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Il mare di Gaza
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il manifesto per Vittorio Arrigoni

4 aprile 2014
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foto di copertina di Dario Rovere

I RICAVATI DI QUESTO LIBRO SARANNO DEVOLUTI ALLASILO


VITTORIO ARRIGONI DI KHAN YUNIS GAZA, PALESTINA

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Vittorio non mai stato cos vivo


come ora
Egidia Beretta Arrigoni
Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali,
per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente
il Vittorio del Natale 2005, imprigionato nel carcere dell'aeroporto Ben Gurion, le
cicatrici dei manettoni che gli hanno segato i polsi, i contatti negati con il consolato,
il processo farsa. E la Pasqua dello stesso anno quando, alla frontiera giordana
subito dopo il ponte di Allenby, la polizia israeliana lo blocc per impedirgli di
entrare in Israele, lo caric su un bus e in sette, una era una poliziotta, lo
picchiarono con arte, senza lasciare segni esteriori, da veri professionisti quali
sono, scaraventandolo poi a terra e lanciandogli sul viso, come ultimo sfregio, i
capelli strappatagli con i loro potenti anfibi.
Vittorio era un indesiderato in Israele. Troppo sovversivo, per aver manifestato
con l'amico Gabriele l'anno prima con le donne e gli uomini nel villaggio di Budrus
contro il muro della vergogna, insegnando e cantando insieme il nostro pi bel
canto partigiano: O bella ciao, ciao...
Non vidi allora televisioni, nemmeno quando, nell'autunno 2008, un
commando assal il peschereccio al largo di Rafah, in acque palestinesi e Vittorio fu
rinchiuso a Ramle e poi rispedito a casa in tuta e ciabatte. Certo, ora non posso che
ringraziare la stampa e la tv che ci hanno avvicinato con garbo, che hanno
presidiato la nostra casa con riguardo, senza eccessi e mi hanno dato l'occasione
per parlare di Vittorio e delle sue scelte ideali.
Questo figlio perduto, ma cos vivo come forse non lo stato mai, che come il
seme che nella terra marcisce e muore, dar frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento gi
dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che
attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto pi ora, come si pu dare un
senso ad Utopia, come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidariet
abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, la Palestina pu anche

essere fuori dell'uscio di casa. Eravamo lontani con Vittorio, ma pi che mai
vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un
vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci
consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli
oppressi, passandoci il testimone. Restiamo umani.

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Editoriale della mamma di Vittorio pubblicato sulla prima pagina del
manifesto il 17 aprile 2011, subito dopo l'omicidio del figlio

DODICI STORIE DA GAZA


12 articoli di Vittorio Arrigoni
pubblicati su il manifesto tra il 2009 e il 2010

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TRE GIORNI
Articoli del manifesto - 14-16 aprile 2011

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IN MEMORIA DI
VITTORIO ARRIGONI
(Besana Brianza 4 febbraio 1975 - Gaza City 15 aprile 2011)

2009.07.03

Pirata chi va a Gaza


Pericolosi pacifisti nel Mediterraneo. Israele ha intercettato la Spirit of Humanity, piccola
imbarcazione carica di aiuti per Gaza. Arrestati i 21 attivisti a bordo. La Striscia resta isolata, e
senza mezzi per ricostruire
C' un pericolo incombente per i naviganti nel sud del Mediterraneo, una
minaccia se vogliamo pi subdola dei corsari somali che assaltano i mercantili nel
Corno D'Africa. Al largo di Gaza, la marina militare israeliana si macchiata
ancora una volta di pirateria, assaltando la Spirit of Humanity, una minuscola
imbarcazione di legno carica di aiuti umanitari e di attivisti, diretta in soccorso
all'estenuata popolazione palestinese.
Erano salpati da Cipro luned notte, i miei compagni del Free Gaza Movement, 21 fra
giornalisti e attivisti per i diritti umani, rappresentanti di 11 diversi paesi, fra cui
anche un Nobel per la pace, Mairead Maguire, e Cynthia McKinney, candidata
per i Verdi alle ultime presidenziali Usa. A circa 70 miglia dalla loro meta
designata, la Spirit stata intercettata da due navi da guerra israeliane, che ne
hanno sabotato la strumentazione satellitare minacciando di aprire il fuoco per
dissuadere i miei amici dal continuare la navigazione verso Gaza. Derreck,
irlandese memore dei suoi avi navigatori celtici, ha tirato fuori bussola, mappe e
compasso, e hanno continuato a navigare all'antica.
A 23 miglia da Gaza, ancora in piene acque internazionali, commando dei corpi
speciali della marina israeliana hanno assaltato la Spirit saltando a bordo,
impossessandosi del timone, di fatto sequestrando la barca e rapendo passeggeri ed
equipaggio per condurli fuori dalla loro rotta verso Ashdod, un porto israeliano.
In palese oltraggio a ogni legge internazionale e marittima, la terza volta che la
marina israeliana attacca una imbarcazione del Free Gaza Movement in acque
internazionali mentre sono reiterati gli assalti ai pescherecci palestinesi colpevoli
di voler pescare nel loro legittimo mare. Il 29 dicembre la Dignity fu speronata
pi volte, e dovette attraccare a Tiro, in Libano, seriamente danneggiata.
Come accaduto per ogni altra missione, anche la Spirit of Humanity era stata
accuratamente ispezionata dall'autorit portuale cipriota, che aveva certificato

l'assenza di armi a bordo. Trasportavano infatti solo aiuti umanitari: tonnellate di


medicinali, giocattoli, alberi d'ulivo e materiali per la ricostruzione. Di
ricostruzione se ne parla parecchio a Gaza, da mesi, ma i progetti sono rimasti tali,
sulla carta.
Israele, con la complicit egiziana, non permette l'entrata nella Striscia di cemento,
ferro e vetro, quei materiali necessari per iniziare a rimettere in piedi parte dei 21
mila edifici distrutti e seriamente danneggiati dall'offensiva Piombo Fuso. Mi
immagino la scena dell'assalto della Spirit da parte dei commando israeliani:
armati di tutto punto e abituati a fronteggiare feroci guerriglieri si sono trovati
dinnanzi delle arzille vecchiette che stringevano fra le braccia pastelli e giocattoli
destinati a bambini infelici.
Mi chiedo quale timore nutra Israele verso una barca in navigazione umanitaria
verso una popolazione che a sei mesi di distanza dalla fine dei bombardamenti
ancora vittima della povert, senza riuscire a ricostruirsi una vita. Un milione e
mezzo di palestinesi che secondo la Croce Rossa Internazionale stanno scivolando
nella pi profonda disperazione: i pirati somali assaltano per avidit, per soldi, la
marina israeliana aggredisce e trasgredisce ogni legge internazionale in chiave di
punizione collettiva per un popolo colpevole di aver scelto il suo governo tramite
elezioni libere e democratiche.
Mi faccio portavoce dei miei compagni tutt'ora imprigionati in un carcere a Tel
Aviv, promettendo ai palestinesi di Gaza di non abdicare nel tentativo di spezzare
l'assedio che strangola Gaza.
Per permettere a chi ha visto la propria casa distrutta la speranza di potersela
ricostruire, e per quei cuccioli d'uomo che oggi non possono godere l'innocenza
dell'infanzia come qualsiasi altro bambino del mondo. Restiamo Umani.

2009.09.13

Nella Striscia il Ramadan dura 365


giorni all'anno
GAZA CITY - Il mio paffuto vicino di casa, Abu Ghalium, si compiace di aver
gi perso 4 chili dopo 15 giorni di Ramadan. Beato lui, mi sono detto, che potr
recuperarli facilmente dopo il mese di digiuno, facendo parte di quella lite di
privilegiati palestinesi che non soffrono pi di tanto l'occupazione, ma anzi si
rimpinguano le tasche offrendo appartamenti in affitto e servizi alla cooperazione
internazionale.
In realt qui a Gaza nulla pi snervante, avvilente e smagrente dell'assedio
israeliano. E, perdendosi nell'aria appiccicosa di umanit nei pidocchiosi vicoli dei
campi-profughi - dove il sole batte impietoso facendo evaporare ogni miraggio di
oasi di pace e perfino le mosche battono in ritirata stanche di poggiarsi sopra tanta
miserIa - o nelle tendopoli su a nord - ad Abed Rabbo, dove interi nuclei famigliari
sono rimasti a vivere sotto le macerie delle case bombardate -, il digiuno non
precetto religioso ma un rituale imposto.
Girando per i mercati popolari, le bancarelle straripano di merce proveniente
dal mercato nero dei tunnel al confine con l'Egitto, ma stentano a trovare
acquirenti per la crescente indigenza degli abitanti. Il prezzo delle verdure ha avuto
un rincaro del 60% rispetto a tre anni fa, prima dell'inizio dell'assedio imposto da
Israele, mentre quello della carne addirittura triplicato.
Secondo un recente rapporto dell'Onu la povert a Gaza degenerata a livelli
mai raggiunti da quando Israele occup la regione, nel 1967, tanto da affliggere il
90% della popolazione.
Quest'anno all'iftaar, il pasto che ogni giorno al tramonto interrompe il digiuno,
non tutte le tavole sono imbandite a dovere, e molte sedie rimangono vuote per
l'assenza di quei commensali che cenavano fino al Ramadan scorso. Le 1600
vittime spazzate via dai bombardamenti di gennaio e le vittime di ogni giorno.
Come Mas'oud, con fisso l'occhio sulla flebo attaccata al braccio che non gli

permette di digiunare come avrebbe voluto, e il pensiero indelebile che non si


smuove da quel pomeriggio del 24 agosto quando un cecchino israeliano ha ferito
lui e fatto fuori il suo amico Said. Entrambi erano al lavoro nei campi a nord della
Striscia a raccogliere orzo per circa 4 euro al giorno. Altro non potevano fare, in
una Gaza che non ha altri impieghi da offrire dopo che il 95% delle fabbriche ha
chiuso.
In mare questa carestia imposta dall'oblio della comunit internazionale si fa
notare di pi. Ai lunghi indici critici puntati verso coloro che hanno l'audacia di
definire pirati, i marines israeliani che attaccano i pescatori palestinesi,
consigliamo di spulciare il dizionario e leggere cosa riportato sotto il lemma
pirateria: Delitto che consiste nel compiere atti predatori a danno di una nave
di qualunque nazionalit o del suo carico, o nell'esercitare violenza sulle persone
imbarcate.
La routine qui a Gaza. Sono continui gli attacchi delle navi da guerra ai
rudimentali vascelli palestinesi. L'ultimo assalto stato ai danni del peschereccio di
Abu Adham, il 31agosto, centrato da un colpo di mortaio mentre si trovava a un
km dalla costa. I pescatori si sono tratti in salvo gettandosi in acqua mentre un
incendio si sviluppava a bordo. Al porto abbiamo visto il peschereccio, ridotto ad
un tizzone ardente, che veniva trainato a riva da altre piccole imbarcazioni. Nel
corso degli ultimi mesi, i pirati israeliani si sono accaniti contro Abu Adham e il suo
equipaggio, attaccandoli ripetutamente.
Pane al pane: secondo Nadi Al-Attar, i soldati israeliani che hanno ucciso suo
figlio Mohammed sono semplicemente dei terroristi. Per una famiglia cos povera
da non possedere neanche due assi di legno da utilizzare come bagnarola per
allontanarsi dalla costa, la pesca ha un sapore antico. Si limitano ad andare a nuoto
a qualche metro dalla riva, gettare la ragnatela delle loro reti ed aspettare che un
branco di sardine rimanga impigliato dentro. Il 27 agosto Mohammed uscito
all'alba baciando sulle labbra la moglie e sulle guance la madre. Prima del
tramonto stava gi sotto due metri di terra. Decapitato da un colpo di cannone
mentre a bracciate trascinava la sua rete di poco al largo.
Siamo andati a porgere le condoglianze alla famiglia, e il padre Nadi non ha
lesinato nell'aprire il libro dei ricordi. O per meglio dire dei lutti. Saied, un altro

suo figlio, stato falciato nel 2006 da un cecchino israeliano a qualche centinaio di
metri dal confine e, sempre lo stesso anno, racconta Nadi, anche la moglie Khyria
morta, uccisa insieme al nipote Habib mentre lavoravano nei campi a Beit
Hanoun. Forse per questo, per evitare ulteriori stragi d'innocenti, che i bulldozer
israeliani hanno spianato i loro appezzamenti coltivati lo scorso gennaio durante il
massacro, l'attacco contro Gaza. Prima di congedarci siamo stati raggiunti per un
saluto dal terzogenito di Nadi, Raed, claudicante, reso invalido da un proiettile
mentre pescava nello stesso stile primitivo di Mohammed. Ora toccher al padre, a
59 anni suonati, prendere il posto del figlio morto ammazzato in riva al mare e far
s che a casa Al-Attar il Ramadan non duri 365 giorni l'anno, in un perdurante
digiuno senza assoluzione dai peccati, incurante dei rischi e consapevole di non
aver pi nulla da perdere. Restiamo umani.

2009.12.27

Un anno fa la strage dei raid


IL CAIRO - Siamo i sopravvissuti. Testimonianze ambulanti, condannati a
rivoluzionare le nostre vite come pegno per essere scampati ad una morte scontata.
Alle bombe israeliane che non facevano distinzione fra civile e militare, fra civile
palestinese, spagnolo, inglese, italiano. Gaza da immensa prigione s' tramutata per
tre settimane in un tiro a segno. Raid a tappeto su tutta la Striscia, migliaia di
profughi in fuga da nord a sud, da sud a nord, recintati dentro, in trappola, senza
rifugio. Quando in massa si sono riversati nelle scuole delle Nazioni Unite
credendosi al sicuro tra mura bianche e blu con gli stemmi Onu, Israele le ha
intenzionalmente colpite. E i caccia israeliani hanno poi incenerito la sede Onu nel
centro di Gaza city.
Con i compagni dell'International Solidarity Movement eravamo entrati nella Striscia
come attivisti prima dell'operazione Piombo Fuso del 27 dicembre 2008, e ne
siamo usciti come qualcos'altro: quei 22 giorni che seguirono nel gennaio scorso
hanno stravolto quello che siamo oggi. Leila, hippy australiana, s' rimessa sui libri.
Dopo aver raccolto decine di corpi straziati dai cecchini dinnanzi all'ospedale Al
Quds, poi bruciato col fosforo bianco, diventer una fantastica infermiera senza
frontiere. Natalie, giovane libanese, certa che i diritti umani sono la sua strada,
dopo aver vissuto sulla sua pelle che i crimini compiuti dall'unica democrazia del
Medio Oriente sono rimasti pressoch impuniti.
Andrew, scozzese, si confinato lontano dal mondo civilizzato, in solitudine a
colloquio coi suoi spettri, i miei stessi, per reificare una esperienza impossibile da
sciogliere nell'oblio. Alberto Arce, spagnolo, l'ho reicontrato a novembre a Firenze
alla presentazione del suo pluripremiato To Shoot An Elephant. Poche parole fra
noi, pi complici sguardi e un continuo passarci una fiaschetta di alcol come
palliativo per la comune esperienza sulle ambulanze palestinesi, rivissuta sullo
schermo. Poi con lui ritrovarsi a discutere su come riuscire a cavar fuori dalle nostre
menti la pietra della follia, se con un bisturi o con l'analisi, visto che molti di noi a
distanza di un anno sono ancora in cura psicologica.

Semplicemente, non riusciamo ancora a capacitarci di come noi S e altri No.


Perch mentre corpi umani venivano maciullati tutt'attorno, noi l'abbiamo
scampata, nella macabra cabala dei bombardamenti israeliani che miravano la
popolazione civile. Tutti afflitti da post traumatic stress. E se lo siamo noi, privilegiati
per essere riusciti a evacuare, vi lascio immaginare come se la passano un milione e
mezzo di palestinesi, che oltre a essersi presi in testa tonnellate di armi illegali, non
hanno potuto godere del privilegio di una boccata d'aria fuori dalla pi grande
prigione a cielo aperto del mondo, Gaza.
Mentre l'assedio continua al rallentatore, smagrendo ventri affamati e
ammalando menti aride di speranza. Mentre secondo il capo di stato maggiore
israeliano, Gabi Ashkenazi, la prossima guerra sar a Gaza, ancora e ancora, e
minacce di nuovi imminenti attacchi sono passeggeri come nuvole tenebrose nel
cielo di una Palestina occupata ormai da pi di 42 anni.
Congedandosi da me, Alberto m'ha confidato di un inaspettato istinto paterno,
di come, tornato in Spagna gli veniva naturale stringere a s ogni bambino quasi
per proteggerlo. E per questo presto diventer padre. Sia maschio o femmina, suo
figlio porter il nome di una delle innocenti vittime dei bombardamenti di gennaio.
Il governo israeliano gli ha fornito un'ampia scelta di appellativi possibili avendo
ucciso pi di 400 bambini.
Tutti noi reduci, insieme ad altri 1.500 cittadini di 42 paesi diversi, ci siamo dati
appuntamento oggi qui al Cairo. Per una marcia che si spera possa fungere da lima
per segare le sbarre di Gaza e da cassa di risonanza per i cittadini del mondo
sensibili alla pace e ai diritti umani e consapevoli di quanto sia pi avvilente il
silenzio degli onesti del disprezzo dei violenti. Restiamo umani

2010.05.30

Tutti al porto, arrivano i nostri


GAZA CITY - Porto deriva dal greco porthmion, valico, ed cos detto perch si
addentra nella terra e offre ricovero ai bastimenti. Una miriade di bastimenti da
tutto il Mediterraneo hanno trovato rifugio qui a Gaza sin dai tempi dei cananei,
gli antichi abitanti della Palestina, in un crocevia di popoli e di culture, di scambi
commerciali e traffici di spezie preziose, che si realizzavano in questo anello di
congiunzione fra Africa Asia ed Europa.
Bombardato e semidistrutto durante la seconda intifada, parzialmente
ricostruito e ribombardato durante il massacro israeliano nel gennaio 2009, sigillato
dall'assedio negli ultimi anni, il porto di Gaza stato una finestra nel vuoto
collimante col baratro delle speranze per il futuro dei palestinesi.
Qualcosa cambia oggi, con i preparativi per la cerimonia di benvenuto per la
Freedom Flotilla. Grazie ai fondi investiti dall'ong turca Hhi e lavorando sodo 24 ore
su 24, si riusciti a liberare il porto dalle sue macerie e a pavimentare le banchine.
Il fondale stato reso pi profondo per ospitare la Rachel Corrie SS e le altro 4
navi cargo cariche di 10mila tonnellate di cemento, ferro, attrezzature mediche e
aiuti umanitari.
Pavimentato il porto, pavimentate le speranze: migliaia di palestinesi sono pronti
a salpare con un centinaio di rudimentali imbarcazioni, tutta la flotta dei
pescherecci della Striscia incontro alla Flotilla, ridando senso all'esistenza di un
porto da troppi anni ormai ridotto a simulacro di oppressione. Su una di questa
barche ci saranno gli scout locali e una banda musicale, ed previsto il lancio al
cielo di 400 palloncini neri in ricordo dei bambini massacrati dalle bombe lo scorso
anno. Striscioni e banner un po' ovunque lungo il molo sono pronti ad accogliere i
700 eroi stranieri. Molti gli slogan dedicati ad Erdogan, il presidente turco che
ha osato sfidare la prepotenza dell'oppressore israeliano.
Mani italiane e palestinesi imbrattate di pittura hanno dipinto un enorme
break the siege sulla facciata di uno degli edifici pi alti a ridosso del porto, dove
ha sede la cooperazione italiana. Un messaggio chiaramente visibile anche alle navi
da guerra quando si appresteranno ad assaltare la Flotilla. Per ragioni di sicurezza

Hamas ha fatto predisporre barricate attorno alla zona dello sbarco, consci che
sar impossibile frenare l'esplosione di entusiasmo della folla verso i navigatori. La
stessa euforia ha contagiato i vertici del governo di Gaza. Ismail Haniyeh si
espresso cos: Israele che minaccia di impedire alla Freedom Flotilla di sbarcare a
Gaza un pirata sionista che viola le leggi internazionali. Siamo testimoni degli
ultimi istanti di vita dell'assedio israeliano.
Anche le maggiori organizzazioni per i diritti umani presenti lungo la Striscia
attendono con trepidazione l'arrivo della navi. Amnesty coglie l'occasione per
sottolineare la punizione collettiva contro la popolazione civile, Oxfam richiede
la revoca immediata dell'assedio, il direttore dell'Unrwa John Ging ha chiesto alla
comunit internazionale di concentrarsi sugli aiuti alla striscia di Gaza cos come
la flotta, inviando aiuti via mare, piuttosto che limitarsi a pubblicare dichiarazioni
scritte su ci che sarebbe necessario.
Portavoce del governo di Tel Aviv hanno messo in dubbio l'esistenza di una
emergenza umanitaria nella Striscia, mostrando video nei quali appaiono ristoranti
con tavole imbandite e negozi straripanti di prodotti. Premesso che secondo dati
dell'Onu a Gaza l'88% della popolazione sopravvive sotto la soglia di povert e la
disoccupazione riguarda pi del 70% della forza lavoro, e che quindi i beni di lusso
se esistono sono destinati a una ristretta lite, queste merci non filtrano certamente
dai confini israeliani ed egiziani, che sono sigillati, ma dai tunnel di Rafah.
Ieri uno di questi tunnel ha collassato, causando la morte di 6 minatori
palestinesi. Yousef, uno di questi uomini-talpa che lavorano sottoterra al confine
con l'Egitto per permettersi gli studi universitari, l'abbiamo incontrato pochi giorni
fa mentre curiosava al porto: Sbarchino o non sbarchino abbiamo comunque
vinto. chiaro a tutti che il mondo intero sta dietro le vele della Flotilla e che Israele
sempre pi isolato e solo, arroccato nel suo regime razzista. Restiamo umani

2010.06.01

Nel porto sfilano le bare, esplode


l'ira di Gaza
GAZA CITY - Lo specchio di mare dinnanzi a Gaza avrebbe dovuto riflettere
la speranza di un popolo assediato. Oggi si risvegliato listato a lutto. A scivolare
verso il porto non erano le barche della Freedom Flotilla, ma le sue bare.
Qualche giorno fa, su un quotidiano israeliano, un ufficiale di Tel Aviv spiegava
come per bloccare la missione umanitaria e impadronirsi delle navi sarebbero stati
impiegati soldati dei corpi speciali, addestrati in modo tale da limitare il numero
dei feriti in caso di resistenza dei naviganti. L'ufficiale israeliano ha rispettato la
parola data: al momento ci sono molti pi morti che feriti. In una e-mail Adam,
attivista di Tel Aviv, ci aveva spiegato la reputazione di cui godono i commandos
navali, una lite delle lites, il Meglio del Meglio dell'esercito israeliano. Solo uno
su cento riesce a concludere il corso di addestramento, cosa che vuol dire notoriet
e appeal sulle ragazze. Un sogno per molti adolescenti, tra i quali - all'epoca anche Adam.
Ma una reputazione gonfiata: abbiamo avuto a che fare con i famosi
commandos nel novembre 2008 quando a bordo di un peschereccio palestinese
fummo assaltati al largo di Rafah: pur disarmati e in bermuda, il marine, prima di
sparare con il Taser, tremava come una foglia. Cos non certo audaci si erano
presentati i commandos della marina a fine giugno del 2009 assalendo la Spirit of
Humanity. Soffrivano il mal di mare e hanno iniziato a vomitarsi addosso nelle
maschere, se non era per il nostro capitano e per il primo ufficiale sarebbero caduti
in acqua, racconta Greta, che era a bordo della nave assaltata.
Mentre a Ramallah Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorit Palestinese, ha
dichiarato tre giorni di lutto nazionale, qui a Gaza si sono alternate manifestazioni
organizzate dalle varie fazioni lungo tutta la Striscia. Al termine di una di queste,
Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas, ha dichiarato: Consideriamo l'attacco
israeliano alla Freedom Flotilla un enorme crimine e una flagrante violazione delle
leggi internazionali. Nonostante le gravi perdite fra i passeggeri delle navi,

riteniamo che il loro messaggio sia stato consegnato. Ringraziamo questi eroi
venuti da lontano che hanno manifestato la loro solidariet con Gaza, l'assedio
israeliano oggi un problema internazionale. Sono gli occupanti, attraverso questo
crimine, ad essere oggi sotto assedio.
Le manifestazioni pi nutrite e partecipate si sono venute a creare
spontaneamente. Centinaia di uomini dai volti intrisi di rabbia e di un'infinita
tristezza hanno marciato compatti per tutto il giorno, dal porto incustodito fino alla
sede delle Nazioni Unite, gridando fermate Israele. Stretti d'assedio da mesi e
mesi, affamati, davanti alle cifre di questo inedito massacro di pacifisti i cittadini
della prigione di Gaza hanno chiesto di farla finita con l'assedio e l'impunit dei
massacri di civili. Nei volti provati dalla sofferenza un dolore nuovo, come la
perdita di un fratello mai conosciuto. Ahmed, pescatore: Questi martiri venuti
dall'Occidente sono morti per la nostra libert, mentre i nostri fratelli arabi si sono
dimenticati che esiste una prigione di nome Gaza. Vorrei incontrare i familiari,
poter piangere con loro. Munir, taxista: Dopo Deir Yassir e il massacro dell'anno
passato, questa un'altra pagina indelebile nella storia del terrorismo di stato
d'Israele.
La missione della Freedom Flotilla non finita. Altre due imbarcazioni del Free
Gaza Movement, in ritardo sul resto della flotta a causa di guasti tecnici, stanno
navigando proprio in questo ore nel Mediterraneo. A bordo del cargo Rachel
Corrie ci sono il premio Nobel per la pace Mairead Macguire e Hedy Epstein,
ebrea 85enne sopravvissuta all'olocausto. Il capitano irlandese Dereck ci ha detto
che sono tutti a conoscenza del massacro e sono consapevoli che un'altra strage
potrebbe compiersi avvicinandosi alle coste di Gaza, ma vanno avanti. Come
Rachel Corrie si trov ad un varco fra una vita di soprusi e la difesa dei diritti
umani, la nave che porta il suo nome va incontro a Gaza, certa della sua rotta. Che
tutto il mondo possa soffiare nelle loro vele. Restiamo umani.

2010.06.02

L'Egitto spaventato apre una


breccia nella citt-carcere
GAZA CITY - L'ondata evocativa immane, di immagini di corpi innocenti che
hanno gettato la vita e il sangue in mare nel compimento di una missione
umanitaria si ripercossa dirompente nella Striscia di Gaza. Scuotendo le pareti
della prigione e scardinando il cancello di fuga a Sud. Il confine con l'Egitto
liberato, aperto sia in entrata che in uscita a tempo illimitato per consentire il
passaggio di malati, studenti e chiunque abbia un visto e un passaporto in regola,
stranieri compresi.
Una rara occasione per migliaia di uomini e donne con futuri e amori impigliati
dietro una distesa di filo spinato, una speranza di salvezza per pazienti che a Gaza
sono incurabili ma altrove sono guaribili. Dall'inizio dell'anno il valico stato
aperto solo 12 giorni, permettendo l'evasione dalla pi grande prigione a cielo
aperto del mondo solo a una ristretta minoranza di privilegiati, e comunque senza
mai permettere il passaggio di merci per risollevare un'economia a pezzi. Ihab
Ghussein, portavoce del ministero degli interni di Hamas, ha dichiarato la piena
disponibilit del suo governo ad agevolare la migrazione degli abitanti della
Striscia. Ci auguriamo che il valico resti aperto per sempre, e non solo per qualche
giorno in risposta al massacro della Freedom Flotilla, ha detto.
Se l'Egitto apre i confini, Israele spalanca di nuovo i cimiteri dentro la Striscia: 5
vittime oggi. Due palestinesi uccisi a Khan Younis nella mattinata e altri tre morti
nel pomeriggio sotto i bombardamenti aerei a Beit Lahiya, nel nord della Striscia.
Murad Muwafi, governatore egiziano del distretto della Sinai settentrionale, ha
spiegato l'apertura di Rafah per alleviare la sofferenza dei nostri fratelli palestinesi
dopo l'attacco. In realt se il presidente egiziano Mubarak un fratello, per i
palestinesi di nome fa Caino, essendo complice di Israele delle sofferenze di un
milione e mezzo di persone in un assedio che dura ormai da quattro anni. Un
Caino che non esita a gasare i lavoratori nei tunnel scavati a Rafah, o sparare sui
pescatori che anche di poco sconfinano alla ricerca del necessario di cui vivere. Un

fratello che tortura gli attivisti palestinesi e seppellisce in carcere chiunque in


Egitto sposi la loro causa. La complicit con Israele e Usa, comunque, l'Egitto se la
fa pagare cara: 2 miliardi di dollari versati ogni anno dalla Casa Bianca al governo
del Cairo, e soprattutto una protezione politica e militare che ha permesso a un
dittatore come Mubarak di rimanere al suo posto per decenni e regnare su cento
milioni di sudditi che non vedrebbero l'ora di spezzare le catene. Un complice
fedele: su richiesta statunitense, vent'anni dopo la caduta del muro di Berlino
l'Egitto ha iniziato la costruzione di un nuovo muro che sprofondando parecchi
metri sotto il confine si prefigge di soffocare il traffico di merci vitali nei tunnel
palestinesi. Pi che per misericordia, sulla decisione di aprire il valico presa da un
fratello cos ingrato devono aver pesato le pressioni politiche esterne e un'opinione
pubblica mondiale che diventa decisa quando una campagna di boicottaggio ti sta
col fiato sul collo, e una delle tue principali industrie il turismo.
Una campagna di boicottaggio all'Egitto, oltre che contro Israele, che aveva
ottenuto una brusca accelerata nel gennaio di quest'anno, quando nell'anniversario
del massacro di Gaza il governo egiziano aveva violentemente represso il passaggio
del valico alle centinaia di partecipanti della Gaza Freedom March, mentre Al Arish
diventava terreno di scontro fra polizia e attivisti del convoglio di Viva Palestina.
Nel valico di Rafah, sigillato dal giugno 2007, si era aperta una breccia il 23
gennaio 2008 quando miliziani mascherati avevano demolito il muro di confine
facendolo saltare con l'esplosivo. Se ora i lucchetti cadono per il sangue innocente
versato da chi credeva pi ai ponti che ai muri. Il loro gesto non stato vano.
La Cnn turca riferisce di una nuova flotta di aiuti umanitari che si sta
organizzando a Istanbul, e questa volta sar scortata nel Mediterraneo dalle navi
militari di Erdogan. Mentre gli occhi del mondo non si discostano un attimo dalla
Striscia di Gaza, per Israele ed Egitto inizia il conto alla rovescia che vedr scadere
il loro regime d'impunit: a quanto pare vero che gli assedianti si sono tramutati
in assediati. Restiamo Umani.

2010.06.05

Una ong turca prova a ricostruire


la Striscia
GAZA CITY - Quelle falci di luna e le stelle a cinque punte bianche intinte nel
sangue che sventolano sul cielo di Gaza sopra un porto dimesso, tornato a
simulacro di oppressione, di certo frusteranno ancora a lungo l'assedio. Girando
per le strade di una Striscia che non ha ancora digerito la pena per l'ennesimo
massacro, capita di essere avvicinati pi del solito da curiosi che rivolgono tutti la
stessa domanda: Sei turco?. Poi, alla risposta sono italiano sorridono quasi
sempre lo stesso, tranne quei pochi informati sul voto contrario del nostro governo
alla risoluzione del Consiglio dei diritti umani dell'Onu, che chiede lo svolgimento
di una inchiesta sul massacro della Freedom Flotilla. Mentre Istanbul, piena di rabbia
anti-israeliana, si preparava a celebrare il rientro delle salme degli attivisti uccisi, da
quest'altra parte del mediterraneo i membri turchi dell'Ihh, protagonista della
Flotilla, venivano consacrati a eroi. I pi ricercati per foto e strette di mano dalle
alte autorit di Hamas fino alle gente comune.
Il leader dell'ong turca per i diritti umani, Mehmet Kaya, ha dichiarato che la
sua organizzazione intende spendere ben 25 milioni di dollari per la ricostruzione,
l'assistenza sanitaria e l'educazione all'interno di una Striscia impoverita
dall'assedio. Non avendo alcuna remora a comprare cemento e ferro nel mercato
nero dei tunnel al confine con l'Egitto, in pratica l'Ihh si sostituisce all'Onu
nell'impegno alla ricostruzione delle migliaia di edifici danneggiati e distrutti
durante i bombardamenti israeliani del gennaio 2009. Le Nazioni Unite che non
possono acquistare merce di contrabbando, hanno infatti visto paralizzarsi molti
dei loro progetti di riedificazione per la carenza di materiali bloccati al confine da
Israele.
Ieri la commemorazione dei martiri in una cerimonia al largo del porto sopra
i rudimentali pescherecci palestinesi: si sono letti i nomi dei morti e gettati dei fiori
in acqua. Oggi l'attesa per la Rachel Corrie, anche se il porto deserto e ci fa
intendere che sono veramente pochi a crederci. Forse gli unici ad alimentare un

lumicino di speranza sono gli attivisti: oltre agli aiuti umanitari sulla Rachel Corrie
ci sono dei compagni che desiderano venire a sostenerci nella lotta per la difesa dei
diritti umani violentati ogni giorno nella Striscia. Mentre non volgiamo un attimo
lo sguardo via dall'orizzonte recintato, ci arriva in serata la notizia dell'arresto di
Huwaida Arraf, cofondatrice dell'International Solidarity Movement e del Free Gaza
Movement. Partecipava alla rituale manifestazione pacifica del venerd contro il muro
che si sta inghiottendo il villaggio di Bil'In. Arrestata oggi, era uscita di prigione
solo tre giorni fa dopo esser stata sequestrata a bordo di una delle navi della Freedom
Flotilla. Le ho scritto di darmi almeno il tempo materiale di mandarle dei fiori fra
una reclusione e l'altra. La sua coraggiosa tenacia la nostra bandiera sventolante.

2010.06.06

Il mare, la via pi naturale per


raggiungere la Palestina
GAZA CITY - Non avevo mai condotto una imbarcazione in vita mia prima
dell'agosto 2008, quando impegnati nella prima traversata del Mediterraneo in
direzione di Gaza, resosi indisponibile il capitano libanese, dovetti improvvisarmi
timoniere per condurre la Free Gaza dentro il porto di Creta. Quella missione si
concluse con successo il 23 dello stesso mese: una cinquantina di uomini e donne
provenienti da 18 differenti paesi riuscirono a sbarcare nella Striscia dimostrando
come gente comune determinata e organizzata pu giocare ruoli chiave nella
storia. Le biografie dei passeggeri di allora la dicevano lunga sulla eterogeneit
dell'umanit imbarcata: c'erano suore cattoliche, ebrei sopravvissuti all'Olocausto,
anziani palestinesi vittime della diaspora, giornalisti, avvocati, ingegneri, operai,
dottori, insegnanti e attivisti per i diritti umani.
La genesi del Free Gaza Movement ebbe luogo una notte del 2005 in un pub
australiano dove un gruppo di attivisti dell'Ism a cui Israele negava l'accesso in
Palestina partorirono il sogno: raggiungere Gaza non pi via terra vincolati dai
lasciapassare delle autorit israeliane ed egiziane, ma via mare. Una rotta di
navigazione mai intrapresa prima, dal porto di Larnaca passando per acque
cipriote sino a quelle internazionali quindi sopra quel tratto di mare che le leggi
internazionali sanciscono essere a sovranit palestinese. Gaza era ed l, appena
oltre il Mediterraneo, ma pareva che nessuno fino ad allora avesse mai pensato di
raggiungerla nella maniera pi naturale: navigando. Ben presto il difficile si rivela
non essere raddrizzare l'uovo di Colombo, ma covarlo. Due anni di paziente
raccolta fondi ci permisero di acquistare due pescherecci di legno. Lasciai l'Italia a
fine giugno 2008 per Atene. Da l, venni segretamente condotto in un'isoletta di
pescatori dell'arcipelago greco della quale ignorai nome e locazione geografica sino
alla vigilia della partenza.
Nel pi totale anonimato e senza contatti esterni per timore di sabotaggi da
parte dei servizi segreti israeliani, fra flebili speranze e giustificati timori, lavorai alla

messa a punto di quella che sar poi ribattezzato Free Gaza, un peschereccio di
una trentina d'anni che dotammo di sofisticate apparecchiature per la
comunicazione satellitare. Dopo una settimana di navigazione, obbligati a diverse
tappe fra Grecia, Creta e Cipro per rimediare ai continui guasti alle nostre barche,
il 21 agosto 2008 salpammo per l'ultima volta da Larnaca diretti a Gaza. Impegnati
nell'ultimo sforzo, ci lasciammo alle spalle le fatiche di mesi di preparazione e le
minacce di morte che per alcuni di noi risuonavano continuamente sui cellulari
come telefonate anonime.
Due giorni dopo migliaia di palestinesi si riversarono al porto per dare il
benvenuto alle prime barche internazionali dal 1967. I pescatori palestinesi che si
aspettavano due fiammanti yacht, constatando che stavamo a malapena a galla su
due bagnarole, tali e quali i loro vecchi pescherecci in legno, piansero lacrime di
commozione. La stessa emozione che ha provato l'anno scorso Tun Dr. Mahathir
bin Mohamad, ex primo ministro malese, nel venire a conoscenza delle nostre
missioni, e che ha rappresentato la svolta per il Free Gaza Movement. Con la
generosit delle donazioni della ong malese Perdana Global Peace Organization stato
possibile acquistare una nave cargo e due nuove imbarcazioni passeggeri. A queste
in breve tempo si sono unite le navi della European Campaign to End the Siege of Gaza,
di Insani Yardim Vakfi, di Ship to Gaza Grecia, e di Ship to Gaza Svezia, ed nata la
prima Freedom Flotilla. Della prima missione sono state dismesse le barche ma non
gli attivisti: sono loro quelli che hanno subito i pestaggi pi feroci da parte dei
soldati israeliani nel porto di Ashdod, e poi nelle varie carceri dove sono stati
detenuti. Come il palestinese Osama Qashoo, i greci Vangelis Pissias, professore
universitario, e il documentarista Yannis Karipidis, pestati selvaggiamente durante
lo sbarco nel porto israeliano.
Paul Larudee, musicista statunitense, anche lui componente storico del Free
Gaza, stato violentemente percosso per essersi rifiutato di fornire le generalit
mentre Ken O' Keef, irlandese, secondo capitano nella prima missione, a detta di
testimoni stava disteso nella sua cella coperto di sangue. Edy Epster, ebrea 85enne
sopravvissuta all'Olocausto e coinvolta in tutti i viaggi del Free Gaza Movement non
ha ancora potuto coronare il suo sogno: visitare la Striscia prima di morire. Avr
molto presto un'altra chance, poich flotte di navi cariche di aiuti umanitari
continueranno a sfidare la pirateria finch l'assedio non verr spezzato.

Mi ha scritto Edith Lutz dalla Germania. Dice che stanno per levare sopra il
cielo nel Mediterraneo la loro voce ebraica, la prima barca di ebrei in direzione
della prigione di Gaza. Per dare una lezione a chi in questi giorni ci apostrofa come
pericolosi terroristi. Perch, come spiegava Mauro Manno, antisionismo non
sinonimo di antiebraismo, ma anelito di libert dalle catene dell'oppressore
disumano. Restiamo Umani.

2010.08.13

Il digiuno di Gaza
GAZA CITY - Contadini in marcia per riavere le terre, donne al posto dei
mariti nei lavori pi duri, pescatori alla fame, bambini che rischiano la vita nei
tunnel di Rafah. Venti di resistenza civile sulla Striscia
C' un vento che in questa impietosa estate canicolare percuote i bantustan della
West Bank e arriva fino al ghetto di Gaza, incuneandosi nei chiavistelli e
sormontando le mura di questa immensa prigione. Il movimento di resistenza
popolare, civile e non violenta, protagonista delle lotte nei villaggi di Bil'in e Ni'ilin
contro il muro israeliano ha contaminato in questi ultimi mesi anche la Striscia. Da
Jabalia a Rafah contadini, studenti e insegnanti, giovani e anziani riuniti in comitati
popolari ogni settimana manifestano contro la buffer zone, quella porzione di
terra fertile nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a
chiunque si avvicini.
Marciando compatti dinnanzi ai soldati israeliani dai grilletti che prudono,
intonando canti partigiani, i volti dei contadini palestinesi levigati dal sole e scavati
dallo scalpello della fatica potrebbero essere confusi con quelli immortalati nelle
manifestazioni dei Sem Terra brasiliani, o degli Indios zapatisti del Chiapas. Al
culmine di queste proteste pacifiche, davanti ai contadini, decine di shebab, giovani
che si fanno beffe della morte affranti da una vita sotto assedio che non ha nulla da
offrire, sciamano temerari al centro dei mirini dei cecchini, verso la barriera di
confine, armati unicamente delle loro bandiere. Da fine febbraio ad oggi 8 ragazzi
palestinesi sono stati gravemente feriti dai soldati durante le manifestazioni
pacifiche e il 28 aprile nei pressi di Ash-Shaj'iya a est di Gaza City, Ahmad Salem
Deeb di 21 anni stato ucciso.
Anche Bianca Zammit, attivista maltese dell'International Solidarity Movement,
stata centrata a una gamba da un cecchino mentre filmava una dimostrazione. A
fine giugno, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Liberman, in visita a Malta
per promuovere nuovi accordi commerciali, incalzato da un giornalista maltese sul
ferimento della sua connazionale non ha fatto che ripetere come un mantra: Mi

dispiace, ci dispiace, perch sempre un evento terribile quando dei civili sono
feriti.
Se Liberman veramente dispiaciuto come dice, aspetto di vedere non solo la
fine dell'assedio, ma anche le scuse per ogni civile morto o ferito accompagnate da
una indagine indipendente per ogni caso, la riposta di Bianca quando ancora era
in convalescenza con un buco grosso come polpelmo sulla coscia.
La mia terra la mia casa
Per chi da queste parti vive del frutto del seme gettato nella terra appena
dissodata, la paura della fame non solo legata all'ipotesi di un cattivo raccolto, ma
dalla reale possibilita di trovarsi i campi seminati distrutti da tank e bulldozer.
Secondo un rapporto di Oxfam, il 46% dei terreni coltivabili a Gaza sono stati
distrutti o resi inacessibili dall'esercito israeliano. Abu Taiama uno dei tanti
agricoltori palestinesi che rischiano la vita andando a coltivare i campi al confine,
nel suo caso nei pressi di Khoza. Nonostante i forti rischi non diserta la sua lotta, la
sua forma di resistenza all'oppressore israeliano: La mia terra la mia casa e se mi
uccideranno mentre la coltivo la mia terra sar la mia tomba, non la lascer mai.
Jaber Abu Rjila vive nell'ultima casa dinnanzi al confine ad Al-Farheen, a est di
Khan Younis e il 18 maggio la sua fattoria stata distrutta, gli animali da
allevamento uccisi, i campi seminati devastati dai buldozer. stata la seconda volta
in tre anni, e sempre di maggio, come a fare dell'anniversario della Nakba un
macabro marchio onnipresente nella sua esistenza da profugo. Recuperati i pochi
beni scampati alla distruzione, asciugate le lacrime della moglie, accumulati nuovi
debiti, e Jaber ancora l che non demorde a lavorare i suoi campi con la schiena
piegato ad arco sotto l'enorme peso dell'ingiustizia. Quando vado a trovarlo e
beviamo assieme del caff nerissimo sotto i palmizi che fanno ombra alle rovine dei
suoi averi, ogni volta mi si proietta innanzi l'incubo a occhi aperti della sua fine:
stritolato dalle possenti scavatrici israeliane mentre abbraccia l'unico albero d'ulivo
ancora in piedi, come farebbe un padre con l'ultimo erede rimasto.
Non solo al confine ma anche in mare si svelano costanti indizi di resistenza
civile. Secondo un rapporto della Croce Rossa, il 90% dei 4000 pescatori di Gaza
vive sotto la soglia di povert, e nella loro battaglia per la sopravvivenza rischiano
ogni giorno di venire uccisi navigando oltre il limite delle tre miglia imposto dalla

marina israeliana. Ai vascelli con equipaggi di pescatori esclusivamente uomini si


aggiunta di recente una barchetta rosa: Madeleine Kulab, 16 anni, la prima
pescatrice che Gaza ricordi, ed l'orgoglio del padre Mohammad, reso inabile alla
pesca da una ferita alla gamba.
Il duro lavoro delle donne
Come Madeleine, molte altre donne negli ultimi 4 anni hanno dovuto sostituire
padri e mariti defunti, malati o inabilitati al lavoro, nelle mansioni pi dure.
Aminah Abu Maghasib, 37 anni, fa parte di un crescente numero di donne che
vanga in mano scava piccoli serbatoi d'acqua per le case di Gaza. Madre di sette
figli, si sobbarcata l'intera famiglia in quanto il marito gravemente malato: Le
nostre condizioni di vita si sono aggravate durante l'assedio. un lavoro duro ma
sono disposta a tutto per garantire un futuro ai miei figli.
Oltre le donne anche i bambini della Striscia, come eroe disneyani sono
diventati campioni di resistenza. A differenza dei loro coetanei israeliani che vivono
una spensierata estate di vacanze al mare, i bambini di Gaza sono resi schiavi di un
padrone che si chiama fame, e li vedi ogni giorno spingere aratri nei campi, frugare
nei cassonetti della mondezza in cerca di materiali di recupero, sopra carretti
trainati da muli stracarichi di mattoni recuperati dagli edifici bombardati. Oppure
li puoi trovare agli incroci delle strade a vendere cianfrusaglia con sguardi da vecchi
stanchi di sognare verdi cortili, campi di calcio e gelati. Stanchi di tutto.
Il prezzo pagato dai bambini
Cosi qualche tempo fa si era espressa Jasmine Whitbread, Direttore Generale di
Save the Children: I bambini a Gaza hanno fame a causa dei notevoli
impedimenti all'ingresso di cibo nell'area, e stanno morendo perch non possono
lasciare Gaza per avere quelle cure mediche di cui hanno urgente bisogno.
Centinaia di migliaia di bambini stanno crescendo senza avere un'istruzione
decente perch gli edifici scolastici sono gravemente danneggiati e a causa delle
restrizioni nel passaggio e rifornimento di materiali edili, non possono essere
ristrutturati. Sono i bambini che stanno pagando il prezzo pi caro dell'assedio.
Non stanno giocando a nascondino quando spariscono sottoterra nei tunnel di
Rafah: nonostante rischio di rimanere seppelliti vivi, sono la manodopera pi
adatta per trafficare le merci che altrimenti non arriverebbero mai sugli scaffali dei

negozi di Gaza. Senza il sacrificio di questi adolescenti al lavoro sottoterra, i loro


fratellini di 4 anni non saprebbero neanche che gusto hanno il cioccolato e la
marmellata.
Il mese sacro del Ramadan appena cominciato, e in tutto il mondo un
miliardo e mezzo di musulmani resistono alla fame come forma di elevazione
spirituale prima dell'iftar, la rottura rituale del digiuno al tramonto. A Gaza quel
digiuno forzato e quella resistenza pi reale che rituale. Restiamo Umani

2010.09.02

La pace economica? Io voglio un


Paese
GAZA CITY - Riferendosi agli accordi di Oslo, il compianto Edward Said
usava ripetere che il processo di pace il primo ostacolo alla pace. Alla vigilia di
questi ennesimi colloqui, sono andato a tastare il polso dell'uomo della strada di
Gaza.
Juber, contadino di Khan Younis: Abbiamo sempre avuto negoziati e cosa
abbiamo ottenuto? Sempre meno terra e pi colonie. E qui a Gaza pi miseria e
disperazione. Questa solo un'operazione mediatica concessa da Netanyahu a
Obama come semaforo verde per attaccare l'Iran. Non ce ne facciamo niente di
strette di mano in un album di fotografie, se c'era la buona volont sarebbe prima
stato rimosso l'assedio, ma a Gaza non cambier nulla, lo sanno anche le galline nel
mio pollaio. Non sorprenda la padronanza dell'argomento del palestinese
qualunque della Striscia, qui anche nell'analfabetismo si cresce a pane e olio, zaatar
e politica.
Mahfuz , pescatore di Gaza city: Dare il tempo a Israele di ripulire
Gerusalemme dagli arabi, questo il senso dei negoziati. Ramallah avrebbe dovuto
richiedere la fine dell'assedio, e poi sedersi al tavolo. importante ricompattarci fra
di noi palestinesi, prima di inviare un rappresentate.
Munir, taxista, va contromano: Sono felice per questi negoziati, possibile che
ci consentano di tornare a viaggiare e magari a lavorare in Israele. Ho molta
fiducia in Abu Mazen, che ha sempre dimostrato di amare Gaza, guarda solo tutti i
soldi che spedisce qui una volta al mese. Balle, interviene Salah Al Din,
studente universitario. Abu Mazen con gli stipendi che riversa a Gaza si
comprato parte del consenso. Questi negoziati non avrebbero mai dovuto
cominciare prima di richiedere la fine dell'assedio. Gaza non contemplata nelle
trattative, non passa loro nemmeno nell'anticamera del cervello. Guarda, io sono di
Fatah ma Abu Mazen non mi rappresenta proprio, non ha chiesto alla sua gente
cosa pensa di questi negoziati, non l'ha chiesto alla nazione. Il massimo che pu

ricavare da questi colloqui sono una sola cosa: pace economica in West Bank, e io
non voglio pace economica, io voglio un Paese!.
Saber, che durante la seconda intifada aveva abbracciato la lotta armata, oggi fa
il volontario nella sua organizzazione benefica a Beit Hanoun, e combatte
l'occupazione con l'arma della non violenza: Di per s ben venga l'idea di
negoziati diretti con Israele se per ottenere pi diritti, ma ridicolo e
politicamente impossibile pensare che Netanyahu, sorretto da una governo di cui fa
parte il movimento dei coloni, possa concedere qualcosa. Anche l'intermediario
non attendibile, ci vuole qualcuno che raggiunta una bozza di intesa imponga a
Israele di rispettare le risoluzioni, e questi non possono essere certo gli Usa che ogni
anno donano a Israele miliardi di dollari in armamenti, per colpire una
popolazione civile disarmata.
L'ultimo che interpello non proprio un uomo qualunque, ma Haider Eid,
professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese dell'Universit di Al
Aqsa e baluardo del BDS qui a Gaza, la campagna di boicottaggio a Israele:
Questi negoziati sono uno schiaffo in faccia alle 1400 vittime dell'ultima guerra
israeliana e ai martiri della Freedom Flotilla. La missione investigativa dell'Onu
guidata dal giudice Richard Goldstone accusa Israele di aver commesso crimini di
guerra e possibili crimini contro l'umanit. I negoziati, tuttavia, hanno lo scopo di
aiutare Israele a scendere dalla gogna e dare esternamente l'impressione che le
parti in causa abbiamo le stesse responsabilit nel conflitto, negoziando il
riallineamento delle frontiere. Non bisogna essere dei politologi per sapere che
l'esito di questi negoziati non comporter alcuno stato palestinese indipendente
poich tale possibilit stata assassinata sul nascere dalla parte potente, cio da
Israele. Il cosiddetto "processo di pace" non ha in realt tanto a che vedere con la
pace, quanto con il processo in s.

2010.10.21

Madeleine, la pescatrice adolescente


che rompe l'assedio
L'incredibile storia della sedicenne che con la sua barca sfida le mitragliatrici della flotta
israeliana
GAZA CITY - Ha occhi profondi come fondali inesplorati e una spinta
subacquea da far supporre abbia piedi palmati; come una creatura marina sparisce
sotto la superficie dell'acqua e sembra far svanire anche l'ingombro del velo e dei
vestiti pesanti, che la tradizione esige non si debbano levare neanche per nuotare.
Madeleine Kulab, 16 anni, la prima e unica ragazza-pescatrice che Gaza ricordi. Il
padre Mohamed, rimasto invalido per una paralisi una decina di anni fa, ha dovuto
appendere le reti al chiodo e ora la figlia ha preso il suo posto in mare. Veniamo
da una famiglia di pescatori, la passione per il mare e per la pesca si tramandata
di generazione in generazione. Vivevamo di pesca prima di essere scacciati nel '48
dall'attuale Ashkelon, continuiamo a vivere di pesca qui a Gaza, racconta il padre.
Un vivere pi sinonimo di sopravvivenza, visto che l'assedio e il limite navigabile
imposto da Israele (non oltre le tre miglia dalla costa) ha notevolmente impoverito i
pescatori di Gaza.
Secondo un recente rapporto della Croce Rossa, circa il 90% dei 4000 pescatori
della Striscia vive sotto la soglia di povert, e la loro situazione in costante
deterioramento. I soli aiuti offerti dall'Onu non bastavano pi per la famiglia
Kulab, cos da tre anni Madeleine ogni mattina verso le 6, un'ora prima di recarsi a
scuola, spinge la sua minuscola imbarcazione a remi di poco al largo, e lancia le
reti. Un rituale che si ripete anche al pomeriggio, dopo la fine delle lezioni: oltre ai
libri, nella cartella Madeleine ha un ricambio di vestiti per gettarsi in acqua. Il
coraggio di far prevalere la necessit alla tradizione, e la creativit di inventarsi un
nuovo mestiere per sopravvivere rappresentano un paradigma all'interno di questa
regione e a Madeleine hanno conferito stima fra le sue amiche e notoriet anche
fuori dalla prigione di Gaza: Non c' nulla di cui dovrei vergognarmi, cerco di
portare a casa il necessario con cui sfamare la mia famiglia con dignit. Molte

compagne di scuola sono invidiose quando esco in mare, a Gaza non ci sono molti
svaghi per i giovani. Il pescato quotidiano che non supera mai i tre chili,
rappresentato per lo pi da sardine e granchi, un ricavo incomparabile ai rischi
corsi se si considera che l'ultimo pescatore ucciso dalle mitragliatrici israeliane, il 24
settembre scorso, era solito pescare nello stesso tratto di mare di Madeleine.
Quando la vado a trovare sulla spiaggia, gi due emittenti arabe sono intente a
riprendere i suoi preparativi per la pesca, ma Madeliene non si montata la testa, i
suoi sogni sono gli stessi di una qualunque altra adolescente: Non mi allontaner
mai dal mare, il mio elemento, ma voglio diventare una stilista. Quelle mani oggi
cos abili a sbrogliare matasse di reti e a liberare crostacei troppo insignificanti per
finire in padella, gi si esercitano sul telaio e chiss un domani non ricamino su
tessuti pregiati i richiami di una vita e di un mare sotto assedio.

2010.11.03

Il manifesto, una voce fondamentale


per la Palestina
A chiedere di celebrare le esequie del manifesto si accalcherebbero in massa non
solo gli usurpatori del pluralismo dell'informazione, ma anche e soprattutto i
detrattori dell'autodeterminazione dei popoli oppressi e i diffamatori della causa
palestinese. Le cause dell'agonia del manifesto oltre che economiche sono
evidentemente anche editoriali, e le critiche mosse in questi giorni sono ammesse e
benvenute come bussole per un naufrago, per fare in modo che il giornale torni a
orientarsi verso la stella polare della sua tradizione di quotidiano culturalmente e
politicamente battagliero. Criticarlo lecito, disinteressarsi della sua fine e
accodarsi con un cero dinanzi al suo feretro no.
Parliamoci chiaro, nessuno come il manifesto ha saputo raccontare in questi
decenni con dovizia di veridicit l'occupazione israeliana e la dignitosa resistenza
palestinese. E questo in special modo grazie ai suoi inviati, quelli storici come quelli
attuali. Penso al compianto Stefano Chiarini, l'eco della cui voce continua a
perpetrarsi in tutto il Medio Oriente per le inestimabili doti giornalistiche e per
aver resuscitato nella memoria collettiva i martiri di Sabra e Chatila tramite il
comitato da lui fondato.
Se non ci fosse stato il manifesto durante il massacro di Piombo fuso a Gaza del
gennaio 2009, chi altri avrebbe raccontato quotidianamente e in prima pagina
dell'urlo di terrore e dell'anelito di vita di questo popolo oppresso ma mai domo?
Dal giornale ottenni carta bianca per descrivere al meglio delle mie possibilit
l'inferno circostante, in situazioni di assoluta precariet, spesso trascrivendolo su un
taccuino sgualcito piegato sopra un'ambulanza in costante corsa a sirene spiegate, o
battendo ebefrenico i tasti di un computer di fortuna all'interno di palazzi scossi
come pendoli impazziti da esplosioni tutt'attorno. Il giornale mi permise di
trasformare la sua prima pagina in un arnese pericoloso da maneggiare, nocivo,
imbrattato di sangue, impregnato di fosforo bianco, tagliente di schegge d'esplosivo.
La cronaca della Striscia di Gaza sigillata sotto le bombe non trov spazio fertile in

nessun giornale come sul manifesto; chiaro quindi che la chiusura rappresenterebbe
un duro colpo per l'intero movimento di solidariet alla Palestina. Per salvarlo serve
urgentemente la trasfusione salvifica di nuovi abbonamenti, affinch quell'alleato
per comprendere il mondo torni a essere quello che sempre stato, un segno nella
mappa psichica di ogni lettore dallo sguardo non allineato che dice voi siete qui.
Restiamo Umani.

TRE GIORNI
Articoli del manifesto - 14-16 aprile 2011

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GAZA CITY, 14 APRILE 2011

Il sequestro
Vittorio Arrigoni fu sequestrato il 13 aprile 2011 alluscita della palestra di Gaza city che
frequentava da qualche mese. I rapitori, del gruppo salafita Tawhid wal Jihad, guidati da un
giovane giordano, Abdel Rahman Breizat, lo avevano tenuto sotto osservazione per diversi giorni
per studiarne abitudini e movimenti. Scopo apparente del sequestro era quello di scambiare
lattivista italiano con il leader del gruppo arrestato dalle forze di sicurezza di Hamas ed in carcere
da alcuni mesi. Vittorio fu portato in unabitazione a nord di Gaza. Breizat e i suoi compagni
girarono un video di rivendicazione e il giorno dopo lo postarono in rete allo scopo di annunciare le
condizioni per il rilascio dellitaliano.
Le immagini di Vittorio, stordito e ferito, fecero il giro del mondo, destando sdegno e
commozione. Nelle ore seguenti la polizia di Gaza fu in grado di individuare la zona dove
litaliano era tenuto prigioniero.

2011.04.15

Sanguinante e bendato, 30 ore per


liberare Arrigoni
Alle 19.12 di mercoled 13 aprile, Vittorio Arrigoni, alias Vik utopia, affidava
alla sua pagina Facebook l'ultimo racconto da Gaza city prima di essere rapito.
Scriveva e postava anche sul suo blog (http://guerrillaradio.iobloggo.com) della
morte di quattro lavoratori palestinesi rimasti uccisi nel crollo di un tunnel scavato
sotto il confine di Rafah. Lo stesso giorno, nel tardo pomeriggio, gli amici della
Freedom Flotilla lo sentono via telefono nel tardo pomeriggio. Vittorio sta bene.
Quello che accaduto dopo tutto da ricostruire. Sembra che la sera di mercoled
avesse un appuntamento al quale per non si presentato, riferiscono i suo colleghi
dell'International Solidarity Movement (Ism). qui che si perdono le tracce di
Vittorio Arrigoni. Fino alle 11 di ieri mattina ora locale, in Italia sono le 10,
quando rimbalzata la notizia riferita da fonti di stampa a Gaza: tre miliziani
armati appartenenti a un gruppo islamico salafita lo hanno portato via. I volontari
dell'Ism si fiondano a casa sua, la porta chiusa, non ci sono segni di effrazione,
probabilmente lo hanno preso mentre lasciava il campo di Jerbala con uno dei
quadri delle milizie delle Brigate di al-Aqsa. Nell'arco di poco tempo su internet
compare l'agghiacciante video dei sequestratori postato su Youtube da
ThisisGazaVoice. Vittorio Arrigoni in primo piano, ha gli occhi bendati, una
ferita che sanguina sulla fronte, le mani legate dietro la schiena, qualcuno lo tiene
per i capelli. Una musica, quasi pop seppure solo vocale, copre ogni suono. Pochi
secondi e comincia a scorrere in sovrimpressione una scritta in arabo,
l'ultimatum: Arrigoni sar assassinato nel giro di 30 ore a partire dalle ore 11 locali
di ieri (vale a dire entro le 17 di oggi quando in Italia scoccheranno le 16) se Hamas
non liberer i confratelli arrestati negli ultimi mesi nella Striscia, a cominciare
dal capo fazione Hisham Al-Saidani, noto anche come Abu Walid Al-Maqdisi, in
prigione da circa un mese. I rapitori si presentano, fanno parte della Brigata
Mohammed Bin Moslama, un gruppuscolo della galassia jihadista filo-Al Qaida, e
accusano la loro vittima di diffondere i vizi occidentali fra i palestinesi, uno che
entra nella nostra casa portandoci la corruzione morale, e l'Italia uno staterello

infedele, il cui esercito presente ancora nel mondo islamico. Esortano i giovani
di Gaza a sollevarsi contro il governo apostata di Islam Haniyeh che si oppone
alla Sharia.

2011.04.15

Vittorio, quelle corrispondenze


dall'inferno della guerra
Michelangelo Cocco
Se c' una data che ha cambiato la vita di Vittorio Arrigoni il 27 dicembre
2008. Mentre una buona parte di mondo sta smaltendo i postumi delle feste
natalizie, Arrigoni, pacifista e attivista con una lunga esperienza di Palestina alle
spalle, viene sorpreso nella sua Gaza dai bombardamenti israeliani di Piombo
fuso, l'offensiva militare contro la Striscia che si concluder il 18 gennaio
successivo con un bilancio di circa 1400 palestinesi morti (per due terzi civili). Da
mesi i miliziani sparano i loro razzi all'interno dello Stato ebraico che risponde con
esecuzioni mirate che molto spesso uccidono innocenti. Ma l'inferno che viene
scatenato il 27 dicembre inedito e terribile, e segner profondamente la coscienza
di Vittorio, che sentir il dovere di raccontare al mondo ci che ha vissuto in prima
persona: l'attacco di uno degli eserciti pi all'avanguardia del pianeta contro la
popolazione di un fazzoletto di terra desertica, una prigione a cielo aperto per
l'embargo decretato da Tel Aviv contro i terroristi di Hamas che non si
rassegnano a vivere chiusi in gabbia.
Avete presente Gaza? Ogni casa arroccata sull'altra, ciascun edificio posato
sull'altro. Gaza il posto al mondo a pi alta densit abitativa, per cui se bombardi
da diecimila metri di altezza, inevitabile che tu faccia una strage di civili. Ne sei
cosciente e consapevole, non si tratta di un errore, di danni collaterali. Cos,
bombardando la caserma di polizia di Al Abbas, in pieno centro, rimasta
coinvolta nelle esplosioni anche la scuola elementare l a fianco. Era la fine delle
lezioni e i bambini erano gi in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si
sono macchiati di sangue. Con queste parole Vittorio descrisse dalle colonne del
manifesto il primo giorno di Piombo fuso. Con i corrispondenti stranieri bloccati
dalla censura militare all'esterno di Gaza, mentre la stragrande maggioranza dei
mass media si faceva le solite domande (Quanti morti? Operazione chirurgica?

Durer a lungo?) Vittorio, spostandosi in ambulanza, visitando gli ospedali,


parlando con le famiglie delle vittime, raccontava in presa diretta la barbarie della
risposta israeliana al lancio di missili Qassam da Gaza. E concludeva tutti gli
articoli con un auspicio che riflette in maniera perfetta il suo spirito umanitario:
Restiamo umani.
Vittorio l'avevamo gi conosciuto qualche anno prima, l'ultima volta che riusc a
visitare la Cisgiordania accedendovi attraverso Israele. All'aeroporto Ben Gurion
della capitale Tel Aviv era stato fermato, detenuto per qualche giorno e malmenato
da quegli agenti che negli ultimi anni hanno accolto senza cerimonie, e spesso
respinto, gruppi di attivisti pro palestinesi che la propaganda israeliana dipinge
come fiancheggiatori del terrorismo. Raccont quell'esperienza per il nostro
giornale e ci sembr giusto darle ampio risalto, perch in quel periodo (seconda
intifada, gli attentatori palestinesi si facevano esplodere tra i civili israeliani) si
accumulavano le denunce di attivisti a cui veniva vietato di raggiungere i palestinesi
delle citt della West Bank.
Forse anche per la difficolt di raggiungere Ramallah e dintorni dopo il foglio di
via da Israele, Vittorio aveva concentrato su Gaza il suo impegno di pacifista e
media-attivista. Il suo blog (guerrillaradio.iobloggo.com) e le corrispondenze per il
nostro giornale diventarono durante Piombo fuso un punto di riferimento per
migliaia di persone che in Italia continuano a sostenere il diritto
all'autodeterminazione dei palestinesi ma che sono state abbandonate dai partiti
della sinistra timorosi, dopo l'11 settembre, di difendere una popolazione che in
gran parte musulmana.
Cos il nostro collaboratore raccontava la sua giornata, il 10 gennaio 2009:
Poco fa ci hanno comunicato con il lancio di nuovi volantini che la terza fase della
guerra al terrorismo sta per iniziare. Sono cortesi i militari israeliani, chiedono
collaborazione alla popolazione di Gaza, prima di schiacciarli come insetti. Se i
volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l'aeronautica a bussare
dolcemente sui tetti delle case di Gaza. una nuova prassi degli ultimi giorni,
piovono bombe un pochino pi leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle
abitazioni e invitare gli abitanti all'evacuazione. Le tecniche anti-terrorismo
sperimentate dall'esercito israeliano durante Piombo fuso, descritte in presa

diretta da Vittorio. I grandi giornali (solo quelli non smaccatamente filo-israeliani,


s'intende) ne avrebbero parlato soltanto molto pi tardi.

2011.04.15

Da tutta Italia, i pacifisti: Subito in


piazza
Stupore e rabbia fra gli amici, solidariet dalla sinistra

Geraldina Colotti
Ho appreso del rapimento da Huweida Arraf, un'attivista palestinese che abita
a Gaza e che lavora con Vittorio - racconta al manifesto Maria Elena Delia - e ho
subito avvertito la famiglia per evitare che lo sapessero dalla televisione. Maria
Elena Delia fa parte del coordinamento nazionale della Freedom Flotilla, la
spedizione pacifista che salper alla volta di Gaza a fine maggio. rimasta in
contatto con l'attivista dell'International Solidarity Movement fino a poche ore
prima che venisse rapito: Abbiamo saputo subito che si trovava nelle mani di un
gruppo salafita - racconta ancora Delia -. Il governo di Hamas ha deciso di dare
una stretta a questi gruppi e ha arrestato diversi loro membri. In cambio della vita
di Vittorio, i salafiti chiedono la liberazione dei loro prigionieri. Il governo di
Hamas ci ha assicurato che sta lavorando intensamente per il rilascio del nostro
compagno.
Costernazione e rabbia, ieri, fra gli amici e i compagni di Vittorio, che
seguivano dal suo blog le quotidiane corrispondenze che inviava dall'inferno di
Gaza e che terminavano sempre con l'esortazione restiamo umani. Sul suo blog
Arrigoni - che vive a Gaza da tre anni - aveva rivelato di essere stato anche
minacciato di morte da un sito Usa di estrema destra (stoptheism.com), due anni fa,
e questo in un primo tempo ha alimentato anche altre ipotesi. Sul sito, nato proprio
per combattere il movimento di Arrigoni International Solidarity Movement,
l'italiano veniva indicato come bersaglio numero uno per le forze armate israeliane,
che pubblicavano foto e dettagli per identificarlo.

Vittorio una persona meravigliosa, che ama profondamente Gaza e la


Palestina, ha detto Alessandra Capone, un'altra amica di Vittorio Arrigoni, che
non ha creduto alla notizia del rapimento fino a quando non ha visto il filmato su
Youtube in cui Arrigoni compariva bendato, insanguinato e inginocchiato.
La Farnesina, che in una nota sostiene di aver ricevuto la notizia attraverso il
consolato a Gerusalemme, assicura di aver gi effettuato i passi opportuni per ogni
intervento a tutela del connazionale Vittorio Arrigoni. Al momento - afferma la
Farnesina - non risultano rivendicazioni nei confronti dell'Italia da parte dei
supposti sequestratori.
Reazioni anche dalle forze politiche della sinistra. L'Italia dei Valori si stringe
ai familiari di Vittorio Arrigoni, il cooperante italiano rapito a Gaza, e si augura
che possa tornare al pi presto in libert, ha affermato il portavoce dell'Italia dei
Valori, Leoluca Orlando. Sconcerto e angoscia per il rapimento del cooperante
italiano, ha espresso il capogruppo Pd nella commissione Esteri di Montecitorio,
Francesco Tempestini. Mentre il leader del Prc Paolo Ferrero ha rivolto un appello
per la liberazione dell'attivista: La riproposizione del conflitto di civilt nella
forma barbarica della minaccia di morte - ha detto - l'ennesimo tragico frutto
avvelenato dell'oppressione che il popolo palestinese subisce e a cui va posta fine.
Alla notizia, i pacifisti si sono mobilitati subito e hanno iniziato a manifestare:
da Napoli (un presidio a Piazza del Plebiscito del collettivo studenti autorganizzati)
a Roma, dove la Rete romana Palestina ha indetto un presidio permanente davanti
a Montecitorio. E per oggi, l'appello per le 9 a Roma davanti al ministero degli
Esteri. Colpendo Vittorio - scrive il Forum Palestina - si colpisce la solidariet e la
condivisione di tante attiviste e attivisti italiani per la lotta del popolo palestinese.
E dalla Palestina, il portavoce di Marwan Barghouti, il leader detenuto, ha
dichiarato a Peacereporter: Sono sorpreso e sconvolto. Chi pu avere interesse a
rapire un cooperante italiano che lavora in un contesto difficile come Gaza? Degli
stupidi, davvero stupidi. Ci muoveremo subito, per capire cosa succede e perch.

2011.04.15

Vivere a Gaza, a difesa dei diritti dei


palestinesi
Michele Giorgio
Qualche settimana fa Vittorio Arrigoni mi ha salutato con tono preoccupato,
ma non per la sua presenza a Gaza bens per la salute del padre, operato di recente
e in precario stato di salute. Ai genitori Vittorio molto legato, non solo per
l'affetto di figlio ma anche dalla condivisione di ideali politici. Una famiglia
impegnata a sinistra da sempre, che lo ha appoggiato in tutte le sue scelte. Da casa
mi arrivano notizie preoccupanti, per qualche settimana me ne andr in Italia, ho
voglia di rivedere mio padre, diceva. Da Gaza invece non pi partito, forse
confortato da qualche aggiornamento giunto dall'Italia.
Vittorio la Striscia di Gaza non la lascerebbe mai. Quel piccolo lembo di terra
diventato la sua seconda casa, anzi la prima, dove vivere e svolgere il suo impegno
a difesa dei diritti dei palestinesi, sotto assedio e dimenticati dal mondo.
Faceva male ieri sera vedere Vittorio bendato e con segni di violenza sul volto
nel video postato su Youtube, con le mani legate dietro la schiena, mentre qualcuno
gli tiene la testa per i capelli. Faceva davvero male se si tiene conto del lavoro svolto
da Vittorio dal 2008 sino ad oggi per informare sempre, in ogni momento,
attraverso il suo blog, su Facebook e con gli articoli sul manifesto e per vari siti, su
quanto accade a Gaza. Senza un attimo di sosta, anche di notte. Aerei F-16
israeliani hanno colpito pochi minuti fa Rafah... un contadino ucciso da un
cecchino mentre era nel suo campo... bambino ferito gravemente da una raffica,
sono i messaggi che da Gaza Vittorio Arrigoni lancia continuamente al mondo,
accompagnandoli con commenti ed analisi.
Nella Striscia era arrivato la prima volta come rappresentante dell'International
solidarity movement, a bordo di uno dei due battelli del Gaza Freedom Movement,
che violando, con successo, il blocco navale israeliano di Gaza, ha aperto la strada
alla nascita due anni dopo della Freedom Flotilla. Diventammo amici in quei giorni.

Per il suo look da lupo di mare - berretto, pipa e tatuaggi - lo ribattezzai Capitan
Findus. A lui piaceva quel nomignolo che qualche settimana dopo divenne
purtroppo azzeccato, vista la fuga a nuoto che Vittorio tent (invano) quando venne
bloccato in mare da commando israeliani giunti a fermare le barche dei pescatori
palestinesi. Venne incarcerato in Israele e rispedito in Italia ma lui, dopo qualche
settimana, si imbarc su un altro battello della Gfm e ritorn a Gaza. Fu una
decisione davvero importante, forse perch era consapevole di ci che stava
maturando sul terreno.
Il 27 dicembre 2008 si ritrov ad essere l'unico italiano e uno dei pochi stranieri
presenti nella Striscia di Gaza durante la devastante offensiva militare israeliana
Piombo fuso. I suoi racconti pubblicati dal manifesto, chiusi immancabilmente
dalle parole Restiamo umani, rappresentano una delle testimonianze pi lucide e
coinvolgenti di quanto accadde in quei giorni d'inferno in cui Gaza, peraltro, era
chiusa alla stampa internazionale. Con il manifesto poi Vittorio ebbe qualche
incomprensione ma non aveva esitato un minuto, lo scorso dicembre, a rivolgere
attraverso Facebook e Youtube un appello ai tanti che lo seguono - e sono molte
migliaia, non solo in Italia - in sostegno della sopravvivenza del nostro giornale.
A Gaza Vittorio Arrigoni era tornato, senza pi lasciarla, poco pi di un anno
fa, passando dall'Egitto, per dedicarsi alla tutela delle migliaia di contadini
palestinesi ai quali Israele non permette l'ingresso nei campi coltivati situati in
quell'ampia zona cuscinetto costituita unilateralmente all'interno della Striscia.
Era impegnato anche a scrivere il suo nuovo libro. Ma Gaza un territorio dove
troppi attori, spesso solo burattini manovrati da qualcuno, cercano un ruolo da
protagonisti. Tra questi ci sono i salafiti della sedicente Brigata Mohammed Bin
Moslama, ai quali non interessa nulla di Gaza e dei palestinesi e ancora meno dei
loro amici. Vedono nemici ovunque, tranne quelli veri. Sarebbero questi presunti
salafiti ad aver sequestrato ieri Vittorio per ottenere dal primo ministro di Hamas,
Ismail Haniyeh, la scarcerazione dello sceicco al-Saidani, noto anche come Abu
Walid al-Maqdisi, leader di Al-Tawhid Wal-Jihad, una formazione qaedista.
Al-Maqdisi stato arrestato poco pi di un mese fa dai servizi di sicurezza di
Hamas che da due anni sono impegnati contro le cellule salafite che agiscono

soprattutto nella zona di Rafah (dove meno di due anni fa hanno persino
proclamato un emirato islamico: Hamas reag facendo una strage).
Vittorio Arrigoni non merita di essere usato come merce di scambio, lui che ha
sempre creduto nella dignit di ogni persona, ovunque nel mondo, a cominciare
dai palestinesi. Ai suoi rapitori possiamo solo rivolgere la sua perenne esortazione:
Restiamo umani.

!
!

LOMICIDIO
!

GAZA CITY, 15 APRILE 2011

Sentendosi braccati, i sequestratori decisero di uccidere Vittorio e di darsi alla fuga. Al loro
arrivo nellabitazione, nella notte tra il 14 e il 15 aprile, gli agenti trovarono il corpo senza vita di
Vittorio, strangolato con una corda. Breizat e due dei suoi complici, Bilal Omari e Mahmud al
Salfiti, furono individuati poco dopo a Deir al Balah, nella casa di un loro fiancheggiatore. Nel
blitz lanciato dalla polizia, Breizat e Omari rimasero uccisi. Salfiti, ferito, fu arrestato e
incarcerato.

2011.04.16

La ricostruzione di Silvia: Potrebbe


essere morto mercoled
Non aveva ferite da arma da fuoco, morto per strangolamento. Presentava
del sangue dietro la nuca, probabilmente per dei colpi subiti, e ai polsi per le catene
o lacci che lo tenevano legato. Aveva ancora addosso la benda del video,
leggermente sollevata per renderlo riconoscibile, Silvia Todeschini, volontaria di
International solidarity movement, marted scorso aveva visto per l'ultima volta il
suo amico Vittorio vivo.
Ieri stata chiamata per fare il riconoscimento della salma e attraverso una mail
inviata alla newsletter del Coordinamento della campagna Bds italiana
(Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) ricostruisce la morte e gli ultimi momenti
di Arrigoni a Gaza. Alle 2 di notte, quando la polizia ha trovato il corpo in una
stanza vuota, era gi morto da 2-3 ore. Noi siamo giunte sul posto quando hanno
reso pubblico il fatto, verso le 4. Arrigoni potrebbe dunque essere stato rapito
mercoled sera. Dopo la palestra aveva chiamato una trattoria gestita da amici per
prenotare un tavolo verso le 22 ma non mai arrivato. Cos alle 22.30 i ristoratori
l'avevano chiamato, ma il suo cellulare era spento.

2011.04.16

Un mediattivista tra gli spari nei


campi di prezzemolo di Al Faraheen
Manolo Luppichini
La prima volta che ho sentito la voce di Vittorio Arrigoni stata per radio. Era
inizio gennaio del 2009. Vittorio raccontava con tono deciso e pacato quello che gli
stava succedendo intorno, nella striscia di Gaza sottoposta ai pesanti attacchi

dell'operazione Piombo Fuso. Nel corso della corrispondenza una voce in arabo
lo avvertiva che i jet israeliani si stavano avvicinando. Senza scomporsi troppo, lui
ha continuato a parlare, descrivendo i luoghi e le persone che incontrava durante la
sua camminata verso un luogo pi sicuro. Era riuscito a condividere quel momento
cos drammatico in modo profondo, senza retorica, restituendo con le parole tutta
la gravit della situazione. Avevo letto in precedenza qualche suo articolo
pubblicato dal manifesto, ma l'impatto della sua voce era travolgente. Le sue parole
erano riuscite a farmi sentire anche gli odori.
Solo poche settimane dopo l'avrei conosciuto di persona, il giorno stesso del mio
arrivo a Gaza, poco dopo la tregua unilaterale dichiarata dal governo israeliano.
Quella sera bast annusarsi qualche minuto per capire che saremmo diventati
amici. Vittorio sapeva come raccontare la realt che lo circondava, con una
passione rara. La sua esperienza nella Striscia era per me una sorgente continua di
informazioni utili a costruire il mio reportage. La mattina seguente eravamo gi
sguinzagliati per Gaza a raccogliere interviste insieme. Tre giorni dopo abbiamo
sentito il sapore degli spari nei campi di prezzemolo ad Al Faraheen.
Il mio breve soggiorno nella Striscia mi ha permesso di saldare il nostro
rapporto e da allora abbiamo mantenuto un contatto costante, fino a pochi giorni
fa.
Il suo blog stato per me una fonte continua di informazioni che colmavano le
colpevoli lacune della maggior parte dei media mainstream. Un flusso appassionante
che riusciva ad aggregare migliaia di persone, assetate di informazioni di prima
mano.
Da qualche tempo aveva anche iniziato a maneggiare la telecamera, anche se
era notorio che non fosse la sua arma preferita. Nonostante questo, i suoi video
erano efficaci e spontanei. Testimonianze dirette di un mondo parallelo.
Le armi di Vittorio erano il suo computer, la sua telecamerina, la sua voce, la
sua sensibilit, la sua intelligenza vivace, il suo corpo.
L'utilizzo che ne faceva lo rendevano un prototipo di mediattivista. Un umano
comunicante, un pazzo accanito di giustizia, di libert. Instancabile nella sua
continua opera di tessitura sociale. Una persona capace di raccogliere e riverberare
i sentimenti di un popolo intero, rendendoli comprensibili a chi a quel popolo era

estraneo. Questo suo lavoro costante ha rappresentato una spina nel fianco della
propaganda sionista e non solo. Infatti non risparmiava critiche a chiunque
oltrepassasse la linea dell'umanit, attirando su di s parecchie antipatie, anche
insospettabili. Non era un giornalista, e nemmeno ci teneva ad esserlo. Era quel
raro esempio di essere umano che impugna le sue armi non convenzionali per
combattere una battaglia non violenta, anche per questo pi efficace.
Con la sua scomparsa si apre una voragine che contribuisce a ripristinare la
cappa di indifferenza che aleggia sulla Striscia di Gaza, martoriata da anni di
assedio e di menzogne. impossibile colmare questo vuoto, ma farlo diventa da
subito una responsabilit collettiva. La sua morte il suo estremo richiamo a
restare umani. E per farlo ci vogliono gesti.

2011.04.16

Diventiamo Freedom Flotilla Stay


Humans
Germano Monti
(Coordinamento Freedom Flotilla Stay Humans Italia)
L'assassinio di Vittorio Arrigoni, del nostro compagno amico e fratello Vittorio
Arrigoni, un crimine contro l'umanit. L'umanit che Vittorio ammoniva di non
dimenticare mai, nemmeno di fronte alla pi cupa disperazione, perch restare
umani significa non smarrire il senso stesso e il significato profondo dell'esistenza di
ognuno di noi. Chi ha assassinato freddamente Vittorio, simulando di voler
negoziare il rilascio di alcuni detenuti, ha inteso lanciare un monito a tutti quelli
che non si piegano ad una situazione intollerabile, eppure tollerata, anzi provocata
da una comunit internazionale attentissima al costo del barile di petrolio, ma
assolutamente indifferente alle sofferenze dei popoli, delle persone in carne ed ossa.
Chi ha ucciso Vittorio voleva dirci: State lontani da Gaza. State lontani dalla
Palestina e da tutti i popoli arabi che pretendono di prendere in mano il proprio

destino, che osano chiedere autodeterminazione, libert, giustizia e diritti umani.


Chi ha spento la splendida vita di un uomo meraviglioso ha sbagliato i suoi conti. A
migliaia, da tutto il mondo, torneremo a Gaza ed in Palestina, romperemo l'assedio
medioevale imposto dallo stato di Israele a un milione e mezzo di persone, nei
confronti delle quali si arroga il diritto di decidere se, quanto e cosa possono
mangiare; se e di quanta e in quali ore possono disporre dell'energia elettrica; se e
con quali strumenti possono arare i loro campi; se e quanto possono pescare nel
loro mare; se e con quali giocattoli i bambini possono provare a distrarsi dall'incubo
delle cannonate, delle bombe, del fosforo bianco. Vittorio sarebbe dovuto tornare
in Italia nei prossimi giorni, per aiutarci nel lavoro che da mesi portiamo avanti per
mettere in mare la nave che porter il nome di Stefano Chiarini, una nave piena di
uomini e donne di buona volont e di aiuti umanitari. Una nave che quel figuro
tragicomico che ci governa si impegnato a non far partire, in stolido ossequio ai
voleri di chi sogna la deportazione o lo sterminio dell'intero popolo palestinese.
Avevamo bisogno del contributo che Vittorio voleva darci, disponendosi a
percorrere in lungo ed in largo l'Italia per spiegare le ragioni della seconda Freedom
Flotilla, le ragioni dei Palestinesi, le ragioni di una battaglia di civilt. Ora, siamo
pi soli, perch la morte di Vittorio di quelle che pesano come montagne. Ma
l'immenso dolore provocato dal martirio di Vittorio ci render pi forti, dall'Italia
agli Stati Uniti, dalla Turchia alla Norvegia, dall'Irlanda all'Indonesia, ovunque la
societ civile stia organizzando la Freedom Flotilla, laici e religiosi insieme,
rigorosamente senza un soldo da un solo governo, perch cos che si fa la
solidariet ed cos che Vittorio voleva insieme a noi.
Le manifestazioni che stiamo improvvisando oggi in tutta Italia e la
manifestazione nazionale a Roma del prossimo 14 maggio testimonieranno
dell'esistenza di un'Italia radicalmente diversa da quella di maggioranze ed
opposizioni incapaci anche solo di concepire un'immagine della politica diversa da
quella di una poltrona. Sono migliaia i senza potere che da quasi un anno
costruiscono la Freedom Flotilla Italia, dalla Val di Susa a Lecce, da Palermo a Trieste.
E siamo pi uniti che mai, marxisti ed islamici, cattolici e laici, come il 17 gennaio
del 2009 siamo stati uniti nella pi grande manifestazione per la Palestina che si sia
mai vista.

Vittorio il simbolo di questa unit, qui come a Gaza ed ovunque si lotti per la
libert e la giustizia: per questo siamo orgogliosi di annunciare che la seconda
Freedom Flotilla cambia nome e diventa la Freedom Flotilla Stay Humans. Perch noi, nel
nome di Vittorio Arrigoni, restiamo umani.

2011.04.16

I timori di Vik utopia


Le minacce dei siti dell'estrema destra israeliana, un documento contro
Hamas e Fatah sottoscritto da Vittorio, gruppi salafiti finanziati da un ex
ambasciatore saudita con legami con la Cia. Tutte le piste di un assassinio
che ci lascia attoniti e con ancora molti punti oscuri da chiarire
Michele Giorgio
Vittorio si concedeva pochi svaghi. Un po' di esercizio fisico in palestra e, a sera,
una shisha, il narghil, se possibile sulla spiaggia di Gaza city, in compagnia di un
paio dei tantissimi amici che aveva nella Striscia. Da qualche mese si
accompagnava spesso con Khalil Shahin, un ricercatore del Centro per i diritti
umani, con il quale avviava le lunghe conversazioni sui possibili sviluppi della
situazione, a partire dal blocco israeliano per finire alle dinamiche sociali.
Conversazioni che pur tenendolo impegnato, talvolta, per gran parte della notte,
non gli impedivano di arrivare puntuale agli appuntamenti con l'intesa attivit
politica di Gaza.
I suoi amici in lacrime e molte migliaia di palestinesi ieri hanno preso parte alla
cerimonia funebre in suo onore, sotto la tenda del lutto allestita nel porto di Gaza,
nel punto dove per la prima volta sbarc nel 2008. Una folla muta in un'atmosfera
di incredulit, per un uomo stimato ovunque, al quale era stata anche data la
cittadinanza onoraria palestinese.Volti smarriti, occhi bassi, frasi pronunciate con
voce rotta dalla commozione da parte di chi non riesce ancora a credere che tutto
questo sia potuto accadere e che mani assassine abbiano strangolato un volontario
internazionale, ancora prima che un giornalista e uno scrittore, che a Gaza e alla
sua gente aveva dato tutto. Con generosit, mettendo a rischio anche la sua vita.

Dopo il suo primo arrivo a Gaza, Vittorio aveva concentrato buona parte della
sua attivit di volontario ad offrire, per quanto possibile, protezione ai pescatori
palestinesi. Protezione simbolica, ma molto significativa. Perch fatta con il suo
stesso corpo, con la sua presenza a bordo di pescherecci e battelli spesso respinti
dalle unit della Marina militare israeliana pronta a intervenire per far rispettare gli
strettissimi limiti di pesca imposti dall'occupazione. Non sparate, siamo cittadini
stranieri, qui ci sono soltanto dei pescatori che vogliono sostenere le loro famiglie,
urlava fino a perdere la voce, assieme ai suoi compagni dell'International solidarity
movement (Ism), ai militari israeliani decisi, anche con raffiche di mitra sparate a
pelo d'acqua, a costringere i pescatori a tornare subito indietro (con le reti vuote).
Colpi che, rimbalzando sull'acqua, in questi anni hanno ferito e anche ucciso. Una
volta un proiettile mand in frantumi un vetro su di una imbarcazione e le schegge
ferirono leggermente alla schiena Vittorio. Qualche giorno dopo venne arrestato
(in acqua), immobilizzato con una scossa di pistola taser, spedito in prigione per
alcuni giorni in Israele - con l'accusa di essere entrato illegalmente nel paese, ma lui
era andato direttamente a Gaza in barca da Cipro - e infine espulso. Ma nella
Striscia rientr poco dopo, sempre via mare.
Dopo Piombo fuso e un lungo tour di incontri e dibattiti tenuti in Italia, da
nord a sud, seguito da alcuni mesi trascorsi in Egitto, Vittorio era rientrato a Gaza.
Torn con la stessa determinazione ma pi maturo, deciso a usare al meglio la
grande popolarit di cui godeva, e che all'inizio lo aveva un po' travolto, per
diffondere il maggior numero possibile di informazioni dalla Striscia. Il suo
impegno lo ha portato per mesi, ogni giorno, a proteggere, sempre e soltanto con la
semplice presenza fisica e un megafono, i contadini palestinesi che provavano a
raggiungere i loro campi coltivati in quella fascia cuscinetto larga centinaia di
metri, adiacente al confine, che Israele ha proclamato unilateralmente all'interno di
Gaza dopo Piombo fuso.
Un'attivit assolutamente pacifica che non salv Vittorio dalle pesanti minacce
partite da alcuni siti vicini alla destra estrema israeliana. E che ieri, nel giorno della
scoperta dell'assassinio di Vittorio, sono tornati a farsi sentire. Uno scudo umano
che lavorava per Hamas, ha scritto di Vittorio Stop the Ism salutandolo con un
sarcastico e macabro Arrivederci, Arrigoni, scritto in italiano. Nel 2009 questo
sito pose in cima ad una vera e propria lista di proscrizione il nome e la foto di

Vittorio. L'agenzia d'informazione dei coloni Israel national news arrivata ad


attribuire all'Ism la responsabilit per il conflitto a Gaza e facendo il nome di
Arrigoni, sostiene addirittura che i volontari di questo movimento metterebbero in
pericolo la vita dei soldati israeliani e per questo vanno considerati combattenti al
pari di Hamas. Da eliminare dunque? L'interrogativo legittimo.
Vittorio ci scherzava sopra, ma fino ad un certo punto. Troppe volte, mi
raccontava, aveva sentito il sibilo delle pallottole sparate, spesso da sistemi d'arma
controllati a distanza, contro chi provava a entrare nella fascia di sicurezza di
Gaza. Diceva che una pallottola era pronta anche per lui. Ma poi tornava sereno,
per concentrarsi sulla sua attivit di informazione.
Aveva stabilito una rete di corrispondenti (i suoi tanti amici) ovunque nella
Striscia, pronti a riferirgli di ogni singolo sviluppo. Per questo il suo blog e il suo
profilo su Facebook sono diventati, specie nell'ultimo anno, una sorta di giornale
online: puntuale negli aggiornamenti, acuto nei commenti. Vittorio per non
trascurava mai di seguire anche quanto accadeva in Italia: la politica interna e,
soprattutto, qualsiasi cosa che avesse relazione con Gaza. Per mesi ha girato in rete
il suo messaggio rivolto allo scrittore Roberto Saviano, difensore accanito della
legalit in Italia ma muto sulle violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi.
Alla fine dello scorso anno aveva cominciato a frequentare pi assiduamente un
nutrito gruppo di giovani di Gaza che denunciano l'insostenibilit della situazione e
sono divenuti noti per il manifesto diffuso in internet che spara a zero su tutti: da
Fatah ad Hamas, da Israele agli Usa fino alle Nazioni Unite. Giovani che Vittorio
ha dovuto difendere dall'accusa di qualunquismo e di mettere sullo stesso piano la
resistenza (Hamas) e Fatah (l'Anp di Abu Mazen) giunta dall'Italia. Vittorio spieg
che sono ragazzi che esprimono esigenze reali e contenuti politici concreti e non
dei ragazzini viziati e figli della borghesia.
Perch lui Gaza la viveva ogni giorno, la annusava, ne avvertiva i fermenti.
Aveva la capacit di giudizio di chi sta sul posto, ben diversa, con tutto il rispetto,
da quella di chi segue gli avvenimenti a distanza di migliaia di chilometri.
Salafiti, una parola grossa quando si parla della Striscia di Gaza martoriata da
problemi enormi. Eppure esistono, gruppi sparuti, spesso poche decine di giovani
che trovano nell'esasperazione del discorso religioso una via d'uscita al tunnel di

una esistenza d'inferno. Sono mostri incoscienti, partoriti dagli oltre 40 anni di
occupazione, dall'assedio, che reclamano la separazione dal diverso, denunciano le
contaminazioni culturali occidentali e in non pochi casi praticano la violenza.
Quasi certamente sono manovrati e pagati dall'esterno e hanno tra i loro obiettivi
quello di mettere in costante difficolt il governo di Hamas che accusano di aver
tradito la resistenza islamica attuando una tregua non dichiarata con Israele.
Raccolgono qualche consenso tra Khan Yunis e Rafah (dove nel 2009
proclamarono anche un emirato islamico, poi annientato dalle forze di sicurezza
di Hamas) e a finanziarli, si dice a Gaza, sarebbe Bandar bin Sultan, l'ex
ambasciatore saudita a Washington, molto potente e noto per i suoi stretti legami
con la Cia e altri servizi segreti (in Siria viene accusato di sponsorizzare i gruppi
religiosi impegnati nelle proteste di queste settimane contro Bashar Assad).
I salafiti sono stati chiamati in causa da pi parti, lo abbiamo fatto anche noi, in
riferimento all'assassinio di Vittorio. prematuro dichiararli sicuri responsabili di
questo crimine immenso. Ma lo stesso Vittorio parlava di loro, della loro
penetrazione nella societ, durante i nostri incontri a Gaza. La scorsa estate un
paio di campi estivi per ragazzi profughi furono dati alle fiamme da uomini con il
volto coperto, perch favorivano la promiscuit sessuale e sconosciuti hanno
distrutto negli ultimi anni, perch immorali, numerosi internet point, negozi di
parrucchiere e di vendita di cd musicali.
E nessuno dimentica il rapimento nel 2007 del giornalista della Bbc Alan
Johnstone. Fatti marginali per chi vive in Europa o per chi analizza dall'esterno,
ma non per la gente di Gaza e certo non per Vittorio, che registrava da tempo
queste pulsioni. Non sar facile arrivare ai responsabili veri, quelli dietro le quinte,
dell'eliminazione di un giornalista, un attivista e un amico che con la sua passione,
la sua presenza e le sue puntuali e particolareggiate cronache dalla Striscia ha dato
molto fastidio. Ma indagare prima di tutto a Gaza d'obbligo.

RESTIAMO UMANI
MESSAGGI DEDICATI A VITTORIO

!
!

IL MANIFESTO, 16 APRILE 2011

Ci scrivono i suoi amici, i compagni di lotta, le associazioni, i nostri lettori, centinaia di


messaggi continuano ad arrivare in redazione e sul sito del manifesto per ricordare Vittorio Arrigoni
e la sua giusta causa.
Ne pubblichiamo qui solo una parte per limiti di spazio. Limiti che Internet pu superare. Sulla
sua pagina Facebook e sul suo seguitissimo blog - guerrilla radio - in poche ore si eretto un muro
di commozione, rabbia, utopia e umanit

!
Stamattina, sentendo la notizia alla radio, mi sono sentita persa, come se
Stefano fosse morto di nuovo. Nelle parole di Vittorio sentivo la sua stessa
indignazione, il suo stesso amore per la causa palestinese e mi piaceva pensare che
gli avesse in qualche modo magicamente passato il testimone, pur nella loro
diversit. Che il suo sangue possa farne nascere mille e mille come lui. Un
abbraccio a chi lo amava.

Elena, Tullia e Lucio Chiarini

!
Vittorio era in procinto di rientrare in Italia per poter collaborare alla missione
della Freedom Flotilla che a maggio intende rompere l'assedio della popolazione
palestinese di Gaza. Vittorio stato trovato gi morto quando la polizia palestinese,
aiutata dalla popolazione, riuscita a trovare il posto dove era tenuto sequestrato.
L'ultimatum di 30 ore dunque era solo pretestuoso. I sequestratori sono
giovanissimi, di cui almeno uno cittadino giordano e non palestinese e
appartengono alla galassia dei gruppi islamici salafiti, molto diversi dal movimento
Hamas che governa la Striscia di Gaza. (...) In queste settimane in cui le alleanze in
Medio Oriente vengono rimescolate dalle rivolte popolari e dalle tensioni in tutta la
regione, la monarchia saudita ha stretto un'alleanza con Israele all'insegna del
comune nemico rappresentato dall'Iran e dalla sua influenza nella regione del
Golfo e in Medio Oriente. (...) Le autorit israeliane hanno chiesto ai governi dei
paesi da cui partiranno le navi o in cui sono attive le campagne di boicottaggio di
intervenire contro gli attivisti. Berlusconi ha gi raccolto la richiesta. Il messaggio
chiaro e inquietante: state lontani da Gaza e dalla Palestina. Vogliamo mandare un
messaggio chiaro e forte: non ci fermerete fino a quando in Palestina non ci sar il
pieno riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Lo dobbiamo a questo popolo che
lotta da sessanta anni e adesso lo dobbiamo anche a Vittorio.

Forum Palestina

Caro Vittorio, di sicuro i tuoi assassini conoscevano chi eri e cosa rappresentavi
e hanno ucciso un uomo libero, un amante della libert e della giustizia, un amico
della pace e del popolo palestinese, che tu ha difeso, hai amato e che hai fatto della
sua causa una ragione di esistenza e di vita. Non so chi sono e cosa rappresentano,
ma so che non sono palestinesi, che sono un pericolo serio e costante per i
palestinesi e che sono degli assassini della Palestina, della sua causa, del suo popolo
e dei suoi veri e sinceri amici. Sono nemici dell'umanit che Vittorio ha sempre
cercato di difendere e fare vincere in Palestina. (...) Vittorio ti sei innamorato della
Palestina, e di Gaza in particolare, ma anche i palestinesi si sono innamorati di te e
della tua bella Italia. Sarai sempre nei nostri cuori e vivrai sempre nella nostre lotte,
per una Palestina libera, laica e democratica. Addio caro fratello e restiamo ancora
umani.

Yousef Salman, Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia

!
Il sequestro e assassinio di Vittorio Arrigoni un'autentica infamia. Tanto pi
perch realizzato contro un compagno da sempre impegnato in prima linea, con la
massima generosit e il massimo coraggio, al fianco del popolo palestinese contro i
crimini del sionismo, che Vittorio ha sempre denunciato e documentato contro
ogni silenzio e complicit, sino a fare di questa denuncia una ragione di vita.
Questo assassinio barbaro rafforza la nostra determinazione a lottare per la piena
autodeterminazione del popolo palestinese, contro lo Stato sionista e contro ogni
forma di panislamismo integralista. Ai familiari di Vittorio e a tutti i suoi compagni
ed amici, a partire dalla redazione del manifesto, il cordoglio pi sentito e un forte
abbraccio.

Marco Ferrando, Partito comunista dei lavoratori

!
Di fronte alla guerra e all'ingiustizia che sta violentando il mondo, Vittorio
Arrigoni aveva messo in gioco la sua vita e l'ha persa. L'aveva fatto per reagire alla
tanta, troppa indifferenza che circonda tante tragedie umane come quella dei
palestinesi di Gaza. L'aveva fatto per rompere il silenzio complice di tanta

informazione e l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. amaro dirlo


oggi ma mentre Vittorio ha perso la sua vita in un giorno, molti altri, prigionieri del
cinismo e dell'egoismo, la perdono tutti i giorni. Forse non sapremo mai chi e per
quali ragioni ha armato la mano dei killer che lo hanno ucciso a Gaza. Ma nessuno
si permetta di utilizzare il suo assassinio per spargere altro odio e altra violenza
contro questo o contro quello. Vittorio non ha mai voluto far del male a nessuno.
Nessuno strumentalizzi la sua morte. Sarebbe come ucciderlo due volte. Con
Vittorio si spenge una voce. Una voce chiara, sincera e diretta. Facciamo in modo
che non si spenga anche la voce degli oltre 750.000 bambini che vivono prigionieri
della Striscia di Gaza insieme ai loro genitori. Prima ci pensava Vittorio, ora ci
dobbiamo pensare noi.

Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace

!
Che logica c' dietro a questo orrore? difficile capirlo, ma dobbiamo riuscire a
farlo per poter sconfiggere l'aberrazione che ha mosso i suoi assassini. Uccidendo
questo uomo buono, intelligente e generoso, i suoi assassini hanno inferto un colpo
duro alla causa per la quale egli si spendeva, come hanno fatto del resto coloro che
hanno ucciso Juliano qualche giorno prima. Due omicidi, lo stesso effetto. Cui
prodest? Ed ora? Per conservare in noi la sua memoria, abbiamo da moltiplicare
l'impegno per sostenere la lotta di liberazione del popolo palestinese restando
umani; avr senso cos pensare che Vittorio, come Juliano, continui a lottare
insieme a noi.

Rete romana di solidariet con il popolo palestinese

!
In un mondo in cui noi giovani fatichiamo a distinguere le cose importanti, il
suo impegno per la liberazione del popolo palestinese ci ricorda che vale la pena
vivere per chi si sacrificato e soprattutto per chi sente il dovere di lottare al
fianco degli oppressi dalla nostra societ , in ogni parte del mondo. Vittorio mi
lascia uno strano senso di gioia, amara certo, ma piena di speranze per una
generazione che dovr imparare a lottare per il futuro suo e dei suoi figli e che oggi,

nella tragica fine di un trentenne, ha il dovere di riconoscere l'importanza delle sue


idee, delle sue azioni in Palestina e della sua vita sacrificata per una giusta causa.

Rocco

!
La morte di Vittorio oggi strappa il velo sulla Striscia e parla. Che possa parlare
davvero a tutti, Vittorio, anche ora che non c' pi. Che semini ancora
l'insopportabilit dell'ingiustizia, delle doppie misure, dell'ipocrisia in cui viviamo
immersi. Abbracciamo i familiari, l'International Solidarity Movement, gli amici.
Ringraziamo le autorit palestinesi che si sono adoperate per la sua liberazione.
Siamo a fianco della popolazione di Gaza e dei giovani che si sono mobilitati per
salvargli la vita. Rinnoviamo l'impegno contro l'assedio, contro l'occupazione
israeliana, per una pace fondata sulla giustizia. Continuiamo l'azione politica,
culturale e umanitaria per rompere l'isolamento di Gaza. L'omicidio di Vittorio
non sia utilizzato come ulteriore pretesto per impedire la presenza nell'area di
volontari, cooperanti e testimoni. Ogni uomo, ogni donna, ogni piccolo di questo
pianeta, ovunque nasca e viva, ha diritto alla vita e alla dignit. Gli stessi diritti che
rivendichiamo per noi appartengono anche a tutti gli altri e le altre, senza
eccezione alcuna. Restiamo umani, anche quando intorno a noi l'umanit pare si
perda.

Arci

!
Sono incredula, sconvolta, disperata non riesco a credere che tutto si sia
consumato cos rapidamente. Vittorio morto. Durante la mia vita ho visto molte
morti inutili, ma questa di una assurdit tale da mozzare il respiro. Ho conosciuto
Vittorio attraverso i suoi articoli da Gaza durante l'attacco israeliano Piombo
fuso. Lucidi, dettagliati e terribili. Li ho letti e conservati perch la memoria uno
strumento debole e invece ci sono cose che non si debbono dimenticare, mai!

Tiziana

Non si pu rimanere indifferenti di fronte ad una morte come quella di Vittorio


Arrigoni. La sua storia ed il suo impegno non possono essere dimenticati e,
soprattutto, la sua non pu essere una morte inutile. arrivato il momento che la
questione palestinese e l'assedio di Gaza arrivino a sensibilizzare l'intera opinione
pubblica in modo che non siano presentate strumentalmente come problematiche
trattate solo da frange politiche estreme.(...) Vittorio per noi era un amico, un
fratello, un compagno di lotta, un punto di riferimento, sempre cos attento nel suo
lavoro e nel documentare tutte le azioni violente e disumane che il governo
israeliano infliggeva alla popolazione di Gaza. Del resto anche lui era cos tanto
affezionato a Peppino e alla sua storia da pubblicare sempre i nostri comunicati,
senza lasciarsene scappare uno. Era come se esistesse un ponte informatico
continuo tra Gaza e Cinisi, nonostante la distanza. L'affetto reciproco era e resta
enorme. Alla famiglia di Vittorio, soprattutto ai genitori, diciamo che saremo loro
sempre vicino e chiediamo loro che abbiamo la forza di farsi testimonianza per
ricordarci continuamente del loro figlio: ne abbiamo bisogno, noi come tanti altri.
Proprio come fece a suo tempo Felicia con Peppino.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

!
Voglio esprimere da parte mia e di tutta la mia famiglia grande cordoglio per
l'assassinio di Vittorio Arrigoni. Con la sua famiglia, con i compagni e le compagne
del giornale su cui lo leggevamo, e ci era davvero prezioso, con gli amici palestinesi
condividiamo questa grande sofferenza, frutto di ingiustizia e cieca violenza.
Manterremo viva la sua memoria, per la pace, per la libert.

Paola Bonatelli e famiglia, Verona

!
Ricordando Vittorio Arrigoni non possiamo che riaffermare la solidariet attiva
della Fiom con il popolo palestinese e con coloro che non hanno mai smesso di
lottare per la giustizia e la pace. Una delegazione della Fiom sar in Palestina dal
20 aprile per la Conferenza Internazionale della resistenza non violenta. La Fiom si
stringe con affetto ai suoi familiari cos terribilmente colpiti, alle compagne e ai

compagni dell'International Solidarity Movement, di cui era attivo protagonista, a


tutte e tutti coloro che gli hanno voluto e continueranno a volergli bene.

Fiom Cgil

!
L'assassinio barbaro di Vittorio Arrigoni da parte dei salafiti ci ha
profondamente scossi. Al di l delle sue posizioni non propriamente vicine ad
Israele, noi consideriamo questo gesto come il punto di svolta. Noi auspichiamo che
l'intero mondo possa rendersi conto che, nel dialogo di pace fra Israele e Palestina,
vi sono delle entit che disturbano con le armi questo dialogo ma che non possono
essere prese sul serio. Noi invitiamo il governo israeliano e quello di Hamas a
cogliere questo messaggio. Devono continuare nel loro percorso di pace in
memoria di Vittorio Arrigoni come in quella di Ytzakh Rabin e di tutti quei
cittadini israeliani e palestinesi che sono morti per questa assurda guerra. Devono
applicare la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite. Niente muri fra Israele e
Palestina, ma solo frontiere come fra ogni Stato libero. Soprattutto raccolgano
l'invito del mondo arabo a processare e distruggere questi movimenti
ultraestremisti. La Shoah ci ha insegnato una cosa fondamentale. Siamo tutti
uguali. Al di l del popolo colpito, non possiamo uccidere o discriminare qualcuno
solo per la nazionalit o per il colore della pelle o per la religione o per il sesso o
quant'altro. Invitiamo i governi del mondo a sostenere questo dialogo di pace.

Ettore Lomaglio Silvestri, Comitato Rabin-Arafat per la Pace in Medio


Oriente

!
Giustificato nutrire non poche riserve sulle presunte motivazioni e sulle
circostanze di un'esecuzione che tutto stata fuorch un rapimento mirato ad
ottenere la liberazione di esponenti salafiti. Vittorio Arrigoni non era un
dirigente o un militante di Hamas, ma il testimone obiettivo e eloquente delle
repressioni e degli eccidi israeliani nella Striscia di Gaza prima, durante e dopo
l'operazione Piombo Fuso. (...) Fuori dal contesto di questa barbarica esecuzione, e
anche se irrilevante come ogni altra iniziativa della politica estera italiana, va

ricordato che il presidente del consiglio Silvio Berlusconi stato il solo capo di
governo europeo ad accogliere la richiesta israeliana di ostacolare la nostra
partecipazione alla flottiglia della pace e ad impegnarsi a bloccare la partenza della
nave Stefano Chiarini con il suo carico di aiuti umanitari destinati al popolo
della striscia di Gaza.

Lucio Manisco

!
Alla famiglia di Vittorio, alle sue amiche e amici, in Palestina ed in Italia,
esprimiamo la nostra simpatia ed amicizia. L'assurda e criminale violenza contro
chi dovrebbe essere molto apprezzato per la sua opera contro l'aggressione
israeliana solo l'ultimo esempio dell'irrazionale violenza insita in ogni
fondamentalismo nazionalista e/o religioso.

Paola Canarutto, Rete- ECO Torino

2011.04.16

Il blog e la pagina Facebook restano


aperti. Una parete di messaggi per
Vik
Instancabile, ogni giorno Vittorio Arrigoni scriveva sul suo blog e poi rimandava
sulla sua pagina Facebook e su Twitter. Cronache di quel che vedeva nella Striscia
di Gaza, ritagli di giornale, videomessaggi, foto, ci postava anche le sue, come
fanno tutti, quelle che ora circolano ovunque: pipa, tatuaggi, cappello da marinaio
e la bandiera della Palestina sventolata come se avesse vinto il Mondiale. Si
presentava cos nel suo sito guerrillaradio: il Vittorio Arrigoni che legge Orwell e
Burroughs, Saviano e Travaglio, Michael Moore e Noam Chomsky, anche se poi
a Saviano non perdonava di essere sceso in piazza sotto l'insegna Verit per
Israele.
Il suo diario quotidiano era molto seguito, richiamava commenti, cinguettii,
feedback, like con il pollice in su. E post dopo post si tessuto un filo virtuale che
tiene insieme compagni di lotta e amici, vicini e lontani, nemici e urlatori del web.
Che oggi lo ricordano. Su Facebook, che qualcuno sta mantenendo aperto con il
consenso dei familiari, sotto la sua ultima testimonianza ci sono oltre duemila
messaggi, in italiano, arabo, inglese, francese e quasi 500 pollici in su. Il suo blog,
fermo a mercoled 13, ora che non c' pi lui ad aggiornarlo, riuscito a contenere
fino a 35 commenti. Da pagina personale a bacheca di commozione, addii, utopia
e umanit e c' chi lancia una campagna per assegnargli il Nobel della pace.
La parete di Facebook continua a riempirsi e si insinua il sospetto che qui e l si
infili un troll, un provocatore della rete. Ogni tanto, inevitabilmente, spunta la
teoria della mano del Mossad, o quella di hamas, anche se il gioco che l'ha
ucciso stato quello israeliano. Un'infinit di ipotesi per una morte inumana e
non credo che lo abbiano ucciso i palestinesi... ma la verit, datemi retta, non la
sapremo mai... andr a far compagnia alle morti di Enzo Balboni, di Ilaria Alpi e
Milan Hrovatin, di Calipari... e potrei continuare... mi fermo per rispetto.

Nel mirino il sito americano di ultradestra stoptheism, dove ism l'acronimo di


International Solidarity Movement, la ong in cui militava Arrigoni. Sulla homepage si legge della sua morte, la notizia, presa da Reuters, corredata da un
macabro invito: Arrivederci, Arrigoni....See this article. Il link rimanda a un
articolo dell'Israel National News in cui si sostiene che i volontari per la Palestina
trasportassero sulle ambulanze armi e terroristi per Hamas. Gli amici di Vik non lo
hanno dimenticato, stoptheism nel gennaio 2009 pubblic una lista agghiacciante:
Vittorio Arrigoni era indicato come il bersaglio numero uno, Jenny Linnel il
bersaglio numero due, a seguire Ewa Jasiewicz e altri cooperanti, il tutto
accompagnato da foto e dettagli, perfino un numero di telefono negli Stati Uniti
per poter segnalare all'esercito israeliano dove puntare il fucile. La rabbia contro i
detrattori di Vittorio Arrigoni apre finestre on line su mondi inconciliabili. Per
questa via si arriva a www.facebook.com/vittorio.nasolungo, un muro eretto contro
Arrigoni da sionismo: informazione e controinformazione. Ieri scrivevano:
Contestavamo le sue idee ed era una battaglia accesa, ma mai avremmo voluto
vedere un simile epilogo: avremmo preferito continuare a... discutere, anche in
maniera animata come abbiamo sempre fatto. Siamo profondamente rattristati. Al
fine di evitare ulteriori strumentalizzazioni di questa tragedia, e in segno di rispetto
per Vittorio Arrigoni e la sua famiglia, la pagina chiuder a breve. Che la terra ti
sia lieve, Vittorio. Agli amici di Vik ovviamente non basta.

IL LUTTO NEL MONDO

2011.04.16

Il segretario Onu, Ban Ki-moon:


Un crimine atroce
Un crimine atroce nei confronti di una persona che vissuta e ha lavorato tra
la gente a Gaza. I responsabili devono essere portati al pi presto davanti alla
giustizia. Ad affermarlo stato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban KiMoon, che dopo avere appreso la tragica notizia della morte di Vittorio Arrigoni,
si detto scioccato e rattristato.
Shock e sconcerto, ieri, si sono materializzati a notte fonda. A dare notizia, in
tempo reale, della barbara uccisione due siti internet: l'inglese Bbc e l'israeliano
Haaretz (che poi nel pomeriggio aggiungeva alle notizie un commento dal titolo
Hamas sta perdendo il treno della storia). In giornata alcuni video di Vittorio girati
a Gaza sono stati caricati sul sito del New York Times e su quello del Guardian.
In due di questi video l'attivista pacifista italiano parla della sua attivit con due
palestinesi, nel terzo racconta del suo arrivo in Palestina nel 2008 e delle ragioni
per cui aveva deciso di unirsi al movimento per rompere il blocco navale.
Nel corso della giornata le reazioni non si sono fatte attendere. La Casa Bianca
ha condannato nei termini pi forti possibili l'uccisione del volontario italiano,
definito un atto di terrore senza senso e vigliacco. Come ha detto il presidente
Barack Obama - ha riferito il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale
della Casa Bianca - non un segno di coraggio o di potere sparare missili contro
bambini che dormono, o far saltare per aria vecchiette su un autobus. Non cos
che si rivendica l'autorit morale, anzi, in questo modo ci si rinuncia.
Alla condanna si unita subito anche l'Unione europea, con le parole dell'Alto
rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, Catherine Ashton:
Si tratta di un atroce assassinio, reso ancora pi deplorevole dal fatto che Arrigoni
da anni aiutava il popolo palestinese nella striscia di Gaza. Rivolgo a tutti un
appello per mettere fine a questa violenza.

intervenuto anche il ministro degli esteri russo, che ha invitato Hamas a


dare la caccia ai killer di Vittorio Arrigoni: Esprimendo le nostre sincere
condoglianze alla famiglia e agli amici di Vittorio Arrigoni, invitiamo le autorit di
Hamas che controllano Gaza a trovare e assicurare alla giustizia coloro che stanno
dietro questo inumano atto di violenza e a fare il possibile per garantire la sicurezza
della regione. La ferocia e l'assurdit di questo crimine - conclude la nota - non
possono essere giustificate in alcun modo.
A differenza degli Usa e dell'Unione europea, che hanno iscritto Hamas nella
lista nera delle organizzazioni terroristiche, la Russia ha mantenuto i contatti con la
sua dirigenza.

2011.04.16

Perch si deve morire per dire la


verit?
Giuliana Sgrena
L'incubo che ti perseguita, notte e giorno, improvvisamente si materializza: un
video su uno schermo, l'iconografia della morte messa in scena come ricatto alla
vita. Un altro, uno di noi: pacifista, giornalista, volontario, uomo, donna ridotto a
merce di scambio, arma di guerra o solo di propaganda. Una persona amica dei
popoli oppressi, che ha speso la vita per sostenere la causa dei pi deboli, viene
barbaramente assassinata.
Non ti lasciano il tempo di pensare cosa fare per salvare Vittorio. Vittorio gi
non c' pi. Dei mostri ce l'hanno portato via, mostri s, altrimenti come si
potrebbe commettere un crimine cos atroce? Come si pu umiliare cos un popolo
che avrebbe bisogno di umanit e non di barbarie? Un crimine commesso
innanzitutto contro i palestinesi da palestinesi obnubilati da un fanatismo che non
ha limiti n frontiere. Quando si fa della religione un mezzo per raggiungere il
potere e della morte uno strumento di lotta ci sar sempre qualcuno che si erger a
difensore pi ortodosso del libro fino a considerare tutti gli altri nemici. Inutile
cercare una logica quando la ragione sfugge agli schemi del fanatismo.
Eppure non vogliamo, non possiamo rassegnarci. Sebbene fare solidariet o
cercare di informare sulle atrocit della guerra (e Vittorio faceva entrambe le cose)
sia sempre pi rischioso.
Nonostante gi le prime immagini di Vittorio non lasciassero molte speranze,
pensavamo che forse l'ultimatum potesse essere un modo per alzare il prezzo, per
segnare la presenza di un nuovo gruppo della nebulosa salafita qaedista sul terreno.
Un terreno sempre pi infido quello di Gaza. Ma non l'unico.
Ricordi e ipotesi: come finir? Dipende da chi sono i rapitori, la prima cosa da
scoprire mi aveva detto Ra'ad, l'ingegnere rapito con Simona Torretta, Simona
Pari e Manhaz. Ed quello che ho cercato di fare quando successo a me.

Scrutavo ogni movimento, ogni atteggiamento per assicurarmi che i miei rapitori
non fossero fondamentalisti e fanatici religiosi, per escludere che appartenessero ad
al Qaeda. Questo serviva solo ad avere qualche speranza di poter uscire viva,
magari con una trattativa, anche se chi sequestra dei civili - peraltro tutti impegnati
a fianco della popolazione locale - non pu essere certamente sensibile alla vita
umana. Non erano forse gi stati uccisi Enzo Baldoni e Margaret Hassan e molti
altri?
Eppure quando non si ha altra risorsa per resistere all'angoscia della prigionia,
anche attaccarsi a un filo pur flebile di speranza serve, come serve un nodo sulla
frangia di una sciarpa per contare i giorni. Ma per Vittorio non ci sono stati giorni
da contare, forse nemmeno ore. Nei momenti pi atroci del mio sequestro pensavo
al modo in cui mi avrebbero uccisa e passavano davanti a me i video dei vari
stranieri ai quali era stata squarciata la gola e consideravo il colpo di una pallottola
il male minore. Almeno fino a quando le pallottole non sono arrivate davvero, ma a
spararle erano americani. Vittorio non stato risparmiato, aveva il viso tumefatto,
di Baldoni sono tornati pochi resti in una piccola cassetta di legno, tanto per dire
che stato sepolto e permettere alla famiglia di elaborare il lutto.
Proprio in questi giorni uscito in Grecia un film documentario sui giornalisti
in Iraq dal titolo Morire per dire la verit. Ma perch si deve rischiare la vita per dire la
verit o per un gesto di solidariet con i contadini o con i pescatori palestinesi?
E perch, ripensando a chi non ce l'ha fatta, insieme all'enorme dolore emerge
quasi un senso di colpa, quella sindrome da sopravvissuto che qualcuno ha
ritrovato nel mio racconto?

2011.04.16

Il pianto sospetto del Palazzo


Iaia Vantaggiato
Un orrendo crimine, una barbarie terroristica che suscita repulsione nelle
coscienze civili. E' una lettera partecipe e accorata quella che scrive il Presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano alla madre di Vittorio Arrigoni.
E' freddo e imbarazzato, invece, il comunicato che esce da palazzo Chigi: In
apertura di seduta il Consiglio ha espresso cordoglio per la drammatica scomparsa
di Vittorio Arrigoni, attivista pacifista militante nell'International Solidarity
Movement, rapito e ucciso a Gaza City, riconoscendone l'impegno da molti anni
profuso nel territorio. Quindi si passa al punto due: il presidente Berlusconi
annuncia al Consiglio la sua intenzione di nominare il signor Sebastiano Musumeci
sottosegretario di Stato al lavoro e politiche sociali.
Per Vittorio, da parte di Berlusconi neanche una parola anche se - secondo
indiscrezioni - il premier avrebbe espresso nella riunione di ieri sdegno e
disprezzo per come stato trucidato il militante pacifista. Ma che motivo c'era per
essere indiscreti? Pi probabile pensare che quelle parole il presidente del
consiglio non le abbia mai pronunciate e che a suggerirle ai cronisti siano stati i
soliti solerti, Letta o Lupi non fa differenza. Giusto per evitare l'ennesima
figuraccia.
Unica voce assente nel coro unanime delle indignazioni quella del presidente
del consiglio, consapevole del fatto che la morte di Vittorio dar un rinnovato
slancio alla Flotilla. Duplice l'imbarazzo del premier che aveva scelto prorio la
giornata di ieri per mostrare al mondo il suo volto pacifista (Libia, l'Italia non
bombarda) ma che solo pochi giorni fa aveva assicurato - dai microfoni di una
radio israeliana - che intendeva impedire che una flotilla diretta a Gaza partisse
nelle prossime settimane aggiungendo di essere guidato dalla convinzione che la
flotilla non sta lavorando per sostenere la pace nella nostra regione.

Ma pi che il silenzio di Berlusconi ad impressionare sono le reazioni - unanimi


- di tutto il mondo politico italiano. Una morte assurda quella di Vittorio e della
quale ancora si sa assai poco eppure l'unica capace di suscitare lo sdegno di tutti. A
cominciare dal centrodestra.
Vittorio era uno di noi. Lo dicono tutti ma non pu essere vero. Arrigoni non
pu essere dei colonnelli di An che - come Gasparri - esprimono improvvisa e
sospetta solidariet a tutte le organizzazioni impegnate nello sforzo umanitario.
E Vittorio - che diceva sempre di odiare i confini, che il mondo e la terra
appartengono al genere umano, che con gli israeliani litigava ma certo non era un
antisemita - non pu essere nemmeno della Lega che dai confini ossessionata.
Era un uomo giovane Vittorio e non mettiamo in dubbio la buona fede del
ministro Giorgia Meloni quando dice che da questa morte si sente incredibilmente
colpita. Ma Vittorio con Azione Studentesca - il movimento di An da cui Meloni
viene - non c'entra niente. Era un antifascista. E come lui tutta la sua famiglia il cui
orgoglioso decoro rende stridente e pacchiana qualsiasi dichiarazione politica.
Vittorio era un pacifista, non un uomo forse animato da motivazioni diverse
dalle nostre, ma in fondo dagli stessi valori e principi dei nostri soldati e dallo stesso
scopo: quello di servire la collettivit, sia essa nazionale sia, nel caso specifico, la
collettivit palestinese, come sostiene il generale Giuseppe Valotto, capo di stato
maggiore dell'Esercito.
Su Vittorio l'Italia s' unita. E nessuno sinora, come fu durante il rapimento di
Giuliana Sgrena, delle due Simone o di Enzo Baldoni, si ancora azzardato a
pronunciare l'ignobile frase: Poteva restare a casa sua. Eppure le esternazioni dei
politici suonano lontane. Tutti sgomenti. Da Fini a Schifani, da Giovanardi a
Formigoni. Ma lo sdegno appare sospetto. Un esercito alla deriva che a Vittorio
non sarebbe piaciuto. Perch lui tutto era tranne che un soldato. Abbiate piet,
come in quella terra stanno dicendo in queste ore ebrei e palestinesi. Zittite le
campane che suonano a morto.

2011.04.16

Senza confini
Manifestazioni in tutta Italia, ieri, per ricordare il pacifista ucciso. A Roma,
circa 500 persone hanno organizzato un presidio per rinnovare l'impegno
della Freedom Flotilla e chiedere che sia fatta chiarezza sulla morte del
cooperante

Geraldina Colotti
Circa 500 persone si sono ritrovate ieri a Roma al Colosseo nel ricordo di
Vittorio Arrigoni. Bandiere rosse della Federazione della sinistra, dell'Usb, della
Freedom Flotilla, delle organizzazioni di sostegno alla Palestina, ma anche molte
persone comuni, venute a salutare l'impegno di un uomo generoso. Tra queste, la
signora Irma, insegnante in pensione, che racconta al manifesto come ha scoperto le
cronache di Vittorio Arrigoni: Durante l'assedio di Gaza - dice -, un parroco stava
raccogliendo soldi per comprare medicinali da inviare ai bambini sotto assedio.
Sono andata a portare il mio contributo alle suore di via delle Tre fontane, e loro
mi hanno detto: "I giornali raccontano tutte bugie, solo Vittorio Arrigoni scrive
cose giuste". Cos ho scoperto i suoi articoli.
Anche Stefania, giovanissima, venuta da sola: Non lo conoscevo - dice senza
nascondere le lacrime - ma leggevo le cose che scriveva. La morte andrebbe sempre
rispettata, ma perch se muore un israeliano ne parlano tutti i giornali mentre se 20
palestinesi perdono la vita non lo sappiamo mai? Vittorio invece lo scriveva.
Alcuni giovani srotolano striscioni con la frase pi nota di Vik, Restiamo
umani, da un altoparlante improvvisato arrivano interventi e ricordi. Occhi lucidi,
ma determinati a proseguire: mettendo di nuovo in mare la Freedom Flotilla, la
spedizione pacifista che salper a fine maggio verso Gaza, organizzando la
manifestazione del 14 maggio. Vittorio avrebbe dovuto essere della partita, invece
sar presente nei nostri ideali, dicono i partecipanti. Arrivano notizie da tutta
Italia: da Cagliari, a Napoli, da Genova a Bologna, sono state organizzate iniziative

per ricordare Arrigoni. Mattias, studente universitario che oggi parteciper alla
manifestazione contro la guerra a Napoli, si dice sconvolto e chiede: Chi ha
armato la mano dei salafiti? Chi aveva interesse a far tacere Arrigoni? Avremmo
dovuto mobilitarci prima, quando stato ucciso il regista Juliano Mer, invece siamo
sempre troppo pochi a scendere in piazza per queste tematiche. E come mai c'
poco interesse tra i giovani? Non ci sono pi analisi che consentano di collegare le
cose a livello internazionale, di capire - dice ancora - al bombardamento dei media
che rendono commestibili termini come "guerra umanitaria" fa da contraltare la
dismissione della sinistra istituzionale e degli intellettuali. Seppur con qualche
distinguo, le grandi organizzazioni di massa non scendono pi in piazza contro la
guerra.
Interviene Fabio, un liceale, il problema - dice - che al massimo si danno
giudizi morali, il massimo Emergency per cui la guerra sbagliata, ma nessuno ci
dice pi che la guerra intrinseca al capitalismo, la continuazione della ricerca
del profitto. Poco distante, Brian, giovanissimo studente peruviano, ha in mano il
libro di Arrigoni: Uno da ammirare - dice -. Sono questi gli esempi per cui essere
orgogliosi, non i vari Saviano. Chiunque sia stato a uccidere Vittorio, ha fallito i
propri obiettivi: in tanti vorranno fare come lui.
Sabrina, una giovane italo-egiziana, seduta insieme a due donne arabe vicino
alla bandiera della Freedom Flottiglia. Viene dal quartiere di Centocelle, foulard in
testa e kefia palestinese: Quando ho avuto la notizia - dice - non riuscivo a
crederci. Dietro l'omicidio c' la mano di Israele che non vuole testimoni e vuole
impedire la partenza della Flottiglia. Si fa avanti Rahima: Condividiamo il
dolore per Vittorio, uno dei tanti caduti di Palestina. Chi cerca di dire la verit
viene ucciso, chi ha soldi ha ragione e i poveri sempre torto, ma bisogna continuare
a battersi contro l'ingiustizia e la violenza, non possiamo diventare tutti satana,
dobbiamo conservare un'anima. Vittorio oggi qui con noi.
E Samir Al Qaryouti, giornalista palestinese, afferma: La mano che ha ucciso
Arrigoni quella dei salafiti, che non hanno peso a Gaza, ma gli interessi che ci
sono dietro sono altri. Da sessant'anni accogliamo giornalisti internazionali in
Palestina, alcuni dei quali anche ostili, senza che mai sia stato fatto loro un torto.
Con Vittorio hanno voluto colpire un simbolo, mandare un messaggio al popolo

italiano, europeo, agli attivisti. Per Al Qaryouti, l'obbiettivo di Netanyau quello


di eliminare il rapporto Goldstone e la possibilit che il massacro di Gaza arrivi alla
Corte penale internazionale. Netanyau - dice - teme l'isolamento in cui si trover
Israele a seguito delle rivoluzioni arabe, soprattutto di quella egiziana, che sgorgano
dal grembo dei popoli. Rivoluzioni che rimetteranno la questione palestinese sul
binario giusto. Ossia? Uno stato nel rispetto delle risoluzioni Onu, frutto della
lotta dei popoli e non degli accordi di Oslo o di quelli di Camp David.
Al microfono, si susseguono gli interventi delle associazioni come Forum
Palestina o Con la Palestina nel cuore. Per tutti, qui, l'idea che dietro la mano che
ha ucciso Arrigoni vi sia l'interesse israeliano a dare un segnale: State alla larga da
Gaza e dalla Palestina.
Roberto Natale, della Federazione nazionale della stampa parla della domanda
di verit che ha espresso Arrigoni. Una domanda troppo spesso disattesa da molti
giornalisti per i quali 4 lavoratori palestinesi morti per il crollo di un tunnel a
Rafah non fanno notizia. Una domanda di verit da rivolgere anche al governo
italiano perch sia fatta piena luce sulla morte di questo nostro grande
compatriota. Grande come i tanti garibaldini provenienti da fuori per costruire
libert senza frontiere. Toccanti le parole di Salvatore Bonadonna, di
Rifondazione comunista: Non subiremo il ricatto di Israele, non copriremo le
infamie che compie ogni giorno contro il popolo palestinese. Saremo con voi,
faremo la nostra parte. Ci potete contare. Ci puoi contare, Vittorio. E per tornare
a casa, il corpo di Vittorio non dovr passare da Israele, ma da Rafah o
direttamente dal mare.

2011.04.16

I FUNERALI
Contadini e pescatori: addio, scudo umano Vik

stata allestita nel porto di Gaza - proprio nel punto dove alcuni anni fa sbarc
per la prima volta da un'imbarcazione che portava aiuti umanitari per i palestinesi
della Striscia - la tenda che ieri ha accolto centinaia di palestinesi e i pacifisti
internazionali (tra cui quelli delle ong italiane) che hanno manifestato il loro
cordoglio per la morte di Vittorio Arrigoni. Fra i molti visitatori c'erano anche
alcuni esponenti di Hamas, il movimento islamico che governa la Striscia (ad
esempio Ghazi Hammad, viceministro degli esteri nell'esecutivo di Ismail Haniyeh)
ma soprattutto tante persone comuni, gli umili con cui Arrigoni fraternizzava e di
cui narrava le sofferenze quotidiane di una vita sotto occupazione militare. C'erano
i pescatori e i contadini per i quali Arrigoni aveva fatto da scudo umano,
evitando che i soldati israeliani gli sparassero addosso mentre raccoglievano il
prezzemolo a ridosso del confine con lo Stato ebraico o si avventuravano con le
loro imbarcazioni nello specchio di mare proibito a causa dell'assedio. Hamas ha
anche voluto esprimere il proprio dolore per l'uccisione dell'attivista italiano
organizzando un corteo di protesta che, dopo aver attraversato alcune strade di
Gaza, si concluso di fronte agli uffici locali delle Nazioni Unite. Il cordoglio
forte anche sulla stampa locale. L'associazione dei giornalisti di Gaza ha
proclamato tre giorni di lutto e ha indetto una manifestazione di commemorazione
in un locale - il Gallery - che Arrigoni era solito frequentare. il minimo che
possiamo fare per il nostro amico ha detto uno degli organizzatori.

2011.04.16

Una vittima della barbarie


Maurizio Matteuzzi
Restiamo umani anche nei momenti pi difficili, soleva ripetere Vittorio
Arrigoni a sua madre e a noi. Questo, adesso, il pi difficile. Non solo per la sua
morte orribile, epilogo tragico, per degno e glorioso, di una vita piena e bellissima.
Vittorio, militante orgogliosamente filo-palestinese e ferocemente critico - dalla sua
postazione di testimone oculare - delle nefandezze israeliane a Gaza, non ha avuto
neanche la ventura di cadere per mano delle truppe di occupazione, come fu per la
pacifista americana Rachel Corrie schiacciata da un bulldozer israeliano nel 2003.
Vittorio caduto per mano palestinese, e questo rende ancor pi orrenda la sua
fine. E pi grande la nostra rabbia.
Non staremo qui a riproporre il giochino del cui prodest. Anche se l'a chi giova ha
una sua logica irresistibile, e a chi giovi la scomparsa in un inferno come Gaza di
un testimone scomodo come Vittorio non c' bisogno di dirlo.
Non staremo qui neanche ad abbaiare alla luna per quei siti israeliani che da
tempo mettevano Vittorio (con tanto di foto) in testa alla lista degli anarchicicomunisti da liquidare; n a scandalizzarci per il sarcasmo (dis-umano?) con cui
viene salutato gioiosamente il suo assassinio: Arrivederci Arrigoni. Questa la
classica gratitudine araba.
Neppure ci soffermeremo sulla ridda di proclami dei diversi gruppi e
gruppuscoli presenti a Gaza per dichiararsi estranei a quell'indecenza: salafiti,
jihadisti, qaedisti... Per quale colpa morto Vittorio Arrigoni?, scrive uno di loro.
Gi, per quale colpa e morto Vittorio Arrigoni, rivoluzionario pacifista e
scomodo (scomodo fino alla morte) testimone oculare?
L'ha ucciso la barbarie.
La barbarie dell'islamismo radicale. Quello dei salafiti, jihadisti o qaedisti che
pensano di rispondere agli attacchi dei crociati tagliando teste e strangolando

infedeli come Vittorio; e quello dei rispettabili sauditi che siedono in tanti
consigli d'amministrazione del civile occidente.
La barbarie di un lager a cielo aperto come quello che Israele ha aperto a Gaza
e al suo milione e mezzo di abitanti, con l'appoggio di Stati uniti ed Europa, e dei
loro clienti arabi (adesso in graticola).
La barbarie di quella logica della guerra denunciata ieri dai visionari naives di
Emergency, che toglie vita e dignit ai cittadini del mondo, da Gaza a Tel Aviv, da
Kabul a Misurata, da Haiti a Lampedusa. La stessa logica che ha ucciso
Vittorio.
La barbarie delle guerre umanitarie che di umanitario - e di umano - non
hanno nulla se non il tentativo di perpetuare dominio e sopraffazione - economica,
politica, culturale, razziale - apparentemente naturali.
In queste ore e nei prossimi giorni ascoltiamo la litania delle condoglianze
generalizzate per la barbara morte di Vittorio. Che non sia invano, che serva a
rilanciare il processo di pace, che faccia cessare la violenza... Una litania
insopportabile, falsa, ipocrita.
Pi seria l'Unicef: La morte di Vittorio, assurda, atroce, perch colpisce un
portatore di pace, non sia l'ennesima luce a intermittenza che risveglia ciclicamente
la comunit internazionale svelando e poi oscurando il dramma collettivo di una
popolazione che ogni giorno si fa sempre pi insostenibile e ingiusto e che alimenta
odio, rancore e morti inutili senza mai arrivare a soluzioni concrete. Parole
peraltro destinate a restare senza effetto. Vittorio avr un bel funerale, poi tutto
continuer come prima. Ci saranno altri Vittorio, nel mondo, e in Palestina.
La morte barbara di Vittorio sollecita alcune domande. Tutti (tutti) sanno che
fino a quando non si trover una soluzione minimamente accettabile ed equa del
nodo Israele-Palestina non ci sar pace in Medio Oriente. Ma come mai la
primavera araba, che va dal Magreb al Mashreq e scende nell'Africa subsahariana, non tocca la Palestina (e Israele)? Come mai la guerra umanitaria o la
no-fly zone o qualsiasi altro marchingegno della volenterosa comunit
internazionale non arriva mai in Palestina (e Israele)? Per queste domande (e
risposte) Vittorio si battuto. Per questo stato barbaramente ucciso.

2011.04.16

Il nuovo attivismo che coinvolge i


giovanissimi
Michelangelo Cocco
Dopo la morte del nostro Stefano Chiarini, Vittorio Arrigoni era diventato il
testimonial della causa palestinese in Italia. Con gli articoli scritti per il manifesto,
il suo blog su internet, gli interventi via Skype durante le manifestazioni contro i
bombardamenti a Gaza, aveva fatto compiere un balzo generazionale alla
narrazione dell'occupazione israeliana contro un popolo indifeso. Dalle analisi
articolate, tutte politiche di Stefano, col suo numeroso seguito di parlamentari,
esperti del mondo arabo, vecchi compagni legati a Fatah e ai partiti della sinistra
palestinese, a un nuovo attivismo fondato anzitutto sulla testimonianza diretta e
una profonda coscienza umanitaria.
Restiamo umani, il titolo del libro di Vittorio, l'auspicio con cui concludeva
tutti i suoi articoli per il manifesto, era una rivendicazione d'identit: prima che
persone di sinistra, profondi conoscitori della battaglia di un popolo, giornalisti,
siamo anzitutto esseri umani e in quanto tali ci dobbiamo impegnare affinch ai
palestinesi siano garantiti diritti umani e civili, obiettivo che secondo Vittorio si
sarebbe potuto raggiungere soltanto con la nascita di uno Stato unico per arabi ed
ebrei. Non a caso uno dei nickname che utilizzava su internet era "Vik utopia".
Questa sua utopia politica, questo profondo slancio umanitario riuscito a
trasmetterlo a centinaia di persone che lo seguivano sul web.
Vittorio, con la sua erre moscia, la coppola, la pipa, i tatuaggi e l'eloquio lento,
seducente, aveva un'incredibile capacit di avvicinare i pi giovani alla causa
palestinese. Gli strumenti che utilizzava erano quelli di una categoria poco diffusa
nella nostra provinciale Italia: il media attivista. Con le immagini girate da una
telecamera digitale, la sua faccia da ragazzone buono e le sue denunce del
trattamento che Israele riserva ai palestinesi di Gaza sciorinate come versi di una

canzone triste, era capace di arrivare pi lontano di chilometri d'inchiostro riversati


sulle colonne dei giornali.
Con il suo barbaro omicidio abbiamo perso non solo un compagno che credeva
sinceramente in quello che faceva, ma anche un grande comunicatore di un nuovo
modo d'intendere la solidariet con la Palestina. Ma le radici che Vittorio ha
contribuito a piantare sono profonde. Sono inserite in una rete che collega Gaza e
la Cisgiordania occupata ad attivisti sempre pi numerosi e determinati negli Stati
Uniti, in Israele, in Europa. Gruppi di base, formati in gran parte di giovanissimi,
che hanno abbracciato tattiche spettacolari e rischiose, come le Flottiglie che
tentano di sbarcare sulla costa di Gaza per romperne l'assedio o l'interposizione tra
gli oppressori israeliani e gli oppressi palestinesi che negli ultimi anni costata la
vita a due amici di Vittorio, Rachel Corrie e Tom Hurndall.
Aggregazioni che si battono per il boicottaggio e l'isolamento internazionale
d'Israele, considerato l'unica arma per costringere i governi di Tel Aviv a rispettare
le decine di risoluzioni Onu che chiedono l'autodeterminazione dei palestinesi ma
che sembrano diventate carta straccia. Si pu essere d'accordo o meno sulla tattica
del boicottaggio, ma un dato di fatto che i gruppi che lo promuovono sono attivi,
in costante crescita e riempiono in parte il vuoto politico apertosi da quando i
partiti della sinistra hanno abbandonato completamente la solidariet con la
Palestina. Tutti, dal centro-sinistra alla sinistra radicale, dopo l'11 settembre sono
rimasti ammutoliti, terrorizzati dalla possibilit di apparire come fiancheggiatori
dell'islam fondamentalista. Tutti tranne Vittorio e, via via, centinaia di persone che
hanno scelto di restare umani praticando un'altra solidariet.

2011.04.17

In memoria di unutopia concreta


Alfredo Tradardi
(Coordinatore di Ism-Italia)
Di Vittorio e della sua Utopia concreta i lettori del manifesto sanno gi molto e
quindi di lui mi limito a dire che stato un non-eroe, mite e positivo, che ha
percorso ogni angolo della Striscia di Gaza con la sua umanit, densa e intensa. Un
non-eroe, in un periodo nel quale di questo termine si fa un grottesco abuso.
Qualche cosa va invece detto sul contesto nel quale si trova ad operare un
attivista dell'International solidarity movement (Ism) che un movimento
palestinese impegnato a resistere all'occupazione israeliana usando i metodi e i
principi dell'azione-diretta non violenta. Ism, fondato da un piccolo gruppo di
attivisti palestinesi nel 2001, ha l'obiettivo di sostenere e rafforzare la resistenza
popolare assicurando al popolo palestinese la protezione internazionale e una voce
con la quale resistere in modo non-violento alla schiacciante forza militare
israeliana di occupazione.
Secondo Ism l'occupazione non pu essere sconfitta solo con le parole;
l'occupazione, l'oppressione e la dominazione possono essere battute soltanto nello
stesso modo in cui sono state costruite - attraverso l'azione delle persone. L'esercito
israeliano e l'occupazione israeliana possono essere sconfitte da una resistenza
strategica, disciplinata e disarmata, utilizzando le risorse effettive che i palestinesi
possono mobilitare - compresa la partecipazione internazionale.
Nell'aprile 2002, con l'aiuto di palestinesi e di attivisti internazionali l'Ism riusc
a contrastare l'esercito israeliano durante due delle sue maggiori operazioni
militari, entrando e sostenendo coloro che erano intrappolati nel compound
presidenziale a Ramallah e nella Chiesa della Nativit a Betlemme.
La partecipazione internazionale fondamentale per almeno quattro ragioni: la
presenza internazionale pu assicurare un certo grado di protezione per i
palestinesi coinvolti nella resistenza nonviolenta, per i messaggi ai media, come

testimonianza personale e trasmissione di informazioni e per rompere l'isolamento


e dare speranza.
Ma gli internazionali dell'Ism non sono in Palestina per insegnare la resistenza
non-violenta. I palestinesi resistono in modo non-violento ogni giorno. L'Ism
fornisce sostegno alla resistenza palestinese contro l'occupazione e alla loro richiesta
di libert attraverso le seguenti attivit: azioni dirette non violente, mobilitazioni di
emergenza e documentazione. Da tutti questi punti di vista Vittorio Arrigoni
stato un attivista che ha svolto i compiti indicati con una continuit e un'efficacia
singolari.
Gaza. Restiamo umani costituir il breviario di tutti gli attivisti impegnati in
Palestina e in altre zone del mondo a difesa dei mondi offesi, degli oppressi e dei
diritti umani. Non un caso se Ilan Papp, l'autore del fondamentale La pulizia
etnica della Palestina, ne ha scritto la prefazione per l'edizione inglese.
Ovviamente, malgrado quanto sostenuto oggi da alcuni opinionisti sui maggiori
media italiani, Ism non fa riferimento a nessun partito politico palestinese.
Il movimento aperto a tutte le persone e a tutti i gruppi che scelgono le azioni
dirette non violente e altre forme di resistenza disarmata come metodo per opporsi
e per sfidare l'occupazione israeliana.
Ism non riceve fondi da partiti politici palestinesi o dall'Autorit Nazionale
Palestinese.
Ism-Italia, che il gruppo di supporto italiano dell'Ism Palestinese in
particolare impegnata nel sostegno delle campagne dell'Ism palestinese, nella
campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) lanciata dalla societ
civile palestinese il 9 luglio del 2005, e nella promozione di strumenti critici che
permettano di superare la crisi attuale del movimento di solidariet con la
resistenza palestinese, italiano e europeo.
Ne fanno testo per quest'ultimo punto la promozione della traduzione italiana
del saggio di Ilan Papp gi citato, delle poesie di Aharon Shabtai, del saggio di
Ghada Karmi Sposata a un altro uomo - Per uno stato laico e democratico nella
Palestina storica e del saggio di Yitzhak Laor Il nuovo filosemitismo europeo.

Forme, anche queste, di una Utopia concreta che dedichiamo con profonda
commozione alla memoria di Vik Utopia.

Il processo
!
Il processo a rapitori ed assassini di Vittorio cominci l8 settembre 2011 in unaula della
Corte Militare di Gaza City affollata di amici e sostenitori dellattivista italiano. Presente anche
lavvocato della famiglia Arrigoni, Gilberto Pagani. Alla sbarra quattro giovani: Mahmud Salfiti,
Tarek Hasasnah, Amer Abu Ghoula e Khader Jram. Assenti altri due rapitori, il capo del gruppo
Abdel Rahman Breizat e il suo braccio destro Bilal Omari, uccisi dalla polizia di Gaza poco dopo
lassassinio di Vittorio. Nelle udienze successive, la difesa tenta prima la carta delle confessioni
estorte con la violenza, e poi quella di un omicidio pianificato da Breizat e Omari del quale erano
alloscuro gli altri membri del gruppo, convinti che Vittorio sarebbe stato scambiato con il leader di
Tawhid wal Jihad, in carcere a Gaza.
Nei mesi successivi gli imputati cambiano versione e affermano che Vittorio era stato sequestrato
per tutelare le tradizioni e i modi di vivere della gente di Gaza, poich litaliano frequentava
donne palestinesi. I giudici militari non credono a questa versione e il 17 settembre 2012 infliggono
il carcere a vita a Mahmud Salfiti e Tamer Hasasna e 10 anni a Khader Jiram. Condannato a
piede libero il fiancheggatore Amr al Ghoula.
Cinque mesi dopo, la Corte Militare di Appello riterr i condannati colpevoli di sequestro di
persona e omicidio ma riduce la pena a 15 anni per Salfiti e Hasasna, a 5 per Jram.

L'ASILO VITTORIO ARRIGONI


A KHAN YUNIS, GAZA,
PALESTINA
Il 15 aprile 2014 sar il terzo anno della nostra vita che passiamo senza avere
accanto, senza poter leggere gli scritti di Vittorio Arrigoni.
Era il 15 aprile del 2011, e da due settimane mani ignote ed assassine avevano
sparato sul corpo disarmato di Juliano Mer khamis.
Anche Vittorio era disarmato, era solo armato di un grande amore per il popolo
palestinese.
Oggi conosciamo e si parla molto di Flotilla,Vittorio vi ha partecipato fin
dallinizio e solo a uomini come lui poteva capitare di osare qualcosa del genere.
una piccolissima imbarcazione che parte da un piccolo porticciolo e si dirige in
mare aperto verso la Palestina, che per alcuni nemmeno esiste.
Arrivato in Palestina Vittorio vede e non riesce pi ad andare via..anche
quando rientra in Italia per brevi periodi il suo cuore, la sua testa restano nelle case,
nei campi di prezzemolo, sulla spiaggia di Gaza.
Oggi ci mancano Juliano e Vittorio.
Per noi, attivisti schierati con il popolo palestinese e la resistenza
alloccupazione, essi sono ancora tra noi e vogliamo mantenerne viva non solo la
memoria, ma anche i loro ideali di giustizia e di uguaglianza.
Il Coordinamento della Freedom Flotilla italia e lAssociazione DIMA nel 2013
hanno iniziato a raccogliere fondi per istituire un asilo a Gaza, gestito
dallassociazione palestinese Ghassan Kanafani, e vogliamo che sia dedicato a
Vittorio Arrigoni. Ci pare che una scuola, strumento che aiuta a crescere nel segno
della propria storia, sia adeguata per ricordare Vittorio e il suo legame con la
Palestina.

La raccolta dei fondi a buon punto e possiamo raggiungere pienamente la


cifra necessaria per far partire lasilo, e per questo chiediamo di sostenere il
progetto con un ultimo sforzo.
Il 30 marzo 1976 lo stato dIsraele soffocava nel sangue una protesta in Galilea
uccidendo sette palestinesi e ferendone decine. Da allora il 30 marzo di ogni anno il
popolo palestinese celebra la Giornata della Terra.
Anche nel 2014 organizzeremo iniziative in ogni parte del paese per ricordare
questa giornata ed il suo significato.
Invitiamo il manifesto, e tutte e tutti, a sostenerci in questa utopia, per fare in
modo che a partire da questo terzo anniversario le bambine e i bambini di Gaza
abbiano un luogo sereno dove essere aiutati a crescere in armonia con la propria
storia, senza dimenticarne le radici.

!
LE DONAZIONI POSSONO ESSERE EFFETTUATE :
ON LINE : con carta di credito sul sito della Freedom Flotilla Italia (icona
donate nella colonnaa sinistra) sulla carta PayPalnumero 5338750110925023
BONIFICO BANCARIO: Conto 5000 1000 65881 di Banca Prossima S.p.A.
intestato a Associazione Dima IBAN IT83 Q033 5901 6001 0000 0065 881
A donazione effettuata, inviare mail aroma@freedomflotilla.itconnome e mail,
cos sarete aggiunti alla lista dei donatori.
Per qualsiasi altra informazione, chi volesse organizzare iniziative pu scrivere a:
Francesco Giordano f.giordano52@gmail.com

!
Freedom Flotilla Italia
Associazione DIMA

RINGRAZIAMENTI
Ringraziamo Dario Rovere per aver donato la foto di copertina.
Selezione dei testi a cura di Michele Giorgio, editing di Matteo Bartocci,
elaborazione copertina thePrintLabs/Alessandra Barletta.

!
Il manifesto desidera ringraziare Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni per
aver creduto in questo libro e nel suo significato.

!
Insieme alla famiglia, agli amici e ai compagni di Vittorio invitiamo a sostenere:

FONDAZIONE VIK UTOPIA


!
La Fondazione VIK UTOPIA ONLUS nata nel Maggio 2012, ottenendo nel
2013 il riconoscimento come ONLUS e si costituita per volont delle signore
Egidia Beretta ed Alessandra Arrigoni per onorare la memoria di Vittorio Arrigoni
e continuare la sua azione disinteressata di impegno civile a servizio del bene
comune, dei diritti umani e della giustizia. Persegue esclusivamente finalit di
solidariet sociale nei settori dell'assistenza sociale, della beneficenza e della tutela
dei diritti civili a favore di persone o comunit bisognose, anche appartenenti a
collettivit estere, nonch di diffusione della cultura della giustizia e della pace.
Sostiene ogni iniziativa e progetto utile a garantire leffettivo accesso ai diritti
fondamentali delluomo quali quello alla vita, alla salute, allistruzione, alla casa e al
lavoro.
In sintesi, la Fondazione vuole essere espressione concreta, segno e
testimonianza dei valori di solidariet che hanno ispirato la vita di
Vittorio.


La Fondazione ha sinora partecipato al cofinanziamento di due progetti, entrambi
nel 2013.
Con DEBRA ITALIA ONLUS - Associazione Nazionale per la Ricerca
sullEpidermolisi Bollosa ha sostenuto un progetto per lintegrazione sociale e lo
sviluppo delle abilit intellettuali dei minori affetti da Epidermolisi Bollosa (EB)
nella Striscia di Gaza.
LEpidermolisi Bollosa (EB) una malattia genetica rara spesso definita
Sindrome dei bambini farfalla con riferimento alla fragilit della loro pelle che
ricorda quella delle ali di una farfalla. Questa alterazione genetica provoca
lestrema fragilit della pelle e la formazione continua di vesciche che pu avvenire
spontaneamente o in seguito a traumi anche di lievissima entit. Le vesciche, in
taluni casi, non sono limitate alla cute ma possono interessare anche diverse
mucose quali la mucosa orale, esofagea, lo stomaco e lintestino, i polmoni, la
vescica, i genitali e gli occhi. Non esiste una terapia specifica e risolutiva per questa
malattia. Il trattamento delle lesioni cutanee e delle complicanze solo sintomatico.
Oltre alle lesioni cutanee che caratterizzano la malattia (che assomigliano ad
ustioni di terzo grado), i bambini spesso sviluppano articolazioni deformate e
contratture della mano. Vivere con l EB una condizione ad alta complessit
clinica ed elevato impatto sociale. La scarsa conoscenza della malattia comporta
l'isolamento delle persone colpite e delle loro famiglie. Una volta diagnosticata la
malattia nei primi giorni di vita, infatti, i bambini di Gaza restano confinati
allinterno del nucleo familiare. LEB una malattia cronica e come tale pu
incidere sulle dimensioni pi intime e personali non solo dei pazienti ma anche di
coloro che se ne occupano direttamente, quindi i genitori, i fratelli o le sorelle.

!
La Fondazione intervenuta nella fase II del progetto di DEBRA (da giugno a
Novembre 2013)
che ha previsto, tra laltro, la Creazione di unassociazione locale di supporto ai
pazienti e alle loro famiglie, la fornitura di materiale per le medicazioni della pelle,
programma di visite a domicilio dei pazienti, un programma estivo di attivit

ludico- ricreative per i minori e di incontri di socializzazione tra i pazienti e i loro


familiari e un programma di integrazione scolastica.

!
Il secondo progetto cofinanziato dalla Fondazione, a fine anno 2013, riguarda
sempre il diritto alla salute.
Lassedio imposto sulla Striscia di Gaza da Israele dal 2007 e le conseguenti
limitazioni allapprovvigionamento di carburante ed elettricit in combinazione
con le limitazioni imposte allimportazione di materiali da costruzione, medicinali,
dispositivi e attrezzature mediche ha progressivamente indebolito la capacit del
sistema sanitario di investire nel miglioramento dei servizi e di rispondere alle
esigenze dei pazienti, aggravando l'isolamento del sistema sanitario di Gaza dal
mondo esterno.
LAssociazione Sunshine4Palestine si costituita nel gennaio 2013 con lo scopo
di costruire un impianto fotovoltaico che rendesse energeticamente indipendente
per 24 ore al giorno il Jenin Charity Hospital di Gaza, che soffre terribilmente dei
tagli energetici e, nonostante sia stata equipaggiato di macchinari estremamente
moderni, a causa della carenza di elettricit non pu funzionare che per poche ore
al giorno.

!
Il progetto dellimpianto fotovoltaico prevede linstallazione di tre moduli
separati che permetteranno il funzionamento dellospedale 24 ore su 24.

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Il primo modulo di 56 pannelli , finanziato dalla Fondazione, gi stato
installato sul tetto dellospedale che ora dispone di 8 ore al giorno di elettricit in
autonomia.
Bulciago, 3 marzo 2014
Egidia Beretta

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Per donazioni:
FONDAZIONE VITTORIO ARRIGONI VIK UTOPIA Onlus
Iban: IT 62 Z 05428 51000 000 000 001975
Banca Popolare di Bergamo Filiale di Bulciago

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Per donare il 5 x 1000 nella dichiarazione dei redditi:
C.F. 97624110157

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