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CAPITOLO II

1939-1941
Sar stato l'autunno del 1938 quando Tone tent di fare la carta astrale dei gemmeli,
qualcosa con cui prevvedere cosa li attendesse nella vita. Come diceva lui, tentava di
calcolare il loro futuro. Fino alla met dei calcoli sorrideva, po idi punto in bianco il
sorriso divenne di ghiaccio, come quando umoreoarato ti imbatti in qualcosa di
pauroso, terrificante Interruppe subito il lavoro e non ne fece mai pi parola. Anche
se imun lo pungolava con insistenza a dire cosa avesse visto, lui si limitava a
scuotere la testa in segno di diniego. Solo in un'iccasione gli disse che c'erano eventi
di cui nessun vivo deve essere al corrente tranne che coloro che ne prendevano
parte.
Nel 1940 ci furono le elezioni amministrative nel comune di Signo. Vinse Vice Buljan
con la sua list e divent sindaco. Beh, nulla di tanto strano e rilevante, sennonch
Vice era membro del partito comunista. Ma neanche ci era il male maggiore. Vice
faceva parte di una ricca ed illustre famiglia di signese, sicch era diventato
comunista per convincimento e non per cruccio, come molti altri. Inoltre, da uomo
intelligente e avveduto guadagnava con facili e in fretta nuovi sostenitori alle proprie
idee. E fu cos che Signo divent l'unico comune di in tutta la Jugoslavia allla cui
guida c'erano i comunisti. Chiaramente, per questa ragione si concquist subito la
nomea di 'comune rosso'. Come detto, uno e unico nello Stato. La notizia della vitoria
dei comunisti raggiunse imun, Marko e don Ive mentre erano in visita da Tone,
seduti sulla sua veranda dove avevano giusto finito il secondo lotro di nero, quando
di ritorno da Signo pass per salutarli Nikica, giovane figlio del gestore dell'osteria a
Tarabnik che riforniva Tone di viveri e bevande. Sentita la notizia, Tone sorrise,
imun preoccupato scosse la testa, don Ive sovrappensiero fiss un punto lontano e
Marko and in cantina a prendere un ultimo fiasco di vino.
"Vice un bravo ragazzo," disse Tone. "Se campa abbastanza a lungo, potrebbe
fare grandi e buone cose per questa nostra terra martoriata."
"La politica non ha niente a che fare con la bont," replic seccamente imun con
voce amara. "Specialmente dalle nostre parte e in questi tempi da lupi. Sebbene i
tempi qui siano sempre da lupi. Il turno nostro, degli uomini, non arriva mai. Mai
giunti i tempi da uomini. E poi queste sue idee sull'uguaglianza, su diritti per tutti
Non ci sono diritti a sufficienza per tutti. Mai c'erano e mai ci saranno. Fomenta l
agente, e ci non va bene. E se la gente gli credesse e perdesse la testa? Come se
la caverebbe con il popolo esaltato?"
"Come sempre, ricorrendo allo sfollagente e alla gattabuia," rispose Tone.
"Non puoi mettere la gente tutta in prigione," obiett imun.
"Neanche devi farlo," disse Tone. "Sbatti in cella quelli pi infervorati e gliene suoni di
santa ragione. Gli altri si trasformano all'istante da lui in pecorelle. Gli uomini amano
fare gli eroi, ma a nessuno piaciono botte da orbi. In particolare se combinate con la
galera. Se il carattere dell'uomo determina il suo destino, allora lap aura determina i
limiti delle sue possibili. Quanto maggiore la paura, tanto minori sono le
possibilit. Non esiste il potere al mondo che non conscio di questa equazione e
che non la sfrutta. Insomma, ricordi cosa successo nel 1928, quando hanno ucciso
Stjepan Radi, il tribuno del popolo croato? Ci fu un putiferio generale, tutti saltarono
in piedi. I nostri notabili locali addirittura presero parte ai funerali. E poi? Radi fin
sottoterra, i croati rimasero col culo per terra e in cielo non cambi un'acca."
"E tu, don Ive, che ne pensi?" chiese imun rivolgendosi al sacerdote.

"Io non credo n al re n ai comunisti," mormor pensieroso don Ive, il cui volto non
riusciva a nascondere la preoccupazione. "A dire il vero, non credo a nessuno,
tranne che all'Onnipotente, anche se devo confessare che a volte non Lo capisco
troppo bene. Per, l'importante che Lui capisca me. Almeno spero che sia cos,
perch altrimenti. E visto che stato tirato in ballo Stjepan Radi, lo rispettavo in
quanto stato un uomo politico pragmatico e una persona ragionevole. Sia per noi
croati che per i serbila sua morte stata una grande perdita. Ho letto il suo libro
Croati e Serbi. Forse se avessimo tentato fraternamente, come lui allora ha scritto"
"Ma se il problema sta proprio nel fatto che noi di continuo stiamo tentando come
fossimo fratelli, invece di comportarci come altre persone normali," lo interruppe Toni.
"Ci sono anche fratelli che sono persone normali," gli fece presente don Ive.
"Sar, se lo dici tu," non riusc a trattenersi Tone.
"Comunque, un peccato che Radi non abbia avuto una vera occasione," continu
impassibile don Ive il suo ragionamento. "Chiss cosa sarebbe avvenuto se"
"Non sarebbe avvenuto niente altro che ci che comunque poi successo," si
incapon Tone. "Gli uomini sono al servizio della storia, non il contrario. Tutti, senza
eccezioni. Da semplici popolani a teste coronate. Tutto determinato, gi da tempo
immemore, e nulla succede per caso."
"Quindi, secondo te, Radi stato ucciso a ragione," concluse don Ive. "Voglio dire,
come che sia ci stato scritto nel cielo, pertanto la sua morte non dovrebbe
rappresentare una sorpresa"
"Lo sai anche tu che non c' ne vita n morte senza una ragione," scatt Tone di
nuovo. "La morte di Radi una tragedia, ma come dice la gente, nessuno sa quale
bene produce il male. In effetti, questa sta diventando una generalizzazione stupida,
ma Uff, non va bene. Appena bevo pi di due bicchieri, comincio a svanverare. E
pensare che mi sono rifugiato in quest'eremo per evitare i discorsi vacui. Dovremmo
parlare del cielo , della fortuna, delle belle donne, di altre cose belle che si
accompagnano al buon vino, e non di"
"Dio mio, com'era facile vivere quando il vino era ancora vino," si intromise imun.
"Lo bevevi, diventavi brillo ed eri felice almeno finch non smaltivi l'ebbrezza. Ora
bevi e ti prendi una sbornia. Non sai pi se sei pi infelice sbronzo o sobrio. Tutto
diventato tutt'uno"
"Ahime, questo davvero non va bene," si rifece vivo Tone. "Stiamo sprofondando
troppo velocemente. Freniamo un po'. Rivolgiamoci a qualcosa di meno impegnativo.
Ecco, ime, da tempo che volevo chiederti una cosa ma poi mi sfuggiva dalla
mente"
"Morirai e non avrai pronunciato il mio nome, eh?" lo interruppe imun tentando per
l'ennesima volta di indurre Tone a chiamarlo imun e non ime, come invece gli si
rivolgeva, per ragioni solo a lui note, gi da quando erano ragazzi.
"Lo sai che n n lo far mai," sorrise Toni. "Te l'ho detto centinaia di volte, ime mi
suona molto meglio di imun. imun ha il suono simile a questa nostra bora quando
impazzisce e comincia a sferzare tutto e tutti. Mentre ime come una brezza
marina che veso sera, al tramonto rinfresca i lidi"
"Creatura di Dio, ma ch ecosa ho io a che fare con il maestrale serale," disse imun
stancamente, allargando le braccia in segno di arresa. "Guardami bene. Sai quante
volte la bora ha flagellato questo viso Sia in bella che in brutta stagione. Nessuna
lo ha mancato. Tutte vi hanno lasciato il loro segno. Non che mi lamento, anzi. IO
non mi addico ai tramonti in riva al mare. Ti rovinerei completamente il quadro. Tu ne
facevi parte finch non sei finito nelle grinfie di Kamenica. Ora, paesano mio,
neanche tu l non sei pi benvenuto. Ogni uccello vola al suo nido. Prima o poi. Cos

anche tu infine sei ritornato a Kamenica e alla bora. Tu, che avevi una possibilit di
scelta e potevi fare in modo diverso"
"Eh, ime mio, purtroppo hai raggione," conferm Tone. "Ma ho ragione anch'io. Ed
anche don Ive l'ha. Sai, sarebbe bello se l'uomo di nostra et, dopo un litro di vino
nero, a volte non avesse ragione. Sarebbe tutto pi facile. Dovevamo avere ragione
trenta o quaranta anni fa invece che oggi. Siamo sempre nel giusto al momento
sbagliato. E viceversa, Deo gratias. Cristo, oggi davvero siamo partiti per il verso
giusto. Uff! Con difficolt sempre crescente mi riesce di sopportarmi. Non capisco
come gli altri riescano a farlo. In verit, nessun altro lo fa Beh, lasciamo stare,
cos' che volevo chiederti? Non ricordo pi. Ah, s! Marko, come mai oggi sei cos
taciturno. Tutto il giorno non hai detto due parole."
"Sto ad ascoltare voi due," rispose Marko facendo spallucce. "Dateci dentro, che per
me c'ancora tempo."
"E quando i gemelli tornano dalla naia?" disse d'improvviso don Ive, indirizzando la
domanda ad entambi, sia a imun che a Marko.
"Solo Dio lo sa," rispose imun, spinto dalla domanda dall'umore cupo al malumore.
"Dovrebbero tornare tra un anno, per temo che con questi tempi di follia che sta per
esplodere Volesse Iddio che la guerra non li becchi sotto le armi. Che tolgano la
divisa prima che la guerra scoppi. E poi, sar quel che Dio vorr. Forse riusciranno a
cavarsela. A fuggire in qualche luogo lontano."
"Mi sa che loro non sono fatti della pasta di chi si tira indietro e fugge," osserv
Tone.
" proprio ci che mi fa paura," disse sospirando imun a voce bassa.
"Gente, tutto il tempo penso se dirvi una cosa o no," si intromise Marko sottovoce,
come parlando tra s e s. "Beh, ecco, visto che avete nominato i gemelli, posso
anche dirla. Sono gi due mesi che non dormo come Dio comanda. Gi due mesi
quasi ogni notte mi ritornano nei sogni i miei commilitorni del 1916. Come se non
sapessero che fare con se stessi e allora, appunto, per tutta la notte mi fanno
compagnia. Quante volte avevo allora pregato il buon Dio di far finire quella mattanza
o di prendermi a S. Per non dover pi guardare quella Isonzo, fronte italiano,
agosto, un caldo incredibile. In quella circostanza ho sentito per la prima e per
l'ultima volta il sentore del corpo umano in decomposizione. Un fetore dolciastro,
insopportabile senza paragoni, che ti impregna la pelle e non ce verso di
liberarsene E nuvoli di mosche attorno ai casaveri Quell'odore e le mosche. I
cadaveri che giaciono davanti alle trincee, e il ronzio di mosche che sciamano su di
essi E non erano mosche normali. Erano grandi, pigre, si muovevano a malapena,
quasi non volavano. Sucessivamente non ho mai pi visto mosche del genere
Stava con me un bravo ragazzo, mio omonimo, Marco, nativo di Dicmo, che morto
tra i primi. Una mattina, verso mezzogiorno, tutti inzuppati di sudore, un po' per caldo
ma principalmente per terrore, e tutto d'un tratto mi dice che vede una viola fuori
dalla trincea. Felice felicissimo, vuole uscire dalla trincea per coglierla Ma che viola
del cavolo, gli dico. L non c'erano viole neanche in primavera, altrocch in agosto.
Solo erba arsa, ma in modo diverso da questa nostra. L tutto era diverso Non gli
permetto di uscire dalla trincea, ma lui si intestardisce, vuole coglierla e basta. Sar
stata un'allucinazione provocata da quel solleone. Anch'io vedevo cose strane. Si
libera dalla mia stretta e parte verso la sua viola. Lo hanno lasciato avvanzare per
alcuni metri, poi lo hanno colpito. In piena fronte. Si era giusto piegato per cogliere
quello che aveva visto E cade con il capo girato in mia direzione. Aveva grandi
occhi neri. Un bell'uomo. Di corporatura forte, da vero dalmata. Da quel giorno ho
una certa repulsione sia verso la primavera che verso le viole. Sebbene non sia

colpa loro Per, quegli occhi Mi fissano, gente mia, ora come allora. E tutto avrei
potuto in un qualche modo sopportarlo, finch una di quelle mosche non si posata
sull'occhio sinistro dell'infelice"
"Fermati!" lo blocc Tone mettendosi le mani nei capelli. "Questo sta diventando
assurdo. Davvero insensato. Abbiamo speso gli ultimi litri del vino migliore affinch ti
venissero in mente i morti ammazzati della Grande guerra. E le mosche che non
volano. Con in aggiunta l'occhio sinistro e la viola! Ma va l! Tutto il giorno te ne stai
zitto per poi raderci al suolo. Porca la miseria, Marko, sei normale o cosa? Peccato
per il vino, capisci? Il vino per i vivi, non per i defunti. Per i defunti si beve la
grappa, e quella l'abbiamo bevuta tutta - ricordi? - la domenica scorsa. Sei stato qui
la domenica scorsa o no?"
"Beh, non proprio come vai dicendo," sibill a denti stretti Marko accendendo la
sigaretta. "Voglio dire, la guerra sempre guerra. Torna sempre. L'uomo si abitua a
tutto, quindi anche ad essa. Per, i sogni non pi come prima. Ora oltre ai
commilitoni ci sono anche miei figli, e uno sta accanto a me, mentre l'altro giace sul
campo di battaglia accanto a Marko E non possiamo raggiungerlo. Ecco, questo
il tormento E ancor peggio, ora anch'io vedo quella viola l perdavvero. Voglio
dire E cos di notte in notte. Per giunta non so mai quale dei due sta con me e
quale giace l, accanto a Marko Ma non trovo il coraggio di chiedere a quello che
mi sta accanto quale dei due. Ho paura di sentire pronunciato il nome Ho paura
per la sorte di uno dei due, ma non so quale"
"Caspita, Marko, scusami," reag Tone. "Non mi rendevo conto della gravit della
cosa."
"Ci non va bene," concord subito anche don Ive. "Ci assolutamente non va bene."
"Perch non hai detto prima che sogni fai?" disse imun sorpreso, fissando incredulo
il figlio.
"Cosa dovevo dire?" rispose turbato Marko. "Mi dicevo, passer come passato
altre volte. Ogni tanto vengono a visitarmi, per due o tre notti, poi se ne vanno.
Bisogna capire anche i morti. Non facile neanche per loro. Probabilmente non
hanno chi visitare tranne me Per, ultimamente Questa facenda con i figli. Dio
mi aiuti. Hop aura coricarmi e chiudere gli occhi. Non ce la faccio pi a guardare
quella scena"
"Dici di non sapere quale ti sta accanto e quale giace morto," disse Tone che d'un
tratto divent pensieroso, come se avesse ricordato qualcosa. "Smetti di porti quella
domanda e smetterai di sognarli."
"Come posso smettere di pormi la domanda?" chiese Marko. "Come, se"
"Devi farlo," lo interruppe Tone con tono autoritario. "Come che sia, non saprai mai
quale vivo e quale morto."
"A cosa alludi dicendo che non sapr mai quale vivo e quale morto?" si intromise
imun osservando Tone con sospetto.
"Alludo ai sogni, chiaro," rispose in fretta Tone ma senza convinzione, cercando di
evitare lo sguardo penetrante di imun. "Dunque, smetti di chiedertelo e cessarai di
sognarli. E che don Ive dica una messa per tutti i defunti della tua vita, per ogni
evenienza."
"Lo far subito, questa sera stessa,"aggiunse don Ive preoccupato.
"Vorrei sapere cosa sai," disse imun tra i denti osservando Tone attraverso il
bicchiere mentre stava bevendo un sorso di vino.
"Ringrazia il Signore di non saperlo," mormor assente l'amico. "La gente spesso
non conscia quanto Egli sia misericordioso verso gli uomini. Quanto soano beati
nella loro ignoranza."

Quel 1940 pass, sgusci via come un ladro preso in trappola che trova una via
d'uscita dimenticata da tutti. Anche dal ladro stesso. Che lo trova per puro caso e in
ultimo momento. Ecco, cos se ne and anche quell'anno. La sorte infausta gli
aleggiava sopra per tutti i gorni della sua durata, tutto stava ad indicare che sarebbe
finito con un bagno di sangue, ma alla fine riusc ad evitarlo. Proprio per questa
ragione il successivo 1941 pareva ancor pi terrificante e malefico. Sensazione
rafforzata dal fatto che una buona parte dell'Europa continentale erqa gi in fiamme
ed era soltanto una questione di giorni quando il rogo si sarebbe propagato nel resto
del continente. Compreso il Regno di Jugoslavia, il quale del resto era vacillante dal
giorno stesso della sua fondazione. Quello Stato lo aveva descritto nel modo migliore
Tone dicendo che il Paese che nessuno era pronto a difendere non meritava
neanche di esistere. E nessuno era pronto a difendere il regno jugoslavo. Lacerato e
profondamente diviso da questioni nazionali, religiose, operaie e innumerevoli altre,
immaginabili e non, con il re minorenne sul trono, sopravviveva con difficolt anche in
tempo di pace, mentre si preannunciavano grandi prove causate alla guerra. Sicch,
con tutte quelle innumerevoli debolezze, il Regno vide arrivare l'aprile di quell'anno
infausto e l'invasione tedesca ed italiana. In soli dieci giorni dall'inizio delle ostilit il
Regno fu costretto alla resa incondizionata, il che la dice lunga sui suoi potenziali di
difesa. Il Regno era un esempio come fare da buona stoffa un pessimo vestito, aveva
detto gimolto prima don Ive. E sembrava che avesse avuto ragione. Alla resa
incondizionata segu la proclamazione dello Stato Indipendente Croato, Ennediacca,
come tutti cominciarono a chiamarlo dall'acronimo croato. Certi Stati muoiono, altri
nascono, e i confini vengono ridisegnati ogni secondo giorno dalle mani inesperte dei
nuovi padri della patria, i quali legittimano i diritti del loro popolo ricorrendo al
passato, mentre il presente per loro interessante solamente in misura in cui pu
essere assoggettato alle loro visioni del futuro. E le loro visioni di regola e
infallibilmente sottintendono la correzione delle inguistizie storiche. Non esiste popolo
che non conservi memorie di tali ingiustizie. Tra l'altro, interessante che tutti
ricordino le ingiustizie di cui sono stati oggetto, mentre se ne fregano delle ingiustizie
subite da altri popoli. Anzi, non vogliono manco sentirne parlare. In maggioranza
sono inclini a pensare che le ingiustizie colpissero solo il loro popolo d'appartenenza,
che solo il loro popolo fosse vittima Ma non nella storia umana non c' un solo
popolo che non sia stato sia vittima che persecutore. In dipenendenza dalle sorti
della guerra, un po' oppressore, un po' vittima. E cos in un circolo vizioso da guerra
in guerra. La guerra un cattivo tentativo di correggere un'ingiustizia compiendone
un'altra, aveva detto in una circostanza don Ive.
Signo e dintorni in quella ridefinizione dei confini finirono nel neocostituito Stato
croato, cosa che in certi provoc entusiasmo e in altri costernazione. Gli uni vivevano
il nuovo Stato quale realizzazione della volont plurisecolare dei martiri locali di
vivere in uno stato nazionale croato sovrano e indipendente, che a Signo non
esisteva dai tempi gloriosi dei Principi ubi di Bribir. In aggiunta erano del parere
che tutto fosse meglio della dittatura del re appena finita e del terrore penserbo, pure
l'alleanza con le potenze fasciste. Semplificando, la loro filosofia si potrebbe
ricondurre al motto 'uno stato proprio a qualsiasi prezzo'. Altri invece l'Ennediacca
non la consideravano uno stato, bens un protettorato fascista, un fantoccio tedesco
e italiano, e per loro le nuove autorit usctascia erano servi degli invasori. Ma
neanche questi rimpiangevano il Regno. Anzi, prima della guerra avevano fatto tutto
il possibile per portarlo alla rovina, solo che loro vedevano il futuro della Croazia in
una Jugoslavia nuova, un unione federativa che sarebbe stata garante
dell'uguaglianza dei popoli slavi meridionali. Per loro i fascisti erano nemici naturali,

invasori del loro paese, e il fondamentale diritto e dovere di ogni uomo quello di
opporsi all'invazore e di combattere con qualsiasi mezzo sia le forze di occupazione
che i loro collaboratori. Gi Tommaso d'Aquino insegnava che il popolo ha il diritto di
ribellarsi a ogni tirannia In realt, l'Aquinate non aveva in mente tale tip odi tirannia,
per, il tiranno sempre tiranno, a prescindere da come venga chiamato. Inoltre, i
dalmati in modo particolare accusavano il presidente dell'Ennediacca, comandante
in capo e capo politico supremo dottor Ante Paveli, di aver stretto alleanza con i
fascisti italiani, viste le loro pretese aperte verso il territorio nazionale croato. Questo
patto, secondo i dalmati, era contrario all'elementare senso comune. Parechi in
Dalmazia non riuscivano a capire come poteva essere considerato alleato qualcuno
che voleva togliere alla Croazia tutta la costa dalmata. O, detto in modo pi semplice,
da quando in qua l'invasore pu esserti alleato? O occupatore, o alleato. Le due
cose non vanno insieme in nessun modo. Sebbene all'inizio ci fossero stati dei
creduloni, dopo che nell'aprile i fascisti italiani entrarono a Spalato accolti dagli
ustascia con lo striscione 'Benvenuti!', divent pi che chiaro chi era il nuovo padrone
della maggior parte della Dalmazia. Comunque, sia i sostenitori che gli avversari del
nuovo Stato erano intransigenti nei loro punti div ista, il che nelle circostanze belliche
poteva sigificare una sola cosa: sange, sange e altro sangue ancora. Visto che
stata menzionata Spalato, va detto che nella citt c'era un forte movimento operaio,
strettamente legato alle cellule comuniste clandestine, cosa che aveva influenzato
anche gli eventi nella vicina cittadina di Signo e nei suoi dintorni.
E cos, all'inizio dell'afoso agosto del 1941 da Zagabria arriv a Spalato Mirko
Kovaevi Lala, membro del comitato centrade del partito comunista, con alcuni altri
compagni per organizzare l'insurrezione contro le forze di occupazione italiane e i
loro collaboratori locali, ustascia e cetnik. In pochi giorni vennero organizzate sette
formazioni armate che si diedero alla macchia. Tra queste ci furono il distaccamento
di Spalato e quello di Signo. In tutta la Dalmazia echeggiava il giuramento dei
combattenti: 'In nome del popolo giuro di combattere contro gli occupatori fascisti e i
suoi servi nonch di consacrare alla libert del mio popolo tutte le mie forze, se
necessario anche la mia vita'. I distaccamenti erano composti in maggiorenza da
giovani, di regola sportivi. Cos, l'intera squadra della Societ calcistica operaia
'Spalato' entr nelle file del distaccamento spalatino, che venne falcidiato proprio
nelle vicinanze di Signo. Il combattenti partirono da Spalato l'11 agosto. Erano
giovani, male armati, disorganizzati e inesperti. Attraversarono il monte Mosor e si
addentrarono nel pietrisco signese. Tre giorni dopo, il 14 agosto, si trovavano sopra il
villaggio di Koute. Erano senz'acqua, esausti, non abituati alle insopportabili calure
dell'entroterra dalmata. Due di loro scesero nel villaggio in cerca di acqua, cosa che
successivamente cost la vita a maggioranza dei combattenti. Infatti, un sostenitore
del nuovo stato avvis gli ustascia dislocati nel villagio, i quali chiesero subito rinforzi
da Signo. Poco dopo inizi lo scontro a fuoco che dur per tutta la giornata. I giovani
opposero resistenza fino al crepuscolo, quando in aiuto degli ustascia arrivarono gli
italiani con l'artiglieria. Dopo uno scontro impari, tre combattenti furono uccisi,
compreso Mirko Kovaevi Lala, una decina gravemente feriti, ventiquattro di loro
catturati. Solo in tredici riuscirono a sfuggire alla cattura. La corte marziale ustascia
con sede a Signo li condann tutti alla pena capitale. Il 26 agosto di quel triste anno
vennero fucilati a Rudua, sito alla periferia di Signo. Mentre passavano per la citt,
condotti verso il lugo dell'esecuzione, tutte le vie erano deserte e finestre e porte
chiuse. Nelle cali vuote risuonavano i canti rivoluzionari dei giovani nel loro ultimo
cammino. Dietro di loro rimase il silenzio, pi grave e roboante dei tuoni che si
abbattevano sui monti circostanti. Il condannato pi giovane, Ante Torkar, nativo di

Makarska, ancora nella maglia con i colori della squadra poich partito in guerra
direttamente dall'allenamento, non aveva ancora raggiunto la maggiore et. Prima
della fucilazione, gli offrirono di salvarsi, bastava che dicesse che era stato traviato e
che neanche sapeva sparare, ma lui rispose in tono di sfida: "Datemi un fucile e poi
vedrete se so sparare o no."
La notizia esplose come una bomba nel signese. Si tratt dell'episodio che divise per
lungo tempo a venire la popolazione locale tra i sostenitori dell'una o dell'altra parte
Dei neri o dei rossi. Da quel giorno in poi non c'erano pi i neutrali o gli indecisi. Non
potevano pi esserci, anche se qualsiasi persona ragionevole avrebbe preferito non
schierarsi da nessuna parte. La maggioranza abrebbe preferito chiudersi in casa,
tacere e attendere Per, fino a quando, e chi? A volte i tempi non permettono
l'attesa. Nella gente si insinu l'inquietudine, un'angoscia pesante, opprimente.
Quella che non ti permette di respirare, di vivere, che incessantemente ti susssurra
che essa a decidere se vedrai il sole di domani o se finirai di notte sotto la lama di
qualche pazzo al quale qualcuno ha dato una divisa e lo ha nominato padrone del
tuo destino. Non c' nulla di peggio che far indossare a un pazzo la divisa e dargli
un'arma, disse in quei giorni Tone. D'altro canto, finch non gli si davano la divisa e
le armi, non si poteva sapere quanto fosse pazzo. Anche se per una buona parte di
loro si poteva vedere gi dalla nascita che qualcosa non quadrava, solo che nessuno
ci faceva caso
imun e Marko riflettevano come far evitare ai gemelli il servizio militare e i venti di
guerra che si preannunciavano, ma alla fine dovettero desistere. L'unico modo era
quello di venir dichiarati non idonei al servizio militare, ma in quel caso si doveva
versare allo Stato la soldatessa, un'imposta per il mancato adempimento dell'obbligo
militare. La famiglia semplicemente non poteva permeterselo, non disponeva dei
soldi necessari. Per non dire che continuare a vivere in quei luoghi da non abili era
una cosa di per s problematica. A prescindere da chi e perch si veniva dichiarati
tali. Perci i due concentrarono tutti i loro sforzi a farli finire entrambi nella stessa
unit. Grazie a Tone, imun e specialmente allo zio Pere, riuscirono nel loro intento,
per cui alla fine del 1939 i gemelli si trovarono entrambi inquadrati nel 53
reggimento di fanteria di stanza a Karlovac. Tutti pregavano affinch i loro diciotto
mesi di naia passassero senza guerra, ma in cuor loro tutti dubitavano che ci fosse
possibile. I pi perplessi erano i gemelli. Poco dopo l'arrivo a Karlovac e indossata la
divisa, per i gemelli iniziarono i problemi. All'inizio piccoli, che col tempo diventavano
sempre pi rilevanti. Irruenti di natura, di lingua troppo lunga, poco propensi al
rispetto delle gerarchie militari, finivano spesso in conflito con i superiori, ai quali
rendevano amare le giornate anche con la loro somiglianza. Intelligenti, con
un'istruzione non insignificante, anzi se paragonati ad altri soldati, con una
formazione pi che solida, e con una certa dose di arroganza tipicamente dalmata,
erano bersagli mobili per i "tonti in divisa", come definivano gli sottoufficiali con cui
entrarono in guerra dal primo giorno. A dirla tutta, non che avessero rapporti migliori
neanche con gli ufficiali Da quando esite il mondo le persone intelligenti non
andavano a genio a nessuno, men che meno all'esercito. A qualsiasi esercito, quindi
anche al regio esercito jugoslavo. L'uniformit e l'individualit semplicemente non
vanno assieme. Per giunta i sentori della guerra che stava per arrivare avevano
ridotto al minimo la tolleranza, gidi per s molto ridotta nell'ambito militare. La
conseguenza di tutto ci erano le continue sanzioni con cui i superiori ravvivavano le
giornate in caserma dei gemelli. In effetti, Mate era responsabile della maggioranza
delle sortite, e quindi delle sanzioni, ma ci non interessava a coloro che le
decretavano visto che non riuscivano a distinguerli. Per precauzione, venivano puniti

entrambi. All'inizio protestavano, ma ben presto desistettero avendo capito che le


proteste erano una perdita di tempo. L'intolleranza raggiunse l'apice quando
qualcuno tolse dalla grande aula che si trovava nel centro del perimetro della
caserma il ritratto del defunto re Alessandro, ucciso in un attentato, e la gett nel
fango davanti all'edificio. Guidati dal riflesso condizionato, gli ufficiali in tutta velocit
accusarono del fatto alcuni dalmati tra cui c'erano anche i gemelli. In seguito si venne
a sapere che essi non avevano niente a che fare con il fatto, ma in seguito era gi
tardi. Invece, al momento del fatto venne fatta un'indagine, accompagnata dalle urla
dei superiori, che minacciavano i presunti fautori con la corte marziale e il carcere, e
da qualche sberla. Inine la decisione di trasferire uno dei gemelli. La scelta cadde su
Mate, anche se ad eccezione di loro due nessuno sapeva quale rimase e quale
venne trasferito. L'importante era che a Karlovac rimanesse solo uno dei due, non
c'entrava quale, e che l'altro venisse trasferito il pi lontano piossibile. La
destinazione scelta fu il 41 reggimento di fanteria di stanza a Osijek, dove Mate
rimase per un solo mese, dopo di che chiaro per punizione venne trasferito in
Serbia, nel 4 gruppo di artiglieria di stanza a Petrovgrad. L Mate sostitu la sua
arma in dotazione precedente, il fucile Mauser M 24, del quale sapeva tutto, con il
cannone da campo di 80 mm, del quale non sapeva nulla.
Cos per forza maggiore i percorsi dei gemelli per la seconda volta si divisero per un
lungo periodo di tempo. Quanto la separazione fosse stata dolorosa, lo sapevano
solo loro. Ad altri non lo mostrarono in nessun modo. Neanche da ragazzi, quando
Mate si era dovuto trasferire al liceo di iroki Brijeg, lo avevano fatto, men che meno
lo avrebbero fatto in questa circostanza. Insegnamento materno. Non mostrare le tue
emozioni a gente sconosciuta e non credere ai conoscenti se proprio non devi. Dopo
la partenza di Mate, Jakov strinse amicizia con Ivan, che era di Otok, un villaggio nei
press idi Trilj, sempre nel contado di Signo. Ivan era un nazionalista croato, incline a
soluzioni radicali. Per merito suo il re era finito nel fango, ma tutti quelli che ne erano
a conoscenza tennero la bocca cucita, per cui Ivan se la cav con le stesse sanzioni
inflitte ad altri sospettati. Lui era del parere che la libert del proprio popolo poteva
essare conquistata soltanto ricorrendo a metodi rivoluzionari, al che Jakov gli rispose
che evidentemente l'originalit non era il suo forte. Chiaro, il fine supremo dei
'rivoluzionari' era l'abbattimento del Regno jugoslavo e della dittatura monarchica in
quanto "prigione del popolo croato" e la costituzione di uno proprio Stato
indipendente che non si sarebbe unito con nessun altro stato, specialmente non con
quello serbo. Invero, la cosa pi importante era avere un proprio Stato, in qualunque
modo e a qualsiasi condizione. Una volta che hai il proprio governo, il proprio
esercito e i propri confini, tutto diventa facile, spiegava Ivan. Tutto il resto prima o poi
si sistemer. A onor del vero, Ivan non era un gran teorico delle idee che sosteneva.
Le sue riflessioni arrivavano alla costituzione di un proprio Stato nazionale, dopo di
che tutto andava lasciato ad altri, pi competenti, che si sarebbero presi cura del suo
funzionamento. E non puoi avere un tuo Stato se non abbatti quello esistente. Molto
semplice, nevvero? Ah, s. Voleva inoltre ch enel nuovo Stato nessuno lo "prenda a
manganellate solo perch croato e per aver sputanato ogni tanto il re". Tuttavia, va
detto che Jakov e Ivan non diventarono amici in virt delle riflessioni rivoluzionarie
sulla costituzione di nuovi stati, bens grazie alla straordinaria passione che Ivan
nutriva per le giovani generazioni femminili di Karlovac. Anche se con ogni probabilit
la maggioranza dei loro commilitoni avrebbe rinnegato il re e lo Stato a vantaggio di
una bella giovane donna, tuttavia Ivan aveva portato questo atteggiamento a un
livello superiore. Lui per una bella donna era pronto a sacrificare molto di pi ch elo
Stato e il re. Pi precisamente, a lui il re e lo Stato, sia quello esistente che quello

nuovo, interessavano solo se nelle vicinanze non c'era una donna al di sotto dei
quarant'anni. Jakov usava punzecchiarlo dicendoli che si ricordava di essere croato
e rivoluzionario solo se tre giorni di seguito non vedeva una donna. Sottinteso che in
fatto di donne a Ivan non dava fastidio la loro nazionalit, n la loro religione, n
qualsiasi altra loro appartenenza. Ci era in parte in collisione con certi altri suoi
principi rivoluzionari, ma quando si trattava di donne e di Ivan, tutto poteva
"sistemarsi in un qualche modo". Alto, bello, bruno, mellifluo, sfruttava ogni
occasione, letteralmente ogni santa occasione per avvicinarsi a qualsiasi
rappresentante dell'altro sesso, se possibile avvenente, anche se in caso di
necessit si poteva anche chiudere un occhio. Perch se nelle vicinanze non c'era
qualche bella creatura femminie, allora meglio una qualsiasi che nessuna. L'esempio
migliore di questa sua filosofia era il suo rapporto con Radojka, capocuoca nella
mensa militare. Rada aveva una quarantina d'anni, altrettanti chili in sovrappeso, ma
con Ivan aveva un ottimo rapporto. Come e perch? Ivan spiegava il loro legame con
un motivo triplice: primo, Rada era purtuttavia una donna, anche se ci era difficile
accorgersene a prima vista; secondo, era cuoca per cui Ivan se la passava bene in
fatto di rancio; terzo e pi importante, probabilmente aveva una figlia ventenne Se
non una figlia, allora una nipote, o un'amica con una figlia ventenne Inomma, non
pu non conoscere almeno una ragazza di Karlovac alla quale finora il buon Dio non
ha fatto la grazia di conoscere un dalmata, elucubrava Ivan. E a lui bastava una.
Finch non incontrava un'altra.
Jakov amava Kata, figlia di quel consigliere provinciale che, con la mediazione dello
zio Pere, gli aveva sistemato l'iscrizione al lice odi Signo. Kata era la creatura pi
bella di Signo. In realt del mondo. Dell'universo. Jakov la adorava. Adorava i suoi
capelli neri, le sue invitanti labbra carnose, le sue Ah, l'amore. Non sai se meglio
lasciarti prendere da esso o no. Secondo Jakov, era meglio amare visto che Kata
ricambiava il suo amore. Prima di partire per il servizio militare, si erano presi per le
mani, si erano promessi l'uno all'altra, sicch Jakov sapeva ch ela sua Kata lo stava
aspettando. Ma il tempo passato con Ivan, cos pazzerello come Dio lo fece, gli
alleviava il calcolo dei giorni e delle ore che ancora lo separavano da Kata. Gli dava
diletto quel corteggiamento inocente alle ragazze di Karlovac, cogliendo i loro sorrisi
e gli sguardi significativi con cui rivelavano che tutto era possibile, anche se sia esse
che Jakov sapevano che nulla sarebbe successo. Almeno per quanto riguardava
Jakov, votatosi alla fedelt a Kata. Superfluo riportare i commenti dedicati da Ivan a
questo atteggiamento di Jakov, cos irragionevole e astruso, ma tuttavia non si
separava da lui. In primis perch Jakov, secondo Ivan, era la creatura pi intelligente
che aveva incontrato nella vita, e poi perch con il suo aspetto Jakov poteva
competere con lui. Infatti, Ivan non sopportava la gente stupida e brutta, pe cui Jakov
gli era gradito sotto tutti gli aspetti. Anche quando aveva pi successo nell'universo
femminile. A ci che un uomo brutto e stupido guasta neanche dieci dalmati medi
non possono porre rimedio, asseriva una delle numerose sentenze di Ivan dedicate
ai dalmati e alle donne. In verit, esclusi quei pochi principi rivoluzionari relativi allo
Stato sovrano e indipendente croato, tutto il resto nella vita di Ivan si rideceva a
donne e dalmati.
A Ivan piaceva anche Mate, con il quale aveva anche stretto amicizia prima del suo
trasferimento a Osijek, per preferiva Jakov. Sempre con nervi a fior di pelle, Mate sa
essere pi furente anche di me, il che tropp, confess Ivan una volta a Jakov, il
quale gli rispose del tutto serio che c'erano poche persone al mondo ing rado di
essere tanto pazienti quanto Mate, quando voleva esserlo. Lo voleva di rado, per
volendo, poteva esserlo. A Ivan quelle parole sembravano dubbie, a prescindere

dall'aspetto serio di Jakov mentre le stava pronunciando. D'altra parte, quando si


trattava dei gemelli, tutto era possibile, anche l'impossibile, Tra l'altro, Ivan era l'unico
che riusciva a distinguerli e mai li aveva confusi. Semplicemente sapeva di quale dei
due si trattava.
Mate era tuttavia diverso da Jakov. O almeno cercava du esserlo ogni quel tanto.
Senz'altro si poteva dire che era di temperamento pi focoso. Alle provocazioni, e
quello non mancavano mai, reagiva subito e con irruenza, e dopo si arrangiava
'stradafaccendo', in dipendenza dagli sviluppi della situazione, mentre Jakov era pi
incline agli stati d'animo che poteva i un qualche modo tenere sotto controllo. Jakov
preferiva un approccio pi ragionato ai problemi, se fosse possibile, ed era convinto
che era sempre possibile, bastava fare uno sforzo per trovare quella possibili. Mate,
al contrario, era del parere che un tale approccio non fosse possibile, quindi si
comportava di conseguenza, e ci era probabilmente la differenza fondamentale tra i
due fratelli. Per una bizzarria della vita, entrambi gli atteggiamenti erano frutto degli
insegnamenti materni. E Maria, loro madre, pensava che entrambi avevano ragione.
Proprio perch entrambi avevano ragione, avrebbero dovuto attraversare la vita
insieme La verit tuttavia stava in mezzo, confess malvolentieri Maria in una
circostanza. Questa parte degli insegnamenti materni i gemelli non l'avevano capita
bene fino in fondo, ma non importava poich nessuno dei due aveva il coraggio di
contraddirla. Per giunta, quando poi Jakov perdeva le staffe, la cosa si presentava
molto peggio che quando le perdeva Mate, per il quale tali reazioni rappresentavano
una regola. Ci che caratterizzava entrambi era la fretta con cui si liberavano di ira e
collera. Non si facevano dominare a lungo dalla malevolenza. Dimenticavano in fretta
i brutti momenti e si rivolgevano a ci che stava loro di fronte. Non erano burberi.
Anzi. Se lasciati in pace, non toccavano nessuno. Anche se precedentemente
avevano subito qualche torto. Eccetto quando erano in uno stato alterato, ma ci non
va preso in considerazione, almeno in Dalmazia no. Questo tratto caratteriale lo
avevano ereditato dal padre, anche se la madre lo rivendicava come eredit sua.
Maria, per precauzione, rivendicava tutti i tratti ereditati dai due, fossero buoni o
cattivi. Non si sa mai quali un domani ti aiuteranno a sopravvivere, per cui bene
che l'uomo possieda sia gli uni che gli altri, sentenziava.
stato gi detto che Mate era il fratello minore? Nato una decina di minuti dopo
Jakov. Un fatto non secondario. Almeno a Signo.
Mate a Petrovgrad conobbe Mile, nativo di Lika, una regione montana tra la costa
dalmata e la pianura pannonica. Il nuovo commilitone era robusto, baffuto, e anche
se Mate era un raggazzo prestante, paragonato a Mile Mile sembrava un armadio
in movimento, con la sua corporatura spiccava dappertutto. Un coso tanto grande e
massicio andava semplicemente rispettato. Quando Mate giunse a Petrovgrad,
l'addestramento specifico per i pezzi d'aeriglieria era gi finito per cui nessuno
sapeva che fare con lui e dove inquadarlo e cos lo affidarono a Mile affinch gli
insegnasse qualcosa sul funzionamento e l'impiego dei pezzi d'artigleria in adozione.
Qualsiasi cosa, bastava che non desse fastidio algi altri. Mate percepiva Mile quale
un orso benevolo, uno di quei orsi bruni che popolano le montagne da cui l'omone
proveniva. E glielo disse non appena fecero conoscenza. Mile fu affascinato dalla
spontaneit e dalla 'linguaccia dalmata' di Mate, sicch ben presto diventarono amici
inseparabili. Mile era serbo, veniva da un villaggio nei presi di Udbina, ed aveva sue
soli desideri nella vita. Una era quella di ritornare nella sua Lika e di sedersi con il
nonno Milutin vicino al focolare, sorseggiare piano la grappa di prugne e sentire il
bollore dei crauti nel calderone di rame posto sul fuoco lento, e fuori tutto coperto di
neve, tanto spessa da raggiungee il tetto della casa. Eh! Sentendo ci, Mate

corresse in parte il suo parere su Mile pensando che la gente di Lika doveva pur
avere qualche rotella fuori posto, probabilmente a causa di tutta quella neve di cui
parlava Mile. Solo quel dettaglio con la grappa di prugne era ineccepibile. I crauti pi
o meno. Fino ad allora Mate non aveva incontrato una persona che era sempre di
buon umore, mai addirata o imbronciata. Si faceva presto ad affezionarsi a una
persona del genere. Finch una notte, dopo aver preso una sbronza nell'osteria di
Toa e tornando dal centro citt alla caserma, Mile non confess a Mate che portava
in spalla di essere comunista. Anche se ubriaco fradiccio, Mate rimase di stucco.
Semplicemente non poteva figurarsi un Mile comunista. Sicch si mise a ridere a
squarciagola e Mile si offese un po'. Vedendo l'espressione mortificata su quel volto
di solito bonario, Mate gli spieg che non riusciva a immaginarselo quale membro di
un qualsiasi partito, in generale quale fervido sostenitore di un qualsiasi credo
politico Pi precisamente, che se lo figurava solo in Lika, accanto al focolare, con
la grappa di prugne e i crauti, e che la colpa era tutta di Mile se non poteva
immaginarselo in un altro modo. Mile si trov d'accordo con l'amico in merito alla
grappa e ai crauti per Del resto, come possibile essere comunisti se pesi 150
chili, si chiedeva ad alta voce Mate non smettendo di ridacchiare. Semplicemente
non era normale. Anche lui aveva alcuni amici comunisti ma nessuno di loro aveva
pi di sessanta chili, letto compreso A Mile non rest altro da fare che mattersi a
ridere anche lui. Il giorno dopo, seduti accanto a un'obice smontata, per la prima
volta si parlarono seriamente. Mate era divorato dalla curiosit cosa avesse spinto
Mile, cos com'era fatto, a diventare comunista, mentre a Mile interessavano gli amici
comunisti di Mate. Mate inizi spiegandogli che a Signo c'erano parecchi comunisti,
infatti Signo e Spalato venivano consideate 'citt rosse', e che lui ne conosceva
alcuni. Anzi, pensandoci bene, ne conosceva parecchi. D'altronde, conosceva anche
quegli altri Mate aveva gi parlato a Mile di Jakov per cui ora gli disse soltanto che
lui e il fratello non erano militanti dal punto di vista politico, ma conoscevano molto
bene le idee di tutti i movimenti politici in Croazia. In modo particolare l'idea
jugoslava, a partire dal movimento risorgimentale croato a Franjo Raki e Josip Juraj
Strossmayer, fino ai suoi risvolti contemporanei. Sia l'abuso che ne faceva il re, che
nel nome del jugoslavismo attuava una politica panserba, sia la forma che aveva
nelle concezioni dei comunisti. A loro due era particolarmente vicino il pensiero del
popolare Stjepan Radi, e avendolo nominato, non pot fare a meno di descrivergli
Tone, geniaccio di Kamenica, che loro due adoravano e dal quale avevano appreso
tante cose. E non erano schierati da nessuna parte poich pensavano che era
ancora troppo presto per una presa di posizione definitiva, in quanto in tutte le
correnti del pensiero c'erano delle buone idee che andvano sostenute, ma in ognuna
di esse c'erano anche elementi che per loro due erano inaccettabili. E in quanto ai
comunisti, era poco chiato come se lo immaginavano di fare una rivoluzione
proletaria, di abbattere il capitalismo e di instaurare una societ aclassista in un
Paese prevalentemente contadino. Ai due fratelli ci sembrava fin troppo utopicistico.
Ed era questo il programma fissato nel Manifesto del partito comunista. E non solo.
Prevedeva anche l'abolizione della propriet terriera, della successione patrimoniale,
le nazionalizzazioni a destra e a manca e alla fine la dissoluzione dello Stato. Era
nella natura di tutti gli Stati sfruttare ogni occasione per rafforzarsi, e non
dissolversi Quale Stato si sarebbe dissolto volontariamente? Chi volontariamente
avrebbe rinunciato al potere? Tutto ci era un po' troppo per i due fratelli, anche se
condividevano una parte del programma. In breve, Mate introdusse Mile nel suo
mondo e a Mile non rest altro che fare la stessa cosa. Va per detto che Mate, da
quando aveva indossato la divisa, evitava sistematicamente quella parte della sua

vita che riguardava il liceo a iroki Brijeg Parlava solo di Jakov e del liceo a SIgno
in modo tale che chi lo ascoltava credesse che anche lui l'avesse frequentata, anche
se lui non l'aveva mai detto. Lui samplicemente certe cose le accentuava, mentre
certe altre le taceva, ma non mentiva.
Mile non si faceva cruccio per le summenzionate direttrici del Manifesto, e ancor
meno per i dettagli relativi alla lotta di classe e all'instaurazione della societ
aclassista. Secondo lui quelle cose erano insignificanti. Almeno a quel punto. Mile
non era troppo idealista quando si trattava degli interessi di classe e dello Stato. Tutti
noi andremo in putrefazione prima che gli Stati si cominciono a dissolvere, disse Mile
divertito. Poi ridivent serio e disse laconico che il Manifesto non era destinato alla
gente che viveva nei Balcani, e che tutto ci che vi stata scritto non era decisivo per
quei popoli. Ci che era d'importanza vitale per quell'area geografica si riduceva alla
soluzione del rapporto tra i croati e i serbi, intriso di veleni. Tutto il resto poteva
aspettare Gli uomi politici dei due popoli non facevano altro che azzuffarsi e si
odiavano a morte. Tanto che i cretini serbi ucisero Radi, e quelli croati per vendetta
aiutarono il re Alessandro ad entrare nel regno dei cieli. Del terrore dal 1918 in poi,
specialmente dopo ch enel gennaio del 1929 il re aveva sospeso la Costituzione e
imposto la propria dittatura, era superflo discutere. Perch volendo elencare tutte le
nefandezze, non sarebbero mai arrivati alla fine. E? I croati temevano a ragione il
terrore serbo, mentre i serbi in Croazia temevano a ragione il terrore croato. Ognuno
ricordava ci che aveva patito. Come riuscire a non ripetere quelle infamie?
Costituendo uno Stato dei popoli slavi meridionali, ma su principi di uguaglianza dei
popoli. Senza il re e senza qualsiasi tip odi sopruso di chicchessia. Non c'era altro
modo, era categorici Mile. Ed era questa la causa comunista. Il che per Mile era pi
che sufficiente.
Mate dovette ammettere che nel discorso di Mile c'era della logica, per non era
convinto che dopo l'orrenda esperienza del Regno qualcuno potesse fondare una
Jugoslavia nuova, che poggiasse su principi di onest e uguaglianza e in cui "tutti i
popoli avranno gli stessi diritti". Mai i diritti sono uguali per tutti. Chi sta piin alto si
riserva sempre diritti maggiori, a prescindere da quanto sta scritto nelle costituzioni
ed altre carte fondamentali. Non in nessuno Stato, ma addirittuta in nessuna famiglia
tutti hanno uguali diritti. Anche se sarebbe davvero bello se tutti fossero uguali I
diritti dei croati per secoli venivano calpestati D'altro canto, neanche i serbi
avevano la storia dalla loro parte Mile era del parere che i destini dei due popoli
erano intecciati in modo inestricabile, pi precisamente che avevano in comune tante
cose che rendevano impossibile una loro divisione senza grandi spargimenti di
sangue Non c' nulla di pi doloroso delle divisioni, specie se sono forzate,
concluse Mile. Mate rispose che fino al 1918 i croati e i serbi non vivevano mai nello
stesso Stato, per cui la separazione non sarebbe forse stata tanto traumatica In
effetti stavano insieme solo da una ventina d'anni. Mile ribatt che gli anni non
c'entravano, contava la lunga storia dell'idea dell'unit, il fatto che erano due popoli
fratelli, che parlavano la stessa lingua ed avevano gli stessi nemici E il
comunismo Beh, in fin dei conti se ne fregava come l'ordinamento statale sarebbe
stato chiamato. Gli bastava avere uno Stato comune in cui tutti avrebbero potuto
vivere da uomini, essere ci che erano senza che questo desse fastidio ad altri. Ah,
s. E che chiunque potesse vivere dal suo lavoro. Per uno che non aveva mai
lavorato da dipendente, Mile era ben informato sul giogo della classe operaia.
Queste esperienze gli furono trasmesse dal suo cugino, Milan, quando per finire la
scuola media si era trasferito a Zagabria. A quella citt era legato anche il secondo

desiderio che vileva realizzare nella sua vita, ma di cui avrebbero avuto occasione di
parlare un'altra volta.
Mate si stuf ben presto dei cannoni da campo e di Petrovgrad sicch cominci a
riflettere su come andarsene da qualce altra parte, in un centro maggiore. A Novi
Sad o a Belgrado, visto che si trovava in Serbia. In verit, Mate subito dall'inizio
aveva desiderato di venir inquadrato in qualche unit di cavalleria dato che adorava
quei quadrupedi, ma non era stato possibile. Per a Mile venne in mente che un suo
parente, Vukain, ufficiale dell'esercito, era di stanza a Novi Sad, presso la brigata
motorizzata del primo corpo d'armata, per cui per suo tramite avrebbero forse potuto
farsi trasferire l e imparare a guidare Superfluo dire che Mate si entusiasm
subito all'idea. Tanto che gi il successivo fine settimana Mile and a Novi Sad. Per,
non da solo. Gli faceva compagnia Mate. Mate aveva una fiducia illimitata in Mile,
tale che senza pensarci due volte gli avrebbe affidato anche la sua vita, ma aveva
qualche dubbio sulla sua capacit di convincere il parente che il loro trasferimento a
Novi Sad non era un capriccio bens una necessit. Questo era il suo terreno. Se
necessario, lui avrebbe convinto 'sior' Vukain di trasferire a Novi Sad tutto il
reggimento e non solo loro due, spiegava a Mile le ragioni che lo spinsero a fargli
compagnia. Perch se lo lasciava solo, vista la sfiga che aveva, sarebbero entrambi
finiti in Kosovo o in Macedonia, nella fanteria da montagna Vukain non era a
casa, per li accolse sua moglie, Milica, e poco dopo alla comitiva si aggiunse la
figlia Jelena, tornata dalla citt. Dopo i saluti e le presentazioni di rito si
accomodarono nel soggiorno, presero il dolcetto e la grappa di benvenuto mentre
Milica preparava il caff. A quel punto entr nella stanza Jelena. Mate era giovane e
non si pu dire che avesse troppa confidenza con il gentil sesso, ma non era
neanche completamente inesperto. Aveva flirtato con alcune, a Karlovac addirittura
fin tra le braccia e le coscie di una signora Vabb, la signora non era granch
morigerata, per almeno non aveva dovuto pagarla come altri. Insomma, aveva
conosciuto parecchie belle donne e, per quanto ricordava, nessuna era rimasta
indifferente nei suoi confronti. Per questa ragazza che era appene entrata nel suo
mondo Jelena. Li salut, fece la conoscenza con Mate, gli sorrise e sfarfall un
camera sua. Mate rimase con lo sguardo fisso sulla porta che si chiuse alla sua
uscita. Impetrito. Ipnotizzato. Muoveva le labbra come se volesse dire qualcosa.
"Ehil, che hai?" Mile lo colp piano tra le costole.
"Madonna mia, bella bella," mormor a malapena Mate non muovendo lo sguardo.
"Cosa? Chi?" Mile lo guardava stupito. "Di cosa stai parlando?"
"Ohim, vergine beata, l' bella," replic Mate fissando ancora la porta.
"Stai bene?" chiese Mile preoccupato, posandogli la mano sulla fronte, per vedere se
scottasse, se lo avesse colto un improvviso attacco di febbre. Mai prima aveva visto
qualcuno in uno stato del genere.
"Nella mia vita non ho mai visto una donna cos bella," disse Mate euforico.
"Chi?" Mile era confuso. "Jelena?"
"Jelena," gli fece eco Mate sospirando.
"Beh, s, bella," conferm Mile titubando. "Voglio dire, mia parente per cui non
l'ho mai considerata da questo punto div ista. Ma visto che l'hai detto, ebbene s,
davvero bella. Per"
"Mile, se non veniamo trasferiti a Novi Sad, mi suicido," disse Mate tornando
lentamente in s e mettendosi a rovistare nelle tasche della divisa in cerca di
sigarette. "Te lo dico sul serio. Se"
"Sei diventato matto?" lo interruppe Mile diventando di colpo serio. "Frena! Lei figlia
di Vukain. Quello ci ammazza entrambi. Amico mio, ma ti rendi conto che Vukain

senza la pistola non va neanche a letto Jelena figlia unica. Capisci? Figlia una e
unica. E Vukain una testa matta. Devi essere almeno capitano per permetterti di
pronunciare il nome della pupilla in sua presenza
"Allora diventer capitani," disse deciso Mate accendendo la sigaretta.
"Allora dinterai cadavere," scoppi Mile guardandosi intorno come se avesse preso
paura della propria voce. "Filiamo finch siamo in tempo. Questo non andr a finire
bene."
"Questo pu finire in un solo modo," continu Mate imperterito, tirando una boccata
di fumo.
"Lo so," disse Mile a denti stretti. "E so anche in quale modo. Vukain ci prende a
fucilate, asino scalmanato d'un dalmata. Entrambi, non solo te. Come fagiani"
"Cosa manca alla morte?" lo iterruppe Mate mentre un sorriso beato pervadeva il suo
viso.
"La vita," sibil Mile, alterato come non mai. "Le manca la vita, testa di rapa."
"Che me ne faccio della vita senza lei?" insisteva Mate.
"Che me ne faccio della vita senza lei?" replic incupito Mile imitandolo. "Ma se la
prima volta che l'hai vista in questa tua misera vita, per giunta per due soli minuti, e
questo dovrebbe bastare per rovinare la tua e la mia esistenza?"
"Basta e avanza," rispose Mate dandogli una pacca sulla spalla. "Anche un secondo
pi che sufficiente per una donna cos. Un secondo, amico mio. E Vukain Beh,
ricordi Tone, te ne ho parlato. Una volta disse che la morte non un problema se hai
una buona ragione per morire."
"Non esiste una buona ragione per morire," protest Mile. "Se esistesse, il tuo Tone
se ne sarebbe gi da tempo andato, invece di stare seduto davanti alla casa sotto
Kamenica e aspettare"
"Se devo morire, me ne andr con il suo nome sulle labbra," lo interruppe Mate, che
di nuovo era in preda all'estasi. "Jelena! Com' melodioso"
"E quando Vukain mi ammazza, io chi dovrei invocare? Il nonno Milutin?
"Devo confessarti un'altra cosa," continuava Mate non curandosi delle lagne
dell'amico. "Dopo mio fratello, sei il mio miglior amico. Davvero.Non l'ho detto a
nessun altro finora. INoltre, amico mio, ti sar debitore fino alla morte per avermi
portato in questa casa"
"Se per questo, almeno non sarai a lungo in debito con me," disse Mile debellato,
mettendosi le mani nei capelli. "Ma proprio a me doveva toccare cotanta fortuna!?"