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Rivoltella P.C.

Cimmino Francesco

"L'avvento di ogni nuova tecnologia produce una profonda trasformazione del significato delle
parole, cambia il nostro modo di pensare la conoscenza e la verità, altera la nostra visione del
mondo... La trasformazione tecnologica, come suggerisce Postman, non è né additiva, né
sottrattiva: è ecologica. "Io intendo ecologica nello stesso senso in cui la parola viene usata
dagli scienziati dell'ambiente". Quando una nuova tecnologia subentra non toglie, né aggiunge
nulla al nostro sistema socio-culturale: cambia tutto!"

“Villaggio globale”, “società dell’informazione”, “società dello spettacolo”, “società


dell’immaginazione”, “infosfera”sono alcune delle definizioni, più o meno abusate, che
vengono utilizzate per descrivere la nostra società, quando si vuole sottolineare l’importanza
e la pervasività dei mezzi di comunicazione (di massa e non) nelle dinamiche economiche,
politiche e sociali contemporanee.
La comunicazione è definibile come un qualsiasi scambio di messaggi tra soggetti che
condividono un codice per interpretarli. Da sempre l’uomo ha cercato di mettersi in
relazione con gli altri, di trasmettere i propri stati d’animo, le proprie emozioni, esperienze.
Fin dall’età primitiva, l’uomo ha avuto il bisogno primario di comunicare, attraverso la
voce, con incisioni geroglifiche, simboli, con la scrittura, con la musica, con i gesti.
Dal momento che l’evoluzione dell’uomo è intrinsecamente legata con lo sviluppo della
capacità comunicativa, risulta evidente come questa abbia determinato l’evoluzione della
comunicazione e di conseguenza anche dei mezzi che la rendono possibile, in modo
continuo e progressivo passando dai segni e segnali fino a giungere alle comunicazioni
telematiche di oggi.
I mezzi di comunicazione hanno costantemente modificato la società e l’uomo stesso,
trasformandosi a loro volta con l’ambiente sociale che li aveva generati. Si è passati dalla
invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg nel Quattrocento all’invenzione
della radio nell’Ottocento, dalla televisione alle reti telematiche.
I mass-media hanno sopperito progressivamente alla limitatezza dell’esperienza diretta,
vissuta in prima persona, proponendo la conoscenza di un mondo mediato, in cui in gran
parte delle realtà geografiche e socioculturali esistenti entrano nel bagaglio conoscitivo degli
individui.
In tale ottica essi possono considerarsi moltiplicatori di mobilità, perché mettono a
disposizione esperienze molteplici senza richiedere materiali spostamenti nello spazio.
Ciò ha permesso di far raggiungere lo stesso messaggio, simultaneamente, a un gran
numero di persone in località anche molto distanti tra loro. Basti ricordare la diretta dello
sbarco sulla luna alla fine degli anni Settanta, la Guerra del Golfo, il piccolo robot sceso su
Marte nel 1997 e gli ultimi sconcertanti avvenimenti relativi all’attentato delle Torri
Gemelle (Twin Towers a Manhattam) di New York. Tutto ciò porta a far sì che l’uomo
diventi cittadino del mondo, entrando a far parte di quello che Marshall McLuhan nel 1964
definì “villaggio globale”.
La presenza forte dei media, fornendo numerosi modelli di comportamento con cui
confrontarsi, finisce per avere notevoli influenze sui processi di socializzazione e di
costruzione dell’identità soggettiva. Il pericolo è la crescente dipendenza dai media che può
portare ad un effetto di disorientamento e smarrimento, dovuto al “sovraccarico simbolico”,
ed alla conseguente frammentazione del sé, ovvero alla perenne ricerca della propria
identità.
La cultura di massa, infatti, tende ad appiattire le identità degli individui, e quindi dei
popoli, su modelli sociali prestabiliti a cui ispirasi, soprattutto quelli occidentali.
Da un sondaggio condotto dal Washington Post tra 25.000 adolescenti di tutti i continenti
è emerso non solo che hanno gli stessi gusti, ma che perseguono gli stessi modelli, valori e
obiettivi presenti nei telefilm americani, nella musica e in tutto ciò che è veicolato dai mass-
media.
I media, dunque, hanno portato il mondo ad una sorta di "cortocircuito culturale" in cui
tutti i paesi, anche i più lontani, sono messi in contatto tra loro, in cui gli individui possono
ampliare i loro spazi mentali. Tuttavia è bene che tutti si pongano in modo critico nei
confronti di essi senza perdere mai la propria identità d’individuo e di appartenente ad un
popolo. Ed è forse questa una delle sfide del nuovo millennio.
Tra i mezzi di comunicazione di massa, la televisione è senz’altro quello che più
pesantemente sta incidendo sui comportamenti sociali dei cittadini/telespettatori.
Quello che doveva essere solo un semplice elettrodomestico si è trasformato,
velocemente, in uno strumento in grado di condizionare la mente di miliardi di persone: da
tempo, infatti, gli studiosi dei media si confrontano in merito al ruolo e alla funzione dei
Media.
Da tali dibattiti si è sviluppata una distinzione tra gli apocalittici e gli integrati: mentre gli
integrati riconoscono nella tv un mezzo che produce nel tempo degli effetti positivi,
soprattutto per la diffusione delle informazioni, gli apocalittici sostengono che i media e la
stessa televisione uniformano e spersonalizzano gli individui spingendoli a condividere gli
stessi modelli culturali e comportamentali, con il risultato di favorirne l’appiattimento e il
conformismo.
La televisione abitua alla passività mentale favorendo analisi e soluzioni già pronte,
spinge perciò ad una visione poco critica del mondo soffocando l’immaginazione, la
fantasia e scoraggiando la ricerca individuale di nuove esperienze. La continua ripetizione e
spettacolarità di certi generi – prodotti finisce per imporre dei modelli di riferimento, che
costruiscono il mondo in cui gli spettatori pensano di vivere e in cui formano la propria
identità.
In questo modo la televisione coltiva continue rappresentazioni del mondo sociale il tutto
in una prospettiva di omologazione e omogeneizzazione.
La televisione, in particolare, ci coinvolge in temi che una volta non credevamo fossero
affari nostri, ci lancia a pochi centimetri dai volti di assassini e di presidenti, rende barriere e
passaggi fisici relativamente privi di significato in qualità di modelli di accesso
all’informazione sociale.
La sfera pubblica allargata offre pressoché a tutti una nuova prospettiva dalla quale
vedere gli altri e acquisire una percezione riflessa di sé. Anche se la TV, negli ultimi
decenni, ha conosciuto uno sviluppo tecnologico sorprendente, ed è tuttora al centro di un
processo di radicale rinnovamento (l’introduzione generalizzata del segnale digitale), a
questa importante trasformazione sul piano tecnico non sembra però corrispondere
un’altrettanto significativa evoluzione dei contenuti. La TV è culturalmente regressiva, essa
privilegia, tendenzialmente, la comunicazione vuota.
La TV ormai dominata dal principio dell’audience ha avuto un’evoluzione degenerativa
in tutto il mondo, da una natura più pedagogica ad un modello più scriteriato. La
competizione, tra le varie emittenti, spinge ad usare e a creare programmi sempre più
scadenti e diseducativi.
Francesco Cimmino