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UNO PSICOLOGO NEL LAGER

L’autore Viktor E. Frankl, che ha vissuto personalmente l’esperienza dei Lager


ripercorre in questo libro le tappe della cosiddetta “discesa all’inferno “ che lo
indussero alla scoperta della logoterapia e del trattamento psicoterapeutico,grazie ai
quali oggi è famoso in tutto il mondo.

Questo volume,apparso nel 1946,costituisce una testimonianza di una qualità


eccezionale,all’interno della quale sono evocate con grande precisione le fasi
attraverso cui sono passati i deportati nel corso di questa sconvolgente esperienza.

Perché leggere questo libro? Uno psichiatra che ha personalmente vissuto e superato
quell’orrore, è degno di essere ascoltato. Durante la sua prigionia in un Lager,gli fu
sottratta ogni cosa: suo padre,sua madre,suo fratello e sua moglie morirono nel
campo di concentramento o furono subito inviati nella camera a gas,cosi che,tranne
per la sorella,tutta la sua famiglia morì in questi campi. Gli tolsero quindi ogni suo
avere,vide distrutti tutti i suoi valori, soffrì fame,freddo e brutalità, temendo la morte
ogni piccolo attimo.

Il lettore apprende molto da questi frammenti autobiografici: impara che cosa fa un


essere umano quando all’improvviso capisce di essere in possesso di nulla,tranne di
qualche resto di questa spoglia e inutile vita.

Leggendo queste pagine non possiamo evitare il paragone tra ViKtor Frankl e
Sigmund Freud: questi due grandi medici si interessano soprattutto alla natura e alla
cura delle neurosi,ma trovano le cause di esse in diversi fattori. Freud trova la causa di
questi turbamenti in motivi inconsci,mettendo il luce la frustrazione della vita
sessuale,mentre Frankl attribuisce la causa al fallimento del malato che non sa dare
un significato e un senso di responsabilità alla propria esistenza,mettendo quindi in
luce la frustrazione del will-to-meaning (volontà di attribuire un significato alla vita).

Fame,umiliazione,paura,rabbia profonda per le ingiustizie subite sono i grandi temi di


questo libro..sentimenti che divengono sopportabili grazie alla contemplazione della
persona amata,grazie alla religione,a un certo umorismo,ai fuggevoli sguardi che i
prigionieri possono lanciare a quelle poche bellezze della natura presenti in quei
campi,come un albero o un tramonto. La sola cosa che resta ai prigionieri è la capacità
di scegliere un certo atteggiamento nei confronti del proprio destino e delle situazioni
che capiteranno.

Non si parla delle sofferenze e della morte dei grandi eroi o martiri,ma piuttosto delle
piccole vittime e della piccola morte di una grande massa. In questa lotta per il pane
quotidiano,per mantenere o salvare la vita,tutti i mezzi erano leciti,anche purtroppo i
più radicali. Si lottava senza pietà per i propri interessi. Infatti se vi era in programma
un trasferimento,una selezione di un certo numero di internati inabili al lavoro poiché
deboli e malati,destinati ad essere uccisi in un campo centrale,provvisto di camere a
gas e crematoio, ecco che iniziava la lotta di tutti contro tutti. Ognuno cercava di
proteggersi e di proteggere in qualche modo chi gli sta vicino,mettendolo al sicuro dal
trasporto con qualche sotterfugio,o facendo “esonerare” dalla lista il proprio numero.
Parliamo di numeri perché nei campi di concentramento,come ad Auschwitz, ogni
uomo rappresentava ,letteralmente solo un numero. Lo stesso Frankl era spoglio di
ogni suo avere e documento, rappresentava un semplice internato con il numero
119.104, impegnato,per la maggior parte del tempo,nel mantenimento delle linee
nella costruzione di ferrovie. È curioso a questo punto sapere che in un primo tempo
l’autore non voleva pubblicare questo libro con il suo nome,ma solo con il suo
numero,per non esibire le sue esperienze personali. Si convinse poi che una
pubblicazione anonima avrebbe perso in parte il suo valore,in quanto il coraggio di una
confessione ne aumenta il valore.

Nel riordinare le principali fasi nei di concentramento dobbiamo distinguere:

• La fase dell’accettazione dei Lager;


• La fase della vita vera e propria nei Lager;
• La fase della liberazione dal Lager.

Per quanto riguarda la prima fase, la prima reazione è proprio lo choc


dell’accettazione. Lo stesso autore,come gli altri prigionieri,durante il viaggio su
quei vagoni ghiacciati, credeva che il convoglio fosse destinato a una fabbrica di armi
e munizioni,nella quale fosse costretto a lavorare. Ma di fronte al cartello
“AUSCHWITZ” sentì il cuore fermarsi. Auschwitz era un concetto
orribile,l’incarnazione di idee terribili come camere a gas,crematori ed assassinii in
massa. Alla luce dell’alba affioravano così i contorni di quel mostruoso campo: recinti
di filo spinato,torri di controllo,riflettori,colonne,figure umane vestite di brandelli.

Tutti di fronte alle SS ,ai loro volti e alle loro guance paffute ,si aggrappavano a
speranze. Ma non sapevamo ancora che quelle persone erano solo un gruppo di
internati scelti per accogliere i convogli di migliaia di uomini che ogni anno
giungevano alla stazione. Lo scoprirono solo la sera quando gli fu ordinato di lasciare
nel vagone tutti i loro bagagli,scendere dal treno,riunirsi in due colonne,una di donne e
una di uomini,a destra si andava al lavoro ed a sinistra in un Lager di inabili e malati,e
sfilare infine di fronte a un alto ufficiale,che avrebbe scelto il loro destino. È cosi che in
quella prima sera,la maggior parte di loro ebbe una reazione inattesa: affiorò
l’umorismo della disperazione,si sforzavano di ironizzare angosciosamente su loro
stessi e sugli altri,sopravvenne la curiosità,la curiosità di sapere se se la sarebbero
cavata o no ,e nei giorni seguenti la curiosità cedette alla sorpresa e compresero
quanto fosse vera la frase di Dostojewskj che definisce l’uomo come l’essere che si
abitua a tutto. Scoprirono infatti che molte delle loro convinzioni erano errate,erano
solo frutto della loro abitudini: per esempio erano convinti che non si sarebbero mai
addormentati,anche con un solo rumore proveniente dalla stanza vicina;ed invece
videro poi che non appena si sdraiavano,cadevano in un sonno profondo.

Per quanto riguarda la seconda fase,quella della vita nei Lager, i sintomi che ho
appena descritto cominciarono a mutare dopo alcuni giorni: gli internati scivolarono
infatti nell’apatia, nell’ indifferenza (a poco a poco morirono
internamente,soffocando le proprie emozioni); nella nostalgia per la gente di
casa,una nostalgia così grande da suscitare il solo desiderio di morire; nel
disgusto,per tutte le brutture che li circondavano ( per esempio ogni internato era
vestito come tutti gli altri di stracci;tra le baracche non c’era che melma e più si
lavorava per eliminarla e più essa aumentava.).
Tutti questi sentimenti,l’apatia,il torpore,l’indifferenza interna,l’insensibilità,l’orrore,
divennero necessari meccanismi di autodifesa della psiche e resero così l’internato
PRIVO DI EMOZIONI: anche quando i detenuti venivano picchiati per i più futili motivi,o
senza alcun motivo, non vi era più nessuna reazione.

Nei campi di concentramento diventavano ossessivi anche i pensieri di cibo e piatti


speciali: chi non conosce per davvero la fame,trova molto difficile capire i conflitti
interni che agitano un affamato;chi non ha mai vissuto un’esperienza del genere non
potrà mai comprendere cosa significa stare in un fosso a lavorare,e nel frattempo
sperare che arrivi presto mezzogiorno per quella mezz’ora di riposo e la distribuzione
di poche briciole di pane.

In questo secondo stadio dell’adattamento psichico inoltre tace l’istinto sessuale: nei
sogni e nei discorsi dei prigionieri non affioravano quasi mai contenuti sessuali,come
avveniva in altre caserme simili;al contrario vi era la nostalgia dell’amore vero e
proprio e di altre emozioni più elevate.

L’uomo nei Lager,si sentiva come una parte piccolissima di una grande massa,il suo
essere decadeva al livello dell’essere di un gregge. Essi venivano trascinati qua e
là,senza pensare o volere,venivano spinti insieme o separati con violenza proprio
come un gregge di animali. Si era presi allora da un profondo desiderio di restare soli
con se stessi,con i propri pensieri. Lo stesso autore,più volte,quando fu trasferito in un
altro Lager bavarese,il cosiddetto Schonungslager, nel quale gli fu concesso di
lavorare come medico durante una grande epidemia di tifo petecchiale , si
abbandonava nella solitudine,ripercorrendo gli avvenimenti passati,sognando di
rivedere i suoi cari e soprattutto la sua amata moglie.

Infine una bandiera bianca che sventolava, segnava la fine della seconda fase e l’inizio
della liberazione,il ritorno alla realtà. Ma quale fu la realtà? Gli internati si guardavano
intorno timorosi e increduli,interrogandosi l’un l’altro con lo sguardo. La parola libertà
era ormai cancellata dai loro pensieri e logorata da quei lunghi e faticosi anni trascorsi
in prigionia. Tutto sembrava irreale,inverosimile,un SOGNO: troppo spesso i sogni si
erano presi gioco di loro,quante volte avevano sognato il giorno della libertà,di tornare
a casa,di salutare gli amici,abbracciare i cari. Ed ora che questa libertà era divenuta
reale nessuno provava gioia e sollievo.

Occorreva quindi molta pazienza affinchè questi uomini ritornassero alla vita di una
volta e si sollevassero interiormente. Molti e diversi fenomeni della vita della società
alla quale l’ex internato ritorna,suscitano in lui amarezza: quando un uomo torna a
casa,dopo tante sofferenze,e deve costatare che la gente non si interessa più di tanto
dei suoi racconti e gli pone davanti la solita frase “anche noi abbiamo sofferto..”,allora
egli si domanda A CHE SCOPO HA SOPPORTATO TANTO. È cosi che l’uomo prova
disgusto per il prossimo,per la sua superficialità e per la sua durezza di cuore e si
sente abbandonato al destino; ancor di più quando scopre che nessuna persona amata
lo attende più. Si prova cosi una strana sensazione,non ci si rende conto di come si
sia potuto superare tutto ciò che la vita nei Lager prevedeva. E TUTTO DIVENTA UN
BRUTTO SOGNO PASSATO CHE PERO’ HA CAMBIATO TOLAMENTE LA VITA DI
OGNI SINGOLO INDIVIDUO.

La logoterapia e il metodo usato da Frankl cercano proprio di ridare all’uomo la


capacità di trovare nella vita un senso,malgrado lo sprofondarsi dei valori tradizionali.
Ovviamente lo psichiatra non potrà dire al suo paziente qual è il senso della vita:
questo deve trovarlo il paziente stesso,ascoltando la voce della propria coscienza.
Infatti il senso deve essere trovato coscienziosamente,non può essere dato
arbitrariamente. È cosi che poco alla volta,a piccoli passi l’uomo cerca di accettare la
realtà,un insieme di bene e male, anche se in fondo sa che nulla potrà tornare più
come prima perché quell’esperienza ha segnato una parte di lui.

Leggendo questo piccolo ma interessante libro,possiamo notare una somiglianza di


contenuti, con l’opera di Levi “SE QUESTO E’ UN UOMO”: anche essa è la
testimonianza di un uomo che il lager l'ha vissuto e che è riuscito a salvarsi. Anche
quest’opera inizia con la descrizione del viaggio sui treni merce ammassati come
bestie, l'inizio della fame, della sete, e anche della paura di chi non sa a cosa va in
contro; infine l'arrivo. La prima cruda selezione avveniva fra abili al lavoro e non, e poi
la separazione fra uomini e donne, le ore in piedi, nudi al freddo e tutto ciò senza la
possibilità di capire cosa sta accadendo, di ragionare o trovarne un motivo che fosse
logico. Spogliato di tutti gli averi, rasato, coperto da una divisa a righe, battezzato con
un numero destinato ad uno dei tanti,Levi si sente ormai sul fondo: il lavoro è
durissimo e le giornate sembrano somigliarsi tutte, si perde anche la misura del
tempo e il riposo non è definibile come tale.

LUCIAGESUELE V as