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Francesco Varanini

L'IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL'IMPERO


Vita e carattere di Elio Antonio de Nebrija (*)

I. VITA E OPERE DI UN UMANISTA SPAGNOLO

Apriamo un libro; un libro uscito dai torchi di Salamanca il 18


agosto 1492, quindici giorni dopo la partenza di Colombo verso le
Indie. Un volume in quarto di cinque segnature, composto in caratte-
ri gotici. L'epigrafe stampata in rosso, poi una pagina bianca, poi la
dedica: "A la muy alta e assi esclarecida princesa dona Isabela la ter-
cera deste nombre Reina i senora natural de espana e las islas de
nuestro mar. Comienza la gramatica que nuevamente hizo el maestro
Antonio de Nebrixa sobre la lengua castellana, e pone primero el
prologo. Léelo en buena hora.".1
Seguono sei pagine di introduzione dove l'autore, rivolgendosi
alla regina, le spiega con chiarezza a tratti brutale perché questa sua
Gramática debba essere considerato un fondamentale strumento di
dominio e di governo, utile più della spada.
Chi era Nebrija? Antonio Martínez de la Cala, converso, cioè di-
scendente di ebrei convertiti, nasce nel 1444 (o nel 1441) nella anti-
ca Nebrissa Veneria, chiamata oggi Lebrija, in provincia di Sevilla.2
Compie gli studi nella sua terra natale e poi a Salamanca. Già in
gioventù era ossessionato dall'idea dell'assenza, nella penisola iberi-
ca, di una lengua. Da un lato i linguaggi delle Scritture -greco, lati-
no, ebraico-, dall'altro l'idioma del popolo. E il latino appariva così
corrotto da risultare difficilmente utilizzabile - non più quindi sicuro

(*) Questo testo, al momento inedito su carta, è destinato a far parte di un


saggio sulla cultura e letteratura spagnola e ispanoamericana, ideale segui-
to del mio Viaggio letterario in America Latina, Venezia, Marsilio, 1998;
trad. spagnola: Viaje literario por América Latina, Barcelona, Acantilado,
2000.
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punto di riferimento per i dotti. La centralità delle modalità espressi-


ve, la priorità lingua sui contenuti erano già i suoi chiodi fissi: in età
matura ricorderà i suoi insegnanti come varones che, "aunque no en
saber, en el dezir sabían poco".3"Assí que en edad de diez y nueve
años io fue a Italia, no por causa que otros van, o para ganar rentas
de iglesia, o para traer formulas de Derecho civil y canónico, o para
trocar mercaderías",4 ma per riportare in patria gli autori latini "que
estavan ia, muchos siglos avía, desterrados de España"5 Tornerà in
effetti dopo sette anni6 portando con sé un prezioso bagaglio: un do-
minio del sistema linguistico latino tale da far affermare al suo con-
temporaneo Hernán Nuñez che era come se avesse riportato Euridice
dall'Ade.
La carriera si snoda tra aule universitarie e sedi vescovili; e tra
beghe accademiche, polemiche, sforzi per migliorare la situazione
economica, tentativi di garantirsi maggior libertà per proseguire i
suoi studi.
Per tre anni, al servizio di Don Alonso de Fonseca, Arcivescovo
di Sevilla, è precettore del nipote, che sarà vescovo a sua volta.
Nel giugno del 1475 firma il primo contratto con l'Università di
Salamanca, lettore di Elocuencia e Poesía. All'inizio dell'anno suc-
cessivo ottiene la prima cattedra di Grammatica. Nel 1481, come
strumento didattico, pubblica la sua prima opera, le Introductiones
latinae, destinate a un grande successo.7
Entra intanto in rapporti con il vescovo di Avila, fray Hernando
de Talavera, cui dovrà molto per i successivi sviluppi della sua car-
riera. E' questi, attorno al 1485, a rendergli noto il desiderio della re-
gina Isabella di vedere tradotte le Introductiones in spagnolo. Saran-
no le Introducciones latinas, contrapuesto el romance al latín,
"obra", scrive nella prefazione, che se me mandó hazer "por que las
mugeres religiosas y vírgenes dedicadas a Diós, sin participación de
varones pudiessen conocer algo de la lengua latina".8 Nebrija non
sembra inizialmente molto convinto dell'utilità dell'opera. Ma si ri-
crederà: segna il suo avvicinamento alla pedagogia delle masse, e al
castigliano.
Nel 1487, dopo dodici anni, lascia la cattedra per entrare al servi-
zio di don Juan de Zúñiga, suo vecchio allievo, Maestre de la Orden
de Alcántara. E' un periodo particolarmente fertile: pubblica tra l'al-
tro il Diccionario latino-español (1492), il Vocabulario español-lati-
no (1495 circa), e la Gramática de la lengua castellana (1492).9
Nel frattempo il Cardinal Cisneros ha fondato l'Università di Al-
calá de Henares e ha dato vita al progetto della Biblia Políglota. Nel

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1502 un gruppo di teologi e di esperti di linguisti iniziano i lavori di


traduzione. Nebrija ne fa parte.10
Ma presto entra in conflitto con i teologi: Nebrija voleva applica-
re un criterio filologico, orientato a la "enmendación del Latín, que
está común mente corrompido en todas las Biblias latina, cotejándo-
lo con el hebraico, caldaico y griego".11 Ma i teologi sono contrari,
sostengono che il testo non deve essere modificato. Nebrija lascia al-
lora il gruppo di lavoro.
Nel 1504 muore don Juan de Zúñiga e l'anno successivo Nebrija
è di nuovo in cattedra a Salamanca. Ma trascura le lezioni. Nell'anno
accademico 1508-9 sta assente per quattro mesi. Nel 1509 la cattedra
è dichiarata vacante. E allora il re, per compensarlo economicamen-
te, lo nomina suo cronista.
A partire dallo stesso anno, sempre a Salamanca, insegna retorica,
ma l'ambiente gli è sempre più ostile. Nel 1514, ormai settantenne,
concorre di nuovo alla Cattedra di Grammatica (rispetto a quella di
retorica, la Prima Cattedra di Grammatica garantiva un migliore sti-
pendio e una migliore pensione), ma è sconfitto da un collega molto
più giovane e meno titolato.
Deluso e addolorato abbandona l'Università di Salamanca per
quella di Siviglia. L'anno successivo il Cardinal Cisneros gli offre la
Cattedra di Retorica della nuova Università di Alcalá, una sorta di si-
necura motivata con i meriti aquisiti: con il privilegio che "leyese lo
que él quisiese, y si no quisiese leer, que no leyese; y que esto no lo
mandaba porque trabajase, sino por pagarle lo que le debía España12
Muore il 2 luglio 1522.

II. OLTRE IL LATINO, LA LINGUA COME ARTIFICIO

Nebrija dedica enormi energie a codificare la grammatica latina, a


definirne la pronuncia, a riportare alla luce la retorica classica, a ri-
pristinare i testi sacri.
Ma, lavoratore instancabile, scrive anche di pedagogia;13 di unità
di lunghezza, di capacità e dei relativi strumenti di misura; 14 di nu-
meri;15 di astronomia e cosmografia;16 di calendari e misura del tem-
po.17
E' attentissimo agli usi e alle conseguenze delle nuove tecnologie
editoriali: secondo alcuni si deve a lui l'apertura della prima tipogra-
fia all'Università di Salamanca.18 Ma in ogni caso mostrò una grande
attenzione all'incipiente mercato, tanto nel curare i propri diritti di

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autore quanto nell'impostare nel modo più conveniente il rapporto


con il lettore. Nota per esempio nella prefazione al Diccionario lati-
no-español: "Estrechamos esso mesmo el volumen debaxo de una
maravillosa brevedad, porque la grandeza del precio no espantasse
alos pobres de lo comprar, ni la frente alta del libro alos ricos bastio-
sos de leer, y tan bien por que más ligero se pudiesse traer de un lu-
gar a otro en la mano y seno y so el braço".19
Questa cura non fu priva di esiti: le opere centrate sul latino furo-
no veri best sellers, in Spagna e in America.20 In particolare le Intro-
ductiones latinae ebbero una prima tiratura di mille copie, sette edi-
zioni entro il secolo XV, quaranta in quello successivo.
Sarà proprio ragionando intorno alle conseguenze della diffusione
della stampa che balenerà a Nebrija la prima idea della sua Gramáti-
ca de la lengua castellana. L'idea stessa di libro porta con sé una li-
bertà prima inconcepibile. La stampa permette di diffondere al di là
di ogni controllo idee e visioni del mondo. Come garantire "a los
ombres de mi lengua obras en que mejor puedan emplear su ocio"?
come evitare che si sprechi tempo leggendo "novelas o istorias em-
bueltas en mil mentiras y errores"?21
Anticipando di tre decenni Ignazio di Loyola, che a trent'anni si
guarderà alle spalle, e rileggerà la sua vita come una vita sprecata
nelle "vanità del mondo", persa in ozi di cui parte integrante erano le
letture di cattivi libri profani, Nebrija si preoccupa dello spreco di
tempo reso possibile dall'invenzione della carta e dei caratteri mobi-
li.
Umanista stimato, al vertice del successo professionale, allarga lo
sguardo e alza il tiro. Decide di confrontarsi con una opera nuova.
Più ardita della sistemazione di un latino rovinato dall'incuria. Più
politica: e infatti non si rivolge alla comunità accademica, ma alla
regina.
"Acordé ante todas las otras cosas reduzir en artificio este nuestro
lenguaje castellano, para que lo que agora y de aquí adelante en él se
escriviere pueda quedar en un tenor".22 Ecco il progetto: una lingua
artificiale e soggetta al controllo statuale.
"I assí, después que io deliberé, con gran peligro de aquella opi-
nión que muchos de mí tienen, sacar la novedad desta mi obra de la
sombra y tinieblas escolásticas a la luz de vuestra corte, a ninguno
mas justa mente pude consagrar este mi trabajo que a aquella en cuia
mano y poder, no menos está el momento de la lengua que el arbitrio
de todas nuestras cosas."23 Nebrija non sta più nella pelle, non riesce
a trattenere la soddisfazione per aver trovato un campo d'azione con-

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sono alla sua ambizione, al suo bisogno di primeggiare. E per avere


occasione di rivolgersi da pari a pari alla regina.
Nessuno prima di lui ha pensato di scrivere la Grammatica di una
lingua viva24 Mai in precedenza la grammatica era stata esplicita-
mente intesa quale mezzo di modellazione, di stabilizzazione e di in-
segnamento della lingua d'ogni giorno.25

III. SPADA E LIBRO

La Gramática fu composta tra il 1486 e il 1492. Il Prólogo è suc-


cessivo alla capitolazione di Granada (il 2 gennaio 1492).26 L'appari-
zione della Gramática coincide dunque con un momento particola-
rissimo della storia nazionale - Nebrija ne è consapevole. Gli arabi
sono stati definitivamente respinti in Africa, l''unione personale' dei
Re Cattolici ha fatto della Spagna un unico regno. E si aprono grandi
prospettive di espansione oltremare.
Mentre gli ebrei -non più necessari ora che è stata portata a termi-
ne la Reconquista- vengono espulsi in massa,27 il converso cosmopo-
lita offre alla corona i propri servigi, sotto specie di creazione di una
lingua atta a essere imposta ovunque la porterà la spada.
Nebrija illustra con virile franchezza alla regina un'alleanza tra
due ambiti compresi nella sfera laica della Corona; un'alleanza diver-
sa dal patto medievale tra Impero e papato. Non più spada e croce,
Chiesa e Stato, ma arma y letras, arma e scienza.
Nebrija spiega alla regina che la nuova alleanza costituisce pre-
messa essenziale per raccogliere e integrare in un unico tessuto le di-
siecta membra della Spagna. La lingua è la base per l'edificazione
del Regno, "la forma y travazón del cual, assí está ordenada, que mu-
chos siglos, injuria y tiempos no la podrán romper ni desatar. Assí
que, después de repurgada la cristiana religión, por la cual somos
amigos de Dios, o reconciliados con El;28 después de los enemigos
de nuestra fe vencidos por guerra y fuerça de armas29 (...) no queda
ia otra cosa sino que florezcan las artes de paz. Entre las primeras, es
aquélla que nos enseña la lengua, la cual nos aparta de todos los los
otros animales y es propria del ombre".30
Nella penisola iberica le folle parlano idiomi diversi. Ma ora il
nuovo regno ha bisogno di strumenti propri, posti sotto il controllo
dello Stato. La lingua è instrumentum regni: "siempre la lengua fue
compañera del imperio, y del tal manera lo siguió que junta mente

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començaron, crecieron y florecieron, y después junta fue la caída de


ambos."31
Uno sviluppo imperiale esige una lingua stabile: la nostra lingua
"hasta nuestra edad anduvo suelta y fuera de regla, y a esta causa a
recibido en pocos siglos muchas mudanças; por que si la queremos
cotejar con la de oi a quinientos años, hallaremos tanta diferencia y
diversidad cuanta puede ser maior entre dos lenguas." La nuova lin-
gua posta sotto il controllo della grammatica potrà invece "estender
se en toda la duración de los tiempos que están por venir, como ve-
mos que se ha hecho en la lengua griega y latina, las cuales por aver
estado debaxo de arte, aun que sobre ellas an pasado muchos siglos,
toda vía quedan en una uniformidad."32
L'umanista si rivolge al principe per spingerlo a difendere il mon-
do dei cristiani civilizzati di fronte al mondo selvaggio. E' ancora il
selvaggio dell'immaginario medievale: in un mondo moralmente or-
dinato, essere selvaggi significa essere muti e maledetti. Se un tempo
il pagano era accolto nel gregge tramite il battesimo, d'ora in poi lo
sarà tramite la lingua.

IV. CONTROLLO SOCIALE

Un monarca moderno non può esimersi dal controllare i compor-


tamenti dei sudditi, ammonisce Nebrija. Dovranno dunque essere
combattuti i vernacoli, lingue agili, da tutti conosciute, ed ora in vir-
tù della stampa, enormemente più pericolose (dal punto di vista del
potere centrale) di quando erano confinati nell'oralità.
Progetto enorme, profondamente radicato in un preciso momento
storico, eppure allo stesso tempo di significato universale.
Raramente è stato reso in termini così espliciti il sogno di intellet-
tuali e chierici: controllare il pensiero altrui. Non si tratta solo di im-
porre al popolo una nuova lingua, ma di compiere un gesto ancora
più deprivante e crudele: spogliarlo della propria lingua, della lingua
da sempre conosciuta e da sempre usata in piena libertà, per fare di
quella stessa lingua -depotenziata, sterilizzata- un nuovo strumento
di dominio. Simile lingua non sarà più materna, non potrà più essere
appresa e interiorizzata in ambito familiare nel corso della normale
socializzazione.
La lingua di Nebrija apre il passo all'affermazione inevitabile del-
la scolarizzazione di massa. Se nel Medio Evo non era concepibile
salvezza al di fuori dalla Chiesa, ora non ci sarà più possibilità di let-

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L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

tura e scrittura, e in senso lato di comunicazione, al di fuori dell'uso


di strumenti codificati, diffusi in ambito didattico da specialisti.
Ciò che conta non è la rispondenza dello strumento di comunica-
zione ai bisogni dei parlanti, quanto la sua efficacia dal punto di vi-
sta del controllo: non a caso Nebrija usa il verbo reducir –nel casti-
gliano del XV secolo: 'trasformare', 'assoggettare', 'civilizzare'–.33
Nel disegno di Nebrija burocrati, soldati, mercanti, contadini
avranno un'unica lingua, una lingua che tutti, dal più ricco al più po-
vero, comprenderanno e alla quale anche dovranno, in quanto lingua
ufficiale, imposta per norma, obbedire (ob-audire: 'dare ascolto').
Solo così i sudditi saranno tramutati in cittadini moderni.
Il progetto di Nebrija precede di cinquant'anni la pubblicazione
dell'Indice. Ma l'Indice si proporrà di proscrivere la lettura, non di
evitare che il libro venga scritto, interverrà quindi più a valle, e più
in superficie di quanto si propone di fare Nebrija.
Nebrija è più ambizioso, più definitivamente repressivo. Non
pensa a censurare, ma ad imporre preventivamente il rispetto di re-
gole assolute, la limitazione degli spazi di libertà.

V. DIRITTI CIVILI E POLITICA DI POTENZA

Per chiunque non sposava le preoccupazioni di Nebrija per la dif-


fusione della stampa, e non coglieva la portata della sua concezione
del controllo sociale, la grammatica era uno strumento utile solo al-
l'istruzione di preti e scrivani. E d'altronde era difficile seguire Ne-
brija nel pensare che una lingua insegnata da professionisti potesse
sostituirsi alla lingua appresa in famiglia.
Gli aspetti innovativi del progetto dovevano lasciare perplessa la
stessa regina. Non solo Isabella non era in grado di vederne i fini
pratici, ma -figlia del suo tempo- doveva trovare inconcepibile un si-
mile attacco a valori universalmente accettati. La libertà del suddito
di pervenire per proprio conto al dominio della propria lingua appar-
teneva a una sfera privata, intangibile per il potere regio: era terreno,
intoccabile quanto i pascoli comunali, quanto los fueros del pueblo.34
Nebrija però -abilmente- fa leva sull'anticonformismo della regi-
na e sulle esigenze dei tempi nuovi.
Contestando come pregiudizio legato alla tradizione, ma superato
dalla storia, il rispetto per le autonomie locali (quindi anche il diritto
di ogni villaggio ad avere il suo dialetto), evoca l'immagine di una
nuova missione universale per una Corona moderna. Nebrija si ri-

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L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

volge alla regina facendo appello allo 'spirito di Granada': il fatale


destino di una monarchia che, conquistata e assoggettata l'Andalusia,
è ora proiettata verso la conquista e la cristianizzazione del mondo
intero. "Cuando en Salamanca di la muestra de aquesta obra a vue-
stra real Majestad,35 y me preguntó que para qué podía aprovechar, el
mui reverendo padre Obispo de Avila me arrebató la respuesta; y, re-
spondiendo por mí, dixo que después de vuestra Alteza metiesse de-
baxo de su iugo muchos pueblos bárbaros y naciones de peregrinas
lenguas, y con el vencimiento aquellos ternían necesidad de recibir
las leies quel vencedor pone al vencido, y con ellas nuestra lengua,
entonces, por esta mi Arte, podrían venir en el conocimiento
della".36
Nello sforzo di apparire convincente, Nebrija non esita ad alzare
il livello del tono retorico, facendo smaccatamente appello all'ambi-
zione della regina. Greco e latino sono sopravvissuti nei secoli per-
ché sono stati assoggettati a regola. "Por que si otro tanto en nuestra
lengua no se haze como en aquéllas, en vano vuestros cronistas y
estoriadores escriven y encomiendan a immortalidad la memoria de
vuestros loables hechos, y nos otros tentamos de passar en castellano
las cosas peregrinas y estrañas, pues que aqueste no puede ser sino
nagocio de pocos años. I será necesaria una de dos cosas: o que la
memoria de vuestras hazañas perezca con la lengua; o que ande pe-
regrinando por las naciones estrangeras, pues que no tiene propria
casa en que pueda morar".37

VI. LA GUERRA ALL'ERRORE

Oggi l'espressione `usi barbari' può apparire frase fatta, espressio-


ne retorica. Ma per Nebrija sono il peccato, la tangibile incarnazione
del male. Per lui il barbaro non è una figura astratta: è il nuovo sud-
dito con il quale nell'immediato futuro sua Maestà dovrà fare i conti.
La Grecia e Roma sono qui ed ora: il barbaro è, alla lettera, lo stra-
niero, che parla in modo incomprensibile, balbettando, la lingua at-
traverso la quale si esercita il potere.38
Legittimato dal sacro fuoco della missione, Nebrija scaglia contro
l'errore grammaticale con lo stesso furore religioso con cui Bartolo-
mé de Las Casas si scaglia contro gli oppressori degli indios; costrui-
sce il suo sistema di norme con lo stesso fanatico accanimento con il
quale Ignazio di Loyola edificherà la Compagnia di Gesù.

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"Si en alguna palabra no se comete vicio alguno, llama se lexis,


que quiere decir perfecta dición. Si en la palabra se comete vicio que
no se pueda sofrir, se llama barbarsimo. Si se comete pecado que por
alguna razón se puede escusar, llama se metaplasmo. Esso mesmo, si
en el aiuntamiento de las partes de la oración no ai vicio alguno, lla-
ma se phrasis, que quiere dezir perfecta habla. Si se comete vicio in-
tolerable, llama se solecismo. Si ai vicio que por alguna razón se
puede escusar, llama se schema. Assí que entre barbarismo y lexis
está metaplasmo; entre solecismo y phrasis está schema."39
Il sistema di Nebrija, come la visione ascetica dei mistici, è orga-
nizzato come cammino verso la perfezione. Non a caso parla di 'pec-
cato': c'è il vicio que no se puede sofrir, intolerable; c'è il peccato ve-
niale, que por alguna razón se puede escusar; e c'è infine la meta
della perfecta habla e della perfecta dición.
Qui Nebrija si trova di fronte a uno scoglio: quali espressioni
sono da rigettare in quanto riprovevoli estranjerismos? Come misu-
rare la subida verso la perfecta dición?
Nebrija non può negare i legami tra il castigliano e le altre lingue
neolatine, e sopratutto tra il castigliano e il latino. Anzi: ai lettori
coevi appariva evidente che il suo era il castigliano di un latinista,
troppo legato alla tradizione latina.40E allora, qual è il confine corret-
to tra latino e castigliano?
D'altro canto Nebrija deve ammettere che ha un suo spazio la
creatività linguistica, e che può quindi darsi una diversità positiva ri-
spetto alla norma. La lingua può essere forgiata dai poeti tanto quan-
to dai grammatici. Ma nel sistema di Nebrija anche la creazione del
poeta è inquadrata nel rigido schema che vede a un estremo l'errore e
all'altro la norma perfettamente rispettata. L'innovazione poetica –
peccato veniale, attenuante– è un passaggio intermedio all'interno di
questo continuum, non è un superamento della norma.
E allora dove sta la poesia? A chi riconoscere l'attenuante della
poesia? E dove sta invece l'espressione barbara da sanzionare senza
pietà?
Qui il discorso si avvita su se stesso, si fa tautologico, perché
l'approccio di Nebrija è lontanissimo da una linguistica storica, da
una ricerca filologica o glottologica, ed è esclusivamente prescritti-
vo: è corretto ciò che Nebrija definisce corretto.
Non possiamo non commentare che nel momento in cui Nebrija
afferma per sé questa libertà la nega agli altri. Gli altri dovranno ac-
cettare come legge ciò che Nebrija ha arbitrariamente stabilito.

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L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

La perfezione trova compimento nell'annullamento della libertà


soggettiva. Gli spazi di autonomia dei fueros del pueblo sono negati
in nome di una affermazione di principio che affonda le sue radici in
un discorso religioso: un discorso perfettamente in linea con la cultu-
ra dell'epoca, e con l'evoluzione storico-politica in atto - ma che Ne-
brija rende funzionale a una affermazione narcisistica: sono io l'in-
ventore di questa "obra tan necesaria", io il custode, io il maestro.
Così vediamo Nebrija che sceglie come meglio gli conviene gli
esempi, facendo sempre ricorso ad autori latinizzanti, come Juan de
Mena. E che di fronte a violazioni delle sue stesse norme, le conside-
ra metaplasmos, scusabili licenze poetiche, solo perché si tratta di la-
tinismi che, dal suo punto di vista, nobilitano lo spagnolo.
Opera di rottura, tra i contemporanei la Gramática incontrerà più
critiche che plausi, e una scarsissima fortuna editoriale.41 Ma il suo
approccio sarà la base del lavoro di normalizzazione di cui si farà ca-
rico la Real Academia Española.42 La Gramática della Academia, re-
plicherà pedissequamente Nebrija nella scansione degli argomenti, e
sopratutto nello schema prescrittivo che vede la progressiva caduta
nel baratro dell'errore lungo la catena lexis-metaplasmo-barbarismo
e phrasis-schema-solecismo.
Un solo esempio: con un rigore che può apparirci solo ridicolo,
ben dentro il nostro secolo la Gramática si scaglia contro Góngora,
accusandolo di aver gravemente peccato di solecismo. Il poeta si era
permesso di scrivere: "Audaz mi pensamiento /El cenit escaló, plu-
mas vestido". Il corsivo è dalla Gramática della Academia che auste-
ramente commenta: "en estos versos, para decir que, 'osado su pen-
samiento escaló, vestido de plumas, la parte más sublime del cielo'
[il poeta] cometió el indisculpable latinismo, contrario a nuestra len-
gua, de quitar al participio vestido la preposición de, que requiere."43

VII. LA FALSA DEMOCRAZIA NEBRIJIANA

Al di là delle formali professioni di rispetto, per Nebrija il poeta è


un nemico - perché mostra un sovrano disprezzo per le norme sulle
quale Nebrija costruisce la sua autorità. Il poeta potrebbe mettere in
discussione la leadership del grammatico: c'è il rischio che –in luogo
del suo sistema di regole– si affermi la lingua che emerge da un
mondo poetico.
Dante, duecento anni prima di Nebrija, affermava che un linguag-
gio parlato secondo le leggi della grammatica è destinato a restare un

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L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

artificio per eruditi, e non può essere vivo. E notava come già presso
i popoli antichi, come i Greci, coesistono due diverse lingue, una
volgare e una dei 'litterati'.44 Gli uomini, scriveva, possiedono una
locutio vulgaris45che essi apprendono spontaneamente sin da bambi-
ni, sine omni regula nutricem imitantes.
E allora il grammatico, per difendere il proprio progetto di lingua
artificiale, gioca l'ultima carta, quella della difesa dei diritti degli ul-
timi. Accusa i poeti di usare una lingua astrusa e arbitrariamente
complessa, e –contro di loro– si schiera dalla parte degli illetterati,
affermandosi fautore di un idioma standard, facile da usare; una lin-
gua semplice, chiara, alla portata di tutti.
Ma la lingua dei poeti, di Góngora e di tutti i suoi precursori ed
epigoni è, evidentemente, un falso bersaglio. Combatterla è ancora
un modo per imporre la propria autorità normativa.
Con perfetta ipocrisia l'atteggiamento autoritario viene maschera-
to dietro l'apparenza di 'servizio'. Nebrija apparentemente sta dalla
parte degli ultimi - ma in realtà li usa. Cerca di convincere i parlanti
dell'inadeguatezza del loro strumento linguistico. Colpevolizza, at-
tacca con violenza le modalità espressive tradizionali, liberamente
apprese, trasmesse dalla famiglia e dalla comunità al di fuori delle
istituzioni. Bolla come deficit quello che è differenza. Così facendo
definisce i sudditi bisognosi di una lingua 'facilitata'- e in questo
modo legittima e impone come necessario il proprio ruolo.
La pretesa di far prendere coscienza agli altri, sapendo meglio di
loro cosa è meglio per loro è una forma di oppressione, e Nebrija è
maestro nell'esercitarla.46

VIII. HYBRIS

Nebrija parte da una vecchia idea degli stoici, ripresa poi da


grammatici latini: la grammatica è base di tutta la scienza e guida
alla verità.47 Attacca quindi scienziati, studiosi, intellettuali per il cat-
tivo "conocimiento de la lengua [latina] en que está no solamente
fundada nuestra religión, (....) mas aun el Derecho Civil y Canónico,
(...) La Medicina (...)". Trae sensate deduzioni: "de aquí viene que
los juristas apenas entienden la imagen y sombra de su Código y Di-
gestos. De aquí que los médicos no leen dos lumbres de la Medicina:
Plinio Segundo y Cornelio Celso. De aquí que todos los Libros en
que están escriptas las artes dignas de todo hombre libre, yacen en ti-
nieblas sepultados".48 Epperò poi -proprio lui che attribuisce questo

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L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

assoluto valore alle modalità espressive- subito si tradisce, svelando


come tutto radichi in un bisogno soggettivo profondo, in un deside-
rio di rivalsa che fatica a stare dentro il pacato ragionamento episte-
mologico, o etico. Solo io, Nebrija, saprò "desarraigar la barbaria de
los ombres de nuestra nación", cominciando dall'"estudio de Sala-
manca, el qual, como una fortaleza, tomado por combate, no dudava
io que todos los otros pueblos de España vernían luego a se rendir". 49
Solo io, Nebrija, possiedo le chiavi della verità, e a partire da questa
verità "a todos los maestros que tienen hábito y profesión de letras,
los provoco y desafío, y desde agora les denuncio guerra a sangre y
fuego, porque entre tanto se aperciban de razones y argumentos con-
tra mí."50 (Si noti la metafora militare, che non è affatto occasionale.
Al cardenal Mendoza, suo protettore, confida: "si con tu favor logro
vencer a los enemigos de la lengua latina, a los cuales declaro la
guerra con este libro, te ofreceré agradecido las décimas del
botín").51
La scienza non è il fine, è il mezzo per dimostrare la propria su-
periorità. E per diventare celebri: "Por que hablando sin sobervia" -e
già l'excusatio tradisce la superbia- "fue aquella mi dotrina tan nota-
ble que aun por testimonio de los embidiosos y confessión de mis
enemigos" -sempre un clima di lotta e di conflitti- "todo aquello se
me otorga, que io fue el primero que abrí tienda de la lengua latina, y
osé poner pendón para nuevos preceptos". Parlando di sé Nebrija
non usa mai eufemismi: 'la mia dottrina così notevole', 'io fui il pri-
mo', solo 'io osai abrir tienda e poner pendón, fare della lingua latina
una merce diffusa, tenerne alto il pennone, difenderne l'onore.52
Nebrija non si pone al servizio di una idea, ma pone l'idea -rende-
re stabile e imperituro lo spagnolo- al servizio della sua affermazio-
ne. "Io quise echar la primera piedra, y hazer en nuestra lengua lo
que Zenodoto en la griega y Crates en la latina, los cuales aun que
fueron vencidos de los que después dellos escrivieron, a lo menos
fue aquella su gloria, y será nuestra, que fuemos los primeros inven-
tores de obra tan necesaria."53
Nebrija parte da riflessioni astratte per finire sempre con l'attacco
personale (i colleghi non sono mai visti come studiosi, sono solo av-
versari da squalificare, da abbattere): anche i miei nemici mi conce-
dono che fui sempre io "que ia casi del todo punto desarraigué de
toda España los Dotrinales, los Pedros Elías, y otros nombres aún
más duros, los Galteros, los Ebrardos, Pastranas y otros no sé qué
apostizos y contrahechos grammáticos no merecedores de ser nom-
brados. Y que si cerca de los hombres de nuestra nación alguna cosa

12
L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

se halla de latín, todo aquello se ha de referir a mí": 'io, solo io ho


sradicato la falsa conoscenza', 'se in Spagna c'è quacosa di latino,
solo a me si deve'.54
E naturalmente -fa sapere Nebrija a noi uomini normali- questa
mia intrinseca superiorità, questi meriti acquisiti giustificano un trat-
tamento privilegiato: "es por cierto tan grande el galardón de este mí
trabajo, que en este género de letras, otro maior no se puede pensar;"
-'nessuno ha accumulato più meriti di me'- "mas toda aquella mi in-
dustria de enseñar estava dentro de mui estrechos términos apretada.
Porque como gastase casi todo mi tiempo en declarar los autores
ocupado cada día cinco o seis oras en cosa no menos dificil que eno-
josa, quiero decir la verdad," –'voglio essere sincero: un genio come
me sprecato a fare lezione all'Università'– "que no era todo aquel ne-
gocio de tanto valor que oviesse de emplear tan buenas oras en cosa
que parecía tocar al provecho de pocos, siendo por aventura nacido
con maior fortuna y para obras maiores y que fuessen a los nuestros
mucho más provechosas" – 'non è colpa mia se sono stato destinato
dalla sorte a realizzare opere di enorme valore'-.55
Dunque, Nebrija come tipo ideale. Scienziato, professore, intel-
lettuale, ha ragioni da vendere - ma si capisce che le ragioni sono per
lui sempre strumentali, solo occasioni utili per acquistare potere.
Perché per il tipo nebrijiano ciò che conta, soggettivamente, è impor-
si, creare occasioni al proprio narcisismo usando tutte le armi della
violenza intellettuale e dell'arroganza. Di qui la scelta della gramma-
tica come propria arte e specializzazione: conviene a Nebrija impe-
gnarsi in un campo che giustifichi la formulazione di regole onni-
comprensive, di giudizi totalizzanti, ai quali niente e nessuno possa
sfuggire.
E' la sindrome del tuttologo (e forse oggi, o per essere più precisi
negli anni sessanta e settanta- Nebrija avrebbe scelto quella che pare
la versione attuale della sua grammatica: la semiotica).
Dal punto di vista del soggetto la facoltà di dire la propria opinio-
ne su tutto è un mezzo. Il piacere di dettare regole, di vincolare l'al-
trui libertà di scelta prevale sul contenuto delle regole. Il bisogno di
trasformare in armi le conoscenze, di vedere negli interlocutori ne-
mici con cui lottare, viene prima della sete di sapere. Non c'è tensio-
ne alla verità. Anzi, alla fin fine, chiuso in un legame perverso, Ne-
brija ama l'errore, perché questo legittima il suo intervento di purista,
lo rende necessario e benvenuto: 'parlate bene le lingue!', proclama,
ma poi gli va bene che qualcuno le parli male, così lui può insegnar-

13
L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

le, o addirittura creare lingue abbastanza semplici, alla portata dei


poveri barbari.56
Nebrija è colui che si risarcisce della sua insoddisfazione lavoran-
do a creare regole 'oggettive' che legittimano il suo dominio sugli al-
tri - e gli altri possono meglio essere dominati se perseverano nell'er-
rore. Come dire: sono contento che la situazione sia questa, ben ven-
ga questa caduta del gusto, questa falsa conoscenza, così ho pane per
i miei denti, motivo di battermi, occasione di accumulare meriti e
onori.
L'esercizio del magistero nasce da un bisogno profondo di affer-
mazione personale. Nebrija scrive sempre e solo per ganar honra.57
È ossessionato dal bisogno di gratificazioni. Parlando di sé si autoin-
censa senza eufemismi - come chi in fondo non è convinto del pro-
prio valore, e ha bisogno di dirsi da sé quello che teme che gli altri
non diranno mai di lui.
(Un po' al margine del nostro tema, guardando Nebrija possiamo
porci qualche interrogativo di portata generale: in che misura influi-
sce il carattere dello scienziato sul successo delle sue teorie? Come
si rapporta l'hybris con l'epistemologia? A parità di valori, prevarrà
sempre chi saprà imporre il proprio punto di vista con più durezza?
Esistono alternative all'approccio nebrijiano alla conoscenza?).

IX. ANALISI DEL CARATTERE

D'accordo, Nebrija è un umanista, deciso a superare, nella ricerca


della verità, l'immobile sapere aristotelico e tomistico. Ma quando in
tutta tranquillità afferma che il suo piede scalzo ("soy de mediana
estatura", ci fa sapere) è il vero piede hispano-romano al quale devo-
no riferirsi tutte le misure,58 ci è impossibile leggere il suo sentirsi al
centro del mondo come manifestazione di un equilibrato antropocen-
trismo.
Questa pretesa di essere misura di tutto non può spiegarsi con lo
spirito dei tempi; bensì, all'opposto, ci appare come clamoroso esem-
pio di un vizio, di un abuso: la cultura dell'epoca è utilizzata come
una mera copertura di atteggiamenti che hanno radici profonde, ma
tutte soggettive.
Già appariva esagerata, frutto di un approccio fanatico, la difesa
del latino. Ma quando lo stesso accanimento normativo viene appli-
cato alla lingua viva e quotidiana della propria terra, allora veramen-

14
L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

te salta agli occhi la patologia nevrotica nascosta dietro tanta scien-


za.
E non è un caso che la scelta coincida con quel momento topico
della vita individuale che è la crisi di mezza età. Raggiunti i cinquan-
t'anni, la morte non è più un pensiero lontano. Come lasciare traccia
di sé? Nebrija, privo di un equilibrio affettivo, e incapace di provare
veramente piacere in quello che fa, non riesce ad evitare di cedere a
una "invidia distruttrice".59
Non trovando modo di dare sbocco fisiologico alle pulsioni, l'Io
non può far altro che tentare di bruciarle: ed ecco dunque fobie, ripu-
gnanza di fronte ad oggetti e situazioni. Le pulsioni dovranno essere
indirizzate verso uno scopo altissimo, socialmente riconosciuto, ma
irraggiungibile, perché solo così sarà garantita, in una spirale infinita
e infinitamente sterile, la possibilità di continuare a lavorare come un
automa, sfogando le energie.
Così Nebrija, sordo a tutto e a tutti –innanzitutto, siamo portati a
credere, alle risonanze profonde della propria infanzia, del proprio
passato–, si chiude nella sua corazza di guerriero in lotta contro l'er-
rore.60 Il compito immane dovrebbe giustificare, di fronte al mondo e
a se stesso, la tendenza a schiacciare, irridere, irrigidire, fissare, con-
trollare, reprimere, comprimere, trattenere. Dovrebbe spiegare la ten-
denza irrefrenabile ad attenersi ad un ordine rigido e pignolo, a lavo-
rare subordinando le proprie risorse ad un programma meticoloso ed
inderogabile.61 Ma non ci lasceremo ingannare da questo apparente
eroismo: non si tratta di nient'altro che di un elaborato sistema di di-
fese.62 Un modo di nascondere un blocco affettivo, una incapacità di
provare emozioni – che se può servire a tenere lontani disagio e an-
goscia, rende impossibile lo scatto creativo, la produzione di idee
nuove. La vera conoscenza, rispettosa di sé e degli altri.

15
L’IMPERO DELLA LINGUA, O LA LINGUA DELL’IMPERO

NOTE

16
1
"Alla molto alta e assai illustre principessa donna Isabella la terza di questo nome Regina e signora naturale di spagna e delle isole del nostro mare.
Comincia la grammatica che nuovamente fece il maestro Antonio di Nebrixa sulla lingua castigliana, e mette all'inizio il prologo. Leggilo con atten-
zione."
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, Salamanca, 1492.
Vedi le ed. di González Llubera (1926), di Galindo Romeo e Ortiz Muñoz (Madrid, Silverio Aguirre, 1946) e di Quilis (1980 e 1984).
Vedi, inoltre l'edizione fototipica di Walberg (1909) e il fac-simile: Madrid, Espasa-Calpe, 1976.
2
Aggiungerà ad Antonio, nome di battesimo, un latineggiante Elio (Aelius), in ricordo dei numerosi Aelius che nell'infanzia vedeva citati in lapidi
presenti nella sua terra natale.
3
Uomini che "anche se non nel sapere, nel dire sapevano poco".
Elio Antonio de Nebrija, Vocabulario español-latino, Salamanca 1495 (?), Prólogo. Per i riferimenti bibliografici e la datazione dell'opera vedi di se-
guito nota 9.
4
"Cosicché all'età di diciannove anni io andai in Italia, non per i motivi per i quali altri ci vanno, o per guadagnare rendite ecclesiastiche, o per ap-
prendere formule del Diritto civile e canonico, o per scambiare mercanzie". Ibid.
5
"...Che erano già, da molti secoli, esiliati dalla Spagna". Ibid.
6
Così pare, anche se Nebrija afferma "que allí gasté diez años". Godette di una borsa di studio presso il Collegio Spagnolo di San Clemente dell'Uni-
versità di Bologna.
Francisco Rico (Nebrija frente a los bárbaros, Salamanca, 1978) sottolinea l'influenza su Nebrija degli umanisti italiani, in particolare Lorenzo Valla
7
Elio Antonio de Nebrija, Introductiones latinae, Salamanca, 1481. Vedi ed. in fac-simile, con Presentazione di Pedro Almar e e Proemio di Eugenio
de Bustos, Salamanca, Universidad de Salamanca, 1981.
8
Opera che fui incaricato di fare "perché le donne religiose e vergini dedicate a Dio, senza partecipazione di maschi potessero conoscere qualcosa
della lingua latina".
Elio Antonio de Nebrija, Introducciones latinas, contrapuesto el romance al latín, Salamanca, 1486 circa.
9
Elio Antonio de Nebrija, Diccionario latino-español, Salamanca, 1492. Vedi ed. a cura di Germán Colón e Amadeu-J. Soberanas, Barcelona, Puvill,
1979.
Elio Antonio de Nebrija, Vocabulario español-latino, 1495?. Vedi ed. in fac-simile della Real Academia, Madrid, 1951 e Gerald J. Macdonald (a cura
di), Madrid, Castalia, 1973 (che ripropone in versione critica l'ed. rivista dall'autore Sevilla, 1516). L'opera è nota anche come Vocabulario de Ro-
mance en Latín. La data di pubblicazione della prima ed. non sembra certa.
Incerta in ogni caso la data di redazione di entrambe le opere.
La Gramática de la lengua castellana è citata sopra nella nota 1.
10
Francisco Jiménez de Cisneros, 1436-1517. Arcivescovo di Toledo, primate di Spagna, confessore di Isabel la Católica, Inquisitore generale, reg-
gente del regno, fonda l'Università di Alcalá de Henares nel 1498.
Cisneros si propone di formare, tramite rigorosa selezione, teologi e sacerdoti capaci di compiere la propria missione con la sicurezza derivata dalla
solida preparazione. Rispetto a questo obiettivo, l'uso di metodi umanistici negli studi biblici e letterari non è niente di più che uno strumento.
Eppure, per lavorare al grande progetto della Biblia Políglota (nota come Complutense, dal nome latino di Alcalá), Cisneros raccoglie attorno a sé il
meglio dell'umanismo spagnolo (oltre a Nebrija, il Vergara, il Pinciano, Alonso de Zamora).
11
"Ripristino del Latino che è in ugual modo corrotto in tutte le Bibblie latine, confrontandolo con l'ebraico, caldeo e greco".
"Epístola a Cisneros", data incerta, pubblicata in Revista de Archivos, 3a época, VIII, 1903, pp. 493-496.
12
"Cit. in Félix G. Olmedo, Nebrija (1441-1522). Debelador de la barbarie. Comentador eclesiástico. Pedagogo. Poeta., Madrid, Editora Nacional,
1942, p. 54.
13
Elio Antonio de Nebrija, De liberis educandis, 1509 circa (redatto quando il segretario del re Miguel Pérez de Almazán gli chiese di occuparsi del-
l'educazione dei suoi figli).
14
Elio Antonio de Nebrija, De Mensuris 1510, e De Ponderibus 1511; dove si occupa di unità di lunghezza e di capacità antiche e moderne.
15
Elio Antonio de Nebrija, De Numeris, 1512; dove esamina le diverse denominazioni dei numeri cardinali ed ordinali nelle fonti classiche.
16
Elio Antonio de Nebrija, In Cosmographiae libros introductorium, 1499; dove tratta, andando contro le opinioni più diffuse, della sfericità della
Terra e della sua collocazione al centro dell'universo.
17
Tabla de la diversidad de días y horas (scritto in castigliano, 1517 circa); De ratione calendarii (opera di supposta attribuzione). Cfr., per questi e
per gli altri titoli menzionati in questo capoverso: Armando Cotarelo Valledos, Nebrija científico, Madrid, Publicaciones del Insitituto de España,
1947.
18
E' la tesi sostenuta di Haebler, The early printers of Spain and Portugal, London, 1897, pp. 24 e segg., ripresa da I. González Llubera nella sua In-
troducción a Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la Lengua castellana. Muestra de la Istoria de las antigüedades de España. Reglas de Orthogra-
phia en la Lengua castellana, Oxford, Oxford University Press, 1926, p. XXIII.
19
"Abbiamo contenuto il volume nei limiti di una meravigliosa brevità, perché l'entità del prezzo non allontanasse i poveri dal comprarlo, né l'alto
spessore del libro i ricchi desiderosi di leggere, e anche perché la sua leggerezza permettesse di portarlo da un posto all'altro in mano, in seno e sotto il
braccio". (Stando etimologicamnte seno per 'sinuosità della veste', potremmo ragionevolmente tradurre, adattando la frase ai costumi odierni, 'in
tasca').
Elio Antonio de Nebrija, Diccionario latino-español, cit.
20
Nebrija fu probabilmente l'autore più diffuso in America negli anni immediatamente successivi alla Conquista (José Manuel Rivas Sacconi, El la-
tín en Colombia. Bosquejo histórico del humanismo colombiano, Bogotá, Instituto Caro y Cuervo, 1949). Sia attraverso opere stampate in Spagna ed
esportate, sia attraverso opere stampate in America: una Real Cédula del 1554 (C. Bermúdez Plata, "Las Obras de Antonio de Nebrija en América", in
Anuario de Estudios Americanos, Sevilla, III, 1946) autorizzava i suoi discendenti a venderne le opere nelle "nuestras Yndias y tierra firme del mar
océano".
21
Garantire "agli uomini della mia lingua opere nelle quali possano impiegare meglio il loro ozio". "(...) romanzi o storie piene di menzogne ed erro -
ri".
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, folio 2, verso.
Nebrija fa riferimento ai romanzi cavallereschi. L'ideale del cavaliere in quanto miles Christi, terminata la grande stagione delle crociate, sopravvive
come figura letteraria. La produzione dei romanzi di cavalleria, partendo da una posizione inizialmente raffinata, si abbassa via via fino a divenire
vera narrativa popolare. Questa è la situazione in Spagna sul finire del Quattrocento. Caso esemplare del romanzo cavalleresco spagnolo è l'Amadís,
poema di cui si hanno notizie a partire dall'inizio del secolo XIV, la cui prima fonte a noi nota è il testo castigliano pubblicato a Zaragoza nel 1508
(Garci Rodríguez de Montalvo, Cuatro libros del muy esforçado e virtuoso caballero Amadís de Gaula, Saragoza, 1508). Torneremo sull'argomento
nel cap. Un male cronico? (par. Letras y armas de don Quixote) e nel par. iniziale del cap. L'anonimo cantore.
22
"Mi proposi quindi innanzitutto di trasformare in artefatto questo nostro linguaggio castigliano, in modo che d'ora in poi tutto ciò che con esso si
scriva possa risultare di un unico tenore".
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, folio 2, verso.
23
"E così, dopo che io deliberai, con grande pericolo di quella opinione che molti hanno di me, di far uscire la novità di questa mia opera dall'ombra
e tenebre scolastiche alla luce della vostra corte, a nessuno più giustamente potevo consacrare questo mio lavoro che a quella nella cui mano e potere,
non meno sta il momento della lingua che l'arbitrio di tutte le nostre cose."
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, Folio 3 verso.
24
Non che vocabolari e grammatiche fossero, alla fine del Quattrocento, una novità. Ma erano un modo di perpetuare, ordinandone le modalità d'uso
e facilitandone l'apprendimento, le lingue antiche e dotte, lingue morte: greco, latino, sanscrito.
Grammatiche e vocabolari riguardavano dunque le lingue scritte, non le lingue volgari, intrinsecamente legate all'oralità, pressoché prive di scrittura
e mai usate fuori dalla vita quotidiana.
25
Per l'assunzione di Nebrija come figura-simbolo siamo debitori di Ivan Illich.
Ivan Illich, Shadow Work, London e New York, Marion Boyars Publishers, 1981; ed. it. -condotta sull'ed. tedesca, Vom Recht auf Gemeinheit, Reinbek
bei Hamburg, Rowohlt, 1982- Lavoro-ombra, Milano, Mondadori, 1985; in particolare i capitoli Il diritto alla lingua comune e la lingua materna come
merce.
26
Con la resa del regno moro di Granada si conclude la Reconquista della penisola. La permanenza dei musulmani sul suolo iberico era durata quasi
ottocento anni.
Torneremo sull'argomento nel primo paragrafo del capitolo che segue.
27
Nel 1492 dalla Spagna e nel 1496 dal Portogallo. Gli ebrei delle comunità viventi nella penisola iberica (sefarditi, in ebraico sepharaddîm) furono
costretti a scegliere tra il battesimo e l'espulsione. Oltre duecentomila preferirono l'esilio. Si stabilirono in numerose località del bacino mediterraneo,
ma anche dell'Europa centrale e dell’Inghilterra, e furono i fondatori delle prime comunità ebraiche dell'America settentrionale e meridionale.
28
Riferimento all'Inquisizione.
29
Riferimento alla Reconquista.
30
"La cui struttura e coesione saranno tali da farla durare per secoli, senza che il tempo né la spezzi né la frammenti. Cosicché, depurata la cristiana
religione, per la quale siamo amici di Dio, o riconciliati con Lui; vinti i nemici della nostra fede in guerra e per forza delle armi (...) non resta che por-
tare a fioritura le arti pacifiche. E tra le arti in primo luogo quella che insegna a parlare la lingua, che ci distingue dagli altri animali e è propria del-
l'uomo".
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, folio 2 verso.
31
"La lingua sempre è stata consorte del dominio, e l'accompagna sì che insieme sorgono, crescono, fioriscono e ancora insieme cadono."
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, Folio 1 recto.
32
La nostra lingua "fino ai tempi nostri andò libera e senza regole, e per questa cause ha ricevuto in pochi secoli molti mutamenti; per cui se voglia-
mo confrontare a quella di oggi quella di cinquecento anni fa, troveremo tanta differenza e diversità che non può essercene una maggiore tra due lin-
gue." La nuova lingua posta sotto il controllo della grammatica potrà invece "estendersi in tutta la durata dei tempi avvenire, come vediamo che è sta-
to fatto con la lingua greca e latina, le quali, essendo state assoggettate a regola, anche se sopra di esse sono passati molti secoli, ancora mantengono
una uniformità."
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, Folio 2 verso.
33
Il parallelo con le Reducciones dei Gesuiti è inevitabile.Reducciones, furono chiamati i villaggi nei quali venivano raccolti dai missionari gli in-
dios, durante la colonizzazione dell'America spagnola. Le più celebri restano le Misiones dei Gesuiti in Paraguay. (Vedi nel Viaggio leterario in Ame-
rica Latina il capitolo Come le arterie di un ragno divino, paragrafo 16).
34
Il diritto alla 'lingua naturale' si esprime parallelamente al diritto al 'giudice naturale', alla certezza, cioè, di essere giudicati da propri pari, nel luogo
dove si vive. Questa idea dell'autonomia locale -a tutt'oggi profondamente radicata nella cultura spagnola- stava allora alla base del patto tra sovrani -i
Reyes Católicos- e popolo cristiano (anzi: i popoli cristiani), uniti nella Reconquista della Spagna nelle mani dell'Islam. Il patto si fondava sulla con-
vinzione condivisa che la Corona non dovesse violare le diverse consuetudini dei diversi regni.
35
Alla fine del 1486, quando i re passano per Salamanca, di ritorno dal pellegrinaggio a Santiago de Compostela.
36
"Allorchè a Salamanca ho presentato a vostra reale Maestà un abbozzo di quest'opera, e [vostra reale Maestà] mi ha chiesto allora a quale scopo
potesse servire, il molto reverendo padre Vescovo di Avila mi tolse la parola, e, rispondendo in mia vece, disse che dopo che vostra Altezza avrà sotto-
messo al suo giogo popoli barbarici e nazioni che parlano lingue straniere, e con tale vittoria si porrà per costoro la necessità di ricevere le leggi che il
vincitore impone al vinto, e con queste la nostra lingua, allora, tramite questa mia Arte, potranno apprenderla (...)".
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, Prólogo, Folio 3 verso-folio 4 recto.
37
"Perciò se non si farà nella nostra lingua come in quella, invano i vostri cronisti e storici scrivono e affidano all'immortalità la memoria delle vostre
lodevoli imprese, e noi altri tentiamo di passare in castigliano le cose straniere e rare, poiché questo non può essere che affare di pochi anni. E sarà ne-
cessaria una di queste due cose: o che la memoria delle vostre gesta perisca con la lingua; o che vada peregrinando per le nazioni straniere, poiché non
ha una casa propria in cui possa dimorare". ('Nagocio', invece di 'negocio' -che traduciamo con 'affare'- è un evidente refuso dell'ed. originale).
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, Folio 2 verso-folio 3 recto.
38
Il latino barbarus deriva dal greco bárbaros, 'straniero', nel senso di 'balbettante', 'incapace di farsi capire'. Chi parla una lingua straniera la 'balbet-
ta', la parla cioè con difetti di pronuncia. 'Barbaro', così come balbus (da cui balbutiens, balbuziente) e blaesus (da cui bleso) sono espressioni onoma-
topeiche, che rimandano proprio ('fanno il verso') alla cattiva pronuncia delle consonanti labiali sonore (come appunto la 'b') e liquide (come la 'l').
Barbarus, balbus, blaesus, sono casi esemplari di espressioni analoghe presenti in area baltica, slava, indiana (in particolare, a monte di barbarus e
bárbaros sta il sanscrito barbarah), tutte segnate dall'etnocentrismo: i greci considerano 'barbaro' chi non parla il greco, i romani considerano 'barba-
ro' chi non parla greco o latino, i cristiani considerano 'barbaro' chi non è cristiano ed ebreo, ecc. La connotazione è sempre fortemente negativa: valga
il caso di blaesus che rimanda sì alla cattiva pronuncia delle consonanti, ed indica propriamente 'chi confonde le lettere', ma che appare allo stesso
tempo influenzato dal greco blaisós, 'storpio' 'che ha le gambe storte', 'che ha i piedi torti in fuori'. (Vedi: Carlo Battisti e Giovanni Alessio, Dizionario
etimologico italiano, Firenze, Barbera, 1957; (Giacomo Devoto, Avviamento alla etimologia italiana, Firenze, Le Monnier, 1968).
Cosicché -in un contesto nebrijiano- la deformità della persona ci appare metafora della difformità della pronuncia, e viceversa.
39
"Se in nessuna parola si commette vizio alcuno, dicesi lexis, che vuol dire perfetta dizione. Se nella parola si commette vizio che non si possa sop-
portare, dicesi barbarismo. Se si commette peccato che per qualche ragione si può scusare, si chiama metaplasmo. allo stesso modo, se nel congiunge-
re le parti della frase non c'è vizio alcuno, dicesi phrasis, che vuol dire espressione perfetta. Se si commette vizio intollerabile, dicesi solecismo. Se c'è
vizio che per qualche ragione si può scusare, dicesi schema. Cosicché tra barbarismo e lexis sta metaplasmo; tra solecismo e phrasis sta schema."
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, Capítulo V, Del barbarismo y solecismo.
40
Cfr. Antonio Quilis in Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, Estudio y edición: Antonio Quilis, Madrid, Centro de Estudios
RAmón Arces, 1989, p. 92.
41
Dopo l'edizione curata dall'autore non sarà più ristampata fino al secolo XVIII. E senza maggior successo Nebrija tornerà sul tema in vecchiaia con
las Reglas de Orthographia en la lengua castellana, Alcalá de Henares, 1517.
42
La Real Academia Española nasce a Madrid nel 1713 per volontà del re Filippo V. Il modello è quello delle Accademie del Rinascimento, fondate
sull'idea di una solidarietà tra dotti, impegnati nello sforzo di ricollegarsi ai tempi gloriosi dell'antichità classica.
Più che all'Accademia della Crusca, la Real Academia ci appare però vicina alla Accademia Fiorentina. La Crusca infatti, sin dall'inizio, come ancora
al giorno d'oggi, fondava il suo lavoro di salvaguardia del patrimonio linguistico sulla raccolta del "più bel fior" (come recita il suo motto) del patri-
monio lessicale, e cioè sulla costruzione di un Vocabolario. Mentre l'Accademia Fiorentina ebbe da Cosimo I, già nel 1541, il compito di stabilire una
normativa grammaticale.
Entrambe le Accademie, del resto operavano in assenza di uno stato nazionale, e a difesa di una tradizione linguistica, quella fiorentina, ancora lungi
dall'affermarsi come 'lingua italiana'. Per questo,ben più che alle Accademie italiane, la Real Academia appare vicina all'Académie Française. Que-
st'ultima infatti ebbe a partire dal 1634, per volontà del cardinale Richelieu, il compito statutario, riconosciuto dallo Stato, di difendere purezza ed in-
tegrità della lingua francese. Come accadrà per la Real Academia -e come Nebrija già insegnava- l'Académie interpretò il suo compito facendosi pala-
dina dei modelli consolidati e lavorando per imporre nella vita letteraria il concetto di autorità.
Il primo Diccionario della Real Academia fu edito tra il 1726 e il 1739. La prima Gramática nel 1771. Come per l'Académie Française, i membri
sono eletti dagli stessi accademici, e scelti anche al di fuori dello stretto mondo letterario e linguistico. Dure polemiche ha suscitato nel 1987 l'elezio-
ne del disegnatore umoristico Antonio Mingote.
Non per queste aperture, comunque, è venuto meno il ruolo ufficiale e prescrittivo dell'Academia, tramite la quale Nebrija ha visto avverarsi il suo so-
gno di una lingua sancita per soberana disposición. "La ley de 9 de septiembre de 1857, en su artículo 88 declara que la GRAMATICA de la Academia
Española es texto obligatorio y único en las escuelas de ensenanza pública." ("La legge del 9 settembre 1857, nel suo articolo 88 dichiara che la
GRAMMATICA della Accademia Spagnola è testo obbligatorio e unico nelle scuole statali"). Così recita orgogliosamente la Gramática de la Lengua
Española (citiamo dall'Advertencia de la Edición de 1920, ripresa nella ed. 1931).
43
"Audace il mio pensiero /Lo zenit scalò, piume vestito". "In questi versi, per dire che, 'intrepido il suo pensiero scalò, vestito di piume, la parte più
sublime del cielo'[il poeta] commise l'inescusabile latinismo, contrario alla nostra lingua, di togliere al participio vestito la preposizione de, che richie-
de."
Real Academia Española, Gramática de la lengua española, Nueva edción, reformada, Madrid, Espasa-Calpe, 1931, par. 479. (Luis de Góngora y Ar-
gote, Las soledades, 1613; Soledad segunda, versi 137 e 138. La Gramática fa riferimento al commento di D. García Coronel).
Su Góngora ed il suo uso della lingua vedi nel Viaggio letterario in America Latina il cap. Pellegrini erranti, par. Tracce del passaggio.
44
Vita nuova, XXV, 3.
45
De Vulgari Eloquentia I, i 2 e segg.
46
Sulla pretesa dell'intellettuale di far passare le differenze culturali come deficit, e di 'far prendere coscienza agli altri' di qualcosa, pretendendo di
sapere meglio di loro stessi cosa sia meglio per loro, vedi nel Viaggio letterario in America Latina il cap. Catinga, in particolare il par. Forza, e la
nota 62 e quindi tutto il cap. Le meraviglie del vernacolo.
La gestione autoritaria degli strumenti linguistici, intesi da Nebrija come strumento di controllo sociale, può essere ulteriormente illuminata in riferi-
mento a moderne teorie linguistiche e antropologiche. Pensiamo in particolare alla 'ipotesi di Whorf'.
A Nebrija era già ben chiaro ciò che Whorf teorizzerà: la lingua non è una semplice tecnica d'espressione, ma rappresenta un modo di pensare e co-
stringe ad esso. Perciò controllando le modalità espressive si controlla il flusso della percezione sensibile: l'immagine dell'universo apparirà simile
solo agli osservatori vincolati ad una stessa base linguistica (background).
Benjamin Lee Whorf, Language, Thought and Reality, Selected writings, a cura e con introduzione di John B. Carrol, Prefazione di Stuart Chase, New
York, John Wiley, 1956, p. 55, p. 214. (E Ferruccio Rossi-Landi, Semiotica e ideologia, Milano, Bompiani, 1979 (seconda ed.), p. 139).
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Antonio Quilis, in Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., p. 22.
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Per la cattiva "conoscenza della lingua [latina], sulla quale non si fonda solo la nostra religione, (...) ma anche il Diritto civile e Canonico, (...) la
Medicina (...)". "Da ciò discende il fatto che i giuristi appena colgono l'immagine e l'ombra dei loro Codici e Digesti. Da ciò discende che i medici
non leggono due luminari della Medicina: Plinio Secondo e Cornelio Celso. Da ciò discende che tutti i Libri nei quali sono scritte le arti degne di ogni
uomo libero, giacciono sepolti nelle tenebre".
Elio Antonio de Nebrija, Introducciones latinas, contrapuesto el romance al latín, cit., Dedicatoria a la Reina Católica.
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Saprò "sradicare la barbarie degli uomini della nostra nazione", cominciando dallo "Studio di Salamanca, preso il quale, come una fortezza, per
combattimento, non dubitavo io che tutti gli altri centri della Spagna avrebbero finito coll'arrendersi".
Elio Antonio de Nebrija, Vocabulario español-latino, cit., Prólogo.
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"A tutti i maestri che per consuetudine e professione possono considerarsi uomini di cultura, li provoco e li sfido, e fin d'ora dichiaro loro guerra al-
l'ultimo sangue, affinchè intanto si preparino ragioni e argomenti contro di me". Elio Antonio de Nebrija, Introducciones latinas, contrapuesto el ro-
mance al latín, cit., Dedicatoria a la Reina Católica.
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"Se con il tuo favore riesco a vincere i nemici della lingua latina, ai quali dichiaro guerra con questo libro, grato ti offrò le decime del bottino".
Elio Antonio de Nebrija, Introductiones latinae, cit., (dalla Dedica della prima edizione al cardinale Mendoza).
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"Perchè parlando senza superbia fu quella mia dottrina tanto notevole che anche per testimonianza degli invidiosi e confessione dei miei nemici
tutto questo mi si concede, che io fui il primo che ha fatto conoscere la lingua latina e che ha osato combattere per nuove regole."
Elio Antonio de Nebrija, Diccionario latino-español, cit., Dedicatoria.
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"Io ho voluto mettere la prima pietra, e fare nella nostra lingua quello che Zenodoto nella greca e Cratete nella latina, i quali anche se furono vinti
da quelli che scrissero dopo di loro, perlomeno fu quella la loro gloria, e sarà nostra, che siamo stati i primi inventori di un'opera tanto necessaria."
Elio Antonio de Nebrija, Gramática de la lengua castellana, cit., Prólogo, folio 3 recto.
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"... che ormai quasi del tutto ho sradicato in tutta la Spagna i Dotrinales, i Pedro Elía, e altri nomi ancora più resistenti, i Galtero, gli Ebrardo, Pa-
strana e altri non so quanti posticci e contraffatti grammatici che non meritano di essere nominati. E che se vicino agli uomini della nostra nazione
qualcosa di latino si trova, tutto questo si deve a me".
Elio Antonio de Nebrija, Diccionario latino-españól, cit., Dedicatoria.
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"E' di certo così grande il merito acquisito con questo mio lavoro, che in questo genere di attività intellettuale, non se ne può immaginare uno mag -
giore; ma tutto quel mio industriarmi ad insegnare mi stava molto stretto. Perché siccome spendevo quasi tutto il mio tempo a commentare gli autori
occupato ogni giorno cinque o sei ore in cose tanto difficili quanto noiose, voglio essere sincero, quella attività non era di tanto valore da giustificare
l'impiego di tante buone ore in cosa che sembrava essere utile a pochi, essendo per avventura nato con maggior fortuna e per opere più alte e che fos-
sero ai nostri molto più utili".
Elio Antonio de Nebrija, Diccionario latino-españól, cit., Dedicatoria.
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Nebrija lega a sè i 'barbari' con un 'doppio legame': l'ingiunzione 'parlate correttamente' nasconde un'altra implicita riflessione: 'so che non riuscire-
te a parlare mai bene'. Chiedendo ai suoi interlocutori di rinunciare ad essere barbari chiede qualcosa di impossibile: nessuno potrà rinunciare mai fino
in fondo alla propria cultura, spogliarsi di essa. Crea così "una situazione insostenibile, dal momento che la richiesta rende impossibile ciò che è ri-
chiesto". (Carlo E. Sluzki-Eliseo Verón, "Il doppio legame come situazione patogena universale", pubblicato originariamente in Family Process, 10,
1971, ora in in La prospettiva relazionale, a cura di Paul Watzlawick e John H. Weakland, Roma, Astrolabio, 1979, p. 236).
Sul 'doppio legame' vedi nel Viaggio letterario in America Latina, cap. Le illusioni accarezzate, par. Le lacrime come vantaggio competitivo (e nota
110). Il doppio legame è appunto definito da Watzlawick et al. come rapporto pragmatico: niente ci dice la teoria dell'uso etico di questo particolare
rapporto interattivo. Ma evidentemente, gli esiti dei doppi legami imposti da Felisberto Hernández e da Nebrija sono opposti. Il primo lega a sé l'inter-
locutore in un rapporto interattivo virtuoso, provocandone la com-passione, riportandolo cioè più vicino ai propri dolori e alla propria interiorità. Il se-
condo usa il doppio legame come mero strumento di potere: imponendo all'altro un comando cui è impossibile corrispondere , lo costringe in una si -
tuazione di dipendenza. E al contempo, dal punto di vista del proprio equilibrio caratteriale, mentre Felisberto cerca nella scrittura e nella musica una
elaborazione delle proprie nevrosi, Nebrija cerca nell'imposizione di norme nient'altro che una rimozione (del tipo: 'non sono io ad avere problemi, ma
gli altri').
Esercitando potere trova motivo per evitare di pensare a sé, alle crepe del proprio equilibrio caratteriale. Se il felice atteggiamento di Felisberto sana-
va un conflitto sociale, con Nebrija, all'opposto, il doppio legame torna ad apparire come "situazione patogena universale", ed il conflitto (un conflitto
sterile) torna ad inquinare i rapporti interattivi.
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"En comineço no me pareció materia en que yo pudiesse ganar mucha honra, por ser nuestra lengua tan pobre de palabras, que por ventura no po-
dría representar todo lo que contiene el artificio del latín ..." ("all'inizio non mi sembrava materia nella quale potessi farmi una fama, essendo la nostra
lingua così povera di parole, che non avrebbe mai potuto rendere tutto il contenuto del latino...").
Elio Antonio de Nebrija, Introducciones latinas, contrapuesto el romance al latín, cit., Dedicatoria a la Reina Católica.
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Elio Antonio de Nebrija, In Cosmographiae libros introductorium, cit. Vedi Armando Cotarelo Valledos, Nebrija científico, cit., pp. 25-26.
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Non riesce altrimenti a saldare i fili con la propria vita passata, con la propria infanzia. Un diverso, opposto modo di affrontare la crisi di mezza età
è stato descritto in Viaggio letteraario in America Latina nel cap. Le illusioni accarezzate, par. Scorie analitiche. A differenza di Felisberto Hernán-
dez, Nebrija non sa rassegnarsi né all'imperfezione umana, nè alle carenze del proprio lavoro. Perciò la sua concezione di felicità resta idealizzata, e la
sua vita priva di serenità. (Vedi Elliott Jaques, Work, Cretivity, and Social Justice, London, Heinemann Educational Books, 1970; ed. it. Lavoro, crea-
tività e giustizia sociale, Torno, Boringhieri, 1978, p. 61 e segg.).
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Non certo priva di significato è la consonanza tra le metafore guerresche di Nebrija e la definizione reichiana del 'carattere', fondata sulla metafora
dell''armatura'.
"Il carattere consiste in una alterazione cronica dell'Io che si potrebbe definire indurimento. (...) Il suo scopo è quello di proteggere l'Io dai pericoli in-
terni ed esterni. Come meccanismo di protezione diventato cronico può essere chiamato a ragione 'armatura'." (Wilhelm Reich, Charakteranalyse,
Berlino, 1933; ed. it. Analisi del carattere, Milano, Sugarco, 1973, pp. 186-187).
Riferimenti all''analisi del carattere' di Reich sono contenuti anche in Viaggio letterario in America Latina, nel cap. Le illusioni accarezzate, par. Sco-
rie analitiche; e anche qui vale il paragone con Felisberto Hernández: a differenza di Felisberto, Nebrija si rifiuta di accettare i dati di realtà, e le pul-
sioni, gestite da un Io infantile, non potranno che essere destinate a scopi irraggiungibili.
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La psicanalisi ci insegna a leggere questi tratti come tipici di un carattere 'coatto'.
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Continua Reich: "Armatura significa inequivocabilmente una limitazione della mobilità psichica di tutta la persona. (...) Tuttavia l'armatura deve
essere considerata mobile. Il suo modo di reagire si fonda interamente sul principio di piacere-dispiacere." (...) Il grado di mobilità caratteriale, la ca-
pacità di aprirsi verso il mondo esterno o di chiudersi contro di esso conformemente a una determinata situazione, costituiscono la differenza fra una
situazione caratteriale accessibile alla realtà e una struttura caratteriale nevrotica". (Wilhelm Reich, Analisi del carattere, cit., p. 187.)
L'armatura caratteriale di Nebrija si mostra particolarmente rigida. Il suo carattere ci appare tipica difesa di un soggetto divenuto 'intellettuale di pro-
fessione' per incapacità di abbandonarsi al piacere, di lasciar fluire le energie.