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Francesco Varanini e Gianluca Bocchi

LA MACCHINA ANALOGICA 1

2003

1 Una versione parzialmente differente di questo testo è apparsa, con il titolo ‘La scienza, la letteratura e la macchina analogica’ è apparsa come capitolo 5 in Daniele Boldizzoni e Raoul C. D. Nacamulli, Oltre l’aula. Strategie di formazione nell’economia della conoscenza, Apogeo, 2004

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In aula Siamo in aula. Il docente parla di segnali deboli, tracce. Abbiamo portato alla luce coincidenze, abbiamo detto di come sia importante imparare a leggerle, e prima ancora di come sia importante lasciare che le coincidenze si manifestino. Abbiamo ricordato quali letture hanno illuminato in modo inatteso la vita di ognuno di noi. Abbiamo cercato di ricordare insieme occasioni e momenti della vita in cui abbiamo vissuto situazioni che nascondevano una verità segreta, eventi dotati di un significato nascosto, sintonie sottili e inattese ma profonde tra pensiero e azione: quella volta che mi sono avvicinato soprappensiero allo scaffale e ho aperto a caso un libro e la pagina mi ha illuminato sull’argomento che mi stava angustiando, quella volta che ho preso la decisione tirando in aria una moneta e sentendo che ne sarebbe venuta fuori la scelta giusta, quella volta che ho lasciato la valigia al deposito bagagli della stazione, dentro c’era tutto quello che avevo, ho perso lo scontrino e l’ho ritrovato due ore dopo per terra in piazza del Duomo, quella volta che ho lasciato in casa le chiavi e dovevo assolutamente entrare, ho pensato che la porta si sarebbe aperta con una spallata, e si è aperta davvero, quella volta che pensavo ad una persona e immediatamente dopo mi ha telefonato, o è apparsa all’angolo della strada. Tutto il lato sinistro dell’aula è una vetrata che si apre su un panorama squallido, lontano da ogni ‘poesia’, e forse anche da ogni buon contesto didattico. Una tangenziale a doppia corsia colma il panorama, le automobili e i camion ronzano di là dai doppi vetri. Sullo sfondo enormi cartelloni pubblicitari. Uno dei partecipanti prende la parola, rivolto al docente. Inizia un discorso faticoso per dire qualcosa apparentemente fuori contesto, del suo rapporto con il lavoro, il tempo libero, come mantenere legato quello che si desidera fare e quello che si è costretti a fare, gira lo sguardo, alza il braccio destro, e si accorge che sta indicando un cartellone, di là dalla strada, un cartellone che porta scritta a grandi caratteri la frase che lui ha appena pronunciato. Tutti vivono l’attimo, ma nessuno commenta. Non ce n’è bisogno e non si può. L’esperienza resta soggettiva. Dopo qualche giorno una partecipante scrive un messaggio di posta elettronica al docente. Solo per dire che di notte le era venuto in mente il nesso che l’aveva portata a citare in aula, senza sapere perché, la Notte di mezza estate di Shakespeare. Non spiega il nesso, ed è giusto così.

Sincronicità. Così Jung (1950) chiama certe particolari coincidenze. Ne parla per la prima volta scrivendo la prefazione a un’edizione tedesca del classico cinese I Ching. Nel concetto c’è quindi un evidente rimando al pensiero tradizionale cinese. Dove il pensiero occidentale vede un rapporto causa-effetto, il pensiero sincronico vede un evento (soggettivo o oggettivo) come elemento di una totalità. Ed è in funzione della sua appartenenza a questa totalità che l’evento trova la sua spiegazione. L’ I Ching, o Libro dei Mutamenti fu in primo luogo una raccolta di segni destinata a servire come oracolo. Manipolando quarantanove steli di millefoglie, o lanciano tre monete, si traggono gli auspici sul momento. L'esagramma elaborato in un dato momento rappresenta il momento: è un indicatore della situazione essenziale prevalente. Un incitamento non alla passività, ma all'attenzione: se si percepisce il divenire della situazione, a questo divenire si può partecipare. Così l'uomo partecipa alla formazione del destino. Un destino che non è solo suo.

‘Attenzione morale’ Troppo spesso la formazione è dedicata a teorizzare e sviscerare scientificamente un argomento, ma solo per esorcizzarlo. Frequentiamo un corso non per allargare l’area della nostra conoscenza (e coscienza), ma all’opposto per allontanarci dall’esperienza soggettiva che ci turba e ci pone problemi. Per evadere, prendere le distanze dai nostri dolori, dalle nostre fatiche, dalle nostre insoddisfazioni. Ciò che concretamente, quotidianamente, ci mette in difficoltà – il nostro rapporto con l’autorità, la nostra scarsa familiarità con le tecnologie- può essere allontanato da noi, rimosso,

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se attraverso la ritualità dell’aula scegliamo di vederlo come astratto argomento di studio.

Cerchiamo perciò talvolta un certo tipo di formazione, erogata da una persona lontana da noi, macchina per insegnare che ci parli dalla cattedra, che ci trasmetta un contenuto di per sé dotato di verità. Accumulando brandelli di chiuso, scolastico, indiscutibile sapere, ascoltando passivamente, compiendo quel gesto passivo e rassicurante che è il prendere appunti, a capo chino, ci illudiamo di trovare rassicurazioni, di allontanarci dai nostri turbamenti.

Ci sono però modi di stare in aula, lo sappiamo, che prescindono per principio dallo stare a capo

chino, prendendo appunti. La soluzione, la possibile risposta ai nostri turbamenti ed al nostro bisogno di sapere non sta nelle pure parole del docente, né sui lucidi proiettati sullo schermo. Sta nel porre al centro, prima dei contenuti, la relazione e la situazione. Sta nel cercare, ed accettare,

connessioni, coincidenze tra il nostro mondo interiore ed il mondo nel quale ci muoviamo.

“Il mondo materiale è pieno di strette analogie con quello immateriale”, nota Edgar Allan Poe. “Le

insegne e i manifesti delle strade a lettere enormi, sfuggono all’osservazione appunto perché sono troppo evidenti”. Però quel giorno, in aula, il messaggio del cartellone, pur ‘troppo evidente’, non era sfuggito all’attenzione. Anzi, aveva svelato un senso segreto. Perché, continua Poe,

“l’inavvertenza fisica è precisamente analoga alla disattenzione morale con la quale l’intelletto lascia sfuggire le considerazioni che sono troppo indiscrete e troppo evidenti.” (Poe, 1844). Quel giorno in aula si era creato un clima di ‘attenzione morale’, ed un efficace, o fortunato patto d’aula aveva fatto sì che i presenti fossero disposti a lasciar affiorare anche ‘considerazioni indiscrete’.

A prima vista la riflessione di Poe -che ci parla attraverso un suo famoso personaggio, il cavalier

Auguste Dupin, il primo detective della storia della letteratura- sembra rimandare a temi poi messi a

fuoco dalla psicologia della Gestalt. Il cartellone è tanto grande che ci appare anonimo, il processo cognitivo non coglie i particolari, uno ad uno, ma totalità strutturate, configurazioni globali. Ciò che per noi ha senso, o non ha senso, non sono i singoli elementi: è, immediatamente, l’insieme.

E ancora, Dupin sembra parlarci di ‘dissonanza cognitiva’: noi vediamo attraverso i codici che la

nostra cultura ci ha fornito. A partire da due modelli cognitivi diversi, Dupin ed il Prefetto non

potranno vedere che mondi diversi.

E tutto questo è vero, ma al di là di forme e di segni apparenti, Dupin, e Poe, ci parlano in realtà di

cose più complicate, segrete. Ci parlano di quel particolare meccanismo di difesa che chiamerà

‘rimozione’. E’ l’“espulsione ed esclusione della coscienza” di quelle verità che ci metterebbero di fronte ai nostri limiti, ai nostri desideri non soddisfatti. La rimozione è in sostanza un tentativo di fuga (Freud, 1926).

Il Prefetto di polizia è un rigoroso applicatore di metodi scientifici, ma non riesce a sentirsi in pace

con se stesso, e teme ciò che potrebbe veramente scoprire di sé e del mondo. Perciò si dota di un carattere, di un ruolo, di un metodo. Non per vedere meglio, ma per essere certo di non vedere. Per rimuovere. Così quando valutiamo la formazione in base alla qualità dei supporti d’aula, alla corretta applicazione di tecniche certificate, al rispetto dei tempi, nascondiamo a noi stessi che quelle giornate vissute insieme avrebbe potuto offrire ben altro. Rimuoviamo ciò che ci provoca sofferenza, ma il materiale rimosso, quello che non vogliamo vedere di noi, e che magari speriamo per la breve durata del corso di tenere lontano da noi, il materiale rimosso conserva “il proprio impeto, la propria aspirazione a penetrare nella coscienza.” (Freud, 1934-1938). Perché allora non lasciare che le cose succedano. Perché non accettare il fatto che, nonostante ci si possa abbarbicare a metodologie, approcci codificati e legittimati da business school e guru del management, perché non accettare che nonostante tutto questo la nostra capacità di fare business sta innanzitutto nel nostro carattere, dipende dalla nostra passione e dalla nostra soggettiva ragione, dalla nostra personale competenza, dalla nostra saggezza.

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Ognuno di noi è ‘fatto a suo modo’, e piuttosto che adeguarci a modelli, potremmo, attraverso la formazione, portare alla luce il nostro modo di essere. Il nostro reale, incrementale, differente contributo al business, alla produzione di ricchezza sociale. Non si tratterà perciò di ‘apprendere’ e quindi applicare tecniche, praxis –come pensa il Prefetto di polizia di Poe–, ma di scoprire, rispecchiandoci in comportamenti altrui- nel comportamento di Dupin come di qualunque altra persona capace di parlarci della sua ragione, della sua competenza e della sua saggezza- il nostro originale modo di rapportarci alla poiesis, creatività, produzione.

Menti semi-deste Questa è l’analogia che va oltre la retorica: non si tratta solo di un artificio argomentativo, di uno

strumento attraverso il quale il docente rinforza una argomentazione o abbellisce una descrizione (sull’analogia come strumento argomentativo v. Perelman, Olbrechs-Tyteca, 1958). Il docente è forse dotato di una maggiore consapevolezza, ma si è messo anch’egli in gioco, ha rinunciato al suo ruolo di diverso. Siamo tutti docenti e discenti. L’analogia non può essere insegnata, può solo essere mostrata, colta al volo. L’analogia è una esperienza soggettiva, può essere raccontata, condivisa attraverso una narrazione. Ma non compartita, né rivissuta: il mondo interiore di ognuno è diverso

da quello di ogni altro; ogni istante di vita incarna un irripetibile mondo possibile. Ciò che fa

scattare in me il racconto di quella esperienza, sarà sempre qualcosa di diverso da ciò che scatterà nella mente e nel cuore della persona che mi sta seduta accanto. L’analogia è l’inattesa connessione

tra due mondi, nuova connessione che illumina. Due mondi, dei quali uno è in qualche modo noto. Ma la connessione lo colpisce come una luce nuova, lo spiega. ‘Esplicare’: qualcosa che è piegato,

racchiuso su se stesso, ci appare alla luce dell’analogia dispiegato, manifesto, ri-descritto attraverso una nuova lettura, una lettura che prima si riteneva adatta solo ‘all’altro mondo’. L’analogia non è frutto della ragione, del controllo. All’opposto è frutto dell’abbandono; sboccia nella mente semidesta. Non è sonno né veglia. Emerge “in quella zona grigia, zona di transizione, di illusione, spazio potenziale dove possono essere rivissute le forme primitive di relazione e gioco”:

la zona alla quale sempre “dobbiamo tornare per elaborare le nostre ansie di abbandono,

disperazione, solitudine, dove nasce e si realizza sempre l'attività creativa primaria.” (Winnicott,

1971).

Gioco, realtà, creatività Donald W. Winnicott è acutissimo esploratore della zona grigia tra realtà e immaginario. "Il cercare può venire soltanto da un funzionare sconnesso, informe, o forse dal giocare rudimentale, come se avesse luogo in una zona neutra. E' soltanto qui, in questo stato non integrato della personalità, che ciò che noi descriviamo come creativo può comparire. (…) E' nel giocare e soltanto mentre gioca che l'individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell'intera personalità, ed è solo nell'essere creativo che l'individuo scopre il sé”. (Winnicott, 1971).

Aldilà del preteso controllo della ragione, l’idea stessa di analogia si fonda nell’accettazione di una verità che ci visita – purché noi creiamo le condizioni, purché noi accettiamo di rinunciare al controllo, purché noi accettiamo le visite di Morfeo. Morfeo, nella mitologia greca, è la divinità dei sogni, che appare nel nostro subcosciente mentre dormiamo. Morfeo si incarica di costruire i sogni

di ognuno, e di renderglieli comprensibili, per esempio dando apparenza umana alle immagini che

appaiono in sogno. Veglia inoltre perché nessuno svegli dal letargo il proprio padre: e cioè per tenere a bada il fantasma del controllo, della regola, la tendenza a un pensiero che uccide sul nascere l’analogia. L’iconografia rappresenta Morfeo come un anziano alato che porta in mano un papavero, la pianta ‘stupefacente’, da cui si ricava l’oppio. (E non è un caso che i poeti romantici, Poe tra loro, cercassero per questa via, in droghe e alcool, l’accesso a nuove immagini). Morfeo (Morphé), significa forma. In origine c’è "l'informe, che è la condizione in cui si trova il materiale prima di essere modellato, tagliato, formato e messo insieme." (Winnicot, 1971).

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E’ il caos primigenio, l’origine di tutte le cose. La conoscenza priva di forma, inconsapevole.

Potremo lavorare per apprendere ad organizzare i nostri saperi in base ad una forma– e questa è la

formazione tradizionalmente intesa: inquadrare le conoscenze in sistema codificato, come il sapere tipico di una comunità professionale.

Si deve dunque lavorare sulla capacità di far prendere ogni volta una forma nuova ai nostri saperi.

Pensiamo all’intuizione goethiana della ‘forma formante’.

All'alba del 3 settembre 1786, sotto mentite spoglie e quasi senza bagagli, Goethe, consigliere segreto del duca di Weimar, intraprende il suo viaggio verso l'Italia. Lo muovono la stanchezza di dieci anni trascorsi a corte, la frustrazione di un amore malandato e soprattutto l'ormai incontenibile bisogno di nutrire la propria vocazione artistica trascurata per gli impegni mondani. Scende lungo la strada del Brennero. Verona, Vicenza, e poi Padova, attratto dall'antico Orto Botanico della città universitaria. In quel luogo, la sua mente si illumina con l’idea della metamorfosi delle piante (Goethe, 1790). La natura appare al poeta (ma anche scienziato) dominata da una forza creativa unitaria, soggetta ad una continua metamorfosi. In ogni ente, in ogni aspetto della natura, è contenuta, in forma latente, l’immagine della sua futura evoluzione. Goethe, figlio del suo tempo, è legato ad una immagine ‘classica’ del mondo: l’incessante cambiamento, la continua metamorfosi è la manifestazione della tendenza verso una superiore armonia, un ordine supremo del cosmo. Potremmo leggere in Goethe una anticipazione della attuale visione dell’ecologia, il cosmo come sistema vivente. Ma ciò che più qui ci interessa è soffermarci sul processo di apprendimento, sull’osservazione del minuscolo evento che stimola la visione cosmica. E’ un atteggiamento che si situa nello “spazio potenziale dove possono essere rivissute le forme primitive di relazione e gioco.” (Winnicott, 1971),

si

fonda sulla fiducia in se stessi, sul piacere della scoperta, dell’inventio (Eco e Sebeok, 1983).

E’

l’atteggiamento sul quale Goethe tornerà una decina di anni dopo con le Affinità elettive. La

capacità realizzativa nasce dal diletto, non dall’accanito ‘apprendimento tecnico’. Edoardo non

separava “l’interesse e il divertimento, le occupazioni e le distrazioni”, per questo riesce ad essere creativo. “È una sensazione così piacevole occuparsi di qualcosa che si conosce solo a metà, che nessuno dovrebbe rimproverare il dilettante quando si dedica a un’arte che non apprenderà mai, né

si

dovrebbe biasimare l’artista quando, varcando i limiti della propria arte, si compiace d’inoltrarsi

in

qualche campo contiguo.” (Goethe, 1809).

Serendipità (Serendipity) E’ il termine coniato dallo scrittore inglese Horace Walpole per indicare l’atteggiamento di felice scoperta del dilettante che si occupa di cose di cui non è specialista. Secondo un’antica fiaba persiana tre principi vivevano un tempo la loro felice vita nell’isola di Serendib –antico nome arabo dell’isola di Ceylon, o Sri Lanka–. Letta la fiaba, Walpole (1926) ne scrive nel 1754 all’amico Sir Horace Mann, citando in particolare quel punto in cui i tre principi “scoprivano continuamente, per caso e per acume, circostanze nuove intorno ad argomenti di cui non si erano mai occupati”.

Accogliendo al suo interno una metamorfosi delle passioni che lo originano, l'atto creativo ristabilisce l'armonia nell'individuo. Pensiamo a Cemí, l’alter ego letterario del grande poeta cubano

Lezama Lima: per la sua capacità di accettare la quantità segreta (la poesia, il mondo dell'infanzia),

di controllare il dolore (la tragedia del suo passato), vive una trasfigurazione che lo mette nelle

condizioni di fronteggiare le prove più difficili (Lezama Lima, 1966). Pensiamo al pianista protagonista del racconto Coccodrillo, anche lui alter ego dell’autore, Felisberto Hernández (Hernández, 1961). Essendo un uomo di spettacolo, riesce a interpretare in un modo diverso il banale ruolo di piazzista di calze di nylon: il mondo del commercio è fruttuosamente ri-letto, per analogia, alla luce del mondo dello spettacolo. In ogni merceria il pianista mette in scena un vero happening - un happening che è convincente perché gli astanti colgono la coerenza della messa in scena con il mondo interiore dell’interprete: potrebbe suonare

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uno strumento, sarebbe banale, nessuno ne sarebbe attratto; invece lui, vero artista, mette in scena se stesso: è una persona sofferente, si mette a piangere. E così commuove: perturba, inquieta, e per questa via vende la sua merce.

Incontri con il diverso Pasquale Gagliardi sottolinea l’esigenza di “programmi nuovi”, che espongano manager di diverso livello “ad esperienze educative insolite”: “speculazioni squisitamente filosofiche, esperienze estetiche, lezioni di storia”. Chiunque vi abbia partecipato resta colpito dallo “straordinario potenziale di estrapolazione analogica, di riflessione critica e di re-invenzione creativa che queste esperienze consentono”. “Problemi quotidiani di gestione affrontati solitamente secondo routine stereotipate” verranno così visti in una luce nuova. Per via analogica, ripensando il nostro agire alla luce di esperienze diverse e lontane da noi, apprenderemo a non limitarci “ad applicare algoritmi”, attribuendo invece “importanza alla passione e alla ragione, alla competenza e alla saggezza.” (Gagliardi, 2002). Siamo stati preparati per agire ‘secondo routine stereotipate’, come il Prefetto di polizia di Poe. E potremmo invece, con molto maggiore profitto individuale e sociale, agire re-inventando creativamente il mondo, come ci mostra, nello stesso racconto, il Ministro, che nasconde la lettera in un luogo dove il perfetto poliziotto non può trovarla. Perché è un luogo non ovvio, non già previsto nei manuali. Solo, nel discorso di Gagliardi, appare limitante il riferimento alla ‘cultura umanistica’. Certo, l’analogia scatta costruttivamente quando si giustappone alla stereotipata lettura degli eventi dell’esperto di management la lettura diversa dell’‘umanista’: lo storico, il filosofo, il romanziere, il poeta. Dobbiamo però dire con chiarezza che la ‘diversa lettura’ che può illuminare in un modo nuovo la scena, non sta solo nello sguardo ‘umanistico’. Sarebbe questa ancora una visione elitaria e limitante. L’opposizione Manager vs Umanista è solo una delle opposizioni possibili. E la ricomposizione Manager-Umanista è solo una delle ricomposizioni possibili. Altrettanto vale per l’operaio che racconta la sua esperienza, per l’atleta, per il personaggio dello spettacolo. L’elenco è, per definizione, infinito. Ogni visione del mondo, facendo scattare l’analogia, mette in discussione e ri-descrive ogni altra visione del mondo. Così riconfigurato, il mondo della formazione non vede più deficit, lacune da colmare, recipenti da riempire. Vede solo fertili differenze (Fabbri, 1973). Ognuno ha una storia da raccontare, una storia che potrà illuminarci in virtù dell’analogia. Se accettiamo davvero il valore formativo dell’analogia -potremmo anche dire: la sfida dell’analogia- scendiamo dalla cattedra. Siamo tutti docenti e tutti discenti. La formazione analogica può essere vista come incontro con il diverso, incontri con l’‘altro-da-noi’. Allora, gli incontri più promettenti non saranno gli incontri con filosofi, storici o anche narratori: sempre, salvo eccezioni, professionisti dell’insegnamento, depositari di verità, portatori di un sapere consolidato e riconosciuto. Scoperte più significative emergeranno da incontri con persone che, lungi dal ruolo di insegnanti di professione, non hanno altro da raccontarci che il loro modo di vivere, di creare, di operare quotidianamente. In un mondo diverso dal nostro. Ogni incontro favorisce un apprendimento. Si tratta di apprendimenti che si manifestano nella situazione. Si tratta di apprendimenti non riproducibili. Risulta perciò vano proporre un metodo per far scattare l’analogia, o illudersi di prefigurare gli effetti sulle persone dell’incontro con una diversità. Possono però essere proposti alcuni esempi desunti dall’esperienza. Racconteremo per questo di alcuni incontri che si sono rivelati particolarmente efficaci. E sorprendenti.

Esperti di Information & Communication Technology. Operano all’interno della nostra stessa organizzazione. Ma sono portatori di una cultura separata. Vedono la mission dell’impresa in un modo del tutto diverso rispetto agli appartenenti ad altre famiglie professionali. Per loro il controllo

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prevale sulla tensione al risultato. Tendono a lavorare ‘al meglio’ anziché ‘su obiettivi’. Misurano i propri risultati in base a parametri che prescindono da tempi e costi. Sono chiusi in un mondo espressivo caratterizzato da sottocodici, solo a loro stessi comprensibili.

Si pensa allora che sia utile un incontro tra il principale esponente della funzione I&CT e il vertice

dirigenziale dell’impresa. Con lo scopo di svelare l’arcano dell’I&CT e di riavvicinarlo al business.

Si pongono perciò all’ordine del giorno i principali progetti. Ma a una domanda sul perché ‘voi

informatici vi esprimete in quel modo’ segue, invece di una risposta tecnica, un discorso che appare inizialmente come divagazione soggettiva. Ne emerge invece come tema per tutti interessante il

racconto della storia di vita. Perché io a partire dalla mia appartenenza sociale e famigliare ho scelto

di occuparmi, o ho finito per occuparmi, di I&CT. Si manifesta così come l’entrare a far parte di

questa famiglia professionale chiusa sia una affermazione sociale, ed allo stesso tempo corrisponda

al carattere della persona. L’analogia con il vissuto aiuta, nel bene e nel male, a capire le scelte

manageriali adottate.

Atleti e allenatori. La popolarità dei personaggi è un’arma a doppio taglio. Stimola l’attenzione, ma rischia di indirizzarla in una direzione pericolosa. Lo sport è un mondo di conoscenze rispetto al

quale ognuno si sente deputato a esprimere opinioni. Ma sono spesso chiacchiere da bar. Ragionare sul serio sul proprio mondo è difficile anche per l’atleta, abituato dall’attenzione giornalistica a recitare una parte tutta giocata sulle apparenze. Con l’atleta, è interessante ragionare attorno alla vocazione, agli inizi, e all’autodisciplina. Ci sono le sensazioni della gara, della competizione. E c’è

la necessaria routine degli allenamenti. Con l’allenatore, naturalmente, si è soliti affrontare il tema

della leadership, del lavoro di gruppo, dello spirito di squadra. Ma più di ogni altra cosa sembrano fertili le riflessioni sulla visione del mondo che emerge dalle regole e dalle specificità del singolo sport. Un esempio. L’analogia con i mondi dello sport è un buon modo per affrontare un tema difficile: la violenza. La violenza alligna in ogni organizzazione. La violenza può e deve essere regolata. Diversi sport sono ‘violenza organizzata’. Football americano e hockey su ghiaccio, si dice, mostrano come conti l’uso della forza, l’aggressività dispiegata, tattilmente oggettivata sul corpo dell’altro; mettono in scena quindi, realisticamente, il comportamento ai confini delle regole. Può capitare che non si trovi nessun testimone di questi sport, e si ripieghi sulla pallanuoto.

Accade allora che dalle parole dell’atleta, in modo imprevisto, emergano riflessioni inattese. Esiste nella pallanuoto una duplice realtà. Una coppia di mondi, interagenti tra di loro ma tra di loro anche separati e governati da diverse regole. C’è alla luce del sole il gesto atletico, la capacità di elevarsi il più possibile sopra il pelo del dell’acqua, c’è il gioco centrato sul possesso e sul governo della palla, oggetto visibile sul quale è concentrata tutta l’attenzione più –alla lettera– superficiale. Ma esiste anche il mondo sommerso, solo talvolta visibile in riprese televisive sempre sfocate e parziali; riprese che appaiono in qualche modo ‘rubate’, violazione di un segreto, immagine sempre parziale di un mondo che vive nascosto alla vista. Qui vigono diverse e specifiche regole: botte e calci, colpi bassi, aggressività dispiegata come nell’hockey o nel football, ma con in più la maliziosa opportunità del gesto segreto, invisibile, quindi sempre potenzialmente impunito. Un contro-gioco, o sotto-gioco, che si realizza in un invisibile contro-mondo, o sotto-mondo. Regolato certo da un fair play – gioco ‘giusto’, ‘leale’– ma un fair play la cui interpretazione è necessariamente lasciata all’equilibrio che si crea nell’incontro–scontro tra gli attori. Perché tutto questo l’arbitro non lo vede. Lo può solo intuire a partire da ciò che di quei gesti segreti traspare sopra il pelo dell’acqua, nel mondo visibile.

Si è portati così a riflettere su come sia limitato il nostro normale sguardo: guardiamo volentieri il

mondo così come appare, ma ogni organizzazione, probabilmente, oltre al mondo visibile contempla, al di sotto della superficie, del pelo dell’acqua, un ugualmente necessario mondo di pulsioni aggressive dispiegate, e di comportamenti violenti. Insomma, botte nelle parti basse.

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Scienziati. L’incontro ha inizialmente per tema la ricerca, intesa come vocazione, come scelta di vita. Lo scienziato è chiamato a raccontare cosa c’è di speciale nella sua ‘professione’. Nella costante tensione intellettuale e nell’impellente tensione al risultato, un risultato sempre vicino e sempre sfuggente, i confini tra ‘tempo di lavoro’ e ‘tempo libero’ tendono ad annullarsi. Il lavoro di gruppo è indispensabile per il procedere della ricerca, ma resta vivo il senso della scommessa individuale, del giocare da soli contro tutti. C’è poi la complessa rete di relazioni che lega tra di loro gli istituti di ricerca. C’è il ‘mercato dei cervelli’, una partita alla quale il singolo ricercatore non può non partecipare: non tutti i luoghi sono

uguali per fare ricerca, conta il contesto, contano le attrezzature e le tecnologie. C’è la relazione con

i finanziatori: Università, centri di ricerca, imprese private, fondazioni.

Il discorso si snoda attraverso riflessioni sulla logica della scoperta, sulla storia della scienza. Lo

scienziato è autocritico, accetta domande, risponde anche quando si toccano punti per lui intangibili: per lui la storia della scienza è una, progressivo accrescimento delle conoscenze sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche Ma l’incontro si anima, inopinatamente, quando il racconto tocca aspetti in apparenza marginali. Ci

si chiede come uno scienziato si affermi. E l’ospite prende a raccontare di come il credito

riconosciuto si fondi sulla valutazione collettiva della comunità scientifica mondiale. La valutazione riguarda la produzione scientifica. La produzione è testimoniata da articoli scritti su pochissime riviste specializzate. E prosegue, a prima vista allontanandosi dal nodo principale del discorso,

descrivendo i meccanismi formali che regolano l’accettazione o il rifiuto di un articolo. Un rigido sistema: colleghi in veste di Referee giudicano l’articolo, anonimamente, ignorandone l’autore, in base a un chiuso sistema di punteggi.

E qui scatta inattesa l’analogia: nelle organizzazioni è oggi pesantemente sentito il tema del

Knowledge Management. Come favorire la fertilizzazione incrociata delle conoscenze individuali, e soprattutto come riconoscere al soggetto il merito, come riconoscere al soggetto le conoscenze effettivamente prodotte e possedute. E più in generale, come portare a valore il più sfuggente degli ‘asset intangibili’: una impresa vale per le conoscenze di chi vi appartiene; ma come misurare in termini ‘oggettivi’ questo sapere? L’analogia con le pratiche della comunità scientifica non risolve la questione, ma apre un possibile campo di riflessione e di azione. Già questo, di per sé, è un grande risultato formativo.

Medici. Un medico che copre un importante ruolo in un Istituto Ospedaliero è invitato a parlare di modelli organizzativi, di stili di gestione, di livelli di servizio. Le organizzazioni produttive si orientano verso la centralità del servizio, e diventano centrali i Service Level Agreement concordati con i clienti, e il Customer Relationship Management prende il posto del tradizionale marketing orientato alla vendita: allora, si pensa, sarà particolarmente utile, per analogia, sentire raccontare cosa avviene nelle organizzazioni socio-sanitarie.

Un conto è esercitare la leadership nei confronti di dirigenti e quadri e impiegati ed operai, un conto

è guidare e coordinare professional specializzati e legati ad imperativi etici come sono (o

dovrebbero essere) i medici. Un conto è organizzare una impresa dedicata a produrre manufatti, un conto è offrire servizi sociali di base.Un conto è misurare i risultati, come siamo abituati, attraverso

l’evidente differenza contabile tra costi e ricavi, un conto è invece cogliere il risultato nello stato di salute dei soggetti abitanti in una data area geografica. L’ospite inizia a parlare, spiega dei complicati parametri (non contabili-monetari) in base ai quali viene valutata l’efficacia della prestazione, ragiona e si interroga su come ha appreso ad essere anche manager, parla dei diversi ruoli e delle competenze necessarie. Ma l’interesse si accende solo quando, parlando di nuove competenze, l’ospite esemplifica facendo riferimento a come oggi si vada affermando una nuova professionalità, legata ad una nuova cultura

e portatrice di nuovi bisogni e nuove modalità formative. Non solo medici che ‘conoscono’ il

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paziente solo attraverso il risultato di analisi realizzate con attrezzature elettroniche, ma chirurghi che operano attraverso sofisticate attrezzature dedicate. Non si opera più sul corpo, ma su una simulazione del corpo, visibile su uno schermo, e anche tangibile, ma solo indirettamente, in virtù degli artifici dell’elettronica. In luogo del bisturi, sensibilissimi strumenti simili al Joystick che ci permette di muoverci in un Computer Game. Dunque, realtà virtuale. Rappresentazione del mondo, ed intervento sul mondo, attraverso interfacce digitali. Emergono riferimenti a scenari proposti da romanzi di fantascienza, che ora, alla luce delle parole dell’ospite, appaiono meno lontani. Si accende l’analogia con le interfacce digitali che allontanano oggi ogni knowledge worker dalla vera conoscenza del cliente. Si riflette in modo nuovo sull’efficacia dei modelli di simulazione attraverso i quali si descrivono il business ed il mercato.

Personaggi dello spettacolo. Sembrava interessante far parlare un noto personaggio televisivo di come si sta sulla scena, di come ci si muove tra riuso del proprio personaggio e improvvisazione, di come ci si può rinnovare e di come si può restare fedeli a se stessi, di come influisce sulla percezione di sé la popolarità. Per tutti noi infatti è importante costruire una notorietà e rapportarsi con essa, traendone vantaggio senza diventarne schiavi. Per tutti noi è importante stare sulla scena, recitare una parte, mantenendo un equilibrio tra immagine ‘pubblica’ e ‘privata’. Eppure il discorso scivola per una china imprevista: si finisce a parlare di come funziona la macchina dello spettacolo. Ciò che desta il maggior interessa è l’organizzazione retrostante. Siamo abituati a parlare di back office e di front end, di ciò che il cliente ed il mercato vede, e di ciò che resta dietro le quinte. Ma qui si fa un passo ulteriore, si finisce a parlare, suscitando grande interesse, di organizzazioni temporanee. Ogni evento, ogni ‘spettacolo’ si fonda su una organizzazione ad hoc. Una organizzazione basata sulla cooptazione, perché se non si va d’accordo, se non ci si fida l’uno dell’altro, non si lavora efficacemente in condizioni di rischio e di costante emergenza. La scelta delle risorse è dunque motivata in base ad aspetti relazionali, più e prima che in base a ragionamenti sulle competenze. (D’altra parte, in virtù della sua indiscutibile centralità e diversità, il personaggio dello spettacolo può permettersi di imporre le sue scelte, anche quando queste appaiano un capriccio). L’organizzazione temporanea è snella non per scelta teorica, o per attenzione ai costi, ma perché si parte ogni volta da zero. Si parte allora dal minimo indispensabile, per aggiungere via via quello che serve. Tenendo conto anche di come sarà oneroso spostare da un luogo fisico all’altro la macchina, e di come sarà oneroso smontare tutto alla fine. Come è fatta una organizzazione temporanea, non lo si capisce in base a un progetto, ma solo osservandola, dopo averla costruita. Allora ci si accorge che ci sono anche strutture inutili, ridondanti, ma nessuno se ne preoccupa. Modificarla comporterebbe uno spreco di tempo e di risorse. Basta che funzioni.

Scrittori. Si invita un romanziere a ragionare intorno al processo creativo. Un mondo immaginario si forma nella mente. Esperienze di vita, letture, studi, raccolte organizzate di informazioni contribuiscono alla costruzione del testo, ma come? Il tema è dunque l’affabulazione: per tutti è interessante riflettere su come ‘avere le idee’, mettere a frutto il pensiero, organizzare le idee, tradurle in testo leggibile. Alla prova dei fatti, la riflessione appare interessante, ma lontana dall’esperienza dei partecipanti all’incontro, quadri e dirigenti d’azienda. L’analogia veramente stimolante appare solo a partire da una domanda, e viene alla luce solo come tema in apparenza marginale. Il romanziere prende a parlare di come sia cambiato radicalmente per lui il modo di ‘costruire mondi’ da quando, all’inizio pieno di reticenza, ha iniziato ad usare un word processor. Il lavoro di scrittura, se svolto tramite il personal computer, produrrà alla fine un testo, esattamente come il lavoro di scrittura vergato su papiro, pergamena o carta, col sussidio di giunchi, cannucce o pennini d’acciaio. Ma a differenza di quanto accade con qualsiasi altro strumento prima usato,

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scrivendo col personal computer l’autore potrà, a partire da una agilissima e privatissima scrittura

‘corsiva’, fatta di parole sparse, puri appunti scoordinati, arrivare al testo finale per accumulazione, per tentativi ed errori. Se scrivo direttamente su carta sarò portato a limitare i rifacimenti, le correzioni interlineari, se invece scrivo con un word processor ho la possibilità di correggere ed intervenire ed aggiungere senza limite e senza fatica. Se scrivo su una pagina ho di fronte un confine estraneo al testo, se scrivo al computer ho di fronte un testo fluido, ma aperto in tutta la sua interezza. Potrò così controllare le parole usate, spostarmi all’interno del testo dall’inizio alla fine ed in un qualsiasi punto, anche solo per controllare un dettaglio. Potrò gestire e controllare la coerenza interna in un modo che è negato a chi scrive su fogli di carta. E potrò inoltre liberamente manipolare i materiali espressivi: scegliere il corpo e lo stile e l’impaginazione più adatta al contenuto. Il contenuto rimanda alla forma, e viceversa. Il processo creativo, il lavoro di costruzione

di

un mondo possibile, è stimolato dal mezzo tecnico.

Si

tratta, a un livello diverso, di una esperienza vissuta da ognuno dei partecipanti all’incontro. Ma

il ri-ascoltarla raccontata da un narratore, ed il ri-pensarla applicata ad un lavoro ‘alto’, ed

apparentemente lontano dal nostro – tutto questo apre nuovi orizzonti.

Abbiamo portato all’attenzione, si noterà, casi in cui il meccanismo dell’analogia si manifesta in modo particolarmente efficace, ma estraneo al progetto didattico. L’analogia, se è vera, scatta nel contesto, è frutto della situazione e dell’interazione. Non può essere prevista né pilotata. Può essere stimolata e rinforzata, ma non può essere controllata. Anche quando

il conduttore dell’incontro, o discussant, pensa di aver favorito l’emergere delle più fertili analogie, egli resta condizionato dalla sua cultura, dalle sue conoscenze, dai suoi progetti e dai suoi

pregiudizi. (Non si tratta naturalmente di un atteggiamento criticabile in assoluto: c’è necessità anche di una formazione prescrittiva, cognitiva. Ma se la conduzione dell’incontro è orientata al controllo, il reale valore aggiunto dell’analogia sarà vanificato).

Per esemplificare definitivamente questa tipica situazione, ricordiamo una esperienza vissuta da uno degli autori di questo capitolo.

In un villaggio remoto del nord dell’Ecuador, lungo il fiume, abitato da negri, il missionario parla

nella cappella. Visita di rado il villaggio (deve muoversi molto, per ‘fare del bene’ in più luoghi possibili), non per questo mette in dubbio la sua capacità di sapere come pensano gli abitanti, di conoscere cosa interessa loro, e cosa è utile per loro. Ha un certo discorso da fare; per rinforzarne l’efficacia chiede retoricamente: quale è stato l’evento più importante di quest’ultimo mese? Per lui l’evento più importante era, fuori di discussione, uno: l’arresto, da parte della dittatura vigente, di un noto vescovo, illuminato difensore dei diritti degli indios. Quell’evento era effettivamente conosciuto dagli abitanti del villaggio - che pure erano legati al mondo esterno solo da una emittente radio locale, e dalle notizie portate da chi risaliva in canoa il fiume. Ciò non toglie che l’evento recente ‘più importante’ fosse per gli abitanti un altro, la caduta di un aereo in una zona relativamente vicina. Gli astanti si mettono così a parlare dell’aereo caduto, e l’analogia efficacemente scatta: nessun aereo sorvola mai la zona, l’aereo è artefatto ‘straniero’, segno di un mondo lontano: i presenti stimolandosi a vicenda intrecciano discorsi e si interrogano: come si vive in quel mondo? Cosa spinge gli uomini bianchi a viaggiare? Che senso ha la velocità? Ma il missionario non può accettare tutto questo. A lui non importano il sapere ed il piacere della scoperta che l’analogia sprigiona, a lui importa fare il suo discorso. A lui importa -sempre, nei suoi

intendimenti, sia bene inteso, per il bene degli astanti- insegnare, trasferire contenuti già determinati

a priori.

Se gli intendimenti sono quelli del missionario, la macchina analogica può rivelarsi inutile, o dannosa. Eppure, proprio per questa sua caratteristica, la ‘formazione analogica’ appare oggi particolarmente efficace. Perché l’apprendimento oggi più utile, o necessario, non risiede nel migliorare la capacità

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di muoversi in mondi già noti. Oggi, di fronte ai rapidi cambiamenti di scenario imposti dalla

ricerca scientifica, dalle nuove tecnologie, dalle dinamiche dei mercati e della finanza; di fronte

all’instabilità del sistema ecologico, oggi l’apprendimento più utile, crediamo, riguarda la capacità

di esplorare nuovi mondi. (Bocchi, 1993).

Di fronte a questa sfida conoscitiva, il ragionamento analogico acquista una importanza centrale. Di fronte a questa sfida conoscitiva, però, siamo tutti nudi. Anche per il docente, per il missionario, il

mondo nuovo è sconosciuto.

Di fronte ad un mondo nuovo Siamo mossi da un insaziabile bisogno di esplorare. Come per l'Ulisse di Dante la conoscenza di ciò

che ci è per ora ignoto è un "folle volo" nell'"alto mare aperto", oltre la "foce stretta/ dov'Ercule segnò li suoi riguardi/" (La Divina Commedia, Inferno, XXVI, 106-142). Dante, sia pure a tentoni, e con un misto di speranza e di paura, immagina un viaggio oltre i confini imposti dalla sua stessa cultura e dalla sua stessa visione del mondo. E’ così che Amerigo Vespucci, due secoli dopo, avendo effettivamente viaggiato oltre le colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), scrive a Lorenzo il Magnifico: mentre osservavo quelle "quattro stelle figurate come una mandorla", per noi, oggi, la Croce del Sud, "mi ricordai di un detto del nostro poeta Dante, del qual fa menzione nel primo capitolo del Purgatorio, quando finge di salire di questo emisperio e trovarsi nello altro." (Vespucci, Lettere di viaggio).

"I' mi volsi a man destra, e puosi mente/ a l'altro polo, e vidi quattro stelle/ non viste mai fuor ch'a la

prima gente./ Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:/ oh settentrional vedovo sito,/ poi che privato se'

di mirar quelle!/". (La Divina Commedia, Purgatorio, I, 22-27).

Scopriamo e osserviamo mondi nuovi, ma per descriverli abbiamo bisogno della macchina analogica. Descriviamo il nuovo confrontandolo con i mondi, reali o immaginari, che abbiamo già esperito. Leggiamo ciò che abbiamo sotto gli occhi alla luce dei modelli che la nostra cultura ci fornisce. (Varanini, 1998). Cristoforo Colombo, qualche anno prima di Vespucci, aveva visto l'inimmaginabile: un lago di acqua dolce che si confonde con il mare. Leggiamo nella Relazione del terzo viaggio (30 maggio-31 agosto 1498): "Non ho mai detto e udito che una tal simile quantità d'acqua dolce si trovasse tanto addentro e sì vicina alla salata". Ma da quale luogo potrà mai essere scaturita quest'acqua, da quale luogo lontano, per venire poi "a sboccare colà donde io vengo, formandovi questo lago"? Alla foce dell'Orinoco la corrente d'acqua dolce che travolge le caravelle avrebbe dovuto suggerire la vicinanza di foreste e montagne, ma Colombo, uomo di mentalità medievale –"la situazione è conforme al parere dei santi e dei dotti teologi che ho citato, e anche le tracce sono molto conformi

alla mia idea"– pensa di essere vicino alla fonte che sgorga dal biblico Eden. Io credo, si dice, "che

in quel luogo è il paradiso terrestre", "dove non si può giungere se non per volontà divina."

(Colombo, 1892).

E Bernal Díaz del Castillo, uno dei primi cronachisti delle Nuove Indie, annota: quando "vedemmo

tante città e villaggi sull'acqua, e sulla terraferma altri grandi centri abitati", "restammo sorpresi, e dicevamo che sembravano gli incantesimi raccontati nel libro di Amadigi". Se Colombo aveva in mente la Bibbia, e Vespucci i versi di Dante, Díaz del Castillo ha invece aveva nella memoria le scene dei romanzi cavallereschi. (Díaz del Castillo, 1632; Montalvo, 1508)

E c’è poi l’immaginario mitologico: quando i primi viaggiatori videro sulle rive dell’Orinoco

mammiferi mai visti prima, stesi sulle rive, non poterono non pensare alle sirene – ma erano manatí. Avendo sotto gli occhi la novità americana, gli animali sono descritti attraverso il confronto con gli animali europei: il carnivoro che noi chiamiamo esoticamente ocelot, non poteva essere, per i primi esploratori, che un tigrillo, piccola tigre. I frutti e le piante prendono nomi europei. Per i cronisti delle Indie l’aguacate, in virtù della sua forma, è semplicemente, una pera. E ancora oggi in

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spagnolo il succoso frutto tropicale, più che ananás, è la piña, pigna. E, più misteriosamente, non si parla di banano, ma di plátano. Beninteso, l’analogia porta con sé un limite intrinseco. L’immagine del nuovo è limitata dalla capacità di accettare il nuovo. Descrivere facendo appello al già conosciuto è in fondo, ancora, difendersi dalla sorpresa, rifiutare di guardare veramente il mondo nuovo con occhi nuovi. Nota acutamente Lezama Lima: “Quando osserviamo la meraviglia dei frutti nelle mani di un Cronista delle Indie, ci pare che contenga, accanto al pennacchio di un fagiano vanitoso, come una delusione comparativa. Come chi elogia una pelle, ma sogna il suo misero rovescio.” (Lezama Lima, 1959). Infatti, l’analogia forte va al di là: non si limita a descrivere il nuovo facendo appello al già conosciuto: propone un linguaggio nuovo così come è nuovo il mondo. L’analogia forte è una analogia giocata non più sulle corrispondenze tra due mondi, ma sulla corrispondenza tra un linguaggio e un mondo. Ecco allora come il poeta descrive, in tutta la sua sorprendente diversità da ogni altro frutto, la piña:

“la sua corteccia non è di quelle che cedano al graffio, anzi, piuttosto le sue squame sembrano proteggerla fino da un tuffo nel mare. La sua polpa bisogna ritrovarla sul coltello, liberandola da quelle macchioline che appaiono come fianchi che stimolino la profumata evaporazione. Portarla al punto giusto, il punto dove la sua dolcezza si manifesta, è già un dimostrazione di saper lavorare i cibi. La sua perfezione sottilissima è così grande, che è come una cerniera affinata dall’uso. Quando il colore cremoso della massa comincia a tracciare come delle eclissi od oscuramenti, sembra che trasformati in ombra scivoliamo attraverso le stalattiti del paradiso.” (Lezama Lima, 1959). L’espressione si conforma all’oggetto, si adatta ad esso, imitandolo. La descrizione ‘rende l’idea’, ci trasmette il senso complessivo: la squamosa durezza esterna, lo strano impatto con la lama del coltello, la dolcezza estrema. La frase ha un senso evidente nel suo insieme, ma gli elementi dell’espressione, le parole, i verbi, presi nel loro senso letterale appaiono quasi privi di significato – perciò la traduzione (in un altro linguaggio, magari l’italiano, un linguaggio esterno a quel mondo) risulta quasi impossibile. Del resto, non esiste nemmeno la piña ‘assoluta’, esiste la piña colta e gustata in un certo luogo. Le nostre rappresentazione della realtà dipendono dagli ambienti in cui ci troviamo a vivere: la realtà americana è diversa da quella europea. E’ diverso lo scenario naturale, è diversa la luce che illumina la scena, è diversa la storia e la cultura. E’ diversa la produzione letteraria. Così il barocco americano è diverso dal barocco europeo. Góngora nel 1600, con l’intento di portare all'estremo l'originalità creativa, costruisce un sistema di simboli, una fantastica macchina analogica. Ma è una creatività che scorre attraverso “tenebre, ombre di oscurità”. Manca non solo a noi oggi, ma anche ai lettori contemporanei, la "capacità di togliere la buccia" e di "scoprire il mistero" che le parole dell'autore nascondono. La macchina analogica c’è, ma è troppo difficile cogliere il senso delle immagini. Siamo condannati a cogliere solo qualcosa, a restare in superficie: è difficile penetrare nel mondo immaginario costruito dall’autore – e lui stesso se ne lamenta (Góngora y Argote, 1627). C’è all’opposto, già negli stessi anni di Góngora, e poi giù giù fino ad oggi, un barocco americano. Qui il poeta, o il narratore, scrive avendo sotto gli occhi la novità, la verginità americana. E la macchina analogica diventa un strumento efficacissimo per rendere comprensibile un mondo. Non un mondo astratto di simboli ma un nuovo mondo da descrivere. Il cronista delle Indie porta le sue immagini già fatte e il nuovo paesaggio gliele fa a pezzi. Noeobarocco, barrocco americano: sintesi e meticciato di culture diverse, spagnola, incaica, azteca, quechua, africana. Mondo nuovo che genera nuove fabulazioni che garantiscono una nuova gravitazione all'opera poetica, mondo i cui ritorcimenti e le cui brillantezza sono ancorate nei miti greci e latini, e che però rinasce diverso in America, con l'incorporazione di elementi fitomorfi e zoomorfi che l'Europa seppe solo (forse) sognare: lagarto, colibrí, coyote, ombú, ceiba, hylam-hylam, parole che solo se usate in America acquistano l'impatto visivo di lucertole, uccelli multicolori, alberi. Il mondo è sotto gli occhi

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dell'autore americano che scrive, e allora per lui la stessa parola, che è di per sé un puro segno è sempre -problematicamente, inestricabilmente, analogicamente- legata all'immagine (Lezama Lima,

1972).

Poi, ai conquistadores, ai missionari, ai cronachisti, si aggiungeranno gli scienziati.

Humboldt vede per la prima volta l’America, questa terra che aveva amato prima di conoscerla. E’

colpito dalla luce, nota che “l’aria è più trasparente”. Avendo sotto gli occhi lo stesso scenario che vide Colombo descrive pacatamente: “vedemmo una costa verdeggiante e di aspetto pittoresco:

erano le montagne della Nueva Andalucía, offuscate dai vapori che delimitavano l'orizzonte a Sud." (Humbold, 1831). Legge il mondo con i suoi sensi, ma ha anche in mente una rete infinita di letture

e di riferimenti., Colombo, i cronachisti, e allo stesso tempo le pagine esotiche di Bernardin de Saint Pierre (1787) e Chateaubriand (1801).

Il suo Viaggio è la definitiva acquisizione da parte della cultura europea di una immagine serena ed

equilibrata dell'America tropicale. Il viaggio dura cinque anni, ma il viaggio delle riflessioni, dei ricordi, della scrittura prosegue poi per trent'anni. E cresce nel frattempo il progetto di Kosmos, descrizione dell'universo mondo fisico, frutto della piena maturità, tentativo di conciliare

l'immediatezza della visione con la 'forma' scientifica della teoria. Un libro sulla natura, argomenta Humboldt, deve produrre nel lettore l'impressione di quella stessa natura. I piani espressivi, che dovranno essere 'mimesi' del mondo 'naturale', acquistano una importanza decisiva: e siamo di nuovo al senso profondo e fondante dell’analogia (Humboldt, 1845-1862).

E

la lettura del Viaggio di Humboldt fresco di stampa accende in Charles Robert Darwin, studente

al

Christ's College di Cambridge, "un ardente desiderio di contribuire alla nobile struttura della

scienza naturale", e Darwin allora si imbarcherà senza stipendio sul Beagle, trealberi della marina inglese in partenza per una missione di rilevazione cartografica intorno al mondo (Darwin, 1839). Ma Darwin aveva nella sua cabina anche il Voyage towards the South Pole del capitano Weddel, che nell'estate 1822, nei Mari del Sud più di ogni altro aveva avvicinato l’Antartide. (Weddel, 1825). Lo stesso libro era capitato a Richmond, Virginia, sulla scrivania del vicedirettore del Southern Literary Messenger, Edgar Allan Poe – da queste letture nacquero le Avventure di Gordom Pym (Poe, 1838). Quando, anche attraverso letture, conoscenze indirette, si attivano interazioni tra diversi soggetti, allora si ha la creazione di un nuovo mondo. Valori, significati, competenze non sono preesistenti. Non sono definite e date, rispetto alla comunicazione, in anticipo. Sono proprietà emergenti, generate dall’interazione. Si impara gli uni dagli altri, si costruiscono mondi a partire da altri mondi. Qui non c’è confine tra scienza e letteratura, tra fantasia e ricerca empirica, tra osservazione e sogno. La macchina analogica funziona in tutti i casi ed in tutti i sensi. Dante rilegge Omero. Vespucci osserva la Croce del Sud, simbolo celeste dell’emisfero meridionale, e gli tornano in mente i versi del Purgatorio. Quando anche Humboldt vedrà la Croce del Sud, ricorderà Vespucci che ricordava Dante.

Quello che vale per il poeta e per l’esploratore, vale anche per lo scienziato. Per tutti la più grande ricchezza soggettiva consiste nella capacità di immaginare mondi possibili, oltre ogni limite, anche

al di là dei confini imposti dal tempo storico e dalla cultura.

Interessante in questo senso il mutuo rinvio, il reciproco rinforzo che lega la Science Fiction e la ricerca scientifica. Gibson immagina, e descrive narrativamente, il Cyberspace. Categoria che verrà ‘presa sul serio’ dalla scienza, fino a stimolare nuovi filoni di ricerca.

Cyberspazio William Gibson nasce nel 1948 in un piccolo centro della Virginia. "Non c'era neanche una libreria, e il mio mondo erano i paperback di fantascienza comprati all'edicola. Avevo tredici anni e leggevo Heinlein, Bradbury, Sturgeon." Laureato in letteratura inglese, disoccupato, scrive quasi per caso, nel '77, le prime pagine di fantascienza.

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In

quei primi concisi racconti, scritti entro la metà degli anni '80, Gibson (1984, 1986) mostra uno straordinario livello

di

concentrazione e immaginazione. Aveva capito che il computer "era la clessidra dei tempi moderni". "E che non era

più possibile immaginare il mondo senza telematica". Nasce qui la nozione di Cyberspace, che sarà seriamente presa in considerazione da progettisti di hardware e di software, futurologi, sociologi, da studiosi di scienze cognitive, di neuroscienze, di teoria del caos e di mondi virtuali. Cyberspace, o Ciberspazio: universo parallelo di mere informazioni, luogo fittizio, ma vissuto come 'reale': "l'indefinito 'posto' nel quale tu e il tuo interlocutore vi incontrate e comunicate effettivamente" - quando le relazioni sono mediate

da reti di computer; quando distanze geografiche e differenze culturali sono azzerate; quando la stessa realtà è ri-

definita attraverso le capacità ri-costruttive del software.

E ricorda Marvin Minsky, studioso di intelligenza artificiale: “Da ragazzi, io e i miei amici non abbiamo mai perso tempo con lo sport, la politica, le chiacchiere e la narrativa tradizionale. Adoravo solo la fantascienza, soprattutto quella di Jules Verne, H.G. Wells, e Hugo Gernsback. Più tardi ho scoperto la rivista “Astounding Science Fiction” e mi sono deliziato con la lettura dei grandi pionieri del genere, come Isaac Asimov, Robert Heinlein, Lester del Rey, Arthur C. Clarke, Harry Harrison, Frederick Pohl, Theodore Sturgeon, così come dei romanzi del loro grande editore- scrittore John Campbell. Per me erano eroi intellettuali paragonabili a Galileo, Darwin, Pasteur e Freud. Con la differenza che molti di loro erano ancora vivi e che anni dopo avrei avuto il piacere di conoscerli e di diventarne amico. Collaborare con uomini dotati di una immaginazione così sviluppata è stata per me un’esperienza profonda e importante.”(Brockman, 1995). Così accade per l’incontro tra Colombo e gli indios americani. Così accade quando Humboldt posa per primo un moderno sguardo ‘scientifico’ sul mondo americano. Incontri fuori dal tempo, e poi magari anche, come racconta Minsky, incontri faccia a faccia. Non importa nemmeno il valore assoluto della persona incontrata, o dell’autore del libro letto. Conta il valor formativo dell’incontro. Così accade quando si incontrano il modo di vedere il mondo di docente e discenti: il risultato finale, imprevedibile a priori, è un mondo ‘meticcio’, frutto dell’ibridazione, e per questo comunque arricchente. Un mondo che appartiene a tutti gli interlocutori e a nessuno di essi.

Sistemi complessi “Il mondo appare come un complicato tessuto di eventi, in cui rapporti di diversi tipi si alternano, si sovrappongono o si combinano, determinando in tal modo la struttura del tutto.” Così ha scritto Werner Heisenberg, e si riferiva al suo campo d’azione, la fisica teorica (Heisemberg, 1962; Uno sguardo inconsueto sulla fisica della prima metà del secolo scorso è offerto da un romanzo che vede tra i protagonisti, accanto ad Heisenberg, Bohr, Einstein, Gödel: Jorge Volpi, En busca de Klingsor,

1999).

Ma per analogia il suo sguardo è generalizzabile. Ciò che è vero per la fisica del ventesimo secolo ci appare vero anche per il ‘mondo organizzato’ che abbiamo oggi sotto gli occhi. Andando oltre potremmo dire: la cultura che ha prodotto un certo indirizzo nella ricerca scientifica ha prodotto anche una tecnologia ed un modello socioeconomico – in un quadro di mutua implicazione e di rinforzi incrociati. Guardando così ad un aspetto del mondo, per analogia ne vediamo illuminati altri (Capra, 1996). Heinsenberg affermava che i nuovi assunti della fisica atomica e subatomica – e la visione del mondo che ne deriva– potevano essere sintetizzati in tre concetti: interconnessione, non permanenza e relatività. E’ fuori luogo qui tentare anche appena di entrare nel discorso di Heisenberg. E’ invece interessante utilizzare i tre concetti per leggere il mondo che noi oggi abitiamo.

Interconnessione. A partire dal 1700 lo sviluppo tecnologico ha garantito una serie successiva di salti nella capillarità delle reti; nella velocità di collegamento tra punto e punto; e

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contemporaneamente ha portato ad un incremento nella specializzazione. Il nostro territorio è coperto oggi da sistemi diversi di trasporto (reti stradali, ferroviarie, aeree), da reti specializzate

nella circolazione di fluidi (dagli oleodotti agli acquedotti alle reti fognarie), da reti di distribuzione

di energia (gasdotti, elettrodotti).

Nell'ultimo secolo si è affermato un ultimo tipo di rete: i sistemi specializzati destinati alla circolazione delle informazioni: dal telegrafo al telefono, dalla radio alla televisione, fino alle reti

che collegano tra di loro i computer. ‘Ultimo tipo’, nel senso che in una certa misura la possibilità di spostare in tempo reale e a basso costo informazioni rende meno necessario spostare uomini e cose.

La pervasiva presenza di reti in grado di interconnettere tra di loro i luoghi nei quali sono archiviate

le informazioni fa passare in secondo piano la capacità elaborativa delle singole macchine, e la

dimensione della loro memoria. Gli oggetti meritano meno attenzione dei sistemi di interconnessione. La fonte delle informazioni non sono i nodi della Rete, ma la Rete stessa, la Rete intesa come sistema di interconnessione tra le diverse reti operanti.

Non permanenza. La Rete è il luogo dove la capacità di durare è irrilevante. La solidità e la resistenza appaiono superflue, ma è invece fondamentale la capacità di procedere a rapide

aggregazioni delle risorse necessarie nel luogo e nel momento. Ciò che conta è apparire sulla scena nel posto giusto ed al momento giusto. Poi si potrà sparire, per riapparire altrove, nel nuovo momento opportuno, magari con una diversa immagine. La Rete, in un qualsiasi luogo, sicuramente offre le risorse –uomini, know how, software, apparati logistici– utili a costruire la specifica macchina organizzativa al momento necessaria.

In un certo senso, è quindi in partenza avvantaggiata l'azienda che rinuncia a priori ad essere

visibile: l'azienda che non ha sede, che non ha muri, che non ha investito in strumenti di futuro ed incerto utilizzo. Essendo tutto il resto reperibile sulla Rete, il nocciolo duro –ovvero la dotazione necessaria per esistere in quanto azienda– può al limite ridursi ad una idea di prodotto, ad un know

how, ad una tecnologia di base, ad una specifica filosofia (preferiamo parlare di filosofia piuttosto che mission e/o vision) – a partire dalle quali creare organizzazioni di volta in volta adeguate ad un progetto produttivo. L'organizzazione apparirà così, di fatto, una galassia di aggregazioni che nascono e che muoiono, tra di loro diversamente interrelate. Che nascono e che muoiono: la pretesa di forzare la permanenza

in vita –tramite ristrutturazioni, interventi chirurgici o di mero maquillage– di organizzazioni

vecchie o inutili appare fallace. Appartenendo tutti i sistemi ad un sistema di più vaste dimensioni,

ed essendo le risorse globalmente limitate, alla nascita ed allo sviluppo di un elemento del sistema non può non corrispondere la morte di un altro. Lo stress non può essere azzerato, ma circola sulla Rete – ognuno tendendo ad allontanarlo da sé.

Sebbene la Rete sia per sua natura infinita, nemmeno la Rete può giustificare l'ideologia della crescita e dello sviluppo permanente. La Rete stessa è un organismo vivente che cerca l'equilibrio, e

lo cerca, appunto, in una perenne evoluzione fatta di vita e di morte, di vittorie e sconfitte, di

accensioni e spegnimenti. Dunque, legami sempre attivabili e disattivabili; fluidità degli insiemi; processo ininterrotto di disorganizzazione riorganizzazione. Il montaggio/smontaggio/riassemblaggio del sistema avviene in tempo reale. E tutto è sempre, nell’ultima forma assunta, nuovo.

Relatività. L'aspetto visibile dell'organizzazione scompare dietro una sua immagine –immagine che può essere mutata, sdoppiata, costruita e ricostruita, senza che l'effettivo lavoro di produzione ne venga toccato–. È ormai a disposizione di ognuno la possibilità di costruire organizzazione a partire da un sistema informativo in grado di garantire tutte le interconnessioni necessarie. Tutto ciò che serve per organizzare un ciclo produttivo e una rete distributiva può essere acquisito sul mercato. Lo stesso output produttivo può essere raggiunto in un luogo qualsiasi del mondo, dove magari solo una delle

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condizioni che favorivano l'insediamento è massimizzata (vicinanza al mercato di consumo, basso

costo di mano d'opera). Ognuno dei fattori che tradizionalmente presiedevano alla localizzazione è

in fondo irrilevante, perché le condizioni di favore possono in ogni caso essere progettate

artificialmente e replicate.

A partire da una organizzazione data, è sempre possibile ricorrere a una struttura più snella, o a un

outsourcing. In virtù delle tecnologie legate alla circolazione e alla gestione delle informazioni, ad

ogni modello corrisponde, in ogni caso, una alternativa praticabile.

Il reale processo progettuale-produttivo-distributivo è sempre più fungibile, costruibile

modularmente, reperibile in porzioni discrete sulla Rete – che mette in ogni caso a disposizione porzioni residuali di strutture e di risorse esistenti, sempre tendenzialmente sottoccupate. Come nell'esempio banale dei souvenir di città italiane made in Hong Kong, la produzione avviene sempre ‘altrove’. Un altrove che non è quasi mai il luogo dove l'immaginario del pubblico ed il posizionamento del prodotto farebbero pensare che la produzione avesse avuto luogo. La produzione si realizza in un luogo casuale, che è anzi un non-luogo. Qualsiasi esso sia, il luogo della produzione è virtuale: la produzione avviene, di fatto, nel ‘ciberspazio’, un 'luogo' costruito attraverso le informazioni che viaggiano sulla Rete.

In questa ottica, le stesse apparenti dimensioni delle organizzazioni non devono trarre in inganno. Si osservino i grandi agglomerati frutto recente di Merge & Acquisition nel settore del software, delle telecomunicazioni, dell'informazione e dell'intrattenimento. Essi sono solo relativamente grandi:

sono galassie provvisoriamente interrelate di sistemi ognuno dotato di una propria autonomia, di una propria capacità di vivere ed operare in quanto sistema autonomo. Non a caso il processo è fatto

di fusioni quanto di scissioni, i confini tra i singoli sottosistemi rimangono sempre sfumati, e la

lettura stessa delle operazioni lascia margini di ambiguità: si deve vedere l'alleanza strategica o piuttosto l'operazione finanziaria? Si deve vedere il fatto che sono stati posti in relazione risorse umane e know how? Oppure che si è cercato di creare risonanze positive tra marchi diversi? Ogni elemento del conglomerato, così come il conglomerato, appaiono come rete fondata sulla interconnessione delle informazioni. Nell'infinito sistema di interconnessioni che è la Rete, la singola organizzazione non è che una porzione provvisoriamente definita, un sottosistema ‘frattale’ che replica al suo interno la stessa architettura della grande Rete.

E le stesse strategie sono clonabili, e quindi relative – sono in fondo anch’esse porzioni di codice

conservate in un sistema informativo che possono essere simulate, replicate, iterate.

Dunque, ciò che Heisenberg ci descrive – e che possiamo trovare osservando il ‘mondo organizzato’, i sistemi economici, ma anche il codice genetico e l’ambiente naturale– è il ‘sistema complesso’. Proprio nelle Affinità elettive Goethe ci propone una efficacissima metafora: il filo rosso intrecciato in tutto il sartiame –i cavi, le corde, le gomene– della navi della flotta reale inglese non può essere tirato fuori. perché il tal caso l’insieme non tiene più. L’ambiente ecologico, cui tutti apparteniamo, è una rete che “collega le parti e contraddistingue il tutto.” (Bateson, 1972). C’è un’intima legge che percorre le parti unendole organicamente in un insieme. Non mera somma di parti eterogenee, ma intima unità. Una particolare sensibilità sta al cuore dei timori e delle speranze dell’uomo contemporaneo. Il quadro è instabile, perennemente sull’orlo del collasso; eppure, proprio per questo ciò che conta, e che deve essere compreso e preservato, è l’equilibrio complessivo – pena la nemesi, la ribellione della natura, la crisi del sistema.

Complexity Science Nel Settecento si era affermata l’idea di un universo meccanico, una sorta di grandioso meccanismo a orologeria. Questo modello appare del tutto inadeguato a descrivere il mondo. Tende ad affermarsi oggi una nuova idea: i sistemi viventi sono reti auto-organizzate, le cui parti sono inteconnesse ed interdipendenti.

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E’ in atto uno spostamento dell’attenzione: dagli oggetti alle relazioni, della quantità alla qualità, dalla sostanza alla configurazione. E cambia l’approccio: è impossibile prevedere quali siano i valori delle variabili di un sistema caotico in un dato istante, ma possiamo prevedere quali siano gli aspetti qualitativi nel comportamento del sistema. Possiamo sottolineare in particolare tre aspetti – che implicano un nuovo approccio alla conoscenza. Non linearità. Causa e effetto non sono proporzionali. Il tutto è più (o meno) della somma delle parti. Evoluzione. Le specie (e le organizzazioni) vanno e vengono, alternando adattamento e interazione. Emergenza. La realtà non è data, ma si evolve in continuo, ed appare quindi sempre diversa, di momento in momento. Oltre a quelli già citati nel testo, altri libri per avvicinarsi (attraverso la letteratura, l’informatica, la scienza) alla ‘Complexity Science’: Pynchon, 1984; James A. Highsmith III, 1999; Waldrop, 1992; Kauffman, 1995; Gandolfi, 1999; Watts, 1999. Per un primo sguardo sul tema: Bocchi e Ceruti, 1985. Per una bibliografia: Varanini, 2003.

Accettare e leggere la complessità Dobbiamo accettare e comprendere la complessità. Questa è la sfida formativa che motiva il ricorso all’analogia.

La complessità pone al centro dell’attenzione, come capacità chiave da alimentare attraverso la

formazione, l’attitudine a leggere conoscenza latente, non formalizzata. La capacità di cogliere i ‘segnali deboli’ all’interno di un discorso apparentemente equilibrato e monocorde. L’abilità di individuare biforcazioni nel cammino, sulla base di labili tracce. La capacità di intercettare i trend:

di fronte a diversi eventi, comprendere quali saranno più gravidi di conseguenze.

Di fronte alla complessità non serve un approccio cognitivo – orientato ad elaborare una descrizione

articolata del mondo, in base ad un modello di lettura. Serve invece un approccio costruttivo, orientato a creare una passabile ed efficace immagine nel nuovo che sta venendo alla luce.

La rappresentazione del mondo ‘ottima’ (e quindi ‘ottimistica’), che già Voltaire prendeva in giro,

(Voltaire, 1759) appare –di fronte al mondo che ci troviamo nella necessità di descrivere e comprendere– uno spreco, in termini di tempo e di risorse, ed anzi una pericolosa illusione. E’ impossibile realizzare una descrizione esaustiva di un sistema complesso. L’unica mappa esaustiva sarà paradossalmente, come notava Borges, una analogia del mondo, un mappa delle stesse dimensioni del mondo, e capace di accogliere tutti i dettagli del suo aspetto. (Borges, 1983). Ed allo stesso tempo, trattandosi di un sistema vivente ogni descrizione, nel momento della sua formulazione codificata, sarà già e sempre obsoleta.

Facendo ricorso ancora al mondo della scienza, utilizziamo l’efficace metafora del sacchetto, o dell’urna. Il sacchetto di palline, o l’urna, è il simbolo della ‘vecchia’ concezione della realtà fisica:

una scatola (la natura) contiene delle palline i cui colori (le proprietà degli oggetti fisici) lo sperimentatore deve ingegnarsi a leggere.” (Accardi, 1997). Ma oggi la stessa ‘realtà fisica’ non ci si presenta più come verità preesistente, nascosta nell’urna,

da svelare. La ‘nuova realtà fisica’, la realtà dei sistemi complessi, ci impone, in luogo della

metafora dell’urna, la metafora del camaleonte. “Un camaleonte assume il colore bruno se posto su

un ramo, verde se posto su una foglia. Lo sperimentatore sa che c’è un camaleonte chiuso in una

scatola e si chiede qual è il suo colore.” “Come si può essere certi che, contrariamente a quanto accade con le palline, il colore del camaleonte che risulta dalla misura non può essere quello che aveva prima della misura? Si può mettere in discussione la stessa realtà del colore del camaleonte nella scatola. Dobbiamo concludere che il camaleonte non guardato non ha colore e che l’osservatore, con l’atto della misura, crea il colore?” (Accardi, 1997). E’ un rischio che lo sperimentatore fisico deve correre se vuole ‘vedere’ la realtà invisibile dei quanti. Ma è un rischio che dobbiamo correre anche noi se osserviamo il mondo come un mondo nuovo, un mondo sconosciuto che ci impone il suo linguaggio. Di fronte alla novità americana sono possibili due atteggiamenti. O, come Colombo, restiamo legati al linguaggio adatto a descrivere il Vecchio Mondo: partiamo cioè dall’ipotesi che il contenuto del nuovo sacchetto non possa essere diverso dal contenuto del vecchio sacchetto, già noto e osservato e descritto e conosciuto. Oppure

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come Lezama terremo presente che descrivere il nuovo frutto, l’ananasso, ricorrendo alla

similitudine con la piña, è limitante, perché “con un dato linguaggio si può dire solo ciò che quel linguaggio permette di dire”. (Maturana, 1980). E tenteremo di descrivere in modo nuovo la nuova realtà emergente, a rischio di risultare incomprensibili perfino a noi stessi, ma tentando comunque

di stabilire una nuova analogia: nuovo mondo da descrivere, nuovo linguaggio. (Bocchi e Ceruti,

1993).

Ciò che appare centrale oggi è un coerente lavoro di acquisizione e scambio di conoscenze (learning), e di conservazione e socializzazione delle stesse (Knowledge Management) che tenga conto di come il mondo è costruito da visioni soggettive. Il mondo è l’ambiente - il mondo ‘possibile’ che ognuno costruisce. Ambiente è la poco espressiva traduzione italiana di Um-welt, termine usato per la prima volta nel 1909 dal biologo estone Jakob von Uexküll. In tedesco welt è mondo. Um-welt: ‘mondo che ho intorno’, mondo che costruisco attorno a me. (Bertalanffy, 1968).

“La mente indomita cerca costantemente di aggrapparsi a un punto stabile e di attaccarsi a pensieri, sentimenti e concetti come se essi fossero un solido fondamento”. (Varela et al., 1991). La formazione ‘tradizionale’ non nega mai questo appiglio. Ma se devo apprendere a muovermi in un

mondo ‘impermanente’, se devo apprendere a leggere una realtà continuamente emergente in forme diverse, diventa importante spogliarsi da queste abitudini, liberarsi da questi alibi. E cercare modelli formativi capaci di leggere il nuovo trovando nel nuovo stesso i modelli di rappresentazione. Non appena l’abitudine a cercare fondamenti viene troncata “e si impara ad assumere un atteggiamento

di ‘lasciar andare’”, allora la naturale caratteristica della mente di conoscere se stessa e di riflettere

sulla propria esperienza può finalmente emergere.” (Bateson, 1992). L’analogia, legata all’osservazione dell’emergente, sprigiona immagini, immagini che sono specchio del nuovo che tentiamo di vedere. Scopriremo così magari, di fronte ad una situazione difficile da comprendere, che avevamo già vissuto una situazione analoga – ciò che ci mandava non

era né la conoscenza né l’esperienza, mancava la capacità di leggerla e di applicarla alla situazione presente. Ciascuno di noi si costruisce un proprio mondo che rimane sempre, in qualche misura, diverso dai mondi che si costruiscono gli altri individui. Ma il mondo di ognuno può essere arricchito attraverso

la contaminazione. La macchina analogica contamina fruttuosamente la purezza del mio mondo.

L’ibridazione, la transdisciplinarità, la mescolanza dei linguaggi sono fonte di nuova conoscenza. Ancora appare fondamentale cercare la ridondanza. Accumulare esperienze scarsamente connesse

tra di loro; dedicarsi a letture di vario genere; assommare conoscenze eteroclite, di fonte e di livello diverso, anche parziali e superficiali, anche disordinate- tutto questo sembra, in apparenza, uno spreco di tempo e di risorse. Ma più saranno ricchi e vasti e diversificati questi materiali conservati nella mente, più facilmente

ed efficacemente si manifesteranno nuove connessioni, innovativo e tempestivo pensiero creativo.

Infine, è indispensabile riservare tempo per il sonno e per attività piacevoli. L’analogia, che dà valore alle nostre conoscenze, connettendole in modo nuovo, sboccia, abbiamo visto, solo se abbassiamo la soglia del controllo, e viviamo una dimensione di diletto, di gioco e di legame con i nostri desideri profondi. Scopo della formazione dovrebbe essere l’insegnare a trovare questi spazi per sé. La formazione dovrebbe inoltre contribuire a garantire che momenti siffatti – di gioco, diletto, accumulazione gratuita di conoscenze – possano trovar posto all’interno del ‘tempo di lavoro’.

Analogico vs Digitale Dobbiamo a Gregory Bateson alcune delle riflessioni più stimolanti in merito alla ‘formazione analogica’. Muovendosi tra biologia, antropologia, psichiatria, epistemologia, mettendo in discussione metodi settoriali e cercando sempre schemi generali, Bateson ci insegna ad abbracciare

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l’intera varietà dei fenomeni associati alla vita. Con lo scopo di scoprire principi di organizzazione comune. Alla ricerca della “struttura (pattern) che connette”. L’analogia, abbiamo visto, non è certo solo l’ascolto di testimoni che vengono a raccontarci in aula esperienze lontane dalle nostre. L’analogia rimanda innanzitutto ad una attenzione al modo con il quale accumuliamo ed elaboriamo conoscenze, all’uso costruttivo della nostra mente. L’analogia, poi, riguarda una attenzione alla comunicazione con l’altro, diverso da noi. E’ sempre Bateson a ricordarci l’utile distinzione tra comunicazione ‘digitale’ e ‘analogica’. La comunicazione è ‘digitale’ quando i contenuti sono trasmessi attraverso linguaggi formalizzati, regolati da grammatiche e da sintassi. Parlando o scrivendo trasmetto informazioni. Ma comunico allo stesso tempo attraverso “le posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza del ritmo e la cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non verbale con cui l’organismo sia capace, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo l’interazione”. (Watzlawick et al., 1967). In effetti, ogni volta che la relazione è il problema centrale della comunicazione, il linguaggio ‘digitale’ è pressoché privo di significato. Il docente sta facendo lezione sul controllo di gestione – ma sta allo stesso tempo manifestando, con il suo modo di deambulare in aula, con la sua postura, con il modo di scarabocchiare qualcosa alla lavagna, la sua soddisfazione di essere in cattedra, sta manifestando la differenza tra lui e i discenti. Sta cercando l’applauso. Anche questa è una lezione. Ma è comunicazione analogica, che riguarda molto un certo modo di intendere il proprio ruolo all’interno di un’organizzazione, e molto poco i fondamentali della finanza e del controllo. Sia per chi si trova a giocare la parte del docente che per chi si trova a giocare la parte del discente appare importante avere presenti i due livelli di comunicazione, senza confonderli. I contenuti trasmessi per via ‘digitale’ ed ‘analogica’ possono ben essere contraddittori tra di loro. Siccome abbiamo qui argomentato attorno all’importanza di una formazione riguardante gli atteggiamenti –il lavoro sulle emozioni, sulle intuizioni, sulla capacità di leggere i segnali deboli–, allora dovremo ricordare che questo tipo di comunicazione passa molto più attraverso l’‘analogico’ che il ‘digitale’. Non attraverso le parole esplicite del docente o del testimone, ma attraverso i suoi sguardi, i suoi sorrisi, le sue manifestazioni di timore, gli inciampi nel discorso. Dunque, se vogliamo che il passaggio di conoscenze sia efficace, se vogliamo che prenda spazio nella nostra mente una nuova connessione, è particolarmente importante apprendere a leggere la comunicazione non verbale. Come coglierne l’efficacia? “Si è attribuito ai bambini, ai folli e agli animali una intuizione particolare per quanto riguarda la sincerità o l’insincerità delle attitudini umane: perché è facile dichiarare qualcosa verbalmente, ma è difficile sostenere una bugia nel regno dell’analogico”. (Watzlawick et al., 1967). Nella comunicazione analogica tutto avviene per immagini, per schemi, pattern che si presentano come insieme, e che tutto d’un tratto appaiono chiari nella mente. (In quella zona grigia, zona di transizione, di illusione, spazio potenziale dove nasce e si realizza sempre l'attività creativa primaria, dove possono essere rivissute le forme primitive di relazione e gioco, le ansie di abbandono, disperazione, solitudine). (Winnicott, 1971). Quando apriamo il frigorifero, nota Bateson, il gatto che subito accorre e si strofina sulle nostre gambe miagolando non vuol dire (come farebbe un essere umano): ‘voglio il latte’, ma piuttosto:

“fammi da madre”. “Si appella, in altre parole, a una relazione specifica; difatti si può osservare un comportamento simile soltanto tra un gattino e un gatto adulto e mai tra due animali adulti.” (Watzlawick et al., 1967).

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Computer Game come fonte di analogie, ovvero il modello PlayStation

Ci si trova a parlare con un giovane dirigente. Copre un ruolo che potrebbe essere definito di responsabile della pianificazione commerciale, ma potrebbe coprire anche posizioni diversissime. Si rapporta con il suo ruolo in base ad un atteggiamento del tutto personale, al di fuori di modelli. Considera inutili sovrastrutture le forme e le prassi organizzative -organigrammi, mansionari, procedure-. A lui risponde un gruppo di collaboratori, ma lui si rifiuta di gestirli secondo standard tradizionali: offre grandi spazi di autonomia e si pone come esempio, esplicitando gli obiettivi; ma non guida e non supporta. Lavora in autonomia elaborando ed interpolando informazioni con una workstation totalmente al di fuori degli standard aziendali. Si disinteressa dei sistemi di competenze. Costruisce la propria identità professionale a partire dalla sua forte formazione umanistica, filosofica. Rifiuta ogni tipo di formazione. La considera inutile per sé, ma anche per i suoi collaboratori e in genere sia per l’organizzazione che per le persone.

E’ facile dire che dietro questo rifiuto si nasconde un certo meccanismo di difesa, forse un

atteggiamento per certi versi infantile: rispondere a una offerta formativa è mettersi in gioco in un quadro definito da altri, è accettare di essere inseriti in un percorso di crescita che può apparire

riduttivo, livellante, non rispettoso dei valori individuali. E’ facile sostenere che così agendo il nostro giovane dirigente rinuncia ad opportunità, perché anche nella formazione proposta dall’azienda c’è del buono. Accade normalmente che un soggetto siffatto sia invitato a partecipare ugualmente almeno ad alcune attività formative. Accade inoltre che, coerentemente con un trend diffuso, sia lasciata alla sua persona l’autogestione del budget formativo. Ma il nostro amico, anche lasciato completamente libero, rinuncia anche a spendere il budget. Il suo non è un rifiuto della formazione proposta dall’azienda, è un rifiuto della formazione in sé. Per lui la formazione è viziata all’origine, caratterizzata da un’essenza regressiva. Cita Michel Foucault, in Sorvegliare e punire (1975), per dire di come la formazione sia una manifestazione della ‘società disciplinare’: dalla scuola all’esercito, dalla famiglia vittoriana alla moderna formazione aziendale, il formato viene disciplinato a usare degli spazi-tempi per ognuna delle sue azioni quotidiane, viene forgiato, appunto formato, ad essere ciò che non è. Lui invece vuole essere se stesso, forgiare se stesso come progetto e desiderio. Potremmo

disinteressarci delle sue pretese, se non fosse che lui è un tipico esempio di ‘talento’ (Michaels et al., 2001) – ed oggi si sostiene a ragione che proprio la capacità di usare veramente i talenti distingue dalle altre una organizzazione di successo. I talenti, con la loro capacità di pensare in modo creativo, e prima degli altri, costituiscono l’asset intangibile più ricco, il vantaggio competitivo che più difficilmente può essere colmato. Perciò la formazione ha lo scopo primario di sostenere i talenti. Perciò è per noi doveroso accettare

la critica alla formazione che viene dai talenti.

Ascoltiamo dunque il nostro amico parlarci della sua alternativa alla formazione: uno spazio di ri- creazione, svago, gioco. Che proprio perché rifiuta l’idea di insegnamento, appare come luogo di apprendimento. Potrebbe sembrare un discorso astratto e delirante, se concretamente non fosse una apologia del Computer Game (l’espressione italiana ‘videogioco’ appare troppo povera e riduttiva).

Qui la dialettica -‘arte della discussione’, disputa, dialogo-, la dialettica, che presuppone l’esistenza

di

un maestro, di un docente, appare fuori luogo. Non c’è più il libro da leggere, con il suo inizio e

la

sua fine. A ciò si contrappone la superiorità della PlayStation, il pensiero fulmineo e adialettico

degli ipertesti, reti senza centro, senza gerarchie, tutte fatte di connessioni. Non solo tutti i soggetti e i saperi sono fra loro connessi in un unico spazio che include tutti gli spazi, ma, di più, lo sono in tutti i tempi, in un unico tempo che unifica tutti i tempi, che li rende tutti compresenti. Oltre le barriere temporali, oltre l’ordine del mondo dato a priori, la possibilità offerta al soggetto di devastare l’ordine irrompendovi di continuo e ridisponendolo.

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Il nostro amico, in effetti, passa nottate, e forse perché no, anche ore sul posto di lavoro -i confini tra lavoro e tempo altrimenti dedicato al pensiero sono sempre più labili-, passa nottate a competere con se stesso, ad allenare la mente attraverso Computer Game. Il Computer Game è un mondo con il quale il soggetto interagisce fino ad immergervisi, rete di connessioni e di collegamenti fra soggetti, saperi, esperienze, sentimenti, emozioni. Spazio multiforme nel quale il valore aggiunto non è dato dal sapere contenutistico, ma dal saper sapere, da una forma di sapere quadratico dove ciò che è centrale è la capacità dei singoli di ipotizzare sentieri e percorsi del conoscere che non c’erano prima di essere scoperti. Qui la scoperta è creazione, inventio. Il Computer Game dunque come esempio estremo di macchina analogica. Non si tratta di apprendere ‘contenuti’, che sono comunque dati a costi sempre più bassi, resi disponibili dal Web. Ciò che conta è la capacità di attivare nuove connessioni all’interno di una rete del sapere sempre mobile e instabile, ma già data ed accessibile: immaginare un mondo possibile. Ciò che conta, soprattutto, è la capacità di cogliere dal caos il senso emergente: edificare mondi, accrescerne e garantirne l’equilibrio, accettarne la morte. E’ il gioco di un dio, come quello del fanciullo eracliteo nello Zarathustra nietzscheano (Nietzsche, 1883-1885). O come quello di tanti scrittori di Science Fiction (anche qui l’italiano ‘fantascienza’ ci porta fuori dal discorso). Gioco auto-formativo, auto-costruttivo, fonte di autocoscienza e di consapevolezza del proprio ruolo sociale e produttivo. Gioco il cui senso profondo è riassunto da questo aneddoto, sommamente istruttivo. Poul Anderson, noto scrittore di Science Fiction, dotato di una solida cultura scientifica, non trovando nessuno che gli insegnava a costruire mondi, si mette al lavoro e formalizza un suo algoritmo, modello logico tale da permettere di costruire mondi immaginari coerenti, ‘ben architettati’. Pubblica quindi il modello su una seria rivista. Reazioni e commenti appaiono sul numero successivo. Tra questi un telegramma: ‘Mi congratulo per il suo modello. Io però non ho fatto così. Firmato: Dio.” (Citato in Ursula K. Le Guin, 1975). L’analogia è la capacità di prefigurare. Certo ut certum fiat in re quod certum in mente. “Combatto perché sia certo nelle cose ciò che è certo nella mente.” (Bertrand de Jouvenel, 1964). Il vero talento sta nella capacità di costruire prima di altri e meglio di altri mondi possibili. Il rischio sta nel cadere vittima dell’illusione e del delirio di onnipotenza: il mondo che sapremo costruire, sempre sub-ottimale, imperfetto, è uno solo dei mondi possibili; ogni analogia rimanda a qualcosa che sta fuori della nostra mente e del nostro controllo.

Abduzione Charles Sandes Peirce filosofo e scienziato americano vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, troppo geniale, eccentrico ed innovatore per essere compreso dai suo contemporanei, ci spinge a dare valore alla nostra capacità di ‘tirare a indovinare’. Anche quando disponiamo di pochi elementi, non ci è negata la possibilità di formulare ipotesi interpretative. Peirce racconta questa storia: “Sbarcai una volta in un porto di una provincia turca. Mentre mi dirigevo al luogo che dovevo visitare, incontrai un uomo a cavallo, circondato da altri quattro cavalieri che sostenevano un baldacchino sul suo capo. Siccome il governatore della provincia era l’unico personaggio che potevo pensare venisse tanto onorato, inferii che si trattasse proprio di lui. Questa fu un’ipotesi.” Con Peirce, possiamo descrivere tre tipi di inferenza. La deduzione è ‘logica’. C’è una regola già da tutti condivisa. Di fronte ad un nuovo evento, la conoscenza della regola ci permette di inferirne con certezza le conseguenze. Con l’induzione ci avventuriamo nel regno del ‘probabile’. Dato un evento, e viste le conseguenze da questo prodotte, si inferisce l’esistenza di una regola. Ma come si vede, in entrambi i casi abbiamo in mano un appiglio forte: l’evento che abbiamo di fronte non ci sorprende, perché sappiamo quanto basta per ‘leggerlo’, per dire: ‘ho visto questa cosa’. Peirce ci mostra come, al di là della deduzione e dell’induzione, esista un più incentra, ma più ricca inferenza:

l’abduzione. Immaginiamo infatti di trovarci di fronte a un evento per il quale non abbiamo spiegazione: chi sarà quel personaggio protetto da un baldacchino, onorato e riverito? Non i resta che formulare ipotesi in merito alla natura dell’evento.

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Dovremo, insomma, ‘tirare a indovinare’. Onori e riverenze sono forse il risultato di una regola: ‘nelle province turche sono onorati e riveriti i governatori’. E dunque probabilmente il caso ha voluto che io abbia visto un governatore. L’abduzione, arte praticata dai ricercatori scientifici, ma anche dai critici d’arte e dai detective, è il cuore di ogni gioco, e forse anche di ogni ragionamento che si proponga di andare al di là di ciò che già si sa. (Vedi Peirce,1935-1966; Eco e Sebeok, 1983).

La macchina analogica: scalare il Monte Analogo Uno degli autori di questo contributo tiene da dieci anni una rubrica su una rivista di settore, Sviluppo & Organizzazione, una rubrica nella quale di volta in volta si illumina un aspetto del management o dello sviluppo organizzativo o dei processi formativ, sempre partendo dalla lettura di un romanzo (da cui Varanini, 2000). Varie volte nel corso di questi anni ha preso in mano un libro strano, sfuggente, esoterico. Ha cercato di costruire attorno a questo testo una puntata della rubrica, ma senza mai venirne a capo.

Stanotte, poco fa, ha sognato questo libro, e ha sognato anche che il libro portava in sé la conclusione del testo che stiamo scrivendo. E’ Monte Analogo, di René Daumal (1952). Seguace di dottrine esoteriche, non è uno scrittore di professione: l’espressione letteraria per lui non è che il modo per indicare agli altri il cammino di una verità in cui crede, e che cerca con tutte le sue forze

di percorrere.

Monte Analogo è la narrazione inconclusa di un viaggio iniziatico, favoloso, verso un luogo

invisibile sulle carte, accessibile solo a chi creda che esistano altri mondi al di là delle apparenze. E

lì, in quel luogo, su quell’isola, il seletto ed eccentrico gruppo che partecipa all’esperienza si trova a

scalare una misteriosa montagna.

Gli esploratori sono spinti dal gusto dell’avventura; sono mossi dal desiderio di concretizzare aspettative covate in segreto per anni; sono disposti a dedicare al viaggio tutto il tempo necessario, anche una intera vita, alla realizzazione di un progetto. Ma non sanno qual è la meta, non sanno cosa troveranno sulla vetta, e probabilmente non lo sa neanche Daumal, l’autore, che evidentemente racconta di sé, di un suo viaggio verso una conoscenza nascosta, e che muore prima di concludere il libro. Forse, anzi, il romanzo non poteva essere concluso, ed esiste una coincidenza tra la morte dell’autore e la mancata conclusione del libro. Non a caso Daumal lascia interi quaderni di appunti, ma il testo di questo quasi-romanzo, all’inizio terso ed autoironico, diventa più contorto e confuso via via che ci si avvicina all’inattingibile vetta. Forse perché neanche lui, Daumal, sa quale è la vetta. Arrivato a quel punto della narrazione non può più scrivere, perché non si può scrivere dell’indicibile. Se la meta è la conoscenza, come dovrebbe essere in ogni processo formativo, la meta è ‘ineffabile’, alla lettera: ‘non può essere espressa per mezzo di parole’.

E’ vano cercare di misurare i veri, profondi effetti della formazione. E’ impossibile descrivere a

parole il cambiamento soggettivo che corrisponde a un percorso di conoscenza. E’ impossibile, se non attraverso analogie. L’analogia: sentirsi come un cuoco che prova ad unire nuovi ingredienti immaginando i nuovi sapori che nasceranno da questa fusione. Sentirsi per un istante come un musicista che interpretando una corale di Bach rivive nel pensiero ognuna delle microstorie che la corale riecheggia. Sentirsi come un allenatore che costruisce la formazione della squadra immaginando il mondo come sarà la prossima domenica, in quello stadio. Sentirsi come un ciclista che cerca il risultato oltre la soglia della fatica, una fatica che sembra impossibile sopportare. Ciò che conta è il viaggio, l’esperienza accumulata lungo il cammino – non il raggiungimento della meta. La meta, di per sé, è una illusione. Perché, così come è illusorio pensare che dopo un cambiamento vivremo un periodo di quiete, è illusorio e pericoloso pensare di avere attinto veramente una conoscenza. Se pensiamo di aver raggiunto la conoscenza di qualcosa, è solo perché scegliamo di non guardare oltre.

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Questo, aggiunge l’altro autore di queste pagine, è l’atteggiamento dello scienziato che non si limita

al ‘normale’ lavoro consistente nell’aggiungere tessere a un puzzle già dato ed accettato. E’

l’atteggiamento dello scienziato che invece resta disposto a pensare la tessera come elemento di un nuovo possibile puzzle. Per lungo tempo, conformemente all’ipse dixit aristotelico, un sasso attaccato a un filo è stato visto come caduta vincolata, ma Galileo osservando quell’artefatto ha visto un mondo nuovo: una pietra oscillante, il moto del pendolo.

La macchina analogica ci permette di rileggere criticamente l’esperienza. Il meraviglioso

meccanismo dell’analogia ci mostra, in ogni istante, che c’è sempre qualcosa oltre. Ogni esperienza

da

noi vissuta, o raccontata da altri, ci porta a guardare in modo nuovo la nostra realtà, ci permette

di

leggere in modo nuovo il nostro mondo. Ogni monte è un Monte Analogo: ci parla di altri mondi

da scoprire e di altre vette da scalare.

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