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LUNEDI3 NOVEMBRE 2014

GEOMETRIA

Proiezioni negli spazi vettoriali

Come già visto l’ultima volta per parlare di proiezioni bisogna definire gli spazi vettoriali di partenza, arrivo e di direzione. In generale il concetto di proiezione non è un concetto a sé stante, ma è derivato dal concetto di simmetria negli spazi vettoriali, senza che ci sia il bisogno necessariamente di una condizione di perpendicolarità. Una proiezione infatti può essere pensata come la simmetria di un punto rispetto ad una retta nel la direzione di un’altra retta. In ogni caso per proiettare un vettore, come già visto, occorre esprimerlo come somma diretta di due altri vettori, occorre

cioè decomporlo. Più precisamente, bisogna definire

proiezione su

alle proiezioni con una certa direzione ma alle proiezioni ortogonali su

come

, con

. In questo caso si parla di

da

in direzione di

. Se si ha invece anche un concetto di perpendicolarità, allora si può pensare non

, nelle quali lo spazio

è il

complementare dello spazio

. Ricordiamo inoltre che la dimensione dello spazio

è esattamente uguale a

.

Esempio. Verificare che lo spazio

sia complementare allo spazio

. Risolvendo il sistema dello spazio vettoriale

, si ottiene che

, quindi lo spazio

è

dato da

, quindi lo spazio

è lo spazio generato dal vettore

, quindi questo spazio

vettoriale ha dimensione 1 ed è effettivamente complementare allo spazio

che ha dimensione 2.

Simmetrie

complementare allo spazio che ha dimensione 2. Simmetrie In qualsiasi caso venga preso in esame, una

In qualsiasi caso venga preso in esame, una proiezione può essere pensata come una

particolare simmetria del tipo

direzione di

spazio vettoriale ma in uno spazio affine come per esempio in

Come già detto in questa situazione per ricreare una proiezione si vuole una simmetria di

asse

spazi vettoriali direttori. Nel passaggio allo spazio affine si ha che gli spazi direttori

. Ovviamente ha senso parlare di simmetrie quando ci si trova non in uno

, cioè una simmetria di asse

affine.

nella

e nella direzione di

, quindi queste due direzioni possono essere espresse come

, quindi queste due direzioni possono essere espresse come , più un punto , e se

,

più un punto, e se questo è euclideo è

diventano due varietà lineari del tipo

e , dove

e

sono gli spazi direttori,

che evidentemente se intersecate individuano un punto comune che

chiameremo

essere espresse come

tutte e due le varietà lineari. Per vedere dove finisce il punto

come viene trasformato mentre

. Ricordiamo quindi che lo spazio affine

presente una concezione di perpendicolarità. In base alla nozione di proiezioni e di perpendicolarità data dal prodotto scalare si può quindi stabilire un rapporto tra le

varietà lineari affini. Infatti nello spazio affine

o incidenti. In particolare si dice che due varietà affini sono parallele se i loro spazi direttori sono contenuti uno nell’altro. Sono incidenti se la loro intersezione è l’insieme vuoto. Sono invece sghembe se gli spazi direttori non sono incidenti e il loro unico vettore in comune è il vettore nullo.

Esercizio. In

parallele, allora devono essere necessariamente sghembe?

. Allora avremmo anche che queste due varietà lineari possono

e

, poiché il punto

fa parte di , si guarda

, ed in questo caso si ha che

è dato dallo spazio vettoriale

si ha che per esempio due varietà possono essere parallele, sghembe

affine ci sono due varietà lineari di dimensione 2. Se queste due varietà non si intersecano e non sono

Theodore94

Relazione di equivalenza tra matrici

Premettiamo che, data una funzione

k-lineare tale che

; se

è una base di

e

è

una

base di

, allora si ha sempre che

, con

tale che il vettore di coordinate

viene

trasformato nel vettore di coordinate

Sia ora

nella base

e sia

un’altra base dello spazio vettoriale

e . Si avrebbe dunque che:

, allora si ha che

ma poiché si ha anche che

, allora

e quindi si avrebbe che

.

.

un’altra base dello spazio vettoriale

, con

, nella quale B è la matrice associata ad

rispetto alle basi

,

Le matrici

che può esistere più di una matrice che rappresenti la stessa applicazione lineare, e sarebbe indifferente usare una o l’altra per passare da dei valori del dominio a dei valori del codominio, l’unica variazione sarebbero le basi attraverso

. E’ facilmente verificabile che delle matrici con le proprietà sopra descritte diano origine ad una relazione di equivalenza (chiamata relazione di simiglianza, infatti valgono le tre proprietà di riflessività, simmetricità e transitività:

cui sono espressi i vettori in

e

si dicono per definizione simiglianti se

ed in

. Questa relazione implica

1)

2)

3)

Il problema di Jordan, che non tratteremo, si occupa appunto di descrivere le classi di equivalenza che vengono formate da questa relazione di simiglianza

Rango di una matrice tramite righe e colonne linearmente indipendenti

Data un’applicazione lineare

rappresentano una base dello spazio vettoriale

matrice

numero di righe linearmente indipendenti. In una qualsiasi matrice infatti si ha che ci sono tante righe linearmente indipendenti quante colonne, quindi il rango per riga è uguale al rango per colonna. Per la dimostrazione vedi lemma 2.5.12 a pag. 43 del “Candilera-Bertapelle”

a cui viene associata la matrice

, cioè si ha che

che trasforma i vettori

che

, allora il rango della funzione o della

, è dato esattamente dal numero massimo di colonne di

che sono linearmente indipendenti, o dal

Theodore94