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Tu aspetti solo che muoiono tuo padre e tua madre per prenderti

la casa.
Gabry una sera glielaveva detto in faccia, seria seria. Poi aveva tirato su gli angoli della bocca, per tentare un sorriso; ma nessuno caveva
creduto, che voleva scherzare. Matteo si gir da unaltra parte, con un
piccolo scoppiettio isterico in gola, e si mise a fissare due tre facce
sconosciute nella folla di via Roma.
una parola, aspettare che muoiono: Matteo non ha nemmeno
trentanni, e i genitori si sono sposati giovani, come tante coppie di artisti allinizio degli anni Settanta. Cera questa fretta di fare figli, per
dimostrare che si potevano educare diversamente, per vestirli di stracci
e farli rotolare nellerba e nel fango, o circondarli di pastelli e tempere,
senza nessuno che diceva: Non toccare, cacca!.
No, che i suoi genitori morissero non cera da farci affidamento per
almeno qualche decina danni. Scoppiavano di salute e insegnavano
allistituto darte. Niente stress, quindi, e una moderata attivit intellettuale che aiuta a tenersi giovani. E poi Matteo aveva pure una sorella, e
met della casa, vuoi o non vuoi, spettava a lei. Sparte ricchezza, addeventa
puvert.1
Casa di Matteo sta a via Trotula de Ruggiero, una stradina della Salerno vecchia che sale vigorosamente, lasciandosi dietro, di giorno, la
luce sfrenata delle piazze e delle strade vicine al mare; di sera, le chiacchiere rumorose dei ragazzi. A forza di arrampicarsi su quella salita,
che gli scrollava di dosso, un passo dopo laltro, ogni contaminazione,
Matteo aveva cominciato a nutrire pensieri da nobile decaduto: con la

In dialetto napoletano: Dividi la ricchezza, diventa povert.

stessa signorile condiscendenza posava lo sguardo sul bucato steso a


mezzaria in un vasto androne che sapeva di umido, e sulle facce popolari che di tanto in tanto incrociava, o che si affacciavano insensatamente, come staccate dal corpo, sulluscio di qualche basso.2 A volte
quegli incontri gli lasciavano uno stupore doloroso, come se si aspettasse da tutti un cenno rispettoso che non gli veniva concesso mai.
Pitto!
Fu questo, accompagnato da un movimento del mento dal basso
verso lalto, il saluto irriverente di un ragazzotto che affondava nella
discesa con un amico che gli stava quasi attaccato, mezzo passo dietro.
Uno tarchiato, laltro segaligno, erano affratellati dai capelli rasati, come se nei geni familiari il terrore dei pidocchi fosse sopravvissuto alla
loro materiale estinzione. Anche i capelli di Matteo erano rasati, ma
appartenevano a unaltra specie, perch il taglio serviva soltanto a nascondere la stempiatura e un precoce ingrigimento. Matteo rispose con
un ciao distratto e risentito.
Pittame stu cazzo! concluse il tarchiato, artigliandosi i genitali
con la mano e scuotendoli vigorosamente. Aveva parlato a voce pi
bassa, quando Matteo era passato e non poteva sentirlo. Matteo sent
per la risata del segaligno, una specie di rantolo convulso, e seppe che
si rideva di lui. Il tarchiato aggiungeva quella frase oscena ogni volta
che salutava il pittore, come un proverbio, e il segaligno ogni volta rantolava di piacere.
Lascesa del giovane rampollo si concludeva scalando le due rampe
di scale che lo portavano alla porta di casa. Ma prima bisognava attraI bassi (vasci, in napoletano) sono quelle modestissime abitazioni al pianterreno che
danno direttamente sulla strada.

versare landrone del palazzo, una grossa caverna buia e fredda, malamente protetta da una vecchia cancellata di un ferro verdastro mezzo
scrostato. La cosa che pi lo indispettiva erano le cassette delle lettere,
dalle forme incomprensibilmente diverse, dai colori in conflitto, agganciate al muro ad altezze diverse. E i nomi, poi! Nessuno, per esempio,
aveva pensato di armonizzare lo stile e le dimensioni dei caratteri. Non
cera un amministratore per queste cose? Cera o non cera? Matteo si
accorse che non lo sapeva con certezza.
Devo ricordarmi di chiederlo a mamma, pens.
Matteo fa il pittore. Il suo studio una stanza rettangolare, con un
balconcino sul lato corto da dove la luce si spande nella stanza come
una secchiata dacqua. Dal balcone puoi vedere e nominare a uno a
uno tutti i punti della citt. Pi in l c il mare, smisurato, e sulla destra
il malinconico porto commerciale, e la scura costa rocciosa che lo
chiude da quel lato. Sembrerebbe di affacciarsi su una cartolina, se il
panorama non fosse guastato da una quantit di costruzioni che interrompono il pittoresco con lincuria e la speculazione criminale.
Neanche il pi piccolo rumore disturba Matteo quando lavora, a
parte qualche sparuta e fioca sirena di nave, e qualche gabbiano che
plana gracchiando verso le colline quando il cielo simbroglia.3 Le sue tele e le sue carte sono appese e accatastate dappertutto, con la sprezzatura dellartista che non si preoccupa di dare il giusto rilievo alle sue cose, e lascia che gli amici lo rimproverino dolcemente per questo. Casa
sua sempre piena di amici, tutti artisti, ciascuno a modo suo. In genere basta entrare in casa sua per farselo amico, e questa liberalit lo e-

Imbrogliarsi, in napoletano, equivale a rannuvolarsi.

spone talvolta a qualche errore di valutazione. Vedi Gabry, per esempio: le aveva prestato la monografia su Picasso che non era mai uscita
dalla sua stanza, e lei lo ripagava con quella pugnalata...
Che cosa sei, che cosa sei, che cosa seeeeeeei? Non cambi mai, non cambi mai,
non cambi maaaaaaaaai!
Matteo sfugge ai discorsi noiosi degli amici non ancora fidati mettendosi a cantare le canzoni di Mina. Quando comincia, come se andasse in trance, e non si riesce a farlo smettere. Allora gli amici non ancora fidati smettono di frequentare casa di Matteo perch lo trovano
noioso con quella mania di mettersi a cantare quando meno te laspetti.
Appena mise piede in casa, la madre lo chiam dalla cucina, che
stava in cima alle scale.
Che c? fece Matteo.
Vieni un attimo, ti devo dire una cosa.
Arrivo! disse, ma prima pass nello studio a posare il quadernetto indonesiano che portava sempre con s, quello coi disegni a
penna e le poesiole scritte di getto, su una panchina del lungomare o
accucciato sul marciapiede di Largo Campo, davanti allAlcool. Il quaderno fin sul tavolo, che era ingombro di carte, cataloghi e pennelli.
Lamministratore!, pens, quando mise piede sul primo gradino;
ma prima dellultimo se nera gi dimenticato.
Che c, ma?
La madre di Matteo stava lavando i piatti, ma aveva addosso un vestitino nero che avrebbe fatto buona figura a un vernissage, e un dito di
matita intorno alle palpebre. Era appena mezzogiorno.
Senti, stamattina ho incontrato larchitetto Marciano, te lo ricordi? amico pure di pap...

Ha-ha, fece Matteo, con la testa ficcata nel frigo. Non se lo ricordava affatto, ma non aveva voglia che la madre partisse con una
delle sue lunghe genealogie che confondevano le idee invece di schiarirle.
Ci siamo messi a parlare Le solite cose Poi mi ha chiesto di
te. Ti ricordi che era venuto anche alla tua ultima mostra?
Ha-ha, fece Matteo, mentre si riempiva un bicchiere di succo di
albicocca. Figuriamoci, alla sua mostra era venuta tanta di quella gente...
Dice se vuoi passare da casa sua: vorrebbe mettere un quadro in
testa a una porta, se ho capito bene, e stava pensando a una delle tue
tavole triangolari.
Hu, fece Matteo, col succo fresco che gli scorreva in gola.
Uno gi fatto o da fare?
Da fare, credo. Un paesaggio con animali, se ho capito bene.
Matteo fece una smorfia.
Un paesaggio con animali? Non lo so. Nelle tavole triangolari ci
stanno meglio le figure umane.
Vedi un po tu Magari li puoi mettere mischiati, animali e uomini. Gli piacer. Sicuro.
Hum, vediamo Lo chiami tu per prendere appuntamento?
Matteo prese un fico da un cestino di vimini.
No, lasciali stare. Me li ha portati zio Michele da Paestum, ma sono ancora acerbi. Lappuntamento lho gi preso per oggi alle cinque,
se per te va bene. Magari una scena di caccia, che dici?
Matteo era un po seccato: alle cinque avrebbe fatto ancora un gran
caldo, e non gli andava di discutere di pittura con quel tempo afoso.

Ma pi di tutto gli dava fastidio che sua madre prendesse appuntamenti per lui senza consultarlo: e che diavolo, poteva anche avere un impegno, no? Ma non disse nulla: lasci il fico nel cesto e torn alla bottiglia
di succo di albicocca. Daltra parte, nemmeno gli andava di costringere
sua madre a richiamare per spostare lappuntamento; e poi, che diavolo!, alla fine impegni non ne aveva.
Dove abita starchitetto?
A via Francesco Gaeta. Me lo ha scritto su un tovagliolino del bar
dove abbiamo preso il caff.
E dov questo posto?
Il bar Arechi, quello al corso, dove fanno gli aperitivi con tutti gli
stuzzichini
Non il bar, la via dove abita.
Ah! Sta a Pastena, vicino alla chiesa della Madonna di Fatima.
A Matteo bastava sentire il nome di uno di quei quartieri periferici:
Torrione, Pastena, Mariconda, e perfino Sala Abbagnano, che era un
posto per ricchi allinizio della collina; gli bastava sentirli pronunciare,
che subito inorridiva. Fece schioccare le labbra: gli sembr di sentire
nel succo di albicocca un retrogusto amaro.
A Pastena? E che ci fa un architetto a Pastena?
Guarda che a Pastena non ci stanno gli zingari. Perch, il dottor
Langella non ha lo studio l?
Matteo fin con gli occhi sul telecomando e accese la televisione.
S, ma un architetto dovrebbe avere un poco pi di gusto. Tutti
quei palazzi orrendi...
Un canale locale trasmetteva un dibattito politico.
Figuriamoci come sar la casa dentro.

Due politici si azzannavano su una questione di immondizia e inceneritori.


Se sei circondato dalla bruttezza, la bellezza non la vedi pi! Fece una rapida piroetta e disse: Al! Era il suo modo di festeggiare
una frase felice.
Sua madre intanto gli aveva voltato le spalle per finire i piatti.
Fai come ti pare. Se vuoi andare, vai, se no lo chiamo e gli dico
che hai altro da fare.
Matteo si avvi gi per le scale con unarancia in mano. Aveva voglia di dipingere. Sua madre si asciug le mani con uno straccio e cerc
il telecomando per spegnere la tiv. Il vestito nero era tutto schizzato
di acqua e detersivo, e si chiese perch lavesse tenuto per quel lavoro
infame.
No, no, ci vado, se no poi ti lamenti unaltra volta che perdo le
occasioni, grid Matteo da sotto.
Qualche occasione, in effetti, Matteo laveva avuta davvero. Piccole
cose, ma che a saperci fare gli potevano dare un briciolo di fama, qualche buon contatto, e magari un agente che lavorasse per lui (ah, la proverbiale pigrizia di Matteo!). Gli era capitato di infilarsi in qualche collettiva in giro per lItalia, e una volta anche in Germania, ad Amburgo.
Poi aveva cominciato con le personali, a Salerno e nei dintorni. Un critico salernitano che pubblicava con editori di buon livello gli aveva
scritto unintroduzione a un catalogo. Poi, un po la pigrizia, un po un
talento che tardava a esplodere, Matteo si era adattato a vivere una bohme casalinga, con lampio cielo della sua stanza al posto dellangusta
soffitta di Montmartre, e la confortevole e soffocante presenza dei familiari invece di un doloroso ed esaltante sradicamento.

Devo dare qualcosa a Carlos, pens Matteo, in piedi nellautobus


numero otto che lo portava a Pastena. Nella tasca degli ampi pantaloni
di cotone, stampati a disegni etnici, aveva il fazzolettino del bar Arechi
con lindirizzo dellarchitetto. Aveva appena oltrepassato la grande
piazza della Concordia, il confine del centro cittadino per chi si dirige a
sud, e gi guardava fisso fuori dal finestrino: la madre gli aveva consigliato di scendere alla fermata delle giostrine, e non voleva rischiare di
finire oltre, in mezzo ai leoni.4 Lautobus costeggiava il lungomare, oltre il quale si estendeva la spiaggia, costipata di ombrelloni e bagnanti,
un grumo di cose e persone inscindibili le une dalle altre, come se fossero tutte partecipi di una stessa materia.
Carlos era un ragazzo argentino che da anni, per motivi rimasti
sempre oscuri, si era trasferito a Salerno. Dipingeva e creava bizzarre
sculture con fili di ferro, stoffa, e qualunque altro materiale gli capitasse sotto mano; ma soprattutto organizzava mostre con lassociazione
culturale che aveva fondato: ne metteva su almeno tre o quattro lanno,
ogni volta su un tema diverso. Quelli che restavano immutabili erano
gli artisti, un gruppuscolo di giovani di valore discutibile, che si inco-

Matteo aveva pensato alla frase latina Hic sunt leones (Qui ci sono i leoni), che gli antichi
cartografi ponevano sui territori inesplorati nelle loro mappe, per non confessare che non
avevano la minima idea di chi li abitasse. Naturalmente, minacciare la presenza di leoni era
anche un ottimo modo per scoraggiare la curiosit di quegli esploratori che avrebbero potuto smentirli.
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raggiavano a vicenda, credendo che le reciproche congratulazioni bastassero a farne dei buoni pittori, scultori, performers. A ogni mostra si
ritrovavano un po meno giovani, ma conservavano intatta la fiducia in
un futuro luminoso. A volte qualcuno litigava con Carlos e veniva estromesso dal gruppo. Prima o poi gli esclusi diventavano una massa
consistente, mettevano in piedi una nuova associazione, e contendevano a quella di Carlos i finanziamenti del Comune. Naturalmente smettevano subito di congratularsi con gli artisti concorrenti.
Il silenzio verde. Il silenzio verde. Matteo ripeteva il titolo della
mostra come una giaculatoria, sperando di vedersi apparire davanti agli
occhi, strappata alle tenebre, lopera che avrebbe esposto. Non aveva
chiesto a Carlos il perch di quel titolo; non lo chiedeva mai. In genere
se lo ripeteva a mezza voce, poi immancabilmente piegava la testa da
un lato, puntava lindice col braccio teso, e: Bello! diceva, Mi piace!
Cos fece pure col silenzio verde. E come le altre volte spieg perch si sentiva molto attratto dal silenzio, e perch amava il verde, e soprattutto perch la congiunzione di quel sostantivo e di quellaggettivo
gli squarciavano lanima come unanguria precipitata a terra.
Per me le colline di Paestum sono il silenzio verde, disse a Carlos,
fremendo come se un fiotto di ricordi puri e terribili lavesse invaso.
Peccato che Matteo non avesse mai dipinto una collina di Paestum, e
quasi mai paesaggi. A lui interessava soltanto luomo. Un volto
dallincarnato verdognolo, forse olivastro come gli ulivi di Paestum. Un
uomo senza bocca, privo della parola, silenzioso. Ecco cosa ci voleva,
per la mostra!

Le giostrine, pens, vedendosi scorrere davanti il verde acido


dellimpianto dellautoscontro. Nessuno aveva prenotato la fermata,
cos fu costretto a scendere a quella successiva, davanti al distributore
di benzina. Era molto seccato, perch le indicazioni di sua madre partivano dalle giostrine, e ora la sua sbadataggine gli aveva scompigliato i
piani.
Senza bocca, daccordo, ma anche senza orecchie. Un uomo privo
di voce, ma anche privo della possibilit di ascoltare i suoni del mondo.
Un uomo non solo silenzioso, ma anche immerso nel silenzio. Niente di pi
angosciante. Il quadro era fatto. Ora Matteo avrebbe voluto trovarsi
nella sua stanza, aprire le imposte per far entrare una secchiata di sole,
mettere un cd di Mina e dipingere cantando in un duetto epocale.
Se telefonando io potessi dirti addio
Invece gli toccava cercare via Francesco Gaeta, partendo pure dal
posto sbagliato. Per un attimo pens di tornare a piedi alle giostrine, e
di l riagganciarsi alle indicazioni di sua madre; ma il suo obiettivo si
trovava, rispetto alle giostrine, a una ventina di metri in direzione sud,
e non gli andava di percorrerne quaranta inutilmente: non voleva darla
vinta alla sua sbadataggine. Cos attravers la strada, e si lasci risucchiare dalle vie di Pastena, giurando che mai pi in vita sua si sarebbe
distratto cos scioccamente.
I palazzi moderni gli parevano tutti uguali, come frotte di cinesi,
che a guardarli bene le differenze ci sono pure, ma non siamo mai in
grado di nominarle. I palazzi della citt vecchia no, quelli avevano ognuno unirriducibile personalit. Matteo credeva che fosse per via della Storia di cui si erano nutriti nei secoli, ma forse era solo per la relazione spaziale che avevano con casa sua. Ecco, quello il palazzo col

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portone di legno scuro e poroso che resta a destra appena imboccata la


prima traversa; quella lampia scalinata che sallarga nello spiazzo davanti alla chiesa sconsacrata, alla fine della quale, di sera, si comincia a
sentire il brusio dei ragazzi che oziano nella piazzetta l sotto, quella
che si raggiunge percorrendo la stradina dei quindici passi (li aveva
contati una volta chiss perch, e ora quel vicoletto aveva preso il nome della sua lunghezza); questa nera pietra, invece, quella del palazzone che per primo attira il suo sguardo quando si affaccia al balcone
nelle mattine luminose.
A immaginarla da Pastena, casa sua era come un sole che emana
raggi paralleli, cosicch ogni punto di quelle vie ampie e squadrate rimane ugualmente e misteriosamente distante da essa. Fu cos che Matteo, svoltando e risvoltando, si perse. Quando se ne convinse, si ferm
a un piccolo incrocio e tir fuori il fazzolettino del bar Arechi, come se
si aspettasse di leggervi la soluzione al problema. Invece cera scritto
solo un indirizzo che conosceva gi a memoria. Ormai inutile, il fazzolettino fin appallottolato in un cestino.
Si avvi verso il lungomare, rassegnato a tornare alle giostrine. Nella citt vecchia, se si vuole arrivare al mare basta fare come i fiumi, buttarsi gi per ogni pendenza; l a Pastena, invece, tutto piatto, e in certi
punti ti sembra che la terraferma potrebbe estendersi per chilometri e
chilometri intorno a te. Ma listinto di Matteo per il mare era infallibile,
e prese subito la direzione giusta.
Scusate, mi sapete dire se ci sta una farmacia da qua attorno?
Era un uomo anziano che gli aveva rivolto questa domanda; aveva
il viso rosso striato di venuzze viola, e una camicia celeste di un cotone
troppo pesante per il caldo di quel giorno. Forse gli serviva cos robu-

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sta per tenere a bada il ventre quasi smisurato, sodo e compatto. Aveva
un braccio proteso in avanti, e teneva bene in vista nella mano un foglio mezzo piegato: una prescrizione, forse, per rendere pi credibile la
domanda.
Matteo non ne sapeva niente di farmacie a Pastena, e quelluomo lo
angosciava per quella immotivata umilt da contadino, e perch gli ricordava che anche lui aveva unostinata tendenza a ingrassare. Gir la
testa verso il mare e si avvide di un uomo baffuto che attraversava lentamente la strada con le mani ficcate in tasca. Lo indic alluomo anziano con un gesto eccessivo del braccio: Io non lo so. Per potete
chiedere a quel signore l.
Matteo guard unultima volta luomo anziano, per accertarsi che
avesse compreso bene, e prosegu per la sua strada. Luomo anziano,
per, rote lentamente dallaltra parte, come un telescopio, finch avvist una giovane donna che spingeva un carrozzino, e and a chiedere
a lei, facendosi annunciare dal ventre sodo e dalla prescrizione.
Matteo convinto di essere un eccellente fisionomista: i tratti pi
insignificanti del viso di un uomo, i gesti pi riposti sono per lui un
formicaio di segni, un brulicare di effetti di cui forse lui solo intuisce le
cause. Luomo baffuto, a giudicare dalla serena indolenza dei suoi movimenti, era senzaltro un indigeno di Pastena. Ora si dirigeva proprio
verso di lui; per un attimo estrasse la mano destra dalla tasca dei pantaloni per lisciarsi i baffoni neri alla Stalin, poi la rimise al suo posto,
come un utensile che non serve pi. Matteo pens che se conosceva la
farmacia, probabilmente conosceva anche via Francesco Gaeta. Allora
gli si par davanti, apr le braccia e glielo chiese dun fiato, senza neanche un Buonasera o un Chiedo scusa. Luomo tir fuori lutensile

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dalla tasca e si lisci due volte i baffi. La sua mano era un quadrato
quasi perfetto. Tacque un attimo, ma non per unincertezza, tuttaltro:
voleva gustarsi a fondo il piacere della sua competenza. Prima con il
solo indice puntato, poi con tutta la mano aperta e tesa, luomo diede a
Matteo le indicazioni di cui aveva bisogno. Matteo faceva Ha-ha e
guardava nella direzione indicata, come se il suo sguardo potesse attraversare i muri e le cantonate. Infine ringrazi, ma luomo gli prese un
braccio nella sua mano quadrata e rifece pazientemente il percorso.
Matteo assicur che aveva capito perfettamente, e questa volta luomo
lo lasci andare. Per tutto il tempo la mano sinistra era rimasta nascosta in tasca: forse non ce laveva, o forse la estraeva soltanto per farle
svolgere determinate mansioni.

Il condominio di via Francesco Gaeta numero sei era la quintessenza di quello che Matteo detestava: un palazzo di sei piani sotto il quale
si aprivano negozi senza alcuna connessione logica fra loro: una misera
merceria ingombra di qualunque oggetto, un elettrauto unto e tetro,
una macelleria con solo un capretto appeso per le zampe e due salsicce
pendenti in vetrina, e fogli di carta attaccati con lo scotch, con scritte
incerte di prezzi imbattibili. Lintonaco della facciata era di un bianco
chiazzato di vecchia e nuova sporcizia, che metteva tristezza al solo
vederlo; niente, per, al confronto con i balconi sbrecciati, dalle inferriate rugginose e senza stile; perfino peggio erano gli infissi di alluminio

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anodizzato, che in certi piani erano dorati, in altri argentati. Qualcuno


doveva aver rotto luniformit convinto che un certo colore fosse pi
bello di un altro, come se lalluminio anodizzato potesse avere un qualunque rapporto con la bellezza e le sue gradazioni.
Matteo sperava di essere arrivato, ma davanti al citofono si perse di
nuovo. Si accorse con un doloroso sbigottimento che non ricordava il
cognome dellarchitetto: laveva ascoltato una volta sola da sua madre,
e sul fazzolettino non cera che lindirizzo. Gli venne in mente il verde
acido dellautoscontro che gli sfilava davanti agli occhi, e imprec debolmente contro la sua irreparabile svagatezza.
Sulle targhette tutte uguali del citofono erano indicati solo i cognomi; le scritte erano tutte stampate nello stesso carattere moderno,
in maiuscole tutte della stessa dimensione. Quando lo lesse, a Matteo
sembr che il cognome Marciano fosse quello giusto, ma andando avanti trov un Marzano, e poi un altro Marciano, con sotto un cognome diverso che doveva appartenere alla moglie. Non sapeva decidersi, non sopportava di trovarsi a un bivio senza sapere dove andare.
Pastena era proprio il luogo dellanonimato: doveva essere un ottimo
nascondiglio per un latitante. Rimpianse perfino il citofono sbrindellato di casa sua, e gli fu chiaro che dietro a quellordine da ragioniere doveva esserci la mano di un amministratore troppo zelante.
Era gi un minuto che Matteo scorreva le targhette su e gi, ma
non riusciva a vederci nessun formicaio di segni. Pens di telefonare a
sua madre per farsi dare unultima indicazione decisiva, ma rischiava di
farsi prendere per un idiota. Si guard intorno, sperando di rivedere
luomo baffuto: certamente conosceva larchitetto, e forse lui stesso
avrebbe schiacciato il pulsante giusto, per maggiore sicurezza. Ma o-

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ramai chiss dovera arrivato, luomo baffuto, con quella sua calma determinazione! Doveva sbrigarsela da s. Decise che non era il momento di fare ragionamenti, e butt il tocco.
Amblimblancia... cominci a mormorare, passando velocemente
lindice sui pulsanti. A litania conclusa, il pulsante che il destino gli aveva fatto premere era anche quello giusto.
Erano le cinque e mezza quando Matteo entr nellascensore che lo
portava al quinto piano.
Larchitetto lo accolse con una festosit eccessiva: una stretta di
mano vigorosa e prolungata appena varcata la soglia, poi unaltra mano
che, con piccole e opportune pressioni sulla spalla, lo spingeva nel
mezzo del salone luminoso. Matteo si sentiva come dal barbiere, che ti
posa le dita sulla faccia e te la muove come quella di un manichino.
Unaltra mano ancora gli strinse la sua: era quella della moglie, che
larchitetto mand subito a prendere qualcosa da bere.
Un po dacqua? Coca-cola? Un t freddo? Lo facciamo noi, non
lo compriamo, eh! disse larchitetto; ma intanto sua moglie era gi
sparita in cucina.
Matteo rispondeva appena, con quella timidezza che in lui oscillava
continuamente fra la sincerit e laffettazione. Nella sua testa risuonavano i nomi di quelle bevande: cera qualcosa di strano, come se celassero un misterioso tranello. Lo cap quando fu messo a sedere in poltrona, e si ritrov davanti agli occhi, sul mobile di fronte a lui, il ripiano
con i liquori. Ecco, larchitetto gli aveva offerto soltanto bibite analcoliche, come si fa con i ragazzini. Aveva dimenticato lorzata, per.
La moglie arriv con un vassoio pieno di brocche e bottiglie.
Ecco qua, scegli pure.

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A Matteo diedero noia quello spreco e quellaria condiscendente.


Gi pensava di vendicarsi, alzare lindice e puntarlo sui liquori: Magari prendo un bicchierino di whisky, se non vi dispiace. E poi aggiungere una battuta da vecchio film: Dalle cinque in poi bevo solo alcolici, e far partire una bella risata, e vedere se larchitetto e la moglie
ridevano con lui.
Invece si vers un po di t, e lunica malizia fu di chiedere del
ghiaccio, tanto per costringere la signora Marciano a un nuovo viaggio
in cucina.
Guarda che gi bello freddo, in frigo da stamattina.
Ah, allora va bene cos.
In fondo al salone si apriva una balconata affacciata a mare, da dove entrava dellaria tiepida. Matteo avrebbe voluto lasciare marito e
moglie a sprofondare in poltrona, posare il bicchiere di t troppo dolce
sul tavolino, uscire sul balcone e, ammirando limmensa distesa dacqua
tranquilla, cantare: Mare, mare, mare, voglio annegare....
E tuo padre, come sta tuo padre?
Mio padre? Bene, bene... Solo che quando si avvicina la scuola
comincia a essere un po nervoso....
Eh, ha ragione, Nicolino... Vorrebbe gi essere in pensione, eh?
Eh, ma giovane, ancora giovane... Gli tocca soffrire ancora un po...
Matteo guardava nel bicchiere con un sorriso sforzato. Con gli occhi fissi in quella brodaglia fredda si chiedeva cosa avesse
dellarchitetto quelluomo dozzinale, calvo e peloso, che indossava una
maglietta quasi uguale a quella del teppistello che gli aveva detto Pitto!, e si muoveva in maniera esagitata; e quella moglie, con quei ricci

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stopposi e gli occhi sporgenti, e quelle mani sempre chiuse in grembo


che pareva una serva...
Ottimo questo t, disse Matteo dopo il secondo sorso, e pos il
bicchiere sul tavolino per non riprenderlo pi.
Sai che ho dei disegni di tuo padre, qui nel salone? Vieni, vieni, te
li mostro.
Si alzarono. La moglie chiese permesso e torn in cucina. Matteo si
rammaric non essere riuscito a mandarcela lui.
Me li regal ventanni fa, quando insegnavamo tutti e due
allArtistico di Sapri. Tempi eroici! Tu eri piccolo cos, mi ricordo bene
di te e di tua sorella... Rosanna, giusto?
Rossana.
Rossana, s, s...
I tre piccoli disegni a carboncino del padre erano appesi uno
sullaltro su un pilastro che si ergeva in un lato del salone. Raffiguravano scene campestri: vallate, bufale, casolari, e frasi misteriose sulle divinit della terra e della fertilit. Non avevano cornice: solo un vetro li
isolava e li proteggeva. Matteo pens che larchitetto, valutandole opere di scarso valore, non aveva voluto spenderci soldi, e si sent offeso:
dopotutto stimava suo padre, e le sue quotazioni non erano cos basse.
Si vede la mano di tuo padre, eh?
S s, proprio la sua... Noi abbiamo la casa piena di questi vecchi
disegni: se si decidesse a venderli...
Matteo fece intendere che ne avrebbero ricavato un mucchio di
soldi. Vendicato suo padre, diede unocchiata in giro: vide sui muri due
stampe di Klimt, una di un quadro astratto di Klee, e un paio di incisioni di autori contemporanei a lui ignoti. Sui mobili bassi, mescolate

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alla solita paccottiglia di souvenir e bomboniere, alcune riproduzioni di


statuine greche e romane, in creta e bronzo. Larchitetto ora seguiva
Matteo, lo assecondava, e ogni tanto gli forniva qualche spiegazione su
nomi e provenienze. Matteo era nauseato, ma inorrid addirittura
quando si trov di fronte a un pessimo ingrandimento di una foto che
ritraeva larchitetto con moglie e due ragazzi sullo sfondo delle Piramidi.
Ah, siete stati alle Piramidi! fu lunica cosa che Matteo riusc a
dire.
S, un viaggio di dieci anni fa. Adesso Michele e Giacomo sono
grandi e le vacanze se le fanno per conto loro. Tu li hai conosciuti, vero?
Non so, non mi ricordo.
Eh, Michele ha ventisei anni, si laureato in Fisica e adesso lavora a Padova: si occupa di nanoparticelle. Giacomo invece ne ha ventiquattro. Lui come te, vuole fare lartista! Ma non il pittore, no:
lattore. Studia allAccademia di Arte Drammatica, a Roma. La conosci,
no? una bella scuola, prestigiosa...
come te, vuole fare lartista!. Come se fosse una questione di
volont o di capriccio, e non un impulso irrefrenabile, una necessit
che pi la soffochi pi riemerge con prepotenza. E poi questo parlare
di Padova e di Roma, come se Salerno non fosse sufficiente a nutrire e
a soddisfare qualunque ambizione...
Larchitetto prese Matteo per un braccio come aveva fatto luomo
baffuto, e gli indic la porta che dava in cucina. In realt la porta non
cera: cerano solo gli stipiti e larchitrave, di legno laccato bianco. Era
lass che larchitetto voleva il suo quadro.

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Per me e mia moglie la cucina un tempio, il tempio del cibo,


della gastronomia; e tu sai benissimo quanta cultura c, dietro al cibo!
Matteo assent gravemente, ma dentro di s sbalord a pensare che
la sacerdotessa di quel tempio era una donnetta dagli occhi sporgenti e
dai modi da serva.
Ecco, avrei bisogno di una specie di frontone, un triangolo ligneo
decorato con animali e cibi. Frutta, soprattutto. Ho pensato a te perch
mi piacciono quelle tue cose un po astratte; sempre figurative, ma un
po astratte, e soprattutto come usi i colori; sai che intendo, no? Pastosi, pieni... Sto pensando ai quadri che hai esposto lanno scorso, come
sintitolava la mostra?
Naufragi dellanima.
Bravo, quella!
Ma l erano tutte figure umane; volti, soprattutto.
S, ma se non ricordo male cerano pure delle cose, degli oggetti...
Matteo si stava spazientendo: gli sembrava di essere l per un equivoco, o forse solo perch era il figlio di Nicola e Barbara.
Quellaccoglienza cos festosa, che gli era sembrata stonata perch si
addiceva soltanto ai vecchi amici, acquistava ora un senso nuovo: essa
si adattava bene anche ai figli dei vecchi amici, per una specie di diritto
ereditario. In quel momento, in quella casa, Matteo non era altro che
un figlio. Si sent un idiota per non averlo capito prima.
Naturalmente si tratta di lavoro, ci mancherebbe! Ma lo so che tu
di queste cose non ti vuoi occupare, e da un certo punto di vista fai
bene! Quindi non ti preoccupare, me la sbrigo io con Barbara.
Proprio un idiota. Ora doveva soltanto ringraziare e dire che avrebbe fatto del suo meglio.

19

Va bene, allora: adesso preparo un paio di bozze e poi magari ne


discutiamo insieme.
Perfetto! disse larchitetto con un gran sorriso, e gli strinse la
mano vigorosamente, come se la stringesse a Nicola.
Matteo si avvicin allingresso del tempio.
Volevo salutare sua moglie...
Ma come, mi dai del lei? Chiamami Annibale.
Piuttosto che chiamarlo Annibale, Matteo si sarebbe tagliato la lingua.
Va bene, disse.
Ma tu che fai, oltre a dipingere, eh? Che fai?
La domanda era arrivata inaspettata e, sebbene formulata con benevolenza, Matteo la interpret come unaccusa implacabile. Stava per
rispondere Scrivo poesie, ma di sicuro non era quella, la risposta che
Marciano si aspettava da lui. Prov un confuso senso di vergogna, come ogni volta che qualcuno gli poneva quella stessa domanda; eppure,
non si era mai preparato una risposta: gli pareva impossibile che nella
sua vita avrebbe incontrato ancora persone cos indelicate.
Eh, adesso sto preparando unaltra mostra: Il silenzio verde,
sintitola. Aveva detto unaltra idiozia: come se preparare una mostra
fosse cosa distinta dal dipingere. E aveva tralasciato di dire che si trattava di una collettiva, che avrebbe esposto una sola opera, che per
giunta non aveva ancora dipinto.
Larchitetto ignor la risposta.
So che sei laureato in Beni Culturali, cos?
S.

20

No, perch io lavoro alla Soprintendenza... Stavo pensando... visto che fra poco esce un bando per un posto di Conservatore di Beni
Culturali, perch non partecipi? un lavoro interessante, e potresti
continuare tranquillamente a dipingere.
Ah, s... Perch no? Interessante, sicuramente... Matteo era paralizzato dallimbarazzo.
Davvero, pensaci! un lavoro a tempo indeterminato, quindi capisci bene cosa significa: le ferie, la pensione... Ti puoi fare un mutuo
per la casa... Naturalmente, per quello che posso, ti darei una mano io...
Certo, grazie...
Dai, poi quando torni ti faccio avere il bando! Teresa!!!
La sacerdotessa usc dal tempio. Si scus per essersi assentata cos a
lungo, ma stava preparando le cotolette per la cena. Le cotolette, cibo
fra i pi sacri agli dei.
Vennero i saluti, e gli ultimi accordi per rivedersi. Poi Matteo si lanci gi per le scale, senza aspettare lascensore che larchitetto gli aveva
chiamato.
Salutaci mamma e pap, gli url dietro Marciano.
Senzaltro, rispose Matteo, tuffando gli occhi nelle rampe che si
spalancavano sotto di lui.

21

Vuoi animali e frutta? Una testa di maiale con un limone in bocca,


allora. Questo ti meriti! E sotto ci scrivo: Il tempio della trippa!.
Matteo era talmente nero che aveva deciso di tornare in centro a
piedi. Era un viaggio di almeno tre quarti dora, ma aveva bisogno di
annusare il mare e di rimettere in fila i fatti. Non fu difficile, era tutto
abbastanza chiaro: suo padre e sua madre ci avevano riprovato. Era gi
successo lestate dellanno precedente, quando sua sorella Rossana, istigata da loro, gli aveva suggerito di iscriversi alla SICSI, la scuola di
abilitazione allinsegnamento. Rossana aveva tre anni meno di lui, ma
gi era docente di ruolo in italiano e storia in una scuola media di Ferrara. Matteo non voleva saperne: cera da sostenere un test dingresso,
e se per caso ti prendevano, allora veniva il peggio, perch bisognava
seguire corsi tutti i pomeriggi per due anni, dare gli esami, e la tesina
finale. Sua madre prov ad insistere, con molto tatto: in fondo tutti in
famiglia insegnavano, e tutti portavano avanti le loro aspirazioni artistiche; anche Rossana, che era piuttosto brava con la ceramica. Matteo
disse che ci avrebbe pensato, e intanto preparava la mostra Naufragi
dellanima. Ogni volta che pensa a quella mostra, oggi, Matteo si
scandalizza di quanto siano disonesti i galleristi, che ti prendono il cinquanta per cento per darti uno stanzone male illuminato e il loro nome
sulle brochure. Ma allora Matteo pensava solo ad avere successo. La mostra si chiuse il venti agosto, una settimana prima della scadenza del
bando della SICSI. Matteo aveva venduto una decina di quadri e ne
aveva ricavato duemilaottocento euro, che sarebbero stati cinquemilaseicento, se non ci fosse stata la rapina del gallerista. Con quei soldi sul
piatto, il discorso SICSI per lui era chiuso, e nessuno in famiglia ne
parl pi.

22

Questa volta glielavevano fatta ancora pi sporca: era stato attirato


in una trappola bella e buona: era chiaro che quellarchitetto dozzinale
non aveva nessun interesse per i suoi quadri. Probabilmente non
lavrebbe neanche pagato, e sua madre gli avrebbe consegnato quattrocinquecento euro fingendo di averli avuti da Marciano. E magari, se
Marciano fosse riuscito a fargli vincere il concorso, suo padre gli avrebbe regalato, per sdebitarsi, une delle sue grandi tele da qualche migliaio di euro. Peccato che questanno non aveva una mostra in programma: solo quel quadro per Il silenzio verde. A questo punto non
aveva altra scelta: doveva dipingere una tela enorme, che gliela pagassero quanto le dieci dellanno prima. Un olio, doveva essere, niente tempera o acquerello: soltanto per gli oli la gente disposta a spendere un
mucchio di soldi.
S, stavolta glielavevano fatta proprio sporca. Ma lui non era pi un
bambino che si pu raggirare impunemente. Avrebbe voluto vederli
morti, suo padre e sua madre, per non subire pi le loro angherie. E
pure Rossana, che li assecondava, e che avrebbe preteso la sua parte di
eredit, anche se aveva un lavoro fisso e poteva farsi il mutuo, e comprarsi una casa a Ferrara. Tutti e tre, dovevano morire. Solo cos poteva liberare la mente da quei pensieri cupi e opprimenti che gli soffocavano il talento; solo cos avrebbe potuto cercare lispirazione senza
nessuno che lo interrompesse per chiamarlo a pranzo o per venirgli a
raccontare storielle di nessuna importanza.
Stava attraversando piazza della Concordia quando gli arriv una
telefonata da suo padre. Era un fatto insolito, perci decise di rispondere, ma solo per trattarlo male.
Matteo, dove sei?

23

A piazza della Concordia.


Stai tornando a casa?
S.
Mi compreresti una lattina dacqua ragia? Devo pulire i pennelli e
lho finita.
Agli ordini.
Senti, mamma mi ha detto che sei andato da Marciano per un
quadro...
Ecco, ora cera da divertirsi.
S, infatti.
E com andata?
Bene, penso che ci metteremo daccordo.
Ha-ha.
Solo che a un certo punto se n uscito con la storia di un concorso alla Soprintendenza. Dice che potrei farlo... Bah, chiss come gli
venuto in mente!
Un concorso alla Soprintendenza? Beh, mica male come idea.
Ma figurati, tu mi vedi in un ufficio a passare carte?
E perch no? Ti resterebbe sempre un sacco di tempo per dipingere.
Eccola, la prova del complotto: suo padre aveva usato lo stesso argomento dellarchitetto. Si vede che ne avevano discusso a lungo.
Vabb, poi ne parliamo. Vado a prenderti lacqua ragia.
Ora restava solo da capire come lavrebbe usata, lacqua ragia: se
lavrebbe fatta scorrere a forza nella gola di mamma e pap, o se
glielavrebbe versata addosso per poi dargli fuoco.

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Erano le otto di sera, quando Matteo attacc la salita di via Trotula


de Ruggiero. Nel lungo tragitto si era distratto a seguire il tramonto del
sole dietro il costone di roccia declinante; aveva incontrato un amico, e
passeggiando insieme per un tratto avevano rievocato un vecchio viaggio; si era fermato a osservare certi oggetti curiosi da un rigattiere, e si
era quasi del tutto dimenticato del suo livore e della sua vendetta. In
mano teneva la lattina dacqua ragia, avvolta in un foglio di giornale. La
faceva roteare su e gi per sentire quel glu-glu familiare, e ne pregustava lodore aspro e aromatico. Gi non era pi unarma mortale, ma di
nuovo un comune solvente, uno dei tanti attrezzi da lavoro di un pittore. Per prima cosa, pens, doveva farsela rimborsare, poi se ne sarebbe
tenuta un po per i suoi pennelli, e se suo padre provava a dire qualcosa, gliene avrebbe cantate quattro. Intanto, al suo passaggio (ma forse
era solo per lora) i mezzibusti impagliati si staccavano dagli usci e ritornavano nel buio, come quadri invenduti alla chiusura di una mostra.
Povero Matteo, quanti ne aveva tirati gi di quadri dai muri! Ma
stavolta pensava con fiducia al suo silenzio verde, a quella tela enorme,
che sarebbe passata a fatica sotto le architravi; avrebbe proposto
allarchitetto due bozzetti incompatibili con la sacralit del tempio; si
sarebbe goduto le facce ammirate dei suoi amici pittori; avrebbe chiesto un bicchiere di whisky irlandese e avrebbe cantato fuori al balcone;
avrebbe venduto la tela per una cifra non inferiore ai duemilaottocento

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euro; avrebbe ringraziato per il bando, e lavrebbe gettato nel primo


cestino.
Per un altranno almeno, questo certo, nessuno gli avrebbe pi teso altre trappole.

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