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Linguaggio e cambiamento.

L'uso di parole chiave in terapia


Luigi Boscolo - Paolo Bertrando - Paola Maria Fiocco
R. Meri Palvarini - Jacqueline Pereira

Le considerazioni che seguono nascono dal


nostro interesse verso i processi di cambiamento che si verificano in terapia. nostra opinione
che spesso tali processi siano legati all'uso di
espressioni verbali, dotate d'un certo margine
d'ambiguit e d'indeterminazione o capaci di
evocare particolari stati emotivi, espressioni verbali che includono quelle che abbiamo scelto di
chiamare "parole chiave". A volte, nel nostro
lavoro, la scelta d'una parola chiave si dimostrata determinante nel mettere in moto un cam-

biamento o nello sbloccare situazioni che parevano condannate allo stallo. A volte, addirittura,
i cambiamenti sono stati innescati da parole o
metafore cui erano i clienti ad attribuire una
particolare importanza, esplicitata da connessioni tra il cambiamento che si era verificato e
una parola o un concetto a cui il terapeuta non
aveva dato rilevanza. Ci in sintonia con l'idea
che i significati sono attribuiti dal ricevente, non
dall'emittente.
Parole chiave sono state usate in molte altre
situazioni, oltre che in terapia: basti pensare
alle "parole d'ordine" dei politici, parole o frasi
tali da avere una pregnanza e un impatto emotivo intensi. Parole come queste vanno lette
ciascuna nel proprio contesto, ma a volte hanno una potenza tale da riuscire, da sole, a
costruire un contesto. Il "new deal" di Roosevelt un esempio del genere, una frase che a
distanza di decenni ancora riesce a evocare
un'atmosfera di ottimismo e fiducia nel futuro;
analoga valenza stata posseduta dal nome
scelto per il sindacato libero polacco, "Solidarnosc" (solidariet).
Anche nella nostra cultura sono state usate
parole d'ordine analoghe: un politico italiano,
per indicare la necessit di accordi tra partiti che
per non limitassero la possibilit d'azione di

LUIGI BOSCOLO
Co-direttore, Centro Milanese di Terapia della Famiglia, via Leopardi 19, Milano.

PAOLO BERTRANDO
Associazione Ricerche sulla Schizofrenia (ARS), via Tamagno 5, Milano (Direttore Scientifico: Prof. C.L. Cazzullo).

PAOLA MARIA FIOCCO


Dipartimento di Sociologia, Universit di Padova (Direttore: Prof. S.
Acquaviva).
R. MERI PALVARI NI
Unit Sanitaria Locale, Pavullo (Modena).

JACQUELINE PEREIRA
Centro Milanese di Terapia della Famiglia.

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ciascuno, parl negli anni sessanta di "convergenze parallele", un'azione quasi paradossale,
insieme necessaria e - a rigor di termini - impossibile.
Nel dominio della terapia, il gruppo di Milano
inizi a servirsi di parole chiave (pur senza
definirle tali) gi negli anni settanta, rendendosi
conto della loro efficacia. Nei primi anni settanta, l'attenzione era fecalizzata sull'elaborazione
di un'ipotesi sistemica dalla quale derivava un
intervento finale, cui era attribuita la possibilit
d'indurre un cambiamento; l'interesse per la
seduta era trascurabile (24).
Dopo il 1975, l'attenzione si spost sulla conduzione di seduta; di qui nacquero i concetti di
neutralit, circolarit e ipotizzazione (25). Le
domande circolari diventarono uno degli strumenti pi importanti del terapeuta nella conduzione di seduta. Con tali domande, il terapeuta
valutava le ipotesi che man mano emergevano
nel discorso. L'attenzione verso il linguaggio fu
una naturale conseguenza di tale processo. L'interesse verso i comportamenti verbali, paraverbali e non verbali che intercorrevano tra famiglia e terapeuta si associ a quello, preesistente,
per le modalit organizzative del sistema osservato. Parallelamente, un altro elemento d'interesse diventarono le emozioni e le loro espressioni linguistiche e analogiche.
Oggi la nostra ricerca sulle espressioni linguistiche, di cui questo lavoro sulle parole chiave
un primo esempio, sta cercando di passare da
una fase intuitiva a una fase analitica. In questa
sede ci occuperemo di parole chiave, mentre
delle metafore e delle metonimie, che appartengono al campo della retorica, ci occuperemo in
un prossimo lavoro. Cercheremo di capire come
e perch determinate parole agiscono. Ci significa indagare sul processo terapeutico servendosi di strumenti linguistici. Per questo
necessario innanzitutto precisare i confini della
nostra indagine.

livelli di analisi del


II costruttivismo di Gregory Bateson (3)
ma, di Maturana e Varela (15) e Heinz vonj
Foerster (12) poi e il costruttivismo radicale dil
von Glasersfeld, che hanno potentemente in-J
fluenzato il pensiero sistemico-cibernetico, co- j
statuiscono un modello scientifico che pone in i
primo piano il ruolo dell'osservatore nella co- ;
struzione della realt. Un contributo in questo ;
senso, del resto, era gi venuto dallo sviluppo '
degli studi semiotici nella prima met del novecento. L'idea di arbitrariet nella connessione tra
significante e significato introdotta dalla teoria
del segno di de Saussure (7) aveva aperto la
strada alla possibilit di concepire la lingua come modalit di costruzione dei significati, e
quindi costruzione diretta della realt .
Alcune delle teorie linguistiche attualmente
pi accreditate hanno abbandonato completamente il filone della "corrispondenza biunivoca" tra parole ed oggetti esterni. Le semiotiche
e semantiche strutturali indagano le determinanti culturali e le interazioni ambientali che
portano una lingua naturale ad essere parlata
com' parlata. La grammatica universale chomskiana, invece, analizza le determinanti responsabili della nostra capacit di parlare una qualsiasi lingua. Nel primo caso si indagano eventi,
nel secondo potenzialit. Le diverse teorie del
linguaggio si pongono cio differenti obiettivi.
Ma per perseguirli devono lavorare sul linguaggio a pi livelli. Possiamo schematizzarli partendo dal livello pi generale (Livello Zero) per
arrivare ai livelli pi specifici.

'Questa linea di pensiero ha raggiunto la sua espressione


massima con le opere di Sapir (23) e di Whorf (26), ed stata
pi di recente estesa da Umberto Eco (8, 9).
2 Tutta la famiglia delle grammatiche generative derivate
dall'opera di Chomsky, fino alla sua "Grammatica Universale" (6).

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Linguaggio e cambiamento.
L'uso di parole chiave in terapia
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Le considerazioni che seguono nascono dal


nostro interesse verso i processi di cambiamento che si verificano in terapia. nostra opinione
che spesso tali processi siano legati all'uso di
espressioni verbali, dotate d'un certo margine
d'ambiguit e d'indeterminazione o capaci di
evocare particolari stati emotivi, espressioni verbali che includono quelle che abbiamo scelto di
chiamare "parole chiave". A volte, nel nostro
lavoro, la scelta d'una parola chiave si dimostrata determinante nel mettere in moto un cam-

biamento o nello sbloccare situazioni che parevano condannate allo stallo. A volte, addirittura,
i cambiamenti sono stati innescati da parole o
metafore cui erano i clienti ad attribuire una
particolare importanza, esplicitata da connessioni tra il cambiamento che si era verificato e
una parola o un concetto a cui il terapeuta non
aveva dato rilevanza. Ci in sintonia con l'idea
che i significati sono attribuiti dal ricevente, non
dall'emittente.
Parole chiave sono state usate in molte altre
situazioni, oltre che in terapia: basti pensare
alle "parole d'ordine" dei politici, parole o frasi
tali da avere una pregnanza e un impatto emotivo intensi. Parole come queste vanno lette
ciascuna nel proprio contesto, ma a volte hanno una potenza tale da riuscire, da sole, a
costruire un contesto. Il "new deal" di Roosevelt un esempio del genere, una frase che a
distanza di decenni ancora riesce a evocare
un'atmosfera di ottimismo e fiducia nel futuro;
analoga valenza stata posseduta dal nome
scelto per il sindacato libero polacco, "Solidarnosc" (solidariet).
Anche nella nostra cultura sono state usate
parole d'ordine analoghe: un politico italiano,
per indicare la necessit di accordi tra partiti che
per non limitassero la possibilit d'azione di

LUIGI BOSCOLO
Co-direttore, Centro Milanese di Terapia della Famiglia, via Leopardi 19, Milano.
PAOLO BERTRANDO
Associazione Ricerche sulla Schizofrenia (ARS), via Tamagno 5, Milano (Direttore Scientifico: Prof. C.L. Cazzullo).
PAOLA MARIA FIOCCO
Dipartimento di Sociologia, Universit di Padova (Direttore: Prof. S.
Acquaviva).
R. MERI PALVARI NI
Unit Sanitaria Locale, Pavullo (Modena).
JACQUELINE PEREIRA
Centro Milanese di Terapia della Famiglia.

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livelli di analisi del linguaggio

ciascuno, parl negli anni sessanta di "convergenze parallele", un'azione quasi paradossale,
insieme necessaria e - a rigor di termini - impossibile.
Nel dominio della terapia, il gruppo di Milano
inizi a servirsi di parole chiave (pur senza
definirle tali) gi negli anni settanta, rendendosi
conto della loro efficacia. Nei primi anni settanta, l'attenzione era fecalizzata sull'elaborazione
di un'ipotesi sistemica dalla quale derivava un
intervento finale, cui era attribuita la possibilit
d'indurre un cambiamento; l'interesse per la
seduta era trascurabile (24).
Dopo il 1975, l'attenzione si spost sulla conduzione di seduta; di qui nacquero i concetti di
neutralit, circolarit e ipotizzazione (25). Le
domande circolari diventarono uno degli strumenti pi importanti del terapeuta nella conduzione di seduta. Con tali domande, il terapeuta
valutava le ipotesi che man mano emergevano
nel discorso. L'attenzione verso il linguaggio fu
una naturale conseguenza ditale processo. L'interesse verso i comportamenti verbali, paraverbali e non verbali che intercorrevano tra famiglia e terapeuta si associ a quello, preesistente,
per le modalit organizzative del sistema osservato. Parallelamente, un altro elemento d'interesse diventarono le emozioni e le loro espressioni linguistiche e analogiche.
Oggi la nostra ricerca sulle espressioni linguistiche, di cui questo lavoro sulle parole chiave
un primo esempio, sta cercando di passare da
una fase intuitiva a una fase analitica. In questa
sede ci occuperemo di parole chiave, mentre
delle metafore e delle metonimie, che appartengono al campo della retorica, ci occuperemo in
un prossimo lavoro. Cercheremo di capire come
e perch determinate parole agiscono. Ci significa indagare sul processo terapeutico servendosi di strumenti linguistici. Per questo
necessario innanzitutto precisare i confini della
nostra indagine.

II costruttivismo di Gregory Bateson (3) prima, di Maturana e Varela (15) e Heinz von
Foerster (12) poi e il costruttivismo radicale di
von Glasersfeld, che hanno potentemente influenzato il pensiero sistemico-cibernetico, costituiscono un modello scientifico che pone in
primo piano il ruolo dell'osservatore nella costruzione della realt. Un contributo in questo
senso, del resto, era gi venuto dallo sviluppo
degli studi semiotici nella prima met del novecento. L'idea di arbitrariet nella connessione tra
significante e significato introdotta dalla teoria
del segno di de Saussure (7) aveva aperto la
strada alla possibilit di concepire la lingua come modalit di costruzione dei significati, e
quindi costruzione diretta della realt .
Alcune delle teorie linguistiche attualmente
pi accreditate hanno abbandonato completamente il filone della "corrispondenza biunivoca" tra parole ed oggetti esterni. Le semiotiche
e semantiche strutturali indagano le determinanti culturali e le interazioni ambientali che
portano una lingua naturale ad essere parlata
com' parlata. La grammatica universale chomskiana, invece, analizza le determinanti responsabili della nostra capacit di parlare una qualsiasi lingua. Nel primo caso si indagano eventi,
nel secondo potenzialit. Le diverse teorie del
linguaggio si pongono cio differenti obiettivi.
Ma per perseguirli devono lavorare sul linguaggio a pi livelli. Possiamo schematizzarli partendo dal livello pi generale (Livello Zero) per
arrivare ai livelli pi specifici.

1Questa linea di pensiero ha raggiunto la sua espressione


massima con le opere di Sapir (23) e di Whorf (26), ed stata
pi di recente estesa da Umberto Eco (8, 9).

2 Tutta la famiglia delle grammatiche generative derivate


dall'opera di Chomsky, fino alla sua "Grammatica Universale" (6).

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questa disciplina "pragmatica", altri, come Umberto Eco, preferiscono vederla come una branca della semantica. Essa si occupa dell'interazione linguistica tra gli individui e dei suoi effetti,
cio delle singolarit dei vari modi di parlare: vi
possono rientrare tutte le manifestazioni di comunicazione paraverbale o non verbale (2, 4),
spesso trascurate dallo studio linguistico perch
non codificabili, o comunque difficilmente
obiettivabili. Nello studio della conversazione
devono considerarsi incluse tutte le modalit
comunicative impiegate (o impiegabili) nelle
effettive interazioni di due o pi esseri umani.
Questo il livello pi vicino alla nostra pratica
terapeutica. All'interno di questo livello, ci interesser il linguaggio nel suo duplice risvolto
verbale e non verbale, cognitivo ed emotivo. Ci
occuperemo anche di significati, di metafore, di
metonimie, e naturalmente anche di "parole
chiave", che costituiscono un piccolo settore di
questo livello, e che sono il soggetto dell'odierna presentazione.

Livello Zero
A questo livello possiamo porre le grammatiche generative e trasformative, da Chomsky (6)
a Fodor (11) e agli altri linguisti di derivazione
chomskiana, che hanno assunto rilevanza negli
ultimi decenni. Questi autori prendono in considerazione la facolt innata (che si presume
geneticamente determinata) che rende possibili
gli atti linguistici degli esseri umani. Tale facolt
da essi definita "competenza linguistica". Le
lingue naturali sono considerate come attualizzazioni delle potenzialit insite nel sistema
"Grammatica Universale". L'indagine linguistica
si concentra sulle caratteristiche comuni a tutti i
parlanti di tutte le lingue, situandosi cos al
livello pi generale della nostra classificazione.

Livello 1
I linguisti che operano a questo livello, da
Saussure (7) a Jacobson (14), a Sapir (23) e
Whorf (26), fino a Hilary Putnam (21), si occupano principalmente dello studio delle lingue
storicamente esistenti, quindi della realizzazione delle possibilit indagate dalla Grammatica
Universale. Tale approccio linguistico (la linguistica strutturale) vede la lingua non da punto di
vista neurobiologico, ma come co-creazione di
una comunit di parlanti, cio come un fenomeno interattivo. Ogni lingua ha delle caratteristiche (grammatica, sintassi, semantica) che la distinguono dalle altre. La linguistica strutturale,
che de Saussure definiva la "linguistica della
langue", quella che si occupa di ci che
comune a tutti i parlanti di una data lingua.

Retorica e terapia
Indagando il livello 2 dello studio del linguaggio, ci sembra che una delle ricerche potenzialmente pi fruttuose sia quella che esplori la
connessione tra la terapia e la retorica (17, 18,
19, 20, 22). Gli antichi greci definivano la retorica come "l'arte di persuadere". In questa definizione, concetti come "persuasione" e "convincimento" non stanno a indicare quegli effetti di
plagio cui si pensa volgarmente. La retorica
greca considera il modo in cui si possono ottenere degli effetti attraverso il parlare, ovvero il
rapporto tra azione e linguaggio, che uno dei
punti centrali nella relazione terapeutica. Questo significa che, fin dall'antichit, erano note le
relazioni intime tra i due aspetti della comunicazione e soprattutto non se ne ignoravano i

Livello 2
Alcuni linguisti, come Morris, hanno definito
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risvolti psicologici. In questo senso, la retorica


stata la {Mima disciplina che si sia posta come
ponte tra pensiero e azione, a differenza della
logica, che scindeva queste due realt. L'arte del
ben parlare secondaria, mentre ci che primario per noi sono le emozioni evocate nell'interazione attraverso una determinata struttura
del discorso, cui si connettono pensieri e significati. (|^ ji jajpdo in cui un discorso - una data *
esposizione degli elementi del discorso - riesce
ad agire sull'interlocutore, evocando emozioni
connesse a determinati significati).
La retorica nacque a Siracusa nei primi decenni del V secolo a.C., quando due tiranni
espropriarono i terreni per darli ai soldati mercenari (16). Abbattuta la tirannide, inizi una
lunga stagione di processi. Corace e il suo allievo Tisia vi lavorarono con il seguente principio:
il sembrare vero conta certo assaipi dell'essere
vero.
Quindi si diedero alla ricerca delle tecniche
atte alla dimostrazione di una tesi.
Sempre in Sicilia prosperava la psicagogica,
cio un genere di retorica che trascinava gli
animi degli ascoltatori. Essa mirava a suscitare
intense emozioni nell'ascoltatore per ottenere il
cambiamento del suo agire. Pi tardi Aristotele
introdusse, a suo modo, il concetto di contesto,
parlando della "opportunit" del discorso, che
doveva variare a seconda delle circostanze e
delle condizioni degli interlocutori. Egli sistematizz la retorica, riconoscendone l'efficacia,
stabilendo pure che, come la logica fa uso del
sillogismo, la retorica ha il suo strumento principale nell' entimema,^che arriva a conclusioni
probabili e confutabili. Molti entimemi aristotelici sono basati sui cosiddetti "luoghi comuni" .
Aristotele, inoltre, si occup ampiamente della

metafora e dei suoi effetti come figura centrale


del discorso.
A questo punto agevole rintracciare le similitudini e le differenze tra un retore e un terapeuta sistemico. Entrambi cercano di cambiare le
premesse dei propri interlocutori attraverso il
linguaggio e le emozioni veicolate dal linguaggio, entrambi lavorano su parole e metafore. Ma
se il retore ha una sua tesi da sostenere, il
terapeuta, nel dialogo con i pazienti, continuamente alla ricerca di una "tesi", che non arriver
mai ad essere una tesi definitiva: gli effetti di
questa ricerca possono favorire nel cliente - e
non solo nel cliente - il sorgere di nuove emozioni, nuovi sistemi di significato, che possono
diventare nuove premesse. In questo senso,
parafrasando Pirandello, una famiglia che va in
terapia pu essere vista come un gruppo di
personaggi in cerca d'autore: alla ricerca, con
esso, d'un nuovo copione.
Il terapeuta che opera con il metodo di Milano
esplora, con i clienti, molte ipotesi diverse, e nel
turbinio di domande e risposte possono sorgere
nuove concezioni, idee, significati, in poche
parole nuove storie. In questo senso, la terapia
sistemica inquadrabile in una retorica deU'impredicibilit.

Lessico terapeutico e parole chiave


Definiamo lessico terapeutico il particolare
linguaggio che emerge, nel tempo, dalla relazione tra clienti e terapeuta. Ad esempio, nella
terapia rogersiana il terapeuta tende a ripetere
certe domande o affermazioni del cliente secondo uno stilema particolare: Lei dice
ah-ah,
che segnala allo stesso tempo attenzione e acccttazione. Si crea cos un lessico che tutto
fondato sul linguaggio del cliente, mentre il
terapeuta si riserva soprattutto di evidenziare e
sottolineare certe parole ed emozioni espresse

Mortara Garavelli (16) ne cita uno (p. 24): -Se neppure tutti
gli dei sanno tutte le cose, ancor pi diffcilmente le sapranno gli uomini. Esso si basa sul luogo (Jopos) comune del
"pi e del meno".

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dal cliente. L'analista freudiano classico interrompe i suoi lunghi silenzi con affermazioni o
interpretazioni precedute da una forma dubitativa: Mi domando se..., che apre il discorso,
lasciando al cliente la scelta del significato.
noto che gran parte dei terapeuti familiari,
ispirantisi ai pi diversi modelli, tende ad essere
molto attiva nel corso della seduta. caratteristico del lessico del modello di Milano la formulazione, da parte del terapeuta o del consulente,
di domande suggerite da ipotesi formulate sulla
base dei "dati" offerti dai clienti, oltre che, naturalmente, dalle premesse (pregiudizi, teorie) del
terapeuta stesso. Non si deve pensare, naturalmente, che il processo sia cos meccanico e
unidirezionale come pu apparire da questa
descrizione: possibile anche una descrizione
opposta, cio che le domande del terapeuta
siano suscitate dalle affermazioni dei clienti.
Come abbiamo accennato all'inizio dell'articolo, il nostro recente interesse al lessico terapeutico ci ha portato a considerare l'importanza
di certe parole o perifrasi, legata alla natura
stessa delle parole oppure al contesto in cui
sono pronunciate, oppure a entrambi.. Tali parole, le "parole chiave", hanno una grande potenzialit di ridefinizione. Esse possono inserirsi
nelle mappe dei clienti, nelle loro storie, introducendo un alto grado di "disordine", dal quale
pu originarsi una riorganizzazione, cio un
cambiamento. Utilizzando il linguaggio di Prigogine, si potrebbe dire che le parole chiave
possono portare un sistema lontano dall'equilibrio, dall'ordine preesistente. Il sistema si riorganizza producendo cambiamento se la nuova
costruzione piace, attira, sorprende. Frequentemente le parole chiave evocano momenti significativi della vita di relazione, sono parole-ponte
atte a collegare mondi diversi e contrapposti.
Possono creare stati di ambiguit, per la loro
natura polisemica; attivare corto circuiti tra i tre
diversi livelli della cognizione, dell'emozione e

dell'azione, generando un percorso a spirale


che non ha inizio n fine: l'"eterna ghirlanda
brillante" (13) di Hofstadter.
Potremmo dividere le parole chiave in jlget
categorie: ^quelle utilizzabili in situazioni diverse, con diversi clienti, e quelle uniche a uno
specifico cliente e a uno specifico momento.
Tale suddivisione richiama quella dei rituali nel
primo periodo del gruppo di Milano (1971-75).
Molte parole chiave della prima categoria sono
correlate a temi di alta pregnanza emotivo-affettiva, quali, ad esempio, nascita/morte, attaccamento/distacco, malattia/sanit e cos via. Ci
sono parole che sono pi adatte di altre ad
evocare questi temi.
Faremo un esempio. Se ci troviamo di fronte
ai genitori di un figlio sintomatico, che come
spesso accade si ritira dalla vita sociale, lascia gli
amici e a volte la scuola e il lavoro, e in breve
finisce per trincerarsi in casa, possiamo chieder
loro: Come spiegate il fatto che vostro figlio sia
entrato in sciopero?, e poi al figlio: E lei, perch
ha deciso di far sciopero?. "Sciopero" una
parola ambigua e polisemica, che definisce un
amplissimo campo semantico, all'interno del
quale vari possibili significati entrano in gioco.
L'ambiguit della parola relativa al suo impiego in un contesto clinico, in cui degli esperti la
sostituiscono alla parola "malattia": a questo
punto, dal momento che il contesto matrice
di significati, ed in relazione alla conversazione, quella parola rende ambiguo il contesto. Dal
momento che ogni sistema interattivo tende a
trovare una coerenza, i clienti possono reagire
a quest'inserzione di ambiguit trovando nuovi
significati.
Per comprendere la nostra ipotesi sul modo
in cui una parola chiave come "sciopero" pu
favorire il lavoro terapeutico, utile fare riferimento alla linguistica saussuriana com' stata
riveduta e modificata dapprima da Roland Barthes, quindi da Umberto Eco (8,9). Secondo

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questo modello, ogni segno collocato in un particolare sistema di significazione consta di due
elementi, significante e significato, indissolubilmente uniti come le due facce d'un foglio. Il
rapporto tra significante^ significato, per, non
cos semplice come appare a prima vista: esso
univoco solo in certi linguaggi, come quelli di
programmazione dei computer, mentre nelle
lingue naturali ben pi complesso. Eco ha
chiarito assai bene la distinzione tra denotazione (rispondenza, univoca tra significante e significato) e connotazione(rspondenza molteplice
e multiforme tra i due termini):

2)

3)

4)

Sulla base di un codice dato, un significante denota dunque un significato. Il rapporto di denotazione un rapporto diretto e univoco, rigidamente
fissato dal codice (...). Il rapporto di connotazione si
pone quando una coppia formata dal significante e
dal significato denotato diventano insieme il significante di un significato aggiunto. Potr poi accadere
che questa connotazione ne generi una seconda,
rispetto alla quale il significato gi connotato diventa
il significante del nuovo significato. (8, pp.37-38).

5)

evidente, da quanto detto, che l'azione delle


parole chiave si colloca al livello della connotazione. Quanto pi i termini usati sono polivalenti, ricchi di possibili connotazioni, tanto maggiore potr essere l'efficacia. opportuno che il
discorso sia tale da veicolare queste connotazioni. All'interno del discorso terapeutico si costituisce un equilibrio tra le varie connotazioni
delle parole usate: in tal modo, i clienti hanno
la possibilit di scegliere un significato rispetto
a un altro.
Riprendiamo ora la parola "sciopero" ed esaminiamone le diverse connotazioni e i relativi
effetti qualora la si sostituisca alle parole "sintomo" o "malattia" nella conversazione terapeutica:

pertanto che tutti i comportamenti osservati


sono da considerarsi involontari; la parola
"sciopero" introduce una connotazione di
volontariet e intenzionalit;
"sciopero" una parola che per definizione
connota una relazione, e rappresenta un'azione compiuta contro qualcuno o per qualcuno;
il terapeuta, con l'uso della parola "sciopero", da un senso al comportamento del paziente nella relazione con le persone significative;
i diversi significati, ovvero le diverse connotazioni offerte della parola introducono, come gi osservato, ambiguit: uno sciopero
pu essere giustificato o ingiustificato, pu
essere fatto pr o contro qualcuno, per ottenere qualcosa o evitare qualcos'altro, pu
sostenere una causa giusta o ingiusta, ecc.;
anche l'orizzonte temporale evocato dalla
parola "sciopero" diverso da quello evocato da "sintomo" o "malattia": implica un periodo di vita definito da un inizio e da una
fine, mentre la malattia pu avere un corso
breve, ciclico oppure cronico.

Cos possibile chiedere: il primo sciopero


di questo tipo nella vostra famiglia? Di solito,
uno sciopero come questo quanto dura? uno
sciopero generale o rivolto verso qualcuno in
particolare? Che cosa dovrebbero fare i suoi
familiari per rispondere alle istanze di questo
sciopero?.
Ricordiamo un'operazione simile fatta da Salvador Minuchin nel corso di una prima seduta.
Alla domanda Perch avete richiesto il mio
intervento?, il padre della paziente designata
rispose: Perch mia figlia soffre di anoressia
nervosa!. Minuchin subito intervenne, con
espressione interrogativa, quasi perplessa:
Anoressia nervosa?... Ah s, quella parola greca
che vuoi dire "ostinazione" (stubborness ). Voi

1) la parola "malattia" un'etichetta e implica


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Linguaggio e cambiamento. L'uso di parole chiave in terapia

siete venuti qui perch avete una figlia ostinata... Ah, ah.
Sono molte altre le parole-chiave utilizzabili
in terapia. Ad esempio, introdurre la parola
"schiavit" come causa di un sintomo o di un
comportamento frequentemente utile nei casi
di anoressia o bulimia, oppure nelle tossicodipendenze o nelle nevrosi ossessive, in breve, in
tutti i casi in cui i sintomi hanno un forte potere
compulsivo e il problema di base quello del
controllo. Il terapeuta definisce il paziente designato come "schiavo" di una forza pi grande
di lui, che lo obbliga a comportamenti indesiderati. Il campo semantico evocato in certo modo
opposto a quello derivante da "sciopero": l un
comportamento giudicato involontario ridefinito come intenzionale, qui un comportamento
che spesso il paziente designato pensa di poter
controllare riformulato come incontrollabile.
In quest'ultimo caso, il terapeuta ha la possibilit di creare un'alleanza con il paziente, vittima
d'un potere negativo che lo condiziona, e in
questo modo lo sottrae all'idea di essere "malato" o "cattivo".

in s completi, come sistemi completi di comunicazione umana. (27, trad. it. pp. 108-109).

Spesso i nostri clienti sembrano ancorati a(


giocare soltanto certi giochi linguistici, e non
altri. L'uso di parole e di frasi ambigue assume
allora una funzione di ponte tra giochi diversi.
L'ipotesi sottesa a una tale prassi che, se i
clienti riescono a giocare nuovi giochi, possono
anche sfuggire a quella sorta di necessit che ne
perpetua la sofferenza. Sperimentare emotivamente (e non solo cognitivamente) nuovi giochi
di linguaggio contribuisce a cambiare le premesse.
Ad esempio, una parola-chiave in grado di
mettere in moto un nuovo gioco linguistico la
parola "idea"* Si pu chiedere a un cliente:
"Quando le venuta l'idea di essere un incapace? Quando ha avuto per la prima volta l'idea
che non sar mai, mai un padre all'altezza di suo
padre? Chi, nella sua famiglia, condivide con lei
questa idea?". Usare "idea" in luogo di "sintomo"
un modo di eliminare virtualmente il verbo
essere. Si passa dal gioco ontologico (chi incapace) a quello epistemologico (chi pensa di
essere incapace). Si introduce epistemologia
dove c'era ontologia. Un'altra parola utilizzabile
con una certa dose d'ambiguit pu essere "innamoramento", "innamorarsi", riferita a relazioni familiari. Esemplificheremo con un caso.
Giorgio era un giovane di 28 anni, con genitori
proprietari di una lavanderia e una sorella minore di cinque anni, fidanzata. Lavorava in lavanderia con il padre, ma da quasi cinque anni
aveva preso a fare uso di eroina, spendendovi
tutti i suoi guadagni e anche di pi (spesso
rubava in casa). A un certo punto, nel corso
della prima seduta, il terapeuta sbotta: Giorgio,
non che lei si droga perch innamorato di
sua madre?. Il giovane ribatte: vero, io sono
sempre stato innamorato di mia madre!. Altre
domande introducono poi la possibilit che

Giochi linguistici
Wittgenstein (27) direbbe che le parole-chiave sono parole spendibili in pi giochi linguistici. Noi aggiungiamo che sono fatte in modo tale
da favorire il passaggio da un gioco linguistico
a un altro, ponendosi come "interfacce" tra di
essi. Nelle parole dello stesso Wittgenstein:
Chiameremo "giochi di linguaggio" o "giochi linguistici" i sistemi di comunicazione (...). Essi sono pi
o meno affini a ci che, nel linguaggio comune, noi
chiamiamo: giochi. Ai bambini s'insegna la loro madrelingua mediante tali giochi, che hanno il carattere
divertente proprio dei giochi. Noi, tuttavia, consideriamo i giochi di linguaggio da noi descritti non come
parti incomplete d'un linguaggio, ma come linguaggi
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Luigi Boscolo - Paolo Bertrando - Paola Maria Fiocco - R. Meri Palvarini - Jacqueline Pereira
Linguaggio e cambiamento. L'uso di parole chiave in terapia

Giorgio si sia dato all'eroina proprio per evitare


di potersi innamorare di un'altra donna, e soprattutto per mettere alla prova l'amore della
mamma, che sempre la persona cui si rivolge
quando senza soldi per la droga o si trova in
crisi d'astinenza. I soldi ricevuti da lei sono una
prova d'amore. Giorgio annuisce e ribatte:
sbagliato amare cos tanto una madre?. In
astratto, no - replica il terapeuta - una scelta
che lei fa, una scelta che condiziona la sua vita.
Di solito i bambini, all'et di dieci-dodici anni
lasciano la madre e s'innamorano del padre, per
poi, nell'adolescenza, innamorarsi di persone,
situazioni esterne alla famiglia. Nel suo caso,
questo passo non si compiuto, lei rimasto
innamorato della mamma. E l'eroina il mezzo
che le permette di mantenere l'innamoramento
verso di lei.
La parola "innamoramento", in questo contesto, evoca due possibili scenari: quello naturale
dell'amore tra genitore e figlio, e quello "innaturale" incestuoso in cui il figlio assume il ruolo
di partner. Nel corso della seconda seduta, il
terapeuta, in un dialogo con la sorella, s'interessa della posizione del padre all'interno della
famiglia. Inaspettatamente, il padre si mette a
piangere. Emerge a poco a poco una situazione,
per il padre, di solitudine ed emarginazione,
giustificata dallo stesso per amore del figlio. Da
quando il figlio sintomatico, il padre si ritirato e ha lasciato la moglie al figlio. La parola
chiave "innamoramento" in questo caso ha innescato un processo di cambiamento che si
riverberato sulle sedute seguenti.
Un altro caso ci mostrer quanto una parolachiave possa rivelare le ambiguit di una relazione. Mario era un ragazzine di 15 anni, primogenito di una famiglia con cinque fratelli, d'origine meridionale, che abitava alla periferia di
Milano. Dopo essere stato un bambino esemplare fino a 12 anni, improvvisamente si era
messo a rubare e a diventare sempre pi antiso-

ciale, fino a essere riconosciuto capo di una


banda di teppisti in erba del rione. Catturato pi
volte dai carabinieri, era ormai il pensiero fisso
della madre e del padre. L'assistente sociale del
comune invi infine la famiglia in terapia: sapeva che il maresciallo dei locali carabinieri attendeva ormai con impazienza i 15 anni di Mario,
et in cui avrebbe potuto finalmente imputarlo
e mandarlo in carcere per le sue malefatte. L'inviante manifestava una particolare preoccupazione per questo cliente: "Se va in prigione per
lui finita, inizier la carriera di delinquente"
affermava.
Alla prima seduta la famiglia si presenta al
completo, una famiglia modesta ma dignitosa.
La madre appare figura centrale, e colpisce tutta
l'equipe per la sua grande energia ed intensit
emotiva. Tutti i figli le sembrano legati strettamente. Mario pure era molto legato a lei prima
di iniziare a delinquere. L'equipe, partendo da
un'ipotesi in cui Mario ha cominciato a protestare in modo sintomatico per presunte preferenze
della madre verso i fratelli, sceglie la parola
intensit, relativa alla madre, e la parola morale,
relativa a Mario, per evocare il tema attaccamento/perdita, centrale in questo caso: Noi riteniamo che Mario sia un ragazzo molto morale. Al
centro della sua attenzione c' la giustizia. A
tredici anni ha incominciato ad accorgersi che,
essendo la mamma una donna molto intensa, i
fratelli e le sorelle si stavano legando sempre di
pi a lei, isolando il padre. Essendo la mamma
cos intensa, Mario ha sentito il pericolo che i
fratelli e le sorelle non si sarebbero pi staccati
da lei in futuro, non si sarebbero pi sposati, e
il padre sarebbe stato privato della sua parte di
mamma. Mario ha deciso allora di diventare lui
un grosso problema, permettendo che mamma
e papa si occupino di lui, restituendo al padre
la posizione che aveva perduto e lasciando soli
i fratelli e le sorelle, in modo da costringerli a
occuparsi di altre cose.
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Luigi Boscolo - Paolo Bertrando - Paola Maria Fiocco - R. Meri Palvarini -Jacqueline Pereira
Linguaggio e cambiamento. L'uso di parole chiave in terapia

La parola "morale?, capovolgendo la connotazione negativa di delinquenza e introducendo


una funzione relazionale positiva, aveva provocato stupore nella famiglia. D'altro canto, la
parola "intensit" riferita alla madre, ripetuta pi
volte in quest'intervento, indica sia "grande affettivit" che "possibile pericolo" per un'eventuale arresto evolutivo della famiglia, con conseguente mancanza di separazione-individuazione dei figli. Se la parola "morale" ha indotto
stupore, la parola "intensit" ha indotto un visibile disagio nella madre e nei figli pi grandi, e
un'espressione di piacevole sorpresa da parte
del padre.
Appena a casa, Mario chiede di essere mandato per qualche tempo in Puglia, a casa dei
nonni, per "cambiare aria". In precedenza, la
supplica dei genitori di andare per un certo
periodo dai nonni per sottarsi a un futuro pericoloso non aveva avuto risposta. Mario rimarr dai nonni tre mesi, e al ritorno riprender la scuola e s'incamminer verso una vita
"normale".

di significati. Questa reciprocit pu essere descritta come la lettura degli effetti delle parole e
delle emozioni del terapeuta sui clienti, e ricorsivamente degli effetti dei clienti sul terapeuta.
Dalle parole dei clienti, ma soprattutto dal loro
linguaggio analogico, il terapeuta trae orientamento sui significati che essi attribuiscono ai
suoi interventi. Un viso che s'illumina, un'occhiata d'intesa, un improvviso scuotimento del
capo possono essere segnali che nuove prospettive stanno emergendo.
Il terapeuta, a volte, membro di un'equipe
terapeutica, che osserva la seduta da dietro lo
specchio o attraverso un monitor TV. Tradizionalmente, nell'incontro tra terapeuta ed quipe
si fanno ipotesi sulle modalit organizzative del
sistema osservato, sulle premesse personali o
collettive dei clienti e del terapeuta. Recentemente, abbiamo iniziato a interessarci particolamente dell'analisi linguistica della relazione terapeutica e di consulenza. L'equipe si occupa
innanzitutto delle parole e dei segni non verbali
usati nel dialogo tra terapeuta e clienti; man
mano che la terapia procede, delle ridondanze
linguistiche; infine, del lessico che emerge nel
sistema terapeutico. Pu cos assistere il terapeuta nello scegliere le parole e le metafore pi
appropriate all'ipotesi che si costruita sul linguaggio di quel cliente o di quella famiglia. Ci
che stiamo dicendo ora non nuovo: i testi di
tecnica terapeutica hanno sempre sottolineato
l'importanza del prendere in considerazione il
linguaggio del cliente in relazione alla sua classe
sociale, al gruppo etnico e alla regione di provenienza. Noi ci proponiamo di approfondire
questo argomento alla luce anche dei recenti
indirizzi nella terapia relazionale, che s'ispirano
al costruttivismo, all'analisi del linguaggio, alla
narrativa. Offriamo una semplice vignetta che
illustra quel che pu accadere se si trascura di
considerare le parole, il lessico, il contesto linguistico. Alla prima seduta di una coppia di

Contesto terapeutico, contesto


lingustico
Fin dalle prime battute, il terapeuta attento
al "lessico" e al tipo di linguaggio degli interlocutori, che consiste non solo del repertorio delle
parole, ma soprattutto dei gesti, degli atteggiamenti e del complesso delle connotazioni non
verbali. Tale attenzione gli consente di calibrare
le proprie parole ed emozioni cos da integrarle
nel contesto creato con i clienti. Il terapeuta
s'immerge in una conversazione il pi possibile
aperta (Goolishian, 1, sostiene che "tenere aperto il discorso" l'attivit principale del terapeuta). Il linguaggio un atto di reciprocit tra le
persone; nella complessit degli scambi si veicolano reti innumerevoli di possibilit, di azioni,
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Luigi Boscolo - Paolo Bertrando - Paola Maria Fiocco - R. Meri Palvarini -/acquetine Pereira
Linguaggio e cambiamento. L'uso di parole chiave in terapia

operai abitanti nella periferia milanese, sposati


da cinque anni, il terapeuta, allievo del terzo
corso, chiede con tono di lieve imbarazzo alla
moglie: Come sono i rapporti fra di voi?. I
colleghi dietro lo specchio non hanno alcun
dubbio che il terapeuta si riferisca ai rapporti
sessuali. La signora, perplessa, si gira verso il
marito e con aria interrogativa dice: Rapporti...
rapporti... ma cosa vuoi dire?. Il terapeuta, di
rimando, con un leggero movimento convergente degli indici: Voglio dire, i vostri rapporti
... rapporti!. La signora, con aria smarrita, si
rigira verso il marito, e ripete con tono interrogativo: Rapporti... rapporti.... Il marito risponde come prima, con un'alzata di spalle, come a
significare che non comprende. Improvvisamente, la signora si volta di scatto verso il terapeuta, illuminandosi e battendosi la fronte dice:
Vuoi dire quante volte scopiamo?. Il terapeuta,
arrossendo, annu.
Questi rilievi vogliono sottolineare una nuova
evoluzione nel nostro modo di fare terapia e
consulenza. Possiamo dire che oggi l'analisi dei
linguaggi del cliente, del terapeuta e dell'equipe
nel corso della seduta sembrano condurci allo
sviluppo d'un laboratorio metalinguistico . Le1
parole chiave non hanno, come gi accennato,
efficacia indipendente da un contesto di discorso. necessario che il contesto in cui si usa la
parola-chiave abbia un senso tanto per il terapeuta quanto per la famiglia. Chiariremo con un
caso.
Silvio C. venne in terapia con i propri genitori,
la madre e il padre medico, perch bulimico. Era
un giovane di 25 anni, snello ed elegante, ma
divorato da attacchi di incontenibile fame, che

in un anno lo avevano anche condotto due volte


in ospedale per squilibri elettrolitici. Nella prima
seduta, Silvio descrive gli attacchi bulimici (che
ormai costano al padre pi di quanto riesca a
guadagnare). Prenota una saletta riservata in un
vicino ristorante, mangia per un intero pomeriggio quantit enormi di cibo, e ripetutamente
entra ed esce dal bagno contiguo, ove si appallottola un tovagliolo in gola e lo estrae di scatto
per rigettare. Nel corso della seduta, emerge che
il giovane aveva avuto un fratellino morto a 8
anni, quando lui ne aveva 12. L'equipe decide
di utilizzare quel fatto nell'intervento finale:
Quello che ci colpisce della vostra famiglia
che siete i superstiti di una morte della quale
non stato ancora completato il lutto. 04 Silvio)
Lei, un anno fa, profondamente ha deciso di
fermarsi nei suoi studi temendo che la sua uscita
dalla famiglia fosse intollerabile per i genitori,
che avevano gi perso un figlio. Ha cominciato
quindi a sviluppare un comportamento che porta sua madre a prepararle il cibo e suo padre a
lavorare per la sua sopravvivenza. In tal modo
li rassicura che per ora non lascer la casa. {Ai
genitori) Noi capiamo anche il vostro comportamento, che quello di due genitori superstiti
di un grave lutto e che fanno di tutto per tenere
in vita il figlio affamato. Silvio, perplesso, si
rivolge al terapeuta e chiede: per questo che
mangio anche per mio fratello morto?. possibile. Ora noi cercheremo di pensare a un modo per aiutarvi a elaborare il lutto, cos quando
Mario sar veramente sepolto, voi potrete essere
liberi di tornare al flusso della vostra vita.
Alla seduta seguente, Silvio narra che le parole del terapeuta, soprattutto l'idea che lui era un
superstite e non aveva superato il lutto gli erano
rimaste dentro, gli avevano reso la notte insonne. Il giorno dopo, improvvisamente, aveva
sentito una pace intcriore, aveva chiamato gli
amici che non vedeva da quasi un anno ed era
andato a passare il fine settimana con loro. Da

Ci proponiamo, in ulteriori ricerche, di occuparci del


linguaggio specifico del terapeuta. Di condurre, cio, il
terapeuta alla consapevolezza delle proprie idiosincrasie
verbali e non verbali, delle parole e delle metafore che gli
sono pi congeniali e dei modi pi efficaci in cui pu usare
il proprio linguaggio (la sua. parole, direbbe de Saussure).

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Luigi Boscolo - Paolo Bertrando - Paola Maria Fiocco - R. Meri Palvarini -Jacqueline Pereira
Linguaggio e cambiamento. L'uso di parole chiave in terapia

allora, la bulimia era scomparsa (riapparir, ma


in modo assai pi lieve, tre mesi dopo).
Nella discussione, l'equipe discute la "causa"
presunta di un cambiamento tanto clamoroso.
La tesi prevalente che il terapeuta ha investito
la famiglia di temi universali (morte, lutto, separazione) con grande pathos emotivo, ridescrivendola come un "gruppo di superstiti". A questa osservazione, il terapeuta ricorda che egli
stesso nell'infanzia aveva avuto un fratellino
morto, e che questo era stato tra l'altro uno dei
temi principali della sua analisi personale. Nella
famiglia, in effetti, la descrizione della morte del
figlio non era stata accompagnata da emozioni
particolarmente intense. Ci conduce l'equipe
alla suggestiva ipotesi che i terapeuti rappresentino i propri conflitti profondi, e che i clienti,
come osservatori possano farli propri. Questa
visione coerente con il concetto di "risonanza"
nel pensiero di Mony Elkaim. Ci fa pensare
anche ad Aristotele, secondo il quale il teatro
catartico (ovvero terapeutico) perch rappresenta al pubblico i suoi stessi, universali drammi.
naturale che attribuire a una singola parola
la ragione di un cambiamento cos grande
arbitrario. Tuttavia, noi pensiamo che certe parole, come la parola "superstiti" in questo caso,
racchiudano in s una weltanschauung che pu
essere una differenza che fa la differenza.

meno importanti di quelle molto generalizzabili. In un caso, ad esempio, in una famiglia di


cinque membri, venne frequentemente sottolineato che il padre aveva trangugiato molti "bocconi amari" nella sua vita, mentre la madre era
stata abituata a "bocconi dolci", dati in abbondanza dai figli maschi, studenti modello, che
formavano con lei la parte nobile della famiglia,
in contrapposizione al padre, depresso, e alla
figlia psicotica, che rappresentavano il sottogruppo di serie B. Il terapeuta utilizz nell'intervento tali parole, sottolineando che era preoccupato per la madre in quanto, essendo stata
abituata dai figli maschi soltanto ai "bocconi
dolci", poteva sviluppare un "diabete relazionale", non appena loro se ne fossero andati, mentre i "bocconi amari" del padre lo avevano immunizzato contro questi rischi, e la figlia, facendo inghiottire i primi bocconi amari alla madre,
la aiutava ad affrontare le traversie della vita. A
questo punto, due parole utilizzate dalla famiglia sono state riunite nella costruzione di una
complessa metafora, che si rivelata utile nell'evoluzione della famiglia. palese che i bocconi, lo zucchero e il diabete sarebbero stati di
difficile uso in una famiglia che non avesse
presentato le proprie difficolt con quella particolare metafora.
A conclusione di questo lavoro, vorremmo
mettere in guardia dall'uso non ponderato di tali
parole. Come abbiamo sottolineato, i significati
emergono nel contesto, che co-costruito nella
relazione. In una relazione terapeutica positiva,
in cui i clienti hanno un rapporto di fiducia verso
il terapeuta, le parole chiave vengono ad assumere significati molto diversi da quelli che potrebbero avere in un clima diverso. Parole come
"sciopero", "innamoramento", "schiavit ", eccetera, possono avere effetti positivi nel primo
caso, negativi o anche distruttivi in altri contesti.
In breve, l'uso delle parole chiave ha come
presupposto l'empatia del terapeuta, e ancor

Idiosincrasie
Nella nostra esperienza di terapeuti, alcune
parole chiave (sciopero, innamoramento, schiavit, calore, durezza, sofficit, ecc.) si sono dimostrate utilizzabili in casi diversi. A volte, una
parola diventa parola chiave nel qui ed ora della
relazione, quando ad esempio una parola sembra essere significativa e diventa ridondante.
Queste parole chiave idiosincrasiche non sono

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Luigi Boscolo - Paolo Bertrando - Paola Maria Fiocco - R. Meri Palvarini -Jacqueline Pereira
Linguaggio e cambiamento. L'uso di parole chiave in terapia

pi profondamente, una visione positiva del


sistema come si presenta .
Pensiamo che il tipo di linguaggio (le parole
e il loro uso) che abbiamo descritto sia in
grado di attivare in una famiglia, nei singoli o
in una coppia, uno "strano anello" (13), cio
una struttura che connette simultaneamente e
indissolubilmente, emozione, significati e la

possibilit di ristrutturazioni cognitive fulminee. Le emozioni sono il collante potentissimo


creato dai temi fondamentali delle parole
chiave, e in questo processo pu nascere il
cambiamento. I nuovi giochi linguistici si accompagnano a nuove descrizioni, nuove
emozioni, nuove azioni e aprono nuovi orizzonti.

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non possono essere n accettati n tantomeno connotati
positivamente. Non si pu parlare di "matrimonio" tra padre
e figlia quando esiste il sospetto di un incesto agito. In tal
caso, si esce dal contesto della terapia e si entra in quello del
controllo sociale

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Luigi Buscalo - PaoloBertrando - Paola Maria Fiocco - R. Meri Palvarini -Jacqueline Penetra
Linguaggio e cambiamento. L'uso di parole chiave in terapia

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