Sei sulla pagina 1di 2

40

Gioved 18 Dicembre 2014 Corriere della Sera

Cultura
Spettacoli

Il caso Daoud
Minacce islamiche
allautore del sequel
dello Straniero

Minacce islamiste contro lo scrittore


algerino Kamel Daoud (nella foto),
finalista dellultimo premio Goncourt con
il romanzo Meursault, contre-enqute, nel
quale Daoud d la parola al fratello
dellarabo ucciso da Meursault nello
Straniero di Albert Camus (il libro uscir in
Italia a gennaio per Bompiani). Limam
integralista Abdelfatah Hamadache
chiede, sulla sua pagina Facebook, di

condannare pubblicamente a morte


Daoud, reo a suo dire di condurre una
guerra contro Allah e i musulmani. Il 13
dicembre scorso Daoud, noto per le
posizioni critiche contro lintegralismo
islamico e contro il presidente Bouteflika,
alla tv pubblica France 2 aveva dichiarato
che la questione religiosa diventa vitale
nel mondo arabo, bisogna riflettere a
questo per potere avanzare. (s .mon.)

La denuncia
Allarme di Salvatore Settis in un libro edito da Einaudi: la citt dei Dogi in agonia, non ha pi memoria
Lo scandalo del Mose assomiglia a Mafia Capitale. Eppure un tempo New York voleva imitare la Laguna

Venezia come Roma


Un guaio i soldi pubblici

Lautore
Nel libro Se
Venezia muore
(Einaudi,
pagine 154, e
11) Salvatore
Settis indica la
citt lagunare
come esempio
della situazione
a rischio in cui
si trovano le
metropoli
storiche,
minacciate da
una falsa
modernit che
le spopola e ne
erode il ruolo
specifico,
portandole
alloblio di s

Nato a
Rosarno, in
Calabria, nel
1941,
Salvatore Settis
insegna
Archeologia
classica presso
la Scuola
normale
superiore di
Pisa, della
quale stato
direttore dal
1999 al 2010
Settis ha
pubblicato di
recente
Paesaggio,
Costituzione,
cemento
(Einaudi, 2010),
Azione
popolare
(Einaudi, 2012)
e, con altri
autori,
Costituzione
incompiuta
(Einaudi, 2013)

Leffetto oppiaceo delle leggi speciali che cancellano lidentit storica


di Francesco Giavazzi

ome mai i due maggiori episodi di corruzione di questi anni, il Mose e Mafia
Capitale, sono accaduti in due citt,
Roma e Venezia, che tanto hanno in comune: una bellezza struggente, una storia millenaria, ma anche, da ventanni in qua, una
grande permeabilit delle proprie istituzioni
alla corruzione e al malaffare e leggi speciali
che hanno riversato sulle due citt fiumi di denaro pubblico? Pur non ponendosi direttamente questa domanda, Salvatore Settis (Se
muore Venezia, Einaudi) ci suggerisce una risposta. Questi disastri accadono quando una
citt perde la propria memoria e la propria
identit. E le perde, aggiungo io, quando viene
sedotta da un fiume di denaro pubblico che,
anzich risolverne i problemi, vi diffonde la
corruzione.
A Venezia le aziende alle quali lo Stato aveva
incautamente assegnato il monopolio dei lavori di salvaguardia della laguna hanno poco a
poco avvolto la citt in una ragnatela che ha finito per soffocarla. Dallacqua granda, lalluvione che il 4 novembre 1966 devast la laguna,
lo Stato italiano ha trasferito a Venezia un fiume di denaro. Calcolato ai prezzi di oggi, 18,5
miliardi di euro, quasi il doppio di quanto il governo ha speso questanno per dare 80 euro al
mese a dieci milioni di famiglie. A cinquantanni di distanza, la maggiore delle opere che dovevano essere realizzate con quei soldi, le paratoie mobili del Mose appunto, non ancora
stata completata. Nel frattempo di quei 18,5
miliardi circa 2,5 (almeno secondo i calcoli illustrati da Giorgio Barbieri e dal sottoscritto in
Corruzione a norma di legge, Rizzoli) sono finiti in rendite ingiustificate, che hanno alimentato trentanni di corruzione. E a Roma, dopo
essersi accollato i debiti accumulati fino al
2008, lo Stato, nei sei anni successivi, ha trasferito alla citt altri 3,8 miliardi di euro. Matteo
Renzi, il primo giorno del suo governo, sprec
unoccasione unica. Il Parlamento aveva appena bocciato il decreto salva Roma: bastava
non ripresentarlo. Forse la corruzione si sarebbe arrestata sei mesi prima.
Venezia non fu lunica citt italiana a subire
gli effetti dellalluvione del 1966. I danni mag-

Roma, un gruppo di finti legionari passeggia davanti al Colosseo (Eidon)

Lo sperpero
Dallalluvione del 1966
sprecati 18,5 miliardi
di euro con il risultato
dingrassare i corrotti

Venezia, una grande nave da crociera nei pressi di piazza San Marco (Ansa)

giori li sub Firenze, tant vero che per cercare


di salvare dallArno libri e dipinti fu verso Firenze, non verso Venezia, che partirono migliaia di cittadini da ogni parte dItalia. La mia citt si sempre lamentata del fatto che, dopo
lalluvione, non ha mai avuto i soldi ha detto
Matteo Renzi. Perch a nessuno mai venuto
in mente di costruire un Mose sulle sponde

Marc Aug

Il tempo
senza et
La vecchiaia non esiste

Una delicata riflessione


sul tempo che passa

dellArno per evitare nuove esondazioni? Perch Firenze, pur senza soldi pubblici e quindi
senza corruzione, comunque sopravvissuta,
non peggio di Venezia?
In tre modi muoiono le citt, scrive Settis:
Quando le distrugge un nemico spietato (come Cartagine, che fu rasa al suolo da Roma nel
146 a. C.); quando un popolo straniero vi si inse-

CULTURA

Corriere della Sera Gioved 18 Dicembre 2014

In pagina
Dietro le spalle
5 miliardi di anni
di Sandro Modeo

n Giovent bruciata (1955) risalta,


come un film nel film, la grande scena
dellosservatorio: la scena, cio, in cui i
volti degli studenti rischiarati dai
bagliori dello schermo, quelli della Terra
inghiottita dal Sole morente passano
da un riso esorcistico a uno stupore
angosciato, mentre il professore valuta il

transito umano nel cosmo un episodio


di scarso rilievo. Come ricorda
lastrofisica Ester Antonucci (Dentro il
Sole, il Mulino, pp. 144, e 11) quel crash
in realt lontano, perch la nostra stella
giusto a met della parabola, con 4,5-5
miliardi di anni sia alle spalle sia davanti a
s. Ripercorrendo le sequenze

Segna
libro
dia con la forza, scacciando gli autoctoni e i loro
dei (come Tenochtitln, la capitale degli Aztechi che i conquistadores spagnoli annientarono nel 1521 per poi costruire sulle sue rovine
Citt del Messico); o, infine, quando gli abitanti
perdono la memoria di s e, senza nemmeno
accorgersene, diventano stranieri a se stessi,
nemici di se stessi. Questo fu il caso di Atene,
che dopo la gloria della polis classica, dopo i
marmi del Partenone, le sculture di Fidia e le vicende della cultura e della storia segnate da nomi come Eschilo, Sofocle, Euripide, Pericle, Demostene, Prassitele perse prima lindipendenza
politica (sotto i Macedoni e poi sotto i Romani)
e pi tardi liniziativa culturale, ma fin col perdere anche ogni memoria di se stessa. (...) Se
mai Venezia dovesse morire, non sar per la
crudelt di un nemico n per lirruzione di un
conquistatore. Sar soprattutto per oblio di se
stessa. Oblio di s, per una comunit del nostro
tempo, non vuol dire solo dimenticanza della
propria storia n morbida assuefazione alla
bellezza, che dandola per scontata la viva come
esangue ornamento cercandovi consolazione.
Vuol dire soprattutto la mancata consapevolezza di qualcosa che sempre pi necessario: il
ruolo specifico di ogni citt rispetto alle altre, la
sua unicit e diversit, virt che nessuna citt al
mondo possiede quanto Venezia.

Il paradosso
Se alle elezioni comunali i cittadini non
escono dal torpore, tanto vale affidare
lamministrazione alla societ
che ha in appalto il parco di Disneyland
Diversamente dagli abitanti di Firenze, ma
anche di gran parte delle citt italiane, veneziani e romani sono stati sedotti dal fiume di denaro riversato sulle due citt dalle numerose
leggi speciali approvate dal Parlamento a loro
favore. E cos hanno perduto la propria identit. Leggi con leffetto di un oppiaceo che, con
rare eccezioni, hanno cancellato la capacit di
una comunit di rendersi conto del disastro in
cui veniva trascinata. Per far spazio alla monocultura di un turismo accattone, i veneziani
hanno abbandonato la loro citt. Erano circa
100 mila allinizio degli anni Ottanta, ai tempi
della prima legge speciale, sono 56 mila oggi.
Hanno barattato la loro citt per le comode
rendite che si assicuravano consentendo che le
loro case e i loro negozi venissero trasformati
in bed and breakfast e rivendite di mascherine.
Nemmeno le attuali 2.400 strutture di accoglienza scrive Settis riprendendo un articolo
di Gian Antonio Stella pubblicato sul Corriere
della Sera il 25 gennaio 2014 bastano ormai a
saziarne gli appetiti: se non si riuscir a bloccare il nuovo piano casa lanciato dalla Regione

Veneto, le strutture ricettive potrebbero arrivare fino a 50.000 nel centro storico, coprendone
la pi gran parte.
Per capire il danno arrecato Settis invita a rileggere Harvey W. Corbett, larchitetto che negli anni fra le due guerre mondiali costru alcuni dei primi grattacieli di New York. Egli pensava che le citt del futuro, Manhattan in primis,
avrebbero dovuto essere modellate su Venezia:
Ciascuno dei 2.028 isolati di Manhattan
concepito, alla lettera, come unisola nella laguna, con una fitta maglia di ponti che le collegano luna allaltra: un vero arcipelago metropolitano. Anche nel dibattito degli anni seguenti, ci ricorda ancora Settis, lesempio di Venezia torna spesso: Si parla di un Ponte dei
Sospiri che attraversi la 49th Street o di colonnati che echeggino Palazzo Ducale, si ripete la
metafora delle strade-canali, dove il flusso delle auto prende il posto delle acque lagunari, si
prova a progettare il Rockefeller Center legando fra loro tre blocks trattati come isole, insomma alla veneziana.
Scrive Rem Koolhaas, il curatore della Biennale dArchitettura di questanno, in Delirious
New York: Lo stile di progettazione di Corbett
pianificare attraverso la metafora, facendo di
Manhattan un sistema di solitudini dispirazione veneziana. Allude, ci ricorda Settis, a un celebre aforisma di Nietzsche: Cento profonde
solitudini formano insieme la citt di Venezia
questa la sua magia. Unimmagine per gli
uomini del futuro. Venezia come immagine,
come modello, come metafora. Le visioni del
futuro fra ultimo Ottocento e primo Novecento
intrecciano Venezia e i grattacieli, ma non necessariamente li contrappongono. Nulla rende lessenza e la qualit della vita urbana quanto
lincontro di cento solitudini, ma perch esso
venisse inscenato a Manhattan la mediazione
metaforica di Venezia fu un passaggio essenziale. Abbiamo speso 18,5 miliardi per ottenere il
bel risultato di gettare tutto ci al vento.
inaudito il danno arrecato dalle leggi speciali. Ma rimane una speranza. Settis conclude
che Venezia potr resistere nella sua ineguagliabile forma urbis se sapr costruire creativamente il proprio destino, calibrando ogni mutamento non sulle aspettative dei turisti n sulla speculazione immobiliare, ma sul futuro dei
propri cittadini. I veneziani voteranno fra cinque mesi per eleggere un nuovo sindaco. Forse
insieme ai cittadini di Roma. Entrambi, romani
e veneziani, hanno loccasione per risvegliarsi
dal torpore in cui sono caduti e chiedersi finalmente che futuro vogliono per le loro citt.
lultima occasione. Altrimenti si dovr dar ragione a chi sostiene che il valore di queste citt
troppo grande per affidarne lamministrazione ai loro cittadini. Meglio affidarle alla societ
che ha in appalto i parchi dei divertimenti di
Disneyland e che certamente li gestisce con pi
lungimiranza di quanto abbiano fatto gli amministratori cui negli anni recenti romani e veneziani hanno affidato le loro citt.
RIPRODUZIONE RISERVATA

descrittivo-interpretative (dal Sole


alato egizio alle ultime sonde spaziali,
acme il break galileiano), la Antonucci
indaga del Sole la genesi remota (da una
nube di gas interstellare), i movimenti, la
luminosit e il bilanciamento tra forze
attrattive e repulsive: tra una gravit 28
volte quella terrestre e un nucleo a 15

RIPRODUZIONE RISERVATA

Addio a Mario Perazzi


geniale testa matta

a cura di
Paolo
Mereghetti

milioni di gradi. Tutti elementi chiave nel


delicato, ma tenace, equilibrio tra la stella
e la Terra: quellinsieme di condizioni
(temperatura, acqua, luce, consistenza
della crosta) alla base della vita organica,
almeno in queste regioni delluniverso
conosciuto.

Con Buzzati al Corriere

di Francesco Cevasco

Il restauro di un
film
dimenticato,
Locchio
selvaggio di
Paolo Cavara,
ha spinto
Bompiani a
ripubblicarne la
sceneggiatura
(scritta dal
regista con
Alberto Moravia
e Tonino
Guerra) e il
trattamento
originale
(firmato Fabio
Carpi e Ugo
Pirro). E offre
loccasione ad
Alberto
Pezzotta,
curatore del
volume (pagine
320, 18), per
analizzare
lambiguo
legame che si
instaura nei
film nati sulla
scia del
successo di
Mondo cane,
come appunto
quello di Cavara
tra la realt
delle scene e il
voyeurismo
dello spettatore,
per tornare a
interrogarsi
sulla moralit
dellimmagine

41

ario Perazzi morto. E con


lui un pizzico di quel giornalismo che vivr per sempre.
Quello che prima la notizia
poi le minchiate: si pu scrivere perch una citazione. Di Mario Perazzi.
Dino Buzzati, che di giornalismo se
ne intendeva, diceva di lui: lunico
che capisce di arte come me. Anzi meglio di me. una testa matta. Ma proprio per questo bravo, bravissimo.
Detto questo, parliamo di Mario. Aveva due tumori alla testa e due ai polmoni. Ma a quelli resisteva. Se n andato
perch si rompeva le scatole a guardare
dalla finestrona della sua provvisoria
casa i lavori per lExpo. Perch si rompeva lanima a leggere tre libri al giorno.
Perch gli si rivoltava lo spiritello sulfureo che aveva fin da bambino quando,
adesso, leggeva i titoli del Corriere della Sera e di Repubblica e diceva:
Ma porcaccia miseria, li avrei fatti meglio. Mario Perazzi aveva 77 anni ed era
megalomane: ma quei titoli lui li avrebbe, sicuramente, fatti meglio.
Al Corriere, che allora era anche
Corriere dInformazione, ha allevato
una nidiata di giornalisti ieri giovani,
oggi adulti e famosi che senza di lui oggi sarebbero adulti ma non famosi
una nidiata che impesta ancora adesso
le prime pagine dei pi importanti giornali italiani. Quando era scomodo (anche se faceva figo)frequentava il giro
della sinistra di Lotta continua. A casa sua in corso Garibaldi a Milano incontravi la Inge Feltrinelli che di ritorno
dalla Cina portava il suo regalo al Collettivo Cinema Militante dei fratelli
Frassa: un documentario affascinante
ma anche lungo e noioso in cui si dimostrava quanto dovessimo sperare di diventare come loro (i cinesi). Ma poi,
presa da parte e tampinata dalle domande di Perazzi, la Inge era costretta
ad ammettere: Certo che i cinesi sono
un po troppo sciovinisti.
Perazzi amava, conosceva larte; amava, praticava, la scrittura veloce e pulita;
amava dividere con i suoi giovani discepoli giornalisti il pane e il vino; amava
litigare con i superiori se volevano
sottolineare o sottovalutare una notizia;
amava difendere gli inferiori, i suoi
cronisti, se pestavano una gaffe; amava
raccontare storie fantastiche talmente

belle che sembravano vere. Ci sono persone, soprattutto giornalisti, che ancora
oggi vanno in giro con le cravatte di cotone, le giacche di seta, le calze di cachemire che Perazzi regalava ai suoi diletti.
Ieri mattina Perazzi s svegliato, scoglionato come negli ultimi tempi, ha
chiesto alla amata moglie Donata, che
ha sposato un paio di volte, e sempre
per davvero e sempre con grande amore, un caff. Lo ha bevuto con il piacere
di chi vede in fondo alla tazzina la fine
di un piacere: s spostato un poco appena pi in l e se n andato senza rompere le scatole a nessuno; se n andato
in silenzio, lui che non stava mai zitto;
tra pollice e indice ha tirato un po il suo
baffo destro un tic che si portava appresso da quando era giovanotto ;
lultima parola che ha detto stato un
grazie Donata. Lui, che non gli andava mai bene niente: che ai suoi cronisti
faceva riscrivere gli articoli
anche tre volte,
che quarantanni fa sfidava lattuale
direttore del
Corriere:
D i ve n te r a i
bravo quando
imparerai a
scrivere un pezzo darte e
quando riuscirai a scrivere un pezzo di
cronaca nera di 90 righe in mezzora.
Laltro ieri, il pomeriggio prima di
morire, Perazzi era contento perch
aveva visto, recentemente, i suoi tre figli
e aveva raccontato loro quanto sia possibile vivere (serenamente?) con la morte appollaiata sulla spalla. E a chi,suo allievo, per combinazione del destino, gli
era accanto diceva, senza pudore: Renzi
sbaglia questo, Napolitano non ha capito questaltro, Lacan non si capisce
niente ma andrebbe ristudiato, larte
aveva ragione Duchamp non compratela fatevela, il calcio non mi interessa,
per fortuna che c lanniversario cos
abbiamo letto qualcosa di decente sulla
Prima guerra mondiale, non vero che
bisogna soltanto rileggere i classici ci
sono anche scrittori noir italiani che
non sono male. E anche le donne... bisogna stare dalle parte delle donne: temo che siano meglio di noi.
RIPRODUZIONE RISERVATA

Artista e autore modesto, collezionista squattrinato: ecco il curatore


Bonami traccia la fenomenologia della figura ormai decisiva per i meccanismi del mercato dellarte
di Pierluigi Panza

hi il curatore darte? Il curatore un artista non bravissimo, un collezionista


senza soldi, un romanziere cos
cos. Il critico e curatore Francesco Bonami ritrae cos se stesso e
il proprio lavoro in Curator. Autobiografia di un mestiere misterioso (Marsilio, pagine 144, e 16,50),
sintetizzando il pensiero di tanti
e pure quello del filosofo Friedrich Nietzsche, che nelle Considerazioni inattuali scriveva: Le nature debolmente artistiche contro chi volgeranno le loro armi?
Contro gli spiriti artistici forti
Cos avviene per i conoscitori dellarte, che vorrebbero eliminare

larte in genere; si atteggiano a


medici mentre in fondo hanno
mirato allavvelenamento.
Questi frustrati dellarte, perennemente in viaggio o alle prese con ricchi signori ai quali
strappare qualcosa, sono anche
narcisisti. Tipo Achille Bonito
Oliva: Nel 1993 scrive Bonami
quando andai alla Biennale
per ritirare un premio per conto
di Matthew Barney, lui si rifiut
di chiamarmi al tavolo. E quando non sono abbastanza narcisisti da spettacolarizzare loro stessi
diventando un capitale estetico, allora i critici diventano internauti, intercritici. il caso, secondo Bonami, di Massimiliano
Gioni, un critico tutto iPhone,
email e jpg, la cui Biennale del

Francesco
Bonami (59
anni). Curator.
Autobiografia di
un mestiere
misterioso
edito da
Marsilio

2013 stata costruita a tavolino


con poca ricerca sul campo e un
numero molto limitato di lunghi,
estenuanti viaggi. Inoltre, il curatore pu essere un artista, come
nel caso di Maurizio Cattelan allultima Artissima di Torino, ma
anche un personaggio inventato,
come in Aperto 93, quando Bonami e altri curatori architettarono una burla inventandosi lesistenza di un curatore-organizzatore che non esisteva, tale Mike
Hubert, un nome preso a prestito
da un mediocre giocatore di golf.
Come nelle migliori e ipocrite situazioni culturali, nessuno degli
artisti chiamati a esporre si preoccup di chiedere chi fosse Hubert.
Per definire oggi il critico biso-

gna prendere a prestito Oscar


Wilde: il critico come un artista,
quello che crea intorno a s un
capitale di visibilit. Se lo possiedi, il mondo finanziario ti sostiene e la mostra che realizzi funziona di sicuro anche in assenza di
opere gloriose. Puoi star certo
che gli ospiti del vernissage si
mostreranno interessati anche se
esponi una baggianata: lo provano gli studi di Nathalie Heinrich.

La beffa del 1993


Fu inventato per un
evento un organizzatore
fittizio. Nessuno si chiese
chi fosse quel carneade

Fino a oggi per costruire questo capitale di visibilit il critico


non ha di certo preso la via dello
studio accanito, bens quella della sua spettacolarizzazione, il cui
apice stato raggiunto da Catherine Millet con la pubblicazione
di La vita sessuale di Catherine
M. Nel creare capitale di visibilit
il modello irraggiungibile resta
quello costituito da David e Victoria Beckham, dove la visibilit
inversamente proporzionale alla
creazione: lui non gioca, lei non
canta. Un po come Koons e Cicciolina. Koons oggi pi che opere
fa prodotti. Del resto, oggi, il critico non critica: cura mostre che
sono come piccoli hedge fund,
delle scommesse, dei future.
RIPRODUZIONE RISERVATA