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Gaetano Chiurazzi

Modalit ed esistenza
Dalla critica della ragion pura
alla critica della ragione ermeneutica:
Kant, Husserl, Heidegger

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9788854825055

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I edizione Trauben: 2001


I edizione Aracne: aprile 2009

Indice

11

Introduzione

15

Capitolo I
La modalit tra logica e ontologia
1.1. Etimologia e uso del termine modalit, p. 15 1.2. La struttura degli enunciati modali: predicati e modalit, p. 20 1.3. Le modalit come operatori sincategorematici, p. 27 1.4. Il rapporto modale
come rapporto prepositivo, p. 30 1.5. Lircocervo e la chimera della logica: equivocit e consignificatio della copula, p. 36 1.6. Modalit e intenzione: il significato operazionale delle modalit, p. 44
1.7. I contesti modali come contesti opachi: identit e sostituzione,
p. 51 1.8. Una logica senza esistenza?, p. 61 1.9. Logica, ontologia, grammatica, p. 66

69

Capitolo II
La priori sincategorematico
2.1. Dal rapporto di inerenza al rapporto trascendentale: la rivoluzione copernicana come rivoluzione modale, p. 69 2.2. La logica
trascendentale come grammatica trasformazionale, p. 78 2.3. Il
concetto kantiano di modalit, p. 81 2.4. La nozione kantiana di
oggetto possibile, p. 86 2.5. Reinterpretazione della nozione di
oggetto: interpretazione logica, grammaticale e fisico-matematica, p.
98 2.6. I modi intelligendi del rapporto alloggetto: le categorie, p.
102 2.7. La deduzione delle categorie, p. 111 2.8. La cosa in s, o
lidentit dei discernibili, p. 138 2.9. I dispositivi deittici dellintuizione: tempo e spazio, p. 146 2.10. Modificazione soggettiva e modificazione oggettiva: sensazione, affezione, schema, p. 151 2.11.
Essere non un predicato reale: la funzione sincategorematica dellessere e il carattere posizionalmente eccentrico dellesistenza, p.
157 2.12. Il senso della priori, ovvero la priori del senso, p. 167

10

Indice

175

Capitolo III
La grammatica del senso
3.1. Estensionalit soggettiva e intensionalit assoluta, p. 175 3.2.
Il fenomeno come spazio di gioco delle variet significanti, p. 183
3.3. Loggettivit come entimema, p. 188 3.4. Categoremi e sincategoremi: inapparenza del senso, incompletezza del significato, p.
198 3.5. Lo statuto specificamente modale del senso, p. 207 3.6.
Tempo e fenomeno, p. 218

223

Capitolo IV
Comprensione ed esistenza
4.1. Considerazioni preliminari: la svolta aristotelica della fenomenologia, p. 223 4.2. Sostanzialit e deissi: dalla coscienza fenomenologica allEsserci effettivo, p. 226 4.3. Lanalitica esistenziale
come ontologia dinamico-materiale, p. 234 4.4. Il sovrastare della
possibilit: lEsserci come soggetto mancante, p. 240 4.5. Il problema del giudizio: la consignificatio temporis della copula come
consignificatio existentiae, p. 248 4.6. Entity without identity:
linsostituibilit dellEsserci e il carattere sottrattivo dellangoscia, p.
257 4.7. La dialettica della ragione ermeneutica: morte, totalit e
senso, p. 270 4.8. Dallaoristo al perfetto: la perfettivit dellesistenza dal punto di vista pratica, p. 283 4.9. Schematizzare senza
percetto: la comprensione come momento non-ideale della verit, p.
291

305

Capitolo V
Convenienza e obliquit del senso
5.1. Lessere kat sumbebhkj: la sintesi a priori come correlazione
fattuale, p. 305 5.2. Convenienza, sopravvenienza, olismo, p. 315
5.3. La diagonale: il senso della ratio, p. 319

323

Bibliografia
1. Aristotele, p. 323 2. I. Kant, p. 324 3. G.W.F. Hegel, p. 325
4. E. Husserl, p. 325 5. M. Heidegger, p. 327 6. Altri testi, p. 330
7. Enciclopedie e dizionari, p. 346

Capitolo I
La modalit tra logica e ontologia

1.1. Etimologia e uso del termine modalit


Il termine modalit , come termine tecnico del linguaggio
filosofico, relativamente recente. Il suo uso subisce una consacrazione definitiva a partire da Kant, il quale, nellAnalitica trascendentale, parla di categorie della modalit (Kategorien
der Modalitt), espressione che non fu esente da critiche gi da
parte dei primi lettori della Critica della ragion pura, come per
esempio F. Schlegel1: con tale espressione Kant intendeva le cosiddette categorie della possibilit, effettivit (Wirklichkeit) e
necessit. Kant non stato liniziatore di un tale uso, avendo
probabilmente mutuato il termine da Crusius che, nel Weg zur
Gewiheit und Zuverlsslichkeit der menschlischen Erkenntnis
(1747) parla di modalit (Modalitt) a proposito dei gradi di
subordinazione o contrariet dei concetti2.
Come termine tecnico modalit compare dunque piuttosto
tardi nel lessico filosofico, dove per il sostantivo modus e il
corrispondente aggettivo modalis sono attestati sin dal Medioevo. Modus significa misura, limite, ritmo (e dunque
numero e tempo), metodo, modo, voce verbale. La
forma avverbiale modo indica lopportunit del momento, la
giustezza o il limite delladesso, lessere recente, appena passaCfr. Schlegel, Kritische Ausgabe, XIII, p. 267.
Cfr. Crusius, Weg zur Gewiheit und Zuverlsslichkeit der menschlischen Erkenntnis, 163 e 164.
1
2

15

16

Capitolo I

to3. Questo insieme di significati sembra solo in parte giustificare luso del termine modus per tradurre il greco trpoj, con
cui Aristotele, soprattutto nel De interpretatione e negli Analitici Primi , designa le figure del sillogismo, nonch i modi della
possibilit, necessit e contingenza4. Chiaramente associato a
un certo tipo di enunciato, il termine trpoj si ritrova per la
prima volta in Ammonio, che usa lespressione pofnseij (o
protseij) met trpou, corrispondente al latino enunciationes modales5.
Lambito semantico del sostantivo trpoj quello del verbo trpein, che significa svoltare, cambiare direzione,
verso, prendere unaltra via: trpoj vuol dire perci innanzitutto deviazione, cambiamento di direzione, svolta.
Questidea del cambiamento di senso giustifica evidentemente
quella confluenza di due termini greci, trpoj, appunto, ed gklisij, che significa declinazione, nel latino modus, che stata notata da Trendelenburg nei suoi Elementa Logices Aristoteleae:
Nelle esposizioni filosofiche si ora soliti comprendere questi tre tipi
di enunciato [assertorio, apodittico e problematico] sotto il nome comune di modalit. Vocabolo che non tratto dallo stesso Aristotele,
ma dai suoi commentatori. [...] Quel che i commentari greci di Aristotele chiamavano trpoj detto dai Latini e gi in Boezio modus. [...]
Infatti i modi grammaticali del verbo non sono poi cos distanti da
quelli logici. Quel che presso i Greci era detto gklisij si era trasformato, gi in Quintiliano (Inst. Or. I, 5), nel sostantivo modo : per
genera, tempora, personas, modos sive cui status eos dici seu qualitates placet; e in Prisciano, libro ottavo: Modi sunt diversae inclinationes animi varios eius affectus demonstrantes. Il significato di modalit viene dunque tratto e confermato dalluso dei commentatori di
Aristotele e dei grammatici.6

Luso grammaticale riguarda, come si vede dallesempio di


Prisciano, le diverse modalit dellanimo: il modo indica uno status,
una condizione, uninclinazione o un affetto. Linclinazione (o
Cfr. lOxford Latin Dictionary.
Aristoteles latinus, II 1-2.
Commentaria in Aristotelem graeca, vol. IV, parte VI, p. 38.
6
Trendelenburg, Elementa Logices Aristoteleae, pp. 66-67.
3
4
5

La modalit tra logica e ontologia

17

laffezione) non per il mero cambiamento di una res, ma della sua relazione in rapporto ad altro, e cio piuttosto il modo del
suo esser dato. quel che grammaticalmente corrisponde al
campo della flessione e della sintassi7. I logici medievali distingueranno infatti una modalit de re (concernente le possibili variazioni predicative) e una modalit de dicto (concernente le
possibili variazioni enunciative, del nesso soggetto-predicato).
Laffezione, la variazione di senso, pu essere intesa come una
modalit de re solo a condizione che le inclinazioni dellanimo o lo status cui si riferiscono le definizioni di Quintiliano e di
Prisciano vengano compresi come modificazioni o flessioni di
una sostanza8, e non di un rapporto.
Nel significato logico si allude a una risistemazione o riconfigurazione sintattica, a una diversa disposizione, a una trasformazione formale: luso medievale del termine modus per indicare le diverse configurazioni delle tre principali figure del
sillogismo dovuto al fatto che i modi sono variazioni (dispositiones) ulteriori di queste figure fondamentali in base alla qualit (affermativa, negativa) e alla quantit (universale, particolare,
singolare) della compositio, cio del giudizio A B.9 Laffermazione, la negazione, la quantificazione, sono dunque operatori trasformazionali responsabili della diversificazione modale di
una figura.
Sia il significato logico sia quello grammaticale alludono
quindi a una variazione sintattica che comporta una variazione
semantica. Un contesto modale per un contesto in cui sintassi e semantica non sono separabili, ma strettamente interdipenCfr. Lyons, Introduction to Theoretical Linguistic, tr. it. p. 171. Secondo la classificazione pi comune nel Medioevo, la grammatica si occupava del senso, e cio del
recte loqui, la correttezza sintattica i cui momenti sono la constructio, la congruitas e la
perfectio, mentre la logica si occupava della verit, del vere loqui. Il loro studio, insieme a quello della retorica, costituiva un tutto compreso sotto il nome di sermocinalis
scientia (cfr. Bocheski, Formale Logik, p. 182). Il modo, come vedremo, si colloca
allintersezione tra sintassi e semantica, costituendo il principio di una variazione sintattica che determina una variazione semantica.
8
Cfr. ad esempio Spinoza: Per modum intelligo substantiae affectiones, sive id,
quod in alio est, per quod etiam concipitur. Spinoza, Ethica, Pars prima,
Definitiones, VI
9
Cfr. W. of Sherwood, Introductiones in logicam, III 94 sgg.
7

18

Capitolo I

denti. il caso, come vedremo (2.2.), della logica trascendentale, a proposito della quale J. Simon scrive: le categorie possono essere concepite come termini di collegamento tra sintassi
e semantica10. Si delinea quindi un carattere peculiare dei contesti modali: il fatto che in essi ogni produzione di verit non sia
indipendente dalla strutturazione sintattica, cio dalla particolare dispositio, o dal contesto.
Unanticipazione, a titolo introduttivo, delle conseguenze
teoriche cui vogliamo alludere, si pu rintracciare in un esempio che ci suggerito proprio dalle definizioni grammaticali di
Quintiliano e Prisciano, in cui ricorrono termini come status,
inclinationes, animus e affectus: appunto lEstetica kantiana. In
apertura dellEstetica trascendentale, al 1, e pi avanti, nei paragrafi posti a corollario delle esposizioni dei concetti di spazio
e tempo, Kant scrive infatti:
La capacit (recettivit) di ricevere rappresentazioni pel modo in cui
siamo modificati (afficirt) dagli oggetti, si chiama sensibilit. [...]
Lazione di un oggetto sulla capacit rappresentativa, in quanto noi ne
siamo affetti, sensazione. (1)
Lo spazio non altro se non la forma di tutti i fenomeni dei sensi
esterni [...] [come] [...] attitudine recettiva del soggetto ad essere modificato dagli oggetti [...]. (3)
Il tempo non altro che la forma del senso interno, cio dellintuizione di noi stessi e del nostro stato interno. (6)11

In queste definizioni la terminologia di Quintiliano e di Prisciano compare praticamente in maniera letterale. Non del resto un caso che Kant chiami lo spazio e il tempo modi dellintuizione, in quanto modificazioni del nostro rapporto con le
rappresentazioni date, o anche sensi, e ancor pi definisca lintera nostra facolt di intuire intuitus derivativus: si tratta di un
insieme di definizioni che, al di l della mera presa datto di un
eventuale uso equivoco del termine modo in Kant12, non sono
10
Simon, Phenomena and Noumena: On the Use and Meaning of the Categories, p.
524-25.
11
Ak III-IV A 19, 26, 33/B 33, 42, 49; tr. it. pp. 65, 71-72 e 77.
12
Pape, notando luso equivoco del termine modus in Kant, non sembra prendere in
considerazione, come qui si sta cercando di fare, le ragioni di un tale uso, e ci evidentemente allo scopo di restringerne lambito esattamente a quello delle categorie tradizio-

La modalit tra logica e ontologia

19

invece affatto estranee n al significato del termine trpoj n a


quello di gklisij.
Loriginaria derivativit dellintuizione - definita attraverso
quelle dispositiones che sono lo spazio e il tempo - implica per
Kant una concezione disposizionale del rapporto tra il soggetto
extra-apofantico e loggetto: essa non pu quindi essere assimilata alla relazione intercorrente tra il soggetto logico e il suo
predicato. Il ruolo delle categorie della modalit nei postulati
del pensiero empirico in generale - il quadro sintattico generale dellesperienza - e la loro connessione con il tempo nello
schematismo - che detta le condizioni semantiche generali
dellesperienza - significano per Kant che ogni oggetto acquista
per noi senso solo allinterno di un quadro disposizionale disegnato dalle forme a priori (spazio, tempo e categorie), le quali
precedono loggetto, ovvero qualsiasi tipo di enunciato: tali
condizioni o premesse dellesperienza modalizzano loggetto
sotto forma di una modalit esterna13.
Questa definizione disposizionale della modalit spinge a
guardare, al di l della classificazione storicamente determinata
impostasi a Kant, verso quelli che Russell ha chiamato atteggiamenti proposizionali (propositional attitudes) - come sapere che..., temere che..., volere o desiderare che... -, accostamento che potr sembrare indebito, ma che non privo di
fondamento. Come infatti scrive G. J. Mattey, Kant riconobbe
unaffinit tra quelle che oggi sono chiamate logica dossica e
logica epistemica, oltre che con la logica del giudizio, fatto che
non ha una precisa controparte nel pensiero contemporaneo, al
punto da poter essere considerato il fondatore delle moderne
branche, dossica ed epistemica, della logica modale.14 Tanto le
modalit aletiche quanto gli atteggiamenti proposizionali si definiscono infatti come modalit esterne, relazioni soggettive, che in Kant includono persino quelle forme di modalizzanali della modalit. Cfr. Pape, Tradition und Transformation der Modalitt, p. 14.
13
Modalit esterna quella che determina un intero enunciato, e non una sua parte predicativa, come accade nel caso della modalit interna. Tale distinzione corrisponde a quella tra modalit de dicto e modalit de re. Cfr. Maier, Terminologia logica della tarda scolastica, p. 325.
14
Mattey, Kants Theory of Propositional Attitudes, pp. 423 e 440.

20

Capitolo I

zione indessicale proprie dellEstetica trascendentale, lo spazio


e il tempo. Anche in questi casi parleremo quindi in senso ampio di modalit.
Quel che insomma si vuol mettere in luce la possibilit di
una convergenza tra il concetto di modo e quello di senso:
nelle lingue contemporanee, infatti, il termine modo praticamente interscambiabile con la parola senso. Si osservino ad
esempio le traduzioni della seguente espressione di Aristotele:
t ndcesqai kat do lgetai trpouj (An. pr. A 13,
32b5) tradotta come: 1) contingere duobus modis dicitur
(Boezio) ; 2) contingere secundum duos dicitur modos (Anonimo); 3) essere possibile si dice in due sensi (tr. Mignucci);
4) to be possible has two meanings (tr. Smith); 5) to be
possible is used in two ways (tr. Barnes); 6) der Ausdruck
kontingent [...] in zweifacher Weise gebraucht wird (tr. Rolfes); 7) contingent a deux significations (tr. Bathlemy
Saint-Hilaire).
Una prima considerazione porterebbe a rilevare come nelluso fregeano senso indichi appunto una diversa modalit di riferirsi a un oggetto, una modalit indiretta, obliqua, simile a
quella dei casi grammaticali e dei modi derivati del giudizio.
Questa definizione, tuttavia, ci sembra insufficiente: le discussioni che seguiranno di cui in questo paragrafo introduttivo si
gi data unanticipazione - cercheranno infatti di mostrare
come il modo, e con esso il senso, si definisca infatti piuttosto
come un ambito, ovvero come la definizione di un limite entro il quale determinati significati sono possibili, punto di intersezione tra sintassi e semantica, costituendo cos il punto di
volta della rivoluzione trascendentale kantiana.
1.2. La struttura degli enunciati modali: predicati e modalit
Con Aristotele si pu cominciare a parlare di logica modale. La teoria della modalit costituisce infatti il tratto pi originale della metafisica e della logica aristoteliche, dal momento
che una logica categorica, chiaramente estensionale - basata

La modalit tra logica e ontologia

21

cio su rapporti di inclusione o di appartenenza fra concetti - si


adegua molto meglio a un contesto platonico che non alla concezione metafisica di Aristotele15. La concezione aristotelica
della modalit specificabile da due punti di vista: in quanto
trattazione delle modalit dellessere, di cui parte la dottrina
della potenza e dellatto (in particolare nel Libro Q della Metafisica), e come modalit logica, ovvero come dottrina dei sillogismi della possibilit, necessit, contingenza (sviluppata in
particolare nei capitoli 12 e 13 del De interpretatione e nei capitoli 3 e 8-22 degli Analitici Primi). Il primo tipo di modalit,
che potremmo dire ontologica, si fonda su principi reali, costitutivi della realt, quali sono per Aristotele la potenza (dnamij,
possibile reale) e latto (nrgeia), mentre il secondo si riferisce
a principi logici, soprattutto quello di non contraddizione (possibile logicum)16.
Lo statuto delle modalit da distinguere, innanzitutto, dallambito del categoriale. Quasi a sottolineare tale diversit di
ambito storicamente obliata (e questo oblio ha per Heidegger
tutto il significato che egli attribuisce allepocale oblio dellessere) tra modalit e categorialit, Heidegger osserva giustamente in Aristotele, Metafisica Q 1-3:
Soprattutto per Kant e a partire da Kant, infatti, la possibilit e la
effettivit (Wirklichkeit) insieme alla necessit, fanno parte delle
categorie; costituiscono il gruppo delle categorie della modalit;
come si dice in breve, sono la modalit. Ma in nessuna delle
enumerazioni fornite da Aristotele delle categorie si trovano dnamij e
nrgeia. Per Aristotele la domanda su dnamij e nrgeia, su possibilit ed effettivit, non riguarda la domanda sulle categorie. Su
questo punto, nonostante tutti i tentativi di darne linterpretazione opposta, non ci devono essere esitazioni.17

Heidegger coglie qui molto lucidamente lincongruenza con tutte le conseguenze filosofiche che ne derivano - dovuta
15
Cfr. Bocheski, Formale Logik, p. 50. Nella elaborazione di una logica modale
Bocheski vede anzi il criterio per una classificazione anche cronologica dei testi aristotelici, essendo quelli in cui essa compare (in particolare i capitoli 8-22 del libro A degli
Analitici primi) i pi tardi (ibid., pp. 50-51).
16
Cfr. Seel, Die aristotelische Modaltheorie, pp. 191-92.
17
GA 33, p. 9; tr. it. pp. 12-13 (modificata).

22

Capitolo I

alla considerazione della modalit come categoria (sebbene una


tale accusa nei confronti di Kant sia suscettibile di una delimitazione tenendo conto del concetto kantiano di categoria; cfr. infra, 2.3.): le categorie sono infatti per Aristotele ci che si predica di o inerisce a una sostanza, la quale la prima categoria.
Esse sono, da un punto di vista grammaticale, ci che pu dirsi
kat mhdeman sumplokn, senza connessione18, ci che ha un
significato autonomo, indipendente, e perci pu fungere, in un
enunciato, da soggetto o predicato: i sostantivi e i verbi19.
In Aristotele comunque la distinzione tra modalit e categorialit non ancora del tutto chiara, e ci probabilmente una
conseguenza della preponderanza che, in sede logica come in
sede ontologica, vi assume la dottrina della sostanza, che comporta un primato della funzione nominale. La funzione primaria
che nomi e verbi hanno nella onto-logica aristotelica fa allora s
che anche i predicati modali vi compaiano, in maniera peraltro non del tutto esplicita, come mere determinazioni aggiuntive del soggetto o del predicato. Il luogo che giustifica una tale
interpretazione un passo molto discusso degli Analitici Primi
(A 13, 32b 26-32), in cui si tratta della struttura degli enunciati
modali: secondo J. M. Bocheski Aristotele sembra sostenere
qui che un enunciato della forma possibile che p debba essere inteso come ad A possibile B, e cio che A ha la capacit di essere B, A in potenza B. Le modalit riguarderebbero,
insomma, non lintero enunciato, ma luna o laltra delle parti
componenti lenunciato, il soggetto o il predicato20. Possibile,
necessario e contingente sarebbero cos riferibili, non a una
relazione (il nesso tra il soggetto e il predicato che costituisce
un dictum), ma direttamente al soggetto o al predicato, come
una capacit (una potenza) o una effettivit (atto), una determinazione metafisica, reale. Una tale interpretazione confermata dal fatto che gi nellantichit Alessandro di Afrodisia
Cat. 4, 1b 25-28.
Cfr. Benveniste, Catgories de pense et catgories de langue, in Problmes de
linguistique gnrale; tr. it. pp. 79-92. Linterpretazione grammaticale era stata avanzata gi da Trendelenburg nel suo studio sulle Categorie di Aristotele.
20
Cfr. Bocheski, Formale Logik, p. 96.
18
19

La modalit tra logica e ontologia

23

considerava la dottrina aristotelica della modalit come contraria a quella degli scolari di Aristotele, Eudemo e Teofrasto, i
quali sostenevano esplicitamente che le modalit riguardano
lintero enunciato21.
Questa tesi trover una sistematizzazione definitiva solo nella Scolastica. Si deve infatti soprattutto ai logici del tardo Medioevo il tentativo di elaborare una complessa dottrina della
modalit, che porter alla chiarificazione della struttura degli
enunciati modali. Linteresse per questo problema venne alimentato, tra linizio del XII e la met del XIII secolo, dalla rimessa in circolazione dei libri logici di Aristotele come i Topici,
gli Elenchi sofistici e soprattutto gli Analitici Primi e Secondi,
corpus raggruppato sotto il nome di Logica nova, in contrapposizione alla Logica vetus, comprendente le Categorie, il De interpretatione, le Isagoge di Porfirio e i Commentari di Boezio.
Oltre a un approfondimento della sillogistica modale, in Aristotele ancora non completamente sviluppata, i logici della prima e
tarda Scolastica si concentrano sulla struttura degli enunciati
modali, con una riflessione originale intrapresa non pi solo
come commento ai testi aristotelici, ma come linea di ricerca
autonoma.
Cos Guglielmo di Sherwood definisce gli enunciati modali
rispetto a quelli semplicemente categorici (del tipo A B) nel
suo Introductiones in logicam:
Consideriamo allora lenunciato secondo questa divisione: de inesse e
modalis. de inesse quello che significa semplicemente linerenza del
predicato al soggetto: e ci senza determinare in qual maniera vi inerisca. Modalis invece quello che determina linerenza del predicato al
soggetto, che cio dice come il predicato inerisca al soggetto.22

21
Cfr. Graeser, Die logische Fragmente des Theophrast, p. 79; cfr. Kneale, Modalities de dicto and de re, pp. 623. Linterpretazione de re della dottrina modale aristotelica degli Analitici Primi, in contrapposizione peraltro a quella metapredicativa del De
interpretatione, sostenuta, con convincenti argomenti, da Sainati, Logica e filosofia,
pp. 177-88.
22
W. of Sherwood, Introductiones in logicam, I 402-407. Sulla dottrina modale di
W. of Sherwood cfr. Jacobi, Die Modalbegriffe....

24

Capitolo I

Una proposizione modale, a differenza di quella meramente


categorica, dice il modo in cui un predicato inerisce a un certo
soggetto: ci pu avvenire per compositionem o per divisionem
(Abelardo), a modo compositionis o a modo rei (Alberto Magno), de dicto o de re (Pietro Ispano, Tommaso dAquino), sensu composito o sensu diviso (Ockham), cio nella forma, rispettivamente, della modalit esterna o della modalit interna. Mentre la modalit de re indica il modo dessere di una cosa (il soggetto o il predicato), la modalit de dicto esprime il modo dessere della relazione fra il soggetto e il predicato23: nel primo
caso (interna) riguarda i termini costitutivi dellenunciato, mentre nel secondo (esterna) riguarda lintera loro compositio. Guglielmo di Sherwood si oppone cos alla dottrina aristotelica che
concepiva le modalit come appositiones, cio predicati, poich
i predicati si riferiscono a un soggetto, ne costituiscono le determinazioni categoriali, laddove invece un predicato modale
non si riferisce a un soggetto, ma a un dictum. Questa differenza
di riferimento sottintende una differenza funzionale. Nel caso di
una frase come Socrate corre contingentemente, ad esempio,
lavverbio pu riferirsi o al predicato, e allora la frase significa
che il correre contingente inerisce a Socrate, o al nesso tra il
soggetto e il predicato, e allora essa significa che contingente
che Socrate corra: lenunciato modale, in quanto modalizzazione di un enunciato subordinato, un discorso indiretto,
unoratio obliqua.
Nella chiarificazione della struttura delle proposizioni modali dunque centrale la distinzione dei possibili riferimenti del
modus presente nellenunciato: esso pu indicare, o la variazione di una res (una sostanza: tutte le categorie sono per Aristotele in senso lato sostanze), o la variazione di un nesso, della sumplok. La differenza sensu diviso-sensu composito significa che
nel primo caso in gioco una categoria, un nome (che per Aristotele senza connessione), mentre nel secondo un enunciato, una composizione tra categorie. Tale difatti la chiarificazione che del termine modus d Tommaso dAquino, in quelCfr. Prior, Modality de dicto and modality de re; Kneale, Modalities de dicto and
de re; Liske, Modalitas de dicto und de re.
23

La modalit tra logica e ontologia

25

la che considerata una sua opera giovanile, De propositionibus modalibus, di cui si ritiene autentica almeno la prima parte24: un modo una determinazione che pu avvenire, o tramite
un aggettivo nominale riferito a un sostantivo, come in un
uomo bianco, o tramite un avverbio relativo a un verbo, come
in un uomo corre bene, o ancora tramite un aggettivo o un avverbio che si riferiscono al nesso tra il predicato e il soggetto, e
cio allintera compositio (come in impossibile che Socrate
corra). Questo terzo caso costituisce una modalit de dicto, ovvero un enunciato modale in senso stretto, mentre i primi due
sono esempi di una modalit de re25.
La definizione rinvenibile gi in Teofrasto trova quindi con
la Scolastica una precisa convalida: un enunciato modale assume la forma grammaticale di un dictum non indipendente completato da quello che appare come un predicato, del tipo necessario che, possibile che, impossibile che, contingente che. Sia Guglielmo di Sherwood sia Tommaso dAquino
(come del resto Abelardo) sono concordi nellenumerare accanto a questi quattro modi, cos come aveva fatto Aristotele 26, anche vero che, e il suo contrario falso che. Essi negano
per che in tali casi si abbia a che fare con autentici enunciati
modali, perch equivalenti ai corrispondenti enunciati categorici: vero che Socrate corre non implica affatto una modalizzazione della compositio, ma del tutto equivalente a Socrate
corre27.
Ma proprio la chiarificazione della struttura formale degli
enunciati modali porter i logici della tarda Scolastica a un ampliamento del loro numero: dal momento che un enunciato
modale se trasformabile in un che-enunciato, non c motivo,
24
Cfr. Bocheski, Sancti Tomae Aquinatis De modalibus opusculum et doctrina,
pp. 180-218; Idem, Formale Logik, p. 211.
25
Tommaso dAquino, De propositionibus modalibus, in: Opera omnia, vol 6, pp.
579-80. esattamente opposta la concezione di Abelardo, per il quale la modalit genuina quella de re. Sulle difficolt della distinzione de dicto e de re cfr. Kneale, Modalities de dicto and de re.
26
Cfr. De int. 12, 22a 12-13. Ma cfr. anche 13, 22a 24-31, dove il termine lhqj
lasciato cadere.
27
Cfr. Tommaso dAquino, De propositionibus modalibus, in: Opera omnia, vol 6,
p. 580; W. of Sherwood, Introductiones in logicam, pp. 32-33.

26

Capitolo I

osserva infatti Guglielmo dOckham, per restringerne la tipologia alle quattro classi tradizionali. Nella Summa logicae egli
scrive infatti:
A tal proposito bisogna notare che una proposizione si dice modale a
causa del modo che viene aggiunto nella proposizione. Tuttavia, non
un qualunque modo sufficiente per fare una proposizione modale,
ma necessario che esso si predichi di tutta la proposizione: parliamo
infatti propriamente di modo di una proposizione, come se riguardasse la proposizione stessa. [...] Ma tali modi sono pi dei quattro che
abbiamo dianzi ricordato: infatti cos come una proposizione necessaria, o impossibile, o possibile, o contingente, allo stesso modo unaltra vera, o falsa, o saputa, ignota, proferita, scritta, concepita, creduta, opinata, dubitata, e cos via.28

Un dictum, scrive dunque Ockham, pu venir modalizzato in


molti modi: proposizioni modali non sono quindi semplicemente quelle del possibile, impossibile, necessario e contingente,
ma anche (contrariamente a quanto affermavano Guglielmo di
Sherwood e Tommaso dAquino) quelle concernenti lessere
vero, lessere falso, e poi lessere conosciuto o non conosciuto,
proferito, scritto, concepito, creduto, opinato, dubitato. I modi
che rendono modale una proposizione sono anzi innumerevoli.29
Per quanto riguarda il silenzio che Aristotele ha tenuto su questa moltitudine di proposizioni modali, Ockham sostiene che
stato dovuto unicamente a ragioni di brevit, potendosi facilmente dedurre, una tale moltitudine, dalla struttura stessa dellenunciato modale.
Questa liberalizzazione della tradizionale classificazione della modalit fa di Ockham un antesignano della logica modale
contemporanea, che distingue ormai vari tipi di modalit: aletiche (necessario, effettuale, possibile), epistemiche (riguardanti
la conoscenza, come sapere, credere, opinare ecc.), temporali
(che comportano determinazioni di tempo), bulomaiche (dal
greco bolomai, che significa desiderare, e che riguardano tra
28

G. dOckham, Summa logicae, in: Opera Philosophica et Theologica, vol. I, p.

243.
G. Ockham, Tractatus minor logicae, in: Opera Philosophica et Theologica,
vol. VII, pp. 79-80.
29

La modalit tra logica e ontologia

27

laltro il temere, lo sperare, ecc.), deontiche (concernenti il dovere e il divieto), valutative (tipo bene che o bello che),
causali (riguardanti la causalit fisica)30. Tutte queste forme di
modalit implicano il riferirsi a un dictum e non a una res, per
cui la logica modale intrinsecamente una logica non predicativa. Per quanto risulti intrattabile dal punto di vista della logica
classica, essa costituisce un ambito di senso che investe praticamente la gran parte del linguaggio quotidiano, allinterno del
quale gli enunciati formulabili nella logica classica non-modale
costituiscono, in fondo, una parte minima.
1.3. Le modalit come operatori sincategorematici
Con la chiarificazione della struttura degli enunciati modali
la dottrina scolastica della modalit consegue un risultato di
grande rilievo. La distinzione tra modalit de dicto e modalit
de re finisce per con limplicare una differenza tra i predicati
che si applicano a una res (le categorie) e quelli che si applicano a un dictum. Che cos, insomma, che rende modale un
enunciato?
Nei logici medievali linteresse per la modalit non a caso va
di pari passo con linteresse per i sincategoremi, cio per quelle
parti del discorso che esprimono diverse modalit di
relazione, ovvero modi diversi della sumplok. La mancanza
di una trattazione esplicita dellambito sincategorematico in
Aristotele, e in particolare delle congiunzioni e delle preposizioni, era gi stata notata da Abelardo nel suo commento al Peri
Hermeneias31. Nella Poetica la congiunzione (sndesmoj) e
larticolazione o preposizione (rqron) sono chiamate da Aristotele fwn shmoj, in opposizione al nome e al verbo, fwn
shmantik32, su cui si concentra la sua attenzione. Ma, per
30
Cfr. voce Modallogik, Historisches Wrterbuch der Philosophie, Band VI;
voce Modalit, Encyclopdie philosophique universelle, II, vol. 2.
31
Abelardo, Logica Ingredientibus, in: Philosophische Schriften, I-3 (Super Perihermeneias), p. 336(27)-340(18).
32
Poet. 20, 1456 (39) e 1457 (6 sgg.). Lautenticit del capitolo 20 della Poetica
stata messa in dubbio da Maier, per rilievi di carattere soprattutto formale: egli comun-

28

Capitolo I

quanto siano parti non significative, esse sono comunque essenziali - necessarie -, poich per Aristotele senza articolazione
non c, propriamente, linguaggio.
Il problema della funzione delle parti non categorematiche
del discorso assume nella logica medievale unimportanza decisiva, poich proprio da esse dipende alfine linterpretazione degli enunciati modali. Abelardo lo pone in maniera esplicita, e la
sua formulazione costituisce la base delle successive discussioni. Dei sincategoremi si tratta, non soltanto nelle varie Summae,
ma persino in trattati specifici, come quelli di Pietro Ispano,
Syncategoreumata, e quello di Guglielmo di Sherwood, Syncategoremata, al quale in particolare ci riferiremo nelle discussioni che seguono. Guglielmo di Sherwood spiega cos la funzione
dei sincategoremi, riprendendo una definizione di Prisciano:
Questo nome si dice [...] sincategorema da syn, cio
con, e categoreuma, ovvero significativo o predicativo,
per cui lo diremo compredicativo; infatti nel discorso sempre congiunto con altro33.
Il termine greco - introdotto da Prisciano nel suo Institutionum grammaticorum libri XVIII34, testo considerato fondamentale negli studi logici della Scolastica - lascia intendere che i
sincategoremi sono elementi che si accompagnano ai categoremi, ai predicati, non essendo dotati di una funzione indipendente; hanno un loro senso (significatio), che identico per alla
loro funzione35, ovvero alla particolare sintesi che attuano tra gli
elementi predicativi dotati di un significato autonomo, i nomi e
i verbi. Tra i sincategoremi, che sono elementi secondari del discorso, Guglielmo di Sherwood enumera gli aggettivi, gli avverbi, le congiunzioni e le preposizioni36. Si tratta - tranne che
per gli aggettivi, i quali per nella loro funzione sincategorematica assumono una forma non declinata, neutra - di parti invariaque ne considera certamente aristotelico il contenuto, derivante direttamente dal De interpretatione (cfr. Maier, Die Echtheit der aristotelischen Hermeneutik).
33
Syncategoremata magistri Guillelmi di Shireswode, p. 48, 16 sgg. Cfr. anche P.
Ispano, Syncategoreumata, Introductio, 2.
34
Prisciano, Institutionum grammaticorum libri XVIII, II, 54, 5.
35
Jacobi, Die Modalbegriffe..., p. 219; Boehner, Medieval Logic, pp. 19-26.
36
Syncategoremata magistri Guillelmi di Shireswode, p. 48.

La modalit tra logica e ontologia

29

bili del discorso. La loro funzione pu essere riferita a un nome


(sostantivo o verbo, categoreuma), nel qual caso de re, o allintero enunciato, nel qual caso de dicto. Ad esempio, in
uomo bianco (homo albus), laggettivo bianco una determinazione di secondo grado del categorema uomo, mentre
ogni in ogni uomo corre (omnis homo currit) una determinazione di secondo grado dellenunciato quantitativamente
indeterminato homo currit.37 Nel primo caso si ha una variazione predicativa, nel secondo una variazione di senso.
Tra i restanti elementi secondari dellenunciato - oltre agli
aggettivi e agli avverbi - che Guglielmo di Sherwood annovera
tra i sincategoremi troviamo la negazione (non), operatori della
quantificazione (ogni, qualche, nessuno), operatori modali nel
senso tradizionale (necessario, possibile ecc.) e giuntori (e, o,
se...allora, se e solo se). Si tratta di operatori o costanti la cui
funzione formalmente distinta da quella delle variabili predicative38; a ognuno di essi corrisponde perci un simbolo specifico, diverso da quello predicativo del tipo Fx, e precisamente:

negazione
ogni
necessario
congiunzione e
(anche o )
( anche o )

almeno uno

possibile

disgiunzione o
se...allora, implicazione
se e solo se..., equivalenza.

37
Ibid, 7-15. Che qui si tratti di determinazioni di secondo grado, sostenuto da K.
Jacobi, in contrapposizione allinterpretazione di Bocheski e di Kretzmann (cfr. Bocheski, Formale Logik, p. 180; W. of. Sherwood, Treatise on Syncategorematic
Words, p. 14 sgg.). Cfr. Jacobi, Die Modalbegriffe..., pp. 221-24.
38
Cos Jacobi sottolinea limportanza di una tale distinzione: Un nome modale
deve essere strettamente distinto da un nome predicativo. Le analisi [dei logici scolastici] si avvicinano sotto molti aspetti allidea che i concetti modali sono operatori logici;
tuttavia, poich essi non dispongono n di termini generali come funtore o
operatore, n di simboli per i funtori logici, questidea deve essere sempre nuovamente riconquistata nelle analisi di enunciati modali determinati. (Jacobi, Die Modalbegriffe..., p. 131).

30

Capitolo I

La presenza di uno di questi funtori o operatori 39 implica


dunque una modalizzazione: il senso di p diverso da quello di
p, malgrado il loro contenuto resti identico. Ad essi non corrisponde infatti nulla in realt, non hanno alcun riferimento determinabile; hanno un certo significato, ma che resta indefinito
finch non associato a un categorema o a un dictum. Il loro
prosshmanein, significare in riferimento a, anche un susshmanein, un significare con40. Essi contribuiscono alla formazione e alla variazione di un senso. Il senso risultato, non
di una funzione predicativa, ma di unoperazione sincategorematica: implica lintervento di un funtore che dispone in un certo modo la compositio soggetto-predicato (nelle Summae Metenses, cos come in Guglielmo di Sherwood, Ruggero Bacone
e in Ockham, tutti i sincategoremi sono detti anche termini officiabili, ovvero preposti a un officium.). Nel parlare, rispettando un uso ormai invalso e in certa misura fuorviante, di modalit de dicto, assumeremo quindi che vi si tratti della modalizzazione della copula, della compositio, e non del semplice soggetto o predicato. per la stessa distinzione de dicto/de re che
priva di fondamento: modi si danno solo, in generale, di una
sintesi41.
1.4. Il rapporto modale come rapporto prepositivo
Tra gli elementi sincategorematici che contribuiscono alla
formazione degli enunciati modali, Guglielmo di Sherwood include, come abbiamo visto, oltre agli operatori e ai giuntori lo39
Bocheski include tra i funtori, oltre a quelli qui elencati, anche i simboli dei predicati, come F in Fx (Bocheski, Formale Logik, pp. 24-25). Non cos il Wrterbuch
der Logik (voce Funktor) e Urchs (in Klassiche Logik, p. 49), che considera il termine Funktor come includente giuntori e operatori. Noi ci atterremo preferibilmente alluso di Church, che definisce operatori i termini sincategorematici (Introduction to Mathematical Logic, 06).
40
Tali sono le funzioni dei sincategoremi nei commentatori neoplatonici di Aristotele. Cfr. Pinborg, Die Entwiklung der Sprachtheorie im Mittelalter, pp. 30-31.
41
W. Kneale afferma che tale distinzione non ha ragion dessere: al massimo la modalit de re un caso speciale, e per di pi poco interessante, della modalit de dicto, il
cui nome per di pi inappropriato (Modalities de dicto and de re, pp. 630-31).

La modalit tra logica e ontologia

31

gici, agli aggettivi e agli avverbi, anche un elemento che sembra essere specifico della grammatica di un linguaggio naturale
non formalizzato - e in particolare del linguaggio in cui maturata la metafisica occidentale -, ovvero la preposizione42. Essa
sembra assommare in s tutti i caratteri specifici del rapporto
modale (la sua parentela con lavverbio era stata sottolineata gi
da Prisciano)43, al punto che, come vedremo, la modalit pu essere intesa in senso ampio come una funzione prepositiva.
La preposizione indubbiamente un elemento sincategorematico: rientra infatti nel gruppo dei connettivi o giuntori, insieme alla congiunzione e. Anzi, secondo la classificazione di
Prisciano, la stessa congiunzione una preposizione. La preposizione esplica una funzione modalizzante, in quanto stabilisce
un nesso tra due termini, diverso a seconda del tipo di preposizione: in ci essa svolge un ruolo analogo a quello della flessione. Per quanto non abbia esplicitamente parlato di congiunzioni
e preposizioni, come osservava Abelardo, Aristotele ha per dedicato alcune considerazioni alla flessione. Nel De interpretatione il rapporto flessivo chiamato paronimico, ed proprio di
ci che non n nome n verbo44, che non cio categoria. La
flessione (ptsij) una sorta di caduta, un caso, una gklisij, con cui sia i nomi sia i verbi acquistano modalit non categoriali, cio si discostano dalla forma normale (lunica possibile
per il soggetto) del nominativo e da quella verbale del presente
indicativo, che propriamente apofantica45. Casi obliqui e tempi
diversi dal presente sono dunque ascritti al rapporto paronimico,
poich in essi intervengono parti declinate che non hanno un significato proprio, ma consignificano delle relazioni prepositive
o temporali. C dunque una certa associazione tra la paronimia
e il tempo, che li accomuna in uno stesso rapporto flessivo ri42
Considerando che la funzione delle preposizioni analoga a quella della flessione, Lyons scrive: La categoria di caso era, per cos dire, la pi intrinsecamente grammaticale di tutte le categorie tradizionali della flessione, perch non aveva un corrispondente nelle scienze sorelle della logica, dellepistemologia e della metafisica. (Lyons,
Introduction to Theoretical Linguistic, tr. it. p. 379).
43
Prisciano, Institutionum grammaticorum libri XVIII, XVI.31.
44
De int., 2, 16b 1-2.
45
Sulla nozione di ptsij, cfr. Delamarre, La notion de ptsij chez Aristote et les
Stociens.

32

Capitolo I

spetto al nome e al presente, al punto che, come osserva J. Pinborg, il concetto di consignificatio, inizialmente usato per distinguere il nome dal verbo, pass poi a indicare ogni modificazione della significatio provocata dalla flessione o dalle forme
derivate, e anzi divenne funzione specifica dei sincategoremi 46.
Tramite il rapporto flessivo il soggetto significato obliquamente (per aliud)47: questa significazione indiretta o consignificativa del soggetto , come vedremo, il fondamento dellintera
interpretazione kantiana e heideggeriana del giudizio.
Guglielmo di Sherwood sottolinea il nesso tra preposizione e
paronimia nei termini seguenti: la preposizione significa, in maniera definita, un certo status o relazione (habitudinem), che il
caso significa in maniera indefinita48. Vi si tratta dunque di una
habitudo o un habitus. Il verbo habere un verbo di stato
che, a differenza del verbo essere, implica una connessione
non sostanziale, suscettibile di alternative. Si precedentemente
accennato al nesso possibile tra la modalit e la semantica
dellavere quando si detto che gli atteggiamenti proposizionali implicano modalit di rapporto, espressi come habitus,
modi di relazione (cfr. 1.1.). Si tratta di un concetto che qui
non possiamo ulteriormente sviluppare, ma su cui attiriamo lattenzione in vista di successivi sviluppi (cfr. infra, 2.7.a. e 4.4.).
Come fa notare K. Jacobi nella sua traduzione, il rapporto
prepositivo un rapporto declinativo, flessivo49, che indica un
nesso accidentale tra due termini e perci suscettibile di diffeCfr. Pinborg, Logik und Semantik im Mittelalter, 3.2.3.
Pietro Ispano sostiene che il nome ha al nominativo una significazione diretta,
come il verbo nella forma presente, mentre negli altri casi la sua significazione indiretta (Syncategoreumata, I, 3-8). Gi Varrone aveva definito i casi indiretti obliqui o casuali (Varrone, De lingua latina, VIII, 1-2, 16, 49). Cfr. anche W. of Sherwood, Introductiones in logicam, I 56-90.
48
Praepositio inventa est ut dicat definite habitudinem quam significat casuale aliquod indefinite (Syncategoremata magistri Guillelmi di Shireswode, p. 79, 7 sgg.). Cfr.
la successiva n. 49.
49
Die Prposition ist dazu erfunden, ein Verhltnis auf bestimmte Weise zu benennen, welches ein Fall (ein dekliniertes Substantiv) auf unbestimmte Weise bezeichnet (Jacobi, Die Modalbegriffe..., 307). Kretzmann traduce invece: A preposition is
devised to indicate definitely a state by means of which it signifies indefinitely
something fortuitous (W. of Sherwood, Treatise on Syncategorematic Words, p. 11617).
46
47

La modalit tra logica e ontologia

33

renti configurazioni. La sua specificit valutabile in rapporto


agli altri elementi connettivi che svolgono una funzione analoga, se, e e o. Ognuno di questi giuntori esprime una diversa modalit di connessione: se introduce un nesso di implicazione, e quindi tendenzialmente necessario; la congiunzione
e stabilisce invece un rapporto tra due termini, il cui fondamento non n luno n laltro, potendo essi sussistere in forma
del tutto irrelata50; la disgiunzione o esprime un rapporto di
alternativit. Rispetto ad essi, la preposizione, come si detto,
contribuisce alla formazione di un rapporto casuale, che non
n univoco, come il rapporto di implicazione (potenzialmente
sinonimico), n equivoco, come il rapporto connettivo o disgiuntivo; si tratta di un rapporto n necessario n del tutto immotivato, un rapporto sub conditione, coniugativo, sub jugo:
Si dicono coniugati quei termini che stanno sotto lo stesso
significato quasi sotto un giogo, come il denominativo o attributivo o concreto e il significato principale o astratto, come albus
- albedo, iustus - iustitia51.
Lesempio con cui qui Guglielmo di Sherwood illustra il
rapporto coniugativo di tipo paronimico: si tratta di un rapporto condizionato (sub jugo), ma non necessario, che associa cio
due termini restando comunque indiretto. Non perci n equivoco n univoco.
Queste considerazioni ci consentono di operare una sorta di
estensione del ruolo della preposizione, eleggendola a rappresentante di ogni tipo di rapporto modale: un rapporto modale ,
in generale, un rapporto di tipo prepositivo. Lo stesso termine
preposizione potrebbe essere sinonimo di sincategorema: se
alla categoria demandata una funzione ponente, tetica, ai sincategoremi invece assegnata una funzione pre-positiva che dispone i termini secondo una certa relazione: il sincategorema in
generale non perci esso stesso un termine 52. La nozione di
preposizione, il cui nome, come nota Guglielmo di Sherwood,
Cfr. Jacobi, Die Modalbegriffe..., p. 307.
W. of Sherwood, Introductiones in logicam, I 587-89.
52
Maier, Terminologia logica della tarda scolastica, p. 227.
50
51

34

Capitolo I

deriva dalla sua stessa funzione53, esprime peraltro una certa


precedenza in cui possibile intravedere il senso stesso della
priori come a priori del senso (cfr. infra, 2.12).
Pi esplicitamente che in altre parti sincategorematiche del
discorso, nel concetto di preposizione emerge dunque il nesso
tra sintassi e senso che proprio della modalit. Una differenziazione prepositiva consiste infatti in una differenziazione posizionale dei termini: preposizioni come in, di, con tra
ecc. non significano nulla di per s, ma significano una differenza posizionale tra i termini correlati, una diversa disposizione che produce un senso diverso.
Il nesso tra modo, sincategorema e dispositio ricorrente nei
trattati logici e grammaticali della prima met del XIII secolo.
NellIntroductiones in logicam, ad esempio, Guglielmo di Sherwood definisce tutte le parti consignificative del discorso dispositiones alterius54, vale a dire anche habitus, e nelle anonime Summae Metenses la dispositio intesa come quella particolare determinazione che pu riguardare il soggetto, il predicato
o la loro compositio: essa quindi praticamente un sinonimo di
modus. Tale funzione dispositiva ancora pi esplicita nella definizione di modus di Alberto Magno: Si dice modo della compositio quello che dispone (disponens) in un determinato modo
e pone in forma speciale la compositio55. Il modo costituisce
insomma un principio di differenziazione posizionale della
compositio in base a un operatore preposizionale. Cos K. Jacobi sottolinea daltronde il nesso tra disposizioni e funzione
sincategorematica:
Ci sono altre disposizioni, che dispongono la compositio stessa, e cio
quelle che indicano il modo in cui il predicato inerisce al soggetto
(modum inhaerendi praedicatum cum subjecto). La differenza tra funtori logici o operatori, in quanto determinazioni formali dellenunciato, da un lato, e determinazioni del contenuto materiale dallaltro qui
53
Syncategoremata magistri Guillelmi di Shireswode, p. 79, 10. Graficamente
solo meno usuale che i funtori modali di cui si detto al 1.3. non siano anteposti agli
enunciati: si pu in verit scrivere, tanto pq quanto (p, q), tanto p q quanto (p,
q), cos come accade nel sistema di ukasiewicz.
54
W. of Sherwood, Introductiones in logicam, 32, 16 sgg.
55
Alberto Magno, Perihermeneias, in: Opera Omnia (vol. 1), Libro II, cap. II, 1.

La modalit tra logica e ontologia

35

gi vista del tutto chiaramente; esattamente questa differenza terminologicamente afferrata come differenza tra determinazioni sincategorematiche e determinazioni categorematiche.56

Che la dispositio sia funzione specifica dei sincategoremi


una tesi ripresa anche nella scuola modista tra il XIII e il XIV
secolo, a cui G. L. Bursill-Hall attribuisce un deciso avanzamento nella descrizione della preposizione57. Sigieri di Courtrai
sostiene infatti che il suo modus significandi essentialis generalis consiste, come per altre parti indeclinabili del discorso che
non esprimono n la permanenza (sostanzialit = nomi e pronomi) n il divenire (lazione = verbi e participi), nella disposizione, ovvero nel riferimento puramente sintattico ad altre partes
orationis: funzione consignificatrice e funzione sintattica - con
cui una pars orationis si connette con altre in un discorso - vengono perci a identificarsi58. Questa funzione dispositiva dellelemento sincategorematico - che dora in poi chiameremo anche
prepositivo -, trova uninteressante conferma nel paragone tra la
funzione sincategorematica e il numero zero che Ockham istituisce nella Summa logicae:
Invece i termini sincategorematici [...] non hanno un significato completo e certo, n significano alcunch di distinto dalle cose significate
dai categoremi; come nel calcolo lo zero per s non significa nulla, ma
aggiunto ad unaltra cifra la fa significare, cos il sincategorema, propriamente parlando, non significa nulla, ma aggiunto in pi a qualcosaltro, lo fa significare o supporre in questo o quel modo determinato
o esercita nei confronti del categorema una qualche altra funzione59.

La funzione dello zero quella di consignificare, cio di


contribuire alla definizione di un numero: per se posita, tale cifra non significa nulla. Dovremmo quindi distinguere, anche per
lo zero, una doppia funzione: se aggiunto a unaltra cifra, le
conferisce un altro significato; se assoluto, non significa nulla.
Queste due funzioni, come cercheremo di mostrare, corrisponJacobi, Die Modalbegriffe..., p. 70.
Cfr. Bursill-Hall, Speculative Grammars of the Middle Ages, pp. 36 e 280.
Cfr. ivi, pp. 71 e 85.
59
G. dOckham, Summa logicae, in: Opera Philosophica et Theologica, vol. 1, p. 15.
56
57
58

36

Capitolo I

dono alla distinzione tra significato e senso, e ci consentono di


istituire un parallelo tra la funzione sincategorematica, lo zero e
lesistenza su cui ci soffermeremo in seguito (cfr. infra, 4.6.).
Lesistenza propriamente un nulla consignificante; la morte
il semplice nulla insignificante.
La funzione sincategorematica dello zero dovuta al ruolo
che esso assume allinterno di un sistema di numerazione posizionale, sconosciuto al mondo greco. Stando a certe ipotesi sulla sua origine, probabilmente indiana, esso indicherebbe il luogo vuoto, forse il centro della ruota in cui confluiscono i raggi60.
Come lo zero il termine di riferimento operazionale di un sistema numerico, allo stesso modo il sincategorema il fulcro di
una dispositio, ci per cui un enunciato posto, ed posto cos
e cos. Non difficile - sar il compito che ci impegner nel
prossimo capitolo - vedere in questa funzione modalizzatrice
della sintesi la stessa funzione del soggetto trascendentale in
Kant.
1.5. Lircocervo e la chimera della logica: equivocit e consignificatio della copula
A ragione Kant scrive nella Critica della ragion pura di non
essersi mai potuto accontentare della concezione tradizionale
del giudizio come rappresentazione di un rapporto fra due concetti61. La deduzione trascendentale non che la risposta allesigenza di trovare in un termine esterno al giudizio il fondamento della sintesi copulativa, il che comporta il passaggio dal
piano puramente logico, in cui si tratta del rapporto fra soggetto
logico e predicato, a quello trascendentale, in cui si tratta del
rapporto tra soggetto trascendentale e oggetto (cfr. infra, 2.1.).
LIo penso infatti una ursprungliche Verbindung, un connettivo, un sincategorema: non, quindi, sostanza.
Il giudizio la scena in cui si svolge la gigantomaca per
tj usaj, cio la lotta sullinterpretazione del senso delles60
61

Cfr. Boyer, A History of Matematics, tr. it. p. 251; Odifreddi, Il computer di Dio, p. 19.
Ak III B 140-41; tr. it. p. 138.

La modalit tra logica e ontologia

37

sere. Aristotele distingueva due usi del verbo essere: uno copulativo, o secondo un certo modo (p), e uno assoluto
(plj)62. Una tale differenza sintattica e semantica fa del verbo essere un verbo del tutto particolare, una specie di ircocervo, in cui apparentemente coesistono due usi equivoci e inconciliabili.
Sulluso copulativo viene spesso fondato il primato della categorialit sulla modalit, al punto che in senso predicativo viene interpretata anche la frase che costituisce la pietra miliare
dellontologia aristotelica, t n lgetai pollacj, lessere si
dice in molti modi63. Secondo P. Aubenque, ad esempio, le significazioni dellessere non sono altro che le figure della predicazione:
I differenti sensi dellessere, in conclusione, si riducono ai diversi
modi della predicazione [...]: la distinzione tra atto e potenza come tra
essere per s ed essere per accidente esprimeva la possibilit di una
molteplicit di significati, pi che costituire una prima esposizione di
queste significazioni. [...]
Si pu dunque ricondurre la teoria dei significati dellessere alla teoria
delle categorie e definire le categorie come i significati dellessere in
quanto si costituiscono nel discorso predicativo.64

Eppure, nel dire che lessere si dice in molti modi, Aristotele non intendeva alludere semplicemente alla molteplicit dei
predicati possibili dellosa, bens, come scrive nel libro E della Metafisica, anche a modi ulteriori (il che giustifica losservazione di Heidegger di cui si detto al 1.2.):
Lessere, inteso in generale, ha molteplici significati: uno di questi [...]
lessere accidentale; un secondo lessere come vero e il non essere
come falso; inoltre, ci sono le figure (scmata) delle categorie (per
esempio lessenza, la qualit, la quantit, il dove, il quando, e tutte le

De Soph. El. 5, 167a 1-7.


Met. Z 1, 1028 a 10.
64
Aubenque, Le problme de ltre chez Aristote, p. 170. Lo stesso Aubenque osserva per che, nel caso dellessere, non si tratta di un che cosa ma di un come (cfr.
p. 184), e precisamente di come le categorie si rapportano tra di loro.
62
63

38

Capitolo I
restanti); e, ancora, oltre a tutti questi, c lessere come potenza e
atto.65

Si visto come la logica medievale avesse praticamente


classificato laccidentale, il possibile, il necessario e - in alcuni
casi - anche lessere vero e lessere falso, in un ambito distinto
da quello dei categoremata, ovvero quello della modalit: i
modi non sono modi dellosa (cio del soggetto), bens del t
n, che, come stato rilevato, indica in Aristotele il verbo essere, o addirittura la copula stessa t sti66. La molteplicit
dei significati dellessere non riguarda quindi ci di cui si dice
che , losa, ma l stesso. Il dirsi secondo le categorie
perci solo uno dei modi possibili dellessere (quello delle determinazioni possibili dellosa), cosicch la logica predicativa
solo uno dei modi possibili allinterno di una pi vasta logica
modale, in cui la copula gioca un ruolo fondamentale. Il rapporto tra i due ambiti pu essere invertito solo intendendo ogni
modo come un predicato inerente a un soggetto, il che implica,
in maniera solidale sul piano logico e metafisico, la fondamentalit della dottrina della sostanza.
Accanto alluso copulativo, luso assoluto del verbo essere
sembra comportare un significato autonomo - quello esistenziale -, e perci il verbo potrebbe essere assunto come un predicato nel senso pieno della parola, un predicato reale, inerente
a una res. La logica medievale ha spesso affrontato il problema
dei significati copulativo ed esistenziale del verbo essere allinterno della discussione sugli elementi sincategorematici del
discorso, oscillando tra uninterpretazione categorematica e una
sincategorematica, distinte sintatticamente come secundum e
tertium adiacens.
Abelardo separa nettamente questi due usi del verbo essere: pur ritenendo in un certo senso ineliminabile limplicazione esistenziale della copula, egli si pronuncia a favore di una

Met. E 2 1026 a 33 b2.


Cfr. Met. Z 4, 1030a 21; H 2, 1042b 25. Cfr. Buchanan, Aristotles Theory of Being, p. 64.
65
66

La modalit tra logica e ontologia

39

radicale equivocit del verbo essere67, il quale ha quindi un


doppio senso, sincategorematico e categorematico, tesi, questa,
condivisa nel XV secolo dal Burleigh68. Ci al fine di evitare i
paralogismi che una tale equivocit potrebbe determinare: se infatti il significato esistenziale si introducesse anche nella copula, non sarebbe possibile dire senza contraddizione la chimera
un non-esistente, dal momento che lenunciato la chimera
chiaramente falso.
Diversamente dalla concezione equivoca di Abelardo, Guglielmo di Sherwood sostiene che il significato esistenziale del
verbo essere presente anche nelluso copulativo: unespressione della forma S P significa che S esiste ed P. Una
frase il cui soggetto non esiste perci semplicemente falsa,
poich direbbe qualcosa di qualcosa che non , e nessun predicato sussiste senza un soggetto. La funzione copulativa del verbo essere, presente del resto in ogni verbo, secondo Guglielmo di Sherwood meramente accessoria: ogni verbo, a differenza dei sostantivi, consignifica infatti gi la connessione col
soggetto. Come copula, est da considerare perci parte integrante del predicato69: ad essa compete una funzione modalizzante secondo le diverse flessioni temporali. Questa funzione
sincategorematica per secondaria: essere innanzitutto un
predicato, e significa esistere. Tommaso dAquino esplicita
cos tale tesi nel suo commento al De Interpretatione: Si dice
anche che il verbo consignifica la compositio, perch non la
significa principalmente, ma per conseguenza; infatti in primo
luogo significa ci che cade nellintelletto nel modo dellattualit assoluta: detto semplicemente, significa essere in
atto70.
Il significato sincategorematico del verbo essere appare invece prevalente in Alberto Magno, il quale considera il verbo
est come la parte consignificante la congiunzione in ogni altro
67
Cfr. Jacobi, Peter Abelards Investigations into the Meaning and Functions of the
Speech Sign est, in: Knuuttila e Hintikka (eds.), The Logic of Being, pp. 145-80.
68
Maier, Terminologia logica della tarda scolastica, p. 213.
69
W. of Sherwood, Treatise on Syncategorematic Words, pp. 90-92.
70
Cfr. Tommaso dAquino, In libros Perihermeneias, in: Opera Omnia, vol. 4, p. 331.

40

Capitolo I

verbo dotato di significato autonomo; preso per s, est, invece, non significa nulla (cfr. Aristotele, De int. 3, 16b 24):
Se infatti un verbo significa di per s qualcosa che appartiene al significato del verbo, allora massimamente chiaro che quel verbo [sc.
essere] preso per s significa ci che pensato in ogni verbo, vale a
dire il verbo : ma, detto puro e semplice, questo verbo non
nulla e non ha un significato definito.71

La funzione sincategorematica del verbo essere in questa


citazione di Alberto Magno fortemente sottolineata: per s, essere non significa nulla di determinato, non ha un significato
completo (finitum). La sua funzione quindi del tutto simile a
quella dello zero.
Questa possibilit di intendere in generale il verbo essere
come un sincategorema - sia nella sua funzione copulativa sia in
quella esistenziale -, ci sembra la pi percorribile, in vista sia
della sua funzione consignificativa, e quindi modalizzante, sia
del suo carattere non predicativo: essere non infatti, come
scrive Kant, non solo un predicato reale, ma per niente affatto
un predicato (cfr. infra, 2.11.). Non un caso che lesistenza
(il presunto significato categorematico del verbo essere) sia
sempre stata inscritta sotto il titolo della modalit, cio delle disposizioni delloggetto in rapporto, come dice Kant, alla facolt conoscitiva: la funzione consignificatrice del verbo essere
non nulla di diverso dalla sua funzione esistenziale.
Se essere fosse un predicato reale sarebbe un verbo. Per
Aristotele il verbo (`rma) si distingue dal nome (noma) perch
in pi significa (prosshmanein) il tempo72. La consignificatio
temporis per, non funzione del verbo in se stesso, ma della
copula che esso incorpora. Il che evidente nella trasformazione possibile di ogni predicazione nella forma copulativa
(Socrate cammina = Socrate camminante), dove si attua una
chiara separazione tra ci che nel predicato ha un valore esclusivamente categoriale (il suo senso proprio, che resta un predicato
Alberto Magno, Perihermeneias, in: Opera Omnia, vol. 1, Libro I, Tract. II, Cap. III.
Cfr. De int. 3, 16b 6-19. Sui rapporti tra tempo e giudizio in Aristotele cfr. Seel,
Die aristotelische Modaltheorie, p. 193 sgg.
71
72

La modalit tra logica e ontologia

41

nominale) e ci che invece ha un valore modalizzante, come


consignificazione sintetica e temporale, di cui si fa carico la copula (cfr. la precedente citazione di Alberto Magno). Lessere
infatti, di per s, scrive Aristotele, non nulla, ma significa in
pi (prosshmanei) una certa congiunzione (snqesn tina), che
senza ci che composto non possibile pensare73.
La copula realizza quindi la scissione tra la funzione consignificativa e quella significativa del verbo: il significato del
verbo come predicato viene staccato dalla funzione sintetica e
temporalmente modalizzante, che viene invece assunta in toto
dalla copula74. Funzione copulativa (consignificatio compositionis) e consignificazione temporale (consignificatio temporis)
sono dunque unidentica funzione, quella per cui la sintesi
esprime un modo del tempo: esso nella forma canonica del
giudizio apofantico il presente (parnta) o ladesso (nn).
Questa modalizzazione temporale non un modo del predicato bens della compositio. Essa cio non sta a significare che
il soggetto dellenunciato ora cos e cos, ma che il dictum
disposto in un certo modo rispetto al soggetto dellenunciazione. La forma flessiva della copula riferita al momento dellenunciazione, cio al punto del tempo rispetto al quale una frase
come Socrate camminava temporalmente disposta. Il nn
consignificato riguarda dunque in primo luogo, non il soggetto
dellenunciato, ma il soggetto dellenunciazione, rispetto al quale si attua la flessione temporale: (Qualcuno ora dice che) Socrate camminava. Scrive a tal proposito J. Hintikka:
[...] gli enunciati a cui pensa Aristotele sono temporalmente indefiniti;
essi dipendono dal tempo della loro enunciazione. Si pu dire che
sono relativi al momento in cui sono pronunciati. Questa relazione
pu essere implicita, ma pu anche essere resa esplicita attraverso talune espressioni riflessive come adesso o al momento presente
nellenunciato in questione. (Tra esse dobbiamo contare anche espressioni come ieri o domani, laddove un altro momento o periodo di
tempo fosse specificato col riferimento al momento presente).75
De Int. 3, 16b 24.
Cfr. Sainati, Storia dellOrganon aristotelico, vol. I, pp. 217-18; Kahn, On the
Theory of the Verb To Be, in Munitz (ed.), Logic and Ontology, pp. 10-12.
73
74

42

Capitolo I

La flessione temporale interna allenunciato (con avverbi


quali ieri o domani) comprensibile dunque solo in riferimento al momento dellenunciazione: la copula dice questo riferimento. I significati logico (disposizione), grammaticale
(caso, flessione) e temporale del termine modus corrispondono
quindi a quella pluralit di funzioni di cui investito il verbo
st, quella cio di una variazione sintattica (tertium e secundum adiacens) che indice di una variazione semantica (attribuzione predicativa ed esistenza come essere ora).
Consignificando il legame col soggetto, lessere in generale
esprime la temporalit della compositio, determina la disposizione, non delle singole parti del discorso, ma dellintero contenuto enunciativo rispetto a un punto del tempo, il momento della sua enunciazione. Si tratta qui di una rivoluzione copernicana che mette fuori gioco le interpretazioni estensionali della
consignificazione esistenziale della copula, poich essa esprime
un rapporto temporale (e quindi esistenziale) in riferimento,
non al soggetto dellenunciato, ma al soggetto dellenunciazione (di cui quindi innanzitutto possibile dire che ). Questa
consignificatio temporis - celata nella funzione copulativa di
ogni altro verbo, ed espressa dalla sua flessione temporale - fa
cos di ogni giudizio categorico un giudizio gi modalizzato, in
cui il riferimento al tempo (alladesso) implicito, ellittico.
Ogni giudizio categorico non farebbe quindi che dire in forma ellittica e indiretta il proprio riferimento temporale. Un giudizio puro non che una chimera, la chimera della logica, perch sarebbe un giudizio senza tempo, che esclude la copula per
escludere il tempo: non quindi della forma A B, ma della
forma AB, vale a dire, come nella logica formale, Fx. Leliminazione della copula - e quindi della sua consignificazione
temporale - ha nella logica formale lo scopo di rendere indipen75
Hintikka, Time, Truth and Knowledge in Aristotle and Other Greek Philosopers,
in: Time & Necessity, pp. 64. Hintikka ha ipotizzato che i presupposti di questa concezione della consignificatio temporis in Aristotele siano da rintracciare nel prevalente riferimento alloralit proprio della cultura greca (p. 88 sgg.). Si pu per escludere tale
presupposto nel caso del testo scritto? Esso, cio, pu fare a meno di ogni riferimento
temporale?

La modalit tra logica e ontologia

43

dente la verit da riferimenti temporali. Essa allora non fa che


assumere come stato normale dellenunciato la frase nominale. Come scrive E. Benveniste, la frase nominale sempre legata al discorso diretto, serve per asserzioni di carattere generale,
sentenziose o proverbiali, al di l di ogni riferimento temporale,
mentre la frase con copula viene usata per indicare una dimensione temporale:
[In una frase nominale] lelemento assertivo, essendo nominale, non
suscettibile delle determinazioni proprie della forma verbale: modalit
temporali, personali, e cos via. Lasserzione avr la caratteristica di
essere atemporale, impersonale, non modale, in breve di poggiare su
un termine ridotto al suo esclusivo contenuto semantico. [...] La frase
nominale in indoeuropeo asserisce che al soggetto dellenunciato appartiene una certa qualit (nel senso pi generale), ma al di fuori di
ogni determinazione temporale o daltro genere e al di fuori di ogni
rapporto con il parlante.
[...]
Unasserzione nominale, in s completa, pone lenunciato fuori da
ogni localizzazione temporale o modale e al di fuori della soggettivit
del parlante. Unasserzione verbale, dove *esti sullo stesso piano di
*esmi o *essi o qualsiasi altra forma temporale dello stesso verbo, introduce nellenunciato tutte le determinazioni verbali e lo situa in rapporto al parlante.76

Una tale epoch del riferimento al tempo - e cio al soggetto


- dellenunciazione, quale si realizza nella frase nominale, appare per come una chimera, e non tanto perch risultato di una
composizione indebita, ma perch residuo astratto di una riduzione logica. interessante osservare come la considerazione
del carattere irrilevante della connotazione temporale del verbo
(e in particolare della copula, che assume questa funzione connotativa quando il verbo trasformato in participio) vada di pari
passo, nella logica medievale, con la necessit di esprimere linguisticamente verit di fede: ci che ci apparso come una chimera - lesistenza di un giudizio puro -, non forse, dunque,
che un atto di fede. Viceversa, il tentativo di rapportare anche le
verit di fede ai modi umani di comprensione (modi intelligenCfr. Benveniste, La phrase nominale, in: Problmes de linguistique gnrale, pp.
158 e 160; tr. it. pp. 187 e 189.
76

44

Capitolo I

di) e ai loro particolari modi di esprimersi (modi significandi),


ripropose ai logici medievali il problema della connotazione
temporale dellenunciato: Il tempo del verbo solidale dunque
con tutto lenunciato, il quale composto di termini che rispondono a loro volta a precisi modi significandi. Il logico, se vuole
stabilire la verit o la falsit di una proposizione, non pu prescindere dalla connotazione temporale77.
In Boezio lespressione modi significandi indicava, in senso
non tecnico, la consignificazione temporale del verbo78. Essa
intrinseca al modo umano di rapportarsi alla verit, anche quella
divina. Come osserva M. D. Chenu, a proposito delle discussioni sui modi significandi nel XII secolo:
Detto altrimenti, le leggi della verit, nel nostro spirito, non si stabiliscono unicamente a partire dalla realt e dalle diverse realt; esse si
stabiliscono anche, e necessariamente, a partire dallo spirito stesso e
dalle sue modalit psicologiche (modi intelligendi), tra cui le pi radicali e pi cariche di conseguenze sono, nella composizione e nella divisione, il procedimento astrattivo e la temporalit del giudizio.79

Come modo della compositio, della sintesi, la consignificazione temporale della copula - forse la sua vera consignificazione fondamentale, quella che comunque ogni logica formale elude - traccia cos una linea che da Aristotele va fino a Kant (che
nel tempo vede appunto il modo fondamentale della sintesi) e,
da qui, a Heidegger.

77
Maier, Terminologia logica della tarda scolastica, pp. 142-43. Anche nella Dialectica Monacensis la verit di un enunciato fatta dipendere dalla copula, cio dal
modo del tempo consignificato. Cfr. Jacobi, Die Modalbegriffe..., pp. 184-85.
78
Osservazione di Pinborg in Die Entwicklung der Sprachtheorie im Mittelalter, p.
30. In nota, Pinborg rimanda alluso aristotelico del termine trpoj.
79
Chenu, La Thologie au douzime sicle, p. 100.