limite dello sfinimento, della nausea,
scaraventandomi alle sue calcagna, costringendomi a continuare. Molto prima di
averlo raggiunto, e ben prima di accorgermi che ci sarei riuscito, ebbi limpressione
di non essere pi dentro me stesso. Non saprei definirla altrimenti. Non mi sentivo
pi io. La sensazione della vita era stillata da me goccia a goccia, lasciando il posto
a una miracolosa euforia, a un dolce veleno che mi scorreva nelle vene, allaroma
innegabile del nulla. il momento della mia morte, dissi fra me, adesso che
morir. Un secondo dopo raggiunsi Stillman e lo placcai da dietro. Crollammo sul
marciapiede, gemendo tutti e due per il colpo. Avevo esaurito le forze, e non mi
restava fiato per difendermi, ero troppo sfinito per lottare. Non dicemmo una
parola. Per qualche attimo restammo avvinghiati sul selciato, poi lui riusc a
divincolarsi e non potei pi opporgli resistenza. Cominci a tempestarmi di pugni,
mi prese a calci con la punta delle scarpe, mi colp dappertutto. Ricordo che tentavo
200

di proteggermi il viso con le mani; ricordo il dolore e lo stordimento, quanto soffrivo


e quanto disperatamente avrei voluto che smettesse. Ma non deve essere durato a
lungo, perch non ho altri ricordi. Stillman mi riemp di botte, e quando fin avevo
perso i sensi. Ricordo che svegliandomi sul marciapiede mi sorpresi che fosse
ancora notte, ma nientaltro. Il resto cancellato.
Per i tre giorni successivi non uscii dalla mia stanza dalbergo. A sconvolgermi non
era tanto il dolore, quanto la certezza che esso non sarebbe bastato a uccidermi. Lo
compresi il secondo o il terzo giorno. A un certo punto, mentre, sdraiato sul letto,
guardavo le assicelle delle imposte chiuse, capii che ero sopravvissuto. Fu una
sensazione strana, quasi incomprensibile. Avevo un dito rotto; lacerazioni su tutte e
due le tempie; mi faceva male anche respirare. Ma questi erano dettagli. Ero vivo, e
pi ci pensavo e meno lo comprendevo. Non mi sembrava possibile essere stato
graziato.
Quella sera telegrafai a Sophie che tornavo a casa.
Ora sono quasi alla fine. Resta una cosa ancora, ma non sarebbe accaduta che in
seguito, dopo altri tre anni. Nel frattempo ci furono molte traversie, molti drammi,
ma penso che non riguardino la storia che sto cercando di raccontare. Dopo il mio
ritorno a New York, Sophie e io vivemmo separati per quasi un anno. Lei aveva
perso ogni speranza sul mio conto, e trascorsero mesi di incertezza prima che la
riconquistassi. Dal mio attuale punto di osservazione (maggio 1984) questa
lunica cosa che importa. Gli altri fatti della mia vita sono puramente accidentali.
Il 23 febbraio 1981 nato il fratellino di Ben. Lo abbiamo chiamato Paul, in
memoria del nonno di Sophie. Qualche mese dopo (in luglio), abbiamo traslocato di
l dal fiume, affittando i due piani pi alti di un palazzo di arenaria di Brooklyn. In
settembre Ben ha iniziato lasilo. Per Natale siamo andati tutti in Minnesota, e al
nostro ritorno Paul camminava da solo. Ben, che piano piano lha preso sotto la sua
protezione, si attribuisce ogni merito del decisivo progresso.
In quanto a Fanshawe, Sophie e io non ne abbiamo pi parlato. Era il nostro tacito
accordo, e pi a lungo lo rispettavamo, pi lealt reciproca ci saremmo dimostrati.
Dopo che restituii lanticipo a Stuart Green e smisi di scrivere la biografia, ne
parlammo solo una volta. Fu il giorno in cui decidemmo di tornare a vivere insieme,
e rientr in un discorso rigorosamente pratico. I libri e le opere teatrali di Fanshawe
continuavano a rendere. Sophie disse che, se volevamo restare marito e moglie,
non si parlava nemmeno di usare quel denaro per noi due. Ero daccordo.
Trovammo altre fonti di guadagno, versando i diritti dautore su di un conto
intestato a Ben, e successivamente anche a Paul. Infine assumemmo un agente
letterario per la gestione finanziaria dellopera di Fanshawe: richieste di
rappresentazioni teatrali, trattative per le ristampe, contratti, eccetera.
Facemmo tutto quanto era possibile. Se Fanshawe avesse avuto ancora il potere di
distruggerci sarebbe stato solo perch noi lo volevamo, perch volevamo
distruggerci da soli. Ecco perch non dissi mai la verit a Sophie: non perch la
temessi, ma perch la verit non importava pi. La nostra forza stava nel silenzio, e
non avevo intenzione di romperlo.
Sapevo tuttavia che la storia non era finita. Lo avevo capito nellultimo mese
201

passato a Parigi, e a poco a poco finii per farmene una ragione. Era solo questione
di tempo e ci sarebbe stata la prossima puntata. Mi sembrava inevitabile: e invece
di continuare a negarlo, invece di accarezzare lillusione che un giorno o laltro mi
sarei liberato di Fanshawe, cominciai a prepararmi, a sforzarmi di essere pronto a
tutto. la potenza di questo tutto, credo, ad avere reso la storia cos difficile da
raccontare. Perch proprio quando pu succedere di tutto che le parole perdono
efficacia. A mano a mano che diventava ineluttabile, Fanshawe smetteva di
esistere. Imparai ad accettarlo. Imparai a convivere con lui come convivevo con il
pensiero della mia morte. Fanshawe non era la morte, ma era come la morte, e
dentro di me agiva da traslato della morte. Se non fosse stato per il mio crollo di
Parigi, non lavrei mai capito. Laggi non ero morto, ma ero stato prossimo alla
morte; e ci fu un momento, forse diversi momenti, in cui ne sentii il sapore, mi vidi
morto. Non esiste un antidoto per un incontro simile. Una volta accaduto, accade
sempre: ti accompagna per tutta la vita.
La lettera arriv allinizio della primavera del 1982. Stavolta portava il timbro di
Boston e il messaggio era pi sintetico e pressante. Impossibile resistere oltre,
diceva.
Devo parlarti. Columbus Square, 9, Boston. Il 1 aprile. Ti prometto che sar
lultima volta.
Avevo meno di una settimana per trovare la scusa per andare a Boston. Fu pi
problematico di quello che potevo prevedere. Ero sempre deciso a tenere Sophie
alloscuro di tutto (mi sembrava il minimo che potessi fare), ma esitavo a mentirle
di nuovo, anche se era necessario. Per tre giorni non feci nessun progresso, e alla
fine inventai una debole storiella di presunti documenti da consultare alla biblioteca
di Harvard. Non ricordo nemmeno di cosa si dovesse trattare. Se non sbaglio
riguardava un mio articolo, ma non ne sono certo. Limportante era che Sophie non
fece nessuna obiezione. Listinto mi dice che doveva sospettare qualcosa, ma solo
una sensazione, e non il caso di azzardare ipotesi in questa sede. Nei confronti di
Sophie tendo sempre a credere di essere un libro aperto.
Prenotai un posto sul primo treno della mattina. Quel giorno, Paul si svegli poco
prima delle cinque e venne a infilarsi nel nostro letto. Unora dopo mi riscossi e uscii
silenziosamente dalla stanza, soffermandomi brevemente sulla soglia per guardare
Sophie e il bambino alla luce fioca e grigiastra: indifferenti, braccia e gambe
scomposte. Erano i corpi a cui appartenevo. Ben era di sopra in cucina, gi vestito,
indaffarato a mangiare una banana e a disegnare. Preparai uova strapazzate per
entrambi, poi gli dissi che prendevo il treno per Boston. Volle sapere dove si
trovava.
Circa a duecento miglia da qui, risposi.
lontano come lo spazio?
Se viaggiassi verso lalto, quasi ci arriveresti.
Secondo me meglio che passi dalla luna. Le astronavi sono pi veloci dei treni.
Ci passer al ritorno. Il venerd ci sono regolari voli di linea da Boston alla luna.
Appena sar l, lo prenoto.
Bene. Cos dopo mi racconti com.
202

Cercher una roccia lunare. Cos te la porto.


E a Paul, niente?
Ne raccoglier una anche per lui.
No, grazie.
Perch, no?
Non la voglio la roccia della luna. Dopo, Paul se la mette in bocca e soffoca.
E cosa vorresti, invece?
Un elefante.
Non ci sono elefanti nello spazio.
Lo so. Ma tu non vai mica nello spazio.
Vero.
E scommetto che a Boston gli elefanti ci sono.
Mi sa che hai ragione. Vuoi un elefante rosa o uno bianco?
Grigio. Grosso e ciccione, con tantissime rughe.
Non c problema. Sono quelli che si trovano pi facilmente. Vuoi che lo faccia
confezionare, o te lo porto a casa al guinzaglio?
meglio che vieni a casa in groppa. Seduto in alto con una corona in testa. Come
limperatore.
Quale imperatore?
Limperatore dei bambini.
E posso avere unimperatrice?
Certo. Limperatrice la mamma. Sar tutta contenta. Magari dovremmo
svegliarla e dirglielo.
Meglio di no. Preferisco farle la sorpresa al mio ritorno.
Buona idea. E poi finch non ti vede non ci crederebbe.
Esatto. E non vogliamo deluderla. Casomai non trovassi lelefante.
Oh, pap lo troverai. Non preoccuparti.
Come fai a essere cos sicuro?
Perch tu sei limperatore. Gli imperatori possono avere tutto quello che vogliono.
Piovve tutto il giorno, e quando arrivammo a Providence il cielo minacciava
addirittura neve. A
Boston mi comprai un ombrello e feci le ultime due o tre miglia a piedi. Le strade
erano tetre in quellaria insopportabilmente grigia, e sulla strada verso il South End
non incontrai quasi nessuno: un ubriaco, una banda di adolescenti, un tecnico dei
telefoni, due o tre cani randagi. Columbus Square consisteva in una fila di dieci o
dodici case, separate dalla via principale da uno spartitraffico in acciottolato. Il
numero nove era la casa pi malandata: a quattro piani come tutte le altre, ma
cadente, con lingresso puntellato da travi e una facciata in mattoni molto
bisognosa di restauri. Tuttavia dava un senso di rispettabile solidit, dalle sue crepe
trapelava ancora uneleganza ottocentesca. Immaginai saloni con i soffitti alti, un
bovindo dai comodi listelli, stucchi e modanature ornamentali. Ma non avrei visto
niente di tutto questo. Alla fine, non avrei nemmeno superato lingresso.
La porta aveva un battaglio arrugginito, una mezza sfera con la maniglia al centro
che quando bussai fece lo stesso rumore di un conato di vomito: un suono attutito,
203

intasato, che non poteva espandersi lontano. Aspettai, ma non accadde nulla.
Bussai di nuovo, ma non venne nessuno. Poi, tentando la porta con la mano, vidi
che era aperta: la spinsi, mi fermai un momento, poi entrai.
Lingresso era vuoto. Alla mia destra la scala, con la ringhiera di mogano e i
semplici gradini di legno; a sinistra una porta a battenti chiusa per impedire
laccesso in quello che era sicuramente il salotto; davanti a me unaltra porta,
anchessa chiusa, che probabilmente portava in cucina. Indugiai un momento, poi
optai per la scala. Stavo per salire quando sentii un suono provenire dalla porta a
battenti: come un debole bussare, seguito da una voce troppo bassa. Mi voltai a
guardare, restando in ascolto. Non accadde nulla.
Ci fu un lungo silenzio. Poi, quasi in un sussurro, la voce parl di nuovo. Sono qui,
disse.
Mi avvicinai alla porta e accostai lorecchio allo spiraglio tra i battenti. Sei tu,
Fanshawe?
Non usare quel nome, rispose la voce, questa volta pi chiara. Non ti
permetto di usare quel nome . La persona allinterno aveva la bocca direttamente
in linea con il mio orecchio. Solo la porta ci separava, eravamo talmente vicini che
mi sembr che quelle parole mi venissero versate direttamente nel cranio. Era
come ascoltare il battito cardiaco sul petto di un uomo, come palpare un corpo alla
ricerca delle pulsazioni. Quando smise di parlare, sentii il suo respiro che filtrava
attraverso la fessura.
Fammi entrare, dissi. Apri la porta e fammi entrare.
Non posso, rispose la voce. Dovremo parlare cos.
Esasperato, afferrai il pomello e scrollai la porta. Apri, ripetei, apri, o la
sfondo.
No, disse la voce. La porta resta chiusa . Ormai non dubitavo che luomo
nella stanza fosse Fanshawe. Avrei preferito un impostore, ma riconoscevo troppo
bene la voce per fingere che fosse un altro. Ho una pistola, disse, ed
puntata dritta su di te. Se entri, sparo.
Non ti credo.
Allora senti questo, disse, e sentii che si allontanava dalla porta. Un secondo
dopo, echeggi un colpo di pistola, seguito dal rumore dello stucco che si abbatteva
sul pavimento. Ne approfittai per sbirciare nella fessura sperando di farmi unidea
della stanza, ma era troppo stretta. Non scorsi che una lama di luce, un esile
filamento grigio. Poi la bocca si riaccost, e non vidi pi neanche quello.
Daccordo, dissi. Hai una pistola. Ma se non mi permetti di vederti, come
faccio a sapere che sei davvero chi dici di essere?
Ma io non ho detto chi sono.
Allora mi esprimer diversamente. Come posso sapere che sto parlando con la
persona giusta?
Devi fidarti della mia parola.
il nostro ultimo appuntamento, e puoi aspettarti di tutto da me fuorch la
fiducia.
Ti ho detto che sono la persona giusta. Dovrebbe bastarti. Sei venuto nel posto
204

giusto, e io sono la persona giusta.


Pensavo che volessi vedermi. Lo hai scritto nella lettera.
Ti ho scritto che volevo parlarti. C una bella differenza.
Non spacchiamo il capello a met.
Sto solo precisando quello che ti ho scritto.
Non tirare troppo la corda, Fanshawe. Altrimenti me ne vado, niente pu
impedirmelo.
Di colpo lo sentii trattenere il respiro, poi una mano si abbatt violentemente sulla
porta. Non chiamarmi Fanshawe!
grid. Non chiamarmi con quel nome mai pi!
Lasciai che si calmasse, non volevo provocare altre crisi. La bocca si ritrasse e
credetti di sentire dei gemiti che provenivano dal centro della stanza gemiti o
singhiozzi, non capivo. Restai in attesa senza pi sapere cosa dire. Finalmente la
bocca ritorn, e dopo unaltra pausa Fanshawe chiese: Sei ancora l?
S.
Ti chiedo scusa. Non volevo cominciare in questo modo.
Ma ricordati dissi, sono venuto solo perch me lo hai chiesto.
Lo so. E te ne sono grato.
Ora dovresti proprio spiegarmi il perch.
Dopo. Non mi va ancora di parlarne.
E di cosa vuoi parlare, allora?
Daltro. Di quello che successo.
Ti ascolto.
Perch non voglio che tu mi odi, capisci?
Io non ti odio. Un tempo s, ti odiavo ma passata.
Oggi il mio ultimo giorno, sai. E devo essere sicuro.
Sei sempre rimasto qui dentro?
Sono venuto qui due anni fa, se non sbaglio.
E prima?
Oh, sono stato in giro. Quelluomo mi dava la caccia, e non potevo fermarmi. Cos
mi ha preso il gusto di viaggiare, una vera passione. Lultima cosa che mi sarei
aspettato. Avevo sempre progettato di restare immobile e lasciar consumare il
tempo.
Parli di Quinn?
S. Linvestigatore.
Ti ha mai trovato?
Due volte. La prima a New York, la seconda nel Sud.
E perch ha mentito, allora?
Perch lho spaventato a morte. Sapeva cosa gli sarebbe successo se qualcuno mi
avesse scoperto.
Lo sai che scomparso? Non lho pi rintracciato.
Sar da qualche parte. Non importa.
Come hai fatto per liberarti di lui?
Ho capovolto i ruoli. Credeva di pedinarmi, mentre in realt ero io a seguire lui.
205

Mi ha trovato a New York, certo, ma gli sono sfuggito: gli sono letteralmente
sgusciato fra le dita. Poi, stato come giocare al gatto con il topo. Me lo trascinavo
dietro lasciando indizi da tutte le parti: sembrava impossibile che non mi trovasse.
Ma in realt lo tenevo al guinzaglio, finch al momento buono lho preso in
trappola.
Molto astuto.
No. Molto stupido. Ma non avevo scelta. Comportarmi cos oppure farmi
riprendere che avrebbe voluto dire essere trattato come un pazzo. Ero nauseato
da me stesso. Dopo tutto quelluomo faceva soltanto il suo lavoro, e mi sentivo in
colpa. La compassione mi disgusta, specie quando la riscontro in me stesso.
E poi?
Non ero sicuro che il mio stratagemma avesse funzionato veramente. Pensavo
che forse Quinn si sarebbe rimesso alle mie calcagna. Perci mi tenevo sempre in
movimento, anche quando non sarebbe stato necessario. Ho perso un anno intero
in questo modo.
Dove sei andato?
Nel Sud, nel Sudovest. Volevo stare al caldo. Sai, mi spostavo a piedi, dormivo
allaperto, cercavo i luoghi meno popolati. una regione immensa, quella. Davvero
incredibile. Una volta ho passato due mesi nel deserto. Poi ho vissuto in una
baracca ai confini di una riserva Hopi, in Arizona. La trib si riunita in consiglio
per decidere se permettermi o no di abitare l.
Questa non me la bevo.
Non pretendo che mi creda. Ti racconto la storia e basta. Pensa quello che vuoi.
E dopo?
Ero nel Nuovo Messico. Entro in una tavola calda sulla strada per mangiare un
boccone, e qualcuno aveva lasciato il giornale sul banco. Lo prendo e leggo. stato
allora che ho scoperto che avevano pubblicato un mio libro.
Ti ha sorpreso?
Non il termine esatto.
E qual , allora?
Non lo so. Ero turbato, direi. Irritato.
Non capisco.
Ero irritato perch quel libro fa schifo.
Gli scrittori non sono mai buoni critici di se stessi.
No, fa proprio schifo, credimi. Tutto quello che ho scritto fa schifo.
E allora perch non lhai distrutto?
Ero troppo legato ai miei lavori. Ma non per questo li ritengo interessanti. Un
bambino legato alla sua cacca, ma nessuno ci fa caso. Sono affari suoi, e basta.
E allora perch hai raccomandato a Sophie di mostrarmi i tuoi scritti?
Per farla contenta. Ma questo lo sapevi. Lo hai immaginato tanto tempo fa. Era
un pretesto. Il mio vero proposito era trovarle un nuovo marito.
Ha funzionato.
Per forza. Sai, non ho scelto il primo che passava.
E i manoscritti?
206

Ero convinto che li avresti buttati. Non avrei mai creduto che qualcuno li
prendesse sul serio.
Che cosa hai fatto quando hai letto che il libro era stato pubblicato?
Sono tornato a New York. Fu una decisione assurda, ma ero un po frastornato,
mancavo di lucidit. Vedi, quel libro mi fece invischiare nella mia vita precedente, e
mi ritrovai daccapo a lottare con il passato. Dopo la pubblicazione, non potevo pi
tornare indietro.
Credevo che fossi morto.
Era proprio quello che dovevi credere. Se non altro, dimostrava che il problema di
Quinn era superato. Ma il nuovo problema era ancora pi grave. Fu allora che ti
scrissi la lettera.
Quella s che stata una carognata.
Ce lavevo con te. Volevo farti male, farti vivere con le mie stesse sofferenze. Me
ne sono pentito appena lho imbucata.
Troppo tardi.
S. Troppo tardi.
Per quanto tempo sei rimasto a New York?
Non lo so. Sei, otto mesi, credo.
E come mangiavi? Come ti guadagnavi da vivere?
Rubavo.
Perch non dici la verit?
Sto facendo il possibile. Ti dico tutto quello che posso dirti.
Che altro hai fatto a New York?
Ti ho osservato. Osservavo te, Sophie e il bambino. Per un certo periodo mi sono
anche accampato fuori dal vostro palazzo. Due o tre settimane forse un mese. Vi
seguivo dappertutto.
Un paio di volte ti ho persino incontrato per strada, ti ho guardato negli occhi. Ma
non mi hai riconosciuto. incredibile, non mi vedevi nemmeno.
Questa unaltra fandonia.
Sono diverso da prima.
Nessuno pu cambiare tanto.
Credo di essere irriconoscibile. Ma per te stata una fortuna. Probabilmente se
fosse successo qualcosa ti avrei ucciso. Per tutto quel periodo a New York ero
ossessionato da idee omicide. Brutta roba. Mi sono affacciato sullorlo dellabisso.
Cosa ti ha trattenuto?
Ho trovato il coraggio di andar via.
Che animo nobile.
Non sto cercando di giustificarmi. Ti sto solo raccontando la storia.
E poi?
Mi sono imbarcato di nuovo. Avevo ancora il mio libretto da marittimo, e sono
partito su un cargo greco. Fu disgustoso, davvero rivoltante dal principio alla fine.
Ma me lo meritavo: era precisamente quello che volevo. La nave faceva scalo
dappertutto: India, Giappone, il giro del mondo. Non scesi nemmeno una volta.
Quando arrivavamo in un porto, scendevo in cabina e mi chiudevo dentro. Ho
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passato due anni cos, senza vedere niente, senza fare niente, vivendo come un
morto.
Proprio mentre io tentavo di scrivere la storia della tua vita.
Veramente?
Si direbbe di s.
Un grave errore.
inutile che tu me lo dica. Lho scoperto da solo.
Un giorno la nave fece scalo a Boston, e decisi di andarmene. Avevo risparmiato
un sacco di soldi, ne avevo davanzo per comprare questa casa. Da allora sono
sempre stato qui.
Sotto che nome?
Henry Dark. Ma nessuno sa chi sono. Non esco mai. Due volte alla settimana
viene una donna che mi porta tutto quello che mi serve, ma non la vedo mai. Le
lascio ai piedi delle scale un biglietto con i soldi che le devo. un sistema semplice
ed efficace. Sei la prima persona con cui parlo da due anni.
Non ti viene mai in mente di essere diventato pazzo?
So di poter dare questa impressione, ma credimi, non vero. Non voglio neppure
perdere tempo a parlarne. soltanto che ho delle necessit molto diverse da quelle
degli altri.
Questa casa non un po grande per una persona sola?
Decisamente. Dal giorno in cui sono venuto, sono sempre rimasto al piano terra.
Allora, si pu sapere perch lhai comprata?
Costava una miseria. E mi piaceva il nome della piazza, lo trovavo affascinante.
Columbus?
S.
Non capisco.
Mi sembrava di buon augurio. Torno in America e trovo casa su una piazza
intitolata a Colombo. Tutto sommato era logico.
Ed qui che hai deciso di morire.
Esatto.
Nella prima lettera parlavi di sette anni. Te ne resta ancora uno.
Non ho pi niente da dimostrare. Non c motivo di andare avanti. Ne ho
abbastanza.
Mi hai fatto venire perch pensavi che ti avrei fermato?
No. Affatto. Non mi aspetto niente da te.
E allora cosa vuoi?
Devo darti una cosa. A un certo punto, mi sono reso conto che dovevo fornirti
una spiegazione per il mio comportamento o almeno provarci. Ho impiegato gli
ultimi sei mesi a scriverla.
Credevo avessi smesso di scrivere per sempre.
Questo diverso. Non centra niente con le mie opere di una volta.
E dove sarebbe?
Alle^tue spalle. Sul ripiano pi basso dellarmadio sotto la scala. un taccuino
rosso.
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Mi voltai, aprii lanta dellarmadio e presi il taccuino. Era un comune quaderno a


spirale, a righe, di duecento pagine. Lo sfogliai rapidamente e vidi che tutte le
pagine erano scritte: la solita calligrafia, il solito inchiostro nero, le solite lettere
minute. Mi alzai e tornai allo spiraglio.
E adesso? domandai.
Portalo a casa. Leggilo.
E se non ci riesco?
Tienilo per il bambino. Quando cresce, potrebbe avere voglia di guardarlo.
Non so se hai il diritto di chiedermelo.
mio figlio.
Ti sbagli. mio figlio.
Non voglio insistere. Leggilo tu allora in fin dei conti, lho scritto per te.
E Sophie?
No. A lei non parlarne.
Questa lunica cosa che non capisco.
Sophie?
Come hai potuto trattarla cos? Cosa ti aveva fatto?
Niente. Non stata colpa sua. Ormai dovresti averlo capito. solo che non ero
fatto per vivere come gli altri.
E come avresti dovuto vivere?
tutto sul taccuino. Qualunque cosa dicessi ora, servirebbe solo a confondere la
verit.
Hai altro da dirmi?
No, non mi pare. Probabilmente siamo alla fine.
Non credo che avresti il coraggio di spararmi. Se in questo momento sfondassi la
porta, non reagiresti.
Non mettermi alla prova. Moriresti inutilmente.
Ti strapperei di mano la pistola. Ti metterei a terra.
E a che scopo? Io sono gi morto. Qualche ora fa ho inghiottito un veleno.
Non ci credo.
Non puoi sapere cosa vero o falso. Non lo saprai mai.
Chiamer la polizia. Sfonderanno la porta e ti porteranno di forza allospedale.
Al primo colpo contro la porta una pallottola mi trapasser il cranio. Non puoi
vincere, inutile.
cos irresistibile, la morte?
Convivo insieme a lei da tanto tempo, che ormai tutto quello che mi resta.
Non sapevo pi che cosa dire. Fanshawe mi aveva prosciugato di tutte le energie, e
mentre lo sentivo respirare oltre la porta, mi sembr che la mia vita venisse
risucchiata fuori di me. Tu sei pazzo, gli dissi, non riuscendo a trovare di meglio.
Sei pazzo, e meriti di morire . Poi, sopraffatto dalla debolezza e dalla futilit delle
mie parole, cominciai a tempestare la porta di pugni come un bambino, tremando e
balbettando frasi sconnesse, sullorlo delle lacrime.
Adesso meglio che tu vada via, disse Fanshawe. Non c motivo di
prolungare il supplizio.
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Io non mi muovo, dissi. Dobbiamo ancora parlare di tante cose.


No. finita. Prendi il taccuino e torna a New York. Non ti chiedo altro.
Ero cos stremato che per un attimo temetti di cadere. La mente mi si oscur, mi
aggrappai al pomello della porta lottando per non svenire. Non ricordo cosa
accadde dopo. Mi ritrovai fuori, davanti alla casa, con lombrello in una mano e il
taccuino rosso nellaltra. Aveva smesso di piovere, ma il tempo era ancora brutto, e
mi sentivo lumidit nei polmoni. Guardai un grosso camion che passava nel traffico,
seguendo le sue rosse luci di coda finch non lo persi di vista.
Quando alzai lo sguardo, vidi che era quasi buio. Cominciai ad allontanarmi dalla
casa, muovendo meccanicamente un passo dopo laltro, incapace di concentrarmi
sulla direzione del mio cammino.
Credo anche di essere caduto una volta o due. Ricordo che a un certo punto
aspettai un taxi a un angolo di strada, ma non si fermava nessuno. Pochi minuti
dopo, lombrello mi sfugg di mano e cadde in una pozzanghera. Non lo raccolsi
neppure.
Quando arrivai alla South Station erano appena scoccate le sette. Il treno per New
York era partito da un quarto dora, e non ce ne sarebbe stato un altro prima delle
otto e mezza. Mi sedetti su una panchina di legno, con il taccuino rosso sulle
ginocchia. Gli ultimi pendolari entravano alla spicciolata; un inserviente passava
lentamente lo straccio sul pavimento di marmo; orecchiai la conversazione di due
uomini alle mie spalle, che parlavano dei Red Sox. Poi, dopo aver resistito dieci
minuti, cedetti allimpulso di aprire il taccuino. Lessi ininterrottamente per unora,
saltando avanti e indietro fra le pagine nel tentativo di trovare un senso in quello
che Fanshawe aveva scritto.
Se in questa sede non ne parler, perch non capii praticamente nulla. Tutte le
parole mi erano familiari, ma sembravano accostate in maniera bizzarra, come se il
loro scopo finale fosse quello di cancellarsi a vicenda. Non saprei spiegarmi
diversamente. Ogni frase annullava la frase precedente, ogni paragrafo rendeva
impossibile il successivo. Strano, quindi, che da quella lettura abbia riportato
unimpressione di assoluta lucidit. Come se Fanshawe sapesse che la sua ultima
opera doveva sovvertire ogni mia aspettativa. Quelle erano le parole di un uomo
che non nutriva il minimo rimpianto. Aveva risposto alla domanda ponendo unaltra
domanda, cosicch tutto era rimasto aperto, incompiuto, da ricominciare. Persi
immediatamente il filo, e poi non feci altro che annaspare, che avanzare a tentoni
nelloscurit, accecato dal libro che era stato scritto per me.
Eppure, sotto quella confusione, sentivo qualcosa di troppo voluto, di troppo
perfetto, come se in ultimo la sua sola, autentica finalit fosse lincomprensione,
anche a costo di non capire se stesso.
Certo, posso sbagliarmi. In quel momento non ero in condizione di leggere nulla, e
forse il mio giudizio alterato. Ero l, scorrevo le parole con gli occhi, e stentavo a
credere a quello che vedevo.
Mi recai sul binario con qualche minuto di anticipo. Aveva ricominciato a piovere, e
nellaria davanti a me vedevo il mio respiro uscirmi dalla bocca in piccoli sbuffi di
nebbia.
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Strappai le pagine del taccuino una a una, le accartocciai e le gettai in un cestino


dei rifiuti.
Giunsi allultima pagina proprio mentre il treno si metteva in movimento.

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