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SCHEMA DE LA MALATTIA MORTALE

DI S. KIERKEGAARD

STRUTTURA DELL'IO

DEFINIZIONE:

Uomo = Spirito = Io

Io = è un rapporto che si rapporta con se stesso; l'io non è il rapporto


(ché sarebbe unità negativa) ma il terzo elemento positivo.

ME (-)

ANIMA (+) CORPO (+)

Nel diagramma: il ME rappresenta una sintesi. L'unità ME è negativa; è


il terzo elemento che si definisce come non-anima e non-corpo. Sono gli
elementi anima e corpo a porre il rapporto ME.

Se il ME si rapporta con se stesso, questo elemento negativo si pone ora


come positivo all'interno di un nuovo rapporto, dove ad assumere carica
negativa sarà quello che potremmo chiamare il SE'.

SE' (+) Il SE' risulta positivo. A questo punto, l' Io, inteso come SE', non
appare completo nella sua struttura, poiché necessita di un altro
elemento che lo ponga.

ME (-) ME (-)

Quindi si presentano due casi:


1_ o l'intero rapporto si pone da sé;

SE' / IO

ME ME

1
Qui non abbiamo propriamente un
io

2_ o l'intero rapporto è stato posto da


altro;

IO

SE' altro dal SE'

Qui abbiamo l' IO propriamente


detto

Da 2_ deriva che si possono avere due forme di disperazione:

IO IO

a) b)

SE' ALTRO DA SE'

Se da 1_ il rapporto (SE') fosse stato posto dal me si avrebbe solo una


forma di disperazione: disperatamente non voler essere se stesso.

Da a) allora deriva: disperatamente non voler essere se stesso, perché


sotto la determinazione del SE' l'Io non può che essere se stesso
sentendo l'esigenza di seguire anche l'altra sua determinazione
strutturale (l'altro da se');

Da b) allora deriva: disperatamente voler essere se stesso, perché sotto


la determinazione dell'Altro l'Io non può che essere altro da se stesso
sentendo l'esigenza di seguire anche l'altra sua determinazione
strutturale (il se').
Da b) può essere derivata o risolversi ogni forma di disperazione,
perché l' Io da sé solo non può raggiungere l'equilibrio (senza la
relazione con l'altro l'io si trova come immerso in un gioco di specchi
dove non può riconoscersi come figura reale e disperatamente potrebbe
non voler essere se stesso; ma appunto disperatamente, senza
possibilità di essere altro da sé)*.

La disperazione è il rapporto falso (dentro il rapporto reale di sintesi; il


rapporto falso è un'illusione dell'Io), ma il rapporto falso non è una
sintesi.
Il rapporto falso è una relazione unilaterale:

IO a) IO b)

2
SE' ALTRO SE' ALTRO

Il rapporto falso è solo la possibilità (libertà) di scegliere tra me e l'altro


per la maturazione dell'Io. La sintesi, la struttura stessa dell'Io implica la
possibilità del rapporto falso. Se la sintesi fosse essa stessa il rapporto
falso la disperazione come possibilità, come modalità non esisterebbe,
ma sarebbe uno stato di natura. Quando il rapporto falso si è instaurato
non segue che debba necessariamente persistere; se il rapporto falso
persiste, questo non deriva dal rapporto falso, ma dal rapporto che si
mette in rapporto con se stesso e mentre si rapporta a se stesso si
rapporta all'altro (ovvero dall'io e dalla possibilità di autodeterminarsi
secondo volontà).
Il tempo della disperazione e non disperazione è sempre al presente
perché esse sono modalità dello Spirito, il quale è in rapporto con
l'eterno, il cui tempo è sempre presente.
Da ciò segue che la disperazione, il morire eternamente, è la malattia
mortale. Allora, per converso, il giusto rapporto di sintesi, l'equilibrio, è
la vita eterna.
La contraddizione non superata nella sintesi dell'Io è la disperazione.

Questa è la forma corretta della sintesi, dove l'Io relazionandosi a se


stesso si fonda nell'Altro da sé:

IO

SE' ALTRO

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REVERSIBILITA' DELLE DUE FORME DI
DISPERAZIONE

Disperarsi per qualcosa significa disperare per se stesso: quando si perde qualcosa ci si dispera per se
stessi perché non si è stati in grado di ottenerla o mantenerla, si vorrebbe essere stati un altro
disperatamente non voler essere se stesso.
Si vorrebbe essere stato un altro in quanto questo altro è inteso come giusta immagine di sé. Questa
immagine corrisponde a ciò che si vuole essere disperatamente voler
essere se stesso.

Come a pagina 1 in * si ottiene la reversibilità dei tipi.


Le contraddizioni, allora, si risolvono nell'identità. Quell'Io indipendente da altro, dunque quel Sé che
l'Io vuole essere, è un Io che esso non è tale(infatti è soltanto un sé), e vuole staccarsi dalla potenza
esterna che l'ha posto. Ma questo non lo può fare nonostante tutti gli sforzi; quella potenza è più forte
dell'Io/Sé e lo costringe ad essere quell'Io che deve essere (cioè quella struttura dipendente anche da
altro da sé, che esso non vuole essere). Ma allora è pur vero che l'Io/Sé vuole liberarsi da se stesso
(liberarsi da quella parte dipendente da altro: Io/Altro), liberarsi da quell'Io (Sé/Altro) che esso è, per
essere quell'Io(/Sé) che ha escogitato.

La disperazione è una malattia universale dello spirito, cioè affetta tutti gli uomini, e la ragione di
questa qualità è da ricercarsi nella struttura dialettica dell'Io, il quale con grande fatica e disperazione
riesce a raggiungere il suo equilibrio che non è mai statico, ma dinamico.

Es.:
− la salute fisica non è dialettica è uno stato, una determinazione fisica;
− la salute diventa dialettica in presenza della malattia;
− solo allora si ha la crisi crisi

salute malattia

Nell'Io salute e malattia sono sempre in stato dialettico: la salute è crisi; la malattia è crisi. La
disperazione è proprio che l'uomo no sa di essere determinato come SPIRITO.

ESPLICITAZIONE DELLA STRUTTURA DELL'IO

IO

SE' ALTRO
(DIO)

ME ME

ANIMA CORPO

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FORME DELLA DISPERAZIONE
Dove all'Altro inteso come Dio è sostituito l'altro inteso come uomo o mondo

L'Io è formato dal finito e dall'infinito.


L'Io è un rapporto, ma poiché è un rapporto che si rapporta a sé, significa che si rapporta con le sue
derivazioni.

sintesi IO

derivazioni finito infinito


(sé) (dio)

FORME

A. finito infinito e possibilità necessità

a) finito e infinito

L'io deve farsi concreto, ovvero realizzare la sintesi di finito e infinito.

α) La disperazione dell'infinito è la mancanza del finito. La disperazione


dell'infinito è voler essere l'illimitato, il fantastico (come volontà, conoscenza,
sentimento fantastici). L'Io si allontana da sé in un'esistenza astratta.

β) La disperazione del finito è la mancanza dell'infinito. La disperazione del


finito è la limitatezza etica, dare importanza a cose senza valore (mondanità).
L'Io si allontana da Dio in un'esistenza inutile e gretta, senza maturazione
spirituale. Perdita della propria originalità, scimmiottamento degli altri
(vendere l'anima al mondo).

b) possibilità e necessità

α) La disperazione della possibilità è la mancanza di necessità. Quando l'Io


come sintesi di finito e infinito è stato posto (da dio) e comincia a riflettersi
nell'elemento della fantasia (originalità, varietà) si affaccia la possibilità infinita.
L'Io diventa possibilità astratta, inconcludente, e trascura la necessità di
mantenersi legata all'Io, ai limiti del proprio essere.
L'Io si può smarrire in due modi nella possibilità:

I) Il desiderio positivo: si vuole qualcosa;


II) L'angoscia negativo: non si vuole, si teme qualcosa.

β) La disperazione della necessità (di chi vive nella necessità) è la mancanza di


possibilità.

I) Determinismo, fatalismo: tutto è necessità, l'uomo ha perduto Dio, non


crede in nessuna possibilità di salvezza;
II) Filisteismo (reazionarismo, conformismo), trivialità: manca la
spiritualità, probabilismo: ci si attiene a regole di vita/esperienze senza
spirito di iniziativa. L'uomo perde se stesso e dio.

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Al fatalismo manca la possibilità di temperare la necessità (manca la possibilità come mezzo di
attenuazione).
Al filisteismo manca la possibilità come mezzo per risvegliare l'Io dall'assenza di spirito.

B. consapevolezza

Più consapevolezza più disperazione.


Più consapevolezza nel peccato – trasparenza – più disperazione = volontà del male -
diavolo; ma anche possibilità di redenzione – fede.
Quando la consapevolezza è minima, minima è la disperazione, ma più difficile la redenzione:

d
i 2 in 1 minima possibilità di redenzione
s in 2 massima possibilità di redenzione
p
e
r
a
z
i
o
n
e 1

0 consapevolezza

a) Disperazione che ignora di essere tale.

Può essere la forma più pericolosa di disperazione perché non conoscendola,


non può essere tolta. Questo in senso dialettico-formale.
Dal punto di vista etico però è meno grave di b) (vedi punto seguente).
Questa è la forma più diffusa tra gli uomini. Il concetto estetico, che permette di
giudicare un uomo dalla sua apparenza, non può servire a giudicare il suo
stato di disperazione: potrebbe sembrare felice, saggio... Serve il concetto etico-
religioso definito dalle categorie di presenza-assenza dello spirito ovvero la
consapevolezza individuale di averne uno.

b) Consapevolezza di essere spirito.

α) Disperatamente non voler essere se stessi


Ovvero disperazione della femminilità
Disperazione della debolezza

β) Disperatamente voler essere se stessi


Ovvero disperazione della virilità
Disperazione dell'ostinazione

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α) 1. I_ Il carattere fondamentale della donna è l'abbandono.
Questa modalità si ripresenta nella disperazione.
Abbandono dell'Io senza consapevolezza, slancio del dare
sé per l'altro.
Questa è l'immediatezza pura, dove non c'è consapevolezza
dell'Io. Qui la disperazione non è che un patire, un
soccombere alla pressione esteriore. L'Io dipende
immediatamente dall'altro.
L'uomo immediato dichiara: “Ho perduto qualcosa, ho
subito qualcosa che mi ha danneggiato materialmente e
sono disperato”. Egli indica la disperazione che non è
disperazione, ma la sua forma più bassa come descritta in
B.a. Quest'uomo vuole essere un altro, un altro da sé.
Disperatamente non vuole essere se stesso.
Eppure egli è innocente perché non consapevole: è comico
nel suo disperarsi.

II_ Anche qui il carattere fondamentale è l'abbandono, ma c'è


una certa consapevolezza del proprio Io. Comincia la
separazione tra mondo esterno ed Io; pertanto l'Io cerca di
difendersi dall'esterno, fa concessioni al mondo esterno
pur di salvaguardarsi; non vuole essere un altro Io anche
se per un poco vi è costretto dalle circostanze. Può
rinunciare per un po' a se stesso (essere fuori di sé ma
sapendo di avere un Io), ma poi vi ritorna per essere se
stesso. Ciò significa che ricomincia da capo senza
maturazione. Dice di essere stato disperato per il tempo
che è stato fuori di sé. Questa è la forma più diffusa (che si
attribuisce erroneamente ai giovani). Disperatamente non
si vuole essere se stessi in virtù di altro che ha il
sopravvento sul fatto di voler continuare ad essere se
stessi.

I e II sono la disperazione per qualcosa di terrestre; sono la


disperazione della debolezza, ma non ancora per la debolezza.

2. Questa è la disperazione per la propria debolezza. Vi è differenza


con 1. poiché qui c'è maggiore consapevolezza del proprio stato.
L'Io si dispera per qualcosa di esterno, ma rendendosi conto della
propria debolezza (si confronta con l'eterno) e si dispera per essa.
Questa disperazione proviene per via indiretta (passa dall'esterno)
dall'interno, Io. (Per l'ostinazione la disperazione è diretta).
Disperatamente non voler essere se stesso.
Esteticamente questa disperazione è rara: taciturnità.
L'individuo cerca di celare il suo Io, la sua debolezza. (K. Dice che
questa è una forma d'orgoglio non ancora consapevole; non si
deve dare troppa importanza alla propria debolezza).
Se il taciturno non rompe il suo limbo
a) verso l'esterno dedicandosi
alla sensualità o ad imprese al
fine di dimenticarsi;

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b) verso l'interno, ostinandosi
manifestando l'orgoglio;
Allora il rischio che corre è il suicidio. Il taciturno può evitare il
suicidio permanendo nel suo stato; approfondendo molto la sua
disperazione (orgoglio); parlandone a qualcuno ( quest'ultima
soluzione può tuttavia spingerlo ancora al suicidio o al crimine
contro il suo confessore, non potendo sopportare di nuovo la
propria cedevole debolezza).

β) Questa è l'ostinazione. Disperazione della virilità: attaccamento all'Io. E'


una sintesi più alta di quella della femminilità sotto la determinazione
dello spirito (e non del mondo esterno). L'ostinazione è la presa di
coscienza in α)2. Si presenta un rovesciamento dialettico. La
disperazione è più vicina alla verità ma più intensa. Non si vuole
rinunciare al sé.
La disperazione qui è azione attiva: l'Io ha coscienza di essere disperato e
della sua situazione; non patisce a causa del mondo esterno.
Consapevolezza dell'Io infinito ma questa è una forma astratta.
Questa forma è l'orgoglio umano di fronte a dio (la potenza che pone l'Io)
al quale l'uomo vuole sostituirsi per disporre completamente di sé.

a) Io attivo.
L'Io esperimenta e cerca di dare concretezza alle proprie idee e
aspirazioni. Cerca di costruire qualcosa per sé dando lui stesso il senso
a quello che fa. Ma non fa altro che contemplare se stesso che
sperimenta (mancanza di senso).

b) Io passivo.
L'Io rivolgendosi a se stesso trova un difetto, una croce, mentre
esperimenta e ad esso si trova inchiodato, impossibilitato a superarlo. Il
disperato non crede nella possibilità che una croce temporale o
spirituale possa essere rimossa. Non vuole credere, ma disperatamente
continuare ad essere se stesso. Ciò (la croce, il limite) è per lui motivo di
scandalo (appunto perché non crede nel miracolo della remissione dei
peccati, la restaurazione voluta da dio della relazione dio-uomo. Il
perdono di dio è troppo insopportabile per l'orgoglio umano). In ciò
risiede l'origine del demoniaco.
Non c'è espressione estetica particolare/camuffamento.
Questa disperazione vuole essere se stessa contro l'esistenza. L'uomo
non vuole, in ostinazione, staccare il suo Io dalla potenza che l'ha posto,
ma vuole, in ostinazione, imporsi a lei con la forza.

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LA DIPERAZIONE E' IL PECCATO

Il peccato è: davanti a dio o avendo l'idea di dio, disperatamente non voler essere se stesso o
disperatamente voler essere se stesso.
Il peccato è così l'elevamento a potenza della debolezza o dell'ostinazione. Cioè: al livello più alto
della consapevolezza si può deliberatamente perseguire il male per:
a) voluttà, intesa come consapevole arrendevolezza;
b) orgoglio e opposizione a dio.
Ciò che fa tale l'idea del peccato è la presenza dell'idea di dio.

a) Esistenza da poeta; nel suo rapporto con la religione è un amante infelice; ama dio ma non
vuole abbandonare il suo peccato.
Rispetto alle forme precedenti questa forma acquista la qualificazione della consapevolezza di un
rapporto con dio. Le altre forme sono soltanto umane. Solo quando l'Io si rende conto di esistere come
singolo di fronte a dio esso diventa infinito.
La fede è: che l'Io, essendo e volendo essere se stesso, si fonda in dio.
Il contrario del peccato non è la virtù ma la fede.
Il contrasto peccato-fede è il contrasto cristiano che trasforma nel senso cristiano tutte le determinazioni
di concetti etici (leggi: altre impostazioni etiche, pagane, umane), dando loro nuove dimensioni. A base
del contrasto sta il nuovo principio: “davanti a dio”.
Lo scandalo è l'arma del cristianesimo contro ogni speculazione umana. Il cristianesimo scandalizza
l'uomo attraverso la teoria della remissione dei peccati. Lo scandalo consiste in questo: che l'uomo
deve avere la realtà di esistere come singolo uomo davanti a dio. Questa idea del singolo di fronte a dio
non entra mai in testa alla speculazione, la quale non può che universalizzare fantasticamente i singoli
uomini nel genere (si parla di virtù umane definite tali dagli uomini). Lo scandalo è ammirazione
infelice, una specie di invidia che l'uomo prova per il dono che dio gli ha fatto. Più la passione
dell'uomo più lo scandalo, più è vicino alla fede e alla conversione, alla rinuncia a sé.

DEFINIZIONE SOCRATICA (PAGANA) DEL PECCATO

Il peccato è ignoranza: se un uomo commette un errore è perché non aveva una chiara (intellettuale)
visione del bene.
Qui non si ammette la dialettica tra volontà e intelletto. Il cristianesimo la introduce e dichiara che per
esserci il peccato è necessaria la volontà (quindi la consapevolezza).

Con ciò non sembrerebbe di andare di là dalla definizione socratica perché si direbbe: “La volontà del
male è manifestazione che l'uomo non ha compreso il bene”. Ma questa risposta mette in evidenza
come l'orgoglio umano nasconderebbe a esso stesso il proprio limite. Perciò il cristianesimo dice che il
peccato può essere compreso solo per rivelazione, perché l'uomo da solo non può comprendere cosa sia
il peccato; il cristiano dice: l'uomo può scegliere il male pur conoscendo il bene. Il peccato deriva dalla
volontà.

b) La disperazione della remissione dei peccati


Volere o non volere essere se stesso di fronte a dio:
I_ nella debolezza, non osare credere perché scandaloso;
II_ nell'ostinazione, che scandalizzata non vuole credere.

Solo che adesso:


I_ è disperatamente voler essere se stesso
II_ è disperatamente non voler essere se stesso

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Il peccato di disperare della remissione (perdono) dei peccati è lo scandalo. Lo scandalo è che dio tende
la mano all'uomo. La dottrina del peccato comincia con il riconoscimento del singolo, responsabile di
fronte a dio. La dottrina disgrega il concetto di massa. Lo scandalo è il peccato elevato a potenza.
(peccato contro Cristo)

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ULTIMA FORMA DELLA DISPERAZIONE.

Questa è dichiarare la falsità contro il cristianesimo. E' il più grande dei peccati ed è commesso contro
lo Spirito Santo. E' il passaggio dell'uomo dalla difensiva all'offensiva.

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