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A

Dionisia Russo Krauss


Lingue e spazi
Elementi per lanalisi geografica
dellespressione linguistica

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I edizione: marzo

A mio padre

Indice

Prefazione
di Claudio Cerreti

Introduzione

Capitolo I
Etnie, culture, espressioni linguistiche
.. Letnia e i suoi elementi costitutivi, .. Termini diversi per
concetti differenti, .. La diversit etnica oggi, .. Regioni
culturali e confini etnici, .

Capitolo II
Lingue e geografia
.. Premessa, .. Lo studio degli aspetti spaziali delle lingue,
.. Tra Linguistica spaziale e Geografia delle lingue, .. Gli
strumenti dellanalisi, ... I censimenti linguistici, ... La
rappresentazione cartografica, .

Capitolo III
I molteplici usi delle lingue
.. Lingue e varianti linguistiche, .. Bilinguismi e multilinguismi, .. Stadi di sviluppo differenti, .. Molteplicit di usi delle
lingue, .. Le lingue di contatto, .. Le lingue artificiali, .

Capitolo IV
Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo
.. Levoluzione linguistica nel tempo, .. Lespansione delle
lingue nello spazio, .. Le politiche linguistiche, .. La tutela
delle lingue minori, .

Lingue e spazi

Capitolo V
Genesi e distribuzione geografica delle lingue
.. Famiglie di lingue, .. La ricerca linguistica nel tempo,
... Genetica e linguistica, ... Teorie diverse su luoghi dorigine e percorsi, .. La distribuzione delle lingue nel mondo, ... Le famiglie linguistiche, ... I territori delle lingue, .. Limportanza
ineguale delle lingue, .

Capitolo VI
La variet linguistica dellItalia
.. La frammentazione linguistica dellEuropa, .. Variet di lingue
sul territorio italiano, ... Lingue regionali e dialetti francoprovenzali
e provenzali, ... Colonie linguistiche, ... Lingue di minoranze
nazionali, .. La tutela delle lingue minoritarie, .

Riferimenti bibliografici

Prefazione

Gli esseri umani utilizzano la lingua, o le lingue, di cui hanno una


qualche padronanza, per comunicare tra loro. Si sostiene generalmente o meglio: si ipotizza che lelaborazione di ogni sistema
linguistico abbia avuto come scopo esattamente il rendere possibile la
comunicazione.
Ma gli esseri umani utilizzano la lingua, generalmente quella di cui
hanno la maggiore padronanza, anche per de/finire (cio circoscrivere, individuare, staccare dal resto) oggetti reali, fenomeni, processi,
azioni, concetti. . . La de/finizione cio ogni risposta a ognuna delle
infinite domande che cosa . . . ? un procedimento logico, che
si avvale del linguaggio verbale come strumento e che apparentemente insito nei meccanismi di funzionamento del cervello umano.
E serve a padroneggiare la realt, nel senso di mettere in grado di
sezionare la realt in elementi via via pi semplici rispetto allinsieme,
in modo da poterli comprendere, raffrontare, differenziare, ricordare,
descrivere. . . e poi articolare in varia maniera, anche in maniera differente da come si sono presentati alla percezione e alla comprensione:
in modo, cio, da poter elaborare, ragionare.
Il linguaggio verbale, la lingua, in altre parole, serve (anche o
forse soprattutto) per ragionare. Il ragionamento, il pensiero, si avvale di una lingua: usiamo strumenti linguistici per elaborare i nostri
procedimenti logici, e non possiamo farne a meno.
Definire, comprendere, pensare, ricordare, comunicare, trasmettere. Chiss qual , a questo punto, la funzione primaria e fondamentale
(comunicare o pensare?) del linguaggio verbale e delle migliaia di
lingue esistenti ed esistite, che ne sono le manifestazioni storiche e
concrete, per cos dire. . .
Che serva soprattutto a comunicare o soprattutto a pensare, sta
di fatto che ogni lingua coessenziale a un corrispondente sistema culturale (intendendo cultura in senso lato, antropologico).
cio inscindibile dalla cultura in s: ogni cultura elabora s stessa

Lingue e spazi

facendosi lingua (e viceversa) e si esprime e si trasmette in primissimo luogo in quanto lingua. La circostanza del tutto evidente
negli aspetti cosiddetti immateriali di ogni sistema culturale: certi
concetti, certe relazioni logiche, certe elaborazioni, tipici di una
data cultura, esistono solo nella lingua propria di quella cultura
e possono risultare intraducibili/incomprensibili allesterno. E levidenza di questa coessenzialit invade largamente anche il campo
della cultura cosiddetta materiale, dove le cose, gli oggetti hanno
sempre un senso culturale veicolato o, meglio, rappresentato dalla
lingua.
La cultura/lingua lelemento pi rilevante nel caratterizzare un
gruppo etnico. Gli elementi non strettamente riconducibili alla cultura, come quelli biologici, hanno uninfluenza scarsissima per non
dire nulla. Letnia caratterizzata, individuata e differenziata rispetto
alle altre in primissima e forse unica istanza dalla condivisione di un
sistema culturale (e linguistico).
Lidioma, come linsieme dei dati culturali che esso ha il compito
di rappresentare, si trasmette per via di apprendimento: tutte le competenze culturali si insegnano e si imparano e non c altra maniera
per farle passare da una generazione a unaltra, da un individuo a
un altro. Il modo principale e quasi irrinunciabile di trasmissione
certamente quello che si realizza allinterno della comunit umana
di appartenenza: la famiglia, il vicinato, gli abitanti del villaggio o del
quartiere. . .
Quasi altrettanto importante e per certi aspetti altrettanto irrinunciabile lapprendimento che ciascun individuo realizza mediante
i dati culturali implicitamente o esplicitamente inscritti nelle cose
che ha intorno a s, disposte nello spazio che circonda la comunit di
appartenenza: nel territorio.
Quella che potremmo definire come la scoperta della territorialit umana, e quindi del senso operativo del concetto di territorio,
ha messo in evidenza il fatto che il territorio in primo luogo e
in generale un immenso deposito di segni. Segni che rimandano a
significati, stratificati in un tempo a volte lunghissimo, di ambito
sociale, economico, religioso, mitico, etico, politico e via dicendo.
Perch ogni evento e ogni processo sociale, economico, religioso,
mitico, etico, politico e via dicendo lascia un segno nel territorio.
Ogni cultura produce e rimaneggia in continuazione il suo terri-

Prefazione

torio, in certi casi riutilizzando e incorporando i segni che altre


culture vi hanno lasciato, in altri casi cancellandoli. E ogni nuovo
membro della comunit impara a capire e a riconoscere questi segni, che insieme compongono la specifica lingua del territorio, cos
come impara in famiglia, a scuola, nel quartiere il sistema
culturale/linguistico della comunit cui appartiene. La lingua del
territorio, daltronde, il modo in cui (incorporando ed esponendo
concetti, valori, relazioni. . . ) il territorio in grado di parlare a chi
in grado di capirlo, non cosa molto diversa, in un momento
storico dato, dallidioma della comunit che lo vive in quello stesso
momento storico: le forme della rappresentazione e dellinterpretazione rimandano, in un caso e nellaltro, al medesimo pensiero
verbale. La coessenzialit, cos, si allarga. Anche senza pretendere
che forme del pensiero, cultura in senso lato, idioma e lingua del
territorio siano esattamente coincidenti, identici fra di loro, tuttavia fra questi elementi si realizza una larghissima e inestricabile
sovrapposizione, che si manifesta almeno come reciproca, stretta,
dipendenza, e come patrimonio identitario e distintivo di una collettivit umana.
Ecco perch lo studio delle lingue diventa anche un problema geografico, che ha a che vedere con la difformit del popolamento
umano sulla Terra, con la variet dei sistemi culturali esistenti ed
esistiti, nei loro aspetti immateriali e materiali, con la molteplicit
delle costruzioni territoriali e delle loro evidenze paesaggistiche.
E perch quella che scolasticamente, e per semplicit, chiamiamo
geografia delle lingue non solo costituisce un approccio estremamente importante per capire come (e come stato) organizzato
il mondo in cui viviamo, come si sta modificando, come potrebbe
evolvere, ma rappresenta anche una strada oltre modo ricca e sfumata direi raffinata per confrontarsi con la variet del mondo,
con la sua geografia.
Il libro di Dionisia Russo Krauss, debitamente ricco e sfumato,
come appunto il suo oggetto, mette finalmente a disposizione del
pubblico italiano uno strumento n semplicistico n schematico, facendo uso di una forma espressiva chiara ed efficace, grazie alla quale
riesce a esporre praticamente tutti i molti dati essenziali alla comprensione, anche quelli meno noti ed evidenti e quelli pi complessi e
discussi.

Lingue e spazi

Per chi interessato alla pluralit culturale e territoriale, questo


libro costituir uneccellente guida; per chi non sospetta nulla di quella
pluralit (e sono molti, forse la maggior parte), sar una sorpresa
stupefacente.
Claudio Cerreti

Introduzione

Che il abbia segnato la fine di un decennio rivoluzionario per


le lingue e, al tempo stesso, abbia dato inizio ad una nuova epoca,
nella quale far fronte alle enormi trasformazioni che in questambito
hanno avuto luogo, non stato da subito cos evidente, neanche per
gli studiosi del settore; del resto, il mutamento linguistico si verifica
lentamente, in maniera sottile, e se ne riconoscono gli effetti, il pi
delle volte, solo a distanza di anni. Che qualcosa stesse accadendo
per osservava il linguista britannico David Crystal () lo si
sarebbe potuto capire gi facendo caso al fatto che il era stato
dichiarato Anno europeo delle lingue: pur riguardando soltanto il
vecchio continente, infatti, le celebrazioni previste avevano obiettivi
ambiziosi e di carattere generale, tenevano conto di tutte le lingue
parlate in questarea (non solo di quelle indigene), e sottolineavano
limportanza di ciascun idioma sia come espressione di identit culturale che quale strumento atto a mettere individui e Paesi in grado di
aprirsi al mondo.
Non solo questa circostanza, per, rivel come la questione linguistica fosse ormai sulla ribalta mondiale; due anni prima, nel
corso della trentatreesima sessione della Conferenza generale dellUNESCO, su proposta del Bangladesh , era stata istituita con
lintento di tutelare la diversit linguistica e, pi in generale, la
diversit culturale del pianeta la Giornata internazionale della
Lingua Madre, giunta alla sua dodicesima edizione. Unico mezzo capace di esprimere appieno ogni necessit di comunicazione,
non semplice veicolo di messaggi, ma sintesi di tutto un insieme
di valori culturali e sociali, di usanze e di conoscenze, oltre che
strumento del ragionamento e dellelaborazione logica, la lingua
madre si riconobbe in quelloccasione parte di un patri. Lo spunto fu fornito dalla decisione di commemorare alcuni studenti di quello
Stato morti, quasi cinquantanni prima, per aver rivendicato il riconoscimento della
loro lingua.

Lingue e spazi

monio immateriale da proteggere e trasmettere alle generazioni


future. Tutti gli sforzi per favorirne la diffusione non possono non
tendere, perci, alla promozione di una piena consapevolezza delle proprie tradizioni culturali che infonda, al tempo stesso, negli
individui un senso di solidariet basato sullapertura allaltro, la
tolleranza, il dialogo.
E ancora, pi di recente, nel febbraio del , con lo slogan Languages matter! (Le lingue contano!), lUNESCO ha lanciato lAnno
internazionale delle lingue, proclamato su iniziativa dellAssemblea
generale delle Nazioni Unite al fine di sostenere lunit nella diversit e la comprensione internazionale attraverso il multilinguismo.
Riconosciute come essenziali per lidentit dei gruppi e degli individui
e, insieme a ci, ritenute importanti anche per una loro coesistenza
pacifica, le lingue costituiscono un fattore strategico per il progresso
verso uno sviluppo duraturo. Elementi di integrazione sociale, hanno
inoltre un ruolo chiave anche nella lotta alla povert e alla fame ; per
poter aiutare una popolazione in difficolt, daltra parte, occorre sempre rapportarsi anche alla sua lingua: la salvaguardia dei saperi locali in
vista di una gestione sostenibile delle risorse intrinsecamente legata,
infatti, alle parlate autoctone.
Tante le iniziative progettate in questi anni, tanti gli eventi svoltisi in numerosi Paesi. Eppure, e nonostante le ripetute dichiarazioni
di principi, i dati diffusi periodicamente continuano ad essere allarmanti: secondo lAtlante presentato dallUNESCO in occasione
della decima Giornata internazionale della Lingua Madre (cfr. UNESCO, ), sarebbero circa ., delle oltre . parlate esistenti
oggi nel mondo, quelle che rischiano di scomparire; e se nel corso
delle ultime tre generazioni pi di duecento lingue si sono estinte,
in questo momento oltre cinquecento si trovano in una situazione
particolarmente critica e moltissime altre (pi di . secondo
. LAssemblea, nel proclamare il Anno internazionale delle lingue, ha affermato che le Nazioni Unite sostengono il multilinguismo al fine di tutelare e promuovere
la diversit linguistica e culturale a livello mondiale. Da parte sua lUNESCO, che si
occupata del coordinamento delle attivit legate a tale ricorrenza, chiamata ad intervenire
per incoraggiare lattuazione di politiche linguistiche regionali e nazionali coerenti che
contribuiscano ad un uso appropriato ed armonioso delle lingue allinterno delle varie
comunit.
. In quanto supporto imprescindibile per lalfabetizzazione e lacquisizione di
conoscenze e competenze, le lingue risultano essenziali anche nella lotta alle malattie.

Introduzione

lAtlante) sono in grave pericolo. Pi che mai necessario risulta,


allora, affrontare seriamente la questione , tenendo conto che i
temi in gioco sono numerosi e vanno ben al di l delle competenze specifiche di chi si occupa di lingue a livello professionale.
La lingua, infatti, componente fondamentale della cultura di
cui veicolo di trasmissione e nei suoi modelli spaziali riflette
processi passati e presenti di diffusione e di interazione.
***
Fitta la trama di fili che formano la rete della cultura , complesso di modelli comportamentali, conoscenze, adattamenti e sistemi
sociali in cui si condensa il modo di vivere acquisito da un gruppo
di individui; parte essenziale, dunque, delle differenze regionali
che costituiscono oggetto privilegiato di studio della Geografia
umana. Il suo contenuto non pu essere colto appieno, anzi, di
fatto pu essere del tutto travisato, qualora si concentri lattenzione
soltanto su pochi, pi evidenti, caratteri; elementi, in realt, di una
struttura ben pi complessa, comprensibile solo se esaminata nella
sua totalit.
I singoli elementi, le variabili basilari, i mattoni che rimandano ai modelli comportamentali di ciascun gruppo umano che
si tratti di un oggetto, di una tecnica o di un modo di pensare,
ad esempio vanno in un primo momento isolati e studiati sin. Per questo si osservato a livello internazionale necessario sviluppare
politiche linguistiche che consentano ad ogni comunit di utilizzare la propria lingua
materna nel modo pi ampio possibile, ma, al tempo stesso, stimolare anche lacquisizione di unaltra lingua nazionale o regionale e di una o due altre lingue mondiali; si
ritiene, infatti, che soltanto un multilinguismo ben assimilato possa permettere a tutte
le lingue di trovare il loro posto in un mondo globalizzato.
. Lorigine del concetto di cultura si fa risalire allidea di paidia, con cui nellantichit classica si intendeva il livello individuale di educazione. La parola cultura,
invece, ha radici pi lontane, che si perdono fra gli idiomi indoeuropei, in cui kwel stava
a significare allevare, prendersi cura. Riferito dai Greci anche allagricoltura, e poi
esteso alle manifestazioni spirituali (la cultura sviluppa lo spirito e lo porta ad elevarsi),
il termine nota Bonnemaison () scomparve dalle lingue indoeuropee con
le grandi invasioni barbariche; rientr, per, nel francese dellalto Medioevo, tra il
XII e il XIII secolo, acquisendo una forte connotazione religiosa, come sinonimo di
adorazione. Nel Rinascimento e poi con lIlluminismo la parola cultura venne invece
sempre pi riferita al sapere, indicando le qualit (intellettuali e morali) che lindividuo
possiede per sua natura e che possono essere migliorate con luso della ragione.

Lingue e spazi

golarmente, ma devono poi essere considerati nei loro reciproci


collegamenti. Come strutture culturali, cio, fatte di diversi caratteri
correlati da un punto di vista funzionale, e come sistemi, realt pi
ampie e generalizzate. Tratti e strutture culturali, infatti, possono
essere condivisi da individui distinti per certi aspetti, ma associati
dal punto di vista spaziale; insieme, nei loro modelli spaziali, danno
forma ai paesaggi umani, distinguono i gruppi e definiscono le
regioni culturali. E proprio alle regioni culturali porzioni della superficie terrestre occupate da popolazioni che condividono
caratteristiche culturali riconoscibili e distintive i geografi umani fanno generalmente riferimento. La Geografia umana, infatti,
considera le modalit secondo cui gli individui e le societ si differenziano in rapporto alle varie regioni, ed esamina le forme in cui
societ diverse percepiscono, utilizzano e trasformano i paesaggi
che occupano .
Le testimonianze sia visibili che invisibili della cultura i modelli di costruzione e di coltivazione, la lingua, lorganizzazione
politica e molto altro ancora fanno tutte parte di quella diversit
spaziale che la Geografia si propone di comprendere e spiegare: la
Terra, secondo quanto letimologia della parola geografia suggerisce, una scrittura da decifrare, e obiettivo della conoscenza
geografica chiarire i segni che essa rivela alluomo. Dalla carta
universale del mondo di Anassimandro alla Geografia di Strabone,
dallopera di Tolomeo a quella dei geografi arabi, dallImago mundi
di Pierre dAilly ai primi grandi atlanti del Cinquecento, fino alla
nascita, con von Humboldt e Ritter, della Geografia moderna, e
arrivando, ancora, dalle geografie universali di Reclus e Vidal de La
Blache fino ai giorni nostri: in oltre . anni luomo ha sempre
cercato di dare una rappresentazione multiscalare della superficie
terrestre, per descrivere ed interpretare i contenuti, lordine e il
senso di uno spazio in cui, insieme ad altri individui, viviamo e ci
muoviamo (Dematteis e Ferlaino, ) . Con maggiore o minore
. Tale disciplina riconosce la pluralit di culture allinterno delle varie regioni e,
oltre ad esaminarne il diverso contenuto e la diversa influenza, cerca di registrarne ed
analizzarne le interazioni.
. Come suggerisce gi letimologia della parola, la Geografia consiste nel collocare i luoghi in uno spazio che si articola su diverse scale, fino a quella planetaria.
Descrivendo i luoghi, essa ci parla della posizione che occupano, delle relazioni che

Introduzione

successo, le indagini sono andate avanti senza sosta, facendo uso


di metodologie sempre pi raffinate, e, soprattutto negli ultimi
decenni, i loro sforzi si sono intrecciati con quelli di altre discipline,
da vari punti di vista interessate alla comprensione del territorio;
allo studio delluomo e del territorio, daltro canto, si applicano
anche altre scienze, e non c ragione per cui unopera di Geografia
non debba avvalersi, laddove utili, dei risultati cui queste, su aspetti
specifici, siano gi arrivate o rispetto ai quali abbiano tracciato
strade per arrivarvi.
Nella letteratura geografica lidea di cultura esord a met del XIX
secolo, con Ernst Kapp, che per primo parl di Kulturgeographie; in quel
momento, per, la cultura era ancora intesa come manifestazione
individuale, ed aveva pressappoco lo stesso significato che le avevano
dato gli illuministi riferendola allelevazione dello spirito attraverso il
sapere. Per concepirla esplicitamente come manifestazione sociale
concetto pi congeniale allindagine geografica sarebbero trascorsi
ancora altri decenni (cfr. Vallega, ). Sviluppatasi, quindi, nel corso
dellOttocento grazie ad autori quali von Humboldt, Ritter, Ratzel,
e venuta alla ribalta negli anni venti del secolo successivo, quando
Carl Sauer ne defin principi fondamentali ed obiettivi , la Geografia
culturale rimasta a lungo sopita o relegata alle indagini di pochi; solo
dopo gli anni settanta, con gli apporti derivanti dallottica umanistica,
ha potuto essere riscoperta e valorizzata . Si aperto cos un nuovo
percorso di lavoro, fatto di itinerari diversi, attraverso cui altri studiosi
hanno potuto avvicinarsi ad essa, proponendo, in taluni casi, anche
nuovi filoni di ricerca.
li legano ad altri luoghi e di come le loro propriet assumono aspetti e valori diversi
in questo spazio di relazioni. Da sempre la Geografia non un semplice catalogo di
oggetti, ma la costruzione di uno spazio, di un insieme di relazioni transcalari tra
oggetti localizzati; un sistema complesso, quindi, che arriva fino al livello globale (id.,
).
. Per Sauer la Geografia culturale consisteva nellapplicazione dellidea di cultura
ai problemi geografici. Egli, pertanto, identific un oggetto (la cultura) ed afferm che
quelloggetto costituiva il filtro attraverso cui si poteva mettere a fuoco un complesso di
argomenti rientranti nellambito di studi della Geografia (Vallega, ).
. La sfiducia nello strutturalismo, linsoddisfazione nei confronti delle ricerche quantitative e la perplessit verso una rappresentazione esclusivamente analitica del territorio
hanno riportato lattenzione sulla cultura come realt che non pu essere spiegata in termini
analitici, ma va compresa, considerata nel suo complesso, quale patrimonio intellettuale e
spirituale.

Lingue e spazi

Lapproccio culturale ha ribaltato la prospettiva geografica: da


disciplina generalmente concepita come scienza naturale qual era,
e il cui scopo principale stava nellosservare e cercare di capire un
mondo la cui esistenza oggettiva non veniva messa in discussione,
la Geografia ha preso ad occuparsi di come gli uomini percepiscono
e vivono lambiente in cui sono inseriti, di come lo caricano dei loro
interessi e di come vi sviluppano le loro strategie dando forma al
paesaggio; senza tralasciare gli aspetti naturali, ma considerandoli
sempre pi come risorse, limiti o rischi. Lattenzione alla cultura, in
sostanza, ha portato ad uninterpretazione del paesaggio non come
semplice insieme di manifestazioni morfologiche o in termini di
mera presenza di insediamenti, strutture, infrastrutture e modi di
sfruttare le risorse, bens anche come ambito in cui si dispongono e
si evolvono i valori che le comunit attribuiscono ai luoghi nel corso
della loro vita. Tali valori plasmano anche la natura: non c traccia,
infatti, di quello che viene definito come paesaggio naturale che in
realt non sia profondamente umanizzata, depositaria di cultura e
di valori .
Dicevamo che i tratti culturali tipici dei diversi gruppi, veicolando differenze ed elementi in comune, rappresentano i singoli
tasselli del mosaico della Geografia umana; caratteri fondamentali di societ pi o meno complesse, costituiscono elementi di
identificazione culturale e vengono trasmessi alle generazioni
successive attraverso processi di imitazione, mediante esempio,
ed istruzione . Variano inoltre nel corso del tempo (cos come
variano, insieme ad essi, le regioni ed i paesaggi culturali) a mano
a mano che le societ interagiscono col loro ambiente sviluppando nuove soluzioni ai bisogni collettivi o recepiscono
innovazioni provenienti dallesterno; il contatto, daltra parte, che
sia pacifico o conflittuale, d vita a delle contaminazioni di culture,
quando non alla sovrapposizione di una allaltra entro un mede. La Geografia culturale, dunque, non soltanto considera il paesaggio come la manifestazione del modo in cui cultura e natura interagiscono, ma va oltre, attribuendo alla
cultura la funzione primaria ed il ruolo trainante nel produrre e trasformare i paesaggi.
. La cultura non ha niente a che fare con listinto o con questioni di carattere
genetico; gli individui, in quanto membri di un gruppo, acquisiscono attraverso
queste modalit di apprendimento complessi integrati di modelli comportamentali,
conoscenze tecniche e percezioni legate allambiente e alla societ.

Introduzione

simo ambito spaziale, e, di conseguenza, allavvio di un nuovo


processo di interazione tra uomo e territorio.
La maggiore uniformit culturale di un mondo preagricolo, ad
esempio, fatto di cacciatoriraccoglitori , andata perdendosi via
via che la domesticazione di piante e animali in pi parti del mondo ha reso possibile la crescita di focolai di innovazione su ampio
raggio e ha generato una divergenza culturale . Se prima, infatti,
durante il Paleolitico, gli individui dipendevano dalla disponibilit
di quelle poche risorse che riuscivano a procurarsi con i rudimentali strumenti a disposizione, a partire da circa . anni fa da
quando i ghiacciai che ricoprivano gran parte dellemisfero settentrionale cominciarono a ritirarsi piccoli gruppi sparsi, via via
che occupavano regioni diverse, iniziarono a differenziarsi nel modo di vivere e di sostentarsi. Migliori tecnologie per la manifattura
degli utensili ampliarono la gamma delle possibilit di utilizzo
dei materiali disponibili nelle varie aree; contemporaneamente,
le peculiarit territoriali di ciascuna regione accelerarono la diversificazione culturale tra gruppi isolati. La variet di strategie e
tecniche e le numerose creazioni riguardanti larte, la religione,
la lingua produssero cos una pi ampia eterogeneit culturale del
genere umano.
Adattatisi alle nuove condizioni naturali, gli individui sperimentarono quindi, in modo autonomo in pi di unarea geografica, la
domesticazione delle piante e degli animali . Si pass, cos, dalla
semplice raccolta alla produzione del cibo; gli agricoltori, anche
per proteggere le aree coltivate, si sedentarizzarono e, in conseguenza dei progressi fatti, emersero una cultura di sfruttamento
pi complessa, uneconomia pi formale ed una societ maggiormente stratificata, basata sul lavoro e sulla specializzazione delle
. La rudimentale uniformit fra popoli di cacciatori e raccoglitori si fondava sulla
condivisione di sfide per il sostentamento, sulle strutture informali di governo, sui
legami di parentela allinterno di piccoli gruppi (Fellmann et al., ).
. Il fatto che si parli di divergenza culturale non presuppone lesistenza di tappe
prestabilite allinterno del processo di cambiamento delle singole societ, n una sorta
di scala gerarchica tra le varie culture; lespressione fa esclusivamente riferimento alle
differenze riscontrabili tra le diverse comunit.
. La domesticazione di piante e animali cominci in modo autonomo in diverse
parti del mondo gi nel Mesolitico, ma nella sua forma pi definita segn linizio del
Neolitico.

Lingue e spazi

mansioni . Particolari vantaggi, in termini di risorse o di prodotti,


offerti da alcuni luoghi favorirono, inoltre, lo sviluppo di legami
commerciali a lunga distanza. Non solo; le nuove tecniche, i nuovi
modi di vivere e le nuove strutture sociali si espansero anche al di
fuori dei loro luoghi di origine e vennero adottate anche da individui che non avevano partecipato alla loro creazione. Dai diversi
focolai culturali dellantichit si pensi, tra gli altri, allEgitto,
alla Mesopotamia, a Creta, alla valle dellIndo, alla Cina settentrionale, al SudEst asiatico, al Centro America le innovazioni si
propagarono altrove, portate da coloro che migravano o adottate
da altri individui per effetto di vari tipi di processi di diffusione e
di acculturazione, e sebbene vi fossero delle barriere sia fisiche
che culturali alla loro espansione nello spazio molte delle novit pi
vantaggiose vennero adottate da altri gruppi (Fellmann et al., ).
In sostanza, tutte le culture costituiscono degli amalgami di
molteplici innovazioni diffusesi dai loro luoghi dorigine mediante
processi di vario tipo ed integratesi nelle strutture delle societ
riceventi. Laccettazione di nuovi tratti cos come di nuovi oggetti, nuovi metodi o nuove idee da parte di una popolazione
non dipende, per, soltanto dal flusso di informazioni che si dirigono verso tale popolazione, ma anche da quella che la sua pi
generale struttura culturale e sociale. Ostacoli culturali (si pensi,
ad esempio, a certi tab religiosi) o esplicite politiche in tal senso
possono ritardare o impedire laccettazione di uninnovazione; ad
ogni modo, per, va detto che tutte le barriere sono almeno parzialmente permeabili, consentendo il passaggio anche di alcune
delle innovazioni pi difficili da accogliere.
Oggi, in un momento in cui i processi indotti dalla globalizzazione tendono ad uniformare i comportamenti, e i contatti (sempre
. Se le comunit preistoriche di cacciatoriraccoglitori erano nomadi, di piccole
dimensioni e poco strutturate socialmente, lintroduzione dellagricoltura port alla
nascita di comunit sedentarie, villaggi e citt. A sua volta, la crescita della densit di
popolazione condusse alla divisione del lavoro, ad una maggiore strutturazione della
societ e alla creazione di forme di amministrazione politica pi complesse.
. Lespressione focolaio culturale viene adoperata per indicare proprio quei
centri di innovazione da cui importanti tratti culturali si diffusero, esercitando la loro
influenza sulle regioni circostanti.
. La distanza, cos come un oceano o una catena montuosa possono rendere molto
pi difficili il flusso delle informazioni e gli spostamenti degli individui.

Introduzione

pi frequenti) e le informazioni diffuse rendono sempre meno


differenziati gli stili di vita, i temi della Geografia culturale vengono acquisendo un significato e una pregnanza scientifica ancora
maggiori. Pur essendo, infatti, la validit dei diversi complessi culturali messa in discussione da quel processo che viene definito,
appunto, globalizzazione e dallomogeneizzazione culturale ad
esso conseguente, e pur avendo la pi ampia mobilit di individui,
merci e informazioni ridotto la rigida suddivisione di etnie, lingue
e religioni dei tempi antichi, il mondo tuttaltro che uniforme.
Anche in unepoca di interazione globale e di forte riduzione delle
distanze tra le diverse aree del pianeta, cio, il mosaico culturale
continua ad avere un profilo spaziale articolato in una variet quasi
infinita: variano i mezzi di sussistenza e le tecnologie, le lingue e
le religioni, gli stili di vita e le forme di organizzazione sociale, le
espressioni artistiche, i sistemi di valori, le tradizioni. E pi culture
possono coesistere allinterno di uno stesso spazio, ciascuna con la
sua peculiare influenza sulle credenze e sui comportamenti degli
individui che ne fanno parte. La lettura del rapporto tra globale
e locale non pu pertanto essere univoca, ma deve tener conto
tanto di quei fattori omologanti che spesso vanno al di l dei diversi
caratteri regionali, quanto di quelle forze locali che sembrano rinascere con maggior vigore proprio in unepoca di contatti sempre
pi frequenti e veloci.
***
Non semplice esaminare con lottica e gli strumenti della Geografia umana le relazioni esistenti tra le lingue e lorganizzazione del
territorio; si corre il rischio, tra laltro, di trovarsi in ambiti di ricerca
poco approfonditi dai geografi o di invadere il campo di studio di altre
discipline. Le difficolt che si incontrano in un percorso del genere,
tuttavia, non devono scoraggiare chi ancora pochi in Italia intenda ripercorrerne i temi, dallanalisi degli aspetti spaziali delle lingue (e
dei primi rapporti tra Linguistica e Geografia) fino a quella dellattuale
situazione dei gruppi etnolinguistici nel mondo, dalle questioni legate
ai molteplici usi di ogni idioma alla dinamica linguistica.
I processi culturali in atto nel mondo i fenomeni di acculturazione di aree pi deboli da parte di aree pi forti, la progressiva

Lingue e spazi

contrazione delle aree linguistiche minori, le conseguenze sul piano


culturale dei nuovi modelli di organizzazione economica possono
trovare nella Geografia delle lingue un quadro di interpretazione sicuramente utile, in grado di render pi chiari degli aspetti che saremmo
altrimenti portati a trascurare nonostante la loro importanza. Al tempo stesso, attraverso la Geografia delle lingue possibile cogliere le
conseguenze di certe azioni politiche tese a rafforzare o, al contrario,
ad indebolire gruppi etnici minoritari, cos come osservare gli effetti,
sul piano culturale, di interventi predisposti al fine di aggregare in
un unico sistema nazionale comunit portate a posizioni separatistiche. Tale disciplina, daltra parte, pu avere non soltanto un grande
interesse culturale, ma anche conseguenze pratiche di rilievo, specie
nel momento in cui tanti gruppi etnici pongono la questione della
loro sopravvivenza e richiedono forme di tutela: problemi, questi,
che un linguista, da solo, avrebbe difficolt ad affrontare. Eppure, nonostante tutte le possibilit da essa offerte, la Geografia delle lingue
rimane un settore di studi ancora scarsamente praticato in Italia, in
particolare dopo la scomparsa di Guido Barbina, Vittorina Langella e
Giorgio Valussi, che per primi affrontarono temi linguistici in unottica
geografica.
da tutte queste constatazioni oltre che dalla speranza di poter essere daiuto a quanti a questa materia si avvicineranno che
il presente volume ha preso spunto, proponendosi di contribuire
a colmare almeno alcune delle lacune tuttora esistenti, e di farlo
tracciando una sorta di percorso introduttivo alle specificit della
Geografia delle lingue rispetto ad altri rami della Geografia umana.
Per cominciare si far riferimento ad un concetto strettamente correlato agli aspetti linguistici che connotano i diversi popoli
che si rivela di primaria importanza nella strutturazione culturale
dello spazio, vale a dire quello di etnia: i gruppi etnici, infatti,
sono generalmente associati a dei territori dei quali sono occupanti principali o esclusivi e sui quali finiscono con limprimere
particolari segni. Tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi
anni, per, tale concetto risulta tuttaltro che semplice da definire in modo esatto, e in pi casi stato utilizzato impropriamente
(al posto di razza, nazione, popolo). Alcune considerazioni
generali sono allora necessarie per cercare di chiarire il senso da
attribuire ai diversi termini e riflettere sulla situazione attuale; sol-

Introduzione

tanto dopo aver fatto ci, possibile affrontare lo studio di quella


componente fondamentale della cultura, parte inseparabile dellidentit di un gruppo, che la lingua. Argomento, questo, che ha
sempre interessato glottologi, filologi e sociolinguisti, ma del quale
sia pur tardivamente anche alcuni geografi si sono occupati,
riconoscendo nella variet delle parlate un elemento chiave tanto
nella formazione di quei raggruppamenti sociali che sono, appunto, le etnie quanto nella creazione di quegli spazi organizzati che
definiamo come regioni culturali.
Nello studio degli aspetti spaziali delle lingue il lavoro di linguisti e geografi spesso sintreccia, tant che assai utile pu rivelarsi
una collaborazione tra le discipline; i rispettivi compiti, tuttavia,
restano distinti: se i primi mirano a ricostruire le vicende storico
territoriali delle lingue in s, anche avvalendosi dello strumento
cartografico, i secondi prendono in considerazione le diverse parlate in quanto fenomeno culturale caratterizzante un gruppo umano,
servendosene per analizzare le societ nei loro complessi rapporti col territorio. Ecco allora la ragione della distinzione per la
verit spesso poco chiara anche agli stessi addetti ai lavori tra
Geografia linguistica e Geografia delle lingue: luna rientrante nellambito delle scienze glottologiche e consistente nellapplicazione
di forme prettamente geografiche (la cartografia) alla rappresentazione e allo studio dei fenomeni linguistici, e laltra, proprio in
quanto ramo della Geografia umana, interessata invece alla lingua quale carattere etnico fondamentale degli individui e legame
interno dei gruppi.
I mutamenti di estensione delle parlate nel tempo e nello spazio
riflettono una dinamica che lapproccio geografico pu aiutare ad
individuare e a spiegare. Il geografo, nel considerare le lingue come
parte fondamentale di ogni sistema culturale, pu indagarne la distribuzione spaziale e i flussi ed osservarne i vettori; pu raccogliere i dati
necessari ad unanalisi quantitativa e avvalersi della cartografia per
illustrare la distribuzione territoriale dei fenomeni linguistici; nellanalizzare le diverse situazioni spaziali, pu individuare le correlazioni
con fenomeni di altro tipo e col quadro fisico di riferimento. Il suo
metodo, dunque, arricchito dallapporto di altre esperienze scientifiche, pu rivelarsi assai utile nello studio di quei fattori che strutturano
lo spazio e nellanalisi dei processi che modificano queste strutture.

Lingue e spazi

Le possibilit che ciascuna lingua ha di venire adoperata in ambiti


differenti incidono fortemente sulla sua vitalit: quanto pi numerosi
ed importanti sono i contesti in cui viene utilizzata, tanto pi si rivela
viva ed in grado di diffondersi sul territorio. Da questo punto di
vista, la disparit tra le parlate si presenta forte, oltre che in termini
quantitativi (e quindi per numero di locutori), anche da un punto
di vista qualitativo, per ci che riguarda, cio, lo stadio raggiunto
da ognuna di esse nellespressione della cultura e con riferimento al
ruolo che a ciascuna viene generalmente riconosciuto. Sono pertanto
i caratteri e la forza del popolo che ladopera, insieme ai suoi diversi
ambiti duso e alle scelte di chi detiene il potere, a darci prova della
capacit espansiva di una determinata lingua.
Proprio al fine di mettere in evidenza la continua evoluzione, sia
nel tempo che nello spazio, del panorama linguistico mondiale e
per osservare lazione di quei processi (fenomeni di acculturazione,
colonizzazioni, spostamenti e contatti fra i popoli) che da sempre
portano alcuni idiomi a scomparire, altri ad affermarsi, altri ancora
a diffondersi su vaste aree al centro dellattenzione, vi sono, nel
terzo e nel quarto capitolo, rispettivamente, la molteplicit di usi e la
dinamica delle lingue. E poich lespansione di una parlata, cos come
la contrazione della sua area dimpiego, possono dipendere anche da
fattori su cui chi governa in grado di agire concretamente, inevitabile
soffermarsi anche sulle politiche portate avanti dagli Stati in materia.
Dopo aver passato in rassegna alcuni degli aspetti pi generali della
Geografia delle lingue, si ritenuto opportuno procedere quindi con
lesame della ripartizione dei diversi idiomi per grandi aree geografiche. Prima, per, stato necessario cercare di chiarire alcune delle
questioni fondamentali affrontate dalla ricerca storicocomparativa, a
partire da quei particolari raggruppamenti che sono le famiglie linguistiche, la cui scoperta ha consentito di ragionare sulle evoluzioni
passate, ripercorrendo il cammino del linguaggio nel corso dei secoli,
e di collegare losservazione del fenomeno linguistico alle fasi del
popolamento della superficie terrestre.
Lattuale distribuzione delle principali famiglie linguistiche nel
mondo risulta estremamente ineguale, e la disparit ancora pi
evidente se si guarda alla dispersione territoriale dei diversi idiomi:
le due famiglie principali (lindoeuropea e la sinotibetana) raccolgono in termini di peso demografico (cio quanto a numero

Introduzione

di locutori) una quasi la met e laltra quasi un quarto del totale,


e solo cinque delle . lingue esistenti (linglese, il francese, lo
spagnolo, il portoghese ed il neerlandese) hanno una diffusione
intercontinentale. Situazione, questa, che fa risaltare, accanto al
predominio delle lingue internazionali, il destino delle comunit
pi piccole ed i problemi delle minoranze. Ulteriore dimostrazione
di un quadro che ha visto alcune parlate emergere ed affermarsi, e
altre perdere progressivamente importanza, nella maggior parte
dei casi subendo un processo di deculturazione a vantaggio di altri
idiomi, favoriti dal monopolio della cultura e delle istituzioni.
Notevolmente frammentata anche la carta linguistica dellEuropa: tanto i caratteri fisici di questarea che, delimitando una
serie di ambienti con attitudini insediative e produttive differenti,
hanno influito sulla diversificazione culturale dei gruppi umani
ivi insediati quanto le complesse vicende del popolamento da
parte delle genti indoeuropee hanno infatti finito col dar vita ad una
considerevole variet di situazioni, che soprattutto in unepoca,
come quella attuale, di contatti sempre pi stretti costituisce un
evidente ostacolo nei rapporti internazionali. LEuropa degli Stati
nazionali si presenta, in sostanza, dalla fine del XIX secolo, come
un insieme di unit politiche ove, il pi delle volte, netto il predominio di un idioma (e di una cultura), ma sul cui territorio sono
insediati altres gruppi linguistici minori (o frammenti di comunit
etnolinguistiche) che sono riusciti in qualche modo a mantenere
una loro identit. Allinterno di questo contesto, lItalia oggetto
del capitolo VI presenta una delle situazioni pi articolate: lingue
minoritarie che, in regime di coufficialit con litaliano, corrispondono ad altrettante minoranze nazionali con riferimenti culturali e
politici in Paesi esteri, insieme a parlate regionali la cui specificit
espressamente riconosciuta e a vere e proprie colonie linguistiche, dovute al trasferimento di piccoli gruppi in epoche diverse e
a partire da ambiti differenti, disegnano un quadro estremamente
eterogeneo quanto ad origini storiche, collocazione geografica,
patrimonio culturale. Un quadro, dunque, fatto di realt tra loro
molto diversificate, che impossibile considerare ai fini di una
loro tutela e valorizzazione come un tuttuno.
Di fronte allallargarsi dei contatti sociali e alla trasformazione
dei sistemi economici e dei modelli comportamentali, rimane al-

Lingue e spazi

lora aperto il problema di una corretta interpretazione e gestione


della pluralit etnica e linguistica, serbatoio di diversit culturale
che uno Stato democratico non pu non impegnarsi a difendere.
vero ci insegna la storia che non c forma di espressione culturale (lingua, religione, costumi, conoscenze scientifiche
e tecnologiche) che non sia soggetta a revisioni, modificazioni,
evoluzioni, sia allinterno di uno stesso gruppo che in conseguenza
dei contatti fra i popoli, e che la stessa scomparsa di una lingua un
evento frequente nel continuo susseguirsi delle civilt, ma ci non
deve costituire un alibi per impedirci di pensare alle lingue come
ad altrettante risorse, ciascuna delle quali ha in s una particolare
visione del mondo. Risorse preziose per il patrimonio culturale dellumanit che, anche dinanzi ai nuovi modelli di vita, dovrebbero
poter partecipare alla generale evoluzione col proprio contributo,
nel rispetto dellidentit di ciascuno.
A conclusione del lavoro, doveroso mi sembra rivolgere dei sinceri ringraziamenti ad alcune persone che, in modo diverso, hanno
contribuito alla sua realizzazione.
Ad Ernesto Mazzetti, ordinario di Geografia politica ed economica nella facolt di Scienze Politiche dellUniversit Federico II di
Napoli, va la riconoscenza tanto per linsegnamento a rifuggire dalle
professioni di fede (o di certezze) non mediate dal senso critico e
non filtrate dal dubbio, dalla riflessione e dal confronto, quanto, nello
specifico, per le valide indicazioni e gli utili consigli allimpostazione
generale del volume. A Franco Salvatori, ordinario di Geografia nella
facolt di Lettere e Filosofia dellUniversit degli Studi di Roma Tor
Vergata, la gratitudine per la fiducia dimostrata con laver affidato a
me, appena arrivata a Roma, linsegnamento del corso di Geografia
delle lingue. A Claudio Cerreti, ordinario di Geografia nella facolt
di Lettere e Filosofia dellUniversit degli Studi Roma Tre, quella per
avermi ritenuta adatta ed avermi da subito incoraggiata, anche con
giusti suggerimenti alla preparazione di un manuale di Geografia
delle lingue che si proponesse di supplire ad alcune delle carenze
ancora riscontrabili nella disciplina. Al dott. Vincenzo Lapiccirella del
Dipartimento di Analisi delle Dinamiche Territoriali ed Ambientali
dellUniversit Federico II va infine, ancora una volta, il mio ringraziamento per il prezioso contributo allelaborazione delle carte

Introduzione

presenti nel testo. A loro, cos come alle persone a me pi care, da cui
ho ricevuto affetto e sostegno oltre che, talvolta, utili spunti nello
svolgimento del lavoro va il mio sincero grazie.

Capitolo I

Etnie, culture, espressioni linguistiche


.. Letnia e i suoi elementi costitutivi
La comprensione del concetto di etnia presuppone un richiamo
al concetto di cultura. In riferimento ad un gruppo umano, per
cultura si intende linsieme degli elementi che costituiscono il modo
di vivere del gruppo stesso: credenze collettive, simboli, valori, forme
di comportamento, sistemi sociali. Un insieme, cio, di tratti complessi sia materiali che astratti e storicamente sedimentati che
caratterizzano una comunit distinguendola da altri nuclei, per uno
o pi degli elementi costitutivi. Per indicare un pi ampio gruppo
di individui che condividono i tratti di una specifica cultura si ricorre
solitamente, invece, al termine etnia.
Alla radice, quello di etnicit un concetto legato allo spazio: i
gruppi etnici sono generalmente associati a dei territori di cui sono
occupanti principali o esclusivi e su cui hanno finito con limprimere particolari segni . Letnicit si rivela, dunque, fondamentale nella
strutturazione culturale dello spazio e costituisce, proprio per ci, argomento di grande interesse per la Geografia umana. Poich, daltra
parte, parlando di etnicit si fa spesso riferimento alla lingua o alle
pratiche religiose che distinguono un gruppo da un altro, il concetto di appartenenza etnica risulta strettamente correlato agli aspetti
linguistici e religiosi che connotano i diversi popoli (Fellmann et al.,
).
Per la presenza di tratti caratterizzanti molteplici e differenti, le
etnie sono oggetto di studio di svariate discipline (tra queste, lantropologia culturale, la sociologia, la storia, la geografia, la demografia).
. Si pensi, ad esempio, alla ripartizione della terra, ai differenti stili di costruzione,
ai modelli di insediamento o alle strutture del culto: le tradizioni e le pratiche di gruppi
specifici e distinti si riflettono inevitabilmente sul paesaggio culturale.

Lingue e spazi

Il concetto in s per riferito a dei sistemi complessi in equilibrio


dinamico che esistono, in pi casi, da millenni, con una storia e delle
tradizioni proprie, e che hanno spesso dato luogo alla formazione di
aggregati politici (quando non di veri e propri Stati) appare difficile
da definire esattamente e in pi casi viene utilizzato indifferentemente
per indicarne altri: la razza, la nazione, il popolo. Proprio per questo
utile partire da alcune considerazioni preliminari, provando prima a
ricostruire le origini, abbastanza recenti, del concetto di etnia, e cercando poi di chiarire gli equivoci circa il senso da attribuire ai diversi
vocaboli. Solo dopo aver fatto ci potremo continuare con laffrontare
lo studio di quella componente fondamentale della cultura, parte inseparabile dellidentit di gruppo, che la lingua. Elemento, questo,
che insieme alla religione identifica e classifica gli individui allinterno di societ complesse; che pu tenere unita una collettivit o,
al contrario, costituire un potente elemento di divisione, unarma nel
conflitto culturale e nella lotta politica; che pu promuovere il dialogo
e linterazione tra popoli diversi, ma pu anche separare: la coscienza
etnica, infatti, pu essere risvegliata dalle questioni linguistiche cos
come dal fervore religioso.
Una comunit umana legata al suo interno dalla coscienza di possedere un comune patrimonio storico e da vincoli culturali forti e
consolidatisi nel tempo, nonch tali da improntare in modo significativo il modo di pensare ed il comportamento di tutti i suoi membri,
viene definita come comunit etnica o gruppo etnico o, in certi casi,
anche come gruppo etnicolinguistico, in quanto normalmente alla comune cultura di base corrisponde luso di una stessa lingua (Barbina,
).
Derivante dal greco thnos (popolo), il concetto di etnia fu
introdotto alla fine del Settecento dallo svizzero Edouard Chavannes
in riferimento allo studio delluomo in quanto membro di una specie
diffusa nel mondo e suddivisa in gruppi diversi per caratteristiche
fisiche, culturali, sociali (Vallega, ). Il tutto era motivato dalla
propensione tipica dellIlluminismo a prendere in considerazione i popoli primitivi per dimostrare come i gruppi umani avessero
. Gi Strabone utilizz il termine con questo significato, laddove sottoline come i
pi grandi strateghi siano quelli che possono esercitare il loro potere sulle terre e sui mari,
raccogliendo popoli e citt sotto un solo impero, retto dalle stesse strutture politiche.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

alcuni tratti fondamentali in comune; propensione alla cui base vi era


quellinteresse per i modi di vita del buon selvaggio manifestato da
scrittori come Chateaubriand, Montesquieu, Voltaire .
Fu, per, Georges Vacher de Lapouge ne Les slections sociales ()
a coniare la parola ethnie, che, ripresa successivamente da Alfred Fouille () e Felix Regnault (), conobbe negli anni trenta la sua
diffusione presso il grande pubblico grazie allopera di Georges Montandon Lethnie franaise (). Fu proprio lantropologo francese di
origine svizzera a fornire una prima definizione abbastanza esauriente del termine, riferendosi ad esso per indicare un gruppo alla cui
identificazione concorrono tutti i caratteri umani, siano essi somatici,
linguistici o culturali .
Pi completa , per, la definizione che ne diede Charles Becquet
in Lethnie franaise dEurope (), sottolineando come unetnia sia
un gruppo umano unito dalla comunanza di tratti culturali e psicologici, derivanti dalla pratica di una stessa lingua. Posizione, questa,
simile a quella espressa negli stessi anni da Guy Hraud, esponente
del movimento federalista francese, secondo il quale popoli di uguale
lingua formano una stessa etnia, quali che siano le differenze di appartenenza politica; anche per lui, quindi, elemento culturale principale
nellunione di un gruppo la lingua . La lingua tuttavia rilevava a
ragione Hraud non la cultura, ma il suo veicolo; se una comunit
perde la sua lingua mantiene ancora per un certo lasso di tempo la sua
. Gi nel , nel Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, Voltaire osserva Vallega
() aveva tenuto distinti i due fattori che sembravano svolgere una funzione essenziale
nel determinare i caratteri di un popolo: il fattore naturale, in base al quale ogni comunit
possiede certe propriet fisiche (omogeneit somatica), e quello culturale, in virt del quale
ogni popolo si distingue dagli altri (diversit intellettuale).
. Nella Prefazione a Lethnie franaise Montandon scrisse: Parlare di razza francese,
non sapere cos una razza. Non c una razza francese. C unetnia francese, nella
costituzione somatica della quale entrano elementi di diverse razze.
. Linclusione, da parte di Montandon, nella specificazione del concetto di etnia,
dei caratteri somatici (e cio razziali) potrebbe sembrare oggi politicamente scorretta,
ma, oltre ad essere assai in voga nellantropologia di quel periodo, risulta sostanzialmente
valida. I membri di un gruppo etnico condividono infatti anche caratteristiche fisiche, che
per non sono determinanti per definire letnia, per cui questa come diremo meglio pi
avanti diversa dalla razza (anche ammesso che il termine razza abbia un significato
univoco).
. Secondo Hraud () il carattere monoetnico a base essenzialmente linguistica
costituirebbe per una regione la migliore garanzia contro i conflitti di tipo nazionale e
lassimilazione delle minoranze.

Lingue e spazi

cultura e continua ancora ad essere una comunit etnica. Ecco perch


il concetto di etnia veniva assumendo una valenza metalinguistica.
Se lappartenenza ad una determinata comunit etnica un fatto necessario, non modificabile contrariamente a quanto pu succedere
per il credo religioso, lopinione politica, la cittadinanza o la lingua
duso , la cultura di base, che d significato alletnia, costituisce un
patrimonio ereditario che nessuno pu scrollarsi di dosso. Non della
stessa opinione si mostrano per altri studiosi, che riservano laggettivo etnico soltanto a quei gruppi che hanno coscienza di s come
insieme, considerando il sentimento di appartenenza come il fattore
fondamentale per lidentificazione di unetnia e sottolineando come
non basti avere in comune una cultura di base, ma occorra anche
la consapevolezza di far parte, per libera e cosciente affiliazione, di
una comunit. Abbastanza simile , daltra parte, anche il pensiero di
Joushua A. Fishman, uno dei maggiori studiosi del bilinguismo a base
etnica, che ha reputato letnicit una caratteristica che un gruppo umano si attribuisce con una scelta soggettiva per darsi pi facilmente una
coesione ed unorganizzazione, ma che comunque sempre legata al
linguaggio (Barbina, ).
Unanalisi pi approfondita dei contenuti e del significato del concetto di etnia stata fatta pi di recente da Anthony D. Smith (),
che ha individuato sei condizioni necessarie per poter definire una
comunit sociale come etnia, sei caratteri specifici e costitutivi del
legame etnico.
La prima di queste condizioni il nome collettivo, che deve essere
riconosciuto da tutti come elemento di identificazione, segno della
comunit etnica attraverso cui essa distingue se stessa e riassume la
propria essenza; si tratta, in sostanza, di tutto ci che immediatamente
rappresenta e caratterizza il gruppo etnico allinterno e allesterno,
esprimendone il senso di unicit e di identit.
La seconda invece la coscienza, per tutti i membri della comunit,
della discendenza comune. Tale consapevolezza, che molto spesso
di tipo mitologico, dona senso alle esperienze dei componenti del
gruppo, fornendo loro anche una linea di continuit generazionale
ben definita. Elemento chiave di quel complesso di significati che alla
base della condivisione degli stessi legami e sentimenti etnici, i miti
forniscono afferma Smith la carta costitutiva della comunit,
che spiega le sue origini, la sua crescita ed il suo destino.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

La terza condizione il senso di una storia comune: il riferimento


alle memorie condivise, che non solo uniscono gli individui, costituendo un collante per gli appartenenti alla comunit, ma rappresentano
anche la trama del tessuto connettivo tra le generazioni. Il senso di
una storia comune definisce infatti una popolazione nei termini delle
sequenze temporali sperimentate e, in questo modo, trasmette alle
generazioni successive il sentire che le loro stesse esperienze fanno
parte della storia.
La partecipazione ad una cultura condivisa costituisce il quarto carattere specifico di un legame etnico, distinguendo un gruppo dagli
altri in tutte le espressioni che da tale patrimonio di base conseguono.
Lingua e religione sono secondo Smith i tratti distintivi pi comuni, ma possono avere estensione sociale ed ampiezza anche molto
differenti rispetto alla comunit etnica; in particolare la lingua non
considerata da Smith un fattore essenziale di identit etnica egli
sostiene, anzi, che il linguaggio pu perfino costituire un elemento di
divisione per il senso di appartenenza al medesimo gruppo e perci
qualsiasi analisi dellaspetto culturale delletnia dovrebbe andare al
di l di quanto una lingua condivisa esprime, cercando di individuare
gli stili di vita e i valori fondanti della comunit .
Quinta condizione il rapporto fra la comunit e un territorio
determinato, immaginario o concreto, posseduto o no, ma sentito
comunque come patria; percepito dal gruppo come suo habitat ideale,
il territorio rilevante, cio, non in quanto effettivamente occupato
pu anche essere semplicemente un ricordo, perch la comunit si
dispersa o emigrata o stata deportata n per le sue caratteristiche oggettive (il clima, il suolo, la localizzazione), ma per il legame
esistente tra esso, simbolo e valore impresso nella memoria collettiva,
e la comunit.
Infine ci deve essere allinterno della comunit un senso di solidariet perch si possa definire un gruppo come etnia: un nome, una
discendenza, una storia, una cultura ed un territorio condivisi fra tutti
come patrimonio collettivo tendono infatti ad alimentare uno spirito
di comunanza che pu tradursi in molteplici episodi di aiuto recipro. Il riconoscimento della possibilit di plurilinguismo allinterno di una stessa etnia
appare alquanto rischioso dal momento che, almeno storicamente, laddove esiste una
stessa cultura di base deve esserci una stessa lingua.

Lingue e spazi

co e, in momenti di tensione o di pericolo, pu andare al di l delle


divisioni di classe, di fazione o regionali .
Queste condizioni devono tutte essere presenti, a parere di Smith,
se si vuole che il gruppo sia in grado di distinguersi dagli altri con
una sua propria individualit . Il cuore delletnicit va per ricercato
nei miti, nella memoria, nei valori e nei simboli, cio nel complesso
mitosimbolico che alla base dellidentit di una popolazione.
Accanto al modo comunitario di essere dei legami e dei rapporti
sociali e ai loro segni visibili e distintivi caratteri interni della comunit etnica vi sarebbero altri due concetti che, secondo Smith, ne
definiscono il comportamento verso lesterno, ovvero letnocentrismo
e letnicismo, luno riferito allatteggiamento cognitivo del gruppo,
laltro a quello pragmatico.
Letnocentrismo induce i membri della comunit a distinguere in
via pregiudiziale il noi dal loro, attribuendo contenuto diverso
alle azioni e alle esperienze degli outsiders rispetto a quelle degli
insiders; ci conduce a catalizzare la totalit, o la maggior parte, dei
sentimenti positivi nel gruppo dappartenenza, riservando quelli
negativi per gli altri. Letnicismo, invece, riguarda la possibile
mobilitazione del gruppo contro dei fattori di disgregazione interni
o una minaccia esterna, e spinge a rafforzare e ad esaltare i suoi
caratteri collettivi nei riguardi di un referente negativo, interno
o esterno, che viene percepito come un pericolo. Le specifiche
caratteristiche della configurazione etnica di una comunit sociale
sarebbero dunque tre: una interna il fortissimo senso dellidentit
e dellappartenenza sociale e due esterne, ovvero letnicismo e
letnocentrismo.
Tre sono anche le condizioni storicosociali che, per Smith, hanno favorito nel corso del tempo linsorgere del legame etnico. In
. Barbina () osserva giustamente come bench sia innegabile riscontrare un
senso di solidariet allinterno dei gruppi etnici, specie nel caso di catastrofi di grandi
proporzioni definire la solidariet come condizione per lesistenza delletnia risulti
abbastanza azzardato; tale senso di solidariet andrebbe interpretato pi come un effetto
della compattezza delletnia che come un suo elemento essenziale.
. Per Smith non occorre che un gruppo etnico abbia una propria particolare economia
ed un determinato sistema giuridico e politico, ed questa unaffermazione condivisibile,
dal momento che allinterno di una comunit possono coesistere forme diverse di produzione e differenti sistemi di scambio, e che il sistema giuridico e quello politico sono
qualit dello Stato e non delletnia.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

primo luogo la sedentariet, che, sostituitasi al nomadismo, ha contribuito allo sviluppo nei gruppi di un senso dappartenenza comune
in risposta alla profonda nostalgia per la vita di prima. In secondo
luogo, la religione organizzata, il cui ruolo si esplica in modi diversi:
innanzitutto attraverso lelaborazione e listituzionalizzazione di una
cosmogonia coerente, in cui il gruppo ha sempre un posto centrale;
poi mediante la netta definizione dei confini comunitari, del noi
contrapposto al loro, dellinterno del gruppo inteso come il Bene
e dellesterno visto come il Male; infine attraverso la formazione di
una classe di intellettuali organica allinsieme, il clero, che mediante
luso del potere mitosimbolico in tutte le sue forme, garantisce
la continuit e la stabilit identitaria della comunit nel tempo.
per probabilmente un altro lelemento che sembra aver contribuito
pi di tutti allaffermazione dello spirito etnico, ed la guerra: essa agisce tanto come strumento di mobilitazione interna ai gruppi,
rinnovandone lidentit, quanto come specifico fattore di stress esterno che attiva meccanismi identitari di difesa e di rafforzamento del
noi.
Rispetto a quella di Smith, pi articolata lanalisi del concetto
di comunit etnica fatta qualche anno prima dal geografo francese
Roland Breton (). Questi, nel definire i caratteri generali della
struttura etnica , fa riferimento a nove elementi.
I primi tre che Breton qualifica come prestrutture sono rappresentati dai dati demografici del gruppo, dalla sua lingua e dal suo
territorio. Si tratta di tre componenti essenziali in quanto una comunit
etnica, per esistere, deve possedere una sua consistenza demografica,
deve vivere su e in rapporto ad un certo territorio (esclusivo o diviso con altri gruppi, costituito da un blocco compatto o discontinuo,
di insediamento antico oppure pi recente), e deve, per definizione,
parlare una sua lingua.
Per Breton, infatti, affinch il termine etnia abbia uneffettiva
utilit, opportuno consegnargli la sua precisa accezione di gruppo
. Per Breton etnia un gruppo dindividui legati da un complesso di caratteri
comuni la cui associazione costituisce un sistema di natura essenzialmente culturale.
Egli sostiene inoltre che nella maggior parte dei casi le etnie non sono venute da aree
geografiche lontane con la fisionomia collettiva che presentano oggi; quasi sempre si
sarebbero trasformate in loco, sulla base di unantica eredit autoctona in cui si sono
integrati apporti ulteriori.

Lingue e spazi

caratterizzato prima di tutto dallunit linguistica, e non tanto dallorigine genetica o dallomogeneit fisicoantropologica (si deve allora
pi correttamente parlare di razza), da legami di consanguineit (clan
o trib), n tanto meno da un complesso di legami culturali (popolo) o politici (nazione). In tal senso, letnia si identifica con il Gruppo
di Lingua Materna (GLM) dei linguisti e degli etnologi, detto anche
gruppo etnolinguistico o comunit linguistica. Si tratta, in sostanza,
di un insieme di individui con la stessa lingua madre, quali che siano
le loro diversificazioni di origine fisicoantropologica, di situazione
geografica o di appartenenza politica .
Se, per, non sembrano esserci problemi nel comprendere la rilevanza della lingua e del territorio nellindividuazione di un gruppo
etnico, pu forse risultare meno evidente limportanza del dato demografico, che va inteso non tanto dal punto di vista strettamente
quantitativo, quanto piuttosto nei suoi aspetti dinamici. Lanalisi della
struttura e dellevoluzione di una popolazione pu infatti consentire di valutarne il dinamismo, ed il trend demografico sar in stretta
correlazione con la dinamica linguistica del gruppo: se questo tende
ad invecchiare, anche la sua lingua tender a perdere vigore; in un
gruppo in piena espansione, al contrario, anche la lingua recepir
nuovi stimoli e conoscer continue innovazioni.
Nel secondo insieme di elementi che Breton identifica (le strutture)
rientrano invece la cultura non materiale, le classi sociali ed il sistema
economico.
Cultura non materiale tutto il patrimonio spirituale ereditario del
gruppo: la storia comune, la religione in quanto fattore di coesione,
le manifestazioni di tipo folcloristico, la letteratura, la musica, la danza, la poesia popolare, le tradizioni orali, le usanze culinarie, come
pure le tecniche e i saperi elaborati, ad esempio, nella costruzione di
strumenti o edifici.
Lanalisi della struttura sociale di una comunit linguistica e la sua
divisione in classi sono, daltra parte, ritenute necessarie poich dalla
presenza o meno di barriere sociali dipendono le possibilit di circola. Si potrebbero fare delle obiezioni. In tutti gli Stati a popolazione composita, infatti,
la situazione reale sembra andar contro una definizione come quella di Breton. Negli Stati
Uniti, ad esempio, imparano linglese come lingua materna milioni di persone di origine
molto diversa, che considerare appartenenti alla stessa etnia quanto meno opinabile.
Ciononostante, quello di GLM resta un concetto valido (Bellezza, ).

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

zione della cultura e lomogeneit della lingua; un gruppo rigidamente


suddiviso in classi difficilmente adoperer una medesima forma di
espressione: le classi pi elevate tenteranno, infatti, di distinguersi
dalle inferiori anche attraverso la lingua, adottando forme espressive
pi elaborate o una lingua straniera, laddove questa abbia un maggior
prestigio.
Ma una comunit etnica andr considerata anche dal punto di vista
delle sue attivit economiche; lo sviluppo economico pu incidere
infatti sulla vita di un gruppo, sulla sua struttura sociale e sulla sua
stessa distribuzione spaziale, sia che sorgano sul suo territorio nuove
attivit apportatrici di innovazioni, sia che il gruppo sia attratto, anche solo in parte, verso centri urbani pi o meno lontani. Dalla forza
del sistema di produzione, dalla sua capacit di autoalimentarsi e di
espandersi, dipender, daltra parte, la dinamica culturale delletnia:
di uneconomia debole, che subisce continui condizionamenti da sistemi produttivi pi forti, risentir in senso negativo anche la cultura,
in quanto il gruppo economicamente dominante influir anche sulla
cultura (e alla lunga anche sulla lingua) di chi viene dominato.
Infine Breton prende in considerazione la presenza di istituzioni
politiche, il ruolo della metropoli e il tipo di rete urbana esistente (post
strutture).
Le istituzioni politiche possono ammettere diversi modi di partecipazione al potere da parte di settori pi o meno ampi o ristretti del
gruppo, e questo non privo di importanza perch in un sistema
democratico chi gestisce il potere deve saper interloquire con tutti,
anche con le classi pi povere, e dunque deve conoscerne linguaggio
e cultura (mentre in un sistema fortemente accentrato chi ha il potere
pu arrivare ad adottare un linguaggio comprensibile solo per pochi).
La metropoli intesa come il principale centro decisionale del territorio abitato dalla comunit etnica: dalla sua vitalit e dalla sua forza
dipende lelaborazione di nuove idee, di nuovi modelli comportamentali, di nuove espressioni linguistiche e culturali. Nello stesso tempo,
lefficienza della rete urbana influisce sulla solidit e la coesione del
gruppo, che deve far riferimento ad un insieme coordinato di punti di
insediamento per essere ben inserito nel suo territorio.
Tutti questi caratteri delle comunit etnicolinguistiche sono oggetto di discipline diverse, che li studiano separatamente, bench i
loro campi di interesse spesso si intersechino; i diversi elementi sono

Lingue e spazi

infatti interdipendenti e possono essere considerati come parti di un


unico sistema, di una struttura tipica di ciascun gruppo. Essi costituiscono un sistema, nel senso che ad ogni variazione di uno conseguono
variazioni e adattamenti degli altri; una lingua propria di uneconomia
agricola, ad esempio, tenderebbe a cambiare in tempi rapidi se per
qualsiasi motivo si dovesse registrare una forte industrializzazione
o se si verificasse un consistente movimento di popolazione dalle
campagne alle citt.
Lo schema di Breton al di l dei limiti che pure, secondo alcuni,
presenta si rivela efficace per comprendere le interrelazioni tra territorio e fatti culturali, economici e politici. Ed il merito di Breton sta
proprio nellaver dimostrato che un gruppo etnico o etnicolinguistico
(o Gruppo di Lingua Materna), non caratterizzato soltanto dalla sua
cultura e dalla sua lingua, ma da un insieme di elementi in stretta
connessione fra loro. Per capire quali sono le condizioni di un gruppo
etnico, allora, occorre analizzare ciascuno dei suoi elementi, e misurare la forza che lega tutto il sistema, perch qualsiasi variazione
intervenuta in un elemento finisce inevitabilmente col modificare
anche gli altri. Questo importante soprattutto in funzione di una
politica di tutela di una lingua, dal momento che, se i diversi elementi formano un sistema, non possibile agire su uno solo di essi (la
lingua) senza prendere in considerazione anche gli altri.
Si pensi al caso nota Barbina () di una comunit etnico
linguistica con una buona dinamica demografica, saldamente insediata
sul suo territorio, con uneconomia rurale e forme espressive proprie
del mondo contadino; se sottoposta improvvisamente a nuove forme
produttive di tipo industriale, sopraggiunte dallesterno, vedr trasformarsi tutto il sistema, compresa la lingua, che avr difficolt ad
adattarsi alle nuove esigenze e verr lentamente modificata o sostituita.
In un caso del genere, sarebbe abbastanza inutile voler difendere la lingua con provvedimenti esclusivamente linguistici, in quanto, essendo
stata leconomia ad aver innescato tutti i cambiamenti, bisognerebbe
agire sul sistema economico.
Allo stesso modo, sarebbe difficile riuscire a tutelare gli aspetti
linguisticoculturali di una comunit etnica in pieno declino demografico e senza prospettive di ringiovanimento ed facile capire
il perch o che, ancora, abbia il suo centro decisionale al di fuori
del territorio etnico. Questultima circostanza si verifica pi spesso di

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

quanto non si possa pensare, perch pu succedere che una comunit


etnica abiti un territorio che non mai riuscito a generare un centro
urbano e si trovi a gravitare, perci, su un centro appartenente ad
unaltra comunit etnica .
Al di l della difficolt di giungere a definizioni precise, ci che
emerge che nellambito del genere umano si formano vari insiemi,
ove lunione data da elementi numerosi e diversi (somatici, linguistici,
culturali, storici, territoriali, ecc.); tutti questi elementi hanno una loro
importanza, ma i vari insiemi cos individuati presentano differenti
aree di intersezione. Quel che certo che non esiste nella realt
contemporanea uno Stato la cui popolazione costituisca un insieme
omogeneo sotto i diversi punti di vista.
La maggior parte delle societ del pianeta, anche quelle che dallesterno appaiono pi omogenee, vede coesistere al proprio interno
pi gruppi etnici, pi popolazioni che si sentono legate da unorigine
comune e che si differenziano da altre in virt di legami di cultura,
razza, religione, lingua o nazionalit. I circa duecento Paesi indipendenti oggi esistenti ( sono gli Stati membri delle Nazioni Unite)
ospitano almeno cinquemila gruppi etnici diversi. Non solo; in entrambi gli emisferi si ritrovano rifugiati e individui alla ricerca di un
lavoro e di migliori opportunit di vita in terra straniera. Lidea di uno
Statonazione etnicamente puro, di fatto, non pi realistica; anzi,
a dire il vero, non lo mai stata, al di l delle retoriche nazionali.
Il panorama etnico attuale si rivela, dunque, estremamente composito. Maggioranze e minoranze si intrecciano e si scompongono, e la
stabilit internazionale si trova tra due fuochi: da un lato, il riemergere
con forza nelle dinamiche sociali e politiche di sentimenti di identit
etnica; dallaltro, la frequente negazione politica di queste identit,
che alimenta crisi e conflitti.
Salito drammaticamente alla ribalta soprattutto nel corso del Novecento, sia in occasione (o concausa) di conflitti di dimensione globale,
sia pi ancora di conflitti a scala regionale, in Europa come in
Africa e Asia , il concetto di etnia diventato non solo uno dei pi
. Le comunit alloglotte della regione alpina italiana e le piccole isole alloglotte del
Mezzogiorno si trovano in questa situazione che le condanna, da un lato, alla staticit e,
dallaltro, per i continui stimoli che provengono dal centro urbano da cui dipendono, ad
una sorta di colonizzazione culturale (id., ).
. A proposito della possibilit che si giunga ad un punto di rottura tra le diverse

Lingue e spazi

controversi, ma anche uno di quelli pi a rischio. Esso, infatti, ha


rappresentato spesso un pretesto per mantenere saldo il potere nelle
mani di gruppi dominanti intenzionati ad emarginare dalle posizioni
sociali pi rilevanti altri individui, non appartenenti alla stessa etnia,
o addirittura ad eliminarli fisicamente (pulizia etnica). Per quanto,
allora, letnicit possa essere un modo per rinsaldare i rapporti allinterno della propria comunit e mantenere vitali cultura e tradizioni,
in certi casi essa si trasformata in uno strumento ideologico volto a
delegittimare alcuni gruppi e a giustificarne lemarginazione (quando
non la vera e propria eliminazione).
.. Termini diversi per concetti differenti
Nel momento in cui il concetto di etnia entrato a far parte della
rappresentazione moderna del mondo, ad esso si fatto riferimento
per indicare quei gruppi i cui membri hanno in comune una stessa origine, certe caratteristiche antropologiche ed un complesso di
elementi culturali socialmente rilevanti .
Soffermiamoci ora su alcune precisazioni terminologiche: il temine etnia, spesso adoperato impropriamente, va utilizzato in riferimento ad un raggruppamento umano che si differenzia dagli altri
(compresi quelli geograficamente pi vicini) per determinati caratteri;
poich tali caratteri sono di solito distribuiti a gradienti, le differenze
fra i gruppi etnici (specie fra quelli territorialmente pi vicini) sono
sempre relative, e, per di pi, possono risultare pi o meno significative
componenti etniche di uno Stato, Pounds () parlava di distanza etnica: per calcolare
le probabilit di conflitto tra i gruppi etnici diceva occorre valutare innanzitutto la
percezione che ognuno di questi gruppi ha di s e degli altri (il sentimento di appartenenza
ad un gruppo diverso dagli altri presenti nello Stato), poi il loro numero e la loro consistenza,
la loro ubicazione sul territorio dello Stato (importante sia perch la concentrazione di un
gruppo in una piccola regione pu aumentarne la coesione interna, sia perch un gruppo
pu essere geograficamente vicino ad uno Stato da cui pu ricevere aiuto), nonch i fattori
di differenziazione economica fra essi e il resto della popolazione (una netta inferiorit
economica pu rafforzare il sentimento di specificit culturale di una comunit).
. Nel Grande Dizionario della Lingua Italiana di S. Battaglia letnia definita come un
gruppo umano la cui coesione dovuta alla comunanza di caratteri razziali, linguistici
o culturali; nel Vocabolario della Lingua Italiana di G. Devoto e G. C. Oli per etnia si
intende un raggruppamento umano basato sulla comunit di caratteri somatici, culturali,
linguistici.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

per i vari caratteri, ciascuno dei quali presenta in genere una propria
particolare distribuzione.
Il concetto non va, dunque, confuso n con quello di razza
che designa invece, senza alcuna implicazione ideologica, un gruppo
umano contraddistinto dalla frequenza media di determinati caratteri somatici, un sottoinsieme della popolazione, cio, i cui membri
hanno in comune alcune caratteristiche biologiche che li distinguono
fisicamente da altri gruppi n con quello di gruppo culturale che,
al contrario, prescinde da ogni riferimento biologico.
In particolare, lidea di razza precedente rispetto a quella di
etnia, ma anchessa figlia dellIlluminismo riflette il concetto pi
generale di specie, applicato ad ogni gruppo di individui con procedimenti classificatori . Ma da quando al concetto di razza si
affiancato quello di etnia andata diffondendosi una sorta di inquietudine concettuale, prima nellambito delletnologia e poi in quello
dellantropologia culturale. Questo proprio perch letnia doveva essere individuata attraverso due insiemi di criteri: da una parte, criteri
dellantropologia fisica, basati sullaccertamento oggettivo di caratteri
somatici; dallaltra, criteri delle scienze sociali, ove era difficile arrivare a conoscenze oggettive. Ecco perch teorie e ricerche oscillarono,
attribuendo ora maggiore, ora minore rilevanza agli elementi sociali
e culturali (Vallega, ).
Fu negli anni trenta del Novecento che si cerc di superare il problema, e ci avvenne mediante lintroduzione del concetto di modello di
cultura: ogni elemento di un gruppo umano veniva considerato parte
di un insieme di elementi collegati e costituenti un tuttuno. E quanto
pi questi elementi erano tra loro collegati, tanto pi il gruppo risultava ben strutturato. La cultura complesso di conoscenze e capacit
reattive nei confronti dellambiente esterno si rivelava, cos, una
. Su queste differenze somatiche sono state basate teorie volte a sostenere lesistenza
di razze superiori e inferiori, e quindi a legittimare il dominio delle une sulle altre: si pensi
a Joseph Arthur de Gobineau diplomatico e filosofo francese autore, tra laltro, del Saggio
sullineguaglianza delle razze umane () , la cui dottrina, caratterizzata da un forte
antisemitismo, fu utilizzata dai nazisti come giustificazione delle loro teorie razziste, o,
ancora, allopera in tre volumi delletnologo e geografo tedesco Friedrich Ratzel (Le razze
umane, ), il primo ad utilizzare lespressione spazio vitale.
. Il concetto di razza ha dato luogo a notevoli studi di classificazione sistematica da
parte degli antropologi fisici della passata generazione.

Lingue e spazi

componente pi importante rispetto a quella antropologicofisica .


Ci detto, occorre aggiungere che nella definizione del concetto di
etnia acquista una considerevole rilevanza anche la coscienza dellappartenenza al gruppo: alla peculiarit delle caratteristiche biologiche
e culturali (elemento oggettivo) pu infatti sommarsi un importante
elemento soggettivo, vale a dire il senso dellidentit etnica, la consapevolezza da parte degli appartenenti ad una comunit di essere
sostanzialmente diversi da coloro che non condividono le medesime
caratteristiche distintive n la medesima eredit culturale, e la volont
di perseguire i propri scopi.
Unaltra precisazione da fare riguarda, poi, il concetto di nazione.
Anche questo termine, come quello di etnia, possiede una considerevole dose di ambiguit, e questo ha favorito le pi diverse strumentalizzazioni politiche; entrambi, inoltre, non fanno riferimento
a realt oggettive e rientrano nella categoria del sentire piuttosto
che in quella dellessere. Certe etnie si sentono e agiscono come
nazioni, altre sono consapevoli della loro base culturale, ma non esprimono rivendicazioni come nazioni; e, ancora, vi sono delle etnie al
cui interno vengono formandosi pi nazioni che stabiliscono tra loro
rapporti di vario tipo.
Mentre, per, lidea di etnia nata nellambito dellantropologia
culturale e si evoluta su un terreno in cui scienze della natura e
discipline umanistiche hanno cercato di integrarsi, quella di nazione
rientra nellambito della scienza politica e fa riferimento ad un gruppo
che condivide degli ideali ed uno stesso progetto politico (come quello
di creare uno Stato nazionale). Nazione , in altri termini, una collettivit di individui, coscienti di appartenere ad un popolo con una
. Un ulteriore cambiamento avvenuto alla fine del Novecento, quando gli studi
sul genoma umano hanno portato ad un concetto nuovo, quello di unit di popolazione
(deme), che dal punto di vista della Geografia culturale si rivelato interessante perch si
candidato a sostituire quello di razza. stato dimostrato, infatti, che alle medesime
fattezze fisiche non corrispondono analoghe caratteristiche del genoma, e che anzi, sotto
questo aspetto, possibile riscontare affinit maggiori tra due individui di razze diverse
che tra due della stessa razza. Non solo; lunit di popolazione stata identificata, oltre che
in termini genetici, anche attraverso criteri riguardanti la sfera del comportamento sociale
e quella delle manifestazioni spirituali, tenendo conto di fattori geografici, antropologici,
linguistici, etnografici (CavalliSforza et al., ).
. Popolo ogni collettivit umana avente un comune riferimento ad una cultura e
ad una tradizione storica, e che si riconosce in un determinato assetto sociale. Il termine

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

propria peculiarit ed autonomia culturale, che hanno in comune il


progetto di ottenere o conservare un proprio ordinamento giuridico e
territoriale; il concetto, pertanto, riunisce in s un insieme di elementi,
storici, culturali, linguistici e religiosi, e rimanda a quel legame (forte
e al tempo stesso sfuggente) che contraddistingue un popolo da altri
popoli, e che pu costituire premessa di unit e sovranit politica.
Se, quindi, la consapevolezza di possedere un comune patrimonio
di valori sostiene lidentit culturale (identit etnica o etnicit), quella
di condividere uno stesso progetto politico alla base dellidentit
nazionale. E mentre la prima si sostanzia in radici linguistiche comuni,
in una medesima religione, cos come in altri elementi connessi alle
manifestazioni intellettuali e spirituali di una comunit, e non sempre
fattore di supporto ad un progetto politico, la seconda protesa in
avanti, pensando al futuro di un gruppo nazionale allinterno di uno
o pi Stati.
In certi casi le etnie hanno dato origine a nazionalismi che hanno
portato alla creazione di Stati, in altri esse non hanno contribuito in
alcun modo a dare cemento agli Stati; possibile cos individuare
tanto degli Stati nazionali o plurinazionali , quanto degli Stati senza
nazione. Proprio questa constatazione rende indispensabile unaltra
chiarificazione terminologica, che concerne pi specificamente lorganizzazione politica dello spazio , e cio quella relativa alla differenza
tra Stato e nazione.
In Geografia questi due termini vengono utilizzati in modo diverso
rispetto a quanto avviene nelluso quotidiano. Mentre, infatti, quando
si parla di nazione si fa riferimento alle persone, ad un gruppo di inpopolazione si riferisce, invece, ad un fatto quantitativo, numerico, cio a quanti risiedono
in una certa unit amministrativa o politicoamministrativa.
. Negli Stati plurinazionali in cui ciascun gruppo, in nome di un comune patrimonio
culturale, condivide uno stesso progetto politico possono sorgere dei problemi; e laddove
i diversi patrimoni sono in conflitto si pu giungere fino alla trasformazione dello Stato
da unitario in federale (si pensi al caso del Belgio, ove il federalismo stato istituito per
cercare di risolvere il conflitto tra Valloni e Fiamminghi) o alla scomposizione dello Stato
in pi unit politiche sovrane (com avvenuto per lex Cecoslovacchia).
. Le forme di organizzazione politica della societ sono espressione fondamentale
della cultura e delle sue differenze. I geografi si interessano a questo tipo di strutture perch
esse riflettono lorganizzazione umana dello spazio e, nel contempo, sono strettamente
legate ad altre testimonianze della cultura sviluppate sul piano territoriale, quali la religione,
la lingua e letnicit.

Lingue e spazi

dividui, cio, legati da un forte senso di unit, che condividono una


cultura comune ed il progetto di un proprio ordinamento giuridico
e territoriale, per Stato si intende oltre che una delle unit politiche che formano una federazione (per esempio uno degli stati degli
USA) unentit politica indipendente che detiene la sovranit su
un territorio ed una popolazione definiti . In questultimo significato,
il termine sinonimo di Paese, ma non di nazione. Lespressione Statonazione andr riferita, di conseguenza, ad uno Stato la cui
estensione territoriale coincide con larea occupata da una nazione o,
almeno, la cui popolazione condivide un senso generale di coesione e
adesione ad un insieme di valori comuni .
In realt, per quanto tutti i Paesi si diano da fare per arrivare ad un
patrimonio di valori condivisi e suscitare nei cittadini un senso di fedelt
verso lo Stato, pochi possono definirsi realmente Statinazione. Esistono,
al contrario, diversi Stati binazionali o multinazionali, che comprendono
al proprio interno pi di una nazione (e dove spesso non c neanche
un singolo gruppo che prevale), ma anche delle nazioni distribuite su
pi territori e che ricoprono una posizione dominante in due o pi Stati
(si pensi alla nazione araba, predominante in oltre quindici Stati); infine,
esistono delle nazioni senza Stato: i Curdi, ad esempio, costituiscono una
nazione di circa milioni di individui suddivisi tra pi Stati e senza una
posizione predominante in alcuno di essi.
Attraverso la richiesta di riconoscimento della propria soggettivit
. Non tutte le entit territoriali riconosciute rappresentano altrettanti Stati. LAntartide, ad esempio, non ha un governo costituito n una popolazione stabile, e perci non
uno Stato. Ma neanche le colonie e i protettorati sono riconosciuti come Stati; infatti,
pur avendo un territorio, una popolazione ed una struttura governativa in certa misura
autonoma, non detengono il controllo completo sulla totalit dei loro affari interni ed
esterni.
. La Geografia politica ha tradizionalmente concentrato la sua attenzione sullo Stato e
sullo Statonazione, in virt della loro presunta capacit di esercitare un controllo inalterabile sullorganizzazione politica dello spazio. Pur adottando questo approccio, per, va detto
che la validit della visione statocentrica del mondo sempre pi messa in discussione dal
ruolo assunto dal potere economico e dalla societ civile. Per questo motivo non si pu non
tener conto di alcuni fenomeni la globalizzazione delle economie e laffermarsi di societ
transnazionali, la proliferazione di istituzioni internazionali e sopranazionali, il moltiplicarsi
di organizzazioni non governative le cui azioni travalicano i confini nazionali, i massicci
flussi migratori, la crescita dei movimenti nazionalisti e separatisti in Paesi compositi dal
punto di vista culturale che costituiscono delle indubbie pressioni nei confronti della
supremazia dello Stato (Fellmann et al., ).

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

storica e le azioni politiche tipiche del nazionalismo, un gruppo pu


cercare di ottenere quello strumento con cui la nazione pu finalmente diventare soggetto politicamente autonomo, ovvero lo Stato,
che cos Stato nazionale. Se, pur non raggiungendo il suo obiettivo,
riesce a conseguire almeno una quota dellautonomia desiderata, il
gruppo nazionale viene a far parte di uno Stato multinazionale (il
pi delle volte una federazione); qualora, invece, non riesca a realizzare lo Stato nazionale e debba rimanere nellambito di uno Stato
a maggioranza nazionale diversa, esso costituisce una minoranza
nazionale.
Secondo la definizione elaborata negli anni settanta da Francesco
Capotorti (), nello studio da lui condotto per le Nazioni Unite, si
pu parlare di minoranza in presenza di un gruppo numericamente
inferiore rispetto al resto della popolazione di uno Stato, purch esso
non si trovi in una posizione dominante. I membri di tale gruppo
hanno la cittadinanza dello Stato, ma le loro caratteristiche etniche,
religiose o linguistiche li distinguono dal resto degli abitanti; essi,
inoltre, attraverso la difesa di queste caratteristiche, manifestano un
sentimento di solidariet teso a salvaguardare i propri tratti culturali.
Minoranza concetto al tempo stesso statistico, politico e geografico (Cerreti, Fusco, ). Pu essere definito tale, innanzitutto, un
gruppo che raccoglie meno popolazione degli altri gruppi; il che
equivale a dire che rappresenta una quota anche piccola della popolazione complessiva . Molto difficile , per, stabilire quanto piccola
debba essere questa quota, con una complicazione in pi: in diversi
casi la dimensione, da sola, non basta a qualificare un gruppo come
minoritario . necessario, allora, che la minoranza statisticamente
determinata faccia parte, insieme con la maggioranza, di un medesimo ordinamento politico e che su questo il gruppo numericamente
minoritario non eserciti unegemonia; ha senso, perci, parlare di
minoranza soltanto in presenza di unorganizzazione statuale fonda. Nel caso in cui i gruppi esistenti siano due, si pu dire che la minoranza tale se
raccoglie una quota inferiore alla met della popolazione complessiva; nella realt, per,
accade sovente che i gruppi presenti siano pi di due e si abbiano delle maggioranze
relative.
. In un territorio bi o multinazionale, solo per un improbabile caso i vari gruppi
potrebbero trovarsi ad avere la stessa consistenza numerica; nella realt esister sempre un
gruppo quantitativamente minoritario, senza che tale posizione abbia di per s significato.

Lingue e spazi

ta su una base etnica o nazionale, rispetto alla quale la minoranza


risulti sostanzialmente diversa (pu professare, ad esempio, una religione differente o esprimersi in unaltra lingua) e in qualche misura
marginale .
Quello di minoranza , daltra parte, un concetto anche geografico, in quanto occorre che il gruppo sia stanziato su un territorio che
sente come proprio nonostante faccia parte di uno spazio pi ampio
condiviso con la maggioranza; si ha minoranza, perci, solo in uno
Stato etnico e/o nazionale di cui la minoranza occupa una piccola porzione e solo se il gruppo minoritario abita uno spazio preciso sentito
da tempo come suo.
Il dato territoriale va tenuto in considerazione in primo luogo perch come abbiamo visto la territorialit una componente
fondamentale nella caratterizzazione etnica e/o nazionale di un gruppo umano; il processo di territorializzazione attraverso cui un gruppo
trasforma una porzione di spazio attribuisce a questo spazio significati
e valori e, cos facendo, lo rende diverso e riconoscibile come proprio.
, questo, un processo che si verifica sia per la maggioranza che per
la minoranza, a scale differenti ma con modalit simili; ed , questa,
una delle attivit tipiche di ogni comunit organizzata stabilmente,
che in tal modo forgia un ambito in cui potersi radicare e da cui poter
ricavare risorse materiali e immateriali. Ad ogni modo, il territorio
continua a rappresentare la principale posta in gioco tra gruppi umani concorrenti: in tutte le specie animali uomo compreso la
competizione si esercita sullo e per lo spazio.
.. La diversit etnica oggi
Fatte le necessarie precisazioni, possiamo a questo punto aggiungere
qualche considerazione in pi in merito alla situazione attuale.
. La mancata partecipazione allinsieme dei fondamenti dello Stato pu determinare
un atteggiamento ostile o sospettoso da parte della maggioranza, e a questo possono
corrispondere ostilit e timore anche da parte della minoranza; il tutto si pu spingere
fino a tentativi di assimilazione pi o meno forzata, alla pulizia etnica, alla segregazione
o allautosegregazione (in funzione di difesa) della minoranza. Ma possono anche non
esserci conseguenze cos negative: infatti possibile individuare casi di minoranze tutelate
o tollerate (o ignorate) dallordinamento dello Stato in cui risiedono.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

Si detto che il concetto di etnia non sempre compreso correttamente e che spesso il termine viene adoperato come sinonimo
di altre parole. I maggiori equivoci emergono rispetto al concetto
di nazione, soprattutto quando si fa riferimento ad un fenomeno
sociopolitico quale letnismo e lo si confonde con quella corrente di
pensiero, sviluppatasi nellEuropa del XIX secolo, che port allesaltazione dellidea di nazione come principio supremo cui deve ispirarsi
lazione politica, e cio il nazionalismo.
La volont di essere soggetti attivi del proprio patrimonio culturale e di proteggerlo in quanto legame spirituale che ci consente di
riconoscerci con altri individui con i nostri stessi valori e le nostre
stesse tradizioni , invece, cosa ben diversa dal rivendicare il diritto
di essere soggetti attivi della propria storia. E mentre alla soggettivit
culturale nessuno pu rinunciare, perch lappartenenza ad una comunit etnica un dato acquisito (si pu tuttavia rinunciare a difendere
questa soggettivit quando essa minacciata), la soggettivit storica
una scelta politica, e pu quindi cambiare con levolversi del pensiero
sociale e politico (Barbina, ).
vero che fra i due fenomeni esiste spesso un legame, ed naturale
che siano soprattutto i gruppi etnici a porre la questione della propria
nazionalit e a rivendicare la propria autonomia politica, in quanto essi,
coesi grazie al comune patrimonio culturale, pi facilmente possono
sentire il bisogno di una rivendicazione autonomistica di questo tipo .
Ma il senso della propria individualit culturale (etnia) e quello della
propria individualit storica (nazione) non sempre coincidono, e i due
fenomeni (etnismo e nazionalismo) hanno natura diversa.
La distinzione tra etnia e nazione, etnismo e nazionalismo, comunit
etnica e minoranza nazionale non certo semplice; oltretutto i diversi
termini hanno una particolare valenza espressiva e spesso vengono
adoperati pi secondo la forza che si vuole dare al discorso che in base
al loro reale significato. Essa va per tenuta presente laddove si vo. Non a caso nella storia moderna del continente europeo gli Stati nazionali si sono
formati quasi sempre attorno ad unetnia pi forte delle altre.
. A proposito delle lingue, solitamente si parla, per analogia col concetto di minoranza nazionale, di minoranze linguistiche. In realt sarebbe pi opportuno utilizzare, in
relazione alle lingue, lespressione comunit etnica (o etnicolinguistica) laddove tra due gruppi linguistici o etnicolinguistici esista una differenziazione pi che una contrapposizione
dialettica maggioranza/minoranza.

Lingue e spazi

gliano comprendere i tentativi fatti dalle comunit minori dellEuropa


occidentale per superare quelle rigidit che ancora impediscono la
costruzione di un comune edificio nel quale la dimensione sopranazionale, quella nazionale e quella etnica trovino una giusta e coordinata
collocazione.
Nel secondo dopoguerra sconfitti il nazismo e il fascismo
sembrava che non ci fosse pi posto per rivendicazioni di tipo nazionalistico. I Paesi europei, terminata la ricostruzione, intrapresero un
cammino di profonde trasformazioni sociali, che li port a ridimensionare il concetto stesso di Stato, promuovendo ampi processi di
integrazione sopranazionale e facilitando la circolazione delle idee
e delle persone. Meno significativa fu, per, in questo contesto lattenzione nei confronti delle espressioni culturali dei gruppi etnici
minoritari e dei gruppi linguistici non nazionali, e scarsi furono i passi
in avanti sulla strada della valorizzazione di tali particolarismi culturali.
Ecco perch, a partire dagli anni sessanta, tutta larea ha conosciuto
un considerevole sviluppo dei movimenti etnici, che in qualche caso
sono divenuti rilevanti fenomeni politici.
Frutto secondo alcuni studiosi (Allardt, ) dei sempre
maggiori spazi di democrazia aperti dallo Stato moderno, alimentati secondo altri da condizioni economiche difficili ed interpretati nella logica della lotta di classe , risultato per qualcunaltro
(Mayo, ) di una situazione di malessere politico e sociale
cui luomo, essere sociale, reagisce ricercando nuove forme di
aggregazione, gli etnismi attuali derivano pi probabilmente dal
fatto che le comunit minori avvertono, di fronte alloppressione
indotta da un modello di societ che tende ad uniformare schemi
comportamentali e modi di pensare, il pericolo della loro scomparsa in quanto entit culturali. La loro reazione, pertanto, non
consiste in una ricerca di individualit di fronte alla storia (un nazionalismo), ma piuttosto espressione della volont di difendere
la propria soggettivit culturale, e tende ad ottenere forme di tutela
per un patrimonio spirituale e culturale considerato fondamentale.
Come ha osservato Anthony D. Smith (), levidenza storica
sembra suggerire che letnicit una qualit ubiquitaria e tempo. Questa spiegazione, che equipara i gruppi etnici minori a classi sociali
subalterne, appare in realt alquanto azzardata.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

ralmente ricorrente e che le identit culturali, una volta create, non


appassiscono facilmente.
Uno Stato evidentemente favorito se la sua popolazione fortemente coesa e compatta , ed chiaro che la divisione in tanti gruppi
diversi rende pi difficile la nascita di un sentimento nazionale forte .
Laddove i gruppi etnici si mescolano e i confini territoriali divengono
pi indeterminati, o nei casi in cui un unico Stato ospiti pi etnie rivali,
i conflitti interetnici possono assumere toni drammatici se per qualche motivo vengono a mancare la coesistenza pacifica o il controllo
esercitato dal governo centrale, o quando il senso di appartenenza
particolarmente sviluppato si (o ci si sente) in qualche modo
costretti alla coabitazione.
Negli ultimi anni i conflitti tra gruppi etnici allinterno di singoli
Stati si sono inaspriti in tutto il mondo . Nel caso dellAfrica, ad esempio, i contrasti sono stati una costante dopo la decolonizzazione; una
volta ottenuta lindipendenza politica, infatti, le ex colonie hanno fatta
propria lidea di Stato, accettando generalmente i confini tracciati
dai precedenti dominatori europei: confini che erano stati stabiliti nel
, nel corso della Conferenza internazionale di Berlino, senza prendere in considerazione la distribuzione delle popolazioni locali e che
avevano finito col riunire in uno stesso territorio gruppi che avevano
ben poco in comune tra loro. Le suddivisioni amministrative decise
dai colonizzatori europei trascurando il fatto che le popolazioni
indigene avevano zone interne di controllo relativamente stabili, entro
le quali il loro dominio era riconosciuto ed i confini venivano difesi,
e che si erano sviluppati degli imperi (come quello zulu), anchessi
caratterizzati da limiti riconosciuti per quanto riguardava linfluenza e
il controllo verso lesterno avevano cos diviso quasi tutte le etnie
. Il principale elemento di unificazione tra i gruppi umani quello derivante da una
lunga storia in comune, nel corso della quale sono andati consolidandosi simili modi di
sentire e si sono formati tratti culturali dinsieme.
. A titolo esemplificativo osservava Vallega () si pu ricordare lascolto
ottenuto negli anni novanta dalla teoria unetnia, uno Stato, secondo cui la migliore
configurazione politica ricorrerebbe quando lo Stato abbraccia uno specifico gruppo etnico
che si sente nazione; di conseguenza se uno Stato multietnico la migliore soluzione
consisterebbe nel disaggregarlo in pi Stati monoetnici.
. Armenia, Azerbaigian, Ruanda, Burundi, Etiopia, Myanmar, Indonesia, Russia e i
Paesi della ex Jugoslavia rappresentano solo alcuni dei casi in cui le tensioni etniche sono
sfociate in sanguinosi conflitti.

Lingue e spazi

tra pi Stati. Ecco perch il difficile problema che molti dei nuovi Paesi
africani si sono trovati a dover affrontare stato quello di creare la
nazione, ovvero cercare di sviluppare, in una cittadinanza costituita in
modo arbitrario, sentimenti di fedelt verso lo Stato.
Tutta la storia dellumanit disseminata di crimini contro comunit prese di mira per la loro diversit culturale o razziale; e in questi
ultimi anni come si detto attorno allespressione pulizia etnica hanno ruotato conflitti scoppiati in numerose parti dellAfrica,
cos come nel SudEst asiatico e in alcuni territori dellex Unione
Sovietica e dellEuropa orientale . In grado di fornire sostegno ad
imprese coloniali, motivare politiche espansionistiche, giustificare
limposizione di un predominio su spazi assoggettati capace, quindi,
di rivelarsi funzionale allesercizio del potere , il termine etnia
rimanda, per, anche ad altri temi oggi di grande importanza sociale,
come il governo di spazi multietnici o i rapporti tra Occidente ed altre
civilt.
Non va dimenticato, daltro canto, che letnocentrismo termine
adoperato in riferimento alla tendenza a valutare altre culture in base
agli standard della propria cultura di appartenenza (con limplicita
convinzione della superiorit del proprio gruppo etnico) pu, s,
costituire un elemento di divisione, generando isolamento e contrasti sia a livello sociale che territoriale, ma pu anche assumere una
connotazione positiva e rivelarsi un fattore di riconoscimento e di
identificazione capace di offrire valori e sostegno allindividuo (si pensi ad un immigrato in un Paese straniero) che si ritrova allinterno di
un contesto a lui estraneo. Il gruppo etnico tende, infatti, a conservare
la cultura di origine e spesso offre ai nuovi arrivati una rete di contatti
sociali e di opportunit economiche; molte volte, poi, tutto questo
rafforzato dallisolamento territoriale, carattere del separatismo etnico
che consente ai singoli gruppi di preservare il senso della propria
identit. Si pensi, nelleterogeneit culturale che contraddistingue il
panorama nordamericano, a come le svariate Chinatown e Little Italy
create come enclave allinterno delle citt abbiano fornito un rifugio
concreto e sistemi di supporto fondamentali per i nuovi arrivati .
. Attraverso il genocidio, ci si prefigge leliminazione violenta di un gruppo etnico da
una determinata area per raggiungere lomogeneit razziale o culturale e poter occupare i
territori a tale gruppo appartenuti.
. Gli immigrati stranieri che risiedono nellEuropa continentale adottano spesso

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

Dal momento che come abbiamo osservato il cuore delletnicit va ricercato nei miti, nella memoria, nei valori e nei simboli, e
cio nel complesso mitosimbolico che alla base dellidentit di una
popolazione, una societ viene definita come multietnica non solo se
comprende al proprio interno molteplici gruppi etnicamente differenti, ma anche se i membri di ciascun gruppo ritengono di possedere
una cultura distinta da quella degli altri ed esprimono la volont di
salvaguardare la propria identit comune, per la quale richiedono un
riconoscimento ufficiale.
Le societ multietniche non costituiscono una novit di questi anni;
nelle maggiori citt capitali di imperi, empori fiorenti, crocevia di
traffici internazionali si sempre concentrata una grande variet
etnica e culturale. Nei decenni pi recenti, tuttavia, si assistito ad una
ripresa del pluralismo culturale e ad una crescente richiesta di riconoscimento dellautonomia etnica nelle societ multietniche di tutto il
mondo; laccettazione dellappartenenza etnica stata infatti invocata
come base per ottenere un trattamento speciale nella distribuzione
del potere politico, allinterno della struttura del sistema educativo,
come segno di rispetto dei diritti di gruppi linguistici o religiosi minoritari. Quando diciamo, allora, che il mondo diventato multietnico
non perch le societ e le culture siano pi numerose di una volta,
ma perch parlano con voce sempre pi autonoma e determinata
(Kapuscinski, , p. ).
La multietnicit implica necessariamente la multiculturalit, in quanto i diversi gruppi etnici presenti su uno stesso territorio posseggono
per definizione una propria cultura con elementi diversi da quelli delle
altre. Parlando, per, di societ multiculturale si fa oggi riferimento non
solo alla compresenza di culture diverse allinterno di una stessa societ,
bens anche ad un particolare modo di rapportarsi ad esse; in questa
accezione, una societ definita come multiculturale nella misura in
cui al suo interno tutte le differenze di cultura, costume, etnia sono
ugualmente rispettate, tanto reciprocamente quanto dal potere centrale.
Nellambito dei possibili rapporti con la differenza creata dai processi
unanaloga separazione spaziale; se da un lato questa dipende dalla situazione del mercato
immobiliare e da una serie di limitazioni sia nel settore pubblico che in quello privato,
dallaltro essa assolve ad una funzione di supporto e protezione.
. La formazione degli Statinazione, a partire dal XIX secolo, aveva oltretutto
interrotto la secolare continuit storica degli imperi, strutturalmente multietnici.

Lingue e spazi

migratori, il termine multiculturalismo segnala allora la volont di


rifiutare e contrastare il progetto dellassimilazione e allude alle scelte
attraverso cui una situazione complessa pu essere affrontata e governata, imparando a convivere con le diversit culturali e cercando di
rimediare alle disuguaglianze che nascono dalla discriminazione: elemento fondamentale delle nuove politiche locali in un mondo fondato
sullinterdipendenza globale.
La questione dellintegrazione non si pone pi come perentoria
richiesta di uniformit; tra gruppi differenti di persone la convivenza
multiculturale implica, al contrario, uno scambio attivo ed un tessuto di relazioni, si fonda sul mantenimento della specificit e sulla
costruzione di una societ in cui le culture di gruppi diversi godono di
pari dignit ed interagiscono per produrre risultati nuovi. Lidea di un
crogiolo, di una fusione delle diversit il melting pot nordamericano
destinata, col passare del tempo, a far scomparire i retaggi delle
originarie appartenenze etniche e le pratiche culturali tradizionali
tende ad essere superata: non n pensabile n auspicabile che gli immigrati abbandonino ogni aspetto della loro cultura, rimpiazzandola
con quella della nuova societ (Rinaldi, ).
Lesperienza attuale fatta spesso di identit etniche tenacemente
difese ci dimostra come la situazione caratterizzante numerosi
Paesi sia meglio (e pi realisticamente) descritta in termini di multiculturalismo che non di amalgama. Proprio perch la vecchia teoria
dellamalgamazione in buona parte venuta meno, sostituita da una
maggiore attenzione per la tutela dei diversi patrimoni culturali che
contraddistinguono le numerose componenti etniche di uno Stato,
ad una societ che cerca di fondere tutte le differenze (il melting pot
appunto) si preferisce oggi piuttosto un progetto di coesistenza nella
differenza: uninsalatiera il salad bowl in cui ogni elemento mantiene una sua specificit e arricchisce il tutto dandogli gusto e colore;
o, ancora, un mosaico in cui ciascuna tessera concorre a disegnare il
quadro dinsieme pur restando distinta e riconoscibile. In altri termini,
la diversit che diventa risorsa nel passaggio dalla multietnicit, ovvero
dalla giustapposizione delle differenze, alla interetnicit, vale a dire
alla loro valorizzazione.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

.. Regioni culturali e confini etnici


Abbiamo osservato che della cultura fa parte tutta una serie di comportamenti e modi di pensare, e che il suo contenuto non pu essere
apprezzato nella sua interezza e diversit, anzi, di fatto pu essere
completamente frainteso, se ci si concentra esclusivamente su pochi
elementi, parti di un insieme molto pi complesso. Abbiamo detto
anche che singoli tratti culturali (i singoli elementi distintivi di una
cultura), correlati dal punto di vista funzionale, formano una struttura
culturale, e che lesistenza di tali strutture, seppur differenziate, universale; allinterno di ciascuna societ possono, cos, essere facilmente
individuate strutture di tipo religioso, economico, e via di seguito.
I tratti e le strutture culturali possono essere propriet condivisa di
individui per altri aspetti distinti, ma associati dal punto di vista spaziale. Quando esistono sufficienti comunanze, possibile individuare un
sistema culturale come realt pi ampia e generalizzata. Anche le societ multietniche per quanto differenziate al loro interno possono
comunque condividere un certo numero di caratteristiche, sufficiente
a renderle delle entit culturali riconoscibili. Tratti, strutture e sistemi
culturali hanno dunque una propria estensione spaziale; rappresentati
su una carta geografica, mostrano il carattere regionale delle componenti culturali. Ed proprio allo studio delle regioni culturali che la
Geografia umana interessata.
Ogni regione sia essa formale o funzionale potr essere definita in relazione ad ununica caratteristica peculiare o ad un insieme di
caratteristiche; esisteranno, perci, tante regioni culturali quanti sono
i tratti e le strutture culturali identificati per gruppi di popolazione. E,
allinterno di ciascuna regione culturale cos individuata, gruppi uniti
da specifiche caratteristiche rilevate potranno essere in competizione
e distinguersi per altri tratti culturali importanti.
La regione culturale si caratterizza non solo per la presenza di una
. La regione formale (o uniforme) una regione caratterizzata dalluniformit di uno
o pi elementi distintivi (ad esempio fisici o culturali). La regione funzionale (o nodale)
invece una regione contraddistinta, pi che da unomogeneit di fenomeni, sulla base di
ci che si verifica al suo interno; essa pu dunque essere intesa come un sistema spaziale
(incentrato su un nucleo in cui le peculiarit sono pi evidenti e si indeboliscono via via che
ci si sposta verso la periferia) le cui parti sono interdipendenti, e funziona come ununit
dinamica.

Lingue e spazi

comunit dotata di una sua propria ed originale espressione culturale,


bens anche perch sul suo territorio percepibile tanto limpronta
dei prodotti sociali della cultura (dei modelli, cio, che definiscono
lorganizzazione sociale di una cultura e delle norme che regolano i
rapporti interni al gruppo), quanto quella degli oggetti materiali
e delle tecniche per il loro utilizzo che danno forma al paesaggio
(si pensi alle abitazioni, alle tipologie agricole, agli strumenti di uso
comune, allabbigliamento ecc.). Il territorio abitato da una comunit
etnica, per, non viene sentito dai componenti del gruppo con la
stessa intensit, e memoria storica e sensibilit culturale trovano in
esso riferimenti di segno non sempre uguale: alcuni luoghi possono
avere un significato e richiamare lidentit culturale del gruppo in
modo immediato, altri hanno unimportanza, da questo punto di vista,
nettamente minore . A tal proposito, pu essere utile, ai fini di una
valutazione della diversa intensit delletnicit dello spazio, fare un
confronto tra il territorio etnico e quello di un Paese che come
spesso si verificato andato costituendosi a partire da un nucleo
territoriale centrale (Pounds, ).
Molti Stati hanno acquisito la loro forma e la loro posizione in
seguito ad un processo secolare di crescita che li ha visti espandersi
gradualmente, a partire da una regione centrale, sul territorio circostante. Il nucleo originario (core area) di uno Stato racchiude di solito
la zona economica pi sviluppata, la maggiore densit abitativa e le
citt principali, nonch almeno in passato le risorse necessarie al
fabbisogno dei cittadini. Man mano che ci si allontana da esso, tutti
questi elementi vanno diluendosi: leconomia si indebolisce, le reti di
trasporto divengono pi rade, il rapporto fra popolazione urbana e
rurale diminuisce, le dimensioni e limportanza delle citt si riducono;
le risorse, seppur abbondanti, conoscono uno sfruttamento recente, e
comunque prodotti e profitti tendono a confluire nelle zone centrali
del Paese , dove generalmente sorge anche la citt capitale, sede del
. Se si indagassero le cause di questa differente percezione del significato etnico
attribuito ai diversi luoghi, probabilmente ci si avvicinerebbe a comprendere i miti e le
credenze alla base della coscienza storica delle comunit.
. Tra le aree centrali facilmente riconoscibili e dominanti a livello nazionale si possono
citare il bacino di Parigi in Francia, Londra e lInghilterra sudorientale, larea di Mosca,
gli Stati Uniti nordorientali o il Canada sudorientale. Non tutti i Paesi, per, presentano
dei nuclei centrali definiti cos chiaramente; alcuni, inoltre, possono avere due o pi nuclei

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

potere politico ed economico e luogo in cui si concentra gran parte


della popolazione.
Nel nucleo centrale dello Stato proprio in virt delle maggiori opportunit economiche esistenti e delle pi ampie possibilit di
contatti gli individui hanno potuto sviluppare quella coesione organizzativa da cui sorta la struttura complessiva del sistema statale; qui
la facilit dei trasporti e delle comunicazioni ha favorito lo scambio dei
beni e delle idee, ma anche lelaborazione di forme di aggregazione
sociale e la gestione degli interessi del gruppo; qui i segni dellidentit
nazionale sono pi chiari e forti; da qui partono quelle iniziative che
progressivamente si estendono alla periferia, dando ad essa limpronta
per quanto attenuata della comunit che abita al centro. Ebbene,
anche nel territorio etnico possibile individuare un nucleo nel quale
sono radicate le forze ideali da cui la cultura ha avuto origine, unarea
ove sorgono i centri in cui tale cultura continua ad essere sviluppata,
dove si trovano le principali strutture che provvedono alla produzione
e alla conservazione del patrimonio culturale comune, e dove intensa
risulta lattivit sociopolitica della comunit.
Consideriamo ora il modello di regione culturale elaborato da
Donald Meinig negli anni settanta. Analizzando un certo numero di
casi in cui le aree occupate da una cultura si erano sviluppate in successione a partire dal luogo dorigine, egli aveva messo in evidenza
come nellOvest degli Stati Uniti fossero identificabili almeno sei
nuclei culturali distinti che avevano dato vita ad altrettante regioni culturali; le aveva individuate sulla carta, e aveva osservato che
tali regioni andavano evolvendosi attraverso quattro stadi (in parte
coincidenti) di sviluppo. In primo luogo cresceva la popolazione
e si sviluppava un insediamento originale tramite espansione; nel
frattempo, a mano a mano che si intensificavano le comunicazioni
interne e diventavano pi efficaci quelle con lesterno, cambiavano
gli schemi di circolazione. Ancora, lorganizzazione politica diventava via via pi complessa, coinvolgendo un pi ampio numero di
sfere, e intanto emergeva la cultura regionale (che poteva essere
assorbita o meno in una cultura nazionale in fase di sviluppo) e si
rafforzava lidentit culturale.
fra loro in competizione (Fellmann et al., ).
. Portland, San Francisco, Los Angeles, Salt Lake City, Denver, Santa Fe.

Lingue e spazi

Meinig () si occup in particolare di una di queste regioni culturali quella dei Mormoni, nello Utah che presentava
una sua marcata identit e le cui origini nel tempo e nello spazio
risultavano definibili con esattezza, e mise in evidenza come il relativo isolamento e lo sviluppo senza ostacoli da essa sperimentato si
fossero tradotti in un modello spaziale con tre zone di concentrazione: in primo luogo unarea nucleo (core), contenente lessenza del
complesso culturale, la pi forte concentrazione di tratti culturali
ed un paesaggio omogeneo ; poi un dominio in cui il complesso
culturale restava, s, forte ma in misura minore rispetto allarea
nucleo; infine una sfera di influenza, area esterna e di contatto periferico in cui prevalevano solo certi tratti e le persone appartenenti
alla cultura dellarea nucleo potevano essere in minoranza . Le
tre zone mostravano, quindi, il declino della forza culturale che si
manifesta a partire dal nucleo centrale larea pi densamente e
anticamente popolata da chi appartiene ad una cultura andando verso lesterno, prima verso il territorio in cui quella cultura
risulta ancora prevalente (anche se in misura minore) rispetto alle
altre presenti e poi verso quelle zone anche molto lontane dal
nucleo centrale e dal dominio in cui possono esserci, a volte
isolati in ambiti dominati da una cultura diversa, gruppi di persone
appartenenti alla medesima cultura.
Proprio nella comprensione di alcune delle dinamiche relative al
territorio del gruppo etnolinguistico il modello di Meinig si dimostra
utile: il nucleo centrale larea pi chiaramente sentita come patria
ed quindi, generalmente, la zona in cui la cultura della comunit
possiede maggior forza e mostra maggior capacit di resistenza alle
influenze esterne; il dominio, invece, larea del contatto e del continuo confronto con gli altri, mentre le sfere di influenza o sono quel
che resta di un nucleo centrale un tempo pi esteso e poi intaccato da
unaltra cultura o sono aree in cui parte della popolazione proveniente
. Per i Mormoni si trattava dellarea di Salt Lake City, il punto in cui la popolazione
presentava la maggiore densit, la religione era dominante e la storia delloccupazione
risaliva a tempi pi lontani.
. Accanto alle tre zone, potevano esserci delle aree discontinue, delle appendici:
per la comunit mormone, ad esempio, le maggiori erano situate in corrispondenza
della costa del Pacifico, mentre di pi recente origine risultavano quelle presenti in
Inghilterra, Svizzera e Nuova Zelanda.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

dal nucleo centrale si trasferita, portando con s anche limpronta


della propria appartenenza etnica .
Si pensi al caso della Provincia sudafricana del Capo . Loriginario
insediamento olandese sulla costa inizialmente creato per fornire
uno scalo di rifornimento per le navi della Compagnia delle Indie
Orientali fu il primo nucleo dellodierna Citt del Capo (Kaapstad)
e presto si espanse; la popolazione crebbe (specie in seguito allafflusso
di quegli ugonotti che si erano rifugiati nei Paesi Bassi per sfuggire alla
persecuzione religiosa e che furono inviati qui dal governo olandese
alla fine del Seicento), il sistema di circolazione nelle zone interne si
svilupp, e la consistente componente francese port nuove capacit
agricole nellarea. La Provincia and cos acquisendo un paesaggio
culturale distintivo, uno stile architettonico tipico, una lingua (lafrikaans ), un mosaico religioso del tutto differente dalle aree di origine
e uno scenario agricolo caratteristico. E tutto ci ha continuato a persistere malgrado la definitiva incorporazione della colonia in quella che
diventata la regione culturale nazionale del Sudafrica e la diluizione
di buona parte delle sue originali particolarit, tant che tuttora, nel
complesso culturale sudafricano, il Capo rimane un elemento distinto,
una regionenucleo storica.
Si detto che il legame col territorio sentito come qualcosa a cui
non si pu rinunciare, che assicura la persistenza nel tempo di simboli
preziosi per la coesione del gruppo ed importanti per il mantenimento
. Barbina () cita lesempio del popolo friulano, indicando come nucleo centrale
della sua cultura la parte montuosa del Friuli e la pianura fra lIsonzo e il Tagliamento, come
area del dominio la pianura ad ovest del Tagliamento fino al Livenza e ad est dellIsonzo,
e come sfere di influenza quei territori ove si sono stabiliti i tanti friulani emigrati alla
fine dellOttocento (in Argentina, ad esempio), aree in cui stato possibile conservare la
lingua originaria e mantenere i modi di vita e alcune delle forme della cultura del territorio
dorigine.
. La Provincia del Capo una regione amministrativa e storica del Sudafrica che, fino
al , ha costituito una delle quattro province del Paese (insieme al Natal, allo Stato Libero
dellOrange e al Transvaal). In quellanno, dopo le prime elezioni nazionali democratiche,
stata suddivisa nelle province del Capo Settentrionale, Orientale ed Occidentale.
. Lafrikaans una lingua germanica occidentale affine al neerlandese parlata principalmente in Sudafrica ed in Namibia. Deriva dal dialetto che si svilupp tra i coloni
boeri ed i lavoratori portati dalla Malesia, dal Madagascar, dallIndia e dallIndonesia nella
Colonia del Capo dalla Compagnia olandese delle Indie Orientali nella seconda met del
XVII secolo per ovviare alla mancanza di manodopera. Fu considerato un dialetto olandese
fino allinizio del Novecento, quando venne invece riconosciuto come lingua a s stante.

Lingue e spazi

della propria identit. Per rafforzare ulteriormente tale legame, daltra


parte, molte volte si attribuisce al territorio etnico una valenza religiosa,
rendendolo sacro con la presenza di santuari, luoghi di culto, come
pure con monumenti commemorativi di episodi o personaggi della
storia e del mito della comunit . Anche le aree rientranti nelle sfere
dinfluenza per per rifarsi di nuovo al modello di Meinig possono subire in qualche modo limpronta del luogo dorigine: qualche
elemento architettonico, qualche riferimento formale o dei modi di
produzione possono essere trasferiti, infatti, anche a grande distanza
e contribuire a far sentire a casa coloro che sono emigrati. Si pensi
alle Chinatown di tanti centri urbani quartieri monoetnici, ciascuno
con le sue attivit, i suoi codici identitari, le sue tradizioni o alle
immagini del proprio territorio (insegne, odori, suoni) ricreate dagli
immigrati indiani e pachistani a Londra: esempi che ci confermano
come il processo di territorializzazione mediante il quale ogni gruppo
umano esprime il suo rapporto con il luogo in cui risiede comprenda tanto lidentificazione, ledificazione e la sedimentazione di luoghi
simbolici per la comunit, quanto la costruzione di una serie di segni
identitari sul territorio (Papotti, ).
Quando la localizzazione di un gruppo in una determinata area,
anche molto distante dal luogo dorigine, raggiunge una certa soglia e
se ne possono notare i segni, si pu parlare di quartiere etnicamente
connotato: di una zona, cio, in cui la presenza consistente di alcuni
gruppi e la visibilit di tutta una serie di attivit, nonch di alcuni
servizi e punti di incontro, contrassegnano in modo evidente il territorio. Ebbene, i quartieri connotati etnicamente ben simboleggiano
limmagine di luogo del radicamento propria di ogni modello insediativo dellancoraggio su unarea che diventa progressivamente
un polo di attrazione intorno a cui si infittiscono le relazioni e si
distinguono per la loro forte dimensione sociale. In pi casi, inoltre,
essi assolvono una funzione complessa: innanzitutto costituendo degli
ambienti di vita dove pi facile linserimento di nuovi arrivati e
dove possibile affermare o, meglio, riscoprire e ridefinire la
propria identit; e, in secondo luogo, configurandosi come spazi di
. Anche Smith () ha sottolineato come ogni patria possegga uno o pi centri,
destinati ad essere sacri in senso etnicoreligioso, le cui qualit simboliche ed emotive si
irradiano verso lesterno, riconducendo qui, sia pure solo nella memoria o nella preghiera,
i membri della comunit.

. Etnie, culture, espressioni linguistiche

relazione, nodi specializzati di un territorio reticolare che consentono


ad alcune popolazioni disperse nel territorio di ritrovare servizi e beni
altrimenti irraggiungibili (Lanzani, , p. ). Rappresentano dunque, tali quartieri, dei luoghi centrali etnici allinterno di un contesto
multicentrico e reticolare.
Dal momento che il legame col proprio territorio ha un ruolo
fondamentale per ciascun gruppo etnico, anche il modo in cui i suoi
confini vengono percepiti ha grande importanza. Il problema, per,
che la determinazione esatta di un confine etnico risulta assai difficile, perch il territorio etnico quasi sempre unarea dai contorni
incerti; al di fuori della sua area centrale, ci sar una zona in cui alcuni tratti delletnia dominante andranno fondendosi con quelli delle
etnie circostanti e, dovendo una cultura confrontarsi con altre di segno diverso, tale fascia potr diventare anche unarea di scontro tra
comunit differenti. proprio per questo motivo che ogni gruppo
cerca generalmente di rafforzare la percettibilit del limite del suo
territorio e di marcarlo in qualche modo, cos da scoraggiare le possibili contestazioni; ed questo, daltra parte, che spesso finisce col
suscitare le reazioni di chi non appartiene alla stessa comunit e si
sente in qualche modo privato di un territorio che ritiene suo.
I confini etnici non coincidono quasi mai con quelli politici che
per loro natura sono esattamente definiti sul terreno e hanno un carattere di ufficialit e ancora pi difficilmente restano fermi nel
tempo: pressione demografica, dinamica socioeconomica ed evoluzione culturale si ripercuotono sulle aree marginali del territorio etnico,
spostandone i limiti, ed il continuo modificarsi dei dati sociali accresce
le probabilit di contestazioni. Maggiori problemi sorgono, tendenzialmente, nelle zone di transizione tra aree linguisticoculturali differenti:
poich qui raro che si determini un rapporto di perfetto equilibrio, o
finisce con lo stabilirsi una reciproca tolleranza che poi , il pi delle
volte, accettazione, da parte delletnia pi debole, della dominanza
culturale del gruppo pi forte o viene a crearsi una situazione conflittuale, in cui ciascuna comunit cerca di affermare la sua presenza
contrassegnando nel modo pi incisivo il territorio. Lintensit dei
conflitti nella fascia di transizione dipende comunque, il pi delle volte,
non tanto dalla volont di chi vi abita, quanto piuttosto dalle scelte di
chi, nellarea centrale, detiene il potere; fortunatamente, per, almeno
per quanto riguarda lEuropa, sempre pi diffusa la tendenza a pensa-

Lingue e spazi

re alle diverse zone di transizione come a delle aree di mediazione, a


dei luoghi di incontro che, proprio in virt dei loro caratteri, possono
facilitare i rapporti fra gli Stati.

Capitolo II

Lingue e geografia
.. Premessa
Fenomeno in continuo mutamento, le lingue evolvono in relazione
ai luoghi e rispondono alle dinamiche delle espressioni e delle esperienze umane; possono essere tenacemente difese e conservate in
quanto elementi essenziali di identit , ma anche progressivamente
abbandonate qualora, ad esempio, si veda in esse un possibile ostacolo
ad una piena integrazione sociale.
Nella consapevolezza che la storia del linguaggio si confonde con
la storia della civilt, e che la lingua riflette i comportamenti e il modo
di pensare di ogni popolo, nel corso degli ultimi trentanni linteresse nei confronti di questo fondamentale veicolo di cultura andato
crescendo. Le comunit linguistiche sono divenute oggetto di attenzione nellambito della dialettica politica alle scale sia degli Stati che
dei rapporti internazionali. Nella difesa delle parlate regionali si
riconosciuto un insostituibile strumento di riappropriazione dellidentit sociale. Contemporaneamente allo sviluppo delle ricerche
in ambito linguistico, daltra parte, sono andate moltiplicandosi le
questioni poste dalla pluralit delle lingue. La riduzione delle distanze
e laumento dei legami tra le diverse aree del pianeta determinati
dalle trasformazioni della societ mondiale e nel quadro della sempre
maggiore globalizzazione delleconomia e la crescita dei flussi migratori hanno posto la collettivit internazionale di fronte a problemi
nuovi: multinazionali o unitari, federali o accentrati che siano, molti
Stati accolgono sul loro territorio gruppi linguistici la cui coabitazione
non sempre facile, e ladattamento alluso abituale di due o pi lin. In pi casi le lingue hanno costituito il fulcro delle rivendicazioni di movimenti
indipendentisti, in particolare di quei gruppi collocati al di fuori delle aree centrali dei Paesi
cui sono stati annessi.

Lingue e spazi

gue divenuto una necessit per un numero crescente di istituzioni


nazionali ed internazionali, di individui e di intere popolazioni.
proprio alle lingue segno distintivo della diversit culturale
oltre che concretizzazione di una particolare visione della natura e
della societ e a quel ramo della Geografia umana che delle lingue
e delle loro variazioni in termini territoriali fa il suo oggetto di ricerca
che questo capitolo dedicato. Argomento, questo, che ha sempre
interessato glottologi, filologi e sociolinguisti, ma del quale anche
i geografi si sono occupati, riconoscendo nella variet delle parlate
un elemento fondamentale per la creazione di quei raggruppamenti
sociali che sono definiti come etnie e di quegli spazi organizzati che
chiamiamo regioni culturali.
.. Lo studio degli aspetti spaziali delle lingue
La lingua modo concreto e determinato storicamente attraverso
cui si manifesta la capacit umana di comunicare viene scomposta
da coloro che ne fanno il proprio oggetto di studio (i linguisti) in
elementi di un codice costituito da due articolazioni sovrapposte: gli
elementi di prima articolazione, ovvero i monemi, le pi semplici unit
dotate di significato , e quelli di seconda articolazione, ossia i fonemi,
unit fonetiche (suoni) costruite per ciascuna parlata a partire da un
certo numero di consonanti e vocali pronunciate in un determinato
modo (Breton, ).
I fonemi possono essere rappresentati, a seconda delle scritture,
attraverso un numero variabile di segni grafici (grafemi): una lettera o
. Propria della lingua consacrata dalla storia, dal prestigio degli autori, dal consenso
dei componenti della comunit la tendenza ad essere fissata, standardizzata, proposta
come modello sovralocale mediante la promozione di forme scelte nel campo delle
variazioni dialettali dellarea linguistica. Essenziale nel processo di elaborazione di una
lingua ladozione di una forma scritta; lo stadio seguente luso effettivo di questa forma,
in primis nella creazione letteraria e scientifica. Laddove, comunque, un idioma non sia
dotato di istituzioni statali o di una cultura scritta, nella misura in cui il gruppo che lo parla
sia separato da altri gruppi dalla barriera della non intercomprensione, si pu parlare di
lingua se la singolarit e lidentit del sistema e della sua organizzazione sopperiscono
alla mancanza di certe istituzioni politiche e di particolari forme espressive.
. I monemi sono a loro volta distinti in monemi lessicali (o lessemi, nominali e verbali)
e morfemi (elementi che caratterizzano la categoria grammaticale, la posizione sintattica, il
valore semantico).

. Lingue e geografia

un gruppo di lettere ed eventualmente dei segni, detti diacritici (come


la dieresi, la cediglia o la tilde), che ne precisano la pronuncia. Queste
scritture (come la nostra) sono definite fonografiche; altre, invece, si
avvalgono di particolari segni indicanti direttamente parole o concetti
(e non suoni) e sono per tale motivo definite ideografiche (si pensi ai
caratteri cinesi o ai geroglifici degli antichi Egizi). La maggior parte
delle scritture ideografiche, per, ha subito nel tempo unevoluzione
che ha condotto ad una forma convenzionale combinante la rappresentazione di parole e suoni secondo la logica dei rebus enigmistici e
perci detta semiografica.
I linguisti prendono in considerazione le lingue da punti di vista
diversi, concentrandosi sugli aspetti relativi alla fonetica (lo studio dei
suoni che si articolano nella pronuncia delle parole che costituiscono
una lingua) e alla fonologia (lanalisi dei fonemi tipici di ogni lingua,
intesi come suoni semanticamente distintivi), ma anche sui caratteri
morfologici e sintattici , e, ancora, dedicandosi ad approfondire lanalisi del significato delle parole (semantica), specialmente in relazione ai
mutamenti subiti nel tempo, cos come i modi del discorso (lo stile),
pi o meno elaborati e coscienti, personali o collettivi (id., ).
Da Ferdinand de Saussure fondatore della Linguistica moderna
in poi, due approcci, naturalmente complementari, hanno prevalso:
da un lato quello sincronico, che analizza lo stato delle lingue nel loro
. La morfologia quella parte della grammatica che studia la forma delle parole, la
loro classificazione grammaticale, la loro flessione e le loro modificazioni ed alterazioni
dovute ad affissi e desinenze.
. La sintassi prende in considerazione lordinamento e le relazioni che intercorrono
tra le varie parole di una proposizione o tra le diverse proposizioni che formano un periodo.
. Tra i diversi settori della Linguistica, quello che sembra condurre alle pi convincenti
distinzioni tra le lingue la morfologia; non a caso i fratelli Friedrich e Wilhelm August
von Schlegel, basandosi proprio sulla forma delle lingue, furono i primi ad individuarne
tre grandi gruppi. Essi parlarono di lingue monosillabiche (o isolanti), fatte di parole non
scomponibili in unit morfologiche pi piccole, indipendenti e poco variabili, per le quali
fondamentale la posizione di ciascun termine allinterno della frase (si pensi al cinese o
allinglese, lingua divenuta nel tempo principalmente isolante); lingue agglutinanti (come
il finlandese), in cui le parole, allo stato iniziale, sono costituite dalla sola radice (che resta
immutata), e a questa vengono aggiunti prefissi o suffissi per esprimere i vari rapporti
grammaticali; lingue flessive, come litaliano, che ammettono declinazione o coniugazione e
in cui le variazioni di senso delle parole sono determinate dalla modificazione delle radici
(con alternanze vocaliche o consonantiche) oppure dallaggiunta di affissi e desinenze. I tre
sistemi morfologici convivono in numerose lingue, ma ogni lingua cos come ogni stadio
della sua evoluzione caratterizzata dal predominio di una o due di queste tendenze.

Lingue e spazi

organizzarsi sistematico e simultaneo e che osserva dunque ciascuna


parlata, considerata come un insieme, in un momento dato; dallaltro
quello diacronico, che rileva invece sostituzioni e cambiamenti delle
lingue nel corso del tempo. Tali prospettive hanno consentito, tra le
altre cose, di indagare pi a fondo le diverse componenti delle varie
lingue, individuando linflusso esercitato su ognuna di essa da altre
parlate e le sedimentazioni esistenti .
Nello studio, invece, degli aspetti spaziali delle lingue il lavoro di
linguisti e geografi spesso sintreccia e assai utile pu rivelarsi una
collaborazione tra le due discipline. Pur rimanendo distinti i rispettivi
compiti infatti i primi mirano a ricostruire le vicende storico
territoriali delle lingue in s, i secondi se ne servono per analizzare le
societ umane nei loro complessi rapporti col territorio i percorsi
culturali, simili per pi aspetti, finiscono col convergere . Eppure, e
malgrado le ripetute affermazioni circa la validit di questo tipo di
ricerche, i geografi hanno dedicato a lungo scarsa attenzione ai fatti di
lingua.
Tradizionalmente vero la Geografia, nellosservazione delle
societ umane, ha riservato un certo spazio ai dati linguistici. Antico , daltra parte, linteresse per i differenti modi di esprimersi dei
vari popoli: lo troviamo gi nelle descrizioni dellet classica, dove
frequenti sono le annotazioni di questo tipo. Il geografo che prendeva
in esame una determinata regione, dunque, non trascurava, tra i caratteri importanti degli abitanti di quella regione, la loro lingua. Questa,
per, veniva registrata come semplice informazione riguardante la
provenienza di chi la parlava, senza che se ne cercasse un nesso con la
relativa area di diffusione.
Per molto tempo, inoltre, pur essendo riconosciuta quale elemento
. Il complesso delle influenze esercitate da unantica lingua, che stata soppiantata
da unaltra, sulla lingua che lha sostituita detto substrato; lo strato linguistico che si
sovrappone ad una lingua indigena senza sostituirla del tutto ma influenzandola fortemente,
specialmente dal punto di vista lessicale, il superstrato; per indicare linflusso che una
lingua esercita su unaltra lingua parlata in unarea ad essa vicina si usa, invece, il termine
adstrato.
. I geografi riconoscono nella lingua un indicatore delle vicende dei gruppi umani,
oltre che un carattere essenziale dellidentit culturale.
. I linguisti forniscono ai geografi un altro importante contributo, ovvero quello
riguardante gli studi toponomastici, che, soprattutto nellambito della Geografia storica,
offre spunti ed informazioni di grande interesse.

. Lingue e geografia

di differenziazione dei gruppi umani, la lingua stata considerata solo


come uno dei tanti caratteri di ciascun popolo, il principale dei quali
fu a lungo ritenuto quello fisico (la razza). E quando, poi, lattenzione
si spost sugli aspetti pi strettamente socioeconomici riassunti nella
formula del genere di vita, i dati etnici andarono perdendo ulteriormente importanza, soprattutto per quanto riguardava quei popoli che
ormai avevano consolidate lingue nazionali coincidenti con una formazione statale; la lingua, in altri termini, veniva presa in considerazione
in quanto tratto degno di nota soltanto quando risultava responsabile
della rottura dellomogeneit statale (Zanetto in Breton, ).
A partire dalla fine dellOttocento, invece, in campo linguistico nacque e si rafforz linteresse per la distribuzione e la differenziazione
spaziale delle parlate. Allinterno degli studi glottologici, infatti, and
sviluppandosi in quegli anni una reazione contro i metodi seguiti fino
ad allora nello studio delle diversit degli idiomi; reazione che ebbe
come bersaglio soprattutto la scuola tedesca dei neogrammatici ed il
suo interesse pressoch esclusivo per gli aspetti formali e strutturali
delle lingue, allinfuori di ogni analisi del contesto sociale e territoriale.
Lesigenza di collegare in un unico sistema di indagine la lingua e il
territorio e di estendere, dunque, lambito degli studi dalla struttura
interna di ciascuna parlata al contorno spaziale in cui le diverse lingue erano adoperate fece sorgere quel nuovo ramo della glottologia
che prendeva in esame anche le caratteristiche del territorio in cui i
fenomeni linguistici venivano osservati (Barbina, ).
La nuova impostazione ebbe tra i suoi promotori Graziadio Isaia
Ascoli, linguista goriziano, docente allAccademia scientificoletteraria
di Milano, considerato linventore del termine glottologia e della relativa disciplina. Spinto dallesigenza di collegare questa disciplina alla
vita culturale della nazione , Ascoli si dedic, dopo il , agli studi
di dialettologia, proponendosi di creare una scuola che indagasse la
complessa fisionomia linguisticoetnografica dellItalia e ne illustrasse la formazione storica. Fond una rivista prestigiosa (lArchivio
Glottologico Italiano) e prese posizione riguardo alla questione della
lingua, opponendosi allidea manzoniana di utilizzare il fiorentino
come parlata nazionale: la lingua, secondo lui, doveva infatti riflette. La linguistica era per Ascoli una scienza vicina allantropologia e alletnografia in
quanto collegata con la nazione come entit collettiva.

Lingue e spazi

re la cultura nazionale a tutti i livelli, e litaliano sovraregionale (la


lingua che sarebbe nata come conseguenza dellinfittirsi degli scambi
culturali allinterno del Paese) avrebbe rappresentato una soluzione
migliore rispetto a quella costituita da una lingua decisa a tavolino.
Nei suoi Saggi Ladini () opera in cui venne avanzata una prima
ipotesi di individuazione dellunit degli idiomi ladini parlati in diverse
aree della regione alpina centrale e orientale (ipotesi fondata su alcune
caratteristiche fonetiche e morfologiche comuni che differenziano i
dialetti ladini da quelli appartenenti ad altri gruppi romanzi) Ascoli
propose un modello di ricerca linguistica storicogeografico che
tuttora ritenuto di grande interesse.
Nello stesso periodo, per, preso a prestito dalla Geografia, andava
diffondendosi anche un altro importante strumento per la ricerca
in ambito linguistico, che offriva la possibilit di evidenziare le relazioni spaziali delle lingue sul territorio: la cartografia. Il primo a
comprendere quali opportunit sarebbero potute derivare nello studio
dei dialetti dallutilizzo delle carte geografiche fu lo svizzero Jules
Gilliron, che nel inizi a registrare sulla carta le varianti dialettali
di un certo numero di termini francesi ; ma fu un neogrammatico
tedesco, Georg Wenker, che per primo fiss su una carta geografica i
limiti territoriali di alcune forme dialettali e che si fece promotore di
uno dei maggiori progetti dellOttocento (quello che avrebbe portato,
molti anni dopo, al Deutscher Sprachatlas), inizialmente circoscritto
alla Renania settentrionale, ma poi esteso allintero territorio della
Germania di allora . Mentre Wenker portava avanti la sua opera,
. Rispetto alle lingue, i dialetti si configurano come forme meno indipendenti, meno
stabili, e tipiche, in genere, di una regione di unarea linguistica. La definizione di patois
solitamente riservata dai linguisti, invece, alle forme di estensione ancora pi ridotta,
strettamente locali, senza una letteratura scritta e, il pi delle volte, caratteristiche di societ
rurali.
. Nellanalisi di una parlata o di unarea linguistica per Gilliron fondamentale
chiarire lintimo meccanismo e le ragioni alla base dei mutamenti cui esse vanno soggette
nel tempo; le diverse innovazioni vengono perci da lui spiegate ricostruendo il processo
mentale che ha determinato il loro sorgere e il loro diffondersi allinterno di una comunit
di parlanti o di unintera area (Grassi, ).
. La prima carta linguistica del Wenker del .
. Wenker ed i suoi collaboratori mandarono oltre . questionari ai maestri delle
scuole popolari, che li compilarono traducendo una serie di frasi dal tedesco standard
nel loro dialetto; tra il ed il il gruppo (Wenker mor nel ) disegn, a mano,
oltre . carte linguistiche che contenevano tutte le realizzazioni dialettali dei fonemi

. Lingue e geografia

Gilliron aveva intanto avviato la pubblicazione di un piccolo atlante


linguistico relativo ad unarea della Svizzera di lingua francese; successivamente, tra il e il , insieme a Edmond Edmont, pubblic a
Parigi lAtlas Linguistique de la France, ritenuto a ragione il primo vero
atlante linguistico.
La Geografia linguistica di Jules Gilliron rinnov profondamente
lo studio delle lingue e forn nuovi strumenti di indagine allanalisi
delle trasformazioni in materia; con il suo atlante, egli impose definitivamente, infatti, il principio della ricerca sul terreno, il rilevamento
dei dati alla fonte (cio, per le lingue vive, il contatto diretto con i
parlanti) ed il metodo della rappresentazione cartografica .
Sulla scia dei lavori di Ascoli, Gilliron, Wenker e di altri studiosi
che intrecciarono la prospettiva geografica con quella storica, ricostruendo le vicende territoriali delle lingue attraverso un metodo
sempre meglio definito, la Geografia linguistica lo studio, cio,
della distribuzione dei fenomeni linguistici nello spazio, al fine di descriverne i mutamenti e chiarirne modalit e cause divenne ben
presto un ramo a s delle scienze linguistiche . Aumentarono carte e
atlanti e, insieme ad essi, crebbero le considerazioni di tipo spaziale
che i linguisti facevano a proposito della distribuzione territoriale
del sistema del medio altotedesco (nei diversi contesti fonetici offerti dalle diverse frasi).
Unopera, dunque, di grande valore storico, ma non solo: nonostante let dei dati ed il
metodo indiretto dellindagine, limmagine della strutturazione diatopica risulta valida
anche per i dialetti attuali. Proprio per questo motivo si sta cercando di ovviare con gli
strumenti tecnici di oggi alle limitazioni che ostacolarono la pubblicazione integrale di tale
atlante.
. Ogni carta contiene, in corrispondenza con ciascun punto di indagine, le risposte
alla domanda del questionario che d il titolo alla singola carta: come suoni in ciascun
punto una parola, una frase, un concetto. La rappresentazione sincronica ha, per, per
Gilliron anche un significato diacronico, dal momento che la distribuzione di una certa
forma al momento dellindagine sul territorio considerato pu consentire di ricostruire la
storia di quella stessa forma nel tempo.
. Linteresse per il nuovo metodo fu tale che nel il Gilliron pubblic unopera intitolata Etudes de gographie linguistique utilizzando per la prima volta lespressione
geografia linguistica.
. La Geografia linguistica ha osservato Grassi () si svilupp come disciplina
autonoma nel momento in cui, nella rappresentazione cartografica dei fenomeni linguistici,
i confini tra un dialetto e laltro vennero messi in rapporto con i confini topografici, politici,
culturali e storici; quando, cio, i centri di innovazione linguistica vennero identificati con
quei centri ai quali le comunit umane hanno assegnato una funzione preminente nella
vita sociale come luoghi di produzione, di incontro e di scambio, o come sedi del potere
politico, amministrativo, religioso, culturale.

Lingue e spazi

delle variet dialettali, e le opere realizzate si rivelarono strumenti


di grande importanza per la comprensione di tutta una serie di fenomeni. Venne cos emergendo che, nella gran parte dei casi, parole e
pronunce simili non erano distribuite casualmente nello spazio, ma
risultavano tendenzialmente pi diffuse in particolari aree, e che era
possibile tracciare sulla carta delle linee separanti fenomeni linguistici omogenei da altri diversi; tali linee furono definite isoglosse se
erano riferite a fenomeni lessicali, isofone, invece, se si riferivano a
delle pronunce . Il loro tracciato metteva in risalto sia le diverse aree
dialettali che i rapporti esistenti tra aree dialettali simili e contigue;
le linee di confine indicanti i limiti di una particolare caratteristica
linguistica consentivano infatti di rappresentare la distribuzione dei
fatti linguistici nello spazio, ed il confronto delle carte permetteva di
evidenziare le analogie distributive e di individuarne le correlazioni.
Considerate nel loro insieme, pi isoglosse mostravano lespressione spaziale di determinate regioni dialettali, che a loro volta potevano
riflettere barriere, confini politici o flussi migratori del passato che
avevano portato con s un determinato lessico e una determinata pronuncia. La comparsa di fasci di isoglosse derivanti dalla fusione di pi
carte evidenziava, a sua volta, zone di interferenza tra i fenomeni e
vere e proprie soglie linguistiche: dove si riscontrava il cambiamento
simultaneo di una serie di fatti di lingua, si poteva cercare un confine tra parlate. Il linguista, per, avrebbe dovuto guardarsi dal dare
uninterpretazione meccanica di tali carte, e avrebbe dovuto evitare di
compiere valutazioni qualitative basate sul sovrapporsi di dati quantitativi; soltanto attraverso unindagine diretta, infatti, sarebbe riuscito
a spiegare il passaggio da un sistema linguistico allaltro, e soltanto
dopo aver fatto ci avrebbe potuto selezionare i fatti pi appropriati e
rappresentarli attraverso una carta di sintesi (Breton, ).
Losservazione dellandamento spaziale delle isoglosse collegata ad altri caratteri, sia fisici (un fiume o una catena montuosa, per
esempio) che antropici (come la presenza di una certa forma di insediamento) consentiva di comprendere alcune delle connessioni tra
fenomeni prettamente linguistici ed aspetti geografici pi generali,
e di rilevare le relazioni esistenti tra lespressione parlata e le diverse

. Oggi, per, si preferisce parlare di isoglosse in tutti e due i casi.

. Lingue e geografia

forme di organizzazione del territorio ; questo metodo, inoltre, si


rivelava particolarmente valido nello studio dellevoluzione storica
delle lingue .
Lanalisi della diffusione di certe parole, espressioni o significati
poteva, cos, essere messa in relazione con certe usanze materiali
o culturali o poteva rivelare flussi, influenze, parentele: chi studia la
diffusione spaziale di un fenomeno prende in considerazione la solidit
degli ostacoli incontrati, la forza dei vettori, la perdita di energia dei
flussi, il ruolo delle interferenze esterne, e un linguista, rilevando la
distribuzione di un determinato fenomeno (o di una parlata), non pu
non chiedersi di pi a proposito del ruolo di una via di comunicazione,
di un centro urbano, di un confine, cos come non pu non farsi
delle domande sulla presenza di un gruppo umano o sulle origini
di unusanza (id., ). Non pu, cio, non valutare le correlazioni
esistenti tra fatti linguistici e fenomeni di altra natura (culturali, storici,
geografici, ecc.).
Era soprattutto passando dallanalisi dei caratteri interni di una lingua (suono, lessico, grammatica) allo studio dei suoi caratteri esterni
(estensione, uso, funzione sociale) che i rapporti tra le diverse discipline si facevano pi proficui; a questo punto, infatti, il contributo
scientifico del linguista poteva essere messo a frutto dalletnologo, dal
sociologo, dal geografo.
.. Tra Linguistica spaziale e Geografia delle lingue
Negli anni venti, quando forte era linfluenza del positivismo e in ambito geografico prevaleva il determinismo , la Geografia linguistica
. La continuit territoriale di una forma linguistica ed il passaggio graduale da una
forma ad unaltra possono avere una spiegazione nella maggiore o minore continuit delle
forme dellorganizzazione territoriale, siano queste dovute a fenomeni fisici o a fattori
sociali (le tipologie insediative, la struttura economica, le vicende storiche, ecc.).
. Notava il glottologo toscano Gino Bottiglioni nel che al linguista occorre una
rappresentazione fedele dellarea di diffusione di una certa lingua per ricostruirne la storia;
le carte possono aiutare a far luce sui problemi storici relativi a due forme simili e sono
utili a dimostrare la possibile direzione sul territorio di una variante linguistica.
. Erano gli anni in cui si constatava come molte spiegazioni relative alle divisioni
linguistiche derivassero dalla morfologia terrestre, e come le vie di comunicazione e i
confini politici influissero sulla diffusione delle parlate.

Lingue e spazi

assunse in Italia la denominazione di neolinguistica ; un po di tempo


dopo, nel , Matteo Bartoli esponente di primo piano degli studi
glottologici in Europa sugger, senza troppa fortuna, di modificarla
in linguistica spaziale, volendo sottolineare limportanza che aveva in
materia lanalisi territoriale senza, per, adoperare una denominazione (geografia linguistica) che desse lidea di interferenze non chiare
con le scienze geografiche.
La distinzione fra la Geografia linguistica rientrante nellambito
delle scienze glottologiche e consistente nellapplicazione di forme
prettamente geografiche (cartografia) alla rappresentazione e allo studio dei fenomeni linguistici e la Geografia delle lingue che cosa,
come vedremo meglio pi avanti, diversa , in realt, ancora oggi
poco chiara, e lo anche per molti geografi. Quello che va ribadito fin
dora che per analizzare la distribuzione spaziale dei fatti di lingua il
linguista utilizza lo strumento cartografico e studia le correlazioni ed
i legami di causalit tra fenomeni territoriali diversi: si serve, quindi,
del metodo geografico. Il lavoro del geografo, invece, comincia l
dove termina quello del linguista: egli prende in considerazione le diverse parlate in quanto fenomeno culturale caratterizzante un gruppo
umano, una societ.
Nellambito dello studio spaziale delle lingue, Bartoli fu colui che pi
si avvicin alla Geografia, formulando una serie di considerazioni che
presentavano interessanti contenuti geografici. Nuovi termini egli
not non entrano a far parte di una lingua contemporaneamente in
tutta larea in cui tale lingua viene parlata, ma si diffondono gradualmente; dal momento che la principale fonte di acquisizione di parole nuove
sono i contatti con persone di altri Paesi, e che questi contatti si verificano pi facilmente nelle citt, le innovazioni vengono adottate prima
in ambito urbano e poi nelle campagne. Anche in campo linguistico,
quindi, lambiente urbano si dimostra maggiormente innovativo.
Tutto ci, oggi, potrebbe sembrarci ovvio; non lo era, per, quando
Bartoli muovendo proprio dallosservazione che levoluzione di
una forma linguistica non contemporanea in tutta la sua area di diffusione, in quanto esistono zone pi ricettive ed altre pi conservatrici
. Tale denominazione fu scelta in polemica con lo schematismo dogmatico dei neogrammatici e le interpretazioni materialistiche dei processi evolutivi del linguaggio, per
affermare la necessit di interpretare unitariamente i fatti linguistici, lessicali o fonetici (cfr.
Garavelli Mortara, ).

. Lingue e geografia

elabor le sue norme areali. Le tre che qui ci interessano affermano


che:
se di due forme linguistiche una si trova in unarea isolata e
laltra in una zona di pi facili comunicazioni con lesterno, la
prima pi antica (o, invertendo i termini, quella parlata nella
zona pi accessibile la pi recente);
se in una regione esistono due forme della stessa lingua (una
nelle aree periferiche della regione e laltra in quelle centrali),
quella che si trova nellarea centrale pi recente, quella che si
trova nelle aree periferiche pi antica;
se di due forme linguistiche una usata in unarea pi ampia
dellaltra, quella la pi antica.
La spiegazione alla base di queste norme facilmente intuibile e
pu essere applicata anche alla diffusione nello spazio di altre innovazioni, non riguardanti necessariamente la lingua. indubbio, infatti,
che tendenzialmente unidea innovativa si diffonda secondo e lungo
le vie di comunicazione, che il centro (non necessariamente quello
geometrico) recepisca pi facilmente le innovazioni per effetto dellazione centripeta che esercita sui sistemi di diffusione delle idee, e
che le novit vengano in genere accolte in una zona determinata da
cui poi si diffondono sul territorio. Va detto, comunque, che sono
le prime due norme a poter essere maggiormente supportate con
esempi concreti .
La norma dellarea isolata sostenendo che le forme linguistiche si conservano pi a lungo invariate in quelle regioni che
sono meno esposte agli scambi con lesterno senzaltro convincente; basterebbe considerare la citt come zona di pi facili
comunicazioni e la campagna come zona isolata per ritrovare le
osservazioni da cui siamo partiti. Ne abbiamo in Italia unottima
dimostrazione: quella rappresentata dal sardo, lingua nella quale
si conservano numerosi arcaismi. Mentre in italiano, ad esempio,
i termini per indicare domani, casa e grande derivano tutti
. Bartoli formul cinque norme areali, ma qui prendiamo in considerazione solo le
tre che risultano interessanti da un punto di vista geografico.
. Questo spiega come mai le idee di Bartoli, per quanto criticate, abbiano incontrato
un certo favore tra i geografi, che ne hanno constatato in pi casi la validit.

Lingue e spazi

dal latino tardo (rispettivamente de mane, casa e grandis), in sardo,


invece, la derivazione dal latino arcaico (cras, domus e magnus) permane negli attuali kras, domo e mannu (Bellezza, ). Similmente,
lisolamento dellIslanda, unito ad una solida cultura scritta, ha reso
possibile uneccezionale conservazione della lingua originale, che
rimasta sostanzialmente invariata negli ultimi mille anni, tant che,
di fatto, oggi un islandese capace di leggere senza troppe difficolt
anche una saga del XIII secolo; per lo stesso motivo, daltra parte,
alcune particolarit grammaticali che in altre lingue germaniche
sono andate attenuandosi sono rimaste invece immutate nella lingua
islandese.
La seconda delle norme citate quella dellarea centrale potrebbe, a prima vista, sembrare in contraddizione con la precedente,
in quanto si potrebbe essere portati a pensare che le aree periferiche
siano pi esposte ai contatti con lesterno e che, quindi, costituiscano
le zone in cui lo scambio con altre lingue pi intenso. In realt, la
norma asserisce che tra due diverse forme di una lingua, parlate una
in periferia e laltra nel centro, quella che si trova nellarea centrale
pi recente, ma fa riferimento non tanto al centro geometrico, quanto
piuttosto a quello culturale ed economico: qui, infatti, che avvengono i pi frequenti scambi con lesterno, produttivi di innovazioni
linguistiche . Lesempio che si fa generalmente a tal proposito quello delle lingue parlate nel territorio dellex impero romano: lingue
derivanti dal latino e diffuse in unarea compresa tra il versante atlantico della penisola iberica, ad ovest, e la costa rumena sul Mar Nero ad
est. Ebbene, molti dei concetti espressi in italiano (o in francese, lingua
di unarea in pi diretto contatto con Roma, centro di diffusione della
lingua latina) con termini derivanti dal latino tardo rivelano invece
in castigliano o in rumeno una derivazione dal latino classico. Se in
Italia, ad esempio, parliamo di tavolo e in Francia di table (dal latino
recente tabula), in Spagna per indicare lo stesso concetto si usa mesa e
in Romania masa, vocaboli entrambi derivanti dal latino classico men. Allo stesso modo larticolo sardo su discende dal latino ipse, mentre litaliano il
deriva da illud, entrato in uso successivamente.
. Anche in periferia si entra in contatto con nuovi termini, ma queste zone sono
molto meno aperte alle innovazioni e non sono in grado di svolgere quella funzione di
centro di irradiazione culturale che occorre affinch le nuove acquisizioni si diffondano nel
resto del territorio.

. Lingue e geografia

sa; e mentre Italiani e Francesi riprendono il latino tardo plus laddove


utilizzano pi e plus, gli Spagnoli sia catalani che castigliani fanno
riferimento al latino classico magis nel loro mas (ivi, p. ). Le eccezioni
a queste norme sono numerose, ma le critiche sarebbero ammissibili
se Bartoli le avesse definite leggi dal valore assoluto; ritenendole invece semplici norme, cio linee tendenziali per spiegare determinati
fenomeni, esse mostrano di avere una buona validit, consentendoci
di trarre da esse delle conclusioni con probabilit maggiore di altre.
Quello che va detto, inoltre, che da allora la Linguistica spaziale ha
attinto dalla Geografia sempre pi spunti per i suoi studi.
Lorigine linguistica dello studio geografico delle parlate ha inciso
sui successivi sviluppi del rapporto tra scienze linguistiche e Geografia; daltronde, finch il metodo geografico fu adoperato soltanto
come uno strumento per capire meglio i fenomeni linguistici, era abbastanza difficile che si guardasse ai relativi dati come a degli elementi
di un discorso pi ampio. Gli sviluppi della Linguistica contemporanea inducendo a riconsiderare quelle concezioni ottocentesche
secondo cui le lingue sarebbero varianti di un unico sistema, semplici sfaccettature di una specie di metalingua universale resero
comunque inevitabile un rinnovamento della Geografia culturale
(Breton, ). Se lottica precedente, infatti, portava a minimizzare
le differenze culturali, le nuove concezioni tendevano a rivalutare il
ruolo della lingua nella formazione delle strutture mentali, culturali
ed etniche. Daltra parte, la successiva evoluzione della Geografia ed
il suo interesse, sempre maggiore, nei confronti dei fenomeni sociali
avrebbero inevitabilmente portato i geografi ad approfondire lo studio
di quei raggruppamenti umani che traggono i loro caratteri da comportamenti culturali e sociali omogenei e che, stabilendo un rapporto
preciso col territorio in cui vivono, divengono delle entit regionali,
individuano cio delle regioni culturali.
Il primo, comunque, a comprendere che la lingua aveva interesse
anche per il geografo fu un portoghese, Carlos M. Delgado de Carvalho, che negli anni quaranta distinse in modo chiaro la Geografia
linguistica dalla Geografia delle lingue, e attribu alla Geografia delle
lingue il compito di analizzare la formazione delle aree di distribuzione di determinate parlate, rapportando la nascita e levoluzione di

Lingue e spazi

queste agli eventi sociali ad esse collegati . Egli, inoltre, fu il primo ad


attribuire un significato realmente geografico alla regione linguistica,
considerandola non pi solo come area di diffusione di un fenomeno
linguistico, ma intendendola come vera e propria regione culturale al
cui interno laggregazione sociale massima (perch il comune sistema di pensiero consente il pi alto livello di coesione interpersonale) e
la circolazione delle idee e delle innovazioni si realizza con maggiore
velocit e capillarit.
Ogni lingua corrisponde ad una particolare organizzazione dei dati
dellesperienza , e ciascun gruppo umano elabora la sua cultura attraverso lo scambio di idee e di informazioni reso possibile dalla comune
forma di espressione. Il sistema linguistico del gruppo rappresenta,
quindi, il mezzo attraverso cui la diffusione delle innovazioni trova
un campo di espansione permeabile e veloce . Poich, daltra parte,
quanto pi ampio e compatto il gruppo, tanto pi sono garantiti
il suo benessere e la sua sicurezza, gli individui si danno da fare per
cercare di estendere e codificare sempre meglio i mezzi di contatto e
comunicazione con gli altri, cos da rendere pi forte, coesa e meglio
organizzata la comunit cui appartengono.
Alla base di ogni regione umana c allora un codice comune
di comunicazione che riflette il momento costruttivo originario di
quella regione e che, nelle sue successive trasformazioni, ne rispecchia
levoluzione . Lanalisi dellestensione territoriale di ciascun codice,
. Per dare una definizione precisa della Geografia delle lingue si incontrano notevoli
problemi concettuali. Difficile trovare un criterio oggettivo per poter distinguere una
lingua da un dialetto, e non esiste un accordo generale neanche sulla definizione di lingua
madre. Passando, poi, dallambito pi propriamente linguistico a quello geografico, a
queste si aggiungono le difficolt derivanti come abbiamo visto dal rapporto tra
gruppi umani parlanti lingue diverse, che chiamano in causa concetti come nazione,
Stato, etnia, minoranza (Bellezza, ).
. Il passaggio da una lingua allaltra non pu avvenire senza difficolt: esso implica la
familiarizzazione con un nuovo sistema di significati e, quindi, con un diverso modo di
pensare e di sentire.
. In unarea uniforme dal punto di vista linguistico non ci sono ostacoli di grande
portata, e tutti possono partecipare al comune patrimonio spirituale e conoscitivo. Ai confini
dellarea linguistica, invece, le innovazioni incontrano una barriera che pu essere superata
soltanto attraverso la traduzione da una lingua allaltra, che comporta una deformazione
del messaggio e ne rallenta la diffusione. I limiti delle aree linguistiche definiscono degli
spazi al cui interno lazione delluomo riesce a dare unimpronta particolare allambiente.
. Talvolta i codici di comunicazione sono pi di uno: le esigenze di contatto e di organizzazione oggi considerevolmente ampliatesi possono infatti indurre certi gruppi a

. Lingue e geografia

della sua forza, della sua complessit, dei suoi utilizzi, della sua capacit
di aggregare altre persone, della sua evoluzione, costituisce una parte
importante della Geografia umana, perch porta ad osservare uno
degli aspetti fondamentali dellazione creativa delluomo. La lingua ha,
insomma, un suo preciso momento geografico: lattivit costruttiva e
organizzativa delluomo trova un riflesso in essa, e il geografo pu,
attraverso di essa, individuare la rete di correlazioni che legano un
gruppo sociale agli altri e allambiente (Barbina, ).
Il geografo considera la lingua come parte fondamentale della cultura; ne indaga la distribuzione spaziale e i flussi, ne esamina i vettori
(gli individui, ma anche i libri e i mezzi di comunicazione di massa);
raccoglie le informazioni statistiche necessarie ad unanalisi quantitativa.
Osserva le diverse situazioni spaziali che incontra: la diffusione pi
o meno omogenea, la maggiore o minore espansione, i confini pi
o meno netti, le frammentazioni e le isole; abituato ad individuare
le correlazioni con fenomeni umani di ordine diverso (storici, sociali, economici) e col quadro fisico di riferimento . Pu comprendere,
inoltre, come un tratto culturale del genere abbia potuto espandersi,
sopravvivere o fissarsi in un determinato ambiente o in pi ambienti
e come lo abbia fatto rispetto ad altri caratteri, culturali, sociali o
economici. Continuamente, per lampiezza del campo di ricerca, deve
chiedere aiuto ad altre discipline, ma proprio attraverso lausilio di
altre esperienze scientifiche che il suo metodo si dimostra assai utile
nello studio di quei fattori che hanno portato lo spazio ad adottare certe
strutture (sociali, politiche, amministrative, economiche) e nellanalisi
dei processi che modificano queste strutture.

diventare plurilingui per poter prendere parte alle vicende sociali di aree culturalmente
diverse.
. Breton sottolinea, ad esempio, come non si possa non notare il fatto che in ciascuna
delle quattro regioni biogeografiche in cui suddivisibile lIndia meridionale siano nate le
quattro grandi lingue dravidiche: il malayalam della costa occidentale esposta al monsone, il
tamil delle pi asciutte pianure orientali dominate dal monsone dinverno, il kannada degli
altipiani nordoccidentali, pi freddi e umidi, il telugu delle pi calde zone del nordest.

Lingue e spazi

.. Gli strumenti dellanalisi


... I censimenti linguistici
La lingua come si detto uno degli elementi essenziali di
una comunit etnica; essa, daltra parte, ha unimportanza considerevole anche nella formazione del sentimento nazionale . Non un
caso, allora, se lidea di nazione la pi rivoluzionaria dellEuropa
dellOttocento, quella che riusc a trasformare completamente nel
giro di un secolo la carta politica ebbe un preciso contenuto linguistico. Quando, poi, la nazione riusc a trovare una realizzazione
dal punto di vista territoriale ed amministrativo, diventando, quindi,
Statonazione, la questione della lingua acquis una precisa connotazione geografica, ed il principio della cuius regio eius religio che aveva
dominato allepoca della Riforma protestante quello che obbligava
i sudditi a seguire la religione del proprio principe, sancendo quindi una coincidenza fra confessione e territorio venne in sostanza
trasformato in unaltra imposizione, in base alla quale chi, abitante
di un certo territorio statale, parlava una lingua diversa da quella nazionale rappresentava un pericolo, e doveva perci cambiare il suo
modo di esprimersi (si potrebbe dire, pertanto, cuius regio eius lingua).
Da allora il problema della lingua nazionale ha assunto una notevole
importanza e tuttora, bench a livello nazionale ed internazionale sia
generalmente garantito ad ogni individuo il diritto di usare la propria
parlata, in certi Stati continua ad essere forte la preoccupazione di far
coincidere con apposite politiche larea amministrativa nazionale con
quella linguistica .
Per valutare la diffusione delle lingue e la consistenza di eventuali
. Il nazionalismo inteso nel significato di movimento politico finalizzato alla creazione
di uno Statonazione o comunque alla rivendicazione di unautonomia politica un
fenomeno storicamente recente; il concetto and precisandosi in Europa nel corso del XIX
secolo, da quando lideale romantico e liberistico mostr che il modello di Stato imperiale
negava lidea di libert che si stava invece diffondendo. Fu comunque soprattutto la cultura
romantica tedesca del SetteOttocento, da Herder a Fichte, ad esaltare la nazione in quanto
comunit naturale unita da legami indissolubili di lingua, cultura e sangue e a vedere in
essa il principio basilare di ogni organizzazione sociale e politica.
. Ne sono derivate forme di oppressione pi o meno marcate sia delle minoranze
nazionali che delle comunit etniche alloglotte allinterno di molti Stati e, in conseguenza
di ci, una lunga serie di contestazioni.

. Lingue e geografia

gruppi alloglotti presenti sul territorio sono stati generalmente adoperati i censimenti, adattati con alcuni accorgimenti per registrare, oltre
ai dati demografici e sociali, anche certi caratteri culturali della popolazione. A dire il vero, per, pur effettuando ormai praticamente tutti
gli Stati del mondo delle rilevazioni statistiche per valutare consistenza
e struttura della popolazione, solo alcuni vi includono anche una parte
relativa alle lingue; inoltre, anche quando si provvede a questo tipo di
rilevazioni, non sempre i dati risultano tra loro confrontabili.
Lindicatore utilizzato nella maggior parte dei casi la lingua materna, ma anche su questa definizione vi sono alcune discordanze, a
seconda che si adotti il criterio dellanteriorit cronologica (in base al
quale tale la lingua che ognuno di noi apprende per prima) o quello
delluso continuativo (per cui la lingua materna quella che si continua
a parlare e, soprattutto, nella quale si pensa). Ad ogni modo, quale che
sia il criterio prescelto , si generalmente daccordo sullimportanza
della madrelingua quale indice di appartenenza dellindividuo ad un
gruppo.
Meno frequente il censimento delle seconde lingue, molto significativo qualora venga condotto congiuntamente a quello della lingua
materna ; in certi casi, invece, viene rilevata lattitudine a parlare determinate lingue (una lingua nazionale o una parlata locale minoritaria).
Nei Paesi ove diffuso il plurilinguismo, la ripartizione degli abitanti
in base alle diverse classi possibili (di bi, tri o quadrilinguismo) pu
mostrare i differenti percorsi dellacculturazione. Nella popolazione
alfabetizzata, infine, possibile rilevare, accanto alla parlata materna
e a quella sussidiaria, la capacit di leggere e scrivere in una certa
lingua. Tutti i dati, comunque, possono essere adoperati solamente
dopo una verifica dei criteri utilizzati per qualificare le parlate. Forte ,
infatti, il contenuto politico dei censimenti che rilevano lappartenenza etnolinguistica, spesso effettuati in sostegno o contro richieste di
. Il pi delle volte si prende in considerazione il criterio della prima acquisizione;
la stessa Commissione della Popolazione dellONU definisce la lingua materna come la
lingua parlata in famiglia da un individuo nella sua prima infanzia.
. Sono pochi i Paesi che rilevano accanto alla lingua madre la lingua usuale
domestica, permettendo la misurazione, per esempio, delle differenze tra infanzia ed et
adulta. In alcuni Paesi si censiscono invece anche la lingua o le lingue sussidiarie, cos da
poter valutare la diffusione di ogni lingua al di fuori del suo gruppo etnico e limportanza
del bilinguismo.

Lingue e spazi

tutela o precise rivendicazioni nazionalistiche; ed facile intervenire


sulle tecniche di rilevamento cos da indirizzare i risultati verso una
determinata direzione .
Un primo problema deriva dalla scelta del momento in cui effettuare un censimento. Se, infatti, la rilevazione dovesse avvenire in un
periodo in cui condizioni economiche o azioni politiche hanno reso
critiche le condizioni di una comunit, risulterebbe in un certo senso
ufficializzata una situazione di minorit . Una difficolt ancora maggiore, per, discende dal fatto che lappartenenza di un individuo ad
un certo gruppo linguistico pu essere rilevata o dufficio, in base a
degli indicatori dati per sicuri, o mediante opportune domande alla
popolazione; e se facile capire perch il primo metodo si presti facilmente a manipolazioni, altrettanto vero che anche il modo in cui
vengono formulate le domande pu celare alcune trappole. Qualora
si voglia valutare, infatti, la presenza di alloglotti in un certo territorio,
si potr chiedere a ciascuno qual la sua lingua materna dato di
base costitutivo della personalit oppure qual la lingua che parla
abitualmente o quella che conosce o quella che usa con gli altri, ed
i risultati cambieranno a seconda dei casi. Si potr far rivivere una
situazione ormai in declino (e la domanda in questo caso riguarder
la lingua materna o quella usata in famiglia, perch queste tendono a
rimanere in vita indipendentemente dalle pressioni esterne); si potr,
al contrario, far risaltare una situazione in atto e non quella originaria
di un gruppo (si chieder allora la lingua adoperata nei rapporti extrafamiliari o nellistruzione); o, ancora, si potr mettere in evidenza una
situazione enfatizzata con pressioni politiche (in tal caso verr chiesto
ad ognuno qual la lingua che ritiene pi importante o quella che
preferisce, perch chiaro che chi risente, a causa del suo modo di
esprimersi, di un complesso di inferiorit indicher quella maggioritaria). Ancora, si potr chiedere che lingua parli?, che lingua sai
. I dati possono essere manipolati per dimostrare lirrilevanza (o linesistenza) di una
comunit etnica, ma anche possibile far risaltare il numero dei membri di un gruppo,
cos da farlo sembrare pi vitale di quanto effettivamente sia.
. Barbina () ricorda a tal proposito che nel la Commissione speciale incaricata
di predisporre la legge di tutela della comunit slovenofona in Italia propose di effettuare
un censimento per misurare la consistenza numerica di questa comunit; i rappresentati
sloveni, per, bloccarono subito la proposta, in quanto essa, quantificando gli slovenofoni
in Italia dopo quasi un secolo di oppressione linguistica, avrebbe fornito un risultato falsato.

. Lingue e geografia

parlare? o sei capace di capire quella lingua?, e, a seconda dei casi,


si potranno ottenere risultati diversi .
Prendiamo il caso del Belgio, Paese che la questione linguistica
ha pi volte rischiato di spaccare in due. Il primo censimento linguistico venne qui effettuato nel , e in quelloccasione venne
domandato ai cittadini qual era la lingua che parlavano abitualmente; dal momento, per, che molti di loro adoperavano abitualmente
tanto il francese quanto il fiammingo, la lingua duso fu rilevata secondo criteri alquanto discutibili: a Bruxelles, ad esempio, vennero
registrati come parlanti francese gli abitanti dei quartieri centrali
ed i padroni, come parlanti fiammingo quelli della periferia ed i
servi. Fu proprio attraverso questo censimento, daltra parte, che
i neerlandesi fiamminghi si accorsero della loro forza numerica,
tant che nella successiva rilevazione () il governo composto prevalentemente da francofoni prefer eliminare ogni
domanda di tipo linguistico. Tra il e il fu chiesto semplicemente quali fossero le lingue conosciute; lintroduzione del
bilinguismo nella pubblica amministrazione rese indispensabile,
per, unindagine pi accurata, che consentisse di sapere qual era la
lingua maggioritaria nei singoli distretti. Vi furono discussioni e polemiche i Valloni sostenevano che si dovesse chiedere la lingua
principale, i Fiamminghi la lingua propria (e quale avrebbero
scelto i bilingui fra una lingua ritenuta di prestigio e unaltra usata
abitualmente?) e alla fine, nel , si decise, per non favorire
nessuna delle due comunit, di far riferimento alla lingua parlata
pi frequentemente. Successivamente, nel , venne introdotto
il principio che limpiego di una lingua nella pubblica amministrazione periferica fosse ancorato ai risultati del censimento; dopo
la rilevazione del , per, inquinata da pesanti interferenze, e le
conseguenti dure polemiche fra Valloni e Fiamminghi, il Belgio
. Nel Regno Unito, ad esempio, dopo lintroduzione delle leggi a tutela delle lingue
celtiche in Scozia e Galles, il censimento fatto chiedendo sei in grado di parlare gallese
(o gaelico scozzese)?, cos da registrare come appartenenti ai due gruppi linguistici anche
coloro che tali lingue non parlano pi ma che le conoscono in parte. Anche in Irlanda si
cerca di far risaltare il numero dei parlanti gaelico rilevando la capacit, e non luso effettivo,
di esprimersi in tale lingua.
. Come unica lingua dellamministrazione, dellesercito e del Parlamento, il
francese godeva di un prestigio nettamente superiore al fiammingo, relegato alluso
vernacolare, e anche nellistruzione scolastica la sua supremazia era indiscussa.

Lingue e spazi

ha rinunciato a compiere indagini ufficiali e ha adottato un regime


di bilinguismo indipendente dalla consistenza numerica dei due
gruppi (Barbina, ).
Per quanto riguarda lItalia, invece, hanno riportato dati relativi
alle lingue i censimenti della popolazione del , , e ,
pi quelli a partire dal ; soltanto, per, nel primo censimento
dello Stato unitario al fine di osservare la complessa situazione
etnolinguistica del nuovo Stato venne fatta a tutti i cittadini una
domanda sulla lingua da loro usata. La difficolt di rilevare esattamente
le diverse parlate locali, unita alla scarsa preparazione dei rilevatori, alla
poca dimestichezza della popolazione con i censimenti e allambiguit
delle domande resero, tuttavia, i risultati cos poco attendibili che
si prefer dare ad essi non troppo risalto. Nel e nel furono
compiute rilevazioni (sempre attraverso losservazione diretta dei
rilevatori) solo per i comuni in cui gi era nota la presenza di gruppi
parlanti una lingua straniera; dieci anni dopo, invece, la tecnica di
rilevamento fu cambiata nuovamente: lindagine riguard i comuni
in cui risiedevano famiglie alloglotte e il quesito riguard la lingua
duso del capofamiglia, che veniva poi estesa automaticamente a tutti
i componenti del nucleo familiare; a tutti costoro si chiese, inoltre, se
erano in grado di esprimersi anche in italiano o in uno dei dialetti del
Paese (id., ). Durante il fascismo la cui politica in materia fu
incentrata sulla rigida battaglia contro i forestierismi, la repressione
xenofoba delle minoranze etniche e la polemica antidialettale venne
impedita qualsiasi rilevazione a carattere linguistico; soltanto dal , e
solo nei territori delle province di Bolzano e di Trieste, ci si interess
di nuovo degli alloglotti: allora si chiese di indicare quale fosse la
lingua adoperata in famiglia; dal , invece, si richiesto di precisare
il gruppo linguistico di appartenenza.
Accanto ai censimenti etnicolinguistici che risultano, quindi,
spesso difficili da confrontare a causa delle diverse metodologie adottate
e del diverso spirito con cui sono stati condotti ci possono essere
delle valutazioni fatte con criteri differenti da organi ufficiali o da enti
sorti per la tutela delle comunit minori; tali valutazioni, per, possono
presentare risultati estremamente variabili (e spesso poco attendibili) a
seconda di chi le ha effettuate e delle finalit per cui sono state compiute.
Altre volte, invece, si rendono necessarie delle ricerche dirette sui diversi
usi orali (e talvolta anche su quello scritto) delle lingue.

. Lingue e geografia

Daiuto nella valutazione della diffusione di una lingua possono


essere i dati sulla tiratura di libri, giornali e periodici, e in particolare
quelli riguardanti la tiratura e la vendita, a seconda delle localit, delle
edizioni in lingua diversa di una stessa testata. In aggiunta, si potrebbe
fare attenzione anche ai mezzi audiovisivi: alle lingue, cio, della radio e della televisione, a quelle dei film (con leventuale necessit di
doppiaggio o sottotitoli), cos come al pubblico delle varie emittenti.
Accanto alluso comune, pi o meno libero e spontaneo, si dovrebbe
comunque valutare anche lutilizzo ufficiale (e dunque essenzialmente normativo) di una lingua leggi e regolamenti, insomma, che
codificano limpiego delle lingue, sia limitandolo che tollerandolo
cos come lo status giuridico delle diverse parlate nella pubblica amministrazione. E pi di ogni altra indicazione, a tal proposito, sarebbe
rivelatrice listruzione: i dati relativi alle lingue insegnate possono infatti fornire utili indicazioni sugli orientamenti dei governi e le tendenze
delle popolazioni (che non sempre coincidono) e far emergere lesistenza di situazioni di disparit gerarchica nelluso sociale delle lingue
stesse.
... La rappresentazione cartografica
La lingua una variabile geografica, ed ogni contesto di interazione sociale pu essere caratterizzato da differenze linguistiche anche
minime rispetto agli altri. Tali differenze di pronuncia, vocabolario e
significato delle parole tendono ad aumentare con la distanza da un
determinato punto; segnate su una carta, consentono di definire le
caratteristiche ed il modello spaziale di dialetti e lingue. La Geografia, daltra parte, in quanto analisi dei rapporti nello spazio, procede
essenzialmente attraverso la cartografia e la carta pu costituire contemporaneamente lo strumento di base ed uno degli obiettivi della
ricerca in materia.
Si detto precedentemente dellAtlante del Gilliron; subito dopo
questo, vi fu un fiorire di altri strumenti cartograficolinguistici . Si
trattava, in sostanza, di volumi formati da numerose carte, su ognuna
. Si pensi, per il nostro Paese, allAtlante Linguistico Italiano (i cui lavori furono iniziati
nel ), promosso dalla Societ Filologica Friulana, affidato prima della Seconda guerra
mondiale a Matteo Bartoli e Giuseppe Vidossi e poi interrotto e ripreso pi volte, e a
tutta una serie di atlanti regionali o locali.

Lingue e spazi

delle quali veniva riportata la distribuzione e la localizzazione delle


forme linguistiche che un concetto scelto in precedenza assumeva
nei punti indagati; in questo modo si poteva ottenere una visione
dinsieme di tutte le realizzazioni dialettali di una parola o una frase in
un determinato territorio preso in considerazione .
Le carte che compongono un atlante linguistico possono essere
classificate in almeno tre gruppi a seconda degli aspetti che intendono
rappresentare: pu trattarsi, infatti, di carte fonetiche, che mostrano
le diverse pronunce di uno stesso suono; di carte lessicali, indicanti,
cio, le varianti lessicali adoperate per esprimere uno stesso concetto;
o di carte linguistiche propriamente dette, utili nello studio di fonemi,
parole, ma anche di forme e costruzioni, e superiori alle altre quanto
a ricchezza degli elementi contenuti e molteplicit degli spunti di
ricerca offerti .
Le carte vengono disegnate in modo da riportare solamente i
caratteri fisici e antropici pi importanti su una base molto sfumata; dal momento, per, che ogni forma constatata viene riportata
in corrispondenza del posto in cui avvenuta la rilevazione, esse,
pur risultando valide, vista la gran quantit di dati rappresentabili,
corrono il rischio di diventare poco efficaci, dovendo locchio leggere in successione ogni iscrizione. Meglio sarebbe allora come
infatti si verificato utilizzare dei simboli pi facilmente distinguibili per forma, dimensione, colore o altro, ed eventualmente,
poi, affiancare alle carte per simboli, in cui ogni simbolo risulta
collocato sul punto di rilevazione, delle carte per aree, nelle quali
possano essere tracciati dei confini (le isoglosse) al cui interno un
fenomeno osservato appare identico.
Alcuni atlanti, inoltre, hanno anche un interesse dal punto di vista
etnografico; la linguistica infatti, secondo alcuni studiosi, non pu
dissociarsi dallo studio di quella che la cultura in senso antropologico
. Il numero dei luoghi in cui vengono fatte le rilevazioni osservava Jaberg ()
ha un limite solo nella pazienza e nellaccuratezza dei rilevatori, e quanto pi fitta la
loro rete tanto pi sicura la valutazione dei fenomeni. I punti dovrebbero essere il pi
possibile equidistanti e disposti in modo da coprire lintero territorio.
. Breton, oltre che di carte delle variazioni della pronuncia (carte fonetiche o fonologiche), parla di carte onomasiologiche (o delle designazioni), raffiguranti i diversi termini
che fanno riferimento ad una stessa realt in una determinata area geografica, e di carte
semasiologiche (o delle significazioni), che registrano i differenti significati di uno stesso
vocabolo.

. Lingue e geografia

e quindi dalletnologia, dallantropologia, dalla storia delle tecniche


e da quella delle condizioni di vita poich le parole rimandano ad
una realt umana che la lingua esprime e allinterno della quale la
lingua serve per comunicare.
Si prenda il caso dellAtlante italosvizzero realizzato da Karl Jaberg
e da Jakob Jud. La sua storia inizi in seguito alla pubblicazione, tra il
e il , dellAtlas linguistique de la France di Gilliron, che, grazie
alla qualit dei risultati raggiunti, riscosse un ampio successo; due
allievi di Gilliron Jaberg e Jud, appunto pensarono di applicare
il modello dellinchiesta francese prima al sud della Svizzera e allItalia
meridionale e poi a tutta la penisola .
Gli otto volumi che realizzarono raggruppavano le carte (duecento per ogni volume) per campo semantico, in modo che fosse possibile
non solo conoscere la diversa resa di determinati termini nelle variet
dialettali, ma anche osservare lesistenza di eventuali correlazioni (se,
cio, certi vocaboli avevano unorigine comune e differivano solo in
base alle variazioni fonologiche locali) ed eventualmente restringere il campo ad una determinata area per confrontare parole diverse
che presentavano fenomeni fonetici simili. Jaberg e Jud, daltra parte,
volevano che il loro atlante fosse un po una provocazione a porsi
dei problemi in un modo nuovo e che fornisse stimoli per ulteriori
ricerche. Da esso, pertanto, non ci si sarebbe dovuti aspettare delle
risposte, perch non pretendeva la completezza, ma offriva una scelta
di fatti linguistici; non mirava al singolo particolare, ma intendeva
stimolare una visione dinsieme; offriva inoltre un materiale grezzo,
non ritoccato, riferito non a dei dialetti arcaici e puri ma alle loro
versioni attuali.
. I rilevatori utilizzarono tre tipi di questionario: uno normale, con . domande,
uno ridotto, con , ed uno esteso, con .; tutti i quesiti posti erano di tipo indiretto,
nel senso che non veniva chiesta la traduzione di un termine dallitaliano al dialetto locale,
ma si formulava una domanda (ad esempio si chiedeva di elencare i mesi dellanno). La
scelta degli informatori era finalizzata allindividuazione di persone che avessero una buona
conoscenza del dialetto locale e che non fossero state per troppo tempo lontano da casa.
Dopo che i rilevatori ebbero consegnato gli esiti dei loro questionari, cominci per Jaberg e
Jud la stesura delle carte linguistiche illustrative.
. Come guida alla consultazione gli autori pensarono ad un dizionario dei termini
rimandanti al numero della carta da consultare, ad un testo contenente le indicazioni per
luso, il questionario ed un breve inquadramento di ogni informatore, e ad una serie di
carte scelte e commentate.

Lingue e spazi

Sono stati proprio atlanti come questo fonte assai utile di informazioni ad aver attirato lattenzione dei geografi: indubbio infatti
che, proprio in virt della stretta correlazione esistente tra espressione
linguistica e dati antropologici o etnologici, non si possa conoscere a
fondo un territorio se non se ne prendono in considerazione anche
le caratteristiche linguistiche, frutto di situazioni storiche, sociali ed
economiche differenti da un luogo allaltro.
La Geografia delle lingue prese le mosse come si visto
proprio dalla Geografia linguistica o dialettologica, e in particolar
modo da quelle carte di sintesi che venivano elaborate dai linguisti a
conclusione dei loro atlanti (carte di sintesi che erano, in realt, essenzialmente giustapposizioni di carte analitiche), e latlante linguistico,
nato nellambito degli studi glottologici, and da subito dimostrandosi uno strumento molto utile nellapprofondimento di alcuni degli
aspetti fondamentali delle diverse regioni. Il linguista, allora, fissava i
confini tra il campo di variazioni continue e le zone in cui la continuit
si interrompeva e le parlate divenivano reciprocamente inintelligibili;
il sociolinguista poteva indagare la variazione degli usi linguistici a
seconda delle classi e dei gruppi sociali (oltre che in funzione del messaggio da comunicare); al geografo restava da spiegare la distribuzione
spaziale delle lingue come fenomeno globale a scala macrosociale,
cercandone le correlazioni con linsieme dei fatti territoriali.
Carte tematiche (demografiche, storicopolitiche, dei trasporti,
dei flussi di segni linguistici ecc.) e carte di sintesi costruite al fine di
spiegare la distribuzione territoriale dei fenomeni linguistici si sono
rivelate spesso, tuttavia, pi degli strumenti politici che dei validi documenti scientifici. Solo quelle relative ai fenomeni linguistici interni
(quelle, cio, basate sulle isoglosse) sono rimaste un tipo di produzione scientifica neutra; le altre invece quelle relative ai fenomeni
esterni, cio ai confini e alla diffusione delle lingue non sono riuscite a sfuggire ad un uso strumentale: in pi casi sono state utilizzate
con lo scopo di giustificare unespansione ulteriore o per stimolare
la resistenza ad uneventuale invasione; altre volte, poi, sono state
realizzate gi con lintento di favorire interpretazioni capziose.
Qualunque carta, in quanto strumento di comunicazione, pu alterare in modo pi o meno evidente il messaggio che trasmette
o contenere informazioni intenzionalmente false; cos come pu diffondere dati spaziali verificabili o supportare analisi scientificamente

. Lingue e geografia

valide, cio, pu anche distorcere i dati e non risultare veritiera. Non


solo; dal momento che una carta possiede una forza politica pi evidente rispetto al risultato di un censimento, i rischi di manipolazione
ideologica sono in questo caso ancora maggiori rispetto a quelli insiti
nelle rilevazioni censuarie. Daltra parte, oggettivamente molto difficile rappresentare graficamente un fenomeno cos poco definito nello
spazio qual unarea linguistica, tracciandone i confini territoriali.
Innanzitutto necessario decidere che cosa si intende rappresentare. Quando parliamo, ad esempio, di lingua italiana, stiamo compiendo unastrazione, rientrando in questa espressione tutta una serie
di variet locali, alcune delle quali possono essere definite come dei
dialetti. Cosa rappresentare allora? La lingua ufficiale (lavoro, in effetti, abbastanza inutile) o le sue differenti variet regionali (impresa
praticamente impossibile)?
Allinterno di una lingua, ci troviamo di fronte ad un campo di
variazione continua di fenomeni vicini, ed complicato stabilire dove finisca un dialetto e ne inizi un altro. Via via che ci avviciniamo
alla realt ed aumenta la scala di osservazione, tracciare un confine
netto diventa ancora pi difficile: quando prendiamo in considerazione dei dialetti, infatti, incappiamo pi in passaggi attraverso
zone miste, nelle quali dialetti diversi interferiscono , che non in
soluzioni di continuit; questultima eventualit si verifica soltanto,
in genere, quando c una barriera geografica o un vuoto umano.
Dal momento che tra le aree dialettali non c generalmente soluzione di continuit, esse configurano, nel loro insieme, un campo di
variazione continuo una pi grande area linguistica al cui interno possibile una progressiva intercomprensione tra gruppi vicini. E
solitamente, nelle aree linguistiche cos individuate, domina ununica
lingua normalizzata, una lingua di cultura di pi vasto respiro, consolidatasi sulla base di un dialetto o sugli elementi di pi dialetti. Per
quanto estese siano, tuttavia, le aree linguistiche non arrivano mai a
coprire interi continenti: lintercomprensione ha infatti dei limiti che
si fanno, ad un certo punto, estremamente netti. Mentre, pertanto, le
aree dialettali sono il pi delle volte difficili da definire, tra le grandi
. Non a caso caratteristica della variazione dialettale la progressiva permanenza
dellintercomprensione: i dialetti limitrofi sono, cio, reciprocamente comprensibili
per i rispettivi locutori. Le aree dialettali hanno spesso contorni sfumati e sono abitate
da persone che, da entrambi i lati del confine, possono capirsi facilmente.

Lingue e spazi

aree linguistiche, e soprattutto tra le aree di lingue appartenenti a


famiglie diverse, i contorni divengono molto pi precisi. In questi casi,
infatti, non siamo pi dinanzi ad un campo di variazione continua
che procede per piccole differenze, ma alla contrapposizione di entit
discrete, e quindi di elementi separati .
Al di l delle difficolt di delimitazione delle aree e di definizione delle parlate proprie di queste aree, un altro problema quello
riguardante la scelta della scala da adottare: poco probabile, infatti,
che si riescano a raggiungere buoni risultati con carte a piccola scala,
perch in tal caso andrebbero persi molti dettagli e si trascurerebbero
tutte quelle realt che risultano frammentate e disperse sul territorio.
Il planisfero raffigurante, ad esempio, lattuale distribuzione delle
principali famiglie linguistiche nel mondo, suggerendo che nellarea
assegnata ad una lingua o ad una famiglia viene impiegato esclusivamente un certo idioma (o un certo gruppo di idiomi), finisce col
nascondere importanti elementi: non solo in molte regioni si parlano
lingue locali in territori troppo poco estesi per essere riportati ad una
scala del genere, ma la popolazione di vaste aree parla e scrive correntemente in pi di una lingua; ancora, una carta a scala cos piccola
non mostra la presenza di quelle seconde lingue che spesso vengono
utilizzate in ambito commerciale, governativo o nellistruzione, e
non d nemmeno informazioni sul numero dei parlanti dei diversi
idiomi. Proprio per questo, la scala dovrebbe poter rappresentare
lunit amministrativa (e censuaria) pi piccola a disposizione per
il territorio prescelto; solo cos, infatti, si riuscirebbe a dare unidea dellestensione dellarea interessata da una certa cultura e delle
condizioni in cui questa si trova, mostrando le comunit etniche
sparpagliate in tutta una serie di piccole isole linguistiche.
Ancora, unaltra difficolt deriva dai dati disponibili: i censimenti
linguistici come abbiamo detto ci forniscono le informazioni
sulla consistenza numerica e la distribuzione territoriale di coloro
. La lingua di un individuo osserva Breton () o questa o quella, non
mai una forma intermedia tra le due; se due parlate sono presenti in una stessa localit,
ne risulta una giustapposizione e non un miscuglio (una certa percentuale di locutori per
una lingua, il resto per laltra). Alcune persone saranno bilingui, altre potranno cambiare
lingua durante la loro vita, ma in nessun individuo si verificher una fusione delle due
parlate. Gli ibridi linguistici non si determinano n a livello del singolo, n nellarco di una
generazione.

. Lingue e geografia

che utilizzano una determinata espressione linguistica e dovrebbero


costituire, dunque, la base per la costruzione delle carte tematiche. Ma,
oltre ad essere poco diffusi, essi vengono effettuati con criteri difformi
e il pi delle volte poco attendibili. Anche le carte realizzate sulla base
dei dati da questi forniti (o, ancora di pi, quelle fatte a partire da dati
stimati o rilevati con criteri non ufficiali) andranno perci lette con
cautela.
Un ulteriore problema legato al momento che si intende rappresentare: i fenomeni linguistici mutano pi o meno velocemente
insieme allevolversi delle vicende umane, mentre una carta linguistica
fotografa una situazione storica ben precisa, finendo con lavvalorare
gli effetti di avvenimenti e politiche che non tutti sono disposti ad
accettare. proprio per questo che, in certi casi, carte che mostrano
le condizioni di comunit etniche e minoranze nazionali in via di contrazione non vengono ben accolte dai rappresentanti di questi gruppi:
esse sembrano rappresentare, infatti, quello che si ritiene essere lesito
di un periodo di oppressione .
Una volta affrontate queste difficolt, rimane infine da stabilire qual
la tecnica migliore per disegnare una carta di questo tipo. Problema
antico, questo, e derivante innanzitutto dalla necessit di utilizzare
soltanto due dimensioni spaziali per descrivere una realt che invece
sempre multidimensionale. Le carte tematiche relative ai fenomeni
sociali, daltra parte, devono anche rappresentare un istante immobile
di qualcosa che in continua evoluzione e che non facilmente riconoscibile o interpretabile allinterno del paesaggio: le interazioni, i flussi
e gli scambi che conferiscono un carattere dinamico allinterazione
spaziale possono sfuggire del tutto allosservazione. La rappresentazione del dato linguistico andrebbe poi agganciata ai dati demografici:
non sufficiente, infatti, sapere che in una certa area si parla una
determinata lingua; occorrerebbe, invece, indicare anche quante persone vivono in quellarea e parlano quella lingua, cos da chiarire la
consistenza quantitativa del fenomeno.
Per tutti questi motivi facile comprendere perch una buona carta
linguistica costituisca un risultato non cos frequente nella pratica.
. Come nel caso di una profezia che si autoavvera, daltra parte, una carta che
(di)mostra che una comunit linguistica sta sparendo sembra contribuire ulteriormente
alla sua scomparsa.

Lingue e spazi

Probabilmente alla rappresentazione di una realt cos complessa e


poco definita qual la variet delle espressioni linguistiche potrebbe
oggi giovare il supporto delle tecnologie informatiche. La cartografia
assistita dal computer, infatti, digitalizzando ed immagazzinando il
contenuto delle carte generali e tematiche, rende possibile lanalisi,
il confronto e lelaborazione di una gran quantit di informazioni
spaziali differenti, consentendo di sovrapporre carte relative a temi
diversi e di esaminare le relazioni che emergono .
Oltre che alle carte, la rappresentazione grafica pu far ricorso
a tutta una serie di diagrammi in grado di esprimere le variazioni
nel tempo e nello spazio dei fenomeni linguistici, dai pi semplici
come il grafico lineare cartesiano e listogramma (costruiti o sulla
base di percentuali o su quella di valori assoluti) ai pi articolati
(letnogramma, ad esempio, riporta sulle ordinate la percentuale duso
delle lingue e, sulle ascisse, il volume totale della popolazione, consentendo di confrontare le proporzioni relative di unit dalle dimensioni
molto varie). In pi, sono a disposizione altri procedimenti grafici:
tra questi i reticoli, particolarmente adatti alla rappresentazione di
strutture e flussi, gli alberi (adoperati, ad esempio, per illustrare la
genealogia delle lingue), ma anche le piramidi (come quelle delle
lingue distinte secondo luso primario o secondario) ed i diagrammi
triangolari, e, ancora, lanamorfosi, che rende possibile una rappresentazione volumetrica che richiama la distribuzione spaziale. Al tempo
stesso si potr ricorrere a delle formule matematiche trasferibili in
figure per rappresentare, ad esempio, la struttura etnolinguistica di
una determinata popolazione .
Principale obiettivo di una buona rappresentazione resta, comunque, quello di esprimere con chiarezza delle informazioni: chi consulta
. Si pensi allopera cartografica del Wenker: i nuovi mezzi consentono una rappresentazione multimediale in grado di collegare alle carte del suo atlante tanto le scansioni
dei questionari, quanto pi recenti registrazioni acustiche delle realizzazioni dialettali
delle frasi, come pure informazioni bibliografiche e carte di atlanti linguistici moderni.
In questo modo il ricercatore, cliccando sulla zona che gli interessa, pu avere tutte le
informazioni disponibili, e, confrontando carte pi recenti con quelle di Wenker, pu
osservare i cambiamenti linguistici avvenuti nel corso del Novecento.
. Una di queste ricordata anche da Breton () si fonda sulla somma delle
percentuali che rappresentano i gruppi umani con la stessa lingua materna (etnie). Lobiettivo la classificazione di questi gruppi secondo lo status giuridico delle rispettive lingue e
quindi, allinterno di ogni categoria, in ordine decrescente di importanza.

. Lingue e geografia

una carta geografica o osserva un grafico deve poter ricavare velocemente delle informazioni precise. Ecco perch chi costruisce una carta
o elabora un diagramma deve possedere al tempo stesso buone conoscenze tecniche e capacit di sintesi e comunicazione, ma deve anche
conoscere a fondo il territorio e i fenomeni da rappresentare: solo cos
il prodotto finale potr svolgere concretamente la sua funzione.

Capitolo III

I molteplici usi delle lingue


.. Lingue e varianti linguistiche
Secondo lopinione unanime di psicologi e linguisti, la lingua materna
quella, cio, trasmessa dalla famiglia ha un ruolo fondamentale
per ogni individuo, un dato di base costitutivo della sua personalit,
e anche qualora dovesse, col passare del tempo, essere soppiantata
da unaltra parlata e fosse per questo sempre meno sviluppata o se ne
avesse sempre meno padronanza, avrebbe comunque gi lasciato il
segno sul modo di sentire e di pensare .
Alla parlata materna si pu affiancare lacquisizione di una o
pi seconde lingue. Il fenomeno di solito legato al contatto tra i
popoli, ed difficile che sia permanente e che riguardi tutti i componenti di un gruppo. Lordine di apprendimento delle seconde
lingue corrisponde generalmente al diverso bisogno di utilizzo, ed
reso pi complesso dai differenti livelli di conoscenza di ciascun
individuo. In molte societ, daltra parte, pi che le necessit di usi
molteplici, prevalgono i privilegi politici o culturali di cui beneficiano alcune lingue rispetto ad altre, che vengono cos relegate
in posizioni marginali. Nellinsieme, in una situazione di plurilinguismo, questa disparit di trattamento finisce inevitabilmente col
favorire lo sviluppo delluso di alcune lingue a svantaggio di altre,
fino a poter portare ad una loro graduale sostituzione .
. Nel linguaggio comune si dice che una persona di lingua madre italiana, ma si pu
dire anche che il latino la lingua madre dellitaliano. Pi propriamente, per, riferendosi
alla genealogia degli idiomi si dovrebbe parlare di lingua originaria, mentre in relazione alla
prima parlata appresa da un individuo va usata lespressione lingua materna o prima lingua.
Anche la qualifica di prima lingua, peraltro, pu prestarsi ad equivoci: si pensi al caso di
un bambino emigrato ancora in et scolare in un Paese di altra lingua; dopo qualche anno
molto probabilmente questo bambino parler e penser nella lingua del posto. Quale sar
allora la sua prima lingua?
. I processi che hanno coinvolto intere comunit che hanno adottato la lingua

Lingue e spazi

Gli individui che parlano una stessa lingua costituiscono una comunit linguistica; lappartenenza ad una medesima comunit, tuttavia,
non implica di per s una situazione di uniformit. Al contrario: accanto alla lingua standard (o ufficiale) utilizzata in ambito governativo e
legislativo, nellistruzione e in tutta una serie di altre attivit pubbliche
e private generalmente esistono pi varianti regionali (i dialetti)
che riflettono il parlato quotidiano di una determinata area geografica
o rimandano ad un particolare ambito sociale o professionale. Da un
lato, infatti, il lessico, la pronuncia, come pure il ritmo e la velocit
delleloquio possono aiutarci a distinguere un gruppo di persone da
un altro, consentendoci di individuare lorigine di chi parla; dallaltro,
per, poich in pi casi le persone delle classi pi basse o meno istruite
tendono ad adoperare pi spesso il dialetto, luso di un dialetto pu
contrassegnare lappartenenza del soggetto ad una certa classe sociale
o indicare il livello di istruzione raggiunto . E, questo, bench le diverse varianti linguistiche possano essere utilizzate anche da una stessa
persona in relazione alle differenti situazioni che si trova a vivere: uno
studioso, specialista di un determinato settore, ad esempio, cambier
il suo modo di parlare (e quindi termini, frasi, espressioni formali e
strutture semantiche) a seconda che si trovi a discutere di lavoro con
dei colleghi o passi, invece, a discorrere di argomenti pi informali
con i propri amici .
Un dialetto pu diventare lingua standard qualora esso corrisponda
alla parlata di coloro che detengono il potere o che occupano i gradini
di un altro popolo a scapito della loro parlata originaria hanno accompagnato tanto le
conquiste militari che i movimenti migratori; in tutti e due i casi, il gruppo che subisce
la deculturazione spinto o dalla parte di chi ha il potere o da quella del gruppo pi
numeroso, a seconda della forza culturale degli uni o degli altri cos come dellutilit
sociale del momento.
. Se indubbio che in certi casi i dialetti locali marcano la persona che parla come
socialmente o culturalmente inferiore o comunque come diversa, altrettanto vero, per,
che la percezione verso le singole varianti strettamente collegata anche alle politiche
adottate dai diversi Stati, che in alcuni casi tutelano e valorizzano tali parlate in quanto tratti
distintivi dellidentit regionale.
. La permanenza dei dialetti molto pi spiccata nelle campagne rispetto alle citt.
Questa una conferma di una delle norme di Bartoli (), ma il discorso potrebbe essere
esteso dallambito spaziale a quello sociale. Tutti possono infatti constatare che allinterno
di una citt il dialetto si mantiene pi a lungo presso le classi sociali meno abbienti, mentre
gli abitanti dei quartieri bene usano maggiormente la lingua standard e tendono a ridurre
le inflessioni dialettali (Bellezza, ).

. I molteplici usi delle lingue

pi alti nella gerarchia sociale della comunit. Spesso la variante che


emerge come base della lingua standard quella associata alla capitale
o al centro del potere nel periodo dello sviluppo nazionale; una tradizione letteraria fiorente contribuisce solitamente a determinarne
la supremazia, e la sua adozione ne consolida la posizione, facendo
diminuire i margini di variazione linguistica. Cos avvenuto, ad
esempio, per il francese standard, fondato sul dialetto della regione
parigina, che impiegato nellamministrazione del potere divenne
predominante su tutti gli altri idiomi parlati nel territorio occupato
dallattuale Francia nel corso del XIII secolo e fu poi dichiarato unica
lingua ufficiale nel , con leditto di VillersCotterts, che impose
su tutte le terre sotto sovranit francese luso della lingua di Parigi. E
cos accaduto anche per il castigliano divenuto, per definizione,
lo spagnolo grazie alla lunga lotta condotta dalla casa reale castigliana per la liberazione del territorio dagli Arabi o, ancora, per la
lingua russa standard identificabile con i modelli linguistici dellex
capitale, San Pietroburgo, e di quella attuale, Mosca ed il cinese
standard, basato sul dialetto mandarino di Pechino. Sul processo di
standardizzazione, tuttavia, possono agire anche fattori che esulano
dalla sfera politica in senso stretto (anche se poi sempre il potere
politico a legittimare una determinata variet rispetto alle altre): si
pensi, ad esempio, allIslam, formidabile veicolo di diffusione dellarabo standard (larabo del Corano) su uno spazio esteso dallOceano
Indiano allAtlantico.
I governi nazionali possono scegliere un singolo idioma come
lingua ufficiale dello Stato, e nelle societ in cui vengono adoperate
comunemente due o pi lingue ci pu facilitare le comunicazioni
tra i cittadini. proprio per questo, daltra parte, che decine di Paesi,
nellintento di risolvere complesse situazioni di multilinguismo, hanno
sposato lidea che una lingua ufficiale potesse fungere da ombrello:
almeno sulla carta, infatti, la parlata prescelta gi nota alllite istruita
e politicamente potente avrebbe potuto rafforzare linterazione tra
persone appartenenti a comunit linguistiche diverse.
. Gi dal XIII secolo la crescente ascesa del potere castigliano aveva portato alla
progressiva affermazione di questa lingua e Alfonso X aveva provveduto alla sua standardizzazione. Ma fu con la caduta di Granada, nel , che il dominio della casa castigliana si
stabil definitivamente su quasi tutto il territorio spagnolo e la lingua della corte divenne
quella dello Stato.

Lingue e spazi

Molti Paesi dellAfrica subsahariana , ad esempio, hanno designato


quale lingua ufficiale quella della loro ex potenza coloniale: il portoghese per lAngola e il Mozambico, linglese per il Ghana e la Nigeria ,
il francese per la Costa dAvorio ed il Niger ne sono alcune dimostrazioni. In realt, per, anche una scelta di questo tipo pu rivelarsi
rischiosa: sul lungo periodo, infatti, le conseguenze dellimposizione di una lingua straniera possono essere tuttaltro che positive, e i
cittadini possono manifestare la volont di opporsi al primato di un
idioma che associano alla sottomissione e alla repressione. Proprio
per questo motivo alcune ex colonie non solo in Africa hanno
scelto non una, ma due lingue ufficiali: quella europea pi una delle
parlate principali del Paese. Linglese e lhindi per lIndia, linglese e il
kiswahili per la Tanzania, il francese ed il malgascio per il Madagascar
ne costituiscono alcuni esempi.
La qualifica di ufficiale viene adoperata in due sensi diversi, a
seconda che si tratti di Stati o di organizzazioni internazionali. Se nel
primo caso, infatti, si definisce tale la lingua usata in tutte le occasioni
ufficiali, a livello delle organizzazioni internazionali sono i diversi Stati
membri a decidere quali parlate adottare come ufficiali: per lUnione
Europea, ad esempio, assumono di diritto questa qualifica tutte le
lingue ufficiali dei Paesi che ne fanno parte (e oggi, con ventisette Stati
membri, sono ventitre le lingue ufficiali); ciascun Paese, al momento
del suo ingresso nellUnione, determina pertanto quale o quali idiomi
desidera siano dichiarati ufficiali. Vero , daltra parte, che nelle organizzazioni internazionali si fa una distinzione tra le lingue ufficiali e
quelle di lavoro, quelle cio effettivamente usate in modo generale:
per restare sempre in Europa, la Commissione ha adottato come lingue di lavoro linglese, il francese ed il tedesco; il Parlamento europeo,
invece, fa tradurre gli atti a seconda delle necessit dei parlamentari .
. Si stima che meno del % della popolazione dellAfrica subsahariana viva in Paesi
in cui alla lingua indigena africana conferito lo status di lingua ufficiale.
. La situazione della Nigeria particolarmente complicata: nel Paese si parlano
centinaia di lingue diverse, tre delle quali risultano dominanti (hausa, yoruba e ibo) anche
se fortemente associate a delle regioni culturali. Nessun nigeriano considera linglese la sua
lingua madre, ma al momento della decolonizzazione la soluzione prescelta stata quella
di adottare linglese come unica lingua ufficiale. Non tutta la popolazione bilingue, ma in
tutto il Paese linglese lunica lingua utilizzata per listruzione, e i Nigeriani sono obbligati
ad imparare linglese per poter entrare a far parte a pieno titolo della vita nazionale.
. Lingue ufficiali dellONU sono linglese, il francese, lo spagnolo, il russo, il cinese e

. I molteplici usi delle lingue

Gli Stati, poi, in alcuni casi distinguono le lingue nazionali espressione di un gruppo etnico consolidato, che pu aver raggiunto una
certa autonomia o indipendenza dalle lingue ufficiali, usando poi
pi comunemente le seconde. Cos nel la Svizzera riconobbe il
romancio come lingua nazionale ma non ufficiale a livello di confederazione; nel , invece, anche il romancio insieme al tedesco, al
francese e allitaliano (lingue gi ufficiali e nazionali) stato riconosciuto ufficiale . Allo stesso modo i Paesi del Maghreb considerano
larabo come lingua nazionale bench adoperino il francese come
lingua amministrativa; e, ancora, la distinzione risulta generale in tutti
quegli Stati del mondo in via di sviluppo che cercano di promuovere
le loro parlate autoctone pur continuando a far ricorso alla vecchia
lingua coloniale.
Nelle strutture statali federali si possono individuare due livelli duso ufficiale: quello della federazione e quello delle unit federate. Nellex Unione Sovietica, ad esempio, molte lingue erano, a diverso titolo,
ufficiali: innanzitutto il russo, lingua di comunicazione internazionale
del popolo; poi le altre quattordici lingue di stato delle repubbliche
federate e, ancora, la quarantina di idiomi di repubbliche e regioni
autonome; infine la dozzina dei circondari nazionali. In India dove
oggi ufficiali sono lhindi e linglese nessuna delle tante parlate
censite (si stima che siano almeno una trentina, pi circa duemila
dialetti) definita nazionale, ma la Costituzione elenca lingue che
possono essere ufficialmente adottate dai diversi stati per le necessit amministrative e come strumento di comunicazione tra il loro
governo e quello centrale.
Negli Stati non federali, invece, si tende a contrapporre alla
lingua nazionale una parlata locale soltanto quando questultima ha
un ruolo ben preciso o come legame interetnico o interregionale
oppure come espressione di unetnia (si pensi al wolof per il Senegal
o al giavanese per lIndonesia) o di una regione a statuto speciale
(la Valle dAosta, il Galles ecc.). Spetta alla Geografia delle lingue il
compito di indagare sui rapporti, le discrepanze e le interazioni fra i
larabo. Per il Segretariato delle Nazioni Unite sono invece linglese ed il francese le lingue
di lavoro.
. Questo vale nei rapporti fra Confederazione e persone di lingua romancia. I documenti ufficiali dellamministrazione federale devono quindi essere disponibili in tedesco,
francese e italiano, mentre se ne fornisce una versione in romancio solo su richiesta.

Lingue e spazi

tre principali livelli di utilizzo delle lingue: la loro diffusione come


madrelingua nella popolazione, luso nelle comunicazioni e lo status
giuridico (Breton, ).
.. Bilinguismi e multilinguismi
I casi di bilinguismo o multilinguismo nel mondo sono numerosi: solo
pochi gruppi sono cos chiusi da non aver alcun contatto con persone
di lingua diversa o risultano cos forti ed uniti da non avere lesigenza
di cambiare la propria parlata in determinate circostanze. Le lingue
rispondono a necessit differenti, e ciascuno pu sentire il bisogno
di utilizzare un certo modo di esprimersi a seconda dei casi; spesso,
daltra parte, occorre modificare il proprio codice linguistico perch si
entra in contatto con persone che parlano altre lingue.
Pochi sono, dunque, gli Stati effettivamente monolingui, che dispongono cio di un unico idioma utilizzato nei diversi ambiti da tutti
i cittadini; praticamente dovunque migrazioni e divisioni di confine
hanno determinato, nel corso del tempo, una coesistenza di lingue
diverse. Chiaramente, laddove i membri di una comunit linguistica siano poco numerosi o esistano forti pressioni per una loro integrazione allinterno di una cultura dominante, il gruppo tende (o
costretto) ad adottare la lingua ufficiale (o comunque quella parlata dalla maggioranza), e la sopravvivenza della lingua madre non
assicurata .
In alcuni Paesi il multilinguismo ufficialmente riconosciuto attraverso la designazione di pi lingue ufficiali: la Finlandia e il Canada, ad
esempio, cos come una trentina di altri Stati nel mondo, ne hanno due
(il finnico e lo svedese la Finlandia, linglese e il francese il Canada),
ma altri ne hanno anche pi di due: tra questi, la Bolivia e il Per
ne hanno tre (aymar, quechua e spagnolo), Singapore cos come
. La conservazione delle lingue native pu essere agevolata dallisolamento, oltre
che da un cospicuo numero di parlanti; in Canada, ad esempio, le lingue indigene parlate
allinterno di comunit numericamente rilevanti sussistono nelle rispettive aree di concentrazione (il Qubec settentrionale, la regione delle grandi praterie a nord e il Nunavut),
contrariamente a quanto si verifica per quei territori in cui i gruppi linguistici sono numericamente ridotti e la percentuale di conservazione dellidioma autoctono risulta ben pi
bassa.

. I molteplici usi delle lingue

la Svizzera quattro (cinese, inglese, malese e tamil) e il Sudafrica


ben undici (afrikaans, inglese, zulu, xhosa, swati, ndebele, sesotho,
sepedi, tsonga, tswana e venda). In altri casi, invece, come si detto,
lesistenza di una realt pluringue confermata dal fatto che certe
parlate sono riconosciute ufficiali o coufficiali a livello regionale (si
pensi alle lingue costituzionali dellIndia o alla Federazione Russa
e alle lingue delle sue nazionalit), come pure dalla presenza di specifici territori a statuto speciale aventi una loro lingua coufficiale: la
Costituzione spagnola, ad esempio, riconosce una lingua ufficiale, che
il castigliano, e tre lingue coufficiali nei rispettivi territori, ovvero il
gallego, il basco e il catalano.
Delle situazioni di bi o plurilinguismo sono state date valutazioni
differenti. Un tempo queste realt tendevano ad essere considerate
in modo negativo; essendo la lingua ritenuta, infatti, un momento di
aggregazione di una comunit nel corso della sua azione di trasformazione del territorio, esse erano viste come il risultato di unimperfezione in tal senso. Inoltre il bilinguismo derivante dalla necessit di
esprimersi in modo diverso a seconda dei contesti e delle situazioni
veniva giudicato un elemento di debolezza derivante da una scarsa
integrazione funzionale per una comunit: laddove, ad esempio, i
contadini avessero parlato una lingua diversa rispetto alla borghesia,
ci avrebbe indicato la mancanza di una buona integrazione organizzativa. Se, poi, il bilinguismo fosse sorto dallesigenza di utilizzare una
seconda lingua per certi particolari usi, si sarebbe potuto interpretare
il fatto che la lingua adoperata normalmente non fosse utile in tutti i
momenti della vita come prova di unancora carente organizzazione
della comunit. Oggi, tuttavia, si ritiene generalmente che al plurilinguismo corrisponda una positiva condizione di pluriculturalismo e
che questa vada valorizzata, soprattutto in campo educativo; lutilizzo
abituale di pi lingue non pi visto, quindi, come un fenomeno
da combattere, ma come una realt da difendere, in quanto modo di
essere caratteristico delle societ moderne (Barbina, ).
La presenza di pi idiomi differenti in una stessa area geografica
pu far pensare allesistenza di modelli organizzativi (ma anche di
culture, di tradizioni, di esigenze) tra loro in competizione e dunque
ad una possibile conflittualit, specialmente per ci che riguarda il
rapporto col territorio, sentito da ciascun gruppo etnico come elemento fondamentale. indubbio, infatti, che il multilinguismo possa

Lingue e spazi

riflettere significative divisioni culturali allinterno di un Paese e che


la frammentazione linguistica possa celare lazione di incisive forze
di divisione. alquanto improbabile, per, che gli idiomi parlati nel
medesimo territorio restino per molto tempo in una situazione di
perfetto equilibrio. La dinamica linguistica segue le tendenze della
dinamica sociale, ed il gruppo che rivela una maggiore capacit di
incidere sulla societ riesce, prima o poi, a far prevalere anche la propria lingua . Dal momento, per, che i rapporti di forza possono
variare nel tempo, il multilinguismo costituisce di norma una realt in
continua evoluzione.
Ad ogni modo, il fenomeno pu assumere forme differenti. Talvolta ha espressione regionale, nel senso che ciascuna delle lingue parlate
prevale in unarea specifica del Paese: questo il caso, ad esempio, del
Canada (la cui popolazione francofona si concentra nella provincia del
Qubec e costituisce una comunit a s stante rispetto a quelle delle
altre regioni del Paese, di lingua inglese), del Belgio (dove il confine
tra francofoni valloni e neerlandesi fiamminghi taglia a met lo Stato,
attraversandolo da est ad ovest), ma anche della Svizzera (con le sue
quattro aree tedesca, francese, italiana e romancia distinte) e del
Per (in cui secoli di acculturazione non hanno cancellato le identit
regionali delle lingue native americane parlate sulle Ande e nellinterno dellAmazzonia e quella dello spagnolo come parlata delle coste e
dei corridoi di penetrazione verso linterno). Altre volte, invece, tale
espressione regionale si presenta molto meno evidente, essendosi verificata una notevole commistione dei parlanti: la comunit bianca del
Sudafrica si ripartisce fra due maggioranze linguistiche (afrikaans e
inglese) e diverse lingue minori; ma, per quanto lafrikaans sia diffuso
in gran parte delle zone interne rurali, nel Paese non riscontrabile
un regionalismo pari a quello del Canada o del Belgio, e le lingue
europee risultano interdipendenti allinterno di un contesto che
comunque dominato da molte pi parlate africane.
Una particolare forma di bilinguismo si verifica invece quando a
. In certi casi lazione di un gruppo pi forte su un territorio gi abitato da una
popolazione scarsamente organizzata non determina subito lavvicinarsi dei pi deboli alla
lingua dei pi forti, perch il gruppo pi forte pu creare una barriera tra le due parlate
nellintento di mantenere lo stato di sudditanza degli altri; in Africa, ad esempio, alcune ex
potenze coloniali hanno preferito sviluppare linsegnamento scolastico nelle lingue locali
cos da tenere quei popoli lontani dalla cultura della madrepatria.

. I molteplici usi delle lingue

partire dal medesimo idioma viene a determinarsi una profonda


divergenza tra lingua popolare e lingua colta, tale da costituire una
vera e propria barriera di inintelligibilit tra le due. In tal caso, si parla
di diglossia, proprio a sottolineare la compresenza di due lingue o
variet, differenziate funzionalmente, spesso storicamente contigue,
una delle quali viene adoperata in ambito formale e laltra in ambito
informale . questo il caso di Haiti, con il francese usato accanto
al creolo haitiano, lingua derivata dal francese, riconosciuta ufficiale
(assieme al francese) dal e parlata ad Haiti da quasi tutta la popolazione (il francese parlato allincirca dal % della popolazione, ed
in particolare dalle persone pi colte). Ma un rapporto simile esisteva
anche tra le due versioni del greco moderno, la lingua purificata e
quella popolare: ottenuta nel XIX secolo lindipendenza, il nuovo
Stato, infatti, cre una barriera tra la lingua parlata (o dhimotik) con
i suoi dialetti e la lingua ufficiale, la katharevousa, forma artificiale,
pura di greco . Tale situazione si mantenuta fino al , anno
in cui la katharevousa negli ultimi anni ormai confinata allambito
ufficiale e burocratico venne abbandonata dalla neonata repubblica,
che adott come nuova lingua ufficiale la dhimotik.
Tanto il bilinguismo quanto la diglossia, comunque, variano in
base alle classi sociali e alle fasce det. In linea generale, infatti, la
popolazione di sesso maschile e quella in et lavorativa risultano maggiormente interessate dai fenomeni di bilinguismo, mentre le persone
anziane restano pi compattamente monolingui ed attaccate alle forme
locali o tradizionali.

. Si parla invece di diglossia contaminata (o dilalia) quando la lingua adoperata in


ambito formale parlata anche in ambiente informale, come in famiglia e con gli amici:
nel nostro Paese, ad esempio, si assiste spesso alla compresenza di italiano e dialetto o
lingue minoritarie regionali. La dilalia si differenzia dunque dalla diglossia perch la lingua
adoperata in ambito formale viene parlata, almeno da una parte della comunit, anche nel
quotidiano e perch vi sono impieghi e domini in cui vengono usate sia luna che laltra
variet, alternativamente o congiuntamente.
. La katharevousa variante linguistica arcaicizzante e purista creata agli inizi del XIX
secolo da Adamantios Korais si proponeva di eliminare le variazioni che la lingua greca
aveva subito durante lepoca bizantina e sotto la dominazione ottomana e di ricrearne una
forma nuova ripristinando sia i termini che le strutture grammaticali arcaiche.

Lingue e spazi

.. Stadi di sviluppo differenti


La vitalit di una lingua, le sue possibilit di espandersi e di affermarsi
sul territorio derivano da diversi fattori, uno dei quali legato alla sua
capacit di essere adoperata in ambiti differenti (economico, scientifico,
culturale, diplomatico, scolastico, ecc.); ciascuna parlata, infatti, oltre
a consentire la comunicazione, possiede una molteplicit di usi, e
quanto pi numerosi ed importanti sono i momenti in cui viene
utilizzata tanto pi si rivela viva.
Il panorama linguistico in continua evoluzione: la storia ci mostra che alcune lingue avanzano diffondendosi su vaste aree, altre
indietreggiano, altre ancora vanno perdendo sempre pi consistenza
e significato. La disparit, oltre che in termini quantitativi, si presenta forte anche da un punto di vista qualitativo, cio in riferimento
allo stadio raggiunto da ognuna nellespressione della cultura. A tal
proposito, Breton () partendo proprio dalla constatazione che
le lingue del mondo sono disuguali non solo quanto a numero dei
rispettivi locutori, ma per grado di perfezionamento dello strumento
di comunicazione (e per dimensioni del suo utilizzo) ha ripartito le
lingue secondo cinque livelli di sviluppo.
Ad un primo livello egli colloca le lingue prive di scrittura, di tradizione orale ed uso locale: parlate tribali ritenute primitive e dialetti
ampiamente diffusi nelluso generale ma non fissati in una forma
scritta che, per quanto dotati di un folklore o di testi letterari trasmessi
per via orale, sono sottoposti alla concorrenza delle lingue di cultura
e minacciati di corruzione e di disaffezione.
Al secondo, invece, pone le lingue locali (o vernacole) che sono
ormai entrate in uno stadio di letterizzazione (per le quali, quindi,
si intrapreso un percorso di fissazione per iscritto), divenute pi
numerose grazie al riconoscimento ufficiale e alla promozione da
parte delle amministrazioni coloniali prima e dei nuovi apparati statali
poi.
Ad un terzo livello si pu osservare la crescente diffusione delle
parlate veicolari, originariamente lingue vernacole o pidgin, elevate
poi in varie etnie a seconda lingua dagli strati di popolazione dediti ad
attivit di relazione. Sar pi avanti meglio presa in considerazione la
natura di queste lingue nate dallesigenza di rendere possibili contatti
e scambi tra individui parlanti idiomi diversi.

. I molteplici usi delle lingue

Il quarto livello occupato, invece, dalle lingue nazionali, espressione di un gruppo etnico consolidato che ha compiuto il processo di
unificazione politica ed ha assunto una sua cultura ben definita .
Si detto che per popolo (concetto storicosociale) si intende
quellinsieme di persone che si riconosce in un determinato assetto
sociale e istituzionale; pur mantenendo ciascuna la sua specificit, dunque, queste persone hanno individuato un interesse unico da gestire
in comune. Che questo interesse abbia unestensione limitata o che
riguardi unarea ben pi estesa, e che sia pi o meno complesso, in
ogni caso per la realizzazione del progetto sociale che aggrega un
popolo in uno sforzo comune necessaria una lingua. In una prima
fase quando ancora non si pu parlare di popolo ma solo di un
insieme di individui con uno o pi interessi condivisi la lingua
si limita a consentire la comunicazione interpersonale. questo il
caso delle parlate semplificate adoperate nel commercio internazionale che hanno assunto con luso una sistemazione meglio definita.
Generalmente, per, i problemi da affrontare sono pi complessi: la
lingua, fattasi base comune nella formazione del pensiero collettivo,
pu diventare elemento unificante del gruppo che la utilizza .
Quando ad una parlata viene attribuito il compito di aggregare
intorno ad un unico ideale di nazione delle comunit, anche portatrici
di culture differenti, tale lingua diviene allora nazionale; e per facilitare
lazione di governo, allontanando le comunit da eventuali tentazioni
separatiste, questa verr prescelta quale lingua obbligatoria per lamministrazione, per linsegnamento e per tutte le funzioni proprie di un
sistema di gestione centralizzato. Il successo di una lingua adoperata
nelle funzioni amministrative resta comunque legato alle effettive
capacit di azione di quel sistema di governo: unamministrazione
inefficiente, infatti, di certo coinvolger nel suo fallimento anche la sua
lingua; unamministrazione valida, soprattutto in presenza di parlate
deboli e frammentate sul suo territorio, contribuir a diffonderla.
Le lingue nazionali sono patrimonio di comunit molto diseguali
. Questo processo ne comporta uno analogo di edificazione linguistica, che procede
attraverso la scelta di una versione comune e la fissazione delle forme ritenute modelli di
espressione corretta.
. In questo caso il legame tra la lingua, il popolo ed il suo progetto sociale diventa cos
evidente che lanalisi di ciascuno di questi elementi ci consente una migliore comprensione
anche degli altri due.

Lingue e spazi

per numero di locutori (si va da qualche centinaio di migliaia di


locutori ad alcuni milioni, fino a centinaia di milioni); tutte o quasi,
per, devono la loro posizione allautorit di istituzioni statali o sub
statali che le hanno rese ufficiali. Tra queste, quelle da pi tempo
promosse a lingue di cultura cos come quelle che hanno una
grande massa di fruitori o che hanno raggiunto un elevato livello
culturale sono riuscite ad esprimersi e ad arricchire tutti i campi
del sapere e in questo senso vengono talvolta definite enciclopediche.
Infine, vi un quinto livello, costituito da quelle lingue cosiddette internazionali che non soltanto risultano da tempo consolidate e
sono divenute espressione ufficiale di una nazione, di uno Stato o di
pi Stati vicini, ma vengono adoperate da pi Paesi, al di l delle loro
differenze, come strumento di rapporti internazionali e legame culturale. I primi ad avvertire lesigenza di apprendere altre lingue sono
stati come vedremo meglio pi avanti i mercanti; nel momento
in cui lincremento dei traffici commerciali determin, in certi luoghi,
contatti sempre pi frequenti tra persone di origine diversa, andarono formandosi delle parlate derivanti da un miscuglio di parole dalla
provenienza altrettanto varia. Internazionali sono, perci, definite
quelle lingue il cui uso stato rivolto a facilitare le comunicazioni tra
gruppi umani parlanti idiomi diversi.
Laggettivo internazionale, per, viene solitamente adoperato
anche in riferimento a delle lingue molto conosciute nel mondo. Lo
sono state tra le altre il greco, il latino nellimpero romano ,
il persiano allorch la dominazione islamica si estese alla penisola
indiana, il cinese in Estremo Oriente, il quechua nellimpero inca,
cos come il francese, il portoghese e lo spagnolo grazie alla forza dei
loro imperi ; ed tale oggi, a livello mondiale, linglese, la cui prima
diffusione inizi in seguito allespansione dellimpero britannico, ma il
cui centro sono divenuti, dalla prima met del XX secolo, gli Stati Uniti.
. Il latino in epoca classica fu lingua tribale, nazionale, vernacolare, coloniale, internazionale, diplomatica, scientifica e liturgica, e per questo era una lingua codificata ed in
continua espansione; quando per, progressivamente, per tutti questi usi sono state adottate
le parlate romanze da esso derivanti, il latino rimasto soltanto, in parte, come lingua
liturgica nellambito della Chiesa cattolica romana e come lingua dotta negli ambienti
della cultura, ed ha cos perso vitalit, smettendo di essere strumento di comunicazione
(Barbina, ).
. Lo spagnolo continua tuttora a diffondersi allesterno dei suoi territori grazie alla
consistente emigrazione che dallAmerica Latina si dirige verso gli Stati Uniti.

. I molteplici usi delle lingue

Insieme a questa lingua ed al francese ufficiale in un cospicuo numero di Paesi del mondo e adoperato da un gran numero di persone,
oltre che da molte organizzazioni internazionali altre quattro lingue
(lo spagnolo, il portoghese, larabo ed il neerlandese) vengono parlate
in pi continenti, mentre cinque (il tedesco, il russo, il persiano, il
malese/indonesiano e il kiswahili) presentano una diffusione limitata
a pi Stati vicini.
facile capire che una lingua diviene internazionale per un motivo
fondamentale, ovvero per il potere del popolo che la parla, che si tratti
di potere politico (o militare) o di supremazia economica, culturale,
tecnologica. Prendiamo il caso dellinglese: ciascuna di queste forme
di potere ha condizionato, in momenti diversi, la sua espansione. La
forza politica si manifestata essenzialmente nella forma di quel
colonialismo che, a partire dal Cinquecento, ha diffuso linglese nel
mondo; il potere tecnologico scaturito dalla Rivoluzione industriale
del SetteOttocento; a partire dal XIX secolo si assistito, poi, alla
crescita del potere economico degli Stati Uniti, e nel Novecento si
manifestata anche una supremazia di tipo culturale, che ha agito
attraverso sfere di influenza prevalentemente americane. Proprio in
conseguenza di queste diverse manifestazioni del potere, linglese
riuscito ad acquisire un indubbio predominio in pi campi differenti.
Ma una lingua raggiunge uno status realmente globale soltanto
quando sviluppa un ruolo che le viene riconosciuto generalmente.
Non sufficiente, allora, perch si possa usare la qualifica di internazionale, che costituisca la madrelingua per un cospicuo numero di
persone; affinch questo accada, infatti, altrettanto necessario che
essa venga adottata in altri Paesi del mondo e che assuma allinterno
delle loro comunit un posto particolare. Ci pu avvenire in due
modi: da un lato, una lingua pu diventare ufficiale (o semiufficiale)
in pi Stati, e quindi essere adoperata in ambito governativo, nellamministrazione della giustizia, nei media, nellistruzione; dallaltro, essa
pu vedersi attribuire una netta priorit nellinsegnamento delle lingue straniere in molti Paesi. In virt di questo sviluppo tripartito
come madrelingua, come seconda lingua e come lingua straniera
inevitabile che una parlata mondiale giunga ad essere utilizzata da
molte pi persone rispetto a qualsiasi altra (Crystal, ).
Oggi linglese ha raggiunto questa fase: con una certa approssimazione si pu ritenere che siano circa milioni coloro che hanno

Lingue e spazi

questa come lingua materna, almeno altrettanti quelli che hanno appreso linglese come seconda lingua, e almeno milioni gli individui
in grado di parlarlo come lingua straniera. Ma poich nelle regioni in
cui linglese seconda lingua la crescita demografica di circa tre volte
superiore rispetto a quella delle regioni in cui linglese lingua materna, presto il numero di coloro che parlano linglese come seconda
lingua sar di gran lunga superiore a quello dei locutori nativi.
proprio per tale ragione che linglese, relativamente stabile nel
suo status di lingua mondiale, non altrettanto stabile quanto a caratteristiche linguistiche; esso, anzi, sta mutando rapidamente, soprattutto
in seguito al cambiamento del suo baricentro: tre parlanti inglesi su
quattro non sono oggi n britannici n americani; in India, probabilmente, vi sono pi persone che parlano inglese che in Gran Bretagna e
negli USA messi insieme. E queste persone vanno sviluppando un proprio inglese: il processo di appropriazione della lingua implica infatti
un rimodellamento della stessa a seconda delle regioni, e quindi un
adattamento a culture, background linguistici e necessit differenti.
Cos come dal latino, allora, sono scaturite le lingue romanze e
cos come le numerose varianti dellarabo parlato corrispondono in
realt a idiomi diversi, anche linglese sta sperimentando una sorta
di differenziazione regionale, e segue un percorso che pare orientato
alla reciproca inintelligibilit delle proprie varianti, quelle, cio, che
sono state denominate New Englishes . Ciascuna variet veicolo
di comunicazione e reciproca comprensione per i suoi locutori
viene cos corretta; ognuna di esse, daltra parte, incarna, per le sue
particolari caratteristiche, il crescente orgoglio culturale e nazionale: i
New Englishes sono nati per il bisogno di esprimere lidentit nazionale
e per il desiderio di manifestare tale identit agli occhi del mondo.
Tutto ci, unito al fatto che ogni variante regionale formata da
individui che per primi non possiedono una perfetta padronanza della
lingua standard, potrebbe condurre ad una graduale frammentazione
dellinglese in una molteplicit di idiomi reciprocamente incomprensibili; altres possibile ipotizzare, tuttavia, che lazione della globa. Si pensi, per fare solo due esempi, al singlish, forma di inglese parlato a Singapore
nella vita quotidiana, che ha incorporato termini e forme grammaticali dai dialetti cinesi,
dal malese e dallindiano, o al Nigerian English, variet di inglese modificata dalluso locale
che ha assunto particolare dignit letteraria con le opere di autori africani quali Ekwensi,
Achebe, SaroWiwa e Tutuola.

. I molteplici usi delle lingue

lizzazione, linfluenza di internet e delle telecomunicazioni e luso


pressoch obbligatorio dellinglese in ambito scientifico possano portare nei prossimi anni ad un inglese pi omogeneo e maggiormente
standardizzato dalluso americano.
Ad ogni modo, secondo gli studiosi del fenomeno, la tendenza
pi probabile che si verifichino tanto processi di divergenza quanto
di convergenza. Se da una parte, infatti, lutilizzo dellinglese come
principale lingua di comunicazione a livello mondiale una realt
fuori discussione, dallaltra coloro che parlano inglese finiscono con
limparare due versioni diverse di tale lingua, una vicina alla propria
cultura e laltra riferibile al contesto internazionale. quindi possibile
che vadano consolidandosi, accanto alla lingua comune universalmente comprensibile, delle forme reciprocamente inintelligibili di inglese
a mano a mano che linglese viene insegnato, imparato ed adoperato
in aree del mondo che pochi contatti hanno con coloro che utilizzano
linglese standard.

.. Molteplicit di usi delle lingue


Dei molteplici usi che una lingua pu avere, uno dei pi importanti,
ma anche uno dei meno dinamici, sicuramente quello religioso:
esso pu consentire, infatti, unampia diffusione di una parlata, ma
spesso tale diffusione avviene in forme limitate alle necessit della
pratica del culto, bloccando cos nellintento di evitare cambiamenti
ogni evoluzione o trasformazione linguistica.
Tutte le societ si fondano su sistemi di valori che uniscono coloro
che ne fanno parte, distinguendoli da gruppi di culture diverse. Il
credo religioso un elemento di quel sottosistema ideologico che
secondo lantropologo Leslie White () compone, insieme ai sottosistemi tecnologico e sociologico, ogni struttura culturale, mentre
la religione formalizzata ed organizzata ne costituisce unespressione
istituzionale. Sistema di valori che si basa su alcune pratiche, formali
o informali, e sulla fede nel sacro e nel divino, una religione, in un
senso pi ampio, pu essere considerata come un complesso di fedi e
riti che collega tutti quelli che vi aderiscono allinterno di ununica
comunit morale.

Lingue e spazi

Elemento chiave nei processi di identificazione di gruppo, anche


la religione, come la lingua, un prodotto mentale ed agisce come
veicolo di trasmissione della cultura, per quanto risulti un identificatore per cos dire di cultura spesso meno evidente rispetto al
linguaggio: mentre, infatti, la lingua una caratteristica che accomuna
tutti i popoli, limpatto della religione sui diversi gruppi culturali pu
variare. Alcune societ sono dominate in tutti i loro aspetti dal credo
ufficialmente riconosciuto: la religione ne influenza il sistema legislativo, le abitudini alimentari, i modelli economici e il paesaggio culturale.
Ma convinzioni e tradizioni religiose saldamente radicate possono
agire tanto come fattore di coesione, tenendo unita la collettivit dei
fedeli, quanto come elemento di separazione, allontanando coloro che
non si riconoscono in esse e aderiscono ad altre confessioni .
Bench ciascuna rappresenti un distinto elemento della cultura,
lingua e religione non sono indipendenti luna dallaltra; al contrario,
esse risultano da vari punti di vista collegate. Lesercizio delle pratiche
religiose secondo formule e riti collettivi necessita, daltra parte, di
una lingua comune che consenta ai fedeli di sentirsi tutti ugualmente
partecipi.
In certi casi la religione, indice di appartenenza etnica, in stretta
correlazione con la lingua: si pensi allesempio di Cipro, dove le due
comunit linguistiche (ellenofona e turcofona) corrispondono esattamente ai due gruppi socioconfessionali presenti (quello cristiano
ortodosso e quello musulmano); altre volte, invece, una divergenza
religiosa stata allorigine di una divergenza linguistica: Croati cattolici e Serbi ortodossi parlano la stessa lingua, che gli uni chiamano
croatoserba e gli altri serbocroata e che i primi scrivono con i caratteri latini e i secondi con quelli cirillici, ma anche tra ind e musulmani
di parlata hindustani i primi si proclamano di lingua hindi, i secondi di
lingua urdu.
La religione pu influenzare la diffusione di una lingua su un ampio
spazio, com avvenuto per larabo, lingua del Corano, che riuscito a
dare ad un gran numero di popolazioni diverse unidentit linguistica
(oltre che religiosa), svolgendo un ruolo determinante nello svilup. La maggiore fedelt alla religione piuttosto che alla lingua fenomeno frequente
nelle popolazioni immigrate e mescolate ad altre; la lingua, infatti, uno strumento di
comunicazione che si standardizza per necessit pratica, mentre la religione pu continuare
ad essere quella originaria anche in un contesto che ha cessato di essere plurilingue.

. I molteplici usi delle lingue

po del nazionalismo arabo . Ma la religione pu anche portare alla


dispersione di una parlata: lyiddish continua ad essere la lingua della
religione nelle comunit degli Ebrei hassidici, cos come le funzioni
religiose in tedesco o in svedese caratterizzano tuttora alcune congregazioni luterane negli Stati Uniti. Lesigenza di diffondere i testi sacri,
poi, pu richiedere lintroduzione di un alfabeto nel caso di comunit
illetterate: quello romano segu i missionari cristiani, quello arabo
ha accompagnato la religione islamica nel suo espandersi; attraverso
levangelizzazione del popolo serbo, daltra parte, lutilizzo dellalfabeto cirillico si estese in unarea che poi rimasta legata alla Chiesa
ortodossa.
Andrebbe, inoltre, ricordato il ruolo della religione cristiana nello studio di lingue meno note o nel passaggio alla forma scritta di
lingue solo parlate; molte delle societ bibliche sorte in ambiente protestante, ad esempio, hanno contribuito alla traduzione della Bibbia
nelle lingue di popolazioni poco conosciute e culturalmente arretrate. E, ancora, non andrebbe dimenticato come in alcune zone in
cui limportanza delle Chiese per la coesione culturale dei gruppi
socioconfessionali stata fondamentale luso di un certo idioma
in ambito religioso sia riuscito a preservare lingue altrimenti a rischio
di estinzione o anche a diffondere lingue di cultura nazionali. Lutilizzo del polacco da parte della Chiesa cattolica anche dopo le diverse
spartizioni della Polonia, ad esempio, non stato secondario per la
sopravvivenza culturale della nazione, anzi; la difesa delluso di questa
lingua anche in quei periodi in cui il Paese era diviso tra Russi (ortodossi) e Tedeschi (luterani) difesa congiunta, quindi, della lingua
polacca e della religione cattolica ha contribuito a tenere unita la
popolazione.
Le lingue liturgiche si distinguono, per, da quelle usate comunemente per la loro fissit. I diversi riti, infatti, hanno generalmente
bisogno di formule non modificabili, intravedendo in ogni momento di rottura della tradizione un fattore di rischio; daltra parte, una
lingua liturgica antica pu essere accolta senza grossi problemi anche
. Il Corano va letto e insegnato nella sua lingua originale e tutti i fedeli, in ogni parte
del mondo, imparano almeno in modo rudimentale larabo. Anche laddove vi
una lingua veicolare locale, ed ufficiale una lingua europea, il Corano viene insegnato in
arabo e le preghiere vengono fatte in questa lingua; proprio per questo larabo compreso,
almeno sommariamente, da tutti.

Lingue e spazi

da coloro che, pur parlando lingue diverse, professano una stessa religione. Il latino, ad esempio, anche dopo aver perso la sua importanza
letteraria, rimasto a lungo la lingua liturgica comune per i cristiani,
e ad esso hanno dovuto ricorrere anche quelle popolazioni parlanti
idiomi differenti che in tempi successivi hanno aderito alla Chiesa di
Roma. Considerandolo inoltre un importante fattore di unione dei
fedeli, lo si continuato ad adoperare proprio in quanto tale (Barbina,
).
Non un caso, allora, se gli scismi religiosi che hanno coinvolto la
Chiesa cattolica sono stati anche degli scismi linguistici. Le novantacinque tesi affisse da Martin Lutero alla porta della chiesa del palazzo
ducale di Wittenberg nellottobre del erano scritte in latino; quando, per, la rottura con la Chiesa di Roma divenne definitiva, Lutero
che gi aveva espresso alcune delle sue posizioni usando la lingua
tedesca prepar in tedesco una lunga lettera indirizzata alla nobilt
cristiana della nazione tedesca, invitandola allo scontro con Roma e
dando inizio alluso di questa lingua nellambito della Chiesa protestante. Allo stesso modo, anche la riforma anglicana fu accompagnata
da una rivoluzione linguistica: ladozione (nel ) del Book of Common
Prayer testo base della liturgia della Chiesa dInghilterra, promulgato da re Edoardo ma opera dellarcivescovo Thomas Cranmer e la
traduzione della Bibbia in inglese (nel ) interruppero, infatti, luso
del latino nella liturgia e favorirono la diffusione di un testo in inglese.
Politiche linguistiche diverse sono state portate avanti dalle varie
Chiese. Due esempi fra tutti, per quanto diversi. Lala pi filogallese della Chiesa anglicana istitu alla fine del XVIII secolo le Sunday Schools,
che diedero un prezioso contributo alla diffusione della forma standard
del gallese; questala si stacc progressivamente dalla Chiesa anglicana fondando, nel , la Chiesa metodista, che si diffuse rapidamente
combattendo contro ogni forma di inglesizzazione del Galles. Il gallese
riusc cos a sopravvivere proprio in quanto saldamente legato ad una
cultura locale ancora viva e sempre sostenuto dai metodisti. Ancora,
le missioni cattoliche dellAfrica hanno sempre cercato di favorire le
lingue tribali sia per avere un mezzo di predicazione pi immediato, sia
. Il clero anglicano aveva capito che era impossibile conquistare alla nuova religione le
genti del Galles senza passare attraverso la loro lingua e accett pertanto la predicazione in
gallese.

. I molteplici usi delle lingue

per stroncare, laddove era penetrato, larabo, veicolo di diffusione dellIslam; ma anche le missioni anglicane dellAfrica orientale contrastarono
larabo, contribuendo alla diffusione del kiswahili e, anzi, cercando di
depurarlo da ogni apporto arabo (Barbina, ).
Oltre alla lingua e alla religione per elementi base su cui
intessuta la complessa trama della cultura e fattori chiave nei processi
di identificazione dei gruppi umani gli individui trovano anche altri
motivi di aggregazione sociale (cos come di scontro) nel corso della
loro costante attivit creativa ed organizzativa sul territorio. Uno dei
principali sicuramente quello economico: gli uomini per sopravvivere devono produrre i beni e i servizi di cui hanno bisogno e la loro
azione risulta tanto pi efficace quanto pi razionali e coordinate sono
le scelte di ciascun membro del sistema. Per tale motivo necessario che gli individui diano vita ad una struttura produttiva ampia ed
efficiente; e dal momento che questa ha bisogno di continui scambi
di informazioni, se le informazioni vengono trasmesse e comprese
rapidamente tutto il sistema economico se ne avvantaggia.
Luso di una lingua in ambito economico uno dei pi poveri; le
trattative finalizzate al trasferimento di beni, servizi e denaro tendono
ad essere effettuate, infatti, attraverso codici linguistici facilmente
comprensibili e quindi ridotti allessenziale. Non un caso se i primi,
nella storia, ad aver compreso lutilit di uno stesso modo di parlare
siano stati probabilmente proprio i mercanti: le lingue franche, lingue
mercantili, sono sorte proprio dalla necessit di comunicare con un
gran numero di persone appartenenti a comunit linguistiche diverse
in frequente contatto tra di loro.
Entrata in uso allepoca delle Crociate, lespressione lingua franca
deriva dallarabo al farang: in origine era questo, infatti, il termine con
cui i mercanti arabi chiamavano gli europei (lisanalfarang stava per
lingua europea). Per quanto, perci, franco sia oggi considerato
qualsiasi idioma comune tra parlanti di estrazione diversa, la lingua
franca per eccellenza (il sabir) fu una lingua di servizio parlata tra il
XIII ed il XIX secolo.
Lungo le coste del Mediterraneo orientale confluivano le merci e
si incontravano i mercanti provenienti dallAsia con quelli europei;
questi, per comprendersi, avevano bisogno di uno stesso codice di
comunicazione che combinasse le forme espressive pi semplici e
adatte tra quelle a disposizione. Ne deriv un linguaggio particolare

Lingue e spazi

il sabir, appunto dal lessico prettamente italiano (per lo pi


veneziano e genovese), spagnolo e catalano, con forti influenze greche,
turche ed arabe, che, nel momento in cui lattivit mercantile nellarea
assunse unimportanza tale da improntare la cultura e i modelli di vita
di tutta la popolazione, divent strumento di relazione anche per chi
non praticava il commercio .
Lingua comune tra la zona occidentale e quella orientale del bacino,
modellata dai contatti frequenti stabilitisi fra aree di lingua e cultura
diverse, parlata a bordo delle navi, nei porti, nei mercati, laddove
persone di varia provenienza geografica avevano bisogno di comprare,
vendere, cambiare denaro, chiedere e dare informazioni, il sabir inizi
a perdere la sua importanza man mano che le grandi vie commerciali
cominciarono a prendere altre direzioni. Col passare del tempo, per,
come si detto, lespressione lingua franca divenuta sinonimo
di lingua comune parlata da popoli aventi idiomi differenti. In questa
accezione, i territori del bacino del Mediterraneo tra il a.C. e
il d.C. vennero unificati dal greco; poi fu il latino ad imporsi
come lingua franca, divenendo lingua ufficiale dellimpero romano
ma anche, finch non fu sostituito dalle diverse parlate europee, lingua
della Chiesa, del governo, dellistruzione e della legge. Ancora, al di
fuori della sfera europea, tra il V secolo a.C. ed il IV d.C. fu laramaico
la parlata comune nel Vicino Oriente e in Egitto, mentre larabo
dopo il VII secolo divent il linguaggio unificante della religione
musulmana.
La grande eterogeneit linguistica dellAfrica ha reso inevitabile la
nascita di numerose lingue franche, la cui importanza si modificata
nel corso del tempo, riflettendo la diffusione delle popolazioni e lo
status economico o politico dei locutori . Una di quelle che col tempo andata cambiando valore il kiswahili (o swahili): sviluppatosi
molto probabilmente a partire da . anni fa (il nucleo originario fu
Zanzibar) e sorto dalla convergenza tra le lingue bantu, il persiano e
. Il primo documento in sabir risale al : si tratta del pi antico portolano relativo
al Mediterraneo nella sua totalit. Oggi, nella terminologia marinaresca del Mediterraneo,
sono ancora presenti parole derivanti da questa lingua.
. In varie zone succede che un singolo individuo possa utilizzare pi lingue franche,
a seconda della sua attivit; tra le lites, invece, la lingua franca preferita coincide generalmente con un idioma europeo; in tutta la parte settentrionale del continente, poi, la parlata
franca comunemente adoperata per scopi diversi larabo.

. I molteplici usi delle lingue

larabo, il kiswahili lingua di interscambio sulle rotte commerciali


che univano lAfrica allAsia si diffuse, in seguito ai frequenti contatti commerciali, lungo le vie carovaniere che dal mare andavano verso
linterno, nella zona dei Grandi Laghi, diventando lo strumento di
comunicazione tra i gruppi bantu di questarea. Adottato, poi, durante
la colonizzazione tedesca del Tanganica come lingua amministrativa
e militare , assunse successivamente una volta che il Tanganica
e Zanzibar ottennero lindipendenza e si fusero nella Tanzania il
ruolo di lingua nazionale capace di aggregare le diverse comunit
attorno ad ununica forma di espressione. Divenuto quindi ufficiale in
quello che stato il Paeseguida, con Julius Nyerere, del socialismo
africano , il kiswahili andato progressivamente arricchendosi ed
oggi, grazie anche ad una vivace dinamica demografica, una delle
lingue col maggior numero di locutori di tutto il continente: diffuso in
una vasta area compresa tra la Somalia meridionale ed il Mozambico
settentrionale (oltre che in numerose isole, come Zanzibar, le Comore
ed il Madagascar), parlato come prima lingua da circa milioni di
persone e come seconda da almeno milioni; ufficiale in Tanzania,
Uganda e Kenya (per il primi due Paesi insieme allinglese), e proprio
in virt della sua grande diffusione e della parentela con le altre lingue
bantu continua a svolgere la funzione di lingua franca in gran parte
dellAfrica subsahariana.
Da quanto detto emerge come nel corso della storia il moltiplicarsi
dei contatti fra i popoli abbia determinato costantemente la necessit
di strumenti linguistici comuni. E ancora di pi dinanzi allattuale
processo di omogeneizzazione dei mercati e di standardizzazione dei
modelli comportamentali e nel contesto di unorganizzazione delleconomia basata su continui scambi di beni e di informazioni su spazi
sempre pi ampi chiaro come la lingua abbia una considerevole
importanza ai fini dello sviluppo economico e del progresso sociale
di un Paese, potendo facilitare o, al contrario, rendere pi difficili i
. Questo fu fatto al fine di rendere pi semplice la comprensione fra i Tedeschi e le
diverse etnie presenti nel territorio.
. Durante il periodo delle lotte per lindipendenza, lAfrican National Union scelse
il kiswahili come mezzo di comunicazione e coesione per distinguersi da quanti abbracciavano lideologia colonialista rifiutando luso della lingua africana; non un caso, allora,
se Nyerere tenne il suo primo discorso davanti al Parlamento, nel dicembre del , in
kiswahili (Turchetta, ).

Lingue e spazi

rapporti tra i diversi soggetti. Non un caso, allora, se linglese svolge


oggi sempre pi, a livello mondiale, il ruolo di lingua franca. Il fatto
che i principali centri motori delleconomia siano situati in aree di
lingua inglese e che la scienza, le industrie e le grandi organizzazioni
trovino in tale lingua lo strumento per arrivare ad un elevato numero
di persone ha favorito la sua diffusione a livello planetario. Portato in
tutto il mondo dallimpero coloniale britannico, linglese ha cominciato a sostituire il francese come lingua internazionale della diplomazia
gi dopo la Prima guerra mondiale ed poi divenuto lidioma pi
usato tanto negli scambi commerciali, quanto in quelli culturali e
scientifici .
C, per, un altro caso ancora da considerare: quello di certe forme
linguistiche nate sotto lo stimolo di determinate esigenze duso che,
dapprima estremamente semplificate e adoperate soltanto in funzione
delle necessit da cui sono derivate, hanno talvolta assunto una pi
alta dignit espressiva.
.. Le lingue di contatto
I locutori delle grandi lingue occidentali grandi in termini di diffusione generale e quanto a numero di persone che le parlano sono
abituati a riconoscere, nel loro territorio, un idioma come dominante
rispetto a degli altri che possono contare su forme differenti di tutela;
in pratica, familiare per loro una situazione in cui esiste una lingua
nazionale (in qualche caso due) ed alcune lingue di minoranza.
In contesti di questo tipo vi sono, s, occasioni di contatto, ma
si tratta generalmente di fenomeni poco diffusi e, il pi delle volte, unidirezionali, dal momento che le lingue minoritarie subiscono
comunque in modo pi o meno evidente linfluenza dellidioma di
maggioranza. Laddove guardassimo, per, oltre i confini dellEuropa,
. Luso culturale e scientifico di una lingua legato alla capacit di chi parla quella
lingua di elaborare e trasmettere messaggi culturali ed informazioni scientifiche: il popolo
che in un determinato momento storico guida levoluzione culturale ed il progresso
scientifico e tecnologico riesce generalmente a far prevalere anche la sua lingua. stato
cos che Greci, Romani, Arabi, e poi Francesi, Inglesi, Americani (o anche altri popoli,
nellambito di particolari settori) sono riusciti, in epoche diverse, a diffondere la loro lingua
su ampi spazi.

. I molteplici usi delle lingue

potremmo osservare come le cose siano spesso notevolmente diverse.


Se considerassimo, ad esempio, la situazione di uno un Stato africano come il Ghana, potremmo notare che, pur essendo presenti qui
oltre settanta lingue diverse, unica ufficiale linglese, parlata nativa di
una porzione largamente minoritaria degli oltre milioni di abitanti
del Paese; ciascun individuo adulto conosce quindi, oltre alla propria
lingua madre, almeno una parlata veicolare ed una variet di quella
ufficiale (Turchetta, ). chiaro come, in casi come questo, i fenomeni di interferenza siano ben pi estesi e fatto salvo lombrello
costituito dalla lingua ufficiale o dalle lingue ufficiali totalmente
polidirezionali. In contesti del genere, tali fenomeni possono spingersi
fino alle conseguenze pi estreme, vale a dire alla formazione delle
cosiddette lingue di contatto, ovvero di quelle parlate veicolari che
sono i pidgin e le lingue creole (Grandi, ).
Col primo termine si intende un amalgama di lingue dalla
grammatica estremamente semplice e con una terminologia ristretta,
adeguata ad esprimere idee di base e non concetti complessi nato
nellambito di spazi modellati da particolari tipi di colonizzazione,
in seguito ai contatti tra gli europei e le popolazioni locali. Contatti,
dunque, tra gruppi umani con lingue madri differenti e reciprocamente non intelligibili, e che avevano perci bisogno di uno strumento
condiviso di comunicazione. Forzati, infatti, al trasferimento nelle
piantagioni delle Antille e di altri territori coloniali, gli schiavi africani, che si esprimevano in lingue diverse, dovevano trovare il modo
di comunicare tanto fra di loro quanto coi loro padroni, e finirono
con lelaborare un nuovo linguaggio semplificando al massimo le
loro parlate originarie e adottando forme e termini dalle lingue dei
colonizzatori .
Quando tali schiavi cominciarono ad elaborare una nuova cultura
sia pure in forme elementari la loro lingua and acquisendo una
maggiore consistenza espressiva e si codific in forme durevoli, che
poi, col passare del tempo, divennero le uniche conosciute dai loro
. Per via dello status di questi popoli agli occhi delle potenze coloniali europee, tali
lingue sono state a lungo considerate versioni degenerate o, al pi, dialetti elementari di
una delle lingue originarie; questo pregiudizio venne rafforzato dallinstabilit del sistema
coloniale, che port alla scomparsa di molte parlate per dispersione o assimilazione delle
rispettive comunit. Al di l dei pregiudizi, comunque, resta il fatto che pidgin e lingue
creole costituiscono senza dubbio un interessante oggetto di studio.

Lingue e spazi

figli. Nel momento in cui, poi, la schiavit termin, tali parlate avevano ormai assunto una notevole ricchezza espressiva e in certi casi
anche una dignit letteraria, tant che, una volta avviata la decolonizzazione, riuscirono ad assicurare ai nuovi Stati una coesione culturale,
divenendo in certi casi veri e propri simboli nazionali. E anche se
poche di esse sono state dichiarate ufficiali il caso, ad esempio, del
creolofrancese della Repubblica delle Seychelles e del creolo di Haiti
la loro importanza nella vita dei nuovi Stati indipendenti continua
ad essere elevata .
Nella sua forma originaria un pidgin non considerato una lingua madre, ma piuttosto una sorta di seconda lingua per coloro che
lo parlano, un linguaggio veicolare generalmente limitato a funzioni
specifiche. Un pidgin, insomma, una lingua occasionale, provvisoria,
che costituisce lunico strumento di comunicazione tra due o pi
gruppi che non dispongono di un idioma comune. Esso, solitamente,
plasma la propria grammatica una grammatica ridotta al minimo
per soddisfare limitati bisogni comunicativi su quella delle lingue
indigene e costruisce invece il lessico attingendo soprattutto a quello
della lingua che alle parlate indigene si sovrapposta (lingua lessificatrice), vale a dire in genere quella del gruppo socialmente dominante.
Un pidgin ha quindi un utilizzo ed una diffusione limitati a pochi
ambiti funzionali, che sono quelli in cui i gruppi diversi devono interagire ; per tale motivo, daltra parte, un pidgin non viene utilizzato
nellambito familiare, che rimane di pertinenza delle lingue native.
. Oltretutto, essendo in queste aree ancora notevolmente diffuso lanalfabetismo, la
lingua europea scritta non ha grandi possibilit di imporsi sulla lingua creola nella gestione
delle normali relazioni interpersonali.
. Permangono incertezze circa letimologia della parola pidgin. Stando a Mhlhusler
() si potrebbe pensare, tra laltro, alla resa in cinese dellinglese business o a quella
(sempre in cinese) del portoghese occupao, o, ancora, allebraico pidjom (commercio) o
al cinese piqin (rimetterci, pagare i danni). Al di l, comunque, della difficolt di risalire
alleffettiva origine del termine, le diverse etimologie ipotizzate risultano coerenti con la
funzione tipica di ogni pidgin, quella cio di lingua legata a contesti caratterizzati da
relazioni di natura economica.
. La sua struttura nota ancora Grandi () perci essenziale: il lessico copre
solo le sfere semantiche strettamente legate alle attivit in cui si concretizza la relazione
tra i gruppi, non contempla preposizioni, articoli e congiunzioni, ed ricco di elementi
polisemici (la tendenza quella di ridurre gli elementi di base ed aumentare le possibilit
combinatorie, attribuendo a ciascun termine pi significati); la morfologia manca quasi del
tutto; la sintassi si limita quasi alla sola coordinazione (giustapposizione di frasi brevissime).

. I molteplici usi delle lingue

La maggior parte dei pidgin si estingue quando vengono meno


i presupposti che hanno contribuito alla loro nascita, quando, cio,
i contatti tra i vari gruppi si interrompono. Se, per, i rapporti continuano e gli ambiti di interazione aumentano, se i diversi gruppi
raggiungono un maggior livello di integrazione e si verifica il passaggio da una comunicazione verticale (da un gruppo dominante ad
uno subordinato) ad una orizzontale (senza differenze gerarchiche),
allora il pidgin tende a stabilizzarsi e a sviluppare una grammatica pi
complessa . Se, in sostanza, sussistono le condizioni per cui un pidgin
non si estingua e non resti eccessivamente limitato quanto a numero
di parlanti, esso pu assumere, nellarco di qualche generazione, i
caratteri di lingua relativamente stabile, acquisendo una propria struttura lessicosintattica. Lutilizzo della lingua di contatto non sar pi,
quindi, circoscritto a poche attivit lavorative o commerciali, ma potr
penetrare nellambito familiare, tra membri del medesimo gruppo.
Questo percorso che, bene ripeterlo, si esplica attraverso un
progressivo adeguamento della lingua allestensione dei suoi ambiti
duso, un arricchimento del suo lessico e un incremento dellindice di
complessit della sua grammatica costituisce la premessa per la
comparsa di un creolo , che pu essere ritenuto un pidgin diventato
. Con buona probabilit, ad esempio, i pidgin della Melanesia nacquero nel corso
dellOttocento, quando molti lavoratori vennero trasferiti dalle loro isole in Australia
o in altre isole, e vennero sviluppati dai Melanesiani non tanto per comunicare con i
colonizzatori, quanto per parlare tra di loro. Una volta rientrati nelle proprie isole, questi
lavoratori fecero s che tali pidgin divenissero spesso gli idiomi pi diffusi localmente.
Linglese fa generalmente da base, e da tale lingua deriva gran parte del vocabolario; la
grammatica, al contrario, tipica delle parlate melanesiane.
. Dopo liniziale semplificazione legata alla formazione del pidgin, nella fase di
creolizzazione non si assiste al recupero delloriginaria complessit grammaticale (cio dellimpianto strutturale della lingua lessificatrice o delle lingue di sostrato), ma alla creazione
di una nuova complessit.
. Per quanto anche in questo caso non siano mancate interpretazioni contrastanti, per
letimologia del termine creolo si giunti ad una soluzione unanimemente condivisa: esso
proviene dal portoghese crioulu (da criar, creare, ma anche allevare), usato in origine
nel XVI secolo, durante la grande espansione coloniale europea in riferimento ai
bianchi nati e cresciuti nelle colonie (per distinguerli dai coloni nati nella madrepatria, ai
quali erano riservate le cariche pi importanti) e passato poi ad indicare anche i nativi
indigeni. Successivamente, il termine venne esteso al dominio linguistico per indicare
lidioma delle Antille francesi e poi tutti i linguaggi di origine europea nati in particolari
momenti per rispondere al bisogno di comunicazione fra persone di origine diversa
parlati sia in America che in Asia e in Africa.

Lingue e spazi

lingua nativa di una generazione. In altri termini, una lingua creola


la lingua madre di un bambino cui fin dalla nascita stata trasmessa la
conoscenza di un pidgin.
Tra un pidgin ed un creolo esistono vari stadi intermedi; per quanto
riguarda i pidgin, ad esempio, si soliti distinguere almeno tre fasi: quella
caratterizzata da una notevole variazione individuale, un inventario fonologico estremamente ridotto, una pressoch totale assenza di morfologia,
una sintassi elementare ed un lessico limitato (pidgin gergale); unaltra
in cui appaiono le prime regole grammaticali ed il lessico comincia ad
arricchirsi (pidgin stabile); ed una in cui la grammatica raggiunge un
elevato indice di complessit e si amplia la gamma degli ambiti duso
della lingua (pidgin esteso). Ad ogni modo, i termini pidgin e creolo
rappresentano i due estremi di un continuum lungo il quale potremmo
riscontrare tutta una serie di variet intermedie; la discriminante rimane,
tuttavia, limpiego nellambito familiare (Mhlhusler, ).
A complicare la situazione, interviene comunque il fatto che una
stessa parlata possa avere stadi di sviluppo diversi in diversi contesti.
Ad esempio, le variet che vanno sotto il nome di West African Pidgin
English (WAPE) presenti in unarea compresa tra il Ghana, la
Nigeria ed il Camerun variano, da un punto di vista formale, da
pidgin ai primi stadi a pidgin estesi fino in qualche caso, come in
alcune zone della Nigeria, a creoli (Turchetta, ); lo stesso si pu
dire per il tok pisin, adoperato nella parte settentrionale della Papua
Nuova Guinea come pidgin da circa milioni di persone e come
creolo da circa . . E, anche allinterno di una stessa comunit,
una lingua di contatto pu essere lingua madre di alcuni parlanti (e
dunque un creolo) e pidgin per altri. Tutto ci rende piuttosto incerto
il quadro di riferimento: le categorie su cui gli studiosi si basano
faticano a trovare un pieno riscontro nella realt, e lintreccio dei fattori
sociali rende pressoch impossibile tracciare linee di demarcazione
nette. Pertanto i termini pidgin e creolo vanno intesi come relativi:
una distinzione sicuramente utile, a patto, per, che si ricordi che
una demarcazione netta non sempre possibile.
. Il tok pisin nato nel periodo in cui gli abitanti di varie isole del Pacifico, che parlavano lingue differenti, furono impiegati nelle piantagioni del Queensland e di diverse isole
dellOceania. Dovettero cos sviluppare, per comunicare tra di loro e con i colonizzatori,
una nuova lingua; questa si basava soprattutto sullinglese, con laggiunta di termini dal
tedesco, dal portoghese e dalle lingue austronesiane parlate dagli isolani.

. I molteplici usi delle lingue

Ricapitolando, il percorso evolutivo di una lingua di contatto si


svolge lungo una successione di stadi. Un pidgin si sviluppa in un
contesto di rapporti, spesso obbligati, allinterno di una societ in
cui, essendo parlate pi lingue reciprocamente non intelligibili, risulta
necessario creare un codice di comunicazione condiviso, da utilizzare
in ambiti funzionalmente alquanto ristretti. Un codice di questo tipo
pu avere vita breve, scomparendo non appena vengono meno le
condizioni sociali che ne avevano determinato linsorgere: quello
che accaduto, ad esempio, al fanagalo, un pidgin nato nellAfrica
meridionale per permettere ai lavoratori delle miniere doro, di diverse
trib e nazionalit, di comunicare tra loro e coi loro capi, ma che
poi diventato sempre meno utile via via che migliorata, attraverso
listruzione, la conoscenza dellinglese.
Ma un pidgin pu anche sedimentarsi, ampliando i propri ambiti
duso ed intraprendendo un processo di progressiva complicazione.
In questultimo caso, la lingua di contatto pu, da un lato, mantenere
la natura di pidgin continuando nella propria evoluzione o fossilizzandosi e, dallaltro, creolizzarsi, passando ad essere adoperata
anche nelle comunicazioni familiari e divenendo lingua nativa di una
generazione. questo il caso del creolo haitiano (lingua ufficiale di
Haiti insieme al francese, nonch prima lingua di quasi tutti gli Haitiani), ma anche del papiamento parlato nelle isole caraibiche di Aruba,
Curaao e Bonaire e del patois giamaicano, cos come del dialetto
creolo di Capo Verde e del creolofrancese di Mauritius, del krio della
Sierra Leone e del tok pisin della Papua Nuova Guinea .
Ma cosa avviene quando il creolo ormai una lingua a tutti gli
effetti ed entra a sua volta in quel complesso di dinamiche di ordine
linguistico ma anche di natura sociale che caratterizzano la vita di
ogni idioma? Esso pu continuare ad esistere senza perdere i caratteri
tipici delle lingue di contatto, cos come pu, daltra parte, anche ve. Il papiamento nato da un pidgin portoghese parlato dagli Ebrei sefarditi e dai
loro schiavi in fuga dal Brasile; un altro pidgin a base portoghese giunse invece nelle
isole di Aruba, Curaao e Bonaire insieme agli Ebrei provenienti da Capo Verde. Con la
dominazione spagnola, tale parlata si arricch poi di influenze spagnole, mentre, una volta
che le isole ABC furono annesse allimpero neerlandese, numerosi prestiti giunsero anche
da questa lingua.
. Il tok pisin sta attraversando una fase di standardizzazione della grammatica associata
ad una vera e propria creolizzazione.

Lingue e spazi

der scemare progressivamente tali peculiarit, trasformandosi in una


lingua normale o accostandosi talmente alla variet standard della
lingua lessificatrice da ridursi a sua variante (decreolizzazione). Pu
estinguersi gradualmente, ma pu in casi limite qualora dovesse
verificarsi una nuova situazione di contatto addirittura ripidginizzarsi (e poi, eventualmente, anche ricreolizzarsi). Le variabili in
gioco sono numerose ; daltro canto, se la sorte di pidgin e creoli
fosse gi nota, se esistesse, cio, una sequenza fissa di stadi evolutivi ed
un unico punto darrivo, non si spiegherebbero le differenze esistenti
tra i quasi pidgin e creoli parlati oggi nel mondo, organismi
come tutte le lingue in lento e costante movimento verso una meta
a noi sconosciuta (Grandi, ).
Tre sono attualmente le principali aree linguistiche dei creoli: quella
francese, che comprende le lingue dei Caraibi, quelle di varie zone
dellAfrica centrooccidentale (tra queste, si pu ricordare lesempio
del sango della Repubblica Centrafricana, usato gi nei tempi antichi
nelle trattative commerciali tra le diverse trib), ma anche le parlate
delle isole Mauritius, Runion e Seychelles; quella inglese, con alcuni
creoli dei Caraibi e, tra le altre, le parlate di Guyana, Belize, Sierra
Leone (krio) e Papua Nuova Guinea (tok pisin); e quella portoghese,
nella quale rientrano alcuni creoli presenti nelle Antille, nellAfrica
occidentale (Guinea Bissau, Capo Verde, So Tom e Principe), a Goa
e Macao (cfr. Fig. .). Ma nel mondo si sono sviluppati anche altri
creoli, a base spagnola (il pi famoso di questi il chabacano delle
Filippine), neerlandese (ne sopravvivono alcuni in Indonesia) ed araba
(in Ciad, Uganda, Sudan).
Ampiamente dibattuta dagli studiosi , infine, la questione relativa
allorigine di pidgin e creoli . Semplificando il pi possibile i termini
del problema, possiamo dire che le analogie che si riscontrano in
lingue di contatto diverse e parlate a notevole distanza luna dallaltra
sono state spiegate o ipotizzando una loro origine comune (teoria
. La durata del processo che rende una lingua di primo contatto un sistema pi complesso osserva ancora Barbara Turchetta non quantificabile in termini temporali
dal momento che motivi storici, politici e sociali ne possono modificare o interrompere il
percorso (, p. ).
. Va precisato, comunque, che la quasi totale assenza di documentazione scritta con
una sufficiente profondit temporale rende per lo pi teorica la disputa tra i sostenitori
delle diverse ipotesi.

. I molteplici usi delle lingue

Figura .. Principali creoli e pidgin nel mondo. Fonte: Breton ().

Lingue e spazi

della monogenesi) o chiamando in causa delle tendenze generali dei


fenomeni di pidginizzazione/creolizzazione che avrebbero luogo in
percorsi evolutivi del tutto indipendenti (teoria della poligenesi).
I sostenitori della prima teoria affermano che i pidgin ed i creoli
a base europea proverrebbero tutti da un pidgin a base portoghese
del XV secolo, parlato prima lungo le coste africane e portato poi dai
traffici commerciali in India e in Estremo Oriente; un pidgin, questo,
strettamente collegato al sabir, la lingua franca del Mediterraneo, e
che avrebbe svolto la funzione di protopidgin, lingua originaria
di tutti i pidgin. Le somiglianze osservate tra i pidgin parlati in regioni diverse del pianeta sarebbero dunque il frutto di una comune
eredit; le differenze, invece, andrebbero attribuite al processo di rilessificazione, ovvero alla sostituzione del vocabolario a fronte del
mantenimento della struttura di base che si verifica in situazioni di
contatto prolungato e di plurilinguismo . I fautori dellaltra teoria
quella della poligenesi credono invece che le analogie riscontrate
vadano spiegate attraverso una serie di costanti della pidginizzazione:
in pratica, pidgin e creoli si sarebbero sviluppati, s, seguendo percorsi
indipendenti, ma caratterizzati da alcuni fenomeni comuni. Pidgin e
creoli, allora, pur avendo avuto origine in zone anche molto distanti
della Terra, si sarebbero evoluti tutti pi o meno nelle medesime condizioni sociali, per soddisfare le medesime esigenze e, nella maggior
parte dei casi, a partire dalle stesse lingue indoeuropee; ed essendo le
premesse in buona parte coincidenti, anche il loro sviluppo potrebbe
aver seguito percorsi simili.
.. Le lingue artificiali
Alcuni idiomi sono stati creati consapevolmente dalluomo per
scopi differenti; non si sono, dunque, sviluppati ed affermati spontaneamente nelle culture, ma sono stati introdotti deliberatamente
. In sostanza, se una lingua di contatto ormai stabilizzata viene esposta allinfluenza di
unaltra lingua cui viene attribuito un prestigio superiore, essa pu avviare un processo
di ripidginizzazione, mantenendo intatto il proprio impianto strutturale e assumendo,
invece, parti pi o meno consistenti del lessico della nuova lingua. Questo processo pu
tanto creare somiglianze tra lingue indipendenti in prospettiva genetica, quanto dare
origine a divergenze tra lingue imparentate (Grandi, ).

. I molteplici usi delle lingue

nelluso di una comunit di parlanti dopo essere stati progettati


da qualcuno che intendeva diffonderli quali strumenti di comunicazione o utilizzarli, ad esempio, in opere di finzione, a fini di
sperimentazione linguistica e nella messa a punto di codici segreti.
per questo che, in riferimento a casi del genere, si parla di lingue
costruite o artificiali.
Proprio in base allo scopo per cui un idioma artificiale stato ideato, daltra parte, si effettua solitamente unulteriore distinzione tra
lingue ausiliarie (cio pensate per la comunicazione internazionale),
artistiche (progettate, invece, per essere adoperate allinterno di opere
artistiche o per puro diletto) e logiche (ideate, cio, a fini di sperimentazione logica o filosofica). Inoltre, a seconda che la grammatica ed il
lessico siano costruiti dal nulla o derivino, al contrario, da una o pi
lingue naturali, si parla talvolta anche di lingue artificiali a priori e
a posteriori. Queste ultime, poi, sono a loro volta dette pianificate
naturalistiche, se seguono da vicino le lingue naturali sulla cui base
(al fine di minimizzare i tempi dapprendimento) sono state elaborate, o schematiche, se le loro caratteristiche sono state volutamente
semplificate o sintetizzate da varie fonti.
Frutto di un atto di creazione consapevole e deliberata, una lingua
artificiale non ha inizialmente una comunit di parlanti. La sua variet
standard viene fissata a tavolino da una o pi persone che danno ad
essa una fonologia, una sintassi, una morfologia ed un vocabolario
pi o meno ricco. In comune con le lingue naturali, anche una lingua
artificiale ha, almeno in teoria, la stessa funzione e gli stessi mezzi.
Di fatto, per, dei tanti progetti avanzati, soltanto ad una decina
corrisposta effettivamente una comunit di locutori, e, delle numerose
proposte nate dallesigenza di rispondere ad un bisogno antico quale
quello di creare una vera parlata universale, soltanto una ha riscosso
un certo successo.
Gi nel corso del XVII secolo alcuni filosofi europei pensarono a
delle lingue artificiali ; il ceco Komensky (Comenius), ad esempio,
immagin una metalingua che potesse rappresentare unelevazione
dello spirito umano, salvezza dal caos del mondo. A parte il suo ed
. Cartesio, ad esempio, fu un pioniere dellidea moderna di lingua artificiale,
anche se solo sul piano teorico. Ipotizz una lingua universale fondata su principi di
semplicit e priva di eccezioni; una lingua filosofica, in cui le forme delle parole e dei
simboli rispecchiassero lordine universale dei pensieri umani (Gnoli, ).

Lingue e spazi

alcuni altri tentativi, per, fu nel corso dellOttocento che si afferm


lidea di un idioma comune, relativamente semplice, attraverso cui gli
uomini di tutto il mondo potessero intendersi: lingue internazionali
ausiliarie, quindi, costruite con lobiettivo di raggiungere il maggior
numero di parlanti. Il volapk del sacerdote cattolico tedesco Johann
Martin Schleyer (), lido dello studioso esperantista Louis de Beaufront (), loccidental (poi ribattezzato interlingue) di Edgar de
Wahl (), linterlingua della International Auxiliary Language Association (), e, ancora, il latino sine flexionae del matematico italiano
Giuseppe Peano () ed il basic, versione semplificata dellinglese
creata nel da Charles Kay Ogden, sono tutti esempi di lingue
artificiali che hanno provato a porsi come strumenti di comunicazione internazionale. Lunica ad aver conosciuto, per, nel corso degli
anni una progressiva espansione, pur mantenendo lesclusivo ruolo di
seconda lingua per i suoi locutori, stata lesperanto.
Sviluppato tra il ed il dalloftalmologo polacco Ludwik
Lejzer Zamenhof, lesperanto di gran lunga la pi conosciuta ed
utilizzata tra le lingue artificiali esistenti. Presentata come Lingvo
Internacia (Lingua internazionale), prese in seguito il nome di esperanto (cio colui che spera) dallo pseudonimo utilizzato dal suo
creatore (Doktoro Esperanto). Nato da un ideale di pace, collaborazione e intercomprensione tra gli uomini, lesperanto intendeva porsi
al di sopra di ogni differenza etnica, politica, religiosa, contro il predominio dei pi forti ed i rischi di una visione monoculturale del
mondo. Il suo obiettivo non era, perci, quello di sostituire le lingue
nazionali, quanto piuttosto quello di fornire uno strumento semplice
da adoperare e non discriminatorio per la comprensione reciproca a
livello internazionale.
Le origini di tale lingua sono strettamente legate alla storia personale di Zamenhof: egli aveva trascorso la sua giovinezza in un territorio
qual era quello di Bialystok, oggi in Polonia ma allora facente parte
dellimpero russo in cui convivevano diversi gruppi etnici ed era
arrivato allidea che una lingua condivisa potesse essere utile proprio
osservando le divisioni etniche e culturali (che spesso sfociavano in
episodi di violenza) di quellarea. Zamenhof, inoltre, conosceva le
difficolt legate allapprendimento di una lingua straniera (usava quotidianamente il russo e il polacco, ma conosceva anche lebraico e
studi il greco, il latino, il tedesco, il francese e linglese) ed utilizz

. I molteplici usi delle lingue

il suo bagaglio culturale per creare una parlata semplice e alla portata
di tutti. In questo modo, grazie ad una lingua facile da imparare ma
espressiva, una seconda lingua ausiliaria che fosse propriet comune
dellumanit e non di un popolo solo e neutra proprio in quanto
non appartenente a nessun gruppo in particolare , gli uomini avrebbero potuto dialogare, liberi da ogni strumentalizzazione o ideologia
politica, religiosa o di altro genere.
Ortografia, fonetica, grammatica e sintassi non potevano basarsi
che su principi di semplicit e regolarit. Le regole della grammatica furono scelte da quelle di varie lingue studiate da Zamenhof;
i vocaboli furono tratti da idiomi preesistenti, alcuni (specie quelli
introdotti di recente) anche da lingue non indoeuropee, ma per lo
pi dal latino, dalle lingue romanze (in particolare dallitaliano e dal
francese), da quelle germaniche (sopratutto tedesco e inglese) e da
quelle slave (russo e polacco). Grazie, inoltre, ad un razionale (e facile
da memorizzare) sistema di radici, prefissi e suffissi, e alla possibilit
di creare parole composte in grado di descrivere un dato concetto, il
lessico riusciva ad esprimere le sfumature di pensiero in una forma
comprensibile anche a popoli di tradizioni culturali differenti.
Fu per tutti questi motivi che lesperanto cominci a diffondersi
in Europa, tanto tra gli intellettuali quanto tra la gente comune, ed
stato per questo che, pur avendo subito duri colpi nel corso dei
primi decenni del Novecento, il movimento esperantista ha potuto
continuare ad espandersi. Oggi lesperanto viene usato quotidianamente, in forma parlata e scritta, da centinaia di migliaia di persone
in tutto il mondo e alcuni organismi a carattere generale, insieme a
numerose associazioni specializzate, lo utilizzano nei rispettivi campi
di attivit ; opere originali in tale lingua sono edite in ogni parte del
. Gli ideali del movimento sono riassunti nella Dichiarazione di Boulogne ()
e nel Manifesto di Praga (), documenti in cui si pone laccento sulla neutralit del
movimento rispetto ad ogni tipo di organizzazione o corrente (politica, religiosa o di
altro tipo) e ribadita lindipendenza di ogni esperantista dal movimento. definito, infatti,
esperantista semplicemente chi impara la lingua, a prescindere dalluso che ne fa, dalla
condivisione degli ideali o dalladerenza al movimento.
. Secondo alcune stime, sarebbero almeno milione e mezzo le persone in grado di
sostenere una conversazione in lingua che vada al di l delle semplici frasi di commiato.
. Lattivit su scala mondiale coordinata dalla Associazione Universale di Esperanto,
con sede a Rotterdam, che ha soci in oltre Paesi. In Italia, le diverse associazioni sono
coordinate dalla Federazione Esperantista Italiana, che ha sede a Milano.

Lingue e spazi

mondo; trasmissioni radiofoniche e televisive in esperanto hanno


luogo regolarmente da varie stazioni.
Ma una lingua artificiale hanno sostenuto in molti non ha un
popolo e non ha una cultura. Daltra parte, pur se si considerassero tali
lingue come parlate franche (sulla scia del cui successo molte lingue
costruite sono state pensate), andrebbe comunque sottolineato che la
forza delle lingue franche stava (e sta) nel fatto che non si trattava di
creazioni astratte, ma di codici comunicativi nati da unesigenza reale
per quanto contingente. In altre parole, una lingua artificiale pu somigliare ad una lingua franca senza, per, averne la forza espressiva e la
vitalit; anche in questo caso, quindi, ci che si sviluppato in natura
ed frutto della selezione storica e sociale si dimostra pi efficiente e
meglio costruito di ci che stato concepito a tavolino. Se le lingue
artificiali non vengono adottate, allora, la causa non sta tanto, come
qualcuno ha voluto ipotizzare, in un complotto imperialistico, quanto
piuttosto nella mancanza di motivazioni: per apprendere una seconda
lingua, infatti, ciascun parlante deve avere uno stimolo, un obiettivo,
un bisogno da soddisfare; saranno le sue scelte a determinare quale
lingua verr adottata (Nocentini, ).
Per quanto riguarda in particolare lesperanto poi che spesso
stato criticato anche perch troppo europeo e quindi, di fatto, poco neutrale , pur ipotizzando che un gran numero di persone
possa impararlo, andrebbe considerato che in questo modo, nel giro
di un paio di generazioni, finirebbero con lo svilupparsi decine di
esperanti diversi, per cui probabilmente non ci si capirebbe neanche
pi. Le lingue, infatti, oltre a conoscere continui cambiamenti lessicali
e morfologici attraverso semplificazioni e arricchimenti, sono sottoposte allazione di due forze contrapposte. Da un lato, una tendenza
allunificazione sotto la pressione delle necessit sociali, derivando
dallintrecciarsi di relazioni e dallazione di istituzioni comuni lesigenza di ricercare, difendere e rafforzare alcune parlate sovralocali e
normalizzate. Dallaltro, una tendenza alla differenziazione dovuta alla
dispersione, allisolamento, allautarchia di alcuni gruppi, che fa s che
tra i vari elementi in cui un idioma si frantuma vada progressivamente
diminuendo lintercomprensione.

Capitolo IV

Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo


.. Levoluzione linguistica nel tempo
Le lingue costituiscono delle strutture dinamiche, in continua evoluzione; cambiano internamente attraverso la creazione di parole
nuove, la perdita di vocaboli non pi adoperati o ladozione di termini stranieri cos come possono estendersi (e quindi regredire o
avanzare nellutilizzo) su nuovi territori attraverso le migrazioni dei
propri locutori o in seguito allacculturazione dei locutori di parlate
vicine.
Il lessico la parte pi esposta al mutamento, in quanto pi forti
sono i suoi legami con la realt extralinguistica: i cambiamenti nelle
condizioni socioeconomiche, le trasformazioni culturali, il progresso
scientifico e tecnico, cos come i contatti ed i rapporti con gli altri
popoli hanno riflessi evidenti pi sul piano lessicale che non sulla
morfologia o la sintassi. Nuove parole entrano nelluso solitamente
in risposta alle necessit di determinati settori per indicare qualcosa che prima non cera (in certi casi accade, ad esempio, che uno
strumento di provenienza estera venga introdotto in un Paese con il
rispettivo termine): neologismi e prestiti da lingue straniere in. I cambiamenti possono riguardare anche intere espressioni, e modifiche del genere
sono spesso dovute al progresso tecnico. Un tempo, ad esempio, se ne adoperavano alcune
collegate alluso del cavallo, come partire a spron battuto o correre a briglia sciolta;
oggi di una persona che corre molto si dir eventualmente che va come un treno, o
che sembra un missile. Ancora, una persona che un tempo perdeva le staffe sar oggi
su di giri, e limpaziente che prima mordeva il freno oggi piuttosto parte in quarta
(Bellezza, ).
. Si parla di prestito in riferimento ad un termine, una struttura semantica o un
fonema stranieri che entrano a far parte del patrimonio di una determinata lingua. Il
fenomeno nasce dallesigenza di dare un nome a un concetto o a un oggetto che nella
lingua di destinazione non ne ha uno proprio. Talvolta un vocabolo viene acquisito senza
che la lingua di adozione trovi una nuova parola per sostituire il prestito; questo pu essere

Lingue e spazi

dipendentemente da ogni tentativo contrario volto ad epurare la


lingua dagli apporti della cultura da cui ci si vuole differenziare
trasformano il vocabolario ; al tempo stesso, vecchie parole ne escono
(divenendo degli arcaismi) e termini gi esistenti vanno assumendo
nuovi significati. I diversi idiomi assumono cos nel tempo nuovi valori, o rafforzano quelli che gi hanno, o li perdono del tutto o in
parte.
La dinamica linguistica non dipende soltanto dal mero dato demografico, quanto piuttosto dalla capacit che ha un gruppo di elaborare
cultura e trasmetterla ad altri; chiaro allora che, quando il numero
dei suoi locutori scende al di sotto di una certa soglia, una parlata
perde vitalit, ma nellespansione (o nel declino) di una lingua contano maggiormente lorganizzazione sociale e politica, lefficienza del
sistema economico, la forza innovativa, la possibilit di trasmettere le
informazioni: sono questi fattori a determinare, cio, il valore positivo
o negativo della sua evoluzione. Saranno quindi i caratteri e la forza
del popolo che la utilizza oltre alla molteplicit dei suoi ambiti dimpiego e insieme alle scelte, come vedremo pi avanti, di chi detiene il
potere a darci prova della sua capacit espansiva.
Una comunit efficiente e in grado di imporre ad altri i propri
modelli organizzativi, dotata di uneconomia forte ed aggressiva sui
mercati esteri, provvista di mezzi editoriali solidi e di strutture per linformazione di massa capillari potr espandere la sua area linguistica
in modo ben pi rapido e consistente di quanto non possa fare un trend
demografico favorevole; la sua popolazione, cio, potr anche crescere, ma in mancanza di queste condizioni la dinamica linguistica non
dovuto alla supremazia di una lingua in un determinato settore.
. Pensiamo allitaliano: a conservatori e nazionalisti pu dar fastidio la massiccia
accettazione di termini stranieri. Daltra parte, alleccessiva apertura (o sudditanza, secondo
una visione negativa) della nostra cultura rispetto, ad esempio, a quella francese o spagnola
si potrebbe trovare una spiegazione storica: Francesi e Spagnoli sono stati a capo di un
impero coloniale nel quale hanno imposto la propria lingua, cosa che il nostro Paese,
consolidatosi solo alla fine dellOttocento, non riuscito a fare.
. Il lessico di una lingua pu quindi ampliarsi tanto dallinterno mediante formazioni nuove ricavate da voci gi esistenti ed attraverso meccanismi quali la derivazione e la
composizione quanto dallesterno, riprendendo e adattando parole straniere.
. Il potenziamento del sistema televisivo italiano, ad esempio, ha favorito la diffusione
della nostra lingua laddove un tempo essa era conosciuta ma poi era quasi del tutto
scomparsa (Malta, la Tunisia, lAlbania).

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

riuscir ad essere positiva. Si pensi al caso di quelle lingue come


le numerose parlate etniche europee ormai sempre meno adoperate
decadute proprio perch le relative comunit sono andate perdendo vivacit culturale o capacit di controllo del proprio territorio, o
perch sono cambiati i mercati e i sistemi produttivi, o in seguito alla
colonizzazione da parte di un gruppo pi forte. Un tempo esse erano
lingue di comunione di individui che riuscivano a mantenere la loro
cultura e che attivavano forme di produzione volte essenzialmente
allautoconsumo; nei loro contesti, nellambito di territori ben definiti
e poco permeabili ai modelli esterni, costituivano il veicolo per ogni
comunicazione ed un fondamentale fattore unificante. Dal momento,
per, che i relativi raggruppamenti etnici non sono pi chiusi, che le
loro economie non risultano pi efficienti in rapporto ai nuovi sistemi
produttivi, e che i mezzi di comunicazione propongono forme espressive e modelli comportamentali standardizzati, esse hanno perso la
loro capacit di servire alle normali relazioni allinterno del gruppo,
finendo col diventare seconde lingue, utilizzate in ambiti territoriali
e sociali sempre pi ristretti; tuttal pi, esse hanno assunto talvolta
il ruolo di lingue di bandiera, utili per sollevare in certi momenti i
problemi e le rivendicazioni delle proprie comunit (Barbina, ).
Una lingua, daltra parte, deve essere in grado di adattarsi alle innovazioni tecnologiche e a nuovi rapporti sociali e produttivi. stato
cos che leversione della feudalit e la Rivoluzione industriale hanno
determinato la sovrapposizione di una lingua nazionale forgiata dai
gruppi sociali artefici della trasformazione ai dialetti regionali: la
decadenza delleconomia rurale port con s anche il declino di quelle
parlate che, efficaci in un piccolo spazio di relazioni, non lo furono pi
con linstaurarsi di un mercato nazionale. Ed emblematico, in tal senso,
lesempio delle lingue celtiche dellarcipelago britannico: la nuova
struttura territoriale determinata dalla Rivoluzione industriale inglob
queste comunit nellambito di relazioni britannico, e le loro lingue
regredirono insieme alle culture tradizionali e ai precedenti sistemi
produttivi. Completamente assorbite le comunit minori dellisola di
Man e della Cornovaglia, le lingue celtiche rimasero confinate nelle
zone pi isolate ed arretrate dellIrlanda, della Scozia e del Galles
(cfr. Fig. .); laddove sopravviveva qualche struttura preindustriale,
furono ancora in grado di soddisfare le esigenze di comunicazione,
ma linglese riusc a diffondersi ovunque, prevalendo prima lungo le

Lingue e spazi

vie di comunicazione principali, nei centri urbani e nelle zone industriali e minerarie, e continuando poi ad avanzare via via che queste
regioni diventavano mete turistiche. Il processo di riorganizzazione
territoriale imposto dallInghilterra industriale fin cos per arrestare
lautonoma evoluzione tanto delle loro strutture sociali quanto delle loro lingue , incapaci di esprimere i nuovi rapporti e di resistere
allinvadenza dellinglese (Zanetto in Breton, ).
In genere, lesistenza nellarea di un centro politico e culturale
determina delle innovazioni dinamiche negli usi linguistici; da ci deriva, daltronde, la tendenza delle lingue ad evolversi pi rapidamente
nel centro del loro ambito di insediamento che non in periferia, ove
invece si conservano pi a lungo gli arcaismi. Il francese di Parigi, ad
esempio, si presenta pi moderno rispetto a quello delle province,
cos come quello dEuropa mutato pi rapidamente rispetto a quello
del Qubec. Tra le lingue indoeuropee, poi, il lituano e il lettone sono
rimaste quelle pi immobili e complesse proprio perch prive di un
centro innovatore. Ancora, nellinsieme germanico come gi si
avuto modo di osservare la lingua pi periferica, lislandese, si
configura come un vero e proprio fossile, e nel subcontinente indiano,
il marathi, la lingua pi lontana dal centro di diffusione gangetico,
rimasta la pi arcaica (Breton, ).
La lingua che diviene predominante, comunque, non deve certo il
successo alla sua struttura interna, bens alla capacit innovatrice del
gruppo che la utilizza; anche rispetto allimportazione di termini stranieri, daltra parte, evidente che a diffondersi sono le parole dellidioma
che in un certo momento prevale in un determinato settore: la lingua
esportatrice, cio, quella che esprime una supremazia in ambito
culturale, tecnico, politico o economico. Vero pure, daltro canto, che
le lingue cosiddette minori non sono in difficolt unicamente a causa del
peso, in termini quantitativi, di certi idiomi (come il cinese mandarino,
. Alquanto diversa solo la situazione del gallese (o cimrico): mentre infatti il gaelico
scozzese e lirlandese si sono progressivamente ritirati verso la costa occidentale, il gallese
ancora diffuso sul suo territorio dorigine e la diminuzione del numero dei suoi parlanti
anche grazie allazione di organizzazioni che lhanno preservato dallestinzione e si sono
battute per un suo riconoscimento ufficiale stata pi lenta.
. Non detto che la stessa lingua mostri una preminenza in tutti i campi: nellinformatica, ad esempio, i termini tecnici sono quelli inglesi, ma nel campo della moda si usano
comunemente parole francesi; nella musica classica, invece, da oltre due secoli tempi e
volumi sono indicati come andante, pianissimo, allegretto, ecc. (Bellezza, ).

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

Figura .. Larretramento delle lingue celtiche. Fonte: Breton ().

Lingue e spazi

linglese, lhindi o lo spagnolo) con un numero di locutori elevato; responsabili dellestinzione di molte parlate sono lo sviluppo economico e
la globalizzazione, la diffusione dei moderni mezzi di comunicazione di
massa, i flussi migratori: tutti fattori che stanno portando alla scomparsa
di molte delle lingue esistenti nel mondo.
Non c nulla di inconsueto nella morte di una lingua. Un gruppo
etnolinguistico come ha giustamente evidenziato Breton ()
costituito da diversi elementi in stretta interconnessione e la loro
parlata costituisce soltanto uno di questi elementi; ad ogni variazione
di uno conseguono variazioni e adattamenti degli altri, e se tutti o
quasi gli altri elementi vengono meno anche la lingua non essendo
pi funzionale al sistema sociale e amministrativo, non servendo a
far crescere leconomia e non essendo pi lingua di cultura andr
perdendo importanza, finendo con lestinguersi. La scomparsa di un
idioma ovvero il processo di diminuzione della competenza che
avviene in una comunit di locutori (processo che diviene completo quando non rimangono pi locutori nativi nella popolazione in
cui esso era precedentemente utilizzato) costituisce un evento frequente nel continuo susseguirsi delle civilt e delle culture, anche se
nella storia del genere umano nessuna lingua morta senza lasciare
traccia di s negli idiomi che ad essa si sono sovrapposti e molte di
quelle che hanno smesso di essere parlate (come il greco antico o il
latino) sono divenute oggetto di studio in quanto interessanti relitti
storicoculturali.
Oggi, per, ci che risalta drammaticamente la dimensione del
problema: delle circa seimila lingue parlate sulla Terra, sembra probabile che pressappoco la met sparir nel giro di un secolo. La consapevolezza di ci a livello delle masse ancora molto limitata la
maggior parte delle persone deve infatti ancora sviluppare una coscienza linguistica ma la portata ed il tasso della perdita in corso a
livello mondiale risultano realmente catastrofici. Siamo di fronte ad
unestinzione linguistica senza precedenti. Secondo lAtlante internazionale delle lingue in pericolo di estinzione presentato dallUNESCO
nel febbraio , ad essere sullorlo della scomparsa, o a rischiare
una morte certa, sono soprattutto le parlate delle regioni a forte diversit linguistica (lAfrica subsahariana, lAmerica del Sud, la Malaysia);
duecento sono le lingue che si sono estinte nel corso delle ultime tre
generazioni, oltre cinquecento si trovano in una situazione particolar-

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

mente critica , ma molte altre sono in pericolo ( seriamente in


pericolo, in pericolo e vulnerabili). E non si tratta solo di
idiomi con poche centinaia di parlanti, anzi; daltra parte, nemmeno
per una lingua che conti centomila locutori vi sono garanzie che essa
sopravvivr nel giro di un paio di generazioni: tutto dipender dalle
pressioni che verranno esercitate su di essa e dallatteggiamento delle
persone che ladoperano.
Una lingua muore quando muore lultima (o, come notano alcuni,
la penultima, perch allora lultima non ha pi nessuno con cui usarla)
persona che la parla; dopo, pu continuare ad esistere solo se stata
messa per iscritto o se stata registrata in qualche modo. Una volta
che un idioma perde la sua ultima comunit di parlanti madrelingua,
il compito di farlo risorgere estremamente difficile.
Le ragioni per cui una lingua pu scomparire sono molteplici. Ci
pu accadere, ad esempio, in seguito a diglossia, in conseguenza,
cio, di quel fenomeno di divaricazione sociolinguistica che porta
alla sua fossilizzazione in quanto parlata colta, esclusivo appannaggio
di una classe di letterati e chierici che la utilizza solo in certi contesti:
stata questa la sorte di quelle lingue antiche che confinate, appunto, in usi colti, solenni, liturgici sono diventate lingue morte.
Ma un idioma pu estinguersi anche per effetto della differenziazione dialettale dovuta alla dispersione, allisolamento, allautarchia dei
gruppi: una lingua lasciata a se stessa, e senza istituzioni politiche
e culturali, tende a frantumarsi in pi elementi tra i quali lintercomprensione va man mano riducendosi . Accanto alla sua involuzione e
ai fenomeni di diglossia e dialettizzazione, per, la scomparsa di una
lingua pu dipendere anche da ragioni extralinguistiche: il prevalere
di un gruppo etnico su un altro (per egemonia politica, dipendenza
economica, dominazione culturale, assimilazione o etnocidio) pu
provocare, infatti, la dispersione della lingua del gruppo che subisce
. Nellelenco stilato dallUNESCO sono citati anche cinque idiomi a rischio di estinzione presenti in Italia: si tratta del gardiol (loccitano parlato a Guardia Piemontese, in
Calabria), del greco del Salento (griko) e di quello della Calabria (romaico), del titschu
(tedesco) della Valle dAosta e del croato molisano; considerando inoltre anche i dialetti,
lAtlante conta una trentina di idiomi italici in pericolo.
. questo il caso delle lingue di una medesima famiglia nate nel corso dei secoli da
una stessa parlata, che diventata estinta attraverso un processo graduale di evoluzione.
Lespressione estinzione linguistica usata, per, meno comunemente per descrivere
questo processo.

Lingue e spazi

il processo di acculturazione, sia che i suoi locutori divengano gradualmente, nel corso delle generazioni, bilingui, fino a cessare di
usare la lingua originaria per adottare (pi o meno spontaneamente)
quella dei dominatori, sia che i suoi locutori vengano fisicamente eliminati. Si pu, cos, imporre una lingua, per esempio dichiarandola
come unica ufficiale o costringendo le popolazioni locali a parlarla, o
si pu vietare una parlata che si intende eliminare; si pu distruggere
la cultura tradizionale di una comunit o impedire che i bambini imparino la loro lingua madre. Ma in questo modo, e con le conseguenti
misure istituzionali, si abbandona il campo dei mutamenti spontanei
per entrare in quello delle politiche coscientemente perseguite.
Mentre alcune lingue hanno abbandonato la scena della storia, altre
vi si sono affacciate: da un lato, lingue cosiddette emergenti, espressione cio di gruppi o di Stati che hanno raggiunto lindipendenza
ed hanno intrapreso un processo di consolidamento linguistico volontario (si pensi ai casi del kiswahili e del sango in Africa); dallaltro,
lingue resuscitate per azione di una comunit etnica: cos lebraico,
ad esempio, lingua morta da pi di duemila anni, diventata prima la
seconda lingua dei coloni sionisti e, poi, quella nativa di un crescente
numero di bambini in Israele. Pochi sono, per, i tentativi di rivitalizzazione di un idioma ormai avviato alla decadenza che abbiano avuto
effettivamente successo.
Se positivo stato lesito della rivalutazione del kiswahili in Tanzania ove, come si detto, la necessit di aggregare pi gruppi
etnici in un unico Stato nazionale spinse il governo dellex colonia ad
adoperare la lingua franca locale come strumento di comunicazione
interetnica oltre che lingua ufficiale dello Stato, ed il kiswahili, riadattato ed aggiornato in base alle esigenze da un apposito istituto di ricerca
dellUniversit di Dar es Salaam, divenuto una delle lingue pi importanti di tutta lAfrica , non altrettanto si verificato per il gaelico
irlandese. Prima dellindipendenza, ottenuta dallIrlanda nel , le
condizioni di questa antica parlata celtica, per secoli lunica degli Irlandesi, erano gi preoccupanti: il lungo periodo della dominazione
inglese, iniziata dal XIV secolo, aveva visto una continua penetrazione
della lingua dei conquistatori, e poich il gaelico era anche la lingua
della tradizione cattolica irlandese gli Inglesi cercarono di combatterlo
in ogni modo. Lindustrializzazione sviluppatasi a partire dalla fine del
Settecento contribu, poi, ad un suo ulteriore arretramento: chi vo-

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

leva sopravvivere alla miseria doveva emigrare nelle citt e imparare


linglese , ed il gaelico venne cos relegato a lingua delle frange sociali
pi povere ed emarginate. Quando lIrlanda divenne indipendente,
per, il nuovo Stato mir, gi con i suoi primi provvedimenti, a far
tornare in uso lantica parlata, divenuta simbolo della differenziazione
dagli Inglesi e perci proclamata prima lingua ufficiale della nuova
Repubblica. Un gruppo di esperti incaricati dal governo studi tutte
le possibilit per riportare in vita un idioma che pochi parlavano correttamente: fu creato un istituto per la modernizzazione del gaelico e
la formazione di insegnanti esperti in tale lingua e vennero stimolate
iniziative culturali tese alla sua diffusione; il gaelico divent cos lingua
ufficiale (insieme allinglese) nellamministrazione dello Stato, lingua
di informazione, lingua di insegnamento e lingua di espressione della
cultura. Loperazione si rivel, tuttavia, non facile e non riusc a dare
i risultati sperati. Il declino di quello che era un idioma ormai tagliato fuori dalle esigenze pratiche di un sistema di vita profondamente
cambiato continuato, anche se un po pi lentamente, e la forza
delleconomia e di unorganizzazione sempre pi estesa dei mercati,
insieme ai pi frequenti rapporti culturali e politici con altri popoli,
hanno finito con levidenziare ulteriormente la progressiva perdita
di importanza di una lingua che oggi viene parlata principalmente
in alcuni villaggi lungo le coste occidentali e sudoccidentali della
Repubblica dIrlanda (Gaeltacht).
.. Lespansione delle lingue nello spazio
Il processo di conquista territoriale di una lingua, oltre a poter derivare
da atti e provvedimenti espressamente finalizzati ad espandere larea
linguistica e quindi da una chiara azione di pianificazione culturale,
pu avere anche cause da essa indipendenti. A questo proposito, per,
va ricordato innanzitutto che, nellambito dei flussi che interessano la
Geografia culturale, necessario fare una distinzione tra i movimenti
degli uomini e quelli delle idee. La propagazione di unidea o di
. In poco tempo la contrazione dellarea in cui si parlava gaelico fu netta. Ci determin, proprio al fine di sostenere la lingua dellisola, la nascita della Lega Gaelica, la cui
attivit ebbe buoni risultati a livello politico, essendo questa riuscita a diffondere lidea che
una rinascita della lingua degli avi fosse impossibile senza lindipendenza dagli Inglesi.

Lingue e spazi

uninnovazione dalla sua area di origine ad altre culture ovvero


il processo di diffusione culturale pu avvenire infatti in due modi:
in un caso, linnovazione o lidea vengono fisicamente trasferite in
nuove aree da individui che entrano a far parte di popolazioni non
di per s associate o in contatto con la loro area di provenienza (si
parla di diffusione per spostamento); nellaltro invece (diffusione per
espansione) lidea o linnovazione sviluppatasi in una determinata
area a compiere il movimento, propagandosi da un luogo ad altri .
Lutilizzo di una lingua pu quindi estendersi nello spazio o trasferirsi, nel corso del tempo, da unarea allaltra in primo luogo perch
coloro che la parlano occupano nuovi territori, solitamente a scapito
di altri popoli e delle relative lingue. Ma la conoscenza e luso della
lingua di una cultura dominante possono essere ritenuti una necessit quando questa lingua costituisce il tramite su cui si basano il
commercio, la legge, il prestigio; nella propagazione di un idioma a
scapito di un altro ha pertanto un ruolo fondamentale il potere del
gruppo dominante. Ognuna di queste forme di propagazione linguistica (dispersione dei parlanti o acquisizione di nuovi) rappresenta un
processo di diffusione spaziale, e in quanto tale pu essere ostacolato da barriere fisiche o culturali o, al contrario, risultare facilitato
dalla loro assenza: lo spostamento in massa di una popolazione con
la sua cultura che viene ad assumere unimportanza predominante
allinterno di un nuovo territorio un tipico esempio del fenomeno
di propagazione per spostamento; quando invece sono evidenti i van. In questo secondo caso, lelemento diffuso persiste nellarea di origine, e spesso risulta qui intensificato. Quando la diffusione per espansione interessa quasi tutti gli individui
in situazione di contiguit e tutte le aree esterne alla regione dorigine si parla di diffusione
per contagio. In altri casi, invece, la distanza meno importante rispetto alla comunicazione
tra i centri principali: il processo di trasferimento delle idee, prima tra i luoghi principali e
soltanto in un secondo momento tra quelli pi piccoli o meno importanti, prende allora
il nome di diffusione gerarchica. Si utilizza infine lespressione diffusione per stimolo in
riferimento a quelle situazioni in cui unidea fondamentale stimola un comportamento
imitativo allinterno di una popolazione ricettiva.
. Le popolazioni migranti o gli invasori tendono e questo era ancora pi vero nel
passato a seguire i percorsi di minore resistenza a livello topografico, diffondendosi
pi agevolmente laddove laccesso pi semplice.
. Il bretone, il gaelico, cos come altri idiomi con una localizzazione geografica
specifica, sono ancora oggi simbolo di separazione etnica, elemento distintivo rispetto alle
culture nazionali dominanti dei territori in cui si trovano o con cui confinano le aree in cui
vengono parlate tali lingue.

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

taggi conferiti dalluso di una nuova lingua, e questa viene adottata


dai soggetti madrelingua di un altro idioma, si verifica una forma di
diffusione per espansione, unita ad unacculturazione totale o parziale
della popolazione adottante .
I flussi di segni culturali possono essere ben pi veloci di quelli
delle persone: lacculturazione pu procedere in tempi rapidi e coinvolgere un intero gruppo umano anche con limitati spostamenti di
individui. Essa, anzi, pu verificarsi anche nel senso opposto rispetto
a quello dei movimenti di popolazione: si pensi, ad esempio, ai tanti
immigrati assimilati dal loro Paese daccoglienza, di cui acquisiscono
valori, atteggiamenti, costumi e lingua. E anche se una diversa forma
di contatto e di conseguente mutamento culturale pu verificarsi in
una regione conquistata o colonizzata quando un gruppo subordinato o assoggettato si trova a dover adottare la cultura del nuovo
gruppo dominante (introdotta tramite diffusione per spostamento),
forzatamente o comunque sopraffatto dalla superiorit numerica o dal
livello tecnologico dei pi forti pur vero che molti cambiamenti
culturali sono avvenuti gradualmente, senza spostamenti di persone,
sulla base dellesempio delle popolazioni vicine. cos osserva
Breton () che in Europa sono arretrate molte parlate etniche,
soppiantate nel corso del tempo dalle lingue nazionali e quindi sospinte su posizioni residuali: montagne (come nel caso del basco), teste
di valle (come per il romancio ed il ladino), estremi lembi di penisole
(come per il bretone e il gallese) o isole (come per il frisone).
Oggi sono noti i fattori che favoriscono lassimilazione culturale:
lurbanizzazione ha creato citt che fungono da poli di attrazione per
le comunit rurali; citt che diventano pi facilmente raggiungibili
grazie allo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni. Una volta in
citt, gli individui hanno immediato accesso alla societ dei consumi,
con lomologazione che questo tipo di contatto porta inevitabilmente
. Di solito coloro che occupano, o ambiscono ad occupare, posizioni di rilievo sono
i primi ad accettare la nuova lingua; in un secondo momento, per, anche gli strati pi
bassi della popolazione possono essere gradualmente assorbiti (attraverso listruzione, le
attivit quotidiane o per necessit sociale) nella comunit in espansione di coloro che hanno
adottato la nuova lingua. Tale diffusione gerarchica ha interessato numerose societ: si
pensi alle lingue introdotte con gli imperi coloniali, molte delle quali hanno conservato una
posizione di prestigio in societ multilingui anche dopo che quei territori hanno ottenuto
lindipendenza (Fellmann et al., ).

Lingue e spazi

con s; lapprendimento di una lingua dominante facilita enormemente questo processo. Laccentramento di potere nelle metropoli finisce
col tradursi in una perdita di autonomia per le comunit locali, e lidioma della cultura pi forte riesce ad insinuarsi ovunque, sostenuto
dalla pressione quotidiana dei media.
Ad ogni modo, sembra potersi notare una stessa sequenza di eventi
che colpiscono la lingua in via di estinzione. In una prima fase, infatti,
si pu osservare una forte pressione politica, sociale o economica, dallalto verso il basso (una serie di provvedimenti legislativi, ad
esempio) o dal basso verso lalto (come su sollecitazione di un gruppo
sociale) sulla popolazione affinch parli la lingua dominante; il
risultato (seconda fase) un periodo di bilinguismo in cui le persone
parlano sempre meglio la nuova lingua, ma conservano la competenza
di quella precedente. Successivamente, questo bilinguismo inizia a
declinare e il vecchio idioma cede il passo a quello nuovo. Questo segna il passaggio ad una terza fase, nel corso della quale la generazione
pi giovane migliora sempre pi la competenza della nuova lingua,
giunge ad identificarsi maggiormente con essa e finisce col considerare la prima lingua ormai divenuta una sorta di dialetto familiare
sempre meno adatta alle nuove esigenze. Nel giro di una generazione,
cos, il bilinguismo pu diventare prima un incerto semilinguismo
e, quindi, un monolinguismo, che colloca la prima lingua pi vicina
allestinzione (Crystal, ).
Tra due aree linguistiche limitrofe, la fascia di contatto non risulta
quasi mai stabile nel tempo. Soltanto se il confine linguistico segue
delle barriere fisiche che ostacolano gli spostamenti degli individui
essa potr rimanere inalterata; qualora, per, tra le due regioni ci siano
regolari scambi di prodotti, servizi, informazioni e persone, la pressione del gruppo culturalmente, economicamente o politicamente pi
forte nei confronti di quello pi debole far sentire i suoi effetti. La
zona di contatto bilingue: un certo numero di persone ha qui, infatti,
la necessit di tenere i rapporti con tutte e due le comunit linguistiche. Lesistenza di questa frangia bilingue composta di individui
in via di acculturazione o di deculturazione un utile indicatore
per lanalisi delle tendenze profonde delletnia verso lespansione o
lassorbimento.
Per comprendere meglio gli aspetti territoriali del fenomeno, pu
essere utile riferirsi ad un modello elaborato da Roland Breton ().

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

Secondo tale modello, procedendo dal centro di una regione etnolinguistica (A) verso il centro di unaltra regione etnolinguistica (B),
possiamo osservare una serie di aree con connotazioni linguistiche
differenti. La prima larea delletnia A e in cui si parla solo la lingua
a (Aa); andando verso lesterno, per, ancora nella regione delletnia
A, ci saranno persone che hanno a come prima lingua, ma utilizzano
anche la vicina lingua b (frangia bilingue Aab). Proseguendo ancora,
si incontrer una zona, sempre di etnia A, dove invece la lingua b a
prevalere, mentre a ha solo unimportanza secondaria (frangia bilingue Aba). Ancora pi allesterno, infine, ci sar unarea appartenente,
s, alletnia A, ma monolingue b (Ab), e quindi osserva Breton
completamente allofona . Pi avanti ancora ci sar larea delletnia B,
con monolinguismo etnofono (Bb) .
Le fasi territoriali del passaggio dalla lingua a alla b attraverso due
frange di bilinguismo a diversa prevalenza possono darci unidea del
processo, in questo caso, di deculturazione delletnia A per effetto della
maggiore influenza delletnia B (dal cui punto di vista si pu invece parlare di acculturazione). In altre parole, losservazione ed il confronto dei
dati possono consentirci di valutare lampiezza della frangia bilingue
che si forma, ai margini di qualsiasi gruppo, in seguito a deculturazione (quando, cio, alcuni dei suoi componenti hanno adottato unaltra
lingua) o ad acculturazione (quando, cio, membri di altri gruppi ne
hanno adottato la lingua). Allesterno di questa frangia bilingue si
potr incontrare una parte del gruppo che, pur avendo conservato
lappartenenza etnica originaria, risulter totalmente deculturata, e,
verso linterno, unaltra parte, completamente acculturata. Lincidenza
di queste frange bilingui e la diversa proporzione di individui con lingua materna uguale o diversa rispetto a quella della propria comunit
possono dunque costituire un utile indicatore nella valutazione dei
. Breton parla di etnofoni e allofoni per indicare, rispettivamente, i membri di un
gruppo etnico che hanno come lingua materna la stessa del proprio gruppo e quelli che
invece, allinterno del gruppo, hanno una lingua madre diversa.
. Prendendo ad esempio due Gruppi di Lingua Materna (gli Ucraini e i Russi) e le
due nazionalit corrispondenti e considerando le condizioni degli individui nei processi di
acculturazione e deculturazione, Breton notava come per gli Ucraini si andasse da un grado
zero di deculturazione (Ucraini etnofoni monolingui) alla completa deculturazione (Ucraini
allofoni russificati), passando per gli Ucraini etnofoni bilingui e gli Ucraini allofoni che
mantenevano lucraino come seconda lingua; per i Russi, si poteva osservare un percorso
inverso di acculturazione (da Russi etnofoni monolingui a Russi allofoni ucrainizzati).

Lingue e spazi

processi di acculturazione e, quindi, del dinamismo e della forza dei


diversi gruppi.
Il processo di acculturazione/deculturazione che si compie
generalmente nel corso di pi generazioni pu coinvolgere vaste
popolazioni e trasformare i tratti linguistici dominanti di intere regioni.
Qualora esso si verifichi a cavallo di un confine tra Stati, vi saranno dei
cittadini dello Stato A e di etnia A che per qualche motivo adoperano
in modo prevalente o esclusivo la lingua dello Stato limitrofo: ci
specie da parte di quei Paesi che presentano un forte senso della
nazionalit pu essere percepito come un pericolo per lunit statale
e suscitare reazioni tese a riappropriarsi della frangia considerata come
linguisticamente a rischio.
Pur essendo indubbiamente troppo schematico per poter spiegare
tutti i casi in cui una certa area esercita uninfluenza linguistica nei
confronti di unaltra area ( evidente che il passaggio da unarea monolingue ad unaltra non avviene sempre in modo cos lineare, attraverso
prima una frangia bilingue divisa in due parti a diversa dominanza dei
due idiomi e poi la zona che Breton definisce allofona), il modello
comunque utile per capire come si verifica il cambiamento linguistico
sul territorio. Non va dimenticato, per, che la trasformazione culturale di una comunit un processo lungo, che procede con fasi alterne,
che si sviluppa nello spazio con diversa intensit e pu derivare tanto
da cause naturali e spontanee quanto da azioni decise e controllate
(Barbina, ).
In conclusione, le lingue si diffondono o regrediscono nel tempo
e nello spazio per acculturazione, per colonizzazione, in seguito agli
spostamenti di popolazione, in unevoluzione continua che porta alcune di esse a scomparire, altre ad affermarsi, altre ancora a diffondersi
su vaste aree. Espressione dei rapporti di forza, la lingua al centro di
relazioni di diverso tipo. uno dei pi potenti mezzi didentit di cui
una popolazione dispone, ed per questo una posta in gioco che pu
dar luogo a conflitti molteplici. uno strumento, ma ha molte pi
possibilit di utilizzazione di quante ne abbia solitamente uno strumento; le sue funzioni sono molteplici , e proprio in virt di ci essa
. Henri Gobard () distingueva, per ogni area culturale, quattro tipi di linguaggio,
quale che fosse la lingua utilizzata: un linguaggio vernacolare, locale, parlato spontaneamente, fatto per essere in comunione; un linguaggio veicolare destinato alle comunicazioni

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

al centro di relazioni segnate dal potere. Pur non essendoci, allora,


alcun fondamento teorico per affermare la superiorit di una lingua
sulle altre, giocoforza riconoscere che certe lingue coprono spazi
enormi e sono adoperate da un gran numero di persone, mentre altre
hanno un utilizzo ben pi limitato e circoscritto a determinate aree.
Si tratta il pi delle volte di un problema di potere: il gruppo
che predomina sugli altri riesce ad imporre anche il suo linguaggio. In
quanto strumento di potere e di azione sociale, la lingua pu essere
manipolata con maggiore o minore efficacia; unoppressione linguistica dunque possibile: essa entra in gioco ogni volta che un gruppo
si vede imporre una lingua diversa dalla propria. E non v differenza
fondamentale a livello dei meccanismi a seconda che si consideri una
situazione interna o esterna ad ununit statale : la lingua rimane uno
strumento di potere ed il potere pu attualizzarsi in essa poich intere
comunit possono essere tributarie di una lingua dominante per il loro
accesso al campo culturale moderno (Raffestin, ).

.. Le politiche linguistiche
Lespansione di una lingua, cos come la contrazione della sua area
dimpiego o la sua scomparsa dalluso normale derivano da tutta una
serie di elementi; su alcuni di questi chi governa la comunit pu
agire concretamente, intervenendo per favorire un idioma piuttosto
che un altro, per impedirne il declino o, al contrario, per farlo progressivamente arretrare. Chi amministra una comunit, quindi, pu
modificare mediante opportune scelte politiche e a patto di riuscire
alla scala urbana; un linguaggio referenziale, legato alle tradizioni culturali, assicurante la
continuit dei valori; un linguaggio mitico, espressione di sacralit. Una sola lingua pu
possedere tutte e quattro le funzioni, ma quattro lingue diverse possono essere portatrici
ognuna di una di queste quattro funzioni.
. Raffestin () considera due modelli doppressione linguistica: luno riguardante
linterno di ununit statale e sfociante nellaffermazione di una lingua fissa, standard, sui
dialetti (in questo caso si cerca di destrutturare quei modelli che costituiscono, nellottica
dellorganizzazione centrale, una controcultura che si oppone allideologia dellomogeneo) e laltro riguardante lesterno (si pensi al fenomeno coloniale e allespansione delle
lingue europee su vasti spazi, ove le lingue autoctone furono ridotte ad un rango inferiore
attraverso la limitazione dei loro ambiti duso).

Lingue e spazi

ad intervenire sui fattori da cui dipende la vitalit di una lingua il


quadro linguistico di un territorio.
Sovrani e governanti hanno sempre avuto interesse a preferire una
determinata parlata per i loro impieghi e ad imporne conseguentemente luso (si pensi alle lingue di cancelleria o di corte, adoperate,
tra laltro, per lamministrazione della giustizia e gli atti ufficiali);
lomogeneizzazione degli usi linguistici delle masse , per, una preoccupazione apparsa pi di recente, ovvero in corrispondenza della
crescita del sentimento nazionale e dello sviluppo dellistruzione. Laffermarsi, nel corso del XIX secolo, dei nazionalismi port infatti con
s lidea che una lingua comune, fonte di coesione e solidariet, fosse
una necessit imprescindibile. Al principio predominante allepoca
della Riforma protestante (quel cuius regio eius religio che imponeva
la religione del principe allintero territorio) and cos affiancandosi
(o sostituendosi) come si detto unaltra imposizione, che fin
con lispirare molte politiche: quella secondo cui la lingua del principe
doveva diventare quella del Paese (cuius regio eius lingua); chi, perci,
abitante di un certo territorio statale, parlava una lingua diversa da
quella nazionale rappresentava un pericolo da combattere (Breton,
; Barbina, ).
Numerosi furono i Paesi che da quel momento e proprio in virt
di ci portarono avanti politiche decisamente assimilazioniste nei
confronti delle minoranze presenti nel loro territorio, costringendole
ad abbandonare la loro lingua in favore di quella nazionale e cercando
di eliminare qualsiasi forma espressiva che risultasse diversa rispetto a
quella del potere centrale: collegando, in sostanza, il patriottismo ad
un monolinguismo che escludeva tutto quanto non fosse conforme allarchetipo di nazione diffuso dallunica lingua ammessa. Dovunque, a
sostegno dellesclusivismo linguistico, hanno giocato lesaltazione dellunico idioma riconosciuto e il misconoscimento degli altri, giudicati
come patois di livello inferiore .
Le motivazioni concrete per decidere di intervenire in un senso o
. In Francia, ad esempio, durante la Rivoluzione venne espressa con forza la volont
di perseguire lintegrazione nazionale attraverso lesclusivismo linguistico, tanto pi che il
francese godeva di un enorme prestigio culturale e stava diventando la lingua dellideologia
liberatrice. Solo negli anni cinquanta del Novecento le parlate regionali hanno potuto
beneficiare nel Paese di un timido riconoscimento; riconoscimento, per, ricevuto dopo
secoli di sforzi fatti per eliminarle (Breton, ).

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

nellaltro su una determinata situazione possono, comunque, essere


diverse. Oltre, infatti, ad una errata considerazione relativa alle forme
espressive minori (i dialetti), ritenute culturalmente povere e perci
da eliminare, pi ragionate valutazioni di opportunit politica possono
portare, ad esempio, alla decisione di non ostacolare le lingue di certi
territori dominati: ci pu difatti rappresentare un modo efficace per
mantenere la divisione ed impedire la comunicazione (e laggregazione)
tra i vari gruppi presenti, cos come pu rivelarsi utile per precludere
alle popolazioni dominate laccesso ad una cultura superiore. In circostanze diverse, daltra parte, lannessione di un territorio pu essere
sicuramente consolidata mediante limposizione di una dominazione
linguistica: si pu allora decidere di eliminare una lingua attraverso un
processo coatto di acculturazione dei dominati alla lingua dei dominatori
e, questo, tanto con unazione contraria alla parlata locale quanto favorendo espressamente ladozione della nuova lingua o, in certi casi, si
pu addirittura far scomparire un idioma trasferendo con la forza tutti i
suoi locutori in un altro luogo (ma allora si tratter di genocidio pi che
di politica linguistica). Quel che certo che un gruppo che predomina
su un territorio ove coesistono pi lingue (o in cui si parla una lingua
diversa dalla sua) difficilmente rinuncia ad esercitare il proprio potere
anche in ambito linguistico.
Lo sforzo di svalutazione degli altri idiomi declassati a patois
si accompagna solitamente a tutta una serie di misure pratiche volte
a favorire la diffusione di una lingua a scapito della o delle altre. La
prima la conquista del monopolio nella scuola, con linsegnamento
obbligatorio della (e nella) lingua prescelta al fine di creare un iniziale
bilinguismo; in un secondo momento, si pu introdurre ufficialmente
il bilinguismo (redigendo anche in questa lingua atti pubblici, avvisi,
tabelle toponomastiche ecc.) e possono essere favorite leditoria e le
comunicazioni nellidioma che si vuole diffondere, cos da renderlo
progressivamente il pi adoperato a tutti i livelli e, a lungo andare,
lunico conosciuto dalla popolazione.
Qualora si miri invece alleliminazione di una lingua, il pi delle
volte si comincia con delle azioni indirette, cercando di esercitare sui
. Una stessa lingua viene dunque insegnata, e di conseguenza sar lunica conosciuta
correttamente, ed usata nellinsegnamento, permettendo quindi laccesso alle scienze, alle
arti e a tutte le altre forme elaborate di pensiero.

Lingue e spazi

suoi locutori una sorta di condizionamento psicologico che li spinga


a ritenere di livello inferiore quella che la loro parlata originaria e li
scoraggi pertanto dallusarla abitualmente. Le altre misure possono
variare in base a quello che il grado di liberalismo dei diversi governi:
si va dal semplice rifiuto di accettare testi e dichiarazioni che non siano
redatti nellidioma ufficiale allesclusione dai mass media della lingua
che si vuole colpire, fino al formale divieto di adoperare una lingua
messa al bando e alla cancellazione di ogni riferimento culturale
etnolinguistico dal territorio (attraverso leliminazione, ad esempio,
di tutta la toponomastica nella lingua locale); cos, procedendo con
loppressione linguistica, sar possibile intervenire sui vari ambiti
dimpiego di un idioma, scoraggiando o vietando la possibilit di
servirsene. Nei casi, poi, in cui si giunga alla totale estinzione di una
parlata per effetto di una politica risolutamente repressiva si potr
parlare utilizzando un termine poco usato indicante linduzione
volontaria della scomparsa di una lingua di linguicidio .
Da qualsiasi motivazione siano dettati e in qualunque prospettiva
possano essere fatti rientrare i loro interventi , praticamente tutti gli
Stati hanno una propria politica linguistica, a volte palese, a volte meno,
a volte imposta, a volte stabilizzata da tempo, con cui si pu cercare
di favorire luso di una lingua a scapito di unaltra cos da ridurre le
differenze, facilitare il controllo politico e sociale ed esercitare il potere
in modo meno conflittuale. La situazione pi semplice, chiaramente,
laddove il processo di unificazione politica stato accompagnato da
un processo di unificazione linguistica ormai consolidato; nel mondo
. Probabilmente lesempio storico pi noto quello relativo alla distruzione delle
lingue native americane durante la colonizzazione spagnola in quei territori.
. Barbina () individua, a tal proposito, tre prospettive differenti. La prima quella
che trova la sua giustificazione in una visione di tipo darwinista delle lingue: anche le
lingue, come altre espressioni della natura, si evolvono in conseguenza della continua lotta
che elimina gli organismi deboli e fa sopravvivere quelli forti; eliminare le lingue minori
vuol dire perci intervenire positivamente in un pi ampio disegno ecologico. La seconda
discende da una concezione di tipo conservazionista: le lingue minori vanno tutelate cos
come le specie animali in via di estinzione; urgente quindi vegliare sulla sopravvivenza
delle forme minacciate del patrimonio culturale comune. Lultima prospettiva trae origine
da un punto di vista che si avvicina alla visione sistemica di Breton: le lingue sono parte
di un sistema socioecologico al cui interno non si pu modificare alcun elemento senza
toccare anche gli altri; pertanto, affinch unespressione linguistica si conservi, necessario
mantenere in vita anche tutte le altre forme culturali del contesto in cui quella lingua viene
adoperata.

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

in via di sviluppo e negli Stati multinazionali, invece, il problema si


presenta spesso in forme ben pi complesse.
Al di l degli atteggiamenti maggiormente repressivi che in molte
regioni del mondo finiscono con lalimentare contrasti e conflitti legati
proprio alla sfera linguistica, altre esperienze di coabitazione di gruppi
diversi hanno portato a soluzioni differenti. Alcune societ non solo si
sono adattate alla pluralit linguistica, ma lhanno preservata e difesa:
in Svizzera , ad esempio, malgrado il tedesco abbia sempre avuto
una forza attrattiva maggiore rispetto alle parlate romanze, lo spirito
democratico ha favorito la piena accettazione di tutte le diverse forme
di espressione ed il multilinguismo, lungi dal generare atteggiamenti
di chiusura o contrapposizioni, ha rafforzato uno spirito di tolleranza
basato sul riconoscimento reciproco, la coesistenza pacifica e gli scambi tra le diverse culture. Tant che, pur non costituendo la Svizzera
una nazione nel senso che al termine abbiamo attribuito, essa rimane
lunico Paese plurilingue in Europa privo di tensioni interne derivanti
dalla competizione fra parlate differenti, quello in cui una concezione
pragmatica e rispettosa dei diritti della persona ha consentito ai cittadini di trovare altri motivi di coesione, fondati su una storia comune, sui
caratteri del proprio territorio, sulla condivisione di miti e fondamenti
istituzionali.
In altri casi stato ben pi difficile trovare una soluzione: il Belgio,
ad esempio, ha impiegato oltre anni per trasformarsi da monolingue in bilingue. Qui la convivenza fra Fiamminghi parlanti neerlandese
e Valloni francofoni stata particolarmente problematica e sul confine
interno che taglia a met il Paese attraversandolo da est ad ovest (a
sud i Valloni, a nord i Fiamminghi, e Bruxelles, nella parte fiamminga,
bilingue) si giocata da subito pi di una volta lunit del regno (cfr.
Fig. .).
Come idioma ufficiale del nuovo Stato nato nel venne adottato
unicamente il francese, che allora godeva di un prestigio nettamente
superiore; unica lingua dellamministrazione, dellesercito e del Parlamento (e privilegiato anche nellistruzione), il francese venne cos
a contrapporsi nettamente al fiammingo, che spesso considerato
con disprezzo rimase relegato alluso vernacolare. Alla divisione
. La Svizzera suddivisa in tre aree geografiche (tedesca, francese e italiana), alle
quali vanno aggiunte le valli del Cantone dei Grigioni, in cui si parla il romancio.

Lingue e spazi

Figura .. La situazione del Belgio. Fonte: Breton ().

tra le due comunit corrispondeva, daltra parte, una situazione di


altrettanto chiara differenziazione economica , che faceva risaltare
drammaticamente la contrapposizione interna. Solo molto lentamente i Fiamminghi riuscirono ad opporsi alla forza del francese, prima
grazie ad un movimento sorto principalmente ad opera di alcuni
letterati nelle loro principali citt e poi proseguendo il proprio processo di emancipazione grazie alle nuove materie prime provenienti
dalle colonie e allinizio dello sfruttamento dei giacimenti carboniferi
del Limburgo. La questione linguistica si conferm, per, un conflitto a pi ampio spettro con il boom economico degli anni cinquanta,
quando il baricentro economico del Paese si spost dalle industrie
minerarie e tessili della Vallonia ai nuovi poli industriali (soprattutto
petrolchimici) delle Fiandre, e leconomia vallona inizi a ristagnare.
La situazione si aggrav fortemente a partire dagli anni sessanta e minacci pi volte di sfasciare lo Stato. Consapevoli della complessit del
. Se la Vallonia conobbe da subito un grande sviluppo industriale, i Fiamminghi
rimasero a lungo ancorati ad unagricoltura povera praticata in forme arcaiche e poco
redditizie.

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

problema linguistico e delle sue ripercussioni sulla vita del Paese, nel
i leader politici vararono un apposito pacchetto legislativo (leggi
Gilson) con cui fu fatto il primo passo sulla strada del federalismo; si
stabil in via definitiva il confine linguistico tra le due comunit, venne
istituito il bilinguismo nei comuni della regione di Bruxelles, e fu
regolato luso dei diversi idiomi nellinsegnamento. Negli anni successivi, in seguito al processo di revisione della Costituzione, il Paese si
dato una struttura federale e ha consacrato la divisione linguistica attraverso quella istituzionale e legislativa. Da allora il Belgio divenuto,
pi che uno Stato bilingue, uno Stato con due lingue (e due comunit) contrapposte ; soltanto Bruxelles luogo in cui effettivamente
francese e neerlandese si incontrano in un reale bilinguismo .
Al di fuori dellEuropa, il problema della coesistenza di gruppi linguistici diversi si posto con la massima ampiezza in India, una volta
avviata la decolonizzazione. Sotto la spinta dellopinione pubblica e
grazie allaffermazione del linguismo un movimento secondo cui
in uno Stato tanto vasto ogni etnia doveva poter godere di un adeguato
quadro istituzionale e territoriale la carta politicoamministrativa
del Paese venne ridisegnata cos da creare una corrispondenza con
quella delle principali lingue . Questo, per, non riusc a placare le
tensioni di origine linguistica; molte etnie hanno continuato a combattere per veder riconosciuto il proprio diritto ad unidentit linguistica
e per avere proprie istituzioni culturali e territoriali. Da anni le problematiche legate alle lingue continuano ad alimentare conflitti: frequenti
sono state, ad esempio, le richieste di secessione da parte di stati meridionali come nel caso del Tamil Nadu, dove il tamil antica lingua
. Anche di recente, con la vittoria alle elezioni politiche del giugno del partito
nazionalista (e indipendentista) fiammingo di Bart De Wever, si riproposto lo spettro della
scissione tra le Fiandre e la Vallonia, e il Paese si trovato a dover affrontare una situazione
potenzialmente esplosiva.
. La questione di Bruxelles , in effetti, non cos semplice: la citt fa geograficamente
parte delle Fiandre, ma zona bilingue, per quanto progressivamente maggiore sia la
prevalenza del francese; per di pi e senza tener conto dei tanti immigrati (e delle loro
lingue) che vi abitano la massiccia presenza di funzionari dellUnione Europea ha reso
linglese sempre pi diffuso come lingua comune.
. Con oltre un miliardo di abitanti, lUnione indiana comprende ventotto stati e sette
territori disegnati essenzialmente su una base linguistica: quella delle ventidue lingue citate
nella Costituzione. Inoltre afferma larticolo della Costituzione qualsiasi gruppo
di cittadini residente sul territorio indiano che abbia una sua lingua, un suo sistema di
scrittura o una cultura distinta ha il diritto di conservarlo.

Lingue e spazi

dravidica stato sostenuto in quanto idioma meritevole dello stesso


rispetto accordato allhindi.
I movimenti che un processo di presa di coscienza linguistica ed
etnica innesca non avvengono senza coinvolgere la struttura e lesistenza stessa degli Stati, e possono provocare a seconda dei casi
la conservazione e lintegrazione oppure lo smembramento. Essi
producono quei rimaneggiamenti costituzionali e quelle suddivisioni
territoriali da cui nascono, per adattare il quadro politico alla realt etnica, le regioni autonome o quelle a statuto speciale. Anche nei casi in
cui si provato a trovare una soluzione adeguata al problema, tuttavia,
talvolta le situazioni sono esplose drammaticamente. Si pensi allex
Unione Sovietica: la suddivisione principale sancita nella Costituzione
riconosceva quindici Repubbliche Socialiste, in molte delle quali (e
soprattutto in quella russa), si trovavano pi gruppi etnolinguistici
differenti che, in base al loro grado di sviluppo, godevano di una
maggiore o minore autonomia; lo Stato sovietico riusc a mantenere
il controllo della situazione, ma con il suo collasso le rivalit sopite
per decenni sono esplose. Ancora pi cruente sono state le guerre
combattute nella penisola balcanica: fieri di costituire uno Stato con
sei Repubbliche, quattro religioni e quattro lingue, ma che in realt
era ancora pi composito , gli Jugoslavi erano rimasti insieme grazie
allazione del maresciallo Tito, che aveva saputo tenere unito il Paese
sostituendo il nazionalismo panjugoslavo ai nazionalismi delle singole repubbliche ; dopo la sua morte, dissoltasi la Repubblica socialista
federale di Jugoslavia, le divisioni etniche crebbero fino a sfociare in
guerre in cui la popolazione si combattuta con enorme violenza.
Pi in generale, comunque, e al di l di qualsiasi adattamento tra la
. Le lingue ufficiali del Paese erano il serbo, il croato, lo sloveno ed il macedone, ma a
livello regionale erano riconosciuti ufficiali anche lungherese nella Vojvodina e lalbanese
nel Kosovo (le lingue, cio, delle due province autonome facenti parte della Repubblica
serba). Vi erano, inoltre, delle comunit parlanti italiano, bulgaro e turco.
. Secondo molti il contenimento dei nazionalismi fu ottenuto soprattutto attraverso
luso dei servizi segreti e della polizia politica; altri hanno sottolineato, invece, il ruolo
dello sviluppo economico e dei provvedimenti sociali del regime nel promuovere, dopo
molto tempo, un periodo di relativa convivenza pacifica fra i diversi gruppi presenti nel
Paese. Altri ancora hanno evidenziato la natura repressiva del regime, che da una parte
esasperava lidentit nazionale jugoslava con misure di tipo sciovinista, e dallaltra rendeva
impossibile ogni dibattito politico, cercando di scongiurare ogni possibile alleanza tra i
gruppi dopposizione presenti nelle singole repubbliche.

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

struttura degli Stati e la realt dei gruppi etnolinguistici, si pu notare


dovunque una tendenza allomogeneizzazione degli usi linguistici; ci
trascende le tensioni momentanee e va ricollegato al fatto che la lingua
ha una funzione primaria di relazione tra gli individui, una funzione
che com stato osservato ben pi forte di qualsiasi carattere
etnico o socioculturale: ecco perch lassimilazione linguistica risulta,
alla lunga, vincente.
.. La tutela delle lingue minori
Anche relativamente ai rapporti tra maggioranza e minoranze linguistiche le politiche degli Stati si presentano alquanto differenziate.
Certi ordinamenti si limitano ad assumere nei confronti dei fenomeni minoritari un atteggiamento di mera tolleranza fondato sulla
libert di lingua concessa a tutti i cittadini indipendentemente dalla
loro appartenenza ad una determinata comunit; altri oscillano tra la
considerazione delle espressioni linguistiche minoritarie come beni
culturali ed il riconoscimento dellidioma come elemento distintivo
di un certo gruppo sociale, ai membri del quale viene perci garantita una serie pi o meno ampia di diritti. Entro gli stessi confini
nazionali, daltra parte, regimi giuridici differenziati vengono talvolta
predisposti per gli appartenenti ad un medesimo gruppo linguistico
(o a gruppi parlanti variet del medesimo idioma) a seconda della loro
collocazione geografica e della contiguit o meno con altre comunit
minoritarie. Il governo francese, ad esempio che ha sempre scoraggiato luso delle lingue regionali parlate nel Paese con una politica
apparentemente indifferente, ma in realt nientaffatto neutrale, e si
sempre mostrato poco attento alla tutela delle minoranze linguistiche, ritenendola lesiva del principio di eguaglianza ed indivisibilit
della sua popolazione ha riconosciuto alcuni diritti, primo tra i
quali quello dellinsegnamento nella propria lingua, alla minoranza
germanofona dellAlsazia e della Lorena. Non un caso: lesistenza,
al di l del confine, di un grande e potente Stato di lingua tedesca
ha infatti indotto la Francia a concedere un maggior grado di libert
. Le lingue regionali vengono ora insegnate in alcune scuole, anche se il francese
rimane lunica lingua ufficiale in uso, sia a livello nazionale che locale.

Lingue e spazi

linguistica a questi abitanti, cos da trovare pi ampia legittimazione


presso di loro attraverso una politica di apertura (Bellezza, ). Oggi
Strasburgo, sede del Consiglio dEuropa e del Parlamento europeo,
una citt plurilingue in cui le due diverse aree culturali sembrano
fondersi meglio che altrove in una nuova e pi ampia dimensione.
Le legislazioni fondate su un reale rispetto dei valori umani, comunque, non sono cos numerose, ed anche in questi casi il rispetto risulta
spesso solo parziale e non sempre osservato nella pratica. Proprio
per questo e volendo usare correttamente i termini andrebbe
ricordato che nella realt quelle definibili come comunit alloglotte sono sicuramente meno numerose rispetto alle situazioni che vedono
invece un gruppo nella posizione di minoranza.
Lo statuto della coufficialit pu variare per intensit ed estensione
dalla massima garanzia della parificazione formale delle lingue minoritarie allidioma ufficiale fino a tutta una serie di misure collegate
al riconoscimento di determinati usi pubblici entro limiti territoriali
definiti ; allo scopo di assicurare lomogeneit nei territori in cui il
dato numerico dei parlanti lo consenta, infatti, spesso gli ordinamenti
ispirano le loro politiche linguistiche al principio della territorialit,
facendo corrispondere a determinate circoscrizioni territoriali altrettanti confini linguistici. Se da una parte questa aspirazione a realizzare
il bilinguismo entro ambiti territoriali definiti sembrerebbe rispondere alla duplice esigenza di tutelare le lingue e di prevenire i conflitti
favorendo la pacifica convivenza, pur vero, dallaltra, che una rigida
applicazione di tale criterio rischia di sacrificare il fondamentale diritto
alla libert di lingua, potendo risolversi in un pregiudizio ulteriore per
le espressioni culturali pi deboli e in un fattore di rafforzamento per
i gruppi gi abbastanza protetti (Piergigli, ).
. I termini maggioranza e minoranza, adoperati congiuntamente, sottintendono
una contrapposizione che nellambito di una popolazione potrebbe anche non esistere. In
Finlandia, per esempio, una parte della popolazione (circa il %) costituita da Svedesi,
cui lo Stato riserva gli stessi diritti civili riconosciuti ai Finlandesi; in Svezia, al contrario,
ai Finlandesi non garantito un trattamento altrettanto favorevole. Mentre, allora, quella
finlandese in Svezia pu essere definita come una minoranza che non gode della parit di
diritti, quella svedese in Finlandia una comunit alloglotta.
. possibile individuare Stati multinazionali e Stati unitari decentrati che attribuiscono
parit di effetti giuridici alle lingue praticate dalle comunit che compongono la popolazione
nazionale, o la coufficialit pu essere effettiva limitatamente ad alcune aree geografiche,
ferma restando a livello federale o centrale lobbligatoriet della lingua ufficiale del Paese.

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

Anche la scelta di designare come ufficiale pi di un idioma, comunque, non sempre soddisfa le ambizioni, in termini di riconoscimento
e autonomia, di comunit linguisticamente distinte. Oltretutto, la percezione del declino della propria lingua, e quindi della sua minore
capacit di resistere allespandersi di altri idiomi, pu rappresentare
un vero e proprio trauma per la comunit etnica del cui patrimonio
culturale essa fa parte. La lingua come abbiamo detto pi volte
parte inseparabile dellidentit collettiva ed per questo stata sovente
al centro delle rivendicazioni di certi movimenti indipendentisti.
Si pensi al caso della Spagna: nel periodo franchista tutti i fermenti
linguisticopolitici vennero bloccati duramente; la necessit di riunificare il Paese dopo la guerra civile ed una visione accentratrice
del potere spinsero infatti il governo a contrastare in ogni modo le
rivendicazioni etniche, soprattutto quelle di Baschi e Catalani, pi insofferenti nei confronti di Madrid e con una loro precisa individualit.
Apertamente osteggiate durante il regime di Franco, le minoranze
alloglotte si sono viste riconoscere alcuni diritti solo in seguito alla
morte del dittatore, col ripristino della monarchia, la restaurazione
delle libert democratiche e lavvio della politica di pacificazione nazionale portata avanti dal nuovo governo. La Costituzione del ,
daltra parte, pur dichiarando unico idioma ufficiale del Paese il castigliano, riconobbe limportanza della variet linguistica e consent il
bilinguismo nellambito delle Comunit autonome. Facolt, questa,
di cui i diversi gruppi si sono giovati in maniera differente: la Comunit autonoma asturiana ha sancito nel suo statuto la difesa della
lingua locale, ma di fatto non ha ritenuto utile instaurare ufficialmente
il bilinguismo, essendo la sua popolazione quasi totalmente monolingue spagnola; la Comunit galiziana, invece, con gran parte della
popolazione bilingue, ha proclamato il gallego ufficiale assieme al
castigliano; il basco antichissimo idioma non indoeuropeo parlato
attualmente nel nord della Spagna e nellestremo sudovest francese,
nel dipartimento del Pirenei Atlantici lingua ufficiale, accanto al
. Alla persecuzione si era avuta una forte opposizione che, in un continuo crescendo
di violenza, aveva portato il movimento irredentistico della regione basca alla scelta del
terrorismo.
. Attualmente si tende a credere che il basco sia lunico idioma sopravvissuto di una
famiglia di lingue parlate nellEuropa occidentale che si estinse quasi interamente con le
invasioni indoeuropee a partire dal XIII secolo a.C.

Lingue e spazi

castigliano, presso le due comunit dei Paesi Baschi e di Navarra (oltre


che lingua regionale in Francia), mentre il catalano riconosciuto
ufficiale nella Catalogna, nella Comunit Valenciana e nelle Baleari .
La separazione fisica dal resto della penisola iberica (per la Galizia),
una chiara individualit politica e spirituale ed una vitalit imprenditoriale ben diversa da quella delle regioni interne (per i Baschi), la precisa
consapevolezza delle proprie capacit culturali ed economiche (per i
Catalani) hanno contribuito a dare unidentit a queste popolazioni,
che anche in seguito hanno continuato ad esprimere le proprie rivendicazioni. In particolare, i Catalani che per secoli hanno mantenuto
forme pi o meno evidenti di autonomia, opponendosi allegemonia
dello Stato centralizzato e facendo della propria lingua uno strumento
di affermazione indipendentistica hanno agito sul piano politico
per ottenere unautonomia ancora maggiore, riuscendo nel giro di
breve tempo a raggiungere lobiettivo, mentre la popolazione basca
la cui lingua ha rappresentato sempre un motivo importante di
affermazione etnica e nazionale arrivata a situazioni di scontro
anche violento col potere centrale e alla contestazione politica di ogni
legame con Madrid, nel rifiuto di ogni tentativo di assimilazione.
In unepoca come quella attuale di grandi trasformazioni sociali e di enorme incremento della velocit di trasmissione di idee e
informazioni i patrimoni linguistici di molte comunit, deboli da
un punto di vista politico, economico o demografico, sono stati minacciati dallavanzata di idiomi pi forti. Per queste lingue in pericolo
definite, appunto, come minori o minoritarie sono state richieste
forme diverse di tutela al fine di impedirne il declino e preservare,
con esse, tutto un patrimonio di cultura e valori. Ogni lingua un insieme unico di parole, suoni e architettura grammaticale; un insieme
che anche una visione del mondo originale. La conservazione della
diversit linguistica fondamentale perch il linguaggio lessenza
stessa di ci che vuol dire essere umani; la lingua racchiude in s
la maggior parte della storia di una comunit e buona parte della sua
identit, e costituisce il principale strumento di trasmissione della
cultura (Crystal, ). Il problema, da alcuni anni a questa parte,
. In alcune zone dellAragona orientale, pur non essendo equiparato al castigliano, il
catalano ha ottenuto un limitato riconoscimento nelle sue zone di diffusione; esso inoltre
lingua ufficiale dello Stato di Andorra.

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

notevolmente sentito; in Europa, in particolare, dagli anni settanta


andata diffondendosi una maggiore attenzione verso le lingue minoritarie esistenti nel continente, attenzione tradottasi, in seno alle
normative comunitarie, in leggi di tutela accolte e recepite secondo
tempi e modalit differenti nei diversi Paesi.
Elemento tra i pi qualificanti per lindividuazione di nazionalit
ed etnie, fenomeno sociale sulla cui esistenza influiscono molteplici
fattori, la lingua svolge come si pi volte ricordato un indubbio ruolo di aggregazione allinterno dei gruppi umani, tant che
laffermazione dellideologia nazionalistica, nel corso dellOttocento,
condusse alla sua esaltazione in quanto fattore unificante della nazione
e al declassamento degli altri idiomi eventualmente presenti nello stesso contesto. A partire dal secondo dopoguerra, per, la sostituzione
del principio delle nazionalit con un altro principio, di tipo pluralistico, ha gradualmente influenzato le politiche linguistiche degli Stati.
Utili indicazioni in proposito possono giungere da un documento
approvato nel in seno al Consiglio dEuropa, entrato in vigore
nel e adottato da molti degli Stati membri dellUnione Europea:
la Carta delle lingue regionali e minoritarie.
Premettendo che regionale una lingua parlata in unarea limitata del territorio di uno Stato e dalla maggioranza della popolazione
ivi residente, mentre minoritaria quella parlata da persone che non
sono stanziate in uno spazio specifico o che, pur vivendo in unarea
delimitata, costituiscono un gruppo numericamente inferiore rispetto
alla popolazione della regione che parla la lingua maggioritaria dello
Stato , va detto che la Carta non d una definizione politicosociale
o etnica di lingua perch il suo obiettivo principale non tanto
quello di tutelare le minoranze linguistiche, quanto piuttosto quello di
privilegiare la funzione culturale della lingua. Il documento dichiara
di perseguire, infatti, essenzialmente finalit di ordine culturale, nella
consapevolezza che la salvaguardia delle lingue regionali e minoritarie costituisce un arricchimento, potendo contribuire allo sviluppo
. La distinzione non comporta disparit di trattamento giuridico; piuttosto, lelemento
territoriale rilevante da un duplice punto di vista: da una parte, alle lingue non territoriali
(per esempio lyiddish o le lingue dei Rom) non si applicano che mutatis mutandis i principi
generali della Carta; dallaltra, le misure di protezione in favore delle lingue regionali o
minoritarie non si estendono al di l dello spazio geografico in cui quelle lingue vengono
parlate.

Lingue e spazi

delle tradizioni e al rafforzamento del pi vasto complesso culturale


europeo considerato nel suo insieme, e che per quanto il plurilinguismo debba realizzarsi sempre nel rispetto della sovranit nazionale
e dellintegrit territoriale la possibilit di adoperare una lingua
un diritto imprescrittibile. Il riconoscimento della lingua regionale o
minoritaria, il rispetto del contesto territoriale e amministrativo in
cui questa adoperata, la promozione del suo uso orale e scritto, lo
sviluppo delle relazioni tra gruppi che si esprimono nel medesimo
idioma o utilizzano varianti dello stesso, cos come tra gruppi parlanti
idiomi diversi, la predisposizione di strumenti adeguati per favorirne
linsegnamento e lapprendimento, il sostegno a studi e ricerche nonch lincoraggiamento degli scambi costituiscono gli obiettivi cui gli
Stati firmatari devono orientare la loro legislazione, la politica, le azioni concrete. Spetta ad essi stabilire la percentuale di parlanti sufficiente
a giustificare lapplicazione degli interventi di tutela, cos come ad essi
rimessa la facolt di graduare i propri interventi e scegliere le misure
pi adeguate in relazione alle specifiche esigenze (Piergigli, ).
Con ventitre lingue ufficiali, tre alfabeti e una sessantina di altri
idiomi parlati quotidianamente, lUnione Europea oggi una delle
comunit linguisticamente pi complesse del pianeta; si stima che dei
circa milioni di abitanti dellUnione, almeno usino regolarmente una lingua regionale o minoritaria tramandata da una generazione
allaltra, di solito accanto a quella ufficiale del Paese di residenza.
Il rispetto per la diversit linguistica e culturale rappresenta uno
degli elementi costitutivi dellUE, ed ora sancito dallarticolo della
Carta europea dei diritti fondamentali. Su iniziativa del Parlamento
europeo che intervenuto in materia fin dagli anni ottanta lUnione ha avviato la sua azione per la salvaguardia e la promozione delle
lingue regionali e minoritarie dEuropa seguendo sostanzialmente due
direttrici: da una parte, fornendo sostegno finanziario allUfficio per
le lingue meno diffuse, lEBLUL (European Bureau for Lesser Used
Languages), istituito nel , che rappresenta le comunit di lingua
regionale o minoritaria, promuovendone gli interessi comuni a livello
europeo e internazionale ed agendo da canale di comunicazione fra
. In proposito si possono ricordare le risoluzioni Arf (con la Carta comunitaria delle
lingue e culture regionali e la Carta dei diritti delle minoranze etniche), Kuijpers (sulle
lingue e le culture delle minoranze regionali ed etniche nella Comunit europea) e Killilea
(sulle minoranze linguistiche e culturali nellUnione), rispettivamente del , e .

. Dinamiche linguistiche nello spazio e nel tempo

tali comunit e le istituzioni europee e internazionali; dallaltra, sostenendo la Rete informativa Mercator, sorta con lobiettivo di migliorare
lo scambio e la circolazione delle conoscenze sulle lingue e le culture
minoritarie.
In tutti gli Stati europei in cui il problema pi sentito, comunque,
si cercato di difendere in qualche modo le lingue minori. Nel nostro Paese, ad esempio, come si vedr meglio pi avanti, la maggior
attenzione verso le minoranze linguistiche ha portato, in armonia
con quanto espresso in sede europea e internazionale, ad una legge
la legge dicembre , n. (Norme in materia di tutela delle
minoranze linguistiche storiche) che tutela, allinterno del territorio
nazionale, la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane,
germaniche, greche, slovene, croate e di quelle parlanti il francese,
il francoprovenzale, il friulano, il ladino, loccitano e il sardo . Le
buone intenzioni in materia, in Italia come altrove, non mancano;
il problema quello di individuare una forma di tutela che risulti
realmente efficace e non sia soltanto una dichiarazione di principi.
Daltra parte, rispetto agli effetti concreti delle iniziative intraprese
il pi delle volte concessioni di tipo amministrativo volte al recupero
di alcuni degli usi delle lingue minori si potrebbero avanzare
numerose riserve. Essendo, infatti, quello di etnia un concetto
multidimensionale, per tutelare una lingua in declino occorrerebbe
affrontare il problema della rivitalizzazione non di uno solo, ma dei
diversi elementi che caratterizzano unetnia. Se agire in ambito linguistico sembra, tutto sommato, relativamente facile, per, ben pi
difficile modificare con appositi provvedimenti ci che riguarda,
ad esempio, il trend demografico, lorganizzazione della societ, i
modelli insediativi, il quadro economico generale; e senza interve. Per quanto tutti i cittadini imparino a parlare litaliano e adoperino questa lingua
imposta come lingua nazionale dopo lUnit al fine di creare, anche in questo modo,
uno Stato unitario in ambito scolastico, amministrativo, religioso ecc., vi sono delle
comunit che continuano ad utilizzare alcune parlate locali come lingue materne e di
relazione (comunit etniche alloglotte), ed altre (minoranze nazionali) cui stato riconosciuto il diritto di mantenere la loro parlata anche come lingua ufficiale (limitatamente al
loro territorio e a certi momenti) e nellistruzione.
. I provvedimenti prevedono in genere il riconoscimento di una qualche ufficialit
alla lingua minore (nella scuola, i mass media, la toponomastica ecc.), e dispongono
lerogazione di contributi allo scopo di sostenere quanto si ritiene possa essere utile alla
sua conservazione.

Lingue e spazi

nire su questi diversi aspetti molto poco probabile che si possa


invertire un processo di decadenza che si presenta e viene percepito
come linguistico, ma che in realt ha radici e motivazioni ben pi
varie e complesse (Barbina, ). Per questo motivo, la tutela delle
lingue minori si risolve spesso in una semplice dichiarazione di buoni
propositi, senza raggiungere i risultati per cui era stata pensata.
Pur essendo ormai tardi per aiutare quelle lingue i cui parlanti sono
troppo pochi o troppo anziani o che vengono adoperate da comunit
troppo impegnate gi solo a cercare di sopravvivere, in altri casi si
ancora in tempo per cercare di porre rimedio ad una situazione
critica. Ovviamente, perch vi siano possibilit di successo, ciascuna
comunit deve manifestare concretamente la volont di salvaguardare
la propria lingua, e la cultura di cui essa parte deve mostrare rispetto
per le lingue minoritarie. Una cosa certa: un mondo monolingue
non servirebbe a portar pace nel futuro pi di quanto non sia dato
oggi ritrovare nei Paesi monolingui, e non lesistenza di una lingua comune ad impedire agli uomini di farsi la guerra. molto pi
realistico, allora, cercare di promuovere la pace prestando attenzione
ai diritti delle persone e alla loro identit in quanto membri di un
gruppo: una politica di plurilinguismo sensibile e lattenzione per le
lingue minoritarie hanno molte pi probabilit di porre le fondamenta
per una coesistenza pacifica e reciprocamente vantaggiosa.

Capitolo V

Genesi e distribuzione geografica delle lingue


.. Famiglie di lingue
Quando utilizziamo il termine linguaggio facciamo riferimento alla facolt che luomo ha di esprimersi per mezzo di suoni articolati,
organizzati in parole atte ad individuare immagini e a distinguere
rapporti secondo convenzioni implicite, variabili nel tempo e nello
spazio. Pi specificamente, poi, adoperando il termine lingua intendiamo quei sistemi organizzati di vocaboli mediante il quale gli
esseri umani comunicano tra di loro comprendendosi reciprocamente; indichiamo, cio, con esso quellinsieme di convenzioni necessarie
per la comunicazione fra gli individui che risultano consacrate dalla
storia, dal prestigio degli autori, dal consenso dei componenti di uno
stesso gruppo. Definizioni del genere, tuttavia, per quanto precise,
non ci consentono di cogliere le gradazioni e le sfumature esistenti
tra idiomi differenti, n di afferrare i livelli variabili di comprensione
tra due o pi lingue . Pi opportuno, per identificare e raggruppare le
migliaia di parlate esistenti, invece analizzare la struttura particolare
di ciascuna di esse e compararla con quella delle altre, vicine e lontane.
Varie sono le classificazioni adottate negli anni dagli studiosi, che
basandosi ora sulla morfologia, ora sulla sintassi, ora su altri criteri
hanno suddiviso le lingue in grandi categorie; da un punto di vista
geografico, per, nessuna di tali classificazioni risulta particolarmente
interessante, dal momento che attraverso nessuna di esse sembra po. Quello che chiamiamo cinese, ad esempio, in realt un insieme di lingue s
correlate, ma che si distinguono tra loro cos come litaliano si distingue dal francese e
dallo spagnolo; luniformit sta nel fatto che, indipendentemente dalla pronuncia, il sistema
di scrittura per tutte le varianti del cinese il medesimo.
. Come gi si detto, si parlato, ad esempio, di lingue monosillabiche, agglutinanti
e flessive; altre classificazioni si sono basate, poi, sulla circostanza che certe lingue fanno
uso di preposizioni unite al nome, mentre altre utilizzano le declinazioni.

Lingue e spazi

tersi individuare una connessione tra i fattori ambientali e linstaurarsi


delle differenze. Lunica a presentare un certo interesse anche per la
Geografia e sulla quale tutti, in linea di massima, concordano la
classificazione fondata sul criterio cosiddetto genealogico. Secondo tale
criterio, nel panorama mondiale possono essere distinti vari gruppi
di lingue, caratterizzati da un elemento: i vari idiomi che ne fanno
parte si assomigliano tra di loro in quanto tutti discendenti da un
medesimo idioma originario ormai estinto. In una famiglia linguistica
rientrano, pertanto, pi lingue accomunate da certi caratteri e legate
da una stessa evoluzione. Considerate da questo punto di vista, allora,
le lingue possono essere pensate come le fasi attuali di un idioma
originario scomparso; il tempo che passato, per, le ha rese diverse
luna dallaltra e reciprocamente ben poco comprensibili.
Il criterio genealogico era stato intuito gi da Leibnitz ed in qualche modo utilizzato fin dal Settecento ma solo nel corso del XIX
secolo stato precisato dalla linguistica storicocomparativa (Bellezza,
). Prima con la teoria dellalbero di August Schleicher , poi con
lavvento, allinizio del Novecento, della glottocronologia (o lessicostatistica) , si sono presi ad analizzare i cambiamenti che avvengono
nel vocabolario delle lingue, e lo studio delle radici lessicali cos sviluppatosi ha consentito di comparare centinaia di vocaboli di ogni
famiglia.
Lorigine delle parole usate in un determinato momento in una
lingua per esprimere i concetti fondamentali d modo di misurare
la distanza che separa questa lingua dalla sua lingua madre ; la sco. Secondo Schleicher la lingua andava considerata come un organismo vivente, soggetto alle leggi della natura. Richiamandosi alla tassonomia botanica, nella sua opera pi
celebre il Compendio di grammatica comparativa delle lingue indoeuropee () egli
defin i rapporti di affinit tra le varie lingue e le raggrupp rappresentandole attraverso
una sorta di albero genealogico; tale modello di classificazione ritenuto uno dei contributi
pi significativi nello studio delle lingue indoeuropee e, pi in generale, nellambito della
linguistica storica. Diffusosi anche al di fuori del mondo dei linguisti, se ne conservano
le espressioni lingua madre, lingue sorelle, famiglie di lingue, tronchi e rami
linguistici.
. Negli anni quaranta Morris Swadesh mise a punto un metodo per cercare di valutare
la distanza fra le lingue; a tal fine per datare, quindi, i cambiamenti avvenuti nellevoluzione delle lingue egli stil una lista di parole che fossero il pi possibile indipendenti
dallambiente e dalla cultura (parti del corpo, numeri, alcuni verbi basilari, ecc.).
. Analogamente, il confronto tra i vocaboli di due parlate contemporanee consente
di valutare la loro prossimit.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

perta delle famiglie linguistiche ha cos permesso di ragionare sulle


evoluzioni passate, ripercorrendo il cammino del linguaggio lungo
i millenni che hanno preceduto lavvento della scrittura, e di legare
il fenomeno linguistico al popolamento della superficie terrestre. E
anche se alcuni studiosi preferiscono parlare pi che di parentele e
filiazione di evoluzione delle forme, di comunanza di elementi, di
continuit della parlata, e tracciano a partire dai complessi fenomeni
di contatto culturale delle unioni di lingue tra le quali le affinit
hanno un ruolo pi importante rispetto alla parentela , la suddivisione
degli idiomi in base alla loro origine e al loro sviluppo storico resta
utile da pi punti di vista, essendo il percorso di studio della linguistica storicocomparativa collegato a numerosi campi della cultura.
Lattuale distribuzione delle principali famiglie linguistiche nel mondo
deriva, daltra parte, non solo dalle migrazioni e dalle conquiste dei
nostri antenati, ma anche della continua evoluzione dinamica degli
spostamenti, degli insediamenti e delle colonizzazioni dei secoli pi
recenti.
Alcune analogie lessicali e grammaticali consentono di riconoscere le relazioni tra le famiglie linguistiche: tracciando determinate
costanti fonetiche delle diverse lingue nel corso del tempo, gli studiosi sono in grado di ricostruire le forme arcaiche di una parola,
fino a poter stabilire la matrice originaria di un termine prima che
questa fosse sottoposta ad una serie di processi di alterazione e divergenza. Questa forma primitiva, capostipite, della lingua viene
definita protolingua. In quasi tutta larea dellex impero romano, ad
esempio, dalla penisola iberica al Mar Nero, facile riscontrare come
siano in uso una serie di idiomi tra loro somiglianti che presentano
altrettante affinit col latino; nel caso di queste lingue cosiddette
romanze (tra queste litaliano, il francese, lo spagnolo, il portoghese
ed il rumeno) tale capostipite chiaramente identificabile nel latino. Una volta interrottasi, infatti, con la caduta dellimpero romano,
la continuit dei territori europei, alcune varianti regionali di quella
. Cos il francese, le lingue germaniche e lungherese hanno in comune certe vocali, mentre il greco, il bulgaro, lalbanese ed il rumeno pur appartenenti a quattro
famiglie linguistiche diverse presentano dei modelli sintattici simili; e, ancora, le lingue dellEstremo Oriente attribuiscono tutte unenorme importanza ai toni e quelle del
subcontinente indiano, bench di famiglie distinte, hanno una serie di tratti morfologici,
sintattici e fonologici comuni (Breton, ).

Lingue e spazi

che era allora la parlata comune in tutta larea andarono sviluppandosi autonomamente, emergendo nei secoli successivi come singole
lingue.
Per altre famiglie, invece, risulta pi difficile tracciare con chiarezza
simili relazioni tra termini riconducibili alle medesime radici protolinguistiche: le lingue appartenenti al gruppo germanico ad esempio
al cui interno gli studiosi distinguono un settore orientale ormai
estinto (di cui si conosce il gotico), uno settentrionale (comprendente
le lingue scandinave, il danese e lislandese) ed uno occidentale (con il
tedesco, linglese ed il neerlandese) derivano da una protolingua
poco nota, e che non ha lasciato praticamente alcuna documentazione
scritta, parlata da quei popoli che risiedevano nella parte meridionale
della penisola scandinava e lungo le coste del Mare del Nord e del Baltico dai Paesi Bassi alla Polonia occidentale. Cos anche per il polacco,
il russo, il serbocroato e le altre lingue che costituiscono il gruppo
slavo mancano documenti scritti relativi ad un supposto paleoslavo.
Anche tra le lingue di questi diversi gruppi esistono, comunque,
delle somiglianze. Si consideri, ad esempio, la nostra pronuncia del
numero : questa deriva evidentemente come anche quelle del
francese (sept), dello spagnolo (siete), del portoghese (sete) dal latino
septem; le stesse pronunce, daltra parte, non sono poi cos diverse
da quelle dellinglese (seven), del tedesco (sieben), del russo (sem) o
del croato (sedam). Studi specifici su simili somiglianze portarono, nel
corso dellOttocento, ad ipotizzare che le lingue europee potessero
essere considerate ramificazioni (sottofamiglie) di una protolingua
comune, e che quindi potessero esser ritenute parte di una famiglia
ancora pi vasta, che i linguisti denominarono indoeuropea. Non solo:
una volta intrapreso lo studio scientifico di alcune lingue parlate al di
fuori dellEuropa, si vide che i principali idiomi dellaltopiano iranico
e del bassopiano del Gange erano imparentati con quelli dei gruppi europei sopra menzionati; anchessi, pertanto, rientravano nella famiglia
indoeuropea , allinterno della quale risultava evidente la distinzione
fra un ramo occidentale (quello europeo) ed uno orientale (quello
indoiranico).
. La lingua documentata che si pensava fosse pi simile alla lingua originaria era il
sanscrito usato negli antichi testi sacri; la lingua attuale pi parlata in India lhindi, vicino
al sanscrito quanto litaliano vicino al latino.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

I glottologi sono riusciti a ricostruire alcune parole della lingua


originaria attraverso lesame di alcuni termini facenti parte dei diversi
idiomi della famiglia indoeuropea. Lanalisi dello spostamento di suoni
(o rotazione consonantica) ha consentito, cos, di procedere a ritroso,
ricostruendo, a partire dal lessico, lalbero genealogico delle lingue
dellumanit per un arco di tempo di migliaia di anni. Si prenda il caso
del latino octo, divenuto in italiano otto, in spagnolo ocho, in francese
huit, in rumeno opt; o, ancora, quello del termine latino lactis, da
cui sono derivati litaliano latte, lo spagnolo leche, il francese lait ed il
rumeno lapt: da questi e da altri esempi simili si pu dedurre che dal
gruppo consonantico latino ct si sia avuta unevoluzione in italiano
verso tt, in spagnolo verso ch, in francese verso it ed in rumeno verso
pt. Anche se non fosse stata nota la radice latina di queste parole, gli
studiosi sarebbero stati in grado di ricavarla.
Era stato Jakob Grimm, nel XIX secolo, ad introdurre lidea dello
spostamento di suoni come promettente settore di indagine che avrebbe potuto mostrare i rapporti esistenti tra le lingue; era stato lui a far
notare come idiomi collegati abbiano consonanti simili ma non identiche e a teorizzare che tali consonanti sarebbero cambiate nel corso
del tempo in modo prevedibile. Dalle sue idee e da quelle, precedenti,
di William Jones il quale gi alla fine del Settecento, al servizio
della Corona inglese nel SudEst asiatico, aveva studiato il sanscrito, riscontrandone le straordinarie somiglianze lessicali e grammaticali col
greco ed il latino (ma anche col celtico ed il gotico) era scaturita la
prima importante ipotesi linguistica postulante lesistenza di unantica
lingua il (proto)indoeuropeo appunto da cui sarebbero derivate,
tra laltro, il latino, il greco ed il sanscrito . La scoperta di tali similarit
. Ne un esempio il termine utilizzato dalle varie lingue di questo ceppo per indicare la pecora: ovis in latino, avis in sanscrito e hawi nella lingua utilizzata nella Troia di
Omero. Anche linglese di oggi conserva la propria versione con ewe, mentre in italiano la
stessa radice presente nel termine ovino. I linguisti, partendo da queste somiglianze non
casuali, hanno dedotto, dopo accurati studi, che tutte queste varianti derivino dal termine
ancestrale indoeuropeo owis (Fellmann et al., ).
. Allinterno della famiglia indoeuropea, la principale distinzione si basa sulla pronuncia del numero , che separa i due gruppi detti kentum e satem. Kentum la
pronuncia del latino centum, corrispondente allantico gaelico irlandese cet (pr. ket), al greco
katon, al gotico hund (con h fortemente aspirata); dallaltra parte troviamo il sanscrito
atam, il persiano atem, il lituano imtas e lo slavo sto. Lipotesi, a questo punto, che
nellantico indoeuropeo vi fosse un suono k che in alcuni gruppi linguistici rimasto

Lingue e spazi

permise di intuire che le lingue mutano nel tempo e nello spazio


seguendo precise leggi, e che queste leggi possono essere ricostruite
in base alla documentazione in nostro possesso. Notevoli furono le
implicazioni di tali deduzioni: la lingua ancestrale proposta avrebbe
infatti collegato non solo le lingue romanze, ma anche le altre lingue
parlate dalla Gran Bretagna al Nord Africa e allAsia meridionale.
Sulla base del criterio genealogico, si pot cos provare a tracciare
una prima classificazione delle lingue di tutto il mondo: compito
arduo, questo, non soltanto perch la conoscenza che gli studiosi
avevano di queste non era paragonabile a quella che si aveva delle
lingue europee, ma anche perch le testimonianze scritte ad esse
relative quando cerano erano di gran lunga inferiori.

.. La ricerca linguistica nel tempo


Come si detto, il primo a paragonare le famiglie linguistiche del
mondo ai rami di un albero individuando le parentele fra lingue e
gruppi linguistici fu il tedesco August Schleicher, a met del XIX
secolo. Egli afferm che, alla base della formazione di un idioma,
vi un processo di divergenza, ovvero di differenziazione nel tempo
e nello spazio: le lingue indoeuropee attuali erano derivate, quindi,
per successive divisioni (ecco limmagine dei rami di un albero) da
una lingua originaria. I diversi idiomi si sarebbero, cio, ramificati
in dialetti e questi, col tempo, divenuti, in seguito alla condizione di
isolamento, sempre pi diversi uno dallaltro, sarebbero a loro volta
diventati lingue distinte (cfr. Fig. .).
C, tuttavia, un fattore di complicazione di cui non si pu non
tener conto, e cio il fatto che i popoli si spostano: in altri termini,
man mano che andava avanti il processo di divergenza linguistica le
persone migravano. Potendo allora le lingue propagarsi anche perch
coloro che le parlano occupano nuovi territori, solitamente a scapito
di altre popolazioni, possibile che dal contatto tra parlate a lungo
isolate scaturisca una qualche convergenza.
inalterato (o passato ad h, come nel gotico hund e negli attuali hundert tedesco e hundred
inglese), mentre in altri si evoluto in s o (Bellezza, ).

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

Figura .. Rami dellalbero linguistico indoeuropeo.


Fonti: Gamkrelidze e Ivanov (); De Blij ().

Lingue e spazi

In sostanza, migrazioni, cos come segregazione o isolamento delle


diverse societ, danno origine anche a partire da una stessa protolingua a lingue differenti e reciprocamente incomprensibili. Trasformazioni di questo tipo si verificano abitualmente e naturalmente
allinterno di ciascuna parlata, e trattandosi in genere di cambiamenti graduali e di modesta entit tendono a passare inosservate;
eppure, se considerate cumulativamente, tutte queste trasformazioni
possono dar luogo a modifiche tali da condurre, nel corso del tempo,
alla formazione di un nuovo idioma.
Accanto alla mobilit umana, per, va considerato un ulteriore
elemento di complicazione: le lingue di gruppi poco numerosi e tecnologicamente poco evoluti sono sempre state considerevolmente
modificate quando non del tutto rimpiazzate dalle lingue di
invasori pi forti. Tale processo definito di sostituzione linguistica
avviene sostanzialmente attraverso due meccanismi: le espansioni
demiche e la conquista da parte di un gruppo umano (CavalliSforza
et al., ). In un caso, individui sottoposti a pressione demografica
si spostano verso aree disabitate o abitate da altri gruppi etnici ad
un livello economico meno evoluto, sopprimendo, schiavizzando o
assorbendo le popolazioni locali: ne un esempio lespansione degli
agricoltori dal Medio Oriente, responsabile secondo vari studiosi
della diffusione delle lingue indoeuropee. Nellaltro, un popolo
conquistatore (anche una minoranza, se ben organizzata) assume il
comando di un territorio imponendovi la propria lingua e gran parte delle proprie tradizioni culturali . A partire dal XVI secolo, ad
esempio, le lingue indoeuropee si sono estese ben al di l del proprio
territorio, soprattutto in conseguenza della colonizzazione europea
nelle Americhe, in Africa, in Asia; allo stesso modo, nellAsia sud
orientale, gli ampi territori in cui un tempo erano diffusi i diversi
idiomi della famiglia linguistica austroasiatica sono andati riducendosi
con la conquista e lassimilazione seguite allespansione sinotibetana.
Ancora, luso dellarabo in origine lingua minore dei territori della
penisola araba si esteso grazie allespandersi dellIslam attraverso
buona parte dellAfrica del Nord e dellAsia sudoccidentale, dove ha
. Non sempre, tuttavia, una conquista implica sostituzione linguistica; molte delle
invasioni barbariche avvenute dopo la caduta dellimpero romano, ad esempio, non produssero effetti rilevanti sulle lingue locali, per quanto in certe zone il dialetto originario dei
barbari si sia conservato fino ai giorni nostri.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

preso il posto di tutta una serie di varianti locali; e gli idiomi bantu
parlati nellAfrica subsahariana non sono altro che varianti linguistiche di un protobantu introdotto da una popolazione culturalmente
avanzata e in piena espansione che fin col soppiantare le genti locali.
La ricostruzione anche solo di un piccolo ramo dellalbero linguistico risulta, pertanto, impresa complessa per lo studioso. Basterebbe,
daltra parte, notare come in Europa, per esempio, lungherese circondato da lingue indoeuropee non appartenga alla stessa famiglia
di tutti i suoi vicini o pensare al caso del basco, lantichissimo idioma
dalle origini ancora oscure della regione che si affaccia sul Golfo di
Biscaglia, a cavallo dellultima propaggine dei Pirenei.
Si detto che, per misurare la somiglianza tra due o pi dialetti o
lingue, il metodo pi semplice consiste nel valutare la proporzione di
parole che presentano unorigine comune, anche se queste possono
aver subito cambiamenti di tipo fonologico o semantico; la proporzione di parole con la stessa origine ci fornisce, infatti, una misura della
prossimit tra queste lingue o dellaffinit linguistica tra le popolazioni corrispondenti. Il problema principale sta nella velocit con cui il
linguaggio si evolve. Malgrado ci, comunque, alcuni linguisti hanno
cercato di individuare termini comuni a tutte le famiglie linguistiche.
Chiaramente la ricerca storicocomparativa non poteva essere
condotta a caso, su qualsiasi parola; la scelta doveva essere guidata
dal ragionamento. Innanzitutto, allora, andavano messi a confronto
alcuni termini presenti in ciascuna lingua presa in considerazione .
Poi, per, al fine di indagare il modo di vivere delle diverse popolazioni, sarebbe stato utile osservare altre parole, proprie di certe
lingue e non di altre. Come quelle relative alle condizioni ambientali, ad esempio, che forniscono utili informazioni sulla regione
dinsediamento di un gruppo umano: qualora nel lessico di una
popolazione vi fossero, ad esempio, pi termini relativi al deserto,
sarebbe facile ricavarne che quel gruppo fosse insediato in una regione arida; al contrario, se esistessero molteplici termini per indicare
il ghiaccio e la neve, saremmo indotti a credere che chi parlava quella lingua vivesse in unarea dal clima ben pi rigido. cos che la
. Vi sono alcuni concetti che si possono definire universali, in quanto esistenti in
tutte le lingue: si pensi, oltre ai numeri, ai termini adoperati per definire i componenti
pi prossimi della famiglia.

Lingue e spazi

Linguistica storicocomparativa ha cercato di far luce sulle genti che


parlavano il postulato idioma originario, per capire chi fossero, dove
abitassero e come vivessero, quale fosse, cio, la loro organizzazione
sociale ed economica, quali le loro conoscenze tecniche e la loro
cultura, e, ancora, per ipotizzare quale fosse la loro regione originaria, in quali direzioni tali genti si fossero spostate, e quando abbiano
iniziato a differenziarsi prima i vari gruppi e poi le rispettive lingue.
Riconoscendo parole simili nella maggior parte degli idiomi indoeuropei, i linguisti hanno potuto scoprire che la protolingua
possedeva termini per certe forme del terreno, per un certo tipo
di vegetazione e per determinate caratteristiche naturali: ne hanno
potuto dedurre che i primi Indoeuropei dovevano essere insediati
in una regione dotata di fiumi e specchi dacqua, ma lontana dal mare , che lorganizzazione socioeconomica era quella del Neolitico
e che leconomia si basava pi sulla pastorizia che sullagricoltura;
la mancanza di una terminologia riferita alla vita urbana mostrava,
inoltre, che si trattava di genti nomadi.
A giudicare dal lessico ricostruito secondo alcuni studiosi il
luogo dorigine del protoindoeuropeo doveva trovarsi a nord del Mar
Nero, nelle vaste steppe delle attuali Ucraina e Russia; da qui i primi
parlanti protoindoeuropeo si propagarono sia verso est che verso ovest, con migrazioni semiviolente o vere e proprie invasioni, in varie
ondate, soggiogando le popolazioni locali e finendo con limporre
ovunque si insediarono, insieme alla propria cultura, anche la propria
parlata. questa la teoria della dispersione della lingua attraverso la
conquista (detta anche demica, in quanto erano i popoli a muoversi), a
lungo sostenuta da archeologi, linguisti e geografi umani. Nel caso
dellEuropa, in particolare, gli spostamenti dei suoni nelle lingue derivate sembravano confermare proprio una divergenza di lungo periodo
in direzione ovest.
. Nelle prime fasi della storia indoeuropea la radice mor indicava una generica
estensione dacqua, il che lascia supporre che quelle popolazioni non conoscessero
lesistenza di mari e oceani con il loro modo ondoso, le maree e le correnti. Soltanto
dopo esser venute a contatto col mare si rese necessaria una distinzione: in certi casi
(latino, slavo e lingue derivate) venne applicata al mare la radice precedente e se ne
adott una nuova per i laghi; in altri (lingue germaniche) la vecchia radice rimase per
gli specchi dacqua interni, mentre se ne adoper una nuova per il mare; in altri ancora
(greco e lingue indoiraniche) si lasci cadere la vecchia radice e furono adottati termini
nuovi (Bellezza, ).

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

Per seguire le varie ondate di migrazioni delle popolazioni indoeuropee pu essere utile richiamare brevemente le vicende dellimportante civilt neolitica fiorita, a partire dal VII millennio a.C., nel bacino
inferiore del Danubio . In una prima fase, sul finire del V millennio
a.C., alcuni gruppi di invasori partirono dalla regione situata sul basso corso dei fiumi Dnepr e Don, dalle steppe delle odierne Russia e
Ucraina, sul Mar Nero, e si diressero verso il bacino del Danubio, dove
arrivarono attorno al a.C.; insediatisi agevolmente nella pianura
ungherese, questi primi Indoeuropei arrivarono, verso sud, fino alla
Macedonia.
La loro societ identificata generalmente con la cultura dei
kurgan (particolari tombe seminterrate di capi e condottieri) denotava unorganizzazione pi progredita rispetto a quella dei gruppi
la cui economia si basava esclusivamente sulla caccia e la raccolta;
tali genti praticavano infatti lallevamento, il commercio e le razzie,
ed una parte si dedicava anche a qualche produzione agricola. La
progressione verso ovest delle sepolture kurgan testimonia il percorso compiuto da queste antiche popolazioni indoeuropee, che
sembrerebbero dunque essersi diffuse a ondate successive, avendo la
meglio sulle pi antiche societ neolitiche .
Una seconda ondata migratoria delle popolazioni indoeuropee si
verific sul finire del IV millennio e fu ben pi consistente della precedente; anche la regione di partenza, daltra parte, era pi ampia,
estendendosi dal Dnepr verso est fino al basso corso del Volga e comprendendo tutte le regioni a nord del Caucaso. Nel corso di questa
fase, vari gruppi si diressero a nord, invadendo lUcraina e la Polonia
fino ad oltrepassare lElba; alcuni si stabilirono nella penisola balcanica e nella parte centrosettentrionale di quella italiana, scacciando i
. Il linguista francese Andr Martinet che indirizz i suoi primi studi verso la
fonologia sincronica e diacronica, e si dedic poi alla linguistica generale e comparativa,
pubblicando un importante studio comparativo sulle lingue indoeuropee () parla
di questa civilt danubiana (non indoeuropea) come di una societ agricola, matriarcale,
ove i vari gruppi vivevano abitualmente in pace. Secondo alcuni studiosi, inoltre, i segni
grafici di tipo religioso stavano evolvendosi, nel IV millennio, in qualcosa di simile ad un
sillabario.
. . Lipotesi kurgan stata introdotta negli anni cinquanta dallarcheologa e linguista lituana Marija Gimbutas, che studi le culture del Neolitico e dellEt del Bronzo
dellEuropa antica, coniugando, al fine di risolvere alcuni problemi riguardanti gli antichi
popoli parlanti il protoindoeuropeo, lo studio della cultura kurgan con la Linguistica.

Lingue e spazi

popoli danubiani, i quali, oltre che verso sud (dove si stabilirono in


Grecia), andarono verso ovest, ove non escluso che abbiano diffuso
le loro tecniche agricole.
Una terza ondata di Indoeuropei giunse infine in Europa attorno al
a.C.; a questa fase risalirebbe linsediamento nellarea danubiana
di quei gruppi le cui lingue avrebbero dato origine al greco e, probabilmente, alle lingue indoiraniche, mentre dalle parlate degli invasori
inizialmente diretti verso nord si sarebbero formati i gruppi italico,
celtico e germanico.
Resterebbero da spiegare, a questo punto, i percorsi lungo i quali gli
Indoeuropei giunsero a conquistare i territori compresi tra lAnatolia
ed il bassopiano del Gange: secondo i sostenitori della teoria della
diffusione attraverso la conquista, tutto indurrebbe a credere che
lAnatolia sia stata conquistata dai popoli dei kurgan, passati ai due lati
del Caucaso; in un momento successivo altri Indoeuropei si sarebbero
poi diretti verso sudest, seguendo le vie di penetrazione attorno al
Mar Caspio .
Non tutti gli studiosi, per, sono stati convinti da questa ricostruzione
e, man mano che la documentazione archeologica in Europa diventava
meglio nota, hanno fatto la loro comparsa ipotesi differenti. Negli anni
ottanta, in particolare, alcuni linguisti hanno proposto una spiegazione alternativa tanto rispetto ai percorsi seguiti quanto per le modalit,
sostenendo che ad espandersi pi che le popolazioni siano state le tecniche, per apprendimento. A propagare il protoindoeuropeo
attraverso lEuropa sarebbe stata, quindi, non tanto la spinta alla conquista, quanto piuttosto la diffusione dellagricoltura, e per questo motivo
larea dorigine dellantica lingua non avrebbe potuto corrispondere a
quelle zone della Russia e dellUcraina il cui modo di vita dominante
era la pastorizia, ma avrebbe dovuto collocarsi in una regione di innovazione agricola. Poich, daltra parte, nel lessico del protoindoeuropeo
poche erano le parole indicanti le pianure, mentre ben pi numerose
. Certi tratti delle culture indoiraniche portano a credere che anche queste abbiano
avuto dei contatti con le culture danubiane e dellEuropa centrale; alcuni ipotizzano,
pertanto, che parte degli invasori indoeuropei si sia diretta dalle steppe russoucraine
verso lEuropa settentrionale e centrale per poi volgere a sudest, attraversando la Grecia;
proseguendo oltre lAnatolia, si sarebbero quindi uniti ai gruppi che andavano verso
laltopiano iranico e il bassopiano gangetico, portando con s alcune nuove acquisizioni
culturali (Bellezza, ).

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

Figura .. Diffusione ipotizzata di una protolingua indoeuropea.


Fonti: Gamkrelidze e Ivanov (); De Blij ().

risultavano quelle riferite a montagne, vallate, torrenti, rapide e altre


caratteristiche morfologiche di zone dal rilievo elevato, ed i termini relativi alla flora e alla fauna facevano pensare ad un complesso ambientale
ben diverso da quello delle steppe a nord del Mar Nero, lipotesi che
sembrava pi plausibile era che il centro di origine si trovasse in corrispondenza delle terre collinari e montuose, ben irrigate, dellaltopiano
anatolico e della vicina catena del Caucaso.
I ritrovamenti archeologici indicavano che in quei luoghi vicini
al centro propulsore dellinnovazione agricola, ovvero la Mesopotamia tra . e . anni fa era stato addomesticato il cavallo ed
era entrata in uso la ruota; dallaccresciuta produzione agricola sembra
poi sia derivato un forte aumento demografico di questi Indoeuropei,
che migrarono in pi direzioni. I due studiosi sovietici che ricostruirono una parte consistente del lessico della protolingua relativo alla
morfologia ambientale, alle piante e agli animali e cio Thomas Gamkrelidze e Victor Ivanov, principali sostenitori della teoria cosiddetta
agricola ipotizzarono che il grosso delle genti indoeuropee insediate
nel Caucaso e Anatolia si fosse diretto verso sudest, nellaltopiano
iranico, per poi dividersi: una parte avrebbe proseguito verso la valle

Lingue e spazi

dellIndo, unaltra sarebbe andata verso nord, ad est del Mar Caspio, e
da qui, poi, un gruppo si sarebbe diretto verso lAsia centrale e laltro
verso ovest, in Europa (cfr. Fig. .). A partire dalle coste settentrionali
del Mar Nero, i percorsi seguiti sembrano coincidere, grosso modo,
con quelli ipotizzati dalla teoria della diffusione per conquista.
... Genetica e linguistica
Allinizio degli anni novanta, la teoria agricola stata confermata dallanalisi del contenuto proteico (genico) degli individui sparsi in diversi
luoghi dellEuropa, che ha mostrato lesistenza di un decadimento
sulla distanza nel modello geografico di distribuzione: certi geni, cio,
divengono rapidamente meno comuni dal sud della Turchia attraverso
la Bulgaria e verso i Balcani e lEuropa occidentale e settentrionale.
Ci sembrerebbe dimostrare che i popoli di agricoltori dellAnatolia,
via via che si muovevano verso ovest e verso nord, si mescolavano
con le popolazioni indigene qui insediate, diluendo il loro patrimonio genetico man mano che aumentava la distanza dalla loro area
dorigine.
Se la genetica ha fornito risultati di enorme importanza per lo
studio delle lingue, fondamentale stato lapporto di uno studioso
italiano, Luigi Luca CavalliSforza, le cui ricerche hanno consentito
di ritrovare nellattuale patrimonio genetico umano i segni lasciati
dai grandi movimenti migratori del passato. In seguito ad un lungo
periodo di studio negli Stati Uniti, CavalliSforza redasse insieme
al collega Robert Ammerman una serie di carte sulla diffusione di
diverse caratteristiche genetiche umane; contemporaneamente, per,
lui e i suoi collaboratori si tenevano al corrente su quanto si andava
scoprendo in merito alla propagazione in Europa di varie tecniche (la
cerealicoltura, ad esempio) partite dal Vicino Oriente.
Andamento parallelo a quella genetica e/o geografica risultava avere
la variazione linguistica nello spazio: ci veniva dimostrato in alcune
indagini particolari riguardanti sia aree limitate che regioni pi ampie. I
contatti di tipo culturale e quelli di tipo genetico, daltra parte, seguono
gli stessi percorsi, subiscono gli effetti delle stesse barriere geografiche
ed ecologiche e possono influenzarsi a vicenda, rafforzandosi reciprocamente: molte ragioni sembrano, quindi, giustificare la stretta similarit
esistente tra patrimoni culturali e patrimoni genetici.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

In sostanza, la struttura del patrimonio genetico determinata da


fattori di tipo geografico, dalla presenza di differenze socioeconomiche e da un certo numero di fattori di altro tipo (religiosi, linguistici,
ecc.); tutti questi elementi agiscono anche sul patrimonio culturale e
lo condizionano in modo parallelo: in questo modo, dunque, che si
sono prodotte importanti correlazioni tra patrimoni genetici, da una
parte, e patrimoni socioculturali, dallaltra. Il parallelismo tra evoluzione
genetica ed evoluzione linguistica presenta, tuttavia, alcune limitazioni:
le lingue si evolvono molto pi velocemente dei geni, tant che due
lingue a causa della loro progressiva differenziazione possono
diventare reciprocamente incomprensibili in meno di mille anni.
A proposito, poi, della diffusione neolitica che CavalliSforza
approfond, come si detto, documentandosi sui risultati delle pi
avanzate ricerche relative alla propagazione delle tecniche dal Vicino
Oriente egli ipotizz che questa fosse stata sia di tipo demico che
di tipo culturale, ma non prese posizione in merito allidea della conquista armata: la documentazione esistente provava, infatti, che si era
verificato anche uno spostamento di popoli (e non solo, quindi, uno
spostamento di tecniche), ma soltanto ulteriori studi avrebbero potuto
chiarire se il movimento era avvenuto con modalit pacifiche o meno.
Tra popolazioni e famiglie linguistiche nota CavalliSforza
(CavalliSforza et al., ) vi una chiara corrispondenza: ogni
famiglia linguistica pu infatti essere associata o con una singola popolazione genetica o con alcune popolazioni strettamente imparentate.
Due processi per vale a dire la sostituzione linguistica e quella
genetica possono determinare delle eccezioni. Due gruppi geograficamente vicini possono mescolarsi mediante un flusso genico
asimmetrico, in cui un solo gruppo contribuisce allaltro, ad ogni
generazione, con un piccolo numero individui, e la continuazione di
tale processo per un tempo sufficientemente lungo pu determinare
una sostituzione genetica quasi completa. Ma ci non accompagnato
necessariamente da un cambiamento linguistico: si possono pertanto
osservare contributi genetici notevoli da fonti esterne, con cambiamenti linguistici scarsi o nulli, e, in altri casi, sostituzioni linguistiche
con cambiamenti genetici minimi.
Al di l delle eccezioni che pure possono essere riscontrate, esiste
comunque un forte parallelismo tra evoluzione linguistica ed evoluzione genetica, e la spiegazione va ricercata nelleffetto comune di certi

Lingue e spazi

fattori che determinano la differenziazione tanto a livello genetico


quanto a livello linguistico . Barriere linguistiche possono rafforzare
lisolamento genetico tra gruppi che parlano lingue diverse; lisolamento reciproco dovuto ad eventi che determinano una separazione
fra due gruppi (o alla migrazione di una o entrambe le parti verso
luoghi diversi) produce una differenziazione sia genetica che linguistica, ed ragionevole supporre che questa doppia divergenza si acuir
col tempo di separazione. Ma anche altri fattori possono causare effetti simili su entrambi i tipi di evoluzione, contribuendo alla loro
correlazione: dimensioni demografiche limitate, ad esempio, favoriscono una differenziazione genetica pi veloce e potrebbero avere il
medesimo effetto sulle lingue; similmente, lo scambio migratorio tra
due popolazioni favorisce sia gli scambi genetici che quelli linguistici,
diminuendo o rallentando la divergenza in entrambi i casi.
Ad ogni modo, tra i meccanismi che possono offuscare il quadro di
una correlazione tra lingue e geni, la sostituzione linguistica sembra
essere il principale e se ne conoscono numerosi esempi. In qualunque
modo avvenga, per espansione demica o per conquista da parte di un
altro gruppo, ad un idioma ne subentra un altro, ma le conseguenze
genetiche sono alquanto diverse: nel primo caso una popolazione
prende il posto di unaltra, apportando i propri geni e la propria
lingua; nel secondo, un gruppo anche poco numeroso ma potente
impone il proprio dominio (e la propria lingua) ad unaltra comunit.
... Teorie diverse su luoghi dorigine e percorsi
La teoria di Gamkrelidze e Ivanov, pur potendo essere chiamata in
causa per spiegare una serie di caratteristiche della carta linguistica
dellEuropa, non si mostra del tutto convincente: la topografia del. Gi Darwin, a met del XIX secolo, aveva affermato che se si fosse conosciuto
lalbero genealogico dellumanit se ne sarebbe potuto dedurre quello linguistico, e la
genetica lo ha confermato; lalbero genetico pu infatti aiutarci a definire i tempi di origine
delle famiglie linguistiche. Nel complesso, la maggioranza di queste sembra avere unet
compresa tra . (ma pi probabilmente .) e . anni, mentre alcune (la
khoisan, laustraliana e lindopacifica) sono pi antiche (tra . e . anni). Tali valori
si basano sullipotesi che sia possibile stimare in modo accurato le date di separazione
linguistica a partire dalle distanze genetiche, dal momento che la data di separazione
relativa ai geni potrebbe essere anche responsabile della fissione delle famiglie linguistiche
(CavalliSforza et al., ).

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

Figura .. Il modello di Renfrew. Fonti: Renfrew (); De Blij ().

le zone elevate dellAnatolia, infatti, non sembrerebbe costituire un


ambiente ideale per lagricoltura, e non ci sono forti prove archeologiche dellesistenza in quel luogo di un focolaio culturale agricolo.
Ecco perch alcuni geografi delle lingue malgrado le conferme
fornite dalla genetica continuano a preferire lipotesi secondo cui
le lingue indoeuropee sorte dalla protolingua si sarebbero mosse dalla
regione compresa tra il Mar Nero ed il Mar Caspio prima in direzione
est, verso lAsia sudoccidentale, quindi attorno al Mar Caspio e poi
attraverso le pianure russe ed ucraine per arrivare ai Balcani.
Anche linglese Colin Renfrew ha sostenuto che la spinta ai movimenti migratori sia derivata da aumenti di popolazione collegati al
miglioramento delle pratiche agricole, ma ha ipotizzato lesistenza di
tre centri di diffusione, di tre focolai agricoli che avrebbero dato origine alle famiglie linguistiche: da quello anatolico sarebbero arrivate
in Europa le lingue indoeuropee; dallarco occidentale della Mezzaluna fertile, invece, si sarebbero sviluppate le lingue del Nord Africa e
dellArabia; da quello orientale (la Mesopotamia) altre lingue (quelle
dravidiche) si sarebbero propagate in direzione dellaltopiano iranico e
del bassopiano gangetico, per poi essere rimpiazzate successivamente
dalle lingue indoeuropee (cfr. Fig. .).
Pur coprendo levoluzione e la diffusione del protoindoeuropeo un
arco di tempo sicuramente superiore rispetto a quello ipotizzato dalle

Lingue e spazi

varie teorie proposte, gli studiosi non hanno rinunciato ad andare


ancora pi allindietro, nellintento di individuare la lingua ancestrale
del protoindoeuropeo. Due linguisti russi in particolare Vladimir
Illich Svitych e Aharon Dolgopolsky affrontarono separatamente,
gi negli anni sessanta, il problema della ricostruzione profonda di tale
lingua antenata del protoindoeuropeo; utilizzando le parole ritenute
pi stabili e le parti sicure del lessico (come quelle che identificano
alcune parti del corpo o i termini relativi agli elementi dellambiente
naturale), essi raggiunsero risultati concordanti in merito a numerosi
termini che si potevano ritenere comuni di una lingua antichissima, il
nostratico, idioma ancestrale non solo del protoindoeuropeo (e quindi
di tutta la famiglia indoeuropea), ma anche delle lingue uraloaltaiche,
delle lingue cartveliche della regione meridionale del Caucaso, di
quelle dravidiche dellIndia e di quelle afroasiatiche del Vicino Oriente
e del Nord Africa. Un idioma in cui non cerano nomi di piante o
animali domesticati e i cui parlanti dovevano quindi essere cacciatori
e raccoglitori in uso in una fase sicuramente anteriore rispetto alla
Prima rivoluzione agricola (risalente a circa . anni fa). Per quanto
tempo il nostratico possa essere stato adoperato nessuno ancora in
grado di stabilirlo, ma anche dove sia nato e quali lingue lo abbiano
generato restano dei quesiti senza risposta .
Come spesso succede, una parte di verit pu essere contenuta in
ognuna delle teorie formulate, ma molte ricerche dovranno ancora
essere condotte a termine prima che si possa dire conclusa la ricostruzione, pur se limitata alle aree dorigine delle lingue indoeuropee e
alle vicende della loro diffusione. Pi di recente, comunque, risultati di
grande rilevanza in ambito linguistico sono venuti, ancora una volta,
dalla genetica.
Le fasi finali della dispersione delle lingue antiche nel mondo sono avvenute nellambito delle isole del Pacifico e nelle Americhe. Si
potrebbe credere che la sequenza degli eventi sia, in questo caso, pi
facile da ricostruire; dopo tutto, i popoli che hanno attraversato il
Pacifico portarono le loro parlate in isole disabitate, e anche la penetrazione delluomo nelle Americhe non dovrebbe aver determinato
. Molti linguisti continuano comunque le ricerche, ritenendo che tutte le lingue
parlate del mondo discendano da un unico idioma, del quale sperano di poter trovare una
documentazione.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

alcuna convergenza con idiomi preesistenti. In realt, per, se ripercorressimo i dibattiti relativi agli studi sulle lingue del Pacifico e su
quelle dei nativi americani, noteremmo come anche i problemi ad essi
connessi non siano per nulla semplici da risolvere (De Blij, ). In
particolare, per ci che riguarda le Americhe la cui carta linguistica
oggi dominata dalle lingue indoeuropee ci si accorse subito come
non si fosse affatto davanti ad una situazione pi semplice di quella
eurasiatica: almeno duecento erano, secondo i linguisti, le famiglie
relative ai nativi americani, ciascuna diversa dallaltra.
Non tutti, per, la pensavano allo stesso modo: lamericano Joseph
Greenberg alla fine degli anni ottanta, mentre i genetisti studiavano
il popolamento del continente americano afferm che le lingue
precolombiane potevano essere raggruppate in tre sole famiglie, ognuna corrispondente ad unimportante ondata migratoria dallAsia verso
il Nuovo Mondo. La pi antica ed ampiamente distribuita era quella
amerindia, estesa dagli attuali Stati Uniti fino allestremo sud; la seconda, molto meno diffusa, era quella naden, le cui lingue erano parlate
dai nativi del nordovest del Canada e di parte dellAlaska, come pure
dalle popolazioni navajo e apache; la terza, ultima in ordine di tempo
ad essere arrivata nelle Americhe, era la famiglia eskimoaleutina,
attualmente concentrata nellestremo nord, lungo le coste artiche (cfr.
Fig. .).
Molti colleghi di Greenberg criticarono la sua ipotesi, sostenendo
che egli non avesse seguito idonee procedure di ricostruzione ; anche
a volerne ridurre il numero secondo loro le famiglie linguistiche
americane avrebbero dovuto essere almeno una sessantina. I risultati
della genetica, tuttavia, finirono col confermare in pieno la teoria di
Greenberg. La distribuzione mondiale dellumanit moderna era stata
determinata da alcune grandi migrazioni, susseguitesi ad intervalli
sempre pi ridotti. La prima avvenuta circa un milione di anni fa
fu quella che vide la partenza dellHomo erectus dallAfrica orientale:
sfruttate le risorse disponibili in misura pi intensa di ogni altro predecessore, alcuni gruppi si avventurarono verso il Medio Oriente e
lAsia a sud dellHimalaya, nel SudEst asiatico e in Cina. La seconda
. Egli avrebbe confrontato parole dal suono simile in varie lingue contemporanee
conosciute pi che studiare gli spostamenti dei suoni.
. Una glaciazione abbass il livello dei mari, ampliando il numero di ponti naturali.

Lingue e spazi

Figura .. Lipotesi di Greenberg. Fonti: Lewin (); De Blij ().

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

iniziata in un periodo compreso tra . e . anni fa port


gli uomini moderni (Homo sapiens), partiti dallAfrica centroorientale,
nellEurasia. Qui, secondo alcuni studiosi, questi eliminarono lHomo
erectus e i suoi successori, e, una volta stabilizzatisi, si differenziarono negli attuali gruppi razziali delle varie aree geografiche . Terza
grande migrazione fu, infine, quella dellHomo sapiens sapiens; giunti,
circa . anni fa, allestremit sudorientale dellAsia, i sapiens si
divisero due rami: uno di questi arriv, nel giro di qualche migliaio
di anni, fino in Nuova Guinea e in Australia; laltro diede origine alle
popolazioni del SudEst asiatico e della Cina meridionale. Circa .
anni fa, poi, venne raggiunto lo stretto di Bering e da qui alcuni gruppi
diedero inizio al popolamento del continente americano.
Il passaggio attraverso lo stretto di Bering avvenne in pi riprese:
i primi arrivati si spinsero via via fino allestremit meridionale del
continente, mentre londata successiva (probabilmente meno di .
anni fa) si ferm per lo pi allattuale Canada centrale ed occidentale;
gli ultimi arrivati (qualche altro migliaio di anni dopo) avevano potuto
occupare solo la zona artica. Evidente era, allora, la corrispondenza
con la teoria di Greenberg; per lo studioso americano, daltra parte,
non era la prima soddisfazione di questo tipo: negli anni sessanta egli
aveva formulato unipotesi innovativa anche per le lingue africane che
criticata e respinta dagli altri linguisti fu poi riconosciuta fondata
e confermata dalla genetica .
Nella fase di transizione tra Paleolitico e Mesolitico, circa .
anni fa, vari gruppi iniziarono a mettere a punto nuovi sistemi di
agricoltura e allevamento, grazie ai quali riuscirono ad ottenere disponibilit di cibo crescenti. Per gli incrementi demografici che ne
derivarono, per, divenne in una certa misura necessario cercare
nuovi territori; gli spostamenti risultavano peraltro facilitati proprio
. Secondo i sostenitori del modello cosiddetto della continuit regionale, invece,
lemigrazione dellHomo erectus dallAfrica, un milione di anni fa, avrebbe condotto alla
formazione di comunit regionali; da queste avrebbe quindi preso il via quellevoluzione
locale che avrebbe dato origine ai diversi gruppi razziali dellEurasia.
. Qui i gruppi dalla cui diffusione a partire da circa . anni fa derivata
la situazione attuale sono stati i Pigmei della foresta congolese, progenitori delle genti
nilotiche e delle popolazioni del Golfo di Guinea, ed i Khoin e i San (ovvero gli Ottentotti
ed i Boscimani) del sudovest; quasi certamente le lingue principali, in gran parte dellAfrica,
erano un tempo le khoisanidi, ma queste vennero ridotte ad una condizione di gran lunga
meno importante dallinvasione dei gruppi bantu.

Lingue e spazi

dallacquisizione di nuove tecniche che conferivano vantaggi rispetto


a coloro che rimanevano cacciatori e raccoglitori. Le migrazioni divennero cos pi rapide: a muoversi erano infatti popoli che, oltre a
lavorare sempre meglio la pietra, avrebbero presto imparato a realizzare oggetti di metallo, e che sapevano come selezionare certe piante
ad uso alimentare ed addomesticare certi animali .
Relativamente a questa fase, e fino alle prime forme di insediamenti
definibili urbani, i risultati delle ricerche antropologiche e paletnologiche possono essere sempre meglio confrontati con quelli delle ricerche
archeologiche, storiche e, quindi, linguistiche. La genetica ha fornito,
poi, come si detto, ulteriori conferme; tale scienza, daltra parte,
agevolata rispetto alla linguistica dal fatto che, anche quando un
gruppo umano viene completamente assimilato, le sue tracce genetiche rimangono per decine e decine di generazioni, mentre una
lingua priva di scrittura assorbita da unaltra pu scomparire del tutto
(Bellezza, ).
Nello studio sistematico delle lingue si osservato la maggior
parte di esse pu essere ricondotta a determinate famiglie linguistiche. Una famiglia ununit filogenetica , ed i suoi membri sono
considerati derivanti da un antenato comune; adoperando il metodo
comparativo sviluppato dai linguisti a partire dal XIX secolo possibile risalire a molte delle caratteristiche dellantenato comune a vari
idiomi. Anche se non ancora stato costruito un albero completo, si
riconosciuto un buon numero di famiglie linguistiche: alcune di queste come quella indoeuropea furono scoperte molto tempo fa e
sono oggi universalmente accettate; in altri casi, invece, manca tuttora
laccordo riguardo allappartenenza di alcune lingue o sottofamiglie
alluna o allaltra famiglia.
Nonostante gli sforzi fatti, sono pochi i passi in avanti compiuti
verso il possibile traguardo di una classificazione gerarchica completa
. Mentre i movimenti dei nomadi si ripetevano ciclicamente lungo gli stessi percorsi,
e in tal modo definivano una distribuzione delle parlate tendenzialmente stabile, i gruppi
sedentari che si trovavano a dover emigrare si spostavano con le loro tecniche e la loro
cultura, lingua inclusa.
. La filogenetica studia lorigine e levoluzione di un insieme di organismi. La ricostruzione del processo di ramificazione delle linee di discendenza nellevoluzione della
vita (filogenesi) fondamentale per arrivare ad individuare le relazioni esistenti tra gruppi
tassonomici di organismi a qualunque livello sistematico.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

e realmente filogenetica di tutte le famiglie linguistiche; tale obiettivo,


daltra parte, non certo facile da raggiungere, dal momento che il
grado di evoluzione linguistica tale che, ad un primo esame, non
possibile notare quasi nessuna relazione tra lingue appartenenti a
famiglie molto diverse una dallaltra. Un possibile progresso potrebbe
essere il riconoscimento delle relazioni esistenti tra alcune delle famiglie: in base a queste relazioni che gli studiosi sono giunti allidentificazione di superfamiglie. Due gruppi di ricercatori, in particolare,
hanno identificato, indipendentemente fra loro, due superfamiglie in
gran parte sovrapponibili: quella del nostratico (Illich Svitych e Dolgopolsky), composta da famiglie (per lOccidente lindoeuropea, lafroasiatica e la caucasica; per lOriente la dravidica, luralica e laltaica),
e quella euroasiatica (Greenberg), comprendente anchessa famiglie
(indoeuropea, uralicojukaghira, altaica, coreanogiapponeseainu,
ciukciocamciadale ed eschimoaleutina).
Ad ogni modo, proprio dalla ricerca congiunta nei diversi settori
grazie alla quale stato possibile definire meglio gli spostamenti delle
popolazioni sono derivate nuove classificazioni degli idiomi parlati
nel mondo; una in particolare gode tuttora di ampia credibilit, ed
quella proposta da un allievo di Greenberg, Merritt Ruhlen, il quale
lasciando da parte le poche lingue non classificate, i pidgin e le lingue
creole, le lingue inventate e alcuni linguaggi isolati ha identificato gruppi tassonomici principali : si tratta delle famiglie khoisan,
nigerkordafarniana, nilosahariana, afroasiatica, caucasica, indoeuropea, uralicojukaghira, altaica, ciukciocamciadale, eschimoaleutina,
elamodravidica, sinotibetana, austrica, indopacifica, australiana, na
den e amerindia.
.. La distribuzione delle lingue nel mondo
Per ci che riguarda la linguistica esterna ovvero lanalisi dei caratteri esterni di una parlata (estensione, uso, funzione) il primo
criterio per valutare limportanza di una lingua il numero dei suoi
locutori; le lingue, infatti, differiscono enormemente da questo punto
di vista: oltre la met degli abitanti del pianeta ha una lingua madre
. Ruhlen ha raggruppato allinterno di queste famiglie . lingue.

Lingue e spazi

che fa parte di un gruppo di otto fra le migliaia di idiomi esistenti,


e almeno la met adopera regolarmente o si esprime agevolmente
in solo quattro di questi. Occorre comunque distinguere tra locutori
a titolo materno e locutori a titolo secondario: i primi formano il
Gruppo di Lingua Materna, e una parte di essi pu essere bilingue
(frangia bilingue interna); gli altri invece i locutori a titolo secondario (come seconda lingua) costituiscono la frangia bilingue esterna
alletnia, la cui ampiezza rispecchia i processi di acculturazione e deculturazione in corso. Il rapporto tra il numero di locutori secondari
e quello dei locutori materni ci mostra la diffusione esterna di una
parlata, espressa attraverso un indice (indice di diffusione) che varia
considerevolmente da un caso allaltro: quando molto elevato, lindice riflette uneccezionale diffusione della lingua; prossimo allunit, e
quindi corrispondente ad un ammontare di locutori secondari prossimo a quello del gruppo etnico, testimonia una diffusione ancora
importante. Ad ogni modo, la diffusione di una lingua al di fuori della
sua etnia funzione di numerosi fattori, tra i quali vanno considerati i
condizionamenti oggettivi del contesto storico: la necessit, cio, di
parlare la lingua ufficiale della regione o quella della maggioranza
della popolazione. Hanno, comunque, una certa importanza anche
degli aspetti pi soggettivi, legati al prestigio relativo di questa o quella
cultura cui si vorrebbe accedere, di questo o quel gruppo del quale si
vorrebbe far parte o, al contrario, al disinteresse ispirato da una lingua,
una cultura, una tradizione nazionale (Breton, ).
... Le famiglie linguistiche
Gli oltre miliardi di individui che abitano la Terra parlano alcune
migliaia di lingue differenti: circa ., secondo la maggior parte
degli studiosi. In realt, tuttavia, non possibile indicare una cifra
definitiva, perch ancora oggi in Africa, in America Latina, in Nuova Guinea e in altre aree del mondo i linguisti sono impegnati nel
processo di identificazione e classificazione degli idiomi parlati da
popolazioni isolate. Anche nel caso di lingue ben note, poi, non
sempre si in grado di riconoscerle facilmente o inequivocabilmente come entit separate e distinte. In base alle diverse stime,
comunque, nel mondo esisterebbero attualmente da un minimo
di trenta a circa un centinaio di famiglie linguistiche, a loro volta

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

suddivise in sottofamiglie, rami o gruppi di idiomi pi strettamente


correlati. Se gi, per, la valutazione della diffusione di molte lingue costituisce vista, come si detto, la dubbia attendibilit dei
pochi censimenti effettuati unoperazione delicata, pi difficile
ancora calcolare il numero di individui che fanno capo a ciascuna
famiglia.
Riguardo poi alla rappresentazione cartografica della distribuzione delle principali famiglie di lingue nel mondo, andrebbe ricordato
innanzitutto che le carte nascono dalla corrispondenza tra segni sul
terreno e segni sulla pagina. I fiumi, le montagne, i confini, le citt:
tutti questi elementi occupano uno spazio e possono essere localizzati in modo preciso sulla carta; ciascuno di noi, quindi, grazie alle
indicazioni riguardanti la scala, pu mettere in relazione le distanze
segnate sulla carta con quelle esistenti nella realt. Le lingue, invece,
non occupano uno spazio; sono i loro parlanti e le loro istituzioni
a poter essere localizzati spazialmente. La cartografia delle lingue
dipende pertanto dalla demografia, vale a dire, di solito, da informazioni fornite dai governi che, in pi casi, danno cifre pi alte o
pi basse rispetto a quella che la situazione effettiva.
Chi realizza una carta, allora, dovr cercare di raccogliere i dati
pi attendibili, eventualmente anche confrontandosi con gli specialisti di altre discipline. Non solo: andr tenuto conto del fatto che
la distribuzione spaziale delle lingue tuttaltro che statica, essendo sottoposta allazione di forze interne, di ordine linguistico, ed
esterne, di ordine sociopolitico. Ma ci saranno ulteriori elementi di
complessit: il numero di persone che parla una lingua non rimane
invariato nel tempo, ma pu aumentare o diminuire; in molti Paesi,
daltra parte, c chi parla pi di una lingua (anche se non tutti lo
fanno allo stesso modo); e, ancora, i diversi livelli di utilizzo di una
lingua variano nel corso della vita di ogni individuo, ma vengono
anche influenzati dalle migrazioni, dagli scambi commerciali, dallo
sviluppo economico; infine, problemi particolari sono posti generalmente dai centri urbani, dal momento che i loro abitanti si trovano
spesso a vivere allinterno di un contesto multietnico e multilingue
(Fishman in Breton, ).
Pur con tutte queste premesse, passiamo ora ad osservare la distribuzione mondiale delle principali famiglie linguistiche (Fig. .).
Una suddivisione estremamente ineguale: le due famiglie principali,

Lingue e spazi

Figura .. La diffusione delle macrofamiglie linguistiche. Fonte: Breton ().

Figura .. Famiglie linguistiche: locutori e lingue.


Fonte: ns. elaborazione su dati Ethnologue: Languages of the World (vari anni).

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

infatti, rappresentano una quasi la met (quella indoeuropea) e laltra


(quella sinotibetana) quasi un quarto del totale; altre cinque (la niger
kordofan, luraloaltaica, lafroasiatica, laustronesiana e la dravidica)
superano i milioni di locutori ciascuna; tutte le restanti, anche se
considerate insieme, non sono parlate che dal % della popolazione
del pianeta (Fig. .).
Da un punto di vista spaziale, la famiglia linguistica indoeuropea
quella pi ampiamente presente nel mondo; la sua area di diffusione
non soltanto la pi estesa, ma anche quella meglio distribuita
nei diversi continenti, comprendendo un insieme contiguo che va
dallOceano Atlantico a quello Indiano e fino al Mare di Ohotsk,
con leccezione di alcune enclave uraloaltaiche e di quella basca. Le
lingue appartenenti a questa famiglia, inoltre, sono parlate in quasi
tutto il continente americano (con lesclusione delle zone di sopravvivenza amerindia), nelle maggiori terre dellOceania (lAustralia e
la Nuova Zelanda), nellAfrica meridionale e in numerose isole sparse negli oceani. Alcune di esse, poi, sono usate come lingue ufficiali
in numerosi Stati dellAfrica, dellAsia meridionale e dellOceania,
dove sono anche ampiamente diffuse come seconde lingue. Linglese
attualmente la lingua indoeuropea pi adoperata nel pianeta.
Secondo valutazioni attendibili , al le lingue indoeuropee
erano parlate da un po meno della met della popolazione mondiale (circa il %); di questi, pi di un miliardo di individui sparsi
tra Iran, India, Afghanistan e Pakistan si esprimono in lingue indoariane (come lhindi o il bengali), quasi milioni parlano lingue
germaniche (inglese, tedesco, neerlandese e idiomi del gruppo scandinavo) e altrettanti lingue romanze (francese, spagnolo, portoghese,
italiano, rumeno ecc.); pi di milioni sono i locutori delle lingue
slave (russo, polacco, ceco, slovacco, sloveno, croato, ecc.), altri
sono ripartiti tra lingue iraniche, baltiche, celtiche, armeno, greco e
albanese.
. Cfr. la versione online di Ethnologue: Languages of the World, Fifteenth edition
(http://www.ethnologue.com). Ethnologue una pubblicazione del SIL International (organizzazione cristiana che studia principalmente le lingue meno conosciute), che fornisce
attualmente insieme al Linguasphere Register of the World Languages and Speech Communities di David Dalby linventario linguistico pi esauriente. La sua quindicesima edizione,
realizzata nel , contiene statistiche relative a . lingue, e di ognuna fornisce numero
dei locutori, regioni di diffusione, dialetti, affiliazioni linguistiche.

Lingue e spazi

Come si gi avuto modo di osservare, larea dorigine di questa


famiglia stata identificata in luoghi diversi: lEuropa settentrionale,
quella centrale, i Balcani, una regione a nord del Mar Nero estesa
fino al Caucaso settentrionale e alle steppe dellAsia occidentale, lAnatolia . Riprendendo quanto sostenuto da Renfrew (b), appare
comunque probabile che siano stati gli agricoltori a diffondere la propria lingua, e che questa abbia progressivamente subito tutta una serie
di trasformazioni. Nel corso del tempo, inoltre, molte parlate indigene
e gruppi linguistici esistenti in aree di colonizzazione sono stati modificati o sono del tutto scomparsi in seguito allespansione nel mondo
delle lingue appartenenti alla famiglia indoeuropea.
Da millenni in contatto con gli idiomi indoeuropei, le lingue uraliche (o ugrofinniche) a nord e quelle altaiche (dette anche turcotatare o
turaniche), estese su gran parte dellAsia, a sud sono spesso considerate come costituenti ununica famiglia quella uraloaltaica parlata
dal % della popolazione mondiale (quasi milioni di persone):
milioni per lugrofinnico (ungherese e altre parlate finniche), oltre
per le parlate turcotatare della Turchia e dellAsia centrale , per
quelle della sottofamiglia mongola e tungusa .
Ai limiti del dominio indoeuropeo e uraloaltaico, nella parte settentrionale dellEurasia, permangono alcune lingue o gruppi di lingue
isolate: tra queste il basco e le lingue caucasiche, che alcuni studiosi
hanno ipotizzato essere quel che rimane di unantica famiglia euskaro
caucasica, come pure le lingue paleoasiatiche o paleosiberiane delle
zone affacciate sul Mare di Ohotsk e lo stretto di Bering .
A sud dellinsieme eurasiatico, e in stretto contatto con esso, si
. Dolgopolskij, ad esempio, ha sostenuto lipotesi di unorigine anatolica della famiglia indoeuropea sulla base di antichi prestiti da protolingue che si presume fossero parlate
intorno allAsia minore circa .. anni fa. Tale ipotesi era stata gi suggerita da
altri autori (Gamkrelidze e Ivanov, ) in base a considerazioni diverse.
. I pastori nomadi delle steppe asiatiche hanno diffuso una trentina di lingue turco
tatare, che sono state suddivise geograficamente in cinque gruppi (orientale, occidentale,
centrale, settentrionale e meridionale).
. Secondo alcuni linguisti rientrerebbero nella famiglia altaica anche il coreano (con i
suoi milioni di locutori) ed il giapponese (con milioni).
. A partire dal XVI secolo, lespansione slava verso est ha cancellato buona parte delle
lingue paleoasiatiche; perdite simili si sono verificate anche nelle aree linguistiche eschimesi
ed aleutine. Gli abitanti di questi territori stanno progressivamente abbandonando luso
delle proprie lingue, e la popolazione locale va via via adottando gli idiomi delle culture
dominanti.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

estende la famiglia afroasiatica (o semitocamitica), composta da circa lingue parlate in tutta lAfrica settentrionale, in Etiopia, Eritrea
e Somalia, ma anche in Medio Oriente e in Arabia ; tale famiglia
al cui interno sono stati identificati cinque rami principali (semitico,
berbero, ciadico, omotico e cuscitico) conta circa milioni di
locutori: almeno spettano allarabo, circa alle lingue cuscitiche
di Etiopia e Somalia (oromo, somali, sidamo, afar), una ventina alle
parlate berbere, circa allhaussa della Nigeria (la principale delle
lingue del ramo ciadico), allamharico e pressappoco allebraico.
Per ci che riguarda, invece, le lingue negroafricane, la loro classificazione stata abbastanza discussa. A nord, in contatto con le lingue
ciadiche, la famiglia nilosahariana (prima chiamata sudanese o sudanica) si estende dalla Libia meridionale fino al Kenya e alla Tanzania; si
tratta di un gruppo relativamente ristretto, che include diversi popoli
pastori nomadi e agricoltori e risulta frammentato in tre isole: ad
ovest, sul medio Niger, il songhai, al centro il sahariano, e ad est i gruppi nilochariani (sudanico centrale, sudanico orientale e nilocamitico),
il foriano del Darfur ed il maban, ai confini con lEtiopia.
Praticamente tutte le altre lingue negroafricane rientrano invece
nella famiglia nigerkordofan, che comprende il kordofaniano, ramo
con poche lingue parlate in Sudan, ed il ben pi diffuso ramo niger
congolese, esteso su tutta lAfrica tropicale, cui fanno capo pi di mille
lingue (e milioni di locutori), distinte, da ovest ad est, in almeno
quattro gruppi principali: sulla costa tra il Senegal e la Sierra Leone
(e diffuso nella regione delle savane fino al Camerun) quello atlantico occidentale; il mande, lingua dellomonima trib di agricoltori,
in tutto il bacino dellalto Niger e fino alla costa; il nigercongolese
centrosettentrionale con i popoli di lingua kru, gur (voltaico) e
adamawaubangiana esteso su tutta la costa del Golfo di Guinea
(Liberia, Costa dAvorio, Ghana, Benin, Nigeria meridionale), ma an. Popolazioni semitiche erano insediate, attorno al IVIII millennio a.C., nellAfrica
settentrionale e in Arabia; agricoltori, secondo lipotesi di Renfrew, originari del Mediterraneo orientale. Il Sahara, daltra parte, non era desertico come oggi (come confermano
i bovini raffigurati nelle pitture rupestri dei rilievi nella zona centrale). Con lavanzare
dellinaridimento, negli ultimi cinquemila anni, i gruppi che qui abitavano si ritirarono
sempre pi a nord. Parte si rifugi in qualche zona pi elevata e lungo lalto Nilo; le loro
lingue costituiscono la famiglia nilosahariana. Altri si diressero verso sud, diffondendosi
in tutto il Sahel; le loro lingue compongono la variegata famiglia che Ruhlen ha definito
nigerkordofan, di cui fanno parte le lingue bantu.

Lingue e spazi

che nel Camerun centrale, nella Repubblica Centrafricana e nel nord


della Repubblica democratica del Congo; e infine il nigercongolese
centromeridionale, gruppo di gran lunga pi rilevante per numero
di locutori. Il ramo occidentale di questo gruppo comprende le lingue
del Togo, mentre di quello orientale fanno parte le lingue della Nigeria meridionale e il benuezambesi; questultimo insieme raccoglie,
tra laltro, tutti gli idiomi bantu dellAfrica centrale e meridionale. ,
questo, un dominio linguisticamente molto diviso, in cui rientrano
parecchie centinaia di parlate, le pi diffuse delle quali raggiungono
solo eccezionalmente un numero consistente di locutori .
Infine, le lingue dellantica famiglia khoisan (. parlanti)
confinate nella parte occidentale dellAfrica del sud sono caratterizzate dalluso di suoni a clic non riscontrabili in nessun altro caso;
non hanno dunque alcuna parentela con le altre lingue, cos come
daltra parte queste popolazioni in origine composte da cacciatori
raccoglitori, oggi per lo pi dedite alla pastorizia non hanno alcuna
parentela con la razza negroafricana.
Dieci sono secondo la classificazione di Ruhlen le famiglie al
cui interno possono essere classificate le lingue parlate in Asia . La
principale seconda a livello mondiale per numero di locutori (,
miliardi di persone, ovvero oltre il % del totale del pianeta)
quella sinotibetana, comprendente a sua volta la sottofamiglia sinitica
e quella tibetokaren (il karen e le parlate tibetobirmane). Estesa su
buona parte dellAsia orientale (Cina e penisola indocinese), in essa
rientra la lingua maggiormente parlata al mondo, il cinese .
. In contrasto con altre ipotesi, Greenberg () ha sostenuto che lespansione delle
lingue bantu abbia avuto origine nellarea di confluenza dei fiumi Benue e Niger, vicino al
confine tra Nigeria e Camerun, poich le lingue non bantu pi simili a quelle bantu sono
parlate attualmente proprio in questa regione. La sua ipotesi ha trovato conferma nelle
moderne informazioni archeologiche e storiche, in base alle quali si sa che linizio della
diffusione degli agricoltori di lingua bantu avvenne in Camerun almeno . anni fa.
. Si tratta delle famiglie uralicojukaghira, ciukciocamciadale, altaica, sinotibetana,
austrica, dravidica, indoeuropea, afroasiatica e caucasica (settentrionale e meridionale).
. Fu con la dinastia Han che govern la Cina dal a.C. al d.C. che la cultura
cinese, fino ad allora espressione di popolazioni agricole ancora ad uno stadio neolitico o
poco pi, acquis una sua fisionomia originale e divenne una civilt; e fu in questo periodo
che limpero con la sua organizzazione militare e burocratica riusc ad espandersi in tutte le
direzioni, verso il Vietnam, lAsia centrale, la Mongolia e la Corea. Grandi furono i progressi
intellettuali, letterari, artistici e scientifici che si ebbero nel corso di questi quattro secoli; da
allora il cinese diventato la lingua materna pi parlata del mondo.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

Pi di milioni di locutori contano, invece, le lingue appartenenti


al phylum austrico, composto dalle famiglie miaoyao (comprendente
una serie di lingue e dialetti parlati da numerose popolazioni sparse tra
Thailandia, Laos, Vietnam e Cina meridionale), austroasiatica (ridotta
dalla storia su posizioni residuali, include le lingue munda dellIndia
settentrionale e quelle monkhmer di Vietnam, Cambogia, Laos e
isole Nicobare), daica (con una cinquantina di lingue, tra cui il thai ed
il lao, parlate tra Cina meridionale e Asia sudorientale) e austronesiana. Questultima, prima denominata maleopolinesiana, comprende
almeno mille idiomi, suddivisi in pi gruppi: quello indonesiano presente in Malaysia, Indonesia, Filippine e Vietnam meridionale , con
qualche residuo nelle isole Palau e nelle Marianne; a quello formosano
fanno capo le lingue aborigene di Taiwan; gli altri rami meno forti
ma ancora pi distribuiti nello spazio includono le lingue restanti,
parlate in Melanesia, Micronesia e Polinesia.
Nel suo espandersi, la famiglia indoeuropea il cui ramo indoiranico composto da oltre lingue ha confinato nellIndia
meridionale e nello Sri Lanka le lingue appartenenti alla famiglia dravidica (attualmente parlate dal % della popolazione mondiale); telugu e
tamil sono quelle col maggior numero di locutori. probabile che anticamente le genti che parlavano queste lingue abitassero unarea tra
la Mesopotamia e lIndia, e che da qui i loro idiomi siano stati diffusi
verso est dagli agricoltori originari della zona iraniana della Mezzaluna
fertile (cfr. CavalliSforza et al., ; Renfrew, b); con lavanzata
degli Indoeuropei per una parte dei quali risal, circa . anni fa,
i rilievi dellAsia centrale, dirigendosi verso la Cina occidentale, mentre altri conquistarono laltopiano iranico, da cui sarebbero giunti, alla
fine del II millennio a.C., nel bassopiano del Gange, sottomettendo
la popolazione locale le parlate dravidiche vennero respinte verso
lestremit meridionale della penisola indiana.
Per il resto, lestremit nordorientale dellAsia vede la presenza della famiglia ciukciocamciadale, le cui lingue presentano alcune
somiglianze con le parlate eschimoaleutine della regione al di l
dello stretto di Bering; la zona del Caucaso, invece, accoglie gli idio. La famiglia austronesiana presente anche in Madagascar, dove arriv via mare, molto prima che il neerlandese e le altre lingue indoeuropee vi si radicassero col
colonialismo.

Lingue e spazi

mi classificati nellomonima famiglia (da Ruhlen distinta in caucasica


settentrionale e caucasica meridionale), che secondo alcuni studiosi
(cfr. Gamkrelidze, Ivanov, ) sembrerebbero avere unorigine
comune con, tra le altre, lingue come il basco, il sumerico e letrusco:
la loro espansione in unarea geografica cos vasta pare quindi essere
antecedente alla diffusione delle lingue indoeuropee, afroasiatiche
e dravidiche, e cio allo sviluppo dellagricoltura nel Vicino Oriente, cominciato . anni fa. Essendo, per, la maggior parte di
queste lingue ormai estinta, ed essendo alcune di esse anche scarsamente conosciute, particolarmente difficile risulta individuarne le
caratteristiche comuni e verificarne le ipotesi relative allorigine.
Le lingue del Pacifico sono costituite da tre gruppi diversi: quello
pi numeroso e geograficamente esteso costituito dalle lingue austronesiane, la cui diffusione si ipotizza abbia avuto inizio circa .
anni fa, a partire da o attraverso Taiwan e le Filippine, e si sia poi allargata nel corso del tempo alla Melanesia e alla Polinesia; in quasi tutta
la Nuova Guinea e nelle isole Andamane, invece, sono parlate quelle
lingue, note come papua, che secondo Greenberg formerebbero la
famiglia indopacifica; un insieme a s, infine, lo costituiscono le tante
lingue degli aborigeni che si pensa possano aver iniziato loccupazione
di questarea pi di . anni fa.
Per quanto riguarda, infine, la classificazione delle parlate dei nativi
americani un gruppo numerosissimo, in gran parte composto da
idiomi senza documentazione scritta e con poche migliaia (e forse
solo centinaia) di parlanti i pareri degli studiosi non sono affatto
concordi: alcuni, non riconoscendovi unitariet, preferiscono pensare
ad una gran quantit di famiglie essenzialmente indipendenti fra loro
o di lingue singole senza relazioni reciproche; altri, invece, sostengono lesistenza di tre famiglie corrispondenti alle tre principali ondate
migratorie nel continente delle popolazioni provenienti dallAsia e
spintesi progressivamente verso sud, vale a dire, in ordine cronologico,
quella amerindia, la naden e leschimoaleutina. In base a questultima teoria proposta per la prima volta da Joseph Greenberg la
famiglia amerindia la prima arrivata includerebbe la maggior
parte delle lingue nordamericane e tutte quelle sud e centroamericane. Di essa farebbero parte linsieme amerindio settentrionale (con
le sottofamiglie almosanokeressioux, penuto e hoka), quello amerindio centrale (con le sottofamiglie tano, utoazteco e otomang), il

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

chibcapaez (tra Messico e istmo mesoamericano, ma presente anche


in Colombia, Ecuador, Venezuela e Brasile), la sottofamiglia andina
(di cui fanno parte il quechua, antica lingua dellimpero inca, e laymar delle Ande centrali, entrambe ufficiali, oggi, sia in Per che in
Bolivia insieme allo spagnolo), quella equatorialetucano (con laruaco di Belize e Colombia, le parlate preandine del Per orientale e, a
sud, il tupguaran, lingua nazionale del Paraguay e principale parlata
degli amerindi del Brasile), ed il gepanocaribico (comprendente i
raggruppamenti macroge, macropano e macrocaribico, un tempo
ben pi diffusi). La famiglia naden sarebbe invece rappresentata dalle
lingue athabaska, parlate tra lAlaska orientale ed il Canada occidentale fino al Nuovo Messico (navajo e apache), e da due lingue della
parte nordoccidentale dellAmerica settentrionale (haida e tlingit);
quella eschimoaleutina dalle lingue di piccoli gruppi insediati sulle
coste dellArtico dallAlaska alla Groenlandia (eschimesi) e nelle isole
Aleutine.
... I territori delle lingue
LEuropa e larea dellex Unione Sovietica
La carta linguistica ci mostra come, in questa regione, netta sia
la prevalenza della famiglia indoeuropea (nei suoi rami romanzo,
germanico, celtico, slavo, ellenico e albanese), con sacche di quella
uraloaltaica presenti in Finlandia, Ungheria e Turchia. Da un raffronto tra la carta politica e quella linguistica emerge, inoltre, una notevole
coincidenza tra lingua e cultura: la sottofamiglia romanza domina in
modo evidente in cinque Paesi (Italia, Francia, Spagna, Portogallo e
Romania); il confine orientale della Germania quasi coincide con la
zona di transizione fra le lingue germaniche e quelle slave; e anche a
livello di singole lingue come tra francese e spagnolo, norvegese
e svedese, bulgaro e greco possibile distinguere i confini sulla
carta politica. Vi sono, tuttavia, alcune rilevanti eccezioni: la regione
. Utilissimo supporto e riferimento per questa parte del volume lAtlas des langues
du monde (Parigi, ) di Roland Breton, geografo dedito da oltre trentanni allo studio
della Geografia delle lingue. A tale lavoro di recente uscita anche in italiano, per Vallardi,
in unedizione aggiornata con Prefazione di Ren G. Maury si rimanda per ulteriori
approfondimenti sulla distribuzione delle lingue nel mondo.

Lingue e spazi

Figura .. LEuropa: confini statali e limiti delle aree linguistiche.


Fonte: Breton ()

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

linguistica francese, ad esempio, si estende in Belgio, Svizzera e Italia,


ma non comprende la Bretagna; qui, come pure in Irlanda, Galles e
Scozia, sopravvivono le lingue celtiche, testimonianze di unepoca
pi antica della storia europea (Fig. .).
La nostra penisola compone insieme a quella iberica e alla Francia
un insieme contiguo di parlate romanze ; accanto alle quattro lingue
nazionali (italiano, francese, spagnolo e portoghese) e ai loro dialetti,
sopravvivono per delle lingue da questi distinte, che in certi casi hanno perso progressivamente importanza: nel midi della Francia, oltre
che in alcune zone della Spagna e dellItalia, loccitano, soppiantato dal
francese a partire dal XIII secolo, viene oggi parlato da circa due milioni di persone; pi forte in Spagna, invece, la posizione del catalano,
da sempre motivo di affermazione autonomista ed indipendentista
da parte di un popolo cosciente delle proprie capacit culturali ed
economiche. Nel territorio italiano, poi, sopravvivono alcune parlate
italoromanze che hanno mantenuto una certa originalit e forza
espressiva ( il caso del sardo, delloccitano, del francoprovenzale, del
friulano e del ladino dolomitico), insieme alle lingue di piccole comunit che, giunte da altri Paesi in momenti diversi, hanno conservato
la propria identit culturale (Catalani, Albanesi, Croati, Greci, Walser,
Mcheni, Cimbri, Tedeschi) e a quelle di alcune minoranze nazionali
(la tedesca, la slovena e la francese). Ancora, sulle coste atlantiche, su
posizioni residuali, sussistono altre parlate con una loro individualit;
oltre al bretone della Francia nordoccidentale e al gallego, lingua
romanza affine al portoghese parlata nellestrema punta atlantica del
territorio spagnolo, va ricordato il caso del basco, a cavallo del confine
francospagnolo: , questa, lunica lingua ad essere parlata senza soluzioni di continuit da unepoca precedente larrivo degli Indoeuropei,
e la sola manifestazione culturale europea tuttora in vita da cos tanto
tempo.
Per ci che riguarda i Paesi di lingua germanica, larea linguistica
tedesca si caratterizza per la presenza di alcuni dialetti rimasti vivi
come lingue di relazione regionali; lesistenza di due lingue nazionali
(laltotedesco e il neerlandese) ripartisce, comunque, questa zona in
. La maggior parte di queste parlate (compresi i dialetti galloitalici della pianura
padana) indicata dai linguisti come Romnia occidentale; in corrispondenza degli Appennini, invece, ha inizio la Romnia orientale, che include anche la Romania (Breton,
).

Lingue e spazi

due campi culturalmente e politicamente distinti. Residuale invece


la posizione del frisone, lingua del ramo germanico occidentale parlata
da circa mezzo milione di persone nelle zone costiere meridionali
del Mare del Nord nei Paesi Bassi e in Germania, del sorabo, lingua
slava superstite delle lingue lusaziane un tempo insediate fino allElba
(con circa . locutori), e del romancio, idioma retoromanzo del
cantone svizzero dei Grigioni. Per ci che riguarda larea scandinava,
questa nel corso del Novecento ha visto aggiungersi alle tre lingue
nazionali pi antiche lo svedese, il danese e lislandese altre due
nuove lingue, e cio il neonorvegese (nynorsk), opposto al vecchio
idioma ufficiale della Norvegia (il bokml), ed il froico, parlato nellarcipelago danese delle Fr er. Larea britannica, infine, accoglie,
oltre allinglese, come si detto, le lingue celtiche: quelle del gruppo
britonico (bretone, cornico e gallese) e quelle del gruppo goidelico
(irlandese, gaelico scozzese e mannese).
Alquanto complesso il modello culturale dellEuropa orientale:
basterebbe ricordare gi solo come vi siano parlanti tedesco in Ungheria, parlanti ungherese in Romania, parlanti rumeno in Grecia e
Moldavia e turco in Bulgaria.
Nellarea slava occidentale gi divisa tra polacco e ceco
andata affermandosi una terza lingua, lo slovacco, il cui sviluppo si
legato alla struttura federale dellex Stato cecoslovacco. Oggi, le
due Repubbliche Ceca e Slovacca costituiscono un buon esempio di
coabitazione linguistica; i due Stati si sono costruiti su un continuum
di dialetti la cui polarizzazione in due lingue distinte stata lunga
ad imporsi . Nella parte meridionale dellarea slava occidentale,
invece, in seguito agli avvenimenti storici, prima si sono staccati,
dallinsieme serbocroato unificato nel XIX secolo, lo sloveno della
vecchia Carniola austriaca e, dal bulgaro, il macedone, e poi, pi recentemente, serbo, croato e bosniaco sono tornate ad essere lingue
nazionali distinte. Tra queste due aree slave occidentali si collocano
un blocco uralico (con lungherese) ed uno romanzo (col rumeno
ed il moldavo); pi a sud, invece, si situano i domini del greco e
dellalbanese.
. I loro confini, tracciati arbitrariamente allindomani della Prima guerra mondiale,
hanno inglobato importanti minoranze: quella tedesca dei Sudeti (quasi integralmente
espulsa nel ), lungherese lungo il corso del Danubio, quella polacca nella zona di

Cesk
Ten, lucraina nei Carpazi orientali (Breton, ).

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

Nellarea slava orientale, dopo la rivoluzione del , si sono costituite definitivamente, accanto al russo , le due lingue sorelle ucraina
e bielorussa, oggi parlate nelle relative repubbliche e nei territori immediatamente circostanti. Sul Baltico, lituano e lettone sono le uniche
due lingue sopravvissute dellantica famiglia baltica, ritenuta la pi
vicina al sanscrito. Pi a nord, finnico ed estone rappresentano le esponenti principali della famiglia uraloaltaica, che si estende attraverso
lEurasia fino alla costa del Pacifico ed include, tra le altre oltre
allungherese il turco, il kazaco, il kirghiso e luzbeco. Georgiano
(lingua sudcaucasica), armeno (lingua singola) e azero (famiglia altaica, sottofamiglia turcotatara), nella Transcaucasia, svolgono un ruolo
nazionale allinterno dei rispettivi contesti statali.
Il mondo arabo
Lingua ufficiale in venticinque Stati e materna per circa milioni di
persone, larabo una delle ultime nate fra le lingue della famiglia
semitica si sviluppato ai margini dei deserti dellArabia centrale;
a partire dal VII secolo, per, cominci ad essere diffuso dai beduini
che portavano il messaggio di Maometto nelle zone conquistate dallIslam e soppiant, cos, gradualmente le parlate dei territori dal Golfo
Persico allOceano Atlantico.
Ma la diffusione dellarabo non si limita alle regioni o ai Paesi in cui
questa lingua risulta essere quella nativa degli abitanti e ufficiale degli
Stati; larabo, lingua del Corano, infatti adoperato in tutto il mondo
islamico. Eppure, su un piano strettamente linguistico, larabo un
idioma particolare, differente secondo i livelli dutilizzo e diversificato
in dialetti distinti tanto luno dallaltro (e perci non reciprocamente
comprensibili) quanto dalla lingua religiosa, ormai non pi parlata
dalle popolazioni bench insegnata nelle scuole coraniche di tutto il
mondo. La comunit linguistica comunque tale da consentire che
pur non realizzando laspirazione ad ununica nazione alla Lega
Araba, istituita nel , abbiano aderito ventidue Stati dellAsia e
. La Federazione Russa conta circa differenti gruppi etnici e una decina di famiglie
linguistiche. Secondo il censimento del , quasi l% della popolazione di lingua russa
e pertanto appartiene al gruppo etnico di maggioranza, che seguito da Tatari, Ucraini,
Baschiri, Ciuvasci, Ceceni, Armeni; altri gruppi pi piccoli vivono compatti nelle rispettive
regioni e sono classificati sulla base delle diverse lingue.

Lingue e spazi

dellAfrica, la maggioranza della popolazione dei quali arabofona;


poche sono le minoranze linguistiche, disperse (come le isole berbere
fra il Marocco e lEgitto) o comunque marginali, come quelle del
Sudan meridionale (parlate nilotiche) o quella curda dellIraq.
Ai margini del dominio arabo, sopravvivono altre lingue semitiche:
il maltese (dialetto arabo occidentalizzato) e lebraico di Israele a nord;
a sud le parlate cuscitiche e semitiche del Corno dAfrica. Tra queste
ultime isolate su alture ove lIslam non riuscito ad insediarsi
lamharico, lingua ufficiale dellEtiopia, il tigrino del Tigrai e dellEritrea e, sempre in Eritrea, il tigr; tra le cuscitiche, invece, il somalo
in Somalia e loromo in Etiopia . Fanno, per, parte della famiglia
afroasiatica anche le lingue del piccolo gruppo omotico, a sudest,
quelle berbere dellOvest (tamazight), e le ciadiche a sud del Sahara.
Da qui, con lingresso nella fascia subtropicale, si entra nel dominio
delle famiglie linguistiche propriamente africane (nilosahariana e
nigerkordofan).
LAsia
a) Larea turcoiranica ed il subcontinente indiano
Comprese tra lEuropa, il mondo arabo, il subcontinente indiano e la Cina, la parte centrale e quella sudoccidentale dellAsia
costituiscono il dominio di un insieme di lingue appartenenti a
due famiglie che qui si sono intrecciate nel corso dei secoli: quelle
indoeuropee del ramo indoiranico e quelle altaiche della sottofamiglia turcotatara. Tra le prime di pi antico insediamento e
stanziate soprattutto sui rilievi, nella zona compresa tra il Tigri e
lIndo due sono lingue nazionali: il persiano in Iran, Afghanistan
e Tagikistan ed il pashto in Afghanistan; di quelle turche, invece,
introdotte da popolazioni giunte e sedentarizzatesi pi di recente
e prevalenti nelle steppe, sei rappresentano uno Statonazione (il
turco, lazero, il turkmeno, luzbeco, il kirghiso ed il kazako). Tre
. Loromo (prima chiamato anche galla), con una ventina di milioni di locutori, la
pi parlata delle lingue cuscitiche. Seconda in Etiopia solo allamharico, in Africa questa
la quinta lingua per numero di parlanti, dopo larabo, lo swahili, lhaussa e lamharico.
. Il persiano scritto chiamato farsi in Iran, dari in Afghanistan e tagico nel
Tagikistan.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

lingue iraniche (tagico, pashto ed osseto) e quattro turche (uzbeko, uiguro, tataro e bashkiro) hanno, inoltre, un riconoscimento
regionale in altri Paesi di questarea.
Quattro sono invece le famiglie linguistiche presenti nel subcontinente indiano: quella indoeuropea, la dravidica, la sinotibetana
e laustroasiatica. La pi antica , come si detto, la famiglia dravidica, forse imparentata con lelamitico del Medio Oriente e verosimilmente dominante allepoca della civilt della valle dellIndo
(tra il ed il a.C. circa), ma poi sospinta dallavanzata
dei parlanti indoeuropeo in una regione compatta nel sud della
penisola indiana, dove tuttora (fatta eccezione per qualche isola
nel Belucistan e a nordest dellIndo) prevalente. In un periodo
storico di incerta datazione sono penetrate le lingue austroasiatiche
(munda e monkhmer); ad unepoca pi recente risale, invece, larrivo delle lingue della famiglia sinotibetana, infiltratesi attraverso
la barriera himalayana nella parte settentrionale e nordorientale
del subcontinente: il tibetano a nord, le parlate tibetohimalayane
prevalentemente nel Nepal, e i diversi gruppi tibetobirmani lungo
la frontiera orientale. Due isole periferiche, infine, probabilmente
anteriori rispetto a queste famiglie, sopravvivono sul territorio
indiano: si tratta del burukashi, parlato sulle montagne del Pakistan
settentrionale, e delle lingue andamane della famiglia indopacifica.
Nel complesso, in tutta lAsia meridionale, sono almeno un centinaio le lingue presenti (per oltre , miliardi di locutori); tra queste, una
quindicina sono quelle che hanno raggiunto una posizione nazionale
o regionale solida. In primo luogo lhindi lingua ufficiale in India
che, insieme a due lingue sorelle (lurdu del Pakistan ed il punjabi),
forma lhindustani, parlato da circa milioni di persone. Poi le altre
grandi lingue indoariane: il bengali (ufficiale in Bangladesh), il marathi, il gujarati, loriya, il singalese, lassamese, il sindhi, il kashmiri, il
nepalese (ufficiale in Nepal), il konkani. E, ancora, le quattro grandi
lingue dravidiche: telugu, tamil, kannada e malayalam (che contano
rispettivamente , , e milioni di locutori).
Dominato da diversi idiomi importanti, il mosaico linguistico indiano non risulta per per una popolazione cos numerosa frammentato come quello africano; rapportati ai principali, gli altri idiomi qui registrati appaiono piuttosto come dialetti regionali o parlate
tribali.

Lingue e spazi

b) LEstremo Oriente ed il SudEst asiatico


LEstremo Oriente costituisce larea su cui sono ampiamente diffuse
la lingua e la scrittura cinesi; a differenza, per, degli altri tre domini
linguistici di questarea (coreano, giapponese e mongolo) che risultano relativamente unificati il territorio cinese estremamente
frazionato: pi di cinquanta (appartenenti a sette famiglie diverse)
sono le lingue parlate e ancora pi numerosi i dialetti esistenti in tutta
la regione. Le minoranze, pur rappresentando meno del % della
popolazione totale della Cina, occupano almeno la met del territorio
nazionale; spinte dallavanzata delle masse cinesi, sono andate insediandosi nelle zone montuose o subdesertiche, meno adatte allagricoltura
rispetto alle grandi valli fluviali, culla del popolo han: nel nordest (la
Manciuria) o in Siberia, dove sussistono delle isole tungusomanci,
ma anche attorno al deserto del Gobi, e ancora, al di l della Grande
Muraglia, ad ovest, nelle zone aride dello Xinjiang, e a sudovest, nel
Tibet.
Parlato nel da oltre miliardo e milioni di persone,
il cinese frammentato in tutta una serie di varianti locali non
reciprocamente comprensibili ; la principale quella mandarina,
parlata, prevalentemente nella parte settentrionale del Paese, da
pi di milioni di persone. Migrati, per, alcuni gruppi dal
loro luogo dorigine (il bacino del Fiume Giallo) nel nord, verso il
bacino dello Yangtze Kiang (il Fiume Azzurro) e poi verso le zone
montagnose del sud, andarono costituendosi delle lingue del tutto
distinte; queste corrispondono pi o meno alle attuali province
del sudest: si tratta di quelli indicati ufficialmente come dialetti
wu (Shanghai e Zhejiang, milioni di locutori), gan ( Jiangxi,
milioni) e xiang (Hunan, milioni). Attorno al Fujian, di fronte
a Taiwan, sono invece presenti le cinque parlate min (del nord,
dellest, del centro, del sud e di Taiwan, con milioni di locutori
complessivi); a cavallo tra la provincia dello Jiangxi e il Guangdong,
lhakka ( milioni); nel Guangdong e nella parte orientale del
Guangxi lo yu o cantonese, terzo per numero di locutori (
milioni) dopo il cinese mandarino ed il wu. Un blocco, quindi, di
. Lunit di espressione consentita solo dalla lingua scritta; gli ideogrammi,
infatti, possono essere letti e compresi anche da persone che parlano dialetti diversi.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

pi di milioni di persone a fronte degli oltre di parlanti


mandarino .
Le lingue delle numerose minoranze che vivono in territorio cinese fanno capo a sette famiglie differenti. Le pi vicine al cinese
appartengono anchesse alla famiglia sinotibetana; si tratta di quelle
del gruppo tibetano ad ovest, di quello subhimalayano delle lingue
bara e kachin, e del birmano, diffuso verso sud (tibetano, lolo, bai,
hani ed altre ancora). A nord e ad ovest dominano invece le lingue
della famiglia altaica: uiguro, kazaco, kirghizo, uzbeco e tataro (ramo
turco), ma anche coreano e mancese (sottofamiglia tungusa) e mongolo. Sempre ad occidente, alcune parlate tagiche (indoeuropee) sono
le uniche sopravvissute di unepoca, anteriore alla turchizzazione,
in cui in queste zone si parlavano lingue iraniche o tocariche . A
sud, infine, si mescolano quattro famiglie, solitamente raggruppate
allinterno del phylum austrico: la famiglia miaoyao, quella thai (o
zhuangdong), laustroasiatica (parlate monkhmer) e laustronesiana
(lingue autoctone di Taiwan).
Il coreano unificato gi nellantichit lunica lingua delle
due Coree, ma parlato anche in Cina, dove ha un distretto autonomo,
ed in Giappone; per quanto riguarda il giapponese, invece, dopo
il fallimento dellavventura imperiale, esso rimase sostanzialmente
circoscritto alle sue isole.
La regione del SudEst asiatico che conta oggi oltre milioni
di abitanti stata quella in cui, nel corso dei millenni, durante
la loro espansione, diverse famiglie linguistiche si sono incontrate:
quella indopacifica, la pi antica, ma anche il phylum austrico (famiglie
austronesiana o maleopolinesiana, austroasiatica e thai) e, ancora, la
famiglia sinotibetana, arrivata qui in due ondate (una sudtibetana e
laltra dello Yunnan) e quella miaoyao (cinese). Ciascuna comprende
cos tanti gruppi distinti che sarebbe impossibile menzionarli tutti.
Alcune comunit etnolinguistiche sono riuscite, attraverso duemila anni di vicissitudini storiche, a formare delle unit politiche forti,
. Solo il futuro potr dirci se il mandarino, lingua scritta comune, diventer anche
la lingua corrente di tutti i cinesi e se coloro che parlano i dialetti del sud accetteranno
la graduale eclissi delle loro parlate.
. Il tocario suddiviso in un sottogruppo orientale (lagneo o tocario A) e in uno
occidentale (il cuceo o tocario B) un ramo delle lingue indoeuropee, estinto da circa
un millennio, che fu in uso nel Turkestan cinese.

Lingue e spazi

dando alle proprie lingue un carattere ufficiale che ha consentito di


fissarne per iscritto la produzione culturale. Myanmar con il birmano,
la Thailandia col thai (e il suo dialetto lao nel Laos), il Vietnam col
vietnamita, la Cambogia col khmer, Malaysia, Singapore, Brunei e
Indonesia col malese, le Filippine col tagalog (ribattezzato pilipino), e
Timor est col tetun costituiscono gli esempi evidenti di questo processo al tempo stesso politico e linguistico. Il malese (bahasa Indonesia)
in particolare in origine madrelingua solo di certe minoranze localizzate nella penisola di Malacca, nelle isolette a sud, sulle coste
orientali di Sumatra e su quelle occidentali ed orientali del Borneo
riuscito a conquistare, prima come lingua dei bazar e poi come
lingua nazionale, una posizione senza rivali nella vita di relazione, nei
mass media e nella pubblica amministrazione degli Stati in cui viene
parlato . Vi sono dunque sette lingue nazionali autoctone, accanto
alle quali vanno considerate quattro lingue internazionali introdotte
con la colonizzazione di questarea che hanno conservato un ruolo ufficiale: linglese a Singapore, nel sultanato del Brunei e nelle Filippine,
il cinese ed il tamil a Singapore ed il portoghese a Timor est. In altri
casi invece le lingue delle potenze coloniali linglese per Myanmar
e Malaysia, il francese in Vietnam, Cambogia e Laos, il neerlandese in
Indonesia e lo spagnolo nelle Filippine hanno perso il loro status
(Breton, ).
Numerose sono le parlate minoritarie presenti nella decina di Stati
dellAsia sudorientale; solo alcune di queste, per, hanno potuto
aspirare ad un riconoscimento regionale: il caso del mon e di alcune
lingue affini al birmano nel Myanmar, del thai dei rilievi del Vietnam,
e di una serie di parlate delle Filippine (tra cui il cebuano, liloko e il
bikol).
LOceania
Quasi un terzo di tutte le lingue parlate nel mondo pu essere localizzato nellarea del Pacifico, e in special modo nella sua parte occidentale
e sudoccidentale, che quella con la massima concentrazione di idio. Alcune lingue indonesiane come il tetun a Timor est e il giavanese e il sondanese a Giava conservano comunque una loro importanza; senza dimenticare il cinese,
saldamente radicato nella penisola di Malacca, diffuso a Singapore e disseminato su tutte le
coste dellarcipelago, ed il tamil, portato in Malaysia dai lavoratori indiani delle piantagioni.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

mi differenti. terra di record lOceania: moltissime sono le lingue


autoctone (pi di in Australia e oltre un migliaio in Papua Nuova
Guinea), ma numerose sono anche le lingue emergenti, una ventina
delle quali sono state ufficializzate da piccole comunit, composte da
poche decine di migliaia di individui.
Molte delle isole del Pacifico sono state popolate da gruppi di naviganti che parlavano lingue austronesiane (maleopolinesiane) ; lo
dimostrano, da ovest ad est, la presenza dei idiomi dellaustronesiano occidentale, del centinaio dellaustronesiano centrale e delle altre
parlate melanesiane, micronesiane e polinesiane. Quella austronesiana fin col soppiantare le pi antiche famiglie qui rappresentate:
lindopacifica (con le lingue papua), il gruppo delle lingue della
Tasmania (oggi scomparse), e la famiglia australiana (le lingue degli
aborigeni). A partire dal XIX secolo, poi, la colonizzazione di questarea ha determinato lampia diffusione dellinglese che domina,
tanto in termini di peso demografico quanto di uso ufficiale generalizzato, il continente ma ha anche favorito la penetrazione del
francese, dellhindi (nelle Figi) e dello spagnolo (id., ).
Circa mille sono, come si detto, le lingue presenti in Nuova
Guinea (con una media di seimila locutori ciascuna), ripartite in
due grandi famiglie: quella papua, maggiormente rappresentata
nellinterno, e quella austronesiana, localizzata lungo le coste .
Il resto dellOceania risulta frammentato tanto linguisticamente
quanto geograficamente, anche se i tre gruppi orientali della famiglia austronesiana non coincidono esattamente con le ripartizioni
regionali: micronesiane sono le parlate delle isole Caroline, Marshall, Gilbert e della Fenice; quelle melanesiane, oltre che in Papua
Nuova Guinea, sono diffuse nelle isole Salomone, nelle Nuove
Ebridi (Vanuatu), nella Nuova Caledonia e nelle Figi; il gruppo po. Secondo vari studiosi, la diffusione dei popoli e delle loro lingue nel Pacifico part
dalle coste della Cina, ove lagricoltura era notevolmente sviluppata; qui una lingua ancestrale avrebbe dato vita alla famiglia austrothai, da cui, a sua volta, si sarebbe sviluppato
laustronesiano. Alcuni parlanti austronesiano avrebbero raggiunto Taiwan circa . anni
fa e, dopo alcuni secoli, sarebbero arrivati nelle Filippine.
. A parte Vanuatu che ha come lingue ufficiali inglese, francese e bislama e la
Nuova Caledonia o la Polinesia francese, dove ufficiale il francese, linglese prevale in
praticamente tutti gli Stati dellOceania.
. Al gruppo delle lingue non austronesiane della Papua Nuova Guinea appartiene
il kate, lingua franca di vari gruppi prima dellespansione del tok pisin.

Lingue e spazi

linesiano si estende invece dalla Nuova Zelanda alle Hawaii, dalle


Tuvalu allisola di Pasqua, passando, tra laltro, per le Samoa e le
Tonga.
Da notare, infine, alcuni casi di pidgin e creoli: il bislama strumento
di comunicazione nella zona del Pacifico non francofono, sviluppatosi
nelle piantagioni delle Figi e del Queensland (in Australia) nella seconda
met del XIX secolo da un misto di inglese, francese, spagnolo e diverse
lingue indigene ma anche il tok pisin e lhiri motu della Papua
Nuova Guinea, il primo diffuso soprattutto nella parte settentrionale del
Paese ed il secondo prevalente al sud, nella regione di Papua.
LAmerica
a) LAmerica settentrionale
Dal punto di vista linguistico come gi si avuto modo di osservare lAmerica del Nord si caratterizza per la sovrapposizione di due
insiemi di idiomi appartenenti a fasi diverse della storia del continente. Schiacciate dal predominio delle lingue europee colonizzatrici,
ampiamente maggioritarie e uniche ufficiali, per, le lingue autoctone amerindie, di origine asiatica, non sussistono che in piccole
isole.
Linuktitut del popolo eschimese degli Inuit lunica parlata maggioritaria nella regione autonoma danese di Kalaallit Nunaat (Groenlandia), nel Nunavik (Qubec) e nel territorio canadese del Nunavut.
Ma la famiglia eskimoaleutina cui linuktitut fa capo, apparentata
con le famiglie dellinsieme eurasiatico, non che lultima arrivata
attraverso lo stretto di Bering; le altre lingue amerindie appartengono
a due famiglie pi antiche, vale a dire quella naden (con il gruppo
athabaska dellAlaska e del nordovest del Canada e quello apache
del sudovest degli Stati Uniti) e quella amerindia, ancora precedente,
della quale fanno parte una dozzina di sottofamiglie e circa lingue.
Anche nelle riserve del Canada e degli Stati Uniti, comunque, le parlate
amerindie risultano rappresentate solo da poche migliaia di locutori
. Il nome ebbe origine dalla parola beachlamar (dal francese bche de mer, con
riferimento ai cetrioli di mare che allora venivano raccolti ed essiccati), e fu associato al pidgin
che cominci ad essere usato dai lavoratori locali per parlare tra loro o con i loro padroni (di
lingua inglese).

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

allinterno di trib che subiscono una progressiva deculturazione a


vantaggio dellinglese (id., ).
Continua larea anglofona che si stende nella parte settentrionale
del continente americano; in essa si sono progressivamente fusi molti
dei vari gruppi di immigrati. I tanti alloglotti che pure ancora sussistono (si pensi alle comunit italofone o a quelle cinesi) sembrano
pertanto destinati ad unacculturazione che, per quanto pi lenta nelle
isole linguistiche di popolamento omogeneo, appare comunque difficilmente evitabile. Diversa la situazione delle comunit francofone e
ispanofone: difficilmente potr essere riassorbito il francese, ufficiale
in Canada insieme allinglese (ed unica lingua ufficiale nella provincia
del Qubec), e parlato qui da quasi milioni di persone, ma anche
limportanza della lingua spagnola (utilizzata negli Stati Uniti da quasi
milioni di persone) aumentata notevolmente negli ultimi anni:
la comunit ispanica in gran parte immigrati da Messico e Porto
Rico infatti cresciuta, riuscendo a conquistare per questa lingua
un ruolo sconosciuto alle altre.
b) LAmerica latina
LAmerica latina dal Rio Grande, confine meridionale degli Stati Uniti, fino alla Terra del Fuoco suddivisa in due vaste aree
linguistiche: una spagnola, ad occidente, ed una lusobrasiliana, ad
oriente. Vi sono, per, numerose minoranze parlanti lingue amerindie, frazionate in piccoli gruppi che vivono nel bacino amazzonico,
e nella regione andina sono diffuse tre grandi lingue, tardivamente
riconosciute come nazionali, che contano complessivamente pi di
milioni di locutori. Le aree in cui continuano ad essere maggiormente
diffuse le lingue amerindie sono, da una parte, il Messico meridionale
ed il Guatemala e, dallaltra, la zona andina che collega, attraverso il
Per, lEcuador alla Bolivia e al Paraguay. Le tre lingue col maggior
numero di parlanti ufficiali le prime due in Per e Bolivia e laltra
in Paraguay sono il quechua ( milioni, suddivisi tra Ecuador,
. Queste lingue risultano meno parlate delle lingue dei discendenti degli immigrati
europei: in Canada, ad esempio, litaliano, il tedesco, il cinese e lucraino sono le lingue
materne di comunit che hanno una popolazione compresa tra le . e le .
persone.

Lingue e spazi

Per, Bolivia e Argentina), laymar ( milioni tra Bolivia e Per) ed il


guaran (pi di milioni nel Paraguay).
In molti casi possibile osservare una certa perdita di importanza
di tali idiomi a vantaggio dello spagnolo: in Messico, ad esempio, le
lingue amerindie (nahuatl, maya, otomi, zapoteco, mixteco), parlate
ancora dal % della popolazione nel , sono scese al % nel ,
bench il loro peso demografico complessivo sia cresciuto (da , a
milioni di locutori); lo spagnolo, invece, idioma dominante nelle attivit
ufficiali, parlato dalla quasi totalit dei messicani. In Guatemala poi
dove pure ufficiale soltanto lo spagnolo continua ad essere diffuso
il monolinguismo in idiomi indigeni, ma questo si verifica soprattutto
nelle aree rurali (dove sono parlate diverse lingue amerindie del gruppo
maya e altre lingue indigene non maya), mentre in Per lo spagnolo
pur coesistendo con varie parlate native, la pi importante delle quali
il quechua prima lingua per l% della popolazione. In Bolivia
la popolazione indigena rappresenta circa la met del totale; qui un
terzo degli abitanti parla quechua, un altro quarto aymar. In Paraguay,
infine, la stragrande maggioranza della popolazione parla guaran, e
solo una piccola percentuale spetta allo spagnolo.
Nelle Antille la situazione ancora pi variegata. Non solo, infatti, allo spagnolo di Cuba, Repubblica Dominicana e Porto Rico si
affiancano altre tre lingue coloniali, e cio linglese (Guyana, Belize,
Giamaica, Bahamas, Barbados, Trinidad e Tobago e altre piccole isole),
il francese (Haiti, Guyana francese, Guadalupa e Martinica) ed il neerlandese (Suriname, Aruba e Antille Olandesi); ma la creolizzazione ha
portato alla formazione di numerose parlate: si pensi al caso del creolo
haitiano, ma anche al creolofrancese della Guadalupa, della Martinica e di molte altre isole; a quello inglese della Guyana o, ancora, al
papiamento (a base ispanoportoghese) di Aruba, Curaao e Bonaire;

. Il quechua fu mantenuto in vita deliberatamente dagli Spagnoli come strumento di


omogeneizzazione linguistica delle terre andine che ne facilitasse il dominio.
. In questultimo caso lo spagnolo ufficiale insieme allinglese.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

allo sranantongo del Suriname e ad altre parlate di origine mista .


Non mancano nemmeno le situazioni di bilinguismo come a Porto
Rico, Stato libero associato agli USA, dove la popolazione ispanofona
e lamministrazione americana e di diglossia, come ad Haiti, dove
nonostante sia lingua ufficiale, il francese parlato solo dal % della
popolazione (e in particolare dalle persone pi colte): la quasi totalit
degli Haitiani si esprime infatti attraverso il creolo (Breton, ).
LAfrica subsahariana
LAfrica nera quella a sud del Sahara e della fascia arida che delimita,
fino al Corno dAfrica, il mondo semitico si presenta estremamente
frammentata dal punto di vista linguistico (cfr. Fig. .). Qui viene
parlato circa il % di tutte le lingue del pianeta . probabilmente
impossibile fornirne un elenco, pi ancora in chiave diacronica, dal
momento che per molte di esse le conoscenze si basano su dati in
possesso degli studiosi da non pi di un secolo; numerose di queste
lingue, poi, si sono estinte, sia nel passato che in epoche pi recenti.
. Lo sranan tongo (o taki taki) una lingua creola parlata da circa . persone
come madrelingua nel Suriname. Pur non essendo lingua ufficiale, quella pi diffusa
nel Paese. Il lessico un misto di inglese (inglesi erano infatti i primi colonizzatori, che
qui deportarono schiavi africani), neerlandese (la colonia pass agli Olandesi nel ),
portoghese e lingue africane. Storicamente, fu impiegato prima dagli schiavi africani per
comunicare fra di loro e con i colonizzatori; poi, con labolizione della schiavit, quando
gli Olandesi decisero di impiegare nelle proprie piantagioni lavoratori asiatici, si afferm
nella comunicazione tra le diverse etnie del Paese. Come lingua scritta esiste dalla fine del
XIX secolo.
. In particolare, nelle tre piccole Guyane (anglofona, neerlandofona e francofona)
incastrate tra le grandi aree sudamericane ispanofona e lusofona le lingue coloniali
europee e quelle amerindie autoctone hanno dato vita a tutta una serie di processi di
creolizzazione ancora oggi evidenti.
. Lo spagnolo la lingua principale del Paese, mentre linglese viene insegnato nelle
scuole come lingua straniera. La maggioranza dei residenti nelle aree metropolitane,
comunque, bilingue.
. Ricordiamo che le due grandi famiglie del phylum subsahariano la nigercongo
e la nilosahariana hanno dovuto fronteggiare lespansione delle lingue afroasiatiche
provenienti dal nord. Parallelamente, and costituendosi, a partire dalla famiglia niger
congo, il gruppo delle lingue bantu, che si diffusero nellAfrica meridionale sconfinando
poi nel territorio della famiglia pi antica, ovvero quello delle lingue khoisan. Da parte sua,
la famiglia austronesiana arriv via mare in Madagascar prima che il neerlandese e le altre
lingue indoeuropee vi si insediassero col colonialismo.

Lingue e spazi

Figura .. Principali lingue dellAfrica subsahariana. Fonte: Breton ().

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

In nessuno Stato vi sono comunit monolingui, ed proprio questo


multilinguismo diffuso a rendere certe realt particolarmente complesse ; basti pensare che, se le lingue materne di ogni Paese si aggirano
intorno ad una media di ventitrenta, in alcuni casi come ad esempio nel Camerun si arriva persino a picchi di lingue materne
diverse (Turchetta, ). I grandi flussi migratori che hanno interessato il continente africano non aiutano, daltra parte, a chiarire i
problemi della classificazione dei diversi idiomi. Eppure la lingua che
conosciamo meglio nella sua continuit storica lantico egizio
africana: unica nella sua struttura, risultato di un processo di fusione
di svariati apporti (quelli dei tanti gruppi che nella preistoria confluirono nella valle del Nilo), lingua di confine tra il mondo semitico e
lafricanit, la sua storia ci nota per un arco di . anni, dalle prime
testimonianze (attorno al a.C.) fino alla scomparsa del copto, suo
continuatore, come lingua parlata, nel XVI secolo (Soravia, ).
Si detto che, secondo le pi diffuse teorie, le lingue dellAfrica
subsahariana fanno parte di due phyla principali: quello nilosahariano
esteso dalla Libia meridionale fino al Kenya e alla Tanzania a
nord, e quello nigerkordofan (con i raggruppamenti kordofaniano
e nigercongolese), predominante su tutta lAfrica tropicale. Per ci
che riguarda, invece, le lingue ufficiali e di cultura, lintera regione
pu essere suddivisa in tre insiemi distinti: uno francofono, che comprende sedici Stati tra il Senegal ed il Madagascar, oltre ad alcune isole
dellOceano Indiano; un altro anglofono, del quale fanno parte cinque
Stati sulla costa del Golfo di Guinea e altri undici tra i Grandi Laghi
e il Capo (dallUganda al Lesotho); ed il terzo lusofono, con cinque
Paesi lontani luno dallaltro (si va dalla GuineaBissau al Mozambico).
Accanto a questi tre insiemi vi poi lunico Stato ispanofono dellAfrica subsahariana, ovvero la Guinea Equatoriale; il tedesco invece
rimane parzialmente in uso solo in Namibia, dove pur essendo ufficiale linglese lingua regionale riconosciuta insieme allafrikaans
e alloshiwambo .
. Oltretutto la mancata coincidenza tra confini politici e confini etnici e linguistici fa
s che molti gruppi si trovino ad esser divisi tra due o pi Stati.
. In Namibia la stragrande maggioranza della popolazione appartiene ai ceppi bantu
e khoisan. Met degli abitanti parla loshiwambo come madrelingua, ma lafrikaans pur
essendo progressivamente soppiantato dallinglese presso le generazioni pi giovani
comunque la lingua pi compresa; il tedesco, invece, ancora parlato nel sud del Paese.

Lingue e spazi

Nella maggior parte dei casi la colonizzazione ha lasciato in eredit


un idioma rimasto ufficiale anche dopo il raggiungimento dellindipendenza; le vecchie lingue coloniali sono dunque, il pi delle volte,
le uniche ufficialmente in uso. La promozione delle parlate africane al
livello statale costituisce ancora un evento eccezionale; ciononostante
in alcuni Paesi certe lingue locali svolgono un ruolo attivo nei diversi
ambiti della vita economica e culturale. quello che si pu riscontrare, ad esempio, in Nigeria, ovvero nello Stato che, con parlate
differenti, costituisce quello con la maggiore diversit linguistica in
Africa: qui, le tre lingue pi importanti, ciascuna con una ventina
di milioni di locutori ovvero lhaussa, lo yoruba e libo sono
state promosse al rango di lingue nazionali, e, allinterno dellassetto
federale (dove pure ufficiale solo linglese), le collettivit locali sono
state lasciate libere di utilizzare queste o le altre lingue presenti nel
Paese.
Ancora, nella Repubblica Democratica del Congo che accoglie pi di lingue appartenenti a tre famiglie diverse (nilo
sahariana al nordest, sudanica centrale al nord e bantu sulla maggior parte del territorio nazionale) accanto al francese, unica
lingua ufficiale dello Stato, quattro parlate bantu che gi svolgevano
una funzione veicolare in ambito regionale sono state designate
lingue nazionali e, in virt di ci, hanno ricevuto ciascuna unarea
ufficiale di estensione progressiva che corrisponde solo in parte
ai confini delle province in cui esse sono pi diffuse (tre di queste
oltrepassano anche i confini del Paese). Si tratta del kikongo del
sudovest (parlato anche in Angola e nel Congo Brazzaville), del lingala del nordovest (nella cui area si trova la capitale, Kinshasa), del
tshiluba del sud (lantica provincia del Kasai) e dello swahili dellest
(inclusa la provincia mineraria del Katanga), lingua commerciale
dellintera Africa orientale, oggi ufficiale in Tanzania, Uganda e Kenya (Breton, ). Altri idiomi bantu, invece, per quanto sviluppati
(come il ganda dellUganda o il bemba nello Zambia), continuano
a svolgere solo una funzione locale.
La Repubblica Sudafricana ha undici lingue ufficiali: accanto allinglese e allafrikaans, infatti, sono state riconosciute tali, nel , anche
le nove parlate locali delle nazioni bantu e dei loro nuclei nazionali (i
bantustan), ovvero in ordine dimportanza numerica zulu, xhosa,
sepedi, tswana, sesotho, tsonga, swati, venda e ndebele. La loro distri-

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

buzione sul territorio risulta, per, estremamente ineguale: lafrikaans


domina nettamente nellantica provincia del Capo e alcune aree dellex
Transvaal, mentre linglese circoscritto alle zone di Citt del Capo,
Johannesburg e Durban; zulu, xhosa, sesotho, swati, sepedi, tswana e
venda sono diffusi in zone abbastanza ampie, mentre tsonga e ndebele
occupano soltanto degli spazi residuali (id., ).
I territori dellOceano Indiano vedono il predominio del francese: tale
lingua ufficiale, insieme al malgascio (e dal anche allinglese),
in Madagascar, ma francofone sono anche le Comore (dove ufficiali
sono francese, arabo e comoriano, ma diffuso anche lo swahili), lisola
della Riunione, Maurizio e le Seychelles, divenute tali malgrado lorigine
composita della loro popolazione e nel caso di Maurizio e delle
Seychelles a dispetto di un secolo e mezzo di dominio britannico.
Infine, non va dimenticato il ruolo di alcune lingue veicolari e
vernacole indigene, di qualche pidgin (a base inglese o portoghese)
e di qualche creolo. Due esempi fra tutti: il krio della Sierra Leone,
lingua creola diffusa presso lomonimo popolo , discendente dagli
schiavi liberati ed insediatisi a Freetown, ma adoperato da tutti i gruppi
etnici presenti nel Paese come lingua comune; ed i creoli portoghesi
di So Tom e Prncipe, ovvero il forro, langolar ed il principense. Il
forro in particolare (letteralmente schiavo affrancato), parlato dalla
stragrande maggioranza della popolazione, un creolo derivato dal
portoghese che conserva molti elementi del substrato africano; pidgin
nato per rispondere alle esigenze di comunicazione tra colonizzatori
europei e schiavi (queste isole furono scoperte dai Portoghesi nel
XV secolo e vennero utilizzate quale centro della tratta degli schiavi),
and assumendo una forma stabile diventando dunque un creolo
. Il malgascio (famiglia maleopolinesiana) la prima lingua del Madagascar, ma la
popolazione parla correntemente anche il francese. Le somiglianze lessicali esistenti tra il
malgascio e la lingua maanyan, parlata nel sud del Borneo, sono uno degli elementi su cui si
basa la teoria secondo cui la colonizzazione del Madagascar sarebbe avvenuta, tra e
anni fa, da parte di popolazioni del Borneo, in seguito mescolatesi con genti africane, asiatiche
ed arabe.
. Tra il XVII ed il XVIII secolo per facilitare gli scambi (e soprattutto il commercio
di schiavi) tra europei e africani and sviluppandosi in questa regione un pidgin a base
inglese; tale pidgin divenne quindi la lingua utilizzata dagli abitanti dellAfrica occidentale
per comunicare tra di loro. Successivamente, esso sub linfluenza delle parlate dei diversi
gruppi di schiavi affrancati che si stanziarono in Sierra Leone. Il lessico del krio deriva
essenzialmente dallinglese, mentre fonetica, grammatica e struttura della frase sono
influenzati dalle lingue africane, e in particolare dallo yoruba della Nigeria.

Lingue e spazi

allorch cominci ad essere la lingua materna dei figli nati dalle unioni
fra colonizzatori portoghesi e schiavi africani.
.. Limportanza ineguale delle lingue
Quante sono le lingue? E quanti i locutori per ciascuna di esse? Lassenza di criteri di definizione universalmente riconosciuti e la mancanza,
nella maggior parte degli Stati, di censimenti linguistici organizzati
impediscono come si pi volte ricordato di rispondere precisamente ad interrogativi di questo tipo. Il calcolo periodico dei locutori
non compiuto che da un esiguo numero di Stati, i quali includono
qualche domanda relativa allappartenenza etnica nei loro censimenti
della popolazione; per il resto, mancano del tutto dati precisi sulle
lingue parlate e si possono effettuare solo delle valutazioni approssimative in tal senso. Daltra parte, poi, le scelte collettive o individuali
e le appartenenze multiple, frutto di mescolanze ed acculturazioni,
contribuiscono a rendere le comunit linguistiche degli insiemi dai
contorni ben poco definiti (id., ).
Quello che si pu notare immediatamente, comunque, pur tenendo
conto di tali difficolt, la forte disparit quantitativa delle comunit
linguistiche. Il gruppo pi facilmente individuabile quello composto
dalla dozzina di lingue con pi di milioni di locutori ciascuna,
che raccoglie pi della met della popolazione mondiale. Secondo
LouisJean Calvet (), questo club di grandi lingue raggruppa
attorno allinglese lingua ipercentrale, parlata da circa milioni di
persone come lingua materna, ma da almeno altrettante come seconda
lingua, e da almeno milioni di individui come lingua straniera
una serie di comunit maggiori corrispondenti, appunto, a quelle lingue
(che Calvet chiama supercentrali) con almeno milioni di locutori
nativi ognuna: il cinese (con , miliardi di parlanti se considerato come
un unico Gruppo di Lingua Materna, pi di milioni limitandosi
al solo mandarino), lhindi ( milioni, che diventano almeno se
si considerano anche il punjabi e lurdu, con cui lintercomprensione
agevole), lo spagnolo (con gli oltre milioni di Spagna e America
ispanofona), larabo (pi di milioni), il bengali (oltre milioni
di locutori tra India e Bangladesh), il portoghese (quasi milioni),
il russo (circa ), il giapponese (), e ancora il tedesco (circa

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

milioni in tutta lEuropa) ed il francese (poco meno di tra Europa,


Canada, Antille e isole dellOceano Indiano).
Sotto i milioni di locutori, una serie di altre grandi lingue
compone un gruppo dai contorni meno definiti; se ne distinguono
comunque generalmente almeno una sessantina (tra i e i milioni
i parlanti di ciascuna) che nel complesso raccolgono circa , miliardi
di persone. Tra queste il punjabi, il persiano, il telugu, il tamil, il turco,
il coreano, il thai, il birmano, il giavanese, litaliano, il serbocroato,
lungherese, il rumeno.
Una cinquantina di lingue che contano ognuna tra e milioni di
locutori costituiscono le comunit medie (in totale circa milioni
di persone); fanno parte di questo gruppo, tra le altre, lo svedese, il
norvegese, il danese, il bulgaro, lalbanese, lebreo, larmeno, il baluchi,
il santali, il mongolo, il tibetano, ma anche numerose lingue africane
(come il kiswahili, lo xhosa, il kikongo o il lingala).
Infine, al di sotto dei milioni di locutori ciascuna, pi di cinquemila lingue raggruppano in tutto meno di milioni di persone.
Molte di queste corrono seri pericoli: il migliaio con un numero di
locutori compreso tra . e un milione si trova in una situazione
gi precaria; le . con .. locutori risultano immediatamente minacciate; le oltre tremila con meno di . locutori stanno
morendo.
Il fatto di classificare i Gruppi di Lingua Materna in base al numero
dei rispettivi locutori pu fornirci, per, solo una prima idea della base
su cui le lingue insistono. La loro importanza nel mondo, infatti, si
lega a fattori diversi rispetto a quello che il semplice peso in termini
quantitativi, e prestigio storico, potere economico, ricchezza letteraria,
diffusione sociale e geografica possono favorirne alcune piuttosto che
altre. Indispensabile , allora, per valutare il posto di ciascuna lingua
nel mondo, osservare anche, accanto al numero di locutori, qual il
valore di ognuna in termini di Stati che la adottano e quale il ruolo
nei rapporti tra i popoli (Breton, ). Le lingue ufficiali non sono, in
effetti, che un centinaio, e beneficiano di tutta una serie di vantaggi.
La disuguaglianza, daltra parte, ancora pi evidente se si guarda
. Secondo le stime dellOrganizzazione Internazionale della Francofonia, ci sarebbero
circa milioni di francofoni reali, cio madrelingua o con un livello linguistico pari
a quello di un madrelingua, e a questi dovrebbero essere sommati circa milioni di
francofoni parziali, cio di persone che ne hanno una conoscenza pi limitata.

Lingue e spazi

alla dispersione territoriale dei diversi idiomi: leredit di quattrocento


anni di espansione coloniale fa infatti s che solo alcune lingue europee
abbiano una diffusione intercontinentale, e che internazionali possano
essere considerate queste lingue insieme allarabo e a pochissime altre
diffuse non su pi continenti, ma su pi Stati vicini.
Da questo punto di vista, come lingua di grande diffusione dobbiamo considerare in primis linglese; frutto dellazione concomitante di
pi fattori (forza politica, potere tecnologico, importanza economica,
supremazia culturale), il suo predominio indiscusso : sono una settantina i territori in cui questa lingua ha un riconoscimento ufficiale,
sparsi tra lEuropa (Isole britanniche, Malta, Gibilterra), lAmerica
(Stati Uniti, Canada, ma anche Belize, Guyana e numerose isole dei
Caraibi e dellAtlantico), lAfrica (quasi una ventina di Paesi), lAsia
(in primo luogo il subcontinente indiano ma anche buona parte del
SudEst) e quasi tutta lOceania (Australia, Nuova Zelanda e molti
Stati insulari del Pacifico).
Seconda lingua al mondo per diffusione il francese. Dopo essere stato uno dei primi idiomi nazionali europei a rimpiazzare il latino nelluso
ufficiale e culturale, il francese ha esteso, nel corso del XVIII secolo,
la sua influenza a tutta lEuropa divenendo anche lingua diplomatica
mondiale; oggi conserva un posto di primo piano tanto nelle relazioni
internazionali quanto allinterno di numerosi Paesi, molti dei quali fanno parte dellOrganizzazione Internazionale della Francofonia. Oltre
ad essere parlato nei territori francofoni dellEuropa, dellAmerica e
dellOceano Indiano, il francese lingua ufficiale e scolastica di una
quindicina di Paesi dellAfrica nera, e pur non essendo pi ufficiale continua ad essere ampiamente utilizzato nellistruzione (e in
parte anche nellamministrazione) in Marocco, Algeria, Tunisia e, in
. Lattivit delle organizzazioni internazionali e la mondializzazione delleconomia non fanno che accentuare questa preminenza, estendendo sempre pi la presenza
dellinglese nel mondo.
. Da un punto di vista linguistico il termine francofonia indica linsieme dei Paesi che
hanno il francese come lingua materna e/o ufficiale, nonch quelli in cui tale lingua, pur non
essendo riconosciuta come ufficiale, svolge di fatto un ruolo simile, essendo ampiamente
utilizzata a livello politico, nel sistema educativo, nei media (si pensi, ad esempio, ai Paesi
del Maghreb). Istituita nel , lOrganizzazione Internazionale della Francofonia di cui
fanno parte Stati e governi sottonazionali membri, Stati associati e Stati osservatori si
propone di promuovere luso del francese, lo sviluppo economico e gli scambi commerciali
tra i Paesi membri, la cultura e la ricerca scientifica, i diritti civili e la pace.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

misura minore, anche nel Libano, in Cambogia, nel Laos e nel Vietnam. Nellinsieme, dunque, una quarantina di Paesi sparsi nei cinque
continenti.
Ben pi compatta e delimitata di quella francese la base geografica
dello spagnolo, la cui importanza sia per lalto tasso di natalit di
molti Paesi in cui viene parlato, che per lo sviluppo economico di vari
Stati latinoamericani, come pure in conseguenza della crescita della comunit ispanofona negli Stati Uniti aumentata notevolmente negli
ultimi anni. Una ventina sono gli Stati in cui tale lingua ufficiale ;
fatta eccezione per la Spagna e la Guinea Equatoriale, questi si trovano
tutti nel continente americano: Messico , Cuba, Repubblica Dominicana, Porto Rico, i Paesi del Centro America, e ancora Colombia,
Venezuela, Ecuador, Per, Bolivia, Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay
senza dimenticare i cospicui gruppi di immigrati presenti sia in
Europa che nel Nord America fanno di questa una delle principali
lingue del mondo .
Geograficamente compatte sono anche le aree di diffusione del
russo e del tedesco, entrambe lingue internazionali parlate allinterno
di Stati tra loro vicini, cos come quella del persiano (o farsi), che,
con i suoi dialetti tagico e dari, viene parlato da pi di milioni di
persone in Iran, Tagikistan e Afghanistan dov anche ufficiale (in
Afghanistan insieme al pashto) e in parte dellUzbekistan . Esteso
su quattro continenti invece il portoghese , ufficiale in Portogallo,
. Nel corso del Novecento, luso della lingua spagnola ha conosciuto un costante
declino in Asia. Nelle Filippine, in particolare, tale lingua non pi ufficiale e non fa pi
parte dei curricula degli studi superiori; quei pochi filippini che ad esso si rifanno parlano,
in realt, un creolo spagnolo noto come chabacano.
. Il Messico lo Stato con la pi numerosa popolazione ispanofona del mondo; il suo
spagnolo si arricchito di apporti delle lingue locali e costituisce attualmente la variante pi
diffusa della lingua spagnola negli USA grazie allelevato numero di immigrati qui presenti.
. Ognuno di questi Paesi ha un proprio modo di parlare lo spagnolo (il castigliano):
nel Centro America la situazione abbastanza uniforme e tale lingua compresa da tutti,
pur esistendo qui ancora diverse parlate amerindie; nei Caraibi il cubano, il dominicano ed
il portoricano se ne discostano sia per la pronuncia che per il significato di certi termini, e
simile a quello dei Caraibi lo spagnolo del Venezuela.
. Il persiano moderno (fatta eccezione per il tagico, che utilizza lalfabeto cirillico)
utilizza una versione modificata dellalfabeto arabo, che si afferm dopo la conversione
della Persia allIslam. Ma il persiano e larabo restano due lingue estremamente diverse,
che appartengono a due famiglie distinte: il primo a quella indoeuropea (ramo iranico
dellindoiranico), il secondo a quella afroasiatica.
. Tale lingua si diffuse soprattutto nel corso del XV e del XVI secolo, nel momento,

Lingue e spazi

Brasile, Angola, Mozambico, GuineaBissau, Capo Verde, So Tom


e Prncipe, Macao e Timor Est: con pi di milioni di locutori
nativi, una delle lingue pi parlate al mondo, ma anche largamente
adoperata o studiata come seconda lingua in molti altri Paesi. Intercontinentale anche la diffusione dellarabo, ufficiale in oltre venti Stati
tra lAfrica e lAsia (dal Marocco allIraq), per quanto il suo frazionamento in numerose varianti dialettali lo renda, nei fatti, una lingua
internazionale pi potenziale che effettiva.
Ancora, una diffusione non limitata ad un solo continente la
ha il neerlandese, che al di fuori dei Paesi Bassi e del Belgio
(dove viene chiamato fiammingo) ufficiale anche nel Suriname, nelle Antille Olandesi e ad Aruba ; in qualche misura, inoltre,
sopravvive anche in Africa: lafrikaans, infatti, parlato in Sudafrica e
Namibia, bench possa essere considerato una lingua a s stante per
le sue particolarit lessicali e grammaticali, risulta strettamente imparentato con il neerlandese. Crescente , infine, il prestigio di altre
due lingue che hanno gi raggiunto una diffusione internazionale:
lo swahili parlata legata storicamente al commercio marittimo,
e oggi conosciuta in gran parte dellAfrica subsahariana, dal sud
della Somalia al nord del Mozambico (incluse alcune isole come
Zanzibar, le Comore, il Madagascar) ed il malese/indonesiano ,
ufficiale in quattro Stati del SudEst asiatico (Malaysia, Indonesia,
Brunei e Singapore).
Anche dal punto di vista dei sistemi di scrittura evidente la
sempre maggiore penetrazione delle grandi lingue internazionali:
cio, in cui limpero coloniale e commerciale portoghese si espanse nel mondo.
. Esistono un arabo ufficiale standard, che viene adoperato per la comunicazione
scritta e in situazioni formali, e tutta una serie di varianti dialettali, usate nella comunicazione informale. Alcuni di questi dialetti sono solo in parte comprensibili per coloro che
provengono da regioni diverse del mondo arabo.
. Nelle Antille Olandesi e ad Aruba lingua materna della popolazione per pi spesso
il papiamento; nel Suriname, invece, diffuso quel creolo conosciuto come sranantongo.
. Lindonesiano, lingua ufficiale dellIndonesia, costituisce un dialetto standardizzato del malese, ed piuttosto simile a questo.
. Rappresentazione grafica della lingua mediante un sistema di segni convenzionali, la scrittura sembra essersi sviluppata indipendentemente in civilt differenti
in momenti diversi. Fino a pochi decenni fa era opinione condivisa che la scrittura
fosse nata presso la civilt sumera, ma alcune scoperte archeologiche (come quelle
relative allantica civilt fiorita attorno al corso del Danubio prima dellarrivo delle
genti indoeuropee) hanno spinto a rivedere questidea.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

ampia la supremazia dellalfabeto latino, avvenuta parallelamente


alla diffusione delle maggiori lingue germaniche e romanze nel
mondo (linglese, il francese, lo spagnolo, il portoghese). A partire
dal XIX secolo, con lespansione coloniale delle potenze europee, e
ancora di pi in seguito allattuale mondializzazione economica,
culturale e turistica, i suoi progressi sono stati costanti (id., ):
oggi esso domina sulla maggior parte dei Paesi dEuropa, sulla
totalit di America, Oceania, Africa nera e in parte dellAsia (Turchia, Turkmenistan, Uzbekistan, Azerbaigian, Vietnam, Filippine,
Malesia e Indonesia).
In Europa suo diretto rivale stato lalfabeto cirillico, creato
per lo slavo e adottato da quasi tutte le lingue dellex Unione Sovietica con leccezione di finnico, estone, lettone e lituano (fedeli
allalfabeto latino), georgiano e armeno (con propri alfabeti) e yiddish (che usa i caratteri ebraici) e, al di l dei confini di questa, da
bulgaro, macedone e serbo . Adoperato oggi da varie lingue slave
(bielorusso, bosniaco, bulgaro, macedone, russo, ruteno, serbo e
ucraino) ma anche da lingue non slave parlate in territori dellex
URSS e dellodierna Federazione russa, il cirillico deriva dallalfabeto glagolitico del IX secolo, la cui invenzione attribuita ai santi
Cirillo e Metodio; venne diffuso insieme allantico slavo ecclesiastico, ma nel corso dei dieci secoli successivi alla sua creazione si
adattato alla lingua parlata ed ha sviluppato varianti regionali per
adeguarsi alle caratteristiche degli idiomi nazionali.
Qualche sistema di scrittura della medesima origine sopravvissuto come scrittura nazionale di un singolo idioma: questo il
caso degli alfabeti ebraico (quello, cio, con cui vengono scritte le
lingue ebraica, yiddish, ladina giudeospagnola ed altre lingue utilizzate dagli ebrei nel mondo), amharico (usato in Etiopia), greco ,
georgiano e armeno .
. Oggi nei Balcani solo la Bulgaria e la Grecia usano esclusivamente un alfabeto
non latino.
. Lalfabeto greco, risalente al IX secolo a.C., deriva dalla scrittura alfabetica dei
Fenici, i quali ad ogni segno associavano un solo suono.
. Creato nel d.C. per tradurre la Bibbia in armeno, modellato su quello greco
ma simile anche al pahlavi (scrittura liturgica in Armenia prima dellintroduzione del
cristianesimo) e al siriaco (uno degli alfabeti della scrittura cristiana), lalfabeto armeno
presenta due forme distinte: una tonda, elaborata dai monaci armeni di Venezia sul

Lingue e spazi

Per quanto riguarda il dominio dellalfabeto arabo, questo andato


contraendosi; non riuscito a sopravvivere nei Paesi islamici dellAfrica nera e dellAsia centroorientale, ed ha finito per corrispondere
ai Paesi arabi o di cultura araba e ad Iran, Afghanistan e Pakistan.
Diversa stata, invece, la sorte di una famiglia di scritture che ha
saputo resistere allespansione della cultura occidentale e della civilt
industriale, quelle, cio, derivate dallalfabeto brahmi del sanscrito :
otto scritture indiane, la pi diffusa delle quali quella nagari, adoperata da sanscrito, hindi, nepali e marathi . Al di fuori dellIndia, altri
alfabeti con la stessa origine sono usati per il singalese, il tibetano, il
birmano, il thai, il khmer ed il lao. In Estremo Oriente, infine, oltre
agli ideogrammi cinesi , anche il coreano ed il giapponese hanno
propri sistemi di scrittura, fonetica nel primo caso, combinata con gli
ideogrammi nel secondo (id., ).
La penetrazione delle grandi lingue internazionali scritte in caratteri latini ha assicurato e continua ad assicurare la sempre pi ampia
diffusione di questo alfabeto, ormai presente quasi universalmente
accanto alle scritture nazionali (in particolare in alcuni campi, come ad
esempio per ci che riguarda la segnaletica e la pubblicit). Ulteriore
conferma, questa, di un panorama linguistico in evoluzione continua
in cui, mentre alcune parlate sono andate emergendo come lingue
nazionali o subnazionali, ed i loro locutori ne hanno chiesto il riconoscimento e la promozione, altre hanno progressivamente perso
modello dei caratteri tipografici introdotti alla fine del XV secolo da Aldo Manuzio, ed
una corsiva, che mostra una minore influenza occidentale.
. Si tratta probabilmente di un adattamento indiano delle scritture semitiche,
penetrate in India attraverso la vicina Mesopotamia.
. Le altre sette sono relative alle principali lingue del subcontinente indiano, ovvero
bengali, oriya, gujarati, panjabi, kannatatelugu, tamil e malayalam.
. Nella scrittura cinese ogni simbolo rappresenta un morfema. Inizialmente, i caratteri erano immagini dei loro significati (pittogrammi); oggi, molti caratteri sono composti
da un elemento (il fonetico) che fornisce unindicazione sulla pronuncia e da un altro (il
radicale) che d unindicazione del significato (ideofonogrammi). La somiglianza pittorica
con gli oggetti si persa con la stilizzazione.
. Il coreano utilizza a partire dalla met del XV secolo una propria scrittura, lhangul
(letteralmente scrittura del popolo Han). Lideazione di questa fu preceduta da studi
approfonditi sia sul coreano antico che su lingue vicine o che comunque avevano contatti
con la Corea (come il mongolo, il cinese e, forse, anche il sanscrito).
. Il sistema di scrittura giapponese si basa sui due kana (hiragana e katakana), alfabeti
sillabici creati secondo la tradizione intorno al IX secolo, e sui kanji, i sinogrammi,
caratteri di origine cinese.

. Genesi e distribuzione geografica delle lingue

importanza, in certi casi finendo con lo scomparire insieme agli stessi


gruppi umani, pi spesso subendo un processo di deculturazione a
vantaggio di altre lingue, garantite dal monopolio della cultura e delle
istituzioni.

Capitolo VI

La variet linguistica dellItalia


.. La frammentazione linguistica dellEuropa
Dal punto di vista dellappartenenza alle diverse famiglie come si
visto la carta linguistica dellEuropa evidenzia la netta prevalenza
dellinsieme indoeuropeo, nei suoi vari rami. Ciascuna delle lingue facenti parte di questa famiglia presenta alcune caratteristiche proprie e
alcune condivise con le altre; per quanto, infatti, gli spostamenti dei popoli che parlavano lipotetico idioma ancestrale (il protoindoeuropeo)
labbiano diffuso su vaste aree, favorendone levoluzione nel tempo e
nello spazio e contribuendo a dare una spiccata originalit a ciascuna
delle lingue che da quella parlata andarono formandosi, allinterno
del vasto insieme indoeuropeo possiamo comunque distinguere dei
gruppi omogenei (le lingue romanze, quelle germaniche, le slave, le
baltiche, le celtiche, larmeno, il greco e lalbanese, oltre alle lingue
indoariane e a quelle iraniche), bench composti da idiomi con un
numero assai diverso di locutori e distribuiti su superfici di estensione
differente.
Due sono i fattori che storicamente hanno contribuito a determinare la frammentazione linguistica europea. In primo luogo, le
caratteristiche fisiche di questarea geografica: le catene montuose
della sua sezione meridionale hanno spesso finito con lindirizzare
su direttrici precise gli itinerari commerciali e culturali; ma anche
gli altri tratti del paesaggio naturale le vaste distese pianeggianti,
le valli fluviali, larticolazione delle coste, la variet dei climi e dei
suoli hanno finito col disegnare una serie di ambienti con attitudini insediative e produttive differenti, contribuendo a definire anche
alcuni dei tratti culturali di coloro che in quegli ambienti vivevano.
su questo quadro, daltro canto, che si sono innestate le vicende
del popolamento da parte delle genti indoeuropee: Celti, Germani,

Lingue e spazi

Slavi, Ugrofinnici andarono sovrapponendosi agli insediamenti pre


indoeuropei, creando nellEuropa balcanica e a nord delle Alpi ambiti
linguistici con caratteri propri, mentre la nostra penisola e la Grecia
vennero occupate da genti mediterranee e i Romani riuscirono ad
estendere la propria cultura e la propria capacit organizzativa su ampi
spazi, spostando il confine al cui interno vennero consolidandosi le
lingue neolatine ad ovest del Reno ed in parte della regione danubiana
(Barbina, ).
Grazie agli apporti della paleontologia e dellarcheologia, della
storia e della toponomastica , le ricerche di Geografia storica hanno cos mostrato come la frammentazione lineamento essenziale
dellindividualit geografica dellEuropa di oggi possa essere ricondotta allestendersi graduale sul territorio di un popolamento dal
dinamismo accentuato, legato al sovrapporsi e allaffiancarsi di genti
diverse per origine, cultura, generi di vita (Bencardino, Langella, ).
E lidentificazione degli elementi linguistici di substrato e superstrato,
insieme allo studio dei reperti archeologici, ha permesso di ricostruire
le grandi linee di quelle migrazioni, di metterne in luce il rapporto
con le fasi principali del popolamento e dellassetto geografico del
continente, nonch di localizzarne un primitivo centro di irradiazione.
Allinterno delle pi ampie regioni linguistiche, dunque, le popolazioni europee sono andate lentamente differenziandosi, e nel
tempo aggregazioni sempre pi omogenee per parlata e cultura hanno alimentato la nascita di quei movimenti che hanno raccolto le loro
aspirazioni nazionali; i gruppi pi forti e compatti sono riusciti a dar
vita ad entit politiche ben caratterizzate dal punto di vista culturale
e linguistico, e le comunit minori, per entrare a farne parte, hanno
dovuto accettarne il predominio.
Pi entit politiche ove il pi delle volte netta la supremazia di un
idioma, ma sul cui territorio sono insediati altres gruppi linguistici
minori (o frammenti di comunit etnicolinguistiche) che non sono
stati assorbiti dalla cultura prevalente e sono riusciti in qualche modo a
mantenere una loro identit: cos si presenta, dalla fine del XIX secolo,
lEuropa degli Stati nazionali. Ed facile comprendere che le aree in cui
pi accentuata risulta la frammentazione sono quelle in cui i caratteri
. I nomi dei luoghi ci forniscono valide informazioni sulle condizioni che hanno
accompagnato linsediamento delluomo fin dalle et pi antiche.

. La variet linguistica dellItalia

fisici del territorio non hanno facilitato laggregazione culturale o in


cui le vicende storiche hanno spostato ripetutamente i confini politici.
Pur potendosi riscontrare, allora, in vari casi una certa coincidenza
tra lingua e cultura, ci che emerge ad una pi attenta osservazione
che il mosaico delle unit etnolinguistiche coincide solo in parte col
quadro politicoamministrativo; stato proprio questo ad alimentare,
nel corso del tempo, tutta una serie di contestazioni e rivendicazioni .
Notevole e non cos semplice da catalogare la variet
di situazioni linguistiche presenti in Europa. Espressioni quali lingue regionali, lingue minoritarie, lingue etniche spesso danno
luogo ad equivoci; daltra parte, pur esistendo pi classificazioni
delle lingue che qui vengono parlate, non si riusciti a trovare una
definizione univoca per aggettivi come regionale, minoritaria,
meno diffusa, che molte volte sembrano avere significati differenti
a seconda di ci che con essi si intende descrivere. Lunico attributo
sicuro in quanto generalmente assegnato per legge che possiamo dare ad un certo numero di idiomi resta, quindi, quello di
ufficiale.
Bench molte siano le lingue parlate nei Paesi che compongono lo
spazio europeo, soltanto alcuni Stati ammettono ufficialmente, con
modalit diverse, il plurilinguismo; gli altri si dichiarano (o agiscono di
fatto come) monolingui pur riconoscendo, talvolta, la presenza sul loro
territorio di comunit alloglotte cui concedono una qualche forma
di tutela. In sostanza, allora, potremmo dire che, a prescindere dai
. Alla Conferenza di Helsinki, nel , lEuropa sembrava orientata a chiudere una
volta per tutte la questione: in quelloccasione, infatti, venne affermata la volont di non dare
pi spazio a rivendicazioni territoriali basate su considerazioni di tipo nazionalistico, perch
conclusa si doveva ritenere lepoca in cui le guerre si facevano per (o col pretesto di) tutelare
o riaggregare un gruppo rimasto al di l dei confini nazionali. Contemporaneamente,
daltra parte, proprio in quegli anni andava diffondendosi lidea che le culture minoritarie
debbano essere tutelate in quanto patrimonio comune. Nel , tuttavia, col crollo dei
regimi totalitari dellEuropa orientale, i fermenti etnici e le istanze nazionalistiche sono
riemersi con violenza, portando alla nascita di nuove entit politiche che hanno trovato
proprio nella storia e nellidentit culturale nuovi motivi di aggregazione (Barbina, ).
. Non sempre la Costituzione a definire quale sia la lingua ufficiale. Per quanto
riguarda i Paesi membri dellUnione Europea, ad esempio, le Costituzioni di alcuni
di essi prevedono il riconoscimento di una (Austria, Francia, Portogallo e Spagna) o
pi (Finlandia e Irlanda) lingue ufficiali o nazionali; nel caso del Belgio, invece, non
prevista nel testo costituzionale alcuna lingua ufficiale, ma il territorio nazionale viene
diviso in quattro regioni linguistiche.

Lingue e spazi

riconoscimenti giuridici ufficiali, i Paesi europei sono tutti plurilingui,


e accolgono al loro interno comunit che sono normalmente bilingui
o plurilingui .
La presenza di un numero elevato di idiomi differenti costituisce
inevitabilmente una difficolt nei rapporti internazionali, specialmente in un periodo, come quello attuale, in cui lesigenza di nuovi legami
politici ed economici spinge i Paesi verso contatti sempre pi stretti.
Lo dimostra lesempio dellUnione Europea, che riconosce pari dignit a tutte le lingue ufficiali dei Paesi membri : il suo allargamento
rappresenta una sfida anche dal punto di vista linguistico. In unUnione che gi parlava undici lingue ufficiali, infatti, lingresso (nel ) di
dieci nuovi Paesi ha portato a venti il loro numero: polacco, ungherese,
ceco, estone, lettone, lituano, sloveno, slovacco e maltese si sono affiancati a francese, inglese, italiano, tedesco, spagnolo, portoghese, greco,
neerlandese, danese, finlandese e svedese . E nel , con ladesione
di Romania e Bulgaria e linserimento dellirlandese, le lingue ufficiali
sono salite a ventitre. Un banco di prova indubbiamente impegnativo:
tutte le discussioni del Parlamento europeo e tutti gli atti legislativi e
amministrativi vanno tradotti nelle diverse lingue ufficiali, e centinaia
sono gli interpreti che occorrono quotidianamente. A causa, per,
della resistenza degli Stati membri, timorosi di perdere forza e identit
nellUnione laddove la loro lingua non venisse pi riconosciuta come
tale, ogni tentativo di ridurre il numero delle lingue ufficiali si finora
rivelato inutile.
. Alcune di queste comunit si trovano in difficolt a causa della perdita progressiva
di una parte o di tutti i momenti di utilizzo della loro lingua e vedono ridursi sempre pi il
numero dei loro locutori (alcune lingue, in effetti, sono gi prive di parlanti nellambito
delle normali relazioni e possono, quindi, considerarsi gi scomparse).
. Dal lato della comunicazione verso lesterno, la scelta delluso di tutte le lingue
ufficiali stata vista come la logica conseguenza dellimpegno europeo a valorizzare la
ricchezza che la diversit culturale rappresenta.
. Nove lingue ufficiali in pi, che potevano anche essere dieci, perch, se la Repubblica di Cipro ad essere entrata nellUnione, di fatto rimasta tagliata fuori la parte turca
dellisola.
. Gestire la diversit linguistica tramite servizi di traduzione ed interpretariato rappresenta una spesa e poich le risorse spesso scarseggiano e possono essere utilizzate in altro
modo anche i servizi linguistici sono periodicamente oggetto di progetti di riforma che
spaziano dalla semplice ricerca del contenimento delle spese (senza modificare il numero
delle lingue ufficiali) fino alla previsione di una formale limitazione delle lingue ufficiali
stesse.

. La variet linguistica dellItalia

In effetti, non si possono capire le ragioni per cui i dibattiti sulle


questioni linguistiche sono cos spesso controversi se non si tiene conto della natura complessa delle lingue. Decidere di usare un idioma
piuttosto che un altro implica sempre una scelta in merito allallocazione di risorse simboliche: oltre, infatti, a consentire la trasmissione delle
informazioni (funzione comunicativa), le lingue svolgono anche una
funzione simbolica, associata a certi elementi politici e culturali (ad
esempio il senso di identit nazionale). Le due funzioni si combinano
ed assumono importanza in rapporto a determinati fattori (giuridici,
politici, culturali, economici, funzionali), e gli attori coinvolti possono
decidere di privilegiare questa o quella variabile, dando vita a modelli
diversi di regime linguistico (Gazzola, a).
Prendiamo il caso degli aspetti giuridici legati al problema della
gestione del multilinguismo europeo: dal momento che tutti i cittadini
dellUnione sono tenuti a rispettare il diritto comunitario, il problema
capire in quale lingua sia ammissibile chiedere loro di venirne a
conoscenza. A tal proposito, lUnione Europea ha sempre ritenuto, nel
corso della sua storia, che, poich il diritto comunitario vincolante
per tutti allo stesso modo, tutti i testi nelle varie lingue facciano fede
in ugual misura: per questo motivo i trattati sono redatti in tutte le
lingue, e lo stesso vale per la Gazzetta Ufficiale, i regolamenti e gli altri
testi di portata generale. Ma il multilinguismo ritenuto necessario
anche per garantire un pieno esercizio dei diritti dei singoli ed in
questo senso che si muovono le norme di procedura della Corte e le
disposizioni sul diritto di petizione nella propria lingua al Parlamento
europeo, cos come nelle istituzioni e negli organi comunitari previsti.
Le ragioni giuridiche, per, non sono sufficienti a spiegare perch largomento sia cos delicato. Si deve tener conto, infatti, anche
di alcune variabili politiche, relative alluguale trattamento dei rappresentanti, alla partecipazione democratica e al prestigio degli Stati.
Ci sono delle istituzioni e degli organi in cui vi un effettivo uso
di tutte le lingue ufficiali come lingue di lavoro: si tratta essenzialmente delle istituzioni e degli organi rappresentativi (il Parlamento,
il Consiglio nelle sue riunioni ministeriali, il Comitato economico
e sociale, il Comitato delle regioni), per i quali si data priorit al
principio di uguaglianza delle parti . Daltra parte, anche per colmare
. La diversit linguistica viene gestita attraverso luso dei servizi di traduzione;

Lingue e spazi

quella distanza che spesso viene percepita tra lUnione Europea e le


istituzioni politiche nazionali, si ritenuto opportuno predisporre una
comunicazione verso lesterno in tutte le lingue ufficiali. In questo
senso, il multilinguismo delle istituzioni stato presentato come un
prerequisito per una piena partecipazione dei cittadini alla vita dellUnione, e la comunicazione multilingue come uno degli aspetti della
sua trasparenza. Ma essere membro dellUE significa far parte di un
gruppo di Paesi che hanno, di fatto, volontariamente rinunciato ad
una parte della loro sovranit per affidarla ad una comune struttura
sopranazionale; luguale trattamento delle lingue degli Stati, pertanto,
pu essere inteso anche come un aspetto delluguale trattamento dei
contraenti.
In alcune istituzioni tuttavia (la Commissione, la Corte di Giustizia,
la Corte dei conti), come pure in alcuni organi (ad esempio la Banca
centrale europea) e in praticamente tutte le agenzie, il numero delle
lingue di lavoro varia da una ad un massimo di cinque o sei; il motivo
va ricercato nella priorit data dallUnione alla riduzione dei bisogni
funzionali in quegli organismi in cui il cuore del lavoro svolto da
funzionari o esperti sopranazionali in continuo contatto fra loro. Qui,
in sostanza, hanno prevalso esigenze funzionali e di contenimento dei
costi, ed il risultato stato quello di limitare luso delle lingue di lavoro,
richiedendo ai singoli elevate competenze linguistiche (id., a).
Lallargamento delle competenze dellUnione, il pi alto livello di
integrazione fra gli Stati membri, le nuove esigenze derivanti dallaccelerata globalizzazione e dallincremento dei flussi migratori hanno
accresciuto, nel corso degli anni, limportanza della questione linguistica. Il multilinguismo (sia individuale che istituzionale) divenuto
un elemento chiave non soltanto in relazione alla comunicazione nelle
istituzioni o alla mobilit dei fattori allinterno del mercato comune,
ma anche per vivere e lavorare nella societ della conoscenza e dellinformazione, ed uno dei temi in primo piano nei dibattiti sulle
problematiche legate ai diritti dei cittadini europei. La diversit linguistica e culturale quella unit nella diversit che il motto dellUE
resta dunque una delle questioni centrali del futuro dellEuropa, e
questo non solo perch parlamentari o ministri non necessariamente sono poliglotti, ma
anche per ragioni politiche di equit. E pi importante lincontro politico, pi lutilizzo
dei servizi linguistici sar completo, al di l delle competenze effettive di chi vi prende
parte.

. La variet linguistica dellItalia

va crescendo la necessit di trovare nuove soluzioni per gestire quegli aspetti che concorrono a creare nuove occasioni di contatto e di
conflitto.

.. Variet di lingue sul territorio italiano


Nellambito del panorama dellEuropa occidentale, una delle situazioni pi articolate sicuramente quella esistente in Italia ; anche
sotto laspetto linguistico, infatti, lunificazione del Paese stata un
processo tardivo, e tuttora sussistono accanto allitaliano lingua
romanza, diretta erede del fiorentino, appartenente al gruppo italico
della famiglia indoeuropea una serie di comunit alloglotte: in
molti casi sopravvivenze di parlate italoromanze, residui di un processo di costruzione di una comunit nazionale di lingua italiana, ma,
accanto a queste, anche lingue di altre regioni europee che sul nostro
territorio hanno formato delle vere e proprie nicchie etnolinguistiche.
Pur nella consapevolezza della difficolt di classificare ed analizzare
realt cos diverse una dallaltra, appare opportuno rifarsi ad una sistemazione che individui, allinterno del quadro nazionale, almeno
tre classi di situazioni che si distinguono per la loro rilevanza. Bench questo sia solo uno dei possibili modi di classificare le differenti
situazioni minoritarie presenti in Italia, esso pu servirci a mettere
in chiaro un aspetto fondamentale della questione: nel nostro Paese
sono presenti realt cos varie e dai caratteri cos diversi che non
. Per ulteriori approfondimenti sullargomento si rimanda ai testi citati in bibliografia
e, in particolare, ai volumi di Pier Francesco Bellinello (Minoranze etniche e linguistiche,
), Vincenzo Orioles (Le minoranze linguistiche, ) e Fiorenzo Toso (Le minoranze
linguistiche in Italia, ), nei quali viene tracciato un ampio quadro delle diverse realt
minoritarie esistenti nel nostro Paese e si indagano aspetti e problemi relativi sia al riconoscimento giuridico delle numerose variet linguistiche parlate in Italia che alla tutela e alla
valorizzazione dei rispettivi patrimoni culturali.
. dallinizio del Cinquecento che gli studiosi parlano di lingua italiana; prima di
allora permanevano marcate differenze tra le parlate (i volgari italiani) delle diverse zone e
mancava un comune modello di riferimento. Ad ogni modo, possiamo dire che litaliano
moderno non che un dialetto che riuscito ad imporsi come lingua ufficiale di una
regione ben pi ampia di quella originaria; alla sua base, infatti, vi il fiorentino letterario
usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio, a sua volta verosimilmente derivato dal
latino volgare dellet classica.

Lingue e spazi

possibile inserirle tutte allinterno di un unico inquadramento teorico


o di un unico modello di politica linguistica.
Distribuite allinterno di regioni ad autonomia ordinaria o speciale
che non sempre si sono mostrate attente alla loro presenza e vitalit,
talvolta frammentate entro articolazioni amministrative diverse e non
necessariamente contermini, in altri casi stanziate in prossimit di
frontiere che le separano da altri gruppi della stessa famiglia linguistica, le popolazioni di madrelingua diversa dallitaliano condividono
unaccentuata eterogeneit quanto ad origini storiche, collocazione
geografica, patrimonio culturale (Piergigli, ). Ed proprio per la
difficolt di mettere assieme, in unico progetto di tutela, comunit
compatte ed estese o minoranze nazionali con gruppi dispersi sul territorio o rappresentati ormai soltanto da un esiguo numero di locutori
se ogni volta che si cercato di arrivare ad una conclusione adeguata
questo ha dato luogo ad una lunga serie di rivendicazioni e polemiche.
... Lingue regionali e dialetti francoprovenzali e provenzali
Il primo gruppo di realt linguistiche minoritarie da prendere in considerazione formato da alcune parlate italoromanze che non si sono
integrate nel processo unificatore iniziato nellOttocento ed hanno
mantenuto una propria peculiarit e forza espressiva. Si tratta del sardo,
del friulano, delloccitano, del francoprovenzale e del ladino dolomitico.
Tre di queste ladino, friulano e sardo costituiscono delle realt
regionali per le quali si ormai largamente imposta lidea di una
evidente originalit; sia pur con modalit diverse, la particolarit linguistica ha, in questi casi, finito col sostenere una diffusa percezione
di alterit culturale ed irrobustire il senso di appartenenza a un gruppo. Le altre due (il francoprovenzale e loccitano), pur senza disporre
di un riferimento statuale esterno allItalia, si inseriscono in un quadro di continuit dialettale transfrontaliera delle rispettive tipologie
linguistiche (Toso, ).
. Laggettivo regionale in questo caso volto ad evidenziare tanto il carattere
autoctono, quanto il legame con un territorio ampio e lassenza di riferimenti politico
culturali esterni allItalia.
. Con leccezione del comune di Guardia Piemontese, in Calabria, dove presente
loccitano, e di Celle San Vito e Faeto, in provincia di Foggia, in cui parlato un dialetto
francoprovenzale.

. La variet linguistica dellItalia

Tra le minoranze linguistiche presenti in Italia, la pi consistente


quella sardofona. Classificato come lingua romanza occidentale e
ritenuto da molti studiosi la pi conservativa delle lingue derivanti dal
latino, il sardo in realt costituito da una serie di dialetti raggruppati in
due insiemi principali: quello campidanese, di cui fanno parte le varianti meridionali, e quello logudoresenuorese, comprendente i dialetti
centrosettentrionali . Per quanto accomunate da una morfologia e da
una sintassi fondamentalmente omogenee, le due variet presentano
notevoli differenze fonetiche e lessicali; allinterno di ciascun gruppo,
comunque, il sardo risulta reciprocamente comprensibile .
Linsularit ha chiaramente contribuito a definire lo spazio linguistico sardo al di l di quelle che sono le differenze tra i gruppi
dialettali, tutti ritenuti parte di un patrimonio linguistico comune, cos
come, daltra parte, ha favorito il conservarsi di numerosi arcaismi:
il vocabolario sardo ricorda Telmon () mantiene non solo
termini latini altrove scomparsi, ma anche termini che risalgono con
buona probabilit a strati linguistici prelatini. Questultima tendenza,
comunque, stata in qualche misura compensata, oltre che dallevoluzione interna della parlata, dallinflusso delle lingue di prestigio qui
susseguitesi nel corso dei secoli. Entrata prima, col fiorire delle Repubbliche marinare, nellorbita di Pisa e Genova, che vi esercitarono il
loro dominio fino a tutto il XIII secolo, governata poi, dal Trecento al
Seicento, da Catalani e Spagnoli , e assegnata ancora, nel Settecento,
ai Savoia, la Sardegna non rimase sempre isolata, anzi (Nocentini,
): la sua posizione strategica, al centro del Mediterraneo, attrasse
fin dai tempi antichi gli interessi stranieri, facilitando, s, i rapporti
commerciali e culturali, ma dando origine anche ad un avvicendarsi
di dominazioni straniere.
. Esistono inoltre vari dialetti che presentano caratteristiche appartenenti ora alluna
ora allaltra macrovariet, ed impossibile tracciare un confine netto tra campidanese e
logudoresenuorese.
. Un discorso a parte andrebbe fatto, invece, per le varianti corse come il gallurese
(variante del gruppo corso) o il sassarese (idioma intermedio tra il gallurese e il logudorese)
, considerate geograficamente come dialetti sardi ma in realt linguisticamente molto
diverse.
. Se la dominazione aragonese determin unulteriore differenziazione delle variet
linguistiche sarde (nel campidanese, infatti, sono molti gli elementi catalani), la successiva
dominazione castigliana, invece, non ebbe le stesse conseguenze, tant che tracce di
castigliano possono essere riscontrate in tutte le variet (Olmi, ).

Lingue e spazi

Parlato in quasi tutta la Sardegna da oltre un milione di persone


(su un totale di poco meno di , milioni di residenti nellisola),
generalmente bilingui (sardo/italiano) e in situazione di diglossia
(il sardo viene adoperato prevalentemente nellambito familiare e
meno dai giovani dei principali centri urbani), il sardo dal
(L.R. ottobre , n. ) lingua ufficiale della Sardegna, in regime
di coufficialit con litaliano; ad esso si applicano inoltre come
si vedr meglio pi avanti larticolo della Costituzione (La
Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche)
e la legge /, contenente norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche . A partire dagli anni sessanta, per,
con la sempre maggiore diffusione dei mezzi di comunicazione di
massa, unita allinsegnamento obbligatorio della lingua italiana, il
sardo andato a mano a mano perdendo locutori a vantaggio dellitaliano, che, per quanto sentito come fondamentalmente estraneo
alle tradizioni popolari dellisola, costituisce un chiaro simbolo di
progresso sociale e di crescita culturale; nellitaliano in sostanza
e questo vero soprattutto per le generazioni pi giovani si
individuato lo strumento per superare le vecchie strutture agro
pastorali, rifiutate in nome dellintegrazione con la civilt moderna
(Sanna, ; Telmon, ).
Continuando, comunque, buona parte della popolazione ad utilizzare il sardo nella comunicazione quotidiana, la Regione Sardegna, tenuto conto della presenza dei due gruppi dialettali distinti,
ha recentemente dato compito ad una commissione di esperti di
elaborare una proposta di standardizzazione, un modello sovralocale di lingua scritta, avviando proprio allo scopo di definire e
normalizzare trascrizione e grammatica di una lingua unificata comprendente le caratteristiche comuni delle diverse varianti, nonch
di garantire alluso ufficiale del sardo le necessarie caratteristiche di
certezza, coerenza, univocit e diffusione sovralocale i progetti
. Fanno eccezione il comune di Alghero, dove diffusa una variante del catalano, il
centro di Arborea nel Campidano di Oristano, in cui immigrati veneti introdussero negli
anni trenta il loro dialetto (oggi in forte regresso), ma anche lisola di San Pietro e parte
di quella di SantAntioco, ove persiste un dialetto della famiglia ligure (il tabarchino).
. Il relativo regolamento attuativo detta regole sulla delimitazione degli ambiti territoriali delle minoranze linguistiche, sulluso nellistruzione e nella pubblica amministrazione,
sulla toponomastica e la segnaletica, nonch sul servizio radiotelevisivo.

. La variet linguistica dellItalia

di una Limba Sarda Unificada e di una Limba Sarda Comuna. Se


la prima non apparsa risolutiva ed , anzi, stata criticata per la sua
artificiosit, oltre che per la mancanza di richiami alla variet campidanese, basandosi esclusivamente sulla variet logudorese centrale,
la seconda ponendosi lessicalmente e foneticamente come variet
intermedia tra logudorese e campidanese ha ottenuto invece
un riconoscimento dallamministrazione regionale, che nel
lha adottata in via sperimentale per gli atti e i documenti da essa
emessi . Tutte le questioni relative alla necessit di gestire a livello
istituzionale le peculiarit locali non hanno frenato, ad ogni modo,
lo sviluppo di una cospicua serie di iniziative che hanno contribuito,
nel loro insieme, alla valorizzazione del ricco patrimonio culturale
sardo.
Simile a quella del sardo, per certi aspetti, la situazione del friulano, lingua appartenente al gruppo retoromanzo o ladino della
famiglia neolatina parlata da circa /. persone nel cosiddetto
Friuli storico, ovvero nelle province di Gorizia, Udine e Pordenone
del Friuli Venezia Giulia, e nellantico mandamento di Portogruaro in
provincia di Venezia, ma conosciuta anche nel comune di Sappada in
provincia di Belluno (isola linguistica germanofona), dalle popolazioni
. La Limba Sarda Comuna intende rappresentare uno strumento per potenziare
lidentit collettiva, nel rispetto della multiforme ricchezza delle variet locali, e mira
ad assicurare, in quanto punto di mediazione tra le parlate pi diffuse, un carattere di
sovramunicipalit e la semplicit del codice linguistico.
. Ai sensi dellarticolo della legge /, ha comunque valore legale il solo testo
redatto in lingua italiana.
. Ascoli () sosteneva che un tempo le parlate ladine andavano da Muggia e dalla
parte settentrionale dellIstria fino alla Svizzera (teoria dellunit ladina); la continuit venne
poi interrotta e rimasero le tre isole attuali (romancio, ladino e friulano). Teorie pi recenti
ridimensionano o comunque anticipano le idee dellAscoli; levoluzione differente che si
riscontra allinterno di questa famiglia sembrerebbe dovuta anche alla scarsa influenza
delle lingue germaniche sul friulano, contrariamente a quanto verificatosi per il ladino ed
il romancio.
. La matrice preponderante alla base del friulano quella latina. Nel a.C., dopo
aver sconfitto i Carni, i Romani fondarono la prima colonia ad Aquileia, consentendo
alla popolazione sconfitta la colonizzazione della pianura circostante; da tale mescolanza
si ipotizza possa essere derivato un latino volgare con influenze celtiche, alla base della
successiva evoluzione della lingua friulana. Se ancora controversa la questione delle
origini di questa lingua e del suo substrato prelatino, pi ampio consenso si raggiunto
relativamente al periodo di formazione del friulano, che si fa risalire attorno allanno ,
in contemporanea con gli altri volgari romanzi.

Lingue e spazi

Figura .. Lingue e dialetti delle minoranze nellItalia nord-orientale.


Fonte: Toso ().

. La variet linguistica dellItalia

dei comuni friulani di Sauris e Resia, sedi di due minoranze germanica e slava, e in diversi centri della Benecia, area della provincia di
Udine in cui risiede una minoranza slovena (cfr. Fig. .). Come infatti
lisolamento dei Sardi (isolamento geografico, ma anche storico ed
economico) ha favorito il mantenimento della parlata e dellidentit
etnica, la posizione marginale del proprio territorio rispetto ai confini recenti dellItalia evidenzia Barbina () ha contribuito a
dare ai Friulani quella particolare fisionomia culturale che alla base
della loro autonomia etnica. La forza di aggregazione delle comunit
che utilizzano tali lingue deriverebbe, dunque, da fattori geografici e
storici ben individuabili.
Quattro sono i grandi gruppi dialettali del friulano che possibile
identificare: il tipo centrale innanzitutto, parlato in gran parte della
provincia di Udine, che per prestigio storico e letterario costituisce
la base della variet standard ; quello carnico, poi, composto in realt da un insieme di variet tra loro molto diversificate; e, ancora, il
goriziano (friulano orientale) e il tipo occidentale, parlato nelle aree
friulanofone della provincia di Pordenone e nellex mandamento di
Portogruaro. Tutti questi dialetti hanno in comune sia con i dialetti
dolomitici che col romancio dei Grigioni un certo numero di tratti
conservativi; lacquisizione di una specifica individualit, tuttavia, ha
fatto s che essi potessero essere valutati come un insieme a s, inserito tra le variet minoritarie ammesse a tutela ai sensi della legge
/. La percezione di unidentit culturale propria and evolvendosi soprattutto sullonda degli studi di Graziadio Isaia Ascoli, nativo
di Gorizia, sulloriginalit del friulano e riguard inizialmente la zona
rimasta allAustria fino al , dove il desiderio di riconoscimento
delle peculiarit locali procedeva insieme allirredentismo filoitaliano;
anche in seguito, daltra parte, il friulanismo non assunse quasi mai
caratteri antiunitari e soltanto raramente si manifest attraverso forme
di rivendicazione politica a sfondo nazionalista (Strassoldo, ; Toso,
).
Bench lopinione pubblica friulana avesse cominciato a chiedere
. Nel corso del XIX secolo, grazie ad una produzione letteraria di un certo pregio,
andata formandosi una koin fondata sulla variet di Udine, mediatrice tra i vernacoli
locali e litaliano regionale; attorno a questa, lingua veicolare in unarea pi ampia di quella
originaria, si sono incentrati i progetti di normalizzazione e formalizzazione di una lingua
friulana sovradialettale (Nocentini, ; Orioles, ).

Lingue e spazi

una certa autonomia per la propria regione gi subito dopo la Seconda guerra mondiale e nel , tra laltro, fosse sorta a Udine
quellAssociazione per lAutonomia Friulana che si era proposta di
ottenere per il proprio territorio, percepito come distinto dalle vicine regioni veneta e giuliana, il riconoscimento di unampia libert
amministrativa ed economica nellambito dello Stato italiano fu
per solo nella seconda met degli anni sessanta che lautonomismo
friulano si svilupp appieno: questioni quali listituzione della regione a statuto speciale e la difesa della lingua friulana furono poste
al centro del dibattito politico, e lallora fondato Movimento Friuli
partito che diede voce per oltre ventanni alle istanze friulaniste
manifest espressamente la necessit di modalit specifiche di difesa
della cultura degli abitanti di questarea, riunita, nel , a territori
(quali erano Trieste e le aree slovene della Venezia Giulia) vissuti come
storicamente e geograficamente estranei .
Quasi cinquantanni prima, invece, e cio dopo la Prima guerra
mondiale, era andato prendendo forma lautonomismo sardo. Sorto
negli ambienti del reducismo, espressione di coloro che avevano visto
non mantenuto limpegno ad una pi equa distribuzione fondiaria,
il regionalismo sardo inizialmente non assunse specifici caratteri di
rivendicazione etnica, tant che il Partito sardo dazione si present,
in una prima fase, essenzialmente come un partito agrario. Dapprima,
per, con lavvento del fascismo e la sua azione repressiva nei confronti delle autonomie locali, poi nel secondo dopoguerra, quando emerse
linadeguatezza delle prerogative concesse alla regione ai fini di una
risoluzione dei tanti problemi che ancora colpivano lisola, e ancora
dagli anni settanta, allorch il problema della tutela e della valorizzazione della specificit linguistica divenne uno dei punti centrali dei
. Due anni pi tardi da tale Associazione si stacc il pi radicale Movimento Popolare
Friulano, che mirava ad ottenere la ricostituzione integrale, con la pi ampia autonomia,
della regione del Friuli nei suoi confini naturali.
. Larticolo della Costituzione aveva previsto che al Friuli Venezia Giulia, cos
come alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino Alto Adige e alla Valle dAosta, fossero attribuite
forme e condizioni particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con leggi
costituzionali; il Friuli Venezia Giulia, per, fu lultima fra le regioni autonome italiane ad
essere istituita: lo statuto venne infatti introdotto dalla legge n. del gennaio .
. Oggi, di fatto, le tematiche autonomiste sono assenti dal dibattito politico regionale,
e linteresse pare esser tutto per le modalit di applicazione della legge di tutela e per la
promozione della lingua e del suo insegnamento.

. La variet linguistica dellItalia

programmi autonomisti, evidente fu la sua trasformazione in partito


etnico (Orioles, ; Toso, ).
Nel tempo, comunque, anche la minoranza friulana ha saputo dotarsi di valide strutture per affermare la propria particolarit (si pensi
alla Societ filologica friulana o, tra le iniziative pi recenti, allOsservatorio regionale della lingua e della cultura friulane); e, nonostante
i problemi legati, da un lato, alla necessit di contrastare la crisi nelluso della propria parlata e, dallaltro, alle ipotesi di elaborazione di
una variet sovralocale (un friulano standard contrapposto alla frammentazione dialettale), la sua cultura rimasta una delle pi vive in
Italia.
Diverse sono le condizioni di altre lingue, parlate da comunit
insediate in spazi ben pi circoscritti rispetto a quelli di Sardi e Friulani:
loccitano , ad esempio, presente oltre che nella sua regione storica
(lOccitania) nel sud della Francia e in alcune zone della Spagna (la
Val dAran, in Catalogna) in Piemonte (le Valli Occitane delle Alpi
occidentali) ed in Calabria (il comune di Guardia Piemontese, ove
la parlata occitana frutto di un antico insediamento di valdesi l
rifugiatisi tra il XIII ed il XIV secolo spinti da esigenze economiche,
oltre che per sfuggire alle persecuzioni). Mentre, per, in Francia
tale lingua non gode di alcuna forma di riconoscimento o autonomia,
mancando, oltretutto, unidentit comune ai gruppi e alle regioni
che si vorrebbero riunire sotto la denominazione di occitani , nel
nostro Paese essa con i suoi probabili . locutori lingua
minoritaria tutelata dalla legge.
. Fino alla prima met del Novecento, loccitano veniva chiamato per lo pi lingua
doc o provenzale. Dagli anni sessanta il termine occitano, implicante un riferimento linguisticogeografico esteso, divenuto consueto, mentre provenzale passato a
designare la parlata occitana in uso nella sola Provenza.
. Lapogeo delloccitano in Francia si ebbe tra gli ultimi decenni dellXI e la met del
XIII secolo, quando questa non soltanto era una lingua unificata e veicolare, ma fungeva
anche da lingua giuridica ed amministrativa, e ricca era la sua letteratura. Poi, in seguito
allinvasione della Linguadoca, Luigi VIII estese il proprio dominio politico a sud e la
lingua dol, diffusa fino ad allora nel solo nord, divenne predominante. Da allora, la politica
accentratrice di Parigi, unita al prestigio del francese, ha indebolito loccitano, che resiste
ancora per lo pi nelle aree rurali e meno densamente popolate.
. Particolarmente difficile in questo caso stabilire un numero esatto, anche perch
le amministrazioni comunali che, in Piemonte, hanno deliberato (a volte strumentalmente,
al fine di ottenere vantaggi politici ed economici) lappartenenza allarea occitana sono ben
pi dei comuni in cui storicamente dimostrato luso di tali variet.

Lingue e spazi

In un territorio la cui economia ha risentito fortemente dellindustrializzazione della pianura piemontese e dei fondovalle osserva
Telmon () e in una condizione in cui il bi o il plurilinguismo
hanno sempre rappresentato la normalit, le parlate occitaniche sono
venute assumendo il rango di codice della quotidianit pi informale;
questo da un lato ha accentuato le tendenze disgregatrici interne, e
dallaltro ha visto crescere, da parte delle lingue di prestigio, la sovrapposizione e loccupazione di domini linguistici e di interazioni che
pure erano di competenza del patois. Di tale situazione pressoch
totale la coscienza degli stessi locutori, tant che da parte degli stessi
movimenti autonomisti questa consapevolezza si riflette spesso in
propositi di prospettive bi o plurilingui piuttosto che in programmi di
ritorno ad un monolinguismo che, in verit, non ha mai fatto parte
della storia linguistica di queste valli (id., p. ).
La presa di coscienza di una specificit linguistica occitana avvenuta, comunque, in Italia abbastanza di recente, anche in conseguenza
delle differenziazioni esistenti tra le popolazioni che si soliti mettere
assieme sotto questa denominazione, prive di una identit comune;
stato solo negli anni sessanta, infatti, che, sulla scia della pubblicazione del lavoro di Corrado Grassi e in seguito alla fondazione della
Escolo du Po (Scuola del Po), primo organismo di studio di tale
patrimonio in Italia, la cultura occitana si risvegliata ed venuto
gradualmente maturando un senso di appartenenza ad essa. Passato,
per, quel primo periodo in cui loccitanismo assunse forme pi apertamente rivendicative trovando prima un supporto nel felibrismo di
matrice mistraliana e rifacendosi poi alle idee del teorico di origini
guasconi Franois Fontan , lazione proseguita secondo modalit
diverse: numerose sono state e restano le iniziative portate avanti da
gruppi di cultori e associazioni attivi nella valorizzazione delle tradizioni, ma spesso tali specificit sono state utilizzate pi come fattori di
. Correnti e contrasti di lingua e cultura nelle valli cisalpine di parlata provenzale e franco
provenzale, Giappichelli, Torino, .
. Fondato in Francia a met dellOttocento da Frdric Mistral insieme ad altri poeti,
il movimento letterario del Felibrismo (Flibrige) si proponeva di salvaguardare e riportare
in auge la lingua doc, parlata un tempo dai trovatori medievali, ma relegata dallavanzata
del francese alluso domestico.
. Secondo Fontan lOccitania era una nazione e, in quanto tale, aveva diritto ad erigersi
in uno Stato indipendente.

. La variet linguistica dellItalia

richiamo turistico che non quali elementi attorno a cui realizzare un


effettivo recupero del patrimonio culturale e linguistico locale.
Parlato sia in Francia (media valle del Rodano, Giura e Savoia) che
nella Svizzera francese e in Italia in Valle dAosta, nelle valli arpitane
piemontesi e nei comuni pugliesi di Celle San Vito e Faeto, in provincia
di Foggia poi il francoprovenzale (o arpitano), lingua romanza che
con il francese e loccitano forma il gruppo delle lingue galloromanze.
Data la frammentazione geografica, risulta difficile compiere una stima
dei parlanti francoprovenzale in Italia; sembra comunque che ve ne siano
circa ., concentrati prevalentemente nella Valle dAosta. Proprio
le valli piemontesi e valdostane, daltra parte, conservano ancora luso
quotidiano della parlata; in Francia e in Svizzera, invece, il francese lha
progressivamente soppiantata, anche perch malgrado la vasta estensione della sua area di diffusione ai suoi locutori mancata la coscienza
di costituire un gruppo a s. Essendosi imposto precocemente luso del
francese come lingua veicolare, amministrativa e di cultura, in questarea
storicamente frammentata dal punto di vista politico non si mai riuscita
a sviluppare una koin regionale e le singole variet dialettali non hanno
mai espresso un vero prestigio ed una significativa produzione letteraria;
lo stesso tentativo, fatto nel corso degli anni settanta, di elaborare una
variet sovradialettale formalizzando uno standard artificiale basato sui
tratti linguistici comuni non ha trovato applicazioni pratiche al di fuori
dei contesti militanti, e la vitalit dei patois rimasta, di fatto, assegnata
alluso orale (Orioles, ).
Difficile tracciare esattamente i confini dellarea di parlata francoprovenzale. Se per ci che concerne la Valle dAosta tale territorio
. Sembra che tra la fine del XIII e linizio del XIV secolo fossero giunti gruppi di coloni
provenzali per ripopolare la zona, resa in gran parte deserta dalla guerra ingaggiata dai sovrani
angioini contro i saraceni di Lucera; probabile, daltra parte, che su questo ceppo si siano
poi innestate colonie di valdesi in fuga dalle persecuzioni religiose (Olmi, ).
. Lespressione francoprovenzale venne coniata dallAscoli () per accomunare
tutti i dialetti galloromanzi non riconducibili n al francese, n alloccitano (a quellepoca
chiamato provenzale), ma che presentavano analogie sia con luno che con laltro; essa
per dava limpressione di riferirsi ad una commistione tra lingue diverse o ad un insieme
indefinito di dialetti pi che ad una variet linguistica indipendente. Proprio per ovviare a ci,
si preferisce oggi parlare di francoprovenzale (senza trattino) oppure utilizzare il termine
arpitano, neologismo creato in Francia a partire dalla radice arp (variante locale di alp).
. Pi che per indicare unetnia o una nazione, possiamo quindi parlare di francoprovenzali per riferirci ad una famiglia di parlate autonoma sia rispetto al francese dol che alla
lingua doc.

Lingue e spazi

corrisponde, in linea di massima, con quello regionale, pur vero che


la sua diffusione non appare uniforme: nel fondovalle, per quanto in
misura sempre meno rilevante, ancora presente il piemontese, mentre la forza dellitaliano e del francese ha relegato la pratica dei patois
alle alte valli e ai centri in cui lo sviluppo turistico risultato minore o
meno frequenti appaiono i contatti con lesterno . Numerose sono,
comunque, le iniziative di valorizzazione portate avanti da centri e associazioni che cercano di promuovere il patrimonio culturale locale .
Per ci che riguarda, invece, le valli arpitane della provincia di Torino
e quindi, da nord verso sud, la Val Soana, la Valle dellOrco, le Valli di
Lanzo, la Val Cenischia, la bassa Valle di Susa e la Val Sangone , lavanzata del piemontese e la sempre maggiore diffusione dellitalofonia
hanno ridotto considerevolmente larea di lingua francoprovenzale,
in passato pi estesa verso la pianura, e lutilizzo del patois rimane
circoscritto da condizioni di trilinguismo e diglossia ai livelli pi bassi
della prassi comunicativa .
Ad ogni modo, i segnali di risveglio e le dichiarazioni dinteresse
nei confronti dei dialetti di questo tipo nota Porcellana ()
appaiono intrinsecamente connessi alla gestione dei benefici previsti
dalla legislazione nazionale, e lelaborazione di una simbologia nazionalitaria legata alla valorizzazione del francoprovenzale sembra
potersi spesso ricondurre alla funzionale affermazione di unidentit
sovralocale su cui molti studiosi hanno espresso le proprie perplessit;
nella presa di coscienza dei diversi gruppi francoprovenzali sembra
infatti potersi individuare pi una regia esterna rispetto al reale vis. La maggior parte dei patoisants dunque bi o trilingue, in quanto conosce e adopera,
accanto al patois, anche litaliano e, in certi casi, il piemontese.
. In collaborazione con il Centre dtudes francoprovenales di Saint Nicolas, ad
esempio, il Bureau Rgional pour lEthnologie et la Linguistique organizza dal il
Concours de Patois Abb Cerlogne, che coinvolge numerosi alunni delle scuole materne,
elementari e medie della Valle dAosta (ed ultimamente anche della Savoia, delle valli
arpitane del Piemonte e delle comunit alloglotte di Faeto e Celle San Vito); tale concorso
che ruota ogni anno attorno ad un tema riguardante la civilt alpestre, spingendo gli
studenti a compiere ricerche di tipo linguistico ed etnografico nei loro villaggi si propone
di suscitare nelle nuove generazioni linteresse per il dialetto.
. Osserva Telmon che mentre in Valle dAosta il patois, pur restando al polo basso
della diglossia, funzionalmente ben compartimentato nella comunicazione familiare e di
villaggio, e riceve inoltre sanzioni positive anche a livello politico, nelle altre valli non vi
nulla che contrasti la talvolta anche aspra sanzione negativa che la scuola ha secolarmente
decretato nei confronti del patois e di chi lo parla (, p. ).

. La variet linguistica dellItalia

suto delle comunit che non la concreta condivisione di un comune


percorso teso alla riappropriazione (o allinvenzione) di tale identit
(Toso, ).
La minoranza linguistica ladina infine considerata parte, insieme
alle parlate grigionesi e a quelle friulane, del gruppo retoromanzo, in
virt di una convergenza di caratteristiche linguistiche comuni che
farebbe, come si detto, ipotizzare unantica unit tra le tre variet
insediata nella parte orientale dellarco alpino, tra Trentino Alto
Adige e Veneto, nelle valli che circondano limponente massiccio del
Sella: la Val Badia con la valle tributaria di Marebbe, la Val Gardena, la
Val di Fassa, Livinallongo e Cortina dAmpezzo. Sviluppatosi a partire
dalla romanizzazione delle Alpi , il ladino dolomitico oggi parlato
da circa . persone; riconosciuto come lingua minoritaria dallo
Stato italiano, viene tutelato con diverse norme riguardanti, tra le
altre cose, linsegnamento nelle scuole nelle province di Bolzano e
Trento.
Se un tempo le variet ladine erano diffuse su unarea ben pi
vasta e fu a partire dal Medioevo che lavanzata delle popolazioni
germanofone, da un lato, e lespansione dei dialetti italiani, dallaltro,
ne ridussero via via il territorio, oggi possibile tracciare un confine
linguistico preciso soltanto in riferimento allarea germanofona, dal
momento che verso il Veneto e il Trentino i caratteri ladini vanno progressivamente diluendosi. Quanto, poi, alle differenziazioni culturali
riscontrabili allinterno dellarea di Belluno, Toso () sottolinea
come queste rimandino a loro volta alle vicende amministrative di un
territorio che fu storicamente diviso tra la Repubblica di Venezia ed il
Tirolo, e che acquis una strutturazione unitaria solo dopo la Prima
guerra mondiale: non un caso allora egli nota se gli abitanti
dei territori appartenuti allAustria si sentono tradizionalmente legati
allarea ladina della provincia di Bolzano, mentre quelli del Cadore,
parte del territorio veneto, pur sostenendo la propria specificit, non
. Le popolazioni che abitavano le Alpi prima della conquista romana (i Reti) avevano
sviluppato una considerevole civilt gi dal V secolo a.C.; esse andarono assumendo la
lingua latina, che col passare delle generazioni si trasform in ladino (retoromancio).
Verso il d.C., il territorio ladino fu a poco a poco spezzettato, e larghe parti furono
germanizzate o italianizzate; in questo modo lantico areale linguistico, esteso dal San
Gottardo allAdriatico, venne diviso nelle tre zone separate che da allora hanno avuto
unevoluzione autonoma: i Grigioni, le Dolomiti ed il Friuli.

Lingue e spazi

hanno manifestato una vivacit politica e culturale paragonabile a


quella delle altre aree. Ed per questo inoltre aggiunge che si
parla, a tal proposito, di una ladinit tirolese come espressione di
una vera e propria minoranza nazionale, e di una ladinit veneta
storicamente integrata, invece, nel panorama italiano.
... Colonie linguistiche
Il secondo gruppo che possiamo individuare allinterno del quadro nazionale composto da quelle comunit arrivate in momenti diversi
da altri Paesi che, insediatesi in ambiti spaziali circoscritti, hanno
mantenuto la loro identit culturale bench immerse in un contesto
differente. Si tratta di piccoli gruppi che parlano lingue appartenenti a
famiglie diverse.
Sulla costa nordoccidentale della Sardegna, ad Alghero, circa
. persone (il % degli abitanti della cittadina) parlano catalano , lingua che, pur riconosciuta come minoritaria dallo Stato italiano
e dalla Regione Sardegna, non ha ancora ottenuto forme concrete di
tutela e valorizzazione da parte delle autorit centrali e regionali.
Le origini di questisola linguistica possono essere fatte risalire
allinizio del XIV secolo, ovvero agli anni in cui Alghero fondata
dai Genovesi nella prima met dellXI secolo in una localit abitata
fin dal Neolitico e a lungo possedimento dei Doria fu conquistata
dagli Aragonesi . Il sistema feudale instaurato da Alfonso IV suscit
aspre sollevazioni contro i nuovi dominatori, e proprio ad Alghero le
resistenze alla dominazione catalana si concentrarono. Nel Pietro
IV, figlio di Alfonso, organizz una spedizione in Sardegna per sedare
la rivolta e confermare i diritti di sovranit sullisola, consacrati dallautorit di Papa Bonifacio VIII gi alla fine del XIII secolo; fu cos che
da Alghero, nel , dopo una nuova sommossa, vennero espulsi i
cittadini sardi e genovesi e la zona fu ripopolata da catalanoaragonesi
provenienti da Valencia, Barcellona e Tarragona, ai quali, in cambio di
unassoluta fedelt al sovrano, furono concessi particolari benefici eco. Il dialetto parlato ad Alghero costituisce una sottovariet del gruppo dialettale
orientale del catalano.
. Alfonso IV dAragona era riuscito, nel , a prendere possesso della Sardegna
conquistando prima Cagliari e Iglesias e poi il resto dellisola.

. La variet linguistica dellItalia

nomici . Passata la Sardegna, in seguito allunione dellAragona con


la Castiglia, nel , sotto la dominazione castigliana, e successivamente, nel , entrata lisola a far parte del regno sabaudo, Alghero,
ormai di cultura catalana, resistette ai cambiamenti e mantenne i
contatti con la Catalogna, riuscendo probabilmente a conservare la
sua parlata proprio perch fu lunica localit sarda la cui popolazione
era integralmente o in maggioranza catalana (Olmi, ; Bellinello,
).
Distante fisicamente dalla madrepatria, il catalano di Alghero se
ne distingue tanto per arcaicit quanto per aver subito linflusso
gli influssi del castigliano e del sardo prima e dellitaliano poi ;
contribuisce, daltra parte, alla saldezza dellalgherese anche una
pi diffusa coscienza linguistica ed una maggiore consapevolezza storica rispetto alle colonie galloitaliche esistenti in Italia (Telmon, ). Il mutamento delle condizioni di vita, unitamente alla
crescita delle migrazioni provenienti dallinterno dellisola e allo
sviluppo del turismo, ne hanno intaccato lambito di diffusione,
tant che lalgherese, nelluso comune, viene mantenuto ancora
in vita da coloro che hanno vissuto in quello che era il contesto
sociale tipico fino agli anni settanta, e cio prevalentemente dalle
persone anziane; ciononostante la cultura catalana continua qui
a mostrare un discreto dinamismo: numerose sono le iniziative
attuate sia dallamministrazione locale che da diverse associazioni
culturali che mirano a tener vivo luso di tale lingua e importanti,
in tal senso, sono i segnali che arrivano dalla societ.
Sempre in Sardegna, ma sul versante sudoccidentale, e precisamente nelle isole di San Pietro (nel Comune di Carloforte) e SantAntioco (a Calasetta), circa . persone parlano abitualmente
il tabarchino, variante del ligure giunta nel XVI secolo a Tabarca
. Secondo alcuni, si trattava di prigionieri delle carceri spagnole amnistiati purch si
trasferissero nella nuova colonia.
. Molti termini sono presi a prestito dal sardo, la cui influenza si fa sentire anche
nella sintassi e nella fonetica; ancora maggiore, in seguito alla scolarizzazione e alla
diffusione dei mass media, per linfluenza dellitaliano (Bellinello, ).
. A tal proposito si pu citare lintroduzione dellinsegnamento del catalano
nelle scuole primarie, cos come la pubblicazione di alcuni periodici (primo fra tutti
LAlguer) in algherese; il Comune di Alghero, poi, in accordo con le politiche europee
e con la legislazione italiana, ha equiparato la toponomastica in algherese a quella in
italiano.

Lingue e spazi

piccola isola della Tunisia data in concessione dal bey di Tunisi alla
famiglia genovese dei Lomellini, che ad essa erano interessati per
la pesca del corallo e successivamente trapiantata in Sardegna,
laddove oggi ancora presente. Mutate infatti le condizioni politiche
in Tunisia, diminuito il corallo, cresciuta lingerenza della Francia e
divenute maggiori le pressioni della dinastia locale per rafforzare il
controllo sul territorio, nella prima met del XVIII secolo un cospicuo
gruppo di Tabarchini cerc asilo altrove, accogliendo linvito di Carlo
Emanuele III di Savoia a contribuire al ripopolamento di alcune terre
sarde allora disabitate. Si stabilirono cos dapprima (nel ) nellisola
di San Pietro ove fondarono il centro che, in omaggio al sovrano,
fu chiamato, appunto, Carloforte e quindi, trentanni pi tardi, a
Calasetta, sulla costa di SantAntioco . Superate le difficolt dei primi
periodi, in cui alcune epidemie decimarono la popolazione, e bonificate ampie zone paludose, il nucleo primitivo delle due colonie and
crescendo nel tempo; oggi gli abitanti di Carloforte sono circa . e
quelli di Calasetta ..
Mantenuta integra la loro identit culturale, estremamente attaccati
alle loro tradizioni, essi hanno conservato un uso molto ampio della
parlata, tant che pur avendo attinto alcuni elementi dallarabo, dal
sardo, dal siciliano e dal ponzese limpiego del tabarchino da sempre
tratto tipico delle consuetudini linguistiche della popolazione, anche
caso unico nel contesto delle minoranze linguistiche presenti in Italia
presso le generazioni pi giovani. Promosso e salvaguardato a livello
locale, riconosciuto nel come lingua minoritaria dalla legislazione
regionale sarda, che attribuisce ad esso la stessa valenza culturale delle
altre parlate diffuse sullisola, il tabarchino per ignorato dalla legislazione nazionale; a differenza dei Sardi e dei Catalani di Alghero, pertanto,
i suoi locutori non sono considerati dallo Stato italiano come costituenti
una minoranza linguistica e, soli in tutta la Sardegna, non possono fruire
dei benefici della legge / (Toso, e ).
. In seguito a tale concessione (probabilmente una ricompensa per la liberazione
dellisola dalle incursioni del corsaro turco Dragut), i Lomellini colonizzarono Tabarca
trapiantandovi un gruppo di abitanti di Pegli dediti, appunto, alla pesca del corallo. Qui
la comunit prosper fino allinizio del Settecento, sviluppando intensi commerci con le
popolazioni del retroterra.
. Contestualmente, il tabarchino fu impiantato anche sullisola di Nueva Tabarca, in
Spagna, presso Alicante, dove per si estinse allinizio del XX secolo.

. La variet linguistica dellItalia

Permeabili allingresso di piccole comunit germanofone sono state poi, in pi momenti storici, le Alpi; stabilitesi in territorio italiano,
tali comunit vi hanno trovato spazio per unautonomia culturale che
ha consentito loro di perpetuare forme di organizzazione sociale ed
economica molto simili a quelle dei territori di provenienza. Cos
accaduto, ad esempio, per i Walser, popolazione parlante un dialetto
germanico (rientrante nel gruppo dellalemanno superiore) migrata,
tra il XII ed il XV secolo, dallAlto Vallese, dove si era stabilita attorno
allVIII secolo, nella regione alpina, in pi direzioni : nella zona di
Berna prima, poi nella parte orientale della Svizzera e in quella occidentale dellAustria, e infine in Italia, sulle Alpi Pennine, attorno al
Monte Rosa. Concentrati, in Italia, nella valle del Lys e in quella di
Ayas (in provincia di Aosta), in Val Formazza e in Val dOssola (provincia di Verbania), e nellalta Valsesia (Vercelli), questi gruppi sono
riusciti a mantenere la memoria delle proprie origini e certi caratteri culturali e linguistici peculiari. E nonostante il regresso della loro
parlata , consistente soprattutto a partire dal secondo dopoguerra,
molti continuano ad essere impegnati nellorganizzazione di iniziative volte oltre che ad attrarre turisti a preservare le antiche
tradizioni walser: alcuni istituti di ricerca e fondazioni si occupano
di promuovere incontri e convegni sul tema, sviluppando essi stessi,
in certi casi, unattivit di studio della lingua e della cultura walser, e
numerosi sono stati i progetti di recupero e valorizzazione di questo
antico idioma portati avanti negli ultimi anni.
Nella Val Frsina, a pochi chilometri da Trento, sopravvivono invece alcuni insediamenti (Fierozzo, Frassilongo, Pal) in cui tuttora
parlata una variante arcaica di bavarese; si tratta di quel che resta di
unarea pi vasta che fu popolata, a partire dal XIII secolo, da gruppi
di contadini germanofoni (e poi, tra il XIV e il XV secolo, da minatori
attratti dai giacimenti presenti nella valle), chiamati dai feudatari di
Pergine al fine di render produttivo un territorio fino a quel momen. Lemigrazione avvenne probabilmente per una serie di ragioni: le dure condizioni
di vita ed il sovrappopolamento delle terre dellAlto Vallese; le favorevoli condizioni
climatiche, che resero possibile la sopravvivenza anche ad alte quote; gli incentivi alla
colonizzazione di nuove terre e, quindi, alla creazione di nuovi insediamenti.
. In Italia, lungo lintero arco alpino, quelli che parlano ancora il walser sono oggi
pressappoco la met dei circa . abitanti di tutti i centri interessati dal fenomeno (Toso,
).

Lingue e spazi

to limitatamente antropizzato . Minoranza dalla storia travagliata ,


quella mchena dal tedesco machen (fare), con riferimento a questo come ad un popolo di lavoratori oggi riconosciuta dallo Stato
italiano ed interessata dalle norme di tutela e promozione del Trentino
Alto Adige, e conta poco pi di . locutori .
Altri gruppi parlanti un dialetto bavarese arcaico il cimbro
si stabilirono invece, tra lXI e il XIV secolo, prima nel Trentino (tra Folgaria, Lavarone, Luserna e zone limitrofe) e quindi
sullaltopiano di Asiago. Il loro arrivo non fu casuale: essi vennero
espressamente chiamati dai vescovi del tempo per ripopolare aree
quasi del tutto abbandonate in seguito a guerre ed epidemie, ed intrapresero lattivit di pastori nelle aree dellalpeggio del Trentino,
o fecero i boscaioli, i carpentieri e i carbonari nei centri dellaltopiano di Asiago e della zona dei Monti Lessini (Bellinello, ).
Riunite in due leghe (quella dei Tredici Comuni Veronesi e quella
dei Sette Comuni Vicentini) che godettero di ampia autonomia,
oltre che di numerosi privilegi, fino alla caduta della Repubblica di
Venezia per mano delle truppe francesi, nel , tali colonie per
osserva Telmon () immerse in una societ che nei dialetti
veneti prima e nellitaliano regionale poi identificava il progresso
economico e la modernizzazione, persero progressivamente luso
della loro lingua: mentre tra il Cinquecento ed il Settecento la comunit cimbra poteva contare circa . membri, attualmente si
. Proseguita la loro attivit nel corso dei secoli, a questi gruppi fu poi concessa, nel
Settecento, la licenza di commercio ambulante nellimpero austroungarico; ci consent
loro di mantenere i contatti col mondo germanofono, tenendo viva la lingua.
. I discendenti di questi coloni furono costretti, allo scoppio della Prima guerra
mondiale, ad abbandonare le loro terre; a quelli rimasti, invece, durante il fascismo fu
proibito luso del tedesco. Dopo il , molti di loro optarono per la cittadinanza tedesca, ma
alla fine della Seconda guerra mondiale, in buona parte, fecero ritorno nei luoghi dorigine
(Olmi, ).
. Lelevata percentuale di alloglotti rispetto al totale degli abitanti di Fierozzo, Frassilongo e Pal oltre l% secondo Telmon () dipenderebbe sia dallisolamento
geografico di questa valle, poco interessata dal turismo di massa, che dalla persistenza delle
attivit economiche tradizionali.
. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non esiste alcun rapporto tra
questi gruppi e la trib germanica dei Cimbri, proveniente dallattuale Danimarca, che
fu sconfitta nel a.C. da Caio Mario ai Campi Raudii, presso Vercelli.
. Zimberer (da cui, appunto, cimbro) erano, nel tedesco medievale, i taglialegna
emigrati dalla Baviera in cerca di lavoro.

. La variet linguistica dellItalia

stima che le persone in grado di parlare o comprendere tale variet


bavarese arcaica siano poco pi di duemila . Il cimbro sopravvive a
Luserna (in provincia di Trento), dove viene parlato da quasi tutta la
popolazione, e sugli altipiani di Asiago (a Roana, in provincia di Vicenza) e dei Tredici Comuni (Giazza, frazione di Selva di Progno),
dove per conta ormai solo poche decine di locutori .
Nel Veneto unisola linguistica germanofona poi presente a Sappada, comune della provincia di Belluno con allincirca . abitanti;
somigliante sia al cimbro che alla parlata bavarotirolese delle comunit germanofone della Carnia, il dialetto di Sappada arrivato qui nel
Medioevo spesso, in virt dei suoi caratteri peculiari, oggetto di
studi e di iniziative culturali, e negli ultimi anni stato al centro anche
di svariati progetti di valorizzazione in ambito scolastico. Nel Friuli,
in provincia di Udine, dialetti germanici simili di tipo carinziano sono
parlati da alcune centinaia di persone a Sauris , Timau (frazione del
comune di Paluzza), come pure in alcuni centri della Val Canale (Tarvisio, Malborghetto Valbruna con la frazione di Ugovizza e Pontebba
con quella di San LeopoldoLa Gleisie). Anche in questi casi si tratta
di isole linguistiche che devono la loro origine alle migrazioni di genti
germaniche che hanno avuto luogo durante il Medioevo.
Per ci che riguarda, poi, lItalia meridionale, non si possono non
. Per la pi antica colonia cimbra, quella dei Sette Comuni, a nord dellodierna
provincia di Vicenza federazione indipendente viva e fiorente per cinque secoli, fino
allavvento di Napoleone, poi annessa (nel ) al Regno dItalia il colpo mortale
arriv con la Prima guerra mondiale: trovatisi in piena linea di fronte, i Cimbri vennero
evacuati nella pianura padana, dove furono costretti a parlare italiano per non essere
scambiati per nemici; molti di essi non tornarono pi sullaltopiano.
. La Provincia di Trento ha censito nel complesso, come appartenenti alletnia
cimbra, circa persone (Toso, ); la Regione Veneto, invece, non fa rilevazioni di
questo tipo, mancando qui leggi specifiche per la salvaguardia e la valorizzazione delle
minoranze linguistiche storiche.
. Secondo alcuni studiosi, nel corso dellXI secolo alcune famiglie provenienti dallAustria, con lautorizzazione del Patriarca di Aquileia e dietro pagamento di una somma
annuale, si stabilirono nella valle, allepoca terra disabitata e incolta.
. Il saurano, a causa di un isolamento durato secoli, conserva tratti arcaici; la popolazione del paese comunque generalmente trilingue, parlando anche litaliano e il
friulano.
. Il timavese, contraddistinto sia da un discreto numero di arcaismi che da una
considerevole quantit di prestiti italiani e friulani, ha una sua grafia, elaborata dallIstituto
di Cultura Timavese. I giovani che parlano correntemente tale dialetto sono, per, sempre
meno numerosi.

Lingue e spazi

considerare quelle colonie di lingua croata, greca e albanese, nate


anchesse dal trasferimento in nuovi contesti (ambiti territoriali circoscritti e tra loro non contigui) di collettivit in grado di tenere in vita
le proprie caratteristiche culturali.
Il croato (o slavisano) oggi parlato da circa .. persone nei
tre comuni molisani di Acquaviva Collecroce, San Felice del Molise
e Montemitro, in provincia di Campobasso. Tali colonie andarono formandosi intorno al XVXVI secolo, quando, per sottrarsi alla violenza
turca, gruppi di cittadini dalmati dapprima si rifugiarono sulla costa e
quindi decisero di salpare verso lItalia, in cerca di una nuova sistemazione. Accolti benevolmente dai feudatari locali, interessati a trovare
nuove braccia che riportassero a coltura terre rimaste inutilizzate per
decenni, tali profughi ripopolarono villaggi gi esistenti ma svuotati
dalle calamit naturali e sociali che avevano colpito la zona (Bellinello,
). Col passare del tempo, per, la compattezza etnica and sfaldandosi e la penetrazione della cultura italiana si fece pi incisiva; fu cos
che molti insediamenti dellarea slava come San Giacomo degli
Schiavoni, Palata, Tavenna persero progressivamente la loro lingua
dorigine.
Alla valorizzazione del patrimonio culturale della minoranza
croata sopravvissuta nei tre comuni molisani soprattutto in conseguenza della loro posizione geografica e della condizione di
isolamento in cui sono rimasti fino ad epoca recente fanno
oggi riferimento tanto la legislazione nazionale quanto alcune disposizioni regionali; rapporti culturali e accordi di reciprocit per
la tutela dei gruppi minoritari sui rispettivi territori sono inoltre
stati stabiliti direttamente con la Croazia. Tutto ci, per, non si
tradotto finora in forme di effettiva tutela, e i progetti realmente
portati avanti sono rimasti per lo pi affidati alla buona volont di
pochi. Il croato, comunque, presente nella toponomastica locale
e viene insegnato nelle scuole elementari e medie di Acquaviva
Collecroce, Montemitro e San Felice del Molise.
Due sono le aree dellItalia meridionale dove tuttora risiedono co. Qui il croato adoperato ormai solo da poche persone anziane in ambito familiare.
. Sia pur bilingui osservava Telmon () gli abitanti di questi tre centri
hanno mantenuto unelevata competenza del dialetto alloglotto: non solo chi ha appreso il croato come prima lingua continua a parlarlo, ma anche buona parte di coloro che
si esprimono in italiano o in molisano comunque in grado di capirlo.

. La variet linguistica dellItalia

munit di lingua greca: il Salento, nella provincia di Lecce, in Puglia, e


la Bovesa, in Calabria, nella provincia di Reggio Calabria ; circa ventimila persone, localizzate tra Calimera, Corigliano dOtranto, Martano,
Sternatia, Zollino, Martignano, Castrignano dei Greci, Melpignano e
Soleto nel primo caso e Bova, Bova Marina, Gallician, Roccaforte
del Greco, Roghudi e Condofuri nel secondo. Assai dibattuta stata
la questione relativa allorigine di queste popolazioni grecofone, discendenti, secondo alcuni studiosi, dagli antichi coloni della Magna
Grecia, qui stanziatisi fin dallVIII secolo a.C., o frutto, secondo altri, delle pi recenti colonizzazioni di epoca bizantina (tra il VI e il
XII secolo d.C.). Al di l, comunque, delle polemiche scientifiche tra
quanti come Gerhard Rohlfs e Georgios N. Hatzidakis hanno
sostenuto lidea di una continuit diretta con le tradizioni linguistiche
della Magna Grecia e quanti, invece, vi hanno contrapposto quella
di unorigine bizantina pi recente (si pensi, tra gli altri, agli italiani
Giacomo Morosi, Clemente Merlo e Oronzo Parlangeli), sta di fatto
che questo il nucleo alloglotto pi antico tra quelli immigrati in Italia.
Sviluppatisi autonomamente rispetto al greco moderno e subendo in
misura consistente linfluenza delle vicine parlate neolatine, i dialetti
grecanici dellItalia meridionale hanno per via via perso locutori: la
considerazione delle variet locali come marchio di inferiorit sociale,
unita prima allo spopolamento delle aree interne del Mezzogiorno,
poi alla diffusione dei mezzi radiotelevisivi e, pi di recente, allo sviluppo del turismo in molti di questi centri, hanno concorso a metterli
in crisi, e le iniziative di recupero che pure sono state portate avanti
(specie in ambito didattico) per contrastare tale tendenza poco hanno
potuto dinanzi ad un processo di erosione costante.
Ben pi consistente invece la componente di lingua albanese : in
tutto circa . persone disseminate in una serie di comunit, anche assai distanti tra loro, presso le quali la conservazione dellidioma
originario si presenta sovente alquanto differenziata (Toso, ). I
comuni che compongono la comunit arbreshe dellItalia meridio. Griko anche detto il greco parlato nel Salento, romaico quello parlato nella
Vallata dellAmendolea, tra il basso Ionio reggino e lAspromonte.
. La loro lingua una variante dellalbanese meridionale (il tosco), notevolmente
influenzata nel lessico dallitaliano e dai suoi dialetti, ed da alcuni anni riconosciuta come
lingua di minoranza nellambito delle amministrazioni locali e della scuola dellobbligo.
. Arbresh corrisponde alla dizione antica per albanese, mentre nellidioma ufficiale

Lingue e spazi

nale sono distribuiti tra la Campania (Greci, in provincia di Avellino),


il Molise (Montecilfone, Portocannone, Ururi e Campomarino, in
provincia di Campobasso), la Basilicata (massiccio del Pollino e zona
del Vulture), la Puglia (alcuni centri delle province di Foggia e Taranto), la Calabria (numerosi centri in provincia di Catanzaro, Cosenza
e Crotone) e la Sicilia (Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela e
Contessa Entellina, nella provincia di Palermo). Alla base di questo
frazionamento territoriale vi la storia degli insediamenti albanesi nel
nostro Paese, cominciata nel corso del XV secolo: fu nel , infatti,
che gruppi di contadini e soldati attraversarono lAdriatico al seguito
del generale Demetrio Reres, chiamato da Alfonso dAragona affinch
venisse in suo aiuto nella lunga guerra di successione al Regno di
Napoli . Lespansione turca nella penisola balcanica, poi, non fece
che incrementare ulteriormente tali flussi migratori, e gli Arbresh,
giunti nellItalia meridionale, poterono occupare tutta una serie di
villaggi . Unulteriore ondata, nella prima met del XVI secolo, ebbe
come protagonisti gli Arbresh della Grecia centrale, impiegati come
mercenari dalla Repubblica di Venezia e stanziati da Carlo V nel Meridione al fine di accrescere le difese contro la minaccia turca ; dopo
di allora, migrazioni isolate contribuirono o al consolidamento dei
gruppi gi presenti o alla creazione di nuove colonie.
Nel corso dei secoli, gli albanofoni dItalia sono riusciti a mantenere e a sviluppare la propria identit, e questo anche grazie al ruolo
culturale dei due seminari ecclesiastici bizantinoalbanesi della Sicilia e della Calabria . Isolati dalle popolazioni di parlata romanza da
del Paese viene ora utilizzata la forma moderna shqiptar.
. Gli Arbresh contribuirono alla creazione del Regno delle Due Sicilie, prima
intervenendo in aiuto di Alfonso dAragona (che li ricompens con alcune terre in Calabria)
e poi in sostegno di Ferdinando dAragona, che richiam le forze arbresh guidate da
Skanderbeg contro gli eserciti francoitaliani durante il periodo della guerra di successione
di Napoli (in questo caso ricevettero delle terre in Puglia).
. Limmigrazione dallAlbania favor la politica di ripopolamento portata avanti da
Ferdinando I nelle zone della Puglia e della Calabria che avevano perso abitanti in seguito
alla lotta tra le Case dAngi e dAragona.
. Insediati in villaggi isolati, gli Arbresh furono tradizionalmente soldati del Regno di Napoli o della Repubblica di Venezia dalle guerre di religione fino allinvasione
napoleonica.
. Gran parte delle comunit arbreshe conserva il rito grecobizantino, facendo
capo a due eparchie (diocesi orientali): quella di Lungro, per gli italoalbanesi dellItalia
meridionale, e quella di Piana degli Albanesi, per gli italoalbanesi di Sicilia.

. La variet linguistica dellItalia

cui i loro territori si trovavano circondati, hanno potuto conservare praticamente intatti fino allultimo dopoguerra costumi, usanze,
lingua dorigine; dopo di allora, tuttavia, neanche limpegno della
Chiesa grecobizantina e lopera di recupero delle tradizioni svolta dalle comunit arbreshe attraverso numerose iniziative culturali,
promozionali, didattiche , sono riuscite a contrastare le tendenze
in atto. Negli ultimi decenni consistente stato il calo demografico
conseguente allemigrazione e gli Albanesi si sono trovati coinvolti
dagli stessi problemi delle aree del Mezzogiorno che li hanno accolti;
per un numero sempre pi alto di essi, a contatto con la popolazione autoctona, si imposto, cos, un uso ben pi ampio dellitaliano
(Orioles, ).
... Lingue di minoranze nazionali
Del terzo grande insieme individuabile fanno infine parte quelle lingue minoritarie che, in regime di coufficialit con litaliano, rimandano ad altrettante minoranze nazionali che hanno i propri riferimenti
culturali e politici al di l dei nostri confini. Rispetto alle altre tipologie
minoritarie, queste lingue il tedesco dellAlto Adige, lo sloveno del
Friuli Venezia Giulia ed il francese della Valle dAosta presentano
proprie caratteristiche peculiari e, proprio in quanto parlate da gruppi
il cui nucleo centrale nazionale situato oltre i confini dello Stato
italiano, risultano tutelate da accordi di diritto internazionale .
La minoranza che ha ottenuto a livello legislativo, nellambito dello
Stato italiano, il riconoscimento del maggior numero di prerogative
tanto da poter essere ritenuta quella giuridicamente pi forte
sicuramente quella di lingua tedesca della provincia di Bolzano (cfr.
. Non esiste una struttura ufficiale che rappresenti a livello politico o culturale la
comunit arbresh; va per detto che in questi anni le province del Meridione con
presenza albanese (e in primis quella di Cosenza) hanno svolto un ruolo di coordinamento
istituzionale, e che diverse associazioni si propongono di proteggere e valorizzare questa
cultura.
. Ad una minoranza nazionale spettano diritti di tipo diverso (non maggiori o minori)
rispetto a quelli propri di una comunit etnica e, di norma, questi diritti sono sanciti da
trattati internazionali.
. In Trentino Alto Adige sono presenti tre gruppi linguistici: quello italiano, quello
tedesco e quello ladino. Il Trentino (la parte meridionale della regione, corrispondente alla
provincia autonoma di Trento) quasi completamente italofono, con comunit storiche

Lingue e spazi

Fig. .). Non stato un risultato semplice da raggiungere per: solo


attraverso una lunga serie di vicende storiche, infatti, gli abitanti di
questarea sono riusciti a conseguire una reale autonomia politica e
culturale.
Lodierno territorio dellAlto Adige (il Tirolo meridionale), popolato nellantichit da genti retiche e celtiche, fu profondamente
romanizzato a partire dal a.C.; dal IX secolo, per, la forte immigrazione germanica and via via riducendo larea in cui venivano
parlati dialetti ladini. Alla fine del XIII secolo le zone di lingua tedesca
sui due lati delle Alpi vennero fuse in una contea, quella del Tirolo,
che estese la sua influenza anche allarea italofona di Trento. Sotto il
controllo dellAustria dal XIV secolo fino al quando, in seguito
allinvasione delle truppe napoleoniche, fu annesso alla Baviera ,
col Congresso di Vienna il Tirolo tutto fu restituito allAustria. Le
spinte irredentiste sviluppatesi nel corso del XIX secolo portarono ai
primi riconoscimenti in favore della minoranza di lingua italiana, e
bench nessuno avesse sostenuto che anche Bolzano dovesse far parte
delle terre irredente, alla conclusione della Prima guerra mondiale
tanto il Trentino quanto lAlto Adige furono assegnati allItalia; ci
sanc lo smembramento dellantica contea tirolese e laccorpamento
delle popolazioni di lingua tedesca allItalia (Toso, ).
Alla venuta del fascismo corrispose lavvio di una politica di assimilazione forzata (e, dunque, di progressiva italianizzazione) dellintera
regione ex tirolese ; poi, nel , il governo italiano, in ottemperanza
allaccordo italotedesco sulle opzioni e per affrontare il problema
della forte attrazione che il pangermanesimo nazista e lannessione
dellAustria esercitavano sugli alloglotti altoatesini, indisse un refegermanofone (Mcheni e Cimbri), mentre lAlto Adige (con circa . abitanti) a
maggioranza germanofona, con una forte minoranza italofona. La Provincia autonoma
di Bolzano costituisce unarea trilingue: oltre due terzi degli abitanti sono di madrelingua
tedesca; il resto (circa il %) costituito da italofoni, concentrati per lo pi nel capoluogo
e nei maggiori centri della provincia (Merano e Bressanone), e ladini (poco pi del %).
. Tra laltro furono chiuse le scuole di lingua tedesca e luso di tale lingua venne
abolito dagli uffici pubblici.
. Mussolini, che aveva subito lAnschluss in cambio dellassicurazione che la Germania non avrebbe pi sollevato la questione dellAlto Adige, cerc una soluzione definitiva
con laccordo che dava alla popolazione di lingua non italiana residente nella provincia di
Bolzano la facolt di optare tra il trasferirsi nei territori del Reich o il rimanere in Italia,
integrandosi nella sua cultura.

. La variet linguistica dellItalia

rendum, da cui emerse che la maggioranza dei residenti sudtirolesi


era favorevole ad emigrare in Germania. La non facile applicazione
dellaccordo venne, per, interrotta dalle vicende belliche; lo scoppio
della Seconda guerra mondiale non permise, cos, che esso venisse
condotto a termine .
Durante il conflitto in seguito allarmistizio del e fino alla
fine della guerra lintera regione fu di fatto incorporata nel Reich;
nel , per, tramontate le speranze austriache di un mutamento di
confine, con gli accordi di Parigi, e in particolare con quelli siglati tra
Alcide De Gasperi (per il governo di Roma) e Karl Gruber (per quello
di Vienna), il Trentino Alto Adige tutto venne istituito come regione
autonoma a statuto speciale allinterno della quale ampie autonomie
amministrative e linguistiche venivano assicurate alla minoranza di
lingua tedesca . Questo solo in teoria, per, dal momento che nella
realt dei fatti lItalia non rispett i patti, sollevando le reazioni del
governo di Vienna che contest i criteri di attuazione adottati dagli
Italiani, facendo anche ricorso allONU e dei cittadini stessi. Dopo anni di grandi tensioni , acuite da tutta una serie di sanguinosi
atti terroristici ad opera del BAS (Befreiungsausschuss Sdtirol), nel
venne finalmente raggiunto un primo accordo su un pacchetto
di concessioni relative allampliamento delle competenze dellamministrazione provinciale di Bolzano; nel tali nuove competenze
vennero sancite ufficialmente, e allAlto Adige fu assicurato un considerevole livello di autonomia. stato grazie a questi provvedimenti
(a cominciare dalla piena parit della lingua tedesca, accanto allitaliano, in tutti gli usi pubblici), molti dei quali articolati sulla base del
principio della proporzionale etnica, cos come alla predisposizione di
specifiche norme attuative, che la comunit germanofona sudtirolese
(oggi circa . persone) ha ottenuto un reale riconoscimento sia
dal punto di vista politico che culturale.
. Tra il e il furono circa . i sudtirolesi che emigrarono.
. Stabiliti sulla base della rinuncia, da parte dellAustria, a mutamenti territoriali,
gli accordi De GasperiGruber prevedevano una larga autonomia ed un ampio potere
regionale ai fini della tutela del carattere etnico e dello sviluppo culturale ed economico
del gruppo di lingua tedesca.
. Sul piano politico, la Sdtiroler Volkspartei il partito che rappresenta gli interessi
delle minoranze tedesca e ladina della Provincia autonoma di Bolzano insistette nel
chiedere la separazione dellAlto Adige dal Trentino e il passaggio del Tirolo meridionale
alla Repubblica austriaca.

Lingue e spazi

Se per ci che riguarda la tutela della minoranza tedesca altoatesina


si giunti ad una risoluzione definitiva della questione nel , col
riconoscimento da parte del governo austriaco dellattuazione degli
impegni presi dallItalia, per la minoranza nazionale slovena la questione andata avanti pi a lungo senza che ci fosse una formale
dichiarazione di soddisfazione della Slovenia; solo grazie ad alcune
disposizioni recenti i problemi esistenti sembrano oggi avviarsi ad
una soluzione.
Nel Friuli Venezia Giulia formato, com noto, da due entit
assai diverse per tradizioni culturali, storiche e produttive (il Friuli
vero e proprio, con Pordenone, Udine e Gorizia, e la Venezia Giulia,
con Trieste) pur essendo litaliano parlato dalla quasi totalit degli
abitanti della regione, il friulano, lo sloveno e, in misura minore, il
tedesco costituiscono la lingua materna di molti. Il bilinguismo con
litaliano normale presso i friulanofoni. Gli Sloveni invece sono generalmente bilingui ma spesso anche trilingui (sloveno/friulano/italiano
nella provincia di Udine e in buona parte di quella di Gorizia, sloveno/veneto/italiano in quella di Trieste e in alcune zone del goriziano);
lo stesso si pu dire per i Tedeschi di Sauris e Timau (trilinguismo
tedesco/friulano/italiano). Nella Val Canale daltra parte a ragione
ritenuta, proprio per la presenza di diversi gruppi etnici, un valido
modello per lo studio della multiculturalit non raro che vi siano
persone (per lo pi anziane) in grado di esprimersi correttamente in
ben quattro idiomi: tedesco, italiano, friulano e sloveno .
La minoranza slovena in Italia, secondo le stime del Ministero dellInterno, composta da circa . persone, concentrate nella provincia
di Trieste e nella parte orientale delle province di Gorizia e Udine: aree,
queste, che si diversificano tanto da un punto di vista linguistico e culturale quanto per ragioni storiche e socioeconomiche. Gli slovenofoni
della provincia di Udine risiedono, per lo pi, nella cosiddetta Slavia
friulana o veneta, annessa allItalia nel , nella quale rientrano diversi
centri della Val Resia, della Valle del Torre e della Benecia centrale;
quelli della Val Canale, invece, appartennero storicamente alla Carinzia
. Si veda, a tal proposito, larticolo di Ernst Steinicke, Lucia Cirasuolo e tefka Vavti I
tedeschi e gli sloveni nella Val Canale quadrilingue. La diversit etnica in pericolo (in Boll. Soc.
Geog. it., vol. XI, fasc. , ).
. Una situazione simile, in Europa, riscontrabile soltanto nella Val dAran, dove
sono presenti loccitano, il francese, il catalano ed il castigliano.

. La variet linguistica dellItalia

e alla Carniola fino al . Se nella provincia di Gorizia la comunit


di lingua slovena presente lungo una stretta fascia al confine con la
Slovenia, a Trieste lo sloveno parlato nellintero territorio provinciale;
qui limmigrazione slovena inizi ai primi del Settecento ed assunse
grazie allo sviluppo industriale e commerciale della citt vaste proporzioni nella seconda met dellOttocento, coinvolgendo un retroterra
sempre pi ampio (Bellinello, ).
Negli anni del fascismo la componente slavofona annessa allItalia per effetto del Trattato di Rapallo del dovette subire
un pesante processo di assimilazione culturale, e forte fu anche la
pressione sulla comunit friulana, che il fascismo tent di utilizzare
in funzione antislava. Poi, conclusa la Seconda guerra mondiale e
liberata lintera regione dalloccupazione nazista , si pose il problema
della definizione dei confini tra la Jugoslavia e lItalia. Col Trattato di
Parigi () lItalia, sconfitta, perse gran parte della Venezia Giulia,
e quasi tutto il retroterra giuliano, insieme allIstria e alla Dalmazia,
and alla Jugoslavia; il territorio di Trieste, invece, venne diviso in due
zone: la prima (la zona A), comprendente Trieste e i suoi dintorni,
sarebbe stata occupata dagli alleati; laltra (zona B), con parte dellIstria
nordoccidentale, sarebbe andata agli Jugoslavi. Soltanto, per, dopo
qualche anno, nellottobre del , e dopo momenti di forte tensione
tra Italia e Jugoslavia, si arriv ad una spartizione di fatto decretante
il controllo jugoslavo sulla zona B e il passaggio dallamministrazione
alleata a quella italiana per la zona A, ossia Trieste, che veniva cos
riunita al Paese e solo dopo altri ventanni, nel , si giunse
ad accordo (il Trattato di Osimo) con cui le due parti riconobbero
reciprocamente la sovranit sui territori in questione.
Gli Sloveni rimasti sotto lamministrazione italiana ottennero il
riconoscimento e la tutela della propria specificit culturale; ci, per,
fu valido solo per una parte ristretta della comunit. Lattuazione delle
norme relative al bilinguismo infatti osserva Toso () non
riguard coloro che risiedevano nella provincia di Udine, tagliati fuori
. Il Friuli, dopo l settembre, era passato sotto il controllo diretto del Terzo Reich,
interessato ad avere uno sbocco sullAdriatico, oltre che a sottrarre le zone di confine
allinfluenza della Repubblica sociale italiana.
. Lunione in ununica entit politicoamministrativa di territori con popolazioni
molto diverse per storia, cultura e tradizioni, ha generato nel corso degli anni tutta una
serie di frizioni interne e rivendicazioni.

Lingue e spazi

dal lungo contenzioso ed estranei al controllo internazionale che interess i maggiori centri urbani e i loro dintorni, e questo non fece
che acuire la frattura esistente tra gli slavofoni di tale provincia che
non si sentivano parte di una stessa identit slovena e sostenevano
la specificit delle proprie tradizioni, oltre che delle proprie variet
dialettali e quelli di Gorizia e Trieste, favoriti dalla presenza di solide istituzioni culturali, attive gi in epoca asburgica. Ad ogni modo,
dopo anni di polemiche e discussioni , la situazione sembra essersi
avviata a nuovi, pi positivi sviluppi grazie allavvenuta approvazione,
da parte del nostro Parlamento, di una legge (la n. del febbraio
) a tutela dei diritti dei cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena residente nelle province di Trieste, Udine e
Gorizia, in seguito alla quale stato istituito un Comitato istituzionale
paritetico specificamente chiamato ad intervenire nella risoluzione dei
problemi di tale gruppo.
La terza lingua minoritaria che, in regime di coufficialit con
litaliano, corrisponde ad una minoranza nazionale che ha i suoi riferimenti culturali e politici in un altro Paese il francese della Valle
dAosta. Abitata dal IV secolo a.C. dai Salassi, popolazione di stirpe
liguregallica, questarea fu poi conquistata, nel a.C., dal console
Aulo Terenzio Varrone Murena, e nel suo territorio fu dedotta la colonia di Augusta Praetoria Salassorum, lattuale Aosta. Importante sotto
il profilo militare e strategico per il controllo dei valichi alpini, nel
Medioevo sub le invasioni di diversi popoli e fu oggetto di contesa
da parte di pi regni. Teatro di numerose incursioni saracene, venne alla fine sottomessa dai Savoia, che gi dopo il Mille vantavano
. Oltretutto, non avendo mai avuto gli Sloveni della provincia di Udine a differenza
di quelli delle province di Trieste e Gorizia la possibilit di un contatto costante con la
lingua letteraria, persisteva una diffusa diglossia e la loro variante era rimasta ad un livello
di lingua orale.
. Particolarmente distante dallo sloveno standard il dialetto resiano, percepito dai suoi
locutori, che hanno sviluppato una propria identit etnicolinguistica, come idioma a s stante.
. Barbina () ricorda come, nel , il governo italiano avesse affidato la risoluzione
della questione ad una commissione di esperti, che per aveva chiuso i suoi lavori tre anni
dopo senza essere arrivata ad un documento unitario. In quelloccasione, i rappresentanti
sloveni avevano chiesto, tra laltro, che la tutela fosse estesa anche ai territori storici, cio
a quei comuni della provincia di Udine nei quali un tempo abitavano genti slovenofone, e
che non si distinguesse fra comunit etniche slovenofone (quelle della provincia di Udine)
e minoranza nazionale slovena (per Gorizia e Trieste).

. La variet linguistica dellItalia

diritti feudali su alcune zone della valle; i Savoia, comunque, che la


trasformarono in ducato nel , concessero alla regione una certa
autonomia.
Limportanza del francese and crescendo a partire dal , anno in cui nei domini transalpini e in Valle dAosta fu imposto il suo
uso ufficiale. Investita, come il resto dellEuropa, dalla Rivoluzione
francese e annessa da Napoleone alla Francia insieme al Piemonte, la
Valle dAosta torn a far parte del Regno di Sardegna col Congresso
di Vienna; quando, per, col Trattato di Torino () i Savoia rinunciarono, in favore della Francia, al possesso dei propri territori al di l
dello spartiacque alpino, questa, con le valli di Susa ed il Pinerolese, si
trov ad essere una regione a lingua minoritaria nellambito del Regno
dItalia. Il francese, quindi, era stato escluso dal sistema scolastico e
dallamministrazione pubblica gi prima dellavvento del fascismo, e
non a caso una Lega per la difesa del francese (la Ligue valdtaine
di Anselmo Ran), primo movimento ad associare alla difesa della
lingua francese la diffusione del sentimento autonomista, esisteva gi
nei primi anni del Novecento. Il processo di italianizzazione forzata
portato avanti in epoca fascista non fece altro che alimentare ulteriormente le inquietudini esistenti: le idee a sostegno dellidentit
valdostana sfociarono prima, nel , nel Groupe valdtain daction
rgionaliste di JosephMarie Alliod, che nel suo programma sottolineava la necessit di condurre unintensa azione propagandistica che
desse a ciascun valdostano il senso della sua personalit regionale, e
poi, tre anni pi tardi, ne La Jeune Valle dAoste, movimento di
liberazione guidato dallabate JosephMarie Trves insieme a mile
Chanoux da cui sarebbe nato il primo nucleo della Resistenza .
Divenuta circoscrizione autonoma nel , la Valle dAosta ottenne
nel dalla neonata Repubblica italiana la concessione dello statuto
. Durante il fascismo, tra le altre cose, fu proibito luso del francese, si stabil luso
esclusivo dellitaliano nella pubblica amministrazione e nella stampa, vennero italianizzati i
toponimi, e si incoraggi limmigrazione di lavoratori dalle altre regioni italiane, favorendo
nel contempo lemigrazione di parte dei francofoni autoctoni.
. Numerosi intellettuali continuarono ad alimentare le idee di autonomia delle istituzioni valdostane, anche se la vera svolta politica fu la Dichiarazione dei rappresentanti
delle popolazioni alpine, siglata a Chivasso nel da Chanoux e Page e da esponenti del
movimento valdese. La Dichiarazione che definiva quanto avrebbe dovuto essere riconosciuto alle comunit alpine divenne da subito un testo di riferimento per le aspirazioni
autonomistiche.

Lingue e spazi

speciale; fu proprio il riconoscimento di questa forte autonomia


tanto dal punto di vista amministrativo che culturale a scongiurare
il pericolo di una secessione, rendendo possibile la normalizzazione
dei rapporti col governo centrale. Da allora, rappresentando la Francia come nota Toso () una sorta di tutor per la minoranza
nazionale valdostana, le politiche linguistiche hanno sempre cercato
di promuovere luso ben pi che del patois francoprovenzale, da
sempre adoperato ad ogni livello di comunicazione del francese, sebbene siano in pochi ad avere questa come lingua materna .
Pur essendo, dunque, la Valle dAosta ufficialmente bilingue e pur
continuando il francese, in un certo senso, ad essere il simbolo dellautonomia della regione, nella realt il francoprovenzale ad essere
ancora usato e diffuso nei piccoli centri e nelle valli laterali, rimanendo
la lingua effettivamente parlata da molti valdostani, ed litaliano
prevalente ad Aosta e nei centri pi grandi grazie allimmigrazione,
al turismo, al commercio ed ai legami col resto del Paese ad aver
soppiantato nelluso il francese, oggi adoperato per lo pi in ambito
culturale e politico.
.. La tutela delle lingue minoritarie
Per quanto la storia della tutela delle minoranze e dei gruppi culturali, etnolinguistici e religiosi possa farsi cominciare come hanno
sottolineato alcuni studiosi (cfr. Orioles, ; Toso, ) con il dibattito sulla condizione giuridica degli Indios successivo alla scoperta
dellAmerica e con il riconoscimento sancito dalla Pace di Westfalia () della libert di culto dei sudditi degli imperi, una vera
e propria riflessione teorica sullargomento and sviluppandosi nel
corso dellOttocento, attorno alla questione dellautodeterminazione
dei popoli. Fu per solo dopo la Prima guerra mondiale che si giunse
ad una discussione concreta, a livello internazionale, su tali argomenti:
nel , infatti, nellambito dei lavori della Societ delle Nazioni, per
. Il fatto che il francese, in base alla legge /, sia stato riconosciuto come lingua
minoritaria mostra la volont di adeguare le disposizioni nazionali allo spirito degli accordi
che, dal secondo dopoguerra, disciplinano il bilinguismo ufficiale nella regione (Orioles,
). E tutto ci conferma la natura politica della scelta di pertinenza linguistica standard
fatta.

. La variet linguistica dellItalia

la prima volta venne fatto espressamente riferimento alle minoranze


di nazionalit e razza in un passaggio del secondo progetto Wilson, e,
anche se nel testo finale tale riferimento venne fatto cadere, fu avviato
in quelloccasione un programma di tutela delle minoranze nazionali
presenti negli Stati di nuova formazione o allinterno dei nuovi confini
di Stati gi esistenti; lattenzione, tuttavia, era rivolta ancora pi ai
diritti dei singoli che non a quelli delle minoranze in quanto soggetti
giuridici.
Per ci che riguarda lItalia, invece, il problema della tutela delle realt alloglotte presenti sul territorio nazionale si posto pi di
recente: solo nel corso del secondo dopoguerra, durante i lavori dellAssemblea costituente, infatti, si cominci ad ammettere che anche
le espressioni delle culture locali diverse da quelle ufficiali andassero, in una qualche misura, valorizzate. Il processo di unificazione
nazionale, daltra parte, era avvenuto allinsegna del nazionalismo, e
lidea di nazione rappresentava allora unipotesi idealistica fondata
sullesistenza, oltre che di un comune retaggio storico, di ununica
lingua; quando, perci, il primo censimento del Regno dItalia, nel
, rivel che meno di un decimo degli abitanti del nuovo Stato
parlava litaliano, si pens che fosse possibile fondere in un insieme
coerente tutti i cittadini mediante leliminazione delle parlate locali .
La prima norma di portata generale a prendere in considerazione
largomento frutto di quei compromessi che avrebbero dovuto tenere a freno, con limpegno ad una particolare attenzione alle diversit
linguistiche, gli autonomismi regionali che andavano emergendo
fu larticolo della Costituzione, con cui la Repubblica riconosceva
la necessit di tutelare con apposite leggi le minoranze linguistiche ;
sempre la Costituzione, inoltre, attribuiva ad alcune Regioni unauto. Lo Stato liberale e, ancora di pi, quello fascista considerarono i dialetti, in quanto fattore di disunione, come un pericolo per lintegrit del Paese, e li osteggiarono
apertamente.
. La lettura degli atti dellAssemblea Costituente potrebbe essere utile per comprendere le incertezze diffuse gi allora tra chi doveva trattare una materia nuova nel diritto e
nella cultura italiani cercando, da un lato, di salvaguardare i principi di libert affermatisi
con la Resistenza e, dallaltro, di bloccare quelle forze disgreganti che in alcune regioni con
la fine della guerra erano emerse (Barbina, ).
. Larticolo , invece, sancisce luguaglianza e la pari dignit sociale di tutti i cittadini senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni
personali e sociali.

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noma capacit legislativa anche rispetto a certi aspetti riguardanti le


culture locali. A lungo, tuttavia, non fu chiaro se la tutela delle lingue
minoritarie andasse attuata con leggi regionali volte a mettere in pratica un principio costituzionale (quello dellarticolo ) o se la questione
fosse di competenza esclusiva del Parlamento. Ad ogni modo, ad una
riflessione pi generale tanto sul problema del loro riconoscimento
giuridico quanto sulla necessit di proteggere e valorizzare la diversit
linguistica si arrivati soltanto di recente , e si giunti ad una soluzione legislativa solo dopo un percorso difficile e lento, durato circa
ventanni; limpegno sancito dallarticolo , pi volte richiamato dagli
esponenti di varie comunit alloglotte, infatti rimasto inapplicato
fino allapprovazione della legge /.
Tale provvedimento lunico ad aver fissato regole generali, valide
su tutto il territorio italiano, relativamente ad una serie di situazioni
che vengono ritenute meritevoli di specifiche forme di valorizzazione , bench poi lelencazione delle lingue ammesse a tutela, che
pure evita di dare una definizione unica del concetto di minoranza
linguistica storica, di fatto vi ponga dei limiti arbitrari (Toso, ).
. Sostenute da un animus comunitario duramente messo alla prova nel corso dei secoli
da svariati fattori (la condizione di isolamento nelle rispettive localit, il calo demografico
e lemigrazione, la mutata situazione sociale ed economica, labbandono delle tradizioni
religiose, la prolungata indifferenza dellautorit statale), le culture minori hanno finito
talvolta con lavviare un processo di autoemarginazione; tale meccanismo si protratto
almeno fino al revival etnico degli anni settanta, alimentato nellordinamento italiano
dallincipiente regionalizzazione e dalla valorizzazione degli enti locali (Piergigli, ).
. Larticolo , ad esempio, stabilisce che nella Convenzione tra il Ministero delle
comunicazioni e la societ concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo (la RAI)
sono assicurate le condizioni per la tutela delle minoranze linguistiche nelle zone di appartenenza e che le regioni interessate possono stipulare apposite convenzioni con tale
societ per trasmissioni giornalistiche o programmi nelle lingue ammesse a tutela. In
ottemperanza a ci, la RAI tenuta ad effettuare trasmissioni radiofoniche e televisive
rivolte alle minoranze alloglotte nelle regioni in cui tali minoranze raggiungano una consistenza demografica rilevante. Pi in particolare, nellarticolazione regionale delle proprie
strutture e delle proprie emissioni, la RAI, nelle regioni a statuto speciale, provvede ad
inserire nei propri organici personale parlante le lingue dei gruppi minoritari l concentrati,
e affida ad esso la preparazione e la diffusione di notiziari e di programmi da trasmettere
in area regionale. cos che presso la sede regionale RAI della Regione Trentino Alto
Adige, operante a Bolzano, una struttura realizza trasmissioni giornalistiche e programmi
in lingua tedesca ed anche, con uno spazio di diffusione minore, in lingua ladina; presso la
sede regionale del Friuli Venezia Giulia, invece, operante a Trieste, una struttura provvede
a notiziari e programmi in lingua slovena, e dalla sede di Aosta vengono irradiati notiziari
in francoprovenzale.

. La variet linguistica dellItalia

Nellarticolo di tale legge, infatti, si fa riferimento alla tutela della lingua e della cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche,
greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco
provenzale, il friulano, il ladino, loccitano e il sardo. Il legislatore,
in sostanza, nel momento di procedere allindividuazione dei criteri
necessari a stabilire quali gruppi assoggettare a tutela, si attenuto
alla controversa scelta di enumerarli in modo analitico e tassativo, scartando lalternativa di limitarsi alla previsione di norme semplicemente
generali in conformit alle quali qualunque gruppo linguistico, a certe condizioni, potesse venir riconosciuto come minoranza (Orioles,
, p. ).
Dodici sono, dunque, le minoranze linguistiche storiche cui il testo
quasi a fissare un confine, nellambito delle situazioni esistenti nel
Paese, tra ci che merita e ci che non merita di esser tutelato fa
riferimento . Ed questo sicuramente un limite di un provvedimento magari discutibile, incompleto e macchinoso, ma quanto meno
capace di sbloccare la situazione stagnante che da anni si deplorava
(id., p. ). Daltro canto, per, pur vero che anche senza tener
conto di tutti i punti deboli, i difetti e le ambiguit che il testo presenta
non si pu riconoscere alla legge / nemmeno una reale
efficacia quanto a capacit di salvaguardia e valorizzazione delle lingue
minoritarie di pi antico insediamento.
In sostanza ricorda ancora Toso quello che accaduto che
lelencazione delle lingue ammesse a tutela ha finito con lincoraggiare un
principio di autoidentificazione, portando, laddove se ne sono percepiti i
vantaggi economici, allinopportuna dilatazione di aree linguistiche minoritarie o allinattesa rinascita di identit linguistiche allinterno di comunit
. Da questo punto di vista, non mancano osserva ancora Orioles variet linguistiche ignorate dalla legge in quanto ritenute non rientranti nella categoria delle minoranze
linguistiche storiche: in primo luogo le eteroglossie interne (come i Tabarchini della Sardegna o i Galloitalici di Sicilia e Basilicata), poi le lingue delle minoranze diffuse sul territorio
(si pensi al caso delle lingue dei Rom), e, infine, il patrimonio delle nuove minoranze,
ovvero di quei gruppi di immigrati, giunti in Italia negli ultimi trentanni, che hanno dato
prova di un progetto migratorio di lunga durata.
. Alcune delle lingue minoritarie riconosciute dalla legge / avevano gi ricevuto in precedenza riconoscimenti mediante leggi statali o regionali. Diverse parlate
regionali invece come il siciliano, il napoletano e il veneto sono state riconosciute
dallUNESCO come lingue distinte dallitaliano, ma non godono di alcun riconoscimento
o tutela da parte dello Stato; qualcuna ha tuttavia una qualche forma di tutela a livello
regionale.

Lingue e spazi

presso le quali le variet alloglotte erano ormai gi da tempo scomparse;


ci non solo ha determinato una dispersione delle risorse a disposizione,
ma ha avuto anche conseguenze di altro tipo, perch ha spinto a relativizzare il senso di appartenenza delle popolazioni interessate, e a [. . . ]
rimodellarlo sulla base di convenienze vere o presunte (, p. ). Quanto contenuto nella / non si rivelato, dunque, garanzia di pieno
riconoscimento del diritto di eguaglianza, dal momento che questo si
spesso tradotto in pura retorica, coprendo e rafforzando ineguaglianze sia
nella sfera dei diritti che in quella delle condizioni socioeconomiche. Per
di pi la legge che ha messo sullo stesso piano realt molto differenti
luna dallaltra sia per consistenza demografica che per rappresentativit
della parlata ha finito col trascurare i caratteri specifici di ciascuna zona,
prestandosi invece alle strumentalizzazioni di chi si spinto ad invocare
identit linguistiche inesistenti autoproclamandosi appartenente ad uno
dei dodici gruppi tutelati. In riferimento al mito cimbro, daltra parte, gi
nel Telmon, citando Anna Giacalone Ramat, aveva sottolineato a
proposito delle iniziative culturali legate alla volont di rivalutare lidentit
etnica e linguistica come questo, per una comunit dalle condizioni
socioeconomiche precarie, potesse, piuttosto che mettere a disposizione
del gruppo le risorse per opporsi ad una trasformazione linguistica ormai
avviata, assumere unimportanza extralinguistica, andandosi a configurare
come una marca caratterizzante ai fini dello sviluppo turistico della zona.
LItalia, nei confronti delle lingue minoritarie, ha spesso scelto la
strada peggiore, elargendo da un lato, nellintento di rendere pi malleabile chi aveva di fronte, provvidenze economiche sproporzionate,
ma mostrandosi, dallaltro, in pi casi inadempiente sulle misure meno costose e pi a portata di mano (Gusmani in Vallini, ). Ancora
oggi, perci, e ancor di pi a voler tener conto di tutti i limiti che la
legge / ha rivelato, necessario rilanciare la questione approfondendola ulteriormente , cos da esaminare ex novo le possibilit di
tutela del nostro patrimonio linguistico .
. Cfr., con particolare riferimento alla minoranza arbreshe, Brunetti ().
. Giacalone Ramat A. (), Le minoranze tedescofone al di fuori dellAlto Adige, in Sociologia
della Comunicazione, , , pp. .
. A tal fine, la legge / pu costituire un utile punto di partenza, sempre che
osserva giustamente Orioles () comunit scientifica e istituzioni siano capaci di
interagire correttamente.
. Fatti salvi i diritti imprescindibili delle minoranze nazionali nota Toso ()

. La variet linguistica dellItalia

Questione delicata, in conclusione, quella delle comunit linguistiche minori, e spesso affrontata da persone glottologi e dialettologi, ma anche sociologi, giornalisti, politici che hanno difficolt
a capirsi perch diversi sono i significati attribuiti a certe parole e
le giustificazioni portate a sostegno della tutela . La salvaguardia
del proprio retaggio culturale, la necessit di preservare la propria
individualit sociale, il timore di scomparire come collettivit, il
desiderio di difendere anche attraverso la lingua un determinato modello economico, la possibilit di diventare soggetti politici
autonomi, la volont di distinguersi in qualche modo dagli altri sono
tutti fattori che possono giustificare una richiesta di tutela. Quel che
certo, per, che, anche evocando loppressione linguistica, la
colonizzazione interna o la progressiva estinzione del gruppo, difficilmente si pu modificare la realt dei fatti: ovvero che le diverse
espressioni culturali di cui lItalia era ricca stanno progressivamente
scomparendo a causa dellallargamento dei contatti sociali e della trasformazione dei sistemi economici e dei modelli comportamentali
(Barbina, ).
Coinvolte dai grandi cambiamenti (lemigrazione verso le aree
forti del Paese, i nuovi modi di produrre e vendere, il turismo) che
hanno interessato il Mezzogiorno modificandone i generi di vita tradizionali, le numerose isole linguistiche dellItalia meridionale sono
andate perdendo locutori, e lo stesso successo per le comunit minori del Nord Occitanici, Walser, Mcheni, Cimbri, Tedeschi
che a stento sono riuscite a mantenere una loro identit, investite da
un processo che tende ad uniformare le basi della vita di ciascuno e
dellorganizzazione della societ. E, senza che tale processo mostri
segni di rallentamento e che lassimilazione inverta il suo corso, sembra che ad essere tutelate siano solo quelle espressioni che possono
essere commercializzate . Di fronte alla massificazione linguistica e
la tutela dovrebbe, da una parte, riguardare tutti i cittadini, garantendoli da ogni discriminazione fondata sulla lingua, e, dallaltra, far s che tutto il patrimonio linguistico nazionale
divenga oggetto di promozione, mediante un provvedimento generale che preveda il
ricorso a normative specifiche per i casi di particolare importanza.
. Oltretutto non sempre chiaro se vada tutelata la variante locale di una parlata o
se invece sia pi opportuno diffondere la forma standard della relativa lingua ufficiale: se,
cio, sia pi giusto tutelare il patois francoprovenzale o il francese di Parigi, lo sloveno
della Val Resia o della Val Canale oppure quello di Lubiana.
. In questi territori numerosi sono i gruppi folkloristici non sempre, per, cos

Lingue e spazi

allalienazione culturale, daltra parte, le prime ad essere colpite sono


proprio le realt pi deboli ed esposte. E non un caso, allora, che
migliore sia invece la situazione delle due comunit che risultano favorite dal maggior numero di locutori, dallampio territorio occupato,
ma anche dallimpronta data dalle rispettive lingue al sentimento di
individualit dei rispettivi membri: quella sarda, cio, legata alla sua
lingua ancora in grado di esprimere sentimenti, aspirazioni ed
esigenze da un insieme di vicende storiche che fanno ormai parte
del patrimonio dellisola ; e quella friulana, che di poco ha modificato
il suo modo di esprimersi pur essendo passata a modi di vita assai
diversi da quelli tipici di una societ contadina tradizionale .
Eguaglianza sostanziale (non omogeneit) e garanzie istituzionali
precise alla libert di lingua sono, rispettivamente, lobiettivo e gli
strumenti di uno Stato democratico che possa dirsi veramente tale;
il riconoscimento del pluralismo linguistico infatti un aspetto non
secondario di una democrazia reale, nella quale ci sia spazio per laffermazione positiva del diritto alla lingua. Poter utilizzare il proprio
idioma nei rapporti con le istituzioni, nei servizi, nei media, nella
scuola e in relazione con il proprio territorio, significa, per ciascuno,
veder affermato un bisogno fondamentale, e non subire discriminazioni (palesi o nascoste) sulla base delle proprie specificit culturali.
Rientrando, dunque, i diritti linguistici a pieno titolo tra i diritti fondamentali delluomo, la loro tutela uno dei compiti cui uno Stato
democratico non pu sottrarsi (Stolfo, ).
Lesperienza del nostro Paese ci mostra che per ci che riguarda
la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio linguistico andrebbe innanzitutto riconsiderato il concetto di bene linguistico,
rimuovendo la distinzione tra ci che tutelabile e ci che non lo .
dediti al rispetto delle tradizioni come pure i piccoli musei etnografici, solitamente non
inseriti in una politica culturale ben strutturata, ma affidati alla buona volont di qualche
individuo del posto.
. Malgrado le trasformazioni sociali ed economiche, il sardo continua ad avere
ruolo fondamentale nella vita della popolazione isolana, e molti aspetti della cultura locale
continuano a trarre forza dalluso di tale lingua.
. Espressione di una societ legata alla terra, il friulano ricorda Barbina () ha
mostrato la sua solidit soprattutto quando lintenso processo di industrializzazione e di urbanizzazione che ha interessato lItalia settentrionale a partire dagli anni sessanta ha toccato anche
questa regione. Oggi tale lingua continua ad essere adoperata nella vita di relazione, e sembra in
grado di contrastare il processo di assorbimento che coinvolge le comunit alloglotte minori.

. La variet linguistica dellItalia

Le misure specifiche dovrebbero poi variare al variare delle situazioni;


presentando, infatti, ciascuna realt particolari problemi, c bisogno
di andare pi a fondo nellanalisi. Partendo da una constatazione: la
molteplicit di lingue non rappresenta soltanto un carattere costitutivo
delle diverse realt nazionali, ma elemento chiave di una comune
identit europea (Toso, ).
In unepoca in cui notava Roland Breton pi di trentanni fa si
cerca di difendere le specie animali in via di estinzione o semplicemente minacciate, si continuer a consentire che le lingue scompaiano? O,
piuttosto, ci si impegner a preservarle, come altrettanti beni preziosi
per il patrimonio culturale dellumanit, come unenorme risorsa,
cio, un serbatoio di diversit culturale? A preservarle per senza
confinarle in delle riserve marginali, ma, al contrario, facendole partecipare alla generale evoluzione col proprio contributo nel rispetto
dellidentit di ciascuno; anche se, quindi, i fatti sembrano andare
nella direzione di una generale massificazione culturale.

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