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PREZZO POLITICO

Mensile Anno III N. 1 APRILE-MAGGIO 2014

LOTTA
CONTINUA

La crisi stata il terreno ideale per il Capitale per accelerare la svalorizzazione economica e politica dellodierno proletariato.
Questi processi si sono affermati per lassenza di unazione collettiva robusta e radicata nella materialit sociale. Lunica variabile che pu spezzare il dominio sulle nostre vite la ripresa di un conflitto sociale non episodico nei luoghi della produzione
della ricchezza sociale e della riproduzione del sistema.

I DANNATI DELLA CRISI

MA QUANDO ARRIVANO I NOSTRI ?


Il ciclo economico in ripresa? il peggio alle nostre spalle? Se dal basso
guardiamo allo stato dell'economia
non si direbbe; gli ultimi dati sull'occupazione sono i peggiori da quando
si fanno rilevazioni di questo genere,
cio dal 1977. Ma anche volendo ammettere che la lunga parabola discendente abbia toccato il fondo e invertito
la rotta, non si pu pensare che ripresa voglia dire ripartire dagli stessi assetti sociali precedenti alla recessione.
La crisi non solo un passaggio distruttivo ma anche la costruzione di
nuove condizioni di funzionamento
del sistema. Questi cinque anni di crisi
hanno prodotto una nuova riorganizzazione del mercato del lavoro, liberalizzando ancor di pi le condizioni di
vendita e di acquisto della forza-lavoro, ristrutturando i processi produttivi
e ridefinendo le modalit di erogazione delle capacit lavorative.
L'uso capitalistico della crisi ha prodotto significativi cambiamenti che
influenzeranno nei prossimi anni le
condizioni materiali di esistenza dei
proletari. La recessione stata utilizzata da parte padronale per affrettare
quei processi che avanzano da almeno venti anni e che si muovono lungo
quattro direzioni:
- accelerare i processi di precarizzazione attraverso la sostituzione di
contratti di lavoro stabile con contratti
a tempo determinato; ora gli espulsi
dalle imprese in crisi entrano direttamente nella palude della precariet.
- rendere stabilmente instabile il
rapporto di lavoro per tenere costantemente sotto ricatto i lavoratori

e piegarli stabilmente al comando


dell'impresa.
- deprezzare il lavoro sia dal punto di
vista salariale, sia come condizione generale del lavoro stesso; una svalorizzazione che riduce il soggetto produttivo a merce usa e getta.
- individualizzazione del salario con
differenziazione retributiva a parit di
lavoro anche oltre il grande solco che
separa lavoratori stabili e precari; le
paghe individuali si diffondono anche
all'interno dei lavori con contratti a
tempo indeterminato. La crescita della
dispersione salariale pi che un valore
strettamente economico assume anche
una valenza di divisione e controllo
della forza lavoro.
La riorganizzazione del mercato del
lavoro non si tradurr prevalentemente
nella formazione di un grande bacino
di disoccupati in senso tradizionale,
come esercito industriale di riserva,
quanto piuttosto in un allargamento
della precariet strutturale. In altri termini non abbiamo davanti a noi una
realt in cui pochi lavorano ma una situazione in cui molti lavorano in modo
intermittente in condizioni di intenso
sfruttamento, sotto ricatto e con bassi
salari.
Il tanto invocato abbattimento del costo del lavoro, lo sgravio contributivo
a vantaggio dei padroni non potr che
essere realizzato attraverso ulteriori
tagli della spesa sociale sforbiciando
quello che rimane del welfare ereditato
dal passato.

Il problema di garantire le proprie


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Assumine uno per educarne cento


Manifesto per lamnistia sociale .
Non vi sono stati anni pi solarI: intervento di un compagno di
lotta continua.
Statuto 30 la ribellione elegante.
Nella giungla del trasporto e della logistica, lavorare oltre le regole e i diritti.
Alla ricerca della cassetta degli attrezzi per la lotta contro la
precariet.
Forconi contadini e forconi simbolici.
Mal di lavoro: quando il lavoro entra nelle persone e gli prende la
vita.
Documento del fronte popolare per la liberazione della Palestina.
Esistenza precaria: intervista ad un lavoratore metalmeccanico
precario.
Presentazione del blog della redazione di LOTTA CONTINUA.

ASSUMINE UNO PER EDUCARNE CENTO


Jobs Act: un altro passo verso la formazione del
precario-massa.
Nel solo 2013, il sesto anno della Grande Crisi, sono stati bruciati, secondo i
dati Istat, altri 413.000 posti di lavoro.
A fronte di questa drammatica realt
non cambiano le politiche del governi,
tutte orientate a creare le condizioni
legislative per accrescere la sottomissione di tutti i segmenti del neo-proletariato. Cos anche i provvedimenti del
governo Renzi, nel primo troncone del
tanto strombazzato jobs act, si muovono nella direzione di una ulteriore precarizzazione dei contratti di lavoro. Un
percorso che trova il suo inizio nel Pacchetto Treu emanato dal centro-sinistra
nel 1997.
Centri di potere sovranazionale, economisti, politici, organi dell'informazione
dominante sono uniti nel promuovere
la (falsa) convinzione che il problema
prioritario dell'occupazione non stia
nella domanda di lavoro insufficiente
ma nella supposta rigidit dei contratti di lavoro. L'idea guida che muove la ristrutturazione del mercato del
lavoro sempre quella secondo cui
procedendo a colpi di precarizzazione
si genera una crescita dell'occupazione. Un postulato smentito anche dalle
recenti ricerche empiriche dell'OCSE.

Individuato in questi termini il problema centrale, si procede con sempre


nuove massicce dosi di deregolamentazione, di flessibilizzazione, plasmando
in questo modo un mercato del lavoro
che offre una forza-lavoro del tutto sottomessa ai meccanismi produttivi.
Ad oggi il Jobs act non ancora completamente definito. Poco dato sapere
sui nuovi ammortizzatori sociali e sul
contratto unico a tutele crescenti;
questi ultimi, con altri provvedimenti
sono rimandati all'approvazione della
Delega al governo. Il decreto legge
Polettisi concentra, per ora, sulle materie dei contratti a termine e sull'apprendistato. Con una doppia estensione della precariet il decreto sposta in
peggio poche norme ma in modo tale
che il padronale Corriere della sera
pu scrivere che incider sul mercato del lavoro di pi che se fosse stato
abolito l'articolo 18. Quella che stata avviata una liberalizzazione senza
precedenti dei contratti a termine. La
Confindustria e le Cooperative del ministro del lavoro Poletti ringraziano!
Il contratto a tempo determinato potr
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LOTTA CONTINUA - 2

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MA QUANDO ARRIVANO I NOSTRI?


condizioni materiali di esistenza, la riproduzione
della propria vita, sar tutto caricato sulle spalle degli individui. Il lavoro (cio il proprio sfruttamento)
andr conquistato nella competizione sociale, spendendo in formazione, in tempo di ricerca, di raccolta
di informazioni, di colloqui, di stesura di curriculum,
ecc; sapendo che la competizione si vince dando la
disponibilit alla sottomissione dei ricatti quotidiani.
Una vita intera dedicata alla riproduzione del sistema: questo il destino che il capitalismo riserva ai
moderni proletari.
I padroni escono dal lungo ciclo di depressione economica con rapporti di forza tali da poter imporre
tempi, salari e forme contrattuali idonee a tornare a
spremere profitti.
La crisi stata il terreno ideale per il Capitale per
portare a compimento questi processi, per contrarre
il valore economico della forza-lavoro e complessivamente per indebolire la gi debilitata forza politica
del proletariato dentro gli odierni rapporti di forza
sociali.
Questo desolante panorama sociale si formato nella
assoluta incapacit (e mancanza di volont) di resistenza delle organizzazioni sindacali impegnate a riprodursi come mega apparati dispensatori di servizi.
Questa svalorizzazione economica e soprattutto politica di tutto l'odierno proletariato si potuta affermare per l' assenza di azione collettiva robusta e radicata
nella materialit sociale.
I soggetti proletari si devono conquistare le condizioni di esistenza ogni giorno, vivendo le tensioni dell'esposizione al rischio sociale, subendo l'alienazione e
lo stress dei nuovi rapporti di lavoro.
In questa realt, in questo mondo che non possono
pi dirci che il migliore possibile, in cui tutti i
segmenti proletari scivolano verso il basso, che fine
ha fatto il conflitto sociale?
Nella lunga deriva che seguita alla sconfitta degli
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ASSUMINE UNO PER EDUCARNE CENTO


essere rinnovato fino a 8 volte in un periodo di tempo
allungato fino a 36 mesi, con l'abolizione delle pause
obbligatorie fra un contratto e l'altro e con l'abolizione per tre anni di quel che rimane dell'articolo 18.
Trascorsi i tre anni l'imprenditore, per non incorrere nell'obbligo dell'assunzione, potr avviare nuovi
contratti a termine con nuovi soggetti. In questi contratti l'impresa non tenuta a spiegare i motivi per cui
ricorre a contratti a tempo determinato (acausalit)
anzich a tempo indeterminato. Secondo il ministro
Poletti la causale che giustificava il ricorso all'assunzione a termine (in teoria un'eccezione) era una
tortura, un blocco burocratico. Questi meccanismi del lavoro usa e getta erano gi in qualche
modo operanti, ora vengono legittimati con provvedimenti legislativi che evitano all'imprenditore fastidiosi contenziosi in tribunale. Le nuove legislazioni
del lavoro, emanate in questi anni di crisi, consentono
al padrone, assolutamente libero di rinnovare o meno
un contratto a tempo, di selezionare a suo piacimento
la forza-lavoro. Con in mano questi potenti strumenti
di ricatto l'impresa pu scegliere a suo piacimento il
lavoratore pi sottomesso e disposto ad adattarsi ad
ogni richiesta lavorativa.
Le pesanti trasformazioni renziane introdotte nei
contratti a termine sono un ulteriore tassello nella
tendenza generale alla precarizzazione: la condizione
precaria sempre pi accompagna tutto il ciclo lavorativo dei moderni proletari. Il Capitale pu disporre
liberamente di un ampio bacino di forza-lavoro, senza pi vincoli, senza quei lacci e lacciuoli che hanno caratterizzato i contratti di lavoro nei 40 anni del
dopoguerra. Quelle rigidit sono state via via smantellate dai modernizzatori del centro-destra e del
centro-sinistra entrambi fautori della deregolamentazione neoliberista.
La legislazione del lavoro in realt non ha fatto altro che registrare i cambiamenti in atto nei concreti
rapporti di lavoro e complessivamente nei rapporti
di forza fra Capitale e neoproletari, formalizzando a
livello legislativo i bisogni del neocapitalismo flessibile.
In questo caso la breccia stata aperta con la legge
Fornero che prevedeva gi la possibilit di stipulare
il primo contratto (della durata massima di un anno)

anni Settanta, in cui sono stati ridisegnati i modi di


produrre, i rapporti sociali, l'antropologia stessa, il
conflitto si ritirato dalla scena sociale fino a scomparire come soggetto protagonista dei cambiamenti,
come contro-potere, pi o meno forte, delle classi subalterne.
Abbiamo attraversato tre decenni in cui si diffusa
l'illusione che il conflitto sociale, cos come l'abbiamo conosciuto e praticato nel Novecento, potesse
essere sostituito dalla protesta, da movimenti di opinione, dalla semplice rivendicazioni di diritti civili,

da una sinistra plurale, dai movimenti post-materialisti, ecc., ecc. Non stato cos.
In questa transizione del dopo fordismo il Capitale
ha potuto cos riprendere il suo dominio, maledettamente materiale, occupando le nostre vite nel segno
del suo biopotere.
La disgregazione dei legami collettivi della nostra
classe stata il prodotto di radicali trasformazioni
nella struttura materiale della societ accompagnate
da un lavoro politico di distruzione degli spazi e delle
aggregazioni collettive nate dalle lotte di classe.
I nostri possono giungere solo dall'esplosione della
materialit delle condizioni di vita di un neoproletariato oggi frantumato e assoggettato riportando in
qualche modo l'azione collettiva nei luoghi di formazione della ricchezza sociale, di riproduzione del
sistema, contro i centri del potere diffuso e centrale.

A CHI ESITA
Bertolt Brecht

senza doverne motivare la causa; in un solo anno il


tempo si esteso a 3 anni: si sa Renzi si presentato
come il politico con la cifra della rapidit! Questo
significa che lavori potenzialmente stabili possono
essere gestiti con contratti a tempo determinato con
notevoli vantaggi in termini di costo del lavoro e di
persistente ricatto della scadenza e del rinnovo.
Le innovazioni introdotte nel contratto di apprendistato vanno nella stessa direzione. Sono note le caratteristiche dell'apprendistato: retribuzione irrisoria,
limitazioni fiscali per il datore di lavoro, possibilit
di aggirare l'obbligo di formazione dell'apprendista.
Prima del decreto Poletti la formazione dell'apprendista (il piano formativo) poteva (anche se aggirabile)
limitare l'abuso del contratto di apprendistato. Il piano formativo che doveva contenere alcuni obiettivi
da raggiungere come la durata in ore, le competenze
da acquisire, quale livello contrattuale raggiungere,
veniva consegnato all'apprendista all'atto della stipula del contratto.
Le nuove norme renziane aboliscono l'obbligo del
piano formativo e anche il vincolo di assumere almeno un terzo degli apprendisti prima di poter avviare
nuovi contratti di apprendistato. Inoltre le retribuzioni di un apprendista vengono fissate al 35% delle retribuzioni del livello contrattuale. Il tutto giustificato
con la parola chiave: semplificazione.
Pochi osservatori hanno rilevato le penalizzazioni
che andranno di fatto a colpire ancora di pi le donne. La possibilit di stipulare contratti brevi consente
di non rinnovare il contratto in caso di gravidanza,
evitando tutti gli inconvenienti del far firmare le
dimissioni in bianco. Il che significa anche, per molte
donne, non poter accedere alla indennit completa di
maternit.
Il senso complessivo della manovra renziana sul
mercato del lavoro va nella solita direzione: pensare di uscire dalla crisi erodendo le condizioni di vita
e di lavoro dei neoproletari. Offrire alle imprese la
possibilit di operare un turn over continuo, aprendo
una nuova ulteriore breccia per il travaso dalle forme
di lavoro stabile verso il lavoro precario sotto pagato,
una possibilit resa ancora pi agevole dallo smantellamento dell'articolo 18.
Gi oggi i nuovi contratti in Italia sono per il 68%
a tempo determinato; in provincia di Torino le nuove assunzioni sono per l'80% sotto forma di contratti
precari, il 16% a tempo indeterminato e il 4% contratti di apprendistato.
Da tempo la condizione precaria coinvolge, certo

Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si lavorato tanti anni
noi siamo ancora in una condizione
pi difficile di quando
si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi
pi potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha
preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si pu negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole dordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
Che cosa errato ora, falso, di quel che
abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro,
senza
comprendere pi nessuno e da nessuno
compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.
da Poesie di Svendborg

in modo diverso, un po' tutti i settori del neo proletariato; precariet e disoccupazione si sono consolidate
come dati strutturali e non passeggeri.
Ma questa condizione materiale si diffusa anche
come condizione esistenziale, sotto forma di percezione del rischio e dell'insicurezza sociale che
condiziona il modo di pensare, l'agire e il non agire,
producendo vissuti di solitudine, di senso di impotenza nei confronti di una realt percepita come immodificabile.
L'iniziativa di lotta sociale deve praticare gli obiettivi del salario sociale per precari e disoccupati, del
salario minimo per tutti i lavoratori. Sono i primi
strumenti di lotta generale per contrastare l'attacco
alle condizioni di esistenza dei moderni proletari, per
praticarne l'unificazione, per tornare a pensare e progettare un nuovo soggetto collettivo, la neoclasse dei
nostri tempi.

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Mensile Anno III N. 1 APRILE-MAGGIO 2014

Giustizia
liberare tutti vuol dir lottare ancora

Manifesto per lamnistia sociale


Negli ultimi mesi, fra alcune realt sociali, politiche
e di movimento, ma anche singoli attivisti e avvocati, nato un dibattito sulla necessit di lanciare
una campagna politica sullamnistia sociale e per
labrogazione di quellinsieme di norme che connotano lintero ordinamento giuridico italiano e costituiscono un vero e proprio arsenale repressivo e autoritario dispiegato contro i movimenti pi avanzati

case, si trovano a fare i conti con pestaggi, denunce e


schedature di massa. Un dispositivo di governo che
stato portato allestremo con loccupazione militare
della Val di Susa. Una delle conseguenze di questa
gestione dellordine pubblico, applicato non solo alle
lotte sociali ma anche ai comportamenti devianti,
il sovraffollamento delle carceri, additate anche dalla comunit internazionale come luoghi di afflizione

della societ.
Da tempo lOsservatorio sulla repressione ha iniziato a effettuare un censimento sulle denunce penali
contro militanti politici e attivisti di lotte sociali. Ora
abbiamo la necessit, per costruire la campagna, di
un quadro quanto pi possibile completo, che porter
alla creazione di un database consultabile on-line. Ad
oggi sono state censite 17 mila denunce.
Il nuovo clima di effervescenza sociale degli ultimi
anni, che non ha coinvolto solo i tradizionali settori
dellattivismo politico pi radicale ma anche ampie
realt popolari, ha portato a una pesante rappresaglia
repressiva, come gi era accaduto nei precedenti cicli
di lotte. Migliaia di persone che si trovavano a combattere con la mancanza di case, la disoccupazione,
lassenza di adeguate strutture sanitarie, la decadenza della scuola, il peggioramento delle condizioni
di lavoro, il saccheggio e la devastazione di interi
territori in nome del profitto, sono state sottoposte a
procedimenti penali o colpite da misure di polizia.
Cos come sono stati condannati e denunciati militanti politici che hanno partecipato alle mobilitazioni
di Napoli e Genova 2001 e alle manifestazioni del 14
dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma.
Il conflitto sociale viene ridotto a mera questione di
ordine pubblico. Cittadini e militanti che lottano contro le discariche, le basi militari, le grandi opere di
ferro e di cemento, come terremotati, pastori, disoccupati, studenti, lavoratori, sindacalisti, occupanti di

dove i detenuti vivono privi delle pi elementari garanzie civili e umane. Ad esse si affiancano i CIE,
dove sono recluse persone private della libert e di
ogni diritto solo perch senza lavoro o permesso di
permanenza in quanto migranti, e gli OPG, gli ospedali di reclusione psichiatrica pi volte destinati alla
chiusura, che rimangono a baluardo della volont
istituzionale di esclusione totale e emarginazione dei
soggetti sociali pi deboli.
Sempre pi spesso dunque i magistrati dalle aule dei
tribunali italiani motivano le loro accuse sulla base
della pericolosit sociale dellindividuo che protesta:
un diverso, un disadattato, un ribelle, a cui di volta
in volta si applicano misure giuridiche straordinarie.
Accentuando la funzione repressivo-preventiva (fogli di via, domicilio coatto, DASPO), oppure sospendendo alcuni principi di garanzia (leggi di emergenza), fino a prevederne lannichilimento attraverso la
negazione di diritti inderogabili. ci che alcuni giuristi denunciano come spostamento, sul piano del diritto penale, da un sistema giuridico basato sui diritti
della persona a un sistema fondato prevalentemente
sulla ragion di Stato. Una situazione che nella attuale
crisi di legittimazione del sistema politico e di logoramento degli istituti di democrazia rappresentativa
rischia di aggravarsi drasticamente.
Non quindi un caso che dal 2001 a oggi, con lavanzare della crisi economica e laumento delle
lotte, si contano 11 sentenze definitive per i reati di

devastazione e saccheggio, compresa quella per i fatti di Genova 2001, a cui vanno aggiunte 7 persone
condannate in primo grado a 6 anni di reclusione per
i fatti accaduti il 15 ottobre 2011 a Roma, mentre per
la stessa manifestazione altre 18 sono ora imputate
ed in corso il processo.
Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalit future urtando quelle
presenti. Le organizzazioni della classe operaia, i
movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno
storicamente fatto ricorso alle campagne per lamnistia per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i
propri militanti, le proprie componenti sociali. Oggi
sollevare il problema politico della legittimit delle
lotte, anche nelle loro forme di resistenza, condurre
una battaglia per la difesa e lallargamento degli spazi di agibilit politica, pu contribuire a sviluppare
la solidariet fra le varie lotte, a costruire la garanzia
che possano riprodursi in futuro. Le amnistie sono un
corollario del diritto di resistenza. Lanciare una campagna per lamnistia sociale vuole dire salvaguardare lazione collettiva e rilanciare una teoria della
trasformazione, dove il conflitto, lazione dal basso,
anche nelle sue forme di rottura, di opposizione pi
dura, riveste una valenza positiva quale forza motrice
del cambiamento.
Nel pensiero giuridico le amnistie hanno rappresentato un mezzo per affrontare gli attriti e sanare le fratture tra costituzione legale e costituzione materiale,
tra la fissit e il ritardo della prima e linstabilit e il
movimento della seconda. Sono servite a ridurre la
discordanza di tempi tra conservazione istituzionale
e inevitabile trasformazione della societ incidendo sulle politiche penali e rappresentando momenti
decisivi nel processo daggiornamento del diritto.
stato cos per oltre un secolo, ma in Italia le ultime
amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970.
Aprire un percorso di lotta e una vertenza per lamnistia sociale che copra reati, denunce e condanne
utilizzati per reprimere lotte sociali, manifestazioni,
battaglie sui territori, scontri di piazza e per un indulto che incida anche su altre tipologie di reato, associativi per esempio, pu contribuire a mettere in discussione la legittimit dellarsenale emergenziale e
fungere da vettore per un percorso verso una amnistia
generale slegata da quegli atteggiamenti compassionevoli e paternalisti che muovono le campagne delegate agli specialisti dellassistenzialismo carcerario,
allassociazionismo di settore, agli imprenditori della
politica. Riportando lattenzione dei movimenti verso lesercizio di una critica radicale della societ penale che preveda anche labolizione dellergastolo e
della tortura dellart. 41 bis.

Chiediamo a tutti e tutte i singoli, le realt


sociali e politiche ladesione a questo manifesto, per iniziare un percorso comune per
lavvio della campagna per lamnistia sociale.
A coloro che hanno a disposizione dati per il
censimento chiediamo di compilare la scheda
che pu anche essere scaricata dal sito www.
osservatoriorepressione.org

Schede e adesioni vanno inviate a:


osservatorio.repressione@hotmail.it
oppure amnistiasociale@gmail.com

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La nostra storia

NON VI SONO STATI ANNI PIU SOLARI


Pubblichiamo, qui di seguito, lintervento di un compagno, militante di Lotta Continua nella Milano degli anni 70, nel corso della presentazione del libro Senza tregua di Emilio Mentasti che si svolta al Csa Vittoria di Milano.
Pensare a quello che sono stati gli
anni 70 a Milano, ma non solo, non
si pu capirlo leggendo quella che
la vulgata generale, o meglio, io credo
che leggendo quanto scrivono gli uomini legati o appartenenti al Potere, ci
offre lesatto contrario. Purtroppo oggi
il vocabolario che usa il potere e moltissima parte anche dellopposizione
lo stesso; un tempo non era cos, e gi
questo ci indica qualcosa, la barricata
offre due posti: o di qua o di l.
Abbiamo sentito Emilio, lautore del
libro, e mi pare che questo aspetto sia
emerso con chiarezza, lirriducibilit
tra i due fronti era estremamente visibile in ogni aspetto, appunto dal linguaggio ai comportamenti. I rapporti di forza non erano dati una volta per tutte.
ma era una continua quotidiana lotta.
Per il ministro del Lavoro Maurizio
Sacconi, in un suo recente libro dal
titolo: Anni Settanta. I peggiori della
nostra vita, scrive che furono anni tetri. E Il Giornale di Sallusti, parlando
di questo libro titola larticolo: I terrificanti anni 1970.
Ancora oggi la borghesia ha paura di
quegli anni, gli anni 70 non sono passati, sono ancora qui, con i loro fantasmi, con i loro sogni, con le loro categorie di interpretazione del mondo.

Dico tutti non per modo di dire, nel


senso che tutti sapevano che vi erano
compagne e compagni che avevano
scelto di praticare diversi livelli organizzazione armata, e questo era a conoscenza davvero di tanti. In quel tempo
non si parlava solo di lotta armata o di
vari livelli di organizzazione, ma anche
di lotte nelle fabbriche, di occupazioni
di case, di organizzazione allinterno
dellesercito, di lotte nelle scuole, di
antifascismo militante, di lotta contro
il partito della DC nei quartieri, di lotta
dellallora nascente Comunione e Liberazione.
Cos succedeva che magari di notte
stavi dentro unoccupazione e poi di
giorno, mettendoti in malattia o infortunio, andavi in mezzo alle montagne o
in certe grotte ad allenarti, ad avere un
minimo di conoscenza delle armi. Questo era, non altro, anche se poi vero
che tra centinaia di compagni vi erano
quelli pi attenti a certi livelli diciamo
militari, piuttosto che coniugare politica e struttura.
Io credo che quanto viene riportato nel
libro, quel clima occorre collegarlo in
un contesto dentro il quale, a livello
nazionale, vi erano state delle stragi fasciste, assassinii di compagni per mano
dei fascisti e della Polizia, chiaramente

Hanno paura che qualcuno sia tentato


dallidea di rimettere in discussione,
come accadde negli anni Settanta, la
linea di confine che separa normalit
e follia: normalit come accettazione del presente, follia come osare
sognare un altro mondo possibile, da
realizzare ora.
Il libro di Emilio Mentasti, Senza tregua, storia dei comitati comunisti per
il potere operaio, apparentemente ci
invita e costringe ad andare indietro
con i ricordi, recuperare i sogni e la
memoria. Dico apparentemente perch
in realt i ricordi sono vivi e presenti,
i sogni sono gli stessi, la memoria vive
nel nostro quotidiano impegno, sono
gli stessi di oggi, in condizioni strutturali, politiche, economiche diverse, ma
quel desiderio e bisogno di giustizia
lo stesso.
Quella fase storica era caratterizzata da
una forte volont di esserci, una fase
in cui come viene riportato nel libro
esisteva la passione politica, il sogno,
la fortissima partecipazione senza delega, allora si aveva la precisa consapevolezza che occorreva esserci per
trasformare la societ, anche con luso
della forza, e lo dicevamo tutti.

tutti coperti dallo Stato, con decine di


morti, mica bombette. Bisogna poi collocare quella situazione in un contesto
internazionale: la vittoria dei vietnamiti
che scacciavano gli americani, le lotte
nei paesi baschi che il 20 dicembre del
1973 fanno letteralmente saltare in aria
Carrero Blanco, le lotte dellIRA per
lindipendenza nellIrlanda, il Cile con
il golpe di Pinochet l11 settembre del
1973, la questione palestinese ben viva
e presente, i Tupamaros in Uruguay,
insomma un contesto internazionale

ricco di avvenimenti ed in continuo


movimento.
Comunque voglio ribadire che alla base
di tutto vi era una forte volont e necessit di trasformazione dell'esistente,
non semplicemente un miglioramento,
questo non pensavamo fosse possibile
in quellambito di societ. In verit il
dopo ci ha solo confermato quellidea,
non lha minimamente messa in crisi.
Da allora la trasformazione si, c stata,
ma in una direzione contraria a quello

Continua eravamo noi giovani operati venuti dal sud a riempire piccole e
grandi fabbriche, a riempire quartieri
costruiti apposta per noi, erano gli studenti che rifiutavano ogni potere: famiglia, scuola e stato.
Pensare a Lotta Continua vuol dire immaginarsi una comunit di comunisti
che si dava alla politica con la generosit di chi vuole davvero cambiare,
di chi convinto della necessit di farlo, questo era e non altro. Purtroppo

che noi volevamo: la condizione attuale disgraziatamente arretrata proprio


perch noi abbiamo perso e padroni e
riformisti di allora hanno vinto. Hanno vinto quanti a noi si sono opposti
con ogni forma di repressione sino ad
arrivare alla tortura, a processi speciali
con condanne per svariati secoli di carcerazione, con assassini a sangue freddo. Loro hanno vinto e questa societ
quella per cui ci hanno combattuto,
e si sono battuti. Mi verrebbe da dire:
complimenti!
Cosa erano quegli anni? Innanzitutto
anni meravigliosi, laria che noi respiravamo era quella che ci faceva sentire umani completamente, anni in cui
viveva lindignazione a fronte di ogni
ingiustizia, davvero quelle parole del
Che le vivevano come pane quotidiano.
Noi proletari vivevamo nello sfruttamento consapevoli di questo e a questo
ci ribellavamo, avevamo la coscienza
ben sviluppata e determinata che la liberazione passava attraverso le nostre
mani o non passava. La storia anche
stavolta ci dice che cos stanno le cose,
ogni delega veniva vissuta come ulteriore catena, mentre noi avevamo iniziato a togliercele quelle catene.
Il mio percorso iniziato nel movimento
degli studenti passato poi allinterno
di Lotta Continua, una esperienza umana e politica importante e se pensate a
questa organizzazione non dovete avere davanti Sofri e gente come lui. Lotta

la storia la scrivono i vincenti e da chi


va al potere, da chi si vende e allora la
fotografia che ne viene fuori quella
di un'organizzazione di estremisti, di
persone senza arte n parte; non sto a
riportare fatti o nomi perch il libro
molto preciso in questo.
Aver attraversato quel periodo, quelle
tensioni ho sempre pensato fosse una
fortuna, io quel periodo lo ricordo ben
stretto e sono contento di esserci stato. Ecco, quegli anni loro li vogliono
ricordare come anni bui, di piombo, in
realt non vi sono stai anni pi solari, era lorgoglio ritrovato, a spingerci
nelle scelte, la consapevolezza di essere dalla parte giusta, ci riconoscevamo
nella classe degli sfruttati, avevamo
alle spalle la lotta partigiana, le lotte
operaie durante loccupazione nazifascista, quelle degli anni 60, ma insieme avevamo conosciuto lo sfruttamento, avevamo capito che quella societ
era ingiusta fin dalle radici e per questo
occorreva abbatterla, non era riformabile, e anche questo credo sia stato dimostrato in questi decenni noi saremo stati sconfitti, ma il riformismo non
ha avuto vita migliore.
Queste nostre scelte non sono state indolori per nessuno, un conflitto un
conflitto, la lotta di classe non un
pranzo di gala, ammoniva il compagno
Mao. Vi sono state molte vittime anche
dalla nostra parte, e qui stasera le voglio ricordare tutte, sono state parte di
noi, sangue del nostro sangue.

LOTTA CONTINUA - 5

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Laltra storia

ANNI DI PIOMBO, ANNI SPEZZATI O ANNI DI LOTTA DI CLASSE?


Sulluso politico della storia degli anni Settanta.
La controrivoluzione messa in atto
dalla seconda met degli anni Settanta
del secolo scorso ha prodotto profonde
trasformazioni delle forme produttive
e degli assetti sociali. I cambiamenti
nelle strutture socio-produttive e l'affermazione del pensiero neoliberista,
seguiti alla sconfitta del soggetto operaio, non potevano non essere accompagnati e giustificati da una riscrittura
della storia dell'azione collettiva che
ha segnato profondamente gli anni che
vanno dall'autunno '67 alla fine dell'80.
Per restare nel nostro paese la strategia
della revisione del passato ha aggredito fenomeni e vicende storiche su cui
si sono costruite identit collettive che
hanno sostenuto l'azione di imponenti
movimenti e progetti di liberazione. Ci
riferiamo in primo luogo all'aggressione nei confronti della natura della Resistenza e alla distorsione del significato
del ventennio fascista.
Un'operazione analoga si produce nei
confronti degli anni Settanta; nonostante i decenni passati quegli anni
continuano ad essere sotto la luce dei
riflettori della politica, dei mezzi di informazione e produttori della cultura
di massa. Lo dimostrano le recenti fiction ( gli anni spezzati) trasmesse in
prima serata, la produzione pubblicistica, i film, le presunte rivelazione fatte
uscire dal mondo dei servizi.
Quei lontani anni '70 continuano a far
parlare di s; quel decennio, mai troppo maledetto dal sistema dominante,
ancora oggi difficile da digerire, resta
un inaccettabile materiale troppo scottante.
Impossibile accettare l'assalto al cielo dei diseredati dal capitalismo, degli
operai, dei giovani studenti; quella loro
grande paura deve essere rimossa,
cancellata, demonizzata.
Gli apparati ideologici deputati alla
formazione dell'opinione pubblica, alla
creazione di egemonia culturale, continuano l'opera di deformazione dei
fatti, di appiattimento della realt su
facili slogan, di costruzione di miti, di
santificazione di personaggi che certo
santi non erano: Moro, Calabresi, Dalla Chiesa in primis.
Gli anni Settanta continuano ad essere
oggetto di un uso politico della storia
che come tale parla e modella a piacimento il passato ma guarda al presente
e al futuro.
L'obiettivo sempre lo stesso: avvelenare i pozzi dell'azione collettiva,
del progettare l'alternativa di sistema,

la liberazione dall'alienazione e dallo


sfruttamento, affinch nessuno possa
pi pensare di berci l'acqua n oggi n
in futuro.
L'operazione di riscrittura e di revisione del significato complessivo degli
anni Settanta, col tempo si approfondita e precisata, ha attraversato diversi
passaggi per approdare alla denominazione totalizzante di anni di piombo.
Dapprima si separato il buono dal
cattivo, opponendo un 68 modernizzatore, magari anche un po' romantico, ad un 69 del vogliamo tutto, dell'egualitarismo, del alla catena
siam tutti uguali. In questo modo si
scisso in due il secondo biennio rosso (68-69) la cui unitariet ha fondato
l'originalit e la lunga permanenza del
conflitto sociale. Tutta la complessit e
ricchezza di uno scandaloso decennio gettata nel calderone della notte
della Repubblica, un tempo fatto di
eccessi, di opposti estremismi che
oggi viene rappresentato come anni di
piombo.
In questa formazione della memoria
del Paese concorrono, andando nella
stessa direzione, gli intellettuali organici del centrodestra e del centrosinistra con l'intenzione di creare una
memoria condivisa per realizzare la
pacificazione nazionale. Un discorso a parte andrebbe fatto per il ruolo
che giocano gli eredi del Pci ma questo
ci costringerebbe a fare un'analisi pi
specifica.
Il piccolo schermo resta pur sempre
il mezzo ritenuto pi efficace per raggiungere significativi settori popolari
e per la capacit di costruire narrazioni egemoni, efficace nel colonizzare e
passivizzare le coscienze.
Quando lo storico militante (e anche la
storia in generale) smette di fare il suo
mestiere subentra il giornalista, mai
come oggi subalterno alla verit del
Potere. Oggi l'inchiesta giornalistica si
incontra quasi naturalmente con la ricerca dei complotti. Certo i complotti
in quel periodo c'erano eccome! Apparati dello Stato, servizi segreti, P2,
Gladio, fascisti di varia denominazione operavano per riformare il quadro
istituzionale nel senso di un presidenzialismo autoritario (do you remember
fanfascismo?). Su queste operazioni
la controinformazione, unita all'azione
collettiva, hanno spesso agito in modo
puntuale ed efficace. Non questo il
punto. La questione autentica che il
complottismo, non a caso oggi tanto di

moda nella corporazione giornalistica,


ha una connotazione ideologica, di
falsificazione della natura dei processi
reali. Nasconde i meccanismi profondi
della struttura del sistema da cui si origina il dominio di una classe sull'altra,
una classe che naturalmente da sempre
utilizza mezzi, istituzione, gruppi di
potere che sono pi idonei per imporre
il suo dominio allargto.
Il revisionismo sugli anni Settanta scava in profondit, costruisce una realt
in cui vengono cancellate le lotte di

spinta propulsiva e il riemergere di


movimenti di classe operaia. Agitazioni che rompono il recinto rivendicativo del sindacato con manifestazioni di
lotta e di autonomia che sfuggono alla
comprensione del movimento operaio
tradizionale.
Con tutti i limiti (anche grossi) che abbiamo avuto, siamo stati fra quei compagni che hanno interpretato e praticato
quella ripresa della critica marxista che
ha accompagnato le lotte proletarie, in
primo luogo a partire dall'esperienza

massa, sostituite da una sorta di guerra


per bande.
I produttori dell'egemonia culturale
della classe dominante hanno costruito
e tuttora costruiscono una narrazione
di quegli anni depurata dal lungo conflitto che ha come protagonista centrale quella nuova figura operaia che si
costituisce lentamente come soggetto
collettivo a partire dalla sconfitta della
Fiom alle elezioni della Fiat nel 1955.
Dal punto pi basso di una lunga parabola che ha espresso le sue manifestazioni pi alte e ricche nella primaveraautunno del '69 per chiudere, anche
simbolicamente, davanti ai cancelli di
Mirafiori nell'autunno del 1980.
Questo soggetto, forte dove si producono i profitti, riuscito ad accumulare
forza politica dall'incontro con i movimenti della scuola e dell'Universit e
con gli intellettuali che si stanno proletarizzando, perdono quel ruolo sociale
che avevano in passato e individuano
nella classe operaia in ascesa un soggetto sociale di riferimento.
Di quel lungo decennio gli odierni
funzionari al servizio della cultura
dominante mirano a cancellare quelle emergenti espressioni di autonomia
incompatibili con il normale funzionamento dell'organizzazione capitalistica
del lavoro e della societ.
Come Lotta Continua nasciamo proprio con l'emergere di queste lotte,
ci costituiamo dall'incontro fra i quadri di un Movimento Studentesco che
nell'Universit ha ormai esaurito la sua

dei Quaderni Rossi della rima met degli anni Sessanta.


Privilegiando la critica delle lotte,
la scommessa di Lotta Continua, dalla
nascita fino al suo scioglimento, stata quella di puntare su quei contenuti
di autonomia che emergono dal basso,
dai conflitti di fabbrica e sociali, agendo per estenderli, per organizzare il
rifiuto del lavoro salariato, la tensione
egualitaria, la ricchezza dei bisogni che
si scontrano con il sistema capitalistico. L'anomalia italiana, quel lungo
Sessantotto ha espresso una ricchezza
sociale che va ben oltre il radicamento
e la capacit di rappresentanza politica
nostra e di tutta la sinistra rivoluzionaria. La nostra ragione di esistenza
sempre stata dentro questa insorgenza
sociale, la nostra idea di comunismo
si sempre identificata con il movimento reale che abolisce lo stato di
cose presenti, lontana da ogni principio astratto e dal confezionare ricette
per le cucine dell'avvenire, come ben
diceva Marx.
Per chi, volendo interpretare quel periodo, si pone dal punto di vista della
centralit dell'autonomia dei movimenti della classe operaia e proletaria,
quel ciclo storico pu essere delimitato
da un lato dal sorgere del Movimento
Studentesco e dalle prime significative
lotte operaie nel 1967 (volendo anche
prima) e, nel punto finale, dalla sconfitta alla Fiat nell'80. Quei lunghi anni
Settanta, i suoi punti pi alti, i suoi limiti, i suoi esiti si giocano tutti sulla

6 - LOTTA CONTINUA

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piripiri

PROLETARI DENTRO LA CRISI


APPUNTI SUL MERCATO DEL LAVORO E SULLA CONDIZIONE SOCIALE DEL PROLETARIATO DELLA METROPOLI
TORINESE.

Con queste note vogliamo provare a interrogarci e a ragionare sui processi di cambiamento del mercato del lavoro e sullevoluzione della condizione sociale torinese, a partire dal nostro punto di vista, che quello del moderno proletariato.

crisi.

La fotografia della condizione economico-sociale del proletariato cittadino


ci rimanda l'immagine di una comunit
devastata da una guerra sociale condotta dall'alto verso il basso.
I processi sociali che hanno coinvolto
tutta l'area torinese negli ultimi decenni possono essere efficacemente
descritti con il termine di guerra al
proletariato metropolitano: alle sue
condizioni di vita, al salario, al reddito,
ai livelli di accesso ai servizi, al quadro
normativo del mercato e dei rapporti di
lavoro per come erano usciti dal ciclo
di lotte degli anni 60 e 70.
Il quadro generale delineato dai pi significativi indicatori socio-economici
non lascia dubbi: Torino si situa nella
fascia di maggior sofferenza fra le aree
metropolitane del Centro-Nord del paese.
La crisi, che ha fatto sentire i suoi
primi effetti a cavallo fra il 2008 e il
2009, calata su una realt gi fragile,
da tempo col fiato corto, erodendo ulteriormente livelli di reddito e condizioni
di vita di ampi settori del proletariato
cittadino. Ad aggravare questa situazione bisogna sottolineare che la crisi
si abbatte su un territorio metropolitano storicamente impreparato, che non
attrezzato per convivere con processi
di impoverimento della portata di quelli che stiamo vivendo.
Torino stata una agglomerazione urbana con un profilo di forte concentrato di industrialismo, che ha praticato,
caso unico in Italia, un fordismo intensivo fondato sul ciclo dell'automobile;
questa identit ancora presente nella memoria collettiva. Questo pesante
passato ha lasciato un segno nella cultura cittadina fondata sulla cultura del
lavoro, sulla certezza del lavoro inteso
come base materiale con cui vivere il
presente e progettare il futuro. Le voci
dei disoccupati e dei cassaintegrati ci
raccontano l'impreparazione e lo smarrimento di fronte all'aggressivit della

Da tempo, prima ancora dell'emergere


della crisi economica, la sofferenza di
Torino viene fatta rientrare nella categoria delle nuove povert. Si tratta di
un fenomeno indagato, in particolare,
da Antonella Meo, docente di Metodologia della ricerca sociale e di Processi
e relazioni interculturali all'Universit
di Torino e da Marco Revelli, sociologo da sempre attento alle trasformazioni sociali cittadine, docente di Scienza
della politica, alla guida della Commissione d'Indagine sull'Esclusione Sociale (CIES).
Il quadro che emerge dal Rapporto del
CIES, dedicato ad alcune grandi citt
fra cui Torino, consente di individuare ampie situazioni di difficolt che
trovano una spiegazione sia nei fenomeni congiunturali, sia nei processi
strutturali. Infatti le odierne condizioni di sofferenza sociale derivano solo
in parte dall'irrompere e dal persistere
della recente crisi economica perch
affondano le radici nei processi di trasformazione pi profondi, di pi lungo
periodo, della struttura produttiva e del
mercato del lavoro.
L'attenzione dei mezzi di informazione, degli osservatori istituzionali, degli
operatori sociali e dei gruppi di volontariato si concentra spesso su quei
fenomeni che rientrano nella recente
categoria delle nuove povert.
Perch nuovi poveri? perch i soggetti colpiti sono diversi rispetto al
passato, in quantit e soprattutto come
figure sociali. Nei decenni che abbiamo alle spalle, la povert veniva associata a tutti quei profili riconducibili
alla marginalit, all'esclusione sociale, insomma povero era l'homeless,
il senza casa, chi era soggetto a forme
di dipendenza di vario tipo , a disturbi
mentali e naturalmente il disoccupato,
colui che cadeva al di fuori dal rapporto di lavoro.
Oggi non pi cos. Oggi l' impoverimento ha raggiunto anche chi dentro

i processi diretti di produzione e di riproduzione del sistema. L'insicurezza


e il rischio sociale coinvolgono anche
coloro che sono inclusi, che sono
interni ai meccanismi del sistema.
Nel fordismo maturo l'impoverimento
era il destino del disoccupato, escluso
dal lavoro e quindi dal reddito, dalla casa, da determinati servizi sociali,
quindi confinato nell'esclusione sociale. Chi lavorava, certo in condizioni di
sfruttamento anche estremo, non era
considerato povero, relativamente alle
condizioni del tempo. Questo sistema
di inclusione/esclusione sociale oggi
saltato e la crisi non fa che renderlo
visibile in modo indiscutibile: il confine fra le due condizioni diventato
molto meno netto di un tempo. L'orizzonte della povert si avvicina per
precari, famiglie monoreddito, donne
sole, lavoratori dequalificati ma anche
per laureati e, in alcuni casi, segmenti
di ceto medio indebitato.
La povert odierna ( qui a Torino con
particolare evidenza) trova il suo fondamento nei nuovi assetti del capitalismo che hanno prodotto un'ampia
zona grigia di proletariato che vive
costantemente sull'orlo del precipizio.
La figura esemplare, paradigmatica, di
questa condizione e che compare prima ancora dell'esplodere della crisi il
povero che lavora, il working poor.
Come vedremo pi avanti, l'organizzazione del lavoro che si definisce a partire dalla fine degli anni 70, ha modificato il tipo di domanda di forza-lavoro
e la stessa struttura del mercato del lavoro, producendo le odierne condizioni
sociali del proletariato.
Quindi oggi si materializza questa figura di povero al lavoro che un po'
la sintesi delle ultime trasformazioni
del capitalismo, un soggetto che, in
momenti di forte crisi economica come
questa, precipita in una condizione peggiore: quella del disoccupato. Ma oggi
i confini fra lavoratori poveri, precari e
disoccupati sono molto meno netti di
un tempo e questo un dato importante
per chi, come noi, vuole costruire un
progetto politico.

centralit di quel soggetto collettivo,


sulla sua capacit di iniziativa, sulla
sua tenuta. Quando viene sconfitto dalla profonda ristrutturazione produttiva
che aggredisce le grandi concentrazioni produttive, tutti chiudono, chi prima
chi dopo. Nessun altro soggetto sociale raccoglie quel testimone, nemmeno
l'operaio sociale teorizzato da Negri
e dalle componenti dell'Autonomia
Operaia organizzata.
Si possono anche interpretare quegli
anni come storia di scontri di piazza,
operazioni dei servizi segreti, trame di
gruppi occulti, complotti, dilagare di
gruppi armati. Questi aspetti c'erano
ma costruire una narrazione degli anni
Settanta sulla base di questi dati vuol
dire riscrivere quella storia, nasconderne la ricchezza e depotenziarne il
significato di azione collettiva di opposizione al funzionamento del sistema
capitalistico.
E' questo il bersaglio grosso che

vogliono colpire le narrazioni dominanti sui supposti anni di piombo;


mettendo in scena un tempo fatto di
violenze, di terrorismo, si vuol costruire l'equazione per cui l'azione collettiva autonoma dal potere conduce inevitabilmente alla degenerazione violenta,
al terrorismo.
Esemplari, per queste considerazioni,
sono state le tre storie mandate in onda
da Rai 1 all'inizio di quest'anno nella
fiction Gli anni spezzati: Il commissario (Calabresi), Il giudice (Mario Sossi), L'ingegnere, un personaggio di fantasia che interpreta un ingegnere della
Fiat negli anni 79-80.
E' proprio quest'ultima storia che si
presenta come un'operazione ideologica forte che, partendo dalla Torino di
fine decennio, mira a costruire un immaginario da estendere a tutti gli anni
Settanta.
In quegli anni Torino era un grande
coro di persone che aspettava la fine di

un inverno durato per troppe stagioni,


ma anche la speranza di una primavera
che sembrava non arrivare mai.
Con questa dichiarazione, politicamente schierata, della voce narrante dell'ingegnere protagonista inizia il film che
presentandosi come una storia personale, a tratti intimista, fornisce un'interpretazione dello scontro fra Fiat e
operai. Una rappresentazione filmica in
cui la tensione sociale, l'incubo durato
un decennio, tutto da imputare alle
lotte operaie e alle loro rivendicazioni,
alla conflittualit sociale che rompe la
pace sociale. Eppure due mesi prima dell'autunno '80 la strategia della
tensione metteva a segno la strage alla
stazione di Bologna con 85 morti e 200
feriti; un tragico evento di cui non c'
traccia nel film!
Gli operai sono rappresentati, davanti
alle porte della fabbrica, come soggetti
incazzati, violenti, irrazionali oppure
compaiono nei bar mentre riposano,

PRIMA PARTE

Nuove povert e lavoratori poveri.

Prima della crisi, nel 2007, i dati dell'area euro (che rileva questa condizione
dal 2003) ci dicevano che la povert relativa dei lavoratori interessava
l'8-10% del totale, arrivando a valori
vicini al 20% per i lavoratori a tempo
determinato. Nello stesso anno la popolazione a rischio povert relativa era
pari al 18% della popolazione, mentre
il 25% era il dato del rischio della povert minorile. Nel 2007 la spesa italiana per il contrasto alla povert era di
circa 11 euro per abitante contro i 503
dell'Olanda, i 323 della Norvegia, i 273
della Danimarca, i 118 della Francia, i
91 della Grecia.
D'altra parte, prima ancora dell'esplodere della crisi, il valore dei salari
medi netti italiani si collocava al 23
posto sui 30 paesi dell'OCSE ( i paesi pi sviluppati). Detto tra parentesi
questo dato abbassa di fatto la soglia
della stessa povert relativa, rispetto
agli altri paesi dell'Unione Europea,
essendo questa un valore relazionale
e non assoluto. Da uno sguardo veloce
sulla condizione sociale metropolitana
risulta poi evidente che il problema del
reddito ha ricadute immediate sulla crisi abitativa, sull'accesso alle cure, alla
formazione, ai trasporti, sul pagamento
delle bollette. Gli indicatori pi significativi sul peggioramento, strutturale e
congiunturale, delle condizioni di vita
del proletariato sono numerosi e non
il caso di soffermarsi troppo su questi
numeri. Risulta evidente che la problematica del reddito assume una decisa
centralit per le condizioni sociali e per
i programma di lotta di tutti i segmenti
del proletariato odierno.

mai mentre lavorano in catena. Il loro


essere soggetti sociali portatori di interessi e di una visione collettiva nel film
non esiste e non potrebbe esistere per i
tempi in cui viviamo.
Con la marcia dei 40.000 si era chiusa
una stagione da incubo iniziata a piazza Fontana il 12 dicembre 1969 . Con
queste parole l'ingegnere chiude e ci
consegna la sua morale di tutto il decennio.
Resta enorme il lavoro da fare da parte
di una storia militante che voglia assumere il punto di vista dei movimenti di
classe degli anni Settanta. Ci sar forse
bisogno della presenza e della forza di
grandi movimenti che, per darsi una
prospettiva storica, ricercano gli elementi di continuit della storia delle
lotte delle classi subalterne.

Continua sul prossimo numero...

LOTTA CONTINUA - 7

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piripiri

NELLA GIUNGLA DEL TRASPORTO E DELLA LOGISTICA


LAVORARE OLTRE LE REGOLE E I DIRITTI
Nellodierna organizzazione del lavoro e della distribuzione i settori del trasporto e della logistica hanno assunto unimportanza strategica
che non ha precedenti nel passato. Sono gli anelli di congiunzione fra luoghi di produzione disseminati sul territorio e fra produzione, centri
di vendita allingrosso e vendita al dettaglio.
Logistica e trasporto sono di fatto delle strozzature del ciclo produzione-distribuzione, attualmente gestite (specie nel nostro paese) attraverso luso prevalente del lavoro umano. In questi ambiti si mettono in atto forme di sfruttamento feroci e anche forme di resistenza molecolari, spesso sotterranee che solo negli ultimi tempi sono venute in superficie con rivendicazioni sui tempi, sui livelli salariali con richieste
di applicazione del Contratto Nazionale.
Queste imprese operano in settori di forte concorrenza e comprimono i prezzi scaricandone i costi sul lavoro dei facchini e degli autisti.
Lintroduzione massiccia delle cooperative in questi gangli della moderna produzione uno dei dati centrali. Le cooperative, oramai lontanissime dalloriginario spirito mutualistico, svolgono di fatto la funzione (illegale) di intermediazione della manodopera.
Luigi (nome di fantasia) autista in una piattaforma logistica della periferia Sud della metropoli torinese ci ha raccontato la situazione della
sua realt lavorativa.
Collettivo d'inchiesta e conricerca: iniziamo cercando di capire i rapporti di lavoro in una piattaforma logistica a partire dall'esperienza concreta di un
lavoratore. Vuoi provare a spiegare i meccanismi di
un'azienda come la tua?
Luigi: l'impresa dove lavoro di dimensioni mediograndi, la sua organizzazione prevede una divisione
del lavoro fra magazzinieri e autisti; io faccio l'autista. La particolarit principale di imprese come queste l'affidamento del lavoro a cooperative tramite
appalti.
Per la mia esperienza queste imprese prima di tutto
cercano di non gestire direttamente il trasporto; loro
dicono che con il trasporto ci rimettono e preferiscono appaltarlo a una o pi cooperative. Ma attenzione!
Non si tratta mai di un appalto vero e proprio perch
lo danno ad una finta cooperativa, sono sempre loro
che gestiscono il lavoro, come pi gli conviene. Infatti sono i dirigenti dell'impresa a decidere chi far
guidare i camion, quali mezzi caricare, quali giri far
fare.
In sostanza l'azienda scarica le responsabilit di incidenti sulla cooperativa appaltante.
Perch il problema vero proprio questo. Noi facciamo turni di lavoro massacranti, di 10-12 ore, anche 15 ore al giorno. E' chiaro che se questi tempi
fossero limitati a periodi particolari, come nelle feste
natalizie, potrebbero anche essere sopportabili per un
autista, ma questi orari sono la norma.
Inoltre noi non siamo i classici autisti che arrivano a
destinazione ed finita l, noi dobbiamo anche farci
lo scarico merci. Siamo nel disagio pi assoluto, andiamo a lavorare al mattino presto per velocizzare le
operazioni di carico, perch anche questo dobbiamo
fare; e allora vatti a cercare la roba nel magazzino e se
ti porti via qualcosa che non dovevi te l'addebitano.

Cic: mi dicevi che recentemente avete avuto un cambio di appalto; in molti casi un nuovo appalto significa anche cambiamenti nei rapporti di lavoro. Cos'
successo da voi?
Luigi: prima avevamo dei mascalzoni, ma lasciamo
perdere. Questi nuovi arrivati si sono presentati dicendo: siamo parte di un grosso consorzio di cooperative, noi vogliamo rispettare il Contratto nazionale
della logistica. Ci siamo stupiti, sar la volta buona
che vediamo dei cambiamenti, ci siamo detti. Sono
arrivati con al seguito la Cisl e la prima cosa che ci
dicono stata: meglio che fate le tessere al sindacato, cos mettiamo ordine nella vostra situazione
Cic: qual stata la reazione dei lavoratori?

Luigi: da noi i lavoratori non erano abituati ad avere


un rapporto con il sindacato; si sono iscritti alla Cisl
pensando di essere tutelati. Ora in questo passaggio
di appalto successo che la nuova cooperativa per
tutto il mese di settembre ha monitorato l'organizzazione del lavoro, ha fatto uno studio scientifico.
In sostanza venuto fuori che c'erano un 120 ore
mensili di straordinario per persona oltre alle quasi
190 di orario contrattuale. Ci dicono che questa situazione bisognava normarla, come ci hanno detto, e per normalizzarla hanno preso un sindacato di
comodo, si son portati dietro la Cisl. Vengono due
cislini, diciamo che fanno una trattativa e buttano gi
un accordo che forfettizza la straordinario a due ore
mensili! In pi danno una trasferta di 21 euro a tutti i
dipendenti indistintamente, a prescindere dal viaggio
che si fa. Una cosa senza senso perch la diaria va
valutata in base alla distanza e al lavoro che si fa.
Insomma viene un sindacato che fa da consulente al
padrone, che si adopera a dare una verniciata di legalit a situazioni dove le regole non esistono.
Da noi un ciclo continuo, 7 giorni su 7, viaggiando notte e giorno, sabato, domenica e festivi, Natale
e Capodanno. Prima avevamo un delinquente che ci
dava tredicesima e quattordicesima usandole come
retribuzione per alzare i salari, usava anche gli assegni familiari come parte della retribuzione, al di fuori
di ogni logica.
Cic: come valuti la nuova situazione che si venuta
a creare?
Luigi: come la valuto? questi si sono presentati sbandierando il Contratto Nazionale ma non c' rispetto
delle norme contrattuali: non vengono pagati gli straordinari effettivi, i disagi turni, non viene pagata la
notte, il lavoro di facchinaggio che facciamo.

Abbiamo cercato di togliere gli iscritti alla Cisl, era


l'unico modo per prendere forza. Abbiamo cominciato a fare iscritti come Sicobas e ora siamo in maggioranza, in un mese abbiamo ribaltato la situazione.
La gente si rende conto che perde pezzi di salario.
Perch non sono poi i 100-200 euro di salario in confronto al fatto di lavorare in una situazione di rischio.
Facendo anche 15 ore di lavoro al giorno, guidando
un mezzo pesante, prima o poi ci scappa il morto. Tre
di noi hanno perso la patente perch non facevano le
pause e sono stati subito licenziati dalla cooperativa:
la responsabilit sempre nostra!
Come sindacato abbiamo cercato di avere un incontro con la dirigenza, questi ci convocano per dirci che
non trattano con noi. Una settimana fa, spinti dal fatto che abbiamo continuato a fare pressione sulla gente, la Cisl di nascosto, senza fare nessuna assemblea,
ha concluso un nuovo accordo. Ora ci pagano 15 ore

di straordinario per a due condizioni, cio con l'obbligo di superare le 12 ore di lavoro giornaliere e al
sabato di superare almeno le 6 ore di lavoro.
Cic: nella vostra situazione quali sono i rapporti che
la committenza intrattiene con la cooperativa a cui
appalta il lavoro?
Luigi: i rapporti non sono mai chiari, c' sempre una
sovrapposizione. Succede che sono le stesse persone
che stanno nel Consiglio di amministrazione che costituiscono la cooperativa a cui poi danno l'appalto.
Dopo qualche anno chiudono la cooperativa, chiudono l'appalto e le stesse persone aprono una nuova cooperativa con un nuovo nome e noi si ricomincia da
capo oppure si peggiora. In ogni caso committenza e
cooperative vanno sempre a braccetto.
La nuova cooperativa ha chiesto all'impresa di non
fare sovraccarichi sui mezzi per non prenderci verbali e la sospensione del contoterzi. Qual stata la
reazione della committenza? non me ne frega un
cazzo, il lavoro l'abbiamo sempre fatto cos e cos
continuiamo a farlo
Si sta dentro una situazione di ricatto continuo, non ci
sono n regole n diritti e in questa situazione difficile trascinare la gente. Tutto si risolve in un rapporto
individuale fra le dirigenze e il lavoratore e questo
sempre la parte pi debole. Facciamo lavori usuranti
e non possibile andare avanti in queste condizioni
per chiss quanto tempo.
Se arrivo al punto di vendita mica sto fermo, mica
nessuno mi viene a prendere la roba, gliela devo portare io, lavoro mio; altro che 47 ore contrattuali di
lavoro discontinuo! Le pause non esistono, come autisti si fa il lavoro di facchinaggio, si scaricano i camion, per quel tempo lavorato nessuno ce lo paga.
Abbiamo anche un appalto per una ditta di ristorazione che paga anche il facchinaggio alla committenza.
Abbiamo chiesto di girare il compenso di facchinaggio agli autisti, cosa ci hanno risposto? non se ne
parla nemmeno, quella l'unica forma di guadagno
che abbiamo con quel lavoro!

www.lottacontinua.eu

LOTTA CONTINUA - 8

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piripiri

ALLA RICERCA DELLA CASSETTA DEGLI ATTREZZI


PER LE LOTTE CONTRO LA PRECARIETA
Collettivo dinchiesta e conricerca

Pubblichiamo una prima parte di un percorso di confronti che intendono mettere a fuoco alcune tematiche centrali per avviare unazione
collettiva nellambito della precariet/disoccupazione.
Labbiamo pensata come una pre-inchiesta indispensabile per raccogliere il materiale di orientamento per una inchiesta vera e propria,
quantitativamente allargata.
Abbiamo messo a confronto quattro situazioni di precariet. Si tratta di due ex lavoratori metalmeccanici, a suo tempo iscritti alla Fiom,
di cui uno delegato in una fabbrica di Beinasco che ha chiuso circa tre anni fa e due giovani lavoratori precari che si definiscono studenti
universitari a tempo perso, fuoricorso, che hanno partecipato alle lotte contro la riforma Gelmini-Tremonti.
Collettivo d'inchiesta e conricerca: negli ultimi anni
si scritto e parlato molto della condizione precaria.
Abbiamo a disposizione un'ampia letteratura che ha
sviscerato la precariet un po' da tutti i punti di vista, dalla condizione esistenziale a quella economica,
dall'identit psicologica e sociale ai dispositivi della
precariet stessa. Molte interviste hanno raccontato
la sfiga di essere precario.
Pochi passi in avanti sono stati fatti dal punto di vista della messa a punto degli attrezzi necessari per
affrontare con un conflitto politico questa condizione
che oramai dilaga nella societ e si presenta come la
condizione dominante della vita dei proletari moderni.
Vogliamo aprire un ragionamento che, dando per
acquisito lo statuto economico-sociale-esistenziale
del precario, intraprenda un percorso di confronti e

che hai imparato a padroneggiare al lavoro, nel mondo della fabbrica, non vale pi nulla, non ti serve pi
a niente perch ti chiedono lavori che non sai fare.
Usano parole di cui non conosci il significato e ti accorgi che la tua azienda ti ha deteriorato anche le tue
capacit professionali. Ti viene richiesto da un momento all'altro di adattarti, devi avere una capacit di
adattamento che non hai sviluppato pi di tanto. Tu
eri abituato al tuo tran tran e ti arriva una mazzata che
nemmeno pensavi potesse arrivare nel tuo futuro. Allora in questo disorientamento fai le file agli sportelli
di uffici che non sai nemmeno cosa possono offrirti
veramente. Rispondi a domande, compili fogli, sei
costretto ad affidarti a questa burocrazia che alla fine
non ti d nulla...appena c' qualcosa la chiamiamo.
Poi si dice, si parla della solitudine del disoccupato,
ma l'esperienza che ti fa capire che non c' nessuno

Giuseppe: ritorno su quello che dicevo prima. In


cosa si concretizzano questi servizi per il lavoro? I
Centri per l'impiego sono prima di tutto una macchina burocratica che produce della carta, fa un lavoro
amministrativo. Produce statistiche, controlla lo stato della disoccupazione involontaria e la sua durata,
elabora e compila schede professionali e queste cose
qui.
I risultati come esiti positivi nella ricerca del lavoro
sono irrilevanti, ce lo dicono le statistiche. Al pi il
Centro per l'impiego fa una preselezione ma i contatti che ha con le imprese sono pochi e il cosiddetto incontro fra domanda e offerta di lavoro molto
limitato. Insomma sono una macchina che produce
statistiche, che fa il monitoraggio del mercato del lavoro, orientamento, convegni, tavole rotonde...sono
un contenitore di curriculum.
Fabio: ora dovrebbero arrivare i fondi per la Garanzia Giovani, un programma europeo per i giovani disoccupati, 9 miliardi per tutti i paesi, di cui
1,5 miliardi per l'Italia. Si parla della trasformazione
dei Centri per l'impiego in Agenzie di transizione
e gi si discute su come spartirsi la torta. Da quel che
ho capito si contendono il bottino i servizi pubblici
e quelli privati. L'intenzione quella di premiare la
collocazione di giovani disoccupati in una realt lavorativa. Gi si parla, con termini inglesi, di strategie
per agguantare il premio. Ad esempio selezionare i
soggetti pi facili da collocare al lavoro, fare accordi
fra datori di lavoro e Agenzie per spartirsi il premio.

ragionamenti sugli attrezzi dell'azione collettiva.


Questo per noi vuol dire iniziare ad interrogarci su
quali organismi pubblici e privati il precario-disoccupato incontra nel suo territorio, a chi si affida per risolvere i suoi problemi, quali risposte trova, di quali
strumenti avrebbe bisogno. Comincerei col provare a
capire quali funzioni svolgono i servizi per il lavoro, anche provando ad individuare quale ruolo politico assumono rispetto al fenomeno della precariet.
Domenico: dal momento che sono il pi vecchio
faccio un'osservazione preliminare partendo anche
dalla mia esperienza; voglio far capire uno dei grossi problemi che deve affrontare una certa tipologia
di disoccupato che, con la crisi, comparsa in citt.
Mi riferisco a quei lavoratori che, avendo un lavoro sicuro, si sono trovati da un momento all'altro, in
una condizione di completo smarrimento. Senza pi
nessun riferimento che sia nell'ambiente dei colleghi,
che sia il sindacato e anche con la vergogna di dover
affrontare in famiglia, con i figli, questa situazione.
La difficolt a farti una ragione di una realt, quella
della disoccupazione, che sicuramente conoscevi, ma
non la conoscevi veramente perch non l'avevi mai
vissuta sulla tua pelle. Sono lavoratori che nemmeno
sanno cosa, dove sono, come funzionano i Centri per
l'impiego. Insomma c' questo grande smarrimento
perch prima eri dentro un mondo conosciuto, con le
sue regole con cui avevi imparato a convivere, che
magari non ti piaceva ma che sapevi come affrontare.
Poi ti trovi di fronte ad un mercato del lavoro che ha
delle regole, scritte e non scritte, che non conosci. Ti
rendi conto che le tue abilit sono vecchie, che quello

che sta dalla tua parte. Quando vai in uno di questi


uffici lo senti che quelli sono l solo per guadagnarsi
uno stipendio.
Giuseppe: da quando arrivata la crisi si fa un gran
parlare dei servizi per l'impiego, sembra che il
problema dell'occupazione stia tutto l. Se non cala
la disoccupazione perch non c' l'incontro fra chi
cerca il lavoro e chi lo richiede! E allora ti arrivano i
politici, i professori della Bocconi con le loro ricette,
le raccomandazioni dell'Unione Europea, le proposte di riforma dei Centri per l'impiego, le vetrine che
fanno notizia e spettacolo come quella di Io lavoro
qui a Torino.
Prima c'era il collocamento pubblico con il sistema
della chiamata numerica; il disoccupato si iscriveva
in una lista e veniva messo in una graduatoria, il datore di lavoro mandava una richiesta di lavoro specificando la qualifica. Poi dall'inizio degli anni 90 si
passati alla richiesta nominativa, quindi nel 97 Treu
ha liberalizzato l'intermediazione per il lavoro aprendo al privato. Cos le Agenzie per il lavoro private si
sono buttate in questo nuovo affare con i risultati che
sappiamo.
Fabio: nei primi tempi le Agenzie per il lavoro sono
state oggetto di critica e anche di qualche azione di
contestazione. Ora sono accettate come fossero uno
cosa normale, come se fosse normale fare soldi sulla
pelle dei precari e dei disoccupati. Questo la dice lunga su quanto siamo indietro nelle nostre iniziative di
lotta e nel fare chiarezza su quale funzione svolgono
questi servizi per il lavoro.

Roby: credo che noi dovremmo capire bene la funzione politica dei servizi per il lavoro. Far capire che
sono servizi per l'impresa, che non fanno un lavoro
per il disoccupato ma operano per i bisogni dell'imprenditore, anche utilizzando soldi pubblici.
Dentro questi posti ti selezionano, ti classificano, ti
mettono dentro una graduatoria. Si classificati come
schiavi moderni, inseriti dentro delle fasce. Sono dei
gestori del mercato del lavoro per conto delle imprese, tu sei una merce che va profilata come dicono
loro e poi il compratore fa la sua scelta!
Cic: quindi a livello di istituzioni pubbliche e private il precario-disoccupato incontra i cosiddetti servizi per il lavoro, i Centri per l'impiego, la varie
Agenzie per il lavoro che lo testano, lo classificano,
lo profilano. Un insieme di organismi che si sono
diffusi con l'aumento dei problemi occupazionali e
che a loro volta sono diventati un lavoro che produce
profitti con risultati effettivi alquanto scarsi. Perch
quando l'obiettivo quello di far incontrare offerta
e domanda di lavoro, se manca la domanda non pu
esserci incontro. In compenso questi servizi per il
lavoro consumano direttamente o indirettamente una
parte del valore sociale prodotto dai proletari.
Cambiamo ora il punto di vista, poniamoci dalla parte dei reali interessi di chi senza lavoro. Proviamo
a guardare le cose con l'obiettivo di creare una forza sociale che rappresenti la condizione dell'odierna
precariet, che possa trovare le parole e le azioni per
interpretarne, in modo conflittuale, i reali bisogni.
Partiamo da un problema che non riesce ancora a trovare risposte, cio quello degli strumenti, dei dispositivi di aggregazione e di organizzazione, degli spazi
in cui i proletari senza lavoro possano incontrarsi e
organizzare l'azione collettiva.
Roby: noi oggi si parte praticamente da zero, non c'
nulla e nessuno che in citt si occupi realmente dei
precari e dei disoccupati. Non si conosce veramente
questa condizione, perch Torino non ha un passato,

LOTTA CONTINUA - 9

Mensile Anno III N. 1 APRILE-MAGGIO 2014

piripiri
non ha una storia di precariet e disoccupazione ad
un grado cos elevato.
Certo in passato ci sono gi state situazioni del genere, ma oggi diverso, oggi queste situazioni sono
generali, oggi c' la crisi, quella vera, non ci sono
prospettive, non c' futuro. Come diceva prima Domenico questa realt ci disorienta, siamo soli e senza
riferimenti sociali.
Quali possano essere gli strumenti per far partire lotte durature non lo so, non sono capace di figurarmi
in che modo si possa far fronte ad un problema cos
grosso che,come dicevi, da anni non ha soluzioni pur
essendoci stati molti tentativi un po' dappertutto.
Faccio un esempio per farmi capire. Mi capita di parlarne con mio padre che ora in pensione ma che ha
fatto il delegato quando lavorava in Fiat, allora i delegati lo erano veramente, rappresentavano veramente la base operaia, erano una forza. Tutte le cose se le
sono conquistate cambiando le cose, hanno preso in
mano la loro situazione di fabbrica, hanno imposto
le loro esigenze, i loro rappresentanti. Sono riusciti
per un po' a cambiare la vita in fabbrica a renderla
pi sopportabile, hanno imposto l'eliminazione delle
Commissioni interne, salari pi alti, ritmi pi tranquilli e tutte queste cose qui. Allora c'erano anche gli
studenti che andavano davanti alle porte delle fabbriche, c'erano i gruppi della sinistra rivoluzionaria che
facevano da stimolo e da collegamento, che spingevano in avanti le rivendicazioni e le lotte.
Dico questo solo per dire che per aprirsi delle prospettive hanno dovuto pensare in modo nuovo, inventarsi degli strumenti nuovi, creare una situazione
completamente nuova; solo cos hanno potuto cambiare le cose, almeno per un po' di anni.
Adesso ci troviamo a vivere una vita di precariet che
ci rovina un po' giorno per giorno, per tutti i motivi
che ben conosciamo. Dentro questa situazione dobbiamo inventarci delle strade adatte a noi che non
possono pi essere quelle del passato; non so quali
ma di questo sono sicuro.
Cosa pu servirci di quello che c' in giro oggi? per
me non c' quasi nulla. Dei partiti politici meglio
non parlarne. I Centri sociali, per come li conosco
io, non si occupano dei nostri problemi. Fanno cose,
certo anche giuste, contro la Tav, contro gli sfratti,
la scuola, i concerti, per la precariet quella vera, il
lavoro, al di fuori della loro azione. Questo richiede
un modo di ragionare che loro non hanno, un modo di
far politica che non pu dare risultati immediati, che
non darebbe una visibilit mediatica.
Il sindacato? Lasciamo perdere per favore! quando
sento parlare di sindacato mi si rizzano i capelli, mi
incazzo. Il sindacato quando va bene, quando fa il
suo mestiere e oggi non lo fa di certo, pu difendere
chi lavora in un'azienda. Ma qui abbiamo davanti a
noi un tipo di problemi completamente diverso. Qui
si tratta di pensare e agire su un piano nuovo, non
sindacale...
Cic: vuoi dire che non si tratta di intervenire solo
su un ordine di problemi di tipo economico, che
richiesta una sorta di rivoluzione culturale che riguarda l'ideologia, la politica, i luoghi di aggregazione dei soggetti, il modo in cui la societ intera pensa
alla precariet?

Roby: si, voglio dire queste cosi qui. Il sindacato in


quanto tale non lo strumento adatto, nel migliore
dei casi pu fare lotte sindacali. Ma qui siamo su un
piano completamente diverso, qui bisogna mettere
insieme persone sole che non hanno neanche un minimo di potere contrattuale come potrebbero averlo
su un posto di lavoro. Non la faccio lunga ma impensabile che il sindacato possa farsi carico di una
situazione cos complessa; non il suo mestiere, non
lo per la sua stessa natura.
Qui bisogna trovare dei luoghi di aggregazione, senza
questi come si pu pensare di creare un movimento
forte e durevole? E poi si capisce che bisogna sapere
cosa fare in questi luoghi, non ci si pu rinchiudere in
un ghetto a discutere, ma questo sarebbe un problema
che si affronta e si risolve.
Rapportarsi con il precario, con il disoccupato, vuol
dire anche confrontarsi con persone che molte volte
si sono ritirate pi o meno in se stesse, non hanno fiducia, si sono create una corazza per difendersi da un
modo che sentono come ostile, che non gli d nulla.
Vivono passando da situazioni di depressione a stati
di ansia: problemi economici e problemi psicologici
vanno a braccetto.
Il disoccupato non lo incanti con le belle parole sventolandogli obiettivi impossibili, forse non sembra ma
non si fa prendere per il culo tanto facilmente, giustamente diffidente. Allora bisogna creare le condizioni perch possa uscire dalla sua solitudine sociale,
perch possa aggregarsi.
Giuseppe: mi sento chiamato in causa. Ho 45 anni e
lavoro da quando ho finito le scuole superiori. Anche
per tradizioni familiari, fin da subito ho fatto attivit
sindacale e non potrei pensare al lavoro senza una presenza sindacale. Sono anch'io deluso da com' oggi
il sindacato oggi. In occasione della chiusura della
nostra fabbrica il funzionario sindacale non l'abbiamo quasi mai visto, abbiamo resistito, impedendo ai
macchinari di uscire, bloccando i cancelli. Aiuti concreti dal sindacato ne abbiamo avuti ben pochi...se
non ai tavoli delle trattative. Il ragazzo, Roby, pone
delle questioni giuste a cui bisogna dare delle risposte. Per voglio fare anch'io una domanda: come si
pu portare avanti una lotta generale, grossa, per dare
un reddito ai disoccupati senza una grande struttura
organizzata? Oggi questa organizzazione ce l'ha solo
il sindacato, bisogna farci una battaglia dentro perch
possa passare l'idea che se vuole ancora avere una
funzione sociale deve cambiare mentalit, deve capire fino in fondo che il lavoro e diventer sempre
di meno e pi instabile. Che si passa facilmente dal
lavoro alla precariet, dal lavoro all'inattivit. Questa
e sar sempre pi la figura del lavoratore del futuro
e il sindacato se vuole rappresentarlo deve cambiare
pelle. Per prima cosa fare propria la battaglia per il
reddito ai disoccupati, ai precari quando sono a casa.
Roby: sarebbe un primo passo per andare incontro
ad un bisogno urgente, quello dei soldi. Per il mio
discorso va pi in profondit perch mette in discussione la funzione del sindacato in quanto tale, come
possibilit e capacit di affrontare le questioni della
precariet e questo vale anche per il miglior sindacato che oggi non esiste da nessuna parte.
Il precario, il disoccupato, vive i suoi momenti

peggiori quando fuori dal lavoro, quando lo cerca,


quando vive nella societ, ti mette davanti a problemi
di vita completamente nuovi che un sindacato, anche
un ottimo sindacato, non pu intercettare perch riguardano tutta la vita delle persone. Ma questa condizione se affrontata bene con il giusto approccio, con
la consapevolezza che bisogna cercare nuove strade,
col tempo pu darci dei formidabili risultati perch il
precario si deve confrontare con la natura vera del capitalismo, con la sua brutalit. E' il soggetto che vive
sulla sua pelle cos' il capitalismo. Mi sembra di fare
un ragionamento chiaro, ma possiamo anche provare
a capirci meglio. Siamo in presenza di un soggetto
sociale che vive una deprivazione che riguarda tutta
la sua vita. I suoi problemi certo partono dai bisogni economici ma poi vanno molto oltre, non uno
che finito il lavoro se ne torna a casa, guarda la tele,
magari fa delle cose stupide e inutili ma poi se ne
va dormire tranquillo. Il precario lavora sempre, perch tutto il suo tempo impegnato a fare e pensare a
come risolvere i suoi problemi.
Per quel che ne so anche i movimenti dei disoccupati
del passato sono nati al di fuori del sindacato e questa
gi una indicazione non da poco mi pare.
Giuseppe: infatti io ho parlato di un sindacato che
deve rifondarsi a partire dalla consapevolezza delle
nuove condizioni del lavoro e della diffusione della
precariet che irreversibile. Cos com' non serve
al precario-disoccupato C' per un fatto che non si
pu dimenticare: il sindacato ha strutture, ha sedi diffuse sul territorio, ha avvocati...insomma quello che
pu attrarre e dare fiducia a un soggetto che solo e
diffidente.
Fabio: di quali strumenti avremmo bisogno non lo so,
o meglio lo saprei ma non vedo come potrebbero essere messi in piedi ora, in questa situazione di merda.
Mi guardo attorno e non vedo nessuno che stia facendo qualcosa. La difficolt pi grossa mi sembra sia
quella di riuscire a sfondare questa passivit, creare
una situazione di lotta fatta da precari e disoccupati
veri, che riescano ad autogestirsi. Non vedo come si
possa pensare a soggetti esterni che si facciano carico dei problemi dei disoccupati; non pensabile che
possa funzionare. Oggi passata l'idea della delega
e appena viene fuori qualcuno che si mette un'etichetta a difesa del disoccupato viene subito investito
dalla delega a risolvere i suoi problemi. Mi sembra
che proprio per quello che si diceva prima bisogna
attrezzarsi per tempi lunghi, non ci vedo nulla dietro
l'angolo, conosco molto bene i senza lavoro e i precari cronici.
Bisognerebbe mettere a fuoco gli ostacoli, procedere
per piccoli passi, prima di tutto approfondire alcuni grandi problemi contro cui finora ci si scontrati.
Creare gruppi di persone convinte, capaci di resistere
alle frustrazioni di un lavoro politico del genere e soprattutto non agitare facili illusioni perch le grandi
aspettative creano poi grandi delusioni.

PER INFO SULLE


INIZIATIVE CHE
SI SVOLGONO A
TORINO SULLA
LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE
SCRIVERE A : elleci-red@libero.it.

10 - LOTTA CONTINUA

Mensile Anno III N. 1 APRILE-MAGGIO 2014

piripiri

ESISTENZA PRECARIA
La corrosione della vita nel capitalismo flessibile.

La precariet, colpendo lentit e la continuit del reddito, erode le basi materiali delle nostre vite. La condizione precaria si estende ben
oltre il rapporto di lavoro; occupando tutta la vita compromette la sfera delle relazioni emotivo-affettive. Blocca il possibile sviluppo
dellautonomia individuale, frammenta i vissuti impedendo la costruzione di immaginari e di progetti di continuit della nostra esistenza.
La precariet stravolge le nostre vite producendo allo stesso tempo una miseria materiale, una miseria culturale, una miseria giuridica nei
rapporti di lavoro.
Precarizzazione, trasformazione dei rapporti a tempo indeterminato in rapporti di lavoro precari, il processo che da anni stravolge il
mondo del lavoro e che ha trovato una forte accelerazione in questi anni di crisi economico-finanziaria.

Qui di seguito un lavoratore metalmeccanico precario dellarea metropolitana milanese racconta la sua
esperienza e le implicazioni dei processi di precarizzazione.
Da quanti anni sei precario?
Sono precario da circa sei anni. La ditta dove lavoravo, a tempo indeterminato, ha chiuso i battenti poco prima
che esplodesse la crisi ed essendo una
realt con meno di quindici dipendenti
non stato difficile farci finire tutti in
mezzo alla strada senza certezze per il
futuro.
Come stato il tuo inserimento nel
mondo del precariato?
Diciamo che appena la mia vecchia
fabbrica ha chiuso pensavo che sarei
comunque riuscito a trovarmi un lavoro senza lintermediazione di un agenzia interinale: era il 2006, la crisi non
era ancora arrivata e potevo contare su
unesperienza personale di dieci anni
nel settore metalmeccanico.
Cos per non stato e allimprovviso
mi si sono aperti gli occhi sulla realt:
la miseria che veniva descritta sui giornali ora la vedevo quotidianamente in
tutte le ditte che a me e ad altri nella
mia condizione ci chiudevano la porta
in faccia.
E siccome i mesi passavano senza vedere la bench minima possibilit di
fare nemmeno un colloquio, mi sono
trovato costretto per necessit di sopravvivenza a dovermi affidare a pi
agenzie di lavoro interinale. Ecco, questo in breve stato il mio percorso nel
mondo del precariato.
Come cambiata la tua vita una volta che sei diventato precario?
Le parole non bastano a volte per far
comprendere cosa vuol dire vivere
ogni giorno senza sapere cosa sar di
te stesso domani una cosa che per
essere capita veramente deve essere
vissuta sulla pelle.
Il passaggio da un lavoro a tempo indeterminato al precariato stato umiliante: i primi tempi, non so come dire,
ma mi vergognavo anche con la mia
compagna per il tipo di vita che ero costretto a fare, anche se non dipendeva
da me.
Il fatto di non sapere mai se sarei stato
confermato, se il mio contratto sarebbe
stato prolungato, o se sarebbe finito con
la fine del mese, mi toglieva la voglia
di godermi anche i momenti belli con
la mia compagna, perch ogni minimo
pensiero tornava sempre alla domanda
domani che far?.
Pur lavorando non si ha alcuna sicurezza per il futuro, perch tutto dipende da
decisioni altrui, anche la tua stessa vita

dipende da queste decisioni: scoraggiante.


Ora non dico che non pi cos, perch impossibile, ma oramai ci sono
abituato: cerco di vivere il lavoro e la
vita occupando ogni spazio lasciato libero per non dover pensare troppo al
domani; perch quando capita che mi
fermo e mi metto a pensare e vedo che
la mia situazione ancora quella che
era quando ho iniziato a lavorare da
precario, allora mi passa la voglia di
fare qualunque cosa, anche di godermi
la mia vita fuori dal lavoro.
E questo sbagliato, non possiamo ridurci cos, perch vuol dire darla vinta anche sul piano privato ai padroni,
vuol dire far dirigere a loro anche la tua
vita personale.
Sai cosa mi fa rabbia pi di tutto? La
contraddizione che pur lavorando non
posso decidere di vivere come vorrei la
vita che c fuori dalla fabbrica e che
anche la mia compagna debba sottostare a delle scelte che non abbiamo preso noi volontariamente ma che ci sono
state imposte dalla mia condizione!
Dove lavori ora?
Da un paio di anni di contratti continuamente sospesi e rinnovati, lavoro
in una fabbrica metalmeccanica nellestrema periferia milanese. A fine anno
mi scade il contratto echiss cosa
succeder!
Ci sono altri precari nella tua fabbrica che si mischiano ai lavoratori
garantiti. Come vi comportate in occasione degli scioperi?
Per fortuna noi precari siamo in netta
minoranza rispetto ai lavoratori garantiti, quindi la forza degli scioperi
composta tutta da loro.
Devo ammettere che sono sempre stati
comprensivi nei nostri confronti: in occasione di scioperi interni o nazionali
ci consigliavano di entrare comunque
a lavorare perch ci sarebbe stata occasione di scioperare una volta confermati.
Noi, per dare comunque un segno di
solidariet attiva ai compagni di lavoro
che sono fuori a fare i picchetti o i cortei, cerchiamo, dove si pu e con chi si
pu, di rallentare al massimo il lavoro.
Lo so, non molto ma una scelta

vincolata dal fatto di non essere assunti a tempo indeterminato, e non perch
non sia favorevole alla lotta, anzi
Mio padre era un operaio, uno di quelli
che faceva parte della classe operaia
che fu protagonista delle lotte degli
anni settanta.
Mi ricordo bene quando tornava a casa
con la testa spaccata da qualche manganellata: le sue lotte, i sacrifici della
sua generazione, sono impressi nella
mia memoria in modo indelebile: il
testamento umano, politico e sociale
che ho cercato di fare mio e per il quale sar sempre debitore, perch mi ha
insegnato l importanza profonda dell
appartenenza ad una classe, ad un pensiero che voleva davvero stravolgere il
mondo e che aveva l intelligenza per
farlo.
Oggi, invece, mi sembra di non appartenere a nulla: faccio loperaio come
mio padre ma dentro e fuori di me sento solo il vuoto.
E anche per questo che io mi vergogno
ad entrare in fabbrica quando vedo fuori i miei compagni a picchettare, perch
vorrei essere parte di loro, stare dalla
stessa parte: loro mi danno una pacca
sulla spalla, mi dicono dai, entra, e
mi sembra di poter entrare con un po
di colpa in meno
Ma loro sanno che se sar confermato
sar al loro fianco a dare la solidariet
che hanno sempre dimostrato nei miei
confronti!
Non credi che questa comprensione nei confronti dei precari possa
indebolire lunit e la lotta allinterno delle singole aziende?
Indubbiamente. Come ho detto, la nostra realt combattiva perch noi precari siamo un piccolo numero allinterno della fabbrica.
Se per il rapporto dovesse invertirsi,
come accade in altre realt, allora sia
lunit che la forza delle lotte verrebbero spezzate irrimediabilmente a favore
dei padroni.
Daltronde il precariato stato creato anche per questo (o forse solo per
questo): rompere lunit dei lavoratori
e far scomparire cos ogni minimo residuo di coscienza di classe.
Per essere veramente uniti con gli altri
lavoratori, noi precari dovremmo fare

un ragionamento di questo tipo: nella


situazione in cui siamo non abbiamo
pi nulla da perdere, perch veniamo
confermati o meno a prescindere da ci
che facciamo in fabbrica ma soltanto se
siamo ancora utili al padrone.
Quindi proviamo noi precari ad unirci tra di noi, per lottare, per cercare di
cambiare un po la nostra situazione;
perch le cose per noi possono solo migliorare ormai. Uniamoci tra di noi per
lottare uniti ai lavoratori garantiti.
Noi siamo oggi lultimo strato degli
sfruttati: se con la lotta miglioriamo la
nostra condizione di vita e di lavoro,
migliora anche quella di tutti gli altri!
Almeno, io la penso cos
Secondo te cosa potrebbe portare
i precari ad unirsi senza avere pi
paura di perdere il posto di lavoro?
Vedi, il precario (come me) si trova
nella condizione di subire continuamente il ricatto del posto di lavoro:
tutti noi siamo portati a pensare che,
se per esempio, dovessimo scioperare
allora il nostro contratto non verrebbe
rinnovato e quindi ci troveremmo di
nuovo rigettati nel vuoto.
Penso che riuscire a colmare, inizialmente, questo vuoto potrebbe essere un
incentivo a fare in modo che anche noi
precari si possa essere attivamente solidali con le lotte degli altri lavoratori:
mi riferisco al fatto che se ci fosse una
forma di salario garantito anche per i
periodi in cui siamo scoperti col lavoro, ecco, allora questa potrebbe essere
una prima sicurezza che ci spingerebbe ad avere un po pi di fiducia in noi
e nella nostra capacit di organizzarci
come lavoratori.
Perch se anche dovessi perdere il posto, avrei comunque una minima entrata per tirare avanti fino alla firma di
un nuovo contratto e quindi, anche se
precario, mi sentirei un po meno sotto
ricatto nell esercitare la mia coscienza
di classe anche sul posto di lavoro.
Sia chiaro, questo chiamiamolo salario garantito, non pu eliminare il
precariato perch questo continuer a
crescere col tempo, ma permetterebbe
a noi precari di metterci nella condizione di lottare per il suo superamento.

11 - LOTTA CONTINUA

Mensile Anno III N. 1 APRILE-MAGGIO 2014

piripiri

La sostanza della pena: osservazioni non umanitarie


sulla cosiddetta abolizione del reato di clandestinit.

Coordinamento migranti Bologna


Dopo tanti annunci, ecco che il reato
di clandestinit stato (finalmente)
abolito. In realt, il Parlamento ha dato
mandato al governo di abolirlo. Si tratta apparentemente di una buona notizia per decine di migliaia di migranti,
considerati dei criminali solo perch i
documenti non sono in regola, a causa
di leggi italiane ed Europee che rendono impossibile muoversi liberamente
e mantenere stabilmente un permesso
di soggiorno. Eppure, dietro la buona
notizia, come spesso accade quando si
tratta di migranti, si nasconde una trappola politica: il reato, infatti, non abolito, ma di fatto spostato a dopo laver ricevuto un decreto di espulsione.
La nuova legge prevede larresto per
chi rientra in Italia dopo aver ricevuto
un provvedimento di espulsione. La
vera domanda dunque: adesso che finalmente stato abolito il reato, inizieranno a finire in carcere i migranti che
lottano contro lespulsione, cosa che
prima raramente accadeva?
Grazie allabolizione si liberer un po
di lavoro per magistrati e tribunali. Ma
cosa cambia davvero? Di fatto, chi entra in condizione dirregolarit e non
pu richiedere lasilo politico, ricever
prima o poi un decreto di espulsione.
E se non adempie, o se ritorna, sar
passibile di arresto. E allora? Sappiamo che un provvedimento di espulsione non significa automaticamente
lallontanamento reale dal territorio,
ma si tratta di un provvedimento la
cui applicazione pu variare a seconda
dei casi. Sappiamo anche che chi migra per cambiare la propria vita non si
fa dettare le regole da governi in cerca di legittimit. Spesso chi riceve un
decreto di espulsione rimane sul territorio, dove magari vive da anni, ha
pagato le tasse e i contributi e ha una
famiglia e gli amici. Labolizione del
reato, ma il mantenimento dellarresto
per lespulsione, significa dunque che
saranno tanti i migranti denunciati (e
questa volta a rischiare davvero larresto) per il solo motivo di non avere
i documenti in regola, magari perch
hanno perso il lavoro, o perch il loro
datore di lavoro li ha truffati per anni
senza pagare i contributi. Lespulsione

fa semplicemente parte della legge


Bossi-Fini, contro la quale i migranti si
scontrano ogni giorno.
allora necessario chiarire ancora una
volta che le leggi sullimmigrazione,
sul piano materiale, non regolano gli
ingressi sul territorio nazionale ed
Europeo, ma regolano lo status giuridico e la condizione sociale di uomini e
donne che vivono qui, ma provengono
da altri paesi. Le leggi sullimmigrazione producono effetti reali, catastrofi
politiche e sfruttamento, si basano per
sulle finzioni: basti pensare alla logica
dei flussi, secondo la quale ogni anno si
deve stabilire di quanti ingressi regolari
c bisogno. Tutti sanno che, in assenza
di altri modi per ottenere i documenti,
in gran parte si tratta di una sanatoria
mascherata, e che i decreti flussi (e le
stesse sanatorie) servono soprattutto
ai datori di lavoro per non rischiare. A
cosa serve allora labolizione del reato di clandestinit? Serve soprattutto a
risolvere un grosso problema per i tribunali e le forze di polizia italiane, costrette dopo la sua introduzione a non
poterlo applicare, ma a dover gestire

migliaia di denunce e procedimenti


che ne intasano gli uffici. Come ha ben
spiegato lumanitarianissima presidente della Camera Boldrini, se si volta
pagina soprattutto per questo.
C di pi. Il reato di clandestinit
stato introdotto con il cosiddetto pacchetto sicurezza. Cancellarlo, dunque,
lascia assolutamente intatta la legge
Bossi-Fini e il suo fondamento: il legame tra il permesso di soggiorno e il
contratto di lavoro. Rimangono anche
i CIE e rimangono le espulsioni, la cui
forza viene anzi rafforzata: fatto salvo
lelemento umanitario, infatti, abolire
il reato di clandestinit in questo modo
aiuta a separare i migranti buoni da
quelli cattivi. Quelli buoni lavorano
e quando glielo si dice se ne vanno in
silenzio, oppure arrivano con i barconi
scappando dalle guerre, sono indifesi e
sarebbe meglio non denunciarli. Quelli
cattivi, invece, decidono dove cercare di migliorare la loro vita e pretendono di continuare a farlo anche contro
una legge fatta apposta per sfruttarli,
magari alzano la voce, manifestano e
scioperano: quelli vanno espulsi e, se

ci riprovano, vanno arrestati. La BossiFini esce politicamente rafforzata dalla cancellazione del reato e si capisce
bene che chi oggi festeggia o lo fa in
malafede, difendendo lapartheid democratico, oppure non ha capito come
funziona la cosiddetta regolazione
dellimmigrazione.
Il PD di governo, anzich rincorrere le
bandiere leghiste, dovrebbe piuttosto
pensare alle sue, come lesistenza dei
CIE (i CPT introdotti dalla Turco Napolitano) e la logica dei flussi. A scanso di equivoci: nemmeno chi ha votato
contro labolizione del reato lo ha fatto
perch dalla parte dei migranti, ma
solo per aggiungere anche le sue stelle nel firmamento del razzismo. Sono
tutti daccordo, infatti, sul modello
dintegrazione da perseguire, che ha
dei risvolti penosi anche nella sbandierata soluzione svuota carceri di far
scontare ai migranti la pena nel paese
dorigine. Un recente accordo con il
Marocco prevede infatti il trasferimento dei detenuti marocchini dalle carceri
italiane a quelle del Marocco, in nome
del reintegro in quella che viene definita la societ di appartenzenza di
questi migranti. Si decide dunque per
legge a quale societ devono appartenere uomini e donne che, al contrario,
mostrano con il loro movimento di voler scegliere liberamente il loro futuro.
Noi siamo ben contenti se si abolisce
il reato di clandestinit, del resto gi
fortemente depotenziato da diversi
provvedimenti di tribunali italiani ed
Europei. Abbiamo per imparato a conoscere come funzionano il razzismo
istituzionale, le gerarchie e lo sfruttamento che produce, e a non fidarci di
chi continua a proporre miglioramenti
di facciata per mantenere la sostanza
del legame tra permesso di soggiorno e
rapporto di lavoro. Per questo non fermeremo la nostra lotta.

Da: coordinamentomigranti.org

LOTTA CONTINUA - 12

Mensile Anno III N. 1 APRILE-MAGGIO 2014

piripiri

MAL DI LAVORO: QUANDO IL LAVORO


ENTRA NELLE PERSONE E GLI PRENDE LA VITA.
Mal di lavoro. Socioanalisi narrativa della sofferenza nelle attuali condizioni di lavoro il 13 Quaderno di ricerca sociale, curato da
Renato Curcio, edito dalla Cooperativa Sensibili alle foglie.

Il Quaderno il prodotto dell'esplorazione delle nuove forme di sofferenza


lavorativa, una indagine realizzata attraverso l'allestimento di un cantiere
scuola, un gruppo di lavoro, di socioanalisi narrativa autonomo e autogestito.
La ricerca parte con l'intenzione di
osservare le trasformazioni in atto nel
mondo del lavoro attraverso un analizzatore bio-politico (il mal di lavoro appunto) per giungere ad acquisire
la consapevolezza che raccontare la
sofferenza patita nell'esperienza lavorativa equivale a raccontare il lavoro
stesso e non soltanto questo o quel suo
aspetto particolare
Un percorso che, come i precedenti
cantieri, si proposto di liberare la
parola dal silenzio sociale in cui imprigionata ridando la parola ai soggetti
ridotti in solitudine, facendo parlare i
vissuti quotidiani del mondo del lavoro
silenziato e reso socialmente invisibile.
Oggi chi si propone di confrontarsi col mondo del lavoro ha davanti
a s grandi saperi da affrontare e da
esplorare. Sono i suoi saperi, i saperi
della sua quotidianit, sono per saperi difficili da approfondire perch la
quotidianit resa opaca. E' una zona
grigia, una zona parlata e straparlata
da molti potenti e influenti culturali che
noi non siamo pi abituati a praticare.
Partendo dal mal di lavoro tentiamo
di riesplorare questa 'zona bassa' ridotta al silenzio
Il cantiere sulla sofferenza lavorativa
si articolato in una serie di incontri,
iniziati a Milano nel dicembre 2011 e
proseguiti per tutto il 2012, che sono
stati spazi di racconto e di confronto di
pratiche lavorative quotidiane. Il metodo quello di partire dalle storie di
esperienze vissute, metterle su un tavolo di discussione e di confronto per
trarne significati pi ampi.
Il gruppo di lavoro ha anche utilizzato quaderni, diari di lavoro, storie e

scritture che spesso raccontano storie giunte al limite, percorsi risolti


dai medici, dalla medicina del lavoro,
vissuti lavorativi che hanno sviluppato
malattie professionali, che poi sono
oggi pi generali perch oggi il lavoro stesso ad essere una malattia
Il lavoro di gruppo in sostanza consistito nel costruire il significato di ciascuna storia a partire dal confronto tra
le letture che di essa facevano i singoli partecipanti al cantiere e dall'individuazione dei dispositivi sociali pi
profondi a cui questo confronto incrociato rimandava. Abbiamo individuato
cos cinque grandi famiglie di significato: il carattere biocida del lavoro, la
produzione di solitudine, la sospensione flessibile del diritto e la conseguente emersione del ricatto, l'adattamento
collaborativo dei lavoratori e, infine,
l'adeguamento rassegnato. Sono questi i temi che attraversano il corpo centrale del libro.
Questo tredicesimo Quaderno un ulteriore tassello di una ricerca iniziata
nel 2002 che, partendo dalla grande
distribuzione, ha attraversato i nuovi
modelli dell'organizzazione del lavoro
che nel passaggio dal capitalismo industriale al capitalismo industrial-finanziario si sono via via affermati anche
nel nostro paese.
Il percorso del cantiere incontra segmenti di neoproletariato che, in qualsiasi livello del processo di valorizzazione del Capitale siano inseriti, si trovano
sottomessi a un doppio padrone: uno
industriale e uno finanziario. Finendo
macinati da un meccanismo rovinoso
da cui non riescono pi a tirarsi fuori.
In un incontro che si svolto a Taranto,
Curcio ha esemplificato questa nuova
condizione del capitalismo finanziario
con questa vicenda: Prendiamo ad
esempio il caso di una madre sola, che
deve lavorare per vivere e al contempo deve crescere suo figlio, dunque
soggetta a determinati orari, ha delle

esigenze. Pertanto fa delle richieste alle


quali l'azienda risponde con l'ennesimo
ricatto. Mettiamo il caso che lavori in
un grande centro commerciale, che faccia la cassiera all'Auchan. Supponiamo
che l'azienda chieda alla donna di fare
un turno spezzato, invece di lavorare
quattro ore di fila, fa le prime due ore,
poi una pausa di due e poi riprende a
lavorare per le successive due ore, che
casualmente coincidono con l'uscita da
scuola di suo figlio. La donna chiede
di poter fare un turno completo, ma a
quel punto l'azienda, pur accontentando la richiesta, la priva di qualcos'altro,
per esempio le abbassa lo stipendio. La
donna accetta, perch non pu fare diversamente. A quel punto per ha problemi finanziari e l'azienda le viene incontro con un nuovo ricatto. Le d una
carta di credito del valore di cinquemila euro, da spendere unicamente in
quel centro commerciale. In quel caso
la donna non pi soltanto dipendente
dall'azienda, ma anche dalla finanziaria
sulla quale l'azienda poggia. Ed entra
in un circolo vizioso, diventando propriet di due padroni.
L'ultima parte del libro (La neolingua
del mal di lavoro) propone un ragionamento interessante su come vengono
raccontate le nuove forme del lavoro
e su quale sia l'immaginario dominante che lo assoggetta. Sappiamo che
molto spesso le parole sono trappole;
dicono per nascondere, nominano per
sviare. Cos le parole della sofferenza lavorativa ( stress, depressione, rischio psicosociale) diventano
parole-trappola in quanto spostano
le cause dai concreti rapporti di lavoro
per attribuirle ai soggetti che ne sono
colpiti. Il risultato l'occultamento dei
rapporti di sfruttamento Le aziende
spariscono con l'organizzazione del lavoro per lasciare il posto a Luigi 'che
soffre di stress', Amanda che 'caduta
in depressione', Ettore che, gi classificato 'a rischio psicosociale', infine si
suicidato
Il mal di lavoro, come tutti i rapporti
sociali nel capitalismo, diventa cos un
fenomeno naturale (anzich storico)
che deve essere in qualche modo nascosto e travisato: i rapporti di produzione fra chi sfrutta il lavoro e chi
viene sfruttato spariscono dalla scena
come pure la spersonalizzazione, la
sottrazione di valore () Sparisce la
concreta realt sociale e materiale della
produzione per lasciar posto a un vuoto, a una voragine, a un abisso, entro
cui le vittime precipitano e si dissolvono.
Il bio-potere capitalista entra ancora
pi in profondit conquistando tutto
l'immaginario che attiene all'attivit lavorativa. L'immaginario non il luogo
mentale in cui i soggetti si muovono
liberi di creare rappresentazioni della
realt soggettiva e sociale: un campo
di battaglia assolutamente feroce. Un
terreno in cui la nostra debolezza pi
che evidente. Su questo spazio di rappresentazioni mentali passa pienamente l'ideologia economica, la trasformazione in economia di tutto l'agire e il
pensare umano: il dominio della finalit economica.
Che fare quindi? Il percorso obbligato quello del cambiamento, della

trasformazione radicale del modello


lavorativo che produce e allo stesso
tempo si fonda su di un immaginario
colonizzato.
La ricerca propone un percorso che
sappia costituire un immaginario istituente. Il che significa prestare la pi
grande attenzione alle molte forme del
mal di lavoro, rifiutare tutte le forme di adattamento passivo al modello
imperante, rifiutare i trattamenti medicalizzanti che narcotizzano solamente
il male. Perch quando il soggetto in
causa viene etichettato con una malattia non gli resta che ricorrere ai farmaci. Prestare attenzione al mal di lavoro vuole dire allora mettere in campo
ogni nostra energia per riconnettere
la sofferenza alla sua vera fonte e per

contrastare i territori della sua neutral


izzazione.L'immaginario istituente
(...)costruisce e propone un'altra narrazione della societ e delle sue istituzioni basilari. Rifiuta le parole inquinate e
nomina i processi con parole adeguate
che non ne alterino od occultino il loro
corso. () L'immaginario istituente
nasce e si afferma in un perenne conflitto creativo.
Il percorso di liberazione non pu essere fatto da soli. Il processo di disalienazione all'interno delle istituzione e
a maggior ragione in quelle del lavoro
sempre un percorso individuale intrecciato ad un movimento collettivo.
Richiamando la critica di Marx: ci dobbiamo muovere verso un orizzonte di
trasformazione del lavoro alienato in
una libera attivit di liberi umani.

www.lottacontinua.eu

LOTTA CONTINUA - 13

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piripiri

PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA, PER LAUTODETERMINAZIONE,


PER IL RITORNO. DALLA SETTIMA CONFERENZA NAZIONALE DEL FPLP
Riportiamo il documento redatto dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sulla settima conferenza nazionale del movimento,
considerata una tappa importante nel percorso di lotta verso il ritorno e la rivoluzione fino alla liberazione dellintero suolo nazionale
palestinese.
La conferenza nazionale, che si tenuta in
tre sessioni sia in Palestina, sia nei territori della diaspora, ha avuto come obiettivo
unanalisi e una critica globali sui metodi,
il lavoro, le politiche complessive e i piani del Fronte, per la formulazione di una
visione politica e di nuovi metodi organizzativi in funzione della nuova fase di lotta.
La conferenza servita inoltre a creare le
basi per le scelte politiche e le posizioni future del Fronte, che renderanno il ruolo e
la presenza del movimento maggiormente
influenti nella lotta per la liberazione nazionale e sociale.
Il Fronte ha iniziato con un momento di
silenzio in onore dei martiri della nostra
nazione, che hanno sacrificato le loro vite
per la Palestina e la sua libert e in rispetto dei prigionieri, che lottano per la libert
continuando a percorrere un lungo e difficile cammino per ottenere gli inalienabili,
legittimi e storici diritti nazionali di arabi
palestinesi. (...)
Lesito della conferenza ha riflettuto i principi democratici sui quali si basa il lavoro
interno del Fronte, oltre allenfatizzazione
dellimportanza di una maggiore partecipazione nella formulazione di politiche,
programmi, piani e scelte politiche. La
Conferenza ha inoltre sottolineato limportanza di rafforzare lunione dellorganizzazione attraverso lintensificarsi dei sistemi
e delle strutture democratiche a tutti i livelli.
La Settima Conferenza Nazionale arrivata in un momento di preoccupazione e complessit a livello politico non indifferenti,
momento in cui i continui progetti dellimperialismo statunitense e sionista puntano
alla liquidazione della causa nazionale
palestinese attraverso lo sfruttamento dei
fragili equilibri interni e dei precari programmi politici, economici e sociali dei
paesi arabi, esercitando allo stesso tempo
una pressione ulteriore sullAutorit Palestinese per concludere ancora pi affari
senza tener conto della legge internazionale, delle risoluzioni ONU e dellinalienabile diritto al ritorno del popolo palestinese.
La conferenza ha discusso inoltre circa il
contesto internazionale intorno alla situazione palestinese ed araba ed i suoi effetti
sulla nostra lotta nazionale per la liberazione e la lotta del popolo arabo. Il governo
degli Stati Uniti ostile alle aspirazioni e
agli obiettivi del nostro popolo per la libert, l'autodeterminazione e il ritorno, un
fatto che si riflette ogni giorno sul campo
e nelle sedi diplomatiche internazionali,
impegnate nel creare una partnership di
sicurezza con l'aggressione sionista. La

Conferenza ha inoltre rilevato l'impatto


storico degli eventi internazionali e regionali sulla scena araba.
L'ascesa del ruolo di Russia, Cina e delle
potenze regionali ha cambiato in maniera
decisiva le dinamiche di conflitto internazionale. La Conferenza ha discusso la
situazione araba politica, economica e di
sicurezza nel suo contesto internazionale;
ha inoltre approfondito la questione del
disordine strutturale dei regimi arabi e il
fallimento degli stati arabi che hanno tentato di salvaguardare la propria sovranit
nazionale, l'indipendenza politica o la sicurezza economica.
Il Fronte ha preso atto delle grandi mobilitazioni alle quali si assistito in un certo numero di paesi arabi che miravano a
fronteggiare l'ingiustizia, la povert e la
tirannia, per costruire moderne societ
democratiche. Ha inoltre ricordato l'alto
numero di interventi imperialisti ostili alle
aspirazioni della nazione araba, che provano a viziare e sconvolgere le finalit e gli
obiettivi dei movimenti popolari arabi attraverso interventi militari esterni e manovre politiche atte a provocare conflitti settari ed etnici al fine di controllare il destino
dei popoli arabi, tutelando l'entit sionista.
La conferenza ha anche discusso a lungo
sui numerosi sviluppi che ci sono stati nel
corso del decennio trascorso dalla Sesta
Conferenza del 2000, rivedendo gli eventi
pi importanti della scena palestinese. Fulcro di tale riflessione sono stati gli effetti
ancora presenti e totalmente disastrosi del
punto di svolta nella lotta palestinese a seguito della firma degli accordi di Oslo del
1993.
La Conferenza ha quindi sottolineato molteplici questioni, in particolare la centralit
del rifiuto dei negoziati, che non preservano gli interessi del popolo palestinese, e
la necessit di respingere completamente
l'intero processo di trattative e accordi ormai chiaramente fallimentari da oltre venti
anni.
L'importanza della riabilitazione del movimento di liberazione nazionale palestinese e la costruzione di una nuova strategia
palestinese basata sul raggiungimento dei
pieni diritti del popolo palestinese stato
visto come punto critico dalla Conferenza.
In particolare, questo significa trarre insegnamenti da questa ultima fase storica e
porre fine una volta per tutte alle trattative
assurde per le quali il nostro popolo ha pagato un caro prezzo. ()
stato poi stilato il programma politico
sottolineando l'importanza della continuazione della lotta del nostro popolo, che ha

come obiettivo la liberazione di ogni centimetro di terra palestinese dall'occupazione


coloniale per stabilire uno stato democratico su tutto il suolo nazionale palestinese.
La Conferenza ha confermato i compiti
politici del FPLP nella lotta rivoluzionaria,
tra cui:
la fondamentale importanza di ri
costruire le istituzione dell'OLP su nuove
basi democratiche e inclusive con una riabilitazione del carattere e del programma
originale dell'OLP;
lavorare per sviluppare e raffor
zare l'unit del popolo palestinese, l'arma
pi tagliente del movimento di liberazione
per conseguire gli obiettivi di liberazione e
porre fine alle divisioni;
la lotta armata fondamentale per

il confronto con l'occupazione, come imposto dalla natura dell'occupazione stessa
e della sua violenza. E' centrale ed una
componente primaria della resistenza globale contro l'occupazione;
resistenza contro tutti i piani e i

progetti di liquidazione politica proposti
da imperialismo e sionismo al fine di seppellire la causa palestinese;
la lotta per il diritto al ritorno dei

profughi palestinesi alle loro terre e case
da cui sono stati espulsi nel 1948 deve essere al centro del lavoro, respingendo tutti
piani e i progetti volti a cancellare questo
diritto;
la questione dei prigionieri e la

necessit di liberarli dalle carceri israeliane una questione fondamentale che deve
essere ripresa da tutti i mezzi politici, attraverso gli organismi internazionali e di lotta
nazionale;

la centralit della lotta per l'identit e la liberazione del popolo palestinese
nelle zone occupate del 1948 e la resistenza a tutti i tentativi di deportazione e di
giudaizzazione delle citt e dei villaggi
palestinesi;

la necessit di una lotta costante
contro ogni forma di discorso politico che
tenti di legittimare la natura ebraica dello stato razzista, smascherando gli obiettivi
di questi tentativi e i loro effetti sul futuro
della lotta nazionale e sul popolo palestinese;

sottolineare l'importanza della
fermezza e della determinazione del popolo palestinese in tutti i luoghi e in esilio,
compresa l'esposizione a condizioni difficili e complesse.
Il nostro popolo in diaspora ha giocato un
ruolo chiave nel cammino della rivoluzione palestinese; per questo fondamentale
concentrarsi sui problemi del nostro popolo in esilio e in diaspora.
La Conferenza ha sottolineato la necessit
di proseguire con gli sforzi per sostenere

la tendenza democratica nella vasta arena


palestinese. A conclusione della conferenza, sono stati eletti i delegati del Comitato
Centrale Generale e Centrale di Vigilanza
in un clima di democrazia e trasparenza,
con un numero significativo di nuovi membri eletti negli organismi dirigenti. (...)
La conferenza ha salutato il popolo palestinese, che lotta in tutto il mondo, e tutte
le fazioni e le forze della rivoluzione palestinese, il movimento di liberazione arabo
e le forze popolari della patria araba; ha
salutato tutte le forze di progresso, libert
e socialismo in tutto il mondo che si oppongono e si confrontano con l'ingiustizia,
l'oppressione e l'imperialismo, nemico del
popolo e dell'umanit.

Gloria ai martiri e vittoria al nostro grande


popolo!
FRONTE POPOLARE PER
LA LIBERAZIONE DELLA
PALESTINA
Da www.palestinarossa.it

LOTTA CONTINUA
ANNO I N. 4 DICEMBRE 2012
Autorizzazione del Tribunale di Torino
n. 13 del 10/3/2012
Direttore Responsabile: Michela
Zucca
Stampa: La Grafica Nuova - via Somalia, 108/32, 10127 Torino
Sede di Torino
Redazione: c.so G. Cesare, 14/F,
10142 Torino
email: elleci-red@libero.it
tel:
cel.: 334-6158305 (Torino)
347-5765220 ( Milano)
Sito web: www.conflittimetropolitani.
it
Chiuso il 14-04-2014 alle ore 23:59:59

LOTTA CONTINUA - 14

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piripiri

LIBERTA PER ABDULLAH OCALAN !


Le condizioni di salute di Abdullah Ocalan, Apo
(zio) come lo chiamano i suoi militanti, il fondatore
del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, destano una crescente preoccupazione.
Pi di 14 anni di totale isolamento, unico detenuto
nell'isola prigione di Imrali a tre ore di nave dalla
terraferma, in condizioni di detenzione durissime,
hanno aggravato i problemi di salute di Apo.
Il presidente Ocalan, simbolo della lotta del popolo kurdo considerato il nemico pubblico numero
uno dai criminali dell'esercito turco e dal governo
Erdogan. Viene sottoposto a sorveglianza integrale e
ininterrotta a mezzo di telecamere per 24 ore a giorno, pu godere di una sola ora di aria al giorno che

trascorre in un cortiletto circondato da un muro alto


10 metri.
A tutto questo si accompagnano restrizioni di ogni
genere per quanto riguarda le visite dei parenti e degli avvocati e l'accesso alle informazioni del mondo
esterno.
Ocalan solo il caso estremo di un sistema repressivo
e carcerario che annovera centinaia di casi di tortura, di detenzione illegale, di abusi da parte delle forze dell'ordine. Dalla Turchia continuano a giungere
segnalazioni di sparizioni e di omicidi di oppositori
politici per mano di ignoti, di condizioni di detenzione disumane e degradanti, di processi svolti in aperta
violazione delle garanzie della difesa, di pressioni

e intimidazioni, fino all'arresto e alla condanna dei


difensori di oppositori politici, di aperta limitazione
della libert di stampa e di informazioni, il tutto a
danno dell'opposizione politica in generale, ma con
particolare rilevanza nei confronti della popolazione
kurda.
Il leader kurdo stato consegnato ai militari e ai politici che si sono resi responsabili della guerra nei territori kurdi e delle sue conseguenze: annientamento di
4000 villaggi kurdi, innumerevoli morti e 4 milioni
di persone cacciate dalla loro terra e di profughi.
Nel febbraio di quest'anno tutto il Kurdistan e alcune
importanti citt della Turchia sono state percorse da
grandi cortei che si sono mobilitati per la campagna:
Libert per Ocalan . A Strasburgo, sede del Parlamento e del Consiglio Europeo, hanno sfilato decine
di migliaia di kurdi anche per ricordare alle istituzioni europee, che trattano l'ammissione della Turchia
nell'Unione Europea, la questione kurda a cui le stesse istituzioni si sono dimostrate del tutto indifferenti.
L'Ufficio di Informazioni del Kurdistan in Italia ha
lanciato un Appello per chiedere alle organizzazioni
dei medici, ai Comitati di Solidariet, ai partiti in Italia di far crescere le pressioni sul governo dell'AKP,
rivolgendo al ministero della Giustizia la richiesta di
una visita di medici indipendenti a Ocalan nell'isola
di Imrali.

Le Richieste sono da inviare a:


Ministero della Giustizia Ministro della Giustizia Sadullah Ergin
T. C. Adalet Bakanligi, 06659
Kizilay / ANKARA
E-mail info@adalet.gov.tr

STATUTO 30, LA RIBELLIONE ELEGANTE


Recensione di Silvio Antonini
Antonio Tony Face Bacciocchi, Statuto 30, La Ribellione elegante, Biografia modernista
a pi voci, Milano, Vololibero, 2014, pp. 125, 13,00.
Dopo dieci anni ho rivisto l'amico Bob, con una
giacca di cuoio con scritto su Giorno per giorno io
vivo: io sono un mod. Era firmato da Bob, uno dei
mods". Nel 1965, agli inizi dellepoca beat italiana,
esce questo brano, Uno dei mods, di Franco Migliacci, cantato da Ricky Shayne, per enfatizzare il conflitto che si consumava in quel periodo per le strade
della Gran Bretagna. Da una parte i rockers, evoluzione dei teddy boys del decennio precedente, perci motociclisti con giacche di pelle e atteggiamenti
da duri, che in quegli anni, tra laltro, iniziavano ad
assumere posizioni conservatrici e razzisteggianti, a
dispetto della musica nera ascoltata e del fatto che
a Genova, ad esempio, fossero stati proprio i teds a
scatenare gli scontri nel luglio 1960 contro il Congresso Msi. Dallaltra parte i mods, abbreviazione
di modernists, contraddistinti, invece, per lo stile
e leleganza, i parka (questinverno tornati di gran
moda), gli scooters italiani come mezzo di trasporto,
la passione per la musica soul e una visione sociale e
politica tendenzialmente progressista. Il brano citato
, quindi, fuorviante: la giacca di cuoio era un capo
rocker, come conciato da rocker era il cantante stesso. Da noi, infatti, nonostante il soul avesse trovato
subito dei valorosi interpreti, della cultura mod allepoca arriv solo qualcosa nel look, confuso per con
il beat dei primordi, e poco altro.
Con la fine degli anni Settanta, sempre in Gran Bretagna, il punk azzera tutto e apre la strada a quel revival delle varie culture stilistiche e musicali, compresa
quella mod, che caratterizzer lultimo quarto del XX
Secolo. Questo il retroterra che permette, nel 1983,
la formazione degli Statuto, dal nome della piazza
di ritrovo dei mods torinesi. Siamo negli anni in cui
in Italia vedono lapice la new wave, e, pi nel sottosuolo, un punk hardcore politicizzato, detto anarcopunk, destinato a fare scuola in tutto il mondo. Da

l gli Statuto non si sono mai fermati, attraversando,


sostanzialmente indenni, trentanni di cultura musicale, e non solo, italiana, con quel cerchio tricolore
proprio dei mods che inizialmente creava qualche disagio, giacch lo si ricordava come stemma dei sambabilini. Andiamo dal periodo del riflusso, passando
per il boom dei Centri sociali, fino ad arrivare ai giorni nostri, cio alla smaterializzazione della musica e
al post-contemporaneo, non senza incomprensioni e
dissidi del resto inevitabili.
Quando in Italia si dice mod non si pu non pensare
allaspetto e ai balletti sul posto del frontman Oskar
Giammarinaro, cos come quando si dice ska revival non si pu non pensare agli Statuto che ne sono
stati tra i principali esponenti, ispirati soprattutto dai
Madness di cui hanno ripreso movenze e caratteri.
Se lo ska ha rappresentato la cifra fondamentale, non
sono mancati, tra cover, traduzioni e pezzi originali,
il pop, le ballads e, soprattutto, il soul, di non facilissima esecuzione, perch solitamente comporta luso
di fiati, archi e una notevole estensione vocale.
Nella loro immagine pubblica, gli Statuto hanno ricoperto un ruolo singolare. Smentiscono nei fatti il
cursus honorum che Alberto Arbasino ha riservato inesorabilmente ai personaggi pubblici Giovani
promesse - soliti stronzi - venerabili maestri. Quella
statutaria non infatti la classica biografia del gruppo
partito come militante che una volta venuto in contatto con la mondanit rivede il tutto; e si potrebbe
elencare una serie infinita di nomi. Gli Statuto non si
sono mai sottratti ai passaggi televisivi - si pensi al
Sanremo 1992 -, ai contratti con le majors discografiche, cos come alle collaborazioni, le pi curiose,
con i nomi mainstream, o ex tali, senza per questo
ritrattare le proprie posizioni originarie. Seppur non
ideologico, quello degli Statuto infatti un impegno
quanto mai politico, nellaccezione etimologica del

termine, poich riguarda tutte le problematiche della


polis: ambiente (contro la Tav, nella fattispecie), lavoro, razzismo, repressione etc.
Siccome, poi, A Torino c una squadra che si chiama il Torino, non si pu tralasciare la passione granata del gruppo, dichiarata in diverse canzoni e praticata con una costante vicinanza al mondo ultr. Si
pensi anche al sostegno dato alla battaglia contro la
Tessera del tifoso.
Questa biografia, a cura di Antonio Bacciocchi, musicista, produttore e scrittore, si divide in capitoli
destinati alle diverse fasi storiche della band, in cui
allintroduzione dellautore fanno seguito le testimonianze dirette dei componenti della band. In appendice, gli affettuosi omaggi degli amici.
Ad arricchire la pubblicazione, infine, un denso apparato fotografico dove gli Statuto sono ritratti, nel
corso degli anni, sempre e comunque elegantemente
rudi.

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FORCONI CONTADINI E FORCONI SIMBOLICI


Quali analogie fra rivolte medioevali e rivendicazioni di diritto al consumo?
Michela Zucca
Negli ultimi mesi, gli strepiti dei "forconi" hanno fatto lanciare urla di allarme e tracciare analogie con quei
tumulti lontani, che, da secoli, terrorizzano nobili, preti, borghesi, cittadini
ma anche studiosi marxisti. Ma prima
di tracciare facili analogie, opportuno
capire un po' di pi di di che cosa stiamo parlando.....
La tipica ribellione medioevale stata definita jacquerie dagli annalisti
contemporanei, prendendo a prestito
il nome da un capo leggendario e immaginario, Jacques Bonhomme. Jacques Buon Uomo: simbolicamente, la
valenza di questo nome molteplice e
complessa. Prima cosa: si tratta di un
individuo che potrebbe essere chiunque. Ovvero: chiunque ha il diritto di
ribellarsi. Ricordiamo che cognomi
come questi erano spesso affibbiati ai
trovatelli abbandonati negli ospizi, e
quindi indicano una chiara provenienza sociale e una vicenda di marginalit, emarginazione e povert gi fin da
prima della nascita, prerogativa indispensabile ad un necessario tentativo
di riscatto. Terza simbologia: quella
rimandata dal significato letterale del
nome, buon uomo: non si tratta di
un criminale, anche se commette atti
allapparenza efferati. E spinto dalla
disperazione e da una vita di stenti e
di privazioni, aggravata dai soprusi dei
potenti.
La jacquerie stata categorizzata dagli
storici secondo una tipologia fissa: si
tratterebbe di uninsurrezione spontanea, non premeditata, non organizzata,
quasi sempre priva di una leadership
chiaramente identificabile, crudele,
fino allaberrazione, senza prospettive, tanto che come nasce muore, senza
nessuna eredit ideologica, dato che
non possiede alcuna progettualit politica. Quando la repressione ha completato lo sterminio, viene dimenticata.
Le tracce della sollevazione si perdono
nella memoria popolare. La jacquerie
stata spesso accostata alle rivolte anarchiche. Normalmente, considerata
inutile, e lesatto opposto della rivoluzione, che sarebbe invece premeditata per la riuscita a lungo termine, e
quindi utile.
In realt, linterpretazione classica della jacquerie, sia di destra che di sinistra, non ha approfondito abbastanza alcuni aspetti della cultura e della
gente di quel periodo, che andrebbero
studiati secondo una metodologia antropologica, che mettesse in correlazione eventi che avvengono anche a
distanza di molto tempo. Cos, si scoprirebbe che spesso, le sollevazioni si
popolo avvengono pi o meno sempre
negli stessi posti, a distanza di alcuni
decenni. Se poi si esaminano attentamente i movimenti di eretici clandestini e briganti, si vede bene come questi
personaggi spariscono e riappaiono
come per incanto, dopo diverso tempo
e dopo aver percorso lunghe distanze,
aver attraversato confini, aver superato
indenni bande di sbirri che li cercavano
per poter appendere la loro testa sugli
spalti pi alti delle mura del castello.
Talvolta, questa gente si sposta in massa: vedi per esempio Dolcino, Margherita e i suoi, che dalla Romagna si
recano in Trentino, in un piccolo paese
chiamato Cimego, dove rimangono nascosti per tre anni con i loro seguaci;
per poi riapparire, dopo altri tre anni, in

Piemonte, come per incanto. Da qualche parte dovevano ben essere passati:
la via principale di Chiavenna si chiama via Dolcino, e in alta Val Chiavenna
(covo di eretici ben documentato) c
un paese che si chiama Campodolcino. A Cimego, su una popolazione che
oggi fa poco pi di 400 abitanti, furono
censiti nei primi anni del 300 qualcosa
come 50 eretici. Diverse donne furono
bruciate come streghe. Una pass alla
storia come avvelenatrice: ma si rese
colpevole di ribellione contro il vescovo, nella seconda met del 400.
Questa organizzazione sicuramente
complessa, ramificata, internazionale
e transnazionale, dura negli anni, perfino nei secoli, e si sospetta si travasi
poi in altre formazioni, come quelle dei
Perfetti di Buonarroti. E ben lontana
dallo spontaneismo insurrezionale, privo di base teorica, che si assegna alle
jacqueries. Possiamo parlare di organizzazione rivoluzionaria? Dipende dal
senso che si d a questa parola. Secondo Barrington Moore, forse il pi grande esperto di rivolta sociale, la storia

disorganizzate e spontaneiste. Libri


come il Vangelo delle streghe dimostrerebbero la presenza di una certa
unit teorica e coscienza della propria
origine, oltre che della coscienza della lotta di classe e di genere che sotto
il nome di stregoneria veniva portata
avanti. Dolcino e Margherita stessi costruiscono una rete clandestina di cellule armate, collegate fra loro, che fanno
da base alla loro fuga dalla Romagna
al Monte Rubello e, presumibilmente,
costituiscono la chiave di lettura degli
spostamenti di eretici e dissidenti di
ogni genere dal Medio Evo in poi.
Quindi quello che succede in epoca
preindustriale non una serie di insurrezioni fini a se stesse di gente disperata, ma un puzzle di rivolte che
si diramano da un corpus ideologico
egualitario sostanzialmente uniforme.
Queste idee nuove si diffondono attraverso vie di comunicazione clandestine, fatte e mantenute da networks di
famiglie amiche, che servono anche
per ospitare e nascondere quelli che
fuggono dalla repressione del potere.

umana percorsa da un filo rosso di


aspirazione alla libert , che si traduce
di volta in volta in modo diverso, adattandosi al contesto culturale sociale e
storico, ma seguendo il medesimo fine,
cio il liberarsi da unoppressione ingiusta. In questo senso, la distinzione
fra ribellione e rivoluzione non avrebbe pi senso, perch le insurrezioni
medioevali farebbero tutte parte dello stesso disegno rivoluzionario, che,
ogni giorno di pi, svela i propri collegamenti fra un moto e laltro, fra ideologi ed eretici che stavano a centinaia,
forse migliaia di chilometri di distanza.
Tanto per fare un esempio: Michael
Gaysmair teorizza la costituzione di
una societ di eguali, basata sul possesso comunitario della terra e dei mezzi
di produzione. E non solo estende la
lotta armata rivoluzionaria allintero
Tirolo e al Trentino, unificando popoli
che parlavano tre lingue (italiano, tedesco, ladino) e numerosi dialetti. Cerca
anche unalleanza politico-militare che
coinvolga la Confederazione Elvetica,
la Lega evangelica tedesca, la Repubblica di Venezia e, tramite la legazione
francese di Coira, la Francia. Se questo
non un progetto rivoluzionario.
Se poi si assume la stregoneria come
generale rivolta contro il nuovo ordine
imposto dai governi centrali e dalle citt, vediamo che storici come Margaret Murray sostengono che le streghe
erano riunite in congreghe a numero
fisso su base territoriale, con tanto di
consiglio degli anziani regionale
collegate fra loro , quindi tuttaltro che

La rete di oppositori far poi da substrato fertile per tutto quanto succeder
nei secoli successivi.
Queste vie di rifugio, ma anche di produzione e riproduzione di cultura, passavano per le montagne: un caso documentato storicamente quello delle
Sibille dei Monti Sibillini, perch il
papa le accus di volerlo avvelenare a
distanza e quindi ci mand linquisizione per bruciarle. Ma anche sulle Alpi e
sui Pirenei funzionavano dei circuiti di
case amiche in cui si dava ospitalit
a chi doveva sparire. Basti pensare alla
rete costruita dalle beghine,e a quella
dei valdesi (che arriva fino allItalia
meridionale). Anche queste, documentate da fonti scritte.
In questi networks clandestini la funzione della donna essenziale, decisiva, preponderante: lei che decide
se aprire le porte della propria casa, o
no. E lha fatto per secoli: dalle rivolte
medioevali alla resistenza alloccupazione nazista, sono state le contadine
delle Alpi a dare rifugio ed ospitalit ai
soldati in fuga e ai partigiani, mentre
mariti padri e fratelli mancavano, sapendo coscientemente e scegliendo di
mettere a repentaglio la propria vita, e
quella dei propri figli, le case e i campi,
coltivate da sole con laiuto di qualche
vecchio, i pochi animali da cortile e le
mucche. Cos come tanti secoli prima.
Cos come sempre, si potrebbe dire.
Tutto il Medio Evo scosso dalle rivolte. Che si combattono principalmente
per conservare il diritto di coltivare la
terra su cui si vive, gli antichi rapporti

di propriet comunitaria della terra e


dei mezzi di produzione, una cultura
in cui le donne svolgevano ruoli molto importanti, una religione atavica,
in cui il cristianesimo costituiva solo
una parte di facciata, che era riuscito
a sopravvivere fra le trib della montagna. In questo senso s, era una lotta
di conservazione: ma oggi si capisce
meglio che cosa vuol dire combattere
per mantenere, e non per conquistare,
diritti acquisiti.....
Secondo gli storici del tempo, durante i
moti succedono cose spaventose: i cavalieri sono cotti vivi sullo spiedo, sotto gli occhi delle loro mogli violentate
sul posto e poi uccise . Assaltare castelli e monasteri ed ammazzare sistematicamente tutti quanti, saccheggiarli selvaggiamente e poi darli alle fiamme era
la prassi. In queste ribellioni riemerge
l'aspetto rituale della battaglia, che il
cristianesimo aveva tentato di soffocare. Certe azioni, che gli storici hanno
liquidato come "atti di violenza gratuita e irrazionale", in realt mantengono
una spiegazione magica. Per esempio,
il cannibalismo, praticato fino all'et
moderna durante i moti popolari; o le
mutilazioni: in queste operazioni si distinguono proprio le donne.
Ma violenze e la distruzione non sono
solo atti rituali: gli insorti ammazzavano e bruciavano brandendo una parola
dordine che mai nessuno aveva osato
pronunciare con altrettanta lucidit:
Quando Adamo zappava ed Eva filava, dovera il gentiluomo?, e ammettevano candidamente che avrebbero
eliminato qualunque cosa avrebbe potuto causare un arricchimento di alcuni
a scapito di altri, una differenziazione
di classe al proprio interno, una creazione di leadership permanente e quindi un annullamento delle tradizioni
egualitarie al proprio interno. Ancora
nel 1905, quando scoppiarono forse
le ultimi rivolte contadine sul modello
delle jacqeries medioevali nella Russia
zarista, e di molte ville nobiliari non
restarono n ceneri n aristocratici che
potessero accusare gli insorti, gli interrogatori dei contadini dimostrarono che
la violenza non fu un semplice sfogo
nichilista, ma il tentativo di eliminare
tutto ci che avrebbe ostacolato la costruzione di una comunit egualitaria:
i prodotti del lusso, "grande nemico
della giustizia e dell'onest", e quelle
infrastrutture che necessitavano di conoscenze specializzate e di tecnologie
superiori alle loro forze, di una divisione del lavoro che avrebbe spezzato
l'autogestione comunitaria e la condivisione del lavoro. la distruzione non
mai indiscriminata: ci che utile per i
poveri viene risparmiato .
A questo punto, le analogie coi forconi
che si lamentano di aver dovuto vendere il fuoristrada, o di non potersi comprare niente di nuovo, o di aver dovuto "licenziare i dipendenti", possiamo
anche lasciarle ad altri e nel frattempo,
aspettare che finalmente ritorni il Medio Evo......
1)

Barrington Moore jr., Le basi sociali dellobbedienza e

della rivolta, Edizioni di Comunit, Milano, 1983


2)

Margaret Murray, Le streghe nellEuropa occidentale,

Garzanti, Milano, 1978


3)

Charles G. Leland, Il Vangelo delle streghe, Stampa Al-

ternativa, Viterbo, 2002


4)

Gualtiero Ciola, Le rivolte contadine in Europa, in AA.

VV., Rivolte e guerre contadine, Societ editrice Barbarossa, Milano,


1994, p. 27-55.
5)

E.J. Hobsbawm, I ribelli, Piccola Biblioteca Einaudi,

Torino, 1966, p.35

Mensile Anno III N. 1 APRILE-MAGGIO 2014

LOTTA CONTINUA - 16

PRENTAZIONE DEL BLOG DELLA REDAZIONE DI LOTTA CONTINUA

NEO/PROLETARI CONTRO IL CAPITALE


Questo spazio della redazione di Lotta Continua vuole contribuire alla costruzione di un punto di vista di parte, a fianco di tutti i
segmenti del moderno proletariato oggi frammentato e assoggettato. Questo per noi significa assumerne i bisogni materiali e sociali
per collocarli dentro un percorso di conflitti per la trasformazione radicale del sistema, per la liberazione dalle catene del Capitale.

Questo blog intende valorizzare tutti i conflitti che, nelle condizioni attuali sono connotati da parzialit, motivati in gran parte da bisogni immediati o quantomeno
da bisogni non (ancora?) radicali, com' stato nel ciclo di lotte degli anni '60 e '70.
Assumendo la cassetta degli attrezzi della critica marxiana, consideriamo la condizione proletaria (sempre storicamente determinata e mai astratta) come il terreno
da cui pu nascere il rifiuto, la negazione in tutte le sue forme, dall'indignazione al riot. Questa la stazione di partenza, ma non pu essere quella di arrivo.
Corrisponde ad un primo livello di consapevolezza all'interno di un percorso che attraversa, in un tragitto ideale, diversi strati di conoscenza e di presa di coscienza.
() Se vero che ogni lotta porta in s un significato politico implicito, questo va reso esplicito. Il che significa per noi politicizzare le lotte, collocando i bisogni
dei subalterni dentro il sistema complessivo, i suoi rapporti sociali, i meccanismi che producono le classi sociali, vuol dire individuare e indicare il nemico reale
(superare le retoriche anti-casta, a cui va sostituita la controparte di classe), i suoi strumenti, il ruolo dello Stato e dei suoi apparati ideologici e di controllo sociale.
Significa rendere espliciti i meccanismi del capitalismo che conducono all'impoverimento, al declassamento sociale, alla compressione dei bisogni, alla precariet
lavorativa ed esistenziale, al deterioramento del lavoro, all'esposizione al rischio sociale del capitalismo odierno, cosiddetto ().
La scomposizione del diamante del lavoro ci rimanda un insieme di schegge che formano una composizione della classe proletaria estremamente debole, strutturalmente fragile.
I bisogni della nuova composizione proletaria si muovono oggi su molteplici fronti che devono aggredire il salario reale, i bisogni sociali (abitazione, salute, trasporti,
formazione...), il salario differito (le pensioni), il salario sociale per disoccupati e precari, la rivendicazione di un salario minimo orario, i diritti sociali prima ancora
di quelli civili,ecc.
Ognuno di questi obiettivi contiene un significato politico implicito perch questi bisogni sono il prodotto dei meccanismi di funzionamento del capitalismo che
espropriano ricchezza a tutto il lavoro sociale e destabilizzano permanentemente la condizione dei soggetti proletari. Rendere palese questo contenuto significa anche
operare per unificare le lotte, per ricomporre la frammentazione sociale proletaria e operare nella direzione della ricomposizione politica della classe a venire, che
l'obiettivo strategico di questa fase. (...)
Oggi la necessit di intercettare il lavoro diffuso territorialmente, precario, disoccupato, migrante; le esigenze di creare strumenti organizzatavi territoriali per sostenere le lotte proletarie, pongono nodi da districare che non hanno trovato, ad oggi, soluzioni durature(...).
Nell'attuale condizione di frammentazione del moderno proletariato ogni passo verso la riunificazione va inteso come un salto di coscienza politico, perch un
riconoscersi come soggetto collettivo, come classe, una presa di coscienza che pu maturare nelle lotte e nel riconoscimento del nemico e che nessuna propaganda
di partito (stata mai) in grado di realizzare.
I meccanismi del capitalismo flessibile hanno prodotto nuove condizioni proletarie che si sono materialmente tradotte in deprezzamento del valore del lavoro, declassamento delle condizioni di vita della base sociale, precariet. E' ritornata quella povert assoluta che nel fordismo maturo sembrava debellata come problema
sociale o quantomeno ridotto a fenomeno marginale.
La diffusione di queste condizioni sociali ha determinato una crisi di legittimit del sistema e un acuirsi delle contraddizioni sociali che, incontrando enormi difficolt a strutturarsi in rivendicazioni collettive consapevoli, si esprimono anche in diverse forme di disordine sociale e di illegalit. Nel capitalismo in versione
neoliberista, che finora riuscito a chiudere i canali della rivendicazione collettiva, i conflitti parziali tendono ad essere concepiti come anomalie sociali, ad essere
etichettati come irrazionalit, devianza, criminalit, quando non terrorismo (il sempre paventato pericolo del ritorno delle ideologie e degli anni di piombo).
Dentro un tessuto sociale lacerato, di usura dei legami sociali, di produzione di marginalit a livello di massa sono emersi processi di ri-carcerizzazione. (...)
Dalla frantumazione della vecchia classe laboriosa emergono nuove classi pericolose fra cui si distingue il proletariato d'importazione. Su questo segmento di
classe globale si costruita la figura del nemico pubblico numero uno da controllare rigidamente con un sistema di governo che consenta di estrarre il massimo di
profitto con la minor spesa possibile.
I CIE, creati per controllare i flussi, sono lager amministrativi che stanno l come monito, modello di governo delle classi pericolose, sperimentazione di tecniche
di controllo e repressione da estendere a tutti i marginali. Rappresentano un atto politico di una guerra metropolitana contro i nuovi poveri, contro gli scarti umani
prodotti dal capitalismo del dopo-fordismo. (...)
La fragilit dei movimenti degli ultimi trent'anni emerge in tutta evidenza con l'irrompere della crisi che ci ha trovati disarmati politicamente, culturalmente e organizzativamente. (...)
A noi interessa tenere ben ferma l'identit oggettiva, la composizione sociale dei movimenti e la soggettivit esplicitata ( la rappresentazione di s, i simboli, l'individuazione del campo amico-nemico, le credenze, gli slogan, il lessico, i desideri, l'ideologia, gli immaginari, ecc) e il rapporto fra le due dimensioni (oggettivit e
soggettivit). Assumendo come cartina al tornasole il criterio dell'autonomia, o meglio il livello dell'autonomia espressa nei confronti del sistema, per afferrarne le
tendenze e quindi le potenzialit di sviluppo e di permanenza nel tempo e la possibilit di sviluppare contro-egemonia o contro-potere che dir si voglia.
Oggi il nocciolo duro del problema come porci dentro una realt (oggettiva e soggettiva) che non ha precedenti nella nostra storia. Le difficolt e la complessit del
presente pu spingere a rifugiarci dentro le famiglie tradizionali del movimento operaio, dentro riti, linguaggi e strutture rassicuranti. Questo significherebbe morire
o trasformarci in testimoni, il che sarebbe la stessa cosa. Quello che in gioco non pu essere un ritorno, la difesa di identit oramai consumate, nate e cresciute
in un mondo che non c' pi.
Proprio per le caratteristiche della nuova composizione di classe non possiamo aspettarci l'emergere spontaneo di movimenti e di una soggettivit orientata in senso
classista. N si pu cadere nell'illusione che dentro la realt odierna l'attesa ri-composizione del soggetto collettivo anti-capitalista possa avvenire nella piazza o a
colpi di rituali scadenze autunnali. Un processo del genere non pu che concretizzarsi in profondit, nella invisibile e sotterranea lotta di classe quotidiana, a partire
dai vissuti materiali dei nostri soggetti sociali e dall'azione di un'intelligenza politica collettiva.
La scomposizione della vecchia composizione di classe a centralit operaia, cosa ci consegna dal nostro punto di vista di classe ? cosa ci dice l'analisi delle condizioni
materiali e della soggettivit neo-proletaria? possiamo individuare un soggetto materialmente e politicamente centrale, anche tendenzialmente capace di aggregare
attorno a s gli altri segmenti proletari, com' stato per l'operaio-massa, per il partito di Mirafiori ? quali livelli di autonomia e di politicit implicita esprimono i
movimenti e come valorizzarli? Come realizzare la socializzazione e la circolazione delle lotte? quali obiettivi di lotta possono favorire la ricomposizione del soggetto collettivo anti-capitalista? in che modo individuare le tendenze dei conflitti? come fare controinformazione e comunicazione nella realt odierna? come contrastare
l'azione repressiva degli apparati poliziesco-penali? di quali nuovi attrezzi abbiamo bisogno e quali possiamo recuperare dalla nostra storia?
Su questi e su altri interrogativi vogliamo aprire un confronto dialettico a partire dai processi e dai movimenti sociali, uscendo da quelle rigidit ideologiche che
offuscano la possibilit di interpretare le nuove tendenze che la realt ci consegna, per poter tornare a osare lottare, osare vincere!

www.lottacontinua.eu

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