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Theodor W.

Adorno
Introduzione agli Scritti di Benjamin
[in Note per la letteratura 1961-1968, Torino, Einaudi 1979, pp. 243-257.]

La pubblicazione di unampia edizione di scritti di Benjamin 1 deve render


giustizia al loro significato obiettivo. Lintenzione non semplicemente di raccogliere
lopera di tutta una vita di un filosofo o di un dotto, n di render giustizia a uno che
morto vittima della persecuzione nazista e il cui nome fin dal 1933 fu rimosso dalla
coscienza pubblica tedesca. Il concetto di opera di una vita, nellaccezione familiare
al XIX secolo, a Benjamin inadeguato; discutibile se una tale opera, che richiede
una vita compiuta senza fratture in base a presupposti propri, oggi sia ancora
concessa a qualcuno; certo per che le catastrofi storiche della sua epoca
negarono a Benjamin la rotonda unit del configurato e condannarono alla
frammentariet tutta quanta la sua filosofia, non soltanto il grande abbozzo dei suoi
ultimi anni, sul quale punt tutto. Il tentativo di proteggerlo proprio per questo alla
minaccia delloblio sarebbe naturalmente legittimo a sufficienza: il livello di testi
come quello sulle Affinit elettive di Goethe e sulle Origini del dramma barocco, da
lungo tempo ben noto a una piccola cerchia, offrirebbe certo pienamente occasione
di rendere nuovamente accessibili testi che per decenni sono andati perduti. Solo
che un tale tentativo di risarcimento spirituale avrebbe un momento di impotenza
che nessuno con maggior durezza di Benjamin avrebbe riconosciuto come diretto
contro lui stesso, essendosi coraggiosamente disfatto dellinfantile fede nella
immutabilit e nella durata astorica delle creazioni spirituali. Quel che piuttosto
motiva la decisione di pubblicare unopus che il suo autore avrebbe magari preferito
nascosta in cripte di marmo per venir dissepolta in giorni migliori, una promessa
che emanava da Benjamin, sia come scrittore sia come persona, ricordare la quale
divenuto tanto pi urgente in quanto le strapotenti forze delleffettuale oggi appaiono
congiurate per non far pi insorgere niente del genere; un fascino di una specie
unica. Esso non discende soltanto dallo spirito, dalla pienezza, dalloriginalit e dalla
profondit. I pensieri di Benjamin brillano di un colore che nello spettro dei pensieri
non c e che appartiene a un ordinamento nei confronti del quale la coscienza di
solito chiude subito gli occhi per non provar nausea del mondo usitato e dei suoi fini.
Quel che. Benjamin diceva e scriveva suonava come se provenisse dal mistero. La
1

Cfr. W. BENJAMIN, Schriften, edite da T.W. Adorno e G. Adorno con la collaborazione di F. Podszus,
2 voll., Frankfurt am Main 1955.

sua forza Ia riceveva dallevidenza. La sua opera rimase esente dalle smancerie
della dottrina del mistero e delliniziazione; Benjamin non esercit mai un pensiero
privilegiato 2. Per la verit lo si sarebbe potuto immaginar bene come mago con
lalto cappello a punta e a volte egli ha anche consegnato ai suoi amici dei pensieri
come oggetti magici preziosi e fragili; ma a tutti, anche ai pi strani e avventurosi,
era sempre aggiunta tacitamente una specie di indicazione che la coscienza sveglia
avrebbe potuto impadronirsi precisamente di quelle conoscenze solo se fosse stata
sveglia a sufficienza. Le sue parole non si richiamavano alla rivelazione ma a un tipo
di esperienza che si distingueva da quella generale unicamente perch Benjamin
non rispettava le limitazioni e le proibizioni cui solita piegarsi la coscienza
ammaestrata. In nessuna delle sue manifestazioni Benjamin ha fatto riconoscimento
dei limiti che tutto il pensiero dellera moderna ha ritenuto ovvi, cio limperativo
kantiano di non fare incursioni nei mondi intelligibili o, come traduceva Hegel nel
ribellarvisi, l dove sono case malvagie. Il pensiero di Benjamin si lascia negare
tanto poco la felicit sensoriale, interdetta dalla tradizionale morale del lavoro,
quanto il suo opposto polo spirituale, il riferimento allassoluto. Infatti lipernatura
inscindibile dalladempimento del naturale. Di conseguenza Benjamin non tesse il
riferimento allassoluto ricavandolo dal concetto ma lo cerca nel contatto fisico con i
contenuti. Tutto ci contro cui sono solite irrigidirsi le norme dellesperienza deve
pervenire allesperienza, secondo limpulso di Benjamin, nella misura in cui essa si
limita a insistere sulla propria concrezione invece di vanificare questa sua parte
immortale assoggettandola allo schema delluniversale astratto. Benjamin si cos
posto in brusca antitesi a tutta quanta la filosofia moderna, forse con la sola
eccezione di Hegel il quale sapeva che innalzare un confine significa sempre anche
oltrepassarlo e ha reso il compito facile a coloro che contestano ai suoi pensieri un
carattere di norma e vorrebbero liquidarli come intuizioni semplicemente soggettive,
semplicemente estetiche, oppure come semplice ideologia metafisica. Rispetto a
questi criteri egli era in posizione talmente dirottata che nemmeno gli venne mai in
mente di difendersi dalla loro pretesa di validit, come fece Bergson; ha anche
disdegnato di reclamare per s una particolare fonte di conoscenza, tipo lintuizione.
Egli affascinava perch le obiezioni correnti contro levidenza della sua esperienza,
che non era affatto ricostruibile in tutti i suoi passaggi ma che spesso era lampante,
finivano col sembrare uno sciocco agitarsi, apologetiche, col tono del S per.
2

Cfr. BENJAMIN, Schriften cit. vol. II, pp. 315 sgg.

Suonavano come semplici sforzi della coscienza convenzionale di affermarsi contro


linconfutabile, contro una sorgente di luce che era pi forte della scorza che
protegge una razionalit che si legata al vigente. Tuttaltro che irrazionale, la
filosofia di Benjamin ha tuttavia dimostrato senza polemiche, con la sua semplice
esistenza, la stupidit di quella razionalit. Non per mancanza di conoscenze o per
indisciplinata fantasia egli ignor la tradizione filosofica e le regole usuali della logica
scientifica, ma perch vi sospettava sterilit, inutilit, spossatezza e perch la forza
della verit non atrofizzata, non ammannita era in lui troppo potente per lasciarsi egli
intimidire dallindice alzato del controllo intellettuale.
La filosofia di Benjamin provoca lequivoco di consumarla e disinnescarla
considerandola conseguenza di intuizioni slegate e obbedienti alla casualit del
giorno e dello stimolo. A un tale equivoco va contrapposto non soltanto il carattere
delle sue penetrazioni, spirituale per tensione, completamente contrario a ogni
reagire da molluschi, anche nel mezzo degli oggetti pi sensoriali. Ch anzi
ciascuna sua conoscenza possiede il suo valore posizionale in una straordinaria
unit della coscienza filosofica. Solo che lessenza di questunit nellandare
allesterno, a conquistarsi mentre si d via al molteplice. Misura dellesperienza, che
fa da base a ciascuna frase di Benjamin, la forza di porre incessantemente il
centro in periferia invece di sviluppare il periferico a partire dal centro, come
pretendono lesercizio dei filosofi e della teoria tradizionale. Se il pensiero di
Benjamin non rispetta il confine di condizionato e incondizionato, nemmeno daltra
parte avanza la pretesa di totalit conclusa, che si fa udire ovunque il pensiero
delimiti il proprio campo, zona signoriale della soggettivit, per agirvi da sovrano. Il
suo metodo speculativo coincide paradossalmente con lempirico. Nella prefazione
al libro sul dramma barocco ha intrapreso un salvataggio metafisico del
nominalismo: le sue conclusioni non avvengono proprio mai dallalto verso il basso
ma addirittura induttivamente, da eccentrico. La fantasia filosofica per lui la
capacit di interpolazione nel minimale e una cellula di realt osservata gli
controbilancia anche questa una sua formula il resto del mondo. Dalla
presunzione del sistema Benjamin tanto lungi quanto dalla rassegnazione nel
finito; anzi le due gli sembrano intimamente la stessa cosa; i sistemi abbozzano
linane chimera di quella verit che ha la sua patria nella teologia e di cui egli ricerca
la fedele e radicale traduzione nel secolare. Alla sua forza autoespressiva
corrisponde sotterraneamente un lavoro da talpa, con gallerie che collegano tutto.

Aveva una diffidenza profondissima per lorganizzazione classificatoria in superficie:


in essa temeva di dimenticare il meglio, secondo lammonimento della favola. La tesi
di laurea di Benjamin era dedicata a un aspetto teoretico centrale del primo
romanticismo tedesco e in una cosa rimasto debitore di Friedrich von Schlegel e di
Novalis per tutta la vita, nella concezione del frammento come forma filosofica che
proprio perch fratta e incompleta mantiene un po di quella forza delluniversale che
svanisce nella stesura ampia. Se lopera di Benjamin rimasta frammentaria ci
dunque non va ascritto unicamente allavverso destino ma era insito da sempre nella
compagine del suo pensiero, nella sua idea portante. Anche il libro pi ampio che di
lui ci resta, le Origini del dramma barocco tedesco, nonostante laccuratissima
architettura delle linee generali, costruito in modo che ognuna delle sezioni,
fittamente intessuta e internamente priva di interruzioni, per cos dire riprenda fiato e
ricominci da capo invece di sfociare nella successiva, come vorrebbe lo schema del
decorso continuativo del pensiero. Questo principio di composizione letteraria ha la
pretesa niente di meno che di esprimere la concezione benjaminiana della verit.
Questa, per lui come gi per Hegel non la semplice adaequatio del pensiero alla
cosa non c luogo di Benjamin che obbedisca mai a questo criterio ma una
costellazione di idee che tutte insieme (forse era questo il suo pensiero) formano il
nome di Dio; e queste idee si cristallizzano di volta in volta nel particolare quale loro
campo di forza.
Benjamin appartiene alla generazione filosofica che da tutte le parti cercava
di evadere dallidealismo e dal sistema e non mancano suoi rapporti con i
rappresentanti pi anziani di tale sforzo. Alla fenomenologia lo lega, soprattutto nella
sua giovinezza, il procedimento della determinazione delle essenze, che obiettivo
e analizzatore dei significati, basato sul linguaggio e contrapposto allarbitraria
imposizione di termini. La Critica della violenza esemplare di questo procedimento.
Benjamin ha sempre disposto di una forza definitoria di una severit allantica, dalla
definizione del destino quale nesso di colpa fra viventi

fino alla tarda definizione

dellaura 4. Alla scuola di George, cui egli deve pi di quel che non lasci notare la
superficie dei suoi insegnamenti, rinvia qualcosa della sua gestualit filosofica:
alcunch di immobilizzante, che costringe il movimento a una sosta precaria, quella
monumentalit del momentaneo che costituisce una delle tensioni determinanti della
3
4

BENJAMIN, Schriften cit., vol. I, p. 69; cfr. ibid., p. 35.


Ibid., pp. 372 sg. e 461 sgg.

sua forma di pensiero. A Simmel, lantisistematico, affine il suo sforzo di condurre


la filosofia fuori dal deserto di ghiaccio dellastrazione e immettere il pensiero in
concrete immagini storiche. Fra i coetanei egli concorda con Franz Rosenzweig
nella tendenza a convertire la speculazione in dottrina teologica; con lErnst Bloch
dello Spirito dellutopia nella concezione del messianismo teoretico, nella
noncuranza del limite criticistico del filosofare cos come nellintenzione di
interpretare lesperienza inframondana come cifra di quella trascendente. Ma proprio
dai filosofemi con i quali sembrava convergere quasi con correnti dellepoca si
distanziato nella maniera pi energica. Ha preferito incorporarsi come un vaccino
elementi di un pensiero a lui estraneo e minaccioso piuttosto che affidarsi a filosofie
similari nelle quali da incorruttibile constatava complicit con la corruzione e
lufficialit, anche li dove ci si comportava come se fosse spuntato il primo giorno e si
dovesse ricominciare da capo. Di Husserl, la cui temerariet speculativa era
stranamente accoppiata a resti di un neokantismo da studente, anzi a distinzioni
scolastiche soleva dire che non lo capiva; Scheler, egli e Scholem lo schernivano,
secondo la tradizione ebraico-teologica, per la resurrezione della metafisica sul
mercato. Ma quel che almeno lo distingueva da tutto ci che in qualche modo nella
sua epoca scorreva parallelamente a lui era il, peso specifico del concreto nella sua
filosofia. Egli non ha mai umiliato il concreto a far da esempio del concetto,
nemmeno a intenzione simbolica, traccia messianica in mezzo allintrico del
mondo naturale, ma il concetto di concrezione, nel frattempo decaduto a ideologia e
oscurantismo, egli lha preso talmente alla lettera da farlo diventare sic et simpliciter
inadatto a tutte quelle manipolazioni che ci si fanno oggigiorno in nome del mandato
e dellincontro, dellesigenza, dellautenticit e della peculiarit. Era estremamente
sensibile nei confronti della tentazione di contrabbandare, sotto la protezione di
enunciati concreti, concetti non legittimati facendoli passare per sostanziali e pieni di
esperienza, scambiando tacitamente il concreto per un semplice esemplare del suo
concetto, gi pensato in anticipo. Nella misura in cui ci in generale concesso al
pensiero, egli ha, sempre scelto per oggetto i punti nodali del concreto, quel che vi
di insolubile, ci in cui veramente concresciuto. Con tutta la sua tenera dedizione
alle cose, la sua filosofia si rompe incessantemente i denti mordendo i noccioli. In tal
senso , in maniera inesprimibile, una conseguenza di Hegel, essendo sforzo
permanente del concetto, esente da ogni fiducia nei meccanismi autoattivi di un
categorizzare che semplicemente riveste gli oggetti. In contrasto estremo con la

coeva fenomenologia, Benjamin quando non tratta addirittura esplicitamente di


intenzioni, come di quella allegorica nel libro sul barocco non vuole ricalcare le
intenzioni col pensiero bens stritolarle e spingerle verso il non intenzionale, quando
non addirittura decifrare il non intenzionale stesso, in una specie di fatica di Sisifo.
Quanto maggiori sono le pretese avanzate da Benjamin nei confronti del concetto
speculativo, tanto pi spietata, quasi si potrebbe dire pi cieca, la dedizione di
questo pensiero al suo materiale. Non per civetteria ma in tutta seriet egli disse una
volta di aver bisogno di unadeguata porzione di stupidit per poter pensare un
pensiero decente.
Lo strato di materiali cui si leg era storico,.e letterario. Quando era ancora
assai giovane, allinizio degli anni venti, formul una volta come sua massima di non
voler mai attaccare a pensare a ruota libera o, come si esprimeva lui,
dilettantescamente, ma sempre ed esclusivamente in rapporto con testi gi
esistenti. Benjamin smaschera limpostura della metafisica idealistica che fa
lesistente identico a un significato. Al tempo stesso per ogni enunciato immediato
su tale senso, sulla trascendenza, gli storicamente negato. Ci imprime nella sua
filosofia la dimensione allegorica. Essa punta allassoluto, ma in maniera fratta,
mediata. Tutta la creazione gli diventa scrittura che occorre decifrare mentre il codice
sconosciuto. Egli si sprofonda nella realt come in un palinsesto. Interpretazione,
traduzione, critica sono gli schemi del suo pensiero. Il muro delle parole da lui
percosso in auscultazione concede autorit e protezione al suo pensiero senza tetto;
alcune volte parl del suo metodo come di una parodia del metodo filologico. Anche
qui non disconoscibile un modello teologico, la tradizione dellinterpretazione
ebraica e soprattutto mistica della Bibbia. Tra le operazioni per secolarizzare la
teologia al fine di salvarla non lultima quella di considerare i testi profani come se
fossero sacri. Era qui laffinit elettiva di Benjamin con Karl Kraus. Ma lascetico
limitarsi della sua filosofia a quel che gi stato preformato dallo spirito, alla
cultura anche l dove contro di essa faceva provocatoriamente uso del concetto di
barbarie questo limitarsi a ci che stato maturato dallo spirito, il rinunciare a
occuparsi filosoficamente di tutta limmediatezza dellesistente e di tutta la cosiddetta
originariet, testimoniano al tempo stesso che proprio il mondo di quel che fatto
dalluomo e del socialmente mediato, che riempie il suo orizzonte filosofico, si
infilato, come totalit, davanti alla natura. Perci in Benjamin lo storico stesso
appare come natura. Non a caso il concetto di storia naturale sta al centro della

sua interpretazione del barocco. Qui, come in molti luoghi Benjamin distilla la propria
essenza da materiale altrui. Lo storicamente concreto per lui diventa immagine
immagine originaria della natura cos come della soprannatura e viceversa la
natura diventa metafora di una storicit. Incomparabile linguaggio del teschio: esso
unisce una totale mancanza di espressione il nero delle sue occhiaie con
lespressione pi selvaggia: il digrignare dei denti, si legge in Senso unico 5. Il
peculiare carattere metaforico della speculazione di Benjamin, se si vuole: il suo
aspetto mitizzante, discende proprio dal fatto che sotto il suo profondo sguardo lo
storico si trasforma in natura in forza della propria caducit e tutta la naturalezza si
trasforma in una parte della storia della creazione. Benjamin gira instancabilmente
intorno a questo rapporto; come se volesse dipanare lenigma che per lo stupore
infantile rappresentano le cabine della nave ed i carri degli zingari e, come a
Baudelaire, tutto gli diventa allegoria. Solo nel non intenzionale tale sprofondamento
troverebbe il suo confine, solo in esso si estinguerebbe il pensiero acquietato e
perci egli innalza il simbolo a ideale. Ma quanto poco egli ha mirato a una filosofia
irrazionalistica poich unicamente gli elementi determinati dal pensiero sono capaci
di raggrupparsi fino a formare questa metaforicit, altrettanto lontane in verit sono
le immagini di Benjamin da quelle mitiche, per esempio nella descrizione che ne fa
Jung. Esse non rappresentano archetipi invarianti che andrebbero enucleati dalla
storia ma spuntano proprio attraverso la forza della storia. Lo sguardo micologico di
Benjamin, linconfondibile colore del suo tipo di concrezione, la tendenza alla
storicit in un senso opposto alla philosophia perennis. Il suo interesse filosofico non
si volge in generale allo astorico ma proprio a quel che temporalmente pi
determinato, non capovolgibile. Da qui il titolo Senso unico. Le immagini
benjaminiane hanno rapporto con la natura non quali momenti di unontologia che
rimane uguale a se stessa ma in nome della morte, della transitoriet quale
categoria suprema dellesistenza naturale, verso cui la speculazione di Benjamin
procede. Eterno in esse unicamente il transeunte. A ragione egli ha definito
dialettiche le immagini della sua filosofia: il piano del libro Passages parigini ha di
mira tanto un panorama di immagini dialettiche quanto la loro teoria. Il concetto di
immagine dialettica era inteso con significato obiettivo, non psicologico: la
rappresentazione dellera moderna quale al tempo stesso nuova, gi passata e

BENJAMIN, Schriften cit., vol. I, p. 544.

sempre uguale, sarebbe diventata il tema filosofico centrale e limmagine dialettica


centrale.
Le enormi difficolt davanti alle quali Benjamin pone il lettore non sono in
primo luogo difficolt espositive, sebbene anche queste, almeno nei primi testi,
pretendano da lui un bel po col loro tono di dottrina, con un linguaggio che in s e
per s, in forza del suo denominare, reclama autorit e spesso in ci non troppo
dissimile dalla fenomenologia rifiuta i nessi giustificanti e le argomentazioni.
Maggiori per sono le esigenze che nascono dal contenuto filosofico. Questo
richiede di lasciar fuori le attese con le quali solitamente chi ha cultura filosofica
entra nei testi. Innanzitutto limpulso antisistematico di Benjamin definisce il modo di
procedere in maniera molto pi radicale di quanto solitamente non soglia occorrere
anche agli antisistematici. La fiducia nellesperienza in quel significato particolare
che non si lascia quasi delineare in maniera generale ma si lascia conseguire
soltanto nel contatto col pensiero di Benjamin proibisce di enunciare pensieri
cosiddetti fondamentali deducendone il resto come conseguenza. Qui difficile
decidere in che misura il concetto di pensiero fondamentale venga negato
radicalmente da Benjamin stesso o in che misura predomini la sua inclinazione a
tacere quei pensieri fondamentali per farli agire di nascosto con tanta maggior forza,
cos che la loro luce cada sui fenomeni, mentre dovrebbe abbagliare chi li fissasse
immediatamente. Comunque nella sua giovinezza Benjamin per usare una sua
espressione a volte ha giocato a carte pi scoperte che in seguito. Personalmente
ebbe sempre in altissima considerazione il breve lavoro Destino e carattere e lo
consider una specie di modello teoretico di ci che aveva in mente. Chi voglia
avvicinarglisi far bene a studiare dapprima intensamente quel saggio. Vi noter sia
il legame profondo e un po dmod di Benjamin con Kant, soprattutto con la sua
concisa distinzione di natura e soprannatura, sia linvolontario rifacimento e
straniamento di tali concetti sotto lo sguardo saturnio. Infatti proprio il carattere, che
Benjamin separa dallordinamento del morale tanto energicamente quanto il
concetto di destino, in Kant, quale intelligibile e autonomamente posto, la
fondazione della libert morale; nel che naturalmente risuona anche il motivo
benjaminiano secondo cui nel carattere la soprannatura, luomo, si strappa
allamorfo del mito. Dal momento che moto tempo dopo la nascita questo lavoro
relativamente giovanile ci si affaccend in uninterpretazione ontologica di Kant,
oggi opportuno ricordare che sotto lo sguardo medusiaco di Benjamin, che forzava

allirrigidimento, il pensiero di Kant, in tutto e per tutto funzionale e mirante alle


effettualit, si congelava anticipatamente a una specie di ontologia. I concetti di
fenomeno e noumeno, che in Kant sono fra loro collegati da ununica ragione e che
anche nella loro contrapposizione si definiscono vicendevolmente, in Benjamin
diventano sfere di un ordine teocratico. In questo spirito egli ha sempre rimodellato
quanto di cultura entrava nel suo ambito, come se la forma della sua organizzazione
spirituale e la tristezza con cui la sua natura concepiva lidea della soprannatura e
della conciliazione avesse dovuto dare un bagliore funereo a tutto quello su cui
stendeva la mano. Perfino il concetto di dialettica, cui egli inclin nella sua ultima
fase, quella materialistica, ha caratteri del genere. Non a caso una dialettica di
immagini invece che di processo e di continuit; una dialettica in requie,
espressione che del resto trov senza sapere che la malinconia di Kierkegaard
laveva evocata da assai lungo tempo. Sfugg allantitesi di eterno e storico
attraverso il procedimento micrologico, attraverso la concentrazione sul minimale, in
cui il movimento storico si arresta e si sedimenta a immagine. Si capisce
correttamente Benjamin soltanto se dietro ognuna delle sue frasi si sente il
capovolgimento di unestrema mobilit in staticit, anzi la concezione statica del
movimento stesso; tale capovolgimento plasma anche lessenza specifica della sua
lingua. Nelle decisive tesi sul concetto di storia, che appartengono al complesso
della tarda opera Passages parigini, alla fine ha parlato in maniera aperta della sua
idea filosofica, sorpassando concetti dinamici come quello di progresso con la forza
della sua esperienza incomparabile, simile forse soltanto allistantanea fotografica.
Se al di fuori del saggio giovanile e delle Tesi, stese con enorme fatica,
probabilmente gi in vista del pericolo estremo, si seguitano a cercare chiavi, allora
andrebbe ancora citata in primo luogo la Critica della violenza nella quale la polarit
di mito e conciliazione viene alla ribalta con tanta potenza. Nella dissociazione in
mancanza di forma e di soggetto da una parte e sottrazione a ogni ordine naturale e
giustizia dallaltra si disfa in Benjamin tutto ci che sotto forma di dinamismo,
sviluppo e libert solito formare il mondo mediano dellumano. In forza di tale
dissociazione la filosofia di Benjamin effettivamente inumana: luomo per essa
piuttosto luogo e teatro che non un esistente di per s e per s. Lo sgomento
provato nei confronti di questaspetto definisce di certo lintima difficolt dei testi di
Benjamin. Di rado le difficolt spirituali discendono da semplice mancanza di
comprensibilit; per lo pi sono conseguenza di uno choc. Si ritrae davanti a

Benjamin colui cui non piace affidarsi a pensieri nei quali fiuta un pericolo mortale
per la fiduciosa coscienza che ha di se stesso. La lettura di Benjamin pu tornare
feconda e felice soltanto per colui che guarda questo pericolo negli occhi senza
subito irrigidirsi nella decisione di non voler avere niente a che fare con tale
snaturamento dellesistenza. Veramente in Benjamin lelemento di salvazione nasce
soltanto l dove c pericolo.
La composizione interna della sua prosa scomoda anche nel collegamento
dei pensieri e da nessuna parte pi necessario che qui far piazza pulita di attese
sbagliate se non si vuol finire fuori strada. Infatti lidea di Benjamin, nella sua
severit, esclude tanto i motivi fondamentali quanto il loro sviluppo, la loro
elaborazione,

tutto

quanto

il

meccanismo

di

presupposti,

affermazioni

dimostrazioni, di tesi e risultati. Al modo in cui la musica moderna nei suoi


rappresentanti che non ammettono compromessi non tollera pi lelaborazione,
non ammette pi la distinzione di tema e sviluppo e invece ogni pensiero musicale,
anzi ogni suono di esso ugualmente vicino al centro, cos anche Ia filosofia di
Benjamin atematica. Essa significa dialettica in quiete anche nel senso che
propriamente non conosce nel suo interno tempi di sviluppo e riceve invece la sua
forma dalla costellazione dei singoli enunciati. Da qui la sua affinit con laforisma. Al
tempo stesso, tuttavia, lelemento teoretico di Benjamin richiede sempre di nuovo
grandi nessi di pensiero. Egli ha paragonato la sua forma a una trama e il suo
carattere chiusissimo causato da questa: i singoli motivi sono accordati fra di loro e
intrecciati gli uni negli altri senza curarsi di riprodurre con la loro successione un
processo di pensiero, di comunicare qualcosa o di convincere il lettore:
Convincere sterile 6. Se nella filosofia di Benjamin si va a cercare quel che ne
risulta si resta necessariamente delusi; essa soddisfa soltanto colui che vi rimugina
tanto a lungo fino a trovare quel che le insito: E una sera lopera diventa viva,
come nel Tappeto di George. In anni pi tardi, sotto leffetto di iniezioni
materialistiche, Benjamin ha voluto espungere lelemento non comunicativo, che nei
primi scritti non conosce riguardi e che ha trovato la stesura pi vincolante nel
lavoro, estremamente significativo, Il compito del traduttore; Lopera darte
nellepoca della sua riproducibilit tecnica descrive non soltanto i nessi storicofilosofici che dissolvono quellelemento ma contiene segretamente anche un
programma per la stessa attivit letteraria di Benjamin, cui poi cercano di obbedire il
6

BENJAMIN, Schriften cit., vol. I, p. 517.

saggio Su alcuni motivi di Baudelaire e le tesi Sul concetto di storia. Aveva in mente
la comunicazione dellincomunicabile attraverso lespressione lapidaria. Una certa
semplificazione dei mezzi linguistici indisconoscibile. Ma, come spesso avviene
nella storia della filosofia, la semplicit inganna; nellottica del pensiero di Benjamin
non mutato nulla e mentre le conoscenze pi strane si enunciano come se fossero
puro buon senso, la loro estraneit non ne viene che potenziata: niente potrebbe
essere pi benjaminiano della risposta che una volta diede, richiesto di un esempio
di buon senso: Quanto. pi tarda la sera, tanto pi belli sono gli ospiti. Il suo
gesto linguistico riprende, come nella giovinezza, qualcosa di autoritario; in questo
caso assume un po il tono del proverbio fittizio, forse nella volont di trovare un
accomodamento fra il suo tipo di esperienza spirituale e una comunicazione pi
vasta. Di certo al materialismo dialettico lo attrasse, in linea generale, meno il suo
contenuto teoretico che la speranza di un discorso autorizzato, garantito dal
collettivo. Egli non credeva pi come in giovent che gli fosse consentito attingere
dalla teologia mistica senza per sacrificare lidea della dottrina: anche qui si esterna
il

motivo

dellabbandono

liberatorio

della

teologia,

della

sua

schietta

secolarizzazione. La configurazione del non unificabile, al tempo stesso spietata


verso ci che egli da sempre rifiut, d allultima filosofia di Benjamin la sua
profondit dalle dolorose fratture.
Il bisogno di autorit nel senso di copertura collettiva non era del resto per
nulla cos estraneo a Benjamin come ci sarebbe da supporre in base alla sua natura
spirituale sottratta a qualunque consensualit. Anzi proprio lincommensurabilit di
questo pensiero e del suo portatore, la sua individuatezza che giunge a un
isolamento tormentoso, fin dal primo giorno hanno cercato lalienazione anche nel
tentativo, per quanto disperato, di inserirsi in comunit e ordinamenti. Sicuramente
Benjamin fu uno dei primi tra i filosofanti a notare lantagonismo per cui lindividuo
borghese che si mette a pensare diventato discutibile fin nel suo intimo senza che
tuttavia nellesistenza sia presente una superindividualit in cui il soggetto singolo si
trovi spiritualmente superato senza per essere represso; egli ha dato espressione a
tale situazione definendo se stesso come uno che aveva abbandonato la sua classe
senza per appartenere allaltra. La sua funzione nella Jugendbewegung, che allora
era naturalmente toto coelo diversa dalle sue successive manifestazioni fu tra i
collaboratori principali dello Anfang e amico di Wyneken finch questi non cambi
bandiera passando agli apologeti della prima guerra mondiale forse addirittura la

sua inclinazione a concezioni teocratiche, sono della stessa specie del suo tipo di
marxismo, che egli pensava di accogliere da ortodosso, come un complesso di
insegnamenti, senza sospettare quali produttivi equivoci combinava. Non difficile
rendersi conto dellinanit di tutti questi tentativi di evasione, dello sprovveduto
conformarsi alle forze insorgenti, di cui nessuno deve aver avuto pi orrore di
Benjamin: era come se non volessi formare in nessun caso un fronte comune,
nemmeno con mia madre, dice ancora in Infanzia berlinese 7. "Era consapevole
dellimpossibilit di inserirsi e tuttavia non ha mai smentito lesigenza di farlo. Ma tale
contraddizione non rinvia unicamente alla debolezza dellisolato; in essa fa capolino
una verit, la comprensione dellinsufficienza della riflessione privata finch questa
separata dalla tendenza obiettiva e dalla prassi trasformante. Di questa insufficienza
soffre anche chi fa di se stesso, come fece Benjamin in misura straordinaria, un
sismografo di ci che allordine del giorno. Una volta Benjamin si disse daccordo
con la caratterizzazione del suo pensiero come un pensare per fratture; e non si
tirato indietro nemmeno di fronte allestremo; ha assimilato ci che gli era
mortalmente nemico, rinunciando perfino a una forma gi assunta dalla coerenza e
che sarebbe stata possibile anche a lui: quella della monade senza finestre, che
nondimeno rappresenta luniverso. Sapeva infatti che nessun appello allarmonia
prestabilita sarebbe pi plausibile, ammesso che lo sia mai stato. Dal tour de force in
cui egli si impegn, senza molte illusioni sulla possibilit di una riuscita, si pu
imparare non meno che dalle produzioni magistrali uscite dalle sue mani. Quando a
un articolo diede il titolo Contro un capolavoro scrisse anche contro se stesso e
proprio la capacit di farlo inscindibile dalla sua forza produttiva.
In questa contraddizione va cercata la ragione del cordoglio di Benjamin, il
suo carattere, nel significato che egli stesso diede al termine. Cordoglio non
tristezza era la disposizione della sua natura in quanto sapere ebraico della
permanenza della minaccia e della catastrofe cos come inclinazione antiquariale
davanti alla quale anche il presente per incantesimo diveniva trapassato. Benjamin,
dalle trovate inesauribili, produttivo, completamente padrone dello spirito in ogni
desto attimo della sua vita e completamente dominato dallo spirito, era per tuttaltro
dalla spontaneit considerata secondo clich; siccome parlava come un libro
stampato, si addiceva nel complesso anche a lui la sua bella formula sul Goethe

BENJAMIN, Schriften cit., vol. I, p. 633.

vecchio, che defin un cancelliere della propria interiorit 8. La preponderanza dello


spirito lo aveva estremamente alienato dalla sua esistenza fisica e perfino
psicologica. Analogamente a quel che diceva Schnberg di Webern, la cui scrittura
ricorda quella di Benjamin, egli aveva calato il tab sul calore animale; che gli amici
non osassero anche soltanto mettergli una mano sulla spalla; e forse anche la sua
morte ha che fare con la soggezione con cui nellultima notte a Port Bou il gruppo
con cui era fuggito gli concesse una camera singola, cos che pot prendere
inosservato la morfina che aveva raccolto per il caso estremo. Ciononostante la sua
aura era calda, non fredda. Sua era una capacit che quanto a forza di dare felicit
si lasciava infinitamente al disotto ogni capacit semplicemente immediata: la
capacit di donare illimitatamente. Il bene supremo celebrato da Zaratustra, la virt
del dono, era suo in tal grado che tutto il resto al confronto entrava nellombra:
Immensa la virt suprema e inutile, brillante e tenera nello splendore. E il suo
chiamare lemblema che sera scelto lAngelus Novus di Klee langelo che non
d ma prende 9, adempie anchesso un pensiero di Nietzsche: Grassatore di tutti i
valori deve diventare tale amor donante perch un luogo di guarigione deve la
terra ancora diventare! E gi un profumo nuovo aleggia intorno a essa, che d
salute, g e una speranza nuova! Di questa speranza ha testimoniato la parola di
Benjamin, il suo sorriso incorporeo, tacito come in una fiaba, e il suo silenzio. Ogni
volta che si stava insieme con lui si ricostituiva una cosa altrimenti morta senza
possibilit di recupero, la festa. Standogli vicini si aveva la sensazione che ha il
bambino nellattimo in cui si apre uno spiraglio della stanza natalizia e un flusso di
luce costringe locchio alle lagrime, pi commovente e pi certo di quanto non sia
tutto il chiarore che lo saluta quando il bimbo invitato a entrare nella stanza. In
Benjamin tutta la forza del pensiero si riuniva per preparare tali attimi e in essi
soltanto trapassato quel che una volta veniva promesso dagli insegnamenti della
teologia.

Cfr. W. BENJAMIN, Deutsche Menschen. Eine Folge von Briefen, scelta e introduzione di Detlef
Holz (Pseud.), Luzern 1936, p. 90.
9
Cfr. BENJAMIN, Schriften cit., vol. II, p. 194.