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Ca rism a e psicologia del Duc e:

na sc ita , a sc esa e c a duta del fenom eno Mussolini


Premessa

Piantato sul palco a gambe larghe in posa statuaria, le mani sui fianchi, gli occhi spiritati che
scandagliano la folla, le mascelle all'infuori e le labbra turgidamente protese, Mussolini arringa
con fiero cipiglio gli italiani con voce stentorea e frasi secche come scudisciate.
Benito Mussolini rimasto saldamente al potere per un ventennio; e' stato amato, adorato,
idolatrato. Infine oltraggiato e vilipeso, ormai gi cadavere. La sua parabola affascinante merita
uno sforzo di ulteriore comprensione per capire le ragioni che hanno fatto di quest'uomo
sicuramente fuori dell'ordinario il "Duce" incontrastato del popolo italiano.
La possibilit di indagare a fondo la psicologia e il carisma di un personaggio complesso e
controverso come Benito Mussolini appare subito come un compito tutt'altro che facile, per la
scarsit di materiale su questo tema specifico e per l'ovvia impossibilit di usufruire di
testimonianze dirette. D'altra parte la bibliografia su Mussolini e il fascismo sterminata. Pur
di fronte a numerose e a volte monumentali opere, come per esempio quella di Renzo De
Felice, pochi testi approfondiscono il lato psicologico e carismatico di Mussolini come uomo e
leader politico.
A questo proposito sarebbe stata di grande aiuto un'opera simile a quella scritta da Walter C.
Langer, lo psicanalista austriaco che nel 1943 redasse il famoso studio "Psicanalisi di Hitler" per
conto dell'Oss, il servizio informazioni statunitense. Il lato psicologico del Duce si trova dunque
disperso in un'infinita' di testi, alcuni troppo elogiativi, altri, all'opposto, troppo negativi.
Anche i libri di coloro che l'hanno combattuto, intellettuali e antifascisti in primo luogo, tendono a
mettere in risalto soprattutto i lati negativi. Mussolini non stato certamente il pupazzo
descritto da certo antifascismo di maniera. Se e' vero come e' vero che e' stato il leader di un
partito importante come quello socialista, se e' vero che e' stato il fondatore di giornali e
movimenti, se e' vero che ha messo in scacco tutto lo schieramento democratico, se e' vero che
ha guidato un paese per vent'anni, e' evidente che e' stato anche un politico di un certo valore e non
un pupazzo.
Molti di coloro che hanno conosciuto o sono stati vicini a Mussolini hanno scritto libri e memorie.
Da Dino Grandi a Galeazzo Ciano, da Cesare Rossi a Giuseppe Bottai, e gi
fino al suo
cameriere-segretario Quinto Navarra.
Tutti testi da prendere con cautela, considerata
la
particolare posizione degli autori.
Insomma, non e' facile capire chi era realmente Benito
Mussolini.
Anche perch, lo ammise egli stesso, nelle sue relazioni con gli altri si muoveva come su un
palcoscenico, impegnato a recitare una parte, o piuttosto una serie ininterrotta di parti differenti,
per cui alla fine era impossibile districare l'una dall'altra e capire quale fosse quella pi vera o
verosimile. Su Mussolini quindi non esiste un giudizio unanime.
Una sintesi relativa all'argomento che ci interessa e' stata dunque ottenuta con la lettura di
molti testi, ovviamente di diversa estrazione, e dai quali abbiamo ricavato questo breve saggio.

Il Duce ha sempre ragione

Leccellenza di Mussolini fu cos forte che pot permettersi persino il fortunato slogan "Il Duce ha
sempre ragione", e scriverlo sui manifesti in tutt'Italia senza temere opinioni discordanti.
Ci pare opportuno iniziare facendo un passo indietro, per dare uno sguardo a quella che fu la
sua formazione culturale.
La prima impronta culturale comunque la si deve sicuramente al padre Alessandro, che ebbe
una notevole e decisiva influenza su di lui. Le idee rivoluzionarie del padre furono poi rafforzate
da molte letture, soprattutto quand'era emigrante in Svizzera: Marx, Sorel, Blanqui, Stirner,
Schopenauer, Kant, Spinoza, Lassalle, Kropotkin e Nietzsche. Mussolini lesse voracemente di
tutto. George Sorel specialmente, lo influenz pi di tutti.
Il suo pensiero si sposava alla perfezione con un uomo d'azione quale si sentiva ed effettivamente
era . "L'esperienza contemporanea" dice Sorel, "insegna che la democrazia costituisce il pi grande
pericolo sociale per tutte le classi della Cit, principalmente per le classi operaie". E ancora: "La
democrazia confonde le classi, al fine di permettere a qualche banda di politicanti, associati a dei
finanzieri o dominati da essi, lo sfruttamento dei produttori".
Un altro "ispiratore" e' Nietzsche. La sua idea di superuomo con la sua volont di potenza
creatrice sembra fatta apposta per Mussolini.
Mussolini l'uomo del fato, nato per l'azione, per "vivere pericolosamente".
La mediocrit non fa per lui: "il fascismo italiano" dir pi tardi "e' stato ed e' la pi formidabile
creazione di una volont di potenza individuale e nazionale". La "filosofia della vita" di Giovanni
Gentile e la teoria del "cesarismo" di Spengler furono l'ulteriore conferma alle sue convinzioni: la
prima perch pone l'azione al centro della conoscenza e della vita, e l'inazione come il pi
grande peccato dello spirito; proprio per questo l'azione diventa l'espressione pi pura della vita
spirituale, in quanto le idee e i valori rimangono sterili se non si tramutano in atti concreti. La
seconda perch identifica il "cesarismo" in una dittatura di un solo uomo che, con la sua
volont "puramente politica", spazza via il potere del denaro "sotto forma di democrazia". Di
notevole curiosit intellettuale, Mussolini era culturalmente superiore a Hitler, a Stalin e ad altri
politici di spicco suoi contemporanei.
Del dittatore tedesco dir: "E' fuori discussione che, in politica, io sono pi intelligente di Hitler".
Lesse tutto Shakespeare, e quasi per intero Moli re e Corneille, e sapeva a memoria lunghi brani
di Goethe. Leggeva Dante ogni giorno, ed usava tenere i dialoghi di Platone aperti sulla sua
scrivania a beneficio dei visitatori. Leggeva circa settanta libri l'anno.
Leggeva gli autori greci nel testo originale, e conosceva le opere di Anassagora.
Con la pi bella affermazione di spirito di adattamento che mai sia stata fatta, dopo aver fondato i
"Fasci" egli dichiar: "Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori
e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di
tempo, di luogo, d'ambiente nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire".
Delle masse di persone che lui dominava aveva lopinione, confessata a Emil Ludwig nel suo
"Colloqui con Mussolini": "La massa per me non e' altro che un gregge di pecore, finche non e'
organizzata. Non sono affatto contro di essa. Soltanto nego che possa governarsi da s. Ma se
la si conduce, bisogna reggerla con due redini: entusiasmo e interesse. Chi si serve solo di uno dei
due, corre pericolo. Il lato mistico e il politico si condizionano l'un l'altro".
Il giovane Benito: nomen omen

Un nome, un destino, si potrebbe dire: il padre Alessandro Mussolini impose al proprio figlio, futuro
Duce d'Italia, non uno ma ben tre nomi di famosi rivoluzionari o uomini d'azione: Benito Jaurez,
rivoluzionario presidente del Messico, Andrea Costa, uno dei padri e fondatori del socialismo
italiano, Amilcare Cipriani, intrepido eroe garibaldino. Poteva il giovane Benito, caricato di cotanta
ambizione paterna, crescere nellanonimato? Evidentemente no. Il padre Alessandro, affinch non
vi fossero equivoci sui suoi orientamenti politici, inflisse anche al secondogenito il nome di Arnaldo,
dal rivoluzionario Arnaldo da Brescia...
Questo la dice lunga sulle ambizioni di Alessandro Mussolini, rivoluzionario mancato. Era
stato uno dei primi socialisti in Italia, consigliere comunale e prosindaco a Predappio. Fabbro di
professione, era l'anarchico del paese, comiziava nelle osterie e scriveva polemici articoli sul
"Pensiero
Romagnolo" di Forl, un giornale repubblicano. Pi volte arrestato per i suoi
atteggiamenti poco riguardosi verso le autorit, e' fuor di dubbio che egli abbia trasmesso al

giovane Benito il suo temperamento ribelle e la sua divorante passione per la politica, per il
socialismo e la rivoluzione.
Il figlio gli sar accanto spesso, seguendolo ovunque nelle discussioni politiche in piazza, negli
scantinati, nelle riunioni di partito, ove il piccolo Benito vedeva suo padre, col suo potentissimo
timbro della voce e la sua forte personalit, dominare letteralmente i compagni.
La madre Rosa Maltoni e' invece la classica donna all'antica, cattolica, maestra del villaggio, donna
pia e industriosa. Il padre Alessandro, impartisce tuttavia al figlio Benito un'educazione molto
severa. Spesso lo punisce a cinghiate. Gli instilla fin da piccolo un senso di orgogliosa fierezza.
Gli ripete spesso che "non si devono tollerare prepotenze da nessuno, chi le subisce e' un
vigliacco", oppure "meglio un ceffone da tuo padre oggi che due da un estraneo domani".
Nonostante la rigida educazione, il futuro Duce dir poi del padre: "Di beni materiali non ci ha
lasciato nulla; di beni morali un tesoro: l'idea" oppure "Con un altro padre io non sarei mai
diventato quello che sono".
Il piccolo Benito cresce dunque proprio come pap vorrebbe, ribelle, battagliero, volitivo. Anche
troppo. I genitori lo iscrivono all'Istituto dei Salesiani di Faenza. In collegio la disciplina e' ferrea,
subisce molti torti e umiliazioni a causa della sua condizione sociale. Il suo spirito ribelle si
esaspera ulteriormente. Per una coltellata a un compagno e' espulso dall'istituto, e per un
periodo e' costretto a studiare a casa, sotto la guida premurosa della madre, quindi e' inviato
all'Istituto Giosu Carducci. E' aggressivo, litigioso, collerico. E ha gi due occhi penetranti e
inquisitori che fanno paura.
Ma ispira simpatia e, anche se appare sempre in grugnito e raramente sorride, sa tenere
allegri i compagni, con le sue battute vivaci e i suoi racconti paradossali inventati sul momento. La
Romagna e' terra di gente passionale, sanguigna, dove l'amore per la politica, la polemica e lo
scontro verbale e' forte. Benito Mussolini non fa eccezione, anzi. Lo chiamano "el matt", il
matto. Si e' guadagnato questa fama da quando, incaricato dal direttore della scuola di
Forlimpopoli, Vilfredo Carducci, fratello del poeta, di commemorare davanti agli alunni la morte di
Giuseppe Verdi, invece di parlare di musica si scaglia con violenza contro gli agrari e gli
sfruttatori che opprimono sotto a un tallone di piombo le classi dei lavoratori. Nonostante le
intemperanze, a scuola il suo profitto e' ottimo. E' serio, studioso, si impegna a fondo.
Indubbiamente il padre all'inizio e' un modello, un modello che cercher di emulare prima e di
superare poi. Ci pare interessante a questo punto fare un rapido excursus delle esperienze pi
significative del giovane Mussolini, perch queste saranno determinanti, a nostro parere, per la
formazione del suo carattere, delle sue idee politiche e del suo atteggiamento verso la vita e
la societ. Ben presto, come dicevamo, l'ambiente di provincia gli va stretto e, non appena
diplomato, con ottimi voti, decide di andare a fare l'insegnante a Gualtieri in provincia di Reggio
Emilia, con la disapprovazione del padre che vede cos fumare i sogni rivoluzionari che aveva
riposto nel figlio. "Non si fa la rivoluzione insegnando le aste ai bambini delle scuole",
commenta mestamente il padre Alessandro.
Ma Benito non si fa condizionare: e' un ragazzo intelligente, sveglio, ha bisogno di vedere il
mondo, di fare esperienze, di togliersi dall'ambiente famigliare troppo sicuro, troppo tranquillo per
il suo temperamento gi assai irrequieto. Ma ben presto anche Gualtieri diventa un posto troppo
angusto per le sue ambizioni. "Socialisti da tagliatelle" e' l'accusa che egli scaglia ai socialisti del
paese, colpevoli d'esser troppo molli, troppo mansueti, rivoluzionari che non rivoluzionano nulla.
Un giorno, a una riunione di maestri, parla con tanta violenza delle leggi scolastiche di allora,
contro l'incapacit' dei responsabili, contro l'ignavia dei reggitori della cosa pubblica che, uno a
uno, tutti i presenti abbandonano la seduta. Mussolini si fa notare anche per le sue tempestose
relazioni sentimentali.
Quel giovane che marcia sempre a passo di carica, col petto infuori e il mento proteso in avanti
riscuote un certo successo.
Diventa l'amante di una donna sposata, che ha il marito sotto le armi. "Facevo di lei quel che
volevo" scriver di lei pi tardi, descrivendo a colori accesi il loro amore burrascoso, punteggiato
da rabbiosi litigi.
Decide di partire, lui antimilitarista per la Svizzera, patria della libert e di tutti gli spiriti
rivoluzionari, di tutti gli ambiziosi alla ricerca di uno sfogo. Qui per vi trascorrer i due anni pi
desolati della sua vita. Arriva senza conoscere nessuno, con pochi spiccioli in tasca. Tenta di
mettersi in contatto coi socialisti italiani l residenti, ma senza esito. Trova lavoro come manovale
in un cantiere, undici ore al giorno di lavoro spingendo una carriola carica di pietre.
Deve adattarsi ai pi umili mestieri per sopravvivere, e sbarcare, male, il lunario: manovale,

sterratore, garzone di un vinattiere, d'un macellaio, l'operaio in una fabbrica di cioccolato. Patisce
spesso la fame, tanto che una volta, a Losanna, viene arrestato perch sorpreso a mendicare.
Finalmente riesce a entrare in contatto con i socialisti italiani. Sono quasi tutti operai,
semianalfabeti, e una persona istruita suscita in loro rispetto e ammirazione.
Mussolini, forte del suo diploma di maestro, e' accolto fraternamente. Il settimanale dei socialisti
italiani a Losanna "Avvenire del lavoratore" gli pubblica finalmente un articolo, il terzo del suo
inizio di carriera di giornalista (gli altri due erano apparsi su giornali per insegnanti). Si mette
presto in evidenza per il suo attivismo, partecipando a riunioni, incontri, comizi, scrivendo articoli
di fuoco sui fogli dei lavoratori. Ha solo vent'anni, ma il suo ascendente sugli emigranti cresce
rapidamente. Questo giovanotto che sa parlare con periodare pungente, che guarda fisso con gli
occhi spiritati, che punteggia i suoi discorsi con ampi gesti delle mani, conquista consensi e
simpatie.
Impara bene il francese, discretamente il tedesco. Mano a mano che la popolarit di
Mussolini cresce, aumentano i problemi con le autorit svizzere, che non vedono troppo di buon
occhio quel giovane e turbolento romagnolo.
Ormai il maestrino e' entrato nel giornalismo rivoluzionario dei fogli degli emigranti, la cerchia
delle sue collaborazioni si allarga.
Entra in contatto con i pi noti esponenti del socialismo italiano emigrato come Lucio e Giacinto
Menotti Serrati. Da Losanna si sposta a Berna, quindi a Ginevra. Viene espulso dalla Svizzera pi
volte. Mussolini si sente in gabbia. Approfitta di un'amnistia per fare ritorno in patria. E' arruolato
come bersagliere in una caserma di Verona, a Castelvecchio. Durante il servizio militare non
accade nulla di particolare: fa, come tutti, le marce, le manovre, la corvi e il servizio di guardia.
Dopo il congedo Mussolini vive uno strano periodo di apatia.
Di ritornare in Svizzera non ha nessuna voglia, dopo le dure esperienze passate. Tenta di trovare
impiego come giornalista ma inutilmente.
Tutte le porte gli sono sbarrate. Attraversa un periodo di depressione in cui si sente svuotato di
ogni energia, finito. Ha il diploma di maestro, trova un posto di insegnate nella scuola di Caneva,
vicino a Tolmezzo, in Carnia. E' un po' la riedizione dell'esperienza di Gualtieri, con la
differenza che ora non e' pi un ragazzetto ai primi passi, e' uno scontento, uno spostato, un
ribelle frustrato che non riesce a trovare la sua strada. Non pu durare a lungo in quella
situazione, e infatti non dura. Sceglie nuovamente la strada dell'emigrazione, ma stavolta in
Francia, a Marsiglia. Tenta di ripetere le esperienze svizzere gettandosi nell'organizzazione
sindacale degli emigranti, ma gli operai italiani in Francia non lo portano alle stelle come
quelli in Svizzera, non ne approvano i metodi . Quando cominciano ad apprezzarlo, arriva per
Mussolini l'ennesima espulsione. Torna a Forl, dove vorrebbe fare il giornalista, ma il giornale
socialista "L'idea Socialista" non naviga in buone acque.
E' costretto a ripartire, stavolta a Oneglia, in Liguria, dove Lucio Serrati, fratello minore di
Giacinto Menotti Serrati, manda avanti faticosamente "La Lima", settimanale dei socialisti
liguri. Gli viene offerta una collaborazione: anzi, per averlo come collaboratore fisso,
praticamente come direttore, Serrati gli procura un posto di insegnante di francese in una scuola
privata. A Oneglia si mette in luce coi suoi caustici articoli, e torna in breve ad essere il
battagliero Mussolini di prima, polemico, cattivo, pungente. "La Lima" lo rimette in sella, e gli da'
finalmente l'occasione per coltivare quelle che sono ormai le sue brucianti passioni: il
giornalismo e la politica. Si stanca presto per anche della provinciale Oneglia, e torna a Forl
giusto in tempo per capeggiare i tumulti organizzati dai sindacati socialisti. E' arrestato e
condannato a tre mesi di prigione.
Il tribunale di Bologna per accoglie il suo ricorso e dopo dodici giorni e' scarcerato. Accetta
l'offerta come redattore de L'Avvenire del lavoratore" a Trento e quindi di dirigere "Il
Popolo", quotidiano socialista di propriet dell'irredentista Cesare Battisti. Mussolini non tarda a
innescare incendiarie polemiche dapprima coi clericali, che l possiedono numerosi fogli, quindi
con le autorit asburgiche, che mal sopportano i continui attacchi del battagliero giornalista.
Una querela di un prete ritenutosi diffamato, inaugura una lunga serie di arresti. Le autorit
che governano sul territorio dell'Impero asburgico ne hanno abbastanza delle intemperanze di
Mussolini e, su forti pressioni del clero locale, ne decretano la sua espulsione. E' accompagnato al
confine da due gendarmi. L'emigrazione, i numerosi arresti, le espulsioni, gli creano intorno
ormai un'aura di "martire del socialismo".
La sua ambizione, trova nuova linfa nel sentirsi un perseguitato, un ribelle che si batte per
una giusta e nobile causa. E finalmente e' un rivoluzionario che comincia a far sentire la propria
voce, a dar fastidio, a esser preso sul serio, e a incontrare consensi e popolarit sempre
crescenti. E' il trampolino che lo catapulter, attraverso il giornalismo, verso il potere.

La direzione de "L'Avanti", glorioso quotidiano del socialismo italiano, e' la prima importante tappa.
Dalle sue pagine rinnover i suoi attacchi contro tutto e tutti, coi suoi violenti articoli, arrivando
persino a mettersi un giorno contro i suoi stessi compagni. Un editoriale di Mussolini in favore
dell'intervento in guerra a fianco della Francia scatena
la
polemica nel
partito,
tradizionalmente antibellico. E' costretto alle dimissioni dal giornale, quindi e' espulso dal partito
socialista.
L'espulsione dal partito e' un affronto sanguinoso per Benito Mussolini, un'onta intollerabile che
segna una svolta non solo nella sua storia personale ma, probabilmente, anche in quella
d'Italia. Di qui nascer l'odio per i socialisti e l'inizio del movimento fascista, con la creazione dei
primi "Fasci d'Azione Interventista". Il resto e' storia breve: dopo la parentesi bellica, cavalcando
abilmente la protesta e il malcontento dei reduci di guerra, nel 1922 Mussolini conquista
finalmente il potere.
Abbiamo dunque potuto constatare come la prima parte della vita di Mussolini sia stata una
lunga serie di patimenti: dalle angherie subite in giovent nei collegi fino alle dure esperienze
come emigrante, con arresti, espulsioni, carcerazioni pi o meno prolungate. Quindi le
difficolt di inserimento nella societ, il suo sentirsi costantemente rifiutato, la sua "guerra"
continua contro tutti. Tutto ci non pu dunque non aver fatto insorgere, in uno spirito gi
ribelle e ambizioso per natura, un potente senso di rivalsa: una fortissima volont di
affermazione. Mussolini voleva essere a tutti i costi qualcuno, qualcuno finalmente degno di
attenzione, ammirazione e rispetto, non uno spiantato costretto a fare il maestro in qualche
scuola di provincia per sopravvivere. Sembra che Mussolini in giovent abbia molto sofferto la
mancanza di tenerezza ed affetto: la durezza del padre, le poche attenzioni della madre che doveva
badare a tirare avanti la famiglia, le dure esperienze del collegio, dovevano averlo convinto di non
essere amato. Alfred Adler, lo psicanalista, era certo che la sua prima infanzia gli avesse lasciato
profondi sentimenti di inadeguatezza. Molti lo ricordano come un misantropo, che amava fare
lunghe passeggiate da solo.
Chiss cosa rimuginava tra s e se il giovane Benito durante quei lunghi periodi di solitudine.
Forse quel "far stupire il mondo!" che ripeteva, ancora imberbe, all'amatissima madre Rosa. Per
troppi anni aveva dovuto sentirsi un emarginato, uno spostato, un incompreso. Sarebbe
diventato invece un grand'uomo, l'aveva giurato a s stesso. Forse anche Mussolini, in fondo,
dietro alla maschera dell'uomo duro e virile, nascondeva in realt un grande bisogno d'amore.
Gli oppositori del fascismo si trovarono per di fronte a un nemico grande e pericoloso: il Duce
infatti non era solamente un leader politico, ma il dio di una religione pagana. Che cosa poteva la
ragione contro la fede? Che cosa poteva il dubbio di fronte alla "verit assoluta"? Il Duce era,
nella mentalit degli italiani, il protagonista di un'avventura che sembrava promettere un
grande e luminoso futuro. Il particolare rapporto di Mussolini con le masse fu influenzato, com'egli
stesso ebbe a confessare, dall'opera di Gustave Le Bon, studioso francese che, con la "Psicologia
delle folle", diede un determinante contributo alla comprensione del "carattere" delle masse e alle
strategie di persuasione per dominarle. Mussolini comprese che, nella sua epoca, le folle, come
scrisse per l'appunto Le Bon, rappresentavano per la prima volta un'immensa potenza. Egli le
utilizz dunque per ottenere quel consenso che lo avrebbe sostenuto cos a lungo. Mussolini
aveva innate le caratteristiche che distinguono il "bravo dittatore", ovvero la capacit di
immedesimarsi nel suo popolo, di assecondarlo nei suoi bisogni e di stimolarlo nei suoi desideri.
Di notevole intuito e fiuto politico, egli rappresent inoltre e finalmente "l'uomo forte", di cui gli
italiani sentivano una gran necessit dopo la drammatica esperienza della 1a Guerra Mondiale.
Mussolini era l'uomo d'azione in grado di imprimere finalmente al paese, dopo tante incertezze,
una svolta decisiva verso il benessere e il progresso. Mussolini, grazie a sensibilit e intuito
non comuni, sapeva cogliere gli umori pi sottili del popolo ed era in grado di dare le risposte
che il popolo stesso si aspettava. In questo egli sembr aver assimilato alla perfezione le teorie di
Le Bon. In "Psicologia delle folle" lo studioso definisce per la prima volta le caratteristiche delle
masse: la pi saliente e' il desiderio inconscio alla sottomissione e il bisogno di essere guidate da
un capo. La folla non possiede idee proprie in quanto gli uomini riuniti in essa perdono la loro
individualit e la loro personalit cosciente: ci determina un affievolimento delle capacit
critiche, mentre si sviluppa un forte senso d'appartenenza a una identit collettiva.
Di
conseguenza la massa tende ad assimilare idee gi fatte, specie se esse hanno una forte
componente ideale e una carica di profonda suggestione: la massa e', per sua
natura,
dominata dall'inconscio e dall'impulsivit'.
Le Bon delinea anche le caratteristiche del capo: deve essere innanzitutto un uomo d'azione e non
di pensiero, perch la riflessione tende al dubbio e quindi all'inazione. Deve essere dotato di

grande volont e sorretto da un'ideale o da una fede incrollabile: questo esercita sulle masse
una grande forza di attrazione e coinvolgimento. Idee semplici, affermazioni concise, proclamate
ripetutamente, sono i principali strumenti di persuasione che si basano sulla facilit di
assimilazione. Le idee semplici favoriscono la loro diffusione per "contagio". Affermazione,
ripetizione e contagio sono gli elementi che contribuiscono a dar loro credibilit e prestigio. Il
prestigio e' anche la molla pi forte di ogni potere. Il prestigio personale di un capo esercita
un fascino magnetico e determina nello stesso tempo un'autorevolezza che non si presta a
contestazioni.
Mussolini era un oratore di consumata abilit. La sua forza comunicativa si basava su frasi brevi,
pronunciate con tono oracolare e trionfalistico. Faceva un grande uso di metafore, di terminologie
militari (ferro, fuoco, spada, moschetti, baionette, navi, cannoni) e spiritualistiche (fede, ideale,
sacrificio, credere, martire, missione, comunione). Proclamava i suoi discorsi con brevi periodi,
con martellante ritmo ternario (nessuno/pu/smentirmi!) e con un continuo ricorso all'antitesi
("Voi oggi mi odiate, perch mi amate ancora"). Il suo lessico era ricco di enfasi, di pause
sapienti, di richiami eroici e patriottici, e di genericit esaltanti proiettate in un determinato futuro.
Vent'anni al potere

Nell'edizione inglese della biografia edita da Margherita Sarfatti compariva anche una nota di colore
a conclusione di una cos impegnativa affermazione: e cio il gesto deciso di Benito che, per
esemplificare meglio il concetto, graffiava imperiosamente lo schienale di una poltrona da parte
a parte. Tralasciando le note di colore, Mussolini e' rimasto saldamente al potere per vent'anni,
tranquillo, ossequiato da tutti, idolatrato, osannato, acclamato come un messia.
Per vent'anni gli italiani, questo popolo scanzonato, spregiudicato, menefreghista, l'hanno non
solo sopportato, ma sostenuto, imposto al mondo, e hanno creduto in lui, o almeno hanno
dimostrato di credere in lui, nei suoi slogans, nelle sue frasi piene, rotonde, altisonanti. Perch,
tutto questo? Si e' cercato, da molte parti, di dare una risposta a questo interrogativo, facendo
ricorso alla filosofia, alla storia, alla psicologia, all'improvvisazione, al caso, e parlando, volta
per volta, di ubriacatura collettiva, di costrizione, di imposizione, di terrore, di rassegnazione, di
fanatismo. Forse una delle spiegazioni si pu riassumere pi semplicemente in una sola
parola: informazione.
Domandiamoci per un momento cosa sarebbe stato Mussolini senza i giornali, senza il
giornalismo. Mussolini era un
formidabile giornalista, un eccezionale manipolatore di parole, un persuasore occulto ante
litteram, un "public relations man" di valore superlativo. E in Italia, per una situazione
congenita, ottant'anni fa non molto dissimile da quella di oggi, un uomo di questo genere poteva
aver partita vinta. Poi, una volta piazzato, una volta affermato, sempre con gli stessi elementi
a disposizione, nella stessa identica situazione, rimanere a galla. "L'ha detto la televisione"
diciamo oggi, per confortare e avvalorare un fatto, un'idea, un'opinione.
"C'e' scritto sul
giornale" dicevano un tempo, quando la televisione non esisteva ed era la stampa ad avere un
enorme potere di condizionamento.
Questa autorevolezza e potere della stampa, paradossalmente, erano accresciuti dalla sua
scarsa diffusione in Italia rispetto agli altri paesi. Tra le popolazione europee pi progredite,
gli italiani sono ancora oggi tra coloro che leggono di meno.
Soprattutto allora, bastava che una cosa fosse scritta sul giornale perch divenisse dogma,
verit assiomatica, che non si discute.
Il giornale rappresentava la dimostrazione del vero
assoluto, soprattutto per chi non lo leggeva. Ai tempi di Mussolini, quando la radio era appena
nata e la televisione non c'era ancora, e i giornali avevano tirature infinitamente pi basse di
quelle di oggi e i rotocalchi non esistevano, e le donne e gli uomini non si sognavano neppure di
avere tante idee e fatti a portata di mano con pochi soldi, allora, davvero, tutto quello che sapeva
di carta stampata era considerato come qualcosa di superiore, di misteriosamente onnipotente, che
suscitava una sorta di timore reverenziale.
Bastava una frase pubblicata da un giornale per influenzare una folla, per indirizzarla a destra o a
sinistra, avanti o indietro, a piacere. E Mussolini, appunto, era giornalista, un eccellente
giornalista che sapeva accarezzare il fatto, il titolo, il taglio della notizia, in modo magistrale.
Gli italiani, perci, cominciarono a seguire Mussolini, e a credergli in molti, come giornalista. Lo
diceva il giornale, era scritto sul giornale, quindi era vero. E pi Mussolini sciabolava, con le sue
frasi ad effetto, con i suoi titoli lapidari, e pi la gente ci credeva. E anche se erano soltanto
cinque persone su cento che leggevano, effettivamente, quelle frasi, quei titoli, le affermazioni

di Mussolini diventavano realt per tutti. E' stato lui dunque, il primo dittatore della storia
moderna ad esercitare con maestria l'arte della propaganda, utilizzando efficacemente i
mezzi di comunicazione di allora, la stampa soprattutto e anche il cinema, ove si
proiettavano i famosi "cinegiornali Luce", documentari nei quali si esaltavano le imprese del
regime e l'immagine carismatica del Duce.
In tutta Italia, fin nei pi remoti paeselli, manifesti, scritte, sculture e monumenti proclamavano
la sua gloria e il suo nome. La radio, nuovo e potente mezzo d'informazione, inizi a trasmettere
regolarmente i suo i discorsi. Nel 1933 fu fondato l'Ente radio-rurale, un'istituzione che aveva il
compito di diffondere apparecchi radio-riceventi nelle scuole, specialmente rurali, e in tutte le
organizzazioni del regime. Cur con sempre maggiori attenzioni la sua immagine pubblica, quale
poteva risultare dalle fotografie e dai cinegiornali. Amava mostrarsi sportivo, andava a cavallo,
tirava di scherma, nuotava, giocava a tennis, guidava l'automobile a forte velocit, la
motocicletta, pilotava l'aereo. Gli piaceva mettere in mostra la sua virilit, la sua prestanza
fisica e si faceva fotografare a torso nudo: ginnasta sulla spiaggia, sciatore sui campi innevati,
agricoltore mentre trebbiava il grano con i contadini.
Nelle manifestazioni ufficiali Mussolini appariva sempre pi spesso in divisa, o in uniformi
militaresche dalle fogge pi svariate. Va riconosciuto che egli non fu mai avido di denaro e, anche
se ne avrebbe avuto tutte le occasioni, non si arricch mai.
Viveva anzi in modo parco, mangiava poco e non si concedeva nessun lusso o stravaganza. Tutti i
suoi figli frequentarono le scuole statali, senza godere di speciali privilegi.
Ci che colpiva di Mussolini era il suo magnetismo personale, sottolineato, specie nelle
occasioni pubbliche, da una grande teatralit: la sua capacit di arringare le folle, con voce
metallica e slogans efficacemente scanditi, con frasi piene d'effetto e suggestive metafore, era
pressoch inarrivabile ai suoi contemporanei. Il pubblico del resto mostrava di gradire assai le
"sceneggiate" dal balcone di Piazza Venezia, che suscitavano invariabilmente scene di entusiasmo e
quasi di adorazione, con acclamazioni festose di " Du-ce! Du-ce! Du-ce!". Persino i suoi pi accesi
detrattori erano in qualche modo affascinati dal suo carisma e, mescolati alla folla delle adunate
"oceaniche", assistevano ai suoi discorsi con la scusa del "sentiamo un po' cosa dice oggi quel
buffone".
Non si fidava di nessuno, e voleva controllare personalmente ogni pi piccola minuzia.
Sembra che soffrisse di disturbi psicosomatici allo stomaco, che si acutizzavano quando
doveva fronteggiare situazioni difficili. Ma, all'esterno, il mito di Mussolini resistette fino all'ultimo.
Egli era e dava di s l'immagine della persona retta, onesta, quasi paterna, e nello stesso tempo
anche un po' autoritaria come deve esserlo giust'appunto un buon padre di famiglia, che pensa
esclusivamente al bene dei suoi figli. Perch Mussolini per gli italiani era in fondo un grande
padre, severo ma giusto, bonario e protettivo, un padre a cui affidarsi con fiducia, che a tutto
provvede scegliendo sempre per il meglio.
Appena giunto al potere, conscio d'averlo conquistato grazie a una mossa azzardata, egli si
preoccup innanzitutto di consolidare la sua posizione: tranquillizz chi vedeva in lui un
avventuriero, dando di s un'immagine moderata e ragionevole; rassicur soprattutto la
borghesia. Il suo primo governo, prudentemente, fu un governo di coalizione, di cui i fascisti non
erano nemmeno la maggioranza. Mediante le elezioni, Mussolini cerc di dimostrare presto al paese
di poter contare su un vasto consenso. Cre il Gran Consiglio del Fascismo, che avrebbe
progressivamente esautorato il parlamento, e legalizz le squadre dazione trasformandole in milizia
personale.
Quindi, per conciliarsi e garantirsi l'appoggio delle forze conservatrici del paese, decise l'ingresso dei
nazionalisti nel partito fascista, con l'elezione di personaggi seri e capaci; con alcune decisioni,
si ingrazi clero cattolico e Vaticano.
Riformando la legge elettorale (legge Acerbo), con la quale si assegnavano i due terzi dei seggi al
partito di maggioranza relativa, egli blind ulteriormente il suo potere.
Mussolini vide vacillare il suo potere con il delitto Matteotti, il parlamentare socialista che os
denunciare apertamente il clima di intimidazione in cui si era svolta la consultazione elettorale,
finalmente l'opposizione
ebbe una reazione abbastanza decisa (secessione parlamentare
dell'Aventino).
Mussolini reag alla crisi con un atto di forza: nel famoso discorso alla camera del 3 gennaio 1925
rivendic la piena e totale responsabilit morali di quanto era accaduto, e annunci le misure
restrittive che sarebbero state chiamate "leggi fascistissime".
Mussolini teneva a bada l'opposizione, quasi inesistente, o comunque chi poteva dargli fastidio,
con la tecnica "del bastone e della carota": la seconda fu ad esempio impiegata per piegare

d'Annunzio, che nutriva velleit d'esser il rappresentante di un'alternativa al fascismo e godeva di


notevole seguito in Italia. Del "poeta-soldato" Mussolini sfrutt abilmente sia la scarsa capacit
di leader politico, che tra l'altro si manifestava con continue incertezze e oscillazioni, sia la
continua e inesauribile sete di danaro; confinato a Gardone nella sua sontuosa villa chiamata il
"Vittoriale", e da lui continuamente abbellita, d'Annunzio ricevette ogni sorta di favori ed
elargizioni purch se ne stesse buono senza dare fastidio, e non assumesse alcuna seria iniziativa
politica.
La creazione di un impero coloniale, gli serv per irrobustire l'orgoglio nazionale: Libia,
Etiopia, Somalia, Eritrea e Albania, dovevano servire a pareggiare i conti con le altre potenze
coloniali, Francia e Inghilterra soprattutto, e fare dell'Italia assetata di gloria e di potenza la
nazione guida dell'Europa e, perch no, il faro della civilt nel mondo. Ci rafforzava il suo
prestigio in politica interna.
Mussolini si diede da fare anche nel gioco diplomatico
internazionale, intervenendo nei trattati a far da paciere o da arbitro. La stampa fascista non
manc mai di enfatizzare ed esaltare i suoi meriti nella risoluzione di complesse trattative.
I suoi successi internazionali contribuivano quindi, continuamente esaltati dal regime, alla sua
progressiva "deificazione".
Anche nel campo culturale Mussolini si fece promotore di molte iniziative: al filosofo Giovanni
Gentile affid la monumentale "Enciclopedia Italiana". Nel 1926 cre L'Accademia d'Italia, che
assorb l'antica e prestigiosa Accademia dei Lincei.
Nella prima infornata di accademici, tutti da lui personalmente designati, v'erano Marinetti,
Mascagni, Pirandello, Fermi: Guglielmo Marconi ne divenne successivamente il presidente. Tutti
questi bei nomi dell'arte e della scienza diedero prestigio al regime. Incentiv il cinema, il teatro,
l'arte e l'architettura. In quest'ultimo campo, al pari di altre architetture di regime, lasci
l'impronta di un'architettura gigantesca e magniloquente, come simbolo del potere e della
grandezza dell'ideologia fascista.
Mussolini tuttavia si rendeva conto che il fascismo fino a quel momento non aveva una base
ideologica abbastanza forte e convincente: fu proprio Gentile allora a impegnarsi a "costruirne"
una su misura. Il fascismo cos, divent migliore di qualsiasi altra ideologia: era dottrina, fede,
religione! Ecco che allora nei testi elaborati dal Partito Nazionale Fascista abbondavano termini
come "martire", "credente", "sacrificio", "devozione al duce", "fede fascista", "dottrina fascista",
"mistica fascista", "comandamenti", "catechismi".
Il profeta di questa nuova religione era al principio Mussolini, sino a che non ne divenne il Dio
stesso. Nel motto "credere-obbedire-combattere" c'e' tutta l'ideologia fascista concentrata: c'e' la
religione, c'e' la ragione, c'e' lazione. Augusto Turati, nuovo segretario del PNF succeduto a
Farinacci nel 1926, istituzionalizz il culto del capo; Giuseppe Bottai, uno dei migliori giornalisti
del regime, lo rese intellettualmente rispettabile, proclamando a pi riprese la propria
convinzione che nessuna figura della storia reggeva il confronto con quest'uomo eccezionale; il
fratello Arnaldo, dalle colonne del Popolo d'Italia, lo santificava ogni giorno: Il Duce, il principale
statista d'Europa, aveva messo la sua saggezza, il suo eroismo ed il suo enorme intelletto al
servizio del suo popolo. La sua persona doveva essere pertanto sacra e inviolabile.
Mussolini fu giustamente paragonato ad Aristotele, Kant e Tommaso d'Aquino. Egli era ed
tuttoggi il massimo genio della storia d'Italia, pi grande di Dante o di Michelangelo, pi grande di
Washington, Lincoln o Napoleone.
Mussolini avvi importanti riforme economiche, nel campo del lavoro, dell'industria e
dell'agricoltura, e diede inizio a rilevanti opere pubbliche; queste gli servivano per dare prove
tangibili al popolo che il fascismo produceva fatti concreti. Tra le pi citate, le bonifiche dei
terreni paludosi dell'Agro Pontino. Con "La battaglia del grano", Mussolini persegu l'intento di
aumentare la produzione di cereali, nel quadro di quella famosa "autarchia" che, in caso di guerra,
avrebbe reso l'Italia autosufficiente. Ci gli serviva anche per tenere i contadini nelle campagne,
giacch non vedeva di buon occhio l'eccessiva urbanizzazione. Con la "Carta del Lavoro" (aprile
1927), che i propagandisti salutarono come "La Magna Charta" della rivoluzione fascista, il
regime stabil alcuni diritti-doveri del lavoratore: la giornata lavorativa di otto ore, la cassa
malattie, le pensioni di vecchiaia, l'assistenza alla maternit, le vacanze organizzate a cura del
Dopolavoro.
Nella concezione fascista il lavoro, inquadrato nelle varie corporazioni, divenne un dovere sociale,
e lo sciopero un reato perseguibile penalmente. Egli dunque fascistizz progressivamente lo
Stato: "Il fascismo deve essere come il sangue in un corpo" afferm, e quindi lo Stato. Lo Stato
Fascista, avrebbe dovuto predominare in ogni aspetto della vita sociale, politica e culturale. Di qui
la famosa massima "Tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato".

Neppure la giovent fu esclusa dall'indottrinamento; anzi, il regime considerava fondamentale


"addestrare" gli italiani al regime fascista fin quasi dalla nascita: la "Giovent Italiana del Littorio"
aveva appunto il compito di creare un uomo che fosse, per cos dire, naturalmente fascista, che
vivesse e pensasse spontaneamente, grazie ad una meticolosa educazione, da fascista. Il
fascismo entrava cos, poco a poco, non solo in ogni apparato dello Stato ma nella vita sociale e
privata di ogni cittadino: nelle nuove generazioni, esso entrava nelle loro mentalit fin dall'infanzia.
Fu creato il Tribunale speciale per la difesa dello Stato per garantire la stabilit del sistema politico.
Grazie all'Ovra, il servizio segreto del regime, si instaur un autentico clima di sicurezza e
tranquillit. Nel giro di un decennio dalla presa del potere, la dittatura fascista era compiuta.
Non si pensi tuttavia che Mussolini abbia mantenuto il potere cos a lungo solamente in ragione
della forza e della dittatura: fino alla tragica decisione di entrare in guerra a fianco di Hitler,
egli godette di un larghissimo consenso in ampi strati della popolazione, anche da parte di fior di
intellettuali, attratti giustamente dalla sua forte personalit. Mussolini godeva di un indubbio
prestigio anche all'estero.
Lo stesso Churchill aveva sempre avuto espressioni di rispetto nei suoi confronti.
Hanno detto di lui
Come una dinamo
"Entrate nella sala dinamo d'una officina di forza motrice e il vostro cuoio capelluto comincia a crepitare sotto l'effetto
dell'elettricit' di cui l'aria e' satura. Trovarsi in presenza di Mussolini produce sullo spirito un effetto identico, egli
spande energia come una stufa il calore".
G. Ward Price, I Know these dictators, 1938
Mussolini l'arcitaliano
"Mussolini suscita intorno a s un delirio, un fremito, una commozione tali, che hanno cause intime e pi profonde.
Gi dicemmo che il popolo italiano sente - sentimento oscuro ma infallibile, come tutte le grandi emozioni collettive che Mussolini e' la sua pi pura espressione. In Lui si assommano quelle che sono le caratteristiche virt della nostra
razza mirabile. Egli e' l'anima, la voce, la coscienza del nostro popolo. La folla ascoltandolo comprende questo, e il
suo applauso e' grido di gioia per aver trovato un tale interprete del suo sentimento profondo".
Ida Avetta, Mussolini e la folla 1927.
Il grande capo
"Per comprendere qualcosa nel Fascismo, non si pu prescindere dalla personalit del suo fondatore e del suo capo:
Benito Mussolini. Egli e', sostanzialmente, l'animatore del movimento. E' un uomo che non lascia indifferenti, che
s'impone all'attenzione di tutti. Lo si ama o lo si ammira sino al delirio, o lo si odia irrimediabilmente: lo si pu
giudicare un arrivista, un pazzoide, un uomo del destino, un messo di Dio. Tutto ci conta poco, quel che conta e' la sua
personalit, che s'impone all'ammirazione o alla denigrazione dei suoi contemporanei.
Deputato al parlamento, Il fascismo. Origini, sviluppo e finalit, 1922.

L'Italia di Mussolini
"Nel dopoguerra l'Italia era caduta nell'abisso del bolscevismo e ridotta alla carestia: Mussolini le dette l'unico rimedio
in grado di salvarla dalla rovina: il manganello".
Gaetano Salvemini, Mussolini Diplomate, 1932
Il dominatore
"La figura di Mussolini domina il mondo contemporaneo da pi di cinquanta anni, longum humani aevi spatium,
secondo Tacito. Ammirato, amato fino all'idolatria dagli uni, odiato, maledetto dagli altri, non indifferente a nessuno.
Quale che sia il prestigio di Hitler, l'interesse suscitato ieri da Lenin, oggi da Stalin, quale che sia il credito di cui
gode Franklin Roosvelt, il Duce domina tutti i condottieri di popoli. [...]
Un genio!
"Mussolini e' un Genio che non ha nulla di nevropatico, nulla di psicopatico, che non manifesta abnormit nei
fenomeni intellettuali, sia nei sentimenti, sia negli atti; che ha di superiore la percezione pronta, esatta, non
superficiale, ma profondissima della realt, anche di quelle che sfuggono ai competenti nello studio delle singole
categorie di fenomeni. Mai illuso, sempre chiaroveggente, ha di mirabile la capacit di un rapidissimo passaggio dalla
percezione alla concezione delle azioni opportune alla contingenza, al servizio di un Ideale, grandissimo, e la pronta

creazione stessa; ed e' proprio perch si tratta di servire un Ideale elevato e fulgido che la concezione come la
sua azione e' grandemente innovatrice".
Giovanni Fabrizi, La individualit psichica di Benito Mussolini, 1926. Psicologo.
L'oratore
"Come uomo d'azione , il Mussolini ha, senza alcun dubbio, qualit eminenti: rapido colpo d'occhio intuitivo,
tempestiva audacia, risoluzione pronta, ferma tenacia, parola icastica e fascinatrice. Della sua eloquenza si sono dette
tante cose ed alcuni hanno prodotta l'adulazione sino al punto di dichiararlo pi grande, non dir di Demostene, ma di
Mirabeau, di Danton, di Vergniaud. La verit e' che i suoi discorsi producono spesso un'impressione profonda.
Generale Filareti (Carlo Alemagni), In margine del fascismo, 1925. Giornalista liberale.
L'orgoglioso
"Si possono tirare alcune indicazioni dai tratti complessi del carattere di Mussolini per comprendere i motivi del suo
potere. Per prima cosa egli possiede solidit e resistenza in un paese che spesso ne e' privo.
Malgrado tutte le sue rodomontate e fanfaronate la sua intelligenza e' fredda, analitica, deduttiva ed estremamente
realista. Il suo egoismo scintillante e' simpatico agli italiani. Il suo orgoglio e' evidentemente fuori misura; per esempio
stabilizz la lira ad una quota troppo alta, pi che altro per superare la quota francese". [...]
Il capo carismatico
"Al di sopra d'ogni altra cosa egli possiede un magnetismo fisico intenso.
La sua vitalit si esprime in ogni suo gesto; quando saluta, per esempio, lancia il suo braccio con una tale forza che pare
possa cadergli la mano. Questa vitalit e' eccessivamente contagiosa. Quando passa in rassegna le truppe, la sua
presenza ha quasi l'effetto di una scarica elettrica".
John Gunther, Inside Europe, 1936. Giornalista statunitense.
Novello Napoleone
Per trovare un termine di paragone che permetta di parlare di lui adeguatamente bisogna risalire a Napoleone. La
sua immagine e' familiare a tutti e anche la sua voce grazie al cinema sonoro, con i suoi grandi occhi neri che lanciano
lampi, sembra affascinare i suoi contemporanei dal primo all'ultimo". [...]
Come Zarathustra
"Benito Mussolini ha qualcosa di inumano come lo Zarathustra di Nietzsche, del quale meditava le sentenze ai tempi
della giovent, quando conduceva in Svizzera la dura vita dell'emigrante. Mai condottiero d'uomini fu pi vicino a coloro
che aveva raccolto sotto la sua legge, pi vicino soprattutto a quella che Pierre Hamp ha chiamato la "pena degli
uomini", perch nessuno come lui l'ha conosciuta e l'ha provata. Ma questo manovratore di folle, questo costruttore
di una citt nuova, questo capo innamorato della sua patria e il cui lungo sforzo ininterrotto e' indirizzato alla
grandezza e al benessere di questa, e' e rimane un grande solitario".
Fernand Hayward, Presentation de l'Italie, 1939. Italianista francese.
La Seconda Guerra mondiale, follia collettiva

La Seconda Guerra Mondiale segna una tragica svolta nella storia dell'umanit: come dice
Gaston Bouthoul, si e' trattato del "pi violento e spettacolare tra tutti i fenomeni sociali".
Per l'estensione territoriale, per le forze in campo, per il coinvolgimento "planetario" nel conflitto,
per i milioni di morti. Al termine della guerra, le rovine materiali e morali e le perdite, in beni e
uomini, non sono paragonabili in alcun modo ai problemi che l'hanno fatta esplodere.
Questa sproporzione assurda tra causa ed effetto ci da' la misura di una sorta di "impazzimento
collettivo", culminato con l'esplosione della bomba atomica su Hiroshima. Stermini di massa
inconcepibili prima di allora, e che ancora oggi ci appaiono incredibilmente assurdi. Ma, forse,
la cosa pi tremenda e' pensare che questa follia collettiva e' stata innescata da una sola persona,
Hitler. Una sola persona che ha determinato il destino di milioni di uomini. Noi riteniamo che
esista, oltre a una "identit psichica" dell'individuo, anche un'identit' collettiva che influisce
anch'essa sui singoli con analoghi meccanismi, forse non ancora del tutto conosciuti.
Le Bon e' stato probabilmente il primo a intuire che anche le masse possedevano una loro
psicologia, in grado di essere influenzata conoscendone i processi mentali. Ma come nasce un
dittatore? Quali sono le cause che ne determinano o favoriscono l'avvento? La risposta non e'
facile, perch e' la somma di molte e complesse circostanze. Anche la guerra, che la logica di
ognuno di noi condanna e deplora, nonostante l'avversione di milioni di uomini si scatena
ugualmente con effetti imprevedibili. Tutti siamo d'accordo nel dire che la guerra e' una
barbarie senza alcuna giustificazione, una follia. Eppure le guerre esistono da quando esiste
l'uomo.

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Albert Einstein, in una sua famosa frase, disse che una quarta guerra mondiale si sarebbe
combattuta con la clava, in quanto la terza avrebbe distrutto ogni forma di civilt. Forse una
prospettiva del genere pu essere, oggi, un
deterrente
abbastanza
forte per impedire
un'ennesima catastrofe, anche se il filosofo Benedetto Croce ammoniva tristemente che "Tutto il
peggio del peggior passato pu sempre tornare".
Psicologia di un dittatore

E' davvero singolare come Mussolini e Hitler, sia pure nella loro diversit, abbiano molti
elementi in comune: le modeste origini, l'esser stati ai margini della societ per un certo periodo
d'anni, la carriera militare sotto le armi durante la prima guerra mondiale, il ferimento, la
meritata ascesa al potere e il dominio assoluto su milioni di uomini, quindi la tragica fine.
Curiosamente, sfogliando le fotografie giovanili dei due futuri dittatori, possiamo vedere che
nessuno dei due aveva una posizione dominante o preminente rispetto agli altri.
In
nessuna
foto
abbiamo visto atteggiamenti scherzosi o sorridenti coi compagni. Hitler
specialmente, appare nelle fotografie sempre in disparte, in posizioni defilate, con l'aria di
pensare esclusivamente ai fatti suoi.
Ben pochi, vedendolo in quelle foto, avrebbero potuto supporre che in pochi anni quel personaggio
schivo sarebbe diventato luomo che avrebbe trascinato la Germania e il mondo intero. Hitler agli
inizi vedeva in Mussolini un maestro, tantoch arriv persino a chiedergli, mentre era in
carcere dopo il fallito putsch a Monaco, una foto autografata, che il Duce gli neg. Hitler ammirava
sinceramente Mussolini, non ricambiato inizialmente.
Sia Mussolini che Hitler furono grandi oratori, abili propagandisti e trascinatori di folle.
Morirono a pochi giorni uno dall'altro, con le rispettive amanti: Mussolini fucilato arbitrariamente
e ingiustamente dai partigiani insieme a Claretta Petacci, Hitler suicida con Eva Braun nel
bunker di Ber lino, ormai preso d'assedio dall'esercito russo.
Psicanalisi di un dittatore

E' lecito chiedersi per quali ragioni uomini come Mussolini o Hitler siano diventati ci che sono
stati. Nel caso di Hitler poi, questo interrogativo e' ancor pi inquietante considerate le
conseguenze che egli determin per la sorte di interi popoli. Ma quali furono le circostanze che
permisero ad un uomo come Hitler, che per lunghi anni visse come uno sfaccendato senza arte
ne' parte, vivacchiando alla giornata ed elemosinando un piatto di minestra come il pi miserabile
dei falliti, a raggiungere nel giro di pochissimi anni il vertice assoluto della nazione tedesca, e
addirittura a dominare l'Europa intera e a trascinare il mondo in una guerra mondiale?
Una chiave di lettura molto interessante ce la offre Walter C. Langer, uno dei pi autorevoli
psicanalisti americani. Nato in Austria, esercit la professione a Vienna fino al 1938, per poi
emigrare negli Stati Uniti in seguito all'Anschluss.
Nel 1943 ricevette l'incarico dall'Oss, il servizio di informazioni statunitense, di redigere uno
studio sulla personalit di Adolf Hitler, con l'intento di capirne meglio la psicologia e
prevederne quindi in qualche modo le mosse. Era un'impresa tutt'altro che facile, visto che il
soggetto dell'analisi non poteva certo esser avvicinato in alcun modo.
Langer e il suo staff studiarono meticolosamente una grande moltitudine di documenti, libri,
testimonianze, interrogarono centinaia di persone che in qualche modo avevano avuto rapporti con
Hitler, analizzarono ogni sorta di informazione disponibile. Ne usc un ritratto per certi versi
sconvolgente, che ha mantenuto la sua validit anche alla distanza del tempo, e ha confermato le
intuizioni di Langer anche quando molte notizie e informazioni sono state rese note dopo la fine del
conflitto. Langer tra l'altro "previde" che il Fhrer si sarebbe suicidato. Il rapporto rimase segreto
per 30 anni, e fu pubblicato per la prima volta nel 1972 con il titolo "The Mind of Adolf Hitler".
Non ci dilungheremo qui a riassumere le complesse e interessanti analisi psicanalitiche sulla
personalit di Hitler, ma
prenderemo in esame solo quegli aspetti generali che evidenziano il rapporto tra leader e massa, tra
un dittatore e l'ascendente che esercita sul popolo. Langer nel suo studio afferma che Hitler, agli
inizi della sua carriera, fu osservato dal mondo con un certo divertimento. Molti si rifiutarono di
prenderlo sul serio, nella convinzione che "non poteva durare". A mano a mano che, un'impresa
dopo l'altra, i successi divennero sempre pi stupefacenti, la statura dell'uomo divenne pi
evidente, e il divertimento si trasform in incredulit.
Alla maggior parte delle persone
sembrava inconcepibile che eventi di questo genere potessero verificarsi nella nostra civilt.

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Langer insomma ci fa capire che i contemporanei di Hitler non si erano minimamente resi conto,
se non quand'era ormai troppo tardi, che quest'uomo rappresentava una valida alternativa alla
cinica classe burocratica di allora. Anche oggi accade forse qualcosa di simile: noi siamo infatti
intimamente convinti che un nuovo Hitler, o anche un Mussolini, non potrebbero riproporsi nel
nostro tempo.
Probabilmente commettiamo lo stesso errore di sottovalutazione di coloro che consideravano
Hitler uno che "non poteva durare".
Hitler fu infatti unanimemente considerato un pazzo, se non un personaggio del tutto inumano.
Langer ci mette in guardia: "Un giudizio di questo tipo, concernente la natura del nostro pi
pericoloso nemico, pu forse bastare all'uomo della strada. Incasellare un individuo dal
comportamento incomprensibile in questa o quella categoria astratta, gli da' un senso di
soddisfazione, e una volta che lo ha classificato pu credere di aver risolto il problema. Non
resterebbe che togliere di mezzo il pazzo, eliminandolo dalla scena degli eventi, e rimpiazzarlo con
un qualsiasi individuo normalmente sano, perch il mondo torni di nuovo al pacifico regno degli
affari".
Langer ci costringe dunque a intravedere una realt ben pi complessa e inquietante:
sarebbe un grave errore -egli scrive- accontentarsi di considerare Hitler un personaggio tout
court, un folle da condannare alla dannazione eterna perch il resto del mondo possa vivere in
pace e in tranquillit.
Ci si deve rendere conto invece che "non si tratta pi del comportamento di un individuo isolato,
ma che tra il Fhrer e il popolo esiste un rapporto di reciprocit, che lingegno dell'uno
stimola e fluisce nellingegno dell'altro, e viceversa".
Aggiunge Langer: "Da un punto di vista scientifico, siamo quindi costretti a considerare Hitler, il
Fhrer, non come un personaggio demoniaco la cui malvagit si identifica con le sue azioni e
con la sua filosofia, ma piuttosto come l'espressione di una condizione mentale esistente in milioni
di persone, e non solo in Germania, ma a un livello minore, in tutti i paesi civili".
Mettendo ulteriormente in luce una convergenza con le teorie di Le Bon sul comportamento delle
masse, Langer scrive del dittatore della Germania: "L'abilita' con cui sfrutta le tendenze
inconsce del popolo tedesco agendo da suo portavoce ha consentito a Hitler di mobilitare le
energie dei connazionali, e di incanalarle nella medesima direzione nella quale egli credette di aver
trovato una soluzione soddisfacente ai problemi della propria patria".
Ne e' risultata una omogeneit straordinaria nei modi di pensare e di agire del popolo tedesco.
Analoghi meccanismi sono sicuramente alla base anche del "carisma" che Mussolini seppe
esercitare sugli italiani.

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