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Ricordo le partite a pallone giocate con i compagni di scuola su un

campetto di periferia, in certi infiniti pomeriggi di maggio. Lerba


spuntava soltanto qua e l in piccoli ciuffi, fra la polvere e il brecciolino, e nessuno sapeva se fossero i superstiti di un prato un tempo
rigoglioso, o degli intrusi che si erano fatti largo a forza. Appena attraversavamo lo squarcio nella recinzione, eravamo presi
dallorgasmo della partita, e pensavamo soltanto a tirare calci; altrimenti li avremmo strappati volentieri, perch si finiva per inciamparci, e a volte facevano il solletico al pallone, e quello non capiva
pi niente e prendeva traiettorie strane e infide.
Io stavo in porta, perch a correre mi stancavo, e perch il
grosso del tempo potevo passarlo a guardare gli altri, a giudicare i
loro movimenti, le loro urla e i loro corpi. Ogni tanto battevo i talloni contro un palo, come facevano i portieri veri per liberare le
scarpe dalle zolle. Ma le mie suole, invece di precipitare terra, disperdevano lievissima polvere.
Ero un portiere mediocre, ma non ne soffrivo: mi bastava sentire limpatto del pallone contro le mani protese, godendo della parabola del tuffo, dalla curva appena accennata per la distanza cospicua tra il fuoco e la direttrice. La sensazione di partecipare in pieno,
e in ugual misura, di un fuoco che distrugge e di una direttrice che
costruisce, inseriva il mio estremo tentativo di difesa nellequilibrio
del cosmo. Ecco dunque spiegata la mia felicit nel seguire
lesultanza degli avversari quando mi facevano gol, la stessa di
quando sentivo il tocco leggero delle palme dei compagni sulle natiche o sulla nuca, per ringraziarmi di una bella parata.
I miei compagni, per, non si capacitavano dei miei sorrisi
quando raccoglievo il pallone in rete; me lo strappavano di mano
come se non ne fossi degno, e mi facevano certi sguardi come per
dire: Se ci fosse un altro che vuole andare in porta, con noi non
giocheresti pi. Per loro contava vincere: dellequilibrio del cosmo
se ne fottevano altamente.

*
Il segreto del gioco lavevo scoperto qualche anno prima. In certi
pomeriggi destate mio nonno mi portava ai giardinetti. Scendeva di
casa con una bianca canottiera di lana infilata nei bermuda beige. Ai
piedi aveva delle ciabatte di plastica, delle quali ricordo soprattutto il
fetore. Quando mi chiedeva di portargliele, le tenevo con la punta
delle dita, stendendo il braccio il pi in basso possibile, fino a sentire
dolore, e alzando il mento. Pensavo cos di allontanarle di qualche
centimetro dal naso, ma era tutto inutile. Quando ero abbastanza
vicino alla sua poltrona, mio nonno mi puntava un piede in faccia e
diceva: Le ciabatte profumano di rose, in confronto a questo!; ma
io smettevo subito di respirare, e non ho mai saputo se fosse vero
oppure no.
Ai giardinetti ci andava per giocare a scopone con gli amici. Si
mettevano sotto un grosso albero ritorto, intorno a un tavolo rotondo, di pietra. Due di loro sedevano su panche, anchesse di pietra; gli altri due su certe seggioline pieghevoli che portavano da casa,
le stesse che usavano per andare a pescare in fondo al molo. Io ero
libero di andarmene sullaltalena o sullo scivolo, ma il pi delle volte
quegli attrezzi mi annoiavano, e preferivo osservare il gioco dei vecchi. Per timidezza me ne stavo dietro il nonno, e a volte gli poggiavo il mento su una spalla. Lui per scherzo mi minacciava: Se dici le
carte a questi due fetenti ti faccio mangiare le mie ciabatte. Ma io
nemmeno sapevo come fare. Guardavo le facce degli altri giocatori,
per capire se le stavano dicendo. Le vedevo ingrugnirsi, poi
dimprovviso distendersi per una bella presa; spesso ridevano, e facevano certi commenti che non capivo, forse osceni, o forse segnali
in codice. Qualche volta cominciavano una bestemmia senza finirle,
o allultimo momento la trasformavano in una parola innocua.
Una volta che mi ero stancato di stare in piedi ma non di guardarli giocare, mi arrampicai sullalbero e mi sdraiai a pancia in gi su
un ramo, ficcando la testa nel vuoto creato da due rami pi piccoli.

Da lass scompariva la mimica dei volti, e quindi la funzione cosciente del gioco: vincere. Vedevo solo lalternarsi delle braccia verso il centro del tavolo. Le carte si affastellavano l in mezzo, come
ciocchi buttati in un fal primordiale e sacro, al quale tutti si scaldavano. Schiacciate con forza, quasi crepitavano; la sequenza veloce
dei turni teneva alta lenergia, e il bottino preso in custodia sembrava ancora fiammeggiare tra le mani, fino a un nuovo rimescolio.
In quel momento mi sembr di intuire che nel gioco vale tutto
allo stesso modo: sbagliare e indovinare, perdere e vincere. Un gol
preso e una parata aumentano allo stesso modo la nostra conoscenza, proprio come una scopa inflitta o subita. I giocatori siedono allo
stesso tavolo, corrono sullo stesso campo: non solo i compagni, anche gli avversari sono nostri complici. Il vero confine fra quelli
che conoscono il gioco e quelli che lo ignorano. Io, per esempio,
non avrei mai saputo quando lasciare il sette a terra e quando no; e
per questo stavo sullalbero, e non al tavolo.
*
E cos, mentre guardavo il terribile Michelone scrollarsi di dosso la
marcatura di Gino e puntare diritto verso di me, lo sentii fratello nel
gioco, e mi buttai in mezzo ai suoi piedi per abbracciarli, stendendo
il pi possibile muscoli e tendini, come ai tempi delle ciabatte del
nonno. Ai margini del campetto cera Serena, che passando con le
amiche si era fermata a vederci giocare, ma solo perch scimuniva per
un paio di noi. Anche se aveva delle gambe che a pensarci potevi
farti tre seghe di seguito, nulla sapeva di fuorigioco e rigori, di punizioni dirette e indirette, e per questo mi sentii in diritto di compatirla.
La scarpa di Michelone doveva avermi preso in piena faccia a
mille allora. Prima di svenire feci in tempo a sentirlo esultare per il
gol, ma mi tranquillizzai al pensiero che i miei compagni mi avrebbero reso giustizia, facendolo annullare. Poi avrebbero chiamato i

grandi, e i grandi avrebbero chiamato unambulanza, mentre Serena


si sarebbe coperta la faccia con le mani per la paura di vedermi tramortito a terra. La poverina sapeva che avevo preso un calcio, ma
provate a spiegarle cos la carica al portiere, e dopo due secondi se
ne scappa via con le amiche con la scusa che faranno tardi al cinema.
Michelone fu il primo a farmi visita in ospedale. Dietro di lui
suo padre gli teneva bonariamente le mani sulle spalle, quelle stesse
mani che dovevano averlo riempito di mazzate, a giudicare dalla
chiazza violacea che spiccava sotto locchio sinistro. Lo sentii ancora pi fratello, nella comune disgrazia. Mi port in regalo tutte le figurine che mi mancavano per finire lalbum, e non la finiva pi di
scusarsi: disse che avevo fatto proprio una bella uscita, che non se
laspettava, e per questo aveva tirato, credendomi pi lontano dai
suoi piedi giganteschi e fatali. Mi conferm che il gol era stato annullato, allunanimit, senza discussioni, e la partita sospesa.
Lequilibrio del cosmo era salvo, e i nove punti di sutura che avevo
sulla fronte cominciavano a farmi meno male.