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Curva Pericolosa

(Fabio Piedimonte)

“Le chiedo di prendere provvedimenti.” La signora Dionigi aveva i


capelli biondi, con un taglio giovanile a caschetto. Il vestito era chiaro,
percorso di tanto in tanto da strisce azzurre: semplice ed elegante. Un
ciondolo le scendeva dal collo fino a lambire l'abbondante seno.
“Faremo il possibile,” rispose il preside Umbertini.
“Ma si rende conto che ieri Mazzini ha spostato mio figlio dalla sua
sedia e si è seduto al posto suo? Ha detto che voleva farsi un giro. E non è
la prima volta che accadono episodi del genere.”
Mazzini, pensò il preside, quanto altre volte avrebbe dovuto sentire
ancora il nome del ragazzino da lì alla fine dell'anno scolastico? Mazzini
era quello che scriveva sui muri, che andava in giro per la scuola senza
permesso, che chiacchierava in classe snobbando i professori, che lanciava
gli zaini dei compagni dalla finestra e che all'uscita rimaneva un po' di
tempo fuori dall'edificio a dar fastidio. Molti genitori si erano già lamentati,
ed il padre e la madre del ragazzo sembravano impotenti davanti al
comportamento del figlio. Anzi erano loro a chiedere aiuto alla scuola.
Un'altra sospensione, si chiedeva il preside? Ma sarebbe servita? L'ultima
volta Mazzini era venuto a vantarsi di essersi conquistato una settimana di
vacanza.
“Intanto dobbiamo dire ai professori di non mandarlo mai al bagno
con Lorenzo,” disse la professoressa Bruni, coordinatrice della classe,
gesticolando com'era suo solito fare.
“E che durante la ricreazione lo tengano un po' più d'occhio,” replicò il
preside. Il suo sguardo passò dalla professoressa Bruni ad un poster di un
olio di Rembrandt appeso sulla parete di fronte alla scrivania. La sagoma in
ombra di un bosco, una spiaggia, una ragazza su un toro in mezzo al mare,
tre ragazze disperate a riva. Fin dal primo momento il rapimento di Europa

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da parte di Zeus, trasformato in un toro, lo aveva colpito, e sebbene il


quadro non fosse esposto al Rijksmesuem di Amsterdam il giorno che ci
era andato, aveva comunque deciso di prendere il poster.
La presidenza, un'ampia stanza al piano terra della scuola media
Draconte, aveva due porte. Da una si accedeva ai locali della segreteria,
dall'altra, se aperta come in quel momento, si poteva vedere il lungo
corridoio in fondo al quale c'era l'ingresso della scuola e lungo cui davano
alcune classi. A poca distanza da lì un secondo corridoio ad elle rispetto al
precedente portava ai bagni.
“Mi dispiace dirlo, ho parlato anche con altri genitori, secondo noi il
comportamento di Mazzini rasenta il bullismo,” disse la signora Dionigi.
Pronunciò quella parola con forza e durezza, quasi a voler esorcizzare uno
spettro.
“Convocheremo un consiglio di classe straordinario,” provò a
rassicurarla il preside. Il quarto in quell'anno a causa del ragazzo.
“Se le cose non cambiano io e mio marito saremo costretti ad agire per
vie legali. Può immaginare come si sente mio figlio? Prima l'incidente, poi
le cure continue. È difficile fare ogni cosa. Abbiamo dovuto persino
cambiare casa perché il nostro vecchio condominio era pieno di barriere e
aveva un ascensore strettissimo. E per questo Lorenzo ha anche dovuto
cambiare scuola, ed invece di trovare nuovi amici ha trovato un bulletto che
gli sta rendendo la vita impossibile.”
In quel momento suonò la campanella della ricreazione.
“Pista...” un urlo superò il brusio di fondo dei ragazzini.
Il preside, la professoressa Bruni e la signora Dionigi si voltarono in
direzione del corridoio. Dalla terza B uscì una sedia a rotelle. Lorenzo si
reggeva ai braccioli e dietro Mazzini spingeva. La sedia girò in direzione
del corridoio, proprio verso la presidenza, accelerò ed impennò sulle due
grandi ruote posteriori. Mazzini urlò ancora una volta “pista,” mentre si

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avvicinava al corridoio che portava ai bagni. Schivò alcuni ragazzini della


prima A, si allargò e prese la curva in velocità. La ruota che si trovava
all'interno della curva si alzò. Mazzini cercò di controllare la sedia ma non
ci fu nulla da fare. Si ribaltò, e cadde insieme a Lorenzo a terra.
La signora Dionigi aveva assistito a tutta la scena. Si alzò e corse dal
figlio, seguita dal preside e dalla professoressa Bruni.
“Lorenzo!” gridò la madre, mentre cercava di superare il capannello di
professori, bidelli e studenti, che si era formato intorno ai due ragazzini.
Dal figlio proveniva uno strano lamento, ma non riusciva a capire
quello che diceva.
Poi distinse delle parole.
“Ma sei proprio cretino, prima della curva rallenta!”
“E tu sposta il peso all'interno!”
“E si vabbè, non è che mi posso muovere così tanto!”
Finalmente la signora Dionigi aveva raggiunto il figlio. Un bidello lo
stava aiutando a risalire sulla sedia a rotelle.
Lorenzo la guardò.
“Ciao mamma,” la salutò sorpreso di vederla. Forse avrebbe dovuto
darle qualche spiegazione ma poi si ricordò che doveva chiederle una cosa
importante. “Francesco può venire oggi pomeriggio a casa? Facciamo i
compiti e poi giochiamo alla Play.”
“Magari facciamo il contrario, ” replicò Mazzini.
“Sì, così prendi un altro quattro.” E scoppio a ridere.
Ora la donna non aveva alcun dubbio: quello che fino a qualche istante
precedente le era sembrato uno strano lamento era in realtà una fragorosa
risata.

Fine

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