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SOCIET DEI VERBANISTI

La Societ dei Verbanisti per statuto una libera associazione senza


fine di lucro. Raggruppa coloro che per amore di Lago ne coltivano
storia e arte e ne promuovono la cultura.
comitato direttivo
Presidente: Ettore Brissa
Vice presidente: Fabrizio Panzera
Consiglieri: Giovanni Boracchi (segretario), Vittorio Grassi,
Giorgio Margarini, Leonardo Parachini, Gianni Pozzi
info@societaverbanisti.it
www.societaverbanisti.it

Sito segnalato nel portale dellUNESCO

VERBANUS 34

Hanno collaborato alla redazione di questo numero


Giancarlo Andenna, Sergio Baroli, Ettore Brissa,
Debora Chiarelli, Pierangelo Frigerio, Enrico Fuselli,
Monica Gagliardi, Vittorio Grassi, Giorgio Margarini,
Leonardo Parachini, Gianni Pozzi
Direttore responsabile
Benito Mazzi

Pubblicazione annuale registrata presso il Tribunale di Verbania


il 4 gennaio 1991, n. 219
La rivista aperta a tutti. Ogni genere di collaborazione senza compenso. La rivista
non responsabile dei manoscritti inviati che comunque non saranno restituiti.
Gli autori si assumono la piena responsabilit dei loro scritti.

34

ALBERTI EDITORE
PER LA

SOCIET DEI VERBANISTI


VERBANIA MMXIII

In copertina:
Carlo Rapp, Verbanus, xilografia elaborata in digitale

2013, Autori degli articoli


ISBN 978-88-7245-292-9

Amici cercansi.

Per i primi 100 anni di Vittorio Sereni


e Piero Chiara

Arrivato alla sua 34a edizione, Verbanus non fa questua di nobili


ascendenze o di numi tutelari. Ma di amici. Amiche e amici. E, per cominciare, di quanti non sono pi fra di noi.
Di questi ultimi bello fare memoria e reperire nel loro lascito letterario uno stimolo al progetto culturale che sta alla base della nostra rassegna.
In spirito di amicizia vorremmo che il lettore trovasse iscritti idealmente nel frontespizio di Verbanus i due nomi di Vittorio Sereni e Piero
Chiara, di cui ricorreva nel 2013 il centenario della nascita, a Luino (ma
entrambi con il genitore proveniente da contrade lontane).
Poeta, il primo. E la sua statura percepita, specie nelle ultime decadi, con crescente nettezza nel panorama letterario italiano novecentesco.
Narratore e critico darte, il secondo: chiosatore di varie indoli e costumi,
che si distingue per la ricca vena, la felicit dellispirazione ma anche per
rigore di scrittura.
Gli insiemi di significati che si ricollegano a queste due presenze sul
nostro Lago, tutelari, certamente, anche se non necessariamente numinose, formano loggetto dei contributi presenti in questo numero, a cura di
Giorgio Buridan (Sereni) e Beppe Galli (Chiara). Per chi, poi, desiderasse
disporre di una mappa dei referti luinesi presenti nella produzione sereniana segnaliamo lo studio di Pierangelo Frigerio dal titolo Luino, paese di
frontiera (in Luoghi di una amicizia, Mimesi edizioni, Milano-Udine 2011).
Vi sono autori che con il luogo dove sono nati hanno un rapporto
che va poco oltre lanagrafe. Altri, invece, ne traggono, in una lunga
fedelt, il materiale della propria scrittura, pur essendo consapevoli della
fallacia della memoria e dei trabocchetti tesi al rammemorare dai ricordi
9

in prima persona e dalle testimonianze altrui. Sono questi gli autori che
a un certo punto del percorso personale, scelgono di spostare il centro
della loro attivit in citt non troppo remote dai paesi dellinfanzia. E
saranno la Varese di Chiara e la Milano di Sereni.
Si vuole che entrambi, raggiunta una notoriet conseguita anche grazie al multiforme operare in campo editoriale, andassero una volta al
mese a visitare la loro Luino: allinsaputa luno dellaltro e senza avvisare i conoscenti. Un modo per rendersi conto de visu delle sottrazioni e
delle aggiunte alla fisionomia del paese, nel suo divenire una cittadina. E
per rendersi conto, dolorosamente, con il poeta maudit che il viso della
citt muta, ahim, pi rapidamente dei tratti di una donna.
Sarebbe dare prova di una forte miopia laccreditare una lettura che
si proponesse di ridurre al solo mondo concluso luinese la produzione
poetica di un Sereni (per intenderci: dopo la prima raccolta di Frontiera)
o la narrative di un Chiara (per intenderci: dopo Il piatto piange). In entrambi la visuale si stacca dallo scenario della prima giovinezza, punto di
partenza e di approdi per la voga e il nuoto e abbraccia in cerchi sempre
pi ampi il bacino intero del Lago. Un libero zigzagare a bordo della barca Tinca, fra la sponda magra e quella piemontese ne La stanza del
Vescovo, preludio a fosche avventure in un giallo allitaliana.
Si prenda, di Chiara, il racconto che si intitola Il mio paese (1978).
questo il tema del componimento scolastico che riveler la vocazione di
scrittore al giovane Pierino e al suo professore di italiano, nel collegio di
Arona. Il richiamo del paese natio, distante da Arona quattro o cinque
ore di battello e nascosto dai promontori che segnano le contorsioni
del Lago Maggiore, offre al nostro scrittore lo spunto per segnare sulla
carta della Navigazione gli approdi toccati dal battello a ruote Regina
Madre, agli ordini del capitano Caccia.
A sua volta ecco, gi presente nei versi che suggellano il componimento Terrazza, il gesto che nella poesia di Vittorio Sereni allude a
una realt che travalica i confini di Luino. Gesto che convoca sulla pagina
la presenza, entro il tacito evento, di quel raggio della torpediniera che
ci scruta, si gira e se ne va.
Ettore Brissa, febbraio 2014
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lettere, arti, scienze

Emilio Rossi

Antonio da Tradate

pittore locarnese sulla riva orientale


del Verbano

Piero Bianconi lo definisce fecondissimo artigiano e in realt Antonio


da Tradate pu essere considerato uno degli ultimi pittori che girovagavano nelle valli ticinesi e lungo le sponde del Lago Maggiore per rispondere ad una committenza meno esigente culturalmente rispetto a quella
delle corti rinascimentali italiane:
proprio quando Michelangelo frescava la volta della Sistina, Raffaello pensava
le armonie miracolose delle Stanze, e da tempo Leonardo aveva nella vicina Milano portato il fermento dellarte toscana pi eccelsa, qui da noi ingenui mestieranti
dipingevano ancora, per devozione dumile gente vallerana, Santi e Madonne
gotiche e pur commosse da incerti presentimenti, mescolando curiosamente lantico e il nuovo. Anzi lattivit di questi artigiani ligi a tradizioni antiquate giunge
quasi a toccare lepoca in cui anche da noi si spiegava il fiore del Rinascimento,
con lopera di Bernardino Luini in Santa Maria degli Angeli a Lugano.

Un inquadramento storico che ben definisce il ruolo della pittura in


una fase di trapasso dal gotico medievale allaurora del Rinascimento.
Non abbiamo a disposizione dati incontrovertibili n sul luogo dorigine,
n sullanno di nascita di Antonio da Tradate. Lunico affresco dove egli
si firma per esteso Antonius de Tredate habitator Locarni fu realizzato su una
parete esterna di unabitazione a Curaglia (frazione di Medel, vicino a Disentis, nei Grigioni). Sembra comunque evidente che la sua famiglia fosse originaria di Tradate. In tre documenti notarili degli anni 1497, 1510,
1511, Antonio citato come magister et pictor. Negli ultimi due atti,
13

accostato al figlio Giovanni Taddeo, anche lui pittore e abitante a Locarno.1 Sembra inoltre assodato che la sua attivit pittorica si dispiegasse tra
lultimo quarto del secolo XV e il primo del successivo.2 La sua bottega,
rispetto a quella di Cristoforo e Nicolao da Seregno, attivi nel Ticino
prima della conquista elvetica, mostra radici cittadine e una densit di
penetrazione molto alta nelle valli che confluiscono verso Locarno, nel
Malcantone e in Val di Blenio.3
Anche in assenza di firma, apposta saltuariamente e in modo incompleto, riesce facile identificare i suoi dipinti, osservandone le figure
dal volto largo e gonfio, si direbbe quasi imbottito; il gusto di certi damaschi lussuosi molto decorativi; il ripetersi di rocce gotiche, colorate e
sfaldate, accanto a certe nicchie di sapore rusticamente rinascimentale
nelle quali il pittore impianta le sue figure di Santi.4
Nel 1492 il suo nome compare nella decorazione dun lato del coro
della chiesa di S. Martino a Ronco sopra Ascona, nella teoria degli Apostoli, sopra la rappresentazioni dei mesi nello zoccolo: 1492 die ultimo
augusti hoc opus Antonius de Tredate pinxit de ista parte. Nello stesso periodo
realizza gli affreschi di San Michele a Palagnedra, il ciclo pi completo
e coerente della sua attivit, con firma frammentaria. Una successione
di santi dipinge anche nella chiesa di Santa Maria della Misericordia nel
Collegio Papio di Ascona. Al primo decennio del Cinquecento risale invece la presentazione di Ges al tempio in Santa Maria in Selva a Locarno nella quale, rispetto ai Seregnesi, costituisce motivo di novit il tentativo di inserire la rappresentazione scenica in uningenua architettura
rinascimentale. Limportante ciclo di affreschi di San Michele di Arosio,
che risale al 1508, autografato congiuntamente da Antonio e dal figlio
Giovanni Antonio Taddeo. Nel 1511 con ogni probabilit decora labside della chiesa di Santo Stefano al Colle di Miglieglia, che comprende
una teoria di Santi inquadrati da archeggiature e una Crocifissione con un
P. Bianconi, La pittura medievale in Canton Ticino. II, Il Sottoceneri, IET, Bellinzona 1939.
L. Broggi, Antonio da Tradate. La pittura tardo-gotica tra Ticino e Lombardia, Macchione,
Varese 2012.
3
M. Natale, La pittura rinascimentale a Como e nella Svizzera Italiana, in Pittura a Como e nel
Canton Ticino dal Mille al Settecento, Cariplo, Milano 1994, p. 37.
4
Bianconi, La pittura medievale ..., cit., pp. 41-42.
1
2

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inconsueto paesaggio urbano sullo sfondo. Stilisticamente, scrive Andrea Di Lorenzo, il nostro artista, che si avvale di schemi narrativi arcaici, mostra un innegabile e sicuro talento di decoratore nellutilizzo di
una gamma cromatica accesa, che copre senza soluzioni di continuit le
superfici murarie.
Ci limitiamo a questi cenni, trascurando le opere disseminate sulla
sponda piemontese e nellAlto Ticino, nella val di Blenio in particolare.
Scopo di questo lavoro la completa documentazione delle opere riferibili ad Antonio da Tradate, sia pure con qualche incertezza, nel Luinese,
talune pressoch inedite e comunque poco note.5 Va accolta in ogni caso
la raccomandazione di Romano Broggini a non tracciare linee di demarcazione nette e a guardare al mondo culturale del Verbano di quel
periodo storico come un mondo senza suddivisioni, asse daccesso verso le Alpi.6 Resta il fatto che la vicinanza dei luoghi interessati, tutti
allinterno o ai confini del feudo dei Rusca, anche signori di Locarno,
sembra denotare committenze innescate, sia pure in tempi successivi,
una sullaltra dal successo della prima.

Madonne del latte (Indemini, Curiglia, Graglio)


Il tema pi ripetuto quello della Madonna del latte, quattro opere a
Indemini (in valle Veddasca, ancorch in territorio svizzero), Curiglia (2),
Graglio Veddasca.
5
Tralasciando le citazioni giornalistiche, le opere qui considerate sono state segnalate,
anche con alcune riproduzioni, e ritenute attribuibili ad Antonio da Tradate o alla sua cerchia,
in: L. Giampaolo, Storia breve di Maccagno Inferiore corte regale degli imperatori, terra per s e di Maccagno
Superiore, Galli, Varese 1962, pp. 144 sgg., 191 sgg. (Maccagno, chiese di S. Antonio e S.
Stefano; Campagnano); V. Gilardoni, LAlto Verbano. II. I circoli del Gambarogno e della Navegna,
Monumenti darte e di storia del Canton Ticino, III, Birkhauser, Basilea 1983, pp. 46 sgg.
(Indemini); P. Viotto, Guglielmo da Montegrino e la pittura ad affresco in Valtravaglia tra Quattrocento
e Cinquecento, Loci Travaliae, V-1996, p. 53 (Curiglia Tronchedo, Graglio); P. Frigerio, Storia
di Luino e delle sue valli, Macchione, Azzate 1999, p. 465 (Curiglia parr., casa Maccagno Sup.,
Cunardo Raglio); Broggi, Antonio da Tradate..., cit., p. 123 (Cunardo via Vaccarossi).
6
R. Broggini, Per una visione unitaria della pittura antica sul Verbano, Verbanus, 20-1999,
pp. 119-131.

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Il culto della Madonna del latte, Galaktotrophousa, impone il confronto con il


mondo pagano, Iside che allatta Horus. La figurazione cristiana si rif ai vangeli
apocrifi, come il Protovangelo di Giacomo (II secolo d. C.); anche il vangelo di
Luca, tuttavia, rileva il grido di una donna che si rivolge al Maestro: Beatus venter
qui te portavit et ubera, quae suxsisti: beato il seno che ti ha portato e le mammelle
che hai succhiato! La pi antica effigie di Maria, venerata come Virgo lactans, si
trova nelle catacombe di Priscilla, a Roma e risale al II sec. d. C. Molti autori
cristiani, in Oriente e poi in Occidente, hanno svolto riflessioni teologiche sul
tema del divino allattamento, sino alla mariologia medievale.

Fra XIII e XVII secolo in tutta Europa si assiste a uno straordinario


ritorno a quella devozione, alla Domina, la Domina nostra, la Nostra Donna,
la Madonna, cui si dedicano chiese e cattedrali. Nei secoli Maria per tante
donne ha rappresentato il riferimento fisso durante la gestazione, il travaglio del parto e lallattamento al seno, in una societ connotata da una
forte mortalit infantile. Linsufficienza o la mancanza del latte materno
rappresentava un serio pregiudizio per la sopravvivenza del bambino e
poteva configurarsi come una maledizione divina. La paura di vedersi
disseccare le mammelle era cos inveterata da indurre lo stesso cardinal
Federico Borromeo, nel 1604, con il decreto Contra maleficos et sortilegos,
a condannare chi con incanti havesse levato o seccato il latte a donna,
o bestia. Da qui le raffigurazioni in edicole sacre, allinterno e allesterno delle chiese della Madonna del latte, tra le quali ricordiamo quella
di Re in valle Vigezzo, famosa per la miracolosa effusione del sangue.
Il tema avrebbe impegnato nel Rinascimento i maggiori artisti; solo nel
clima di rigorismo instauratosi dopo il Concilio di Trento, essendo vietate le immagini profane e lascive, Carlo Borromeo nel 1577, nel cap. VII
delle Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae De sacris imaginibus picturisve, censur i racconti apocrifi, non esclusa la raffigurazione della
Madonna del Latte che ad essi soprattutto si ispirava. A sua volta Federico Borromeo nel trattato De Pictura sacra del 1624, affermava: appare
ancora la sconvenienza di quelli che effigiano il divino Infante poppante
in modo da mostrare denudati il seno e la gola della Beata Vergine,
mentre quelle membra non si devono dipingere che con molta cautela e
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modestia.7 Il carattere censorio della norma fin per scoraggiare la devozione alla Madonna del Latte, le cui immagini vennero spesso alterate
o addirittura coperte da altri soggetti.8
Indemini La Madonna del Latte delloratorio sullAlpe Cedullo di
Indemini rappresentata in posizione frontale e posa matronale, come
solitamente le Madonne di Antonio da Tradate, sotto un baldacchino
sorretto da due angeli. Una raffigurazione analoga quella della Madonna di Loreto a Fosano Gambarogno, caratterizzata per da una maggiore disinvoltura pittorica. Lespressione denota una certa fissit dello
sguardo. Il seno risulta anatomicamente posticcio, stretto tra lindice e
le altre dita, nella classica posizione della puerpera che dispensa il latte,
con materna naturalezza. Sul capo della Vergine, ricoperto da un bianco
velo e circonfuso da unaureola dal colore dorato, rifulge una corona regale. Adagiato sulle sue ginocchia, il divino Infante, le cui mani poggiano
sul libro sacro, sugge compunto il latte. Particolare significativo: sulla
sinistra del dipinto una piccola montagna a cono, elemento ricorrente
nelliconografia di Antonio da Tradate. Una raffigurazione semplice e dai
tratti popolareggianti in cui il pittore non usa ancora quei solenni troni
sui quali colloca in altri casi la Vergine.
Curiglia Anche la Madonna della chiesa parrocchiale di S. Vittore
di Curiglia deplorevolmente inquadrata da cornice posticcia si rif
agli stessi stilemi pittorici. La Vergine, sempre in posizione frontale,
seduta su un trono turrito ed rivestita da un manto, profilato con una
fila di perline (ripetute nelle aureole) e damascato a motivi di foglie di
quercia. Pi realistica la rappresentazione del Bambino che intreccia le
sue mani con quelle della madre, mentre succhia il latte dal suo seno.
Laltra mano della Vergine invece si posa in atteggiamento protettivo
sulla spalla del figlio che indossa una candida veste ornata di decorazioni
a stella. Anche qui la raffigurazione del seno risulta piuttosto simbolica:
una piccola apertura del corpetto lascia intravvedere una rotonda coppa,
anatomicamente improbabile.
Federico Borromeo, De pictura sacra, 1624, edizione a cura di Carlo Castiglioni,
introduzione di Giorgio Nicodemi, Sora 1932.
8
N. Perego, Una Madonna da nascondere, Cattaneo, Oggiono 2005.
7

17

Della stessa mano laffresco del santuario del Tronchedo che sorge
alle porte di Curiglia. Un volto dolce e nel contempo austero, consono
alla sua dignit regale di madre del Salvatore, evidenziata dallaurea corona e dal trono dallo schienale turrito. Rispetto alla precedente, quella
del Tronchedo rivela una maggiore padronanza della tecnica pittorica
nei particolari ben curati: i capelli che incorniciano il volto, lo sguardo
penetrante, le labbra atteggiate ad un tenue sorriso, la mano pi realisticamente premuta sul seno per facilitare la lattazione, la figura del committente che emerge appena nellangolo destro del dipinto. Inizialmente
laffresco, strappato dalla sua sede originale e pur esso recentemente incorniciato, si trovava probabilmente in un tabernacolo ai margini di una
strada, come sembra indicare il cartiglio nelle mani del Bambino: O ti che
va per questa via, saluta la madre mia con uno pater et una ave maria, la medesima
rima che appare nel cartiglio della cappella de Bernardi di Corzoneso.9
Graglio Veddasca Di dubbia attribuzione la Virgo lactans che appare sulla facciata dellantico oratorio di Penedegra a Graglio Veddasca.
La tunica del Bambino, damascata a motivi di foglie di quercia, il manto
profilato della Vergine, il gesto stereotipato dellallattamento farebbero
pensare alluso di un cartone abituale, semplificato nei particolari. A mio
avviso, per, come attestano le fratture di una maldestra ricomposizione,
laffresco stato oggetto di un improprio intervento di restauro. Lo attestano eloquentemente linconsistenza dellimpianto scenico di fondo e la
sottostante presenza nel dipinto di una incongrua copertura della chiesa
in tegole rosse. Il volto della Madonna mostra tuttavia tratti somatici
morbidi ed aggraziati. Un lavoro modesto nellimpianto che, fatte salve
le riserve espresse, sembrerebbe indicare labbandono della consolidata
iconografia della Madonna in veste regale.
Non possiamo trascurare due Madonne del Latte presenti in unarea contigua a
quella presa in considerazione, ancora in territorio elvetico, a Ronco Gambarogno. La prima, in precario stato di conservazione, si trova allinterno delloratorio di S. Bernardino, dove il frescante ha lasciato unindicazione significativa:
la data dell11 maggio 1485 e la firma frammentaria Antonius, interrotta da una
finestra aperta in seguito. Nella chiesa peraltro si trova un secondo affresco,
9 Broggi, Antonio da Tradate..., cit., pp. 127 sgg.

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una SantAgata coi seni sanguinanti a testimonianza del supplizio a cui era stata
sottoposta. La martire catanese era invocata soprattutto dalle balie, dalle nutrici
contro le malattie del seno, a riprova, ancora una volta, dellimportanza dellallattamento nelle societ arcaiche. La seconda Madonna del Latte ben conservata sulla facciata di una vecchia abitazione. Siamo probabilmente di fronte
alle prime prove di Antonio da Tradate, come testimonia la data del 1485. Il
soggetto della Madonna del latte, di diversi autori, appare in altre localit della
Valtravaglia e della Valcuvia, come ad esempio nella chiesa di S. Michele al
Monte e a Cantevria.

Antonio da Tradate a Maccagno


Maccagno Inferiore chiesa di S. Stefano Leopoldo Giampaolo
attribuisce ad Antonio da Tradate la Madonna in trono nella chiesa di S.
Stefano a Maccagno inferiore, allora Imperiale. Laffresco rimanda alla
lunetta sulla facciata del S. Antonio a Maccagno Superiore, di cui al seguito, soprattutto per quanto riguarda le campiture damascate a foglie di
quercia, motivo decorativo spesso usato dallartista. Ricorda peraltro anche la Madonna in trono con i santi Sebastiano e Giovanni Battista di Ponto Valentino (frazione di Sommacorte in val di Blenio) o quella di Palagnedra.
Palesi le analogie: il trono di gusto tardogotico, dagli aguzzi pinnacoli,
lattenzione ai particolari dellarredo e dellabbigliamento: la fodera damascata della parte alta del trono che sembra far da baldacchino, in uso
di solito per la cattedra vescovile, qui a sottolineare la maest di Maria.
Classica la posizione frontale della Madonna, avvolta in un manto blu
riccamente bordato e stretto da un fermaglio floreale, che nelle pieghe e
nei risvolti cerca di imprimere movimento alla figura. Sotto si intravvede
una vivace veste rossa pieghettata, legata in vita da un laccio.
La mano destra della Vergine si posa delicatamente sulla spalla del Figlio in amorevole gesto protettivo. Il Bambino e la Vergine tengono nelle
loro mani un libro, simbolo consueto nelle raffigurazioni mariane, che
rinvia alla parola di Dio, in particolare al Libro della Sapienza. Lesegesi
religiosa medievale suggerisce anche una lettura pi simbolica, collegata
alla chiusura o allapertura del libro stesso. Nel primo caso alluderebbe
19

alla materia vergine, nel secondo caso alla materia fecondata. Il linguaggio allusivo dei frescanti, in sintonia con la sensibilit del tempo,
cercava di volta in volta di evidenziare sia la verginit della Madonna sia
la sua divina maternit.10
Maccagno Superiore - casa Marchione Nellantica casa al limitare dellabitato, non lontana dallattuale parrocchiale di S. Materno, un
committente privato aveva voluto su un muro, probabilmente esterno
ed esposto al sole pomeridiano, immagini sacre di sua devozione; poi il
cortile, compreso fra la casa e quella adiacente, fu coperto a formare un
atrio e ora gli affreschi si affacciano su un ballatoio interno. Affiancati si
trovano una Annunciazione e un San Sebastiano.
LAnnunciazione, dai vividi colori, mostra sulla sinistra un corpulento angelo annunciante, in ampia veste damascata con il solito motivo
delle foglie di quercia, che stringe nella mano destra un cartiglio con
lannuncio Ave gratia plena, Dominus tecum, mentre lindice della sinistra
richiama lattenzione dellosservatore sulla centralit del messaggio. Il
cartiglio sembra uscire fuori da un vaso dal quale si alza un giglio, candido simbolo della verginit di Maria. LAnnunciata, raccolta in preghiera
davanti a un inginocchiatoio, le mani incrociate sul petto, manifesta la
sua sottomissione al volere divino. Sullinginocchiatoio, coperto da un
drappo damascato, campeggia un libro squadernato con la scritta: Ecce
ancilla Domini (del valore simbolico del libro aperto abbiamo appena detto). I capelli castani, raccolti a mo di treccia in una spirale metallica, incorniciano il volto. Lampio manto profilato di verde lascia intravvedere
una sobria veste rossa. Il viso dolce e mite circondato da unaureola
bulinata. La scena si svolge allinterno di unarchitettura sommaria, con
pavimentazione a losanghe, al centro della quale risalta una colonna marmorea esagonale che funge da diaframma separatorio tra le due figure.
La pavimentazione romboidale a scacchiera pare voler creare un effetto
prospettico che tuttavia non convince per la posizione innaturale della
colonna. LAnnunciazione di Maccagno richiama in maniera esplicita quella della Chiesa di S. Martino a Malvaglia, gi da Piero Bianconi attribuita

10 G. Heinz-Mohr, Lessico di iconografia cristiana, Milano, I.P.L. 1984.

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ad Antonio da Tradate. Identica la postura della Vergine e dellangelo, il


cui volto per alquanto pi raffinato nei tratti somatici.
Ben conservato anche laffresco di un San Sebastiano, legato mani
e piedi e trafitto dalle frecce. Il volto tuttavia mostra una fissit innaturale, come se il supplizio non potesse scalfire la serenit interiore del
martire. Il tentativo di creare uno scorcio prospettico evidente nella
scelta di collocare la scena, ancora una volta, su una pavimentazione a
motivi romboidali. A questo proposito Paola Viotto nota11 che il motivo
a losanghe,
il modo pi corrente usato nella nostra zona nella seconda met del Quattrocento per rendere lidea di pavimento. un modo, sia detto per inciso, che non
permette di dare alcuna indicazione prospettica, e in questo si differenzia dai
pavimenti a scacchi bianchi e neri, come si vedono a Voldomino e a Brissago
[in Guglielmo da Montegrino] che almeno intenzionalmente comunicano unidea di spazialit. Guglielmo ha usato questa soluzione soltanto una volta, nella
sua opera pi antica, il San Bernardino di Montegrino.

Maccagno Superiore. Chiesa di S. Antonio Ospita il pi complesso ciclo daffreschi tradateschi della sponda orientale, purtroppo
perduto in buona parte. Il pittore si annuncia allingresso con una Madonna, posta nella lunetta che sovrasta la porta dentrata della chiesa. Si
tratta di una pittura alquanto deteriorata, tanto da non consentirne una
soddisfacente leggibilit. Pur frammentario, il dipinto presenta gli elementi tipici della bottega tradatesca: broccati a foglie di quercia, tratti
fisionomici della Vergine caratterizzati da fronte ampia, occhi con palpebre in evidenza, bocca piccola e naso delineato con pochi, semplici tratti.
Tre le sequenze: Scene della Passione, Ciclo dei mesi, Teoria degli Apostoli.
La prima serie corrisponde alla Biblia pauperum di cui parlava papa
Gregorio VII; alla pittura stata spesso affidato dalla Chiesa il compito
di narrare le storie della Sacra Scrittura con il linguaggio efficacemente
emotivo, chiaro e comprensibile da chiunque in modo tale che anche un
analfabeta potesse accostare testi sacri. Gli analfabeti daltra parte costi11 P. Viotto, Guglielmo da Montegrino e la pittura ad affresco in Valtravaglia tra Quattrocento e
Cinquecento, Loci Travaliae, V-1996 (pp. 25-55), p. 46.

21

tuivano la maggioranza della popolazione. Lintento didascalico reso


evidente dai cartigli esplicativi posti sopra i dipinti, alcuni dei quali facilmente leggibili. Chi sapeva leggere poteva aiutare i conterranei a comprendere il senso della scena, reso peraltro evidente dallinsegnamento
dei rettori della chiesa e comunque tramandati oralmente dagli anziani.12
Queste le scene, pi o meno complete, a noi pervenute:
I - Lingresso in Gerusalemme
II - Lultima cena: com dio atauora [con] gli apostoli
III - Lorazione nel Getsemani, Com dio la orazio[ne]; in fumetto la
citazione di Matteo, 26, 39: Pater, si posibile est, transiat a me ca[lix iste] 13
IV - La cattura di Ges, il bacio di Giuda, Pietro taglia lorecchio al
servo di Caifa: [C]om Zuda baxa dio per tradilo in le mani de farixei
V - La flagellazione, lincoronazione di spine,
VI - Cristo di fronte a Pilato: Come li farixei ano menato dio de nante a Pilato
VII - Pilato si lava le mani: [Pilato si lava le] mane de di(cend)o bene de lui.
Un fumetto spiega: Innocens est
La Viotto, prosegue nel confronto tra Antonio da Tradate e Guglielmo da Montegrino, fra Maccagno e Brissago:
compaiono tanto didascalie in volgare, che spiegano le singole scene, quanto
cartigli con scritte in latino che riportano le parole dei vari personaggi. Ma per
quanto riguarda Guglielmo la presenza delle scritte forse anche da mettere in
rapporto con uninfluenza della miniatura sulla stampa.14

Ieratica la figura del Cristo nellultima cena, circondato dagli apostoli; san Giovanni, secondo liconografia tradizionale, reclina il capo sul
petto del Maestro. Una scena di apparente serenit conviviale, anche se
dal volto di Cristo traspare lamara consapevolezza della fine imminente.
La grande omogeneit compositiva richiama con evidente chiarezza laf S. Ferrari, Dizionario di arte e architettura, Bruno Mondadori, 2006.
Archivio Comunale Maccagno (ACM), Immagini di fede sulle strade dei pittori itineranti, testo
di conferenza di P. Frigerio, 2008.
14
Viotto, Guglielmo da Montegrino..., cit., p. 40.
12
13

22

fresco del San Michele di Arosio. Identica la figura del Cristo, identica
la disposizione degli apostoli a semicerchio attorno alla tavola imbandita.
Ora nella pavimentazione c un tentativo di prospettiva, si comprende
che le rette di ogni fila di piastrelle devono avere inclinazioni contrapposte agli estremi del riquadro, devono cio convergere a un punto di fuga,
ma questo non individuato, tanto che la variazione brusca di inclinazione isola a un certo punto una piastrella triangolare. Tuttavia le piastrelle
sono correttamente riportate sul piano frontale nella loro forma quadrata. Comuni sono alcuni aspetti a livello decorativo e perfino fisionomico.
Il termine di paragone per entrambe le rappresentazioni potrebbe essere
lUltima Cena conservata nella Chiesa di Santa Maria Assunta a Brione
Verzasca, opera del Trecento di un maestro legato alla scuola giottesca,
da avvicinare, secondo il Bianconi, a Pietro da Rimini, per le affinit con
lUltima Cena della Badia di Pomposa.
Nella scena del tradimento di Giuda, i due volti accostati manifestano in tutta la loro drammaticit la tensione emotiva: nellespressione di
sconforto del Cristo che volge il suo sguardo altrove gi presente la
sconfessione dello spergiuro, mentre il traditore avvicina la sua guancia a
quella di Ges e tende le sue lunghe mani in un abbraccio infido. Pi in
basso il focoso Pietro colpisce allorecchio il servo del sinedrio, incurante della condanna del Maestro, mirabilmente espressa dallindice puntato
verso di lui.
Purtroppo - osserva giustamente Lara Broggi - le immagini si trovano in un pessimo stato conservativo e risultano di difficile lettura.
Auguriamoci pertanto che qualche mecenate si faccia carico di un restauro conservativo, perch questo prezioso documento pittorico, testimonianza di un lontano passato, possa essere fruibile anche dalle generazioni future.15
Nella fascia inferiore delle pareti viene rappresentata la serie dei mesi.
I dipinti presentano per un forte impoverimento dello strato pittorico,
tanto che alcune parti sono irrimediabilmente perdute. Si conserva, infatti, la superficie pittorica del solo mese di Gennaio e piccoli frammenti
dei mesi di Giugno, Luglio, Agosto, Settembre e Ottobre. Per i mesi
Broggi, Antonio da Tradate..., cit., p. 125.

15

23

di Febbraio e Aprile rimane solo la sinopia. comunque possibile una


ricostruzione virtuale dei dipinti mancanti o deteriorati, ricorrendo ad
analoghe raffigurazioni, che hanno unorigine comune, conservate fortunatamente integre a Palagnedra e a Ronco sopra Ascona.
La rappresentazione delle varie fasi dellanno, attraverso personificazioni o scene corrispondenti a ognuno dei dodici mesi un tema iconografico che affonda le proprie radici nellantichit. Tra le fonti arcaiche possiamo citare i Fasti di
Ovidio e le Georgiche di Virgilio, il De mensibus di Draconzio (496-523), la Laus
omnium mensium del secolo VI. Una produzione poetica e scientifica che sopravvisse nel Medioevo, soprattutto attraverso la tradizione enciclopedica delle
scuole dei monasteri e delle cattedrali e che ispir nuovi componimenti poetici,
in cui si osserva una marcata tendenza alla descrizione dellattivit agricola in
relazione ai dati meteorologici e alle caratteristiche paesaggistiche. Unaltra fonte antica che sembra aver influito nellelaborazione dei calendari fu il repertorio
tematico dei mesi della Gallia Romana, in cui ricorrono vivaci scene di raccolto,
vendemmia, allevamento e uccisione del maiale, che ritroviamo anche in Antonio da Tradate. solo per alla fine dellXI secolo che la rappresentazione
dei mesi, fino ad allora presente solo nei codici miniati e negli arazzi, acquist
consistenza nella pittura e nella scultura. Memorabili il tema del mietitore nel
portale della cattedrale di Chartres e il ciclo di Benedetto Antelami nel battistero di Parma. Tali rappresentazioni potrebbero avere un loro riferimento nelle
pi belle pagine dei libri dore francesi o fiamminghi, come nelle Trs Riches
Heures o nelle perdute Heures de Turin del 1414-1417. I libri dore generalmente
contenevano un calendario con le attivit mensili e otto miniature con le preghiere associate alle diverse ore del giorno. Se ne trova traccia nelle Alpi, nelle
Prealpi e nel Canton Ticino. La grande diffusione del calendario nelle chiese
rurali risulta di rilevante interesse anche dal punto di vista sociologico.16

Romano Broggini osserva che le raffigurazioni dei mesi documentano la vita quotidiana nel suo annuale, ritmato procedere che viene ad
assumere il significato esemplare dello scorrere del tempo riprodotto
attorno allaltare. Per sottolineare il valore emblematico delle rappresentazioni di Antonio da Tradate, ad esempio, Broggini le confronta con
16
M.A. Castineiras Gonzales, Mesi, in Enciclopedia dellarte medievale, s.v. Mesi, VIII, pp.
327 sgg.

24

frammenti poetici del maggior poeta dialettale lombardo del 200, Bonvesin da la Riva, che permettono di renderci conto come la rappresentazione letteraria e quella iconografica abbiano una relazione strettissima
ed una carica simbolica precisa. In tal modo lanno torna ad essere
scandito dai lavori della campagna secondo un ritmo chera ancora nel
ricordo dei nostri nonni. In conclusione I mesi ricordano il ciclo dei
lavori che ritmano lanno, le opere e i mesi costituiscono il procedere
ciclico delluomo nella sua vita.17
Sandrina Bandera, seguendo il Gilardoni, riscontra luso dei libri di
modelli; luso ripetitivo dei cartoni costitu una prassi operativa continua sino alla fine del secolo, tanto che alcune delle raffigurazioni di
Monte Carasso, come per esempio il mese di Marzo, si ritrovano nelle
rappresentazioni dei Mesi di Antonio da Tradate del 1492 in San Martino a Ronco sopra Ascona.18 Con ogni probabilit nel ciclo maccagnese
erano riprese o esemplificate le rappresentazioni citate di Palagnedra e
di Ronco sopra Ascona. Analoghe saranno state le scene di mietitura,
trebbiatura, preparazione delle botti, macellazione e lo sventramento del
maiale. Alla scialbatura del ciclo di Maccagno (quanto si vede deriva da
ricuperi dellanteguerra) si giunse probabilmente dopo lordine del vescovo Politi che proprio a Maccagno nel 1566 aveva giudicato disdicevoli
le innocenti scenette dei mesi e ne aveva ordinato la cancellazione.19 A
Maccagno, come a Palagnedra, Gennaio rappresentato come un uomo
allinterno della sua casa che si riscalda dinanzi a un fuoco scoppiettante;
linverno impedisce ogni lavoro nei campi e si pu trar frutto dalla previdenza: una rozza tavola frugalmente imbandita con i prodotti della sua
terra. Rifacendoci allaccostamento voluto da Broggini, in Bonvesin da
la Riva, Gennaio cos descritto:
Stagand Zen al fogo per tema del fregior/ Li mis an fag capitulo a ira e a
furor,/ Pur per cason dinvidia de quel k so segnor,/ Zo de ser Zen ke viv
Le rappresentazioni dei mesi nella Svizzera Italiana nella serie di Antonio da Tradate a Palagnedra,
a Ronco sopra Ascona e in quella di Mesocco con un commento frammentario tratto dalla Disputa dei mesi
di Bonvesin da la Riva, a cura di R. Broggini, Gaggini-Bizozzero, Lugano-Muzzano 1992.
18
S. Bandera, Il Tardogotico, in Pittura a Como..., cit., pp. 19-27.
19
Broggi, Antonio da Tradate..., cit., p. 127; ACM, Immagini di fede sulle strade..., cit.
17

25

senza lavor [Mentre Gennaio se ne stava (vicino) al fuoco, per paura del freddo, i mesi si son riuniti adirati e infuriati proprio per linvidia di colui ch loro
signore, cio ser Gennaio, che vive senza lavorare). Ma anche nella miniatura
della raffigurazione dei mesi che si trova allsterreichische Nationalbibliothek
di Vienna, Gennaio rappresentato come un giovane accoccolato per terra che
si scalda davanti a un fuoco di sterpaglie.20 La patristica dal canto suo riserv
allargomento unabbondante letteratura allegorica che si tradusse, durante tutto il Medioevo, in scritti esegetici, nei quali il tema quello del trascorrere del
tempo e del progresso della storia umana tra lincarnazione e la seconda venuta
del Cristo. La collocazione delle rappresentazioni dei mesi nel presbiterio risponde ad una scelta ben precisa: il sacerdote, durante la liturgia, si pone come
lindispensabile mediatore tra il tempo umano e quello di Dio. Nel prologo dei
Commentari allApocalisse di Beato di Liebana, lalternarsi durante lanno delle
stagioni e dei mesi viene letto come prefigurazione di Cristo, degli evangelisti
e degli apostoli. A questa impostazione si deve linterpretazione allegorica dei
lavori dellanno agricolo, inteso come metafora della lotta del buon cristiano.21
La storiografia del sec. XIX consider i cicli dei mesi come documenti di un
rinnovato interesse scientifico per la natura, ma anche come lezione didattica
e morale ai contadini da parte della Chiesa per ricordare loro la fugacit del
tempo e non ultimo lobbligo del pagamento delle decime. Gli studi pi recenti
tendono invece a ravvisare nella iconografia dei mesi una traccia della rivoluzione agricola e della rivalutazione del lavoro manuale nel Medioevo. Anche
Guglielmo da Montegrino, nel S. Giorgio di Brissago, propone il tema dei mesi.
Siamo nel 1522. La loro disposizione nei riquadri dello spazio architettonico
per molto diversa, rispetto a quella di Antonio da Tradate.22

Sulla parete sud della chiesa di S. Antonio restano alcune teste della
mutila teoria degli Apostoli. Forse anche a Maccagno si teneva il rito dellapostolare, implorazione della grazia tramite la mediazione dei santi
apostoli. Si trattava di una devozione propria delle gestanti che invocavano protezione sulla vita del nascituro, nella scia forse di riti pagani di
fertilit. Sopravvisse in Canton Ticino fino agli anni 50, a Santo Stefano
al Colle di Miglieglia, a Croglio, Corzoneso, Comano e Rovio. La futura
Castineiras Gonzales, Mesi..., loc. cit.
Rabano Mauro, De Universo, XIX, I, 4; cfr. Codex Calixtinus, I.
22
Viotto, Guglielmo da Montegrino..., cit., p. 40.
20
21

26

mamma, insieme ai parenti, riceveva in chiesa dodici candele che accendeva sotto ogni immagine degli apostoli. Veniva poi celebrata una messa,
si cantavano le litanie dei santi, accompagnando in preghiera il lento consumarsi delle candele. Lapostolo davanti al quale la candela si spegneva
per ultima indicava il nome da imporre al bambino, affidato quindi alla
sua protezione. NellOratorio di SantAmbrogio di Camignolo, ad attestare la presenza di questa pratica devozionale, si possono ancora osservare
le tracce nere lasciate dal fumo delle candele tra un Apostolo e laltro.
Sembra che anche donne senza figli praticassero la devozione dellapostolare per implorare la grazia di una gravidanza e del suo buon esito.23
Campagnano di Maccagno A Campagnano, oggi in comune di
Maccagno, era ancora presente nel 1966, sul muro dellantica casa Gatti,
un affresco della Crocifissione; il Giampaolo ne riferisce la data (1511) da
lui veduta anni prima. Laffresco fu salvato con intervento demergenza
durante limprovvida demolizione della casa, quando una epigrafe moraleggiante del committente (nota da trascrizione precedente) era ormai perduta. Il dipinto, assai menomato, fu restaurato ed ora collocato
nella sala Astini del municipio di Luino. La figura del Cristo crocifisso,
solo parzialmente conservata, dal momento che presenta un solo strato
pittorico, campeggia solenne nello spazio disponibile. Ai lati due angeli
raccolgono il sangue effuso dal Redentore. In primo piano Maria Maddalena, coi lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle che contrastano col
rosso del mantello, simile alla Maddalena della Crocifissione di Arosio e
a quella di Palagnedra. Dietro di lei, in piedi, vicina al figlio morente, la
Vergine con le mani giunte in preghiera, col volto straziato dal dolore,
avviluppata in un manto che lavvolge interamente; sul lato sinistro, Giovanni, il discepolo prediletto, col capo sorretto dalla mano destra in un
gesto di composta mestizia. Lara Broggi coglie in questa crocifissione
evidenti analogie con quelle di Curaglia, Arosio e Palagnedra, senza rilevanti variazioni narrative.24
23
M. Martino, Famiglia e nuova evangelizzazione, tesi di dottorato Facolt teologica dellItalia
Settentrionale, 2013 (a c. di P. Tassinari), www.teologiamilano.it: C. Pirovano, Una passeggiata
tra il Romanico in Ticino, www.stradaregina.ch, 2007.
24
Broggi, Antonio da Tradate..., cit., pp. 136 sgg.; Frigerio, Storia di Luino..., cit., p. 465.

27

Antonio da Tradate a Cunardo


Frazione Raglio Molto simile nello schema iconografico a quella
del Santo Stefano di Maccagno la Madonna in trono di Raglio, frazione
di Cunardo. Laffresco si trova un precario stato di conservazione che
non consente di apprezzare pienamente lopera. La Madonna si presenta
nella consueta posizione frontale e stringe con la mano sinistra un libro
chiuso. Sul capo, ricoperto da un velo dal quale fuoriescono ciocche di
capelli castani, reca una corona gemmata. Il manto era in origine di colore blu; stretto da un fermaglio floreale, al di sotto del quale si scorge
un abito rosso, ricade sullintera figura. Nella identica posizione il Figlio
che indossa una veste a foglie di quercia come quella dellaffresco di Graglio. Dalle sue mani si dispiega un cartiglio con la scritta: In gremio Matris
sedet sapientia Patris, la stessa che appare nellaffresco della Madonna di
Re e che Antonio da Tradate ebbe certo modo di vedere durante i suoi
soggiorni nelle Centovalli. Non si dimentichi che la miracolosa effusione del sangue risale allaprile del 1494 e che levento diede vita ad una
sentita devozione popolare. Due angeli, purtroppo sbiaditi, con le mani
giunte e le ali dispiegate, campeggiano ai lati del trono che culmina con
un drappo, sempre a motivi di foglie di quercia: un fondale per conferire
maggiore solennit allimmagine. Stupisce in questo affresco la sontuosit degli ornamenti preziosi, pi ricchi rispetto agli altri dipinti presi in
considerazione.
Nelliconografia europea, a partire dal Medioevo, compaiono sul capo delle
figure femminili accessori e gioielli fastosi, spesso come palese ostentazione
di lusso e di opulenza. La testa era la parte del corpo umano maggiormente
degna di riguardo, quale sede delle facolt intellettuali, tant vero che proprio
sul capo erano posti i simboli distintivi del potere spirituale e temporale quali la
mitria vescovile e la corona regale. Nel XV secolo un sistema codificato di ornamenti era in grado di comunicare una miriade di significati, legati soprattutto
alla condizione sociale e personale. Inizialmente i gioielli da capo sono presenti
quasi esclusivamente nella pittura profana. La Madonna invece quasi sempre
pesantemente velata, senza preziosi e senza capelli sciolti. La Chiesa dal canto
suo non si opponeva alluso degli ornamenti, a condizione che non costituissero elementi del costume distintivi di precise categorie sociali.

28

La maggioranza dei preziosi visibili nella ritrattistica, e quelli di cui


si fa menzione nelle fonti scritte, richiamano caratteri nuziali. Ricorrono nei ritratti, dipinti in occasione dei matrimoni, perle, oro e pietre di
colore rosso. La centralit del matrimonio nella societ del tempo ha
portato alla rappresentazione della Vergine con gioielli tipici della sposa.
La Madonna era per le nubende esempio di castit e purezza. Alle pietre
preziose erano inoltre riconosciute propriet apotropaiche e propiziatorie, codificate in trattati specifici. La perla era in particolare emblema
di castit e purezza e, nel vangelo di Matteo, paragonata al Regno dei
Cieli. Ugo di San Vittorela pone a diretto confronto con lImmacolata
Concezione e Rabano Mauro la definisce specchio di castit. La Madonna sovente rappresentata con gli accessori da testa in voga, specialmente con il frenello e il fermaglietto. La ritrattistica fiorentina ci dimostra la
diffusione di tali gioielli in Toscana, probabilmente importati dalla Lombardia: i Medici acquistavano gioie a Milano, uno dei pi rinomati centri
di produzione orafa dItalia.25
Tale carattere, rilevato a Raglio, potrebbe deporre in favore di una
datazione pi tardiva rispetto alle Madonne precedenti, considerando
altres che la conterranea Deposizione, di seguito considerata e con ogni
probabilit eseguita in stretta continuit di tempo, datata 1503.
Cunardo via Vaccarossi Altra testimonianza della presenza di Antonio da Tradate una Piet, restaurata nellagosto 1999; reca lepigrafe:
Mccccciij die ultimo agusti hoc opus fecit fieri Iemolus et frater eius filius condam Petri
Betami (Gemolo figlio del fu Pietro Betami e suo fratello fecero eseguire il giorno ultimo di agosto 1503).26 Non sfuggono ad un occhio attento, come sottolinea
Lara Broggi, evidenti analogie con la Piet di Arosio, purtroppo lacunosa
a causa di un progressivo deterioramento della pellicola pittorica nella
zona centrale, sotto la quale si leggono distintamente i nomi di Antonio
e del figlio e la data di esecuzione: 1508. Identica la posizione della mano
che sorregge il capo del Figlio, un volto straziato, molto simile nei tratti
somatici al Cristo morto di Arosio. Identica la foggia del manto bluastro
25
S. Franzon, I gioielli da capo nelle raffigurazioni quattrocentesche della Vergine Maria, in OADI
Rivista dellOsservatorio per le arti decorative in Italia, giugno 2013.
26
Broggi, Antonio da Tradate..., cit., p. 32, attribuisce lopera al 1504, forse interpretando
le cifre finali .iv. e non .iij. secondo luso dominante.

29

finemente orlato che ricade sopra una veste rossa dalla quale emergono
le esili calzature della Vergine. Con ogni probabilit ad Arosio il pittore
us gli stessi cartoni con le consuete variazioni e integrazioni, data la
maggiore ampiezza dello spazio a disposizione.
Pi duna furono dunque le trasferte di Antonio e dei suoi allievi
nonch, a un certo punto, del figlio, sulla riva orientale del Verbano, per
operare fra due diocesi, di Milano a Maccagno e in Valle Veddasca, di
Como nel Gambarogno sino a Indemini, poi in Val Marchirolo e nel
Malcantone (Arosio), allora ancora parte di Lombardia. Le separazioni
di confine intervenute hanno scisso le unit, per cui ci siamo limitati
a considerare qui lopera svolta nellattuale Lombardia (con lunica aggiunta di Indemini, geograficamente parte della valle Veddasca). Si pu
pensare che molte di queste opere siano state eseguite nello stesso torno
di tempo, essendo il pittore via via richiamato da un paese allaltro, dalla
riva alla montagna, comunque tutti compresi (salvo Maccagno Inferiore,
feudo imperiale dei Mandelli) dalla stessa dipendenza feudale ai Rusca,
conti di Locarno.

Nella pagina a fianco:


1 Ronco Gambarogno (casa privata): Madonna del Latte
2 Ronco Gambarogno, chiesa S. Bernardino: SantAgata
3 Indemini (CH), alpe Cedullo: Madonna del Latte

30

Curiglia con Monteviasco,


chiesa S, Vittore:
Madonna del Latte

Curiglia con Monteviasco,


santuario di Tronchedo:
Madonna del Latte

Graglio Veddasca,
chiesa di Penedegra:
Madonna del Latte

Maccagno Inferiore
chiesa S. Stefano
Madonna in trono

Maccagno, chiesa S. Antonio: Entrata in Gerusalemme e Ultima Cena


Arosio, chiesa S. Michele: Ultima Cena

Maccagno, chiesa S. Antonio:


lavanda dei piedi e Ges nellorto

Maccagno, chiesa S. Antonio:


Ges portato davanti al Sinedrio

Maccagno, chiesa S. Antonio: Ges davanti a Pilato

Maccagno, chiesa S. Antonio: Flagellazione e incoronazione di spine

Maccagno, chiesa S. Antonio: resti della Madonna sopra lingresso

Maccagno, chiesa S. Antonio:


Cattura di Ges

Maccagno, chiesa S. Antonio:


ciclo dei mesi, febbraio (sinopia)

Maccagno, chiesa S. Antonio:


ciclo dei mesi, gennaio

Maccagno, casa Marchione: Annunciazione


Malvaglia, chiesa S. Martino: Annunciazione

Cunardo (Raglio); Madonna in trono

Maccagno, casa Marchione:


San Sebastiano

Cunardo, via Vaccarossi: Piet

Luino (palazzo comunale): Crocifissione (gi a Campagnano di Maccagno)

foto a cura di Oliviero Baroni

Stefano Martinella

Due commissioni di Giovanni


Andrea Merzagora

e qualche considerazione su alcuni altari


lignei di secondo Cinquecento nel Verbano

Il fiorire dellinteresse per la scultura in legno del Rinascimento lombardo un fenomeno relativamente recente, in sostanza da riferire allultimo
mezzo secolo; lattenzione degli studi si concentrata in particolare su
due fronti, da una parte il mondo delle botteghe a cavallo tra il Quattro
e il primo Cinquecento, dallaltro la grande stagione barocca, a partire
dal Seicento. rimasta poco indagata quella fase intermedia della seconda met del XVI secolo, che costituisce un fondamentale snodo di
passaggio per tutta la cultura figurativa (specie poi nel contesto sacro),
per il confronto ineludibile con le istanze e le politiche portate avanti in
materia di immagini dalla Controriforma.
Nel contesto locale il caso pi significativo per seguire questa evoluzione quello costituito dai Merzagora, intagliatori e scultori di lontana
origine aronese ma stabilitisi gi dalla fine del Trecento a Craveggia, in
Val Vigezzo: le vicende dei membri di questa famiglia infatti si snodano, attraverso almeno tre generazioni, dalla fine del quindicesimo allo
scorcio del sedicesimo secolo. Il capostipite di questa impresa, o quanto
meno il primo dei Merzagora a emergere con qualche dato documentario, un Domenico il cui nome viene oggi tendenzialmente associato
a quellartista indicato per molti decenni dalla critica come Maestro di
Santa Maria Maggiore, autore del gruppo ligneo del Compianto esposto al
Museo Civico dArte Antica di Torino, proveniente dalla chiesa dellAs41

sunta nellomonimo borgo vigezzino.1 La figura di Domenico, sfuggente


anche per la mancanza di riferimenti a opere sicure, non sembra confinata al contesto locale ma pare anzi intrecciarsi con le vicende delle pi
note e celebrate botteghe di intagliatori del Rinascimento lombardo: basti considerare come un altro Compianto che viene a lui attribuito, quello
realizzato per la chiesa di San Francesco a Locarno e ora nel Santuario
della Madonna del Sasso a Orselina, nel 1485 viene indicato come modello per un gruppo ligneo di identico soggetto commissionato dalla
confraternita del Sepolcro di Cristo di Gallarate allo scultore Giacomo
Del Maino, personaggio chiave per la storia della scultura in legno in
quanto protagonista di alcune tra le pi significative imprese artistiche
milanesi del secondo Quattrocento.2 Ai due Compianti ora a Torino e a
Voglio ringraziare di cuore il personale dellArchivio di Stato di Verbania (in particolare Valeria Mora e Debora Chiarelli) e dellArchivio Diocesano di Novara, Gabriella Iorio, Leonardo
Parachini, Massimiliano Cremona, Giorgio Margarini, Lorella Giudici, Gianni Pizzigoni, don
Egidio Borella, Franca Maltempi, Davide e Fabrizio Vitello. Un sentito ringraziamento a Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa, Camilla Sancio, Paola Angeleri, agli amici e colleghi della Scuola
di Specializzazione. Cresce il mio debito di riconoscenza verso Rossana Sacchi che continua
a vegliare su quello che faccio: a lei e a Silvio Leydi un enorme grazie per il fondamentale
supporto nella trascrizione dei documenti.
1
Il primo inquadramento genealogico dei Merzagora si deve agli studi di don Bertamini,
a partire da T. Bertamini, I Merzagora di Craveggia. Maestri dei legnamari ed i misteri di S. Bartolomeo di Villadossola, Illustrazione Ossolana, 1-1964, pp. 7-12. Per il gruppo ligneo oggi a
Torino si pu vedere da ultimo P. Venturoli, scheda 41, in Il tesoro della citt. Opere darte e oggetti
preziosi da Palazzo Madama, catalogo della mostra (Stupinigi, 31.3/8.9.1996), a cura di S. Pettenati e G. Romano, Allemandi, Torino 1996, pp. 26-27 (ripubblicato in P. Venturoli, Studi sulla
scultura lignea lombarda tra Quattro e Cinquecento, Allemandi, Torino 2005, p. 72). La proposta di
riconoscere il Maestro di Santa Maria Maggiore in Domenico Merzagora avanzata per la prima
volta in T. Bertamini, Il pianto sul Cristo morto, Illustrazione Ossolana, 4-1968, pp. 4-9, quindi
ripresa da diversi studiosi e oggi generalmente accettata: per una ricostruzione della vicenda
critica si possono vedere G. Romano, Novara, in Guida breve al patrimonio artistico delle province
piemontesi, Soprintendenza per i beni artistici e storici del Piemonte, Torino 1979, pp. 57-74, R.
Casciaro, La scultura lignea lombarda del Rinascimento, Skira, Milano 2000, pp. 288-289, A. Guglielmetti, Scultura lignea nella diocesi di Novara tra 400 e 500. Proposta per un catalogo, Provincia
di Novara, Novara 2000, pp. 29-36 e P. Venturoli, scheda 38, in Tra Gotico e Rinascimento.
Scultura in Piemonte, catalogo della mostra (Torino, 2.6/4.11.2001), a cura di E. Pagella, Citt di
Torino, Torino 2001, pp. 112-113 (poi in P. Venturoli, Studi, pp. 93-94).
2
Il contratto per il perduto Compianto di Gallarate (P. Torno, Documenti inediti per Giacomo
Del Maino e la scultura lignea in provincia di Varese, in Giovanni Antonio Amadeo. Scultura e architettura

42

Orselina sono state poi accostate diverse opere presenti sul territorio, in
sostanza solo per le strette analogie stilistiche riscontrate: tra queste vanno ricordate almeno i Crocifissi della chiesa di SantAntonio a Locarno,
della Parrocchiale di Masera e quello esposto a Muralto, il gruppo del
Calvario (ovvero il Cristo crocifisso, la Vergine e San Giovanni) nella basilica dellIsola di San Giulio e due statue raffiguranti un Cristo morto e una
Pia donna attualmente nelloratorio di Santa Caterina a Cosasca, frazione
di Trontano, gi parti di un ulteriore Compianto perduto o disperso. Pi
controversa lattribuzione della Madonna col Bambino di Orselina.3
Alla morte dellartista, nella bottega famigliare sono attivi due figli,
Giovanni Pietro Antonio e Andrea; per incontrare notizie certe per
in pratica necessario attendere la generazione successiva. Andrea infatti
padre di cinque figli, tra cui Giovanni Andrea che resta al momento lunico tra i discendenti di Domenico ad avere una personalit artistica definita, non solo dal punto di vista documentario ma legata ad alcune opere
del suo tempo, a cura di J. Shell e L. Castelfranchi, Cisalpino, Milano 1993, pp. 439-449) costituisce un documento fondamentale poich fornisce un termine ante quem per lesecuzione del
gruppo locarnese, cronologicamente successivo a quello ora a Torino, dai tratti pi arcaici,
fissato da Venturoli ai primissimi anni Ottanta del XV secolo: P. Venturoli, Scultura lignea a
Orta, in Archeologia ed arte nel Cusio, atti del convegno (Orta San Giulio, 27.6.1987), LArtistica,
Savigliano 1989, pp. 47-58 (poi in P. Venturoli, Studi, pp. 48-52). Per la fondamentale figura di Giacomo Del Maino rimando almeno a P. Venturoli, Del Maino, ad vocem in Dizionario
Biografico degli Italiani, XXXVIII, Istituto dellEnciclopedia Italiana, Roma 1990, pp. 103-111
(poi in P. Venturoli, Studi, pp. 54-61); il figlio di Giacomo, Giovanni Angelo, il pi grande
scultore del Rinascimento lombardo insieme al Bambaia, lautore del Compianto attualmente
nella chiesa di San Martino a Cuzzago, databile allinizio del quarto decennio del Cinquecento
(per cui rimando a G. Agosti, J. Stoppa, scheda 52, in Il Rinascimento nelle terre ticinesi. Da Bramantino a Bernardino Luini, catalogo della mostra (Rancate, 10.10.2010/9.1.2011), a cura di G.
Agosti, J. Stoppa e M. Tanzi, Officina Libraria, Milano 2010, pp. 216-221). Da menzionare
inoltre la significativa presenza in Ossola dellaltra grande bottega di intagliatori lombardi,
quella dei De Donati: ricordo lattestazione di Giovanni Ambrogio De Donati a Vocogno,
frazione di Craveggia, l11 maggio 1514 per la commissione di unancona lignea destinata al
monastero benedettino di Santa Maria degli Angeli; sulla questione J. Shell e P. Venturoli,
De Donati, ad vocem in Dizionario Biografico degli Italiani, XXXIII, Istituto dellEnciclopedia Italiana, Roma 1987, pp. 650-656 (poi in P. Venturoli, Studi, pp. 38-42), P. Venturoli, Scultura
lignea a Orta, pp. 47-58 (anche in P. Venturoli, Studi, pp. 48-52) quindi A. Guglielmetti,
Scultura lignea , pp. 37-42.
3
A. Guglielmetti, Scultura lignea , pp. 37-42.

43

certe4. La prima attestazione riguardante la sua attivit legata alla realizzazione del coro ligneo nella chiesa della Madonna di Campagna, impresa
che va collocata nella prima met degli anni Ottanta del Cinquecento.
La chiesa verbanese, ricostruita nelle forme attuali a partire dai primi
anni Venti del Cinquecento ma consacrata solo nel 1547, al centro di
unaccesa contrapposizione tra le comunit di Suna e della Villa di Pallanza che se ne contendono il possesso; nel tentativo di sanare lannosa
questione (destinata comunque a trascinarsi nei secoli successivi e forse
di fatto mai definitivamente risolta) il vescovo di Novara Giovanni Antonio Serbelloni stabilisce nel 1572 la creazione di due distinte prebende,
officiate dai curati dei due borghi. Sembra che da questo momento abbia
inizio un periodo di relativa distensione tra le parti, nel quale si scalano
alcune importanti commissioni artistiche, tra cui appunto il coro ligneo
del Merzagora, del quale qui si presenta il primo contratto di commissione.5 Il 2 dicembre 1580 Giovanni Battista Cadolini di Pallanza e Giacomo Zono di Suna, rappresentanti della Fabbriceria per le due comunit,
si incontrano con Giovanni Andrea il quale sottopone allesame della
committenza una serie di disegni per il coro da realizzare: alcuni di questi
non vengono approvati, in particolare alcune teste (da identificarsi con
le protomi umane e ferine poste come capitelli a sormontare le paraste
che dividono gli scranni), alcuni modioni (o modiglioni, le mensolette
che sostengono il gocciolatoio del cornicione) e alcuni quadri ovvero i
pannelli intagliati con le raffigurazioni delle litanie lauretane. Allartista si
richiede di modificare questi disegni rifiutati e di provvedere allaggiunta
delle non meglio definite spallazze; il compenso, fissato in sei scudi
doro per ognuno degli scranni, verr corrisposto in tre porzioni, allinizio del lavoro, alla met dellimpresa e al momento della messa in opera.
Nessun anticipo viene versato alla sottoscrizione dellatto, segno forse
La ricostruzione quella presentata in Bertamini, I Merzagora, p. 7.
ASVb, Fondo Notai, Giovanni Francesco di Bernardo Boralli, b. 521. Le vicende storiche relative alla Madonna di Campagna si possono ripercorrere nella datata e spesso imprecisa monografia del 1961 (Madonna di Campagna. Pallanza, a cura della societ Rhodiatoce, Istituto
geografico De Agostini, Novara 1961) e nel manoscritto di Carlo Muzio in parte pubblicato
in De Vit, vol. 4, pp. 515-528.
4
5

44

che non si prevedeva limmediato inizio dei lavori, tanto pi che stranamente nemmeno viene fissato il termine per la loro conclusione. Due
anni pi tardi tuttavia un secondo documento del 17 settembre 1582
vede i fabbricieri, rappresentati dal parroco Orazio Bossi, lamentarsi per
il mancato compimento dellopera e rifiutarsi conseguentemente di corrispondere lultima parte del compenso, richiesta dallartista.6 La soluzione raggiunta grazie allintervento, in qualit di garante, del padre dello
scultore e nella promessa che i due fanno di dedicarsi alacremente al lavoro, asserendo di poter contare sulla collaborazione di altri tre artigiani
(altri membri della bottega): si stabilisce che i fabbricieri verseranno la
quota del saldo in rate mensili di 7 scudi doro ciascuna sino al raggiungimento della cifra pattuita. Vengono inoltre fissate le successive operazioni di stima del lavoro, da effettuarsi dopo la messa in opera del coro
e da affidare come consuetudine al giudizio di due persone esperte.
Non sono noti ulteriori documenti relativi ai pagamenti, n possediamo
la stima del lavoro.7
Il primo documento del 1580 risulta particolarmente interessante in
quanto consente di fissare un ulteriore punto fermo nella cronologia del
ciclo di affreschi che occupa il tamburo e i pennacchi della cupola, le tre
absidi e le campate terminali delle navate laterali della chiesa. Pochi mesi
prima di commissionare il coro al Merzagora la Fabbriceria si era rivolta a un altro scultore, Giovanni Battista Materno, originario di Pallanza
ma residente a Vercelli, per la costruzione di un tabernacolo ligneo da
collocare sullaltar maggiore, che doveva essere consegnato entro la fine

6
Latto del 1582, gi segnalato in T. Bertamini, I Merzagora di Craveggia, pp. 8-9,
pubblicato in G. F. Bianchetti, Il coro ligneo cinquecentesco dello scultore ossolano Andrea Merzagora
nella chiesa della Madonna di Campagna a Pallanza, Oscellana, 1980, pp. 181-208; il documento
originale si trova in ASVb, Fondo Notai, Cadolini Bernardino, b. 281.
7
La pi dettagliata analisi del coro ligneo si legge in Bianchetti, Il coro ligneo cinquecentesco, pp. 181-208; a testimonianza del giudizio positivo e del grande pregio attribuito
allopera, voglio segnalare la tavola con il rilievo della struttura (in Ricordi di Architettura,
1894-1895, vol. IV, serie II, tavola 6), realizzata da Giuseppe Benzoni (Rovereto 1852
Pallanza 1938), artista e irredentista, insegnante di disegno e calligrafia in diverse scuole tra
Pallanza e Intra, autore di altre tavole dedicate a monumenti del territorio pubblicate sulla
medesima rivista.

45

dello stesso anno:8 la commissione contemporanea e la successiva messa


in opera di coro e tabernacolo dovevano necessariamente prevedere il
compimento dei lavori di pittura e soprattutto lo smontaggio dei relativi
ponteggi, almeno per quanto riguarda la zona del presbiterio. Ancora
non sono emersi documenti in grado di far luce su questa campagna
pittorica (la seconda dopo quella coeva alla consacrazione della chiesa)9:
Il documento pubblicato in G. Colombo, Documenti e notizie intorno agli artisti vercellesi,
Guidetti, Vercelli 1883, pp. 365-368 e registrato in A. Baudi Di Vesme, Schede Vesme. Larte in
Piemonte dal XVI al XVIII secolo, volume 4, Societ Piemontese di Archeologia e Belle Arti,
Torino 1982, pp. 1400 sg. Gli stessi fabbricieri Cadolini e Zono sottoscrivono il contratto
con il Materno, cui si affianca lanziano Bernardino Lanino (morir tre anni pi tardi), autore
del disegno preparatorio e responsabile dei lavori di pittura e doratura della macchina lignea.
Laltare non sopravvissuto (lunica descrizione quella riportata nellinventario redatto per il
vescovo di Novara Ferdinando Taverna nel 1618, ASDN, Inventari Taverna, III, 3, 65, trascritta
in E. Tea, Storia, in Madonna di Campagna, p. 14) come perduto laltare della chiesa vercellese di San Francesco che nel contratto viene indicato al Materno come modello da seguire.
Lorigine pallanzese dellintagliatore risulta da un altro contratto, redatto a Vercelli nel 1582,
con il quale Gio. Battista di Pallanza, abitante a Vercelli subappalta al falegname Giovanni
Giacomo di Novara alcune opere che si era impegnato a realizzare nella chiesa novarese di San
Francesco (G. Colombo, Documenti, p. 369).
9
La prima campagna decorativa testimoniata dagli affreschi nei fusi della cupola, raffiguranti i Dottori della Chiesa alternativamente a quattro coppie di angeli musicanti: la datazione fissata da Paolo Venturoli agli anni della consacrazione, dal momento che gli affreschi
sono realizzati sfruttando i ponteggi alzati per la costruzione del tiburio e della cupola (P.
Venturoli, La cupola di Madonna di Campagna, in Soprintendenza per i Beni artistici e storici del
Piemonte. Restauri, Soprintendenza per i Beni artistici e storici del Piemonte, Torino 1990, s.p.).
Lautore un pittore che risente in maniera decisa della cultura di Gaudenzio Ferrari ed stato
a lungo riconosciuto nella figura, per certi aspetti pi leggendaria che reale, di Giulio Cesare
Luini, di recente indagata da Paola Angeleri (P. Angeleri, La chiesa di San Marco a Varallo, De
Valle Sicida, 19-2010, pp. 77-96). A questa prima fase decorativa della chiesa appartengono
poi le due belle vetrate raffiguranti lAngelo annunciante e la Vergine Annunciata, esposte
alla celebre mostra curata da Vittorio Viale a Torino nel 1938 (Gotico e Rinacimento in Piemonte,
catalogo della mostra, Rotocalco Dagnino, Torino 1939, pp. 110-111), vicine ai modi di Giovanni Agostino da Lodi (S. Valle Parri, scheda 39, in Il Rinascimento nelle terre ticinesi, pp.
168-169); ad anni intorno al 1547 si data la tela di Fermo Stella raffigurante Santa Barbara tra i
Santi Giovanni Battista e Bartolomeo, ora nella chiesa dei Santi Fabiano e Sebastiano di Suna
(M. Caldera, Fermo Stella, LEco di Bergamo, Bergamo 2009, pp. 18 e 58) ma proveniente
dalla Madonna di Campagna, data la sicura identificazione di questo dipinto con una delle
ancone vecchie descritte dal citato inventario del 1618 (ASDN, Inventari Taverna, III, 3, 65)
e con quella descritta allinterno della chiesa dal canonico Muzio, nella seconda parte inedita
delle sue memorie, ancora conservata nellArchivio parrocchiale (Del Santuario della Madonna
di Campagna (parte seconda). Memoria postuma del Teologo Coll.to Cav. Carlo Muzio, capitolo III, p.
8

46

come gi attestato dal Morigia, lautore del ciclo affrescato nella fase
iniziale il milanese Aurelio Luini, il pi giovane tra i figli di Bernardino, che si avvale della collaborazione di un secondo artista che acquista
sempre maggiore autonomia e che procede poi autonomamente (o con
laiuto di altri collaboratori) negli anni successivi anche ad affrescare le
campate terminali delle navate laterali. Giulio Bora aveva identificato
questo collaboratore con il cremonese Carlo Urbino: questa proposta
stata accolta in maniera pressoch unanime, tuttavia ora pare pi fondato convenire con Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa che in questi mesi
hanno pensato di riconoscere in questo ciclo accanto ad Aurelio lallievo
e collaboratore Giovanni Pietro Gnocchi.10
28); ulteriore conferma mi pare derivare dal riferimento invero solo incidentale a un altare
dedicato a Santa Barbara, collocato nei pressi dellingresso della chiesa, contenuto negli Atti
della Visita Pastorale del Vescovo Romolo Archinto del 1575 (ASDN, Visite Pastorali, tomo 4).
10
Sono stati Pierangelo Frigerio e Pier Giacomo Pisoni (P. Frigerio, P. G. Pisoni, Il
Verbano del Morigia. Un commentario alla Historia verbanese di fra Paolo Morigia a parte ristampata
per comodo del curioso lettore, Alberti, Verbania 1977, pp. 74-80) a recuperare un ignorato tassello
della Nobilt di Milano di Paolo Morigia del 1595 nel quale lo storico barnabita ricorda lattivit
di Aurelio presso la chiesa verbanese (P. Morigia, La nobilt di Milano, Pacifico Pontio, Milano
1595; curioso che la notizia sia completamente tralasciata otto anni pi tardi nella Historia
della nobilt del Lago Maggiore). Giulio Bora (G. Bora, Un disegno di Brera e alcune precisazioni sul
percorso grafico di Carlo Urbino, Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi 1978/1979,
pp. 17-32; ID., Un ciclo di affreschi, due artisti e una bottega a S. Maria di Campagna a Pallanza, Arte
Lombarda, 52, 1979, pp. 90-106) il primo a collocare correttamente i lavori al tamburo
e allabside prima del 1580, considerando la commissione dellaltare al Materno, e altres a
distinguere il primo intervento piuttosto limitato del Luini da quello del collaboratore attivo
poi anche nelle cappelle laterali, prima comunque del 1590 quando le pitture sono annotate
nella Visita Pastorale del vescovo Cesare Speciano (ASDN, Visite Pastorali, tomo 15). Per una
rilettura della figura di Aurelio Luini e per la nuova proposta circa il suo collaboratore nel
ciclo della Madonna di Campagna rimando al catalogo della mostra Bernardino Luini e i suoi figli
curata da Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, in fase di allestimento presso Palazzo Reale di
Milano, e alla mia scheda dedicata alla chiesa verbanese nel volume di Itinerari accompagnato
allo stesso catalogo. La ricerca darchivio per quanto riguarda la chiesa verbanese parecchio
complessa, a partire dalla presenza di diversi notai che rogano atti riguardanti lamministrazione. Particolarmente interessante il ruolo svolto della famiglia Cadolini: un Giovanni Battista
Cadolini fabbriciere della chiesa per Pallanza almeno tra il 1574 e il 1580, e il notaio Bernardino Cadolini (di cui non al momento ricostruibile il legame di parentela con il fabbriciere
e il cui interessante materiale comunque frammentario e piuttosto malridotto) rogita anche
ulteriori atti riguardanti la fabbriceria: il forte legame della famiglia con la chiesa daltra parte
gi testimoniato dal De Vit (De Vit, vol. 4, p. 74) e soprattutto dallo storico cremonese
Vincenzo Lancetti (V. Lancetti, Biografia cremonese, Borsani, Milano 1822, vol. III, p. 15), che

47

Giuseppe Benzoni, Stalli del Coro nella chiesa della Madonna


di Campagna presso Pallanza (Lago Maggiore),
Ricordi di Architettura, vol. IV, serie II, 1894-1895
(esemplare posseduto dalla Biblioteca di Scienze Tecnologiche dellUniversit
di Firenze, diritti riservati).

La risistemazione che allinizio degli anni Ottanta del Cinquecento


interessa larea del presbiterio della Madonna di Campagna rappresenta
un precoce aggiornamento della Fabbriceria sulle istanze controriformiste portate avanti da Carlo Borromeo a Milano e da l irradiatesi alle
diocesi vicine: la politica artistica dellarcivescovo (che trova massima
espressione nelle Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae, pubblicate
nel 1577), mira a ribadire ed esaltare il ruolo dellEucarestia, anche attraverso la centralit che nella nuova progettazione o nel riassetto degli
spazi sacri viene data allaltar maggiore, fulcro ideale di ogni allestimento.
Particolarmente interessante poi la battaglia sostenuta dal Borromeo
ricorda tra gli altri un Giacomo Cadolini morto nel 1570 (con ogni probabilit padre del fabbriciere Giovanni Battista), fondatore del sepolcro di famiglia allinterno della chiesa, posto di
fronte allingresso del presbiterio: la pista risulta quindi meritevole di ulteriori indagini, specie
per i legami che la famiglia intreccia gi in questi anni con Milano, al punto che pu non essere
estranea alla commissione milanese degli affreschi del presbiterio.

48

gi nel sinodo della provincia ecclesiastica lombarda del 1565 perch


la conservazione delle specie consacrate avvenga non in luoghi appartati bens in tabernacoli costruiti direttamente sullaltar maggiore: queste
particolari prescrizioni stanno alla base del grande fiorire di commissioni
di nuovi altari e di tabernacoli testimoniato a partire da questi anni nel
territorio della diocesi novarese, anche nel Verbano come peraltro in
Valsesia; tra queste anche la successiva impresa del giovane Merzagora
qui di seguito analizzata.11
Conclusi i lavori alla Madonna di Campagna, lo scultore ossolano risulta infatti ancora presente nel Verbano il 19 marzo 1585, quando riceve
da Giacomo e Martino Alberti, rappresentanti della Scuola del Corpo
di Cristo, la commissione di un tabernacolo per laltar maggiore della
chiesa di San Pietro di Trobaso.12 Il contratto indica le dimensioni della
struttura lignea e stabilisce il compenso in 110 scudi doro, da corrispondere allo scultore in occasione della Pasqua, al primo di settembre e alla
messa in opera del tabernacolo, prevista per il Natale dello stesso anno.
Il disegno preparatorio presentato dallartista e approvato dai committenti, perduto come la maggior parte dei disegni menzionati nei contratti
di allogazione, riportava oltre alla struttura della macchina lignea anche
indicazioni relative alla decorazione pittorica, segnalando ad esempio
con le iniziali dei materiali le parti da rifinire in oro (o), in argento (a) e
in zurro (z). Stabiliti gli obblighi delle parti, segue poi una postilla con
lelenco delle statue da realizzare e da porre sullaltare, ovvero due immagini di Cristo, due serie di angeli, sei leoni con il compito di sostenere la
struttura e una schiera di dieci santi (Giovanni Battista, Giuseppe, Pietro,
Paolo, Andrea, Giacomo, Bartolomeo, Rocco, Gregorio e Vittore). Sullo
Per i risvolti della politica borromaica nel contesto della diocesi novarese si possono
vedere tra gli altri almeno S. Stefani Perrone, La riforma cattolica e i lignei arredi sacri delle comunit
valsesiane, in Artisti del legno. La scultura in Valsesia dal XV al XVIII secolo, a cura di G. Testori e S.
Stefani Perrone, Valsesia, Borgosesia 1985, pp. 19-29 e S. Borlandelli, Premessa, in O sacrum
convivium. Mostra sugli altari lignei piramidali, La Terra Promessa, Novara 1989, pp. 5-9.
12
Il contratto stilato dal notaio Gabardini di Cambiasca ma non appare segnalato nel relativo indice (ASVb, Fondo Notai, Gabardini Giovanni Battista fu Giovanni, b. 698/2): contenuto
come allegato in un secondo atto che fissa alcuni particolari dellaccordo, redatto da un altro
notaio il 15 luglio dello stesso anno: ASVb, Fondo notai, De Notaris Giovanni Antonio di Gaudenzio, b. 719.
11

49

stesso foglio del contratto una nota, con la data del 14 aprile, attesta il
versamento allartista di un primo acconto di 25 scudi. Non sono emersi
ulteriori dati riguardanti i successivi pagamenti per lopera n sappiamo
se lattivit del Merzagora a Trobaso sia proseguita negli anni seguenti:13
di fatto i successivi riscontri documentari dellartista testimoniano il suo
ritorno stabile in Ossola.
Il 13 marzo 1588 infatti, lo scultore riceve la commissione per lintaglio dellorgano ovvero la cantoria della chiesa di San Francesco a
Domodossola: don Tullio Bertamini proponeva di riconoscere una parte
superstite di questopera, andata dispersa, nel pannello ligneo raffigurante San Francesco che riceve le stigmate presente nelle collezioni civiche
domesi.14 Nello stesso anno, il 20 dicembre, Giovanni Andrea, indicato
come residente nel capoluogo ossolano, prende a bottega presso di s
per tre anni il giovane Giacomo, figlio di Domenico Gianino di Albo;
importante in questo documento la comparsa del fratello Giovanni
Domenico, indicato come collaboratore sebbene in un ruolo decisamente subalterno.15 Lultima impresa documentata dei fratelli Merzagora risulta essere, allo stato attuale, la grande ancona lignea con episodi della
vita di San Bartolomeo realizzata per lomonima chiesa di Villadossola,
nella quale era parroco il fratello Antonio: la realizzazione del retablo,
commissionato a Giovanni Andrea e a Giovanni Domenico l8 febbraio 1592,16 destinata a trascinarsi a lungo tanto che sar consegnata e
messa in opera soltanto nel 1596, analogamente a quanto accaduto per
A questo proposito pare utile segnalare lindicazione invero non molto chiara di
una confessio effettuata da un Merzagora, registrata alla data del 17 febbario 1587 nellindice
dello stesso notaio De Notaris (ASVb, Fondo notaiDe Notaris Giovanni Antonio di Gaudenzio, b.
732/2): non sono tuttavia riuscito a rintracciare nel faldone corrispondente il documento in
questione, che potrebbe anche essere legato ai pagamenti per laltare (ipotizzando un significativo ritardo nella consegna dei lavori, tuttavia non sorprendente se si considerano i tempi
del coro della Madonna di Campagna o quelli della successiva ancona di San Bartolomeo di
Villadossola) se non a qualche altra opera realizzata dallartista nella chiesa.
14
Bertamini, I Merzagora di Craveggia, p. 9. Franca Maltempi, del Comune di Domodossola, mi segnala gentilmente che il pezzo registrato nellinventario delle Collezioni Civiche
come opera seicentesca dello scultore antronese Giulio Guaglio.
15
Ibidem, p. 8.
16
Ibidem, pp. 9-12 e in T. Bertamini, Storia di Villadossola. Testo e documenti, Oscellana,
Domodossola 1976, pp. 500-501, documento 60. La collocazione archivistica attuale del do13

50

il coro della Madonna di Campagna, soltanto dopo la stipulazione di un


secondo accordo.17
Il santuario realizzato dal Merzagora per Trobaso compare menzionato negli Atti delle Visite Pastorali dei vescovi Cesare Speciano (1590)
e Carlo Bascap (1595) semplicemente come un tabernacolo ligneo:18
interessante per rilevare che i testi di queste due prime Visite descrivano una chiesa diversa da quella oggi esistente, definita piccola e non
sufficiente per la popolazione che vi fa riferimento, a due navate con un
altare dedicato a SantAndrea in quella meridionale. Nel 1595 infatti il
Bascap ordina di intervenire sulledificio riducendolo a una sola navata
e provvedendo allaggiunta di un coro: lordine eseguito dal momento
che gi nel 1602, gli atti di una seconda visita compiuta dal Vescovo descrivono un ambiente a navata unica dotato di un nuovo coro quadrato,
al centro del quale stato trasferito laltare maggiore con il suo tabernacolo.19 Linventario redatto il 22 gennaio 1618 per il vescovo Ferdinando
Taverna contiene una prima descrizione meno sintetica dellopera del
Merzagora: nel testo si precisa che lAltare maggiore ha uno santuario di
legno indorato daltezza brazza 4 et mezzo in circa sopra il quale vi sono
figure picole n 25 di legno indorate, et sei leoni mezzo indorati quali sostengono detto santuario.20 Le misure qui segnalate non corrispondono
esattamente a quelle indicate nel contratto di commissione: lo scarto
certamente legato allo spostamento del manufatto e alla probabile sopra-

cumento ASVb, Fondo notai, Olivetti Bartolomeo di Pietro, b. 357/1; non ho invece rintracciato
nelle buste corrispondenti i due documenti del 1588, bench registrati nel relativo indice.
17
Bertamini, Storia di Villadossola, pp. 504-506, documento 63.
18
ASDN, Visite pastorali, tomo 15 e tomo 78.
19
ASDN, Visite pastorali, tomo 56. Il testo della Visita descrive una costruzione in via di
completamento (per esempio dice che il pavimento deve ancora essere realizzato): tra le altre
prescrizioni il Bascap ordina ledificazione di una cappella per il battistero (il fonte battesimale esistente a questa data probabilmente in legno) e la realizzazione dellarchitrave con il
Crocifisso da porre nellarco trionfale.
20
ASDN, Inventari Taverna, III, 56; lo stralcio pubblicato anche in L. Galli, Bartolomeo
Tiberino e Antonio Pino. Opere nella chiesa di S. Pietro a Trobaso, Verbanus, 22-2001, pp. 79-103.
Spiace che la descrizione inventariale non sia dettagliata quanto quella dellaltare del Materno
della Madonna di Campagna.

51

elevazione dellaltare mediante qualche gradino.21 Di una decina danni


successiva una seconda descrizione, contenuta allinterno degli Atti di
Visita del vescovo Volpiano Volpi (1629), dove il tabernacolo descritto
forma sexangulari, inauratum et decens, intus serico panno albi coloris
tulerabili vistitum, cum statua Christi resurgentis in summitate, in cuius
capiti est diadema affractum et renovandum:22 il testo significativo
per la precisazione della forma esagonale del tabernacolo, gi comunque
intuibile dal riferimento ai sei leoni indicati nel contratto del 1585 come
supporti per la struttura.
La commissione di questopera e la successiva ricostruzione delledificio vanno riferite a un particolare momento nella storia della chiesa che,
insieme alle altre parrocchie del Verbano, assiste al lento disgregarsi del
sistema pievano e al conseguente progressivo allontanamento dalla chiesa matrice, la collegiata di San Vittore di Intra; la parrocchia di Trobaso
poi una di quelle che gi nel 1568 ottengono dal vescovo Giovanni Antonio Serbelloni lautorizzazione a celebrare battesimi.23 La costruzione
di un nuovo tabernacolo rispecchia dunque gi la volont della comunit locale di contribuire allabbellimento della propria chiesa (avviata ad
acquisire sempre maggiore autonomia) destinata poi a manifestarsi in
maniera pi eclatante con la sistemazione architettonica; nel primo caso
ci avviene con il coinvolgimento di un artista locale, gi impegnato in
unaltra importante chiesa del territorio quale la Madonna di Campagna,
mentre nei decenni successivi, dimostrando un continuo aggiornamento
sulle istanze figurative provenienti dai centri maggiori, la fabbriceria si
rivolger a una personalit di ben pi ampio respiro come Bartolomeo
La visita del vescovo Taverna del 1617 (ASDN, Visite pastorali, tomo 88) descrive laltare maggiore come posto su un piano sopraelevato cui si accede attraverso alcuni gradini.
Quanto al numero delle statue menzionate nel 1618, pi numerose rispetto a quelle indicate
nel contratto del 1585, si pu pensare a un qualche cambiamento intervenuto in corso dopera
o forse, pi semplicemente, alla presenza di ulteriori elementi darredo dellaltare, come per
esempio una coppia di angeli reggicandelabro.
22
ASDN, Visite pastorali, tomo 124.
23
Per la situazione religiosa del Verbano rimando a G. Andenna, Unit e divisione territoriale
in una pieve di valle: Intra, Pallanza e la Vallintrasca dallXI al XIV secolo, in Novara e la sua terra nei
secoli XI e XII: storia, documenti, architettura, a cura di M. L. Gavazzoli Tomea, Silvana Editoriale,
Milano 1980, pp. 285-308.
21

52

Tiberino (Milano 1585-Arona 1654). Lartista, architetto e ingegnere di


casa Borromeo, attivo oltre che nel Verbano anche nel Cusio, in Ossola,
nel Biellese e nel Canton Ticino, infatti attestato in rapporto con la
chiesa di Trobaso in almeno tre occasioni: tra il 1632 e il 1634 per la realizzazione dellarchitrave, pochi anni pi tardi tra il 1636 e il 1638 per
il ciborio battesimale24 e a partire dal 1648 per la costruzione di un nuovo
altare. Su questultimo punto lobiettivo dei committenti chiarissimo:
quella che i fabbricieri (tra i quali ancora un Alberti, Giovanni Battista)
richiedono al Tiberino un opera laudabilissima et sentuosissima conforme che potr capire il luogho del choro che sii con ogni suntuosit
lodabilissima, di qualsivoglia altra che si ritrovino in questi contorni et
molto maggiore di quella della parochiale di Orta.25
Significativo poi nel testo dellaccordo del 1648 il punto sesto, dove
si precisa che il medemo sig.r Tiberino sii obligatto a ricevere in pagamento il santuario vecchio, che si ritrova in detta chiesa, al prezzo
che sar stimatto dalli estimatori, che stimarno il novo.26 Laltare del
Merzagora viene dunque ceduto al Tiberino e il suo valore sar detratto
dal compenso destinato allartista: non si tratta di una condizione straordinaria, se gi nel contratto del 1585 il vecchio altare veniva a sua volta
affidato allo scultore ossolano (probabilmente per ricavarne i materiali),
Lanalisi di queste opere, cos come dellaltare e delle successive imprese di Antonio
Pino, allievo e collaboratore del Tiberino, in L. Galli, Bartolomeo Tiberino, pp. 79-103.
25
Il contratto per laltare emerso solo in anni recenti tra le carte dellArchivio Borromeo
e pubblicato in C. A. Pisoni, Prime risultanze su artisti e artigiani del legno da riordini e catalogazioni
dellArchivio Borromeo Isola Bella, in La scultura lignea fra 600 e 700 nella valli alpine e prealpine
tra Piemonte e Lombardia, a cura di M. DellOmo e F. Mattioli Carcano, Associazione Cusius,
Miasino 2008, pp. 231-246.
26
C. A. Pisoni, Prime risultanze, pp. 245 sg. Avevo inizialmente immaginato che fosse
possibile riconoscere qualche pezzo superstite dellaltare del Merzagora nellopera del Tiberino,
in particolare per quanto riguarda le statue, data la corrispondenza di molti dei Santi indicati
nel contratto del 1585 con le statue attuali: Davide e Fabrizio Vitello, impegnati in questi mesi
nel restauro dellopera, che si erano posti prima di me la questione proprio in relazione alla
particolare clausola del contratto, mi confermano tuttavia che anche dal punto di vista stilistico
le statue ora presenti a Trobaso appartengono tutte alla medesima fase e vanno quindi riferite
al Tiberino e ai collaboratori della bottega. Tre di queste, raffiguranti San Gregorio e due Apostoli, sono state rubate in anni non troppo remoti (L. Galli, Bartolomeo Tiberino..., p. 92).
24

53

tuttavia il riferimento a una stima per entrambi gli altari nel 1648 lascia
supporre che al pi antico manufatto si continuasse comunque ad attribuire un qualche valore, anche da parte del Tiberino. Le motivazioni
della committenza per il nuovo incarico sembrerebbero essere quindi
esclusivamente di natura estetica: laltare cinquecentesco, creato per un
ambiente di dimensioni ridotte come la chiesa prima della ricostruzione,
doveva in qualche modo perdersi nellambiente pi ampio del nuovo
coro quadrato; per questo nuovo spazio i fabbricieri richiedono quindi
al Tiberino unopera grandiosa, adeguata alla moda imperante dei grandi
altari piramidali barocchi che proprio lo scultore milanese sta disseminando in questi decenni nel territorio della diocesi.
Una situazione per certi versi sovrapponibile a quella di San Pietro a
Trobaso si verifica in pratica nei medesimi anni anche nella vicina chiesa
di San Martino di Vignone, come si evince da una serie di documenti in
parte ancora inediti. Anche qui infatti esisteva un primo altar maggiore
ligneo, che sappiamo oggi commissionato dalla locale Scuola del Corpo
di Cristo il 3 luglio 1577 a un intagliatore milanese, Giovanni Battista
Alberio, indicato nel contratto come residente a Porta Comacina nella
parrocchia di Santa Maria Segreta: la data davvero precoce (tre anni
prima di quello della Madonna di Campagna e otto prima di quello di
Trobaso), ed significativo il coinvolgimento di un artista proveniente
dalla capitale del Ducato.27 Nel corso degli anni Quaranta del Seicento
27
ASVb, Fondo notai, Baratti Giovanni Pietro, b. 662. E interessante rilevare come a questa
data la committenza si rivolga al milanese Alberio cos come nel 1580 i fabbricieri della Madonna di Campagna commissionino il tabernacolo al Materno attivo a Vercelli: pare plausibile
immaginare un pi lento aggiornamento delle botteghe locali sulle nuove istanze artistiche
(si consideri come soltanto nel 1585 entrer in gioco il Merzagora, che pure doveva conoscere bene lopera del Materno nella chiesa verbanese). Giovanni Battista Alberio appartiene
a una bottega familiare di pittori e scultori di una certa rilevanza nella Milano di secondo
Cinquecento: nel 1576 lo stesso scultore riceve lincarico di provvedere allo smontaggio, allo
spostamento e al riadattamento dellancona della confraternita dellImmacolata Concezione
nella distrutta chiesa milanese di San Francesco Grande (M. C. Passoni, Nuovi documenti e una
proposta di ricostruzione per lancona della Vergine delle rocce, Nuovi Studi, 11-2004/2005, pp. 177197). La complessa macchina, commissionata nel 1480 al gi ricordato Giacomo Del Maino,
inglobava sculture lignee e tavole dipinte tra cui una delle due versioni della Vergine delle rocce di
Leonardo: sulla vicenda, una delle pi spinose del Rinascimento lombardo, rimando a Passoni, Nuovi documenti, pp. 177-197 e per lintervento leonardesco a A. Ballarin, Le due versioni
della Vergine delle rocce, in Id., Leonardo a Milano. Problemi di leonardismo milanese tra Quattrocento e

54

anche a San Martino viene messo in opera un nuovo tabernacolo, pure


realizzato come di recente emerso grazie alle ricerche di Camilla Sancio
dal Tiberino: il Libro delle spese della Confraternita del Rosario della
chiesa di Vignone registra infatti alla data del 24 giugno 1646 un pagamento di 400 lire imperiali allo scultore per la fabrica del santuario che
di presente si va fabbricando.28 Di questo altare, scomparso e sostituito
pi avanti da una struttura marmorea, possiamo in qualche modo supporre laspetto, non dissimile da altre imprese del Tiberino quali appunto
quelle messe in opera a Trobaso, Masserano (1654) o come i precedenti
esempi di Bironico (1625), Medeglia (1620/1630), Borgnone (1640).29
Pi complicato risulta invece al momento stabilire lassetto dei primi
tabernacoli post-tridentini, data la loro pressoch totale scomparsa e la
loro progressiva sostituzione, inizialmente con strutture lignee adeguate
al mutare del gusto (come a Trobaso e a Vignone), pi tardi con il ricorso
alluso del marmo: resta insomma da chiedersi quanto gli altari dellAlberio, del Materno e del Merzagora differissero da quelli del Tiberino realizzati mezzo secolo dopo. Analizzando brevemente il caso dellaltare del
Materno per la Madonna di Campagna, mi sembra interessante notare le
fortissime analogie che ricorrono, allinterno del gi menzionato Inventario Taverna del 1618, tra la descrizione del tabernacolo commissionato
nel 1580 e quella del bellissimo ciborio ligneo del fonte battesimale (per
il quale purtroppo non sono per ora note le vicende di commissione),
che tuttora si conserva allinterno del Battistero, nella prima cappella a
sinistra dellingresso principale: il testo presenta infatti le stesse formule
e gli stessi termini e pare insomma descrivere due strutture molto simili.
Cinquecento. Giovanni Antonio Boltraffio prima della Pala Casio, Grafiche dellAurora, Verona 2010,
tomo I, pp. 65-232.
28
C. Sancio, Nuovi studi sulla chiesa di San Martino a Vignone, tesi di laurea, relatore prof.ssa
R. Sacchi, Universit degli Studi di Milano, Anno Accademico 2009-2010, pp. 65-66. Tra le
novit dello studio di Camilla Sancio anche il rinvenimento, nel medesimo Libro delle spese
della Confraternita del Rosario, di un precedente pagamento allo scultore, datato 26 giugno
1624, relativo alla realizzazione dellarchitrave (Ibidem, pp. 63-64), e la corretta interpretazione
delliscrizione posta sul ciborio battesimale, che riporta la data del 1577 e le armi dei Morigia
(Ibidem, pp. 113-117).
29
Galli, Bartolomeo Tiberino, p. 102.

55

Mi chiedo in conclusione se non sia lecito immaginare questi primi altari


come strutture sviluppate analogamente ai cibori battesimali in forme a pianta centrale (nel caso di Trobaso abbiamo ad esempio menzione
della pianta esagonale), costruite su pi livelli e ornate da nicchie, colonnette e statue, con un marcato sviluppo verticale e dunque un aspetto
pi snello rispetto agli esemplari seicenteschi caratterizzati da un blocco
architettonico pi massiccio e articolato nella parte bassa e via via pi
esile nei registri sovrastanti.
assai probabile, se non certo, che commissioni analoghe a quelle
di San Martino, della Madonna di Campagna e di San Pietro a Trobaso
qui analizzate, relative cio alla messe di tabernacoli commissionati nel secondo Cinquecento sulla spinta delle istanze controriformiste provenienti
in primo luogo da Milano, abbiano riguardato numerose altre chiese del
territorio (e non solo), e che di conseguenza gli archivi conservino ancora
materiale utile per comprendere e analizzare il mutare delle forme e del gusto figurativo in questi decenni cos cruciali per levoluzione dellarte sacra.

Giovanni Andrea e Andrea Merzagora, particolare del coro ligneo.


Verbania, Chiesa della Madonna di Campagna

56

DOCUMENTI
1.
3 dicembre 1580
Commissione del coro ligneo della Madonna di Campagna.
ASVb, Fondo notai, Notaio Giovanni Francesco Boralli, busta 521.
1580 Ad doij Xbre
Conventiones
Noij infrascritti Fabriceri et Agenti della Chiesia di S.ta Maria di Campagna,
habbiamo fatto conventione tra m.ro Gio. Andrea di Merzagori di Vigezzo per
una parte, et noij infra. fabriceri per laltra parte che detto m.ro Gio. Andrea
sia tenuto, et obligato far il Choro di detta Chiesia cio al altare maggior come
il dessegno sottoscritto da noij fabriceri, reservando li dessegni anullati et
cassi signati .O. quali sono due teste nel architravo, li doij modioni supra detto
architravo; similmente le due teste che sono in fondo de li doij termini cassi,
et de duoj pilastri quali sono dette due teste, con due ovate. Il quadro casso
dove si ponde la schena, et il quadro per la sedia, con il quadro grande tutti tre
cassi con conditione che esso m.ro Gio. Andrea sia tenuto dette teste, et il resto
casso refarli con laggionta anche de le spallazze, et che per tal refactione et
aggionta detti Fabriceri siano tenuti et obligati remunerar il m.ro Gio. Andrea
secondo il giudizio esperto in tal arte, et in fede per la presente conventione
et excetuando come de sopra siamo convenuti dargli scuti seij doro per ogni
sedia cumputa la maggior, dandoli al principio per detta opera uno terzo al
principio, uno terzo a mezzo detta opera, et laltro terzo al fine di detta opera.
Io Gio. Batta Cadolino deputato affermo ut supra
Io Jacobo Zono de Suna procurator affermo come di sopra
Io Jan Andrea Marzagoro di Vigezo afirmo come di sopra et per fede o sotto scrito.
2.
19 marzo 1585
Commissione dellaltare della chiesa di San Pietro di Trobaso.
ASVb, Fondo Notai, Notaio Giovanni Antonio De Notaris, busta 719
1585, Inditione XIIIa, ad 19 di marzo a S.to Petro apresso Trobaso
Sia noto et manifesto a qualunche persona la qual leger il presente scritto
qualmente messer Giacobo de Alberti filius de messer Martino Bermignenti
habitante in Trobaso come procuratore et anziano de la predetta giesia et mes-

57

ser Martino suo fiolo come priore generale de la cumfraternita de la scola dil
Santissimo Corpo de Cristo eretta in detta giesia per una parte et messer Io.
Andrea Merzagori figlio di messer Andrea de Cravegia di Valle di Vigezo per
laltra parte cum cunsensu et presentia dil reverendo messer prete Francesco de
Grandi de Intra vicecurato di predetta giesia di Santo Petro, si sono cumvenuti
che detto messer Io. Andrea fatia et construa uno tabernacolo nel modo et forma come il desegno per lui purtato et per noij sotto scritto di alteza di br 3 =
cum tutta la Resuretione sino braza tre et mezo, et di largheza secundo il iuditio
dil predetto messer Io. Andrea et per tal constructione di detto tambernaculo
se factum cumvenuti darli scuti cento dieci de oro de L. seij per scuto dico Scuti
110 et il antico tambernaculo qual di presente si ritrova sopra lo altare magiore
in detta giesia; et qual dinari promettiamo darli uno terzo a Pasqua de la Resurretione dil Nostro Signore che vene, uno terzo a chalende di settembre che
vene et il resto di detti Scuti 110 al fine et fornimento di detto tambernaculo
qual ser a la festa di Natale dil Signor prossimo che vene; et qual promette
darlo finito a quanto li bisognar et porlo sopra lo altare magior in detta giesia
insieme cum ognia spesa qual bisogna a tal cosa a quanto cio di porlo et tanto
quanto detto messer Io. Andrea star a la detta giesia a mettere in opera il detto
lavoro de detto tambernaculo detti homini siano tenuti farli et darli la spesa
cibaria tanto de suo pi per altro; et cos li promettiamo de quanto de sopraddetto cum ognia danno spese et imprese che il predetto ms Io. Andrea ne potr
patire; et detto messer Io. Andrea lui promette fare detta opera in tal modo et
forma come tra noij se siamo intesi et dacordo mettendo perh loro in ognio
loco dove ser signato, o sia attutte le colonne et a leoni dove besognar et ser
necessario, et dove ser signato A lo argento et dove ser il Z il zuro; et per fede
del prescrito havemo fatto scrivere et sottoscrivere il presente scritto da luna
parte et laltra et anchora dal predetto Reverendo signor vice curato et anchora
sotto scritto il detto retratto per fede del tutto.
Ego Iohannes Baptista Gabardinus notaius pubblicus de Cambiascha et Mediolanus, nomine predicti domini Iacobi de Albertis scripsi et subscripsi et a
pregheria et requesta de luna et laltra parte <> a nome del predetto messer
Io. Andrea il nobil signor Nichola fil. del nobil signor Bernardo Picuro di Intra
qual qui presente et che a nome di detto messer Io Andrea promette <>
et anchora lui per fede dele dette cose si sotto scriver et qual s. scriver detto
messer Io. Andrea promette di relevarle.
Io prete Francesco di Grandi curato nella chiesa come di sopra son sta presente
a quanto di sopra si contiene.
Io sudeto Martino afirmo quanto di sopra

58

Io Ioan Andreia Marzagoro affermo quando di sopra si contene et per fede me


sono sotoscripto.
* Le figure et quante si hano da ponere al detto tambernacolo sono queste
Primo doij imagine de Cristo denaze cum la resurectione in cima comforme
al ritratto
Seij angeli al mezo cum li ministerij de Santa Passione
Seij angeli in cima cum le sue trombe
Seij leoni sotto et ognia cosa comforme a deto retratte come di sopra
Et di pi
S.to Ionas Batista
S.to Iosepho
S.to Petro
S.to Paulo
S.to Andrea
S.to Jacobo
S.to Bartolameo
S.to Rocho
S.to Gregorio et
S.to Vittore
1585 ad 14 di aprille io sudetto Ioan Andrea Marzagoro ho receputo dal suprascritto mastro Iacomo di Alberti anciano de la su detta gesia scudi vinti
cinque a cunputo de lire cento cinquanta dicto L. 150 quali sono per parte di
pagamento et a bon conto sopra scrito scrito et per fede mi sono sotto scritto.
Io sudetto Ioan Andrea afermo quando di sopra.

59

Giovanni Andrea e Andrea Merzagora, Protome umana,


particolare del coro ligneo,
Verbania, Chiesa della Madonna di Campagna.

Monica Gagliardi

Una nobile famiglia decaduta.

I Moriggia di Pallanza eredi del castello


di Frino

I membri del casato Moriggia che per ultimi abitarono lantico castello di Frino, ossia quelli facenti parte del ramo pallanzese della nobile
stirpe,1 fino ad ora non sono mai stati oggetto di particolare attenzione
da parte degli studiosi, in quanto le loro vicissitudini sono state spesso
sottovalutate o trattate in maniera superficiale, alla stregua di unappendice insignificante del pi famoso ramo che vide come ultimo dei suoi
discendenti il marchese Giovanni Battista Moriggia Della Porta.2
Effettivamente si tratta di avvenimenti familiari e personali di misura
ben pi modesta rispetto a quelli che coinvolsero il ramo principale della
casata, che nellanno della sua estinzione, avvenuta nel 1783 con la morte
dellultimo discendente maschio, si poteva considerare allapice del suo
splendore sociale ed economico.3
Tuttavia proprio per questa dimensione di nostrana semplicit, e per
limpegno con cui i Moriggia pallanzesi vollero far valere i propri diritti
ereditari, le loro vicende meritano a mio giudizio pi attenzione da parte
dellappassionato cultore della nostra storia locale.
1
In seguito alla morte del marchese Giovanni Battista Moriggia Della Porta, avvenuta
nel 1783, il castello di Frino, i fondi agricoli situati a Bozzella, Susello, Deccio, Frino e S.
Maurizio della Costa e una masseria a Stresa, passarono a Pietro Giacomo Moriggia del fu
Carlo Domenico, nativo appunto di Pallanza. A tal proposito si veda M. Bariatti Il tramonto di
un feudo, in Verbanus 28-2007, pp.195-208.
2
m. Gagliardi, Giovanni Battista Moriggia, in Verbanus 33-2012, pp. 141-143.
3
Ibidem

61

Inizio la ricostruzione della storia di questa famiglia dal periodo pi


prossimo a noi, per poi andare a ritroso nel tempo. Prendo quindi come
punto di riferimento lanno 1896, data in cui il castello di Frino, da secoli
avita dimora della famiglia Moriggia, venne venduto allarchitetto milanese Giuseppe Pirovano.4
Questa data risulta essere importante poich pone simbolicamente
fine alla giurisdizione feudale, anche se oramai solo formale, dei marchesi Moriggia sulle Degagne di San Martino, San Maurizio e Squadra
di Oggebbio. La vendita dello stabile denominato e conosciuto come
castello di Frino, che fu per secoli il centro del potere feudale della famiglia,
quindi per cos dire lultimo atto di una saga familiare che ebbe come
cornice il lago Maggiore.
La messa in vendita delledificio5 rappresenta il culmine delle procedure avviate in quegli anni dalla casata pallanzese per ridurre il numero
dei propri immobili e aumentare la propria liquidit.6
Questa drastica decisione fu presa non solamente a causa delle mutate condizioni economiche della famiglia, che non permettevano pi un
adeguato mantenimento del palazzo ormai sempre pi decadente, ma
anche per la difficoltosa gestione delleredit lasciata da Pietro, ultimo
nobile della famiglia.
Da quello che si desume leggendo il documento di compravendita
stipulato con larchitetto Pirovano il 5 settembre 1896,7 gli eredi di Pietro
Moriggia 12 figli e 5 nipoti avevano oramai perso buona parte del
proprio lustro economico: ad esempio alcuni discendenti maschi della
casata svolgevano il mestiere di fabbro ferraio, altri quello di muratore.
Lunico che ebbe fortuna fu certo Giacomo il quale era industriale a
Roma. Anche la numerosa discendenza femminile aveva un tenore di
Milano 1846-Frino di Ghiffa 1923. Consegu la laurea in architettura al Politecnico di
Milano nel 1870. Progett ledificio che divenne sede dellIstituto dei Ciechi di Milano. Nella
nostra zona si occup anche della costruzione di Villa Giulia a Pallanza.
5
Il 7 settembre 1888 La Voce del Lago Maggiore e dellOssola riportava lavviso della
messa in vendita dello stabile e delle sue pertinenze.
6
Gi lanno precedente la famiglia Moriggia aveva provveduto a dividere in lotti alcuni terreni
in prossimit del castello. ASVb, Ufficio del registro di Intra, anno 1887, vol. 12, atto n. 524, p. 477.
7
ASVb, Ufficio del registo di Intra, anno 1896, vol. 59, atto n. 80, p. 349.
4

62

vita ben poco nobiliare: sono infatti indicate tutte come casalinghe e non
con il pi consono agiata; una sposata con un calzolaio, unaltra con
un ufficiale postale. Inoltre due di esse dichiararono di essere illetterate.
Riportando lattenzione su Pietro Moriggia, sposato con Maria Cor8
si e padre della sopraddetta numerosa prole, egli risulta di fatto colui che
per ultimo viene ricordato nei documenti ufficiali con il titolo, forse un
po ostentato, di marchese. Al tal proposito riporto un articolo di grande
effetto, ai limiti del grottesco, ma al tempo stesso significativo, apparso
nel 1879 sul giornale La Voce del Lago Maggiore in cui viene descritto un
allegro banchetto tenutosi al castello di Frino offerto appunto dal marchese Pietro:
Lattuale discendente Moriggia, un vecchio rubizzo [] egli diede marted
un banchetto ai suoi numerosi servi e vassalli sulla grandiosa spianata del citato
castello []. Allombra dei secolari cipressi furono poste delle ampie tavole con
cinquanta coperti. In capo del convitto sedeva lo stesso Marchese Moriggia, su
ampio tarlato seggiolone e sopra la sua testa sventolava la bandiera gialla del suo
castello. Per mostrare lantichit della sua famiglia egli ne vestiva gli stessi abiti, e
sul capo invece di un elmo, un vecchio cilindro che appartenne gi ad un suo antenato del secolo scorso. Con sguardi lieti e soddisfatti egli rimirava i suoi vassalli
che banchettavano, rallegrati dai concerti della banda musicale del luogo [].9

Vi una descrizione di questo particolarissimo personaggio anche


nelle memorie di Luigi Troubetzkoy che insieme ai suoi due fratelli pass
ladolescenza a Villa Ada, situata a San Maurizio della Costa, quindi poco
lontana dal castello. Ricordando i giorni della sua infanzia racconta:
Molte volte, guidati dalla governante, facevamo passeggiate anche fuori dalla
villa: a San Maurizio, Ceredo, la Trinit. A Frino, mentre sostavamo sul prato
davanti al castello, ci accadde di vederne uscire il marchese Moriggia. Una vera
8
Maria era nata a Suna il 7 settembre 1801, da Vittorio Corsi e Marianna Poroli. Come
risulta dai registri conservati nella chiesa parrocchiale di S. Maurizio della Costa, mor a Frino
il 9 aprile 1861.
9
La Voce del Lago Maggiore, 12/9/1879, p. 2. Vedi anche A. Bruno, Lazione del
patriziato lombardo tra centro e periferia: il caso Moriggia (sec. XV-XVII), tesi di laurea Universit
degli Studi di Milano, anno accademico 2005-06.

63

macchietta: di statura piuttosto bassa, leggermente curvo e gi vecchio, era


rasato in viso fatta eccezione per le basette alla moda del primo 800. Di pari
epoca anche gli abiti: calzoni al ginocchio, frac turchino, calze bianche ed un
grande cilindro in capo. Cos vestito non si peritava dandare ogni sabato ad Intra per le provviste, su duna sgangherata carrozzella trainata da uno striminzito
cavallino. Il marchese si rivolse a noi con un amabile sorriso cercando di attaccare conversazione; ma il suo discorso era cos scandaloso che la governate,
inorridita, scapp via tirandoci seco [].10

Pietro Moriggia, figlio di Carlo e Teresa Bianchini, nacque proprio


nel castello il 26 febbraio 1801 e ivi mor il 16 dicembre 1884. Dimostr
sempre un grande attaccamento a questo edificio. Tent infatti di predisporre nelle sue ultime volont11 i dettagli per il mantenimento unitario
almeno della porzione di castello di sua propriet, che tuttavia assieme al
resto delledificio venne in seguito, come detto, venduto dai suoi eredi.
Da questo documento si apprende che ledificio nella sua interezza non
faceva gi oramai pi capo a un unico proprietario, ma risultava diviso
in quote intestate anche ai fratelli di Pietro, Francesco Paolo e Angiola.12
Francesco Paolo (Frino 1802-1862) era sacerdote e trascorse i suoi
ultimi momenti di vita al castello. Anchegli dovette provare un attaccamento particolare alla sua casa natia; pochi giorni prima della morte, convocato il notaio nella sua camera cubicolare posta nel Palazzo
Moriggia, fece testamento13 con lintenzione di far rimanere in seno alla
famiglia la propria parte delledificio nominando usufruttuario il fratello
Pietro ed eredi universali i di lui figli.

Aa.Vv. Paolo Troubetzkoy scultore, Alberti, Verbania 1988, p. 31.


Due sono infatti i testamenti: il primo del 1868 e il secondo, che annullava il precedente,
del 1873. ASVb, Notai. Micotti Giacinto, vol. 14469, atto n. 13; ASVb, Notai. Micotti Giacinto, vol.
13542, atto n. 429.
12
Angiola nata a Frino nel 1795, spos il notaio Giuseppe Deluigi. Anche la sua parte
di eredit venne successivamente ceduta, insieme a quella dei nipoti, allarchitetto Pirovano.
13
ASVb, Notai. Manni Angelo, vol. 11901, atto n. 23, p. 75.
10
11

64

Lala meridionale del castello prima della ristrutturazione voluta dallarchitetto Pirovano

Continuiamo a procedere a ritroso negli anni. Il padre di Pietro si


chiamava Carlo, era nato a Pallanza nel 1768 da Pietro Giacomo e Angela Maria Albasini. Mor a Frino il 3 marzo 1807. Il suo testamento
redatto il 3 febbraio 180714 ci permette di ricostruire non solamente la
composizione del nucleo familiare, ma anche di ricavare una descrizione
del castello e dei suoi arredi.15
Allepoca della morte di Carlo risultano facenti parte del nucleo familiare la moglie Teresa Bianchini, pallanzese, e i tre figli ancora in et
infantile: i gi citati Pietro, Francesco Paolo e Angiola.
Vista la loro minore et, Carlo nomin tutrice e curatrice testamentaria la moglie Teresa, ed espresse la richiesta che al momento dellapertura
del testamento venisse stilato dal notaio, lo stesso incaricato di ricevere le
sue ultime volont, un inventario dei beni in suo possesso.
Cos pochi giorni dopo la sua dipartita, il notaio Girolamo De Cartis in compagnia di un drappello di testimoni e periti si rec al castello
apprestandosi allimpegnativo compito di dare descrizione minuziosa e
stima del valore dogni cosa alla di lui eredit spettante.
ASVb, Notai. Decartis Gerolamo, vol. 9001, p. 21.
Allepoca della stesura del testamento tutto ledificio e i terreni circostanti facevano
capo a un unico proprietario, ossia Carlo.
14
15

65

A quel tempo il castello era un insieme di edifici costruiti in periodi


diversi e disposti a ferro di cavallo; la parte pi recente, risalente allinizio
del Settecento, era composta dalle due ali che formavano langolo sud
del complesso.16 Dal piazzale esterno, posto a sud-ovest, si entrava nel
palazzo attraverso un portone che si apriva su un atrio con lo scalone.
Sulla destra un ampio locale conduceva allala di levante delledificio, che
era composta da stanze comunicanti tra loro e con vista lago. Una di
queste era il salone di rappresentanza, denominato sala grande, in cui
spiccava un imponente camino con soglia, spalle e cappello di marmo.
Salendo lo scalone si accedeva al primo piano con le camere da letto e
alcuni locali di servizio. Nel seminterrato si trovavano le cantine.
Vi era poi la cosiddetta casa vecchia formata da due edifici distinti,
ma ambedue uniti alla parte pi recente: uno era il prolungamento dellala
di levante, suddivisa in numerosi vani tra cui la stanza del campanile;17
laltro costituiva lala di ponente del palazzo ove erano situate le cucine e
il locale destinato alla fontana. Come detto ledificio nel suo complesso
era a ferro di cavallo con corte interna; sullunico lato aperto, cio quello
nord, si estendeva il giardino confinante con loratorio di S. Maria Nascente.18 Poco distanti dalledificio principale, e ubicati sul lato di ponente del piazzale daccesso, vi erano la tinaia, il torchio, la stalla e il fienile
con scuderia retrostante. Completavano la propriet il giardino superiore

16
A tal proposito G. Vagliano, Le rive del Verbano, (1710) scrisse che risiede questo
Castello sopra dunalto poco discosto dalle Rive del Verbano, la cui struttura piantata in
figura quadrata []. La nuova fabbrica, che per un quarto di tutto il corpo della vaga struttura
resta gi compiuta, delle migliori delle Nobilt del Paese, daria si preziosa, che nei suoi
purgati atomi infonde salute a chi la respira nel suo ambiente.
17
Un accenno a questi locali viene fatto anche nel documento del 1783 citato in M.
Bariatti, Il tramonto, pp. 204-208.
18
Questo chiesetta chiamata anche oratorio maggiore, in contrapposizione alloratorio minore
posto poco fuori del paese. Mons. Cavigioli scrisse che loratorio minore di Frino ha origini
antiche mentre delloratorio maggiore, quello che ha sulla lunetta della porticina laterale il
grazioso affresco di Daniele Ranzoni, non c memoria alcuna, strano a dirsi, che chiarisca
let della sua erezione, che pure deve essere relativamente recente: o sugli ultimi del secolo
XVIII o sui primi del secolo XIX (Ghiffa scampoli di storia e di cronaca, Alberti, Verbania 2005,
p. 67). Datazione in parte confermata da quanto leggo nel testamento di Pietro Giacomo,
redatto nel 1789: fabrica disposta ad uso oratorio ora ancora imperfetta e non benedetta.

66

a ovest del piazzale, e quello inferiore che con ogni probabilit giungeva
fino al lago, dove era posta la darsena.

1882. Planimetria del castello e sue pertinenze

Il 19 marzo 1807 inizi la perizia partendo dai locali posti al pian


terreno adibiti a cucina. Vennero censiti gli arredi e gli utensili per cucinare. In mezzo a tegami in rame e padelle in ferro, boccali, piatti in peltro e posate di stagno, spiccavano anche una cioccolatera, un tostino
e macina per il caff e una padella di ferro per le castagne; pass poi
a visitare le altre stanze sempre a pian terreno, tra cui la sala grande,
ornata da numerosi quadri.19 Il drappello prosegu quindi al primo piano, iniziando dalle tre stanze superiori poste a mezzogiorno, di cui
Nellinventario i quadri sono descritti in maniera poco esaustiva; nella sala grande, ad
esempio, vengono inventariati quattro quadri grandi di soggetto ignoto e quindici quadretti
raffiguranti varie figure, paesi e bestiame non meglio specificati. Il loro valore complessivo
tuttavia di poco conto, anche se per numero e sommaria descrizione sembrerebbero gli stessi
dellinventario del 1783 riportato in M. Bariatti, Il tramonto, cit.
19

67

vennero descritti divani, letti in piuma, genuflessori, nonch com e


canter in noce.
Arrivati a questo punto, essendo lora tarda, si concluse la prima
parte della perizia, e quindi notaio, periti e testimoni presero accordi per
continuare lindomani il censimento dei beni del defunto Carlo.
Il giorno successivo, 20 marzo, puntualmente alle ore sette antimeridiane, si riprese la redazione dellinventario dal punto in cui lo si era
interrotto il giorno precedente. Vennero passati in rassegna il mobilio e
anche gli indumenti contenuti negli armadi: una marsina usata di panno color ble, svariati gilet dai colori vivaci, alcune paia di pantaloni di
velluto e scarpe di vitello. Non mancavano tuttavia anche degli oggetti
preziosi e particolari: due paia di fibbie dargento, un cannocchiale, una
sciabola e un fucile.
Sorprendente la successiva descrizione delle cantine e della zona adibita a torchio e tinaia, ove risultano depositati in gran numero vasselli e
tini di vino, per una capacit totale di ben 459 brente, cio 26.000 litri!20
Completavano la perizia del castello la descrizione delle scuderie, delle stalle (che davano accoglienza a una vacca nera dalle corna lunghe, una
manza con corna corte e un vitello), del giardino superiore consistente
in tre ripiani con scala doppia di sassi per accedervi e con entrostante
un casale diroccato detto il serraglio, e del giardino inferiore a due piani.
Dalla descrizione meticolosa del castello si ricava limpressione di
un lento ma inesorabile avvio alla decadenza: nel testo infatti si ripetono
pi volte accanto alla elencazione dei vari arredi gli aggettivi logoro e
usato. Eppure erano passati solo poco pi di una ventina danni dalla
morte di Giovanni Battista Moriggia Della Porta, ricco nobile milanese!
La cui dipartita senza eredi maschi aveva portato allattuazione del fidecommesso che permise al ramo pallanzese di far valere i propri diritti
ereditari. Il padre di Carlo infatti proprio quel Pietro Giacomo Moriggia che ne rivendic lesecuzione.21
20
Una brenta di Pallanza equivaleva a 56,6658 litri, quindi il calcolo presto fatto.
Presumibilmente allepoca dellinventario i vasselli e i tini erano oramai solamente dei vuoti
contenitori; infatti non viene riferito nulla a proposito del loro contenuto.
21
Si veda M. Bariatti, Il tramonto, cit.

68

Particolare del giardino superiore con la scala di accesso


(ASVb, Fondo Museo del Paesaggio, dis. 110)

Pietro Giacomo come erroneamente sostenuto fino ad ora non era


un umile pescatore;22 nato a Pallanza il 21 dicembre 1737, era figlio del
causidico Carlo Domenico23 e di Camilla Porola, il cui cognome riporta
a una nobile famiglia sunese.
Pietro Giacomo si dimostr per altro persona molto determinata e
istruita, facendo valere i propri diritti per ottenere ci che gli spettava
in base a quello che fu stabilito dal suo avo Francesco nel lontano 1680
La notizia riportata dal De Vit ne Il Lago Maggiore Stresa e le Isole Borromee, Prato 1878,
vol. II, p. 94 (venuto a morte nel 1782 il Marchese Giovanni Battista senza successione []
venne chiamato a succedergli un povero pescatore di Pallanza Pietro Giacomo Morigia) fu
ripresa sistematicamente nelle pubblicazioni successive. Lequivoco probabilmente nato a
causa di unerrata interpretazione dei dati riportati nel Quintetto delle consegne presentate dalli
capi di famiglia abitanti nel territorio della Regia Comunit di Pallanza relativo allanno 1778 (ASVb,
Comune di Pallanza, busta 43, fascicolo 69).
23
Il titolo di causidico compare nellatto di matrimonio del figlio Pietro. Archivio
Parrocchiale San Leonardo in Pallanza (APSLPa), Atti di Matrimonio, anno 1767.
22

69

secondo cui, in caso di estinzione della discendenza maschile del ramo


principale della casata, i beni dovevano essere ereditati dai discendenti
maschi dei rami collaterali.24
Dopo aver ottenuto ci per cui aveva cos attivamente lottato,25
essendo quindi mutate le sorti della famiglia, e sentendosi probabilmente investito di una nuova responsabilit verso i suoi discendenti, il
21 aprile dellanno 1789 fece compilare dal notaio Cadolini di Pallanza
un nuovo testamento.26
Da questo documento emerge innanzitutto la volont di staccarsi
dalla comunit natia di Pallanza ed entrare di fatto nel pieno del suo
nuovo status; dispose infatti affinch il suo corpo fosse tumulato nel
sepolcro nella chiesa di S. Maurizio della Costa, specificando che questo
avvenisse occorrendo la sua morte in questo luogo od altro paese della
presente degana. Auspic inoltre che la funzione funebre fosse svolta
con il giusto onore, come in uso nelle migliori famiglie del luogo, e con
lintervento di tutti i sacerdoti della parrocchia.
Lasci suo erede universale il figlio Carlo, ma dispose minuziosamente e premurosamente per la sistemazione della moglie, Angela Maria
Albasini, e delle figlie, Camilla, Vittoria, Savina e Virginia ancora nubili,
disponendone la dote e il loro mantenimento.
Si preoccup infine della sorte della sorella Ginevra; esort infatti
il suo erede a fornirle adeguati alimenti ed indumenti, fino a quando
ella fosse rimasta presso la famiglia in istato vedovile. Pietro Giacomo
mor a Frino il 7 luglio 1795.
Qui si conclude la ricostruzione del ramo pallanzese della famiglia
Moriggia dimorante nel castello di Frino, in quanto fu appunto Pietro
Giacomo a ereditare il castello e abitarlo. Tuttavia per completezza, riporto ancora qualche notizia inerente agli antenati di questo personaggio.

ASMi, Notai. Appiani Luigi, vol. 32097, testamento di Francesco Moriggia.


Pietro Giacomo divenne feudatario in virt dinvestitura del 6 agosto 1785. ASVb,
Notai, Cadolini Giuseppe, vol. 8905, p. 1.
26
ASVb, Notai, Cadolini Giovanni Francesco, vol. 6797, p. 3.
24
25

70

Il padre di Pietro Giacomo, Carlo Domenico, nacque a Pallanza


il 22 gennaio 1702 da Giuseppe e Rosa Porola.27 La sua famiglia era
di certo strettamente imparentata con quella di Frino, pi di un documento ce lo conferma. Il fratellastro di Carlo Domenico, Giovanni
Camillo, ebbe come padrino di battesimo Giovanni Battista Moriggia e
come madrina la di lui moglie Violante Rescalli, cio i nonni dellultimo
discendente di Frino.28 Fu inoltre al nonno di questo Giovanni Battista, altro Giovanni Battista, che nel 1635 Pietro Giacomo di Pallanza, il
nonno paterno di Carlo Domenico, vendette una parte di censo annuo
relativo alle degagne di S. Martino e S. Maurizio con Squadra dOggebbio.29 Il fatto che Pietro Giacomo potesse fino ad allora vantare e
quindi cedere simili diritti su queste due degagne, dar poi credito alla
richiesta di attuazione del fidecommesso presentata da Pietro Giacomo
suo omonimo discendente.

1689. Atto di battesimo di Giovanni Camillo Moriggia;


padrino Giovanni Battista Moriggia e madrina la moglie Violante Rescalli.

APSLPa, Atti di Battesimo, anno 1702.


Giovanni Camillo, nacque a Pallanza il 15 novembre 1689 da Camilla Viani, prima
moglie di Giuseppe Moriggia, APSLPa, Atti di Battesimo.
29
Gi segnalato da Bariatti in ASMi, Fondo Crivelli Giulini. Giulini. Eredit famigli diverse,
busta n. 27.
27
28

71

Come gi accennato, Carlo Domenico esercitava la professione di


causidico e, da quanto risulta dal registro dei beni di seconda stazione,30
possedeva un torchio da vino e da olio valutato 155 scudi, in mappa al
numero 918 del cosiddetto Catasto Teresiano. Questa attivit commerciale era ubicata nel Terziere di S. Francesco, poco distante dalla sua
dimora. Dal registro dei beni di prima stazione risulta infatti che Carlo
Domenico abitava una casa parte a due piani, e parte a tre, [con] sua
porzione di cortile inserita nel complesso denominato Case Moriggia,
facilmente individuabile negli edifici che si affacciano sullo slargo dellattuale Via Cietti, dove appunto sorge la trecentesca casa dei marchesi
Moriggia (oggi propriet De Laiti).31
Dalle registrazioni catastali si evince che questo complesso abitativo
faceva capo a pi proprietari, tutti Moriggia, presumibilmente imparentati tra loro,32 come dimostrerebbe lidentico luogo di sepoltura di tutte
queste persone: allinterno della chiesa collegiata di San Leonardo, nella
cappella del Santissimo Nome di Ges, sulla quale vantavano diritto di
giuspatronato.33
Sempre nel XVIII secolo unaltra famiglia Moriggia viveva a Pallanza,
ma nel Terziere di San Leonardo, nelle vicinanze della piazza maggiore,
ubi dicitur in Sassello.34 Ancora oggi possibile ammirare allinizio di Via
Sassello un bel portale in pietra con lo stemma dei Moriggia e unampia
scalinata che sale fino al caseggiato (lantica casa Moriggia?) che nellOttocento ospit la Societ Operaia e di Mutuo Soccorso.
ASVb, Comune di Pallanza, bb. 30, 31.
Nel cortile interno delledificio una scritta incisa su un architrave di serizzo ricorda
lanno di costruzione dello stabile, avvenuta nel 1331. Qui abitarono Giovanni e Giacomo
Moriggia che nel 1441 acquistarono da Filippo Maria Visconti la degagna di Suna, Cossogno e
Rovegro, e presumibilmente vi abit anche Pietro Moriggia che nel 1447 acquist la degagna
di S. Martino, S. Maurizio e Squadra di Oggebbio.
32
Oltre alla quota di Carlo Domenico, vi erano quelle intestate: agli eredi del fisico Ercole
Moriggia, a Carlo Tommaso e suo fratello figli di Stefano Moriggia, agli eredi di Francesco
Giuseppe Moriggia e agli eredi di Bartolomeo Moriggia.
33
Si veda APSLPa, Atti di morte, XVIII sec.; inoltre G. B. Bianchini, De origine, antiquitate,
nobiltate et incremento regii oppidi Pallantiae ad oram Verbani lacus, paragrafo LXXVI.
34
Atto di morte di Giovanna Viani, moglie di Giovanni Battista. APSLPa, Atti di Morte,
anno 1770.
30
31

72

Sicuramente il personaggio pi in vista di questo ramo fu Giovanni Battista,35 nobile e dal cospicuo patrimonio immobiliare. Il 26 aprile
1751 insieme al feudatario di Suna, Livio Ludovico Viani, fu linvitato
donore alla posa della prima pietra del rinnovando monastero della Visitazione in Pallanza.36
A differenza dellaltro ramo pallanzese i membri di questa famiglia
Moriggia, venivano sepolti nella chiesa del Convento di S. Bernardino,37
luogo riservato ai casati pi illustri di Pallanza.
Per seguire pi agevolmente lintreccio delle parentele tra i diversi
personaggi citati nel testo, riporto in conclusione due sintetici alberi genealogici: uno del ramo di Pallanza, laltro del ramo di Frino.

La riproduzione dei disegni conservati presso lArchivio di Stato di Verbania


stata autorizzata con lettera 22 gennaio 2014, n. prot. 0000089.

Giovanni Battista Moriggia (1703-1778) figlio di Giovanni Maria e Anna Maria Ronchi
sposato con la nobildonna Giovanna Viani.
36
L. Parachini, G. Margarini, M. Bariatti, Il monastero della Visitazione in Pallanza. Da casa
Caccianini a Villa Olimpia, in Verbanus 30-2009, p. 283 n. 36.
37
Nel quindicesimo secolo la nobildonna Elisabetta Moriggia promosse e finanzi la
costruzione di questo convento. I frati francescani per gratitudine posero una sua effige in una
cappella della chiesa, che fu chiamata Cappella Moriggia e divenne il sepolcro della famiglia.
Si veda V. De Vit, Il Lago Maggiore Stresa e le Isole Borromee, Prato 1878, vol. II, p. 101.
35

73

Moriggia di Frino

Moriggia di Pallanza

1876. Giulio Carcano


Olio di Pompeo Litta Biumi

Pier Angelo Garella

Giulio Carcano

Novelliere rusticale tra nostalgia


e compassione

Tracciare un profilo sintetico ma rappresentativo di Giulio Carcano letterato non facile: poeta domestico e civile, narratore, antologizzatore
di opere altrui, curatore di epistolari, traduttore, mostr interessi diversificati e attitudini da poligrafo.
Si pu rintracciare un filo che sorregga tali divagazioni e dia un centro tematico alla sua produzione?
Gli attenti studi di Vittorio Grassi1 sulle carte private ci hanno dato
una prima risposta: la dichiarata fede nella tradizione cristiana e la fedelt
alla linea manzoniana paiono i termini di riferimento fondamentali nelle
condotte di vita e nelle scelte intellettuali.
I rapporti con la letteratura lombarda e le riviste illuministiche e romantiche, i rapporti personali con Cesare Correnti, Alessandro Manzoni
e Antonio Rosmini hanno influenzato scelte e punti di vista. Ma fino a
qual punto, con quale intensit? In quale linea culturale Carcano pu
essere coerentemente inscritto?

Le posizioni della critica


La critica, che recentemente ha ritrovato interesse alla produzione
narrativa di Carcano ristudiando il filone della letteratura rusticale tra
1
Si veda il saggio Quali pagine avr la storia nostra! Giulio Carcano sul Verbano, pubblicato
prima su Verbanus 32-2011, e poi nel volume Giulio Carcano a Lesa, Comune di Lesa 2012.

77

romanzo storico e verismo, ha riordinato le coordinate dei riferimenti


sopra citati per collocare Carcano in una sua peculiare posizione.
Persistono le valutazioni limitative nella critica militante e accademica:
gi il contemporaneo Carlo Tenca, direttore della Rivista Europea, sottolineava linadeguatezza delle scelte linguistiche in una letteratura che voleva
parlare del e al popolo; Francesco De Sanctis vedeva lo scadere della linea
manzoniana (gi edulcorata di suo) attraverso Tommaso Grossi, caricatura
dellillustre modello, e di Carcano, caricatura a sua volta di Grossi.
Ugo M. Olivieri2 ricorda licastico e divertito ritratto di Carcano
tracciato da Ippolito Nievo: Carcano un letterato allo stato fossile,
rimasto ad attestare lesistenza di una generazione primitiva, quando credevasi bonariamente che il cuore dovesse entrarci almanco per un buon
terzo nella composizione di un libro.
Il problema storico-critico entro cui si rileggono la produzione narrativa e in particolare il filone novellistico e campagnuolo di Carcano,
la ripresa quantitativa della novella in prosa, a partire dagli anni trenta
dellOttocento, con Due baci (1831) di Niccol Tommaseo,3 che risponde a delle esigenze di mercato imposte dal proliferare della letteratura
periodica ma al tempo stesso delinea le linee portanti del racconto di
met Ottocento; mentre Tommaseo presta attenzione ai trasalimenti
interiori e ai turbamenti impalpabili della passione femminile, la produzione di Carcano dalla giovanile novella sentimentale4 passa alla prosa
ambientando lelemento sentimentale tra le plebi contadine.5
Lo sviluppo della narrativa rusticale si inscrive dunque nella trasfor Nel saggio sulla Novella, in F. Brioschi C. Di Girolamo, Manuale di letteratura italiana,
vol. 3, Bollati Boringhieri, Torino 1995; il testo di Nievo Ciancie letterarie in Tutte le opere narrative,
vol. 2, Mursia, Milano 1967.
3
La novella Due baci di Niccol Tommaseo (1802-1874) si legge nelledizione Salerno,
Roma 2000.
4
Ida della Torre (1834): in questo testo, che Carcano definiva poemetto, la dialettica
manzoniana tra microstoria e macrostoria si risolve nel deciso prevalere della seconda, il
movimento della masse, lintrecciarsi della dinamica storica attraverso i personaggi e le vicende
delle fazioni cittadine fanno s che la storia damore, di dolore e di morte di Alfredo e Ida
risulti una novella dalle disiecta membra che si svolge ad intermittenza nel corpo del poemetto,
congiunta da esili ed artificiosi legami con la linea tensionale di esso (A. M. Morace, La
novella romantica, nellopera La novella italiana, I, Salerno, Roma1989).
5
Queste considerazioni si leggono nel saggio sopra citato alla nota 2.
2

78

mazione che la forma breve della novella, inaugurata dal medioevo per
una comunicazione agile e concreta di novit strettamente legate al
mondo mercantile e borghese, subisce in direzione del racconto, con
lintenzione di cogliere, entro un tempo e uno spazio limitato, la singolarit dellindividuo o la referenzialit problematica del reale.6
La forma breve destinata in primo luogo alle pubblicazioni periodiche, giornali, riviste e almanacchi esplicitamente rivolti a un largo pubblico; la pubblicazione in volume segue quando un certo numero di testi
possano formare una organica raccolta: Le esigenze dellindustria culturale condizionano la forma, i tempi di scrittura e le modalit di ricezione.7
Sul romanzo sociale e sulla narrativa rusticale pi recentemente
hanno scritto Vincenzo Binetti e Franco Manai, i cui contributi si possono leggere in Rete.
Binetti ribadisce con De Sanctis che, se [Carcano] avesse colto nella
realt la miseria delle fanciulle operaie, condannate a fatiche opprimenti,
forzate a respirare unaria pestilenziale, esposte alle seduzioni, ne sarebbe venuto un romanzo interessante invece finisce con le generalit
di quelle creature rose come da un tarlo, che erano di moda: chiaro il
riferimento alla vicenda di Nunziata, lavorante in tessitura, che nel luogo
malsano di lavoro si ammala di tisi, e muore infine nella tragica alluvione
che travolge il Mulino del Buco in cui ella tornata con i genitori.
Le conclusioni storico critiche sul romanzo sociale collocano Carcano in una sorta di incerta posizione, indebolita dalla crisi del romanzo
storico e non ancora pronta a pi mature strategie narrative, come quelle
del realismo francese e inglese: la letteratura popolare romantica costituisce nel processo di sviluppo politico-sociale ed artistico della nostra
storia un momento espressivo certamente mediocre; daltronde limiti
e contraddizioni riscontrati in Carcano sono comuni a tutti gli scrittori
di romanzi sociali del periodo, le cui opere hanno tuttavia lasciato una
traccia allinterno del panorama italiano ottocentesco che vale la pena
indagare e illustrare.8
Le citazioni sono ancora dal saggio di U. M. Olivieri cit. alle note 2 e 5.
Ancora da U. M. Olivieri, v. note 2, 5, 6.
8
Il saggio di V. Binetti, Harvard University, Giulio Carcano: la poetica della famiglia e il romanzo
6
7

79

Franco Manai collega limpegno dei letterati lombardi per una letteratura dedicata alle classi popolari alle riforme economiche in agricoltura
e allimpegno educativo dei Toscani del Circolo Vieusseux: Fu Giulio
Carcano tra i primi a scrivere racconti e romanzi destinati a un pubblico
allargato, che mettevano in scena personaggi dei ceti subalterni adatti a
suscitare fiducia e benevolenza nelle classi alte e fantasie controllabili in
quelle basse. Affront ma non risolse radicalmente i problemi suscitati
da una narrativa che si sostituisse al romanzo storico e che desse unimmagine veramente concreta del mondo contemporaneo. Non arriva mai
alla denuncia aperta: la borghesia non chiamata a rispondere della miseria e dello sfruttamento, giustificati da un avverso destino.
In conclusione, la narrativa patetica e lacrimosa di Carcano svolge
comunque un ruolo fondamentale nel far s che la problematica del rapporto intellettuali/popolo nelle campagne rimanesse al centro del dibattito letterario italiano nei decenni a cavallo dellUnit.9
Altri contributi vengono da tesi di laurea, che nel pi famoso romanzo di Carcano, Angiola Maria, indagano stilemi e situazioni ripresi dai
Promessi sposi, e da riepiloghi dedicati alla narrativa canpagnuola per
confronti con le opere di George Sand e di Honor de Balzac, e con le
posizioni pi avanzate di Caterina Percoto e Ippolito Nievo nella produzione italiana.10
sociale, si pu leggere in rete e scaricare allindirizzo tell.fll.purdue.edu/RLA-Archive/.../
Binetti,Vincenzo.htm - Stati Uniti.
Per il quadro sociale della narrativa di Dickens si pu vedere oggi Il lavoro e i poveri nella
Londra Vittoriana, di H. Mayhew, Gangemi, Roma 2012.
9
Il saggio di F. Manai, Intellettuali e popolo nel Risorgimento lombardo: la narrativa rusticale
di Giulio Carcano, Quaderni dItalianistica XV, 1-2, 1994, in rete allindirizzo jps.library.
utoronto.ca/index.php/qua/article/download/10239/7179.
10
Per un panorama si possono vedere i libri di F. Portinari (Le parabole del reale. Romanzi
italiani dell800, EdT, Torino 1976) e di R. Bertacchini (Il romanzo italiano dellOttocento, Studium,
Roma 1964), e il capitolo La novella di U. M. Olivieri in Manuale di Letteratura italiana per generi
e problemi, vol. 3, a cura di F. Brioschi e C. di Girolamo, Bollati Boringhieri, Torino 1995,
gi pi volte citato in precedenti note. In rete, sul genere della novella rusticale e gli autori
italiani ed europei un riepilogo allindirizzo www-3.unipv.it/cim/.../gruppo%201-novella%20
campagnola.doc, e un ampio saggio di A. Krengli, M. Moresco, P. Rovati allindirizzo www3.unipv.it/.../Rivoluzioni%20e%20Risorgimento. ...

80

1849. Presso Intra


Acquarello di Giulio Carcano

Uno spunto di indagine


Il tema centrale di tutta la produzione letteraria di Giulio Carcano
nel suo testo programmatico, Della poesia domestica (1839): la famiglia vi
presentata come lunico rispettabile asilo della nostra pace e delle nostre
afflizioni, palladio della verit e della virt in cui la tradizione con i
suoi valori di sincerit, genuinit, amore fraterno e sacrificio si contrappone al materialismo dei processi di industrializzazione.
Di qui lappello ai giovani poeti: Il popolo vinsegner come si pensi
si parli e si scriva. La verit e la semplicit del pensiero, larmonia della
forma, la vivacit e la forza del linguaggio, questi che sono i primi elementi della bellezza estetica, questi voi potete trovare nel popolo.11
Di qui pu prendere avvio una breve analisi che dal nostro pi modesto punto di vista cerchi di mettere in luce modi e strategie con cui
Carcano si accost a quel popolo di cui voleva riproporre la vivacit
espressiva e la visione del vivere: ne dovrebbero emergere con maggior
chiarezza i collegamenti con altri e pi illustri autori lombardi, e dal11
Il testo Della poesia domestica pu essere letto in rete allindirizzo books.google.com/
books/about/Angiola_Maria.html?id...

81

le ambientazioni delle novelle dedicate al mondo rusticale dovrebbero


chiarirsi da un lato latteggiamento del narratore, dallaltro lambiente
culturale in cui egli si inscrisse.
Lattribuire al popolo la creativit e la spontaneit linguistica, cio
fare del popolo la sorgente collettiva duna cultura, una mossa che ci
ricorda Giovanni Berchet con il suo intervento nella polemica del 1816:
Tutti gli uomini, da Adamo in gi fino al calzolaio che ti fa i begli stivali,
hanno nel fondo dellanima una tendenza alla poesia. Questa tendenza,
che in pochissimi attiva, negli altri non che passiva, non che una
corda che risponde con simpatiche oscillazioni al tocco della prima.12
Questa posizione di principio implica ladesione a un condiviso entusiasmo romantico per il popolo, collettivit pensante e creativa che
anche inconsapevolmente aspira allautonomia, al coincidere di lingua e
nazione, di solidariet e indipendenza, di credenze (la religione ricevuta
in eredit) e di impegno civile.
Lapproccio di Carcano al popolo appare peraltro venato di altre
componenti sentimentali: amore e attenzione lo spingono a studiare
con verit e ritrarre con fedele dipintura i costumi delle classi pi umili
e oscure queste intenzioni sono esposte nel preambolo di Una povera
tosa nella raccolta Racconti semplici.13 Mentre laspirazione alla verit e alla
oggettivit sembra preludere a un atteggiamento spassionato e veristico,
lintonazione e laccento degli elenchi di particolari, il lessico risonante e
toscaneggiante declinano verso il melodrammatico.
Quelle case a tre, quattro piani, a tre, quattro ordini di ringhiere e
ballatoi, su quali una porticella e una rozza finestretta quadrata salternano alla lunga a ogni piano, a ogni loggia, qui protette da un tavolato o
da una imposta scassinata e schiusa da lunghe fessure, l da un lembo di
tenda cadente e bucherata, o da un vecchio e disusato coltrone, con le
grondaie molto protese e inchinate, a luogo a luogo aperte da un abbai12
Il testo di Berchet, introduzione a sue traduzioni di ballate tedesche, Sul cacciatore feroce
e sulla Eleonora di Goffredo Augusto Brger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, pu essere
letto in rete sul sito www.liberliber.it in vari formati e scaricato.
13
Il volume, edito nel 1843, raccoglie testi scritti a partire dal 1835, fra i quali La vecchia
della Mezzegra che poi fu compreso nelle Novelle campagnuole; si pu leggere in rete allindirizzo
in http://books.google.it/

82

no, e con certi informi numeri progressivi dipinti, o piuttosto sgorbiati


sovra ogni ingresso da un mal fermo pennello; quelle case sono la misera, angusta dimora di una classe del nostro popolo milanese, che fra
tutte la pi numerosa e la meno studiata, la meno amata e la pi sincera,
la pi dimenticata e povera, la pi lombarda. - Sono case da ben quaranta
o cinquanta stanze, camere, soffitte, bugigattoli, solai, dove forse quaranta o cinquanta oscure famiglie, tutta povera gente che scampano dalla
miseria con lo scarso guadagno giornaliero, passano le stati e glinverni,
dimenticano gli anni e la vita.14
Anche in questi racconti cittadini, ambientati nelle squallide case di
ringhiera o nella societ oziosa e superba, affiora lidea di un popolo
che serba intatti germi di bene.
Non vero che lanima del mondo... sia legoismo. [...] Forse in quella ch la minor parte del mondo, bench la pi invidiata e in apparenza
la pi felice, avr gittato il velenoso suo seme questo fatale egoismo, la
pi funesta malattia del cuore umano. Forse in mezzo alle splendide noie
della vita, nella vicenda degli anni disutili, nelle gare pigmee duna societ oziosa e superba di s medesima, legoismo, come il genio del male,
sparger la sua cura gelosa, i suoi piccoli e nascosi tradimenti, le sue
grette invidie, le insipide borie, le vili menzogne, e tutte queste misere
passioncelle che rinnegano la virt, senzavere in s stesse nemmeno la
disperata forza del delitto.15
I colori accentuati dellelenco, retoricamente crescente, richiamano
le narrazioni appendicistiche: il narratore vuole ottenere lattenzione e la
partecipazione emotiva del lettore.
Ma ... fra la gente del popolo respira ancora, siccome fiamma sacra
e nascosa, quelleterno sentimento della giustizia e delleguaglianza nel
bene, ch la suprema, lunica ragione dogni ordine umano. In mezzo
al povero popolo, in mezzo a coloro i quali credono a qualche cosa di
pi che alla potenza e al sapere degli uomini, sperano nella promessa di
Colui che non pu mancare, e amano con quella forte e paziente persuasione che la felicit non possibile su questa terra; io vo cercando ancora
V. nota 13, p. 75.
Nel racconto Un buon galantuomo, v. nota 13, p. 322.

14
15

83

qualche anima buona e integra, la quale non vede un nemico in ciascuno


de suoi fratelli.16
Lappello alla comprensione e alla fraternit rimanda allescatologia
cristiana e confida nel premio che i desideri avanza:17 il popolo sa soffrire in silenzio e rassegnatamente, contento della buona parola di chi
intende e ama il dolore.18
forse giustificato il tagliente giudizio che Aldo Maria Morace d dei
Racconti semplici: manzonismo epigonico e paternalistico.19
Ricomponiamo le immagini del popolo che si sono trovate fin qui
nei testi di Carcano.
Si tratta di uno sfondo che nelle grandi linee appare semplice e stereotipo, fondato su unimmagine mitica della campagna e delloriginaria
intesa tra villici (altrimenti definiti campagnoli o montanari) e provvida
natura: riepiloga e cerca di conciliare apporti di varia fonte, da quelli
di una lunga tradizione letteraria italiana dedicata ai villani e ai rustici a
quelli riformistici dellIlluminismo lombardo a quello didattico di Giuseppe Parini a quello dialettale di Carlo Porta, sulla traccia delle riflessioni che Cesare Correnti aveva offerte a Carcano nella lettera Della letteratura rusticale (1846) ripercorrendo gli autori italiani che avevano descritto
la vita dei villani.20
Proviamo a rileggere con attenzione una piccola ma rappresentativa
serie di testi campagnoli e rusticali di Giulio Carcano per mettere in
evidenza almeno alcune di queste tracce, soprattutto per ritrovare i mo-

Un buon galantuomo, cit., p. 322.


A. Manzoni, Il cinque maggio: e lavvi, pei floridi / sentier della speranza, / ai campi
eterni, al premio / che i desideri avanza, / dov silenzio e tenebre / la gloria che pass.
18
Un buon galantuomo, cit.
19
Aldo Maria Morace, La novella romantica, nellopera La novella italiana, I, Salerno,
Roma 1989.
20
La lettera di Cesare Correnti si legge nelledizione Serra e Riva, 1984, delle Novelle
campagnuole di Giulio Carcano, in appendice, e in rete allindirizzo del sito Ariel di Laterza
rivolto ai docenti di letteratura italiana http://www.laterza.it/scuola/conoscenze/brano.
asp?codice=3045 oppure in appendice alle Novelle campagnuole di Carcano allindirizzo http://
www.liberliber.it/libri/c/carcano/index.htm; su Correnti un saggio di Assunta Trova si legge
e scarica da http://www.storiaefuturo.com/arretrati/2003/pdf/0201010.pdf.
16
17

84

tivi ricorrenti e i riferimenti dichiarati, e far infine emergere i sottintesi,


assunti come punti inderogabili.

Terra Promessa
Ai luoghi briantei e comaschi Carcano rivolge uno sguardo affettuoso, nella tradizione dei milanesi che vi trovavano sedi di quieta villeggiatura, e dipinge con le parole del narratore e il gusto al contempo del
pittore le rive di Tremezzo (sul pi bello dei nostri laghi) come una
Terra promessa.
Perch questenfasi? E torna essa in altri testi dopo che nella Vecchia
della Mezzegra da cui s ora citato?
Ecco i testi da consultare per un percorso di genere: La vecchia della
Mezzegra (1842), Rachele (1845), La Nunziata (1849), LAmeda (1851), Selma e Fiorenzo (1853), Dolinda di Montorfano (1881).21
In apertura della Vecchia della Mezzegra, il narratore dichiara: Io voleva cercare su questa sponda, negli avanzi della pi remota antichit le
sacre tradizioni della patria, risvegliare con la magia del verso, in questo
quieto e ridente angolo di terra, le grandi ombre del passato! Io amo le
grandi e semplici tradizioni di questa contrada. Felice colui che pu riposare nei sogni del passato!
Lampio preambolo al racconto ripercorre le vicende tremezzine dagli Orobi ai Romani ai moderni per ambientarvi la festosa vendemmia,
la gratitudine di quelle contadinesche famiglie verso la fecondit delle
terre, e per inscenarvi poi la bufera e la piena che travolgono i poveri
e nudi contadini. La vecchia della Mezzegra, che aveva laria dignitosa
Di Giulio Carcano si leggono le Novelle campagnuole nelledizione cartacea Serra e Riva,
Milano 1984; in rete si possono leggere e scaricare in vari formati Damiano: storia duna povera
famiglia e La Nunziata - Le novelle campagnuole dal sito www.liberliber.it. Le Novelle campagnuole
sono anche rintracciabili nella versione cartacea di una ristampa di Lampi di Stampa, Milano
2005, mentre http://books.google.it offre la lettura e la consultazione di Damiano, Prime poesie,
Poesie edite ed inedite, Della poesia domestica. Pensieri, Memorie di grandi, Racconti semplici, scansionati
da edizioni ottocentesche a stampa.
21

85

e terribile di unantica sibilla, ribadir la rassegnazione dei poveri: Chi


semina il vituperio raccoglie la tempesta.
E il narratore, da parte sua, fatta una scarsa limosina al piccolo della famiglia, commenta: Povera e buona gente! Colui ch lass vi dar
altro compenso nel tempo migliore.
Per quali misteriose o forse provvidenziali? ragioni un luogo di
perenne primavera sconvolto dalla bufera? Quali colpe degli umani
inducono la natura - o limperscrutabile mano divina - a trasformarsi da
generosa elargitrice di frutti a devastante punitrice?
La voce del povero accetta e riconosce un intervento di giustizia: come
commenta il curato, benedice la mano del Signore che lo percosse.
Ecco fin dalle pagine iniziali delle Novelle campagnole il quadro entro cui
Carcano inserisce le vicende rusticali: fondamentale il senso religioso
della natura, madre provvida e nutrice che distribuisce secondo criteri non
bene scrutabili - gli ambienti non contaminati dagli interventi alteranti
delluomo appaiono nelle condizioni originarie e rappresentano la spontanea intesa tra uomo e natura. Il passato insomma mitizzato come tempo
delloriginaria purezza. Che cosa ha guastato quellaccordo benedetto?

1871. La prima edizione delle Novelle Campagnuole

86

Rachele
Rachele, la protagonista dellomonimo racconto, vive in un povero comune dellalto Milanese, in una miserabile famiglia di contadini,
appartenente alla classe forse la pi infelice e la pi abbandonata fra gli
abitatori delle nostre campagne, le belle e invidiate lombarde contrade
fatte pi feconde col sudore della fatica e col prezzo della vita medesima; se Cristo non avesse dato a tutti gli uomini il nome di fratelli, i
contadini non avrebbero nemmeno quella consolazione di chi nacque
povero, che verr almeno in unaltra vita il giorno della giustizia.
Ancora una volta il narratore esclude che interventi umani possano
risanare e restaurare un giusto rapporto tra lavoro e reddito: il riconoscimento al giusto rinviato ad altra vita.
tante anime ignare della differenza che v fra le leggi eterne
e quelle che fanno gli uomini, abbandonate a quel primitivo naturale
istinto del bene e del male, perpetuano sotto il sole la funesta eredit di
Caino, per cui delitto e miseria diventarono una necessit su questa terra.
Oh! Colui che solleva luomo caduto e infelice, il contadino semplice,
rassegnato e virtuoso, il quale domanda cos poco a questo mondo, il
povero, cos benedetto, cos amato da Cristo, potr almeno dire, colla
coscienza di avere ascoltata la parola della ragione e della giustizia: La
causa del bene non deve andare perduta.
Tragiche le conclusioni della vicenda: famiglia disfatta, bimbi morti
(il Signore, impietosito, manda come unica consolazione la morte), debiti; perduta la casa e il lavoro di pigionanti per la persecuzione di agenti,
esattori e signorotti che vivono tra il gioco e lo Sciampagna, menando
vanto di avventure galanti e di facili amori.
Oltre al topos settecentesco e manzoniano della povera fanciulla
perseguitata, emerge la nitida contrapposizione tra il laborioso e lo sfaccendato, tra il povero lavorante e il giovin signore che apriva le celebri
pagine del poemetto pariniano Il giorno: ecco riaffacciarsi latteggiamento pedagogico dellintellettuale che con la persuasivit dun discorso di
moderatezza e ragionevolezza spera di indurre la classe dei possidenti a
interessarsi direttamente dei fondi, a migliorare le condizioni di lavoro
dei sottoposti, a rivedere i contratti e i rapporti di mezzadria.
87

Da sottolineare il rimando biblico: non nella colpa di Eva indicata


lorigine della miseria umana e della condanna alla fatica, bens nel gesto
di Caino, che ruppe la fraternit e la solidariet per invidia e cupidigia.
Alla donna infatti generalmente assegnato un ruolo positivo nelle vicende rusticali: fanciulla, emblema di purezza, anziana, rappresenta la
tradizione e la saggezza. Caino appare dunque il prototipo dellavido cercatore di profitto, quindi termine di confronto e di giudizio per la classe
dei possidenti che considerano la terra non un dono divino da rispettare
ma un patrimonio da saccheggiare.

La Nunziata
Anche nella Nunziata il prologo rievoca storia e mito assieme.
Tutti dicono che questa Italia nostra terra benedetta dal cielo, sorrisa dal sole, la cuna dellamore e della poesia. Infelice regina del passato! La gloria dellarte, questa corona che ti rimane ancora, corona di
spine. Qui, nellallegrezza della natura, sotto i soli diffusi, nelle aperte e
feconde campagne, si vive di miserie e di speranze, di poche contentezze
e di molti dolori. Ben mi ricordo che un giorno, seduto sotto il tetto del
montanaro svizzero, povero e libero, ripensando nel cuore le magnifiche
nostre citt e i fiumi maestosi e le rovine superbe inutilmente, e i templi
famosi, io mi sentiva inferiore e pi sventurato di questumile montanaro e
ne invidiavo la sorte poverissima, ma consolata almeno dalla certezza di un
diritto e di una fede che ebbero i suoi padri e manterranno i suoi figliuoli.
Entro questa cornice, che rammenta al lettore esperto appelli poetici da Petrarca22 a Vincenzo Monti, nel quadro di questo singolare rimpianto per la condizione povera e libera (ma di quale libert?) del
montanaro svizzero sembrano riecheggiare le riflessioni di Jean Jacques
Rousseau sulla condizione originaria di innocenza e spontaneit, non
ancora guastate dalla cupidigia e dalla volont di possesso.23
22
A Petrarca Giulio Carcano intitol Tre canzoni che si leggono in Poesie edite ed inedite, Le
Monnier, Firenze 1861, e in rete allindirizzo http://books.google.it.
23
Di Jean Jacques Rousseau (1712-1778) si legga il Discorso sullorigine e i fondamenti della
diseguaglianza tra gli uomini nelledizione Feltrinelli, Milano 2001; un saggio sullargomento

88

Non del tutto incoerente quindi la successiva introduzione della storia umile e oscura dellignota fanciulla della montagna, essa pure una
delle tante vittime mietute da codesta nostra civilt cos orgogliosa di s
e cos stolta; la quale vuole tutto sacrificare, non dir al genio, ma al demone dellindustrialismo, a quel tirannico problema della produzione e
della consumazione, che pur fino ad ora altra verit non ci ha fatto vedere se non questa che i pochi si impinguano, che i molti muoiono di fame
e di patimento poveri fiori del campo, recisi dal principio del mattino
dalla falce dellindifferente mietitore!
Ancora una volta un topos letterario conclude, liricamente, le divagazioni del narratore, che anticipa anche la morale di quanto si accinge
a esporre, preoccupato pi di inscrivere la vicenda in dimensioni etiche
che di lasciare che il lettore tragga autonome conclusioni sociali o sociologiche. Lintonazione pedagogica vuol forse evitare che sorgano impulsi
e reazioni non moderati dalla saviezza della tradizione: i delicati equilibri
di una societ in trasformazione non debbono incrinare quanto resta di
certo e rassicurante, il diritto e la fede dei padri.
Sorprende che non abbia lasciato segno il dibattito aperto e sviluppato dagli Illuministi lombardi, dalle ampie riflessioni di Beccaria sul
diritto, dei fratelli Verri sullammodernamento delle produzioni e dei
commerci; che continui a predominare la poesia nella coltivata continuit con i classici impegnati a esaltare il rus e i valori agropastorali dei
maiores,24 in una pittura arcadica delle campagne italiane quale era quella
cara ai viaggiatori del Grand Tour.
Di seguito, il primo capitolo della novella descrive il paesaggio, con
un interessante movimento dello sguardo che oggi chiameremmo una
carrellata, da Intra, grossa borgata, la quale in piccol giro danni divent
la pi ricca e mercantile cittadella delle due sponde del lago Maggiore,
(L. Coccoli, Rousseau critico della propriet moderna) in rete allindirizzo http://archiviomarini.
sp.unipi.it/340/1/coccoli.pdf.
24
La parola rus (campagna, vita contadina) rammenta nella trattatistica latina le origini
romane e i valori tradizionali di rusticitas, sobriet laboriosa e schiettezza; i poeti latini,
specialmente nellet augustea con il ripristino della pace dopo le guerre civili, ne mitizzano
limmagine nel locus amoenus, in cui perenne la primavera, fiori e frutti crescono insieme
sugli alberi, la generosa natura assicura pace e benessere agli uomini, come nellaurea aetas dei
primordi innocenti dellumanit.

89

al paesello dAntoliva, il pi piccolo e il pi modesto de molti villaggi


che formano come una corona a quella ferace costiera, tutta a solato.
Feracit e felicit fanno risuonare e vibrare nellitaliano di tradizione
poetica le etimologie latine; la terra feconda d alimento e con esso vita
e felicit: della quale possiamo rammentare come classico exemplum
la serenit operosa e sobria di Filemone e Bauci, contenti del poco del
piccolo podere, della rustica semplicit della loro dimora, dellaccordo
con gli di.25
A contrasto con lampia scena dacque, di monti e di cielo che ha di
fronte a s chi si trovi sotto il portichetto della chiesa dAntoliva, ci sono
poi presentati la china umidiccia e il burrone ignoto sul cui orlo giace
un angusto casolare, il Mulino del Buco. Dove, poco oltre, Margherita,
la madre di Nunziata che col marito mugnaio e altri figli pi piccoli vi
abita, rimpiange gli anni vissuti nella nata Cossogno, il paese dei vecchi:
Oh! laria fina e sana che tirava dai nostri monti!
Le situazioni stereotipate si replicano e si inseguono in unalternanza
di opposizioni che meriterebbe una ordinata tabella dimpronta strutturalistica non forse pi di moda ricondurre i testi a coppie generative
di concetti semplici, ma le novelle di Carcano di fatto esibiscono ricorrenze e regolarit che suggeriscono facili schematizzazioni.
Le amene contrade ricalcano il locus amoenus della topica classica, la
feracit e la fecondit riprendono limmagine arcaica della Terra Madre,
la semplicit e linnocenza riportano alla memoria gli archetipi dellet
aurea, lintesa e la vicinanza con Dio e con la creazione rammentano la
condizione edenica dei progenitori; a turbare lidillio, intervengono la
bufera e i moti incontrollabili e imprevedibili della natura, i traviamenti umani dalla fede e dal diritto dei padri, le prepotenze dei possidenti
arroganti sui poveri laboriosi, la rottura dei legami familiari - insomma
leredit di Caino.
A presiedere alla continuit dei valori originari, quelli che talora oggi
vengono denominati non negoziabili, sono le figure mitiche delle matrone e delle anziane, mentre alle fanciulle intemerate parrebbe affidato
25
Lepisodio si legge nelle Metamorfosi di Ovidio, libro VIII, e in rete allindirizzo http://
www.antiqvitas.it/doc/doc.ovid.Met8.htm.

90

il compito, potremmo dire la missione di ricostituire famiglie sane e


prolifiche in contrapposizione con le dissipatezze della vita cittadina: i
divertimenti facili e lo Sciampagna delle classi borghesi parassitarie, la
corruzione dei costumi e delle virt femminili che in citt fa mercato
della giovinezza e della bellezza.
Fra i ritratti di fanciulle, proprio quello di Nunziata appare il meglio
articolato del repertorio novellistico.
Nel secondo capitolo, descrivendo il ritorno della fanciulla da una
delle pi grandi fabbriche di cotone dIntra al mulino della famiglia, il
narratore ne ambienta la vita dando quindi precedenza alla cornice: la
Nunziata faceva sempre la vita, di lavorare assidua per tredici ore dogni
d della settimana, e di tornarsene, la sera del sabato, a riabbracciar la
sua mamma, a bere in quel chiuso vallone, nella breve domenica, unaria
fredda e scarsa, ma almeno pi aperta e pi sana di quella che si respirava
ne bassi soppalchi e negli stanzoni della fabbrica. Nata sotto il bel sole
della montagna, in mezzo a pingui pascoli, presso alle prime sorgenti del
fiume che rallegra e feconda quella benedetta parte di paese, la Nunziata
aveva cominciato a languire, come una pianticella senza rugiada e senza
luce; come la dolorosa speranza dellesule che rivide per un giorno la sua
patria, e lha di nuovo perduta.
Evidente il contrasto tra la pingue montagna solatia e lasfittica infeconda fabbrica: in montagna lacqua sorgiva emblema di vita, nella
stabilimento lacqua derivazione sfruttata per lenergia motoria e il lavaggio dei filati.26
Poco oltre, nel descrivere la madre che pettina Nunziata, il narratore
indugia sulle lunghe treccie dun bel castagno lucente e su ricordi di
fanciullezza; infine, due pagine oltre, si diffonde nei particolari: gli occhi
grandi e velati di lunghe palpebre, il grazioso profilo del volto, la piccola
26
Il cosiddetto fabbricone, in cui lavora Nunziata, fu edificato da Lorenzo Cobianchi
nel 1843 sul prato del lazzaretto a Intra, in prossimit della roggia Borromeo derivata dal
torrente San Giovanni: vi furono installati i primi telai meccanici della zona nei due reparti
di filatura e tessitura. Delle paghe dei lavoranti d notizia Renzo Boccardi nel volume
Antiche e recenti cronache di traffici ed industrie a Intra, BPI, Verbania 1949, ristampa 1997; per la
storia industriale di Intra si vedano R. Negroni, Il Verbano nella rivoluzione industriale, Libreria
Margaroli, Verbania 1977, e L. Frigerio, Archeologia industriale di Verbania. Il secolo doro dei
cotonifici, Alberti, Verbania 1988.

91

bocca, davano alla Nunziata quella singolare bellezza che non viene dai
diciotto anni, n dal sorriso delle forme ben tornite, ma dallanima che
si svela in ogni moto, che balena da ogni sguardo; da quellintimo raggio
che si pu ben dire scende dal cielo, e sembra inspirazione e memoria
dun tempo innocente che non pi.
Con i caratteri topici della bellezza tramandati dai letterati si fonde il
rimando allanima e allinteriorit, che assegna alla fanciulla lesemplarit
dellinnocenza: su questi aspetti Carcano pone laccento per ribadire limmagine che egli vuol proporre e per preparare il lettore ai nefasti effetti
del corruttore e malsano ambiente industriale, dal quale Nunziata gi
contaminata nella salute fisica e nella bellezza esteriore, mentre le soperchierie del soprastante attentano alla sua bellezza e innocenza interiori.
Ecco, per confronto, lincipit della poesia La fanciulla:27
Sicut lilium inter spinas
Come il giglio tra le spine
Nel Cantico di Salomone

Specchio del cielo la tua fronte blanda


E l tuo sorriso quel dun angiol pare;
Cingi di bianche rose una ghirlanda,
Bevi il sospiro dellaure pi care!
Fanciulla, a te il mio core un voto manda,
Come a una santa imago in ermo altare;
Cos tu accogli la mesta preghiera,
Dimmi il segreto dellet che spera.
Ti pose Iddio, ricordo della prima
Nostra innocenza, in questa et caduca;
Qual fior, che nato nel celeste clima,
I nostri rei pensieri a Lui conduca!
Chi del rimorso in cor sente la lima,
Chi non ha stella che damor riluca,
Te, di miglior speranza animatrice,
Te contempla, o gentil, te benedice.

27
In Poesie, Le Monnier, Firenze 1861: il testo si pu leggere in rete allindirizzo http://
books.google.it.

92

Intra Filatura di cotone


Litografia di Luigi Litta

Il monopolio industriale
Nella vicenda di Nunziata, e a speculare opposizione con le immagini idilliche del mondo montano, rilevante la sezione dedicata alla
fabbrica, alle condizioni delle lavoranti, al quadro economico avviato dai
processi di industrializzazione e di meccanizzazione.
Ancora una volta (nel capitolo III) il narratore apre lexcursus con
la cornice, e con una posizione di invettiva oratoriamente intonata, per
inserirvi poi le riflessioni della fanciulla.
Da quel d che lInghilterra, co suoi cento milionarii e co suoi tredici milioni di poveri, divent il gran mercato del mondo; da quel d che
la Francia per moltiplicar loro, volle emulare la sua antica rivale nella
febbre del traffico che la divora, il pi fatale e spaventoso de tiranni pose
il suo seggio sopra la terra. Questo tiranno si chiama il monopolio industriale; il quale sollev in ogni parte dEuropa le pi terribili quistioni
che abbiano mai travagliato il cammino dellumanit: esso rinneg, per
cos dire, la fede e la religione del passato; tolse alla terra, loro madre e
nudrice, i popoli agricoltori e pastori; cre nuove generazioni, divorate
93

luna dopo laltra dalle macchine, e pur bisognose di vivere e di lavorare;


alla lenta e progressiva vicenda della fecondit naturale, sostitu limmenso e maraviglioso sforzo dellarte; pose, in una parola, il pi difficile
problema che mai siasi offerto a sciogliere ai filosofi, ai legislatori, agli
amici degli uomini e della giustizia. Guai, se Italia nostra vuol contendere
anchessa, con esagerate prove, in questa lotta che forse deve decidere il
futuro dellumanit!
Ecco esplicitamente denunciato il danno che la meccanizzazione
causa alle condizioni umane: i popoli agricoltori e pastori, sottratti alla
terra e allambiente naturale, si radunano negli opifici, dove si patisce, si
maledice e si muore, giacch lavidit di un lucro, stimato pi pronto e
pi certo, toglie il pensiero della famiglia, della vita.
Ed ecco Nunziata al lavoro al suo telaio, in quella vasta fabbrica,
chera uno dei vanti del paese, e nella quale pi di un proprietario aveva
gi fatta una pingue ricchezza: nel principio del tristo noviziato, la figliuola della Margherita dAntoliva era passata man mano dalluno allaltro dei diversi mestieri che senza posa salternano e si succedono in una
fabbrica di cotone. Dopo un anno, lavevano tolta di mezzo alla moltitudine delle piccole operaie della filatura, e messa in una cameraccia terrena; dove, insieme a parecchie altre fanciulle a lei pari det, attendeva alla
tessitura dei filati. Eranvi otto o dieci telai disposti in ordine, e ciascuna
operaia aveva il suo: venivano alla fabbrica col primo chiaror del giorno,
innanzi che dalla chiesa suonasse lAvemaria; uno dei capi-fabbrica o degli assistenti, con burbanza peggio che soldatesca, stava a vigilarle a tutte
lore del giorno, girando di sopra, di sotto, innanzi e indietro, come il mastino custode del gregge ... Come sospiravano quelle angustiate creature il
suono del mezzogiorno, dopo sette lunghe ore dassiduo lavoro! ... Ben
poche per eran quelle che ridevano: la giovanile contentezza e lingenuo
sorriso non apparivano pi sulle guancie avvizzite, negli occhi profondi
e spenti, nelle alterne confidenze dei loro segreti, nelle semplici canzoni
che a vicenda cantavano. E que rozzi ma poetici ricordi, confidati alle
loro cantilene ora allegre ed or meste, erano quasi sempre il conforto e
linganno della loro lunga e monotona fatica.
La sorte del deperimento accomuna tutte le lavoranti, delle quali
Nunziata diviene il caso emblematico: Cos il sole nasceva e tramonta94

va, senza che quelle povere creature ne bevessero il raggio e il saluto; cos
tante anime vivaci, irrequiete, intristivano, venivan meno senzaccorgersi
quasi, senza che nessuno ponesse a loro un pensiero; in piccol giro danni unintera generazione cresceva miseramente e spariva, cacciata dal bisogno, aggiogata dallabitudine, fiaccata da una continua tortura, avvilita
dallignoranza, dallabbandono e dalla miseria.
Nunziata sa peraltro isolarsi dal chiaccherio e dai cori di montanine canzoni che le compagne intonano, dedicando i suoi pensieri allincontro con il buon Vito di Cossogno: continua a sperare in un futuro
di serenit, a possibili nozze che la riportino allambiente di origine e a
una vita serena e salbre.

Laria muta e mefitica degli opifici


La digr+essione sul tema sociale si amplia nel capitolo VII, che inscena con efficace vivacit di dialoghi il contrasto di opinioni, nella botteguccia del Caff di Intra, tra il signor Costante, il don Giovanni della
fabbrica che aveva messo gli occhi addosso alla bella Nunziata, e il
giudice, accorto, modesto, esperto nelle cose della legge, e quel che pi
vale, nelle cose del mondo; che, ovunque potesse, metteva bene; estirpava le male erbe colla mano del padre di famiglia.
Quando nella discussione interviene il medico, che ha visitato nei
giorni precedenti Nunziata, nella misera cameretta di Intra in cui ella
dorme la settimana, trovando non pi la figliuola fresca, allegra come un
fiore, ma una creatura scarna, sparuta, malata, senza speranza, unombra, linvettiva del personaggio viene rafforzata da unanalisi statistica.
Eh s che il popolo ha ragione di benedire le vostre grandi fabbriche,
le vostre macchine, le vostre invenzioni... Che cosa ne fate voi del popolo? gli domandate i suoi muscoli, per far quello che una volta facevano
i giumenti; gli domandate i suoi figliuoli, le sue donne, perch le pagate meno de robusti operai... Voi li accatastate d e notte que fanciulli,
e quelle donne strappate alle povere case, nellaria muta e mefitica dei
vostri opifici, fra il mortale polverio del cotone; voi incatenate al lavoro
95

una miserabile generazione, che si guasta, sindebolisce, si corrompe, e


non d pi n campagnuoli, n soldati. ... Io sono medico, e ho contato
quanti ne muoiono, da che questi bei paesi (non per pi belli duna
volta) vedono sorgere a ogni passo le vostre fabbriche; io li ho contati
quelli che muoiono l dentro; ma voi non li contate; voi li pagate, al sabato, in ragione di dieci o venti soldi al giorno; e se la settimana appresso
mancano quelli, che cosa importa?... ne chiamate degli altri... Viene poi
il giorno dellarenamento de vostri traffici, e allora una popolazione di
cenciosi che voi rinviate dalle manifatture, svigorita, incapace di tornare
a campi dov nata, che istupidisce e muore nelle sue tane.
La chiosa attribuita al buon giudice e al suo punto di vista paterno
ed equilibrato: il punto difficile della gran questione, la quale non finir cos presto, di mettere insieme, di mettere daccordo, voglio dire,
due fatti che paiono una contraddizione, e pur succedono sotto i nostri
occhi; da una parte il crescere della ricchezza nella societ, dallaltra il
crescere della miseria nel popolo degli operai....
Le topiche opposizioni che gi si sono evidenziate appaiono amplificate e ampliate nella Nunziata: il diretto confronto con lindustrializzazione intrese e con le condizioni di lavoro di fanciulli e donne ispira a
Carcano alcune delle pagine pi animate e vibranti.
La vicenda di Nunziata si conclude peraltro con un ritorno a soluzioni letterarie e patetiche: consumata e travagliata da una febbre
sottile, rimandate le sperate nozze con Vito chiamato alle armi, la fanciulla muore nella frana che trascina langusto spianato, ove sannidavano la casuccia e il mulino, portando seco a precipizio alberi e massi
e il povero edificio. E ancora una volta il commento del narratore
ispirato dalla cristiana compassione: Cos il Signore aveva consentito
che, innanzi tempo, ella finisse di patire; cos forse Egli volle sottrarla a
pi vivi dolori, a prove amarissime. Chi pu interrogare la sua misteriosa
e provvidente volont?

96

LAmeda
Per continuare la rassegna di ambienti, ecco Lmeda.
Il narratore percorre con la moglie lamena terricciola di Crevenna
ammirando lorizzonte di montagne, di laghetti, di paeselli, di vigneti e
di pianure della contrada subalpina questo bel paese che di vita al
Parini, il nostro poeta cittadino, e che glinspir i versi immortali.
Alla porta dun casale, lincontro con una bella vecchia intenta a
filare: limmagine della povert tranquilla e giusta.
La sua vita stata regolata dalla virt del sacrificio: sposata a chi non
amava, gli si dedic con la persuasione di compiere un dovere, fu madre dei figlioli dei cognati, venerata pi che sorella e zia come meda,
nome antico, venuto dal latino Amita (che vuol dir zia).
Nella sezione Armonie domestiche delle Poesie, troviamo, dopo le figure
femminili della sorella, della sposa, della madre e della vedova, La povera
vecchia e Lavola.
Alcuni versi di questultimo testo ribadiscono la posizione e il ruolo
dellanziana nella famiglia contadina e montanara:
Ella siede nel mezzo, e lentamente
Solleva il capo venerando, e parla;
E dogni intorno, con le ciglia intente,
Stanno figli e nepoti ad ascoltarla:
I fanciulletti a lei corron sovente,
Ch non seppero mai cotanto amarla;
E van facendo intoppo ad ogni istante
Con lor garrule inchieste alla narrante.
Lantica donna intanto a ciascun dice
La sua lieta parola, il suo consiglio;
Il lungo del mattin cmpito indce,
E tutto veglia con acuto ciglio;
Poi, ripensando al ciel, prega felice
Sempre la vita al prediletto figlio,
Che seppe farle in terra s beati
Gli anni estremi di vita a lei serbati.

97

E tutte si ricorda, ad una ad una,


Le sante gioie che le stanno in core;
I d trascorsi senza nube alcuna,
Al premio eletti del materno amore,
Che in una sola tante vita aduna,
E tanto affetto parte a tutte lore;
Lieta, al pensar che vide in quel soggiorno
Nascer de figli i figli a lei dintorno.
Sotto il suo tetto fortunato e caro
Compir il giorno che quaggi le avanza;
Qui i pi begli anni suoi lenti passro
Fra la pace, lamore e la speranza;
Qui non ebbe un sol d misto damaro,
N cosa alcuna le mut sembianza;
Ma tornar sempre, ogni anno e ogni die,
Le stesse antiche costumanze pie.

Il quadro perfettamente e intattamente idillico: si pensi per riscontro


alla sorte dellErmengarda manzoniana, cui le ragioni di Stato, della politica internazionale e della guerra hanno tolto la serenit del matrimonio,
le gioie dellamore, la certezza duna vecchiaia contornata di figli e nipoti.

Da Parini a Tasso
I riferimenti sono ormai espliciti: la terminologia latina sopravvissuta
nel brianzolo testimonia la lunga durata dei valori tradizionali, i versi
immortali di Parini (ispirati proprio da quellambiente, il suo natio) dichiarano chi sia per Carcano il maestro e il poeta cittadino su cui egli
stesso modella il proprio ruolo di letterato civilmente impegnato.
Parini ci riassume nella sua figura e nella sua biografia la scelta razionale moderata, lapproccio pedagogico e riformistico.
Si veda in questi versi pariniani la contrapposizione tra due stili e
approcci poetici:28
28
Novella I. I Ciarlatani in Opere di Giuseppe Parini pubblicate ed illustrate da Francesco Reina, Vol.
III, Milano, 1802.

98

... andate cauti e col piede del piombo


se non volete a la rete esser colti,
per che i ciarlatani sono molti.
Viene un poeta, e come un disperato
forte vi grida: ecco lascreo furore
tutto minvade, in questa mente oh quanti
mi bollono pensieri!
Per gli aerei sentieri
cigno immortal men volo
pien di celesti doni
lalte imprese a cantar de Mirmidoni.
Viene un altro e vi dice
tutto cheto e soave:
Canto larmi pietose e il capitano29.
Badate a questo; laltro un ciarlatano.

Giuseppe Parini anche elogiato in una poesia del 1847 a lui intitolata:30
Visse sdegnoso e povero; n un guardo
Del suo dolor fecondo allimo scese;
E i dolcissimi colli, al d pi tardo,
E il suo villaggio ei chiese.
Di quel cielo al sorriso e al rusticano
Canto de suoi fratelli, ei collarguto
Verso mandava al suo tetto lontano
Il supremo saluto.
E anchio, che viver sento nel mio core
La fede ondarse quella diva mente,
Anchio bevvi un d virtude e amore
Nel suo carme possente:
Chinai la fronte innanzi allumil porta
Ovegli nacque; e piansi. -

Attraverso Parini, il rimando a Tasso suggerisce a sua volta linquadramento dellepos (il canto sulla dolorosa sorte umana) nella pi ampia
il verso incipitario della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.
Il testo si pu leggere in Poesie, edite ed inedite... allindirizzo http://books.google.it.

29
30

99

dimensione religiosa (rispetto di un piano divino nella Storia umana), la


scelta di improntare la poesia sul patetismo perch conflitti e contrasti
sommuovano e commuovano gli animi, somministrando il vero in molli
versi, come il medico orla di miele la coppa in cui offre lamara medicina.

Selmo e Fiorenza
La linea letteraria dei vari riferimenti via via emersi ricolloca Carcano
in una tradizione tutta classica e italiana: da un lato il Cristianesimo, che
ha permeato la cultura, chiede la coerenza etica, e predica con il discorso
della Montagna il rispetto degli umili, dallaltro labate precettore Parini
riunisce in s letica e leducazione civica, la tradizione cattolica e i fermenti dimpegno civile dellIlluminismo, la coerenza con s stessi e il
senso di responsabilit verso la societ e le sue articolazioni economiche
e produttive.
N peraltro Carcano poteva trascurare, nel vivace e composito panorama lombardo, il patrimonio condiviso (popolare) sui cui fondamenti
potevano convivere e svilupparsi tendenze variegate.
Lindipendenza e la schiettezza sono ribadite in Selmo e Fiorenza come
le virt del contadino che si possono cogliere (pi che nella colta e
signorile Brianza) nella terra di Erba, uno de pi benedetti angoli di
Lombardia, di questa nostra cara parte di patria, cos bella e per questo
appunto cos desiata e cos infelice, irrigato di pittoreschi laghetti, e
tutto gremito di villaggi, di ville, di casali. Il locus amoenus fecondo
non solo di messi, ma anche di poesia: Fu in quellaere, tra que colli dai
dolcissimi pendii, da lui prediletti e salutati col suo verso immortale, che
il pi povero e forse il pi grande de nostri poeti civili, il Parini, ebbe la
cuna. E quante volte io ritorno a respirare quellaria, a contemplare quei
monti, quellacque, quel cielo, l dove albergano gi tantaltre memorie
del mio cuore, mi par come di sentire, nel bello semplice e maestoso della natura, nellarmonia solenne delle linee alpine, mano mano digradanti

100

fino allampia e ubertosa pianura, una voce misteriosa di speranza e di


pace, un amore pi vero della vita e del bene.
Nella novella pi lunga delle Campagnuole si accumulano riferimenti
topici ed esplicite citazioni: lambiente lombardo si ridefinisce con una
preferenza per i luoghi montani (Addio monti, sorgenti dallacque),
quasi riserve della tradizione, mentre lamore della vita e del bene si
codifica nel verso di Parini, sommo dei poeti civili.
Situazioni manzoniane, che riprendono e adattano luoghi e momenti dei Promessi sposi, si rintracciano nellincontro di Selmo con dei giovinastri che importunano due ragazze, fra le quali Fiorenza, e nel suo
intervento tempestivo e diretto; nel dialogo su un sentiero tra Selmo e
il curato che andava leggendo il breviario; nella morte ignominiosa del
prepotente signorotto che aveva insidiato e sedotto Fiorenza; nel finale
matrimonio dei due giovani in un paese lontano dal loro, per una nuova
vita ma senza figlioli
Di nuovo il ritratto segue di poco lambientazione, riprendendo caratteristiche della tradizione rusticale toscana e aggiungendovi un rimando allarte: in tutto quel contado difficilmente si sarebbe trovata una
fanciulla, alla quale meglio convenisse che a lei desser nomata Fiorenza.
Aveva essa di poco oltrepassato quel felice tempo della vita, in cui gli
anni si dimenticano o non si contano ancora, perch il cammino, che
si apre appena dinanzi, pare cos lungo e cos bello. Avresti anzi detto
che non li toccasse ancora que lieti ventanni! Era alta della persona, di
forme spiccate, rigogliose; landar suo pronto; ma il gesto e ogni atto
serbavano ancora non so quale ingenuit e leggiadria che rispondeva pur
bene alla giovinezza, e in uno alla gioia e povert della sua vita. Ma ci
che in lei pi rapiva gli sguardi era il gentile contorno della testa e del
volto; que lineamenti soavi insieme e severi, che ricordano le Madonne
del nostro Luino. Bruno anzich no il suo viso; ma il sottile e bruno
sopracciglio, e due neri occhioni lampeggianti, e il naturale sorriso che
sempre appariva sulle brevi sue labbra color di rosa, un sorriso chera
proprio un riflesso dellanimo buono e allegro, davano alla Fiorenza quel
segreto incanto che tanto pi possente e pi vero, perch viene dalla
misteriosa bellezza del cuore; quella magia che si rivela sotto qualunque
101

apparenza, per umile o negletta che sia, e ha sempre in s medesima


qualche cosa di divino.

Religion santa di mee vicc de c


La sottolineatura della schiettezza contadina anche una mossa di
timbro romantico: nel popolo e nellanonima collettivit legata da solidariet e fraternit si trova la sorgente delle virt autentiche.
el gran busilles de la poesia
el consist in de larte de pias;
e starte la sta tutta in la magia
de moeuv, de messed come se voeur
tutt i passion che ghemm sconduu in del coeur.31

Anche Carlo Porta (le charmant Carline) diventa per qualche aspetto termine di riferimento: scelse il dialetto perch i discorsi dei suoi personaggi risultassero autentici, non travestiti in panni arcadici, e con ci
mise in evidenza i punti di vista sulla vita, sul mondo, sui rapporti sociali, sulle religiosit che distinguevano popolari e aristocratici: franchi
i primi, ipocriti perlopi i secondi.32
Religion santa di mee vicc de c,
Che, in mezz ai tribuleri di passion,
No tee faa olter che tirat in l,
In fond in fond, scrusciada in don canton:
A specci i temp mijor col t bel tr
De torn voltra a repi reson,
No te offend, no, se in sui vintiquattror,
Ghhoo faccia anm de f di vers damor.33
Il Romanticismo, in Poesie di Carlo Porta, 88: si pu leggere in rete nelledizione Einaudi
allindirizzo http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t233.pdf, pag. 223.
32
Si legga ad esempio Offerta a Dio (La preghiera) nel sito citato alla nota 18, pag. 267.
33
Si legge in rete nelle-book prodotto dal Dragh Bloeu allindirizzo http://www.
31

102

Accadde peraltro a Porta di rielaborare storie esemplari della tradizione dei predicatori34 per ironizzare amenamente sulla credulit e sui
miracoli; Carcano non ardirebbe altrettanto, pare anzi che rifacendosi al
modello dellexemplum intenda fare di ogni pur breve vicenda il caso
istruttivo di una posizione etica da non incrinare, men che meno con il
distacco dellironia.

Shakespeare e la poesia drammatica


Il percorso e la ricostruzione fin qui svolti attraverso un piccolo numero di novelle non possono certo essere esaurienti.
Qualche breve domanda resta prima di tentare delle limitate e circoscritte conclusioni sulla novellistica campagnola.
Il diuturno impegno prodigato da Carcano sui testi di Shakespeare
pu avere avuto qualche influenza su temi e storie apparentemente assai
lontani dal mondo del bardo?
eldraghbloeu.eu/download/edraghbooks/ebook1.pdf, pag. 363.
34
Si legga per esempio On miracol, in rete nelledizione Einaudi citata allindirizzo http://
www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t233.pdf pag. 33.

103

Registriamo intanto una citazione esplicita, che compare nella Vecchia


della Mezzegra quando il narratore commenta lincontro con il vecchio
messere con occhi di fuoco: Alcune parole assai bizzarre, che lasci
sfuggirsi di bocca, mi rammentarono un sublime verso di Shakespeare:
L, dallaltra parte della montagna, in mezzo a un sentiero, c una macchia, una gran macchia, che tutto il diluvio dellaltra notte, e neppur tutta
lacqua del lago, se venisse a coprire i monti, non potranno levar via, mai
pi! E dicendo cos, le labbra del vecchio si contrassero a un riso, direi
come, disperato; poi ricadde nellimmobilit di prima.
Ecco, attraverso Shakespeare, il tentativo di far di un personaggio
popolare lemblema della controversa e complessa condizione del vecchio, compendio di esperienza e di travaglio, da cui possono sortire parole sibilline e ambigue, per certi versi rivelatrici di sentimenti profondi,
che solo al bizzarro o al fool sono consentite nel teatro shakespeariano.
Laccostamento dovrebbe essere vagliato da un anglista, che valuterebbe come Carcano abbia tradotto Shakespeare, con quale lessico della tradizione aulica italiana abbia reso effetti sonori e ritmi dellinglese. Da parte
mia segnalo, come spunti di ulteriori analisi, le possibili influenze di certe
immagini di natura che ambientano drammi shakespeariani e il ricorso al
dialogo per la ricostruzione di antefatti e di situazioni nel testo novellistico.
La natura e il ritorno alla naturalezza sono nel Sogno di mezza estate la
premessa di una felice ricombinazione di coppie, da quella di Oberon
e Titania a quelle umane. Nella Tempesta il ritorno alle naturali tendenze
affettive e la rinuncia ad artifici e intrighi risolver i dissidi di potere tra
gli adulti grazie allamore dei giovani. In Come vi piace il soggiorno nella
foresta medicina ai dissidi tra fratelli in competizione per il potere:
lincontro con il matto d la cifra della saggezza e della misura, laccettazione delle norme di natura.
La riflessione sul senso della vita e della morte affidata ad Amleto nel
celebre monologo pu aver lasciato qualche segno nella novella Dolinda
di Montorfano di cui si dar cenno nelle conclusioni: ecco un passo della
traduzione data da Giulio Carcano.35

Amleto, III, 1, traduzione di Giulio Carcano, a Cesare Correnti, Giacomo Pirola, 1847.

35

104

Chi mai vorria


la sferza e lonte sopportar del tempo,
delloppressor gli oltraggi, o del superbo
la contumelia, di schernito amore
langosce, e il duro della legge indugio,
e linsolenza de ministri, e il vile
dispregio, onde ogni tristo al paziente
merito insulta, sei potesse appena
colla punta saldar dello stiletto
le sue partite? E chi vorrebbe mai
andarne curvo e trascinarsi ansando
sotto al gravoso incarco della vita?
Se non fosse il terror di qualche cosa
dopo la morte? Quella buja terra,
quellignoto confine onde giammai
non torna il viandante, forte impaccio
di nostra volont, che ne consiglia
i mali a sopportar di che siam gravi,
anzi che scampo ricercar fra quelli
non conosciuti. Tal la coscienza
ne fa codardi tutti, e del pi saldo
nostro consiglio la natia virtude,
al pallido riflesso del pensiero,
si discolora e langue: a ci mirando,
ogni alta impresa e di maggior momento
indietro volge il suo cammino e perde
il nome dopra.

Quanto alluso del dialogo, insomma al ricorso alla poesia drammatica e a strategie del teatro, bastino due riferimenti: nel primo capitolo
della Nunziata il dialogo tra il mugnaio e la moglie illustra la condizione
della famiglia e il trasferimento da Cossogno ad Antoliva, nel secondo il
dialogo tra la madre e Nunziata fa emergere poco per volta, tra esitazioni
e pudori, la condizione di lavoro in cui la ragazza si trova, mentre poco
dopo Nunziata parlando con Vito aggiunge qualche altro significativo
particolare sulle molestie chella subisce dal soprastante.
105

dunque proprio la novella pi nota, e pi complessa per temi e


vicende, a mostrare nelle strategie narrative di Carcano la presenza di
strumenti variegati e di influenze composite. Si possono ora abbozzare
delle conclusioni.

Strategie narrative e punto di vista del narratore


Il narratore predilige in apertura di racconto descrivere lambiente
e insistere su quadri naturali e paesaggistici che introducano il lettore
in una dimensione di serena attesa: lincipit dei Promessi sposi pu certo
essere considerato come il modello principe, ma non sono da trascurare i paesaggi delle odi pariniane.36
Le vicende narrate sortiscono da un diretto contatto con i protagonisti o dallincontro con narratori e testimoni si veda nella Nunziata
il vecchio pescatore che nel breve tragitto dalla punta di Ghiffa ad
Intra racconta dellignota fanciulla della montagna.
Luso del dialogo di norma ravviva la narrazione illudendo il lettore
di una presenza diretta: in alcuni casi strumento di anacronie, cio
di spostamenti nella linea temporale, in altri inserisce il narratore di
secondo livello come una garanzia di veridicit.
Il narratore principale, di primo livello, assume pertanto in generale la posizione del testimone, che riepiloga e riorganizza per il lettore
quanto ha raccolto, facendosene anche primo garante: ne cos certificata la visione del mondo attraverso la quale egli ha osservato e filtrato
la condizione contadina e montanara, proposta come esemplare.
Il confronto tra campagna e citt, fra tradizione e rivoluzione industriale, poneva peraltro al narratore e allintellettuale lesigenza di ripensare al proprio ruolo: a chi rivolgersi, con quali fini, con quali toni?
Al moderato Carcano non si pu chiedere troppo: ama la virt
36
Si leggano per esempio in rete La salubrit dellaria e La vita rustica nelledizione Einaudi
allindirizzo http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_7/t199.pdf, rispettivamente alla
pag. 7 e alla pag. 12.

106

del sacrificio, limita allelemosina il proprio intervento diretto, affida


il riscatto al futuro compenso lass, insomma pare pi manzoniano
di Manzoni; daltronde confida che luomo onesto parli, giacch il
testimonio della sua voce non sar cosa perduta.
Dando spazio e voce ai popolani, Carcano ha fatto un piccolo
passo oltre lonniscienza del narratore ottocentesco e le strategie del
romanzo storico; ha daltronde rinunciato alla ricostruzione storicosociale, alla polifonia di voci e ambienti che caratterizza I promessi sposi.
Dietro le vicende rusticali di Carcano non si agitano guerre tra grandi
potenze, privilegi feudali e contrasti di ceti, venendo in primo piano
lattualit entro dimensioni locali, che vogliono peraltro rappresentare
condizioni universali.
In che appare debole Carcano, al confronto con altri narratori rusticali italiani come Luigia Cdemo, Caterina Percoto e Ippolito Nievo?37
Nel fatto che non ha nemmeno abbozzato proposte riformatrici,
n si direttamente impegnato (non era daltronde un possidente) nel
riscatto delle condizioni contadine.

Dolinda di Montorfano
Negli ultimi anni Carcano pare addirittura recedere dallimpegno
di testimonianza sollecita e compassionevole, dal quadro di romanzo
sociale in cui aveva narrato le sorti di fanciulle virtuose ma perseguitate da varie avversit: con Dolinda di Montorfano. Novella campestre
(1881) riprende luso dellendecasillabo come nellesordio di Ida della
Torre (1834) e si rif dunque alla novella romantica di Brger e al modello lombardo del Grossi.38
Di C. Percoto (1812-1887) si possono leggere Racconti, Salerno, Roma 2011, e su di
lei il saggio di A. Iacobbe, Le voci di una donna scrittrice. Caterina Percoto e il mondo contadino,
UniService, Trento 2009. Per L. Codemo (1828-1898) si veda la raccolta di saggi Donne sulla
scena pubblica. Societ e politica in Veneto tra Sette e Ottocento, Franco Angeli, Milano 2006; di I.
Nievo (1831-1861) si legge il Novelliere campagnuolo in edizione BUR o Mursia; dal sito www.
liberliber.it si possono leggere in vari formati e scaricare Il conte pecoraio e Il varmo.
38
Si pu leggere in rete La fuggitiva (1844) di Tommaso Grossi sia nelloriginaria versione
37

107

Leffetto prevalente, alla lettura del poemetto, che la scorrevolezza del linguaggio, perlopi conversevole e sciolto, e il patetismo dellintonazione dominante vogliano assicurare la commossa partecipazione
del lettore: dominano insomma i sentimenti, mentre le considerazioni
sociali vanno sempre pi indebolendosi.
La vicenda semplice e topica: mentre Vico stato lontano dal
paese essendosi arruolato volontario nelle truppe impegnate contro il
brigantaggio meridionale, Dolinda, cui egli pensava affettuosamente
come moglie destinata, si trasferisce in citt, dove prima vittima di un
giovinastro che la seduce, poi si riduce alla vita della prostituta. Vico,
tornato alla vita borghese, rintraccia la ragazza e laccasa presso una
onesta vedova, poi la riconduce seco al paese per farne la sua sposa:
ma, appena celebrate le nozze, Dolinda muore dimprovviso, oppressa
forse dalleccessiva emozione.
Nel testo si colgono di bel nuovo i vari riferimenti che attraverso le
novelle campagnuole si son potuti elencare.
Nel quadro della cittadina festa echeggiano toni pariniani:
Gi di carri
E di cocchi superbi e di cavalli
Era un alto romor per ogni corso,
Per ogni via: novelle de teatri
E della cantatrice a lor promessa
E s a lungo aspettata, luno allaltro
Chiedean gli amici, accostando le punte
De semispenti sigari e tra i buffi,
Il profumato moca sorseggiando,
Sostava lartigian vestito a festa,
Ed il vispo monello alle lucenti
Botteghe intorno venia saltelloni,
Di lor ghignando col compagno suo.

in milanese che in quella italiana allindirizzo http://books.google.it/books/about/La_


fuggitiva.html?id=m4oNAAAAYAAJ&redir_esc=y.

108

Pi oltre Dolinda colta mentre, curandosi dei figliuoli della vedova tessitora, ripensa alle proprie sventure lasciandosi indurre a
funesti pensieri:
Tutto, per lei,
Tutto non era dunque gi finito?
Non era sua linfamia? Orecchio umano
Mai non udr di sua vergogna il vile
Tessuto, il primo inganno, il tradimento,
De le danzanti maschere il tripudio,
Dun convito la gioia e i motti osceni,
E lebbrezza e il delirio duna notte;
E poi giorni di pianto e di rimorso,
Giorni fatali, eterni! Ma che giova
Piangere? Cosa fatta sfar non puoi,
Alla vituperata chi perdona?
Chi compiange alla misera nel suo
Abbandon disperato? ... E su nel cielo,
Dio si ricorda? e al verme della terra
Dio guarda ancora, e no l calpesta? E nostra
Vita non uno scherno, una superba
Fatale illusion di Chi la fece? ...
Meglio, dunque, finir tutto in unora,
In un momento che passa!
E rapita,
Travolta da fantasmi e da terrori,
Un pensiero dinferno la traeva
Dallabituro allumidosa ripa
Dun rigagnolo morto, che tra i giunchi
Simpaluda.

Tra Ofelia e Dame aux Camlias, con qualche sfumatura amletica,


tra patetico e follia, Carcano muove i pensieri del personaggio come inscenandoli, alle soglie di un monologo interiore. Ma resta imprigionato
negli stilemi di un discorso stereotipato, che sente di artificio: appare
infatti artificioso il finale coup de thatre, e posticcio risulta il pellegrinaggio di Vico per lultimo addio alla tomba della sposa.
109

Utile citare qui alcune osservazioni di Jean Lacroix sul genere della novella in versi del Risorgimento italiano: volgendosi verso le realt
italiane del passato e del presente e confrontandole, [la novella in versi]
oppone un desiderio di risveglio, di riscatto e dapertura nel seno della
clandestinit in cui la restringono le circostanze del momento.39
Nellinventario di autori e opere riletto da Lacroix, Carcano non compare, tuttavia le osservazioni dello studioso francese sul langage de la
piet paiono calzanti anche per Dolinda di Montorfano in particolare oltre
che per le Novelle campagnuole in generale: la piet caratterizza i personaggi di categorie diverse, soprattutto gli umili e i diseredati, di contro agli
empi, e la si legge negli aspetti fisici (braccia, mani, visi) e nei comportamenti stereotipati (sguardi, lamenti, lacrime).40 Lapproccio sentimentale
caratterizza una narrazione improntata a una comunicazione empatica.
La svolta decisiva, nelladozione di nuove strategie di comunicazione e di narrazione, operata negli anni seguenti e sul finir del secolo
dai veristi da un lato, dallaltro dalla produzione giornalistica: Giovanni
Verga41 rinunci infatti agli stilemi romantici per mettersi allaltezza dei
personaggi e registrarne punto di vista e mentalit in una cruda cornice
sociologica, Paolo Valera nei periodici La plebe e La folla raccolse documenti della condizione popolare nella metropoli per ricavarne poi un
romanzo-documento.42
J. Lacroix, La nouvelle en vers dans la prmire moiti du XIXe sicle, in La novella italiana. Atti
del Convegno di Caprarola, 19-24 settembre 1988, tomo II, Salerno, Roma 1989.
40
Riassumo da passi del saggio di Jean Lacroix cit. alla nota 39. Sulla Novella romantica
in versi come genere letterario si legge in rete un saggio (1986) di R. Morabito allindirizzo
e-tidsskrifter.dk/ojs/index.php/revue_romane/article/view/.../22512.
41
Le Novelle rusticane (1883) di Giovanni Verga (1840-1922) si leggono in varie edizioni
cartacee e in rete allindirizzo www.classicitaliani.it/verga/novelle/verga_04_Novelle_
rusticane.htm.
42
Nel romanzo La folla (1901) Paolo Valera (1850-1926) descrive gli abitanti del Casone
del Terraggio a Porta Magenta; il testo si legge nelledizione Lampi di Stampa, Milano 2003,
e in rete allindirizzo www.iperteca.it/download.php?id=454, o allindirizzo http://books.
google.it scansionato dalledizione Greco, 2002; si vedano anche i reportage raccolti nel volume
I miserabili di Milano, 1908. Nel repertorio della novella romantica esaminato da A. M. Morace
(v. nota 19) si segnala il volume di L. SantAmbrogio, Operai. Saggio di racconti popolari, edito a
Milano nel 1847, in cui la tematica operaistica assume una pi moderna valenza sociologica
rispetto allangosciata ripulsa, da parte del Carcano, della rivoluzione industriale.
39

110

Registrate le valutazioni della critica e ripercorse le Novelle campagnuole


con attenzione agli ambienti che vi sono descritti, alle vicende dei personaggi, al taglio che Carcano diede a cornici, comportamenti e destini, si
possono riconoscere al nostro volonteroso autore la sincerit dellimpegno, lonest intellettuale ed etica con cui ha costantemente affrontato i
temi che egli aveva prescelti: come si mosso tra i suoi interlocutori, con
bonomia e franchezza, aperto a confronti e a nuove conoscenze, cos ha
guardato ai paesaggi lacustri e alpigiani, alle situazioni di vita quotidiana
con sollecitudine e sensibilit. Gli schemi della tradizione letteraria ne
imbrigliavano le possibilit critiche, il suo ingegno non era cos acuto
come quello di Manzoni n dunque gli consentiva di distaccarsi dalladesione sentimentale per valutare le dinamiche sociali e psicologiche: la societ ideale era per lui quella statica e conservatrice di un mondo chiuso,
eletto come originario e incontaminato.
Nel culto della famiglia e dei valori della tradizione Carcano ha incardinato la sua visione del mondo e ha fatto della sua narrativa rusticale la
franca e aperta occasione di testimoniare a favore degli umili, assumendo
il compito che lintellettuale illuminista si era dato: di prestare la voce
in difesa dei diritti calpestati o non riconosciuti, sebbene con la moderazione del suo animo candido e del carattere mite.43
Verbania, 24 agosto 2012

Queste pagine corrispondono alla relazione tenuta a Lesa l8 settembre 2012 al XVII Convito della nostra Societ. Pier Angelo Garella scomparso allinizio di giugno 2013 dopo lunga
malattia affrontata con animo sereno e fattivo. Lasciato linsegnamento di italiano e latino nei
licei di Verbania, ha continuato a dedicarsi alle iniziative culturali cittadine, in particolare Lago
Maggiore LetterAltura ed Editoria e Giardini anche quando la salute si era fatta precaria.
Allinizio dellanno aveva rivolto un appello a promuovere i nostri beni ambientali e a rianimare
la cultura di Verbania addormentata, seguendo il motto del Petrarca Ante retroque prospicio.

43
Si veda il saggio di L. Sozzi, Cultura e potere. Limpegno dei letterati da Voltaire a Sartre al
dibattito novecentesco, Guida, Napoli 2012.

111

Ettore Brissa

Esempi di un bello scrivere

Edizioni tedesche tardo-ottocentesche


dei racconti di Giulio Carcano

Siamo soliti far risalire la conoscenza di un autore, classico o non, nei


paesi di cultura e di lingua diversi da quello dorigine, dal numero delle
biografie a lui dedicate e degli studi relativi alla sua opera. Non tralasciando, a questo riguardo le traduzioni nella lingua del paese di adozione.
Non fa eccezione a questo schema la vicenda della fortuna di Giulio Carcano nellambito linguistico e di cultura tedesco. Una fortuna
che per altro meno dovuta alle versioni che non alla scelta e alla pubblicazione nel testo originale di alcune delle novelle del Nostro in edizioni
destinate alle scuole e a un pubblico desideroso di approfondire le conoscenze della lingua italiana.
Ci riferiamo alla fortuna del Carcano in terra tedesca negli anni
Settanta e Ottanta del secolo diciannovesimo, che per un lato strettamente intrecciata a quella del Manzoni, ma sotto un altro aspetto risulta
difficilmente comprensibile ove non si tenga presente un certo clima
culturale diffuso Oltralpe a seguito della Triplice Alleanza, caratterizzato
da un interessamento, non esclusivamente turistico, per tutto ci che poteva riguardare la Nuova Italia, a partire dalle espressioni dellarte, della
ricerca scientifica e delle belle lettere.
Lapproccio di un pubblico di lettori di lingua tedesca alla produzione giovanile del nostro autore mediato dalla traduzione del racconto
* E.B. 2012-2014. La scheda uno stralcio dal testo dellintervento di saluto pronunciato
in occasione del XVII Convito della Societ dei Verbanisti tenuto a Lesa nella Sala consiliare
l8 settembre 2012 in collaborazione con lAmministrazione comunale.

113

Angiola Maria (Lipsia, 1843) che esce solo quattro anni dopo ledizione
italiana, allorch laffermazione dellidea dello stato-nazione lontana
dallavverarsi cos al di qua delle Alpi, come al di l.
Bisogna attendere quasi mezzo secolo per poter trovare ampi cenni
sulla vita e lopera del Carcano che appaiono nei noti Konversations-Lexika
delle case editrici Brockhaus e Meyer, in altre parole in enciclopedie che
costituiscono un importante strumento di divulgazione, informazione e
cultura, capace di raggiungere un pubblico vastissimo nei paesi di lingua
tedesca, e fuori. Il redattore dellarticolo del Meyers-Lexikon vede in
Giulio Carcano liniziatore di un genere letterario del romanzo di famiglia o di ambiente famigliare che si differenzia dal romanzo storico di
matrice manzoniana.
Il reperto di maggiore interesse attestante la fortuna editoriale del
Nostro in Germania costituito da quattro racconti pubblicati nel testo
originale, negli anni che vanno dal 1878 al 1883, con unite una presentazione, note e un glossarietto bilingue nellambito delle collane Biblioteca Italiana e Biblioteca Moderna Italiana che si stampano rispettivamente a Lipsia e Berlino.

114

La scelta dei curatori cade sulla novella La Nunziata mentre altri due
volumetti contengono i racconti La madre il figlio, Memorie di un fanciullo e
Il cappellano della Rovella.
Vengono messe in risalto dai critici la felicit dei quadri naturali e ladesione dellanimo dellautore allinsieme dei costumi e dei sentimenti della
societ rustica rappresentata. Ma il motivo principale di interesse per
lopera narrativa del Carcano visto nella purezza della lingua e in uno
stile che fanno di questi racconti veri e propri esempi di un bello scrivere.
Quanti e quali possano essere stati i lettori del Nostro doltralpe
cosa difficile da stabilire. Dopo quasi centocinquantanni dalla pubblicazione dei tre volumetti piace figurarceli intenti a leggere la prima pagine
de La Nunziata che contiene la ben nota descrizione di Intra e del nostro
lago, su cui ha fermato lattenzione Pier Angelo Garella:
locchio pu spaziare per una vasta e bellissima scena dacqua
di monti e di cielo; da una parte le nevose e sublimi Alpi della Svizzera;
di fronte, le cime ignude del Pizzo di Laveno, e il solitario promontorio
di Caldiero; dallaltra parte, lo splendido seno dellIsola Bella, e i monti
dellOssola, e i gioghi lontani del Sempione.

115

116

Sergio Baroli

Aspetti del Verbano nelle silografie


di fine Ottocento

Il collezionista di stampe verbanesi, sfogliando il catalogo redatto da Paolo


Arrigoni e Luigi Zipoli, edito dalla Banca Popolare di Intra nel 1973,
pu sincerarsi che in questo campo i frutti pi preziosi maturarono nei
primi decenni del XIX secolo, quando le tecniche calcografiche raggiunsero lapice insuperato nella produzione di albi con suites di acqueforti
o di acquetinte stampate in bianco-nero o acquerellate manualmente. E
pu altres verificare che fino alla met dello stesso secolo la produzione
di vedute di paesaggio, contando su tirature contenute, permase molto
dignitosa: decadde il fascino di quei fogli e il catalogo rinuncia ad elencarli con il diffondersi impetuoso e spesso indiscriminato della tecnica
silografica, dovuto soprattutto a ragioni di natura economica. Essa prese
infatti il sopravvento sulle sofisticate tecniche dellincisione in incavo su
metallo quando, opportunamente sostituite le tavolette incise in legno
di filo con le pi resistenti matrici intagliate a bulino su legno di testa, si
sfrutt appieno il vantaggio di avere a disposizione un disegno in rilievo:
quelle silografiche erano infatti le sole vignette adatte ad essere inserite
unitamente al testo tra i caratteri tipografici, anchessi in rilievo, e di
conseguenza potevano essere stampate sullo stesso foglio in un unico
passaggio al torchio.
Levidente guadagno in termini di tempo era tale che la silografia
venne universalmente impiegata per illustrare libri, giornali e riviste, fogli effimeri, dispense e supplementi, enciclopedie, album per linfanzia,
depliants, leporelli ecc., tutti casi in cui la variabile pi importante era
la tempestivit e il basso costo. Il difetto principale stava nellusura del
117

supporto ligneo: inevitabile che la silografia sia stata oggetto nel tempo
di incessanti e complesse sperimentazioni tecnologiche che finalmente
riuscirono ad ottenere, mediante un calco e un successivo processo galvanico, una matrice metallica identica allintaglio originale su tavoletta
di legno. E cos le alte tirature finalmente possibili andarono incontro a
quella fame di immagini (e di sapere) conseguente allincremento dellalfabetizzazione popolare.
Nella silografia non sempre furono rispettati i canoni estetici del
buon disegno: la fretta e limprovvisazione spesso portarono a cattivi
esiti, trascurando laccuratezza dei particolari e la resa della profondit
di campo. Va detto tuttavia che la tecnica permetteva anche incisioni
di straordinaria qualit, tanto che ai disegnatori e agli incisori pi abili
fu richiesto di illustrare volumi da parata, particolarmente sontuosi, di
grande formato e dotati di un numero elevato di pagine che, almeno in
parte, riscattano ai nostri occhi il degrado figurativo cui si era giunti in
non pochi casi.
Attingendo allimmenso pelago iconografico disponibile alla fine
dellOttocento, e tralasciando del tutto la stampa periodica, ricordiamo
qui alcune imprese tipografiche che intesero fermare il volto di un paesaggio di cui si avvertiva la lenta inesorabile trasformazione: volumi progettati e stampati oltralpe nellultimo quarto di secolo ma che apparvero
anche in edizioni italiane, con traduzioni non sempre coincidenti con i
testi della lingua originale, tutti contenenti illustrazioni e osservazioni
scritte di luoghi a noi familiari.

Opere monumentali
A Milano nel 1876, i Fratelli Treves si assunsero lonere di pubblicare unopera imponente dedicata allItalia intera, con un ricco corredo
di illustrazioni: Italia. Viaggio pittoresco dallAlpi allEtna, con testi di Karl
Stieler, Eduard Paulus e Woldemar Kaden. Il volume in-folio, con pi
di 900 pagine, edito originariamente in lingua tedesca a Stoccarda nello
stesso anno delledizione italiana, contiene centinaia di incisioni silogra118

fiche intercalate nel testo o a piena pagina. Le vedute raffigurano le pi


importanti localit italiane realizzate da provetti incisori doltralpe; solo
tre quelle dedicate al Verbano: Lago Maggiore con lIsola Bella e lIsola dei
Pescatori, Golfo di Pallanza e Rotonda dErcole sullIsola Bella. Nel testo che le
accompagna il curioso riferimento a una casa natale di Bernardino Luini,
frutto evidente di un eccesso di fantasia:
[] La passeggiata continua; e come abbiamo fatto per giungere dal lago di
Como a quel di Lugano, pigliamo una via traversa per arrivare al Lago Maggiore. Essa quasi altrettanto breve che la prima, quantunque meno pittoresca, e
ci conduce direttamente a Luino, patria del pittore [Bernardino Luini], che abbiamo test nominato ma del quale, eccetto la tradizione, nullaltro resta col se
non una casuccia contadinesca, che si addita, senza una ragione precisa come
quella in cui ebbe i natali. In compenso la discesa a Luino presenta al viaggiatore lo spettacolo del lago in tutta la sua grandiosa maest. Esso si allunga a
destra fino a Canobbio e Magadino, a sinistra sfuma in una nebbia luminosa,
nella quale si nascondono, per ora, al nostro sguardo le celebri Isole Borromee.

Golfo di Pallanza

119

Ricordiamo a lato che DallAlpi allEtna era anche il titolo, bruciato


proprio dal volume di cui sopra, dato da Antonio Stoppani alla prima
stesura del Bel Paese consegnato al lettore, in veste molto pi modesta,
dal tipografo-editore milanese Giovanni Agnelli in quello stesso 1876 e
che si riveler un autentico best-seller, potendo vantare nel tempo oltre
150 edizioni. Il bel Paese pu anche essere visto come il paradigma di
quella che fu levoluzione tipica dellapparato illustrativo: a partire da
un numero esiguo di silografie, aumentate man mano nelle successive
edizioni, culminer nel 1908 con lapporto di 1000 fototipie. Di nostro
interesse le illustrazioni che corredano la Serata VII, Da Milano al salto
della Toce (pp. 116-135): Rocca dAngera, Monte S. Quirico visto da tramontana
e Cascata della Toce.

Rocca dAngera

Un vero monumento grafico, realizzato con grandi immagini silografiche particolarmente pregevoli nei toni e nel segno, risult essere La
Svizzera descritta da Voldemaro Kaden con illustrazioni di Alessandro Calame,
Arturo Calame ed altri celebri artisti, edita ancora dai F.lli Treves nel 1878 (II
ed. 1881). Si tratta di un pesante volume in folio grande, di oltre 500 pagine, la cui prima edizione tedesca risale allanno precedente. Le 446 incisioni, nel testo e fuori testo, raffigurano vedute di citt, scene di genere,
costumi, fauna e flora, suggestivi paesaggi montani e lacustri. Il capitolo
120

dedicato al Canton Ticino ha per titolo Nella Svizzera Italiana Dai laghi
al San Gottardo e si sviluppa per una ventina di pagine con belle elaborate
vedute. Tre sono i soggetti verbanesi: Barche peschereccie sul lago Maggiore,
Locarno e Chiesa della Madonna del Sasso, presso Locarno.
Con la vignetta dedicata a Locarno, riportiamo la nota antropologica:

Locarno

Labitante del Canton Ticino non una creatura prediletta dalla natura. Il tipo
italiano, malgrado il colore della pelle e dei capelli, si vede impresso su pochi
visi; per lo pi dilavato. Lo stesso sia detto per la lingua, ch una figlia sciagurata dellitaliana, la quale, specialmente nel nord di Bellinzona, ha gi preso
la crudezza delle acque del Ticino i cui ghiacciuoli natanti nella corrente rompono tutta la dolcezza dellaccento italiano. Sulle rive dei laghi i dialetti sono
meno ruvidi e le donne piu belle: ma rapido passa il fiore della loro bellezza;
come in tutta la valle del Ticino, sono appena sullo sboccio che gi le sciupa la
fatica del lavoro.
Qui non si pu nemmeno dire che esistano costumi nazionali; solo le acconciature del capo hanno qualcosa doriginale. Come quasi dappertutto sulle rive
dei laghi lombardi, le donne portano due grossi spilloni dargento, della forma
e della grossezza dun uovo di piccione, infilati nelle treccie messe a corona

121

dietro alla nuca e circondate da larghe forcine pure dargento. Tutto ci piglia
laspetto duna di quelle aureole dipinte sopra la testa dei santi, ed completato
da grossi orecchini dello stesso metallo. Al collo portano vezzi di granati misti a
catenelle doro, e sul capo saggiustano il velo nero o bianco che sta tanto bene
alle belle donne dellAlta Italia. Questa moda lhanno portata qui le ricche famiglie milanesi che son venute a dimorare a Lugano e nei paesetti circostanti...

Un editore minore volle stare al passo pubblicando in veste popolare


un grande successo internazionale, caratterizzato da continue ristampe e
traduzioni nelle principali lingue europee. Era LEuropa pittoresca, unopera in due volumi editi a Milano nel 1879 da Ferdinando Garbini, derivati
da una lussuosa edizione in cinque volumi pubblicata a Londra e a New
York a partire dal 1875. Il capitolo dedicato a I laghi italiani comprende
alcune illustrazioni verbanesi dal bel taglio originale: Isola dei Pescatori,
Isola Bella, Luino, Pallanza, Angera. Curiosamente, nella versione italiana, il
cui testo per altro non corrisponde a quello inglese di Thomas W. Hinchliff, viene assegnata a Baveno la veduta di Pallanza cui al contempo
viene erroneamente attribuita unimmagine dellIsola san Giulio dOrta.

Isola dei Pescatori

122

Con le splendide magistrali immagini che corredavano le importanti


opere dei fratelli Treves tent invano di competere con una nuova formula Edoardo Sonzogno, editore del popolare supplemento mensile Le
cento citt dItalia, allegato al quotidiano Il Secolo. Si trattava di fascicoli in
folio di otto pagine ciascuno: la raccolta completa (1887-1902) consta
di 192 dispense con oltre seimila silografie. Nel loro insieme le dispense
costituiscono unopera enciclopedica nata con lintento di mettere alla
portata di tutti lapparato iconografico che riproduceva limmenso patrimonio monumentale del nostro Paese, dalle celebri citt darte ai centri
minori delle province pi neglette. Per le illustrazioni si fece massiccio
ricorso a uno stuolo di incisori silografi di scuola italiana che si succedettero negli anni sobbarcandosi un lavoro immane. Le tavole, pur prive
di spunti creativi, destano stupore per la precisione dei dettagli e per
lineccepibile impianto prospettico che tradisce una tecnica che si avvaleva dellaiuto della fotografia: la pellicola impressionata veniva infatti
incollata sulla tavoletta di legno per servire da guida allincisore che ne
ricalcava col bulino tratti e sfumature. Alle localit verbanesi venne dedicata la dispensa 69 del 30 settembre 1892: Citt e ville del Lago Maggiore,
con numerose vignette intercalate ai testi.

Intra

123

Dal canto suo il Corriere della Sera volle omaggiare gli abbonati del
1892 con LItalia Superiore, traduzione italiana de LItalie du Nord: ouvrage
illustre de nombreux dessins daprs nature di G. De Lris, un volume in 4ad
illustrazione dellItalia settentrionale nei suoi monumenti, paesaggi, costumi. Lopera comprendeva 225 incisioni su legno e si presentava con
una bella cartonatura figurata. Al Verbano competevano piccole vedute
di Pallanza, di Angera e cinque diversi scorci delle isole borromee.
Accurate silografie, derivate da legni di diverse appartenenze, si trovano nei volumi della collana La Patria, compilata da Gustavo Strafforello per la Unione Tipografica Editrice: a partire dal 1890 si susseguirono i
volumi dedicati alle varie province dItalia, con continue ristampe, anche
oltre il compimento del secolo. I tomi che interessano le localit del lago
Maggiore sono: la Provincia di Novara del 1891, con vedute di Meina, Stresa, Intra, Pallanza, Isola Bella, Baveno, Suna e la Provincia di Como, Sondrio,
Canton Ticino e Valli dei Grigioni del 1896, con illustrazioni di Angera, Porto Valtravaglia e Locarno.
Entrati nel secolo XX, il furore iconografico derivato da un uso spesso indiscriminato della silografa, and scemando: la tecnica prosegu su
una via elitaria con i suoi frutti dautore impressi in tirature ridotte e affidati alle riviste darte espressamente dedicate. Il declino fu rapidissimo:
gi nel primo decennio, si privilegiarono nuove tecniche di riproduzione
fotomeccanica mediante luso di clich retinati con esiti, per la gran parte
e per un certo tempo, non comparabili con la definizione grafica precedentemente ottenuta.
Al contempo la sperimentazione in tipografia si indirizz alla ricerca
del colore ottenuto mediante laboriosi processi fotochimici.
Restando nel campo del bianco e nero, possiamo dire che per alcuni
anni i molti tentativi tecnologici di evitare lincisione manuale sortirono
risultati piuttosto modesti e spesso deludenti. Ad esempio non regge il
confronto con la precedente iniziativa il grosso tomo offerto da Sonzogno agli abbonati de Il Secolo nel 1907, LItalia descritta e illustrata. Visione
cinematografica di 3000 fototipie, dove gli smaglianti panorami del Paese furono restituiti in scialbe, se non squallide, grigie fotografie.
124

Le guide tascabili e lopera di Johannes Weber


Interessa qui ricordare come la silografia sia stata la tecnica elettiva
per illustrare i prodotti offerti ad un turismo ormai divenuto di massa anche nelle nostre plaghe, specie dopo linaugurazione della ferrovia
del Gottardo nel 1882, quando il viaggiatore fu di molto agevolato nel
raggiungere la regione alpina della Svizzera meridionale e la regione dei
laghi italiani.
Lentrata in esercizio della linea Basilea-Milano forn materia alle guide turistiche italiane (il cui prototipo fu quella del canonico Boniforti)
e svizzero-tedesche che si avvalsero prevalentemente di tecniche silografiche per riprodurre le localit del Canton Ticino con scorci inediti
divenuti visibili dal treno.
Framezzo alle guide di aspetto dimesso, si distinguono nettamente
alcuni esemplari di studiata impaginazione e dotate di un apparato iconografico di sorprendente nitore, eleganza e originalit: ci riferiamo nello
specifico alla collana Europische Wanderbilder, una serie di volumetti editi
in quattro lingue dalla tipografia Orell, Fssli & Co. di Zurigo, nel sec.
XIX lofficina pi importante di tutta la Svizzera, con ascendenze artigianali risalenti al Cinquecento. Tre i volumi dedicati al Canton Ticino,
Die Gotthardbahn del 1882, Locarno und seine Tler del 1885, Lugano und
die Verbindungslinie zwischen den drei oberitalienischen Seen del 1887: in tutti
la vignetta silografica fa da contrappunto ai testi descrittivi dovuti alla
penna di Jakob Hardmeyer. Le immagini, particolarmente raffinate, sono
riconducibili alla mano di J. Weber, una firma che spesso appare nel
basso della tavola, sopra la data dellesecuzione. Il segno del virtuoso disegnatore, teso sovente a cogliere lo scorcio pittoresco e i relativi contrasti
di luce, facilmente riconoscibile: un tratto che nei cataloghi delle librerie
antiquarie viene definito meticoloso, nitido, romantico ed elaborato.
La produzione grafica di Johannes Weber risultata vastissima, essendosi estesa a tutta la Svizzera: in particolare le vedute ticinesi sono
state esaminate da Giorgio Ghiringhelli, autore del volume Il Ticino nelle
vecchie stampe, edito da Casagrande nel 2003. Vi riconosciuta la preziosit di un corpus di oltre 180 vedute, a volte di qualit disuguale ma con
esempi di profonda intuizione e sensibilit artistiche. Nellintroduzio125

ne al capitolo Le guide di Jakob Hardmeyer e le silografie di Johannes Weber (pp.


188-191), Ghiringhelli lamentava le scarse conoscenze disponibili sia
sullestensore dei testi che sullabile disegnatore: Di Jakob Hardmeyer
non sappiamo molto se non [] che si spense ultranovantenne nel 1917,
quando ancora si stampavano le ultime riedizioni delle sue opere. Di
Johannes Weber si sa ancora meno [] e denunciava con rammarico:
perlomeno strano che il Ticino, che Johannes Weber ha per anni
disegnato in tutte le sue sfaccettature, non gli abbia mai dedicato qualche
pagina di biografia e si scordi regolarmente di citarlo e ringraziarlo in
tutti quei testi che oggi ancora, per illustrare il nostro passato prossimo,
saccheggiano la sua vasta produzione.
Oggi le lacune sono state almeno in parte colmate: i dati biografici di Johann Jakob Hardmeyer (Mnnedorf 1826 - Zurigo 1917) sono
consultabili in rete alla voce del Dizionario storico della Svizzera, mentre
per lautore dei disegni risultata provvidenziale la pubblicazione, nel
centenario della morte dellartista, dellalbum curato da Roberto Genazzini, ancora per i tipi di Casagrande: Il Ticino dellOttocento nelle illustrazioni di Johannes Weber, 2012.
Se la resa grafica degli inchiostri moderni risulta purtroppo lontana
dal nero brillante che illuminava le pagine originali, per altri versi il volume rappresenta la preziosa restituzione dellintera produzione di Weber
dedicata al Ticino, comparata in diversi casi con il disegno preparatorio a
fronte. E quel che pi conta lapparato iconografico comprende fotografie e documenti che scandiscono il percorso biografico dellincisore. Veniamo cos a sapere dal curatore, pronipote dellartista, che Weber, nato
in Austria nel 1846 da famiglia glaronese, aveva saputo precocemente
sfruttare la sua innata abilit nel disegno portandosi con frequenti viaggi
in tutta Europa allo scopo di eseguire le illustrazioni delle localit visitate. La committenza era rappresentata dalleditore Orell Fssli impegnato
nella collana di guide sopra citata: a partire dal 1881 fu la volta del Ticino.
I suoi disegni vennero molto apprezzati tanto da essere richiesti anche da editori stranieri: altrettanti arricchirono testi di geografia e atlanti
destinati alle scuole. Le fatiche dellarte procurarono a Weber meritati
riconoscimenti e una conseguente agiatezza economica. Tuttavia, con
lavanzare del nuovo secolo, al nostro artista tocc di vedere sempre
126

pi spesso la pellicola fotosensibile sostituirsi alle tavolette di legno e


accompagnarsi per di pi a un generale scadimento del gusto: gi malato
dasma, scosso anche negli affetti famigliari, lo scorrere dei giorni per lui
si fece pi greve e malinconico. Weber accett allora il consiglio di trasferirsi a Castagnola, dimorando presso lo Schlosshotel Pension Riviera
gestito dalla moglie Paulina, dove la morte lo colse il 24 settembre 1912.

Nella xilografia Le tunnel du Pfaffensprung (16 agosto 1886)


Weber ha ritratto s stesso seduto al bordo del binario
intento a disegnare sulla tavoletta di legno.

127

La tramvia Luino-Cremenaga-Ponte Tresa


Nel corpus grafico di Weber le vedute verbanesi sono concentrate
in Locarno und seine Tler e sono della consueta eccellente qualit. Vi
troviamo limmancabile Santuario della Madonna del Sasso, ma anche
angoli di giardino, vedute di interni (caff e osterie) animate da personaggi, scene di mercato; belle ed originali anche le vedute di Brissago,
Ronco ed Ascona.
Obbligandoci lo spazio a una ristretta scelta di immagini, selezioniamo
per il lettore di Verbanus la riproduzione di due silografie risalenti alla primavera 1886 e dedicate alla tramvia, inaugurata lanno precedente, che percorreva la valle della Tresa, un impianto ferroviario che ci risulta penalizzato dal punto di vista delle testimonianze grafiche. Pi attento e generoso al
confronto stato il versante della fotografia su cartoline, molte delle quali
riprodotte da Maurizio Miozzi in Le tramvie del Varesotto (ed. Macchione,
Varese 2013, pp. 9-18). Alla serie aggiungiamo un curioso esemplare errato
in cui una inequivocabile didascalia si pone in aperto contrasto con la vista
di un treno a poca distanza dalla stazione FNM di Laveno.

128

129

Le due immagini della tramvia sono riprese da: Lugano et ses environs
par J. Hardmeyer. Revu et complt par Ed. Platzhoff-Lejeune, avec 64 illustrations
et 4 cartes. Deuxime dition, Zurich, Art. Institut Orell Fssli, s.d. (1914).
Nel testo che le accompagna, al punto 5 (pp. 82-89) viene descritta lescursione Lugano-Ponte Tresa-Luino: ne riportiamo i paragrafi finali.
[] La frontiera nazionale passa nel Canale di Lavena nel bel mezzo del nostro
battello per cui la met sud italiana e la met nord svizzera. Presso limbarcadero di Lavena si trova una grande filanda, propriet duna societ svizzera.
La piccola conca di Ponte Tresa nella quale entriamo sembra il laghetto di un
parco signorile tanto calmo, pacifico e separato dal resto del mondo.
Gli abitanti della parte svizzera di Ponte Tresa, dominata dalla romantica Villa
Stoppani, possiedono gran parte delle loro terre, campi e vigne, al di l del
ponte, in territorio italiano; cos che quando lItalia decret il blocco contro la
Svizzera, questo villaggio fu duramente colpito. Vide maturare le messi senza
poterle raccogliere, vide i suoi prati verdeggiare e fu costretta ad acquistare il
foraggio per il suo bestiame. Fu necessario un patriottismo vigoroso per non
farsi prendere da strani pensieri.
Il ponte sulla Tresa fa da frontiera tra le due met del villaggio.
Eccoci alla stazione del treno a scartamento ridotto, situata in territorio italiano. Il treno che dobbiamo prendere tutto a finestrini e ogni viaggiatore ha un
posto per s di modo che pu viaggiare molto comodo. Paragonata alle grosse
vetture delle linee normali, la piccola locomotiva somiglia a un pony; essa scende la valle senza troppo rumore e fischia davanti alla Tresa. A sinistra e a destra
vediamo le reti a campanelle della dogana italiana, vigilata da doganieri piccoli
e neri, col fucile appoggiato alla spalla. Sul fondo verde della valle spumeggia
il fiume, formando qua e l dei piccoli isolotti coperti da boschetti o da prati
smaltati di fiori. Qui muove la ruota di un mulino piuttosto primitivo, l si fa
strada attraverso una peschiera. Vediamo dalla parte svizzera il paese di Madonna del Piano e, su un terrazzo elevato Castelrotto, in magnifica posizione.
Il treno si ferma a Cremenaga, divisa in due parti uguali. La parte svizzera al
di l del ponte si chiama Ponte Cremenaga. Ma presto abbandoniamo la vista
di case e di ogni segno di coltivazione perch nel punto in cui la Tresa, dopo
aver fatto da frontiera diventa un fiume esclusivamente italiano e il treno la
attraversa su un ponte, le due rive si accostano e formano una gola profonda ai
bordi della quale serpeggia la ferrovia. Al termine della gola, presso la stazione
di Creva, vediamo dei grandi stabilimenti dotati di una immensa ciminiera; si

130

tratta della filatura e tessitura dei Signori Hussy, industriali svizzeri che si sono
sottratti ai vincoli che si opponevano al loro spirito imprenditoriale per la ristrettezza del loro paese.
La ferrovia, dopo aver attraversato un paese aprico seminato di ville e giardini,
incrocia la linea proveniente da Bellinzona. Presto si stende sotto il nostro
sguardo la superba distesa del lago Maggiore. Il nostro treno si ferma nella
piccola stazione al riparo di alti pini cresciuti sulla riva.

Di quel tratto ferroviario ci rimangono, trasformate, le stazioni di


Luino, Cremenaga e Ponte Tresa, nonch i fatiscenti caselli intermedi
che poco o nulla dicono al turista doggi. Il relitto pi significativo del
binario il ponte di ferro sulla Tresa, subito a monte dellinvaso della
diga di Creva. un manufatto carico di memorie e di dolore e merita di
essere riguardato come il ponte della solidariet ticinese, come un memoriale dedicato ai tanti rifugiati che dopo l8 settembre 1943 lo percorsero e trovarono salvezza e accoglienza in terra elvetica. La mattina del
20 gennaio 1944 vi transit anche Piero Chiara che pass la frontiera con
la complicit di una guardia di finanza che sollev la rete permettendogli
di entrare in territorio svizzero per i piedi, come in un parto podalico,
disse lo scrittore raccontando lepisodio al convegno sulla Resistenza
svoltosi a Varese nellottobre 1984.
Della stessa tramvia Chiara ci ha lasciato un patetico ricordo letterario, suscitato dalla vista di un cimelio posto in un campo: lo possiamo
leggere in una corrispondenza inviata a La Provincia di Varese nel 1936,
quando oramai la linea era stata elettrificata:
[] Non era ancora lepoca dellautomobile, e la ferrovia a vapore Luino-Ponte
Tresa trasportava lentamente colle sue locomotive a caffettiera tutti i tedeschi,
gli inglesi e i francesi che dal Lago di Lugano passavano nel loro giro turistico
al nostro Verbano.
Quella piccola ferrovia, che fa parte dei nostri ricordi dinfanzia, scomparsa
da molti anni ed scomparsa la piattaforma girevole vicino al lago dove la locomotiva veniva girata per essere... rilanciata sul percorso di ritorno.
Una di quelle carrozze che sono veramente benemerite del nostro turismo di
allora, labbiamo vista ancora poco tempo fa in un campo di Moncucco, dove,
trasportata con religiosa cura, dopo aver servito da abitazione, fin collessere

131

adibita a pollaio. Dai suoi finestrini i galli annunciavano il giorno nei mattini
di primavera, le chioccie le erravano intorno coi pulcini e le zucche coprivano
pietosamente di larghe foglie le toppe numerose.
Purtroppo collo scomparire di quella ferrovia non scomparve la stazione, la
quale venne adattata alla nuova linea tramviaria e rimase nella antica sede ad
interrompere il lungo lago che si sarebbe inevitabilmente completato, a tutto
vantaggio dellestetica di una citt che alla sua fama di luogo di soggiorno, tiene
molto e con piena ragione. []

In queste ultime righe lo scrittore riprendeva la polemica gi sorta tra


gli amministratori comunali del tempo circa lopportunit di costruire
una stazione a riva e sottolineava come la cesura del lungolago creata
dalledificio, risultasse uninterruzione incongrua del litorale verde, un
ostacolo cui proprio questanno si rimediato con la sostituzione del
parcheggio a fianco con una terrazza a lago.

C. Rapp, Il ponte di ferro sulla Tresa

132

Gianni Pozzi

Lyda Borelli

Lesordio cinematografico nel 1913


sul Verbano

Anche Gramsci spesso scomodato quando si parla e si scrive di Lyda


Borelli. Un suo articolo, allorch faceva anche il cronista di spettacolo e
cinema, a Torino, al giornale Lavanti, tra le recensioni pi citate dagli
storici del cinema e anche qui lo si propone. Scriveva infatti, il 16 febbraio 1917: La Borelli lartista per eccellenza del film in cui la lingua il
corpo umano nella sua plasticit sempre rinnovantesi.1
In quellanno la Borelli ha gi alle spalle una carriera teatrale molto
intensa e fortunata, iniziata da giovanissima nel 1902 e una carriera cinematografica iniziata, da poco, proprio in quellanno; lascer le scene in
seguito al matrimonio con il conte Vittorio Cini.
Nata in una famiglia di artisti (il padre Napoleone e la sorella Alda
erano attori),2 comincia la sua carriera in teatro, debuttando nel 1902;
qualche tempo dopo interpreta La figlia di Iorio di DAnnunzio, accanto
ad autentici mostri sacri del teatro quali erano Ruggero Ruggeri, Virgilio
Talli, Irma Gramatica e Oreste Calabresi. Nel 1905, diciottenne, prima
Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 Roma, 27 aprile 1937). Larticolo in questione
titolato: In principio era il verbo e lesordio quanto mai intrigante: In principio era il verbo
No, in principio era il sesso; poi precisa: Poi scrollate le spalle e vi ricordate che qualcuno
allaffermazione: in principio era il verbo, ha sostituito laltra: in principio era il sesso. Intendiamoci bene. Il sesso come forza spirituale, come purezza, non come bassa manifestazione di
animalit. Ebbene: bisogna studiare il caso Borelli, come un caso di sessualit. Non c altra via
per comprenderlo, per spiegarlo, e anche per liberarsene. Non voglio dire che il caso Borelli sia
talmente pericoloso da domandare lintervento del famoso ferro chirurgico.
2
Lyda Borelli (Rivarolo di Genova, 22 marzo 1884 - Roma, 2 giugno 1959).
1

133

attrice giovane con Eleonora Duse, e ne sar poi considerata lerede;


nel 1907 primadonna con Ruggeri. Il suo repertorio spazia da lavori
raffinati come la Salom di Oscar Wilde3 ad altri decadenti come Il ferro
di DAnnunzio, boulevardiers come La sfumatura di Francis de Croisset
o addirittura ai vaudevilles come La Presidentessa di Hennequin e Veber.
Nel 1913 artista ormai affermata e la sua scritturazione per la Film
Artistica Gloria fa notizia, anzi la stessa casa cinematografica torinese
che sfrutta la notizia per far pubblicit ai prossimi film che lattrice
chiamata ad interpretare quale protagonista. Li si annuncia addirittura
con appositi manifesti dove si pu leggere: La Film Artistica Gloria vincendo le maggiori offerte di alcune Case italiane si assicurata la priorit di LIDIA
sic ! - BORELLI la celebre charmante artista italiana per linterpretazione di
due grandi capolavori.
Il titolo del suo primo film Ma lamor mio non muore! girato nel
1913,4 film che allepoca ebbe successo a livello internazionale5 sia di
pubblico, sia di critica oltre che esser stato campione di incassi e fece
della Borelli una star segnando linizio di un nuovo fenomeno: il divafilm italiano.
Questo grazie anche e soprattutto a Lyda Borelli e al suo sbandierato
esordio in campo cinematografico. Alla regia troviamo Mario Caserini
(Roma 1874 - 1920), che dopo esperienze lavorative alla Alberini & Santoni e alla Cines, entrambe case cinematografiche di Roma passa, nel
1911 alla torinese Ambrosio, assieme ai suoi collaboratori; due anni
dopo, rotto il contratto che lo legava allAmbrosio passa alla Gloria

Nel costume di Salom, Borelli viene ritratta dal noto pittore Cesare Tallone e nelle
serie fotografiche di Emilio Sommariva: estremamente popolari per via della loro diffusione
in forma di cartoline.
4
Nel 1913, inoltre, si istituisce in Italia il primo organo di censura per il cinema: lUfficio
centrale di censura deputato alla concessione della licenza di rappresentazione dei film. Questo nostro film ottiene il visto di censura n. 1462 del 1.12.1913.
5
Fu distribuito in Francia, Spagna e negli Stati Uniti rispettivamente con i titoli: Mais mon
amour ne meurt pas!, Pero mi amor no muere, Love Everlasting. Altri titoli in Italia: Ma lamore mio non
muore..., Lamor mio non muore.
3

134

Films, della quale considerato uno dei soci fondatori e dove assunse
la carica di direttore artistico.6
La storia di questo film presto raccontata: un avventuriero, tal Stahr
spacciandosi per un gentiluomo di passaggio nel granducato di Wallenstein, frequenta la casa del colonnello Holbein e ne corteggia la bellissima figlia Elsa (interpretata dalla Borelli). In realt, egli mira a trafugare
i disegni del castello del granducato, ci riesce e subito si eclissa. Il colonnello Holbein non regge al disonore e si suicida mentre a Elsa viene
imposto lesilio. Ripara dunque allestero e con lo pseudonimo di Diana
Cadoleur, ottiene grandi successi, esibendosi come pianista e cantante
in una cittadina della riviera. Qui conosce un giovane aristocratico, Massimiliano (interpretato da Mario Bonnard7), che in incognito essendo il
figlio del granduca, trascorre la convalescenza per una grave malattia;
tra i due nasce una simpatia che presto si trasforma in una travolgente
passione. I due innamorati decidono di concedersi una romantica gita, ai
laghi, e partenza per i laghi recita la didascalia del film che, ovviamente
muto e, ancor ovviamente, in bianco e nero. Il lago il nostro Verbano.
Dalla visone del film sono ben riconoscibili Lesa con il suo lungolago e il
Palazzo Stampa sullo sfondo, ancora riconoscibile il battello a pale Italia
(era stato varato nel 1888 sar demolito negli anni Trenta dello scorso
secolo) che approda a un imbarcadero, probabilmente Stresa con lisola
Il film Ma lamor mio non muore, che dirige nel 1913 con questa casa ritenuto il film pi
significativo della sua carriera. Torna allAmbrosio nel 1914 e lanno dopo fonda una propria
casa di produzione, la Caserini Films, dove dirige vari film tra cui La pantomima della morte e Ma
lamor tuo mi redime. Dal 1916 fino alla morte (1920), lavora ancora alla Cines, dirigendo una
ventina di film di successo tra cui Amore che uccide, Dramma di una notte, La vita e la morte, Passano
gli anni, Sfinge e Tragedia senza lacrime.
7
Mario Bonnard (Roma, 21 giugno 1889 - 22 marzo 1965) regista e attore italiano. Sin
dai tempi del muto attivo in veste di attore, partecipando a numerosi film in ruoli brillanti
e languidi e dando vita a quel personaggio, un tipo di dandy allitaliana che ispirer a Ettore
Petrolini la macchietta del latin-lover Gastone. Petrolini poi sempre nel 1913, appena uscito il
film Lamor mio non muore ne propone una parodia che Marinetti definir un capolavoro: una
vera e propria sinfonia caotica e alogica (cfr. F. T. Marinetti e B. Corra, La risata italiana di
Petrolini, Cangiullo, Balla, Bruno Corra, in LItalia futurista, 1 luglio 1917); i versi della parodia
cos recitano: Tutto muore quaggi! Muore listinto,/ muore il cane, il cavallo ed il cammello/ muore il rospo, la pecora e il capretto/ muore il pesce, il mammifero, luccello,/ muore la
pianta, la radice, il fiore.../ma lamor mio, ma lamor mio non muore!
6

135

Bella sullo sfondo e lindicazione dellimbarco per Arona. Altre localit,


certamente lacustri, non sono state ancora individuate nonostante, nel
caso del sagrato di una chiesa dove avviene lincontro tra i due protagonisti, larchitettura della stessa risulti ben marcata e caratteristica; altre
localit probabilmente legate ai nostri luoghi sono state usate per girare
gli esterni come, ad esempio il passaggio della frontiera o le scene sulla
scalinata di un grande albergo.8
Curiosamente nelle recensioni giornalistiche del tempo si legge gita
sul lago di Locarno forse perch in primo piano in un fotogramma c
un cartello Laveno Locarno Locarno era forse noto pi noto di Laveno e da qui forse quellidentificazione del Verbano con la dicitura lago
di Locarno.
Per continuare la storia ecco che sul battello in navigazione sul Verbano c anche Stahr, lavventuriero che tenta di sedurre nuovamente
Elsa, che lo respinge sdegnata. Lavventuriero poi, per vendicarsi, tornato a Wallenstein sparge la voce che Massimiliano divenuto succube
di unattrice, per di pi figlia del traditore Holbein. Il granduca, saputolo
ordina al figlio di rimpatriare immediatamente. Elsa scopre allora la vera
identit di Massimiliano e non pu pi nascondere quel marchio infamante che purtroppo continua ad accompagnarla. Disperata la donna
abbandona lamante e ritorna alle scene teatrali mentre Massimiliano,
che sente di non poter rinunziare alla donna ed al suo amore, la ritrova
nel teatro ove sta recitando La signora dalle camelie. La scena finale vede
Elsa che si avvelena e muore tra le braccia di Massimiliano, mormorando
la frase che d titolo al film: Ma lamor mio non muore! Questo dunque il
film che inaugura lepoca doro del diva-film, sola stagione (prima del
neorealismo) in cui il cinema italiano abbia saputo imporre una poetica
e uno stile sui mercati internazionali.
La critica del tempo sottolinea positivamente linterpretazione della
Borelli;9 le recensioni su di lei sono dei veri e propri inni di lode tanto
Sono grato per i riconoscimenti a Leonardo Parachini.
Oltre a Lyda Borelli (Elsa Holbein) e a Mario Bonnard (il Principe Massimiliano), altri
interpreti del film sono:Vittorio Rossi Pianelli (il colonnello Julius Holbein), Emilio Petacci (il
colonnello Theubner), Camillo De Riso (limpresario Schaudard), Gian Paolo Rosmino (Moi8
9

136

che Matilde Serao in vari articoli la definisce radiante di belt, singolarmente mutevole, e anche creatura deccezione cos tenera e drammatica, cos sontuosa e cos elegante, mai stata tanto penetrata di verit,
nellamore e nel dolore. Per lei amata e ammirata dal pubblico furono
coniati neologismi come borellismo e borelleggiare per descrivere il
fenomeno di imitazione che aveva scatenato nel pubblico femminile, essendo la sua fama eguagliata forse solo dallaltra divina Francesca Bertini.
storia nota che causa il matrimonio con il conte Vittorio Cini,10
sposato nel 1918, lattrice lascia il mondo dello spettacolo. Ed anche
storia nota che il marito abbia cercato con ogni mezzo di distruggere
tutte le copie dei film interpretati dalla moglie. Per fortuna alcune copie
si sono salvate e proprio utilizzando una di queste il film stato recentemente restaurato a cura della Cineteca di Bologna nel suo laboratorio
Limmagine ritrovata e proiettato lo scorso mese di luglio 2013 nellambito
della manifestazione Cinema ritrovato che si tiene ormai da molti anni, a
Bologna.11 La stessa Fondazione Cineteca di Bologna con Museo del Cinema di Torino ed in collaborazione con Cineteca Italiana ne ha curato
ledizione in DVD, dove sono stati tratti i fotogrammi qui proposti.
se Stahr), Dante Cappelli (il Granduca di Wallenstein), Maria Caserini Gasparini, moglie del
regista (la Granduchessa di Wallenstein), Gentile Miotti, Letizia Quaranta, Felice Metellio, Antonio Monti (un generale). La sceneggiatura di Emiliano Bonetti e di Giovanni Monleone,
mentre la fotografia di Angelo Scalenghe. Curioso che il primo attore, Mario Bonnard, diventato poi produttore cinematografico produce nel 1921 un film, diretto da Wladimiro Apolloni, vagamente ispirato alloriginale del 1913, dal titolo leggermente modificato in Lamor mio
non muore, probabilmente per evitare eventuali noie giudiziarie. Nessuna relazione invece con
il film di Caserini ha invece Lamor mio non muore, prodotto e diretto da Giuseppe Amato
nel 1938, con Alida Valli e i fratelli De Filippo. Il soggetto (di Titina De Filippo) raccontava la
storia di un emigrato che ritorna in patria alla vana ricerca della donna amata.
10
Vittorio Cini (Ferrara 1885 Venezia 1977). Ricchissimo industriale ai suoi tempi
ritenuto uno degli uomini pi ricchi dItalia - e importante politico; anche ministro sotto il
fascismo. Dal matrimonio sono nati Giorgio (nel 1918), morto nel 1949 in un incidente di
volo a Cannes (da allora Vittorio Cini si dedic ad opere di filantropia istituendo tra laltro
la Fondazione Giorgio Cini, centro darte e di cultura, con sede a Venezia e altra istituzione
culturale a Ferrara) e le figlie Minna (1920), e le gemelle Ylda e Yana (1924). In seconde nozze
si sposato con la marchesa Maria Cristina Dal Pozzo di Annone.
11
Un frammento del film di 10 minuti (35mm) proveniente dalla Cineteca Nazionale
(Roma) era gi stato proiettato nel 1994 al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, con
accompagnamento al pianoforte del Maestro Arturo Annechino.

137

Carriera cinematografica dunque molto breve (cinque anni) ma molto intensa racchiusa in dodici film, pi due apparizioni simboliche: una
in Laltro esercito (1918), un documentario di propaganda sullo sforzo
bellico, dove lattrice impersona, nel breve prologo, il personaggio di
Santa Barbara, protettrice delle armi; laltra lanno prima, subito dopo la
disfatta di Caporetto, quando presta la sua austera figura allItalia turrita
in un consolatorio cortometraggio intitolato Per la vittoria e per la pace!12.
Quei dodici film sono praticamente tutti grandi successi: La memoria
dellaltro (1913), La donna nuda (1914), Fior di male (1915), Rapsodia satanica
(1915, con le musiche di Pietro Mascagni), Madame Tallien, (1916, ancora
con la regia di Mario Caserini e Enrico Guazzoni), ecc. e soprattutto
Malombra. Di questo gi si scritto sulla nostra rivista13 ricordando che
questo film prodotto nel 1917 dalla Cines per la regia di Carmine Gallone
(1886-1993), tratto dal romanzo di Fogazzaro, racconta la vicenda di
Marina di Malombra, prigioniera in un castello sul lago di Como14 e che
in parte stato girato sul nostro Verbano. Il restauro del film (avvenuto
nel 1982 sempre grazie alla Cineteca di Bologna) ha permesso di riconoscere alcune immagini dellisola Pescatori, delle cave di Baveno, di una
processione di barche per una festa religiosa sul Verbano, della Rocca di
Angera, del paese di Angera, ecc.
E proprio nella suggestiva cornice della rocca dAngera, allaperto
nel cortile, stato riproposto la sera del 17 luglio 2003 nellambito della
manifestazione Schermi dacqua diretta da Davide Pozzi per conto
della Comunit Montana della Valcuvia (ente ora confluito nella comunit montana Valli del Verbano). Presente alla serata un numeroso pubblico e tra questi anche il giornalista Carlo Peroni originario di Angera ma
da tempo residente a Roma che, con non malcelata emozione ha potuto
riconoscere alcuni luoghi natii e paterni, con precisione e particolarit,
tanto da scrivere poi sul suo giornale le vedute panoramiche pi spettacolari e coinvolgenti sono state girate sul lago Maggiore. In primo luogo
Le dive del silenzio, Le Mani, Genova 2001.
D. Pozzi, G. Pozzi, Le prime immagini del lago Maggiore al cinema, in Verbanus, 24/2003.
14
Il romanzo del Fogazzaro avr poi altre trasposizioni cinematografiche: Malombra del
1942, b/n, di Mario Soldati, con Isa Miranda (girato sul Lago di Como); Malombra del 1984 di
Bruno Gaburro, con Paola Senatore.
12
13

138

ad Angera, con inquadrature che riprendono la maestosa Rocca Borromeo, la collina sottostante allora sistemata a vigna per un vino, per finire
in basso con la suggestiva riva, il famoso viale alberato e il cancello del
caratteristico giardino che fronteggia la casa dellavvocato Pietro Brovelli, allepoca sindaco della ridente cittadina .15
Paesaggi e ambientazioni del resto vengono ammirati fin dalle prime
proiezioni tanto che un critico loda la fotografia di Grimaldi per quel
film Quel castello di Malombra, quelle scene lacustri, quei monti, quelle
darsene, quelle cascate dacqua sono tanti capolavori fotografici quadri
esterni, meravigliosi e di uno splendore fotografico senza precedenti.16
Con una citazione ho iniziato questa comunicazione e con altra citazione, di altro personaggio, chiudo ritenendo che questa sia significativa
di quel periodo e di quel tipo di cinema che secondo un modello dispirazione dannunziana, presenta un mondo di aristocratici e donne fatali
dediti a passioni distruttive e proibite. Salvador Dal racconta infatti:
ricordo quelle donne dal passo vacillante e convulso, le loro mani di naufraghe
dellamore che andavano accarezzando le pareti lungo i corridoi, aggrappandosi alle tende e alle piante, quelle donne la cui scollatura scivolava in continuazione dalle pi nude spalle dello schermo, in una notte senza fine, fra cipressi e
scalinate marmoree. In quellepoca critica e turbolenta dellerotismo, le palme
e le magnolie venivano letteralmente prese a morsi, strappate coi denti da queste donne il cui aspetto fragile e pre-tubercolare non escludeva tuttavia forme
audacemente modellate da una giovinezza precoce e febbricitante.

FINE
Secolo dItalia, 30 luglio 2003.
Tito Alacci (giornalista darte e di teatro di origine dalmata, il suo vero cognome era
Alacevich), nella rivista FILM, 20 febbraio 1917, citato da R. Redi nellarticolo Gli scenografi e
gli operatori nel cinema italiano degli anni dieci in Cinema muto italiano: tecnica e tecnologia, Vol. 2 Brevetti, macchine, mestieri, a cura di M. Canosa, G. Carluccio e F. Villa, Edizioni Carocci, 2006.
In questo testo anche una citazione molto tecnica ma che mi piace riprendere per il richiamo
locale: In Malombra i cieli sono sfondati tranne uno, che gonfio di nubi minacciose. Ma il
bianco accecante della superficie del lago, quando vista da una certa inclinazione, consente
un gioco di controluce di silhoutte nere che si stagliano sullo sfondo chiaro.
15
16

139

Ma lamor mio non muore, film ( 1913); alcune sequenze del film ambientate sul Verbano.

Giorgio Buridan

Da Fatti e persone della mia vita


Carlo Emilio Gadda: visite in settembre
Allora e vi parlo degli anni 37 o 38 si abitava tutti insieme nella
grande villa con parco sulla collina sopra Stresa. La villa era di mio nonno
materno che ci viveva con suo figlio e sua nuora, mentre noi, mio padre,
mia madre, mio fratello e mia sorella, abitavamo in una villa pi piccola,
molto graziosa, che ricordava certo stile eurorientale per strane decorazioni alle finestre (mio padre si era ispirato a disegni decorativi bulgari).
Si viveva dunque in una comunit abbastanza omogenea, con pochi soldi, ma con molto decoro, da vecchi piemontesi. Particolare curioso: tutti
erano laureati ma nessuno mai aveva praticato la professione per la quale
aveva ottenuto la laurea. Cos mio nonno classe 1859 era avvocato ma
si dilettava a costruire case a Torino. Lui le progettava e poi faceva fare
tutti i calcoli statici allamico, ingegner Nigra, figlio di quel conte Giovanni Nigra, ministro della Real Casa nonch cugino di Costantino.
A proposito del Filippo Nigra e mi scuso per la divagazione che
tuttavia mi pare meriti una parentesi Filippo Nigra, detto Pippo, era un
ricco signore che lestate abitava ad Orta, anche lui appassionato di opere
architettoniche. Sicch un giorno annunci a mio nonno che si sarebbe
costruito una villa sulle alture di Orta dove possedeva un vasto terreno.
La fabbrica si svilupp in molti anni, e perch il Nigra era esigente,
e perch si sarebbe trattato di un capolavoro. Tuttavia a noi veniva mantenuto il segreto e la visione era interdetta da un alto muro perimetrale.
Finalmente, dopo tre anni, il Nigra annunci che la sua opera era
compiuta e che lamico Camillo (mio nonno) per primo avrebbe potuto
prenderne visione. Quale sia stata limpressione immediata lo ignoro ma
lo posso immaginare alla vista della villa che tuttora esiste.1
Si tratta di Villa Crespi, dimora moresca dominata da un imponente minareto, voluta

141

Era un grande edificio in stile moresco, una commistione tra il medievaleggiante e lorientale. Pare che mio nonno alla vista abbia esclamato: uno schifo!, con offesa gravissima per lamico ingegnere.
Da bravi piemontesi ancien rgime, non si parlarono e non si salutarono pi per dodici anni, finch la riconciliazione avvenne per opera di
mio nonno che, in possesso di un prezioso crocefisso di un altro amico,
lo scultore Pietro Canonica, decise di erigere proprio dinanzi al cancello
della sua e nostra villa, su progetto di Nigra, un monumento commemorativo che celebrava lincontro, quasi quotidiano in quel punto, tra
Manzoni e Rosmini. Mi scuso per aver divagato.
Insomma, vivevamo allombra del villone nonnesco che aveva ospitato ogni autunno amici illustri, come il commediografo Marco Praga, che
mia madre ricordava con rancore perch, quando era ragazzina, le tirava
le trecce. O Emilio Visconti-Venosta, nonch un eroico esiliato, lungherese Lajos Kossuth, capo della rivoluzione magiara, grande amico di mio
nonno (con cui, per, sovente litigava per dissidi mazziniani). Ed altri tra
i quali (ma come ospite saltuario per il the) il focoso Felice Cavallotti, che
per mio nonno disprezzava definendolo scimunito sciabolatore.
Cos si stava tutti insieme in una estivale comunit stresiana di villeggianti, dominata dalla grande villa del nonno, che ancora oggi si pu
mirare. Era il tempo maledetto del medievalismo fasullo di cui fa ancora
fede il castello di Sem Benelli a Paraggi, con torrette bifore e merlature
predilette dallarchitetto Gino Copped, sul quale gli studenti di architettura avevano scritto un distico irriverente:
Larchitetto Copped
mette i merli anche ai bid.

dallindustriale cotoniero Cristoforo Benigno Crespi (per alcuni anni ebbe una filatura anche a
Baveno) e costruita nel 1879. Le sue biografie assegnano per il progetto allarch. Angelo Colla
con direttore dei lavori larch. Ernesto Pirovano. Non noto quale ruolo possa aver avuto il
Nigra. Probabilmente la memoria non venuta in soccorso di Buridan. Negli anni Trenta la
villa, gi passata di propriet, divenne luogo di soggiorno di capitani dindustria e di membri di
famiglie reali, come Umberto di Savoia. Oggi il noto ristorante hotel Villa Crespi.

142

Giorgio Buridan adolescente

In tale consesso familiare, caro alle tradizioni finottocentesche capitava ad ogni autunno tra le molte visite quella di un oscuro ingegnere,
amico di mia zia Chiara, Carlo Emilio Gadda.
Che fosse il divino ingegnere nessuno lo avrebbe mai dubitato. Sicch,
a met settembre, si spargeva mistericamente la voce: arrivato lEmilio!
Perch, chiamandosi Carlo Emilio, venisse detto da noi lEmilio
proprio non so e ormai tutti quelli che avrebbero potuto chiarirmelo
non vivono pi.
Comunque, lEmilio veniva a Stresa perch parente dellingegner
Fornasini2 che aveva una villa poco sotto la nostra. Cos si aspettava la
visita dellEmilio che veniva da lontano perch abitava a Roma e si diceva
avesse smesso di fare la sua professione per dedicarsi alle lettere.
Compariva di solito allora del the, quando tutta la famiglia si riuniva su un terrazzino dal quale si godeva la vista del lago Maggiore e del
Golfo Borromeo.
Quanto a me, allora ragazzino, pareva un uomo qualsiasi: grosso e,
pi che obeso, flaccido: occupava la poltrona in vimini come qualcosa di
animalesco. Sempre abbigliato in grigio e grigio lui stesso perfino nel
volto pareva un relitto prediluviano rimesso in veste umana per arcane
metempsicosi e si comportava con noi che pure considerava amici
come se provasse vergogna o, in ogni modo, scusandosi per il disturbo
che la sua presenza avrebbe potuto creare.
Lo ricordo pi tardi, verso il 50 o 52, ancora pi bolso e invecchiato.
Le sue conversazioni non avevano proprio niente di letterario: ci diceva
di Roma, citt meravigliosa in cui lui, lombardo anzi milanese (ci teneva a sottolineare la sua milanesit) trovava difficolt nel lavoro perch
metropoli assurda e disordinata al cui confronto lArgentina (dove aveva
passato alcuni anni come ingegnere lavorando per la Societ Fosforera),
pareva ordinatissima e una specie di Svizzera americana.
E poi cominciavano interminabili le lamentazioni che avrebbero
potuto definirsi geremadi. Diceva di non avere pi soldi, di essere quasi
Riccardo Fornasini aveva sposato la sorella di Gadda, Emilia. Su Gadda a Stresa si
vedano in Verbanus 12-1991, pp. 87-105, la nota di Dante Isella Per la novella: Il monumento
di Gutierrez e di Roberto Cicala, Un racconto incompiuto di Gadda e il monumento ai caduti di Stresa.
2

144

sul punto di morire di miseria (il che non era vero perch qualche soldo
di famiglia gli era rimasto). Inoltre aveva iniziato mi pare nel 50 a lavorare alla Rai e poi al Terzo Programma radiofonico, il che gli pareva un
sogno. Diceva, quasi sconvolto: Figuratevi che mi pagano per fare quello che mi piace!. Allora mia zia Chiara gli chiedeva perch si lamentasse.
E lEmilio, quasi con le lacrime agli occhi, replicava: Eh, non si sa mai...
la Rai non sicura... potrebbero anche licenziarmi e allora, come vivrei?
Non era vero affatto perch un elemento come lui al Terzo Programma
se lo tenevano prezioso. Lo si rassicurava ad aver pi fede in s stesso e mio
nonno spirito pragmatico post-risorgimentale (classe 1859) a dirgli: Ma
scusi, Gadda, dal momento che lei ingegnere, perch non fa lingegnere?
Al che lEmilio avrebbe risposto (questo per mi stato riferito da
mia madre perch in quel momento non ero presente): E lei che avvocato, perch non fa lavvocato?
Con risentimento di mio nonno per laudacia dellinattesa replica.
Si prendeva il the con dei pasticcini e verso sera un goccio di ratafi, servito in bicchierini piccolissimi.
Infine lEmilio veniva incoraggiato a riprendere la sua autentica professione di ingegnere: Ma come ti saltato in mente di fare il letterato,
lartista?. E il povero Emilio, umiliato, scusandosi per la sua visita, ci
lasciava con reiterate dichiarazioni di amicizia.
145

Di questuomo straordinario mi rimasta soltanto limmagine di un essere schivo, contrito, annientato dalla sua bolsaggine e dalla sua timidezza.
Un ritratto per niente lusinghiero, lo riconosco, ma cos lho conosciuto vedendolo una decina di volte. Di pi non so. La mia scoperta del
divino ingegnere avvenuta molto pi tardi, quando mi sono imbattuto ne La cognizione del dolore.
Soltanto allora ho capito come, in quellinvolucro di pallida bolsaggine, si nascondesse un vivido ingegno del nostro tempo.
Troppo tardi per me, purtroppo.

Villa Cappa Legora

Villino Buridan

arrivato lAmbasciatore
Non sar forse stato un personaggio di grande rinomanza, ma per me
era come un essere meraviglioso, un amico incantevole.
Si chiamava Ferdinando Persico, fratello di mia zia Chiara,1 ed era della nobile famiglia napoletana dei marchesi Persico, amici e frequentatori
del gruppo Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando e altri dellentourage politico ed intellettuale ex borbonico.
A tale proposito, ricordo una battuta di mia zia Chiara che, parlando di sua madre, mi aveva detto: Era una donna di grande intelligenza,
dama di corte delle Loro Maest. Con ulteriori chiarimenti, le Loro
Maest risultavano gli ultimi Borboni: Ferdinando Secondo e Maria
Teresa Isabella, arciduchessa dAustria. Mia zia era una donna molto
raffinata, brava pianista avendo studiato per anni con il concertista
e compositore Ferruccio Busoni. Quanto al fratello Ferdinando, aveva fatto la carriera diplomatica, ambasciatore a Vienna, poi a Londra,
Mosca e Budapest e, quando io lho conosciuto, prima a Buenos Aires
poi a Manila.
Perch questuomo mi ha sempre colpito e lho tanto ammirato?
Forse per la sua squisita educazione diplomatica e per molte raffinatezze, non soltanto formali, retaggio della sua nobile origine.
***
La villa di Stresa, costruita agli inizi del 1900 da mio nonno materno, insieme alla villa pi piccola dove abitavo con la mia famiglia2,
era sede annuale di lunghissime vacanze che si estendevano dalla fine
di aprile usque ai primi di novembre (con grave pregiudizio per le mie
presenze scolastiche, cosa che non preoccupava i miei che, durante le

Moglie del pittore Giovanni Cappa Legora, zio di Giorgio Buridan.


Gli edifici sorsero su una precedente costruzione detta il Castello a cui fa riferimento
il nome del luogo Poggio al Castello.
1
2

147

assenze, mi facevano frequentare lezioni private da un professore milanese radicatosi a Stresa).


Cos, in questo villone con parco alberato, si passavano mesi, pi o
meno tranquilli perch, sia mio nonno, sia i miei genitori, frequentavano una vasta cerchia di villeggianti e visitatori. Il mese di settembre era
il pi affollato di presenze in villa. Tra gli ospiti, veniva un amico di mia
zia, il fisiologo svizzero Daniel Bovet che nel 1957 fu Premio Nobel
per la medicina e la fisiologia. Era un signore pacato, gentilissimo, di
rapporti molto ossequiosi che, sovente, imbarazzavano mio nonno per
leccesso di formalismi cerimoniosi.
Poi veniva sovente a visitarci lallora Ministro delle Comunicazioni
Antonio Benni, la cui figlia Stefania era molto amica di mia sorella Giulia. Benni era un industriale, padrone della Magneti Marelli e, dovendo
essere fascista per forza, nei rapporti con gli altri faceva come se il
regime non esistesse, anche se le forniture allesercito di batterie e magneti gli fruttavano molto. Era un uomo di poche parole: nato a Cuneo,
era stato presidente della Confederazione dellIndustria e del Banco di
Roma e penso si interessasse soprattutto alla fortuna della sua fabbrica.
Nei rapporti con noi era gentile e, sovente, ci invitava nella sua bella
casa. Il figlio, di poco maggiore della sorella Stefania, era un playboy e
mincantava perch aveva uno degli ultimi modelli della Bugatti-coup
e, una volta, mi aveva portato a fare un giro per dimostrarmi che quella
macchina raggiungeva la velocit vertiginosa di 170 chilometri.
Venne una sola volta il Maresciallo dellAria Italo Balbo, celebre per
la traversata atlantica del 1931, uno dei cosiddetti quadrumviri (ma
mio padre lo chiamava il quadrumane). Divert tutti con unesibizione ininterrotta di barzellette antifasciste anche se quella sua smaniosit
mondana rivelava un assillo di apparire quanto non era (mio nonno
laveva subito definito un villan rifatto). Limpressione ci venne confermata da un invito alla sua villa, situata poco prima dellabitato di
Stresa, tutta arredata in stile novecento ma molto pacchiana.
Ma il the delle cinque che rimase famoso fu quello dei reali di
Spagna, Alfonso XIII di Borbone e della regina Vittoria Eugenia di
Battemberg. In vacanza privata a Stresa, erano stati presentati a mio
padre che li aveva invitati in villa per il the. Per loccasione, ero vesti148

to in modo elegante, con la mia divisa alla marinara e presentato alla


coppia reale, previo inchino a Sua Maest e baciamano alla Regina. I
reali parlavano un ottimo francese e Alfonso XIII si era rivolto a me
per sapere che scuola frequentassi e se mi piacevano le vacanze al lago.
Le mie brevi risposte, in buon francese, li avevano soddisfatti e la
regina mi aveva fatto i complimenti. Ton accent, mon garon, est
tout-a-fait parfait.
Sfortunato Re Alfonso! Due anni dopo quella visita, il 14 aprile
1931, aveva dovuto lasciare la Spagna che si era proclamata repubblica
con a capo il presidente Alcal Zamora.
***
Cerano poi ospiti fissi annuali invitati da mio nonno. Per loccasione nella villa grande, detta il villone, si approntava la camera
verde degli ospiti e si tirava fuori il servizio da tavola di Meissen e la
cristalleria di Boemia.
Arrivava ai primi di settembre con molta pompa, a bordo di una
macchina ministeriale, Sua Eccellenza, nonch Senatore e Accademico
dItalia, Pietro Canonica, scultore esimio presso molte corti europee.3
Erano sue opere celebrate il monumento ad Alessandro Secondo a
Pietroburgo oltre a quelli torinesi allArtigliere (brutto!) e al Cavaliere
dItalia in Piazza Castello. Questultimo monumento ha una vicenda
che merita di essere citata. Il Canonica detto da mio padre il prosopopo per le arie che si dava ospite da tempo della famiglia imperiale russa, aveva fatto parecchi monumenti e altri si disponeva a
farne. Ma, poco prima della rivoluzione, venne consigliato di lasciare
3
Canonica frequent Stresa per molti anni, ospite nella villa della duchessa di Genova,
madre della regina Margherita di Savoia. Lo scultore esegu per la cittadina alcuni monumenti
in bronzo: sul lungolago quelli a Umberto I, allUmile eroe (il mulo, a cui, con scelta
estemporanea, stato aggiunto da alcuni anni un alpino) e alla duchessa di Genova; la targa
con i ritratti di Manzoni e Rosmini alla Villa Ducale oggi Centro Internazionale di Studi
Rosminiani; e il monumento agli stessi allinizio di via Manzoni, che sale al Collegio Rosmini
e alla chiesa del SS. Crocifisso. Nel 1953 lo scultore don a Stresa un nucleo di gessi e marmi
ora collocati in una sala nella sede del Comune. Nel suo saggio su Canonica, Vilma Burba cita
in nota un brano di questo capitolo [http://appuntiretrodatati.blogspot.it/2012/08].

149

la Santa Russia e rimpatri portandosi dietro un cavallo di bronzo destinato a un monumento equestre a chiss chi. Questo quadrupede era
molto grande, della razza del Don, alto di garrese e adatto a cavalieri
di notevole statura. Stabilitosi a Torino, prima di diventare Senatore e
Accademico, il Canonica aveva ricevuto lincarico dal Comune di Torino di fare un monumento al Cavaliere dItalia: quale rara occasione
per far fuori il suo cavallo del Don! Ma, per cavalcarlo, occorreva un
cavaliere alto. Mio padre altezza un metro e novantatr venne invitato da Canonica a far da modello. Ma, con grande collera paterna, lo
scultore, non soltanto effigi in bronzo la figura, ma anche i tratti del
volto sicch, ogni volta che a Torino passo in Piazza Castello, mi pare
di rivedere mio padre e ne resto turbato.
***
Altro ospite fisso a fine settembre, era il fratello di mia zia, il marchese Ferdinando Persico. Diplomatico e ambasciatore, si preannunciava
telefonicamente da lontano (in genere, Londra o Parigi), con stupore di
mio nonno (classe 1859) che diceva: Pensa, parlava da Londra: incredibile! Malgrado lo spazio di mare, si sentiva meglio che con Torino.
Larrivo dellambasciatore era una festa per tutti perch era persona
amabile e interessante. Arrivava verso le undici del mattino e si faceva
scaricare dal taxi al cancello della villa. Lo si sentiva da lontano perch
intonava allegro una sorta di recitativo rossiniano: Eccomi qui! S,
s! Eccomi qui! Allora la famiglia, che lo aspettava, cominciava con il
coro: arrivato lambasciatore con la piuma sul cappello...
Da notarsi che, per anni, aveva sempre provveduto a mettere sui
suoi bellissimi Borsalino una penna, credo di tacchino.
Feste, convenevoli poi, allaperitivo, ci venivano comunicate le ultime
indiscrezioni diplomatiche di Berlino, Londra, Parigi e Mosca. Lambasciatore aveva un tono ilare e gradevole anche quando dava notizie catastrofiche: la Germania hitleriana che continuava ad armarsi; le preoccupazioni inglesi di Chamberlain; le politiche ambigue del Governo Daladier...
Ma, raccontate da lui, parevano quasi un gioco, improntato s al pessimismo ma, infine, ad un savoir vivre che sembrava dimostrare come
150

Il nonno di Buridan, Camillo Cappa Legora, e lo zio pittore, Giovanni Cappa Legora,
con lautista sul lungolago di Stresa.

la politica europea non fosse poi n cos brutta n cos bella da preoccuparsi troppo.
Era una miniera di fatti vissuti o storici: Vittorio Emanuele Orlando,
un piagnone che commuoveva soltanto s stesso; o le avventure sessuali
del Principe di Piemonte Umberto di Savoia. Poi, vita vissuta: lambasciata di Mosca con i microfoni nascosti, i telefoni controllati e la censura su ogni comunicazione con lestero. La sorveglianza, ai tempi staliniani era ossessiva sicch, ad un certo punto, pur sapendo di lasciare un
incarico di grande prestigio, aveva chiesto il trasferimento in Ungheria.
E a Budapest, colpo di fulmine! Innamoramento folle di una bellissima contessa polacca. Matrimonio, giro per lEuropa, puntata a Torino
(dove mio nonno aveva conosciuto lavvenente polacca) poi dopo un
avventuroso scalo aereo a Helsinki (scampati per miracolo a un disastro)
altro colpo di scena: la fulgente polacca aveva un carattere impossibile!
Divisione, poi divorzio con il beneplacito della Farnesina e disapprobanti rampogne della aristocratica famiglia.
Ma i ricordi pi intensi dellambasciatore risalgono alla mia prima in151

fanzia. Avevo, credo, quattro anni e un mattino ero andato a trovare il mio
amico Ferdinando nella camera verde degli ospiti. Era alla scrivania e
leggeva un libro. Gli chiesi che cosa stesse leggendo e mi disse che era
una relazione su un viaggio in Oriente di un esploratore del secolo scorso.
Ma tu mi informai sei mai stato in quei paesi? Sorrise divertito:
Eccome! Ho visitato quasi tutta lAsia e mi sono salvato per miracolo
da un tifone durante la traversata del Golfo del Tonchino.
Era, evidentemente, una sua invenzione ma mi impression molto:
La nave sulla quale viaggiavo era un vecchio veliero, con un equipaggio di
malesi ex-galeotti (che meraviglia, mi pareva di leggere un libro di avventure!). Dimprovviso si scaten un tifone e onde altissime sballottavano la
nave. Ammainate le vele, si andava con la furia dei flutti e unondata aveva
spezzato un albero. Ad un tratto, il capitano grid: Tutti alle pompe!.
La furia marina aveva rotto il fasciame e la nave imbarcava acqua. Tutti si
precipitarono alle pompe a mano quando, allimprovviso, alta sullorizzonte tra nembi neri che galoppavano, vidi una donna bellissima...
La Madonna? chiesi.
No. Non era la Madonna, ma una donna di grande splendore che io
sapevo che ci avrebbe salvati!
E perch?
Perch lavevo molto amata e ancora le volevo bene.
Allora capii che la donna apparsa tra le nuvole doveva essere la sua
contessa polacca.
Cos concluse il tifone si attenu e riuscimmo a riparare in un
porto malese.
***
Per molti anni, lAmbasciatore fu ospite abituale di Stresa. La sua
venuta pareva coincidere con la fine dellestate, anche se lultima quindicina di settembre talvolta ci riservava dolcezze di colori e aure lacuali
crepuscolari e incantevoli.
Quando, dopo lassenza di due anni, ritorn a Stresa, tutta la famiglia
intu che forse quella era lultima visita dellamico Ferdinando. Arriv al
cancello della villa ma non discese dal taxi e si fece portare sino allentrata. Tutti eravamo riuniti per cantargli il solito benvenuto. arrivato
152

lambasciatore..., ma quella volta il motivo ci rest in gola: sul nuovo


bellissimo Borsalino non aveva pi la penna!
Discese con sforzo dalla macchina appoggiandosi al bastone e mascherando in sorriso il dolore: Artrite disse Il clima di Manila
micidiale per i dolori articolari.
Poi, la guerra.
***
E tutto cambi per sempre nella quietosa vacanza stresiana. Non
pi villeggianti ma sfollati per i bombardamenti, soprattutto milanesi;
difficolt economiche, inflazione, tragiche vicende vissute.
La camera verde degli ospiti non venne pi riaperta, il famoso servizio di Meissen e la cristalleria di Boemia, distrutti da uno spezzone
incendiario in una soffitta torinese, i viali del parco trascurati perch il
giardiniere era stato richiamato alle armi.

153

Poco dopo mio padre si ammal gravemente. Io ero partigiano in Val


dOssola e le vicende europee parevano sempre pi disastrose.
Quando, in qualche modo, la famiglia si ricompose, nella hall del villone di Stresa ci fu un brindisi alla fine della guerra, con lultima bottiglia
di Veuve Cliquot rimasta in cantina. Anche il lago pareva deserto: non
pi i tanti motoscafi e le vele che trascorrevano come bianchi gabbiani,
ma il silenzio, il vuoto.
In quel giorno di serenit, ma anche di tristezza, rievocammo tempi trascorsi e il nostro Ambasciatore di cui non avevamo pi notizie, ci
raggiunse con una telefonata da Roma, dove si era stabilito dopo essere
finalmente andato in quiescenza.
Ci diceva di essere ammalato e stanco e, date le difficolt di comunicazione, di non sentirsi lanimo di visitarci a Stresa. La nostra accoglienza gli
mancava molto e, per telefono e con voce debole, accenn il solito motivo.
Disse che aveva gi messo da parte tre bellissime penne da issare sul
suo Borsalino e che nella prossima visita, avremmo potuto ancora accoglierlo cos. Da zia Chiara sapevo che le sue condizioni erano peggiorate
perch lartrite gli aveva dato disturbi al cuore.
Non labbiamo pi rivisto.
Intanto mio nonno, a novantatr anni, ebbe un colpo apoplettico da
cui si riprese soltanto in parte, poi mio padre mor e poco dopo anche il
nonno non resistette ad un secondo attacco.
La grande villa di Stresa con il parco venne venduta da mio zio perch troppo onerosa da mantenere.
La stagione di una insouciante jeunesse era tramontata: gli orrori della
guerra ci avevano cambiato, e in tutti pareva prevalere un senso di stanchezza e di rassegnazione.
Soltanto il vecchio Verbano resisteva impavido alle cupe vicende del
mondo regalandoci le sue bellezze ed i cromatismi pi raffinati.
Anni fa, un giorno di primavera, sono ritornato con mia moglie a Stresa
e sono andato a rivedere la villa, ora di propriet di un chirurgo novarese.
Era una giornata ferica di luci e di fiori, come soltanto il nostro lago
sa donarci.
154

Il lago, per i nativi come me e come Piero Chiara o Vittorio Sereni,


qualcosa di magico e di inesprimibile sono parole di Sereni, che tanto
bene mi comprese quando un giorno gli dissi, convinto, che il Verbano
come una meravigliosa amante infedele che spesso ti tradisce con
procelle e settimane uggiosamente piovorne, poi dimprovviso! si rif
sorridente e fascinosa e tu le perdoni tutto.
Ecco, quel giorno era un incanto. Mediando una buona mancia, avevo ottenuto il permesso dal giardiniere di visitare il parco, spiegandogli
come in quella villa avessi passato parte della mia vita.
Cos rivisitai, seppure dallesterno, la nostra villetta, e tutti i luoghi da
noi battezzati per ritrovarci il buon ritiro dei merli, il viale delledera,
la panchina, la foresta dei bamb e il piazzale, dove, dallalto, si
godeva la vista del lago e del golfo borromeo.
Nonostante la radiosit di quel mattino, ero triste, malinconico: nella
memoria ritrovai linfanzia, la giovinezza, i mesi sereni, le lunghissime
estati, le interminabili vacanze, la mia famiglia, gli amici dispersi... Guardando verso il cancello mi parve di rivivere uno dei tanti arrivi di Ferdinando, con il Borsalino e la penna al vento, e ancora, mi riecheggi il
motivo, tante volte scherzosamente cantato in coro:
arrivato lambasciatore
con la piuma sul cappello...

155

156

Vittorio Sereni e le luci del Verbano


Avvicinare un poeta come sfiorare linesplicabile, linafferrabile, il mistero. Ma conoscere un poeta come Vittorio Sereni gustare latmosfera
di una cultura europea.
Questo non vuole essere un omaggio (che Sereni non avrebbe mai
tollerato), ma soltanto il ricordo di chi stato onorato della sua amicizia.
***
Segrate, Casa Editrice Mondadori, piano 4.
Perch sa, caro Buridan mi diceva un giorno Sereni, quasi arrossendo si figuri che a dirigere la collana degli Audiolibri4 hanno messo
proprio me.
Gli pareva un equivoco, una stranezza, quasi un onore immeritato.
La sua, pi che timidezza, era ritegno di non esporsi in prima persona,
una specie di rifiuto narcisistico.
Ero arrivato alla Mondadori, sezione audiolibri, come esperto di prosa radiofonica dopo aver lavorato ventiquattro anni ai programmi della
RAI. E, dopo un colloquio con il responsabile del settore, avevo firmato
un contratto annuale rinnovabile per parecchie rege con facolt di consulenza redazionale.
Nellufficio della sezione audiolibri stavo parlando con il direttore
commerciale di questioni (che mi interessavano poco) sui costi di in Gli audiolibri Mondadori, annunciati per la fine di ottobre 1976 in libreria, avrebbero
dovuto comprendere nove collane, con Vittorio Sereni direttore di quelle di poesia e letteratura.
Gianfranco De Bosio, uno dei collaboratori, ne chiariva cos la natura: Ogni audiolibro nasce
da una sceneggiatura originale che d spazio al dialogo, agli effetti sonori, alle interviste, alle
voci alle musiche. E Sereni: Si tratta di usare un senso in pi, quello delludito, che in certi
casi pu essere un potenziamento della lettura. Ma gi il 24 novembre 1977 egli scriveva a
Buridan: Era ormai prevedibile che le cose per gli audiolibri prendessero la strada che hanno
preso, cio il vicolo cieco. In proposito ci sarebbero da fare alcuni commenti, anche perch
oramai eravamo in grado di uscire dalla fase sperimentale e sul pi bello abbiamo dovuto
interrompere. Buridan attribuiva la fine degli audiolibri alla Mondadori, non pi disponibile
a finanziarli per investire su altri suoi programmi.
4

157

scatolamento ed etichettatura delle audiocassette, quando entr Sereni,


quasi di soppiatto, timoroso di farsi notare.
Era una sua caratteristica, nota daltronde a tutti, di tentare di mimetizzarsi tutte le volte che doveva incontrare persone sconosciute. Un
funzionario mi aveva istruito: Se arriva Sereni, lei allinizio, faccia finta
di non vederlo per non metterlo a disagio.
Mi ero attenuto alle istruzioni e avevo continuato a parlare di particolari tecniche di registrazione mentre, di tanto in tanto, guardavo Sereni senza farmi accorgere e lo vedevo attento. Ma, pi che altro pareva
seguire un pensiero senza osare manifestarlo sicch, dopo essersi molto
civilmente presentato, si era rivolto a me: Mi scusi, Buridan, lei che
esperto di radiofonia, come valuta la resa sonora di un testo letterario?
Risposi che, certamente, la trasposizione limitativa perch laudioascolto non permette ripensamenti o possibilit di rileggere il testo, ma
che, proprio per questo, ha carattere incredibile di immediatezza.
Sereni annu, ma non pareva convinto: E nel caso della poesia?
Ero intimidito: cosa potevo dire a un poeta? Cercai di farmi coraggio:
Per la poesia diverso. Perch nella lirica la parola supporto ad un insieme di sensazioni. Certo, la lettura poetica pu suscitare, nel migliore dei
casi, un incantamento dovuto alla ritmicit e alla cantabilit del verso,
ma indubbio che lessenza, anche se non si perde del tutto, si attenua.
Giusto, giusto disse soddisfatto. Immediatamente parve vergognarsi della osservazione e quasi sussurrando, aggiunse che desiderava
conoscermi meglio e, se per favore, potevo dedicargli un po di tempo.
Sa, disse faremo una chiacchierata cos, tanto per scambiarci le
nostre letture.
***
Scortato da Sereni che, con eccezionale mancanza di disinvoltura, mi
faceva gli onori di casa, attraversai due piani del grande complesso Mondadori di Segrate progettato da Niemeyer, tutto circondato da laghetti
artificiali e aperto su un paesaggio di vetrate.
Penetrati nel suo spazio-ufficio, avvis la segretaria di non passargli telefonate perch disse Adesso devo parlare con il mio nuovo
158

amico. Fui onorato della qualifica, anche se mi pareva gentilezza di maniera, ma in seguito capii che Sereni era fatto cos e accordava o non
accordava la simpatia per istinto.
La sua scrivania di direttore editoriale era, in pratica, un bunker fatto
di libri. Mucchi in file ordinate sicch lui, l dietro, si sentiva al riparo: era
un modo per occultarsi con il filtro esterno della segretaria.
Venga, venga, si accomodi.
Era il momento di presentargli le mie credenziali. Ma mi ferm con
gesto cortese: Ma io la conosco. Ho letto un suo lavoro teatrale pubblicato dalla Sansoni, La barricata filosofale, e ho visto alcune critiche dei suoi
testi dati a Roma.
E qui, dovrei citare alcuni complimenti che la modestia mi impedisce
di riferire. E continuai: Da tempo la conoscevo attraverso le poesie.
Quali?
Poche, pubblicate in un raccolta insieme ad altri poeti. Si chiamava
Linea lombarda e aveva un bel saggio di Anceschi.
Ah, s, gi: doveva essere del 1952. Sa che lei stato uno dei pochi
a comperarla?
Poi ho letto il bellissimo Diario di Algeria.
Troppo cortese, non merito disse Adesso desidererei un suo
giudizio su un elenco di testi per gli audiolibri. Io di specifici sonori non
ne so niente e lei mi potr aiutare.
Quel primo pomeriggio con Sereni fu delizioso. La sua selezione mi
pareva accuratissima, poi le osservazioni, le predilezioni e le avversioni
erano talmente vicine alle mie da concordare in modo incredibile. Per
manifestai perplessit di fronte ad alcune scelte difficili come una novella di Mann ed un racconto di Kafka. Mi parve, pi che contrariato,
sbalordito: Non ritiene adatti testi di questo livello?
Risposi che mi pareva improbabile che un mezzo cos nuovo potesse
avere successo con scritture complesse. Ma insistette su Mann: Gi, il
fatto commerciale. Eh, s, ha ragione, per, magari, in seguito...
Ci teneva proprio. Affrontammo il primo testo di lancio. Io proponevo un libro di certo valore letterario che si prestava molto alladattamento sonoro: Vol de nuit, di Saint Exupry. Rispose:
159

Gi, certo, vero. Ma vorrei dare unimpronta pi letteraria. Veda:


ho in mente Il deserto dei tartari, del mio povero amico Buzzati. un libro
straordinario.
Straordinario ma difficile. Per, se lei mi lasciasse del tempo...
Tutto il tempo che vuole.
Diciamo, dieci giorni prima di registrare.
Faccia lei. Il problema dei tagli?
Non facile, potrei provarci.
Ci provi. Poi, magari, li vediamo insieme.
Il deserto dei tartari come audiolibro fu un successo. Ma ci avevo lavorato molto con il protagonista e, quando Sereni e gli altri della Mondadori lo ascoltarono senza che fossi presente, mi rifer Sereni che fu un
coro di soddisfazione.5 Seguirono altre rege, alcune difficili, altre meno.
Incontravo sovente Sereni, sempre pi cordiale e amico. Ormai non erano pi riunioni di lavoro, ma si parlava di tutto con deliziosi itinerari
letterari. Mai di poesia, argomento che non osavo trattare. Ma un giorno
fu lui ad accennare ai Canti Orfici di Campana e passammo in rassegna
molta parte della lirica contemporanea.
***
Passai cos un paio danni alla Mondadori e per me fu un duro periodo di lavoro e di transizione perch lasciai ogni collaborazione con la
RAI ed iniziai a lavorare stabilmente per la Radio della Svizzera Italiana.
Loperazione Audiolibri, peraltro, fu un fallimento commerciale:
prezzi troppo elevati delle cassette, scelte difficili e scarsi capitali per lanciare il prodotto. Dopo due anni la Sezione chiuse con un forte passivo.
Da un amico mondadoriano avevo notizie di Sereni e apprendevo
che era sempre pi chiuso e ritroso. Una crescente timidezza pareva isolarlo, sicch i rapporti diventavano difficili.
Un giorno, avevo proposto alla Radio Svizzera una trasmissione culturale intitolata Verbano, un lago letterario: era in pratica, un collage di ci5
Laudiolibro fu realizzato da Buridan su una riduzione di Giovanni Raboni. Alla fine
registrata una intervista colloquio di Buzzati con Silvio Bertoldi.

160

tazioni, illustri o curiose, di tanti letterati, intellettuali e personaggi che


avevano lasciato prose, poesie o diari sulla bellezza del lago Maggiore.
Contavo di concludere la trasmissione con un intervento di Sereni
che, come me, nativo del lago Maggiore, precisamente di Luino.
Gi, ma come osare intervistare Sereni? Proprio lui, emblema vivente del micropanico che, alla vista di un microfono, si sarebbe bloccato?
Mandai avanti per cauti approcci il mio amico Carlo Fruttero, affinch
spiegasse a Sereni che per carit non si trattava di una intervista,
ma di una chiacchierata sul lago. Che non gli avrei fatto domande. Che,
almeno, lo pregavo di leggermi una poesia che amavo: Inverno a Luino.
Inaspettatamente, Sereni acconsent. E partii dunque un mattino per
Segrate insieme a Fruttero, stabilito un appuntamento con Sereni per il
primo pomeriggio.
Ero inquieto, ma mi era venuto in mente come avrei dovuto agire.
Il sistema era di fingere che il microfono non esistesse e, dato che non
potevo nasconderlo, dovevo farglielo dimenticare, come fosse stato un
oggetto, diciamo un portacene. Ma per ottenere questa metamorfosi si
doveva parlare a lungo del lago sino a raggiungere una trasfigurazione
del luogo. A questo punto ero sicuro che la timidezza gli sarebbe passata. Sicuro? Almeno speravo.
***
Con Fruttero salimmo da Sereni. Scherzava con noi ma pareva molto
teso. Ci isolammo in una piccola sala dove piazzai sul tavolo il portatile appoggiando il microfono al supporto e mi arrangiai a fare i livelli (rinunciando allascolto in cuffia) ascoltandolo parlare mentre scambiava facezie
con lamico. Poi arriv il momento e Fruttero si ritir discretamente dicendo che doveva vedere Raboni e che sarebbe ritornato dopo unora. Chiusi
la porta isolante. Disastro! Sereni fissava il microfono con espressione allucinata e atterrita. Pareva un condannato a morte alla vista della ghigliottina:
rassegnato e inerte. Lo vidi ansimare come gli mancasse il fiato.
Allora cominciai a parlare del lago. Gli dissi che ero appassionato di
vela e descrissi certe atmosfere, luci e colori che mi incantavano. Mi sfor161

zavo di dare alla mia descrizione una visualizzazione, come a dipingere


un paesaggio: le rive, le colline, lacqua, i riflessi.
Cominci a sciogliersi. Inizi un racconto di una sua gita in barca
vela con lamico Piero Chiara: di quando era caduto il vento e, privi di
un motore ausiliario, erano rimasti molte ore in mezzo al lago mentre
si faceva notte, le luci cambiavano e, di momento in momento, lacqua
prendeva sfumature incredibili e tutto pareva fantastico e irreale.
Intanto il registratore girava e lavevo coperto con un libro. Poi parlai
della trasmissione che gli avevo mandato in lettura. Gli era piaciuta e mi
faceva molti elogi. Senza avvicinarmi al microfono insinuai una domanda con naturalezza: Perch, secondo lei, in tutti i tempi, intellettuali e
hommes de lettres hanno prediletto il nostro lago?
Lo vidi illuminarsi di nostalgie. Disse esattamente cos (riporto la
trascrizione dal nastro):
Beh, la risposta sarebbe abbastanza facile, soprattutto per chi ha
visto il Verbano e lo ha contemplato dallalto, per esempio ad Agra, verso il confine svizzero. E, naturalmente non si tratta soltanto di questo,
non soltanto un fatto estetico... questo scenario, questa atmosfera particolare, direi che suscitatrice cos, magari vagamente, di un tanto di
mistero. Mistero da cui uno scrittore attirato, evidentemente. Vorrebbe
andare fino in fondo, trovare dietro a tutto questo delle storie che poi
sfuggono, perch questi sono paesi senza storia, non con una storia, per
lo meno clamorosa. Non ci sono stati grandi fatti. Sempre un po fuori
dal mondo, in un certo senso per pare raccolga in s lessenza di varie
altre bellezze, di vari altri luoghi del mondo, ecco.
Fece una pausa e si immerse sempre pi in una visualizzazione delle
atmosfere lacustri: questo, credo, ma naturalmente qui siamo ai limiti
dellindicibile. difficile poi, per uno come noi che ci nato, dire la
ragione profonda che non legata al fatto di essere nato l: il fatto, caso
mai, di avere sentito allinterno di tutto questo le possibilit di certi fantasmi o di certe storie. Poi, la gente del luogo anche abbastanza enigmatica: apparentemente chiusa, scontrosa, e proprio questo fa pensare
che dietro ci siano delle vicende, ci siano dei romanzi non scritti, o ci sia
limpulso a delle poesie che non sono le solite, ecco.
162

Questo discorso improvvisato mi ha sempre colpito. Perch, oltre


alla sua dichiarazione damore per il lago, c nelle frasi il senso sfumato e descrittivamente lirico di Sereni.
Poi lesse la poesia abbastanza male. Stentava a ricomporre latmosfera di ventanni prima. Ma riusc, grazie alla sua voce accattivante, a
rendere quel quid di onirico di certe atmosfere verbanesi.
***
Riporto qui una parte di una sua lettera in cui mi dava notizie della
riduzione di Verbano, un lago letterario in un pezzo di sette cartelle per la
rivista che si pubblicava a Luino. La Rotonda era un periodico letterario
fondato da Sereni insieme a Piero Chiara e a un altro amico, il professor
Barigozzi, e raccoglieva quanto Luino aveva dato sotto forma di immaginazione, di poesia e di storia. Mi scriveva Sereni:
Caro Buridan, sono stato a Luino per la riunione redazionale. Qualche taglio al suo articolo che va benissimo e del quale tutti le siamo
grati potrebbe anche essere fatto, se permette, a mia cura. Ma si
anche considerata la opportunit di pubblicarlo in due puntate. Mi dica
dunque, sinceramente, se la seconda ipotesi le garba.6
Seguiva lapprovazione alle illustrazioni che avevo scelto e la lettera concludeva con: A presto. Grazie ancora e tanti auguri dal suo Vittorio Sereni.
***
Succedono nella vita le cose pi strane e imprevedibili: un giorno
Fruttero mi comunic sbalordito che Sereni stava lavorando a un
documentario televisivo per la RAI sullEgitto. Come era possibile? Lamico mi rifer che Sereni avrebbe diretto le riprese ma che il suo intervento si sarebbe limitato alla voce fuori campo. Ma anche cos il fatto
ci stupiva. Lui, proprio lui, mischiato a una troupe esterna, alle prese
con operatore, fonici, tecnici ...per Sereni pareva deciso a compiere il
6
Verbano: un lago letterario non venne poi pubblicato. La rivista chiuse con il numero 6-1984, anche
per la morte di Sereni. Buridan lo present nel 1993 al concorso Guido Gozzano di Belgirate.

163

grande passo e, anzi, da un paio di mesi si stava minuziosamente documentando sulle civilt egizie.
Una decisione del genere era impensabile e ci venne in mente il dubbio che, allultimo momento, si sarebbe tirato indietro. Tutti naturalmente lo incitavano ad affrontare limpresa e la Mondadori aveva gi in progetto un libro fotografico con il suo commento.
***
La notizia della morte di Sereni mi sconvolse.
Seppi che, da tempo, era malato ma, non volendo rivelare una dfaillance fisica, continuava a lavorare con il consueto scrupolo alla Mondadori.
A Fruttero venne il sospetto che il progettato documentario fosse una
sfida estrema, limporsi una prova definitiva sentendo avvicinarsi la fine.
Sereni se ne and cos, discretamente, comera nella sua natura.
Poi, il coro degli articoli in memoria, la ristampa delle poesie, il rimpianto sincero di amici, colleghi, saggisti, il racconto di F & L (Fruttero
e Lucentini), sul volume La prevalenza del cretino, di un viaggio a Lugano
sotto la neve per unintervista televisiva concordata con il comune amico
Grytzko Mascioni (pag. 319 del volume citato, edito da Mondadori, nel
1985, dal titolo I nottambuli).
***
Finito. Non lavrei incontrato mai pi.
Oggi, rileggendo le liriche, mi sono sentito preso da un senso di
nostalgia. Avrei voluto ancora rivederlo, passare con lui un altro di quei
deliziosi pomeriggi letterari.
Ancora il nastro, e la sua voce gentile in un altro passaggio significativo del registrato che qui trascrivo:
Debbo dire che al lago e sulle colline io sottolineerei molto la presenza delle colline che costeggiano il lago e lo circondano il verde forse pi
intenso che in altri luoghi. un verde vivido, brillante, che richiama molto
lidea dellacqua, della presenza continua dellacqua anche quando non si
vede, e che si riflette scambievolmente tra collina e lago e lago e collina...
164

GIORGIO BURIDAN, commediografo e scrittore, nato a Stresa il 14 settembre 1921. La mamma era Maria Teresa Cappa Legora, sorella del pittore
Giovanni Cappa Legora; il padre Paolo discendeva da antica famiglia di origini francesi, facente capo al filosofo Jean Buridan. Ha trascorso linfanzia e la
giovinezza tra Stresa e Torino: a Stresa, presso la villa del nonno materno Camillo, cresce sereno come egli stesso amava raccontare, superando con vivace
intelligenza, sorridente ironia e ferma determinazione, i condizionamenti di
una malformazione dalla nascita della mano destra; a Torino, dove ha compiuto gli studi classici presso i Padri Gesuiti, ha vissuto fino al 1991, anno in
cui si trasferito a Caraglio, in provincia di Cuneo, dopo la morte della moglie
Alda Nicolini, stresiana nata nella Svizzera Vaudese.
Buridan, sfollato da Torino a Stresa, entra nella Resistenza subito dopo il
25 luglio 1943, aderendo al Partito dAzione; organizza con altri giovani
un gruppo attivo nella rete di informazione clandestina di Ferruccio Parri;
collabora con lamico Renato Boeri nella Missione della Radio Slem paracadutata nel marzo 44 sul Mottarone, portando i messaggi al Comando
Regionale Lombardo a Milano, dove nellabitazione clandestina di Enzo
Boeri, capo dei Servizi Informazioni dellORI [Organizzazione Resistenza Italiana] in collaborazione con lOSS [Office of Strategic Services],
conosce importanti antifascisti come Leo Valiani e Corrado Bonfantini.
Viene poi inviato da Parri come Commissario politico di Brigata per il
Partito dAzione in Val dOssola nella costituenda formazione Valtoce,
al comando di Alfredo Di Dio, che durante la Repubblica dellOssola gli
affida la pubblicazione del volantino della formazione e il collegamento
tra i due fronti della zona liberata (Ornavasso e la Val Vigezzo). Fuggito dal campo dinternamento nella Svizzera, dove si era rifugiato con la
caduta della Repubblica, riprende la lotta armata e la pubblicazione del
giornale Valtoce. Partecipa alla marcia su Milano e riceve il riconoscimento
di Commissario di Raggruppamento delle Divisioni Partigiane Cisalpine.
Nel dopoguerra prende parte alle lotte torinesi per la vittoria della Repubblica e collabora al giornale del Partito dAzione, Nuova Democrazia (diretta
da Carlo Casalegno) e al Bollettino dellUnione Culturale (diretto da Franco
Antonicelli).
Nellottobre del 1957 viene rappresentato a Roma il suo primo atto unico che
ottiene giudizi positivi da parte dei maggiori critici come Anton Giulio Bragaglia, Nicola Chiaromonte e Sandro De Feo. Si dedica in seguito alle traduzioni

165

dal francese; Il rinoceronte (1964), il pi famoso testo di Ionesco ( Einaudi ed.)


rappresentato nella sua traduzione.
Per ventiquattro anni lavora ai programmi culturali di Radio Tre; poi per
ventidue collabora a quelli della Radio della Svizzera Italiana, con radiodrammi documentari, atti unici e sceneggiature. Nel 1976-77 redattore e
regista per la Mondadori di numerosi audiolibri, per le collane Poesia e
Letteratura dirette da Vittorio Sereni. Negli ultimi anni si dedica soprattutto alla narrativa. A Caraglio, insieme ad alcuni amici, fonda un gruppo
teatrale. Qui muore il 28 luglio 2001 e qui lascia il suo archivio, alla cui conoscenza dedicata lattivit dellAssociazione culturale costituitasi nel 2004
con il nome di Teatrino al forno del pane, fondato da Giorgio Buridan.
Due sono i suoi scritti di memorie, finora in gran parte inediti. Fatti e persone della mia vita, stampato in proprio in trenta copie distribuite fra amici,
in tre parti (Anteguerra, Resistenza, Dopoguerra) suddivise in
capitoli, tra cui quello sullincontro a Rapallo, nellestate del 1939, con
Ezra Pound che lo tiranneggi per insegnargli come si deve scrivere, e
quello con Rebora, intitolato Clemente Rebora e la grazia della poesia, che
Microprovincia pubblica nel n. 47-2009 (pp. 221-225), e al quale dedicano loro pagine il Bollettino rosminiano Charitas nel 2008 e il libro
Clemente Rebora. Frammenti di vita, a cura di C. Giovannini (Stresa, ed.ni
Rosminiane, 2013). Degli altri capitoli pubblichiamo qui quelli dedicati a
Gadda, allambasciatore Persico e a Sereni.
In cielo c sempre una stella per me: Diario di guerra partigiana, sar pubblicato
questanno nella ricorrenza del 70 della Repubblica dellOssola, a cura di
Maria Silvia Caffari e Margherita Zucchi. Buridan citato in E. Cefis, Diario, 12.X.44-15.XI.44, a cura di Renata Broggini, in Verbanus 17-1996,
pp. 356-375. La Rivista Cuneo Provincia Granda, nel n. 1, 2002, pubblica insieme a una biografia un importante saggio di Carlo Luigi Torchio
dedicato allo scrittore Buridan :La forza della narrativa. Nel dicembre
2008, gli stato dedicato uno degli incontri dei Gioved culturali stresiani, Il cuore alla libert, lo sguardo al lago: Giorgio Buridan.
(a cura di Maria Silvia Caffari e Giorgio Margarini)

166

Beppe Galli

Piero Chiara, fuoriuscito

Nel racconto Baldassare e Carolina, Piero Chiara manifesta sentimenti di


gratitudine verso la Confederazione Elvetica per laccoglienza data a tanti transfughi italiani tra lautunno del 1943 e la primavera del 1945; non
immaginando un seguito nutrito di pubblicazioni (per vero in maggioranza di parte svizzera), cui oggi anche Verbanus contribuisce, ricorda il
poco che era comparso sin allora:1
qualche ringraziamento ufficiale alla Confederazione, due o tre libri usciti negli
anni immediatamente successivi e subito dimenticati, qualche commemorazione dopo dieci o dopo ventanni, alcuni articoli di giornale e gli incontri pressoch casuali di ex internati che non disdegnano di ricordare quei tempi poco
gloriosi, sono quanto rimasto della fuga in Svizzera di circa quarantamila
italiani, militari e civili, ai tempi dellultima guerra.

Aggiungeva per che un ricordo era stato tramandato nella pietra, in


una cappella votiva costruita a quello scopo.
A guerra finita, dalle parti del Gaggiolo, venne eretta una cappella votiva con una
lapide che ricorda al passeggero il transito doloroso di tanti fuggiaschi in cerca di
salvezza. I promotori delliniziativa, che erano dei superstiti nei quali non si erano
spenti i sentimenti di gratitudine verso la provvidenza divina e la Confederazione
Elvetica (che a quellepoca furono per molti una cosa sola e indistinguibile), pensarono a far collocare la costruzione vicino al margine della strada, appena al di
l del confine italiano, bene in vista, cos che i passanti vi si potessero soffermare
pensosi e reverenti. Ma nessuno degna duno sguardo il tabernacolo e la lapide,
rimasti soffocati e nascosti dalle stazioni di rifornimento sorte oltre confine e
P. Chiara, Le corna del diavolo e altri racconti, Mondadori 1977, pp. 109-113.

167

allineate per chilometri e chilometri, una dopo laltra con le pompe sempre attive
nellerogare benzina agli italiani, che in lunghe code accorrono giornalmente a
riempire i serbatoi delle loro macchine, a comprare sigarette, caff, cioccolata e
quantaltro tollerato dalla tabella doganale e dallocchio annoiato della Guardia
di Finanza. [...] La cappelletta, nascosta dietro le nuove costruzioni e tra i cespugli
irrorati di benzina, nessuno pi la scorge n, scorgendola, vi si avvicina.

La ricerca stata facile. La cappella sta sempre dietro le pompe del


primo distributore che si incontra entrando in Svizzera dal valico di Gaggiolo, in comune di Stabio (cui corrisponde in Italia il comune di Cantello). in buono stato, anche perch il Comune di Stabio nella ricorrenza
del settimo decennio di quellesodo ha voluto rimetterla a nuovo. Ne
riproduciamo limmagine e specialmente lepigrafe commemorativa che
di seguito comunque trascritta.
REGINA DELLA PALESTINA PREGA PER NOI
PER LA SVIZZERA CHE GENTILE ED OSPITALE
ASSISTETTE CENTO E CENTO FIGLI DITALIA
IN VOLONTARIO ESILIO
1943 O TU CHE PASSI RIPETI AVE MARIA 1945

La cappelletta al valico di Gaggiolo

168

Un afflato religioso animava dunque i dedicanti e singolare lappellativo della Madonna in cui forse da riconoscere una allusione al di l della
diversa religione ai tanti, tra i figli dItalia, che erano anche figli dIsraele.
Il racconto di Chiara assai si diffonde sui passaggi di fuggiaschi dal
confine fra gli abitati di Gaggiolo e Clivio, con due episodi agli estremi
temporali dellesodo, che piace ricordare, per la disincantata ironia che lo
scrittore avrebbe riservato anche al proprio espatrio.
[Da Gaggiolo] passarono per primi, l11 settembre 1943, venti prigionieri inglesi
evasi dai campi italiani, seguiti il giorno dopo da ottanta senegalesi, anchessi
provenienti dai campi di concentramento aperti alla proclamazione dellarmistizio. La sera di quello stesso giorno, dal vicino valico della Cantinetta sopra
Ligornetto, entrava in formazione chiusa tutto il reggimento Savoia Cavalleria: 15 ufficiali, 642 sottufficiali e soldati, 316 cavalli, 9 muli. Seguivano 8 autocarri, 2 automobili, 2 motofurgoncini, una motocicletta, 32 biciclette, 4 carrette
e 4 barrocci che portavano, fra laltro, un pacco di sigari toscani, 30 bottigliette
dinchiostro, 2 pompe da bicicletta, un lucchetto, 31 ferri da cavallo, 14 forme
di parmigiano, 13 sacchi di fagioli e 17 sacchi di maccheroni. Le armi erano in
proporzione: 744 fucili, 19 mitragliatrici, pistole, baionette, sciabole e pi di
70.000 cartucce. Cos stando al rapporto del colonnello Bolzani.
[Annota lo stesso Bolzani, con il suo stile stringato e militaresco, un ultimo passaggio,
ormai sul finire della guerra, della vedova di Costanzo Ciano, madre di Galeazzo e quindi consuocera di Mussolini:] allalba del 4-4-45 la Signora Carolina vedova fu Costanzo Ciano,
nata Pini, di Livorno (26-5-83), collaresca dellordine supremo della SS. Annunziata, ha varcato clandestinamente il confine svizzero nella localit di Gaggiolo-Stabio.

***
Nel gennaio 1944 Piero Chiara appena trentenne (era nato a Luino
nel 1913 e se ne celebra quindi il centenario) era stato costretto a fuggire da Varese, dove viveva lavorando presso quel Tribunale, per via di
un mandato di cattura emesso dalla magistratura neofascista. Raggiunse
Luino, per tentare di passar di sfroso la frontiera. Vi riusc con laiuto
di amici fidati e di una guardia di finanza (la rete della frontiera aveva
tanti buchi) e pot raggiungere Ponte Tresa, evitando i controlli militari svizzeri. La traversata del Malcantone, Chiara la raccont 38 anni
dopo ai telespettatori, intervistato nel 1982 da Giorgio Pecorini e Gior169

gio Pellegrini per la trasmissione Reporter della Radiotelevisione della


Svizzera Italiana (Gente di confine, 4.II.1983). Ripreso sul ponte nuovo
dellattuale provinciale Luino Ponte Tresa, vicino ai resti di quello in
ferro della tranvia in quellinizio del 44 ancora in esercizio, raccont al
telecronista:
Mi sono messo in fuga una sera di venerd [21 gennaio]. Sono rimasto nascosto
alla periferia di Luino in casa di svizzeri. L avevo combinato oramai il passaggio con una guardia di finanza che aveva gi fatto passare molti fuggiaschi ebrei
e politici. Ho preso il tram alla periferia di Luino, a Creva, il tram che andava da
Luino a Ponte Tresa, una carrozza unica, alla mattina prima ancora di dellalba al buio e ho chiesto la fermata di Biviglione. La fermata di Biviglione era l.
Io sono sceso proprio a venti metri pi in l e ho percorso la linea ferroviaria
che era completamente coperta di brina, era una mattina dinverno, e sono arrivato in cima al ponte. Qui arrivava il ponte. Cera gi questa specie di sentiero
che portava allattacco di un pi piccolo sentiero che sale fino a Fornasette, ma
qui sul fianco ecco la rete di confine dove allora cera anche qualche campanello la rete era tagliata alla base. Chiss quanti erano passati di qui prima di me.
Questa guardia mi ha sollevato la rete e io ho infilato i piedi, mi sono tolto
un cappotto perch non passavo, ho infilato i piedi, poi mi ha dato dietro il
cappotto, e ho cominciato ad arrampicare in mezzo alle robinie e agli sterpi
per evitare di cadere nei gorghi del Tresa che libero scorre proprio in fondo a
un piccolo burrone. Io sono entrato lass e sono sceso vicino a unombra di
sentiero dove cera il cippo con il segno Italia da una parte e Svizzera dallaltra.
Ho raggiunto invece alcune cascine e poi un paesino, un minuscolo paesino,
con una bella chiesa che in quel momento si illuminava del sole nascente. Ho
saputo dopo che era Crucivaglio una frazione di Cremenaga che sovrasta proprio il ponte sul Tresa e il valico.

Si ferm davanti a una chiesa e vide affacciarsi, oltre il muretto di una


piccola casa, una donna anziana, una di quelle donne che si alzano presto che
era venuta fuori per vedere se era gelata lacqua della fontana. lAurelia che
capisce subito di trovarsi davanti a un fuggiasco e lo invita a entrare nella
sua casa. Presso quella casa, a Crucivaglio, procede il racconto televisivo,
sotto forma di dialogo con la soccorritrice dun tempo, novantaquattrenne, che non sarebbe a lungo sopravvissuta allincontro.
170

A quellacqua di fontana, Chiara chiese di potersi lavare le mani


insanguinate perch mi ero attaccato alle robinie, e lei mha detto Venga

dentro che le d lacqua calda e aveva la stufa economica con il rubinetto e ho


lavato le mani, erano piene di spine. Dopo si alzata sua figlia era presto era la
mattina alle sette mezza forse le otto, e ha cominciato a togliermi le spine c
voluta tutta la mattina, ma era brava a togliere le spine con un ago, poi si alzato suo padre e finalmente io ho detto che ero diretto dal Van, dal Manfrini. E
suo marito ha detto mio fratello Poi alla sera venuto il Van, il Manfrini,
a prendermi e con suo marito e con lei [indicando la figlia] a braccetto come
se fossi il suo fidanzato siamo scesi... perch era pieno di soldati qui, cerano
cinque o seimila soldati dellesercito svizzero che presidiavano la frontiera, e l
passando in mezzo a questi soldati siamo andati sulla macchina della posta che
era guidata dal Crivelli.

Piero Chiara intervistato sul ponte nuovo di Biviglione (filmato RSI 1983)

171

Il dialogo, anche in dialetto, prosegue davanti alla casa del citato Crivelli:
Ma ricordi anca mo adess quela sira de gennar che son vegn s la sua machina el mha
men fino a Puntetresa, nm d. Il Crivelli interviene ricordando di aver accompagnato altri luinesi fra cui - Chiara a suggerirgli i nomi - il geometra
Travasoni che Chiara avrebbe ritrovato a Lugano. Renzo Travasoni, gi dipendente della Banca Popolare di Luino, nel primo dopoguerra sarebbe stato
un protagonista della politica locale, di parte socialista.

A Ponte Tresa Chiara era atteso da un amico fidato, anchegli profugo, che lo accompagn al sicuro, in un bellalbergo del lungo lago di
Lugano, entrando cos a far parte delle decine di migliaia di italiani gi
accolti o che lo sarebbero stati nellospitale Svizzera.
Riassume Renata Broggini:2
Dalle Fornasette di Luino raggiunse Lugano il 23 gennaio Piero Chiara, cancelliere della pretura di Varese, inseguito da ordine di arresto della polizia
fascista per essersi charg de faire disparatre tous les portraits de M. Mussolini au Palais de Justice.

La Broggini cita anche il racconto dellespatrio, fatto in due occasioni


dallo stesso Chiara che mette conto di riprodurre. Il primo del 1981:3
Lalba non si avvertiva ancora nel cielo quando, poggiate le mani sul terreno,
mi drizzai in piedi sul territorio svizzero, dopo aver strisciato lentamente sotto la rete del confine. Erano passati alcuni minuti vuoti, senza emozione, nel
silenzio che un lontano abbaiare di cani faceva pi vasto e quasi misterioso.
Sotto di me gorgogliava il fiume, ancora notturno, con voce sorda o lieve
al mutare del vento. Ascoltai uno dopo laltro i suoni dellaria e mi parvero
nuovi e ostili: li riconobbi lentamente e confortato, cominciai ad inoltrarmi
tra le robinie che mi intralciavano il passo. Non mi accorsi dellalba che trovai
raggiante davanti quando misi piede sul primo sentiero. Invadeva il triangolo
di cielo della valle del Tresa ed io vi andavo incontro veloce, scivolando e
2
R. Broggini, Terra dAsilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943 1945, Il Mulino 1993, p.
105. La citazione deriva da Archivio di Stato Canton Ticino, CB, FI, 21/6, (Chiara), Procs
verbal dinterrogatoire, Bellinzona, 25.1.1944.
3
P. Chiara, Verso lalba, in Helvetia Salve!, Casagrande, Bellinzona 1981, pp. 111 sg.

172

cadendo sul terreno bianco di brina. Superato il canalone del fiume entrai
nei prati e camminai guardingo fino al margine dello stradale che serpeggiava
biancastro nel bruno dei campi. Dopo breve incertezza attraversai di corsa
la strada e il terreno scoperto e, poco dopo, risalito il versante camminavo
leggero e spedito tra le vigne spoglie ai margini dun bosco. Non osavo ancora dirmi che ero in salvo, ma le cose che incontravo, un barattolo vuoto, un
pezzo di giornale, una busta ingiallita, gi salutavano il mio arrivo nel recinto
della salvezza. Trovai presto una mulattiera che mi port sopra un paesello
deserto. Una piccola chiesa, in basso, riceveva sulla facciata il primo sole...
[...] Scesi al villaggio e, davanti alla chiesa, feci la prima sosta. Avevo voltate
le spalle al sole, e di fronte a quel vecchio intonaco e alla porta chiusa quasi
nascondendo la faccia al mondo, mi dissi finalmente che ero in salvo...

Limpianto letterario, abbastanza inconsueto in Chiara, ha tonalit


liriche, la memoria rievoca il quadro di acque e bosco, luci e ombre,
silenzio e suoni, che il fuggiasco introietta gravato da ansia e timori
e riconosce nel suo alone simbolico, lalba che via via fuga le tenebre
come libert sollevata dal gravame duna condizione disumana. Una
seconda narrazione, colloquiale salvo il lampo del parto podalico che
immette alla libert, Chiara la diede nel 1985:4
Vi andai col tram da Luino, dopo essere fuggito da Varese la sera in cui un
mandato di cattura emesso dal tribunale provinciale fascista aveva messo sulle mie tracce la polizia. Mi ero nascosto in casa di amici a Varese, poi avevo
raggiunto Luino di notte, dove mi nascosi in casa di cittadini svizzeri che
avevano unombra quasi di invulnerabilit perch tenevano sulla porta un
avviso che diceva: Questa casa appartiene a cittadini svizzeri, una specie
di extraterritorialit che non serviva a nulla, ma erano gente insospetta. Ho
passato in quella casa due notti e la mattina del 20 gennaio 1944, col tram
che andava a Ponte Tresa e che partiva in piena notte da Luino, sono sceso
alla fermata di Beviglione, dove non scendeva nessuno perch cera la rete
di confine. Con laiuto di una guardia di finanza che mi ha sollevato la rete,
tagliata in quel posto, sono passato in territorio svizzero, entrando proprio
come con un parto podalico, per i piedi, perch non passavo. [] a Ponte
Tresa sono salito sul tram Ponte Tresa Lugano, dove ero atteso da un pro4
Il resoconto che sembra ripreso dalla viva voce comparso in Un confine per la libert: la Resistenza antifascista e la solidariet dei Ticinesi, a cura di Luigi Ambrosoli, ISR, Varese 1985, pp. 21-22.

173

fugo italiano mio amico che era gi al sicuro. Sono stato accompagnato in
uno dei pi begli alberghi del lungolago e ho creduto che avrei potuto restare
fino alla fine della guerra.

Di questi depositi letterari, artistici o anche solo devozionali, filmografici ha bisogno la conoscenza dun tempo sulle cui soglie o
dopo nata la maggioranza di noi.

174

Oscar Ravera, Maria Grazia Cuoghi

Il professor Vittorio Tonolli


a Pallanza

Milano 16 settembre 1913 Verbania Suna 13 marzo 1967*

Da medico a limnologo
I due primi direttori dellIstituto Italiano di Idrobiologia Dottor Marco
De Marchi di Pallanza, i professori Edgardo Baldi1 e Vittorio Tonolli,
pur avendo avuto una formazione professionale molto diversa, erano
uniti da reciproca stima e da sincero affetto; durante la malattia del prof.
Baldi, che nel giro di otto mesi ne caus la morte prematura nellagosto
1951 a soli 52 anni, Tonolli si comport con lui come se fosse stato suo
padre. Baldi fu il primo indimenticato direttore dellIstituto tra il 1939
e il 1951, Tonolli lo segu nella carica dal 1951 al 1967, raccogliendo il
testimone dalle sue stesse mani. I due eminenti scienziati, nonch docenti universitari di limnologia e idrobiologia allUniversit degli Studi di
Milano, provenivano da due mondi diversi: Baldi dallUniversit di Pavia
e Milano dove grazie alla frequentazione diretta con la professoressa
Rina Monti2 in qualit di allievo prima e di assistente poi, era cresciuto a
contatto con i problemi legati allo studio delle acque dolci e dellecosi* Il presente articolo vuole essere una breve traccia dedicata al professor Vittorio Tonolli, secondo direttore
dellIstituto Italiano di Idrobiologia Dott. Marco De Marchi. I ricordi in prima persona di Oscar
Ravera sono qui adattati e integrati da Maria Grazia Cuoghi.
1
Al riguardo vedasi O. Ravera, M. G. Cuoghi, Edgardo Baldi e lIstituto Marco De Marchi di
Pallanza, in Verbanus, 33-2012, pp. 53-76.
2
Rina MONTI STELLA (1871-1937) insigne studiosa e pioniera della Limnologia in
Italia, fu insegnate di Edgardo Baldi allUniversit di Pavia. Prima donna in Italia a salire

175

stema, divenendo uno dei precursori in materia; Tonolli si era laureato in


medicina e chirurgia presso lUniversit degli Studi di Milano3 e quindi
dovette convertire le sue conoscenze scientifiche dal mondo della medicina a quello della limnologia, compiendo un saltonon indifferente.

Vittorio Tonolli al tempo in cui arriv allIstituto (1944).


(Archivio CNR-ISE)

Nel breve ricordo che segue, riferir di alcuni fatti della vita di Vittorio
Tonolli relativi al periodo trascorso allIstituto De Marchi di Pallanza.Tutto
ebbe inizio durante la seconda Guerra Mondiale, quando Vittorio fu arrestato a Milano da una delle milizie fasciste pi temute, la Ettore Muti, con
laccusa di aver svolto attivit sovversiva dimostrata dal possesso di una
radio ricetrasmittente. Questa milizia era ben nota a Milano per la sua malvagit ed efferatezza: praticava la tortura dei prigionieri, rapinava e compiva, in modo del tutto impunito, ogni genere di violenza sulla popolazione.
su una cattedra universitaria, nel 1907 fu infatti nominata docente di Zoologia e Anatomia
Comparata allUniversit di Sassari.
3
Vittorio Tonolli si laure nel 1939 presso lUniversit degli Studi di Milano con una
tesi di Medicina Legale dal titolo Esame critico dei pi recenti metodi di riconoscimento degli ipnotici del
gruppo della malonilurea nei liquidi organici.

176

Non quindi difficile immaginare lo stato di paura vissuto da Tonolli


durante i giorni passati in carcere. Venne rilasciato per non aver commesso il fatto, ma quando gli comunicarono che poteva andarsene, usc
terrorizzato, pensando che lo avrebbero colpito a morte sparandogli alle
spalle come erano soliti fare, per dimostrare cos che il prigioniero era
stato colpito perch tentava la fuga.4
Da questa terribile esperienza ne usc tanto profondamente segnato
da sentire la necessit di fuggire da Milano e giungere a Pallanza dove
la sua famiglia possedeva una villa per le vacanze in localit Castagnola.5
Grazie a conoscenze comuni, per meglio proteggere Vittorio, i coniugi
Tonolli chiesero che potesse essere nascosto presso lIstituto De Marchi.
Giunto in Istituto nel 1944, dopo qualche tempo gli fu chiesto di recarsi presso un gruppo partigiano stanziato sulle alture di Intra per curare
alcuni feriti non solo tra i partigiani ma anche tra i loro prigionieri. Tonolli
vi si rec di buon animo pensando di rendersi utile, cosa che per la sua
coscienza si tramutava in obbligo. In realt scopr che i prigionieri erano
vessati disumanamente, per cui non reggendo in cuor suo alla vista di tali
maltrattamenti (donne e uomini erano stipati e ammassati in scantinati
umidi e bui) decise di non continuare la sua assistenza a quei poveretti.
Egli soffriva al solo vedere la sofferenza altrui fino a divenire impotente,
davanti alla crudelt dei prepotenti di turno, bianchi o neri che fossero.
Tonolli pur essendo laureato in medicina e chirurgia, non esercit
mai realmente la professione, forse per la smisurata empatia che provava
verso il dolore del prossimo, e forse anche perch seppe adattarsi a ci
che la vita gli present in modo cos imprevedibile. I mesi di clandestinit
trascorsi a Pallanza, furono per Tonolli loccasione per decidere del suo
futuro e dedicarsi definitivamente alla ricerca ecologica sulle acque dolci.
Linteresse per tale attivit progrediva costantemente in Tonolli, per
la vivacit dellambiente scientifico che trov presso lIstituto composto
di personalit eccellenti quali: Edgardo Baldi, Adriano Buzzati-Traverso,
Luigi Luca Cavalli-Sforza, Livia Pirocchi, grazie allatmosfera che qui vi
Molti particolari della sua breve e rischiosa prigionia sono descritti in G. E. Hutchinson,
Vittorio Tonolli 1913-67, in Arch. Hydrobiol., 64-1968, pp. 491-495.
5
lattuale Villa Cordelia.
4

177

si respirava, improntata al confronto costruttivo e impegnato volto alla


crescita del progresso scientifico.
Le attivit di campionamento e lesame microscopico del plancton
non poterono che aumentare la sua curiosit per questo mondo reale e
invisibile allocchio umano. Di grande interesse erano senzaltro i problemi legati alle relazioni tra i popolamenti delle comunit planctoniche e
le caratteristiche dellambiente fisico nel quale queste vivono, aspetti che
costituiscono la base dellecologia.
Tonolli comprese subito leccellente qualit del lavoro che si stava
svolgendo allIstituto di Pallanza, pur con grandi limitazioni di mezzi, ai
quali cerc di rimediare offrendo personalmente aiuti economici gi dai
primi tempi della sua presenza.
Terminata la guerra, Tonolli avrebbe potuto tornare a Milano o in
qualunque altro luogo, ma ormai il suo destino era tracciato sulle rive del
Lago Maggiore. Rimase con incarico di ricercatore fino al 1951 quando,
dopo la morte del prof. Baldi, gli succedette alla direzione dellIstituto.
Negli anni 40 Baldi e il suo gruppo di ricercatori stavano sviluppando ricerche sulla micro-evoluzione dei copepodi (micro-crostacei
planctonici); si tentava allora di valutare le differenze genetiche di queste popolazioni, favorendo le ricerche in collaborazione tra genetisti ed
ecologi. Purtroppo per, per analizzare le differenze genetiche in quegli
anni non era ancora possibile disporre di metodi e tecnologie adeguate,
perch queste si sarebbero sviluppate solo pi tardi.
Tuttavia vorrei sottolineare che in quegli anni solo i ricercatori di
Pallanza, guidati dal prof. Baldi, avevano iniziato a intuire limportanza
di percorrere la via della genetica applicata allo studio di specie planctoniche, Tonolli si aggiunse al gruppo di ricerca in questo delicato e stimolante momento.6 Ecco dunque unaltra importante motivazione, che ci
dice a cosa dobbiamo la conversione degli studi di Tonolli dalla medicina
alla limnologia ovvero: lincontro con Baldi e con lambiente dellIstituto
formato da giovani e motivati ricercatori come lui, e, non ultima, una
particolare contingenza storico-scientifica tutta da indagare.
6
Si vedano a tal proposito le informazioni relative allo studio della micro-evoluzione
dello zooplancton dacqua dolce, da me gi trattato in: Edgardo Baldi e lIstituto Marco de Marchi
di Pallanza, Verbanus 33-2012, pp. 53-76.

178

Fu cos che, portato per cause da lui indipendenti a Pallanza dalla


sua Milano, per un tempo che sembrava limitato, sempre in attesa di
farvi ritorno, si trov inaspettatamente a scegliere di rimanere, perch
comprese pian piano che le ricerche scientifiche cui stava partecipando
lo attiravano e coinvolgevano sempre pi.
Va aggiunto un altro elemento per nulla secondario che dovette avere un certo peso nella scelta operata da Tonolli per rimanere a Pallanza,
ossia il fatto di aver incontrato presso lIstituto Livia Pirocchi, allora
giovane assistente del Direttore, che Tonolli spos nellottobre 1950.7

Il carattere di Vittorio
Tratteggiare i lineamenti del carattere di una persona al fine di ricavarne un ritratto il pi possibile vicino al vero, sempre molto arduo
per pi ragioni, tra le quali emerge il confronto con i nostri principi,
che a loro volta possono variare col passare del tempo. Non fa meraviglia che persone diverse tra loro diano valutazioni differenti intorno
alla medesima persona o a un medesimo evento. Dico questo perch
la valutazione che mi accingo a esporre riguardo a Tonolli, a circa 45
anni di distanza dalla sua dipartita, non potr essere completamente oggettiva, anche se proviene dallaver condiviso con lui una decina
danni di intensa attivit di ricerca. Il nostro rapporto era molto cordiale ancorch caratterizzato da sentimenti di reciproca stima e profonda
amicizia: chiedo pertanto di leggere la raccolta di questi miei ricordi
con una certa indulgenza.
Vittorio proveniva da una famiglia milanese molto facoltosa,8 la sua
educazione era stata improntata dai genitori su principi etici molto severi,
era costantemente proteso al miglioramento sia come persona, sia come
ricercatore. Questo spiega la sua inarrestabile laboriosit estesa anche ai
giorni festivi. La domenica mattina, per esempio, era tradizionalmente
7
R. de Bernardi, Livia Tonolli (1909-1985). Scienziata per amore di un lago, in Verbanus
8-1987, pp. 255-262.
8
A tal proposito vedasi G. Armocida, LIstituto Italiano di Idrobiologia Dott. Marco De Marchi
cinquanta anni di ricerche (1938-1988), in Documenta Ist. ital. Idrobiol., 6-1988, pp. 49-63.

179

dedicata al disbrigo della corrispondenza affinch risultasse sempre aggiornata. Questa attivit domenicale richiedeva necessariamente la collaborazione della moglie Livia; ci avveniva per questa semplice attivit
e ancor pi dove entravano in gioco aspetti di massima responsabilit
come la gestione dellIstituto o la scelta delle linee di ricerca scientifica.
Lunione di questa coppia era formidabile, tanto da divenire col tempo
una risorsa davvero unica e rilevante per la vita stessa dellIstituto; essi
collaboravano tra loro spontaneamente tanto nella vita privata quanto
nel lavoro, in perfetta simbiosi, fino a rappresentare limmagine stessa
dellIstituto dentro e fuori dai confini nazionali, e limmagine che offrivano era di grande prestigio, competenza e cordialit. Ancora oggi
ripensando a Livia e Vittorio come coppia di limnologi ma non solo
aggiungerei che ben di rado si assiste al compiersi di una unione di
intenti cos ben assortita come essi ebbero la grazia di realizzare: giorno
dopo giorno divennero una forza per s stessi e per quanti ebbero occasione di incontrarli.
Un altro bellesempio che attesta limportanza data da Vittorio alla
sua attivit di ricercatore nonch di direttore dellIstituto, viene dal
fatto che avesse labitudine di tenere sempre a portata di mano sul suo
comodino a fianco del letto, un piccolo notes dove appuntava le sue
riflessioni o qualche nuova idea che gli sorgesse spontanea durante
occasionali risvegli notturni. Si pu ben dire che il bene dellIstituto
e il progresso della scienza erano tra le sue principali ragioni di vita,
unico momento di riposo vero e proprio era la domenica pomeriggio;
le ferie erano assai rare. Tonolli non coltivava altre passioni al di fuori
del proprio lavoro, leggeva per lo pi libri di letteratura del Sette-Ottocento che gli consigliava Livia, pi preparata umanisticamente rispetto
a lui; poich spesso rimaneva interiormente molto impressionato dalle
vicende dei personaggi sfortunati di alcuni romanzi, non era portato a
coltivare oltre tale passatempo.
Nei suoi modi di fare era naturalmente versato alla semplicit, in caso
di divergenza di vedute era fermo sulle proprie posizioni, ma pronto a
scusarsi umilmente riconoscendo di essersi sbagliato qualora se ne fosse
reso conto.
180

Dalla memoria che fecero di Vittorio i collaboratori dellIstituto


dopo la sua morte si legge: Uomo singolarissimo e straordinario, che come pochi
altri sapeva suscitare al contempo laffetto e il rispetto.9
Sentiva molto profondamente la responsabilit di poter disporre
di uningente ricchezza accumulata gi dal nonno Ausanio e dal padre
Alessandro che avevano fondato e ingrandito una fiorente attivit per la
lavorazione industriale di metalli non ferrosi. La sua sensibilit in fatto
di gestione delle ricchezze personali si tramutava in scrupolo, e quando
veniva a conoscenza di situazioni di bisogno, si adoperava con generosit
per contribuire allappianamento dei problemi sempre in forma nascosta e con un atteggiamento che non ferisse la dignit del beneficiario.
Poteva trattarsi di pagare gli studi a un giovane non abbiente per uno o
pi anni, o di contribuire a un esiguo bilancio familiare, o di soccorrere
qualcuno con problemi economici dovuti a una disgrazia improvvisa o a
un periodo di crisi: Vittorio aiutava chiunque quanto pi poteva. In questo abbiamo di lui uno dei tratti della personalit pi belli e radicati, egli
apparteneva alla piccola schiera di uomini che donano generosamente
senza nulla chiedere, vero amante del prossimo, aveva infatti molti amici,
come dir pi avanti.
Ricordo che Vittorio, con la moglie Livia, intervenne finanziariamente in soccorso del bilancio dellIstituto pi volte lungo tutta la sua vita,
sempre con grande senso di gratuit e responsabilit, guardando ai bisogni del momento e al bene del progresso scientifico.
Egli disprezzava quasi come una colpa il lusso e ogni forma di vanit,
non ammetteva sprechi che riteneva come un cattivo uso del danaro, per
esempio non sopportava le lunghe telefonate, o il riscaldamento indiscriminato dei locali.
Riporto ora un simpatico episodio della sua vita che servir a dimostrare la coerenza con cui agiva in questo senso. Mancavano ormai pochi
giorni alla celebrazione del suo matrimonio con Livia, io frequentavo occasionalmente la casa della famiglia di Vittorio perch invitato a pranzo
da sua madre, la signora Orestina, insieme al caro collega e ricercatore
prof. Adriano Buzzati-Traverso. Ricordo che la madre era allora molto
9 E. Grimaldi, A. Moroni, Vittorio Tonolli, in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 21-1967, pp. 25-36.

181

coinvolta nella cura della cerimonia imminente e teneva particolarmente


agli abiti degli sposi. La signora Orestina era molto affezionata a Livia
e contenta della loro unione. e per il tuo abito Vittorio? chiese un
giorno preoccupata, ed egli le rispose, quasi con distrazione: Ho diversi
vestiti, vedremo di sceglierne uno. Naturalmente questo non tranquillizz affatto la madre, che in dialetto milanese comment: Te ve minga a teu el
rs, te spusi la Livia! El vest el ga de vss neuff e bl (Non vai a raccogliere il
riso, vai a sposarti con Livia! Perci il vestito deve essere nuovo e bello).
Questo ci dice limportanza che Vittorio dava al suo aspetto esteriore.
Il vestito nuovo naturalmente si confezion, Vittorio obbed e mamma
Orestina lo commission a uno dei migliori sarti di Milano come aveva
sognato. Da questo piccolo episodio emerge la diversa visione della vita
che madre e figlio avevano, suppongo per che la grande generosit di
Vittorio verso i bisognosi, almeno in parte, fosse frutto proprio delleducazione materna. So infatti che ella stessa faceva opere di carit visitando
regolarmente le carceri per intrattenersi a dialogare con le persone che vi
erano ristrette; anche con coloro che erano autori di delitti efferati, essa
diceva che non faticava a vedere il lato umano di ciascuno, non riducendoli a mostri come pi spesso la societ usa fare. Poich Orestina
qualche volta dava ai suoi assistiti il proprio recapito, Vittorio e i suoi due
fratelli (una femmina e un maschio) pur apprezzando molto lattivit di
volontariato della madre, tentarono di convincerla a non dare a nessuno
lindirizzo di casa, ma so per certo con scarsissimi risultati.
Orestina fece dono a Livia di un anello con tre gemme che riproducevano il tricolore della bandiera italiana; vi erano uno smeraldo verde,
un opale bianco e un rubino rosso. Livia lo ha sempre indossato simbolicamente ai congressi internazionali. Con questo dono Orestina dimostrava a Livia il suo apprezzamento anche sul piano della professionalit
in quanto donna di scienza, e mi pare di poter affermare che un gesto di
questa portata tra suocera e nuora ben rappresenti lambiente familiare
sereno e armonioso dei Tonolli.
Se la speciale sensibilit di Vittorio verso il prossimo era un tratto del
carattere dovuto allesempio della madre, il rigore e la seriet con cui egli
aveva imparato a organizzare la sua vita sono state probabilmente un esito
dellinfluenza che ebbe su di lui laustera personalit del padre Alessandro.
182

Vittorio mi raccont che nellestate in cui termin gli studi di liceo


classico, insieme al fratello chiese al padre un regalo, egli acconsent a
patto che gli facesseroconoscere la natura della richiesta: Visitare la Sardegna fu la risposta. Il padre accondiscese al desiderio dei due figli, ed
essi ringraziarono il genitore.
Il giorno dellimbarco salirono felici sulla nave con i biglietti procurati dal padre, e solo in quel momento scoprirono loro malgrado che
erano prenotazioni per lultima classe, quella riservata al bestiame, il che
significava compiere il viaggio di attraversamento in mare in compagnia
dei cavalli. Ecco come pap Tonolli viziava i suoi figli.

Vittorio Tonolli, Luigi


Luca Cavalli-Sforza e Livia
Pirocchi in una pausa del
II Simposio internazionale
dedicato alla genetica dei
microrganismi, organizzato
presso lIstituto
nel settembre 1952.
(Archivio CNR-ISE)

Vittorio Tonolli, Livia


Pirocchi Tonolli e
Adriano Buzzati-Traverso
sempre nel 1952.
(Archivio CNR-ISE)

183

Ricercatore
Vittorio giunse allIstituto come detto nel 1944 e le sue prime
pubblicazioni appariranno solo tre anni pi tardi. In breve tempo apprese la sistematica dello zooplancton, in particolare quella dei diaptomidi
(micro-crostacei appartenenti ai Copepodi) aiutato in questo da due rari
esperti: Edgardo Baldi e Livia Pirocchi. Le ricerche sulla sistematica dello zooplancton non avevano solo un significato ecologico, ma offrivano
anche materiale per lo studio della micro-evoluzione dello zooplancton.
Nei primi anni del dopoguerra lattivit dellIstituto era focalizzata
sulle popolazioni dei diaptomidi. Le ricerche si svolgevano in stretta collaborazione tra Baldi, Pirocchi, Buzzati-Traverso e Cavalli-Sforza; i primi due erano esperti limnologi, Buzzati era genetista e Cavalli statistico.
Prendendo parte a queste ricerche multidisciplinari Vittorio completava
la sua preparazione in limnologia.
Dallesame della sua produzione scientifica, si nota che le migliori
pubblicazioni si sviluppano intorno allo studio delle caratteristiche delle popolazioni planctoniche, nonch alle relazioni che intercorrono tra
di loro e lambiente fisico in cui abitano. Tonolli ha dimostrato che le
differenze fenotipiche di un organismo, ovvero linsieme di tutte le sue
caratteristiche fisiche dovute allambiente, sono evidenti non soltanto
tra esemplari della stessa specie osservate in ambienti diversi, ma che
differenze sono presenti anche tra esemplari viventi in un medesimo ambiente. Le ricerche intorno alle differenze fenotipiche della stessa specie
in ambienti diversi sono state realizzate nei laghi della Val Bognanco;
mentre quelle sulle differenze nello stesso ambiente si sono svolte nelle
acque del Lago Maggiore, prendendo in considerazione sciami di Copepodi. Queste osservazioni hanno dimostrato che se lambiente molto
vasto, possibile che pi popolazioni della stessa specie possano differenziarsi allinterno dello stesso ambiente in cui vivono.
La maggior parte degli studi compiuti da Tonolli in argomento di
biologia ed ecologia dei Copepodi si sono svolti in laghi alpini;10 altri am10
Al riguardo vedasi V. Tonolli, Differenziamento micro-geografico in popolazioni planctiche di alta
montagna, in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 3-1947, pp. 271-305. Gli alti laghi della Val Bognanco, parte 1,
in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 3-1947, pp. 185-269. Gli alti laghi della Val Bognanco, parte 2, in Mem.

184

bienti lacustri presso cui ha condotto le sue ricerche limnologiche sono


stati i laghi di Orta, Mergozzo, Ledro, Varese, Lugano, e naturalmente il
Lago Maggiore.
Nel periodo in cui Tonolli ha svolto la propria carriera scientifica la
maggior parte dei biologi che studiavano gli ecosistemi lacustri fossero
essi zoologi o botanici affrontavano i problemi per lo pi da un punto
di vista biologico, trascurando cos lambiente fisico; diversamente da
questi, Tonolli, cos come altri ricercatori, con le sue ricerche dimostr
di aver compreso limportanza che riveste lambiente rispetto alla vita
degli organismi. Ecco perch la sua attenzione si era rivolta ai laghi di
alta montagna, oppure al tempo di residenza dellacqua di un lago nel
lago stesso, come pure allo studio intorno alla circolazione delle acque
nonch alla loro produzione biologica, oppure ancora, allinfluenza della
temperatura sulla distribuzione degli sciami di zooplancton.
Dalla lettura di molte delle sue pubblicazioni si comprende che lattenzione di Tonolli era rivolta principalmente verso la conoscenza dei
problemi dellecologia lacustre in senso stretto, piuttosto che verso lapplicazione di tali conoscenze limnologiche alla soluzione dei problemi
pratici. Va osservato che linquinamento delle acque, cos come lo percepiamo oggi, stava iniziando a mostrare solo allora i suoi primi cupi
scenari. Segno questo che bisognava attendere che si sviluppasse una
sensibilit comune riguardo agli aspetti della salvaguardia ambientale;
iniziatasi in Europa solo sul finire degli anni 60, quando Tonolli terminer non solo le sue ricerche ma purtroppo prematuramente, anche la
sua esperienza terrena.
Ist. ital. Idrobiol., 5-1949, pp. 39-93. Isolation and stability in populations of high altitude Diaptomids, in
La Ricerca Scientifica, 19-1949, pp. 123-127. Ciclo biologico, isolamento e differenziamento stagionale in
popolazioni naturali di un Copepode abitatore di acque alpine (Arctodiaptomus bacillifer Koelb), in Mem. Ist.
ital. Idrobiol., 5-1949, pp. 95-144. Struttura spaziale del popolamento mesoplanctico. Eterogeneit delle
densit dei popolamenti orizzontali e sua variazione in funzione della quota, in Mem. Ist. ital. Idrobiol.,
5-1949, pp. 189-208. Osservazioni sulla biologia ed ecologia di 170 popolamenti zooplanctonici di laghi
italiani di alta quota, in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 6-1951, pp. 53-136. Un nuovo apparecchio per la
cattura di plancton in modo continuo e quantitativo: il Plancton-bar, in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 6-1951,
pp. 193-202. Predazione e selezione in popolamenti a copepodi di acque alpine, in Boll. Zool., 1954-21,
pp. 541-545. Stabilit e produttivit del limnobio alpino, in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 8-1954, pp. 2970. O. RAVERA, V. TONOLLI, Body size and number of eggs in Diaptomids, as related to water renewal
in mountain lakes, in Limnol. Oceanogr., 1-1956, pp. 118-122.

185

Direttore dellIstituto Italiano di Idrobiologia Dottor Marco


De Marchi
Tonolli stato senza dubbio un eccellente ricercatore scientifico di
alto livello internazionale e un direttore che merita tutta la nostra ammirazione. Nel suo ruolo di direttore dIstituto ebbe come obiettivo
principale lo sviluppo delle ricerche, che furono numerose e di ottimo
livello, anche in virt dei contatti e delle collaborazioni con una variegata
schiera di scienziati italiani e stranieri, che a vario titolo frequentavano
lIstituto. Tra questi George Evelyn Hutchinson11 che giunse a Pallanza
una prima volta nel 1949, poi torn nel 1958. Nel 1967 tenne una conferenza in lingua italiana presso lIstituto dal titolo Il Concetto Moderno di
Nicchia Ecologica (Hutchinson 1959) per presentare una sua nuova idea
che divenne successivamente denominata la nicchia Hutchinson.12 Il limnologo americano mantenne costantemente contatti di amicizia con i
coniugi Tonolli.
Tra il 1959 e il 1960 vennero ospitati i coniugi Thomas Edmondson
e Yvette Hardman,13 anche loro divennero amici personali di Livia e Vit George Evelyn Hutchinson (1903-1991) considerato il padre della Limnologia
in America. Dal 1928 fu docente presso il Dipartimento di Zoologia alla Yale University.
Trascorse molto tempo in Italia, cui era affezionato anche per le sue lontane origini piemontesi
(per parte materna): nel 1925 si rec alla Stazione Zoologica di Napoli dove svolse ricerche
di endocrinologia sulla ghiandola branchiale del polpo, negli anni 50 comp altre ricerche
ecologiche recandosi in Sicilia. La sua pubblicazione pi importante la monografia in quattro
volumi intitolata A treatise on limnology (1957-1993), scritta inizialmente per fornire un testo
adatto ai propri studenti universitari. Ricevette prestigiosi riconoscimenti alla carriera, tra
gli altri la Naumann Medal nel 1959 (http://www.limnology.org/committees/naumann_
thienemann.shtml) e il Kyoto Prize nel 1986 (premio giapponese simile negli intenti al
Nobel, riconosce importanti opere nel campo della filosofia, delle arti, della scienza e della
tecnologia). Vedasi anche W. T. Edmondson, Homage to G. Evelyn Hutchinson, in Mem. Ist. ital.
Idrobiol., 49-1991, pp. 1-2.
12
G. E. Hutchinson, Il concetto moderno di nicchia ecologica, in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 111959, pp. 9-22.
13
I coniugi W. Thomas Edmondson e Yvette Hardman erano entrambi limnologi.
Thomas (1916-2000) fu professore emerito di Zoologia presso lUniversit di Washington
e membro della Association for the Sciences of Limnology and Oceanography (ASLO). Scienziato
appassionato e acuto si applic allo studio dei laghi e dei suoi organismi; anche dopo il suo
11

186

torio. Tra i tanti studiosi ricordo ancora: Ramon Margalef14 e Charles


Goldman.15 Tutte queste personalit scientifiche erano di casa allIstituto,
ospiti nei locali della foresteria. Con molti di essi Tonolli ha intrattenuto
per anni una stretta corrispondenza di lavoro e amicizia. Nelle sue lettere
si firmava Toio cos come era confidenzialmente chiamato dai tanti amici.
Tonolli scelse di indirizzare le linee della ricerca scientifica dIstituto
verso studi che affrontassero gli argomenti limnologici a tutto campo,
cio mettendo in relazione le popolazioni di zooplancton con lambiente
fisico e studiarne quindi i condizionamenti e linfluenza che questo operava sulle popolazioni. I programmi di ricerca erano oggetto di discussioni
tra i ricercatori e Tonolli, per valutarne insieme limportanza sul piano
scientifico, i problemi tecnici e lentit dei costi che la ricerca stessa avrebbe comportato; ogni sua decisione era presa solo dopo aver ascoltato il
parere di tutti i collaboratori. Egli prosegu lattivit dellIstituto seguendo la scia del professor Baldi suo predecessore, quindi con la medesima
seriet, aumentando il personale, laccoglienza degli ospiti, gli studenti
laureandi o borsisti. In coerenza con il suo stile, in una parola miglior
lIstituto in ogni suo aspetto per farlo crescere e perch fosse aggiornato
e al passo con gli altri istituti idrobiologici in Europa e America.
ritiro ufficiale dallattivit continu la ricerca. Yvette (1915-2006) fond la prestigiosa rivista
scientifica Limnology and Oceanography attiva ancora oggi.
14
Ramon Margalef (1919-2004) stato professore emerito di Ecologia presso la Facolt
di Biologia dellUniversit di Barcellona. Fu uno degli scienziati spagnoli pi importanti del
Novecento, pubblic dei veri e propri manuali di Ecologia e Limnologia. Ricevette numerosi
premi scientifici, tra cui nel 1989 il Naumann-Thienemann per la Limnologia e la medaglia
doro della Generalitat de Catalunya.
15
Charles Remington Goldman (1930), fu professore di Limnologia e Oceanografia
allUniversit della California; si applicato in particolare allo studio delleutrofizzazione dei
laghi, allimpatto del clima, e comprese per primo limportanza delluso di dati a lungo termine,
estendendo la sua attivit in molte aree del mondo. Tra il 1992 e il 1998 ricopr la carica di vice
presidente della International Society of Limnology (SIL); nellagosto 1998 present al Congresso
Triennale SIL in Irlanda la prestigiosa Baldi Memorial Lectures. Scrittore prolifico, ha pubblicato
quattro libri e oltre 400 articoli scientifici [!]. Nel 1998, in Nuova Zelanda, stato onorato con
il prestigioso premio Albert Einstein World Award of Science. Il Premio Einstein, viene conferito
annualmente a un singolo individuo da un consiglio di scienziati che include 25 Premi Nobel,
riconosce coloro che hanno ottenuto risultati scientifici e tecnologici che hanno avanzato la
comprensione scientifica e di cui lumanit ha beneficiato.

187

Si interessava molto allattivit scientifica di ciascun ricercatore come


se ne fosse coinvolto in prima persona e inseriva il proprio nominativo
alla pubblicazione dei lavori solo nel caso in cui vi avesse contribuito
fattivamente e il suo contributo fosse stato rilevante. Tonolli come limnologo era sempre molto aggiornato.
Sentiva profondamente la responsabilit della sua funzione di direttore, non come uno stato di privilegio, bens come un dovere indifferibile. Era un abile organizzatore e possedeva un senso pratico molto
sviluppato. Aveva assegnato a ciascun ricercatore la responsabilit di determinati ruoli utili allorganizzazione pratica della vita quotidiana dellIstituto, cos vi era chi doveva prendersi cura dei natanti, chi della biblioteca, chi dellofficina, chi degli strumenti per i campionamenti: in questo
modo ottemperava alla mancanza di personale e di risorse economiche,
e ciascuno sentiva pi suo lIstituto.
Al termine dellanno il direttore compilava la Relazione di attivit
che veniva pubblicata sul volume delle Memorie, la rivista scientifica ufficiale dellIstituto fondata da Baldi nel 1942. Nelle sedici relazioni di cui
Tonolli cur la redazione, tra 1951 e 1966, abbiamo un quadro completo
e preciso in ogni pi piccolo particolare della vita dellIstituto di quegli
anni, egli vi si impegn con scrupolo fino alle ultime edizioni nonostante
il suo gi precario stato di salute.
Ancor prima di essere attaccato da un tumore, responsabile della
sua prematura scomparsa a soli 53 anni, Vittorio dovette convivere con
disturbi fisici non indifferenti, tra cui la riduzione di capacit dello stomaco a un terzo. Quando io lo conobbi nel 1949 era gi stato operato
e ricordo che non poteva prendere se non piccoli pasti distribuiti lungo
la giornata. Soffriva inoltre le conseguenze di una poliomielite che lo
colp in giovane et, lasciandogli una leggera modificazione al viso nella
zona della mandibola. Cercava di lavorare come tutti e direi anche pi
degli altri proprio per la sua funzione di direttore; visse senza permettersi nessuna concessione speciale, e anche nellaffrontare la dura malattia
di cancro al sistema linfatico che lo colp negli ultimi sette anni, tutti
noi osservammo ammirati il suo approccio sereno che aveva conservato
verso la vita.
188

Il contratto tra lIstituto Italiano di Idrobiologia e lInternational


Atomic Energy Agency (IAEA)
Nellimmediato dopoguerra, USA, Unione Sovietica e Gran Bretagna effettuarono ben 336 esplosioni nucleari sperimentali nellatmosfera, contaminando cos tutti gli ecosistemi del pianeta attraverso le ricadute radioattive che produssero la cosiddetta radioattivit da fallout. I
rappresentanti di questi tre Paesi, si riunirono a Mosca il 5 agosto 1963
per mettere al bando gli esperimenti nucleari nellatmosfera, nel mare
e nello spazio. Risultato di questo importante incontro fu la firma del
Trattato di Mosca che finora stato rispettato.
In seguito si pens bene di creare unagenzia internazionale autonoma per il controllo della sicurezza nucleare e per lo sviluppo dellenergia
atomica finalizzata unicamente a scopi pacifici. Questa agenzia la International Atomic Energy Agency (IAEA) con sede a Vienna; nacque il 29
luglio 1957 e al 2012 conta 158 Paesi membri.
Nel 1960 lIstituto, attraverso il direttore Tonolli, firm un importante contratto di collaborazione con la IAEA, la finalit dellincarico era
quella di approfondire gli studi sulla distribuzione dei radioisotopi del
fallout16 nei principali comparti biologici che costituiscono lecosistema
Lago Maggiore: benthos,17 plancton, pesci, alghe, macrofite ecc.; oltre
naturalmente allacqua e ai sedimenti del fondale lacustre.
Questo contratto della IAEA con lIstituto, aveva il vantaggio di affidare le ricerche a un gruppo di validi esperti nei diversi campi della
radioecologia del Lago Maggiore. Il programma prevedeva una stretta
collaborazione tra il personale dellIstituto e un gruppo di fisici sanitari
del Centro Comune di Ricerche (EURATOM)18 di Ispra. I risultati di
16
I radioisotopi del fallout sono le particelle di ricaduta del materiale radioattivo che hanno
subito la contaminazione durante unesplosione.
17
Il benthos rappresentato da quegli organismi acquatici dacqua dolce o marina, che
vivono a contatto con il fondo o vi sono fissati attraverso un substrato solido.
18
La Comunit Europea per lEnergia Atomica (CEEA) o EURATOM unorganizzazione
internazionale istituita a Roma il 25 marzo 1957 per coordinare i programmi di ricerca dei
Paesi membri della Comunit Europea relativamente allenergia nucleare, per assicurarne un
uso prettamente pacifico.

189

queste ricerche di radioecologia furono soddisfacenti e in parte pubblicati su riviste a carattere scientifico di livello internazionale.
La collaborazione tra Istituto ed EURATOM non cessata con la
fine del contratto, ma continuata negli anni successivi incentrandosi
non pi unicamente sulla contaminazione radioattiva ma allargandosi ad
altre forme di inquinamento ambientale.

La ricerca interdisciplinare
Dal 1940 a oggi sono stati sviluppati i concetti fondamentali dellecologia generale dando cos a questa disciplina una sua identit nettamente
distinta dalle scienze da cui ha avuto origine. Nellarco di questi 70 anni
circa, lo studio delle acque dolci o acque interne, ha affrontato importanti temi quali la dinamica delle popolazioni, le associazioni vegetali, le
catene e le reti trofiche e soprattutto, lecosistema.
Intorno alla met del Novecento si fece sempre pi strada lesigenza
di uninterazione tra i diversi campi di ricerca ecologica di base con le
relative applicazioni, e linterpretazione dei fenomeni ecologici a partire
dai concetti peculiari di altre discipline come la termodinamica, la statistica, la cibernetica, la genetica, lanalisi dei sistemi, ladozione dei metodi
della chimica, della fisica e delle scienze della Terra. Sono, quelle elencate, solo alcune delle scienze che si possono applicare contemporaneamente nel corso di una ricerca sullambiente, tanto che la pubblicazione
di un lavoro scientifico pu superare il centinaio di nomi tra gli autori,
come accaduto per il lavoro di Jan Schipper pubblicato sullautorevole
rivista Science nel 2008.19
Tre ricerche condotte sul Lago Maggiore, possono ben rappresentare questo modo di fare ricerca da parte dellIstituto De Marchi negli anni
in cui fu direttore Tonolli.
La prima di queste aveva come scopo la valutazione delle interrelazioni tra zooplancton e benthos in considerazione di alcune variabili fisi19
J. Schipper e altri, The status of the Worlds land and marine mammals: diversity, threat, and
knowledge in Science 322-2008, pp. 225-230.

190

che e chimiche dellacqua e dei sedimenti.20 Particolare attenzione veniva


data alle variazioni stagionali e alle differenze tra le diverse profondit in
un range compreso tra i 30 e i 300 m di profondit.
La seconda ricerca interdisciplinare promossa da Tonolli, riguardava
la distribuzione dellattivit dei radioisotopi da fallout nei diversi compartimenti del Lago Maggiore: acqua, sedimenti, fitoplancton, macrofite,
zooplancton, molluschi, macro-invertebrati e pesci. Dalla stretta collaborazione che ci fu tra ecologi e fisici sanitari, risulta evidente il taglio
interdisciplinare con cui stata realizzata tutta lattivit scientifica. Ricerche di radioecologia di questo tipo hanno dato notevoli contributi per
la conoscenza e la protezione dellambiente; infatti grazie alle caratteristiche dei radioisotopi, che rivelano concentrazioni infinitesimali di sostanze inquinanti, stato possibile monitorare la distribuzione, la qualit
e quantit di queste sostanze nei diversi compartimenti dellecosistema,
mentre attraverso le usuali analisi chimiche avremmo avuto esiti scientifici insufficienti e inadeguati. Un valido esempio al riguardo rappresentato dagli studi intorno alla produzione primaria del fitoplancton
misurata con il carbonio-14 (o radiocarbonio,14C, un isotopo radioattivo
del carbonio).
Il terzo esempio di collaborazione tra ricercatori di discipline diverse,
quello relativo allo studio che mirava a conoscere il tempo impiegato
dal Lago Maggiore per ricambiare il proprio volume dacqua. Lesito dello studio riportato nel lavoro apparso sulle Memorie dellIstituto a firma
di Roberto Piontelli, fisico, e di Vittorio Tonolli, limnologo.21
Oggi la sinergia tra ricercatori competenti in ambiti della scienza
molto diversi tra loro una consuetudine irrinunciabile dettata dallesperienza pratica e dalle esigenze di completezza della ricerca stessa; lapproccio multidisciplinare alla ricerca, specie in campo ambientale, esige il
coinvolgimento di pi specialisti contemporaneamente. Negli anni 195167 in cui Tonolli oper, lo svolgimento dellattivit scientifica interdi20
C. Corbella, N. Della Croce, O. Ravera, Plancton, benthos e chimismo delle acque e dei
sedimenti in un lago profondo (Lago Maggiore), in Mem. Ist. ital. Idrobiol., 9-1956, pp. 125-262.
21
R. Piontelli, V. Tonolli, Il tempo di residenza delle acque lacustri in relazione ai fenomeni
di arricchimento in sostanze immesse, con particolare riguardo al Lago Maggiore, in Mem. Ist. ital.
Idrobiol., 17-1964, pp. 247-266.

191

sciplinare non era per nulla cos scontato, si consideri che nel resto del
mondo questo approccio alla ricerca scientifica era adottato da istituti di
livello internazionale, dotati di molto personale severamente selezionato
(sia ricercatori, sia tecnici) e che potevano disporre di notevoli mezzi
finanziari; mentre sappiamo che Tonolli dovette costantemente confrontarsi con scarsit di personale, pur di grande competenza, e di mezzi; il
suo operato perci maggiormente apprezzabile. Tonolli ebbe il merito
di saper dirigere e organizzare in modo qualificato programmi multidisciplinari per affrontare problemi di notevole importanza.

La barca in ferro
Lattaccamento del limnologo al natante usato per i campionamenti
proverbiale: ricordo due acquisti di natanti fatti dallIstituto proprio nel
primo dopo guerra, una barca in ferro e una jeep-anfibio.
Il primo fu lacquisizione quasi totalmente gratuita di una barca in ferro proveniente dal ponte di barche di Sesto Calende, utilizzato provvisoriamente durante la guerra, dopo che la struttura fissa del ponte originale
- eretta nel 1891 - andasse distrutta il 17 giugno 1940 in seguito al bombardamento dalla RAF (Royal Air Force). Una volta che il nuovo ponte venne
ultimato, queste barche divennero un residuato bellico e quindi vendibili.
Giunta in Istituto, la rustica imbarcazione fu apprezzata per la sua
solidit e spaziosit, ma soprattutto per la possibilit che dava di sistemare a poppa un potente motore. Ciascuno vedeva nel nuovo natante un
utile strumento per le proprie ricerche.
Una volta sistemata la barca con il materiale per i campionamenti,
la si immise finalmente sulle acque del Lago Maggiore; tra la trepidante
emozione di tutti si accese il motore ed essa prese il largo mantenendo la
direzione programmata. Cera per un unico imprevisto: la barca priva di
chiglia, batteva con forza la superficie dellacqua generando un costante
beccheggio prora-poppa ampio e vigoroso, e anche quando lazione delle onde era nulla, era impossibile procedere se non lentissimamente. A
causa di ci lentusiasmo dei ricercatori si era gradualmente moderato e
192

sostituito solo da quello di un gruppo di ragazzini che dalla riva ammiravano con sorpresa e curiosit linusitato comportamento della singolare
imbarcazione. Inutile dire che si decise di proseguire le proprie amate
ricerche tornando a utilizzare lunico piccolo vecchio natante allora disponibile in Istituto. Per la modernit si doveva attendere.
Al termine di questo breve aneddoto interessante notare che, comunque siano andate le cose con il vituperato arnese galleggiante, una
ricerca sul Lago Maggiore si comunque potuta realizzare la prima
di questo tipo per allora ossia uno studio sulle relazioni tra plancton,
benthos e chimica delle acque. Gli autori di detto lavoro furono: la dr.ssa
Carla Corbella, il prof. Norberto Della Croce e il sottoscritto.22

La jeep-anfibio
Laltro memorabile acquisto effettuato dallIstituto fu ancora un residuato bellico consistente in una jeep-anfibio di origine e fabbricazione statunitense, probabilmente proveniente addirittura dalloperazione
dello sbarco in Normandia: non so bene attraverso quale canale ci sia
potuto avvenire, ricordo per che in quel tempo sul mercato di Napoli
erano in vendita diversi articoli del genere.
Dal punto di vista pratico, questa vettura non presentava difficolt a
entrare e uscire da un corpo dacqua, essendo provvista di un motore e
di unelica; per lIstituto rappresentava la soluzione ideale allo svolgimento delle attivit di campionamento limnologico.
In effetti su strada allasciutto, questo ibrido tecnologico non palesava inconvenienti degni di nota, anche in acqua tutto filava per il meglio;
i problemi veri nascevano quando si rendeva necessario entrare o uscire
dalle acque del lago, precisamente nel tentativo di superamento della
fascia costiera che, com noto, spesso non presenta la necessaria consistenza o inclinazione desiderate. Questa fase richiedeva la ripetizione
di accurate manovre, i cui effetti pratici non sempre erano cos scontati.
Insomma non era adatta a qualsiasi pilota, tant che sia su strada sia in
C. Corbella, N. Della Croce, O. Ravera, cit.

22

193

acqua, alla guida di questo anfibio non ho visto altri che non fosse il prof.
Tonolli. Per qualche tempo la jeep fu utilizzata dai ricercatori soprattutto
per i campionamenti dello zooplancton nei laghi Maggiore e Mergozzo.
Anche per quanto concerne questo investimento non si tard a comprenderne linadeguatezza, in quanto spesso si doveva registrare qualche
guasto, forse conseguenza delle dure prove cui era gi stata sottoposta
dalle truppe americane, o forse ancora per la vetust del mezzo. Infatti,
immancabilmente, al rientro dai campionamenti sul lago non la si ritirava
sotto la tettoia nel cortile dIstituto, ma la si lasciava direttamente alla
vicina officina meccanica del sig. Spanazzi. Fu giocoforza che la gloriosa
jeep venisse finalmente sostituita appena possibile da un motoscafo sapientemente attrezzato per le ricerche limnologiche.

Un nuovo strumento: il plancton-bar


Il professor Tonolli amava adattare gli strumenti di laboratorio o di
campionamento, secondo le esigenze pi diverse. Nellepisodio che vado
a narrare, si tratta non solo di un adattamento, ma di uninvenzione vera
e propria, in quanto retta da una nuova idea.23
Per il campionamento dello zooplancton oceanico viene utilizzato
il Continuous Plankton Recorder (CPR); esso ha indubbi vantaggi, ma per
ricerche planctoniche nelle acque interne presenta alcuni inconvenienti,
poich qui gli spazi sono pi modesti. Le raccolte con il CPR richiedono
mezzi di ancoraggio e trasporto difficilmente disponibili nei laghi; il volume di acqua raccolta insieme allo zooplancton nei singoli campioni
sovente insufficiente per poterne valutare la reale densit di popolazione
delle diverse specie; e infine indispensabile che il CPR venga utilizzato
da personale esperto per lidentificazione e il conteggio dei planctonti
in quanto questi subiscono un certo danneggiamento durante le fasi del
campionamento stesso.
Sulla base di queste considerazioni Tonolli invent un nuovo apparecchio per la raccolta quantitativa e qualitativa dello zooplancton dacqua
V. Tonolli, Un nuovo apparecchio, cit.

23

194

dolce. Luso di questo strumento abolisce, o minimizza gli inconvenienti


del Plankton Recorder e presenta nuovi vantaggi proprio perch studiato
specificamente per essere adottato nelle pescate delle acque interne.
Lo strumento inventato da Tonolli fu chiamato plancton-bar e sebbene
oggi non sia pi in uso, va detto che il suo utilizzo ha contribuito validamente allo studio dello zooplancton del Lago Maggiore negli anni 50
portando a risultati molto soddisfacenti ancorch attendibili sul piano
della ricerca scientifica, poich il campionamento continuo di quantit statisticamente significative di zooplancton a una serie di profondit
diverse, ha permesso di valutare le dimensioni e la composizione degli
sciami di zooplancton del lago.

Ricordare Vittorio Tonolli


Mi avvio alla conclusione e vorrei terminare questi miei ricordi attraverso le parole espresse da altri colleghi dellIstituto che, come me,
hanno avuto la fortuna di conoscere Tonolli personalmente. A questo
scopo citer un toccante paragrafo estratto dalla memoria prof. Ettore
Grimaldi in morte di Vittorio Tonolli, pubblicata nel volume 21 delle
Memorie, dove a nome di tutto lIstituto, riporta una frase significativa
detta da Tonolli poco tempo prima di lasciarci:
Sono state, quelle conversazioni pacate e serene,
nelloscurit di una sera di sabato, risonate nel sibilo del Mergozzo24
o nella chiara luce di una mattina domenicale,
il massimo dono che Egli ci ha fatto.
Perch fu soprattutto in quelle ore di rispettosa familiarit che Egli ci ha proposto,
con semplicit e convinzione, quella sua nobile concezione della vita quale:
Irripetibile opportunit che ci viene data
di edificare la nostra dignit di uomini,
anche a prezzo di qualsiasi sacrificio e rinuncia.
Ed Egli ben sapeva ci che diceva,
24
Il Mergozzo un vento tipico del Lago Maggiore che spira in direzione N/N-W
provenendo appunto dal Lago di Mergozzo.

195

nella totale consapevolezza dellimminente conclusione della Sua vicenda terrena.

Alla sua morte chiese di essere rivestito semplicemente con un lenzuolo, questo ultimo gesto che ancor oggi lamico Ettore Grimaldi ricorda con viva commozione, delinea i tratti della personalit e lo stile
coerente di Vittorio Tonolli: uomo di scienza, docente universitario, indimenticato direttore dellIstituto De Marchi, marito inseparabile, amico
amabile, ma soprattutto persona dal carattere mite, dalla rara sensibilit
danimo, ricco di vera umanit verso tutti, dai modi semplici, cordiali e
umili, benefattore discreto e silenzioso. Non possiamo che ammirarne le
qualit di uomo prima ancora di quelle di scienziato.25
In questo mio breve intervento sulla figura di Vittorio Tonolli, ho
ritenuto utile farne conoscere ci che lo caratterizz e lo distinse ai miei
occhi. Tra le tante personalit del mondo scientifico e accademico che ho
avuto la fortuna di frequentare, Vittorio una stella di questo firmamento
che ha illuminato i suoi contemporanei e vorrei tanto che il suo esempio
continuasse a essere un riferimento anche per le generazioni a venire.
Aggiungo per concludere un ultimo particolare, ossia il fatto che ledificio della sede dellIstituto (oggi Istituto per lo Studio degli Ecosistemi del
Consiglio Nazionale delle Ricerche), che come noto si trova sul lungolago
di Pallanza, ubicato al toponimo Largo Vittorio Tonolli: anche questo
uno dei tanti modi di ricordare degnamente il Professore, un omaggio
attribuito da parte della comunit verbanese di cui lIstituto orgoglioso.

Altri articoli che delineano la figura di Vittorio Tonolli: G. P. Moretti, Commemorazione


di Vittorio Tonolli alla S.I.B. 24-V-1967, in Archivio Botanico e Biogeografico Italiano, 431967, 4a Serie 12(4), pp. 271-279. E. A. Pora. Vittorio Tonolli, 1913-1967, in Studia Univ.
Babes-Bolyai, ser. Biol., 2-1968, pp. 139-140. C. R. Goldman, Vittorio Tonolli 19131967, in
Internat. Revue Ges. Hydrobiol., 53-1968, pp. 807-808.
25

196

storia

Pierangelo Frigerio

Le origini lombarde
di Bartolomeo Scappi

cuoco nella Roma dei papi (XVI sec.)

Bartolomeo Scappi era noto urbi come cuoco di papi ed noto orbi per il
suo trattato di cucina, il pi autorevole del tardo Rinascimento:
opera di m. bartolomeo scappi cuoco segreto di papa pio v divisa in sei libri [...]
col privilegio del Sommo Pontefice Papa Pio V et dellillustrissimo Senato Veneto per anni
XX [...] in venetia appresso Michele Tramezzino .M D LXX.

Nel 1570 Scappi era dunque cuoco segreto, vale a dire privato, di papa
Ghislieri, Pio V, che con il Senato veneto e Cosimo granduca di Toscana lo gratificarono con il copyright ventennale, dal papa ribadito con
la comminatoria di scomunica in Italia e fuori dItalia. Sino agli ultimi
anni 90 tutto quello che si conosceva dello Scappi derivava dallOpera stessa. Studiosi di rilievo avevano tentato di individuare il suo luogo
dorigine e le radici della sua cultura cucinaria, via via trovati in Venezia
o in Bologna, come sostenuto da Giancarlo Roversi nella introduzione
alla ristampa anastatica dellOpera presso Arnaldo Forni (1981), senza
deflettere nelledizione 2002, dopo che nel 1994 una fortunata trouvaille
aveva consentito allo scrivente di porre le basi per riconoscere a Scappi
lorigine da Dumenza, presso Luino. Il comune di Dumenza riunisce
oggi gli antichi abitati di Dumenza con Trezzo (il pi popoloso), Runo
con Stivigliano (sede della antica chiesa parrocchiale di San Giorgio e del
199

municipio) e Cossano (ora Due Cossani, nel secolo passato costituito in


parrocchia autonoma).1

Gli Scappi di Dumenza


Promosse la ricerca una epigrafe (su intonaco a stucco e non su lapide come si spesso scritto), apposta a un pilastro nella navata destra
della chiesa di San Giorgio, la cui interpretazione mi era stata richiesta
dal parroco del tempo, don Giuseppe Parapini. Non inutile dare una
lettura critica del testo (talora scorretto: hebdemoda per hebdomada; duo per
duos; Cesar per Caesar):
GREGORII XIII PONTificis MAXimi
SIGNIFER
COMES PALATINVS LATERANENSIS ET AEQVES
BARTHOlomaeus SCLAPIVS
AEDEM HANC PERENNI DOTE HONESTAVIT
OBSTRINXITQue
AD VNAM SINGVLA QVAQue HEBDEMODA MISSAM
DVO QVOQue ANnuales Missarum V
[Mancano 3-4 righe, nelle quali certo si elencavano altri legati testamentari,
abrase e sovrascritte per commemorare la consacrazione della chiesa, avvenuta
nel 1581 ad opera dellarcivescovo Carlo Borromeo; linserzione sembra posteriore al 1610 in cui il Borromeo fu beatificato e pot dirsi santo]

Deo Optimo Maximo AC DIVO GEORGIO


Sanctus CAROLVS AEDEM HANC CVM ALTARI
ET COEMETerio DICAVIT Anno 1581 DIE 26 LVLII
P. Frigerio, Uno Scappi tira laltro, Il Rond. Almanacco di Luino e dintorni per il 1995,
n. 7, novembre 1994, pp. 121-135. Il titolo si riferisce allaccertamento, fatto nel 1993 da
Vittorio Pini e Grazioso Sironi, delle medesime origini per un altro Scappi, Bernardino, il
grande pittore noto come Bernardino Luini. Va dato atto a Pini di avere in una rivista di
gastronomia proposto linterrogativo circa la possibile conterraneit di Bartolomeo, senza
tuttavia avere gli argomenti per provarla.
1

200

[Lepigrafe originaria si completa con due righe, lultima riferita al curato Asconino, gi in carica nel 1578 dellesecuzione testamentaria, demandata a Cesare
Brioschi, nipote dello Scappi]

CESAR BRIVSCVS NEPos et COHAERES Fieri Fecit


CVRato Presbitero Baptista ASCONINO
In lingua volgare: il signifero del sommo pontefice Gregorio XIII, conte palatino
lateranense e cavaliere Bartolomeo Scappi onor questa chiesa con dote perenne,
leg una messa ogni settimana e anche due annuali di cinque messe ...... Fece porre Cesare Brioschi nipote e coerede, essendo parroco Battista Asconino.

Le cariche attribuite relative a una minore nobilt della corte pontificia e il servizio reso a papa Gregorio XIII sembravano compatibili con
il ruolo svolto da Scappi sino al 1570. Tuttavia la manipolazione dellepigrafe e la mancanza duna datazione precisa, imponevano prudenza. Ogni
dubbio cadde ritrovando presso lArchivio storico diocesano di Milano
una petizione, rivolta nel luglio 1578 al Vicario generale della diocesi da
quel Cesare Brioschi che figura in calce allepigrafe e che si qualificava
come coerede (insieme ai fratelli Giuseppe, Gerolamo e Giovanni Battista)
dellavunculus Bartolomeo Scappi, milanese, maziere di nostro Signore; la mente corse subito alla immagine dellOpera, raffigurante il servizio di mensa
durante il conclave del 1549-50, diretto dal maziero (quale Scappi non era
ancora mentre potrebbe esserlo stato nel successivo conclave del 1572).
Fra i legati che Brioschi doveva soddisfare cera quello di dotare quattro zitelle di
Dumenza, divise tra i casati Scappi e Seranzi (questultimo, probabilmente, della madre, estranea come avveniva al luogo e forse originaria alla lontana di Sarangio, oggi in comune di Maccagno). Cerano molte zitelle Scappi a Dumenza,
nessuna Seranzi, e a Cesare fu concesso di beneficare quattro delle prime. Altri
legati prevedevano la celebrazione di una messa settimanale nella chiesa di San
Nazaro, propria di Dumenza, e la posa in essa di una lapide commemorativa; a
Dumenza deve dunque essere nato Bartolomeo. Altri documenti arcivescovili
precisano che per soddisfare i legati del mastro di casa di Gregorio Decimotertio gli
eredi avevano vincolato beni acquistati in Novel o Noveledo.2
P. Frigerio, Uno Scappi..., cit., pp. 126 sg.

201

La notizia, ripresa da altra pubblicazione verbanese,3 fu divulgata


nel 1998 da Massimo Alberini su giornali e, molto sinteticamente, sulla
Rivista dellAccademia italiana della cucina. Quella che sembrava solo
unipotesi fu notata da Alberto Capatti e Massimo Montanari, in La
cucina italiana (1999), suffragandola con la constatazione che nellOpera
grande e forse prevalente il peso della cucina di Milano e Lombardia, questa intesa dagli autori come Italia padana.4 Peraltro Alberini e
lAccademia citata avevano propiziato nel maggio 1998 un convegno
internazionale che si svolse a Luino e diede un ampio ragguaglio sul
lombardo Michelangelo della cucina, concludendosi con la posa di una lapide nel municipio di Dumenza. Gli atti furono pubblicati solo nel giugno 1999, con laggiunta di riscontri documentali, reperiti nellArchivio parrocchiale di Dumenza dal nuovo parroco don Gabriele Crenna:
si accertavano cos le date del testamento di Scappi (14.V.1576) e della
sua morte (14.IV.1577), i nominativi degli esecutori testamentari (i preti Gio. Antonio Battista Geron de Mondono e Gio. Antonio de Ferreris,
entrambi di Santo Pietro, e il dottore Gio. Domenico de Guelphi, sotto il
controllo di un cardinale fra i tre indicati (di Pisa, Alessandrino, Rusticucci) e infine la lettera 4.XI.1578 di Cesare Brioschi al vicario foraneo
in cui lamentava che la messa settimanale di legato veniva celebrata nel
San Giorgio e non nel San Nazaro (prevalse comunque la volont del
parroco in carica, Giovan Battista Asconino, cui si deve lapposizione
dellepigrafe nella chiesa parrocchiale).5 Ulteriore precisazione procur don Crenna nel 2000, con la pubblicazione da me coadiuvata, del
liber chronicus del parroco Asconino,6 tenuto a celebrare la messa settimanale in suffragio di Bartolomeo Scappi, mazer di Sua Santit, come per
3
P. Frigerio, Il cuoco verbanese, introduzione a Il cuoco verbanese cuoco europeo, a c. di Enrico
Riva e Lorenzo Mosini, Alberti, Verbania Intra 1996, pp. 41-46.
4
A. Capatti, M. Montanari, La cucina italiana. Storia di una cultura, Laterza 1999: la
redazione del testo dellinizio 1998 e non tiene conto del convegno di quellanno a Luino, di
cui si dice nel seguito, cui pure Montanari aveva partecipato. Immutate le edizioni successive
(per comodit si cita in seguito quella del 2005).
5
P. Frigerio, I cuochi del laghi lombardi, in Bartolomeo Scappi il lombardo Michelangelo della cucina,
atti del convegno di Luino 22-23 maggio 1998, Accadenia Italiana Cucina, tip. Colombo,
Tradate, giugno 1999.
6
G. Crenna (a c.), In nomine Sanctissimae Trinitatis... Fede e vita in Dumenza dal 1574 al 1695,

202

suo testamento fatto in Roma lanno 1576 ad 14 maggio per il quale obligo ha
comprato m.r Cesare Briosco suo herede li beni di Noveledo per lire 500 (!), beni
poi allivellati al vecchio proprietario con investitura del 1578, rogata
dal notaio Silvestro Scappi e passati infine a conduzione diretta del
curato, forse nel maggio 1579, con atto dello stesso notaio, citato negli
atti arcivescovili.7
Il casato Scappi era assai diramato. Del pi noto esponente, Bernardino
Luini, si pu supporre un grado stretto di parentela con il pi giovane Bartolomeo, grazie a due sonetti a Bartolomeo Scapi coco dedicati da Giovanni Paolo Lomazzo, pittore e poeta milanese vicino ai Luini, dato che Bernardino
aveva sposato una Lomazzo, Margherita.8 Tanti gli Scappi a Dumenza, sin
dalla prima met del XV secolo con due prevosti di Travaglia; molti rami
nel 500, quando si distinguevano quelli del Matolla, del Bosino, del Perat,
dei Gianetti e Materossi, taluno giunto sino ad oggi. Chiss che certi Scappi
di Bologna, argomento per sostenere lorigine bolognese di Bartolomeo,
non fossero legati agli omonimi di Dumenza, ove nel 1570 si ricordava un
Tomaso detto il Bolognino.9

Qualsiasi residuo dubbio cadde nel 2004 quando June di Schino (che
aveva partecipato al convegno di Luino) e Furio Luccichenti diedero in
luce10 il risultato di pluriennali intense ricerche negli archivi romani, deParrocchia S. Giorgio, Dumenza 2000, pp. 75 sg.; Asconino fu parroco nel 1575-1622 (corrige
1574 a p. 13, cfr. p. 17).
7
Silvestro Scappi (le cui imbreviature sono purtroppo perdute) era stato coinvolto nella
aggressione a un bargello arcivescovile che nel 1568 era venuto a Dumenza per arrestare
Domenica Scappi, accusata di stregoneria e comunque assicurata al braccio secolare. Inoltre
proprio negli anni di cui parliamo egli si trov sotto accusa di detenere libri ereticali ma
laccusa non ebbe seguito (cfr. P. Frigerio, Storia di Luino e delle sue valli, Macchione, Varese
2009, pp. 105, 156).
8
Cfr. Frigerio, Uno Scappi..., cit., pp. 128 sgg. Il Lomazzo pubblic le sue rime nel 1587
ci che indusse in errore il Roversi che ritenne ancora in vita Scappi in quellanno. Molte delle
rime sono evidentemente anteriori alla data di pubblicazione.
9
Crenna, In nomine..., pp. 76 passim.
10
J. di Schino, F. Luccichenti, Bartolomeo Scappi cuoco nella Roma del Cinquecento, Grafica
Cristal, Roma 1974; il testo, alquanto ristretto, ha poi costituito il primo capitolo della
successiva prestigiosa pubblicazione, dei medesimi, Il cuoco segreto dei papi Bartolomeo Scappi e la
confraternita dei cuochi e dei pasticcieri, Cangemi, Roma, dicembre 2007.

203

lineando infine la pi completa biografia dello Scappi sin allora disponibile e che sar di seguito utilizzata con qualche revisione e le integrazioni
che un approfondito esame dellOpera, nella scia di Capatti e Montanari,
consente di trarre, specialmente per il primo periodo di attivit di Scappi
svolto, ritengo, in Lombardia. In un primo testamento, il 10.IV.1571, Bartolomeus Scappi mediolanensis, coquus segretus sanctissimi domini nostri Pii quinti
aveva destinato 50 scudi venerabili Societati coquorum di Roma, la collana
doro con crocefisso, da lui portata, alla sorella, dilecte eius sorori domine Catherine de Scappis uxori Nazei Brioschi. Nominava erede universale il nipote
Giovanni Stefano, quale filium adoptivum, certo il primogenito dei Brioschi, forse minorenne e comunque celibe, cui assegnava una rendita sino
al compimento dei 34 anni, quando sarebbe entrato in possesso delleredit. Condizione: assumere e mantenere nei figli il cognome Scappi.
Giovanni Stefano premor allo zio, poich non ricordato nel 1578 da
Cesare tra i fratelli Brioschi, ai quali gi nel 71 era devoluta in subordine
la successione. In mancanza degli eredi designati, i beni sarebbero pervenuti propinquiori de domo Iohannis de Scappis de Dumentia; Giovanni, capostipite di Bartolomeo, era forse il suo nonno. Il testamento denuncia i titoli
dallo stesso ottenuti, cavaliere del giglio (ordine istituito da Paolo III che
assicurava una modesta rendita) e mazziere, come denota la mazza argentea insignita armis Pii quinti et armis sui, di 7 libbre, lasciata ai figli venturi
di Giovanni Stefano, ai quali sarebbe andata anche la colana aurea ubi est
effigies cardinalis Granveli. La carica di mazziere era stata onerosamente
acquistata da non pi dun anno. Sembra quindi successiva la nomina a
conte palatino, di cui allepigrafe di Dumenza. Documentazione diretta
ha poi confermato la morte di Scappi nel 13.IV.1577.11

Linee di una biografia


Lanno di nascita dello Scappi ci ignoto. Tuttavia il ritratto anteposto allOpera sembra quello di un ultrasessantenne e fa pensare che
11
di Schino, Luccichenti, Il cuoco segreto..., cit., pp. 25 (da rettificare la nomina a cavaliere
del giglio, ante e non post il 10.IV.1571), 197-199 passim.

204

egli abbia avuto i natali nel primo decennio del secolo XVI. Lipotesi
compatibile con la nascita della sorella nel secondo decennio del secolo,
come probabile dato che il di lei figlio primogenito Giovanni Stefano
nel 1571 era lontano dai 34 anni. Pu ben darsi che Caterina, con il marito Nazeo Brioschi (che dal cognome da ritenere lombardo), si fosse
appoggiata al fratello scapolo e magari lo accudisse, ricostituendo una
certa unit famigliare. Sembra plausibile che Bartolomeo abbia intrapreso la sua carriera a Milano, prima e principale tappa delle migrazioni di
mestiere dalle montagne verbanesi verso il Sud, contrapposte a quelle
che sarebbero divenute soverchianti verso lOltralpe. In citt si cercava
lavoro nelle arti pi varie (tessitura, conceria, edilizia, ornato, oreficeria)
e nei commerci (di calce, legna e carbone). Servivano facchini, di Valtravaglia, Val Cannobina, VallIntrasca, riuniti pi tardi nella folclorica badia
di fachitt du lag Mai). Qualcuno passava al servizio stabile presso le famiglie nobili, forsanche come bravo; se sorreggevano ingegno e laboriosit
si poteva accedere allapprendistato presso un mastro cuoco, magari delle
proprie terre. Nel 400 la val di Blenio aveva fornito cuochi agli Sforza e
ad altre corti, come Martino Rossi da Como; avrebbe poi dotato Milano
di bravi cioccolatieri. Il padre di Bernardino Luini teneva umile banco di
marronaio presso il Duomo e la sua valle, almeno dal 700 e sino ai giorni
nostri, sarebbe stata un incunabolo di cuochi, tavernieri e albergatori.
Un esordio di Scappi in cucina nobiliare, a Milano, suggerito dalla
sua estesa conoscenza della cucina lombarda e in particolare della pesca
e dei pesci, con minuti riferimenti a luoghi, specie e persino, come vedremo, a unit di misura locali. Difficile pensare che egli abbia frequentato
le pescherie milanesi, per friggere pescheria ad uso personale:12
12
Opera, III.161, IV.246v; cfr. P. Frigerio, Per cuocere trutte alla milanese... Bartolomeo Scappi
cuoco lombardo, Il Rond. Almanacco di Luino e dintorni per il 2014, 26-2013, pp. 137-146.
Dati i molti errori nella numerazione dei fogli dellOpera, i luoghi citati (spesso raggruppati
per esigenza di spazio) sono resi con il numero romano dei sei libri e quello in cifre arabe del
capitolo per i libri I-II-III-V-VI (talora errato ma facilmente ricondotto alla giusta sequenza);
e del foglio (recto o verso) per il libro IV, anchesso restituito nella sequenza corretta, per cui
170 sostituisce 169 ripetuto e cos via, 173 (176), 176 (170), 208 (207), 212 (112), 239 (241),
240 (242), 246 (250), 280 (279), 304 (104); per non cambiare tutte le pagine successive, sono
introdotti i fogli 304II (303), 304III (304), cui seguono regolarmente 305, 306...330.

205

Ho veduto nella pescheria di Milano diverse sorti di pesciolini minuti, ove li chiamano pescherie et molti di quelli in Roma si chiamano marscioni et in Milano ancho bottuli,
alcuni altri guscelletti et lucide, che son piccolini et bianchi sotto la pancia et picciolati
appresso gli orecchi come le lamprede et molte volte mescolate con essi lamprede piccoline, nere
[...] Et sinfarinano, friggono e serveno come li latterini et le sarde (a Roma pescaria di fontanile, o pesciolini di fiume fritti, venivano serviti con succo di melangole et sale sopra fritti).

Non si sa per quale tramite o benservito, Scappi sia poi entrato al servizio del cardinale Marin Grimani a Venezia. Scrive egli stesso rilevando
il singolare uso in una Venezia al colmo del suo fasto:13
parr ad alcuni che sia favola dire che le lingue de volatili siano in uso di cocinarle in diversi
modi per io dico che trovandomi in Venetia al servitio dellill.mo et rev.mo cardinal Marin
Grimano ne furon portate a Sua S.ria Ill.ma di Cipro in scatole et in vasi di terra mescolate
con lo strutto e in altri vasi in adobbo et perci si pu conoscere che son in prezzo.

Marino Grimani (Venezia 1488 c.ca, Orvieto 1546), uscito nel 1527
da Roma, assediata dagli imperiali, come cardinale in pectore aveva ricevuto lanno dopo la berretta a Venezia, dove risiedeva nonostante le cariche
vescovili godute via via a Ceneda, Aquileia-Udine e poi a Concordia. I
grandi festini inframezzati da commedie del Ruzante, la protezione data
a letterati e artisti, denotano lambiente in cui Scappi prese servizio, in
giovane et come era pregio dei tempi per chi mostrasse talento e laboriosit. Grimani rivestiva inoltre incarichi politici di rilievo in diversi
luoghi, rappresentando anche gli interessi della Serenissima per la pace
tra il Papa e Carlo V; assist fra laltro alla incoronazione di Bologna nel
1530 (senza rinunciare al Carnevale veneziano del 1533).14
Molte furono le conoscenze accumulate da Scappi a Venezia e in
un ampio raggio intorno, tanto da porre Venezia, con Milano, Roma e
Napoli, a polo eminente nella trama che avrebbe delineato delle cucine
regionali italiane.15 Fu certo la sequela del cardinale Grimani che port
Opera, II.149.
Grimani, Marino voce a c. Giampiero Brunelli, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 59.
15
Capatti-Montanari, La cucina italiana..., cit., pp. 16 sgg.; le considerazioni di seguito
svolte sono state in buona parte anticipate in questo importante studio.
13
14

206

Scappi a Roma. Nel 1534 Grimani, alla morte di Clemente VII, favor
in conclave lelezione di Paolo III Farnese che subito lo chiam con il
cardinale Lorenzo Campeggi nella commissione dinchiesta sugli ufficiali
dello Stato pontificio. Sia che Campeggi assumesse Scappi al suo servizio, sia che pi probabilmente ne fruisse con il consenso del suo padrone, interessato a una bella figura nei riguardi dellimperatore, il Nostro
allest il pranzo offerto a Carlo V, di cui lOpera tramanda il ricco men:
Pranzo fatto in Trastevere dallill.mo et rev.mo card. Lorenzo Campeggio bolognese
alla Cesarea maest di Carlo Quinto imperatore quando entr a Roma del mese
daprile 1536, in giorno quadragesimale [...] con cinque servizi di credenza e sette
di cucina, servito a tre piatti con tre scalchi e tre trincianti, eccettuato il piatto di sua
cesarea Maest.16
Leventuale servizio presso il cardinal Campeggi non pot durare a
lungo, poich il cardinal di Bologna, a suo tempo incaricato di importanti
missioni in Inghilterra e in Germania, mor nel 1539. Non si pu escludere
che lo Scappi abbia invece seguito Grimani nei suoi continui spostamenti.
Fra 1535 e 1539 Grimani fu legato pontificio e governatore di Perugia, senza
abbandonare Venezia, il Friuli e Roma, ove nel 1540-1543 aliment un circolo
letterario, entrando in commissioni per il Concilio e la riforma della Curia. Nel
1543 fu con Paolo III a Busseto per incontrare Carlo V, senza aver rinunciato
nellagosto 1542 a festeggiare alla Giudecca il cardinale Ranuccio Farnese. Nel
1544 fu legato cispadano a Parma e Piacenza, per preparare la formazione del
ducato farnese e anche in Francia per la pace con la Spagna. Torn infine alle
diocesi friulane, appoggiato da Paolo III presso il Senato veneziano e mor, di
passaggio ad Orvieto, nel 1546.

Altra possibilit che Scappi sia rimasto a Roma, servendo bens


il Grimani quando vi soggiornava e alternando, con il suo permesso,
prestazioni a favore di altri signori, secondo una pratica diffusa.17 Si deve
pensare che con il sostegno della corporazione dei cuochi18 doveva es Opera, IV.320, 321.
Come osservano di Schino-Luccichenti, Bartolomeo Scappi cuoco..., cit., p. 14.
18
Sulla Compagnia dei cuochi e dei pasticcieri di Roma hanno accumulato esaurienti informazioni
di Schino-Luccichenti, Il cuoco segreto dei Papi..., cit., pp. 29-51.
16
17

207

sere possibile per detti signori, magari di residenza saltuaria o riluttanti a


mantenere a stabile dipendenza la pletora di scalchi, trincianti e famigli
di cucina necessaria per i banchetti, assoldare brigate guidate da un maitre che sulla piazza si era guadagnato fama ed era in grado di garantire
il successo del convito. Vi sono nel IV libro pi di 110 fra pranzi-cenecolazioni, convenienti a ciascuna stagione; vi compaiono festini senza
il nome del committente ma caratterizzati nei luoghi, nei modi, persino
nel giorno. Nel quadro delle frequentazioni rientrano i contatti, su cui
ritorneremo, con lo scalco del cardinal Polo, Reginald Pole (1500-1558), dal
1536 cardinale dInghilterra, rimasto in Italia sino al 1553.19
A Scappi si riconosceva in particolare competenza nella cucina per
malati e convalescenti, dimostrata del resto nellampia trattazione del
libro VI, in cui per sollecitazione del medico secreto di Pio V, egli mostrava
lordine da tenersi con fare acque cotte, brodi, consumati, pisti, orzate et moltaltre vivande necessarie per glinfermi et convalescenti sperimentato ogni cosa da me con molti
signori nelle loro infermit, non senza riferimento al necessario consiglio del
medico (phisico). Vi compaiono un consumato di polpe di cappone, che si fece
nel 1548 [leggi 1546-47] per il cardinal Pietro Bembo venetiano (Venezia 1470,
Roma 18.I.1547), e il brodo di castrato detto sussidio che si fece nel 1548 [leggi
1547] per il cardinale Iacomo Sadoleto (Modena 1477, Roma 18.X.1547);
infine un brodo di pollo di gran sostanza (quale placava la gran sete), si fece
nel 1551 per il cardinale Andrea Cornaro (Venezia 1511, Roma 30.I.1551),
senza tuttavia, salvo errore di data, giovargli. Da notare comunque le
relazioni con cardinali veneziani subito dopo il 1546 in cui mor Grimani. Siamo anzi tentati di pensare che Andrea Corner fosse il cardinale
servito da Scappi durante il conclave seguito alla morte di Paolo III, fra
Opera, III.206 e IV.192-194, 226, 264-266, 276, 277: I. Colatione in un giardino di
Trastevere, un venerd 31 maggio (anni probabili 1538, 1549, 1555), con 8 piatti, 8 scalchi, 4
trincianti e con 3 servizi, ciascuno ornato da 6 statue nei piatti, di zucchero (Diana cacciatrice e
ninfe), di burro (vari animali mitologici) e di pasta reale (Paride con un pomo doro in mano, Elena
con veste et capelli doro, Europa sul toro con le mani sulle corna e Pallade, Giunone, Venere ignude). II.
Colatione in una vigna, il 31 agosto giorno magro, dopo il vespro, con 5 piatti-scalchi-trincianti e
tre servizi. III. Colatione, lultimo di novembre, in giorno grasso, unora dopo il tramonto e dopo la
recita della commedia intitolata glIngannati, con 7 piatti-scalchi-trincianti, 3 servizi di cucina e 2
di credenza (di cui 3 durante la recita). IV. Collatione, il 31 dicembre, due ore dopo il tramonto,
previa recita di Il seubdolo (Pseudolus) di Plauto, con 10 piatti-scalchi-trincianti e 4 servizi.
19

208

il 29.IX.1549 e il 7.II.1550, che minutamente descritte, de visu, in appendice allOpera. La vicinanza alla corte papale, pur senza un rapporto
diretto, poi dimostrata dal riferimento alla torta bianca reale, preferita da
papa Giulio III (1487-1555), allora eletto al soglio (tale torta si faceva
con provatura fresca pestata nel mortaio, zucchero fino, acqua rosa, capi
di latte, chiara duova, il tutto passato al setaccio e cotto a fuoco lento
e infine ricoperto con crosta di zucchero, lustrata con chiara duova).20
Duraturo fu il rapporto con il cardinal di Carpi, Rodolfo Pio (Carpi
1500, Roma 2.V.1564), assistito infine nelle sue lunghe malattie: Nel Ragionamento che d inizio allOpera Scappi ricorda come pi volte gli fosse stato
raccomandato dal cardinale patrone nostro di istruire il discepolo che aveva
trovato in quella casa, un Giovanni che dal testamentario del 1571 risulta
Giovanni Valfredo di Meldola, terra di Romagna a suo tempo soggetta ai Pio.
Merita citazione il consumato al lambicco che per il cardinale si fece nel 1564
allultimo daprile, due giorni prima della sua morte. Quel consumato di gran
sostanza si otteneva da polpe di petto di cappone, alternate con fette di limone
sbucciato (lasciando al phisico la possibile aggiunta di ingredienti alchemici, come la polvere doro...), lessate e poi distillate a secco in alambicco.
Rodolfo Pio, creato cardinale nel 1537, aveva svolto missioni in Francia, anche per i negoziati di pace tra Francesco I e Carlo V; fu protettore
dei cappuccini, poi dei gesuiti e insieme di artisti come il Palestrina. A
Monte Cavallo nella vigna dellill.mo et rev.mo cardinale di Carpi Ridolfo Pio cio
negli orti del suo palazzo al Quirinale Scappi allest la colatione fatta allultimo di giugno dal signor Gian Lodovico, fratello di detto cardinale. La devozione
di Scappi al cardinale trova forse uneco nel testamento del 1571 che fissa
la sua sepoltura nella chiesa della Trinit, ove era posta la tomba del cardinale, o se morto fuori Roma nel pi vicino convento cappuccino.21
probabile che dopo il Corner, e prima del Pio, Scappi avesse servito in pianta stabile Jean du Bellay (Glatigny 1492, Roma 16.II.1560),
cardinale dal 1535, letterato di rilievo e amico di Franois Rabelais che lasci relazione di una grande festa data a Roma nel 1550, per la nascita del
figlio di Enrico II. Caduto in disgrazia presso Enrico II, nel 1551 il du
Opera, V.80; VI proemio, 19, 23, 28.
Opera, VI.21; IV.204v.

20
21

209

Bellay lasci lepiscopato di Parigi e si stabil a Roma ove, anche lui negli
orti del Quirinale, costru il suo palazzo. Proprio a Montecavallo, nella sala
del card. Bellaia, lo Scappi serv la colatione fatta allultimo di febraro a unora di
notte, doppo che fu recitata una commedia in lingua francese, bergamasca, venetiana et
spagnola con quattro servitii, servita a 8 piatti, con 8 scalchi et 8 trincianti. 22
Si erano succeduti intanto due papi, Marcello II per pochi giorni nel
1555 e Paolo IV Carafa dal 55 al 59, questultimo propenso a imbandigioni del tipo non ignoto a Scappi, con statue di zucchero indorate e dipinte,
con profumi accesi in mano. Gli successe Pio IV, Giovanni Angelo Medici di
Marignano (Milano 1499, Roma 1565) e lo Scappi, appena morto il cardinal di Carpi, fu chiamato come suo cuoco segreto.23 Avr contato qualcosa la comune origine lombarda: i Medeghini, un gradino sotto il casato
fiorentino, detenevano la villa-castello di Frascarolo presso Varese, sulla
strada della Valganna che pure lo Scappi avr percorso in giovent. Papa
dai gusti semplici e rustici, Pio IV, come Scappi ricorda: si possono ancho
friggere con esse [le rane] spigoli daglio perlessati et petrosemolo et servirli con essi
agli et petrosemolo, pepe et sal trito sopra nel qual modo usava mangiarle Papa Pio
IIII di felice memoria nellanno 1564 che io il serviva. Nello stesso 64 Scappi
gli preparava orzate e minestre di orzo.24
Scappi mantenne la carica con Pio V, Antonio Michele Ghislieri
(1504-1572), altro lombardo perch Bosco dAlessandria (oggi Bosco
Marengo), ove era nato, apparteneva al ducato di Milano. Eletto il 7
gennaio 1566, tocc a Scappi imbandire il pranzo per la seconda incoronazione il 17 gennaio; in giorno di venere, con quattro servitij di credenza et
due di cucina, quale poi non si fece et si haveva da servire a unidici piatti con undici
scalchi e undici trincianti eccettuando il piatto di sua Santit. 25 La professionalit
del cuoco fu certamente delusa da un papa rigoroso nel limitare i fasti
dei suoi predecessori, tanto da non dar corso alla consueta celebrazione.
Opera, IV.304-304II; un prolungato servizio di Scappi a Du Bellay ipotizzato anche da
di Schino-Luccichenti (Bartolomeo Scappi cuoco..., cit., pp. 13, 33) e collocato fra il 1536 (dopo
il pranzo offerto a Carlo V) e il 1551, mentre logica vuole che si sia svolto durante il lungo e
fastoso soggiorno di du Bellay a Roma.
23
Di Schino-Luccichenti, Il cuoco segreto del papa..., cit., p. 15.
24
Opera, III.163; VI.57.
25
Opera, IV.286-289.
22

210

A lungo travagliato da malattia, avr apprezzato la pratica medicinale


accumulata da Scappi che comunque gratific con il placet per la pubblicazione dellOpera e altre dignit di palazzo, assicurandogli rendite che
incrementarono il suo patrimonio. Sino alla morte, il13.IV.1576.
Per qual motivo il cardinale Antoine Perrenot de Granvelle (1517-1586), cardinale dal 1561, abbia donato a Scappi la collana doro con il suo ritratto, di cui al
testamento 1571, non sappiamo, forse per servigi resi, magari lomaggio dellOpera, mentre Granvelle era camerlengo del Sacro Collegio, proprio nel 1570-71.

Con lo Scappi nelle cucine dItalia (e fuori)


Come si deduce dal proemio al libro III dellOpera, le vivande illustrate erano state sperimentate nellalma citt di Roma. Per delimitare linflusso
della cucina lombarda necessario riferirsi alle denominazioni dorigine
esplicitate. C naturalmente il rischio di dar peso a un nome che pi
non corrispondeva al luogo di produzione, ad esempio i cauli milanesi
magari coltivati al di l del Po. Scontato quindi che londata atlantica
avesse diffuso lallevamento di gallo o pavone dIndia (il tacchino) e la
coltivazione di fagioli e zucche turchesche, destinate queste a prevalere
sulle zucche nostrali, perdendo infine quel nome fittizio, pi giustificato
nel grano saraceno. Ancora non si conoscevano le virt di pomodoro,
mais, patate.26 Guardiamo dapprima fuor dItalia, per poi risalire passo a
passo la penisola.
Rive afro-asiatiche. Dal mar maggiore proveniva, in barili sotto salimora, la moronella, pancia dun pesce pi grosso dello storione ovvero di un
grosso storione. A quanto riferiva lo scalco del citato cardinale Pole, nel
mare dInghilterra se ne pescava gran quantit. Pensiamo al merluzzo,
presente nelle acque del Nord e lungo le coste portoghesi, dalle quali
poteva essere commerciato via mare. Poich a Venezia si conosceva una
moronella soda e asciutta, simile alla carne salata, si pu pensare che sotto
forma di baccal (sotto sale) o stoccafisso (essiccato) il merluzzo gi arri Opera, II.127, 220, 221. Cfr. Capatti-Montanari, La cucina italiana..., cit., p. 49.

26

211

vasse in Italia, come ancora vedremo. A Venezia o ad altri porti pervenivano da Alessandria dEgitto, capparini (usati a corredo di anatrelli domestici
arrosto con zuccaro sopra), e lo schinale (lomboli di storione) salato o affumicato
e, portato in caratelli (botticelle), il caviale fatto di uova di storione. Tramite la
Sicilia si conosceva il cuscus, vivanda alla moresca chiamata succussu (il seksu
magrebino e berbero), fatto con semola del Regno di Napoli e Sicilia. Del
Medio Oriente le prugne damascene secche e la minestra di riso alla damaschina, nonch il riso turchesco, cotto nel latte, con zucchero e cannella.27
Dalle Isole risalemdo in Europa. Cipro forniva a Venezia, oltre
alle lingue di volatile care al cardinal Grimani, beccafichi e ortolani conservati, dopo passaggio in salamoia, sotto strutto e grani di finocchio,
ovvero in aceto salato, con aglio e pepe. Giungevano olive candiotte da
Creta; dalla Sicilia olive e frangolini da passare allo spiedo; dalla Sardegna
il cacio sardesco, sodo e bianco di dentro ancorch di natura sia negro, e le frutte,
in diverse forme per le portate di credenza e usate per fare una pasta liquida,
della quale se ne potr fare diversi lavorieri con forme da getto dette frutte di Sardegna
(pare che paste secche concave per ripieno servissero anche come supporto per elaborare altro corpo di pasta). Tipico delle Baleari era il cascio
maiorichino o maiorchino, tipiche del mar di Corsica le ostriche, inviate a
Roma preferibilmente in adobbo.28
Dalla Grecia si traeva luva schiava passarina di Corinto, oggi acclimatata
fra Abruzzo e Lazio, da usare passa in molte vivande. Se la bottarga di
spigola proveniva dal Mediterraneo, ove gli spigoli erano grossissimi, quella
di cefalo giungeva a Venezia dalla Schiavonia (Dalmazia), dopo laboriosa
preparazione che sembra descritta de visu; medesima lorigine di grosse e
pregiate seppie e dun gelo di dentali e di orate grosse. Allongaresca si qualificavano due minestre di latte, luna con uova, spezie e zucchero, cotta con
burro a bagnomaria sino a prendere aspetto di giuncata, laltra servita con
zuccaro e cannella; e inoltre certi pasticci longhi pieni di vitella battuta.29
Terre tedesche (da intendersi latamente, le svizzere comprese). La
fauna rappresentata dal gallo cedrone, gallo di montagna, nero come il corvo,
Opera, II.153. 154; III.204-206, 208; IV. 178v, 239v.
Opera, I.8, 10; II.138, 149; III.183-188; IV.178v; V.146.
29
Opera, II.169; III.104, 216; IV.229v, 246r, 259r, 262v, 299v, 303r, 316v, 327r.
27
28

212

et ha le palpebre degli occhi rosse, che si trovava (e si trova) sulle montagne


della cerchia alpina, come nei Grisoni. Alla tedesca si stufavano lombo bovino e schiena di cignale col callo, e si cucinavano la pasta al latte (passata per
la siringa e servita con zuccaro fino sopra), i pezzi di storione o di luzzo grosso, in
pottaggio (cio in minestra), e le trote nel vino di cui si dir ancora. Singolari le importazioni di terra todesca, a Treviso e Venezia, di cavoli cappucci
conservati sotto sale in vasi di terracotta o di legno, gli odierni crauti, e a
Milano di cascio grasso, di cui meglio al seguito. Tedesco era anche lorzo
rotto il quale ha del gialletto, con cui a Roma si facevano le orzate e minestre
gradite, come gi detto, a Pio IV; si tratta forse di grano saraceno prodotto sulle Alpi, ridotto di grana con la frantumazione, come notato da
Scappi: pare proprio formentone.30
Francia. Scappi sapeva che crema era vocabolo francese, che gli
sgombri in Francia erano detti maccario, che la carpa era pi presente in
Francia che altrove, che dalla Francia settentrionale e dalle Fiandre si importavano, per lo fiume Reno, il salmone sotto sale in barili e arenghe bianche
salate e affumate. Alla francese cucinava molte vivande: il luccio in pottaggio; il
fegato di vitella in pezzi impillottati (lardellati) e arrostiti allo spedo, serviti caldi
con suo sapore sopra ovvero con sugo di melangole e zuccaro; i rossi dova affritellati ne piatti dargento, con zuccaro e cannella sopra o cotti in piatti con butiro;
le pollanche dIndia impillottate e ripiene di tordi; i budini allessati et poi arrostiti
sulla graticola; le zuppe di piselli vecchi. Francesi erano la mostarda servita
al cardinal du Bellay e sapori ammanniti in altra occasione; un vin francese
ben si prestava per confezionare salza reale e altri sapori e alla francese si poteva escogitare una tartare la torta senza pasta dal vulgo detta tartara con
sangue di porco, cacio, uova, zucchero e spezie, erbe aromatiche battute,
cipolline soffritte, uva passa e latte, una composizione altrimenti usata
come ripieno della torta detta migliaccio bianco, che nel caso si addensava
al forno, con crosta di zucchero.31
Spagna. Dalla Spagna si esportavano frangolini e fonghi (da consumare sottestati con spighi daglio, herbuccie et pepe), la maggior parte delle olive
Opera, I.8; II.12, 137, 197; III.119; IV.283v, 299r; 314v, 321r; VI.57.
Opera, I.28; III.32, 65, 130, 209, 210; IV.173r, 177v, 183r, 188v, 194v, 202v, 213r, 235r,
272v, 275r, 291r; 304r, 308r, 317r; V.45, 68, 86.
30
31

213

servite nei pranzi romani e le mele adatte a decozione insieme a fichi secchi, giuggiole, uva passa e regolitta (liquirizia). Riflessi della cucina iberica
sono la ricetta e la presenza nei men delloglia potrida, considerata anche
come ripieno per galli dIndia arrostiti allo spedo. Colpiscono i pesci merluccia che, pescati nei liti di Spagna, si seccano et sono portati in Italia spaccati et
sono molto pi grandi di quelli delle altre spiagge, cio dei naselli, forse proprio
merluzzi delle coste settentrionali; che si servivano a Roma lessati, con
mostarda, oppure in pottaggio. Alla spagnola erano confezionati una certa
salimonia e la capirotata (capirotada, intingolo di uova, erbe e aglio) con cui
servire conigli e piccioni arrosto; alla catelana poi, si stufavano pollastrelli
passati allo spiedo.32
Nel meridione dItalia. Il vino bianco greco di Somma (Vesuviano),
consigliato per una ginestrata ovvero zambaglione (rossi duovo battuti in brodo di pollo con zucchero e cannella, cotti con burro), e di Ischia (nonch
il romanesco chiaro) erano i migliori per confezionare gelatine, impastare paste
da friggere in giorno di magro; il magnaguerra (rosso, di Castellamare e Angri) e la lagrima, vino di mosto vergine, con noti esempi campani, si adattavano a salse e sapori. Di Calabria sembrano i bergamini portati a Roma
in scatole, sorta di bergamotto confetto. Taranto era nota per la pesca
del tonno, tanto da dare nome (tarantello) alla sua ventresca o sorra che si
acconciava con olio, aceto et origano. Napoletani o del Regno, e alla napoletana, si
annoveravano: i limoncelli piccoli o da far sugo, una variet di olive, gli stimati
mostaccioli, biscotti speziati adatti anche, in polvere, a ripieni e crostate di
frutta; i casci cavalli che per vero non reggevano il confronto con il parmigiano ma potevano, se freschi e grassi, sostituire le provature (non le
marzoline); i coppi sfogliati di polpe di piccioni, sorta di crostate fatte anche con
zinna di vaccina; i maccaroni (lasagne) sopra galline o capponi grossi, lessati e
serviti con cascio, zuccaro et cannella; la minestra di cavuli torzuti con mortatelli; le
palmette, germogli apicali della palma Chamaerops humilis, acconciate come
i cardi; i broccoli acconci serviti caldi con olio, sugo di melamgole, pepe. Prendevano
nome di pizze, a Napoli, torte da cui lattuale pizza deriva, una sfoglia
circolare caricata di materie varie, ad esempio dun impasto di mandorle,
pinoli, datteri, fichi secchi e zibibbo con acqua rosa, unito a uova, zucche Opera, II.138, 152; III.110-111; IV. 206v, 211v, 252v, 269r, 285v, 323r, 326r; VI.5.

32

214

ro, cannella e mostaccioli muschiati in polvere, il tutto cotto al forno. E pizza


di bocca di dama era detta la torta reale di polpa di piccione.33
Da Roma tuttintorno. Lagro e i colli romani producevano olive
(di Tivoli e Monterotondo) gran parte degli ortaggi e della frutta: ad
esempio, fra marzo e giugno, piselli e fave per minestra in brodo di carne
e le cerase romanesche (fresco intermezzo nei men o materia per sapori,
insieme a uvaspina e more dei celsi), marasche o visciole. Scappi annota
alcuni termini del vernacolo: mazzocchi (cime di cicoria), pappardelle (altrove semplicemente lasagne, lunghe e strette, fatte con un impasto di
ricotta pecorina, uova, zucchero, mollica di pane inumidita nel latte, e
fritte con strutto o burro liquefatto) e zeppolle (frittelle di ceci rossi e castagne lessati e pesti, uniti a spezie, lievito stemperato in vino bianco, in
forma di palla). segnalata la miglior stagione per il consumo di finocchi e cardi (settembre-marzo), carciofani (febbraio-giugno), funghi prugnoli
(marzo-maggio), asparagi domestici (aprile-ottobre) e selvaggi di montagna
(settembre-aprile); melloni (luglio-agosto) e cotogne (agosto-novembre)
protraevano a Roma la stagione, rispettivamente a settembre i primi e a
febbraio le altre.34
Insieme rilevata la distorta stagionalit di quel mercato: i capretti, il coniglio dIndia (porchetto rosato, che i portoghesi avevano portato
dallIndia e che avrebbe sostituito il porco nero del medioevo) e i piccioni di torre si trovavano tutto lanno ma non sempre erano di buona
qualit per cui, quanto ai piccioni, si preferivano quelli allevati a Terni.
Le pollanche nostrali, le starne, le pernici e i fagiani che si allevavano in
casa non erano paragonabili con i volatili di foresta. Le tortore e le quaglie
a primavera passavano in quantit da Ostia e Porto, ma erano meno
buone di quelle grasse prese fra agosto e ottobre. Al contrario il porco
domestico si macellava correttamente fra novembre (non prima, come nei
luoghi pi freddi) e met febbraio; uneccezione valeva per le vitelle mongane (giovani, lattanti), buone a Roma tutto lanno e non solo fra aprile e
Opera, I.8, 28; II.163; III.34; IV.186v, 193r, 212r, 251v, 289r, 291r, 311v, 322r, 323v, 327r;
V49, 63, 73, 121, 128-132. Le provature sopra citate sono caci a pasta filata, simili alle mozzarelle.
34
Opera II.188, 207, 213-223; 259, 280; V.144, 145.
33

215

luglio, perch nutrite di latte nelle cascine, mentre le campareccie erano ancora
allattate alla foresta.35
Allombra del San Pietro si confaceva il brodo apostolorum, tipico dellestate romana, un consumato di carni, barbaglia (guamciale) di porco e
schiena di castrato, con cervellate, spezie e una spina dagresto (uva
acerba); aggiunti in cottura prezzemolo ed herbuccie finemente tagliate,
e si versava su fette di pane, accompagnandolo con le carni, a pezzi.
Romanesco era appellativo adatto al cascio grasso, frequente nel servizio di
credenza e buon sostituto del parmigiano nei tortelletti di piselli e fagioli
freschi, e del pari adatto ai mostaccioli e ai biscotti anche di marzapane
(che ben accompagnavano un bicchiere di malvagia dolce), ai pignoccati
freschi (dolci a forma di pigna, oggi tipicamente siciliani), nonch a gongole
e granchi pescati in acque domestiche e cotti alla brace. Alla romanesca si
elencavano il polpettone di lombo di bove o di vaccina ovvero di carne magra
della coscia di vitella mongana; la cominata di piccioni e anatre (cosiddetta perch
improntata dal comino, piatto invernale come loglia potrida in Spagna); la
minestra di caulo struccato (tuttavia milanese o bolognese); i maccaroni, semplici o tramezzati con fette di provatura, serviti con cacio, zuccaro et cannella sopra;
le anatre domestiche e i capponi grossi lessati e coperti di maccaroni, serviti allo
stesso modo; le minestre di maccheroni e di maccaroni a ferro. I maccheroni
romaneschi erano lasagne larghe 1 cm e lunghe 4-5 cm, fatte con farina e
mollica di pane bianco, impastate con brodo grasso e lessate; per quelli a
ferro si arrotolava la lasagna, appassita e infarinata, intorno a un ferro, tolto il quale si otteneva qualcosa di simile ai nostri maccheroni, da cuocere
in acqua ovvero in brodo grasso o latte.36
A Roma si conoscevano pesci dogni dove e dogni sorta, talora difficili da riconoscere con il nome attuale, spesso scomparsi dal mercato,
come le tartarughe marine, di tanta grossezza che a pena un facchino ne poteva portare una. Per tutto lanno erano disponibili lo storione (tanto da
consentire gran variet di preparazioni), lombrina (tagliata con un palmo
di busto), il cefalo, lo sgombro (pi piccolo del veneziano), il suero, la buca
Opera, II.23, 77, 95, 96, 127, 130, 133, 139.
Opera, II.13, 44, 174I, 180, 193, 200, 206; IV.247r, 249v, 275v, 283v, 288v, 289v, 304III,
308r, 326.
35
36

216

(insieme a pesciolini da frittura), le sarde, le seppie (scarse nel Tirreno); le


pannocchie (o canocchie, cicale di mare) e le patelle, peverazze e telline (dette
anche calcinelli), bench preferibili rispettivamente in febbraio-maggio e
in ottobre-aprile. La quantit non sempre si conciliava con la qualit: del
rombo abbondava il tipo di color berettino, meno pregiato, da limitarsi al
pottaggio; ci si adattava a sanpietro, ragia (razza) e dentale del Tirreno, inferiori
agli adriatici, e ai calamaretti, essendo i calamari grossi meno gradevoli.37
Abbondava il palombo e persino il pesce cane, rarissimo invece il pescespada, considerato il re dei tonni; la linguattola tirrena, diversa dalladriatica, la pareggiava in cucina; incuriosisce la citazione dei pesci ignudi
(forse ceche danguilla, allapparenza simili al vischio bianco). Nomi locali
denotano consumo usuale del gambero marino detto lione e di gamberucci,
biave per i cuochi. Non mancava a Roma un mercato popolare, a ponte SantAngelo, che distribuiva pesci di stagno, come la morena, mentre
erano i cicoriali ad approvvigionare in febbraio-marzo lumile canedo, cos
detto perch richiamava le cime di canne di valle. Simile proluvio imponeva
tecniche di conservazione per rombo, razza, trota, anguilla, carpione e
altri pesci: sotto sale o olio, con essiccazione, affumicatura, carpionatura
(di cui diremo), marinatura con spezie e agresto o diverso adobbo e anche
cottura in sfoglia.38
Interessa la pesca nei lidi, fiumi e laghi prossimi a Roma. Del litorale
erano pregevoli lo spigolo o spigola, nome propriamente romano e oggi
usuale, presente (e perfetto) anche nel Tevere, e la triglia, rossa e migliore
della paonazza daltre rive. Se del Porto Traiano (Troiano per lo Scappi)
presso Ostia, era mediocre la razza, ricercate ne erano le lasche (una sorta
di carpa), per la lingua e la cartilagine del cerebro, e ancora le tinche e le gongole, i granchi teneri cio mutati che si preferivano a quelli di valle e ai granchi
porchi (porri) e si cucinavano infarinati e fritti in olio o burro purgato e si
consumavano coperti con il loro sugo o con la salsa verde. Dallo stagno
di Civita vecchia ne provenivano grossi, detti migliaccine (tuttavia spesso
pieni di sporcizia, come quelli degli stagni di Ostia, il pesce pappagallo, con
Opera, III.1-26, 28, 29, 47, 53, 65, 67, 70, 71, 78, 84, 85, 100, 104, 105, 165, 178, 193;
IV.313v.
38
Opera, III.77, 83, 96, 108, 114. 169, 179, 227; V.175-177.
37

217

altri pesci non lodevoli, le cappe lunghe rare e pregiate, i cannolicchi (cannellini), meglio se pescati con le reti anzich sui litorali con forcina di ferro
(che lasciava troppa rena nel guscio). Pontesalare, ponte della via Salaria
sullAniene, era noto per i gamberi dacqua dolce che si cuocevano in vino
et spetierie e venivano serviti con aceto et pepe. Il Tevere largiva le migliori porcellette, le lampredozze (amate dai romani, sia sulla graticola e servite coperte
di sua salsa, sia stufate, fritte, sottestate, marinate, accarpionate e nei pasticci), squalme e roviglioni (presente anche nelle sorgive suburbane), anguille
(in specie le ceriole, piccioline che si pigliano la primavera, quindi al momento
della risalita).39 Migliori delle nere e bianche erano le trote picciolate di nero
et rosso, dei rivi dacqua corrente. Quelle di Sora et dArpino in Ciociaria,
presso il Fibreno, affluente del Liri erano buone ma tiravano al nero;
perfettissime comunque quelle bianche del Tevere. I laghi di Santa Preseda
(o di Castiglione, oggi prosciugato, in localit Laghetto sulla via Casilina)
e di Vico erano noti per le tinche e i lucci. Il lago di Bolsena, pi che
per le tinche, si distingueva per le anguille di Marta, le migliori, che si
cuocevano in vino con spezie e si servivano coperte duva passa e zuccaro, e
si conservavano acconce in insalata. Dalla campagna romana provenivano
tartarughe terrestri e lumache piccole e bianche amanti della mentuccia ove
facilmente si catturavano. Buone tinche si trovavano anche nelle acque
abruzzesi, come altri pesci del resto, che si conservavano sottolio a Tagliacozzo e allAquila; a Perugia si gradivano le tinche del Trasimeno
(lodato anche per le lasche e i lucci), lessate con olio, agresto o aceto, pepe
e zafferano. Non sappiamo donde provenissero i carpioni freschi, non cos
buoni come nei luochi presso il lago di Garda, presenti nei men romani; in un
laghetto presso Alvito, li avrebbe importati il cardinale Tolomeo Gallio,
comasco, che del luogo fu infeudato alla fine del 500.40
Fra Toscana e Liguria. La Toscana, oltre a produrre olive, vantava
caci marzolini di latte grasso, subito salati, e teneri raviggioli di latte pi
grasso e poco salati, qualificati come fiorentini, come fiorentine erano certe
39
Opera, III.27, 40, 50, 54, 60, 85, 90-95, 114, 127, 130, 136-138, 142, 155, 183, 190, 191;
IV.187r, 247r, 315v, 316v, 320-321; VI.179.
40
Opera, III. 75, 115, 121, 122, 130, 138, 142, 146, 155, 167, 200, 217; IV.188v, 225v, 250v,
317r.

218

pere, diverse dalle riccarde, caravelle, papali, diacciole, ruspe, moscarole, bergamotte... Alla fiorentina si classificavano: le frittate sottili, luna sopra laltra,
spolverizzate tra luna e laltra di zuccaro et cannella (precorritrici di omelette
confiture...); le ritortole di due ova luna, servite con sugo di limoncelli e zuccaro; i
cannoncini dova, pieni duva passa, zucchero e cannella; i semplici spinaci
fritti. Fiorentino o da Pistoia anche il vino trebbiano, buon sostituto della
malvaga per gustare i biscotti romaneschi, del resto ben sostituibili con i
biscotti di Pisa (i cantucci con vin santo odierni). Semplici i berlingozzi di
Siena, ciambellotti di pasta con uova, salata e colorata in superficie con
i tuorli, spolverati di zucchero e cotti al forno, da consumare caldi. Di
Lucca era rinomata la salsiccia (tanto da coonestare lidea di Carlo Salvioni, che da Lucca derivasse la lucanica latina, altrimenti attribuita alla
Lucania e madre della luganega nordica); con essa si corredavano la crostata
di animelle di capretto e gropponi di piccioni, i piccioni domestici ripieni alessati
con cavoli torzuti serviti con essi torzi di cavolo et salciccia sopra; le pollanche nostrali alessate con navoni gialli e servite con cacio e cannella sopra. Sono poi
ricordati lamprede, trote, laccie e barbi dellArno e i nomi locali di ragno,
tuttora dato alle spigole, e di muggine, dato al cefalo.41
La Liguria rappresentata dalle olive di Genova, dai casci di Riviera
(la costa ligure per antonomasia). Tipica di Genova la gattafura, una torta
con ripieno di caci che venghino come butiro e, ben battute col coltello, cipolle
lesse, cotta sotto testo (con ampio uso di olio dolce doliva); la si gradiva
anche a Roma, come si gradivano, alla genovese, i fonghi salati, perlessati acconci in pottaggio, i maccaroni tramezzati con cascio, serviti con zuccaro e cannella
e le fucaccine di cotognata. Quanto al pesce della riva ligure erano segnalati
le cappe di san Jacomo, oggi malamente dette capesante; le alici (inghioiu,
spagnolo anchoa) e le seppie, fornite anche a Milano; i sardoni, esportati in
barile sotto sale; le spigole, in loco dette lupi; le arcelle (arselle), pescate in
grande quantit; e infine le patelle e le peverazze. Pesci buca e arientino, accarpionati su foglie di mortella, si portavano a Roma e a Milano, ove prendevano nome di medola. Sino a Roma giungevano le zazzere, scorze di zucche
secche bianchissime e simili a stringhe, in mazzuoli legati nel modo che si legano

Opera, I.8; III.40, 50, 53; IV.172v, 185r, 212v, 240v, 248v, 287r, 291r, 308r, 317r; VI.64.

41

219

le gavette di corde da liuto: perlessate si cucinavano in minestra con cipollette


battute. Simili scorze di zucche genovesi si prestavano anche a fritture.42
In Emilia e sul litorale adriatico. Il soggiorno veneziano agevol a
Scappi la conoscenza di prodotti e cucina delle regioni confinanti, come
lEmilia-Romagna. Se le olive di Bologna avevano un ruolo marginale
sulle tavole romane, il cascio parmeggiano, famoso sin dai tempi del Boccaccio, era onnipresente, a fettuccie nei pranzi e grattato nelle preparazioni
e specialmente nei ripieni, ad esempio nel pottaggio di calamari, con rossi
duova, mollica di pane grattata, erbette minute, pepe, cannella, uva passa
e zafferano. Singolari labbondanza di rane a Bologna, dove son portati i
sacchi su le carra, e il prestigio dei cauli bolognesi che si prestavano per una
minestra con pezzi di cascio per dentro e, lessati, per un pieno di nosetti. Accompagnavano fagiani lessati, con cervellati, serviti con esse materie et cascio et
cannella; e starne, cotorne (coturnici), francolini, capponi gioveni, piccioni
anche grossi e ripieni (serviti sopra di essi con mortatelle, cacio, cannella e, talora, zucchero) e infine fette di gola di porco lessate. I cavoli bolognesi e milanesi,
cotti a pezzi in brodo di carne con lardo battuto, cervellate gialle e cime
di finocchio verde o pannocchie di finocchio secco, distinguevano alcune minestre da servire con cervellate.43
Alla bolognese si preparavano: le torte di erbe, nei men romani meno
frequenti di quelle alla lombarda, di cui vedremo le differenze, e come
quelle talora servite con zucchero sopra; i capi di latte (panna cotta); le
trippe di seccaticcia (carne bovina essiccata, come la carne secca di salumi
subalpina) cotte, servite con cacio, zucchero e cannella. La trippa bovina fresca, a
Bologna e a Ferrara, si cucinava in pezzi grossi detti caldumi, come si fa
consigliava Scappi con la suppa lombarda cio tramezzati con parmigiano
grattato, fette di provatura con spezie, servendo il tutto con presciutti o
cervellate. Ben noti i salsiccioni bolognesi che lessati si insaporivano con
prezzemolo e, tagliati in fette, si cuocevano in vino o sulla graticola, mentre la salsiccia di Modena poteva essere cotta sulla gratella e servita fred Opera, III.40, 70, 76, 104, 190, 193, 203, 211, 227, 228; IV.263v, 285v, 324v; V.98. Per il
cacio di riviera cfr Capatti-Montanari, La cucina italiana..., cit., p. 17.
43
Opera, I.8; II.121, 138, 198; III.103, 163; IV.174v, 243v, 245v, 275v, 292r, 307v, 326r.
42

220

da, ovvero accompagnare le animelle di vitella e i capponi lessati, insieme


a navoni gialli e a cacio grattato.44
Aveva un certo pregio il cascio romagnolo, tanto da comparire sulle tavole romane, anche in forma di limoncelli, e romagnoli erano i coppi, una composizione di capi di latte, uova, giuncata, latte grasso, zucchero, cannella,
mostaccioli napoletani in polvere e uva passa, cotta a fuoco basso in
butiro che bolle, finch fosse rappresa, e servita fredda o calda con zucchero e acqua rosa. Di Romagna era lallevamento con miglio e panico di
beccafichi e di ortolani, come avveniva anche nelle Marche, ove si praticava una particolare cottura al forno, previo passaggio allo spiedo, per i
paperi. Ferrara produceva mortatelle variamente usate, ad esempio tagliate
a fette dopo essere state lessate, anche insieme a capponi gioveni ripieni, e
servite con prezzemolo. Alla ferrarese sono ricordati i fioroni di pasta e una
ginestrata con zucchero e cannella. 45
Delle rive adriatiche fra Ancona e Senigallia erano i ballari, chiocciole
di mare, da cuocere su gratella come le gongole, e i granchievoli (granseole a
Venezia, granchio porro a Roma), delle cui scorze si facevano ornamenti
per specchi. Esperienza diretta di Scappi riguardava le ostriche, pescate
sulle rive di Ancona e Chioggia e a Venezia reperibili quasi tutto lanno:
trovandomi nel porto di Brombo presso Chiozza ne vidi pigliare gran quantit, le
quali son molto pi bianche di quelle di Corsica (sopra citate) ma anche molto pi
picciole. E ancora: trovandomi in Pesaro vidi un vassello per fortuna sbattere nelle
spiagge et rivoltarsi il fondo in su, nel qual fondo erano appiccate molte ostreche...
Nel golfo di Ravenna si pescava il migliore pesce rombo, da bollire pian
piano in pottaggio di malvasia, agresto e acqua; interessante losservazione:
nel tempo chio mi son trovato in Venetia et in Ravenna, ho inteso da pescatori da
Chiozza et Venetiani, li quali fanno i migliori pottaggi che in tutti i liti del mare, che
non si usava di cuocerli in altro modo di quel cho ho detto di sopra. Per credo che
Opera, II.22; IV.205r, 240v, 261r, 265r, 266r, 300r; 310r; V.96.
Opera, I.9, II.19, 103, 136; IV.179v, 182v, 220r, 257, 265r, 279r, 304v, 326v; V.85. Il
salsiccione era fatto di carne di porco giovane e lombi di manzetta poco salati; fra i salami cerano
sommata (pancia della scrofa), ventresca e gola del porco. Una mortatella era fatta di carne magra di cigotto
di porco domestico battuta con i coltelli, unita a molti aromi e spezie e involta nella rete (omento)
della bestia in forma di tommacelle; altra mortatella era composta di fegato di porco. Scappi non va
oltre percioch non mai stata mia professione. La mortadella di Bologna odierna fatta con carne
suina, finemente tritata, lardo, aromi e spezie, insaccata in budello e cotta.
44
45

221

a loro riesca meglio che alli cuochi, percioch il cuoceno in quello instante, che lhanno
preso. Comacchio interessava come centro di pesca delle anguille e di
altri pesci pregiati, laccie grossissime, muggini, cefali (detti a Venezia di buon
budello, in loco letegrane, i migliori perch si pigliano nelle bocche dei fiumi).46
Scappi ignorava il ciclo di vita dellanguilla, aveva per notato la fase
conclusiva, di ritorno al mare:
pigliasi nelli laghi et nelli stagni che nellacque correnti, et al contrario di tutti gli altri pesci
dolci percioch entra nel mare nel crescimento de i fiumi et ivi si nudrisce et ivi moreno alcuni
dessi et se ne pu veder la verit percioch nella citt di Comacchio la qual circondata di
valli dacqua salsa se ne piglia gran quantit et quelle sono le migliori di qualunque loco di
Lombardia et se ne portano delle salate per tutta Italia.

Interessavano, a Scappi, anche gli aspetti naturalistici, la presenza di


oche e anatre selvatiche e domestiche (mature a puntino per il cenone
di Natale...), di gru e cicogne proliferanti nelle valli di Comacchio e del
Po, in particolare ad Argenta, Boccaleone e Consandolo. Del Po sono
celebrate le acque, perfette per le decottioni, e molto pi la dovizia di trote,
tinche, lamprede, anguille, cavedani e barbi che i pescatori del Po fanno in
pottaggio o cuociono sulla graticola, nel modo che li pescatori da Chiozza et quei
da Venetia fanno del cefalo et del pesce gho (ghiozzo). Anche la carpa, il pesce
carpina, pressoch ignorato a Roma, si trovava nel Po, a Ferrara, e inoltre
nei laghi di Mantova, con i nomi di burberi e reine. Negli stessi luoghi buona fama godevano i lucci, con il nome di zangarini se di peso inferiore a
mezza libbra, conservati anche sotto fumo. Da rilevare i pesci marini che
risalendo il fiume miglioravano di qualit, come gli spigoli, la porcelletta e lo
stesso storione, pescato in quantit alla Stellata di Ferrara, dove il Po si
divide fra il ramo di Francolino e il fossato delle mura cittadine. Risaliva
il Po anche la laccia, sino a entrare nellOglio, per poi ridiscendere adulta
al mare, popolando le valli di Comacchio, ove prendeva nome di chepia.47
Opera, III.50, 53, 78, 79, 155,180, 185; IV.247r.
Opera, II.142, 143, 145, 150; III.27, 40, 50, 128, 130, 138, 146, 215; IV. 103r, 391r.
La laccia pu nel caso corrispondere allalaccia (Sardinella aurica) o alla cheppia (Alosa fallax),
questa ancora presente nel lago dIseo e chiamata sardina; da non confondere con la leccia
(Lichia amia) e la lasca (Chondostroma genei).
46
47

222

Venezia e terre venete. A Venezia il mercato offriva tutte le specie


adriatiche gi rammentate, cui aggiungiamo i pesci passera e linguattola
(pi piccoli dei tirreni), del golfo del Brombo presso Chioggia, ove si
usavano particolari apparecchi di pesca. Puntualmente registrate le differenze con le specie commerciate a Roma: pi abbondanti le seppie e
grosse sino a 3 libbre contro la libbra e mezzo di quelle romane; buoni
e numerosi gli sgombri, migliori le razze e non tanto rustiche; meno
pregiate invece le triglie rosse (i cui due pendenti sotto il mezo avevano nome
di barbari). Spesso diversi i nomi: gli spigoli erano meno grossi dei varoli, i
gambari lione corrispondevano agli astrisi (astici), i granchi teneri o mutati
alle pi piccole mollecche e, meno bene, alle macinette (piccolissime, anche
di scorza dura), pescate nei canali della citt; le gongole non si differenziavano granch dalle cappe (notabili le cappe lunghe pescate presso Chioggia).
Senza nome rimangono i gamberetti veneziani, diversi dalle biave romane
e tanto minuti che un migliaio dessi a pena pesano una libbra.48
Ben rappresentata la cucina, talora appresa sul campo, come gi visto. Scrive Scappi: il pesce gho, i pescatori chioggiotti e veneziani, il cuoceno
alle bragie et anco ne fanno pottaggio con malvagia et acqua et un poco daceto e spetierie venetiane. Notevoli tutti i pottaggi, di rombo (gi citato e servito anche a
Carlo V nel 1536, di varoli, di calamari grossi e calamaretti ripieni in brodetto;
di ombrina a pezzi con la detta spezieria venetiana. Alla venetiana si contano: la minestra di rape con brodo di carne; i brisavoli di schiene di bovino
o di coste di vitella, cotti sulla graticola; i lomboli di seccaticcia stufati; le frittelle di
latte e di latte et ova ovvero, senza latte, con laborioso impasto di farina
e uova, burro, zucchero, acqua rosa, zafferano e sale, in foggia di nespole,
fritte nello strutto e, per chiudere, le torte cannellate.49
Altre conoscenze scappiane della fauna ittica si dispongono in un continuum spaziale veneto-padano che si conclude nello stato di Milano, in pi
parti di personale conoscenza. Come avviene per il gambero dacqua dolce:
In alcuni lochi dItalia ne son molto grossi et in Milano assaissimi et similmente nel paese
[territorio] di Brescia et di Verona, ma nel fiume Silo [Sile] che passa per Trevigi [Trevi Opera, III.40, 60, 62, 65, 78, 82, 83, 104,169, 179, 182, 190, 191; VI.179.
Opera, II.7, 212; III.31, 40, 62; IV.175r, 180v, 184r, 188v, 248v, 264v, 291v, 315v, 321322; V.136.
48
49

223

so] et per tutto quel paese son molto pi grossi de glaltri in modo che alle volte io nho pesati
di meza libra luno. [] Tengo per certo che quelli del sudetto fiume Silo et del Navilio di
Milano et di Ponte Salare [Roma] son li migliori di tutte laltre sorti.

Nello stesso ambito troviamo il pregiato carpione, un salmonide


come la trota: delicatissimo e tira al colore argentino, et maggiormente quello che
si piglia nel lago di Garda che il miglior dItalia percioch in pochissimi altri lochi
si trova. Dal carpione prende nome una tecnica di conservazione, la carpionatura, che Scappi propone per altri pesci. Questa la procedura che
ancora si pratica sui laghi lombardi, accentuando laccompagnamento
con verdure: tagliato il pesce a met, lo si passa in sale trito e poi si frigge
in olio; quindi si pone in aceto salato e si porta a bollore, raffreddandolo
infine su foglie di alloro. Ci consentiva il trasporto del pesce in molte
parti dItalia, sin anche a Roma, servendolo con aceto rosato e zucchero.
Di acque settentrionali sembrano quindi le trote accarpionate che si prevedevano in sostituzione del carpione nei men romani.50

Lombardia delle origini


Siamo cos tornati alla Lombardia in cui Scappi era nato, che limitiamo al ducato di Milano, esteso a est sino allAdda e oltre in Valtellina,
sulla sponda orientale del Lario, nel Cremasco e nel Cremonese, a ovest
oltre il Ticino, nel Novarese e in parte della provincia di Alessandria.
Da questultima propaggine giungevano alle mense romane le olive di
Tortona, servite con zuccaro et sua salimonia. Scappi conosce dello Stato
tutti i pesci: il temere (temolo) che si piglia in due fiumi cio nellAda (Adda)
e nellAmbro (con ripristino dellarticolo, sentito come concresciuto in
Lambro); negli stessi fiumi si pescavano cavedini (cavedani), noti altrove
come strigie e, sul Po, alberi. DellAda egli sa che fiume di Lombardia che
passa da Pizzighittone et Rivolta come lAmbro passa da SantAngelo et Marignano (Pizzighettone, Rivolta dAdda, SantAngelo Lodigiano, Melegnano).
Sono luoghi minori che amiamo pensare come meta del giovane cuoco,
Opera, III.121, 122, 176; IV.246r, 248r.

50

224

ad approvvigionare pesci per la cucina in cui serviva. Tipicamente lombardo il pesce persico: se ne piglia quantit nel Tesino et nel Lago maggiore et
in diversi altri lochi di Lombardia; lo apprezzavano li medici di Lombardia che
il concedeno a gli amalati come concedeno ancho il carpione et il temere. In qualche
modo il persico giungeva anche a Roma, se figura insieme al cavedine in
qualche men di riguardo: ben si sapeva che non viene [non pu essere
allevato] tal pesce nelle peschiere di Roma, come neancho vi vengono il temere n
lagone. Neppure la bottatrigia (bottatrice, butrisa) vi veniva, salvo che sotto
specie simile di piccola dimensione; per converso se ne portava gran
quantit a Milano seppure anche col non troppo grosse. Lelenco si allunga
con gli agoni del lago di Como che, salati, erano portati per tutta Italia. Le
carpe avevano nome di scardue (nome perduto di cui sembra diminutivo
scardola, ciprinide poco apprezzato, la piota dei nostri laghi. Le lampredozze dello stato di Milano erano pi grosse delle romane di fontanella. Per
altri pesci si resta incerti sul peso: a Milano si usavano due libbre, sottile
(327 g) e grossa (763 g); con la prima sono da ritenere stimate le tinche
del lago Maggiore e del lago di Como che, pur posposte alle laziali, erano
notate per essere grossissime che son di peso di trenta libbre milanesi (dunque
poco oltre i 10 kg) e i lucci, che si conservavano essiccati al fumo e prosperavano in acque verbanesi e lariane, et alle volte passano 120 libbre del peso
milanese (40 kg, un errore?). Al peso, come ovvio, non corrispondeva la
qualit, restando in generale il pesce di fiume migliore di quello di lago e
anche di mare (per le specie bilocate).51
Le trote meritano considerazione a parte. Premesso quanto gi detto
per il Lazio, Scappi aggiunge: si pigliano nel Tesino e come quelle del Tevere
son bianche ma perfettissime. Quelle del Lago maggiore et di Como son grossissime,
alle volte passano 40 libre milanesi che son di 28 oncie per libra: precisazione che
oltre a denotare la conoscenza minuta del peso milanese, ci porta sino
allincredibile peso di 30 kg. Scappi non campanilista e sa che le trutte
mezane sono migliori per cui noi altri cuochi di Roma pigliamo le trutte mezzane e le
cuociamo cos intiere con vino, aceto et spetierie. Aggiunge altres diversi pottaggi e
luso delle uova in minestre e zuppe, buone anzi perfettissime, et maggiormente
quelle del lago maggiore e di Como che sono grosse come piselli (si lessavano nel
Opera, III.90, 123-125, 127-130, 138, 146, 211, 215, VI.35, 176; ff. 263-264].

51

225

brodo di cottura della trota, con olio o burro, eventualmente ispessito


con mandorle tritate o con pan grattato, servendo su fette di pane abbrustolito. Ma rilievo non negato alla trutta alla milanese, grossa e tagliata
per traverso in rotoli di altezza di due dita, cotta in bagno sovrabbondante
di vino e servita fredda con petrosemolo sopra et sapore. il peso dei pezzi per
piatto talora precisato in 4-5 libbre, ben pi dun chilogrammo pro
capite. E nel progettato banchetto del 17 gennaio 1566, per la seconda
incoronazione di Pio V, comparivano trute cotte nel vino alla milanese, servite
fredde con viole sopra, e ancora trutte cotte in vino et spetiarie, servite con fiori sopra.
Anche a Carlo V nel 1536 erano state servite trutte cotte in vino et spetierie,
con pimpinella e viole sopra. La trutta con spezie sembra corrispondere fra
le ricette alla trutta alla tedesca, che innova quella alla milanese con abbondante aggiunta di spezie, zucchero, aceto, accomodando la compositione, che
abbia del dolce et dellagro, con un poco di butirro fresco. Il pesce si serviva con
pane brustolito sotto et con il suo brodo sopra.
La qualifica alla tedesca pu interpretarsi alla svizzera: nel ducato di Milano non si faceva differenza tra sviceri e todeschi, dai tempi delle scorrerie
nel Ticino fino alla conquista nel 1499-1514 di Bellinzona, Locarno e
Lugano. E popolazioni walser di lingua tedesca da tempo si erano stanziate
nelle Alpi meridionali, dalla Valsesia alle valli Formazza, Anzasca e Maggia, sino allOssola Inferiore. Proprio Scappi sapeva che di terra tedesca si
portavano a Milano un cascio grasso nelle scorze darbori (la sua bont quando
mediocremente salato anche se alcune volte ha odore estravagante). Del resto il
nome sbrinz, sopravvissuto nella Svizzera centrale, era dato a formaggi
che il vescovo di Novara, qualche anno dopo, inviava in omaggio a Roma.
Di anguille abbondavano di certo le acque del Ticino e di altri fiumi
come la Tresa ove nel primo 500 esistevano peschiere per la loro cattura;
ma al consumo di corte erano obnubilate da quelle grosse di Comacchio,
gi citate. Di rane per tutta Italia n gran copia ma maggiormente in Lombardia
(e specialmente nel Bolognese come si detto); si amavano fritte o accomodate in agrestata; i gambari dacqua dolce erano in Milano assaissimi, i migliori
pescati nel Naviglio, in una grande variet di tipi; generalmente a cottura
divenivano rossi ma potevano anche sbiancheggiare o essere pi neri, migliori comunque a luna piena che vota. Dautunno alcune volte si mutano, come si
pu veder nelle pescherie di Milano, ove se ne fa incetta come si fa in Roma delli granchi
226

teneri. Da lontano invece, da Genova, venivano a Milano le seppie salate, e,


sempre sotto sale, le alici, con il nome gi richiamato di inghiou ma anche
anghioie (incid le chiama il Cherubini, ma inghiou sopravvive sul Ticino a
nord di Milano e il passo breve ad anchiughe che Scappi abbina alle alici, le
nostre acciughe. Divagando ai volatili, curiosa la presenza delle cicogne:
in Milano e altri lochi di Lombardia se ne allevano molte per le case (nascono di
maggio e son buone in agosto non troppo grosse, arrosto, uso che ai nostri
antenati non sar perdonato dai favolisti e dagli amici degli animali.52
Le indicazioni alla lombarda o alla milanese sono fra le pi frequenti
nellOpera. Alla lombarda si connotavano: i lessi di vitella e in particolare di
petto e pancietta ripieni, sotto petrosemolo e talora fiori e mentuccia; le panciette
di vitella suddette, raffreddate e passate a fette sulla graticola o ancora fatte
nella padella, servite calde con zuccaro e sugo di limoncello; le oche grosse ripiene
alessate, coperte dannolini, servite con cascio, zuccaro et cannella; i capponi grossi e
giovani, ripieni alessati, i primi con salami caldi et petrosemolo, i secondi ricoperti
di ravioli senza spoglia, con cascio, zuccaro et cannella (i ravioli senza sfoglia simili
agli odierni passatelli, erano paste fresche di provatura, cacio grasso
fresco, parmigiano grattato, uova, spezie ed erbucce battute o biete soffritte, cotte velocemente in brodo di carne; simili invece agli attuali ravioli
i seguenti, con sfoglia); i ravioli con sfoglia serviti con cacio, zuccaro et cannella;
la minestra di ravioli con sfoglia, servita con cascio, zuccaro et cannella; le zuppe di
cervellate sopra polpe di capponi alessate ovvero tramezzate da provatura fresca,
cacio, zuccaro, cannella; le ove affritellate; i tortiglioni sfogliati fatti con butiro. Lombardi o milanesi erano i tortiglioni ripieni, di varia dimensione; le crostate
di carni varie, ad esempio di zinna di vaccina; la rinomata carne di manzo
salata che, tolta di salamora, si asciugava al sole e allaria, per poi lessarla
e servirla con mentuccia, petrosemolo e fiori di borragine. Milanesi: i capponi
carnuti ripieni, lessati con cardi e cervellate, serviti con cacio e cannella; la
seccaticcia lessata, con prezzemolo; le ritortole di pasta ripiene; le offelle e le
offelle sfogliate, sorta di tortelli con ripieno di parmigiano e cacio fresco non
salato, uova, uva passa, zucchero e spezie; le torte di nosetti, i nosetti essendo
un ripieno di noci peste, mollica di pane imbevuta in brodo, cacio grasso
52
Opera I.8; II.142; III.76, 104, 115-120, 155, 161-163, 176, 211; IV.225v, 263v, 287v,
321r; V.195.

227

e parmigiano, erbe aromatiche e biete tagliate fini e spezie; i morselletti o


mostaccioli, fatti con pasta spessa un dito (di farina, uova, zucchero, anici
crudi o fiori di finocchio pesti, muschio fino), cotta previo spolvero di zucchero in forno caldo, poi tagliata in strisce larghe due dita, da biscottare
in forno tiepido. 53
Piatto dominante era la torta di herbe (o torta verde) alla lombarda o alla
milanese: compare nei men romani una trentina di volte, un primato fra
le portate di cucina. Consideriamo la ricetta usata fuor dinverno.
Taglinsi biete minute con i coltelli, et si lavino in pi acque, lasciandole scolare da s in un
foratoro, perch spremendole nesce il sugo che la sua bont, et poi si pigli una libra di cascio
Parmigiano overo di Riviera grasso grattato, et libra una di ricotta pecorina fresca, overo di
vacca, unoncia tra pepe et cannella, un quarto tra garofali et noci moscate, quattro oncie di
butiro fresco et sei ove; et fatta che sar la compositione dogni cosa, habbisi la tortiera onta di
butiro con un sfoglio di pasta fatto di fior di farina, acqua rosa, zuccaro et butiro, rossi dova
et acqua tiepida, et pongasi la compositione in la tortiera, cuoprendola con un altro sfoglio
di pasta cresputo, facciasi cuocere al forno o sotto il testo, et servasi calda; se si vorr ponere
zuccaro in la compositione et di sopra sar in arbitrio.

Simpone il confronto con la torta di herbe alla bolognese, di minore ma


non trascurabile comparsa: si differenziava nei formaggi (parmigiano e
struccoli, cio cacio fresco), in minor presenza di burro e di spezie (solo
pepe e cannella) e assenza di zucchero, acqua rosa, uova nella pasta ma
era servita con spolvero di zucchero sopra. 54
Due ricette alla lombarda riguardano piatti gi accennati: I - La minestra
di tortelletti dherba, interessante perch ci avvicina alla tipologia moderna
di ravioli e tortellini; lo sfoglio di pasta alquanto sottile, fatta di fior di farina, con acqua tiepida, acqua di rose, sale, burro, zucchero, si riempiva
con biete e spinaci soffritti, parmigiano grattato e cacio grasso, spezie,
uva passa, uova battute, cuocendo i tortelletti cos ottenuti in brodo di
carne e servendo con cacio, zucchero e cannella. II - La suppa con brodo
di carne consisteva in tre strati di pane bianco a fette (passate al forno e
Opera I.9; II.181, 199; IV. 169r, 172r, 183-184, 190-191, 195v, 200v, 210r, 213r, 225r,
231v, 239v, 242r, 245v, , 252-253, 256r, 258r, 261, 267-268, 270v, 275v, 277-278, 305r, 312r;
V.48, 49, 101; VI.142.
54
Opera, V.92, 93, 96.
53

228

spolverate con cacio grasso e droghe), inframezzati con fettine di provatura fresca o cacio grasso e inzuppate con brodo grasso fatto con carni
(di vaccina e cappone) e cervellate. Si serviva con spolvero di zucchero
e cannella, insieme a fettine di cervellata. Una variante contemplava la
tramezzatura con polpe e pelle di cappone. La suppa lombarda era consigliata
per tramezzare carni lessate di capponi e si serviva nel tardo autunno,
con una meza libra di cervellate per piatto ovvero con cervellate dentro e polpe di
capponi alessati sotto. 55
I cauli milanesi gi citati, le verze, insieme ai cauli bolognesi insaporivano una minestra in brodo di carne; interessano in particolare quelli ripieni.
Ammorbidito il caulo con un bollo, si riempiva il caspo (ceppo di base), tra
foglia e foglia, con carne magra di vitella o di porco, battuta con lardo vergellato, presciutto et cascio grattato, uova e spezie, aglio e prezzemolo tritato;
si involgeva poi il tutto in una foglia grande del cavolo, palpata in acqua,
legandone con filo i capi e cuocendolo in brodo grasso e midolla di porco. In altro modo si formavano con foglie di cavolo involtini, quali modernamente a Milano sono detti mondeghili, con ripieno di nosetti gi citati.
Rimanda alla terra natale di Scappi il macco, come si nomina in Lombardia
una minestra di fagioli e castagne secchi, per il quale si perlessano i fagioli
e, quasi cotti, si uniscono in altro vaso con olio, sale e poco fior di farina;
quindi si aggiungono le castagne, spigoli daglio, acqua, cime di salvia e, al
termine della cottura, spezie. Il mach sopravvive in una polentina di castagne secche maccate, cui del resto corrisponde in Sicilia lu maccu, a base
di fave secche (mk nelle aree di dialetto gallo-italico, come Sanfratello).
Da rilevare anche la torta e la minestra di formentone (un grano molto pi grosso
di quello del qual far il pane; se ne trova in Lombardia in quantit et si usa per far
torte et fiadoni): si tratta del granturco o grano saraceno di cui il Mattioli
tempo dopo avrebbe rilevato luso nelle valli alpine, come la Valtellina. I
citati fiadoni erano dei ravioloni a quattro cantoni, a foggia di lucerna, in pasta
di farina con burro, colorata in superficie con rossi duovo e zafferano,
ripieni di formentone cotto in brodo grasso di carne e unito a parmigiano,
cacio fresco, uva passa, spezie e pinoli, infine cotti in forno caldo.56
Opera, II.121, 179, 225, 226; III.240-242; IV.253v, 256r; V.96.
Opera, II.185, 198, 199; III.253; V.47, 88.

55
56

229

I fiadoni si potevano fare anche di orzo, farro, miglio, panico e riso: la


Lombardia oltre il Ticino si stava qualificando come produttrice di riso,
il cereale diffuso dagli arabi nel Mediterraneo e dalla Sicilia giunto nel
Salernitano, usato per lo pi a fini medicali. Larcivescovo Carlo Borromeo nel 1570 avrebbe istituito, per i poveri angustiati dalla carestia, una
mensa che distribuiva minestra di riso. E nel 1596 si trova del riso servito
al cardinal Federico Borromeo, in visita pastorale in Valtravaglia. 57
Scappi propone molti piatti con il riso di Lombardia o di Salerno, di
Salerno o di Milano, anche quando lo cucina alla damaschina: la torta cotta
in brodo di carne, la minestra di brodo di carne e quella di bianco magnare
o, ricorrente nelle liste, il riso cotto nel latte e persino una ginestrata fatta di
farina di riso depongono per una produzione in espansione, disponibile
quanto meno sulle tavole di rango. Se vincoli alle coltivazioni, per possibili danni alla salute pubblica, bloccarono a lungo la dilatazione dei consumi, resta il fatto che il riso sia progressivamente divenuto una componente basilare della cucina lombardo-piemontese.58 Esplicita, nellOpera,
la vivanda di riso alla Lombarda.
Piglisi il riso nettato et cuocasi nel brodo nel qual sian cotti capponi, oche e cervellate et cotto
che sar di modo che sia sodo piglisi una parte desso riso, et pongasi in un piatto grande di
terra o dargento over di stagno et spolverizzisi di cascio zuccaro et cannella et pongasi sopra
esso riso alcuni bocconcini di butero fresco e la polpa del petto di cappone et oche con cervellati
tagliati in pezzuoli, et rispolverizzisi di cascio, zuccaro et cannella. In questo modo faccianosi
tre suoli et lultimo sia bagnato di butiro fresco liquefatto e spolverizzato della medesima
compositione et pongasi al forno che non sia troppo caldo et lascisi stare per meza hora fin a
tanto che pigli un poco di colore et sbruffisi dacqua di rose et servasi cos caldo.

Altra collocazione lombarda, pur non dichiarata, possiamo assegnare


alla minestra di vivarole (che sappiamo essere stata servita, nel 1596, al cardinale Federico Borromeo durante la visita pastorale in Valtravaglia e che
nellOpera compare in tre versioni, ad esempio con spinaci, biete, uova,
Cfr. mie note in Terra e gente 20-2012, p. 60; e in Verbanus 7-1986, pp. 367-371.
Opera, II.154-156, 162, 184; III.221, 223; V.87. In effetti la propaganda dellOpera non
contagi la cucina italiana, nella quale il riso si espanso solo dal 700 in poi, senza tuttavia
raggiungere tutte le regioni (Capatti-Montanari, La cucina italiana..., cit., pp. 58 sgg.).
57
58

230

erbucce, menta e maggiorana, cotti insieme a pane e parmigiano grattati


in un brodo di burro salato e spezie, servita con spolvero di zucchero,
cannella e cacio. Anche alla montagna lombarda fanno pensare le minestre di miglio, panico e specialmente di farina di castagne (la qual dolce pi
di ogni altra farina et men nervosa), cotta in latte di capra o vacca. Luso di
erbe spontanee, note alle nostre campagne, talora rivelato da termini
dialettali: valga la minestra di radiche di rampoggini (alternative a quelle di
prezzemolo e che a differenza di quelle non hanno anima, buone fra settembre
e marzo). Si tratta del raperonzolo (Campanula rapunculus), da Milano a
Lecco al Canton Ticino oscillante in dialetto intorno a ramposgen. Va detto che alla lingua Scappi si riavvicina con linsalata di ramponzoli. Aria di
Lombardia si respira anche con le cervellate, in budello e in rete, a base di
carni macinate di maiale ovvero di animelle e fegato di vitella e anche di
sangue bovino (con bocconcini di grasso, cipolle fritte e aromi).59
***
Nellevoluzione della cucina lombarda (e di altre regioni) erano destinati a scomparire, dei caratteri propri alla visione di Scappi, luso insistito
dello zucchero, fuor dei dolci e di qualche apertura allagrodolce, e la
sovrabbondanza di spezie, limitate quasi soltanto al pepe; lo zafferano
rimasto come bandiera del moderno risotto alla milanese. Duraturi in
Lombardia nel lungo periodo si sono rivelati altri caratteri. Condimenti
preferiti sono rimasti, sino al 900 avanzato, quelli di di origine animale
(burro, lardo, strutto), riservandosi lolio alle insalate e alla frittura. Il brodo di carne, a parte i consumati, stato la base di ogni minestra, non solo
di riso, e dei risotti, cos favorendo luso dei lessi, sia di manzo, sia di pol Opera I.65; II.103, 183, 186, 208, 187, 233; III.285; IV.179r, 181r, 248v; VI.101, 161,
267r. Altri caratteri linguistici: vaso di rame, chiamato da essi (i milanesi) caldaro (onde anche caldara
e calderina) [III.116]; luertice sono anche detti i lupoli (lomb. luvertis, luertis, verts, emil. vartis)
o bruscandole (ven. bruscandoli) [II.217]; resche per lische (lamprede di Lombardia lubricose, senza
resche) [III.90]; palpata per la foglia di verza appassita nellacqua calda o soffritta(Cherubini
vv. palp, palpa, palpada, cita lo Scappi) [III.240]; brisavoli (ad es.: di polpa di vitello, ignoto
ai vocabolari italiani, da rimandare al mil. brisa, termine di macelleria per indicare animella
attaccata alla rcc [rete o omento], e interpretare come fetta di carne nello strato contiguo ai
pannicoli di grasso; forse lombarda almeno nel nome, la frittata rognosa, con pignoli ammogliati,
uva passa ed erbe odorose [IV.213v, 303r] o, per Cherubini, con tocchetti di salame, entrata in
lingua con lo Scappi (GDLI Battaglia).
59

231

lo; fra le carni mai tralasciati gli interiori, di bovini, maiali e pollame (cervello, animelle, fegato, coratella, cuore, rognone, trippa, sangue). Si sono
seguite le tracce di Scappi con il riso e latte, poi i minestroni, i risi asciutti
e in specie i risotti hanno qualificato la cucina lombarda anche allestero.
Fra le verdure indicativa la popolarit del cavolo verza, di biete,
spinaci, lattughe, usati anche per involtini come i mondeghili; verdure, formaggio, erbe aromatiche e altro (noci, mandorle, castagne, pinoli) hanno
formato i ripieni per polli, oche, anatre e, anche con la carne, per le
torte e i ravioli (di lombarda primogenitura). Formaggi e latticini in straordinaria variet hanno completato il volto della Paneropoli milanese,
dominando in cucina, in dessert e buffet. Salumi diversi e salsicce hanno
preso il posto delle cervellate e non mai venuto meno, specialmente
nelle campagne, luso duna miriade di erbe spontanee. Tralasciamo selvaggina, volatili, e dolci (per i quali si assiste a una notevole evoluzione);
dei pesci si pu dire che ha avuto successo e si evoluta la carpionatura,
che nuove salse come la maionese hanno accompagnato trote e carpioni;
la pescheria milanese si qualificata con alborelle e sardine; gli agoni essiccati e salati hanno conservato una certa popolarit. Dopo quattro secoli
il cambiamento si accentuato ma uno sguardo a quel mondo lontano,
se non altro per i processi tecnici (come le cotture differenziate o progressive) pu ancora essere utile al cuoco doggid, erede per catena mai
interrotta di una grande tradizione.

232

Enrico Fuselli

Il contrabbando nella legislazione


del Regno Lombardo-Veneto

Non mancano certo autorevoli testimonianze sulle dimensioni del fenomeno nellarea verbanese; nel corso della discussione per lapprovazione
dei trattati del 1851 con lAustria, il 26 gennaio 1852 il conte Cavour,
reggente il ministero delle Finanze e ministro dagricoltura, marina e
commercio, rispondendo alle obiezioni avanzate da alcuni senatori, afferm che
Ora io credo difficile per noi, direi impossibile, il frenare il contrabbando tanto
sul lago Maggiore quanto sui fiumi Ticino e Po, se non si mantenessero su
questacque imbarcazioni armate.

Il relatore della legge, Quarelli, aggiunse, parlando delle conseguenze


dellaccordo:
Attualmente per la diminuzione dei dazi e per la riduzione introdotta nella
nostra tariffa lallettamento del contrabbando sar sicuramente pi forte per
operarlo a danno della Lombardia; ma non men vero che per la facilit che
presta specialmente il lago Maggiore, anche per canto nostro questa convenzione pu essere utile.1

Discussione e adozione del progetto di legge per lapprovazione dei trattati di navigazione e commercio, e per la repressione del contrabbando sul lago Maggiore conchiusi
collAustria, in Atti del Parlamento subalpino. Sessione del 1851 (IV legislatura), Eredi Botta, Firenze
1866, vol. IX, pp. 1157; 1162.
1

233

Lo stesso Cavour aveva illustrato le caratteristiche del contrabbando


in un discorso tenuto di fronte al Parlamento subalpino il 7 gennaio 1852:
noto come si pratica il contrabbando sul lago Maggiore. Una nave parte
per lestero colle sue bolle in regola, arriva al confine, ottiene lo scarico delle
sue bolle; uninfinit di piccoli battelli che tengono dietro alla nave ricevono il
carico della medesima, e col favore delle tenebre tornano nelle acque nostre
od in quelle della Lombardia aspettando il momento in cui la sorveglianza dei
doganieri venga meno. Questo andare e rimanere delle barche lungo la sponda,
il non allontanarsi da essa, il non prendere terra in punto fisso, quello che
sintende col vocabolo bordeggiare.2

Nello stesso intervento, egli indicava quali merci potevano essere


contrabbandate con evidente danno dellerario sardo:
Certamente noi abbiamo fatte larghe e radicali riforme daziarie, ma abbiam pure
conservati ancora certi dazi, e questi, per taluni articoli, anche molto elevati.
Citer solo alcune stoffe di cotone, per i quali i dazi sono ancora del 35 o del 40
per cento. Citer i dazi conservati sulle stoffe di seta e anche sui panni. Il dazio
sulle stoffe di seta di 15 lire per chilogramma [sic].3

Un altro aspetto molto evidente, sottolineato con chiarezza da un


economista, era la difficolt di controllare, in modo efficace, le rive del
Verbano, che costituivano, al pari di altre aree di confine del regno sabaudo, una situazione topografica che rendeva agevole il contrabbando:
Da Pallanza a Sarzana non vi pu essere situazione topografica pi favorevole
al medesimo [al contrabbando]. Le sponde del lago Maggiore sempre s difficili
a sorvegliarsi, i boschi ed i cespugli lungo il corso del Ticino e del Po; pi basso
pianure, ove il confine non segnato da verun accidente del terreno: poi monti,
che offrono infiniti ed occulti passaggi.4
Quinto discorso (7 gennaio), in Discorsi parlamentari del conte Camillo di Cavour raccolti e
pubblicati per ordine della Camera dei Deputati, Eredi Botta, Torino 1865, p. 221.
3
Ivi, pp. 226-227.
4
G. Giovannetti, Della libera estrazione della seta greggia dal Piemonte, II edizione, Tip. Vescovile, Vigevano 1834, pp. 85-86.
2

234

Un passo della Cronaca italiana dal 1814 al 1850, opera redatta da


diversi autori, parlando dei trattati stipulati tra Austria e Sardegna nella
prima met dellOttocento, sostiene:
Nel 1834 era stata conchiusa tra i due governi una convenzione per impedire
lenorme contrabbando, che si faceva a danno dei due stati sulle rive del Ticino,
e per lacqua del lago Maggiore. Questa convenzione aveva duplice vantaggio;
uno per le finanze, ponendo fine a tante frodi, che ne scemavano glintroiti; laltro per la moralit delle popolazioni limitrofe, che ogni d pi si corrompevano,
dedicandosi al lucroso esercizio del contrabbando [...].5

Prima di loro, Melchiorre Gioia aveva sostenuto, parlando in generale - ma laffermazione sembra riferirsi proprio al Verbano - che
Allorch il confine sparso di monti e di paesi popolosi, trovano facilmente soccorso i contrabbandieri, e la merce sfrosata consumatori. In queste condizioni
lo sfroso diviene un mezzo di vivere per le persone che mancano di mestiere,
ed un mezzo di guadagnare per que negozianti che mancano donore [...].6

Pietro Verri, nel presentare un progetto di riforma doganale nel 1774,


aveva nominato, tra le aree del Milanese minacciate dal contrabbando,
anche la riva orientale del lago Maggiore:
La ubicazione poi delle citt di provincia e de borghi e terre pi popolate verso il confine. Le quattro citt Como, Pavia, Cremona e Casal Maggiore toccano
il confine. Luino, Laveno, Angera, Sesto Calende, Somma, Turbigo, Boffalora,
Abbiategrasso, Bereguardo, Belgiojoso, Codogno, Casal-Pusterlengo, Soncino,
Castel-Leone, Caravaggio, Brignano, Trezzo, Brivio e Lecco sono siti popolati
posti tutti al confine: linvasione del contrabbando sar irreparabile se venga
invitato con un tributo che eccede il limite.7

Aa. Vv., Cronaca italiana dal 1814 al 1850 compilata da una societ di scrittori, Massimiliano
Dini Editore, Firenze 1855, vol. II, p. 40.
6
M. Gioia, Sulle manifatture nazionali e tariffe daziarie, Giovanni Pirotta Stampatore-librajo,
Milano 1819, pp. 72-73.
7
P. Verri, Estratto del progetto di una tariffa della mercanzia per lo Stato di Milano presentato al
5

235

Il circondario confinante
nella zona del Verbano
(immagine tratta dal sito
http://www.geoplan.it)

Che le terre lombarde verbanesi fossero infestate dal contrabbando


lo dimostra chiaramente la notificazione del 24 marzo 1836, che defin il
limite interno del circondario confinante (la zona di massima vigilanza
doganale, di cui mi occuper pi avanti). Il documento comprese tutta
larea di confine con la Svizzera e il Regno di Sardegna, racchiusa allinterno dei tratti nn. 35-42 nella provincia di Como e del n. 43 in quella di
Milano, con una profondit variante tra i 7-8 chilometri (vi erano compresi tutti i centri rivieraschi, la parte settentrionale dellattuale provincia
di Varese e alcuni grossi borghi, come Gavirate e Ternate).8
Molti gli uffici doganali presenti nei centri rivieraschi della provincia,
tutti dipendenti dallImperial Regia Intendenza di Finanza di Milano. Da
nord a sud si trovavano lungo la riva:
- la ricevitoria sussidiaria di Zenna, raggiungibile dallapprodo sul
lago; erano strade doganali (le uniche permesse per gli spostamenti con
merci da sottoporre a controllo per uscire dal circondario confinante)
quelle per Pino, Tronzano, Bassano, Luino, Cassano e Ferrera;
- la ricevitoria sussidiaria di Maccagno, alla quale si giungeva dallapprodo percorrendo la via della Gabella; le strade legali erano quelle per
Colmegna, Luino, Germignaga, Cassano e Ferrera;
- la ricevitoria principale di Luino, alla quale si arrivava dallapprodo
per la piazza del mercato; le strade doganali erano quelle per Germignaga, Cassano e Ferrera;
- la ricevitoria sussidiaria di Porto Valtravaglia, raggiungibile dallapprodo di Valtravaglia; le strade permesse erano quelle per Bedero, Cassano e Ferrera;
- la ricevitoria principale di Laveno, alla quale dallapprodo si giungeva per la piazza del mercato settimanale; le strade doganali erano quelle
per Cittiglio, S. Andrea e Gavirate;

Magistrato Camerale il XXX maggio MDCCLXXIV, in Idem, Opere filosofiche e di economia politica,
Societ Tipografica de Classici Italiani, Milano 1785, p. 219.
8
Notificazione n. 3557-464 del 24 marzo 1836 dellImperial Regio Governo di Milano, in
Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari, Imperial Regia Stamperia, Milano 1836, vol. III, pp. 874-875.

237

- la ricevitoria sussidiaria di Arolo, alla quale si giungeva dal locale approdo;


le strade permesse erano quelle per Ballarate, Sangiano, Caravate e Gavirate;
- la ricevitoria sussidiaria di Ispra, alla quale si arrivava dal locale
approdo per la contrada della Badia; erano strade doganali quelle per
Brebbia, Besozzo e Gavirate;
- la ricevitoria principale di Angera, alla quale si giungeva dallapprodo percorrendo il piazzale del lago; le strade permesse erano quelle per
Sesto Calende, Somma Lombardo e Gallarate;
- la ricevitoria principale di Sesto Calende, raggiungibile dallapprodo
attraverso la piazza grande e la contrada della Dogana; le strade doganali
erano quelle per Somma Lombardo e Gallarate. Da essa dipendeva il posto di osservazione (collocato sulla linea di confine per la tutela dei diritti
di finanza, che non aveva la funzione di ufficio daziario, ma il cui personale doveva accompagnare le merci alla ricevitoria pi vicina)9 di Persualdo.
Per via di terra funzionavano altri uffici:
- la ricevitoria sussidiaria di Dumenza, raggiungibile percorrendo la
strada doganale di Trezzo e della Fraccia, alla quale si arrivava per la
Cascina di Trezzo e della Fraccia; si usciva dal circondario confinante
seguendo la via del Ponte San Giorgio a Luino, Cassano e Ferrera;
- la ricevitoria sussidiaria di Fornasette, alla quale si giungeva grazie alla
strada doganale omonima; dallufficio daziario si seguiva la strada legale,
che era la provinciale delle Fornasette per Luino, Cassano e Ferrera.10
Giova ricordare, tuttavia, come la spedizione delle merci doveva essere effettuata inviando le merci dal confine ad una dogana interna, sotto
garanzia e con un documento chiamato bolletta dassegna (in seguito
recapito di scorta); le dogane interne furono istituite in ogni capoluogo di provincia, ma anche in alcuni di quelli di distretto.11
Lappartenenza dei diversi centri e localit al circondario confinante
era segnalata, nelle acque di confine, lungo le strade doganali e nei punti
G. Cappellari Della Colomba, Le imposte di confine. I monopoli governativi e i dazi di consumo
in Italia, Stamperia Reale, Firenze 1866, p. 99.
10
Elenco degli ufficj daziarj di confine e delle strade doganali, in Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari, Imperial Regia
Stamperia, Milano 1836, vol. III, pp. 884-885.
11
Cappellari Della Colomba, Le imposte di confine..., cit., p. 99.
9

238

della linea interna dove essi erano intersecati da strade maestre da alte
travi di legno perpendicolari dipinte a fasce alternanti gialle e nere, sormontate da tavole (che avevano forma diversa a seconda che indicassero
ricevitorie principali o sussidiarie). Nei luoghi o nei comuni ricompresi
nellarea di massima vigilanza i segnali consistevano in una tavola o in
uniscrizione recante la scritta Nel circondario confinante.12
Allinterno del circondario confinante erano soggette a controlleria
(ovvero a vigilanza ai fini doganali):
a) le spezierie e drogherie;
b) il cotone grezzo e tutti i prodotti di cotone misti o non misti;
c) i vini;
d) le acquaviti e lo spirito di vino, larrak,13 il rum, i liquori e le acque
distillate dolcificate;
e) la seta grezza, filata o torta, tinta o non tinta, i bozzoli da seta e le
merci di seta (mista o meno con altre fibre);
f) lolio doliva;
g) i pesci salati, essiccati, affumicati o marinati.14
Nella legislazione del Lombardo-Veneto il contrabbando era classificato - al pari delle gravi contravvenzioni di finanza - tra le defraudazioni
dei diritti di finanza.15 In maniera piuttosto efficace, anche se poco tecnica,
il giurista Zambelli defin il contrabbando come
qualunque azione pertanto contraria alle leggi di importazione e di esportazione, di assegnamento, sia questo rivolto al daziato, al transito o alla custodia,
qualunque azione contraria alle prescrizioni sorveglianti il consumo, qualunque
12
Indicazione delle diverse specie di segnali, della forma delle tavole e del colore delle
leggende, in Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in
oggetti s amministrativi che giudiziari, cit., vol. III, p. 899.
13
Si tratta di un liquore orientale, ottenuto mediante distillazione del riso, fermentato con
melassa di canna o sugo di canna; cfr. T. De Mauro, Grande dizionario italiano delluso, UTET,
Torino 1999, vol. I, p. 411.
14
Notificazione n. 4144-543 del 15 marzo 1836 dellImperial Regio Governo di Milano, in
Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari, cit., vol. III, p. 741.
15
Legge penale sulle contravvenzioni di finanza, parte I, Imperiale Regia Stamperia, Milano
1835, 12, p. 6.

239

deviazione dalle strade doganali, qualunque arbitrio non giustificato nel tempo
dei trasporti.16

Un altro tassello del quadro fornito dalla Memoria del direttore generale delle gabelle del Regno dItalia, Bennati, presentata alla commissione istituita verso la fine degli anni Settanta dellOttocento per varare
la riforma del Corpo delle Guardie doganali - la relazione si basava su
una profonda, pluridecennale conoscenza del fenomeno:
La provincia di Novara e segnatamente i circondari di Domodossola e Pallanza, sebbene in proporzioni minori assai duna volta, infestata anchessa
dal contrabbando: la scala della frode nellultimo dei due suddetti circondari
in modo speciale il lago Maggiore; i contrabbandieri aspettano il tempo burrascoso e compiono le loro operazioni quando suppongono che le guardie
doganali non si arrischino di affrontare il lago con le loro piccole barche. Oltre
al contrabbando formale, le donne17 passando il confine riescono sempre ad
introdurre qualche quantit di tabacco e daltri generi pi gravemente tassati.18

Si trattava di unattivit piuttosto florida, se vero che nel dicembre


1834 i governi di Vienna e Torino - i rapporti tra i quali nellOttocento
furono tuttaltro che cordiali ed amichevoli - addivennero alla stipula di
una convenzione per combatterlo. Laccordo, ad onore del vero, non si
occup solamente del lago Maggiore, ma anche dei fiumi che segnavano
il confine tra i due regni (Ticino e Po); esso ebbe validit dal 1 luglio

B. V. Zambelli, Programma di cento undici lezioni per servire allinsegnamento del diritto austriaco
di finanza, Tip. e Libreria di Giuseppe Chiusi, Milano 1845, pp. 84-85. Lautore si riferisce al
tentato contrabbando, ma la definizione calzante anche per quello consumato.
17
Un gustoso episodio del genere, riguardante unavvenente signora tedesca, raccontato
in Rusticus, Che cosa si pensa del contrabbando, Il Finanziere, anno XXVIII, n. 45, 22/11/1914;
la donna, scoperta dai finanzieri in piena estate con un pezzo di seta attorno al tronco, si discolp affermando di averlo fatto per... ripararsi dal freddo!
18
Memoria del direttore generale delle gabelle, Bennati, alla commissione istituita per studiare e proporre le riforme da introdursi nel Corpo delle Guardie Doganali, in Atti parlamentari
della Camera dei Deputati, sessione 1878-1879, Tipografia Eredi Botta, Roma 1879, vol. VI, seduta
del 20 marzo 1879, Riordinamento del Corpo delle Guardie Doganali, allegato B, p. 30.
16

240

1835 (fu ratificato il 16 marzo e pubblicato nel Lombardo-Veneto il 29


giugno 1835).19
La convenzione si componeva di 24 articoli; col 1 si disponeva che
tutte le barche che navigavano nel lago per proseguire verso una qualsiasi
destinazione, una volta entrate nelle acque dei domini sardi ed austriaci,
dovevano assoggettarsi alla visita degli uffici doganali, per controllare
che non trasportassero sale, tabacco, polvere e nitri. In caso di rotta
dal Verbano verso le rive sarde o austriache o il Ticino, la visita avrebbe
avuto luogo solamente in seguito a richiesta degli agenti di finanza di
uno dei due stati (il pi vicino al quale si fosse trovata limbarcazione).
Lungo i due fiumi, il controllo doganale sarebbe stato effettuato nella
dogana pi vicina. I conduttori delle imbarcazioni (o i loro padroni e
proprietari) non potevano sottrarsi al controllo; in caso contrario sarebbero incorsi nelle pene previste dalle leggi vigenti.
Con larticolo successivo si prevedeva che nessuna barca avrebbe potuto approdare in luoghi in cui non esistevano uffici doganali, n scaricare le merci in dogana senza lautorizzazione del ricevitore dellufficio.
Il terzo articolo proibiva espressamente ad ogni barca di attraccare
o sostare nelle acque del Po e del Ticino laddove non esisteva un ufficio doganale, senza avere ottenuto preliminarmente lautorizzazione; di
utilizzare piccoli battelli o qualsiasi altro mezzo che avrebbe potuto
servire per il trasbordo del carico a terra, o da terra sullimbarcazione.
Lart. 8, inoltre, disponeva che ogni approdo, scaricamento o deposito
di merci in luogo non autorizzato sarebbe stato considerato come avvenuto in contrabbando e avrebbe comportato, ipso facto, lirrogazione delle
pene previste per tale reato. Il successivo articolo stabiliva uneccezione
per le situazioni di forza maggiore, che dovevano per essere debitamente provate alle autorit giudiziarie o locali e comunque comunicate, entro
unora, al pi prossimo ufficio doganale.
Convenzione tra lImperiale Regia corte dAustria e quella di Sardegna per la repressione del contrabbando nelle acque territoriali del lago Maggiore, del Po e del Ticino, in Raccolta
degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che
giudiziari, Imperiale Regia Stamperia, Milano s.d., vol. I, pp. 41-42; per il testo della convenzione, cfr. Ivi, pp. 43-56.
19

241

Il 5 stabiliva che ogni barca che avesse toccato riva o sponda


sarebbe stata considerata come approdata e, come tale, sottoposta
allobbligo di dichiarare i generi trasportati; le modalit della dichiarazione erano stabilite dallart. successivo, che disponeva che essa doveva
essere effettuata entro unora dallapprodo. Subito dopo sarebbe iniziata
la visita del carico, secondo quanto previsto dai regolamenti generali. In
caso di merci accompagnate da dichiarazione per un luogo diverso da
quello di approdo, i conduttori (o proprietari) avrebbero dovuto munirsi
della bolletta a cauzione vincolata al certificato di arrivo per localit
nel territorio dei due stati, oppure dellultimo ufficio doganale di uno dei
due stati in caso di merci in transito per lestero.
Lart. 7 contemplava la possibilit di visitare i mulini lungo i fiumi
Ticino e Po; le merci rinvenutevi senza la relativa documentazione sarebbero state considerate in contrabbando e sequestrate.20 Lart. 10 prevedeva che le norme precedenti valessero anche per le imbarcazioni in
navigazione lungo Po e Ticino.
Lart. 13, molto importante, stabiliva che i due stati potevano valersi
di un servizio di vigilanza con imbarcazioni di guardie, allo scopo di
garantire losservanza delle regole e reprimere e punire contravvenzioni
e frodi. In caso di simultaneo intervento degli agenti di finanza dei due
stati, il prodotto delle confische sarebbe stato spartito tra le amministrazioni doganali. Il relativo procedimento in un caso del genere sarebbe
stato formalizzato nello stato pi vicino al luogo dellarresto (senza eccezioni di sorta per limpossibilit di stabilire lappartenenza, ad esempio,
di unisola ad uno degli stati).
Lart. 14 stabiliva che i generi in transito da uno stato allaltro e dirette verso un paese terzo non potevano essere accettati se mancanti della
documentazione attestante in maniera chiara la loro effettiva destinazione. Gli esemplari previsti per il certificato darrivo sarebbero stati tre:
uno rilasciato al conduttore delle merci, uno destinato allufficio doganale dello stato vicino e lultimo trattenuto dallufficio doganale al quale la
Nel romanzo di Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, Mondadori, Milano 1997, vol. I Dio ti salvi, si parla dei mulini come di luoghi di deposito di merci di contrabbando. Giuseppe,
il figlio di Lazzaro Scacerni, chiamato Coniglio Mannaro, si arricchisce dedicandosi allo sfroso
(Ivi, vol. II - La miseria viene in barca).
20

242

merce era stata presentata. In caso di ostacolo che avesse comportato un


ritardo nellarrivo della merce allufficio di destinazione, linconveniente
doveva essere comunicato allo stesso, che in caso contrario non avrebbe
rilasciato la bolletta a discarico delle merci, che ne dimostrava la corretta
uscita/introduzione dallo stato. Tale documentazione non sarebbe stata
rilasciata in caso di divergenza tra la dichiarazione della qualit e quantit
delle merci e le risultanze della visita doganale (artt. 18-19).
Lart. 20 elencava i posti doganali attraverso i quali sarebbe stato possibile
effettuare i transiti: per il regno piemontese Intra, Arona, Castelletto Ticino,
S. Martino Ticino, S. Martino Sicomario e S. Pier dArena, per il LombardoVeneto Laveno, Angera, Sesto Calende, Boffalora, Borgo Ticino e Spessa.
Larticolo seguente disponeva che le merci in transito in uno dei due
stati potevano essere dichiarate tali verso un paese terzo a condizione
che esse fossero state regolarmente introdotte nello stato stesso, con
lesibizione della bolletta rilasciata al momento dellingresso. Lart. 22
stabiliva che linosservanza delle disposizioni relative ai transiti avrebbe
comportato lapplicazione delle pene previste in tali casi (le merci sarebbero state considerate introdotte in contrabbando).
I certificati di transito, ai sensi del penultimo articolo (il n. 23), sarebbero stati rilasciati senza spesa di sorta per i richiedenti. Lultimo fissava
la durata della convenzione in due anni; laccordo si sarebbe rinnovato
implicitamente ogni biennio, qualora non fosse stato disdetto da uno dei
contranti almeno tre mesi prima della sua scadenza (art. 24).21
Un nuovo accordo tra i due stati rivieraschi per la repressione del
contrabbando fu firmato il 22 novembre 1851. La convenzione, sostanzialmente, ricalcava quanto concordato con quella del 4 dicembre 1834,
introducendovi quei miglioramenti e quelle modificazioni che lesperienza ha consigliati, e ci anche in esecuzione dellart. 5 degli articoli
separati e addizionali del trattato di pace del 6 agosto 1849.22
21
Per il testo della convenzione vedasi Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali
emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari, cit., vol. I, pp. 44-56.
22
Per il testo della convenzione vedasi Raccolta dei trattati e delle convenzioni commerciali in
vigore tra lItalia e gli stati stranieri, Tip. G. Favale e C., Torino 1862, pp. 362-369 (per la citazione,
Ivi, p. 362).

243

Sebbene si tenda a ridurre la figura del contrabbandiere al solo spallone,


in realt il contrabbando era praticato da una molteplicit di figure. Nella
legislazione del Regno Lombardo-Veneto sono espressamente menzionate
le societ di contrabbando23 e le bande di contrabbandieri,24 alle quali
furono dedicati diversi paragrafi della Legge penale sulle contravvenzioni di
finanza del 1835. La definizione del sodalizio permette di ricavare diverse
informazioni sulle modalit operative dello sfroso, al di l di alcune ricostruzioni caramellose del mondo del contrabbando, che pure riscuotono un
certo successo presso il pubblico meno accorto e smaliziato.
Il 251 della legge penale stabil:
Chiamasi societ di contrabbando lassociazione di due o pi persone contratta per far
oggetto di loro occupazione reiterata
a) il contrabbando, il preparare o procurare i mezzi ausiliarj per il medesimo, lassicurazione della riuscita delle intraprese di contrabbando, od in generale il favorirlo, agevolarlo,
promuoverlo o celarlo, ovvero
b) il commettere, favorire, agevolare, promuovere o celare gravi contravvenzioni di finanza
in pregiudizio dei rami di finanza esposti al contrabbando, cio in pregiudizio
del dazio, delle privative, del dazio di consumo, ovvero lassicurazione della riuscita
di gravi contravvenzioni di finanza in pregiudizio di questi rami.25

Si nota, immediatamente, linsistenza sullassicurazione del contrabbando.


Lespressione individua la pratica dei contrabbandieri, piuttosto diffusa,
di cautelarsi contro gli imprevisti del mestiere, stipulando delle vere e
proprie polizze o pagando una somma supplementare per assicurarsi la
consegna della merce acquistata. Fu leconomista ottocentesco Gerolamo Boccardo a chiarire ulteriormente il concetto:
Nella legislazione del Granducato di Toscana menzionato il contrabbando per
impresa, assimilabile alle societ di contrabbando; per configurare tale fattispecie, occorreva
la fabbricazione o lintroduzione di almeno mille libbre di sale. Cfr. F. Carrara, Esposizione dei
delitti in specie, Tip. di B. Canovetti, Lucca 1870, vol. VII, pp. 589-590.
24
Le disposizioni doganali dello Stato Pontificio contemplavano il reato di contrabbando in conventicola, praticato da almeno due persone, non necessariamente armate; cfr. Regolamento del Tesorierato Generale sulle invenzioni di contrabbando del 1 agosto 1822, in
Raccolta delle leggi e regolamenti dellAmministrazione Generale dei Dazj indiretti ed altri diritti concentrati
nella medesima, Stamperia della Reverenda Camera Apostolica, Roma 1833, vol. II, p. 401.
25
Legge penale sulle..., cit., p. 123.
23

244

Esistono sul territorio straniero compagnie di assicuratori, le quali operano in


due diversi modi; il primo consiste nellincaricarsi da veri commissionarii, di
spedire, in frode e per mezzo di secondarii agenti, gli oggetti loro affidati, stipulando un prezzo differente a seconda che la spedizione riesce o che la dogana
confisca la merce; il secondo sta nellobbligarsi, da veri assicuratori, a consegnare la merce al domicilio del destinatario, il quale corre per tal modo rischi
minori, e quindi paga pi chiaro il servizio ricevuto.26

La legislazione austriaca passava quindi ad individuare le diverse figure dei soci delle societ di contrabbando; un ruolo fondamentale lo aveva
il motore, ovvero chi costituiva la societ, chi ne dirigeva gli affari e gli assicuratori che garantivano la riuscita delle contravvenzioni, ben sapendo
che la societ assicurata era stata costituita per consumare il contrabbando.27 Si tratta di personaggi importanti, che tuttavia erano destinati a rimanere nellombra: oltre agli assicuratori, rientravano in questa categoria
uomini che spesso erano impegnati nel commercio e che ricorrevano al
contrabbando per battere la concorrenza degli operatori corretti e che
miravano al guadagno facile.28
Oltre al motore cerano gli autori, i membri della societ di contrabbando e coloro che assicuravano la riuscita delle contravvenzioni di finanza,
consapevoli della natura delittuosa delle operazioni della societ stessa,
per un tempo determinato.29 Il profilo degli autori meno netto di quello
del motore; oltre agli assicuratori, vi rientrano coloro che finanziavano le
attivit della societ, pur non avendone la direzione.
Ad un livello inferiore cerano i complici, che potevano ricoprire ruoli
molto diversi. Cerano coloro che cercavano i membri per costituire lassociazione (o che si mettevano a disposizione per fondarla), altri si occupavano materialmente della gestione della societ - senza averne tuttavia
Voce Contrabbando, in G. Boccardo, Dizionario della economia politica e del commercio, Sebastiano Franco e Figli e Comp. Editori, Torino 1857-1861, vol. I, p. 658.
27
Legge penale sulle..., cit., 252, p. 124.
28
Rientra in questa categoria Giovanni Battista Reggiori, coinvolto nellaffare Silani e artefice di un colossale contrabbando di caff e generi coloniali dalla Svizzera allItalia nei primi
anni del Novecento; cfr. E. Fuselli, Laveno: storia di lago, contrabbando e sangue, Terra e Gente,
XV (2007), pp. 19-21.
29
Legge penale sulle..., cit., 253, p. 124.
26

245

la direzione - curando lacquisto, la custodia e lo smercio delle merci da


contrabbandare, la fornitura delle provviste, individui che mettevano a
disposizione i locali (gratuitamente o a pagamento) i locali per occultare i
generi da sfrosare, persone che si valevano dellassociazione per introdurre e mettere in commercio gli oggetti importati in modo fraudolento
e gli assicuratori - consapevoli - di singole contravvenzioni di finanza.30
Anche tali figure raramente comparivano sulla scena, che era tutta, invece per lultima tipologia di contrabbandieri.
Abbiamo, infatti, i partecipi, presentati come coloro che, pur avendo
lobbligo di denunciare (per il servizio, limpiego o loccupazione) lesistenza di una societ di contrabbando, omettevano di farlo, nonch
chi, sebbene tenuto per il proprio officio ad agevolare le indagini volte a
smascherare unassociazione di contrabbandieri, favoriva con il proprio
comportamento il sodalizio. Ancora, tutti coloro che, in maniera diversa,
prestavano ajuto alla consumazione del contrabbando oppure ad un
motore o ad un membro della societ di contrabbando - pur conoscendone le finalit contrarie alla legge.31
Quella dei partecipi la categoria pi conosciuta grazie alla cronache:
vi rientrano i finanzieri e i doganieri corrotti, gli spalloni, gli stelloni,
i campioni e le vedette.
Sugli spalloni c poco da dire: essi rappresentano, nellimmaginario
collettivo, i contrabbandieri per antonomasia, coloro che a spalla trasportano materialmente le merci da importare (o anche esportare) in
modo illegale. Taluni di loro furono a volte di una violenza e di una
brutalit inimmaginabili, come testimoniano le vicende drammatiche di
diversi finanzieri presi a colpi di falcetto.32
Gli stelloni erano coloro che precedevano di poco gli spalloni; senza carica, avevano il compito di avvertirli, grazie ad un segnale precedentemente concordato (un fischio, un colpo di tosse o altro), della presenza
Ivi, 254, pp. 124-125.
Ivi, 255, pp. 125-126.
32
Cfr. E. Fuselli, LA.N.F.I. nei 150 anni dellUnit dItalia. Storia dellAssociazione Nazionale
Finanzieri dItalia (1899-2011), A.N.F.I.-Museo Storico della Guardia di Finanza, Roma 2011,
pp. 353-372.
30
31

246

delle guardie di finanza.33 Queste ultime, normalmente, non si lasciavano


ingannare, permettendo il passaggio degli stelloni e intervenendo invece quando la colonna degli spalloni era a brevissima distanza.34
I campioni costituivano la scorta armata degli spalloni; essi erano presenti quando il numero di questi ultimi era molto consistente e,
di conseguenza, il valore delle merci contrabbandate era assai ingente.35
Non esitavano ad aprire il fuoco sui finanzieri, tanto che spesso si verificavano delle intense sparatorie - in qualche occasione si ebbero delle
vittime.36
Alle vedette spettava il compito di segnalare agli spalloni la presenza
dei finanzieri, oppure la direzione da loro presa in occasione delle uscite
in servizio; potevano essere uomini, donne, fanciulli - in qualche occasione addirittura il curato. Svariati i metodi utilizzati: tra i pi frequenti
ricordiamo lesposizione di lenzuola e il suono delle campane.37
Spesso erano contrabbandieri: essi si spacciavano per confidenti coloro che informavano gli agenti della finanza sulle prossime mosse dei
contrabbandieri - al fine di assumere, in maniera surrettizia, il controllo
del servizio di vigilanza, per garantirsi il via libera in altri luoghi. Essi
33
Il vocabolo steln indica, secondo il Cherubini, la guida dei contrabbandieri, pratica
di ogni viottolo; fa el steln significa zimbellare, allettare, invischiare, irretire, fare lo zimbellatore. Cfr. F. Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, Aldo Martello Editore, Milano 1968 (ed.
anastatica delledizione del 1839), p. 1567. Secondo N. Bazzetta De Vemenia, Dizionario del
gergo milanese e lombardo, Arnaldo Forni Editore, Bologna 2003 (ed. anastatica del 1940), p. 32,
esso indica quello che fa la guardia per i contrabbandieri.
34
G. Oliva, Il contrabbando. Aspetti del fenomeno e misure di contrasto, Guido Pastena Editore,
Roma 1977, p. 22.
35
F. Vigan, Il contrabbandiere di Olginate. Romanzo storico del secolo XVIII, Tip. D. Salvi e
Comp., Milano 1861, p. 255.
36
Tra Astano (CH) e Dumenza nella notte del 12 maggio 1892 si ebbe uno scontro a
fuoco tra cinque finanzieri in servizio di appostamento e una banda di 20 contrabbandieri, alcuni dei quali armati; dopo lintimazione dellalt da parte delle guardie di finanza, gli individui
dimostrarono di essere decisi a proseguire ad ogni costo. Inizi una violenta sparatoria, che
si concluse con il ferimento di un agente e la morte di un contrabbandiere (Conflitto tra guardie
e contrabbandieri, Il Monitore delle Regie Guardie di Finanza, anno VI, n. 20, 18/5/1892).
37
Una serie di espedienti ai quali ricorrevano i contrabbandieri presente in C. Pezza,
Contrabbando contrabbandieri e polizia finanziaria, Tip. Editrice Cavalleri & C., Como 1922, p. 66,
e in J. Satta, Il dinamismo del contrabbando, Studio di Legislazione Sociale, Roma 1924, vol. I,
pp. 184-209.

247

permettevano inizialmente il conseguimento di qualche fermo di merci


di contrabbando, al fine di guadagnare la fiducia dei finanzieri.38
Accanto alle societ esistevano anche le bande di contrabbandieri. La
Legge penale chiariva:
Se tre o pi persone con intenzione diretta a trasgredire insieme una legge risolvono nello stesso tempo, od anche mediante successiva adesione, di cooperare
unitamente a commettere
a) una determinata contravvenzione di finanza, che da riguardarsi come contrabbando, o
b) una determinata grave contravvenzione di finanza, che per la sua qualit serve a proteggere, favorire, agevolare, o celare il contrabbando, o
c) singole contravvenzioni non ancora determinate appartenenti alle premesse classi o specie,
una tale associazione costituisce una banda di contrabbandieri.39

Analogamente a quanto previsto per le societ di contrabbando, anche per le bande erano individuati i motori, coloro che avevano fondato
la banda e che la dirigevano (indicati anche come fondatori e capi). Essi
erano imputabili della contravvenzione per lesecuzione della quale era
stata costituita la banda e di tutte le contravvenzioni di finanza commesse dalla stessa.40
Esistevano anche assicuratori che offrivano i loro servizi alla banda di contrabbandieri, naturalmente ben al corrente degli scopi illegali della stessa.41
Naturalmente accanto ai motori e agli assicuratori cerano gli altri
membri della banda, colpevoli delle contravvenzioni di finanza da loro
commesse e anche di quelle compiute dalla banda alle quali avevano cooperato prima, durante o dopo la loro esecuzione.42
La costituzione di una societ di contrabbando era ovviamente un
reato pi grave rispetto a quella di una banda di contrabbandieri, che implicava, come abbiamo visto, una struttura decisamente meno complessa.
L. Squadrani, Frammenti di vita di un finanziere scarpone, Il Finanziere, Roma, 1939, pp.
122-123.
39
Legge penale sulle..., cit., 178, pp. 81-82.
40
Ivi, 179, p. 82.
41
Ivi, 180, pp. 82-83.
42
Ivi, 183, pp. 84-85.
38

248

pacifico che la costituzione di societ e bande per contrabbandare


merci presuppone una notevole convenienza nel frodare lerario. Tale
possibilit era favorita dalle scelte doganali dellimpero asburgico, del
quale il Regno Lombardo-Veneto non era che una semplice appendice;
la politica doganale, adottata dalle autorit imperiali nel 1817, mir a costituire unarea commerciale comprendente tutte le regioni dellimpero,
nella quale non fosse possibile introdurre i prodotti stranieri.
Ci si tradusse nel varo di un sistema doganale proibitivo, che - come
detto - impediva limportazioni di merci stranieri e lesportazione delle
materie prime. Dal 1825, almeno fino al 1840, si pass a una politica
doganale protettiva, con leliminazione del divieto di importare diverse
generi stranieri; nellultimo periodo della dominazione austriaca in Lombardia e nel Veneto, poi, si ebbero un allentamento dei divieti esistenti e
la riduzione delle tariffe doganali.
Nei fatti, le scelte delle autorit austriache non ebbero efficacia alcuna; lungo le zone di confine con il Regno di Sardegna e la Confederazione Svizzera prolifer un imponente traffico di contrabbando.43 Questultimo nei territori italiani degli Asburgo aveva anche una giustificazione
di natura politica; lavvocato veneziano Giovan Battista Var, che partecip ai moti del 1848, afferm in uno scritto che esso poteva ben servire
a combattere lAustria e favorire la santa causa dellunit dItalia:
Per sostenere ad onta degli ostacoli politici e doganali lindustria e il commercio
della patria, pu suggerirsi fra gli altri mezzi anche il contrabbando? Esso una
guerra contro la rapacit, la ingiustizia, o la stoltezza dei governi, e sotto tale
aspetto merita certamente di essere raccomandato. Si oppone, che i governi
volendo ad ogni modo riscuotere le somme richieste nel budget, il contrabbando viene a danneggiare la massa dei contribuenti. Questo sarebbe vero e
concludente dove si trattasse di un governo che amministrasse con sincerit a
nome della nazione, e rendesse conto della propria gestione; ma non lo in
Italia dove i governi tendono a smungere i popoli a pi potere, dilapidano la
M. Meriggi, Il Regno Lombardo-Veneto, Storia dItalia, vol. XVIII, t. II, UTET, Torino
1987, pp. 230-233; voce Dogane, in Boccardo, Dizionario della economia..., cit., vol. II, p. 57: La
parte soggetta allAustria totalmente vincolata ai principii restrittivi che regolano la finanza
ed il commercio dellImpero. Quindi il contrabbando formidabilmente organizzato sulle
frontiere del Lombardo-Veneto.
43

249

sostanza dello stato a danno dello stato medesimo, non compensano mai una
contribuzione con laltra, e, ci che pi monta, coprono dun velo landamento
delle finanze. [...] Ai tempi di Napoleone, la Spagna diede degli esempi simili.
Bisogna che anche al contrabbando si dia laspetto di necessit temporanea, e
di lotta nazionale contro lAustria e i suoi alleati; la coscienza dello scopo pu
dare moralit a tutto il sistema.44

Stelloni, spalloni, campioni e vedette operavano nel circondario


confinante, ovvero nella zona di massima vigilanza doganale; il Regolamento doganale austriaco del 1836 lo defin cos:
Uno spazio lungo la linea doganale, la cui larghezza sar determinata dal dicastero aulico secondo le circostanze locali, sottoposto ad un regime particolare. Questo spazio chiamasi circondario confinante.45

Esso era delimitato dalla linea interna, che a sua volta definiva
il territorio doganale interno; essa indicava la fine del circondario
confinante. Ovviamente era indispensabile che i punti in cui le strade
maestre che conducevano agli uffici doganali lo intersecavano, fossero
ben contrassegnati e che, del pari, fossero indicati in modo inequivocabile i luoghi e i comuni compresi nel circondario confinante.46
Listituzione del circondario confinante si era resa necessaria per la
constatazione
che i movimenti commerciali e le economie industriali che si svolgono e si sviluppano in mille guise nel circondario confinante, avvengono in una superficie
s prossima alla linea doganale, che ove non fossero debitamente o cautelate o
sorvegliate, la finanza potrebbe essere facilmente frodata.47
G. B. Var, Cenni sopra alcune maniere dimpiegare i capitali in Italia, in G. Mazzini, LItalia
del popolo, Societ Editrice LUnione, Losanna 1849, vol. I, p. 724, nota n. 1.
45
Art. 4 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
vol. I, Imperiale Regia Stamperia, Milano 1836, p. 22.
46
Artt. 5-6 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 22.
47
Zambelli, Programma di cento undici..., cit., p. 33.
44

250

Nel circondario confinante erano controllate anche le attivit economiche (commerciali, artigiane ed artistiche), che erano possibili anche grazie
alle merci disponibili allinterno dello stesso. Tra le iniziative a carattere economico era contemplato anche il traffico girovago (il commercio ambulante) e tra le industrie artistiche lerezione di stabilimenti desercizio.48
Di notte - per la precisione, prima del levare, o dopo il tramontar
del sole - nel circondario confinante non era possibile alcun trasporto
di merci da un luogo ad un altro senza una speciale licenza dellufficio
daziario (era previste alcune eccezioni, riguardanti le merci spedite per
posta o con la diligenza, gli effetti personali dei viaggiatori,49 i prodotti
greggi dellagricoltura, dei boschi e delle miniere, il bestiame e i luoghi
prossimi alle localit sede di fiere e mercati).50
Il circondario confinante era delimitato anche verso lesterno; il
suo limite era costituito in questo caso dalla linea daziaria, ovvero dal
confine che divideva il territorio dello stato dallestero (verso il mare
esso era costituito dalla spiaggia); allinterno della linea daziaria si trovava il territorio doganale.51
Per finire, occorre definire anche il territorio estradoganale, costituito da
quelle parti del territorio dello Stato, che in forza di particolari determinazioni
furono espressamente segregate dal territorio doganale.52
Verso i territori estradoganali la linea daziaria non formata dalla linea di confine
dello Stato, ma da quella che li separa dal territorio doganale.53
Ivi, pp. 35-36.
Art. 33 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 33.
50
Artt. 335-336 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta
degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che
giudiziari, cit., vol. I, pp. 162-163.
51
Art. 1 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 21.
52
Un territorio estradoganale, in virt della posizione geografica, era Campione dItalia.
53
Art. 2 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
48
49

251

Tale condizione particolare implicava che


Per il pagamento del dazio e per le relazioni di commercio col territorio doganale i territori estradoganali vengono considerati come esteri, quando speciali
determinazioni non dispongano diversamente.54

Altro elemento da tener presente la definizione di strada doganale:


Le strade doganali, cio le vie per terra o per acqua per le quali permessa lentrata o luscita delle merci dalla linea daziaria, verranno stabilite con riguardo alle
circostanze locali e con particolare considerazione dei bisogni del commercio,
recate ovunque a pubblica notizia con apposita notificazione, e rese riconoscibili col
mezzo di distinti contrassegni. Tutte le altre strade e vie conducenti oltre la linea
doganale, che non sono munite di siffatti contrassegni, sono strade laterali.55

Per le acque di confine, tra cui rientrava anche il nostro Verbano,


era presente questulteriore disposizione:
Nelle acque di confine vengono distinti con contrassegni i luoghi nei quali le merci
possono caricarsi sui navigli o esserne scaricate. Fuori di questi luoghi non
permesso ad alcuni navigli di approdare, toccar la riva, gettare lancora o mettersi in
comunicazione colla riva col mezzo di corde, battelli, tavole od altri corpi natanti.56

Naturalmente era vietato attraversare la linea doganale con merci passando per strade diverse da quella doganale.57 Anche il passaggio
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 21.
54
Art. 3 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 21.
55
Art. 20 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 27.
56
Art. 23 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 28.
57
Art. 21 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di

252

della linea daziaria era regolamentato: si poteva attraversarla solamente


dallalba al tramonto, cos come nelle acque di confine si potevano
caricare e scaricare merci solo nelle ore di giorno.58
Non sar inutile chiarire cosa sintendesse per contrabbando nella
legislazione del Lombardo-Veneto; la casistica, come vedremo, era piuttosto complessa. Si distinguevano, infatti, varie tipologie di contrabbando: consumato, tentato, temerario (reiterato, a mano armata, con attruppamento,
con violenza, con seduzione, assicurato, con documenti falsi, falsificati o supposti, con
lesione del suggello di finanza).
In primo luogo, la legge penale ne indicava le circostanze aggravanti:
a) il trasporto delle merci di contrabbando di notte o in occasione di
intemperie, circostanze che rendevano pi difficile la scoperta del contrabbando;
b) il possesso (e, a maggior ragione, luso) di armi e di altri strumenti
che permettevano di usare violenza contro il personale incaricato della
sorveglianza; particolarmente grave era la detenzione di armi da fuoco o
il cui uso era vietato dai regolamenti di polizia;
c) il travestimento del contrabbandiere;
d) il ricorso ad espedienti atti a permettere il contrabbando ed evitarne la scoperta;
e) lutilizzo di recipienti o locali muniti di segreti ripostigli straordinarj, specialmente se questi ultimi erano impiegati su vetture e barche;
f) la contraffazione del suggello di finanza;
g) il contrabbando di articoli esteri non daziati o destinati ad un
altro ufficio.59
Esse si aggiungevano ad altre circostanze, indicate prima nella Legge
penale e valide per ogni contravvenzione di finanza:
a) se lincolpato aveva commesso, contemporaneamente o in precedenza, una o pi contravvenzioni di finanza affini tra loro;
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 27.
58
Art. 32 del Regolamento sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di
governo e delle disposizioni generali emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari,
cit., vol. I, p. 33.
59
Legge penale sulle..., cit., 201, pp. 97-98.

253

b) la ripetizione della stessa contravvenzione;


c) la volont determinata nel commettere la violazione;
d) il commettere o agevolare le contravvenzioni per mestiere od occupazione abituale;
e) lindurre o incaricare altri di compiere contravvenzioni;
f) lesercitare una professione che per la sua natura agevolava le contravvenzioni o forniva ad esse sovente occasione;
g) lo svolgere mansioni (di ufficio o di servizio) che imponevano di
impedire, scoprire o denunciare la contravvenzione;
h) lessere in servizio per lo Stato o lesservi stato;
i) il ricorrere a minacce, violenza ed astuzia contro impiegati e funzionari pubblici;
l) il contravvenire in pari tempo a diverse prescrizioni di finanza;
m) la contemporanea contravvenzione di norme di finanza e di leggi,
regolamenti o misure di sicurezza;
n) la falsificazione o la produzione di documenti inesatti; la lesione di
suggelli di finanza; il trasporto di marche dufficio;
o) linduzione o la seduzione di impiegati ed inservienti pubblici a
violare il proprio dovere;
p) lazione di concerto di due o pi persone per commettere la contravvenzione;
q) lassicurazione della contravvenzione di finanza;
r) il compiere una contravvenzione valendosi di un oggetto allinsaputa o contro la volont del proprietario dello stesso.60
Per completezza dinformazione, occorre menzionare anche le circostanze mitiganti:
a) il non avere compiuto quattordici anni (o averlo fatto da poco tempo);
b) la mancanza di dolo - in altre parole, laver commesso una mancanza per errore o scarsa attenzione;
c) la debolezza delle facolt intellettuali del responsabile;
d) laver compiuto una contravvenzione per incarico o dietro sollecitazione di una persona verso la quale era debitore per obbedienza,
rispetto o gratitudine;
Ivi, 90-91, pp. 32-34.

60

254

e) lessersi astenuto di propria volont dal perpetrare la contravvenzione, sebbene la stessa fosse favorita dalle circostanze;
f) il trattenersi spontaneamente - o il trattenere altri - dal recare maggior danno;
g) ladoperarsi per impedire le nefaste conseguenze della contravvenzione;
h) il confessare spontaneamente e prontamente la contravvenzione, agevolandone linvestigazione, prima che fossero stati raccolti indizi
contro di lui;
i) il denunciare i colpevoli o i complici della contravvenzione o il
favorire la scoperta della verit;
l) la stringente indigenza.61

Contrabbando consumato
Il contrabbando consumato si commetteva importando illegalmente delle merci nel territorio doganale senza ladempimento delle condizioni
prescritte; sottraendole prima del compimento degli atti prescritti dal
circuito o dal magazzino dufficio o dal suggello di finanza; non presentando merci estere non daziate ad un ufficio doganale (consumandole
o ponendole in circolazione); introducendo in unarea dello stato sottoposta a privativa un genere da unaltra in cui la privativa stessa non
esisteva.62 Era anche possibile commetterlo importando in un territorio
estradoganale delle merci delle quali era vietata lintroduzione o evitando
di presentarle agli uffici per lespletamento delle pratiche richieste.63
Naturalmente era contemplato il contrabbando consumato nel caso di
esportazione; lo si commetteva esportando illegalmente dal territorio
Legge penale sulle..., 92, pp. 34-35.
I generi di privativa nel Lombardo-Veneto erano: 1. il sale comune tanto puro, quanto
misto con altre sostanze; 2. il tabacco greggio o raffinato ed i suoi rimasugli; 3. il salnitro greggio o raffinato o misto con altre sostanze; 4. la polvere da fuoco (art. 381 del Regolamento
sulle dogane e sulle privative dello Stato, in Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali
emanate dalle diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari, cit., vol. I, p. 180).
63
Ivi, 185-186, pp. 86-87.
61
62

255

estradoganale merci per le quali lesportazione era vietata o permessa


solamente dopo lespletamento delle pratiche di ufficio. Nel territorio
doganale, invece, il contrabbando consumato consisteva nel portare
allestero dei generi evitando di sottoporli al dazio di uscita, oppure merci per le quali vigeva il divieto di esportazione oppure era necessaria una
pratica dufficio.64
Anche con le merci in transito era possibile il contrabbando consumato; nel territorio doganale consisteva nel sottrarre al pagamento del dazio
dei generi in transito verso un altro stato, oppure per il quale era previsto il
divieto di transito, oppure questo era regolamentato da particolari norme.65
Nei comuni chiusi il contrabbando consumato si configurava con lintroduzione negli stessi di merci senza presentarle agli uffici di finanza,
nella mancata presentazione delle merci ad altro ufficio (con illegali introduzione e scarico), nella sottrazione di merci dal circuito o dal magazzino dellufficio prima delladempimento delle debite pratiche oppure
custodendole senza munirle del richiesto suggello di finanza.66

Contrabbando tentato
La casistica era estremamente complessa; con tutta evidenza, anche
il tentativo di contrabbando costituiva una grave contravvenzione di finanza, analogamente a quanto previsto in altri stati preunitari.67
Ivi, 187, p. 87.
Ivi, 188, p. 88.
66
Ivi, 189, pp. 88-89.
67
Nel 1858 la Corte di Cassazione del Granducato di Toscana cass lassoluzione di otto
contrabbandieri di sale, disposta dalla sentenza del Tribunale di prima istanza di Pisa (poich
trattandosi nel caso non di vero e proprio delitto, ma di una semplice trasgressione, il mero
tentativo non fosse civilmente imputabile dietro i noti principii che regolano la soggetta materia), argomentando che il contrabbando del sale per impresa, come quello che reca danno in
superlativo grado alla pubblica finanza, ha costituito in passato e costituisce anche al presente
un fatto gravissimo. [...] Ci essendo, anche nel tema in cui ha proceduto il Tribunale giudicante di delitto non consumato, ma semplicemente attentato, il tentativo deve ritenersi come
civilmente imputabile, e d luogo ad irrogazione di pena; Contrabbando per impresa. Tentativo,
Annali di Giurisprudenza, XXI (1858), parte I, Decisioni civili e criminali della Corte Suprema di Cassazione, coll. 19-21. Nello stesso senso si espresse Il Codice penale toscano illustrato
64
65

256

La fattispecie si configurava mediante lillegale importazione di merci nel territorio doganale (mediante una strada laterale o per una strada
doganale ma in orari diversi rispetto a quelli permessi); con lo scarico
illecito o lallontanamento dalla strada doganale di una merce in transito, dopo lespletamento delle pratiche doganali;68 con lo scarico illegale
oppure la deviazione di merci estere non daziate; omettendo di notificare lintroduzione di generi di privativa giunti per mare o per acque di
confine entro il termine prefissato (oppure evitando di sottoporli alla
custodia negli uffici doganali); con lo scarico (o il caricamento) di merci
introdotte dallestero via mare o per acque di confine in periodi vietati
oppure senza la debita autorizzazione degli uffici doganali o, ancora, con
la loro movimentazione prima del completamento della procedura doganale; con lintroduzione in porti non aperti al commercio (ovvero nei
quali non era possibile lo sbarco o il caricamento di merci).
Il tentativo di contrabbando si verificava anche quando nelle acque di
confine unimbarcazione metteva lancora oppure si poneva in comunicazione con la spiaggia (con corde, battelli, tavole o altri corpi natanti)
fuori dei luoghi a ci deputati; ancora, quando un legno che trasportava
determinati generi si avvicinava, calava lancora o bordeggiava in aree in
cui ci era vietato; infine trasportando merci su barche da pesca.69
Il contrabbando tentato riguardava anche le merci da esportare; una
prima modalit consisteva nel caricare merci sottoposte a dazio duscita o a divieto desportazione in luoghi e tempi in cui tale operazione
era vietata oppure senza la prescritta autorizzazione dellufficio doganale. Unaltra modalit consisteva, in occasione di spedizioni di merci
sulla scorta delle fonti del diritto e della giurisprudenza, Tip. Cino, Pistoia 1855, vol. I, pp. 27-28:
Rapporto poi al contrabbando per impresa che necessariamente suppone una associazione di
pi individui tendente per il fine, e lo scopo suo proprio a defraudar le leggi della finanza e
della regalia, ognun sente che tale associazione, avente un proposito criminoso di gravissime
conseguenze per il pubblico erario, non pu n deve discendere alla classe delle trasgressioni,
ma deve rimanere in quella dei veri e proprj delitti.
68
Si consideri che, normalmente, il dazio sulle merci in transito era minore rispetto a
quello dintroduzione; cfr. C. Negri, Del vario grado dimportanza degli stati odierni, Tip. di Giovanni Bernardoni, Milano 1841, p. 156.
69
Legge penale sulle..., cit., 191-193, pp. 90-93.

257

dichiarate in transito o in uscita dallo Stato chiuse da suggello di finanza,


nellintrodurre nei colli merci soggette a dazio o divieto desportazione.70
Quanto detto valeva per il territorio doganale; era possibile il contrabbando tentato anche in quello estradoganale, trasgredendo le disposizioni che regolavano i luoghi e i tempi nei quali era permessa limportazione di generi di privativa.71 Nei comuni dichiarati chiusi (murati)
per il dazio di consumo, il tentativo di contrabbando avveniva con lintroduzione di oggetti sottoposti a dazio (o ad imposta addizionale) per
una strada luso della quale era vietato in modo tassativo o per la loro
quantit oppure per il tempo; infine, caso pi frequente, introducendole
senza osservare la normativa daziaria.72

Contrabbando reiterato
Si configurava allorch una persona si rendeva colpevole di contrabbando dopo essere stato punito:
a) due volte per contrabbando;
b) una volta per contrabbando temerario;
c) una volta per contrabbando e due volte per gravi violazioni di finanza;
d) quando una persona faceva del contrabbando il proprio mestiere
(oppure loccultarlo, lagevolarlo o il favorirlo), traendo da esso i mezzi
di sostentamento - era necessaria la prova di almeno tre casi di commesso contrabbando, non necessariamente gi sanzionati.73

Contrabbando a mano armata


Se ne rendeva responsabile che lo commetteva (o lo tentava), munito
di unarma da fuoco, da taglio o da punta, da solo o con laiuto di unaltra
Ivi, 194, p. 93.
Ivi, 195, p. 94.
72
Ivi, 196, p. 94.
73
Ivi, 222, p. 109.
70
71

258

persona (armata o disarmata). Erano previste eccezioni per i viaggiatori


che portavano armi per la propria difesa e per chiunque
porti unarma, di cui suole abitualmente andar munito, e che giusta un costume
nazionale non vietato dalla legge forma una parte generalmente usitata del suo
abito ed arredo nazionale.74

Contrabbando con attruppamento


Era commesso allorch tre o pi persone agivano di concerto per
compiere una contravvenzione di finanza, senza riguardo se essi avessero costituito una banda di contrabbandieri oppure se si fossero unite per
commettere assieme la stessa contravvenzione, oppure ognuna di esse
aveva per scopo una contravvenzione diversa e si era associata alle altre
solo per commettere contemporaneamente il contrabbando oppure per
facilitarne o assicurarne lesecuzione.75

Contrabbando con violenza


Lo commetteva chi, tentando o commettendo il contrabbando, opponeva resistenza alle persone incaricate di scoprire o fermare il contravventore o loggetto della contravvenzione (tanto che per ottenere il
fermo si rendeva necessario il ricorso alla forza), cercava con minacce o
in altra maniera di intimorire il personale incaricato della vigilanza doganale, tentava di soverchiarlo con un violento attacco o con la celerit
di animali da tiro o da soma e, infine, continuava la propria azione - con
un violento attacco o con la celerit di animali da tiro o da soma sebbene fosse stato diffidato a fermarsi.76

Ivi, 224, p. 110.


Ivi, 226, p. 111.
76
Ivi, 230, p. 113.
74
75

259

Contrabbando con seduzione


Il reato si configurava allorch un individuo, di sua volont o meno,
dava o offriva un dono (consistente in denaro, merci o altro) ad un impiegato o funzionario tenuto, per il proprio ufficio, a scoprire o ad impedire le contravvenzioni di finanza.77

Contrabbando assicurato
Se ne rendeva responsabile chi assicurava (o prometteva di farlo) la
riuscita di una determinata contravvenzione di finanza da considerarsi
come contrabbando, singole ancora indeterminate contravvenzioni,
chi faceva assicurare una contravvenzione classificabile come contrabbando e chi, sapendo che la riuscita era assicurata, commetteva (o tentava) un contrabbando.78

Contrabbando con documenti falsi, falsificati o supposti


La frode si commetteva, ovviamente, in modi diversi a seconda della
tecnica scelta. La prima, consistente nel ricorso a documenti falsi, era
praticata dagli esercenti, che - allo scopo di celare il contrabbando intrapreso da loro o da altri - registravano nei propri libri delle falsit funzionali a tale scopo, oppure falsificavano ad hoc i libri contabili o, ancora,
ricorrevano ad una doppia documentazione (unautentica ed unaltra ad
usum delphini).
La seconda tecnica serviva indifferentemente per commettere o nascondere il contrabbando oppure per diffondere e sottrarre a sanzione le
merci introdotte illegalmente; si ricorreva a documenti falsi, predisposti
appositamente. In alternativa, era possibile falsificare i dati relativi alla
provenienza e al dazio (o allimposta di consumo) delle merci, o presen Ivi, 231, p. 114.
Ivi, 233, pp. 114-115.

77
78

260

tare ad un ufficio (o ad unautorit) documenti adulterati. Unaltra possibilit era presentare dei documenti autentici, ma relativi ad una merce
diversa rispetto a quella per la quale erano stati redatti; un altro stratagemma consisteva nellimitare o falsificare la marca dufficio, oppure
nellutilizzarla per un altro prodotto. Per finire, un ulteriore modo per
consumare la frode era custodire (o far custodire) della merce munita di
una marca dufficio imitata, falsa o rilasciata per un altro genere.79

Contrabbando con lesione del suggello di finanza


La tecnica consisteva nel ledere, togliere, trasportare o aprire il suggello di finanza apposto ad una merce, un apparato di servizio, un mezzo di trasporto o un recipiente, naturalmente con lo scopo di consumare
o celare un contrabbando.80

Contrabbando collaltrui propriet


Si configurava allorch un individuo si dedicava al contrabbando utilizzando un oggetto che non gli apparteneva e contro la volont (esplicitamente espressa o anche desumibile dalla destinazione data alla cosa)
del proprietario o del creditore.81

La repressione del contrabbando


Anche per il contrabbando abbiamo la figura del motore; egli non era
solamente chi lo aveva originato, ma anche chi con il consiglio, la persuasione, listruzione, con il determinare un errore e approfittandone ha
spinto altri individui a commetterlo; ancora lassicuratore del contrab Ivi, 236, pp. 116-117.
Ivi, 238, p. 118.
81
Ivi, 239, p. 118.
79
80

261

bando, colui che ha preso o promesso di prendere sopra di s la perdita


contingibile in caso di mala riuscita.82
Oltre al motore cerano i complici, ovvero le persone che prestavano
aiuto per la consumazione del contrabbando (con la cooperazione, con
il consiglio, la direzione o listruzione), procuravano (o fabbricavano) i
mezzi necessari e, per finire, rimuovevano gli ostacoli che impedivano o
rendevano difficile la consumazione del contrabbando.83
Ad essi si aggiungevano i partecipi, coloro che acquistavano, custodivano o diffondevano i generi introdotti illegalmente dallestero nel
territorio doganale, oppure li immettevano indebitamente nei comuni
dichiarati chiusi o murati o, ancora, prodotti o preparati grazie ad
una grave contravvenzione di finanza. Rientravano nella stessa categoria coloro che, pur essendovi tenuti per impiego o servizio, omettevano di denunciare un contrabbando oppure rifiutavano la propria
assistenza per indagare su una contravvenzione di finanza; ancora, coloro che, avendo lobbligo di impedire il contrabbando, lo favorivano
deliberatamente. Finalmente, si rendeva partecipe di un contrabbando
chi collaborava alla sua realizzazione.84
Inizialmente la lotta al contrabbando nellappendice italiana dellimpero asburgico fu affidata alla Forza armata di finanza. Essa negli anni
1835-1836 fu sdoppiata, con due diversi provvedimenti, nella Guardia
di confine85 e nella Guardia di Finanza;86 alla prima furono destinate le
guardie attive della vecchia Forza armata, mentre le seconde costituirono la Guardia di Finanza.
Ivi, 173, p. 77.
Ivi, 174, pp. 77-78.
84
Ivi, 175, pp. 78-79.
85
Notificazione n. 24563-25933 del 14 agosto 1835 dellImperial Regio Governo di Milano, in Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalla diverse autorit in oggetti s
amministrativi che giudiziari, Imperial Regia Stamperia, Milano 1835, vol. II, p. 74 (per le attribuzioni del Corpo, cfr. Ivi, pp. 75-85).
86
Notificazione n. 40764-5203 del 31 dicembre 1836 dellImperial Regio Governo di
Milano, in Raccolta degli atti di governo e delle disposizioni generali emanate dalla diverse autorit in oggetti
s amministrativi che giudiziari, Imperial Regia Stamperia, Milano 1836, vol. IV, p. 1031 (per le
attribuzioni del Corpo, cfr. Ivi, pp. 1032-1065).
82
83

262

Preposto del Servizio Attivo del Regno di Sardegna - 1815 (immagine


tratta da AA. VV., La Guardia di Finanza dalle origini, Comando generale
della Guardia di Finanza, Roma 1977)

Caporale dellImperial Regia Guardia di Finanza - 1848 (immagine tratta da AA. VV., La
Guardia di Finanza dalle origini, Comando generale della Guardia di Finanza, Roma 1977)

La Guardia di confine aveva lincombenza di impedire:


a) il contrabbando ed ogni trasgressione alle leggi di finanza;
b) lingresso nel territorio statale di persone sospette o prive di regolari documenti;
c) lespatrio di disertori, degli emigranti e di coloro che lo tentavano
privi di una regolare autorizzazione.
La Guardia di Finanza doveva invece:
a) impedire il contrabbando e le contravvenzioni alle leggi di finanza;
b) scoprire le contravvenzioni alle leggi di finanza;
c) fornire assistenza agli uffici istituiti per lesazione e la tutela delle imposte dirette e delle privative dello Stato nel corso del disbrigo delle loro attivit.
263

Nel 1843, tuttavia, i due corpi furono unificati nellImperial Regia


Guardia di Finanza. I compiti del nuovo corpo furono:
a) impedire il contrabbando e le contravvenzioni alle leggi di finanza;
b) scoprire le trasgressioni alle medesime leggi e i procedimenti irregolari dei funzionari;
c) collaborare con gli uffici di finanza nello svolgimento delle loro attivit;
d) impedire lingresso nello Stato di persone sospette o prive dei prescritti documenti;
e) evitare lespatrio di disertori e di emigranti e altre persone che non
avevano lautorizzazione per passare allestero;
f) dietro richiesta delle autorit competenti, partecipare allesecuzione delle misure di sicurezza.87
Interessanti le Disposizioni generali, riguardanti le incombenze
della Guardia di Finanza. Si richiedeva
la pi attenta sorveglianza della linea daziaria di confine e delle sue vicinanze con
perlustrazioni ed appostamenti s di giorno che di notte, senza riguardo ad intemperie, avvertendo che quanto pi perverso il tempo, tanto pi fa duopo
essere vigili e attivi, e collo stabilire inoltre dei punti fissi la cui permanente occupazione giovar possa ad impedire le trasgressioni delle leggi che la Guardia di
Finanza chiamata a tutelare, come per esempio entro montagne impraticabili
e strette gole di monti, per le quali sia necessario di passare onde raggiungere
linterno del paese, non che nei luoghi ove confluiscono parecchie strade che
non possono facilmente evitarsi, o dove un fiume navigabile attraversa il confine entrando nel territorio doganale [...].88

Il giudizio che diede dei finanzieri del Regno Lombardo-Veneto Giovanni Cappellari Della Colomba, che divenne direttore generale dellAmministrazione delle Gabelle del Regno dItalia, abbastanza positivo: essi
si distinguevano, rispetto ai colleghi degli altri stati preunitari, per il livello dellistruzione.89
Notificazione del 20 luglio 1843 dellImperial Regio Governo di Milano, in Raccolta degli atti
di governo e delle disposizioni generali emanate dalla diverse autorit in oggetti s amministrativi che giudiziari, Imperial Regia Stamperia, Milano 1843, vol. II, p. 81 (per le attribuzioni del Corpo, cfr. Ivi, pp. 82-107).
88
Ivi, pp. 84-85.
89
Cappellari Della Colomba, Le imposte di confine..., cit., p. 513.
87

264

Giuseppe Musumeci

Una aggregazione contestata

Laggregazione di un territorio ad un dipartimento piuttosto che ad un


altro venne spesso decisa da Bonaparte, o dal governo cisalpino, con
estrema disinvoltura, non rispettando n la geografia, n glinteressi economici delle popolazioni, creando con ci malumori, resistenze, persino
gesti di rivolta.1
E resistenze e malumori, a conferma del giudizio espresso dallo storico Zaghi, si ebbero infatti quando Varese e il suo circondario furono
aggregati al dipartimento del Lario invece che a quello dellOlona.
Il periodo francese caratterizzato da continui mutamenti nellorganizzazione territoriale, specie nellambito delle circoscrizioni dipartimentali, distrettuali e comunali.
I mutamenti territoriali e amministrativi del territorio varesino, iniziati dal 1789, al tempo di Giuseppe II, assunsero un ritmo pi frenetico
con larrivo in Italia dei francesi.
Con la Repubblica Cisalpina il territorio veniva diviso in undici dipartimenti, fra cui quello del Verbano, con capoluogo Varese (8 luglio 1797).
Il 1 settembre 1798 lordinamento veniva di nuovo modificato e il
dipartimento del Verbano, soppresso, veniva aggregato a quello dellOlona, con capoluogo Milano. Anche questo nuovo ordinamento dur
poco: il 15 maggio 1801 una nuova legge divideva il territorio della Repubblica Cisalpina in 12 dipartimenti. Varese fu aggregata al dipartimento del Lario composto, oltre che dal distretto di Varese, da quelli di Sondrio, Como e Lecco.2
C. Zaghi, LItalia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, Utet, Torino 1986, p. 181.
Per pi ampie notizie rimandiamo a L. Giampaolo, Cartografia Varesina, Varese 1958.

1
2

265

Il passaggio nellorbita amministrativa di Como, come gi detto, non


incontr il favore di Varese che si attiv, anche se inutilmente, per essere
riaggregata al dipartimento dellOlona.
Di questo tentativo rimangono le petizioni rivolte al governo da parte dei Varesini e delle comunit del circondario3.
Vediamo chi furono le comunit che rivolsero istanza al governo e
quali le motivazioni addotte per la richiesta aggregazione.
Il 22 giugno una lettera del Prefetto del Lario comunicava al Cancelliere del Distretto XXXVI Milanese (Varese) che il Ministro dellInterno
desiderava conoscere I difetti che possono esistere nellattuale compartimento Territoriale, che va ad attivarsi colla sistemazione delle Prefetture, e Vice-Prefetture sulla base della legge 23 fiorile anno IX, e lo
consigliava di attivarsi con que mezzi, che troverete pi cauti, prudenti,
e sicuri, e sentendo i conoscitori delle Localit, od altre persone intelligenti, ed imparziali gli inconvenienti in proposito tanto a riguardo delle
Comuni sottoposte al vostro Distretto, quanto (se confinate con qualche
altro Dipartimento) le occorrenzee che allo stesso vicino Dipartimento
possono essere relative.
Il 2 luglio il cancelliere Buzzi si attivava invitando la Deputazione
dellestimo di Varese a esprimersi in proposito.
Le prime comunit a inviare unistanza, in data 8 luglio, furono quelle
di Cunardo, Marchirolo e Fabiasco che nominarono quali loro speciali
procuratori Giuseppe Luvini il Vecchio, consigliere supplementario alla
Cassazione, e Giuseppe Luvini il Giovane, consigliere dappello, abitanti
a Milano, perch facessero presente al Ministro dellInterno e al Governo gli inconvenienti subiti dai comuni con lunione al dipartimento del
Lario e per chiedere la riaggregazione a quello dellOlona.4
I documenti sono conservati nel fondo Censo, p.m. cart. 754 dellArchivio di Stato di
Milano. Del malcontento dei Varesini rimane traccia in una nota della Cronaca dellAdamollo
dove si legge che i Varesini quindi di ci non contenti, col mezzo del Conte Dandolo
presentarono su di ci al Governo le loro occorrenze in una elegante memoria dal detto
compilata, G. A. Adamollo e L. Grossi, Cronaca di Varese, reprint della Societ Storica
Varesina, Nicolini Editore, Gavirate 1998, p. 148.
4
Firmarono listanza, Luigi Orelli, sostituto del deputato dellestimo canonico Leone
Stoppani, Domenico Coletti, Santino Lana, Francesco Perdomo per il padre Pietro e Saverio
3

266

Seguiva il 20 luglio un lungo memoriale dei Varesini; su questo ci


soffermeremo a lungo poich quasi lunico documento che motiva le
ragioni del rifiuto a unirsi a Como.
La notizia dellaggregazione di Varese a Como, con cui non hanno
mai avuto, non hanno, e non possono avere alcun rapporto n morale,
n economico, n commerciale, n politico, aveva determinato nellanimo dei cittadini afflizione e desolazione, la sensazione di essere stati abbandonati dal Governo e ridotti ad unesistenza politica eguale a
quella duna comunit di centanime.
Rincuorati per dalla possibilit di far sentire le loro ragioni, esposero in
quattro distinti punti i motivi per cui sentivano come una insopportabile
punizione laggregazione al dipartimento di Como che distruggeva quei
diritti che i secoli, la giustizia e linteresse nazionale avevano loro accordati.
Al punto primo, dopo aver affermato che Varese, in tutti i tempi,
sotto tutti i governi, ed in tutte le possibili riforme, fu sempre mantenuta
centrale dun circondario, pi o meno esteso, si enumeravano i comuni
su cui si estendeva la sua influenza attiva e si allegava la carta geografica
della provincia di Varese del 1786.
Seguiva una sintesi storica della provincia in cui, con orgoglio, si
elencavano i diritti acquisiti e ci si lamentava della perdita di status con
laggregazione a Como.
A tutti noto, che Varese ne bassi tempi formava i suoi statuti ed
aveva una giurisdizione separata sul suo distretto: Varese, in seguito, senza perdere de suoi diritti, fu costituito parte integrale della Citt di Milano, e ve ne furono aggiunti degli altri, che alla detta Citt competevano.
Fu giudicata s grande limportanza di questa comune, che dietro maturi
consigli si stabil da Decurionali, e dagli Edili lerezione del Tribunal
di provvisione con amplissima giurisdizione, e con relativa creazione di
giudice di Vettovaglie, e consoli di giustizia []. La protezione illuminata, che si accordava a questo importante comune, luso che questa
ne ha fatto, e la prosperit, a cui progrediva, lhanno ben presto fatta
proclamare, per unanime voto del Senato, eguale alle altre Citt dello
Pella di Marchirolo, Paolo Cabialia, sostituto di Vittorio Cabialia, Francesco Bozzolo, Silvestro
Robustelli, Carlo Andreani di Cunardo, Serafino Giannantoni e Antonio Giorgi di Fabiasco.

267

Stato. Questa Citt [] acquist con gravissimi sborsi lantico diritto


del Demanio, onde migliorare vieppi la condizione de suoi abitanti.
I diritti acquisiti furono sempre mantenuti anche negli anni successivi
e sotto Bonaparte era stata capoluogo del Dipartimento del Verbano.
Solo con lultimo governo provvisorio Varese aveva perduto qualcosa di
quanto le competeva. Durante questo governo si cercato di gettare in
mille modi questo paese nel disordine, e nellanarchia, levandogli persino
alcuni diritti, e rendendo inefficaci alcuni magistrati, che avevano sempre operato il maggior bene di questa popolazione. Varese una Citt
ripiena di pubblici stabilimenti; Ospitali, Ginnasj, Magistrati di Sanit,
Scuole pubbliche, Collegi ecc. Varese ha tre mercati pubblici ogni settimana, [] ha due grandi fiere annuali, una Popolazione di circa ottomila
abitanti, popolazione di giorno in giorno crescente; un circondario grandissimo, di cui anche oggi indispensabilmente centrale; un commercio
attivo; unindustria animata; delle menti aperte, ed illuminate.
Dopo tutte queste verit, potrebbe mai passare in mente umana che
Varese diventar potesse come una semplice comune di terzordine soggetta a Como, senza vigilanza immediata, e stazionaria di primarie autorit pubbliche []? Chi sa quante comunit non dovrebbero portare
a Como, o altrove il loro tributo con dispendio, pericolo, e perdita di
tempo, quandoggi tutte lo versano spontaneamente, colloccasione de
mercati, nelle casse pubbliche di Varese senza minimo loro sacrifizio?
Chi sa, ed anzi non vha dubbio, che Varese stesso non debba portare
i suoi tributi a Como, scortato da forza pubblica, con spesa, e pericolo
contro il testo de pi sacri suoi diritti, mentre in oggi con una cambiale
tutto si rimette a Milano nelle Casse nazionali?
Al secondo punto rilevavano innanzitutto che laggregazione non
andava fatta tenuto conto solo della maggiore o minore vicinanza a un
altro paese. I Varesini erano sempre stati indipendenti o soggetti a Milano. Con Como non abbiamo altre rimembranze, che quelle di averlo ne
bassi tempi, congiuntamente a Milanesi, o soli combattuto. Lunione a
Milano ed ai loro interessi ha generato in noi tali vincoli, che ormai non
ci consideriamo pi, che come uni, ed indivisibili. Como geograficamente pi vicino a Varese che Milano, eppure Como ci sembra lontano
268

mille miglia. Tra Varese e Como non cera alcun rapporto morale ed
economico, mentre continui erano i rapporti con Milano.
Si passava quindi a esaminare i rapporti commerciali con Como:
Mentre sono organizzati i movimenti di condotte, che ogni giorno o
vanno, o vengono da Varese a Milano, e reciprocamente, condotte, che
animano la nostra industria, che promuovono il nostro commercio, che
soddisfanno a nostri bisogni, che alimentano continue esportazioni, ed
importazioni per noi, e per lestero, niente avvi di tutto ci con Como
[]. Il movimento politico finalmente degli affari fra noi e Milano opera
nel modo stesso, e tutto procede senza fatica, senza spesa, e come spontaneamente.
In conseguenza di quanto prima esposto, al terzo punto si affermava
che Varese, senza aspirare a essere capoluogo di Dipartimento, dovesse
essere unito a Milano. A loro parere dunque lautorit avrebbe alterato
perfino i limiti, che la natura gli ha dati, e avrebbe condannato [Varese] con clamorosa ingiustizia allavvilimento, e ad ogni sorta di mali.
In conclusione (punto quarto), la citt chiedeva di essere sede di una
Vice Prefettura: Varese continuando ad essere centro naturale di tante
comunit, continua altres a dare una mano benefica a tutte; niente si
alterano le sue relazioni morali, economiche e politiche; niente si turbano le antiche sue abitudini; e lautorit vivificante duna Vice-prefettura
toglie dal disordine questo paese, ora pi fatto ad animare i perversi, che
a soccorrere i buoni.5
Nel corso del mese di luglio e nei primi giorni di agosto seguirono le
istanze delle altre comunit del circondario.
La successiva istanza, che reca la data del 28 luglio, fu presentata da
parecchie comunit, che scelsero come loro procuratori per presentare
al Governo i loro reclami Giuseppe Porta, membro del corpo legislativo,
e Antonio Tinelli. I comuni che sottoscrissero listanza furono: Laveno,
Mombello, Arolo, Sangiano, Leggiuno, Cellina, Bosco ed Uniti, Gemonio, Cittiglio, Trevisago, Cocquio, Cuveglio, Caravate, Vergobbio, Cabiaglio, Azzio, Rancio, Cassano e Cuvio.
5 Sottoscrissero il documento Carlo De Cristofori, avv. Gian Fedele Alfieri, Francesco
Antonio Trotta, Gioachino Pellegrini, Giuseppe Baroffio, Pietro Veratti, Gio. Pellegrino
Robbione, Vincenzo Dandolo, estimati, Gio. Battista Adamoli, negoziante, Giuseppe Rapazzini.

269

Due giorni dopo fu la volta delle comunit di Luino, Voldomino,


Germignaga che indicarono come loro procuratori quelli scelti da Mesenzana e Cunardo.
Il 2 agosto, sempre con gli stessi procuratori, rivolsero istanza i comuni della Valtravaglia Superiore, cio Maccagno Superiore, Maccagno
Inferiore, Bassano con Tronzano, Pino, Campagnano, Garabiolo, Cadero, ai quali, il 12 agosto, si aggiunsero i Comuni di Porto, Veccana,
Castello e Musadino.
Altre due istanze, non datate, riguardano le comunit della pieve
di Brebbia e Besozzo. Nellistanza di questultima si motiv la richiesta aggregazione con il dipartimento dellOlona con la facilit delle vie
di comunicazione con Milano: la sua situazione alle sponde del Lago
Maggiore gli facilita grandemente per mezzo della navigazione un economica comunicazione colla sudetta Citt, tutto il suo commercio lo fa
colla sudetta. Gli artisti della detta Comune col vanno ad istruirsi, li suoi
Studenti, e Professori sesercitano tutti in Milano presso che tutti gli Professori di detta Comune e delle vicine terre abitano nella detta Metropoli.
Il loro capo ecclesiastico pure quivi risiede, insomma per tutti i rapporti
essa si trov sempre vantaggiosamente ataccata allenunciata Provincia.
Unitamente alle istanze i procuratori, i Luvini e Antonio Tinelli, presentarono le loro osservazioni.
Se lintenzione delle autorit scrissero era quello di unire i vari
paesi a un centro con la possibile maggiore utilit, con la decisione
di aggregare questo territorio a Como il Governo aveva raggiunto un
effetto opposto. Indi le loro osservazioni puntarono sulle difficolt per
giungere a Como e della facilit invece delle vie di comunicazione con
Milano: Una barriera di scoscese montagne impraticabili per la costante quantit di neve, e di ghiaccio, quasi del tutto intercetta, nellinverno, la communicazione del Capo-Luogo del Dipartimento coi Distretti
del Lago Maggiore. Nellestate, sebbene un doppio stradale conduca a
Como, egli per di una longhezza eccessiva, facilmente impedito da
vari torrenti, atto ai soli pedoni, disastroso, pericoloso, di grandissimo
dispendio, e di nessuna sicurezza.

270

Tali ostacoli tennero a memoria duomini mai sempre interchiusa la


communicazione dei due Laghi, onde nessun commercio, nessuna relazione tra i diversi abitanti.[]
Dopo tutto ci se si riflette, che la natura col soccorso dellarte ha
designata ai Cittadini del lago Maggiore una commoda, facile, e spedita
communicazione col mezzo delle acque alla Citt di Milano, se si riflette,
che a questo Centro essi seguendo il naturale corso del Lago, e del Ticino hanno perpetuamente addirizzata la loro industria, ed i scarsi loro
prodotti. Se si riflette finalmente, che sino ad ora a questa ricca Citt
trassero dal pingue di lei seno la loro sussistenza, non si pu ammeno di
convenire, che la separazione loro deve arrecare grandissimo detrimento
a quelle povere popolazioni.
Abitatori di un suolo ingrato, suppliscono alla scarsezza de di lui prodotto col traffico, e colla mano dopera. Quindi , che staccati dalla Citt,
che gli alimenta, non possono, che languire.6
Le istanze furono oggetto di esame dallamministrazione che invi le
proprie considerazioni alla Prefettura, prima che il Consiglio dipartimentale del Lario si esprimesse sulla richiesta aggregazione.
A suo giudizio i reclami erano da ritenersi insussistenti e i rapporti
che i reclamanti dicevano di avere con Milano non costituivano sufficienti titoli, onde alterare, e distruggere la gi saviamente addottata massima altrimenti converrebbe accordare lo stesso a Pavia, a Lodi, a Crema,
a Casalmaggiore, ed a tante altre Comuni, che sono in parit di condizione, e che altronde avrebbero un maggior titolo di riclamo, perch erano
per lo passato capi delle rispettive loro Provincie: con che verrebbe a
sconvolgersi tutto lordine ed il sistema de Dipartimenti.7
Riguardo a quanto lamentato dai reclamanti, lamministrazione non
trovava che lunione con Como potesse impedire a comuni di continuare
ad avere i loro rapporti commerciali con Milano e, anche se la nuova organizzazione li avesse resi pi difficili, pare incomprensibile che Como
Documento non datato.
In realt, come evidenzia lo Zaghi, nellarco di ventanni la dimensione territoriale e
demografica dei due maggiori dipartimenti della repubblica [Olona e Reno] ebbe un andamento
che a qualcuno potrebbe apparire paradossale. Il dipartimento dellOlona passa da 193.819
abitanti nel novembre 1797 a 671.673 abitanti nel novembre dellanno successivo, cit., p. 180.
6
7

271

una delle Citt pi commerciali della Repubblica, e che estende il proprio


traffico in ispecie di stoffe di seta, e di lana in tanta parte dEuropa, non
offra alcun genere di commercio alle Comuni riclamanti, onde supplire
al supposto menomamento di commercio collantica loro centrale, e ci
tutto che oltremodo agevoli sieno i mezzi di comunicazione, e per essersi
posto in corso un Pedone che due volte per settimana va, e riviene da Varese a questa Centrale e per lamplissima strada, che unisce queste Comuni.
E quanto al disimpegno delle locali occorrenze objettate dai riclamanti di Varese, fa riflettere lAmministrazione che la detta Comune col
mezzo della municipalit, e del Consiglio Comunale accordatigli dalla
Legge 24 Luglio p.p., pu acconciamente provvedere a tutti gli oggetti di
pubblica amministrazione di sanit, e di Polizia.
Quanto alle antiche rivalit fra i due centri sarebbe stato meglio non
ricordarle perch ragion vuole che alle antiche abitudini, si sostituiscano delle nuove, e quindi lunione tra questi due centri potrebbe essere
loccasione per distruggere gli avanzi delle antiche rivalit, che per altro
lAmministrazione non ha motivo da credere tuttora sussistenti.
Inoltre, togliendo una parte del territorio, la circoscrizione del Lario
non si sarebbe potuta reggere: essendo la pi grande sua estensione
montuosa, e sterile e di un limitato estimo non potrebbe senza ruina
degli abitanti far fronte alle spese Dipartimentali.
Le istanze furono prese in esame dal Consiglio generale del Dipartimento del Lario nella seduta del 21 novembre. Messe ai voti, con due
distinte votazioni, listanza sottoscritta dai deputati dellestimo di Varese
e le istanze presentate dagli altri Comuni, entrambe le volte le richieste
furono respinte: la prima con tredici voti contrari e quattro favorevoli e
le seconde con tredici voti contrari e tre favorevoli.
I tre voti favorevoli erano stati espressi di certo dai rappresentanti
del distretto di Varese, Orrigoni, Imperatore e Zopis, che protestarono
contro le due deliberazioni e persistettero nel richiedere la separazione
dal Lario.8
Il 25 gennaio il Prefetto del Dipartimento del Lario inviava al Ministro degli affari interni la documentazione unitamente ai risultati delle
Verbale sottoscritto dal presidente Volta e dal segretario Martignoni.

272

votazioni del Consiglio dipartimentale e alle sue considerazioni. Il Prefetto espresse un netto rifiuto allaccoglimento delle istanze e rivolse un
duro attacco a Vincenzo Dandolo, lestensore della richiesta varesina: il
Dandolo scrisse ha immaginato, che le Magistrature della Repubblica Italiana possano piegarsi alla forza illusoria di un eloquenza, chebbe
fortuna nelle antiche aringhe Venete.
Vorrebbe lAutore con la sua firma, e con quella di alcuni altri estimati squilibrare il Compartimento Territoriale in modo, che il Lario fosse
scemato di circa 89371 abitanti, e questa massa fosse aggiunta al gi
estesissimo Dipartimento dOlona. Quando la Legge autorizz il Governo ad alcune rettificazioni di Distretti non ebbe certamente in vista
di incoraggire i ricorrenti a rompere lordine di proporzione censuaria,
e politica.
Bench sia puerile, e ridicolo lassunto di ricordare, e se fosse possibile di riaccendere le gare popolari del Medio Evo affatto estinte, lAutore del ricorso potrebbe tacciarsi di uomo torbido, e gli si potrebbe rinfacciare, che per suo interesse declam pi volte sullunit della Famiglia
Italiana.[]
Como non comanda a quei di Varese; qualunque pretesa influenza
dei Comaschi sopra Varese un avvanzo di pregiudizj soppressi dalla
Costituzione, e dalle Leggi [].
Forse che Varese sia una lontana Colonia, la quale per effetto di nuovi Trattati Commerciali abbia a cedere piuttosto alla speculazione de
Francesi, ovvero degli Inglesi?
Le considerazioni si concludevano con un drastico giudizio negativo
sulla richiesta di Varese di essere sede di una Vice Prefettura (Un tempo
eravi smania eguale per lo stabilimento di Vescovadi, e Diocesi nullius)
e con lauspicio che la superiore e negativa risoluzione troncasse prontamente ogni lusinga atta a promovere, od a mantenere alcuni perniciosi
semi di svantaggiosa difidenza.9
Alcuni anni dopo, ma inutilmente, altri comuni rivolsero istanza al
ministro dellinterno per essere staccati dal dipartimento del Lario. La
9
Con il Regno dItalia per i dipartimenti furono divisi in distretti che, l8 giugno 1805,
vennero elevati al ruolo di Viceprefetture. Varese, come capoluogo del Distretto, divent sede
di Viceprefettura ed ebbe il suo primo vice prefetto nella persona di Giuseppe Bolchini.

273

petizione, che il 21 dicembre 1807 fu inviata al Consigliere di stato, direttore dellamministrazione dei comuni, per valutare le ragioni della
richiesta, fu firmata dai comuni del III Cantone, cio Angera, Taino,
Ispra, Oriano, Lisanza, Capronno, Barzola, Ternate, Varano, Comabbio,
Osmate, Cadrezzate, Ranco, Barza, Cheglio e Mercallo.
Nella petizione si affermava che il trascorso periodo di aggregazione
al dipartimento del Lario aveva permesso di valutare quanto fosse stato
gravoso per gli abitanti questa unione. Cos come avevano fatto gli
altri comuni nel 1801, si soffermarono sulla lontananza da Como e sulle
strade difficoltose: tutti li prodotti scrissero di questo Cantone,
sian di vino, sian di legna specialmente vengono tradotti a Milano, e che
perfino li Ricevitori comunali pagano direttamente alla Cassa del Tesoro
in Milano le imposte appunto per minorazione di spese, e di incomodi
[], che se non avessero tale facilitazione ci pure ridonderebbe ad evidente svantaggio de detti Comunisti, poich in tal caso li Ricevitori non
si accontenterebbero del pocco salario, che godono, quando dovessero
subire maggiori incomodi, e spese.
Molto stretti invece erano i rapporti con Milano per la facilit di raggiungerla, tanto per terra, che per acqua godendo due preggievoli comodi, e di pocca spesa trovandosi quotidianamente quantit sufficienti
di legni in Sesto Calende, Cantone suddetto onde prevalersi nel viaggio
per terra, e quantit di Barche per la via del Ticino; riflettendosi pure che
siccome fr poco si vedr altres perfezionata la strada del Sempione, che
da Sesto suddetto mette a Milano.

274

Carlo Armanini

Adalberto Albertoletti

Storia di un notaio contadino

Nellampio ventaglio delle eminenti figure di galantuomini che per alte


doti dintelletto probit e umanesimo nellOttocento illuminarono le nostre terre, dettando alla societ contemporanea i ritmi e il respiro, certamente da annoverare Adalberto Albertoletti Ferrabiago. Autorevole
notaio e causidico, nonch appassionato agricoltore. Egli svolse la professione notarile e forense sulle sponde dei laghi Maggiore e Mergozzo,
tra Cannobio, Lesa, Pallanza e il borgo natio, dagli anni 20 agli anni 70
dellOttocento, partecipando con impegno ed entusiasmo alle vicende
storiche che resero possibile lUnit dItalia.

La famiglia Albertoletti di Mergozzo


Adalberto Albertoletti nacque il 27 maggio 1800 a Mergozzo, discendente da antico e prestigioso casato. Il capostipite Antonio svolse la
professione di notaio nel 1500. Lalbero genealogico annovera anche un
condottiero di milizie spagnole: Gian Giacomo. Di lui si hanno notizie
riguardanti le sue funzioni di fabbriciere delloratorio di S. Elisabetta al
Sasso chegli volle ingrandire nel 1623. Nellanno 1600 edific una bella
dimora, ampia, a quadrilatero con spazioso cortile interno e il cui stile
ancor oggi regge degnamente il confronto con edifici pi recenti.
Sullarchitrave del portone principale, scolpito nella pietra il motto
di famiglia: Sola virtus bonum stabile G.G.A. 1600 Anno Santo. Un grande
ritratto lo raffigura in posa solenne in abiti militari. Con testamento del
275

17 dicembre 1621 nomin erede universale lunica figlia, Maddalena, obbligandola a imporre il cognome Albertoletti alla sua prole nel caso fosse
andata in sposa allalfiere Borgolo Ferrabiago.
Nel 1732 a Milano il dottor Angelo Antonio Albertoletti Ferrabiago
spos la nobildonna bavarese Maria Anna Miedam di Burgausen (Monaco). La coppia mise al mondo quattro figli tra cui un Adalberto presente
a Mergozzo nel 1777, anno in cui nacque il figlio Francesco, padre del
Nostro. Francesco convol a nozze con Giuseppina Ferrabiati di antichissimo casato che gli don due figli Adalberto e Giuseppe.1 Rimasto
presto vedovo Francesco scelse il sacerdozio e fu ordinato nel 1823 dal
Vescovo di Novara. Visse di proprie sostanze abitando unala della casa
avita, coadiuvando nella cura danime i parroci succedutisi nel tempo.
Mor a ottantasei anni nel 1863.
Adalberto dopo gli studi giuridici consegu il titolo di regio notaio e causidico. Il giorno 16 maggio 1821 nella chiesa parrocchiale di
Dormelletto si un in matrimonio con Anna Maria Santagostino, allora
sedicenne, imparentandosi con leminente famiglia Botta di cui Anna
Maria era la nipote prediletta. La famiglia Botta era costituita da quattro
membri: due sorelle e due fratelli. Maria, unica coniugata, Giovanna, nubile, che accudiva i fratelli, Francesco, sacerdote e notaio apostolico della
diocesi novarese, e Luigi, causidico e uomo politico di grande prestigio.2
Questultimo, cattolico liberale, fu deputato al Parlamento Subalpino dal
1848 al 1857, quindi per alcuni lustri consigliere provinciale.
LAlbertoletti strinse con i Botta un fecondo legame che andava ben
oltre la parentela acquisita. Con gli zii si stabil da subito una perfetta
sintonia di ideali, perseguita con sapiente tenacia. LUnit dItalia, vissuta da cattolici praticanti quali erano, cre in loro un interiore travaglio,
a motivo non solo del serio dissidio tra Stato piemontese e Santa Sede,
ma anche a causa della questione sociale che richiedeva maggior giustizia
per le classi operaie e contadine le cui condizioni si stavano aggravando,
immiserendosi sempre pi. Le porte delle loro case erano sempre aperte
Il ramo Albertoletti di Giuseppe si estinse a Orta con la morte di Luciano avvenuta nel
1918 in guerra mondiale.
2
Quando nei consessi egli prendeva la parola si aveva assoluto silenzio.
1

276

ai bisogni della povera gente.3 La solidariet rappresentava la stigma della


famiglia. Partecipavano a quel ceto borghese ispirato da profondo umanesimo cristiano, impregnato di paternalismo, ma pur tuttavia avendo
ben chiara la percezione che occorresse stimolare una nuova stagione di
diritti, tale da fermentare le coscienze tese a un mondo pi giusto.
Nel 1853 anno di grande carestia insieme al parroco don Giovanni Maria Albera, a Luigi Botta e ad alcuni amici, per porre rimedio ai
gravi danni causati dalla siccit e allimpoverimento delle tre confraternite gi dedite a forme di mutuo soccorso, ma spolpate nei loro beni dalle
ingiustissime inique leggi siccardiane, fondarono la Societ per il Mutuo Soccorso e lIstruzione.4 Fu presidente il deputato Botta, segretario
il parroco don Albera. La nuova Societ a sua volta stimol interessanti
forme cooperative come la Pietraia Sociale,5 la Latteria Sociale Turnaria,
lAsilo Infantile, Il Magazzino Alimentare Cooperativo. Incoraggi inoltre il popolo a un benefico approccio allistruzione e a maggior cultura;
condizioni necessarie per il riscatto della persona ancorch umile.

Il notaio Adalberto Albertoletti


Dopo la laurea e i titoli di regio notaio-causidico, allAlbertoletti tocc la piazza notarile di Cannobio, dove si trasfer con la giovanissima
moglie. A Cannobio nacquero i primi figli (sei dei quali morti durante
il parto): Antonio 1823, Francesco 1829, Carlo 1830, Luigi 1832, Vittorio 1838, Giuseppina 1839; mentre a Lesa videro la luce Giuditta 1840,
Maddalena 1844 e infine Achille 1850.
Anni dopo, sempre a Cannobio, si celebr il primo matrimonio della
famiglia: Giuseppina (Peppa) convol a nozze con Luigi Vassallo, ram Nessuno mai buss tornando a mani vuote.
Nel 1853 don Giovanni Maria Albera si era recato a Mortara dove era appena sorta una
moderna associazione di mutuo soccorso, ne esamin statuto e finalit. Promosse quindi in
Mergozzo uguale istituzione dotandola di bandiera bianca con stemma di simbologie bibliche
con motto Fides et labor.
5
Era una cava di granito bianco-nero, ubicata sul fronte ovest del Monte Orfano. Attiva
fino agli anni 30 del XX secolo, era gestita in forma cooperativa dagli stessi scalpellini.
3
4

277

pollo di distinto casato. La coppia ebbe tre figli, ma lunione non resse, vi
fu la separazione davanti al vescovo di Novara mons. Giacomo Filippo
Gentile che lasci strascichi dolorosi per le due famiglie.
Nel 1849 il secondogenito Francesco, a detta del padre, deluso dalla
disfatta di Novara da parte dellesercito piemontese, lasci la famiglia
emigrando in Per. A Lima, con un giovane svizzero tale Braggi, cre
una fiorente attivit commerciale di generi alimentari. Per anni si stabil
col padre un costante rapporto epistolare con riscontri di madre, fratelli
e nipoti. Di tanto in tanto inviava specialit Incas, ma in Italia non torn
pi. Dei fratelli fu lunico a sposarsi e ad avere prole, tramandando il
nome del casato fino ai nostri giorni.6
Durante la permanenza a Cannobio e in seguito a Lesa il notaio tenne aperta la dimora mergozzese in quanto le attivit agricole stanziate a
Mergozzo richiedevano spesso la sua presenza.
Il lago Maggiore divenne per lui e famiglia la via di transito quasi
quotidiana che lo collegava tramite i vapori alle localit rivierasche e
soprattutto con Pallanza sede di provincia, dove il notaio aveva interessi
professionali e vari,7 oltre a estese amicizie con borghesia e clero.
Del periodo cannobiese che va dal 1823 al 1840 non si hanno
notizie oltre allamichevole rapporto con Vittorio Vassallo, padre dellex
genero Luigi, mantenuto nonostante le vicissitudini negative dei rispettivi figli. Il ricco e interessantissimo archivio del regio notaio and completamente disperso nel 1958 in seguito alla morte dellavvocato Carlo
Tamini, unico discendente per ramo materno del nonno Adalberto.8 Il
Tamini, morto scapolo, lasci le sue sostanze, documentazioni incluse,
a un fedele amico, fedele s, ma alieno a qualsivoglia passione storica
e quindi il tutto sinvol. Dispersi pure alcuni pregevoli dipinti a olio
su tela di varie epoche raffiguranti gli avi dellillustre casato: un grande ritratto di scuola fiamminga raffigurante il capitano Gian Giacomo
Albertoletti datato 1596 con scritta: Misp. Milit. Dux; un altro dipinto
del capitano Joseph De Nigris: Oleggi Aet.is Annor. 1645,9 il ritratto della
A Miguel con il figlioletto Miguelangel viventi a Lima spetta lonore di rappresentarla.
Per le scarpe di famiglia dava lavoro al calzolaio del carcere di Pallanza un certo G. Minazza.
8
Figlio di Giuditta Albertoletti morta nel 1917 e Aleandro Tamini.
9
Secondo marito di Maddalena Albertoletti. Chi scrive ebbe modo di ammirarli nella sala
6
7

278

contessa Maria Anna Miedam (1732) e in fine quello del padre, sacerdote
Francesco, in abito talare, della seconda met dell800.
A testimoniare, attraverso i secoli la feconda presenza degli Albertoletti Ferrabiago nellantico borgo ossolano, oltre ad alcuni documenti storici restano laltare della navata sinistra della Chiesa Parrocchiale,
dedicato a S. Antonio da Padova, patrono del casato. Nel 1731 fu dagli
Albertoletti costituito un Beneficio sotto il titolo del Santo e realizzato
laltare con marmi policromi, la nicchia con la statua del taumaturgo, le
volte affrescate con episodi della vita del Santo con al culmine lo stemma gentilizio con le insegne cavalleresche. Inoltre, protetto da artistica
vetrata, troviamo un prezioso crocifisso intarsiato con madreperla su
legno dulivo, opera di un artista francescano10 portato a Mergozzo da un
avo del casato, forse il capitano Gian Giacomo dopo un pellegrinaggio
in Terra Santa. Custodito da pi generazioni nella casa avita il crocifisso
fu donato alla parrocchia negli anni 30 dello scorso secolo dallavvocato
Carlo Tamini. Infine la bella casa secentesca, posta di fronte alla facciata
della parrocchiale, che ancora oggi riconduce ad antiche nobili figure e
alla storia di un casato creduto estinto.

Notaio a Lesa
Nel 1840 Albertoletti vinse il concorso per la sede notarile di Lesa e
ivi si trasfer con la famiglia. Da subito trov ottima accoglienza sia tra
gli ambienti della nobilt, sia tra la borghesia, il popolo e il clero. Oltre
alle funzioni notarili il Nostro svolse unintensa attivit forense che lo
portava sovente nelle localit del circondario e soprattutto a Pallanza. A
lui si rivolgevano anche persone umili alle quali dedicava volentieri il suo
tempo coadiuvato in questo dalla consorte Anna Maria, donna di rara
bont e disponibilit verso il prossimo. Assunse inoltre la carica di segretario comunale di Comnago e quella di vice giudice del Comune di Lesa.
dellabitazione dellavv. Carlo Tamini in occasione di visite amichevoli.
10 La croce seicentesca misura 180 x 110 cm. Sul fondo porta un simbolo francescano e
lo stemma dei cavalieri del S. Sepolcro, sul retro sono incastonate molte reliquie.

279

Per il notaio e la famiglia che ora si componeva dei figli Vittorio e


Achille, e delle due sorelle minori Giuditta e Maddalena (Carlo e Luigi lavoravano a Torino), la distanza da Mergozzo si era notevolmente ridotta,
pertanto diventarono pi frequenti le presenze in paese.
Lattracco dei battelli aveva sede a Belgirate, quindi i Nostri a piedi
o in calesse vi si recavano imbarcandosi per Pallanza dove trovavano
sempre un legno che li conducesse al paese. Attivi i vapori piemontesi,
integrati in tempo di pace da quelli austriaci: Tacsis, Lucomagno, Coriolano che avevano sede a Laveno.
Capitava a volte che per diporto o trasporto di merci da o per Mergozzo si usasse, attraversando il canale, il burchiello spinto da robusti
vogatori. Giunta a Lesa la famiglia Albertoletti intess subito rapporti di
amicizia o di lavoro con tante famiglie del luogo: i Muggetti, i Dugnani
che si dividevano tra Lesa e Milano dove avevano importanti attivit, i
Chiatti di Torino, i Visconti e i Conelli ai quali erano particolarmente
legati da affinit ideali. Francesco Conelli De Prosperi, bella figura di
intellettuale e di galantuomo, nacque a Rotterdam nel 1801 da genitori
italiani. Tornato in Italia si stabil a Villa Lesa; laureatosi in Giurisprudenza allAteneo di Torino: fu avvocato, ma piuttosto che allavvocatura
si dedic soprattutto a materie agronomiche, alleconomia politica e al
governo del Paese. Fu consigliere comunale e provinciale molto autorevole. Per la sua competenza e probit con decreto del 4 marzo 1852 il Re
lo insign del Laticlavio. Egli accett la nomina a senatore a condizione di
svolgere il ruolo gratuitamente: Fu benefico a molti, affabile con tutti,
non chiese nulla per s. Mor sul campo a Torino, il 27 marzo 1877.
Il Comune di Lesa a lui dedic una via.
Il senatore Conelli era spesso in visita a Mergozzo dai fratelli Botta
e non manc mai, ospite degli Albertoletti, di partecipare ai solenni riti
in onore di S. Antonio da Padova. Festa che cadeva in giugno. Lamicizia con gli Albertoletti era cos forte che la moglie Carolina e le sorelle
Conelli, Cosima e Cristina, ricamarono, in memoria del senatore e dellamico notaio, una splendida tovaglia che poi donarono alla parrocchia di
Mergozzo per la mensa eucaristica dellaltare del taumaturgo patrono
degli Albertoletti. Ancor oggi il prezioso manufatto firmato e datato
1877 riveste laltare del Santo in occasione della festa.
280

Adalberto Albertoletti

Il diario
Visitando vecchi archivi, accade di provare forti emozioni; mettere con
cautela le mani su antichi documenti, percepire il profumo dantico della
carta ambrata dal lungo oblio, sentire al tatto la ruvidezza del foglio, linchiostro sbiadito e la calligrafia di primo acchito quasi incomprensibile. Capit cos di imbattermi in due grossi tomi che rivelarono subito il loro prezioso contenuto: il diario del notaio Adalberto Albertoletti, ivi conservato
integro e che riassume il periodo che va dal 1853 al 1871, cio al ventennio
che fu decisivo per lUnit dItalia. Lo scritto apparve sin dalle prime pagine
un grande minuzioso affresco di quellinteressante mondo antico.
281

Il manoscritto contiene pressoch lo scibile della societ del tempo in


grande fermento politico, sociale, culturale e religioso: vi troviamo dati
attinenti alla professione, alla meteorologia, avvenimenti politici, scientifici, piccole beghe di paese e rimandi di pi ampio respiro, lavversione
al ladrone austriaco, la simpatia per la Francia e la sua cultura. Gli usi e
costumi, i riti religiosi, realt bucoliche riferite alle varie coltivazioni agricole, allallevamento del bestiame, dei bachi da seta e tante realt e avvenimenti gioiosi e tristi che da sempre segnano il cammino dellumanit.
Di particolare interesse i capitoli riferiti alla epopea risorgimentale
che coinvolgeva tutta la societ piemontese e non solo, che si esprimeva
in manifestazioni di giubilo di tutto il popolo per le vittorie riportate, per
i grandi protagonisti, combattenti e pensatori. Uno scenario animato da
migliaia di attori, protagonisti e comparse che davano vita e speranze al
piccolo mondo antico che gravitava attorno ai nostri bei laghi fino alle
pi alte vallate.
Nel 1853 il notaio decise quindi di raccogliere in un diario giornaliero
pensieri e avvenimenti, lieti e tristi, famigliari e professionali. Aveva solo
53 anni, ma i primi acciacchi si facevano sentire,11 la numerosa prole gli
creava a volte preoccupazioni e contrasti, gravava su di lui e sulla moglie
Anna Maria lo strazio per la perdita del primogenito Antonio, morto nel
1851 a soli 26 anni. Forse per queste ragioni, lincipit del diario sofferto: Sostegno e conforto dellanima stanca.
Il 4 settembre 1853 lAlbertoletti con il figlio Luigi entr nella stazione
dei Carabinieri di Lesa per definire la pendenza del figlio circa la chiamata
alla Leva Militare. Luigi richiamandosi allart. 471 del Regolamento Generale promulgato il 16 febbraio 1837 chiese di essere surrogato nel servizio
militare da tale Pietro Giachino, appuntato carabiniere, pagando a questi
la somma di 1.350 lire piemontesi che il notaio sbors ratealmente.
Lesa 5 settembre 1853. Il notaio annot con lunga e dotta disquisizione
il passaggio di una grande cometa che attravers i cieli dEuropa.
A quel tempo a cinquantanni ci si considerava vecchi. La fanciulla che di poco superati
i ventanni non trovava lanima gemella era subito indicata come landin termine gentile per
dire zitella.
11

282

Lesa 18 marzo 1854. Il giornale torinese La Voce della Libert (Giuntomi per la posta da mano ignota) annunciava larresto per ribellione
e intimidazione della persona del Re di Antonio Oliva,12 dellavvocato
Tommaso Vitta e di Vincenzo Brusca Canis, rei di avere attivato forme
di protesta in Piazza Castello davanti ai cancelli di Palazzo Reale contro
la imminente impiccagione di tre condannati a morte.
Il ministro dellInterno Urbano Rattazzi ordin larresto dei tre dimostranti, trovando appoggio anche da parte del deputato Carlo Cadorna di Pallanza. LAlbertoletti con linguaggio a lui inusitato si scagli con
lunga reprimenda, contro il Deputato pallanzese accusandolo di cotardia e servilismo. I tre saranno poi assolti, il ministro e ladulatore
Cadorna ebbero un perfetto scorno. Il notaio si dilung in un duro
attacco al Ministro e al Deputato, esaltando nel contempo il profilo politico umanitario dei tre giovani arrestati.
Il Nostro, forse, nel frattempo pentito del suo sfogo sulle frasi pi
dure rivolte al Cadorna, tracci leggere righe di cancellazione. E continuer ad acquistare il buon vino piemontese fornito appunto da Carlo
Cadorna e dal fratello Giovanni Battista di Pallanza, che insieme gestivano un prestigioso commercio di vini scelti del Monferrato. Lungo gli
anni Albertoletti annot costantemente ordinazioni e pagamenti delle
forniture enologiche Cadorna.
Lesa 19 aprile 1854. Il notaio incontr il signor Luraghi rappresentante
della Confraternita del S. Rosario di Mergozzo per cui scrissi unoblazione di Lire seicento Itale, tale la partita per lacquisto del fondo della
Vallina proprio del Beneficio della beatissima Vergine Maria del Santo
Rosario di patronato Rizzi diretto alla sua copatrona Ernesta Cavallini.
Si riferisce al Chiuso del Rosario un magnifico fondo di circa due ettari
e mezzo che dalle colline mergozzesi del Faj arriva fino alla riva del lago.
Confiscato a seguito delle Leggi Siccardi, il sito faceva gola al Nostro.
Tuttavia lacquisto gli sarebbe costato la scomunica. Pena che egli, cat Antonio Oliva nacque allAvana (Cuba) nel 1826 da famiglia mergozzese; sar poi deputato radicale per otto legislature. Oratore affascinante, fu valoroso ufficiale dei Cacciatori
delle Alpi, decorato dellOrdine Militare di Savoia, fu definito da Garibaldi luomo pi completo del Risorgimento perch uomo dazione e di pensiero.
12

283

tolico praticante quale era,13 non avrebbe mai sopportato. Ricorse allora
ad antica biblica usanza, versando loblazione alla Confraternita cos da
evitare la scomunica. Rasserenata la coscienza entr in pieno possesso
del bellissimo fondo. Fiore allocchiello dei suoi possedimenti. Sotto la
sua guida, con la collaborazione di uno stuolo di braccianti, il sito ebbe
prosperit e produzioni cospicue.
Lesa 22 aprile 1854. Il notaio annot una sentenza di condanna a
morte di tale Giovanni Carlo Giovannone danni 61 di Intragna, per
veneficio a danno della di lui moglie Teresa Danini. Condanna a eseguirsi
nella citt di Pallanza.
Lesa 25 aprile 1854. Si dice che lAustria abbia data unamnistia generale e tolto lo stato dassedio del Lombardo-Veneto per loccasione del
matrimonio del giovane Imperatore Francesco Giuseppe. Chi creder
allAustria e vorr fidarsi dellAustria?
Lesa 27 aprile 1854. Arrivano da Torino col mezzo della signora Cristina Conelli recatomi da Belgirate due grossi pacchi contenenti bicarbonato di soda e bisolfato di potassio per cento dosi da usarsi per le acque
gasose di selz con la nuova macchina. Il notaio usava bere un bicchiere
di tale bevanda ritenendola salutare antidoto ai piccoli malanni stagionali
e anche come purgante. Altri medicamenti utilizzati erano lolio di ricino,
le tisane darnica e altre erbe. E per le cure pi incisive venivano applicate le sanguisughe disponibili presso lo speziale al prezzo di lire sei per
confezioni da dodici pezzi. Nei casi di maggiore gravit interveniva il
chirurgo con incisioni per salasso.
Mergozzo 30 aprile 1854. Sono gi due anni 52 53 che non si fece
vendemmia, n tanta n poca. Nellanno scorso non si raccolse neanche
un grappolo duva causa la crittogama. Il Nostro si dilunga poi sullargomento citando studi accademici di fisici e chimici e vari speculatori
13
Nel diario si legge: Dopo alcune settimane di malattia ho finalmente ripreso la partecipazione quotidiana alla messa, consolante consuetudine. Per me una vera colazione di cielo!

284

che hanno preteso daver conosciuto le cause della malattia che colpiva
le viti, patate, gelsi e perfino le rose che presentano una certa muffetta.
Lesa 14 maggio 1854. Festa dello Statuto. Sparo di cannoni, i vapori
sono pavesati e parati di bandiere tricolori. A Lesa si distribuisce il pane
di frumento ai poveri. Giornata nubilosa con minaccia di pioggia. Pioggia minuta dopo pranzo, cessata sufficientemente per potersi fare un
poco di illuminazione a Belgirate.
Lesa 20 maggio 1854. Albertoletti con parte della famiglia si rec al
cosiddetto scalo di Borgoticino a vedere quel gigantesco lavoro per
la strada ferrata, lavoro che supera ogni immaginazione. In quella
occasione conobbe lassistente ing. Stella, immigrato lombardo. Il progetto e i disegni opera del famoso ing. Negretti, biellese.
La ferrovia fu inaugurata il 12 giugno 1855. Venne il sindaco di Comnago e riscontro per esso fatto al Maggiore Comandante il Battaglione
intorno alla convocazione dei militi per la festa di domenica onde onorare
S.A.R. il Principe Eugenio di Carignano delegato del Re per la solenne
inaugurazione della ferrovia che unisce Genova al Lago Maggiore.
Lesa 24 dicembre 1854. In occasione del Natale i Muggetti di Milano
solevano, da anni, omaggiare gli Albertoletti inviando un enorme panettone. Giunta la diligenza a Sesto Calende le merci furono scaricate alla
dogana per il controllo dopo di che il cesto col famoso dolce milanese
fu scambiato con un altro cesto diretto a un calzolaio, tale Bonini. Il
notaio comment: cos il balordo Guella (vetturale) priv in due del
panettone, dovendosi rassegnare (dopo le feste) a Sesto il primo cesto
per riavere il secondo.
Lesa 22 gennaio 1855. Morte della Regina Maria Adelaide moglie del
regnante Vittorio Emanuele II. Nata a Milano 8 giugno del 1822 figlia
del Vice re del Lombardo-Veneto, Arciduca Ranieri sposata il 12 aprile
1842 in et di 33 anni, manc ai vivi in seguito a puerperio lasciando sei
figli, il maggiore Umberto IV di undici anni.
285

Lesa 25 gennaio 1855. Oggi arriv la notizia ufficiale della morte della
Regina Maria Teresa di Toscana ved. del Re Carlo Alberto. Nata nel 1801
danni 54. Pia e santa donna, compianta dai poveri.
Lesa 12 febbraio 1855. Morte del Duca di Genova, fratello del Re,
in et di anni 33 di nome Ferdinando. Valoroso comandante supremo
dellartiglieria. Adalberto di dilunga tessendone le lodi.
Lesa 10 giugno 1855. Dopo la messa nella chiesa parrocchiale di Lesa:
mi venne alla volta lAzzari di Pallanza il quale va in giro per i paesi onde
determinare le popolazioni ad accendere fal sui monti nella notte della
domenica andante 17. Atti a festeggiare il passaggio sul Lago di S.A.R. il
Principe Eugenio di Savoia che viene nel nome del Re per linaugurazione della ferrovia da Genova al Lago Maggiore. Il quale si imbarcher sul
vapore sul quale arriver sino in faccia a Magadino e poscia si porter a
Pallanza ove pernotter e alla sera far una lunga passeggiata sul lago a
bordo dei vapori.
Lesa 23 giugno 1855. In questi giorni qui piove qualche po. Altrove,
cio nellalessandrino, nel casalasco e genovesato patiscono lasciutto.
Cresce continuamente il prezzo del grano per opera malefica degli speculatori che fanno monopolio sul commercio del grano in generale. Si
dice che gi a questora stata venduta una quantit enorme di segala non
ancora mietuta. La sorte di tanta povera gente affamata lo amareggia,
pi volte annota pensieri di esecrazione verso gli speculatori, il 13 aprile
1854 scriveva: domina grande carestia, sono cessati i lavori in campagna
per lasciutto, tutto carissimo, le persone non trovano lavoro e le granaglie sempre aumentano di prezzo. Per la via del mare, attese le flotte
guerriere che incrociano i mari del Levante e del Nord non possono arrivare cereali per cui gli speculatori sulla fame dei poveri tengono chiusi
i loro magazzini pieni per aspettare lestrema carenza dei generi stessi
e poi venderli. Iddio disperda e annienti gli infami speculatori coi loro
scellerati progetti!!! Iddio disperda e annienti i sordidi avari quali che tutto sterminatamente ricchi e coi magazzini pieni non sentono il lamento
dei tapini affamati e le ambascie di tante desolate famiglie!!!.
286

Lesa 23 giugno 1855. LAlbertoletti si occupa dellondata di freddo che


colp Parigi e che costrinse gli abitanti a mettersi mantelli, cappotti e a
riaccendere i caminetti. Secondo alcuni esperti lo scompiglio atmosferico era determinato dal movimento delle comete. Mentre per altri un
meno scientifico v nellaria un influsso malefico su di noi.
Il giorno 30 giugno 1855 il Nostro annotava: In questa mattina morte
dellabate Antonio Rosmini.14 E cos il 3 luglio: I funerali.
Intanto la terribile crittograma imperversava sui campi distruggendo i raccolti. A ci Albertoletti era sensibile in quanto agricoltore. Il
25 luglio acquist una rivista scientifica di chimica e farmaceutica che
parlava delle scoperte che si fanno allestero intorno al problema. Tra
queste il notaio comment quella del farmacista Giuseppe Troya che comunic daver salvato la vendemmia immergendo ogni grappolo giunto
a un certo sviluppo, in una soluzione di acqua e colla da falegname. Lesperimento suscit interesse negli ambienti scientifici e viticultori. Egli si
dilung sul tema per varie pagine.
Lesa 28 luglio 1855. A Lesa avvennero due eventi degni di nota: l
arrivo del nuovo concerto di campane, cinque per la precisione, con la
benedizione delle stesse; mentre alle ore 11 antimeridiane scossa di terremoto che si ripete alle 11.30 di notte.
Nella sua veste di regio notaio lAlbertoletti ebbe molto da fare per
riportare a Mano Regia i beni dei benefici di parrocchie e confraternite
confiscate a regime delle Leggi siccardiane. Gli tocc quindi visitare le
parrocchie colpite nellAlto Novarese, a volte in coppia con lo zio don
Francesco, notaio della diocesi.
Al sindaco di Lesa Alfonso Piceni, tali leggi non andavano a genio:
infatti venne certo Sibilla delegato demaniale a fare linventario in Lesa
dei beni dei benefici e vennegli fatta opposizione essendosi il sindaco
14
Su tutte le biografie ufficiali troviamo scritto che Antonio Rosmini mor il giorno seguente, cio il 1 luglio. Con ogni probabilit il nostro notaio non scriveva sul diario ogni giorno, ma riportava i fatti anche dopo qualche tempo cadendo cos in piccole sfasature temporali.

287

Piceni e ogni altro rifiutato di intervenire, prese per testimoni, lesattore,


il brigadiere dei Carabinieri i quali sottoscrissero il verbale contro il sindaco che si rifiut per tema della scomunica alla esecuzione della Legge
25 maggio 1855. Stoltissima legge e iniqua!. Il sindaco Piceni Luned
20 agosto fu destituito dalla sua qualit di sindaco di Lesa.
Lesa sabato 2 febbraio 1856. Festa della Candelora. Giunse la notizia
che la messa solenne della Candelora a Belgirate avrebbe visto allorgano
il celebre organista e compositore padre Davide da Bergamo la cui fama
era giunta fino sul lago Maggiore. Il notaio non volle perdere loccasione:
passeggiata a Belgirate con le figlie alla Messa Grande in quale il celebre
organista padre Davide suon lorgano nei versetti del Gloria, durarono 12 minuti cadaune le suonate dorgano!15
Lesa marted 1 luglio 1856. Arrivarono a Pallanza i figli e figlie del
Re Vittorio Emanuele II in numero di cinque. Odesi sparo di cannoni.
Lesa, mercoled 18 marzo 1857. Lo zio Cecco [don Francesco Botta,
notaio] port la notizia da Pallanza che il Collegio dei Notai mi propose
per notaio a Mergozzo e il notaio Micotti a Suna, cos scrivo allo zio
Luigi a Torino.
Mergozzo 13 settembre 1857. Albertoletti con moglie e figlie si recarono
a Candoglia: A vedere le gravi rovine avvenute per la caduta di grandi
quantit di materiali franati dalla cava dei marmi sopra Candoglia case
sepolte e pericolo ancora incombente. Il 22 ottobre sotto violenta pioggia si ripet un disastro maggiore.
L8 maggio 1858 mor Maria Anna Santagostino moglie di Adalberto per ictus cerebrale. A ricordo della cara consorte egli dedic molte
pagine del diario ripercorrendo con espressioni struggenti le stagioni
della loro unione vissute nella gioia e nel dolore in perfetta armonia
15
Considerati il numero dei versetti quel giorno lesecuzione dellantico inno dur non
meno di due ore!

288

sorretti da fede profonda. In questo giorno in quale la santissima mano


dellAltissimo si gravata in modo orrendo sulla mia famiglia per imperscrutabili Suoi giudizi sempre giustissimi e sempre tendenti al nostro
maggior bene. Con la stessa tensione spirituale termin lestremo saluto, omaggio alla santit della moglie: Salve, salve o anima diletta, salve
mia Marianna, salve!!! Salve!
Mergozzo 30 aprile 1859. Da qualche giorno gli Austriaci a bordo dei
loro battelli minacciavano i centri di Cannobio e Pallanza tentando lo
sbarco. In Pallanza grande agitazione per i fatti degli austriaci sul Lago
che saggirano minacciosi depredando barche e facendo guasti.
Domenica 1 maggio 1859. Oggi verso le quattro nelle vicinanze di
Fondotoce avvenne uno scontro tra i vapori montati dagli austriaci e i
soldati di linea nostri. Quelli tiravano colpi di cannone e di mitraglia e
questi col fucile. Fu ferito un sergente nostro e rimasero morti quattro
o cinque austriaci a bordo che non poterono sbarcare intenzionati ad
impossessarsi dei barconi di quali ne mandarono a fondo un centinaio.
Vi fu grande allarme in Mergozzo per timore dellinvasione di quei maledetti. I soldati nostri fuggirono verso il paese con il loro equipaggiamenti
e la cassa militare e nella notte si divisero in tanti picchetti dal porto del
canale al porto di Candoglia per evitare una sorpresa. Sbarcarono a Intra
e Pallanza e trovarono i piantoni del telegrafo.
Luned 2 maggio 1859. In questa mattina solo alcuni colpi di cannone.
Gli austriaci sbarcarono a Fondotoce per colare a fondo i barconi rimasti
a galla. Cos rimane chiuso il passo per Pallanza.
Sabato 23 luglio 1859. Ingente tempesta che desol i vari paesi dal
Basso in gi e sulla montagna corrispondente.
Sabato 30 luglio 1859. Viaggio a Pallanza viddi i disagi orrendi,
incredibili della tempesta della notte del 3 andante. Immense piante
schiantate e divelte al suolo, con parte del suolo aderente alle radici per
limpeto delluragano e del turbine. Grande tutta la Piaggiola al basso
289

fino a met circa della strada di Suna, sal alla montagna, Bieno e altri
paesi sono desolati, come sono desolati e distrutti tutti i prodotti dei
luoghi indicati.

Luigi Albertoletti

Vittorio Albertoletti

I figli Luigi e Vittorio si trasferirono nel frattempo a Genova dove il


primo era notaio. Ambedue avevano rifiutato pochi anni prima di svolgere il servizio militare di leva costringendo il genitore a esborsi cospicui
di denaro o a elemosinare raccomandazioni. Fu con sorpresa che il padre
il 5 luglio 1860 ricevette la lettera di Vittorio che gli annunciava di aver
raggiunto Garibaldi in Sicilia, mentre il trentuno dello stesso mese fu
Luigi a fargli pervenire la stessa notizia: aveva chiuso lo studio di Genova
per unirsi ai garibaldini. I due fratelli combatterono valorosamente me290

ritandosi insieme tre medaglie dargento e altre di bronzo, i galloni di ufficiale e lincorporazione a Napoli nellEsercito Piemontese. La carriera
militare fu la loro scelta decisiva. Parteciparono con onore alle successive
campagne. Congedati e pensionati col grado di capitano, Luigi ebbe inoltre la Croce di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Adalberto dopo
la sorprendente decisione dei suoi rampolli fin per dimostrarsi fiero di
tale patriottica scelta.
Tornato a Mergozzo lAlbertoletti intensific lattivit agricola, tenendo anche due/tre mucche nelle stalle. Particolarmente attiva e redditizia
fu la coltura dei bachi da seta. Fino alla prima met dellOttocento la qualit coltivata era lossolana poi completamente distrutta dal nerone,
una pestilenziale epidemia. Per lapprovvigionamento della cosiddetta
semente ci si dovette allontanare sempre pi dallEuropa: dapprima in
Slovenia, poi a Smirne, nel Caucaso, a Kassa B e infine in Giappone.16
Per i prodotti serici, la frutta e gli ortaggi il Nostro serviva i mercati
di Suna e Pallanza mentre per il bestiame i rapporti erano rivolti allOssola. Per lalpeggio estivo le mucche venivano avviate verso le alte vallate
ossolane, ma anche sugli alpeggi di Anzola. Mentre per la compravendita
era la storica famiglia Ragozza di Premosello la referente di fiducia.
Nellautunno del 1868 inizi a funzionare la Latteria Sociale Turnaria, a cui lAlbertoletti ader come socio onorario, fruendo della
fiorente attivit casearia. Il notaio possedeva inoltre estesi castanili, noceti e vigneti cui ricavava, in stagioni propizie, abbondanti raccolti. Le
castagne erano vendute a raccoglitori ambulanti mentre le uve, pigiate
nel torchio di famiglia, davano un vinello leggero e asprigno chegli consumava alternandolo agli eccelsi prodotti enologici forniti dai Cadorna
di Pallanza. Le noci spremute fornivano un ottimo olio commestibile,
allora molto usato in cucina.
Il 23 luglio 1859 scrisse sul diario: il Pacecco, [il padre don Francesco] disse la messa con lolio di noce invece del vino, per cui dovetti
correre a casa a prendere la boccetta di vino che di nuovo consacr con
16
Bozzoli in totale le gallette 1868 risultarono in tutto kg 107 circa a lire 7.60 al kg. Dedotto un rubbo circa di fiocchetta e cio kg 8, in parte si fila in casa e laltra verr convertita
in filarello. Totale incasso lire 646.50 lire.

291

altra ostia per integrare il sacrificio. Don Francesco quotidianamente


celebrava la messa delle sei mattutine e il notaio lo assisteva funzionando
da chierichetto. Quella mattina il sacerdote da casa, anzich lampolla del
vino, confuso il colore, port sullaltare quella dellolio di noce.
Il fiume Toce coi suoi ricorrenti capricci diventava periodicamente
protagonista negativo creando disagi e distruzioni. Con precisione Adalberto annot esondazioni, danni e tribolazioni dei contadini impegnati
con affanno a salvare bestiame e raccolti.
Anche le visite non gradite del lago sulle piazze sono raccontate
minuziosamente. Soprattutto quella dellottobre del 1868 che vide il livello dei laghi elevarsi di ben nove metri sul normale stato dei bacini.
In quella occasione, giorno per giorno rifer laggravarsi della situazione
non solo in paese, ma anche in altri centri del Verbano e soprattutto a
Ornavasso dove il torrente straripando, distrusse il cimitero, la cappella
dello stesso e varie abitazioni.
Al notaio non sfugg certamente il passaggio da Mergozzo di molti
inglesi in grand tour: ammasso di carrozze in piazza, sono inglesi che
attendono di imbarcarsi per raggiungere Stresa. Mergozzo gioved 8 ottobre
1868, pass da Mergozzo in questa mattina venuto in legno e partito
in barca per Stresa, Lord Oddo John Russel.17
Nellestate del 1858 Albertoletti fu eletto alla carica di Giudice Conciliatore del Comune di Mergozzo. Il giorno del giuramento egli esord
pronunciando un solenne messaggio diretto ad autorit e popolo. Due
fitte pagine a stampa, curate dalla storica Tipografia Vercellini di Pallanza, distribuite a tutti, in cui riassunse, con dotte e ricche citazioni, la
storia del Diritto e della Giurisprudenza che nei tempi vide attori egizi,

John Russell (1792-1878) fu un uomo politico inglese. Ricopr numerose cariche ministeriali; da ministro degli Esteri approv lunificazione dItalia con lettera 27 ottobre 1860
inviata alla corte di Vittorio Emanuele II.
Con lesondazione del Toce la strada napoleonica era resa quasi totalmente impraticabile.
Il traffico veniva quindi dirottato sullantica via ossolana e Mergozzo tornava ad essere terra
di passo e di commerci.
17

292

ebrei, caldei, sumeri, fenici, greci e latini. Unalata e colta lezione di materie giuridiche.
Il nostro notaio amava la natura con rinnovato stupore e incanto,
giorno per giorno ne seguiva i ritmi: il variare delle forme in sviluppo, i
colori, gli odori, i frutti. Apprezzava i fiori cui destinava cure desperto.
Abile negli innesti delle camelie riusciva, in gara con don Albera, a creare
belle variet di forme e di colori che andavano a ingentilire la casa, le
chiese oppure erano donate agli amici.
Luned 20 maggio 1861, il notaio si rec a Pieve Vergonte per limmissione del novello prevosto don Gaudenzio Ottone nel possesso della
parrocchia. Pranzo col. Godei molto nel vedere ampi rami grandi di
abeti portati da vaghe fanciulle in processione in chiesa nellofferta e
riccamente adornati di fiori e di nastri serici di vari colori; e pi di varie
corone sormontate da piramidi di fiori e nastri portate da altre fanciulle
sul capo, col corpo ricoperto da ampio peplo bianco di mussola che copre tutta la persona. Funzione eminentemente poetica e brillante.
LAlbertoletti si sentiva attratto dalla poesia e gli capitava di comporre odi o sonetti, per lo pi di carattere patriottico. Nel 1868 compose una
cantica, forse anchessa di ispirazione epica risorgimentale. Il 3 aprile
1868 rimandai Carlo dal Cobianchi con la prova di stampa della cantica
corretta. Una volta stampata invi copie del poema a molti amici e conoscenti tra cui i nobili milanesi Melzi DEril Belgioioso, e alle Principesse di casa Savoia a Torino. Il 28 aprile lettera da Torino dalle Principesse
Duchessa di Genova e Principessa Margherita, e pi la scritta del loro
segretario in ringraziamento e lode.
Ringraziamenti e lodi giunsero da ogni dove. A maggio invi a
Torino al figlio Luigi, ancheegli notaio, altre copie per altre persone interessate al poema. La cantica ebbe successo e riscontri lusinghieri.
Ancora qualche nota triste. Mergozzo venerd 14 ottobre 1870. Due bare
ad un tempo: furono fatti i funerali ad Armanini Giuseppe ed a Giulio
De Giuli periti ambedue ieri nella cava del Donna schiacciati da una
293

congerie di macigni a loro caduti addosso verso il mezzod con ingente


fragore. Poveri padri di famiglia.18
Il diario si chiude nel secondo semestre del 1871. Le ultime annotazioni portano i segni della sua crescente stanchezza, del venir meno di
ogni energia. La dolorosa perdita della moglie Anna Maria e del padre
Francesco, lancor pi lancinante trapasso del figlio ultimogenito Achille, ancor giovanissimo e del secondogenito Francesco, mancato a Lima
quarantaduenne lasciando moglie e quattro figli: tragici avvenimenti che
lo prostrarono. Inoltre, per lui, fonte di preoccupazione era la negativa
situazione familiare della figlia Peppa con i tre piccoli nipoti, separata
dal marito che costantemente la importunava arrivando a frantumare a
sassate, di notte, i vetri delle finestre della sua camera da letto.
Adalberto trovava conforto nella fede. La fiducia nei disegni dellAltissimo lo sosteneva e la speranza lo consolava spiritualmente. Ormai la
sua prestanza fisica venne meno.
Mor il 18 novembre 1875 alle ore quattro antimeridiane, assistito dai
figli e dallamico parroco don Giovanni Maria Albera che gli somministr i conforti della Fede. Compianto da moltitudine di persone dogni
ceto sociale, alle quali in vita profuse solidariet umana e professionale,
ebbe solenni esequie il 19 novembre.
Il diario si sviluppa su oltre seimila annotazioni quotidiane, alcune
di poche righe altre, le pi, di maggior ampiezza e densit dargomenti.
Quelle qui proposte rappresentano uno squarcio del grande affresco
che Adalberto Albertoletti Ferrabiago in diciassette anni, con appassionata perseveranza compose, illuminando un piccolo mondo antico. Lincanto dei suoi luoghi, animati da innumerevoli protagonisti, dei quali
egli rivela, con le umane miserie, le elevate virt, la nobilt del sentire,
la creativit e la spiritualit, inserendosi meritatamente nellalbo doro
degli spiriti eletti che nel tempo, con la testimonianza e lazione resero
feconda la nostra terra.
18
Giuseppe Armanini era mio bisnonno. Mor allet di 47 anni lasciando due figli piccoli:
Carlo di 6 anni e Maddalena 4 anni.

294

Leonardo Parachini

Le vecchie beccherie di Pallanza


Grazie alla fermezza di un sindaco, un giardino pubblico per la citt

Il palazzo degli uffici di Pallanza, che attualmente ospita la sede comunale,1


fu costruito a partire dal 1809 andando a risanare unarea degradata, sia
da un punto di vista urbano sia igienico sanitario, occupata fino ad allora
dalle cosiddette beccherie, un vetusto edificio formato da cadenti portici
e tetti a uso di botteghe uniti a un locale adibito alla macellazione degli
animali, che gli dava appunto il nome.2
Per far posto al nuovo prestigioso fabbricato gli amministratori fecero
sgombrare il macello e lo trasferirono in una bassa costruzione ubicata
sul lato opposto della piazza maggiore del borgo, in quella parte di ripa
prospiciente la collegiata di San Leonardo, proprio a ridosso del porto.
Un piccolo fabbricato cosidetto le Vecchie Beccherie, di vecchia costruzione in
pietra e calce, con tetto ad una sola ala, dellaltezza media di m.l. 4.00, larghezza
metri lineari 5 e lunghezza m. 14,80 con superiore parapetto pure in pietra e calce
dellaltezza media di metri due con copertine di bevole nei lati di mezzod, ponente
e mezzanotte. Tale fabbricato composto di tre locali fino al tetto con pavimento
di terra, dei quali i primi due verso mezzanotte hanno due piccole finestre munite di
ferrate, con prospetto verso levante. A detti tre locali si accede per mezzo di apposite porte provviste di chiusamenti, con superiori aperture semicircolari provviste
di ferrate, basate quelle su architravi in granito rosso sorretti da stipiti in muratura.3
Ove non specificato, le citazioni sono tratte da documenti conservati in ASVb, Comune di
Pallanza, b. 205.
1
Riguardo alla storia dellattuale palazzo municipale di Verbania vedasi L. Parachini, Il
palazzo civico di Pallanza, in Verbanus 33-2012, pp. 145-159.
2
Beccherie: bottega di beccaio; per estensione macelleria.
3
Perizia del geometra Giuseppe Ronchi,15 gennaio 1873.

295

Presumibilmente lattivit di macellazione continu fin verso la met


dellOttocento, poi lo sviluppo turistico rese del tutto anacronistico
mantenere un esercizio commerciale di quel tipo che tra laltro emanava mefitiche esalazioni proprio nel centro del borgo, sulla grande piazza meta del passeggio dei villeggianti. Dal 1853 al 1855 lo stabile venne
usato quale cantiere di costruzione dei piroscafi governativi; cronache
del tempo e di poco posteriori confermano che in quegli anni a Pallanza
vennero costruiti i battelli a vapore Lucomagno, San Gottardo e San
Bernardino.4 Varati i piroscafi e dismesso il cantiere il modesto edificio
fu annualmente affittato a piccoli esercizi artigianali con lobbligo per i
locatari di curarne la manutenzione, ma gli affittuari non pensarono n
a sistemare n a mantenere per cui il fabbricato si ridusse cadente sempre pi. Ci nonostante limmobile, seppur malmesso, inizi a suscitare
linteresse di molti grazie alla sua invidiabile posizione in riva al lago.
Non tardarono quindi a giungere in Municipio richieste di acquisto.5

Certamente listanza pi concreta e articolata fu quella presentata il 4


ottobre 1872 da Giuseppe Castelli, un imprenditore edile dalla notevole
Giacomo Minazzoli, manoscritto conservato in ASVb, Comune di Pallanza, b. 53. A.
Viani, Pallanza antica, Pallanza nuova, Eredi Vercellini, Pallanza 1891, p. 296.
5
A tal proposito segnaliamo una lettera firmata da Giovanni Schnenberg, su carta
intestata Grand Hotel Pallanza, in cui si esplicita linteressamento dello svizzero Charles
Recordon, di La Chaux de Fonds e residente allAbazia di Cannobio, ad acquistare le vecchie
macellerie civiche e tutto il piazzale antestante per farvi nuove costruzioni ed aprirvi negozi
che farebbero onore al luogo. ASVb, Comune di Pallanza, b. 205.
4

296

solidit finanziaria, nonch consigliere comunale.6 Il costruttore propose il risanamento di tre aree degradate del borgo: il cimitero vecchio in
Castagnola, la ex caserma Alberganti nel rione Villa e le vecchie beccherie.
Riguardo a questultimo immobile, da lui valutato 3.000 lire, chiese di
poterlo acquistare per trasformarlo in un elegante edificio porticato a
cinque arcate, alto allincirca sette metri e coperto con un terrazzo. A
fine di preservarlo dalle inevitabili esondazioni del lago avrebbe rialzato
il pianterreno con tre gradini, realizzati nella spessezza dei pilastri, cos
da avere delle brevi scalinate in corrispondenza della prima, terza e quinta arcata, lasciando le altre due chiuse da un parapetto. I locali sarebbero
stati usati come botteghe con la possibilit di esporre la merce anche
sotto il portico. Unico obbligo per il Comune la posa a proprie spese di
almeno due fiamme a gaz luce.7
Nel pieno del fervore di rinnovamento urbanistico che animava il
borgo in quegli anni la proposta Castelli suscit molto interesse tra gli
amministratori, che per prima di giungere a una decisione definitiva
preferirono far eseguire una perizia tecnica al fine di stabilire il giusto
valore non solo del fabbricato, ma anche di parte del piazzale antistante
per una estensione pari a dieci are e ottantuno centiare.8 Dopo aver valutato lo stabile nel suo complesso e in ogni sua singola parte riutilizzabile
(legnami, tegole, ferrame, lastre in beola, granito rosa e pietrame vario) il
perito determin il prezzo commerciale in 4.483,50 lire.
Nella seduta del 31 ottobre 1874 il consiglio comunale deliber la
vendita dellimmobile a condizione che il compratore entro due anni vi
erigesse un fabbricato secondo disegno da approvarsi dalla Giunta a
tenore del progetto gi fatto dal signor Giuseppe Castelli e che lo stesso
fabbricato non potesse elevarsi oltre metri dodici dal suolo attuale compreso il tetto.
Riguardo a Giuseppe Castelli imprenditore vedasi G. Margarini, L. Parachini, Giovanni
Franzi. Ascesa e caduta di un commerciante, in Verbanus 28-2007, pp. 243-260.
7
In fondo al documento il post scriptum Il rimanente dellarea del piazzale del cantiere
e relativa rampa non potr mai essere destinato ad altre costruzioni od ingombri che levino la
visuale del palazzo nuovo da erigersi. ASVb, Comune di Pallanza, b. 205.
8
Consiglio comunale, 12 ottobre 1872. ASVb, Comune di Pallanza, b. 205.
6

297

In quellanno i locali un tempo adibiti alla macellazione ospitavano


la bottega di un fabbro e un lattoniere con deposito di legna; rendevano
solamente 81 lire allanno, quasi interamente assorbite dalle spese di piccola manutenzione e dalle imposte.
Pur essendo in una delle migliori posizioni del nostro litorale, la
vendita delle vecchie beccherie non and a buon fine. Per ben due volte, il
15 febbraio e il 15 marzo del 1875, lasta and deserta: nemmeno un
oblatore si present.9

Particolare della planimetria disegnata dal geometra Giuseppe Ronchi

9
Con ogni probabilit Giuseppe Castelli non partecip allasta poich era gi gravemente
malato, mori infatti poche settimane dopo, il 25 maggio a Montecatini dove si era recato per curarsi.

298

Non avendo raggiunto nessun risultato, il 22 novembre 1876 il sindaco Costantino Cietti10 propose al consiglio comunale di togliere il vincolo dellaltezza dalle condizioni di vendita, imputando a questa restrizione
la causa della mancanza di compratori. Altri consiglieri fecero presente
che la condizione di limitare laltezza del fabbricato fu posta nello scopo
di non togliere la bellezza della nostra piazza, e per evitare il pericolo che
la stessa altezza potesse essere di ostacolo ad altre costruzioni e quindi doveva essere mantenuta. Riconducendo alla elevatezza del prezzo il
motivo dello scarso interesse suscitato dalla messa in vendita, proposero
di diminuirlo, lasciando allacquirente la scelta di fabbricare o meno un
nuovo edificio. La proposta fu approvata allunanimit e la base dasta fu
diminuita a 2.500 lire.
Il 16 gennaio 1877 la Deputazione provinciale diede il nulla osta allalienazione e il successivo 1 marzo si pot esperire lasta, che questa
volta fu molto partecipata. Datosi libero lingresso al pubblico nella
sala, previo triplice suono di tamburo si presentarono Giacomo Caldi di
Omegna, Domenico Moise di Stresa e i pallanzesi Antonio Della Rossa,
Giacomo Ferrari, Giuseppe Tamboloni, Giuseppe Bianchi, Ottaviano
Franzosini e Luciano Astolfi.
Il sindaco, Cietti, dichiarando aperta la seduta fece leggere dal banditore le condizioni di vendita deliberate dal consiglio comunale, quindi invit
i presenti a fare le offerte dopo laccensione della prima candela. Fino alla
trentatreesima candela si susseguirono i rilanci tra i vari aspiranti, poi il signor Moise offr 5.270 lire. Si accese la trentesima quarta candela e questa
si rese estinta naturalmente vergine, senza che nulla interrompesse il corso
dellasta. Ci stante il predetto signor Moise Domenico fu Giberto, nato e
residente a Stresa, venne proclamato aggiudicatario.
Come da prassi, prima di stipulare latto di vendita davanti al notaio
si fecero passare ventiquattro ore, per dare la possibilit ad altre persone, non presenti il giorno dellasta, di farsi avanti con un nuovo rialzo.
Il 2 marzo, allo scadere del tempo utile, il signor Giuseppe Ciana, nato
Costantino Cietti nacque a Pallanza l11 gennaio 1839 da Ignazio e Angela Viani.
Geometra e fondatore nel 1867 dellomonima banca. Fu sindaco di Pallanza dal 1876 al 1881,
al suo sindacato si deve lallea di magnolie dallimbarcadero allattuale largo Tonolli (1877), la
piazza Progresso (1878), lospedale Castelli (1880). Mor il 25 marzo 1911.
10

299

a Trieste11 e residente a Pallanza, fece regolare offerta dellaumento di


un ventesimo al prezzo obbligando il Sindaco a pubblicare il giorno
seguente un nuovo avviso dasta, che venne esperita il 20 marzo. Questa
volta alla licitazione pubblica si presentarono solamente due acquirenti:
Giacomo Ferrari e il Ciana, che si aggiudic definitivamente limmobile
sborsando 5.560 lire.12
Il 12 dicembre dello stesso anno il nuovo proprietario rivendette edificio e relativo terreno da poco acquistato allingegnere Fortunato Maulini13 per la stessa identica cifra da lui versata sei mesi prima al Comune di
Pallanza. Le motivazioni di questa scelta a prima vista economicamente
poco vantaggiosa non le conosciamo. Sta di fatto che come improvvisamente era venuto alla ribalta, altrettanto improvvisamente Giuseppe
Ciana spar dalla scena.
Gli anni passarono e le vecchie beccherie continuarono a fare brutta mostra di s sulla riva di Pallanza che nel frattempo era stata migliorata
e ordinata a vantaggio dei molti villeggianti. Era stata infatti realizzata
una passeggiata a lago, qua e l ingentilita da qualche stento alberello,
ma soprattutto non pi ingombra su tutta la sua lunghezza dalle merci
giornalmente scaricate dai barconi e che ora potevano essere stoccate
solamente su una sola piazzola dotata di gru.
Finalmente nel novembre 1880 lingegnere Maulini si decise a trasformare il cadente e modesto fabbricato in un elegante palazzo a due
piani con annessa rimessa e scuderie (!). A tal proposito chiese allamministrazione cittadina il permesso di poter derogare al vincolo altius
Nel XVIII secolo il nonno di Giuseppe emigr con la famiglia a Trieste facendo
fortuna come peltraio.
12
Atto 26 aprile 1877. ASVb, Notai.Vogini Giovanni, vol. 14358.
13
Fortunato Maulini figlio di Giovanni nacque a Mergozzo. Di professione ingegnere, fu
incaricato di progettare la strada comunale da Mergozzo al ponte di Gravellona e di dirigerne
i lavori; diventato sindaco del paese natio (1878-1896) non rimise il mandato, ma continu
a lavorare alla realizzazione dellarteria viaria. Per questo motivo nel 1881 venne accusato
da sette consiglieri comunali di interessi privati in atti pubblici. Gli fu anche contestata la
cattiva scelta del tracciato e di aver impiegato manufatti in granito provenienti da una sua
cava. Denunciato al Prefetto venne poi prosciolto perch i suoi provvedimenti sebbene non
completamente legali, non arrecarono danno alcuno al Comune. A Pallanza progett lattuale
Piazza Pedroni (1878) e il frontone con lorologio del palazzo municipale (1880). Mor a 59
anni il 17 giugno 1897.
11

300

non tollendi dei 12 metri in cambio della cessione gratuita al Comune di


parte della sua propriet, una striscia larga sei metri e lunga venti, per
consentire la continuazione verso Levante del viale delle Magnolie fino a
Villa Giulia. Durante il consiglio comunale del 23 novembre la proposta
venne discussa e approvata perch utile pel Comune ed encomiabile dal
lato di generoso amor cittadino con cui fu fatta, concedendo allo stesso
che innalzi il suo fabbricato fino alla concorrente, giusta il suo progetto
presentato, di metri quindici e centimetri cinquanta [] e conch lon.
Ing. Maulini atterri entro un mese dallapprovazione della presente, quel
tratto di fabbricato delle vecchie beccherie, che verr ad essere occupato
dal viale delle Magnolie.14 Lo stesso Maulini era consigliere comunale e
al momento della discussione, essendo parte in causa, usc dallaula.

Prospetto e pianta delledificio che lingegnere Fortunato Maulini


voleva costruire al posto delle vecchie beccherie

ASVb, Comune di Pallanza, b. 307, dis. 82.

14

301

Nonostante tutti i permessi limponente fabbricato (per fortuna,


possiamo affermare oggi) non fu costruito e infatti in una nuova perizia
stilata nel 1884 dal solito geometra Ronchi leggiamo:
Se invero fu lodevole liniziativa data dal fu Sig. Castelli Giuseppe colle prefate
sue proposte, non corrispose il risultato perch le vecchie beccherie mantennero un aspetto sempre pi lurido e cadente di quello che si deplorava gi nel
1872, poich nemmeno il proprietario Signor Ingegnere Maulini a tuttoggi ha
fatto eseguire abbellimenti o restauri di sorta.15

Studiando le carte darchivio ci pare di capire che nel frattempo i


rapporti tra lAmministrazione pallanzese e lingegnere Maulini si fossero di gran lunga raffreddati; il sindaco era cambiato, laccondiscendente
Costantino Cietti16 era stato sostituito dal dottor Giuseppe Cavanna,17
che si dimostr intransigente nella difesa degli interessi del borgo e ci
voleva dire avere un lungolago a uso pubblico e non interrotto da edifici
o altri manufatti privati. Quando con lettera 19 febbraio 1883 lingegnere comunic alla Giunta di voler chiudere la sua propriet con un
muro di cinta la risposta fu perentoria: immediata sospensione di ogni e
qualunque lavoro. E il Sindaco non esit a mandargli i carabinieri a far
rispettare lingiunzione.
Ormai lidea del dottor Cavanna era ben chiara: riacquistare le vecchie
beccherie e demolirle per creare un giardino pubblico. Durante la seduta
15
Relazione peritale 28 settembre 1884. Geometra Giuseppe Ronchi. ASVb, Comune di
Pallanza, b. 205.
16
Il geometra Costantino Cietti fu anche uno dei due testimoni presenti alla vendita fatta
da Giuseppe Ciana a favore di Fortunato Maulini. Questo fatto potrebbe anche indicare un
legame di amicizia tra i due.
17
Giuseppe Cavanna nacque a Pallanza il 18 maggio 1849, da Germano e Maria Lorenzini.
Laureatosi in Medicina e Chirurgia allUniversit di Torino, ottenne la sua prima condotta
medica ad Armeno, poi la nomina a primario dellospedale Castelli di Pallanza. Eletto
consigliere comunale nel 1881, lanno seguente fu nominato sindaco, carica che mantenne
consecutivamente per 14 anni. A lui si deve la realizzazione di numerose opere: i giardini pubblici
(1885), il lungolago e lallea di sfore prospiciente la piazza maggiore (1886-1895), la caserma
dei Carabinieri (1886), limpianto di illuminazione elettrica (1990), lo scalo dei piroscafi (1895).
Nel 1889 istitu il Corpo dei civici pompieri. Risistem piazze e contrade, aprendone di nuove:
laccesso alle caserme (1886), lattuale via Panoramica (1887), la piazza darmi (1887). La morte
lo colse improvvisamente il 31 marzo 1896. Lasci 20.000 lire allospedale Castelli.

302

del 15 novembre il primo cittadino illustr al consiglio comunale quale


grande vantaggio avrebbe arrecato al borgo il far scomparire alla vista
dei molti forestieri, che cotanto contribuiscono alla rendita del Comune,
quelle luride catapecchie, che col vi esistono, rendendo cos pi gaja la
Piazza Garibaldi, col darle un aspetto bello e pulito e maestoso. Per far
ci vi era anche la copertura finanziaria. Il denaro necessario per portare
a termine lacquisto sarebbe affluito nelle casse municipali mediante una
sottoscrizione pubblica e con il rientro di un prestito fatto al Ministero
per limpianto della Corte dAssise. Visti i non idilliaci rapporti con lingegnere Maulini (che non era pi consigliere comunale), fu il sindaco stesso
a riconoscere che non vi fosse altro mezzo che ricorrere allarbitrato di tre
giudici, due nominati dalle parti in causa, il terzo dai giudici stessi.
Nel giro di pochi mesi gli interessi della comunit presero per il
sopravvento su quelli particolari e i contrasti furono amichevolmente
ricomposti, grazie anche alla mediazione, non certo disinteressata, del
cavaliere Giuseppe Branca18 proprietario della vicina Villa Giulia, a cui
il costruendo edificio avrebbe tolto la vista di tutta la riva del borgo.
Con lettera 24 agosto 1884 Fortunato Maulini per concorrere io pure
allinteresse pubblico si premur a sottolineare espresse la sua disponibilit a vendere al Comune le vecchie beccherie e a ridurre il prezzo, da lui
precedentemente richiesto, da 12.000 lire a 10.750 lire.19
Il 30 novembre 1884 giunse la sovrana autorizzazione allacquisto del
fabbricato per opere di pubblica utilit.20 E finalmente il 14 gennaio
1885 latto fu stipulato davanti al notaio Cesare Galli. 21
bene ricordare che durante il consiglio comunale del 15 dicembre
1883 si deliber anche di intitolare al benefattore pallanzese don Pietro
Guglielmazzi22 il giardino pubblico che sarebbe sorto al posto del fati Giuseppe Branca nacque a Pallanza il 7 giugno 1837 da Bernardino e Carolina Erba.
Laureatosi in Giurisprudenza, inizialmente intraprese la carriera forense a Novara, poi si dedic
esclusivamente allindustria di liquori fondata dal padre. Mor a Genova il 17 gennaio 1888.
19
La seconda perizia Ronchi aveva valutato lintera propriet 9.720 lire. Quindi il Maulini
ci guadagn anche dopo il bel gesto del ribasso.
20
ASVb, Comune di Pallanza, b. 205.
21
Atto 14 gennaio 1885. Notai. Galli Cesare, b. 12977.
22
Pietro Guglielmazzi nacque a Pallanza il 9 settembre 1799, da Luigi e Marianna De
Notaris. Sacerdote, dottore in Diritto civile e canonico, insegn al regio Collegio di Pallanza.
18

303

scente edificio. Nei mesi successivi labbellimento del salotto a lago


del borgo continu a tambur battente.
Nel verbale del consiglio comunale tenutosi l11 giugno 1886 leggiamo che il Sindaco relazionando riguardo alle molte opere pubbliche in
cantiere in quellanno dichiar che i lavori del nuovo giardino pubblico
furono eseguiti a spese di generosi oblatori che non vogliono essere
nominati, ma che il Consiglio indovina da se stesso.23 Scorrendo i nomi
dei consiglieri presenti alla seduta troviamo anche quello di Agostino
Viani che, ben conscio dellidentit degli anonimi benefattori, qualche
anno dopo nella sua storia di Pallanza scrisse:
fra quanti cooperarono allo sviluppo civile ed economico della loro citt avita,
merita speciale ricordo il Pallanzese Causidico Cav. Giuseppe Branca. Egli era
di quella famiglia generosa il cui nome abbiamo pi volte incontrato in queste
pagine. Merc il suo concorso pecuniario ed i suoi savii consigli, Pallanza pot
costrurre il giardino pubblico.24

Oggi in quella parte di lungolago riconducibile al vecchio giardino


pubblico fa bella mostra di s il mezzobusto dellallora sindaco Giuseppe
Cavanna,25 che con la sua fermezza riusc a salvare dalla cementificazione, diremmo oggi, uno degli angoli pi belli del nostro lago.
Ringrazio Enzo Azzoni per le fotografie depoca e Carlo Armanini per
avermi fornito informazioni riguardanti i due mergozzesi Fortunato Maulini e
Giuseppe Ciana.
Per qualche tempo fu canonico della collegiata di San Leonardo ma, come disse il De Vit, dopo
alcuni anni, non sentendosi chiamato a simil genere di vita, vi rinunci. Ricopr le cariche di
consigliere comunale, presidente della Congregazione di Carit, presidente dellAsilo infantile.
Venne insignito del titolo di cavaliere della Corona dItalia. Mor il 21 maggio 1879 lasciando
al Comune di Pallanza il possesso di una vasta propriet a Olcenengo (VC), collobbligo di
usare il reddito derivante a favore dellistruzione cittadina. A lui infatti dedicata la scuola
elementare di Pallanza.
23
ASVb, Comune di Pallanza, b. 181.
24
A. Viani, cit., p. 310.
25
Il mezzo busto in bronzo su stele in granito rosa opera dello scultore Paolo
Troubetzkoy e fu inaugurato il 5 luglio 1896.

304

Pallanza. Oltre il muraglione del porto gli alberi del giardino pubblico costruito nel 1885

La riproduzione dei disegni conservati presso lArchivio di Stato di Verbania


stata autorizzata con lettera 22 gennaio 2014, prot. n. 0000088.

Fabrizio Panzera

I rifugiati nella Svizzera italiana


negli anni 1943-1945:

lafflusso a Brissago e nelle regioni vicine

Lapposizione, avvenuta a Cannobio luned 21 ottobre 2013 presso il


Teatro Nuovo cittadino, di una targa commemorativa per ricordare, nel
70 anniversario, il transito per quel Borgo dei perseguitati per motivi
politici e razziali nellautunno del 1943, offre lo spunto per tentare una
prima analisi dellafflusso di rifugiati entrati a Brissago e nelle zone vicine, nel periodo 1943-1945, sul territorio della Confederazione, provenendo dalla sponda piemontese del lago Maggiore.

Le fonti
1. Il fondo Internati 1943-1945 dellArchivio di Stato del Cantone Ticino
Tra il 2003 e il 2009, grazie a finanziamenti del Fondo nazionale
svizzero della ricerca scientifica e del Canton Ticino, stato realizzato
un progetto di ricerca sulla Frontiera meridionale della Confederazione e i
profughi negli anni del fascismo e del nazionalsocialismo 1922-1945. Il progetto
prevedeva anche lelaborazione di una banca dati dei nominativi dei rifugiati, in maggioranza civili, i cui incarti personali sono conservati nel
fondo Internati 1943-45 allArchivio di Stato del Cantone Ticino (ASTi).1
1
Riprendiamo qui in ampia misura le indicazioni fornite sul progetto da Martine Venzi,
Lelaborazione della banca dati del fondo Internati 1943-1945 dellArchivio di Stato del Canton Ticino.

307

Nel settembre del 1943, in seguito alla proclamazione dellarmistizio


italiano da parte del governo Badoglio (8 settembre), i primi rifugiati
italiani giungono alla frontiera italo-svizzera con lintento e la speranza
di essere accolti sul territorio elvetico. Il flusso di rifugiati si protrae con
densit diverse fino alla fine dellaprile 1945. Per i rifugiati civili2 che
sono accolti nel Ticino, il Comando territoriale che aveva competenza
sul Cantone Ticino, il Comando territoriale 9b (in seguito abbreviato in
Cdo. Terr. 9b) crea un incarto personale nel quale vengono classificati
tutti i documenti di tipo amministrativo che li concerne durante tutto
il periodo della loro permanenza in Svizzera. Una copia dellincarto di
ogni rifugiato civile poi inviata al Dipartimento federale di polizia a
Berna. Diversa la situazione per quelle persone che sono definite rifugiati militari,3 le quali sottostanno al Commissariato federale per linternamento e lospedalizzazione del Dipartimento militare federale e per i
quali lincarto personale non conservato solitamente al Cdo. Terr. 9b.
Nel fondo Internati 1943-45 si trovano peraltro anche incarti di contrabbandieri, passatori e rifugiati, in prevalenza militari, che fuggono dai
campi dinternamento svizzeri con lintento di rimpatriare clandestinamente e che vengono arrestati nel circondario territoriale ticinese prima
di raggiungere la frontiera.
Al termine della seconda guerra mondiale, gli incarti personali dei
rifugiati, conservati al Cdo. Terr. 9b, pur rimanendo negli uffici del Dipartimento di Polizia, sono parzialmente riordinati dallArchivio cantonale di Bellinzona. La Guida dellArchivio cantonale del 1951, curata da
Descrizione e analisi qualitativa, in Bollettino Storico della Svizzera Italiana, Serie nona, Vol.
CVII, Fasc. II 82004), pp. 525-540.
2
La categoria dei rifugiati civili comprende la popolazione, i perseguitati politici e razziali
(ebrei) nonch i partigiani italiani fino alle istruzioni complementari del 15 del settembre 1944.
3
La categoria dei rifugiati militari, inesistente fino ad allora, creata per rispondere alla
situazione particolare dei fuorusciti militari conseguente alla proclamazione dellarmistizio
e alla successiva occupazione tedesca della penisola italica. Questa categoria comprende gli
sbandati dellesercito italiano che si presentano alla frontiera italo-svizzera dopo l8 settembre
1943 per non essere arruolati nella milizia tedesca o essere da loro arrestati ed incarcerati
poich considerati traditori. A partire dallautunno del 1943 anche i prigionieri di guerra
evasi e i disertori sono considerati rifugiati militari e sottostanno al Commissariato federale
per linternamento e lospedalizzazione. Al contrario, i refrattari rientrano a far parte della
categoria dei rifugiati civili.

308

Giuseppe Martinola, indica la presenza del fondo Internati civili, costituito


da 127 cartelle contenenti gli incarti relativi agli internati civili nel Cantone (italiani e daltra nazionalit) durante il periodo della seconda guerra
mondiale.4 Nel 1989, il fondo, ora denominato Internati 1943-1945,5 viene depositato allArchivio cantonale6 e negli anni successivi viene portato a termine il riordino degli incarti personali dei rifugiati e allestita
una prima banca dati contenente le informazioni principali di 13.596
espatriati, per la maggior parte italiani. Pi precisamente, la banca dati
indica il nome, il cognome, la paternit, lanno di nascita, la nazionalit, il
tipo di rifugiato (categoria), il numero dei documenti ed il codice di classificazione. Dal 1993 il fondo Internati 1943-45 accessibile al pubblico
senza restrizioni particolari, fatta salva la tutela della riservatezza dei dati
personali presenti in ciascun fascicolo (tutela di cui responsabile ogni
singolo ricercatore).
Il fondo Internati 1943-45, per ragioni non del tutto chiare, non contiene gli incarti della totalit dei rifugiati entrati sul territorio elvetico
dalla frontiera ticinese. Infatti, nellomologo fondo conservato allArchivio federale svizzero a Berna,7 sono presenti incarti di rifugiati entrati dal Ticino, di cui non esiste traccia in quello ticinese. Inoltre, per alcuni rifugiati non stato costituito o conservato alcun incarto personale
n nel Cantone Ticino n allArchivio federale. Nei due casi le ragioni
di queste assenze rimangono in parte senza spiegazione. possibile
per avanzare delle ipotesi: nel primo caso, lassenza dellincarto nel
fondo ticinese si spiega parzialmente con linvio a Berna dellincarto
originale invece della copia; a questo si aggiungono i problemi relativi
al trasferimento dellincarto tra i due organi competenti (Cdo. Terr. 9b
e il Commissariato federale per linternamento e lospedalizzazione),
dovuto alla transizione del rifugiato da una categoria di rifugiato allaltra
Giuseppe Martinola, Guida dellArchivio cantonale, Bellinzona 1951, p. 59.
In realt la denominazione del fondo che comunque rimasta nelluso poco
corretta, perch i documenti riguardano tutte le categorie di rifugiati civili e non soltanto
rifugiati internati in campi di lavoro o di raccolta.
6
LArchivio cantonale di Bellinzona nel 1999 ha assunto la nuova denominazione ufficiale
di Archivio di Stato del Cantone Ticino ( ASTi).
7
Eidgenssische Polizeiabteilung, Personenregistratur (E4264), AFS.
4
5

309

(rifugiato civile e rifugiato militare). Per quanto riguarda lassenza totale


degli incarti di alcuni rifugiati, in molti casi si tratta di contrabbandieri o
di bambini. Nel primo caso, lassenza dellincarto probabilmente dovuta allespulsione immediata della persona dal territorio ticinese. Nel
secondo caso, la mancanza dellincarto dovuta alla registrazione del
bambino nellincarto di uno dei due genitori o al suo trasferimento alla
Croce Rossa Svizzera, responsabile dellaccoglienza dei bambini e dei
fanciulli in Svizzera.
I documenti conservati nel fondo Internati 1943-45 sono di diverso
genere e danno informazioni disparate sul vissuto dei rifugiati prima e
durante la loro accoglienza in Svizzera. Essi consistono in: verbali, interrogatori, ordini di trasferimento, permessi di viaggio e congedi, ordini di liberazione, domande di rimpatrio e connotati civili. Il verbale di
particolare interesse per la completezza dei dati personali, ma anche per
le informazioni che riguardano i motivi e le circostanze dellespatrio, la
strada percorsa e i mezzi utilizzati per giungere al confine, il luogo, la
data e lora dello sconfinamento, le conoscenze e i garanti in Svizzera.
Bisogna per sottolineare che non tutti gli incarti contengono le stesse
informazioni e gli stessi documenti, poich ci varia dal tipo di rifugiato, dalle sue condizioni finanziarie, sociali (conoscenze in Svizzera)
e talvolta anche fisiche (malattie). La descrizione dei tipi di documenti
fatta pocanzi valida soprattutto per i rifugiati civili; diversi sono invece i documenti e le informazioni riguardanti i contrabbandieri e i rifugiati militari. Se per i primi gli incarti contengono linterrogatorio nel
quale si precisa il tipo di merce da contrabbando trasportata, la quantit
e il verdetto della condanna, nel caso dei rifugiati militari i documenti
si riducono al foglio dei connotati sul quale si specifica se sono fuggiti
dai campi dinternamento svizzeri, per rimpatriare clandestinamente, o
se sono accompagnati al Cdo. Terr. 9b in vista del loro rimpatrio per
via indiretta.

310

Le fonti
2. Il fondo Eidgenssische Polizeiabteilung, Personenregistratur (E 4264)
dellArchivio federale svizzero
Nel fondo di polizia conservato allArchivio federale svizzero (AFS)
si trovano gli incarti personali dei rifugiati in Svizzera durante la seconda guerra mondiale (allincirca 67.630 incarti personali). Se in parte si
pu affermare che tale fondo lomologo del fondo Internati 1943-45,
dallaltra necessario precisare che il tipo di documenti e dinformazioni che contiene non sono esattamente gli stessi. Il primo fattore di
divergenza riguarda le date dei documenti. Nel fondo Internati 1943-45 il
periodo preso in considerazione inizia nel settembre 1943 (con loccupazione tedesca dellItalia) e si arresta in genere tra il luglio e il settembre 1945 (momento che segna il rientro in Italia di molti rifugiati); nel
caso del fondo Eidg. Polizeiabteilung, Personenregistratur, esso si estende dal
1939 (inizio della seconda guerra mondiale) agli anni cinquanta quindi
ben oltre la fine del conflitto. Il secondo elemento per cui il fondo si
differenzia, riguarda la natura stessa dei documenti e il tipo dinformazioni in essi contenute. Nel fondo Eidg. Polizeiabteilung, Personenregistratur, raramente si trovano dei verbali o degli ordini di liberazione, ma
invece pi frequente un questionario di una quindicina di pagine, nel
quale sono registrate informazioni generali concernenti i dati personali
del rifugiato, la situazione militare, i soggiorni allestero e in Svizzera,
le condanne penali, i mezzi finanziari e le possibilit di emigrazione in
un altro paese, ecc. Purtroppo la parte riguardante le motivazioni dellespatrio e il percorso fatto per arrivare alla frontiera rimane contenuta.
Infine, confrontando i nominativi dei due fondi8 si osserva che anche nel fondo Eidg. Polizeiabteilung, Personenregistratur manca una parte
degli incarti personali dei rifugiati, analogamente a quanto riscontrato
nellaltro fondo.

8
Il confronto porta su un campione rappresentativo costituito dai nominativi delle lettere
A e B entrati in Svizzera dal Cantone Ticino.

311

Le differenze qui esposte portano a considerare i due fondi complementari piuttosto che omologhi. Questa constatazione permette di
sottolineare la particolarit e la singolarit del fondo Internati 1943-45
e dunque di metterne in rilievo la sua importanza per la ricerca storica
nazionale. Da ci nasce lidea di elaborare una banca dati dei nominativi
del fondo in questione sulla base delle esigenze del progetto di ricerca
del FNRS.

Le fonti
3. La banca dati del fondo Internati 1943-1945
Lelaborazione della banca dati del fondo Internati 1943-1945 avvenuta tenendo conto non solo di quella realizzata allArchivio federale
svizzero per il fondo Eidg. Polizeiabteilung, Personenregistratur, ma anche di
quanto compiuto alla fine del secolo scorso e poi presentato nel 2000
dallArchivio cantonale di Ginevra, ossia lo studio, basato sulle informazioni contenute nel fondo del loro circondario territoriale, riguardante
i rifugiati entrati in Svizzera passando per la frontiera di quel Cantone.9
I campi informatici presi in considerazione informano su quattro
realt ben precise: la prima riguarda i dati personali di ogni rifugiato
(nome, cognome, data di nascita, religione, nazionalit, domicilio, professione, categoria del rifugiato e biografia). La seconda si concentra
sullavvento dellespatrio, e in particolar modo sul luogo, la data e lora
dellentrata in Svizzera; sulleventuale aiuto avuto da terzi per giungere
alla frontiera italo-svizzera e per oltrepassarla; sulleventuale ammissione
alla dogana svizzera o sulla registrazione fatta dalla gendarmeria; sulle conoscenze e i garanti in Svizzera. La terza riguarda le loro condizioni di soggiorno e pi precisamente la loro liberazione o meno dal
controllo militare per passare sotto le competenze dellufficio cantonale
degli stranieri, nonch le date del loro rimpatrio o della loro espulsione
9
Pierre Flckiger, Grard Bagnoud, Les Rfugis civils et la frontire genevoise durant la
Deuxime Guerre mondiale: fichiers et archives, Genve 2000, p. 176.

312

(nel caso dei contrabbandieri). Infine, la quarta categoria dinformazioni


concerne i vari fondi esistenti ed utilizzati per completare i dati presenti negli incarti personali dei rifugiati. Una particolare attenzione data
alla biografia sommaria di ogni rifugiato. Essa si focalizza sul curriculum
vitae del rifugiato (studi, lavoro, partito politico o idee politiche), sulle
motivazioni dellespatrio (attivit ed idee politiche, persecuzioni razziali,
rastrellamenti nazifascisti, possibili rappresaglie) nonch sul percorso intrapreso e i mezzi utilizzati per giungere al confine e sul luogo e la data
dello sconfinamento. Infine menzionato se, quando e dove la persona
stata liberata dal controllo militare e la data del suo eventuale rimpatrio.
Linterpretazione dei dati e la comprensione delle informazioni hanno suscitato parecchi problemi. Ardua si rivelata in particolare linterpretazione e la definizione della confessione di quelle persone di origine
ebraica o discendenti da un genitore ebreo di confessione ebraica che
si dichiaravano di religione cattolico-romana. La banca dati del fondo
Eidg. Polizeiabteilung, Personenregistratur accosta le due confessioni (ebraica
e cattolico-romana) nel campo relativo alla religione. Questa soluzione
per poco felice, perch confonde e assimila due nozioni distinte: quelle
di razza e di confessione. Per questo motivo, nella banca dati Internati
1943-45, la confessione che il rifugiato annuncia al momento dellentrata
in Svizzera quella indicata nel campo Religione.
La questione della religione solleva direttamente anche quella della
categoria del rifugiato. Nel caso delle persone italiane sposate ad una
persona di origine ebraica (straniera o italiana) o discendenti da un genitore ebreo, la questione della categoria primordiale poich nella legislazione italiana la razza acquisisce legalmente dal novembre del 1938
unimportanza maggiore rispetto alla religione. A questo proposito
dunque importante sapere se le persone sopracitate sono considerate dal
governo italiano di razza ebraica, e dunque perseguitate, oppure no.
Prendiamo lesempio delle persone di razza ariana e religione cattolica
che si sposano con delle persone di razza ebraica e di religione cattolica; come sono considerate? ariane oppure ebree? Attraverso le testimonianze dei rifugiati in questione, risulta che durante lultimo periodo
della persecuzione razziale (settembre 1943-aprile 1945), anche i coniugi
313

di persone di razza ebraica sono considerate tali dal governo italiano


e di conseguenza perseguitate. Un secondo esempio riguarda i figli di
genitori misti. La questione della definizione della categoria in questo
caso si complica ulteriormente a seconda della nazionalit e della razza
dei genitori e dei nonni, nonch della loro appartenenza ufficiale alla religione ebraica o cattolica. Senza entrare nei particolari della legislazione
razziale italiana (per i quali rinviamo tra laltro alle ricerche di Michele
Sarfatti),10 si pu affermare che, per la maggior parte delle varianti possibili, il figlio considerato a sua volta ufficialmente od ufficiosamente
di razza ebraica. Per questo motivo nel campo Categoria della banca
dati Internati 1943-45 indicata la razza ebraica (EBR, eventualmente
tra parentesi tonde nei casi dubbi).
Le nozioni di razza e di religione chiamano in causa una terza nozione, quella di cittadinanza. Essa pone qualche problema non solo per
quanto riguarda i cittadini italiani, ma ugualmente per una parte dei rifugiati cittadini delle nazioni occupate dalle forze tedesche e che perdono
la loro nazionalit, diventando apolidi (AP). Nel caso dellItalia, i regi
decreti-legge del 7 settembre 1938 (n 1381) e del 17 novembre 1938
(n 1728) stabiliscono la revoca della cittadinanza italiana agli stranieri di razza ebraica che lhanno ottenuta per concessione dopo il 1
gennaio 1919.11 Come precisa Sarfatti nel suo articolo sulla legislazione
antiebraica italiana, questa disposizione non si applica ai bambini nati
sul territorio italiano da genitori apolidi o alla donna straniera sposata
con un italiano, perch la cittadinanza italiana in questi casi acquisita di pieno diritto. Infine, nonostante il 14 novembre 1943 le persone
considerate di razza ebraica sono dichiarate straniere dal nuovo Partito
fascista repubblicano,12 la revoca della loro cittadinanza non viene mai
legiferata. Motivo per cui i cittadini italiani di origine ebraica o considerati
tali rimangono cittadini italiani, e nel campo Nazionalit della banca
dati Internati 1943-45 indicata labbreviazione del paese in questione (I).
Si veda ad es.: Michele Sarfatti, I caratteri principali della legislazione antiebraica in Italia
(1938-1943), in Antisemitismo in Europa negli anni trenta: legislazioni a confronto, a cura di Anna
Capelli e Renata Broggini, Milano 2001, pp. 192-211.
11
Sarfatti, I caratteri, p. 207.
12
Ibidem.
10

314

Al contrario, nel caso della Germania e di altre nazioni a lei annesse


durante la seconda guerra mondiale, le persone di origine ebraica sono
considerate straniere e perdono la cittadinanza. Per esempio, nel caso
della Cecoslovacchia, a partire dal 24 marzo 1942, momento in cui il parlamento accetta la legge sulla deportazione, coloro che lasciano il Paese
spontaneamente o in seguito alla loro deportazione, perdono automaticamente la cittadinanza. Per quanto riguarda la Romania, a partire dallemanazione della legge sul riesame della cittadinanza del gennaio 1938,
la cittadinanza rumena annullata alle persone di origine ebraica a cui
era stata concessa dopo la fine della prima guerra mondiale. Purtroppo
le questioni legate alla legislazione razziale applicata nei vari paesi europei13 pongono il problema della loro applicazione reale, e questo a causa
delle molteplici sottigliezze legate alla definizione di ebreo. Per questo
motivo, nel limite del possibile, nel campo Nazionalit registrata la
cittadinanza indicata nei documenti personali dei rifugiati presenti nel
fondo Internati 1943-45. Questinformazione inoltre confrontata con
quella presente nella banca dati relativa al fondo Eidg. Polizeiabteilung, Personenregistratur. Questultima distingue la nazionalit del rifugiato al suo
arrivo sul territorio elvetico da uneventuale nazionalit precedente (e in
particolar modo nel caso delle donne sposate e delle persone di razza
o religione ebraica). Per esempio nel caso degli apolidi menzionata
anche la nazionalit precedente (AP/CS). La stessa procedura adottata
nel caso delle donne che acquisiscono una nuova nazionalit in seguito
al matrimonio. In questo caso indicata dapprima la nuova nazionalit
seguita da quella precedente.
La definizione delle categorie dei rifugiati e la loro assegnazione pone
a sua volta qualche difficolt. Nel caso dei rifugiati ebrei (EBR) le varie
difficolt di definizione sono quelle menzionate pocanzi. Non meno facile risulta la definizione dei rifugiati militari (MIL), dei partigiani (PAR),
dei rifugiati politici (POL) e per finire dei rifugiati civili. Nel caso dei
rifugiati militari, la difficolt sta nel fatto di individuarli attraverso le loro
dichiarazioni registrate nei rari verbali o attraverso le informazioni date
nella sintetica dichiarazione di stato civile. Per esempio, i militari in con Su questo argomento cfr. Capelli, Broggini, Antisemitismo in Europa, pp. 192-211.

13

315

gedo definitivo, per causa di malattia o data let avanzata, non sempre
lo menzionano nei documenti. In questo caso la possibilit di errore
nellinterpretazione dei dati assai elevata. Per diminuire la percentuale
di errore, un controllo ulteriore svolto attraverso le liste dei nominativi
dei rifugiati militari registrati dal settembre 1943 e conservati nel fondo
5791/1 A-7 Internati militari italiani (1943-1945).14 La loro presenza nel
fondo Internati 1943-45, che non dovrebbe figurare poich, come gi precisato, essi sottostanno al Commissariato federale per linternamento e
lospedalizzazione, legata principalmente agli episodi di fuga dal campo
dinternamento svizzero, nellintento di rimpatriare in Italia clandestinamente. Durante tali episodi spesso i fuggiaschi sono arrestati in territorio
ticinese, scortati al Cdo. Terr. 9b e messi a sua disposizione. Qui devono
riempire la dichiarazione di stato civile ed indicare la loro incorporazione militare. A questo punto si presuppone che i fuggitivi suddetti siano
effettivamente dei rifugiati militari. Nel caso in cui lassegnazione della
categoria del rifugiato militare non certa, la sigla MIL seguita da un
punto interrogativo.
Per quanto riguarda la definizione e lassegnazione della categoria
partigiano, i problemi che si riscontrano derivano dalla molteplicit
della sua tipologia, conseguenza delle sue diverse attivit e degli stretti
legami tessuti con la popolazione, con gli esponenti politici e con le
organizzazioni antifasciste come il Comitato di Liberazione Nazionale
(CLN). La figura del partigiano non si limita al combattente, ma ingloba
anche lagente dinformazione e di collegamento, il rifornitore, il sabotatore e il passatore. Queste medesime attivit sono per compiute contemporaneamente anche dalla popolazione e da alcuni militanti politici.
Per esempio si trovano fra gli agenti di collegamento, sia dei partigiani
che dei civili o dei militanti politici. Lo stesso vale per le altre attivit
sopracitate e, in particolar modo, per quelle relative alle azioni di sabotaggio e di approvvigionamento di armi, munizioni e viveri. Lintreccio
tale che in vari casi difficile fare la distinzione fra luno e laltro a partire
dalle informazioni contenute nei processi verbali.
14
AllArchivio di Stato del Cantone Ticino conservato il microfilm (N 00637) del
fondo 5791/1 A-7 dellAFB, concernenti gli Internati militari italiani (1943-45).

316

Le due categorie restanti (rifugiati politici e civili) non pongono particolari problemi di definizione. Ad ogni modo, lassegnazione delle categorie fatta in base alla motivazione che spinge la persona a cercare
rifugio in Svizzera. Per esempio, il rifugiato che fa il servizio militare
regolarmente, che ottiene il congedo, che riceve successivamente il richiamo di leva a cui per non d seguito perch contrario al regime
fascista, che diventa poi membro del CLN e svolge attivit di propaganda antifascista, considerato un rifugiato politico e non un refrattario.
Nel caso del milite sfollato dopo l8 settembre 1943, il quale non d
seguito al richiamo di leva o diserta dopo un periodo, che si aggrega ad
una banda di partigiani, definito un partigiano e non un refrattario od
un disertore. In molti casi, il medesimo rifugiato pu appartenere a pi
categorie e questo soprattutto nel caso in cui avvengono diversi passaggi della frontiera. Ad esempio, un milite sfollato che varca il confine
italo-svizzero nel periodo seguente allarmistizio italiano classificato
quale rifugiato militare (MIL). Nel corso del 1944 questo rifugiato fugge
(FUG) dal campo dinternamento svizzero e rimpatria (RIM). Si aggrega
ad un gruppo di partigiani (PAR) e nellottobre del 1944, a seguito dei
combattimenti contro le forze nazifasciste, ripara nuovamente in Svizzera. Nel suo campo Categoria sono indicate tutte queste informazioni
(MIL, FUG, RIM, PAR). Lo stesso avviene nel caso in cui una persona
varca il confine una prima volta a scopo di contrabbando (CON) ed
arrestata in territorio ticinese. Essa dapprima incarcerata per alcuni
giorni e poi espulsa (ESP) in Italia. Questa persona si aggrega successivamente ad un gruppo di partigiani (PAR) e, come nel caso precedente,
poi costretta a rifugiarsi in Svizzera durante il periodo dei rastrellamenti
nazifascisti. Nel suo campo Categoria sono indicate tutte queste informazioni (CON, ESP, PAR).
Infine, lultimo elemento da menzionare per quanto riguarda le difficolt che si riscontrano durante la compilazione della banca dati, concerne il campo Rimpatrio/Espulsione (RIM / ESP). In questo settore
indicata la data certa o presunta delluscita dal territorio svizzero da parte
dei rifugiati. In tre casi non possibile determinare con precisione tale
informazione. Nel primo caso si tratta dei rifugiati che fanno domanda
di rimpatrio, ma di cui non si conosce lesito finale della richiesta. Si pre317

suppone che nella maggior parte dei casi queste persone siano effettivamente ritornate in Italia, ma non si conosce la data precisa. La procedura
per ottenere lautorizzazione per rimpatriare pu infatti protrarsi per alcuni mesi dalla data della richiesta. Per questo motivo la data segnalata
accostata da un punto interrogativo. Nel secondo caso si tratta dei
rifugiati nel cui incarto presente solo un foglio dei connotati sul quale
stato annotata la scritta accompagnati. Ci significa probabilmente che
questi rifugiati sono accompagnati dal campo dinternamento al Comando territoriale ticinese per essere successivamente condotti al confine e
rimpatriati. Infine, il terzo caso riguarda i fuggiaschi dai campi dinternamento svizzeri, i quali sono arrestati nel Ticino durante la loro corsa
verso la frontiera italo-svizzera e messi a disposizione del Cdo. Terr. 9b.
possibile che una parte di loro sia nuovamente internata in un campo
svizzero, ma altrettanto possibile che laltra parte di loro sia invece
accompagnata alla frontiera e rimpatriata per via clandestina. Per questo
motivo, anche in questi due ultimi casi la data del presunto rimpatrio
seguita da un punto interrogativo.

Alcune valutazioni quantitative


Dal fondo Internati 1943-45, che essenzialmente costituito da documenti di persone accolte alla frontiera, non facile determinare il numero di coloro che furono respinti. Comunque per i rifugiati razziali
linsieme dei respinti e dei rimpatriati (la maggior parte su loro richiesta)
allincirca pari a 532 e si colloca quindi attorno al 14,5%.
Gli studi pi importanti dedicati al problema e alla storia dei rifugiati
nella Svizzera italiana sono quelli di Renata Broggini, Terra dasilo15 e La
frontiera della speranza.16 Questi studi hanno per un taglio descrittivonarrativo e lautrice non ha condotto specifiche ricerche di tipo quantitativo. Nel primo studio si limita a indicare il numero di 300.000 persone
accolte in tutta la Confederazione e quello di 8695 respinti di varie naRenata Broggini, Terra dasilo. I rifugiati in Svizzera 1943-1945, Bologna 1983.
Ead., La frontiera della speranza. Gli ebrei dallItalia verso la Svizzera 1943-1945, Milano 1998.

15
16

318

zionalit, precisando che non vi sono dati precisi sui cittadini italiani.17
Nel secondo ribadisce il dato complessivo relativo ai respinti e precisa
inoltre che se si conosce il numero degli ebrei ammessi dal settembre
1943 al marzo 1944 (3.349 persone), i respinti non vengono specificati,
aggiungendo anche che mancano indicazioni su quanti, fra i non accolti
siano gli ebrei italiani e quanti gli ebrei stranieri in uscita dallItalia.18
In un successivo articolo Broggini accenna, ma senza indicare la fonte,
a 30.000 respinti durante tutto il periodo della guerra e a 8.700 civili
refouls nel solo 1943.19
Per ovviare a queste lacune e per cercare di ridurre lincertezza sui
numeri, nellambito delle ricerche per il progetto su I rifugiati alla frontiera
meridionale della Confederazione, 1922-1945, sono state condotte su altre
fonti, in particolare dai ricercatori Adriano Bazzocco e Christian Luchessa, allo scopo di determinare il pi possibile i casi di accoglimento e
di respingimento, e il loro rapporto.
Va tutta via ricordato che durante la Seconda guerra mondiale gli
organi responsabili della politica dasilo elvetica sono stati sottoposti a
una pressione enorme e lattenzione prestata a documentare lattivit
svolta stata pertanto molto scarsa. Inoltre, allepoca vi era poca sensibilit statistica e gran parte della documentazione andata persa nel
corso del dopoguerra.
Per queste ragioni lanalisi dei dati raccolti, talvolta frammentari e
incerti, si rivelata assai complessa e ha comportato molto lavoro. Qui
di seguito si presentano le tabelle sui flussi dei profughi in base alle fonti
dalle quali sono stati ricavati i dati.

Broggini, Terra dasilo, p. 133.


Ead., La frontiera, p. 109.
19
Ead., Il contributo della Svizzera alla salvezza degli ebrei in Italia, 1943-45, in Palomar, I
(2000), 3, pp. 62-74.
17

18

319

settembre 1943
ottobre 1943
novembre 1943
dicembre 1943
gennaio 1944
febbraio 1944
marzo 1944
aprile 1944
maggio 1944
giugno 1944
luglio 1944
agosto 1944
settembre 1944
ottobre 1944
novembre 1944
dicembre 1944
gennaio 1945
febbraio 1945
marzo 1945
aprile 1945
maggio 1945
Totale

civili
1626
1087
1101
1068
329
229
323
275
339
148
183
286
316
3528
297
258
114
119
133
249
20
12028

militari
19134
143
516
409
231
323
244
157
216
355
503
308
214
2453
185
71
78
80
89
921
86
26716

Totale
20760
1230
1617
1477
560
552
567
432
555
503
686
594
530
5981
482
329
192
199
222
1170
106
38744

Tabella 1: Profughi civili e militari sconfinati nel Circondario territoriale 9b20

Questa tabella stata elaborata sulla base dei dati forniti dal comandante del Circondario
territoriale9b nella sua memoria pubblicata nellimmediato dopoguerra (Antonio Bolzani, Oltre
la rete, Varese 1946, pp. 263-264). Nello specchietto riportato negli allegati del libro di Bolzani
si parla di profughi entrati dal Ticino, ma i dati sono certamente quelli relativi al Circondario
territoriale 9b che comprendeva anche la Mesolcina appartenente al Cantone dei Grigioni.
20

320

Entrate
civili militari
sett.-dic. 1943 4882 20202
gennaio 1944
329
231
febbraio 1944 229
323
marzo 1944
323
244
aprile 1944
275
157
maggio 1944
339
216
giugno 1944
148
355
luglio 1944
83
503
agosto 1944
86
308
settembre 1944 66
214
ottobre 1944
585
1504
novembre 1944 297
185
dicembre 1944 258
71
gennaio 1945
114
78
febbraio 1945 119
80
marzo 1945
133
89
aprile 1945
249
921
maggio 1945
20
86
giugno 1945
luglio 1945
Totale
8535 25767

totale
25084
560
552
567
432
555
503
586
394
280
2089
482
329
192
199
222
1170
106
0
0
34302

civili
51
119
89
15
7
12
5
34
12
35
110
532
317
242
107
106
2096
1855
82
93
5919

Respinti e rinviati
militari contrabb.
1450
1088
662
94
120
77
20
102
5
38
1
84
27
29
89
82
60
110
74
6
119
2
62
8
15
15
256
14
911
91
864
25
176
4
346
167
3981
3312

totale
1501
1207
751
229
104
119
44
145
130
177
294
657
381
265
378
1031
3051
2056
432
260
13212

Tabella 2: Persone in entrata e in uscita alla frontiera nazionale del Circondario terr. 9b21

Questa tabella stata elaborata aggregando i dati contenuti nei seguenti documenti
darchivio: Rapporto di attivit per il periodo dall1.7 al 31.12.44 del 28 dicembre 1944, Rapporto
di attivit per il periodo 1.1.44 30.6.44 del 30 giugno 1944 e Rapporto di attivit per il periodo
dall1.1.45 al 31.7.45 del 31 luglio 1945 del Servizio internati del Comando territoriale 9b, AFS
E(-) 5724 vol. 1.
21

321

settembre 1943
ottobre 1943
novembre 1943
dicembre 1943
gennaio 1944
febbraio 1944
marzo 1944
aprile 1944
maggio 1944
giugno 1944
luglio 1944
agosto 1944
settembre 1944
ottobre 1944
novembre 1944
dicembre 1944
gennaio 1945
febbraio 1945
marzo 1945
aprile 1945
maggio 1945
giugno 1945
luglio 1945
agosto 1945
Totale

civili
1502
1087
1101
1068
329
229
323
265
339
148
83
86
66
390
297
258
114
119
133
251
19
5
20
0
8232

Entrate
militari
236
143
516
409
243
323
244
157
217
355
503
308
214
1370
185
68
82
74
89
921
90
3
3
0
6753

totale
1738
1230
1617
1477
572
552
567
422
556
503
586
394
280
1760
482
326
196
193
222
1172
109
8
23
0
14985

civili
49
78
55
51
119
89
15
7
12
5
34
12
35
110
526
346
242
107
106
1753
1135
82
88
0
5056

Uscite
militari totale
0
49
149
227
322
377
820
871
1088
1207
662
751
94
109
77
84
102
114
38
43
84
118
29
41
92
127
110
220
6
532
18
364
8
250
15
122
14
120
91
1844
25
1160
4
86
0
88
0
0
3848
8904

Tabella 3: Persone in entrata e in uscita alla frontiera nazionale del Circondario terr. 9b22

22
Questa tabella stata elaborata aggregando i dati contenuti nei seguenti documenti
darchivio: Statistica entrate e uscite di militari e civili, documento allegato al Rapporto finale 19391945 sullattivit del Comando territoriale 9b, 25 agosto 1945, AFS E (-) 5724 vol. 1.

322

Dal raffronto tra i dati riassuntivi presentati nel rapporto finale e


quelli dei rapporti relativi al 1 e al 2 semestre 1944 sono state rilevate alcune discrepanze: civili in entrata aprile 275 (265), luglio 82 (83),
ottobre 585 (390), novembre 287 (297), dicembre 233 (258); militari in
entrata gennaio 231 (243), aprile 156 (157), maggio 216 (217), luglio 502
(503), agosto 307 (308), ottobre 1504 (1370), novembre 184 (185), dicembre 62 (68). Per quanto riguarda le persone in uscita, il rapporto relativo al 1 semestre 1944 presenta soltanto i dati totali senza suddividere
tra in civili e militari; si riscontrano le seguenti discrepanze: gennaio 1224
(1207), marzo 229 (109), aprile 104 (84), maggio 119 (114), giugno 44
(43). Il rapporto relativo al 2 semestre suddivide i dati anche per le persone in uscita tra civili e militari; si riscontrano le seguenti discrepanze:
civili in uscita dicembre 305 (346); militari in uscita dicembre 1 (18). Cfr.
Comando territoriale 9b, Ufficio di polizia, Rapporto semestrale del 3 luglio
1944, e Rapporto semestrale del 29 dicembre 1944, AFS E (-) 5724 voll. 1-4.
I dati a confronto delle diverse fonti sono in generale molto simili.
Vi sono solo alcune discrepanze relative soprattutto ai mesi di settembre
1943 e di ottobre 1944.
La notevole differenza dei dati AFS e ASTi del settembre 1943, superiore di circa 1100-1200 unit rispetto alle altre fonti, dovuta al fatto
che numerosi fuggiaschi accolti in blocco tra i profughi militari nei giorni
concitati del 17-18 settembre (a seguito dellannuncio diffuso dagli occupanti tedeschi ai militari italiani allo sbando di consegnarsi nelle caserme)
sono stati successivamente riconosciuti come profughi civili da unapposita commissione militare (Commissione Bonzanigo).
La discrepanza tra i dati relativi al mese di ottobre 1944 dovuta alla
grande confusione che regnava a causa dellesodo di fuggiaschi a seguito
della caduta della Repubblica dellOssola. Il dato di Bolzani di 3528 probabilmente comprende anche la popolazione civile in preda al panico riparata provvisoriamente in Svizzera per breve tempo. I dati AFS e ASTi,
rispettivamente di 1398 e di 1535, sono molto superiori a quello del Comando di polizia (390) e del Servizio internati (585) probabilmente per
la stessa ragione della discrepanza del dato di settembre 1943, ossia per
323

il riconoscimento dello statuto di profugo politico a fuggiaschi accolti in


fretta e furia come profughi militari.

settembre 1943
ottobre 1943
novembre 1943
dicembre 1943
gennaio 1944
febbraio 1944
marzo 1944
aprile 1944
maggio 1944
giugno 1944
luglio 1944
agosto 1944
settembre 1944
ottobre 1944
novembre 1944
dicembre 1944
gennaio 1945
febbraio 1945
marzo 1945
aprile 1945
maggio 1945
Totale

entrate
2289
1011
1045
1103
298
284
374
280
342
194
128
107
130
1535
351
227
116
218
232
287
23
10573

uscite
1342
152
222
163
60
81
84
35
63
58
43
32
34
703
98
57
28
108
98
86
7
3554

Tabella 4: Persone in entrata e in uscita alla frontiera nazionale del Circondario terr. 9b
secondo la banca dati ASTi

324

Bolzani
settembre 1943
ottobre 1943
novembre 1943
dicembre 1943
gennaio 1944
febbraio 1944
marzo 1944
aprile 1944
maggio 1944
giugno 1944
luglio 1944
agosto 1944
settembre 1944
ottobre 1944
novembre 1944
dicembre 1944
gennaio 1945
febbraio 1945
marzo 1945
aprile 1945
maggio 1945
Totale

1626
1087
1101
1068
329
229
323
275
339
148
183
286
316
3528
297
258
114
119
133
249
20
12028

Banca dati
AFS23
2771
1038
1022
1050
294
229
318
280
329
157
83
77
129
1398
326
228
102
126
151
211
22
10341

Polizia 9b
1502
1087
1101
1068
329
229
323
265
339
148
83
86
66
390
297
258
114
119
133
251
19
8207

Internati Banca dati


9b
ASTi24
2289
4882
1011
1045
1103
329
298
229
284
323
374
275
280
339
342
148
194
83
128
86
107
66
130
585
1535
297
351
258
227
114
116
119
218
133
232
249
287
20
23
8535
10573

Tabella 5: Raffronto tra i dati statistici delle varie fonti

23
stato possibile ottenere dalla banca dati dellAFS i numeri relativi al Circondario territoriale 9b grazie alle elaborazioni statistiche realizzate da Christian Luchessa. Per gli studi relativi
agli altri tratti di confine questa elaborazione statistica assai laboriosa non stata ancora effettuata.

I dati si riferiscono alle persone di cui possibile accertare lentrata attraverso la frontiera del Canton Ticino e della Val Mesolcina.
24

325

settembre 1943
ottobre 1943
novembre 1943
dicembre 1943
gennaio 1944
febbraio 1944
marzo 1944
aprile 1944
maggio 1944
giugno 1944
luglio 1944
agosto 1944
settembre 1944
ottobre 1944
novembre 1944
dicembre 1944
gennaio 1945
febbraio 1945
marzo 1945
aprile 1945
maggio 1945
Totale

Polizia
49
78
55
51
119
89
15
7
12
5
34
12
35
110
526
346
242
107
106
1753
1135
4886

Internati
51

119
89
15
7
12
5
34
12
35
110
532
317
242
107
106
2096
1855
5744

Tabella 6: Profughi civili respinti nel Circondario territoriale 9b

Per quanto riguarda i profughi civili per il momento possibile indicare solo questi due dati. La categoria amministrativa dei profughi civili
respinti comprende infatti molto probabilmente anche coloro che rientravano su base volontaria dopo aver firmato unapposita dichiarazione
che li impegnava, tra laltro, a non pi ripresentarsi come profughi una
seconda volta. In questo senso laumento notevole di espatri sul finire della
guerra dovuto molto probabilmente al desiderio di anticipare il rientro
in Italia. Unanalisi dei dati AFS e ASTi richiede spesso la verifica quasi
326

caso per caso per permettere di distinguere se si tratta di civili respinti o


espulsi oppure di civili e militari (sovente equiparati) rimandati in Italia per
loro esplicita richiesta oppure per evasione dallinternamento. Unanalisi di
questo tipo, molto lunga e laboriosa, pu essere pi facilmente condotta,
esaminando i dati per ciascuna delle 11 zone di entrata in cui sono stati
divisi i confini con lItalia del Canton Ticino e della Val Mesolcina.

I rifugiati dalla sponda piemontese del lago Maggiore


Gli avvenimenti che hanno coinvolto Brissago e le regioni vicine durante la seconda guerra mondiale sono ben descritte nel libro di Paolo Storelli, Brissago e la guerra al confine, 1939-1945, dove trovano ampio spazio anche le vicende legate allafflusso di rifugiati.25 In questo contributo non ci
soffermeremo perci in generale sul transito dei profughi, la loro presenza
in quegli anni e nemmeno sulle personalit importanti passate attraverso
la frontiera (quali, solo per citare alcuni nomi, luomo politico e giornalista
Umberto Terracini, il vicedirettore de La Stampa Giulio De Benedetti,
il direttore del Corriere della Sera Ettore Janni, il principe Filiberto Ludovico di Savoia, il docente universitario Alessandro Levi). Cercheremo
invece di dare, sulla base della banca dati ASTi, un quadro complessivo
delle entrate e delle uscite tra il settembre 1943 e il maggio 1945 a Brissago
e nelle regioni vicine. Nella banca dati ASTi il borgo di confine e le regioni
circostanti sono inserite nella Zona 1, la quale si riferisce alle seguenti localit (e ai relativi posti doganali o di gendarmeria): Cortaccio, Brissago, Madonna di Ponte, Piodina, Ronco sopra Ascona, Ascona, Locarno, Muralto,
Monte Gridone, Palagnedra, Monadello, Camedo, Borgnone, Intragna,
Spruga, Vergeletto, Loco, Bordei, Russo. La Zona 1 comprende quindi i
comuni del Lago, le Centovalli e la Val Onsernone.
I rifugiati nella Zona 1 e a Brissago, tra il settembre 1943 e il maggio
1945 furono rispettivamente 1996 e 517. Le entrate e le rispettive uscite
25
Paolo Storelli, Brissago e la guerra al confine, 1939-1945, Locarno 2004. Per le vicende
dei rifugiati si vedano in particolare i capitoli: Il viaggio della speranza, pp. 69-89 e Luci e ombre,
pp. 90-107. Cfr. anche: Paolo Storelli, Storie di lago. Il Verbano in pace e in guerra, Locarno 2009.

327

(precisando che i luoghi di queste ultime non corrispondevano necessariamente con quelli dentrata) possono essere indicate nella tabella seguente:

s.d. (ma sett.43maggio 45)


settembre 1943
ottobre 1943
novembre 1943
dicembre 1943
gennaio 1944
febbraio 1944
marzo 1944
aprile 1944
maggio 1944
giugno 1944
luglio 1944
agosto 1944
settembre 1944
ottobre 1944
novembre 1944
dicembre 1944
gennaio 1945
febbraio 1945
marzo 1945
aprile 1945
maggio 1945
Totale

entrate
7
60
48
30
85
69
70
43
14
27
15
19
17
43
1134
127
20
15
38
57
56
2
1996

Zona 1

uscite

858

Brissago
entrate
uscite26
3
38
30
19
52
49
53
27
8
16
4
1
0
39
6
96
8
6
12
24
25
1
517

175

Tabella 7: Entrate e uscite a Brissago e nelle regioni vicine

26
Le lacune presenti nei singoli documenti personali conservati nel Fondo Internati 1943-1945
non consentono di indicare il flusso mese per mese delle uscite n per la Zona 1 n per Brissago.

328

Zona 1
Brissago

EBR
297
210

POL
45
25

PART
159
91

MIL
159
17

CLA
23
5

CONT
184
53

PAS
10
2

Tabella 8: I rifugiati a Brissago e nella Zona 1 secondo le diverse categorie

Se i rifugiati entrati nella Zona 1 furono 1996, quelli che non riuscirono a entrare, perch respinti oppure perch poi espulsi o rimandati
furono 858. I casi pi interessanti tuttavia sono quelli delle persone respinte, perch tra queste figuravano i profughi per motivi razziali. Per
questi ultimi il respingimento poteva significare una fine tragica, cio
larresto da parte dei militari tedeschi o repubblichini e successivamente
la deportazione nei campi di concentramento in Germania. Secondo i
documenti conservati nel Fondo Internati 1943-1945 dellASTi, di tutti i
profughi presentatisi al confine nella Zona 1, i respinti furono 11, di cui
3 rifugiati ebrei.
In relazione ai rifugiati razziali i dati risultano tuttavia contradditori
e incompleti. Dal luglio 1943 le disposizioni federali prevedevano il respingimento per chiunque tentasse di passare clandestinamente la frontiera. In agosto furono ribadite per singoli profughi civili o militari, i
quali avrebbero dovuto essere subito arrestati e ricondotti alla frontiera.
In settembre le autorit militari e di polizia diedero istruzioni ancora
pi precise, secondo le quali tutti gli uomini di et superiore ai 16 anni
andavano respinti. In particolare, gli ebrei adulti non avevano possibilit
di accoglienza, perch non erano considerati rifugiati politici e nemmeno
erano ancora ritenuti in pericolo. Tali norme furono nondimeno applicate in modo contradditorio e in misura diversa dai singoli posti di frontiera e in parte anche allentate a seconda delle circostanze.27
I dati qui presentati per Brissago e per la Zona 1 confermano questa
situazione e consentono di mettere meglio a fuoco le questioni sollevate da questo tipo di ricerche. Emblematiche sono in effetti le sorti dei
tre rifugiati ebrei che risultano esser stati respinti. Egon Grnberger fu
Broggini, Terra dasilo, pp. 49-55; La frontiera, pp. 88-110.

27

329

respinto assieme alla famiglia (la madre, una zia e il fratello) a Brissago
nel dicembre 1943: fu accolta solo la moglie Edith, perch in stato di
gravidanza. Tutti gli altri Grnberger furono poi arrestati dai tedeschi e
deportati ad Auschwitz: tre di essi finirono nelle camere a gas; solo Egon
riusc a fuggire durante il viaggio verso la Polonia e pot cos tentare di
nuovo la via della Svizzera. Il 19 febbraio 1944 fu accettato a Spruga. Il
caso della famiglia Grnberger dimostra in primo luogo che una persona
poteva essere respinta in un luogo e accolta (anche a distanza di pochi
giorni, come testimoniano numerosi esempi) in un altro. In secondo luogo, di questi quattro respingimenti avvenuti a Brissago (che, secondo le
prescrizioni federali, avrebbero dovuto essere registrati) non vi sarebbe
traccia se non vi fosse la scheda relativa allaccoglimento di Spruga e,
soprattutto, le testimonianze dei sopravvissuti.
In parte analogo il caso di Ettore Jarach: si present a Monadello il
9 dicembre 1943 assieme alla moglie e alla figlia. Queste ultime vennero
accolte, mentre lui fu respinto. Riusc poi ad ottenere una raccomandazione dal console svizzero di Venezia (sua citt di residenza): si present
di nuovo a Monadello il 18 dicembre e questa volta fu accolto.
Di Ennio Levi sappiamo solo quanto risulta dal verbale dinterrogatorio relativo a sua moglie Jolanda. Partiti da Malesco entrarono in
territorio svizzero l11 dicembre 1943; individuati da alcune guardie di
frontiera il giorno successivo furono portati a Camedo, dove la moglie
fu accolta perch incinta, mentre lui fu respinto e ricondotto al confine.
Altre situazioni, alcune con esito tragico, possono essere ricostruite
soltanto grazie a testimonianze posteriori e non attraverso i documenti
ufficiali. Dei componenti della famiglia Soavi (il padre Ugo e le due figlie
Luisa e Rachele), sappiamo, sulla base del racconto di Luisa Soavi-Banti,
che, entrati al di sopra di Brissago il 3 dicembre 1943, furono poi respinti
verso Cannobio il giorno seguente.28 Ben pi drammatico il caso della
famiglia Latis: Leone, la moglie Anita Bolaffi, la figlia Liliana respinti in
novembre sopra Brissago, quindi arrestati da tedeschi e italiani, incarcerati a Varese e deportati il 6 dicembre ad Auschwitz, dove trovarono la
morte. Analoga la sorte dei Basevi, la madre Giulia Forti e i figli Wally
Ead., La frontiera, pp. 106-107; Storelli, Brissago, pp. 100-105.

28

330

ed Emilio: gi respinti una volta, tentarono di nuovo, anchessi a inizio


dicembre sopra Brissago. Fermati dalle guardi, furono portati a Brissago
e di l trasportati in barca dallaltra parte del lago, da dove raggiunsero
Pino. La madre, arrestata e incarcerata a San Vittore, avrebbe trovato la
morte pure lei ad Auschwitz.29
Ai tre profughi per motivi razziali, i quali risultano secondo la documentazione conservata nel Fondo Internati 1943-45 respinti, ne vanno
aggiunti quanto meno altri 12: perci in totale furono 15, ossia il 5%.
Possiamo supporre che vi siano stati altri casi, simili a quelli dei Basevi,
dei Latis e dei Soavi, ma molto probabilmente, perch non documentati,
non riusciremo mai a saperlo. In ogni caso, per cercare di individuare il
numero pi preciso possibile dei respinti e per conoscere la loro sorte,
occorrer, anche per le altre Zone in cui stata suddivisa la frontiera
della Svizzera italiana, tentare unanalisi come quella qui presentata per la
Zona 1. E occorrer farlo, tenendo conto in modo particolareggiato anche
dei documenti e dei dati dellAFS, nonch dei quelli raccolti ad esempio
dal Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano (CDEC).

Broggini, La frontiera, p. 101; Storelli, Brissago, pp. 105-106.

29

331

Il Verbale dinterrogatorio con cui fu registrato Ettore Jarach dopo essere entrato
in Svizzera, a Monadello il 18 dicembre 1943: sulle sue vicissitudini cfr. p. 334
(Archivio di Stato del Canton Ticino, Internati 1943-1945).

quodlibetalia

Vittorio Grassi

I sentieri della memoria

Frammenti di storia belgiratese

Un plico di carte conservate nellArchivio Parrocchiale di Belgirate apre uno spiraglio


su momenti di vita sociale e culturale di questo grazioso borgo verbanese.1
Iniziamo con un dattiloscritto redatto da Giuseppe Fassina,2 gi studioso di
vicende locali.
Stesura di notizie riguardanti la chiesa parrocchiale di Belgirate, trascritte
da annotazioni redatte da don Franco [Avvignano] di suo pugno, prese
da documenti darchivio.3
La parrocchia di Belgirate, collegata a Calogna, nasce tra il 1365 e il 1452.
1611 - Inizio costruzione cappella S. Carlo e inizio nello stesso tempo della cappellania di S. Carlo.
1683 - Quadro di Belgirate (ora in sacrestia) ex palio dellaltare di S.
Giuseppe in detto oratorio. Il quadro un ex voto fatto eseguire dopo la
peste del 1631, la cos detta peste del Manzoni. Si perfeziona la cappella
di S. Giuseppe, in adempimento del voto, nella chiesa di S. Carlo.4
1702 - 18 agosto. Bolla di Clemente IX di riconoscimento e indulgenze alla Compagnia di S. Giuseppe delloratorio di S. Carlo della chiesa
arcipreturale di Belgirate, diocesi di Novara.5
Su Belgirate si veda Pietro Prini, Terra di Belgirate, 2005.
Fu tra i compilatori del volumetto Ecclesia Sanctae Mariae in Belgirate, 1975-1995.
3
Con lannotazione: Lavoro eseguito in minuta il 2/9/1989. Messe oggi 3 ottobre 1989
in ordine cronologico.
4
Il quadro era gi attestato nel 1641. Si veda Vittorio Grassi, Belgirate nel Seicento, in Intorno
al restauro della pala del Rosario della parrocchiale di Belgirate, a cura di Marina Dellomo, Interlinea,
Novara 2006, p. 16.
5
Con lannotazione: Compagnia della buona morte, di cui abbiamo trovato documenta1
2

335

1714 - 10 settembre. Muore P. Bartolomeo Colombari, primo arciprete di Belgirate. Gli succede il fratello, P. Giuseppe Antonio Colombari,
in seguito a regolare concorso; ha 49 anni, proviene dalla parrocchia di
Graglia-Brovello dove stato curato pro-vicario per anni 24 e otto mesi.
1715 - [Vedi Documento I]
1784 - Le prime campane sono poste sul campanile della chiesa di
S. Carlo.6
1795 - Loratorio di S. Carlo diventa chiesa parrocchiale di Belgirate e assume il titolo della vecchia chiesa Purificazione di Maria Vergine e S. Carlo.7
1846 - Viene installato il nuovo organo, opera della ditta Bossi di
Bergamo.8
1853 - [Vedi Documento II]
1891 - Prima domanda di riduzione del beneficio di S. Carlo, che
aveva un onere iniziale di 104 messe. Allatto della soppressione L. 220.
1894 - Mons. Carlo Gozzini copre la carica di vice parroco (periodo
nov.-dic.)
1895 - Mons. Carlo Gozzini viene nominato arciprete (la prima firma
risulta essere nel mese di febbraio). Rimarr in parrocchia pi di 38 anni
fino al 1933.9
zione anche nella lapide posta nel santuario di S. Caterina del Sasso per il voto del pellegrinaggio annuale. Sul quadro qui posizionato in sostituzione del precedente si veda M. DellOmo
in Novarien. 39 2010, p. 244.
6
Nei patti stipulati nel 1794 tra le comunit di Calogna e di Belgirate era stabilito che
le spese fatte per il nuovo campanile a S. Carlo siano a carico solo di Belgirate (ASDNo,
Parrocchie, Belgirate).
7
Lettera del 1795, scritta al vescovo dal parroco di Belgirate, loblato Andrea Piceni:
Mons. MarcAurelio con decreto 18 gen. 1772 accord che tutte le funzioni parrocchiali
si facessero nella chiesa di S. Carlo esistente nellanzidetto paese. Poi con lettera de 29 gen.
1779 accord pure il trasporto del fonte battesimale alla medesima chiesa di S. Carlo. [Lite
tra Calogna e Belgirate e sua composizione] Una di queste condizioni il trasporto anche del titolo
dellantica parrocchiale nella nuova, onde sia questa dora innanzi la chiesa della Purificazione
della B.V., restando lantica dedicata alla medesima Vergine S.ma col nome della Madonna del
Suffragio (ASDNo). Prevalse per il termine locale chiesa vecchia. Si veda anche AA.VV.
Ecclesia Sanctae Mariae in Belgirate. Novit e proposte di lettura dal cantiere di restauro, Progetto &
Restauro, 2012.
8
La targhetta recita: Felice Bossi. Fabbricatore dorgani in Bergamo 1846.
9
Con lannotazione: Si ritirato a Novara con la sorella. Dopo la morte, nel 1938, volle
esser sepolto a Belgirate, come ricorda liscrizione sulla tomba: Ritornato allimmutato affetto

336

1904 - Luigi Morgari, villeggiante in quegli anni a Belgirate con la


famiglia, inizia il lavoro di abbellimento della chiesa parrocchiale, lavoro
che si protrae fino al 1909.10 Come decoratore lavora col Morgari il signor Luigi Serchi di Lodi.11
1905 - 16 ottobre. Consacrazione della chiesa.12
1909 - Termine delle pitture e delle decorazioni.
1912 - Il beneficio di S. Carlo continua fino a questanno, come risulta dal Decreto Regio del 23/9/1912 e dal precedente Decreto vescovile
del 7/5 dello stesso anno.
1929 - Il Gazzettino di Stresa pubblica in data 15/4 e 20/4 un
articolo13 con una descrizione della chiesa di Belgirate, dove tra laltro
si legge: Quivi, oltre i mirabili affreschi del prof. Morgari, riproducenti
episodi della vita di s. Carlo, sono degni di nota due pitture del compianto sig. Giovanni Rosa rappresentanti lUltima Cena e Ges che chiama a
s i pargoli. La tela dellarcangelo Michele, sopra il battistero, pure opera
del Rosa, una copia delloriginale che si conserva al Louvre.14
1933 - Mons. Carlo Gozzini lascia lincarico di arciprete.
1934 - Don Francesco Ferri viene nominato arciprete. Prima firma in
luglio. Rimane a Belgirate per 20 anni, quando nel 1954 viene nominato
prevosto di Intra con la qualifica di monsignore.
1940 - 15 settembre. Inaugurazione del nuovo portale in granito
sulla facciata.15
dei figli, mons. can. cav. Carlo Gozzini prolunga oltre la morte i quarantanni di veglia pastorale sul popolo di Belgirate. Promosse i restauri alla chiesa vecchia, come da lapide del 1899.
10
Con lannotazione: Si tratta dei lavori per gli affreschi negli altari e sulla volta della
navata e di tutte le decorazioni alle pareti.
11
Nota: A detta di una testimone oculare il Serchi si sarebbe chiamato Aristide. Si tratta
di Aristide Secchi, stuccatore e collaboratore del Morgari, morto suicida nel 1915 e sepolto nel
camposanto di Magognino-Brisino. Lavor al duomo di Bobbio (1896); S. Martino di Sarnico
(1905); col Morgari in S. Maria Assunta di Vrtova e S. Giorgio di Cuggiono (1908-1910).
12
Targa marmorea in chiesa: Templum hoc profusis venustatibus renovatum Mathias
Vicario epis.pus novariensis archipresb.ri Caroli Gozzini populique omnis votis libenter annuens cum ara maxima solemni ritu consecravit XVI kalendas octobris An. Dom. MCMV.
13
Larticolo stato ricopiato in dattiloscritto.
14
Copia di Raffaello Sanzio. Di Giovanni Rosa (1842-1923), con tomba di famiglia e
busto nel locale cimitero, non ho altre notizie.
15
Targa nella chiesa: Il 15 settembre 1940 nella solennit triennale dellAddolorata si

337

1953 - I due fogli riportanti le notizie sulla statua dellAddolorata


sono stati ritrovati nellinterno della statua stessa e precisamente nellincavo della testa, in occasione dellincoronazione con la preziosa corona
fatta con gli ori e le gemme offerti dai fedeli.16 Era arciprete di Belgirate
don Francesco Ferri nativo di Tornaco.
1954 - 31 ottobre. Don Franco Avvignano fa il suo ingresso quale
nuovo arciprete di Belgirate.17

Belgirate. Chiesa parrocchiale

Dattiloscritti di don Franco Avvignano:


Perch Belgirate festeggia san Giuseppe in modo particolare.18
Il culto di s. Giuseppe occupa certamente un posto centrale nelle tradizioni religiose di Belgirate. Prima ancora che la festa del 19 marzo diveinaugurava il portale in pietra costruito a spese delle benefattrici donna Valentina Tosi e sig.
ra Giovannina Prini Rossi a compimento della facciata di questa chiesa parrocchiale. Donna
Valentina era la vedova dellindustriale Gianfranco Tosi (1882-1930) di Legnano, che aveva
acquistato villa Bonghi. Si veda In morte dellOn. Gianfranco Tosi. Deputato al Parlamento, Il Gazzettino, 1930 n. 17, pp. 5-6.
16
Vedi docc. I, II.
17
Don Franco Avvignano (1923 2013) stato parroco di Belgirate per 55 anni.
18
Si tratta di unomelia: Letta il 19.3.1975.

338

nisse festa di precetto per tutta la Chiesa, Belgirate gi la solennizzava per


voto. E fu il bisogno di una grande protezione celeste durante anni duri e
disperati del primo Seicento che spinse le buone famiglie del nostro antico
popolo ad invocare laiuto del potente patrono. Lo dimostrano i documenti di allora, che nella loro pur scarna eloquenza raccontano cose terribili.
Mentre la media annuale della mortalit in Belgirate con Calogna
contava dai 13 ai 15 decessi, nellanno 1616 i morti furono 77; di questi,
57 erano bimbi e fanciulli inferiori ai 13 anni. Il morbo li falci quasi
tutti, come messe prematura, nel cuor dellestate, dal luglio alla met di
settembre, rapendo ad Antonio Scanini quattro creature, facendo piangere alla vasta parentela Falciola 22 vittime.
Nellanno 1623 il lutto si ripet: di 26 scomparsi, 22 sono bimbi. Nel
1629 ben 99 tombe si schiudono, e 54 ancora per innocenti. Dai registri
consta che in questanno si muore di miseria e di fame. Ma mentre questa orrenda seminatrice di lutti batte alluscio di molte case per portar
via, come avviene pi di una volta, la giovane mamma prima delle sue
piccole creature, il suo cammino funereo spiato da unaltra devastatrice, la peste, che scoppia nel 1630, a Calogna in ottobre, in novembre a
Belgirate, prendendo le mosse da quelle medesime famiglie che la fame
aveva contrassegnato. I colpiti vengono relegati nelle loro cascine o in
una specie di lazzaretto, poi sepolti nel loro podere od in riva al lago.19
Dai documenti si segue e si valuta lo sviluppo furioso del contagio
sino allaprile del 1631; poi la registrazione dei morti ha un brusco arresto: mentre si continua a notare battesimi e matrimoni, nessun decesso
segnato fino al 30 agosto 1632. ingenuo pensare che sia bastata la
presenza dellillustre dott. Ambrogio Bianchi, delegato generale del Tribunale di Sanit per il Lago Maggiore da parte dello Stato di Milano, per
fugare repentinamente il flagello.
Sappiamo invece da un dipinto rimastoci, che la comunit di Belgirate fece nel 1631 il voto di erigere lattuale cappella di S. Giuseppe nella
nostra chiesa, perch per intercessione de SS. Giuseppe et Anna fu
liberata dal contagio lanno 1631. Dunque i belgiratesi avevano saputo
pregare ed ottenere la grazia meravigliosa!
Si veda V. Grassi, Belgirate nel Seicento, op. cit., pp. 11-16.

19

339

Come grande era stata la fiducia, cos vivissima fu poi la riconoscenza.


Ne nacque la speciale solennit alla festa del santo; sorse la magnifica cappella, vi si fond una Compagnia di S. Giuseppe, a cui appartenne gente di
tutto il lago, mentre il concorso dei devoti faceva della nostra chiesa quasi
un santuario. Tutto questo i belgiratesi ricordano per non essere da meno
dei loro antenati nellonorare s. Giuseppe!
Ricognizione della statua del Santo Crocifisso in data 10 febbraio 1990. 20
Tolta la croce dalla nicchia si provveduto a staccare la statua fissata con dei bulloni di ferro. I chiodi del Cristo alle mani e ai piedi
sono in legno e hanno invece una funzione prettamente decorativa. La
statua si presenta in una bella scultura lignea specie per quanto riguarda
le mani, il viso, la bocca, che presenta allinterno la fila superiore dei
denti. Si vede che stata pi volte ritoccata come tinta, essendo ben
marcate le impronte di sangue sul viso e sul corpo. La corona di spine
realmente fatta con rami di biancospino, per cui le spine sono reali.
Laureola in lamierino di ottone. Il cartello posto sul traccio alto della
croce con la scritta INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudeorum) porta la lettera
N scritta a rovescio.
In un incavo della schiena sono stati trovati alcuni scritti, tra i quali
il pi importante un biglietto dellarciprete don Ferri. Eccone il testo:
Lanno del Signore 1941, durante laspra guerra contro lInghilterra,
dal 10 al 19 gennaio si fece una solenne novena, con una giornata di
preghiere a questo s. Crocifisso, per implorare protezione alla Patria
e ai nostri soldati. Larciprete sac. Francesco Ferri. Gli altri foglietti
sono scritti autografi di parrocchiani belgiratesi con implorazioni per
protezione di loro famigliari soldati, portanti la stessa data del 1941, e
altri foglietti con riferimento alla Santa Missione del 1962. Tutto quanto da me controllato.

Il Crocifisso, di fattura settecentesca, fu collocato nella nuova cappella, ricavata dopo


lampliamento della chiesa nel primo Ottocento, come annotava il card. Morozzo nella sua
visita pastorale del 1821: Ecclesia hoc sub titulo S. Caroli non multis ab hinc annis ampliata
jacet in ipso Belgirati loco ad oras lacus.
20

340

La chiesa parrocchiale fu oggetto di almeno due occupazioni militari, come


risulta da due memorie.
In uno dei vecchi registri dellarchivio parrocchiale si legge la seguente Annotazione: 1815 24 giugno - ..., ma i fogli che li contenevano, con
molti altri ancora in bianco, in occasione che inaspettatamente la casa
parrocchiale fu assogettata agli alloggi militari, ci che segu con molta
confusione e danno nei giorni 15-16-17 e 22 dello scadente giugno, vennero lacerati da soldati, i quali, tra le altre cose non poche, pretendevano
della carta forte e sostenuta, ad uso dimpacchettamento, mentre non se
ne aveva da dar loro.
Riconciliazione della chiesa parrocchiale di Belgirate (1849).
Sii noto a chiunque spetti o spettare possi che usando i Cacciatori
Imperiali dellAustria di questa chiesa parrocchiale ad uso di loro caserma per il lasso di alcuni mesi venero di [soprusit] con evidenza di
popolo, ed avendone successivamente dato aviso a S. Ecc.za il vescovo
di questa diocesi dietro eccitamento di questa locale Amministrazione
solecita di riprendere in quella i divini uffici, si ottenne il seguente rescritto datato dal 10 8bre corrente anno. [Segue lautorizzazione della Curia alla
riconsacrazione della chiesa].
Bozza di articolo a cura del prof. Giorgio Pollini.
Gioved 12 marzo [1997] sono ritornati nelle loro cornici in stucco
sulla parete retrostante laltare maggiore della chiesa parrocchiale le ultime due grandi tele restaurate dal signor Agostino Mascheroni, in accordo con la Soprintendenza piemontese. Essendo gi state restaurate
e ricollocate ai lati dellaltare le altre quattro, si concluso un lavoro
importante, reso possibile dal contributo generoso di alcuni benefattori
e iniziato negli ultimi giorni del dicembre 1996.
Al momento della rimozione delle due tele dalla parete a monte
dellaltare raffiguranti il Ritrovamento di Ges tra i dottori e il Sogno di Giuseppe sul manto di calce retrostante sono apparsi nel primo caso scritte
a carboncino in caratteri corsivi, nel secondo alcuni disegni piuttosto
341

enigmatici. Le scritte non sono del tutto decifrabili, anche perch sono
disposte su una serie di doppie mezze righe collocate ad altezze diverse e
non danno un senso complessivo coerente. Ci che sembra di poter leggere sono le seguenti parole: Arciprete Lavarini. (1849) il Signor Carlo
Depedrini fece questo lavoro 1878 li 4 Decembris. Viva lItalia.
Dietro laltro quadro apparso invece il disegno di un busto di un
personaggio in giacca, panciotto e cravatta.21
Di maggior interesse il fatto che sul manico di un martello raffigurato nel Sogno di Giuseppe sia apparsa la scritta in latino, invisibile prima
del restauro: Jo. Ba. Caltia pinxit 1753.

Belgirate. Parrocchiale: i disegni nel presbiterio

21
Forse un autoritratto del De Pedrini, il quale aveva restaurato il pulpito e la statua
dellAddolorata nel 1853.

342

DOCUMENTI
I
1715 a d 5 genaro in Belgerate.
Memoria a miei successori arcipreti curati et a tuto il popolo di Belgerate come essendo Jo. P. Gioseppe Antonio Colombari del borgo dIntra danni 49 stato curato
pro vicario per anni 24 e mesi otto nella cura di S. Pietro di Graglia e Brovello, lanno 1714 li 10 Xbre morse il primo arciprete P. Bartolameo Colombaro suvo frattello, curato di Belgerate, et a questo son successo io secondo per concorso. Lanno
1706 feci fare nella parochiale prima di Graglia la statua della B.Vergine de sette
dolori a mie proprie spese da mano del mio sig. cognato Pietro Francesco Carnago
di Samarate intagliatore et feci fare la capella dove fu colocata a gloria di Dio e di
Maria Vergine implorando da quella il patrocinio nel tremendo ponto della morte.
Lanno 1715 retro scritto entrato al possesso di questa arcipretura di Belgerate ho
fatto fare la presente nova statua a spese e con elemosine parte delle donne devote e parte a mie spese dal medemo mio sig. cognato Pietro Francesco Carnago,
quale fece anchesso donatione della maggior parte delle sue fatiche a fine dhaver
anchesso in ponto di sua morte la beneditione della Santissima Vergine, quale prego a me et a tutti li suoi devoti. La sodetta statua si portar in processione il giorno
della Purificatione della medema Santissima.
Memoria come sono quattro, cinque anni che in questa cura non si fatto vendemia e vi gran miseria generale. Spero con lintercessione di Maria Vergine Addolorata di mutare la mala sorte. Amen.
II
Lode a Dio e a Maria Vergine Addolorata.
Lanno del Signore 1853 al principio del mese di maggio, trovandosi qui in questa
parrocchia lindoratore sig. De Pedrini Carlo ad indorare e bronzare il pulpito,
per generosa offerta della sig.ra Elena Conelli vedova del magnanimo benefattore di questa chiesa e popolazione, sig. Conelli Giuseppe Antonio di perenne
e grata memoria22 lattuale arciprete sottoscritto Lavarini Giambattista nativo di
Domodossola, osservando quanto sincera e grande divozione si professi dai suoi
parrocchiani verso M.V. SS. de sette dolori, pens di far abbellire ed indorare la
bella statua dellAddolorata mediante oblazione delle donne pi devote, le quali
La targa-memoria esposta in chiesa stata pubblicata in Verbanus 6-1985, p. 403.

22

343

Graglia Piana. Chiesa S. Pietro

Belgirate. Parrocchiale

in buon numero non ebbero difficolt di tosto raccogliere la somma di milanesi


lire 147 e mezza richiesta appunto sia per la statua che pel cornice della nicchia
ed altre piccole opere. Si di subito mano a ristaurare e togliere i colori e la verniciatura gi troppo sparuta e guasta della statua, e con sorpresa nel vano della testa
si rinvenne la carta che di nuovo sinchiude indicante lepoca ed altre circostanze
del tempo in cui fu intagliata la statua. Sembra propriamente uninspirazione del
Signore il pensiero che venne al sottoscritto arciprete di questopera, perch le
divote donne concorsero a formare la statua, e le stesse diedero lobblazione per
ristaurarla. Allora erano cinque anni di miseria ed ora son circa dieci anni che non
solo non si fa vendemmia tra per la gragnuola, tra per una curiosa malattia nelle
uve chiamata critoggama, che intorno al mese di giugno comparisce come una
polvere bianca sulle foglie, e sui grappoli, che si attacca, si diffonde , forma come
una piccola rete, getta le radici nellinterno, stringe la vite, a soffoca e finisce con
ammorbare di puzza le uve e disseccarle e soffocarle; ma il male e linfetto si propaga pure su tutti gli altri prodotti. Si spera dunque che per lintercessione della
gran Madre Addolorata cesser questo visibile castigo della Giustizia di Dio per
le bestemmie, la corruzione, lincredulit, ed il disprezzo della religione e del culto
esterno, che col pretesto di libert diffondono i malvagi. Esaudisca il Signore i
voti di questa buona popolazione e del loro indegno pastore, e per i meriti della
Regina de martiri cessino i tremendi flagelli della sua collera, e specialmente la
depravazione de costumi, e lirreligione.
Da Belgirate il 14 maggio 1853. Arciprete Lavarini Giambattista.23

Qualche aggiunta di integrazione ai testi riportati.


Luigi Morgari (1857-1935) svolse una lunga e apprezzata attivit. Nel
Vergante lavor a Solcio (S. Rocco e villa Cavallini: 1922/1924), Dagnente
(1932), Pisano,24 Brisino e Magognino. Fu in buoni rapporti con Gerolamo Piceni, figlio del cav. Gaspare Piceni, ricco armatore in Genova e
nativo di Magognino, che fu sindaco di Belgirate a inizio Novecento.25 Col
suo contributo il Morgari e il Secchi decorarono la chiesa di S. Albino in
Magognino. Gli affreschi dellabside, sono datati 1913, e Gaspare Piceni
Lavarini Gio. Battista, arciprete di Belgirate, che ha avuto lalto onore dessere stato
prescelto come ministro di Dio ad assistere negli ultimi giorni di sua vita il senatore nobile
Giulio Carcano, Lesa, Sala manzoniana. La figlia del Carcano, Maria, esegu un ritratto del
sacerdote, datato 1885.
24
Vedi Verbanus 29-2008, pp. 453-454.
25
Vedi Verbania, 1909/4 p. 17. Gaspare Piceni mor nel marzo del 1911.
23

345

ritratto in uno dei re Magi. Nel 1914 Gerolamo diede incarico al Morgari
di affrescare con La morte del giusto, la cappella funeraria al cimitero Magognino-Brisino fatta costruire dal padre Gaspare nel 1885.
Il figlio di Luigi, Carlo Morgari [1888 - 1970] affresc nel 1923 la chiesa dei
Re Magi a Vedasco di Stresa.
Il quadro ex voto per la peste del 1631, attualmente nella sacrestia,
fu restaurato, con Decreto della Curia 22 giugno 1957, dal restauratore
Guido Fiume di Belgirate. Nato a Palermo il 2 febbraio 1922, la famiglia
Fiume si trasfer poi a Belgirate, luogo di origine della madre. La nonna
materna, Rosa Piceni, era infatti la figlia di quel Gaspare Piceni gi ricordato. Interrotti, a motivo della guerra, gli studi a Brera in Milano, decise di
dedicarsi allarte del restauro, nella quale si distinse per seriet e competenza. A Belgirate, dove restaur anche alcuni dipinti della chiesa vecchia,
stata allestita nellestate del 2013 una mostra dei suoi disegni, gi presentati
nel 1999 al Castello Sforzesco di Milano.26

Maria Carcano. Ritratto di don G. Lavarini


Disegni segreti di Guido Fiume, catalogo della mostra, Milano 1999. Si vedano anche, su
questa rivista, i ricordi di Rossana Bossaglia, Testimonianza per larte di Guido Fiume, Verbanus
21-2001, 151-154, e di Romano Broggini, Verbanus 20-1999, p. 131; In memoria di Guido
Fiume, Verbanus 24-2003, pp.331-348.
26

346

Le vite

Don Tullio Bertamini


(1924-2013)

Don Tullio Bertamini, storico e professore, esperto di arte e archeologia,


si spento marted 6 agosto 2013 nel suo paese di origine e nella clinica
dove era ricoverato da un mese.
Nato ad Arco di Trento il 5 novembre 1924, dopo gli studi classici nellIstituto dei PP. Rosminiani a cui appartenne, comp gli studi
teologici presso lAtheneum Lateranense di Roma, dove venne ordinato
sacerdote nel 1950. Laureato in Matematica e Fisica nella Universit di
Roma fu insegnante di queste materie nel Collegio Mellerio Rosmini di
Domodossola fino al 1995. Si occupato di studi ossolani nei vari campi
della Storia, della Storia dellArte, dellArcheologia, del Diritto e della Filologia medievale e della Meteorologia; autore di numerose e autorevoli
pubblicazioni, nonch di alcune centinaia di articoli e saggi monografici
in varie riviste, fra cui Oscellana, di cui stato direttore dal 1971 al 2001.
Scienza e fede trovavano in lui un mirabile connubio, ed era solito
dire: Non v intelligenza se non in Dio. La Verit splende pura e semplice alla ragione, innamorandola di s.
Bench legato in prevalenza allOssola, il suo campo dindagine ha
superato i confini territoriali per aprirsi a tematiche e ricerche di pi
vasta portata. Vogliamo qui ricordare un suo importante contributo
alla scoperta di un pittore ossolano al quale don Bertamini attribuiva
la realizzazione di diverse opere nel Novarese, contestando precedenti
attribuzioni, dapprima a Fermo Stella e quindi a Sperindio Cagnoli: Tenere nella dovuta considerazione la cronologia permette talvolta di non
347

cadere in facili illusioni riguardanti persone e fatti che hanno bisogno di


essere collocati chiaramente nello spazio e nel tempo per configurarsi
come reali e operanti.
A dire qualcosa di pi documentato egli interveniva riscoprendo un
ignoto artista: Il pittore Pietro della Caterina de Rodis di Pontemaglio.1
Del notaio e pittore Pietro de Rodis non si conoscono i dati anagrafici,
compresi tuttavia tra lultimo ventennio del secolo XV e il 1551, mentre
per quanto riguarda la sua formazione artistica mostra di aver intensamente guardato alla pittura lombarda e in particolare a Gaudenzio Ferrari.
Oltre alle pitture ossolane di Crevoladossola e Baceno, al Pontemaglio, sulla base di riscontri stilistici gli vengono poi attribuite altre opere,
tra le quali la pala daltare nel monastero della Visitazione di Arona, sinora riferita a Sperindio Cagnoli. Un identico cambio di attribuzione riguarda anche una cappella della chiesa S. Giulio dOrta, ma lelenco non
si chiude qui, in quanto io credo vada attribuito a questo artista anche
laffresco recuperato di recente nella chiesa vecchia di Belgirate.

Chiesa S. Maria di Belgirate.2


La chiesa di S. Maria, dedicata alla Purificazione della Vergine,
comunemente conosciuta con lappellativo di chiesa vecchia, per
distinguerla dallodierna chiesa parrocchiale situata in prossimit del
lago, la quale fu costruita allinizio del Seicento come oratorio dedicato
a S. Carlo Borromeo, per poi subentrare alla precedente nel titolo della
Purificazione. 3
Tullio Bertamini, Il pittore Pietro della Caterina de Rodis di Pontemaglio, in Oscellana, 20113, pp. 127-171. Si veda anche larticolo di Gian Vittorio Moro, Dal pittore della Madonna di Re
a Pietro de Rodis di Pontemaglio. Il percorso di don Tullio Bertamini nella storia della pittura in Ossola, in
Oscellana, sett. 2013, numero interamente dedicato al ricordo di don Bertamini.
2
Riassumo quanto ho esposto in AA.VV., Chiese nella diocesi di Novara. Ecclesia Sanctae
Mariae Belgirate, Novit e proposte di lettura dal cantiere di restauro. Percezioni. Collana Scientifica.
Edizioni Progetto e Restauro. Tipografia Sosso, Grugliasco 2012, pp.152-164.
3
Su Belgirate e le sue chiese si veda P. Prini, Terra di Belgirate, Alberti, Verbania 1984;
ristampa aggiornata nel 2005, Tipografia Sosso, Grugliasco; AA.VV.Ecclesia Sanctae Mariae
Belgirate, Belgirate 1975, 1995; ristampa aggiornata nel 2008, Tipografia Sosso, Grugliasco.
1

348

Gli scavi effettuati negli anni Sessanta del secolo scorso non hanno
consentito di stabilire la lunghezza della chiesa medievale, e di conseguenza dove fosse situata la facciata della chiesa romanica. Nella visita
pastorale del 1571, presso il campanile venivano descritti il fonte battesimale e una cappelletta con un altare alla Vergine dove si celebrava messa
il giorno di santo Stefano, e con una ancona indorata.4
La parete era affrescata dal pregevole dipinto riaffiorato durante gli
ultimi restauri e che rappresenta ladorazione dei Magi.5 Recenti studi di
don Tullio Bertamini hanno portato a scoprire un ignoto pittore: Pietro
de Rodis della Caterina di Montemaglio, autore degli affreschi nel battistero di Crevoladossola, con lo stesso soggetto, e con forti somiglianze
con questi di Belgirate. La data proposta per gli affreschi di Crevola il
1536, e il de Rodis risulta gi morto nel 1551; elementi che delimitano un
breve arco di tempo entro il quale sarebbero stati realizzati gli affreschi
di Belgirate. Un altro elemento concorre a confermare questo ambito
temporale: in entrambi i dipinti risulta evidente il riferimento alle opere
realizzate da Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo, e in particolare agli affreschi che fanno da sfondo alla grandiosa Crocifissione, i quali
furono realizzati entro il 1520. Da rilevare altres come gli affreschi di
Crevola siano contemporanei alla pala realizzata dal Ferrari per il santuario di Cannobio, a testimoniare la grande influenza esercitata del maestro
nella nostra zona.
Al de Rodis non possono essere per attribuiti gli affreschi che coprono i due grandi pilastri della prima campata, e questo fa supporre che
la decorazione pittorica della nuova chiesa sia stata realizzata da artisti diversi in periodi diversi, comunque entro la prima met del Cinquecento.
A seguito di unordinanza del vescovo Bascap, del 1595, che stabiliva per il fonte battesimale una pi idonea sistemazione,6 laltare del
Laltare in un primo tempo dedicato a Maria, poi al Presepe. ASDNo, AV 1571.
Gli Atti di Visita non ne fanno menzione; nel 1595 veniva descritto uno altare et una
bredelazza, et sopra una ancona di legno sopradorata, sopra la quale vi un Presepe di rilievo.
6
ASDNo, AV 1602: Se fra tre mesi prossimi non sar esseguito lordine gi fatto di
accomodar il battisterio in una cappella, conforme allinstruttione della fabrica (...) et cingerlo
di cancelli politi, et dipingervi in oltre limagine di S. Giovanni Battista in atto che battezzi
Nostro Signore resti interdetto ipso facto.
4
5

349

Presepe venne spostato a capo nella nuova navata occidentale, e quindi


un ignoto artista fu incaricato di ricopiare nella nuova sede lidentico
soggetto dei Magi, che rimase pertanto occultato alla vista. Con la costruzione di una nuova cappella per ospitare il fonte battesimale, la parete occidentale ebbe un altare a s. Antonio da Padova con una statua del
santo, mentre il settecentesco paliotto firmato dal noto intarsiatore di
Ascona, Giuseppe Maria Pancaldi.
[Vittorio Grassi]

Don Tullio Bergamini a Craveggia

350

Pier Giorgio Longo

(1945-2013)
Una vita per lo studio della Chiesa locale
nella Chiesa universale.

Pier Giorgio proveniva da una famiglia della bassa Valsesia, per la precisione di Prato Sesia, e aveva studiato in Seminario a Novara, ma ne era
poi uscito. Tuttavia il suo interesse era rimasto ancorato allo studio della
Chiesa e del suo sforzo di adeguare il messaggio eterno, che essa ha in
deposito, con le trasformazioni della societ in cui opera. Iscrittosi allUniversit di Torino, Longo ebbe modo di ascoltare le lezioni di Franco
Bolgiani e di collaborare con il gruppo legato allarcivescovo Michele
Pellegrino, insieme a Franco Garelli, Francesco Traniello, Eugenio Corsini e padre Achille Erba. La feconda discussione avviata a Bologna presso lIstituto per le Scienze Religiose, voluto da Giuseppe Dossetti e presieduto da Giuseppe Alberigo, sul significato del Concilio Vaticano II,
allora appena concluso, lo spinsero alla ricerca storica sui momenti cruciali della Chiesa universale, quelli dellet tridentina e del Novecento. La
sua Tesi di Laurea sulla Chiesa Novarese, discussa con Franco Bolgiani
nellanno accademico 1969-1970, era intitolata Problemi di vita religiosa nella diocesi di Novara prima dellepiscopato di Carlo Bascap (1593) e con particolare
riferimento al periodo (1580-1590), ed era stata preceduta da capillari ricerche archivistiche negli Actorum Curiae dellArchivio Storico Diocesano di
Novara. I due poderosi volumi della sua tesi ebbero poi un piccolo saggio di edizione negli articoli apparsi sulla allora giovanissima rivista di
Storia religiosa della Chiesa Novarese, Novarien., rispettivamente intitolati Appunti su Cesare Speciano vescovo di Novara (1969) e Sinodi e congregazioni del vescovo Francesco Bossi (1579-1584) (1971). Quello fu un lungo pre351

ludio allo studio del grande vescovo della diocesi gaudenziana Carlo
Bascap, lerede e lesecutore delle idee di Carlo Borromeo nel territorio
di Novara. A lui Longo dedic parecchi studi a partire dal lavoro del
1992 Studi e prospettive critiche sullepiscopato di Carlo Bascap, sino a giungere
al celebre saggio Ripigliare ormai la perduta voce.... La vocazione episcopale
di Carlo Bascap (1994), che si presenta come una meditata analisi della
psicologia e della scelta religiosa del presule che fu contemporaneamente pastore, uomo di governo, robusto storico e profondo indagatore della propria anima, nello sforzo di rinnovare la Chiesa di Novara, a cui la
volont papale lo aveva strettamente legato. Il Longo ha voluto affrontare Bascap nella sua componente devozionale e pastorale e sono cos
nate le ricerche sul rapporto tra il vescovo e il Sacro Monte di Varallo,
che videro la luce nel medesimo 1994 con larticolo Un luogo sacro... quasi senzanima. Carlo Bascap e il Sacro Monte di Varallo. Era quello uno
spazio ove aveva sostato in meditazione e preghiera, poco prima della
morte, Carlo Borromeo, di cui Bascap aveva scritto la Vita in latino, poi
tradotta in lingua italiana in un libretto stampato a Bologna poco prima
della morte del vescovo novarese. Ma la presenza del presule Bascap a
Varallo fu ancora documentata nel 1998 con lo studio Una visita del vescovo Carlo Bascap al Sacro Monte di Varallo (27 settembre-1ottobre 1604). Il Sacro Monte era entrato nellanima di Pier Giorgio, che lo indag sia nella
dimensione pastorale della gerarchia, sia in quella devozionale dei pellegrini. La sua domanda era questa: la Chiesa nel mondo che cambiava
quali azioni pastorali doveva mantenere? Importante e ineludibile rimaneva il contatto con il sacro, da attuare con gli occhi, come aveva imposto il Borromeo, dopo una faticosa peregrinazione. Ma come era possibile educare le folle dei fedeli nel gran teatro della montagna di
Varallo? Il luogo che da pi di cento anni, precedenti lepiscopato del
Bascap, era in grado di sostituire la visita al Santo Sepolcro di Gerusalemme, in quel tempo nelle mani dei Turchi. E quale devozione era reperibile, o forse anche educabile, entro lanimo dei pellegrini? Erano domande che appassionavano Longo. Si consolidarono pertanto gli studi
sui Sacri Monti, dei quali Pier Giorgio divenne uno dei massimi specialisti a livello europeo. Impressionante il saggio che precede I Sacri Monti:
bibliografia italiana, scritto nel 2010, e allo stesso modo eccezionale fu la
352

cura per ledizione di un manoscritto di Casale Monferrato del 1469,


intitolato Lo Itinerario de andare in Hyerusalem, che serv al Longo per paragonare i sacri misteri di Varallo con quelli della citt santa. A questo
testo fece seguito nel 2010 la curatela del nuovo libro di ricordi di un
pellegrino: Memorie di Gerusalemme e Sacri Monti in epoca barocca. Vincenzo
Fani o Favi, devoti misteri e magnanime imprese nella sua relatione del viaggio
in Terra Santa dedicata a Carlo Emanuele I di Savoia (1615-1616). La passione
per i devoti e per gli uomini umili che possedevano una semplice, ma
profonda, educazione religiosa, nellanimo di Pier Giorgio datava da
molti anni, a partire dallo studio pi significativo, che egli ha lasciato, vale
a dire Letteratura e piet a Novara tra XV e XVI secolo. una ricerca sulle
Laude tardo medievali, prodotte nella citt e nella diocesi novarese dai
laici religiosi, nonch sui gruppi confraternali che le recitavano, sui battuti e sui penitenti volontari. Costoro ottennero in sovrappi che i loro
versi fossero illustrati sulle pareti delle chiese dai pittori e nelle stampe
dagli intagliatori del legno. Ma anche da artisti che scolpivano nel legno
le figure della Passione di Cristo. Nascevano in questo modo, per desiderio dei devoti, i celebri Compianti sul Cristo morto, e le Piet, come quella di
Cannobio, destinata a essere al centro di un culto santuariale ancora oggi
attivo. E infine alla sua bassa Valsesia Longo regal una stupenda lettura
degli affreschi tardo gotici della beata Panacea presenti nella modesta
cappella di San Pantaleone, ubicata fuori mano sulla montagna, a Oro di
Boccioleto. Le pitture narravano la carit della beata, la sua uccisione da
parte della matrigna, e poi la storia di un vescovo che ritrovava il corpo
della fanciulla (inventio), lo alzava e lo trasportava sul carro (elevatio) per
poi offrirlo alla venerazione dei fedeli (depositio). Longo ha studiato in un
testo del 1994 questi processi, I gesti della Beata Panexia nelle immagini tra
XV e XVI secolo, e ha offerto una mirabile interpretazione di un fatto
devozionale gestito dalla Chiesa ufficiale nella persona del suo vescovo.
La piet religiosa nel sentire del popolo e nelle valutazioni canonistiche
della gerarchia ecclesiastica si innalzava sino alla possibilit di una solenne beatificazione, di cui rimangono solo i ricordi orali, le immagini dipinte e un testo scritto in unepoca molto lontana dai fatti. Proprio il tema
della piet affascinava Pier Giorgio cos tanto che nel 1996 ebbe modo
di approfondirlo, studiando le sue manifestazioni e i rapporti che pote353

vano esistere con leducazione religiosa attuata dagli osservanti francescani nella Varallo del Quattrocento e del Cinquecento. I risultati di quella ricerca furono descritti nel saggio Piet e cultura dellOsservanza
francescana a Varallo Sesia. La pietas e la devotio sono state per Longo due
elementi essenziali dellessere religioso delluomo, che in tutti i secoli
hanno caratterizzato il comportamento personale e sociale dei fedeli e
dei pastori. per questa ragione che Longo, legato anche a Traniello, si
a lungo occupato della Chiesa novarese durante il XX secolo; in particolare gli interessavano i comportamenti del clero e dei movimenti laicali, come emerse nel 1977 al Convegno di Torriglia su Chiesa, Azione cattolicae fascismonellItalia settentrionale durante il pontificato di Pio XI, durante il
quale Pier Giorgio tratt il tema Movimento cattolico, cleroe fascismoin diocesi
di Novara. Qualche anno dopo uscivano due saggi: su Novarien. Cattolici e societ a Novara tra dopoguerra e fascismo, e su Novara. Ieri, oggi il lavoro Il cattolicesimo novarese dai liberi fedeli onesti ai cattolici integrali. Lavori impegnati alla scoperta del volto del cattolicesimo novarese, dal quale
erano emersi uomini di grande valore come il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, Giulio Pastore e Natale Menotti. A partire da
queste riflessioni Longo sent il bisogno di conoscere i decenni che precedevano il periodo fascista, quelli della fondazione del Partito Popolare
Italiano e della lenta acquisizione di autonomia del laicato cattolico. Si
ebbe cos la ricerca ...in cerca di maggior luce religiosa.... Democrazia cristiana
e Modernismo in diocesi di Novara, pubblicata nel 2002 su questa rivista.Lo
studio muove dallanalisi della situazione culturale del clero novarese durante il XIX secolo, dominata dalla figura e dalla personalit del teologo
morale Pietro Scavini, legato alle idee ultramontane e al neotomismo, e
sorretta dai sacerdoti Giovanni Rossignoli, primo professore di Sociologia nel Seminario, e Francesco Migliarini, un prete pubblicista molto attivo sui giornali cattolici. Non mancavano sacerdoti di formazione liberale, presenti soprattutto sulla costa novarese del Verbano, ove avevano
una sicura, ma non determinante, influenza i seguaci di Antonio Rosmini, anche se il clero della diocesi era in polemica con gli stessi, poich essi
pativano le condanne inflitte dalla Chiesa al pensiero del loro fondatore.
I tre cattolici laici di maggior spicco erano il cattolico conservatore Ireneo Ceretti, imprenditore industriale della bassa Ossola, Antonio Pesta354

lozza, deputato del Partito Popolare, e Natale Menotti, legato alle idee
etiche e religiose del Rosmini, ma nel contempo capace di organizzare il
sindacalismo bianco nel Verbano. Tuttavia la figura di maggior spicco
nellazione pratica e nella testimonianza personale fu quella di don Antonio Vandoni, cappellano durante i lunghi anni del traforo del Sempione, legato alle esigenze degli operai e alle loro rivendicazioni e abbandonato a se stesso dalla Curia novarese, sino alla tragica morte nel 1904, per
una caduta in un torrente della valle. In quegli anni in diocesi si diffondevano gli scritti e le iniziative legate al pensiero di Romolo Murri, che
fu anche presente in diocesi per conferenze. Nel primo momento le sue
idee furono indubbiamente apprezzate, ma, dopo la condanna papale, il
clero, con leccezione di don Angelo Gambaro, si allontan dalle posizioni della democrazia cristiana. E dopo lenciclica Pascendi, il Rossignoli
si pose come nunzio delle posizioni papali, mentre il vescovo monsignor
Gamba promulg il divieto di seguire le idee del Modernismo. La reazione fu soprattutto rivolta contro don Angelo Gambaro e contro don Giovanni Cavigioli, questultimo accusato di aver firmato sulla Rivista del
Touring Club Italiano un articolo su san Paolo e il Turismo, ispirato, secondo i suoi detrattori, alle idee di Ernesto Bonaiuti. La normalizzazione
si ebbe nel 1912 con le ultime disposizioni contro il clero, che per certi
versi si era troppo avvicinato alle posizioni di avanguardia del pensiero
cattolico, sia in politica, sia nella ricerca storica. Ne scatur in molti sacerdoti una profonda crisi interiore, in quanto Dio, che si manifestava nella
gerarchia ecclesiastica, appariva in modo diverso nelle anime dei liberi fedeli onesti. Era il dramma che scaturiva dal dissidio tra lobbedienza e la
libert, tra il rigore dellintelligenza e la passione del cuore. Era in fondo
il dramma che aveva sempre alimentato la riflessione umana di Pier
Giorgio e che a mio avviso negli ultimi tempi e con gli ultimi studi sui
Sacri Monti aveva trovato una sua parziale composizione, quella di una
religiosit pi profonda e pi umanamente vissuta nella rivelazione, nella
visione, nellesperienza e nella acquisizione sensibile, tattile, quasi corporea del sacro, che negli spazi sacrali, santuariali, si rivelava senza intermediazione della gerarchia. Per questo gli amici del Verbano lo ricorderanno con simpatia e con la profonda partecipazione dellanimo religioso
che alberga in ogni uomo, disposto a riconoscere che esista un principio
355

superiore alla nostra fragilit e al nostro essere una semplice scintilla


dellimmenso universo. La libert, di pensiero e di opera, come pu conciliarsi con le posizioni dogmatiche, autoritarie e molte volte troppo conservative della gerarchia, con i comandi tassativi di chi governa, di chi ha
il potere? il problema che da secoli gli uomini vivono nella Chiesa e
nella vita politica, ma nel contempo la radice profonda della democrazia nella quale oggi si crede. Molte riflessioni e molti studi Pier Giorgio
Longo aveva ancora in programma. Nella Gerusalemme di Varallo vi era
ancora molto da scoprire e da studiare, come egli aveva fatto con la parete gaudenziana del convento osservante francescano di Bernardino
Caimi, alla base della salita per il Sacro Monte, che per ore e ore egli
aveva scrutato chiedendosi come Gaudenzio avesse fatto a realizzare tale
sintesi della storia della salvezza. E nei moti pittorici, nei vari riquadri
della vita di Cristo, o meglio nei misteri della salvezza, Gaudenzio Ferrari
aveva posto anche i bambini, quasi fosse presago che il regno dei Cieli
aperto ai bambini, come Cristo aveva detto. Ad una collega, prima della
morte, Pier Giorgio aveva scritto: cerco voci che mi siano vicine, mi
diano testimonianza di fede, di umanit, di storia: ho un grande bisogno
di chiarezza, semplicit, autenticit. Lesperienza ormai pi che triennale
e quasi diuturna in ospedale mi mette a contatto con unumanit ferita e
i piccoli gesti, anche solo del dire grazie, mi riempiono di vita. Lo ricorderemo cos, come persona che ha saputo ascoltare le parole degli uomini, nella storia e nella vita quotidiana, e la Parola di Dio.
[Giancarlo Andenna]

356

Tempo ritrovato

Il Lago Maggiore dall

alla

Cannobio 1768

La terra smembrata
Nellagosto 1768 Francesco dEste, duca di Modena, designato dallimperatrice Maria Teresa come governatore della Lombardia austriaca durante la minore et dellarciduca Pietro
Leopoldo, principe di Ungheria e Boemia, comunicava allEconomo Generale di Milano
la possibilit di dare esecuzione al regio placito che autorizzava prete Giuseppe Mariini di
Cannobio a subentrare nella chiesa parrocchiale di Porto Ceresio, vacante per il passaggio
del titolare, prete Ignazio Passerini, alla parrocchia di Brebbia, autorizzazione tanto pi
necessaria dato che riguardava un cittadino daltro stato (il regno di Piemonte). Il placet
era seguito allinvestitura papale. Progressiva si era fatta lintrusione statale nelle nomine
ecclesiastiche, durata del resto anche dopo lUnit dItalia, quantomeno per lentrata in carica dei vescovi. Notiamo che Francesco III dEste (Modena 1698 - Varese 1780), duca di
Modena e Reggio dal 1737, gi da qualche anno (e precisamente dal 1765) aveva ottenuto
la signoria di Varese. Il documento in oggetto, come gli altri due in seguito commentati per
Cuvio e Maccagno, conservato in copia autentica nellArchivio notarile Onestighel,
Innsbruck. Per agevolare il lettore si sono sciolte le abbreviature si aggiornato luso della
punteggiatura e delle maiuscole.
1768 4 agosto
Maria Theresia, Dei gratia romanorum imperatrix, regina Hungariae,
Bohemiae etc. archidux Austriae etc. dux Mediolani etc. etc. etc.
Francesco duca di Modena, amministratore del governo e capitano generale della
Lombardia Austriaca durante la minor et di Sua Altezza Reale, il serenissismo arciduca Ferdinando, nato principe dUngheria e Boemia.
Admodum reverendus dilectus noster, il sacerdote Giuseppe Mariino nativo del luogo

357

di Canobbio Lago Maggiore, tra le terre smembrate da questo Stato, ci ha esposto


dessere stato da Sua Santit provvisto della chiesa parrocchiale di SantAmbrogio del
luogo di Porto, risultata vacante in Curia romana per il passaggio fatto dal sacerdote
Ignazio Passerini a quella di Brebbia, pieve di Besozzo, diocesi di Milano, dellannua
rendita tr certi ed incerti di cinquanta ducati doro di Camera; implorandosi quindi
dal medesimo ricorrente con memoriale verificato dal Regio Economo sotto il giorno 3 agosto corrente labilitazione e concessione del Regio Placito per tale provvista,
siamo venuti in concedere la richiesta abilitazione alloratore per il conseguimento del
mentovato beneficio ecclesiastico, in vigore della facolt accordata da Sua Maest a
questo Governo, sotto li 24 dicembre 1753, e della speciale contenuta nel cesareo reale
rescritto del 20 aprile 1762 per rapporto a soggetti originari nati ed abitanti nelle provincie smembrate da questo Stato, come pure del nuovamente disposto da Sua Maest
nel recentissimo suo cesareo reale dispaccio del 30 novembre 1765, per la nuova regola
e direzione delle spedizioni degli affari attinenti al Regio Economato, che quando non
vi si offerisca ulteriore occorrenza in contrario possiate a spedire nelle solite forme il
regio placito a favore dellaccennato sacerdote Mariino. E nostro Signore vi guardi.
Milano 4 agosto 1768.
Francesco
Visto [....]
Salvadori Juxta solitum Martignonus
AllEconomo Regio Generale per il regio placito a favore del sacerdote Giuseppe Mariino.

[Giovanni Radice]

358

Rovegro Pallanza 1914

Latterraggio di un pallone austriaco


Il nostro paese ha dovuto sabato scorso accogliere degli ospiti giunti per una
via che non la consueta per chi voglia giungere quass: la via del cielo! Poco
dopo mezzogiorno del 17 aprile 1914 alcuni abitanti di Rovegro si accorsero che un
grande pallone aerostatico, evidentemente in balia alle correnti aeree, stava per
scendere sui boschi vicini al nostro abitato. Infatti poco dopo, senza alcun inconveniente, la navicella del pallone toccava terra e due aeronauti balzarono al
suolo. Mentre alcuni paesani aiutavano volonterosamente i navigatori dellaria
ad ammarare la navicella e sgonfiare linvolucro, venivano avvertiti i carabinieri
di Pallanza i quali si portarono immediatamente quass e procedettero allinterrogatorio dei due aeronauti.
Saputo che erano Austriaci i carabinieri sequestrarono loro il libro di bordo, i binocoli, le
macchine fotografiche e ogni bagaglio. Laerostato, del peso di 5 quintali, dopo esser stato
ripiegato con ogni cura, venne trasportato a Pallanza insieme ai due sfortunati viaggiatori che furono condotti nella caserma del 53 battaglione fanteria. Dopo un breve e cordiale
incontro con il maggiore Vacca fu rivolto loro linvito a rimanere a disposizione dellAutorit
militare. Per risparmiare ai due piloti la noia di dover passare tutta la giornata in
caserma in attesa che venissero sviluppate le negative, il maggiore permise loro
di recarsi a passeggiare liberamente e di alloggiare allHotel Metropole.
Naturalmente dellinsolito fatto si fece un gran parlare. Anche i giornali nazionali non si
lasciarono scappare la notizia. La Stampa del 21 aprile si occup dellareostato atterrato
a Trapizzo Sassorotto e Monte Faie sulle alpi contornanti il lago, avanzando
velatamente un sospetto se non proprio di spionaggio, almeno di un atteggiamento poco chiaro
tenuto dai piloti.
Il 25 aprile il giornale La Vedetta chiar ogni cosa informando i propri lettori che dopo
una rapida inchiesta si era potuto stabilire che la discesa del pallone a Rovegro fu
puramente fortuita: [] come noto, quando si viaggia in pallone libero, si sa
da dove si parte, ma si ignora perfettamente dove andr a finire. I due viaggiatori, identificati come il comandante Sigmund ed il tenente degli ulani Alessandro
Mayer, ambedue di Innsbruck, furono riconosciuti come stimabilissime persone. Partiti da
Trieste con il pallone Astarte vennero spinti da un forte vento verso il Monte Rosa, costringendoli a un atterraggio di fortuna. Linchiesta stabil inoltre che le fotografie scattate dagli
aeronauti non contenevano alcunch di sospetto.

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I due viaggiatori, non appena terminata la rapidissima inchiesta, vennero posti


in completa libert e ripartirono alla volta di Trieste (in treno questa volta!). Il
pallone, debitamente imballato, segu in ferrovia i suoi proprietari.
Le spiegazioni fornite dalle Autorit non convinsero per lingegnere Cesare Fantoli. Qualche anno dopo, nel suo libro Romania Russia Italia defin spie i viaggiatori austriaci, che
a suo avviso non erano due, ma almeno quattro. Infatti degli aeronautici, due si fecero
precipitosamente condurre alla stazione di Ornavasso portando appunto con
s quelle fotografie e partirono subito per la vicina Svizzera, prima che le autorit ne avessero avuto sentore; per la forma e per dare un po di polvere negli
occhi, gli altri rimasero sul posto, scesero con tutto comodo a Pallanza, dove
mostrarono delle fotografie di nessun valore e dove furono deliziosamente
ospitati e trattati dalle nostre Autorit che, dopo breve e troppo superficiale
inchiesta, li rilasciarono senzaltro col loro pallone. A Pallanza trovarono anche
dei buoni kamaraden, ivi stabiliti grande lo spirito ospitale degli italiani!
[La Vedetta, 21, 28 aprile 1914]

[Leonardo Parachini]

Pallanza 1906-1914

La villeggiatura di un giovane musicista


Niuna meraviglia che larte si sposi con la bellezza della natura, che un intelletto
affaticato cerchi riposo e sollievo sulle nostre incantate sponde. Ma non io certo pensavo, recandomi laltra sera a passare una mezzora al Plusc, per respirare
la fresca brezza che scende dai monti, di ritrovarvi tutto intento a buttar gi
delle bocce per conto suo, un fanciulletto che il mondo intero gi conosce ed
ama, Miecio Horzowski. Poco lungi da lui, ad un tavolo, erano seduti gli altri
fratelli che facevano corona allesimia signorina Adelina De Marchi intellettuale
generosa cultrice dellarte e protettrice di chi per larte soffre e lavora che li
ospita nella sua villa di Pallanza.
Mieczyslaw (Miecio) Horszowski nacque a Leopoli il 23 giugno 1892, da famiglia di
provetti musicisti e distinti artisti, legato in parentela con quella del grande
Rubinstein; la madre sua scoperse nel bambino la prodigiosa intelligenza musicale sviluppata in modo straordinario. Gli impart le prime lezioni ed a tre
anni, quando gli altri sanno appena balbettare qualche frase, Miecio dava il suo
primo concerto di pianoforte, suonando Chopin. Un mese di lezione valeva

360

per lui come anni di scuola; a cinque anni Miecio da esecutore sera gi fatto
compositore e faceva pubblicare una sua composizione.
Le biografie ufficiali ci dicono che allet di sette anni studi pianoforte a Vienna sotto la
guida di Theodor Leschetizky. A quattordici anni debutt alla Carnegie Hall di New York;
suon per la regina Alessandra di Danimarca a Buckingham Palace e in Vaticano per papa
Pio X. Tenne tourne in Europa e in America. Guido Gozzano dopo aver assistito a una
sua entusiasmante esibizione allora aveva dodici anni gli dedic una poesia pubblicata
nella raccolta La via del rifugio.
Miecio Horszowki

Piccole dita che baciai, che tenni

fra le mie, pensando ai derelitti

consolati di affanni e di delitti

dal gioco delle mani dodicenni:
o le tue mani, bimbo, se tu accenni
sui tasti muti, a pena! Ecco, e tragitti
un popolo di sazi e di sconfitti
alle rive del sogno alte e solenni.

E tu non sai! Il suono t un trastullo:

tu suoni e ridi sotto il cielo grigio

nostro piccolo gran consolatore!
E lusignolo, come te, fanciullo,
canta ai poeti intenti al suo prodigio;
e non conosce le virt canore.

Anche Adelina De Marchi, sorella del limnologo Marco De Marchi, ascolt un concerto
del pianista e subito lo volle conoscere. Con il permesso della madre nel giugno del 1906
lo ospit nella villa di famiglia a Pallanza. Luogo ideale per potersi riposare lontano dai
clamori del successo, ma a un passo da Milano, citt in cui il giovane artista si esib in uno
dei suoi meravigliosi concerti, dove trascina al delirio il pubblico che non sa se
pi ammirare la sua meravigliosa abilit tecnica, o il calore di sentimento che
trasfonde nella musica pi difficile ed astrusa, e la naturalezza con cui compie
queste cose grandissime. Come spesso accade agli enfant prodige anche a Miecio vennero
attribuite le pi svariate et. Il 23 giugno 1906 il giornalista de La Vedetta, parlando
del suo soggiorno a Pallanza scrisse: Oggi compie il 12 anno! Felice lui che in cos
breve et ha gi acquistato la gloria invidiata. Il giorno e il mese erano giusti, gli anni
no, erano ormai quattordici.
Il 25 giugno il pianista lasci Pallanza alla volta di Milano dove diede un concerto nel
salone dei festeggiamenti dellEsposizione; il giorno successivo raggiunse Genova per

361

tenere un altro concerto e poi imbarcarsi per lAmerica. Il rapporto tra Adelina De Marchi
e lartista si fece ancor pi forte dopo la grande sventura che ebbe Miecio di perdere lamata madre che lo guidava, che lo aiutava nei suoi studi, che lo capiva nei suoi
ragionamenti, diciamolo pure, talvolta da bimbo, talvolta dartista, talvolta da
uomo fatto. La madre mor a Cannes, in una camera dalbergo, nella primavera del 1908,
assistita dai suoi tre figli, Miecio, Gigi e Vanda, e da Adelina De Marchi. Il marito era lontano, avvisato con un telegramma, giunse che la cara salma gi riposava sotto terra.
Nel giugno del 1908 Miecio torn a soggiornare nella bella villa di Adelina, oggi sede dellIstituto per lo Studio degli Ecosistemi Marco De Marchi. Nella quiete lacustre si ripos alquanto,
infatti non studia che di rado, ma qualche volta quando siede al pianoforte, vi
resta per ore e ore immerso nei suoi esercizi, i pi difficili. Il curioso cronista ma
ahinoi alquanto smemorato ci informa che il 12 giugno il pianista si rec a Lesa dove
lattendeva un illustre maestro, del quale ci sfugge il nome, che gli d lezione.
Sicuramente questi non furono gli unici soggiorni verbanesi del celebre artista. Nel 1914
durante una gita in montagna organizzata dalla sezione Verbano del CAI, a Miazzina
la comitiva fu raggiunta da altri consoci e fra questi il celebre pianista Miecio
Horzowschi che pure un fervido ed entusiasta alpinista. Una rapida ricerca su
internet ci segnala che nellagosto del 1932 il pianista invi da Pallanza una lettera al musicologo Edouard Ganche.
Mieczyslaw Horszowski mor a Filadelfia a 101 anni il 24 maggio 1993.
[La Vedetta 23, 26 giugno 1906; 13 giugno 1908, 9 maggio 1914].

[Leonardo Parachini]

Pallanza 1913

Un letterato in val Formazza


Lintensa vicenda umana di Giovanni Battista Reggiori, farmacista a Luino, politico e
poligrafo, stata ben indagata su questa rivista da P. Frigerio e G. Petrotta in Politica,
sindacalismo, letteratura nellopera di G.B. Reggiori (Verbanus 23, 2002, pp.
401-453): alla bibliografia citata, possiamo ora aggiungere un breve resoconto di una gita
compiuta in Val Formazza, redatto con evidenti velleit letterarie a esaltazione del paesaggio
montano. Lopuscolo In Val Formazza. La cascata del Toce. Diario di una passeggiata, 24 pagine vendute a trenta c.mi, fu stampato ed edito nel 1913 dalla Tipografia Arti
Grafiche Lampo di Pallanza (propr. Agostino De Antonis) la cui produzione editoriale
sembrerebbe limitata al 1912-13.

362

Trascinati dal ferreo mostro, ovvero in automobile, i componenti della comitiva, dopo
una rapida sosta alla chiesa di Baceno, avevano raggiunto Foppiano; dopo pernottamento e
colazione presso lalberghetto gestito da Giuseppe Zertanna, portiere della val Formazza, noleggiatore di automobili e di cavalli e di muletti, il gruppo arriv alla cascata
del Toce nella tarda mattinata, per poi raggiungere, grondanti di sudore, il lago Kastel.

Descritti con dovizia di immagini la risalita del fiume, suoni e rumori prodotti dal salto
delle acque, restituita con precisi dettagli la sfavillante tavolozza creata dalle pi varie specie
botaniche, questo linatteso giudizio complessivo dellambiente visitato:
La Val Formazza il disordine, lo scompiglio, la babele, labuso, lesagerazione.
Forse non pu essere approvata che da un critico futurista. delirante, frenetica, traboccante. Ci sferza, ci pizzica la pelle, collaria cruda che ha percorso
i nevai, ci opprime, ci soffoca, sotto le rupi infocate dal sole. LEquatore e il
Polo. Getta migliaia di pini sul dorso della montagna, o non ne getta nessuno.
Accanto alla violetta pone il faggio: presso il fiume che romba il rigagnolo che
ciangotta: di fianco alle cupole verdi le guglie acuminate che trasforano lazzurro. In basso la valle formerebbe la gioia del pedante millimetrista, poich
ama le minuzie, cura il dettaglio, svenevole, formalista: allinea cespugli ben
pettinati lungo le acque: colloca un mazzo di fiori o un ciuffo di erbe in ogni
anfratto: veste di muschio i massi: manda intorno a ronzare i moscerini. Ma

363

in alto non c pi regola, non c pi stile, non c pi misura. La montagna


megalomane, piena di iattanza, di improntitudine, di grandigia. Fa delle spagnolate. Ogni linea un iperbole: ogni voce enfatica.
Le riflessioni durante il ritorno dalla gita portavano a questa considerazione finale: Il pi grande pregio della Val Formazza lassenza di alberghi svizzero-americani-inglesi. La
sala di lettura fra il colonnato di pini. Lunico concerto quello del Toce. Alle
funicolari suppliscono i muli. Ma lautomobile giunto a Foppiano caccia dentro
la gola delle Casse lululato beffardo della sirena. E le donne della montagna si
fanno il segno della croce pregando: Ab omni malo, libera nos, Domine.
[Sergio Baroli]

Baveno 1897

Gli arredi di un grande albergo


Il 10 settembre 1897 moriva in Baveno il Sig. Tomaso Pedretti fu Guglielmo, albergatore, nato a Venezia ed in vita domiciliato a Baveno. Con testamento olografo
primo gennaio milleottocentottanta nominava suo erede universale il figlio Carlo e
incaricava il notaio Giovanni Vogini di Pallanza di redigere linventario delle sostanze relitte. La stesura dellinventario impegn notaio, eredi e testimoni per tre giornate intere, due
delle quali furono dedicate allattenta descrizione degli arredi conservati nel fabbricato in
Baveno ad uso albergo denominato Grand Htel Belle Vue, elevato a quattro
piani fuori terra oltre i sotterranei, circoscritto da terreno a giardino ed orto
in un sol corpo cinto da muri, regioni Tronco S. Protaso, Serraglio, Chioso
alla ripa lacuale ed alla fiume, descritto in mappa vecchia alli nn. 548-549 della
complessiva superficie di are 216.91 collestimo di scudi 195-2-6 con rustici ad
uso scuderia e rimessa, ghiacciaia, locale pel bucato, pollaio, porcile e piccolo
locale per gazometro. Lalbergo contava un totale di 101 vani di cui 89 camere da letto
distribuite su tutti i piani, valutate economicamente a seconda degli arredi presenti. Le camere
singole erano dotate di un letto in ferro con elastico, materazzo e guanciale con
federe. Un com a tre tiretti, un ciffone [dal milanese cifn, mobiletto dove si teneva
il pitale], una tavoletta, un tavolo di noce. Tre sedie coperte di stoffa con porta
abiti di legno, un portacatino toilette in legno dolce, un catino, brocca, scattola
per sapone, un pitale, bottiglia e bicchiere. Allunica finestra che illuminava la stanza
vi era una geneffa [asse intorno alla quale gira la mantovana e nella quale sta infisso il
ferro con gli anelli che sostengono la tenda] con tende e sul pavimento un tapeto stampato. Nelle camere doppie il corredo risultava pressoch identico, ma raddoppiato in ogni

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componente. Al primo piano vi erano due suites abbinate a due camere da letto, infatti tra il
mobilio non vi sono elencati letti e suppellettili per la toilette, ma un divano, due poltrone,
sei sedie e due posapiedi. Una dormeuse coperta di stoffa. Due tavoli rotondi,
un ovale, una conforme di noce, cassa noce per legna. Quattro sedie di legno
impagliate. Una cornice dorata con specchio. Una galleria ferro-ghisa, molla e
pala dacciaio, soffietto, portafiammiferi e paracamino. Un pendolo-ghisa dorato. Lo scalone che conduceva al piano terra era illuminato da cinque finestre e adornato
da un tapeto per scalone, sei portafiori, sei sedie coperte di seta. Gli ambienti per
lintrattenimento della clientela si trovavano tutti al piano terra: la sala per lascolto della
musica con pianoforte e canap coperto di stoffa, la sala di lettura, la sala da bigliardo
con tavolo da gioco e stecchiera, il ristorante, la sala daspetto e la caffetteria. Il sotterraneo era invece destinato ai locali di servizio: cantina, stireria e cucina dove erano conservate
posateria, porcellane, cristalleria e biancheria assortite, tutte contate, dettagliate e valutate
dal notaio. Linventario continua con le descrizioni del locale del bucato, del gazometro con
diversi istrumenti in ferro ed utensili pella fabbricazione del gas, del pollaio, delle
scuderie, del giardino e di ogni dipendenza.
Alla morte di Carlo, l11 maggio 1905, lalbergo pass in eredit alle sue sorelle Annetta, Ida
ed Ester e rimase di propriet della famiglia Pedretti fino al 14 aprile 1920 quando fu venduto,
con atto del notaio milanese Rosnati, alla Societ Anonima Italiana Alberghi di Milano.
[ASVb, Ufficio del Registro Pallanza. Denunce di successione, b.86 n.15 ]

[D.C.]

Belgirate 1797-98

Coadiutore biasimevole
In un foglio che si qualificava come giornale senza titolo, pubblicato sotto la Repubblica
cisalpina alla fine del 700, leggiamo: Parrochi indegni. Alcuni vedono di malocchio,
che il Giornale senza titolo parli un po troppo chiaro delle virt in ispecie dei
Parrochi. Ma sio rispondessi a questa sorta di persone, che il Cittadino Moriggia Coadjutore di Belgirate prima di dir messa fa la crusca alle galline, poi vende
al mercato le uova, ed esce in campagna a pascolare i porci; sio loro dicessi,
che costui scortica talvolta le capre, e le tira per la coda fuori dalle barche per
risparmiare la spesa di un facchino; che scopa la propria casa e il di lei circondario ecc. ecc., il tutto per ispirito di avarizia la pi sordida; sio dicessi, che
cost mentre celebra la messa qualche volta saddormenta, e che stentatamente

365

legge litaliano e meno capisce il latino; sio dicessi, che eccitato un giorno a
proferire la parola Wurmser, egli malgrado ogni sforzo non vi riusc giammai,
sempre replicando Usmer usmer, Usmer usmer; sio dicessi, che costui abbigliatosi un giorno in istrano arnese, con cappello triangolare e collarino, si
visto collo schioppo sulle spalle, col fischio in bocca, colla gabbia delluccello
in mano, e con una verga nellaltra, andar a caccia al tempo istesso e custodir
gli animali; sio dicessi, chegli divora a dieci ganascie ad una tavola, mentre i
suoi fratelli appena appena mangiano in sua presenza ad unaltra; che ogni sera
tocca a costoro di sentire dal fratello Coadjutore, il quale colle mani di dietro
li sta colla cera dorso aspettando per far loro questo bel complimento serale,
o perch al dir di lui non lavorano, o perch giuocano alla festa e non sanno
vincere; sio finalmente dicessi che questo galantuomo capace capacissimo
di leggere questarticolo, e di crederlo scritto in sua lode, e come tale capace
di gloriarsene; se queste ed altrettanti bagatelle io producessi, che pi sarebbe
degno di rimprovero? Il Giornale senza titolo che scopre le bugiarade dei Parrochi Coadjutori che le commettono? Lo dir dunque ai Preti e ai Parrochi.
Siate virtuosi, adempite con decoro le funzioni del vostro ministero, istruite i
vostri fratelli parrocchiani nella vera morale repubblicana, che quella del vangelo, siate degni della missione a cui il Popolo vi ha chiamati; penetratevi della
dignit del vostro posto, che quello dInstitutore e Maestro; e allora invece
di biasimo, riscuoterete lode ed applausi dellimparziale Giornale senza titolo.
La parola Wurmser, che il Moriggia non riesce a pronunciare, riferibile a Dagobert
Sigmund conte di Wurmser (1724-1797), feldmaresciallo austriaco dal giugno 1796 al
comando degli eserciti austriaci in Italia, noto perch riusc a mettere in difficolt Napoleone
con una manovra definita poi tenaglia di Wurmser.

Il Giornale senza titolo era un bisettimanale fondato ed edito da un intraprendente libraio milanese, Carlo Barelle, con laiuto di Gaetano Porro, nato per reazione alla soppressione

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di alcune testate, considerate ostili dai governanti francesi e tra questi anche il Giornale
rivoluzionario dello stesso Barelle, probabilmente soppresso, dopo pochi numeri, a causa
del titolo. Incomincia ad uscire nel 1797; senza data ed anche senza titolo (in testa solo
N. I), molto spregiudicato nei contenuti e nel tono, ricco di vivacit polemica fino a rasentare la calunnia (vengono spesso riportate segnalazioni delatorie), di spunti satirici e di
pettegolezzi. Il successo presto assicurato ed testimoniato dalle quattromila copie edite, che
sono molte per quel tempo; i lettori lo chiamano il giornale senza titolo e quella definizione
viene adottata come testata, dopo alcuni numeri. Cessa le pubblicazioni nel 1798, dopo 130
numeri (ultimo quello del 5 dicembre 1798), perch accusato di servire le passioni di
un partito e di turbare linteriore tranquillit del popolo cisalpino e seminare i
principi della discordia tra la Repubblica Francese e la Cisalpina. Barelle, insieme
ad altri giornalisti milanesi, viene arrestato; restano in prigione per quarantadue giorni e
poi vengono liberati senza processo. Poco dopo, nel breve periodo di ritorno degli Austriaci
in Lombardia, sono di nuovo arrestati ed inviati alla prigione delle Bocche di Cattaro,
nellattuale repubblica del Montenegro. Lesilio dura ben oltre la vittoria di Marengo con cui
Bonaparte aveva ripristinato nel giugno 1800 il dominio francese. I primi reduci da Cattaro
tornano a Milano nellaprile 1801 e altri nellagosto (cfr. S. Baroli, P. Frigerio, Stefano
e Giacomo Luini nobili luinesi nelle magistrature di antico e nuovo regime in
Terra e Gente, 2009/10). Ignoto resta il corrispondente che ironizza sul coadiutore di
Belgirate, ma certamente a conoscenza diretta dellambiente.
[Gianni Pozzi]

Stresa 1830 c.ca

Dal Lario al Verbano


Dal 27 maggio al 26 luglio 1998, nel Castello di Costigliole dAsti, venne allestita una mostra dedicata a Massimo DAzeglio: vi figuravano numerose opere e documenti provenienti
da biblioteche e da raccolte pubbliche e private; nelloccasione venne esposto anche gran parte
del Fondo Azeglio conservato presso il Centro italo-tedesco di Villa Vigoni, costituito da
dipinti, disegni e autografi.
Villa Vigoni, situata a Loveno di Menaggio sul lago di Como, acquistata nel 1829 da Enrico Mylius, mecenate e collezionista darte, nel 1983 venne lasciata in eredit dal proprietario Ignazio Vigoni alla Repubblica Federale di Germania. Ora sede di una associazione
che, come da statuto, intende promuovere le relazioni italo-tedesche in uno spirito
europeo nei campi della scienza, della formazione e della cultura, incluse le loro
connessioni economiche, sociali e politiche.

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Negli anni quaranta dellOttocento la villa Mylius di Loveno venne frequentata anche da
Massimo DAzeglio, a sua volta proprietario di una dimora posta nelle immediate vicinanze,
acquistata nel 1841 (Cfr. S. Bertolucci, G. Meda, Massimo DAzeglio a Loveno: I
rapporti con la famiglia Mylius Vigoni, Villa Vigoni, Comunicazioni, II, 1, aprile
1998). Dallamicizia tra DAzeglio e il banchiere Mylius, che onor il pittore di diverse
committenze, trasse origine una raccolta di cimeli azegliani (tra cui due album di schizzi)
oggi conservati nella villa. La collezione comprende il dipinto Incidente sul lago di Como
esposto al pubblico per la prima volta nella mostra di Costigliole e pubblicato al n. 44 sul
catalogo (Massimo DAzeglio pittore, Mazzotta 1998) curato da Martina Corgnati;
la relativa scheda, compilata da Cecilia Ghibaudi, si trova a pp.159 sg. La tela raffigura il
momento in cui Giulio, figlio di Enrico Mylius, caduto nel lago dal piroscafo, viene sollevato
dalle acque da soccorritori accorsi sul posto con due piccole imbarcazioni a remi.
A mostra conclusa, con una pubblicazione diffusa dal Centro Vigoni, Serena Bertolucci e
Giovanni Meda hanno inteso correggere lambientazione del quadro di cui sopra, spostandola dal Lario al Verbano e conseguentemente mutandone il titolo in Incidente sul lago
Maggiore: in effetti con il nuovo titolo appare nelle successive pubblicazioni che descrivono
la villa e la sua quadreria (Il Fondo Azeglio del centro Italo Tedesco Villa Vigoni,
Comunicazioni, II, 2, ottobre 1998).

Massimo DAzeglio, Incidente sul lago Maggiore (gi Incidente sul lago di Como)

La variazione proposta da due studiosi poggia su due principali motivazioni: 1) un passo di


una biografia di Giulio rinvenuta nellarchivio di Villa Vigoni dove si legge: [...] il d 14
Maggio 1826 in un tragitto di diporto fatto co i suoi genitori sul Lago Maggiore, per un accidente disgraziato precipit dal bordo e vi venne come morto

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tratto dallacqua, e appena unora dopo fu richiamato in vita con eccessivo


giubilo dei suoi; 2) un paragrafo di T.W.M. Lund, The Lake of Como, its history,
art and archaelogy, Londra 1910, p.78, in cui detto: [...] A picture in the Villa
commemorates an odd adventure, which befell this Giulio Mylius. A passenger
in the first steamer on the Lago Maggiore, he had climbed into the small boat
hanging at the stern, and contrived to fall into the Lake without the accident
being observed by any one on board. Happily for him, he was able to keep
afloat until rescued by to boats, which changed to be near.
A corollario della variazione di scenario, Bertolucci e Meda fanno osservare che se il 14
maggio 1826 fu effettivamente la data dellincidente, il piroscafo che si vede allontanarsi, deve
essere identificato con il Verbano, che inizi a varcare le acque il 1 maggio di quellanno,
mentre il Lario avrebbe inaugurato la sua navigazione sul lago di Como soltanto il 29
luglio. Anche la data di esecuzione della tela, dalla Ghibaudi posta dopo il 1831, deve essere
anticipata in quanto sarebbe stato piuttosto improbabile che il padre abbia commissionato
al DAzeglio il dipinto dopo la prematura morte del figlio avvenuta nel 1830 allet di
trentanni, morte prematura testimoniata dal tempietto eretto nel giardino in cui furono
collocati a perpetua memoria due bassorilievi dovuti a Pompeo Marchesi e a Bertel Thorvaldsen. Osservando la scena ritratta, non si pu che concordare con gli studiosi: sullo sfondo si
riconosce la familiare riva piemontese con a sinistra il monte Camoscio e le cave di Baveno,
il Montorfano al centro e a destra le ultime propaggini del Monte Rosso; le isole borromee
appaiono appena delineate.
[Sergio Baroli]

Stresa 1952

Alpinia intimo
Questo il titolo di una singolare pubblicazione della Tipografia Annoni di Stresa, curata
da Igino Ambrosini e avente per oggetto il giardino botanico fondato nel 1934 dallo stesso
Ambrosini e dal cav. Giuseppe Rossi di Milano. Il giardino Alpinia, situato sopra Stresa
a 810 m s.l.m., raccoglieva allora circa duemila specie di piante distribuite su una superficie di circa 10.770 mq; con il nome di Duxia, era stato creato allo scopo di conservare
al pubblico godimento un luogo di primissimo ordine che altrimenti avrebbe
avuta la sicura destinazione di villa privata. Oggi il Giardino Botanico Alpinia si
estende su una superficie di circa 40.000 mq e rappresenta una godibilissima balconata con
magnifica vista sul Lago.

369

Il volumetto ambiva ad essere una erudita nonch spiritosa guida tascabile per il
visitatore del giardino. Vi sono elencate
le principali specie botaniche presenti e
di ciascuna si disserta con ironia intorno alle variet, allorigine del nome e alle
reali o supposte propriet farmacologiche.
Molti i riferimenti letterari e mitologici
che si immagina raccolti dalle osservazioni di una schiera di assidui o saltuari frequentatori del luogo: il giardiniere
Nanni, lerboraro-medicone, il professore
di belle lettere, la maestra zitella, il curato di Rodig, suor Camilla, il farmacista
e il ginecologo di fiducia, ospite del vicino
Grande Albergo.
La formula aneddotica rafforzata
dallintercalare di alcuni disegni umoristici di Felice Vellan. Riproduciamo
come esempio la vignetta dedicata alla
Carlina acaulis, che ne illustra le virt apprezzate anche in antico: ... legata alli crini
dei cavalli e dei cani da caccia... li d forza, e rinvigorisce li coniugati dando
forza al pi debole.
[Sergio Baroli]

Stresa 1955

Bertrand Russell a Stresa?


La notizia aveva dellincredibile. Al Congresso Internazionale tenutosi a Stresa nel 1955 in
occasione del centenario della morte di Antonio Rosmini, avrebbe partecipato Bertrand Russell. Che lautore del celebre Perch non sono cristiano fosse venuto a Stresa ad ascoltare
dei filosofi che parlavano di religione pareva una chicca di grande curiosit e interesse. Troviamo la notizia sul Bollettino dellAssociazione A. Rosmini e dei Collegi Rosminiani (Lu.sett. 1955) e sul periodico Il Gazzettino (1 ag. 1955): Apparizione fugace quella
del positivista anglo-americano Bertrand Russell, pi che ottantenne. A parte lo
svarione della nazionalit, valeva la pena di cercare qualche conferma, e qualcosa si trovato

370

in rete, in una pagina della rivista inglese Tablet del 6 ag. 1955: Il corrispondente
del Corriere della Sera ha creduto di rilevare nel pubblico la figura illustre e
flemmatica del filosofo inglese, Bertrand Russell.
Il riferimento al prestigioso quotidiano milanese sembrava dar qualche credito allinformazione, e poich il Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa conserva tutto quanto
s scritto e pubblicato in riferimento al Rosmini e ai rosminiani, la ricerca si rivolta ai
ritagli di giornali dellepoca, trovando un articolo di Eugenio Montale, sul Corriere del 23
luglio 1955, Laria mondana di Stresa non turba i trecento filosofi. Larticolo, con
lintestazione: Dal nostro corrispondente. Stresa 22 luglio notte, riferiva tra laltro:
Doveva essere pressa poco di questo parere il distinto e flemmatico ottuagenario inglese che fu notato allinaugurazione del congresso e nel quale mi si
assicura fosse identificabile Lord Bertrand Russell.
Montale, quindi, si limitava a riferire quanto gli sarebbe stato confidato da un partecipante
al Congresso, ma tale confidenza risulta non avere fondamento, secondo la conclusione della
rivista Tablet: Ma a chi pi introdotto, chiaro che in realt intendeva riferirsi
al dr. D.J.B. Hawkins, che era seduto in solida compostezza in un angolo della
sala della conferenza, armato di cappello di paglia e di bastone da passeggio e
prestando un interesse profondo anche se distaccato ai lavori del congresso.
[Vittorio Grassi]

Lago Maggiore 1654-1677

Di Innocenzo XI e altri Odescalchi


Benedetto Odescalchi (Como, 19 maggio 1611-Roma, 12 agosto 1689), di nobile ed importante famiglia comense, divenne papa nel 1676, prendendo il nome di Innocenzo XI. Alla
morte fu acclamato santo dal popolo dei fedeli e sepolto in San Pietro; bisogn tuttavia aspettare il 1956 per la beatificazione da parte di Pio XII. A Como e nella sua diocesi (comprendente anche Valcuvia e Valmarchirolo), stato commemorato nel 2011, IV centenario
della sua nascita. Chi scrive lo ricord su una rivista comasca, nei rapporti con il Verbano.
Benedetto Odescalchi venne sul lago Maggiore quando ricopriva la carica di vescovo di Novara. Nel maggio 1654 visit lIsola Bella, dove i Borromeo stavano ultimando i lavori di
abbellimento dellisola, da destinare a luogo di villeggiatura. Lasci in quellanno il vescovado, assunto nel 1650, al fratello, il benedettino Giulio, che sarebbe rimasto in carica fino
al 1666. Le vicende novaresi del vescovo sono state ricostruite da Mario Perotti nella rivista
Novarien n. 40/2011. La famiglia Odescalchi gi era stata presente nel Novarese con

371

Giovanni Antonio castellano del lago dOrta nel 1646 e lo sarebbe stata in Valsesia nel
1685 con Emilio quale podest.
Nel 1677 il conte Carlo Borromeo Arese, spos Giovanna Odescalchi, nipote del papa.
Grandi festeggiamenti accompagnarono le nozze con elaborazioni retoriche delle scenografie,
in particolare con lallestimento di barche guernite di ricchi e vaghi ornamenti trionfali, come macchine teatrali in movimento, con statue e fondali di carattere simbolico. Carlo
Borromeo Arese aveva cercato la collaborazione del gesuita Giovan Battista Barella e di
Carlo Maria Maggi, personalit molto vicine alla famiglia Borromeo, esperti fra laltro
di apparati cerimoniali.
Ne abbiamo descrizioni in relazioni pubblicate da P. Frigerio e P.G. Pisoni in Verbanus
3-1981-82, e da C.A. Pisoni, L. Parachini, S. Monferrini, D. Invernizzi in Amor di
pianta, giardinieri, floricoltori, vivaisti sul Verbano tra 1750 e 1950, vol. I, 2005,
pp. 91-92. Due barche furono costruite per loccasione. Una con un gran dragone sulla
prora, che con due longhe code sembrava trascinarla e con una grande conchiglia abbrancata da un leone sopra un trono; allalbero sattorcigliava un serpente. Laltra
aveva foggia di carro con due ruote al di sotto della poppa, tirato da un cavallo marino affiancato da leoni; a poppa la statua dun soldato a guardia dalte colonne dErcole
sostenenti il triregno (con il che si celebravano congiuntamente papato e regno di Spagna).
I festeggiamenti si svolsero fra Arona con il canto del Te Deum e lisola Bella con accompagnamento militare del presidio di Arona, con spari a salve, fuochi artificiali, un combattimento di uomini con armature nella rocca di Arona e altre feste allIsola Bella. Ideatore della
festa Vitaliano Borromeo, zio dello sposo, che fece anche recitare unopera in musica nel Teatro delle commedie dellIsola Bella. Anzi proprio grazie ad una lettera, scritta da Vitaliano
a Carlo Maria Maggi, in quelloccasione, abbiamo una bella descrizione dellisola Bella e dei
lavori eseguiti per la sua trasformazione da scoglio rozzo abitato da cinquanta famiglie, anche in vili case, e la parte magior ocupate nel pescare a luogo di delizie.
Giovanna Odescalchi muore giovanissima (poco pi di 22 anni) il 14 luglio 1679 pochi giorni dopo la nascita del figlio, Giovanni Benedetto (1679-1744). A ricordare le sue notevoli
virt, il marito fece erigere un oratorio, oggi purtroppo abbandonato, dedicato alla Vergine
Consolatrice sul Mottarone, la montagna sopra il Verbano e il lago dOrta, come ricorda
la scritta su una lapide comitissa d. ioanna odescalca uxore / summi pontificis
innocentii xi fratris filia...
Il conte Carlo, dieci anni dopo si risposa matrimonio celebrato alla Santa Casa di Loreto
grazie allinteressamento di don Livio Odescalchi, duca di Ceri e nipote del Papa con la
contessa Camilla Barberini che doner alla chiesa di S.Vittore, sullIsola Bella, una testa
di San Bonifacio, dono del Papa quando lascia Roma per seguire il marito in Lombardia.
Camilla morir ad Arona, ottantenne, nel 1740.
Carlo Borromeo Arese (1657-1734) personaggio importante della storia italiana, con ca-

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riche militari e politiche di rilievo, tra queste governatore militare di Novara (1690-1693),
plenipotenziario dei feudi imperiali in Italia (1715-1734) e anche vicer del Regno di
Napoli (1710-1713) e qui ritorniamo a parlare di Como perch tocca al vescovo di Como,
delegato in questa circostanza dal papa, giudicarlo e assolverlo poi dallaccusa di abuso
di potere per aver espulso dal regno di Napoli il vescovo di Lecce e i suoi collaboratori rei
di avere concesso che i cappellani regi celebrassero messa nonostante linterdizione e di aver
facilitato luccisione di un reo di un grave delitto allinterno di una chiesa.
Grandi feste con grandi apparati scenografici quelle che ho ricordato per le nozze della nipote del Papa nel 1677, ma che non erano certo una novit. Ad esempio, in occasione della
nomina di quel Papa anche la citt di Novara ricorda il suo ex vescovo con festeggiamenti
di grande impatto scenografico: si veda Gio. Pietro Coppa, Relatione delle allegrezze
et feste celebrate in Novara per la nova creatione di Innocenzo XI pontefice
massimo dedicata allIll.mo Signore Francesco Anibale Caccia da Mandello,
leggibile in appendice allo studio di Pier Giorgio Longo, La macchina del fuoco per
il Trionfo di san Gaudenzio (1711) in Novarien n. 41/2012. Pi modesti i concittadini comaschi del nuovo papa: nelle cronache delle Gazzette Bolognesi che dai primi
anni del secolo XVII informavano settimanalmente i cittadini degli stati pontifici dei principali avvenimenti politico-militari, con notizie pervenute dalle pi importanti citt italiane
ed europee, si legge: Li, 7 ottobre 1676. La Citt di Como Patria del Pontefice a
cos lieto avviso fece subito chiuder le Botteghe, e riempire le Chiese di gente
per render le dovute gratie a Sua Divina Maest. Si cant poi cos in questa
Citt, come in tutte le altre dello Stato il te Deum con Messe Solenni, e recite
di Panegirici, e per tre sere silluminarono, e fecero fuochi di gioia. Il Beato Innocenzo XI particolarmente venerato a Como nella basilica di san Fedele ove si svolgono
ogni anno solenni celebrazioni il 19 maggio (giorno della nascita) e il 12 agosto (memoria
liturgica); inoltre una cappella della basilica a lui dedicata e vi troneggia lancona secentesca del Beato, in cornice lignea, raffigurante il Pontefice.
Ulteriore curiosit che in un certo modo collega gli Odescalchi alle terre varesine che Liala
(Carate Lario 1897-Varese 1995), la nota scrittrice di romanzi rosa, che si firmava con
quello pseudonimo suggeritogli da DAnnunzio, e che tanto successo di pubblico hanno avuto
ma non altrettanto di critica, si chiamava in realt Amalia Liana Negretti Odescalchi. E
in suo libro autobiografico, Diario vagabondo, ricorda anche la sua discendenza proprio
da Innocenzo XI, il papa comasco, in occasione di un viaggio a Vienna: Il mio antenato,
Papa Innocenzo XI, al secolo Benedetto Odescalchi, qui a Vienna molto
ricordato e poi aggiunge, rivolgendosi ad una interlocutrice: Se ha voglia andremo nel
Duomo di S. Stefano. C un gruppo di statue che rappresenta la Madonna ai
lati della quale stanno inginocchiati Papa Innocenzo XI e Eugenio di Savoia. Come lei sa, il principe sabaudo ferm, per ordine di Innocenzo, i turchi

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oramai alle porte di Vienna, episodio storico ben noto e collegato allestensione della
festivit della Madonna del Rosario a tutta la chiesa, attuata proprio da papa Innocenzo
XI, fissata al 12 settembre, a partire dal febbraio 1685.
Chiudo queste note ricordando che allIsola Madre, visibile un ritratto di Innocenzo XI,
olio su tela di autore ignoto ma testimone dello speciale rapporto dei Borromeo e del Verbano con questo papa comasco.
[Gianni Pozzi]

Isola Bella 1729

Un francescano allIsola Bella


Dalla cronaca di un importante Capitolo Generale Francescano tenutosi a Milano, nel
convento di SantAngelo nel 1729, veniamo a sapere come alla sua conclusione, uno dei
partecipanti abbia visitato lIsola Bella. Padre Matteo Basile da Pereto, ministro uscente
di quellordine, accolto a Milano da una folla dei Cavaglieri, Preti, Regolari, Dame,
et infinito popolo a presiedere quella riunione cui partecipano ben 1300 frati e sono
Padri Sacerdoti, Officiali, e Compagni, Laici e Terziarij, e Terziarietti di poca
et, massime quelli dellIndie, Cina ed Isole Filippine, tutti vari, o nella forma
occidentale, o nel colore dellAbito; chi aveva il capuccio accuminato senza
la mozzetta, chi quadrato, chi bislongo, chi rotondo, chi moro, chi bruno, chi
con zoccoli, chi con le scarpe, chi con le suole di corda, chi con cordoni di
paglia, chi col mantello anche ne maggiori caldi, chi senza; chi vestiti da secolari, massime gli venuti dalle parti deglInfedeli; chi con la barba, chi con baffi,
secondo la variet de Paesi e la diversit de loro Statuti che faceva stupire la
citt spettatrice duna cos rara novit, in contemplare un sol corpo Serafico,
constituito da tanti membri, accidentalmente per diversi. Per vari giorni discutono dei problemi del loro ordine e provvedono a rinnovare le cariche direttive e tra questa
la pi importante, il Generale. Il 3 giugno, dopo che il P. Rev.mo Giuseppe da Evora,
Portoghese, il candidato pi accreditato rinonti di buon genio ali molti voti del
suo partito, non badando al suo gran merito fattosi, e nella Religione, e fuori,
n alle lettere raccomandaticcie del Sommo Pontefice, Imperatore, ed altri
Potentati che lo desideravano per Generale di tutto lOrdine, viene eletto Padre
Giovanni da Soto. In un giornale dellepoca (Gazzetta Bolognese, 28 giugno 1729) cos
la notizia della conclusione della importante riunione, protrattasi per svariati giorni: Nel
Capitolo generale tenuto in Milano dalli P.P. Minori Osservanti, stato eletto
per loro nuovo Generale il Padre Soto Spagnuolo colla ritenzione della Carica

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di Commissario dellIndie; e per Commissario Generale il P. San Severino del


Regno di Napoli, e per Commissario della Curia Romana il Padre Giuseppe
Maria dEvora. Riprendo la citazione letta nella cronaca di un testimone oculare, il padre
G.B. Barocco di Monza, riportata in A. Mosconi, Lombardia Francescana, Milano
1990, con la indicazione che il 13 giugno di quellanno 1729 quel Padre Giuseppe Maria
dEvora lascia Milano e se ne va alle Isole Borromee ove nel corso di due giorni dalle
Eccellenze loro Padrone godette regij trattenimenti, e mirabili divertimenti.
Jos Maria Ribeiro da Fonseca de vora, (vora 1690-Oporto 1752), personaggio di
importanza nella storia religiosa, e non solo quella francescana: nel 1712 entra nellOrdine
francescano dei Frati Minori nel Convento di Santa Maria in Ara Coeli a Roma, e qui nel
1740 fonda la grande biblioteca del convento dove sotto la sua direzione vengono pubblicati,
tra il 1731 e il 1741, gli Annales Minorum dello storico francescano Luca Wadding in
diciassette volumi. Oltre a rifiutare la carica di Generale del suo ordine, respinge pi volte
la dignit episcopale, che accetta per nel 1741 venendo nominato vescovo di Porto.
In quellanno 1729 dallIsola Bella era transitato, sul finire del mese di aprile, altro personaggio importante che dopo essere arrivato a Milano da Roma per la via di Genova
lEminentissimo Altan che fu Vicer di Napoli dopo poco, come riferiscono le Gazzette bolognesi partito per lIsole Borromeo, e di l passer a Torino, a solo
fine di vedere, e adorare la Santa Sindone del Signore e sattende qui di ritorno per Sabbato prossimo. Si tratta di Michele Federico Althann (Glatz 1682-Vc
1734), cardinale e vescovo cattolico tedesco e anche vicer di Napoli. A questa carica
nominato nel maggio 1722 e la lascia nel 1728 per ritornare alla sua diocesi quale vescovo;
in viaggio da Napoli verso Vc, popolosa diocesi dellUngheria, passa da Milano e da qui
a Torino, ma con sosta allisola sul Verbano.
[Gianni Pozzi]

Isola Pescatori, 1937

Simenon allisola Pescatori


Non molto noto ma certo, grazie alla prefazione nello stesso libro, che uno dei numerosi
romanzi di Georges Simenon (Liegi 1903-Losanna 1989) stato scritto sul lago Maggiore.
Correva lagosto del 1937 e lo scrittore, gi celebre, viene a soggiornare allHotel Verbano
sullIsola dei Pescatori. Qui inizia la stesura di un romanzo diffuso in Italia col titolo
di Corte dAssise che racconta le disavventure e le intricate vicende di Petit Louis, un
sedicente gangster ma, in realt, un poveretto che vive di espedienti sulla Costa Azzurra
tra gangster della malavita soprattutto marsigliese. Niente che ci ricordi il nostro lago nel ro-

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manzo, edito solo nel marzo 1941 perch


inizialmente tacciato di assoluta immoralit, tanto che nei primi mesi delloccupazione tedesca in Francia era stato lautore stesso a rimandarne prudentemente
luscita. In Italia esce solo nel 2010 per
i tipi di Adelphi, che dal 1984 ha sostituito leditore Mondadori nella pubblicazione delle opere dello scrittore belga. E il
lago Maggiore e leditore Mondadori si
conoscevano fin dal 1924 ricorrono in
una lettera che Simenon scrive a Federico
Fellini: Ho conosciuto il vecchio
in realt erano quasi coetanei Arnoldo Mondadori. Ho conosciuto sua
moglie e tutti i suoi figli. Abbiamo
giocato a bocce nella sua villa sul
Lago Maggiore. venuto a trovarmi in Svizzera, in Olanda, in America. Ero molto affezionato a lui e
alla sua famiglia, specialmente ad
Alberto, per il quale la letteratura contava ancora...
[Gianni Pozzi]

Arona 1899

Le nuove livellazioni
dellUfficio Idrometrico Svizzero
I recenti lavori di restauro della facciata della chiesa di S. Anna di Arona hanno reso
maggiormente visibile la presenza di un dischetto metallico di alcuni centimetri di diametro,
collocato nello stipite destro a m. 1,80 sopra lo spigolo superiore dello zoccolo.
Oggi, anche per un visitatore attento ai minimi dettagli ma soprattutto dotato di buona
vista, esso potrebbe costituire, nella migliore delle ipotesi, solo motivo di curiosit; ma la
sua storia, insieme a quella di analoghi piccoli tondi (una ventina per limitarci ad Arona,
poco meno di 300 se includiamo altre 22 tra citt e paesi che si affacciano sulla sponda

376

piemontese, lombarda e svizzera del lago Maggiore) ha rivestito una particolare importanza
scientifica nel secolo scorso. Nellintervallo tra lottobre del 1899 e il mese di marzo del 1902,
unquipe di ingegneri della Confederazione Elvetica, ufficialmente autorizzata dal competente Ministero del Regno dItalia, si port sulle rive del Verbano per effettuare delle misurazioni di massima precisione. La missione scientifica, guidata dallingegnere Joseph Epper
(capo dellUfficio Idrometrico Federale di Berna), aveva lo scopo di aggiornare i dati sulle
condizioni idrologiche del lago Maggiore nel suo complesso; nello specifico, mirava invece a
verificare le oscillazioni del suo pelo dacqua attraverso misurazioni di estremo rigore
scientifico, rilevate presso le varie stazioni idrometriche. Per avere dei punti di orientamento
certi (cio dei capisaldi non soggetti a mutamenti dovuti ai pi svariati motivi), gli ingegneri
svizzeri adottarono come quota di riferimento quella del caposaldo principale fissato sulla
Pierre du Niton, un masso erratico che affiora dal lago di Ginevra (quota ancora usata in
Svizzera come orizzonte di riferimento), per passare in modo graduale ad altitudini inferiori
(Domodossola) e scendere infine al livello del lago Maggiore. E poich i movimenti graduali
delle sponde (ad esempio i cedimenti di natura geologica), coinvolgendo naturalmente anche gli
idrometri, determinavano nel lungo periodo modifiche di rilevanti importi, occorreva che la
posizione altimetrica degli zeri di ciascun idrometro collocato sulla sponda elvetica e su quella
italiana si basasse su una identica taratura. Si stabil pertanto di fissare capisaldi e marche
di livello non pi solo nelle immediate vicinanze degli idrometri collocati in prossimit della
riva ma anche in zone reputate immuni da cedimenti anche se impercettibili.
Per evitare che negli anni successivi i nuovi punti venissero eliminati per ignoranza o per altri
motivi (ad esempio durante lavori di demolizione di fabbricati o di una loro ristrutturazione
oppure di semplici rifacimenti delle facciate), si decise di collocarli su edifici pubblici, religiosi
o privati, non necessariamente di pregio storico-architettonico e ad una altezza non inferiore
ai 2-3 metri dal suolo; misura che avrebbe consentito di effettuare le livellazioni con maggiore
facilit e speditezza ma anche di garantirne la presenza negli anni futuri. Venne pertanto
realizzata una estesa rete di nuovi capisaldi, collegati, a loro volta, con i differenti idrometri
posti sulle sponde del lago. Secondo un rigoroso calendario stabilito in fase di progettazione,
gli ingegneri effettuarono le misurazioni a partire dalla cittadina svizzera di Muralto sulla
sponda occidentale fino ad Arona, per risalire poi su quella orientale da Sesto Calende e
ultimare i rilevamenti a Magadino.
Lquipe guidata da Epper si ferm ad Arona dal 6 al 10 ottobre del 1899. In citt furono
collocate ben 19 nuove marche di livello ma i tecnici elvetici decisero di servirsi anche di
alcune precedenti marche di piena del lago (le note targhe marmoree che recano liscrizione
Qui arriv il lago, 4 ottobre 1868). Di queste ultime furono per utilizzate solo quelle
che per favorevole ubicazione risultavano idonee agli scopi della missione scientifica (ad esempio, venne esclusa quella ancora esistente allinterno della stessa chiesa di S. Anna, nella
parte absidale a sinistra dellaltare).

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Ad Arona, tra nuove e vecchie marche, furono fissati ben 28 punti di rilevazione che,
per i motivi gi esposti, vennero collocati non
solo in prossimit della riva del lago, ma
anche nella parte alta della citt, come sul
portale della chiesa di San Graziano (stipite destro, a m. 2,03 superiormente alla
soglia) o sulla facciata della chiesa di Santa
Maria (pilastro a destra del portone, sesta
bugna; da non confondere con quello dellIstituto Geografico Militare). Uno fu murato
anche sulla facciata delledificio tra il n. 8 e
il 10 di via Matteotti. Ma pi interessante,
per la tipologia, risulta quello posto su una
Nellangolo in alto a destra, la marca col- lastra del pavimento dellantico ingresso del
locata sulla facciata della chiesa di S. Anna. palazzo municipale (via San Carlo n. 2),
la cui osservazione risulta per ostacolata
dallanta destra del portone, trovandosi sulla soglia in prossimit del cardine. Oltre ai numerosi punti collocati sullidrometro (cio la colonna di granito con graduazione incisa) del
porticciolo di piazza del Popolo, se ne conservano sulla facciata fronte lago del Palazzo di
Giustizia, sul lato meridionale della chiesa di Santa Marta e tanti altri ancora. Tra le macerie delle demolizioni andarono persi quelli presenti sulle facciate ottocentesche dellOspedale
della Santissima Trinit, del Teatro Sociale e della vecchia Stazione ferroviaria.
Labbattimento di molti fabbricati a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso provoc la
distruzione anche di alcune targhe marmoree indicanti il livello raggiunto dalla piena del
1868; ma nonostante il trascorrere del tempo ( passato quasi un secolo e mezzo da quella
paurosa notte tra il 3 e il 4 di ottobre) e ad onta della cieca azione distruttiva delluomo, in
citt ne sono ancora rimaste pi di dieci, senza contare quella pi rara relativa alla piena
del 1705: lanno 1705 adi 2 9bre sin qui gonfiossi il lago e a questo segno
gionse lorgoglio suo ed il suo sdegno.
[Giovanni Di Bella]

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Arona 1938

Il mistero di una lapide


In cima alla rampa di Arona che immette sulla statale del Sempione, murata ai piedi della
parete della Rocca, si pu ancora osservare una lapide priva, oggi, di qualsiasi traccia di iscrizione e di elementi decorativi. Varie sono state in questi anni le ipotesi avanzate dagli storici
locali; c chi, come lestensore di questa breve nota, (ma risulta che anche altri appassionati
si siano cimentati nell impresa) ha sperato di individuarvi indizi di qualche scritta pi o
meno antica e per tali motivi si recato sul posto in orari diversi della giornata per sfruttare le
migliori condizioni di luce al fine di decodificarne leventuale testo; c chi ha pensato ad una
epigrafe di altra natura; chi, infine, ha messo semplicemente in relazione la collocazione della
lapide, oggi del tutto abrasa, e il testo non pi leggibile, con un evento e/o un personaggio,
senza averne alcuna prova o documentazione ma cogliendo, di fatto, nel segno.
Oggi infatti si finalmente in grado di chiarire questo piccolo mistero. Nella primavera del
1938, Ernesto Tomasina, indimenticabile figura di maestro ma anche, storico, conferenziere,
collaboratore del settimanale cattolico Il Sempione, nonch cultore delle memorie patrie (di
lui si ricorda in particolare la conferenza tenuta nel 1930 su La Rocca di Arona, poi
pubblicata in opuscolo dalla tipografia Alganon & C., ma anche la meno nota Storia della
Parrocchia di Arona) propose sulle pagine del settimanale cattolico locale di segnalare ai
forestieri, come si diceva una volta, il luogo in cui era nato San Carlo. evidente che il sito
pi adatto sarebbe stata la Rocca e, in particolare, la Camera dei Tre Laghi, ma occorreva, a
suo dire, una segnalazione visibile anche a chi transitasse sul Sempione. Per inciso, ma serve
tuttavia ricordarlo, nel 1938 ricorreva il IV centenario della nascita del Santo e la citt che
gli aveva dato i natali si preparava ad organizzare festeggiamenti adeguati allimportanza dellevento. Lidea del Tomasina venne accolta favorevolmente da un gruppo di cittadini
che si dichiararono disponibili a far eseguire a
loro spese una targa da collocare proprio alla
base del Sasso sulla cui sommit sorge la Rocca. Ma la Ditta Fogliotti, proprietaria della
cava di san Carlo, aderendo con entusiasmo
alliniziativa, provvide non solo alla donazione della pietra (tratta dalle cave della Rocca
medesima dove nacque il Santo) ma anche alla
lavorazione della stessa. La targa, gi alla fine
del mese di aprile, venne consegnata al MuniLa lapide muta posta ai piedi
cipio per essere collocata nel punto stabilito. Il
della Rocca di Arona
manufatto fu realizzato su disegno di Giuseppe

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Aghemio, mentre il testo venne composto dallo stesso maestro Tomasina. Vi erano rappresentati tre stemmi: quello della Citt di Arona, al centro quello della Casa Borromeo e, a fianco,
quello del Littorio, motivo per cui dopo la Liberazione, la lapide sub forse una parziale (?)
abrasione. A distanza di trentanni, nel 1969, in una lettera inviata alla redazione, sempre
de Il Sempione, un lettore che volle restare anonimo ricord con una vena di polemica non
ancora sopita sebbene fossero gi trascorsi tre decenni (apparteneva forse al gruppetto di aronesi
che per primi avevano dichiarato la loro disponibilit a far eseguire il manufatto), che la lapide
era stata collocata nel 38 e che il breve testo (Su questa Rocca nacque San Carlo Borromeo) risultava ormai illeggibile perch essa era stata realizzata con una pietra troppo
tenera. In conclusione, rimarcando la sua aronesit, il lettore auspicava che si provvedesse ad
un tempestivo ripristino del manufatto, per la realizzazione del quale ma questo lo lasci
intuire ai lettori era stata preferita unazienda e una famiglia molto in vista nellArona degli
anni Trenta. La redazione del settimanale, accogliendo la sua proposta, rispose testualmente:
Trasformiamo la lettera in una circolare che indirizziamo al parroco, allAmministrazione Comunale, allEnte Autonomo del Turismo. Sono trascorsi 44 anni e la
lapide attende ancora un decoroso restyling!
[Giovanni Di Bella]

Sesto Calende 1919

Un volo europeo
Togliamo la notizia dalla popolare Domenica del Corriere del 21-28 settembre 1919, n. 38.

Diamo qualche cenno sul pilota Guarnieri che torner a far parlare le cronache per la
tragica morte avvenuta proprio sul Verbano nel maggio del 1923 nelle acque del Ticino

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a Sesto Calende, presso S.Anna, per inabissamento del suo idrovolante: vi trover la
morte anche un altro pilota, Lodovico Montegani. Guarnieri, nato a Roma nel 1889, di
professione tipografo, partecipa alla prima guerra mondiale dove apprende larte del volo
distinguendosi anche per varie azioni; fece notizia labbattimento, nel novembre 17 di un
ricognitore K 161 austriaco al largo di Magnavacca (oggi Porto Garibaldi) da lui realizzato pilotando un Macchi M.5. In quelloccasione Guarnieri e i suoi aiutanti furono ricevuti nel municipio di Ravenna dal sindaco Fortunato Buzzi e i resti dellaereo abbattuto
furono conservati nel Comune di Ravenna (oggi sono considerati dispersi). Congedato, si
dedica al collaudo e al trasporto di idrovolanti presso la S.I.A.I-Marchetti (Societ Idrovolanti Alta Italia, fondata nel 1915 con stabilimento a Sesto Calende, poi nota anche
come Savoia Marchetti, e oggi, dal 1997, facente parte del gruppo Alenia-Aermacchi).
Era noto, oltre che per il volo Sesto Calende-Amsterdam, anche per aver attraversato pi
volte le Alpi, per aver per primo stabilito il collegamento aereo tra Barcellona e le Baleari,
per aver partecipato alla coppa Schneider ecc. accumulando oltre 25.000 km di volo e ben
300 voli di guerra.
Ludovico Montegani, milanese, come il Guarnieri divenne aviatore durante la prima guerra
mondiale, distinguendosi in numerose azioni di guerra aerea: le sue imprese su Pola, Trieste e
sullErmada sono ricordate come le pi ardite. Dopo il congedo, rimase nel campo aeronautico
quale collaudatore degli apparecchi della Societ Breda. Pass poi alla S.I.A.I-Marchetti
e fu l che il destino di Ludovico si leg in modo fatale a quello dellamico Umberto; il loro
rapporto di lavoro durer solamente 15 giorni. Il 29 maggio 1923 i principali quotidiani
titolavano: Tragico volo a Sesto Calende. Due aviatori morti.
[Gianni Pozzi]

Da Varese ai laghi, 1910

Cammin facendo lasciano la birra


Varese, 16 luglio 1910
On. Municipio di Clivio.

Ieri il ns. personale, di ritorno da cost, ci ha portato una ricevuta di pagamento
della tassa comunale sulla occupazione di aree pubbliche. Non essendo per stata pagata
nessuna tassa, ritorniamo la ricevuta stessa, osservando che una simile tassazione nei ns.
riguardi sarebbe erronea ed illegale, perch noi non occupiamo alcun spazio pubblico,
ma bens i ns. carri si limitano transitare per le strade del Comune e cammin facendo lasciano la birra ai singoli esercenti. Daltra parte, in nessuno delle centinaia di Comuni nei
quali mandiamo i ns. carri per la distribuzione della birra paghiamo tasse di posteggio e

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dobbiamo ritenere che il tentativo di tassazione avvenuto in Codesto Comune sia dovuto
unicamente allarbitrio dellagente incaricato della riscossione. Con osservanza
A. Poretti

La pretesa del Comune era abbastanza comica anche se in seguito avrebbe trovato fondamento
in altro balzello gravante sul commercio, la tassa su insegne e sulla pubblicit. Noi notiamo
piuttosto il buon gusto della carta intestata, ornata da un disegno del pittore Ludovico Cavaleri
(ricordato nello scorso numero di Verbanus e assai attivo per i manifesti pubblicitari della
Poretti); qui sopra il disegno di Cavaleri messo a confronto con il progetto per lo stabilimento
della Valganna, degli architetti Friedrich Bihl e Alfred Wolz, ai piedi della villa Magnani

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dellarchitetto Ulisse Stacchini. Sormonta la fabbrica un lapidario laboremvs, contornato


da spighe dorzo e fiocchi di luppolo, e la intestazione sopra riprodotta. Motivo di questa scheda lelenco delle 25 filiali, tra cui quelle di Arona, Intra, Omegna e Domodossola.
La popolarit della birra Poretti non si spenta, anche sulle nostre rive, ed stato ripreso
recentemente dopo il passaggio della fabbrica, nel dopoguerra, a diversi gruppi industriali.
[AC Clivio, V, Imposte e tasse, pz. 23, fasc. 1, Tassa sulle professioni, sugli esercizi e sulle rivendite]

[Beppe Galli]

Alto Novarese - Cressa sec. XVIII

Per un inventario dei paliotti


Com noto, tra Sei e Settecento nel rinnovamento degli apparati liturgici il marmo sostitu
in larga misura il legno. In molti casi, specie nei paliotti daltare, il surrogato delle pietre
pregiate fu la scagliola, e numerose furono le botteghe di scagliolisti intelvesi-ticinesi (Solari,
Leoni, Rapa, Pancaldi...) che produssero tavoli, stipi e, soprattutto, realizzarono altari e
paliotti decorati. Se ne dato conto in precedenti numeri della rivista (Verbanus 2-1980;
11-1980; 30-2009), e piace aggiungere alla lista che cresce man mano, anche i casi di
Dulzago (Giacomo Solari 1725 e 1736), Taino, chiesa di S. Stefano (Pancaldi) e Cressa.
Nella chiesa di S. Giulio laltare alla Madonna del Rosario presenta un paliotto firmato:
Pietro Solari di Val dIntelvi, Verna, Chomascho fecce A[nno]. Il degrado della
superficie non consente di datare lopera, ascrivibile al primo Settecento. Pietro Solari era nato
a Verna nel 1687, e a 21 anni firma forse il suo primo lavoro a Lugano, mentre datato
al 1724 il paliotto del S. Giovanni di Montorfano (Alfredo Zecchini, Arte della scagliola
sul Lario: lintarsio e il finto marmo, Milano 1992, p. 24-25).
[Vittorio Grassi]

S. Caterina del Sasso 1837 e 1847

Le visite di don Bosco


Il prevosto di Leggiuno (allepoca don Antonio Masciocchi), in occasione della visita pastorale del cardinal Schuster alla sua pieve, sul quotidiano LItalia di met giugno 1934,
ricordava che fra i moltissimi personaggi politici civili, reali e religiosi che visitarono il celebre Santuario si deve notare S. Giovanni Bosco. Nellestate dellanno

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1847, mentre S. Giovanni Bosco era ospite a Stresa dei RR.PP. Rosminiani fu
da loro condotto a visitare S. Caterina del Sasso. E nella provincia di Varese
solo S. Caterina del Sasso ebbe lonore di albergare il Santo. Ma don Bosco sulla
sponda piemontese del Verbano era gi stato nel 1837, come ci informa un anonimo ma informato giornalista della rivista NordMilano, mensile delle Ferrovie Nord Milano (Anno
VI, n. 7 del Luglio 1934). In quello stesso articolo dal titolo San Giovanni Bosco e
i Varesini ci segnala anche come la storia del santo abbia avuto inizio allorch da tale
Francesco Pinardi di Arcisate prese in affitto per trecentoventi lire annue la
famosa tettoia annessa alla propria casa in Valdocco e sia continuata con laiuto
e la collaborazione del costruttore Carlo Buzzetti nativo di Caronno Ghiringhello, oggi
Caronno Varesino che don Bosco incontr a Torino dove si era recato giovanissimo coi
fratelli in cerca di fortuna. Il Santo favor gli studi di Carlo e in seguito affid ai fratelli
Buzzetti la costruzione di numerose opere salesiane, tra cui la chiese di S. Giovanni Evangelista e S. Secondo, entrambe a Torino; costruirono anche la sua prima tomba a Valsalice.
Evidentemente quel prevosto non lo sapeva, cos come non poteva sapere che anche il cardinal
Schuster, pure visitatore di S. Caterina in quel 1934, sarebbe stato poi proclamato beato
nel 1996, cos come un altro arcivescovo di Milano, il cardinal Ferrari (nel 1987) e quindi
altri santi o quasi, tutti a S. Caterina del Sasso a far compagnia a san Carlo Borromeo,
santo fin dal 1610. Forse per lelenco non completo!
[Gianni Pozzi]

Cuvio 1758

Il nuovo prevosto
Analogo a quello illustrato per Cannobio, il regio placito, comunicato da Francesco dEste
duca di Modena, governatore di Milano, al regio Economo Generale per lassegnazione al
sacerdote comasco Giuseppe Beretta della chiesa parrocchiale di Pognana, dedicata alla Ss.
Trinit in diocesi di Como; apprendiamo in tal modo che quella chiesa era vacante, avendo
il titolare, prete Pietro Botta, ottenuto la prepositura di Cuvio. (Copia nellArchivio notarile
Onestighel Innsbruck).
[In epigrafe da.m.] 1758 27 Xmbre.
Maria Theresia Dei gratia romanorum imperatrix, regina Hungariae, Bohemiae, etc.
archidux Austriae etc. dux Mediolani etc. etc. etc.
Francesco duca di Modena etc. amministratore del governo e capitano generale della
Lombardia Austriaca, durante la minor et di Sua Altezza serenissima, il serenissimo
arciduca Pietro Leopoldo, nato principe dUngheria e Boemia.

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Spectabilis et admodum reverendus noster. Avendo noi incaricato al Senato in vigore


della facolt clementissimamente accordata da Sua Maest a questo Governo sotto il
24 dicembre 1753, che quando non se gli offerisca cosa in contrario possi a far spedire
nelle solite forme il regio placito addimandato dalli sacerdoti Giuseppe Beretta, nativo
comasco, e Bernardino Lusiardi diocesano cremonese, stati provvisti da Sua Santit,
cio il primo della parrocchiale chiesa della Santissima Trinit del luogo di Pognana,
diocesi di Como, risultata vacante per la promozione del sacerdote Pietro Botta, che
prima la godeva, alla prepositura di Cuvio della stessa diocesi, dannuo reddito di sessanta ducati doro di Camera, ed il secondo della parrocchiale chiesa di San Giovanni
Battista del luogo di Pignolo, vacata in mese riservato alla Santa Sede per morte del fu
sacerdote Pietro Antonio Bianchi, dellannua rendita di ottanta ducati consimili. Ve ne
passiamo quindi la notizia per vostra intelligenza. E nostro Signore vi guardi.
Datum in Milano li 27 dicembre 1758.
Francesco
visto Conradus Fuentes
Juxta solitum Martignonus
[Indirizzo] AllEconomo Regio Generale per il regio placito a favore delli sacerdoti
Giuseppe Beretta e Bernardino Lusiardi.

[Giovanni Radice]

Cuvio 1796

Protesta contro il pretore


NellArchivio Storico della Parrocchia di Canonica di Cuvio conservato un documento
datato 1796 (Cart 10, Tit. 3.1.1.) che riporta un esposto contro il pretore Besozzi, firmato
dai deputati dellestimo di quella comunit.
Regia commissione della Polizia
Fu a parte delle comuni disgrazie ed oppressioni per ben tre anni la povera Valcuvia
equalmente ad altri paesi, questa per soggiacque ad una particolare terribile fatalit
nellavere per suo Pretore Taddeo Besozzi asseconda questi le massime irreligiose ingiuste ed inique nella carica di Pretoriale fece il Maestro di Atteismo, fu intento solo alle
follie dei sistemi Repubblicani, non pensa che a fomentare spie, processare e perseguitare
le persone probe ed oneste e mai alle provvidenze opportune per somministrare giustizia
a chi la chiedeva, e meno a procurare la sicurezza della robba e persona degli oppressi
su delle quali verit se ne ponno avere le prove pi sicure ad ogni minima ed imparziale
diligenza che se n usi costui gode tuttora le prerogative giudiziarie ma sostanzialmente
non al possesso della confidenza Pubblica e da un cos manifesto giaccobino nessuno
ne spera le provvidenze che abbisognano alla pubblica quiete e tranquillit.

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Regio Comissario Generale di Polizia, giacch la clemenza del nostro misericordiosissimo Iddio chiaramente ci ha sottratti dalla barbara schiavit sotto cui si gemeva,
liberate questi poveri paesi da un uomo assolutamente se non pernicioso almeno inutile alloffizio che copre: di tanto vi pregano e ne sperano le opportune provvidenze
dei sottoscritti
Can.co Bernardo Maggi, dep.to dellestimo per lanno 1796 supplica come sopra, di
Cuvio
Gasparo Maggi Deputato del Personale
Can.co Lorenzo Clivio Deputato dellEstimo per lanno 1796
Cesare Clivio Deputato dellestimo.

Aboliti i feudi, Cuvio divenne nel 1797 capoluogo del distretto e sede della pretura e lo sar
poi sino alla soppressione nel 1926. Il pretore oggetto delle lamentele era quindi probabilmente quello di Luino oppure di Gavirate. Quel Taddeo Besozzi, membro di una famiglia
importante (morto probabilmente nel 1854, viene celebrato col titolo di Barone anche se la
conquistata nobilt di quel ramo dei Besozzi cui apparteneva del 1890), abbandonate
le velleit rivoluzionarie francesi, finir la sua carriera giudiziaria quale consigliere e poi
presidente dellImperial Tribunale o corte dappello di Milano avendo al suo attivo anche
una citazione nel testo dellarciprete oblato Francesco Bombognini (in Antiquario della
Diocesi di Milano) che descrivendo Besozzo ed auspicando il ripristino della soppressa
collegiata aggiunge: Il vivente consigliere del tribunale dappello in Milano D. Taddeo Besozzi chiamato qui per antonomasia il padre della patria. I suoi giovani
nipoti, nobilmente educati, formeranno un giorno lonore del borgo.
[Gianni Pozzi]

Vergobbio di Cuveglio 1783

Architetto illustre ignorato in patria


Il personaggio decisamente importante tanto da comparire nel Dizionario biografico
degli italiani, (voce a cura di Nicoletta Zanni), con abbondanza di citazioni, ma, ahim!
sfuggito a tutti, noi compresi ed anche ad altri pi accreditati storici locali, anche nel campo
dellarte. Parliamo di Domenico Corti, nato in Valcuvia nel 1783, precisamente a Vergobbio, oggi frazione di Cuveglio.
Emigrante in giovane et nel campo delledilizia, come tanti valcuviani prima e dopo di lui,
nel regno piemontese, ad Alessandria (dove diciottenne si guadagna il titolo di capomastro)
e quindi a Genova, poi in Corsica e in Sardegna, dove si impegn in studi sullarchitettura
e sulla matematica.

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In Sardegna i suoi primi lavori sono stati la fortezza nellisola della Maddalena (1806),
fortificazioni alla Capraia (1815) e lampliamento del palazzo del console inglese a Bonifacio (1817). Una presenza in Sardegna ricordata da una via a lui intestata nel vecchio
centro storico del comune di La Maddalena. Sullisola Domenico Corti trov anche moglie:
Maria Grazia Conti, di Tempio, che spos l8 febbraio 1814 e nel maggio dellanno dopo
ebbe un figlio, Antonio, morto probabilmente infante.
Poi, nel 1818, il trasferimento a Trieste, citt che, da quando era diventata porto franco
dellimpero asburgico, stava vivendo un lungo e prolifico sviluppo economico mercantile, quasi in competizione con Venezia sulle rotte dellAdriatico. Ne era seguito un aumento della
popolazione e un ampliamento edilizio con la costruzione del Borgo Teresiano e poi Giuseppino. in questo contesto che Domenico Corti arriv a Trieste portando le sue conoscenze
nelledilizia e nellarchitettura, diventando, per una ventina danni, lartefice pi importante
degli interventi urbanistici nella citt. Sviluppando una sua personale visione architettonica
edific una ventina di palazzi privati e pubblici: in questo campo segnaliamo la costruzione
nel 1827 del teatro Leopoldo Mauroner con richiamo alla tradizione palladiana e, nel
1833, dellospedale Civico. Divenne pure larchitetto della influente e facoltosa comunit
israelitica, qui pi libera che altrove, costruendo tra altri edifici, la Scuola Spagnola nel
1822 e Lospitale per poveri passeggieri israeliti nel 1831.
Tra le realizzazioni di Domenico Corti (che nel 1828 soggiorn brevemente a Padova
e Venezia), la pi importante Palazzo Vivante, prestigioso edificio e rilevante opera
darchitettura; attualmente, dal 1949, di propriet dellOpera Figli del Popolo, ente di
assistenza pubblica.
Nel 1842 progett e inizi i lavori anche del Teatro Corti che non riusc a portare a
termine perch mor poco dopo. Inaugurato nel 1845 cambi nome nel 1848 divenendo
Teatro Nazionale e nel 1857 fu trasformato in scuola di equitazione. Gli eredi Corti lo
vendettero nel 1867 e dopo aver avuto altre propriet finir nel 1904 a Fortunato Vivante
(1846-1926), importante e ricchissimo uomo daffari triestino, noto per aver ricoperto
prestigiosi incarichi in banche e nelle Assicurazioni Generali (di cui prese la direzione nel
1898). In seguito, dopo qualche sporadico tentativo di restituirlo alla funzione originaria
constava di una grande sala con platea, palchi e galleria capace di circa 1200 posti venne
demolito nel 1929.
Domenico Corti, che dimorava in via S. Michele 8, in una casa da lui costruita, mor
improvvisamente neanche sessantenne, il 23 ottobre 1842, forse a causa di un infarto, o di
altro incidente, stando al testamento rogato il giorno prima in cui scrisse sano di mente
sebben infermo di corpo. Spir in quella citt di Trieste dove aveva messo a frutto,
dopo le esperienze giovanili in Sardegna, unapprezzata e fortunata attivit di costruttore,
soprattutto nel Borgo Giuseppino che reca la sua impronta stilistica. Fu seppellito nel Cimitero di S. Anna, sotto le arcate; anche Trieste, come La Maddalena, gli dedicher una via.

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Busto in gesso di Domenico Corti


Propriet Fototeca Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste

Siamo debitori di questa segnalazione ad Antonio Frau, architetto e attento ricercatore


storico della sua Sardegna, dove abita e lavora nellisola di La Maddalena e che ricercando
notizie della sua terra ha trovato tracce di questo nostro, qui sconosciuto, architetto. Un
grazie anche agli archivisti della parrocchia di S. Lorenzo a Canonica di Cuveglio che ci
hanno segnalato latto di battesimo nei registri di quella parrocchia (Vergobbio, anche se
comune autonomo fino al 1928 quando venne aggregato a Cuvio, nonostante molte velleit
e richieste non sar mai parrocchia) fra i quali Giandomenico Corti di famiglia vergobbiese
e chiss che quel Domenico Corti non sia suo antenato
Nellatto di battesimo il prevosto don G.B. Rapa, l11 settembre 1783, dichiarava di aver
battezzato un bambino nato il giorno prima da Carlo Antonio Corti e Maria Angela de
Capitaneis, coniugi di Vergobbio, imponendogli il nome di Domenico Antonio Giovanni Battista; padrini Stefano Corti, vicario di Duno, e Maria Domenica de Capitaneis, moglie di
Pietro Corti, entrambi di Vergobbio. A lato unannotazione decisamente preziosa: factus
dives cio arricchitosi obiit Tergestis 23 ottobre 1842; pare che questa nota sia stata
aggiunta dopo che un suo discendente era venuto in Valcuvia a ricercare le radici della famiglia.
Stando alle memorie di altra sua parente, abitante in Valcuvia, il Corti fu particolarmente
prolifico, ebbe infatti diciotto femmine, di cui tredici sopravvissute, anche se nel suo testamen-

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to (lo si legge in una pubblicazione del 2006, edita a Trieste: S.F. Benedetti - F. Meriggi,
Palazzo Vivante: storia e arte di una dimora triestina) vengono citati quali eredi solo
la moglie Maria Grazia amatissima e un figlio, Antonio, lultimo, dellet di dieci anni,
evidentemente preferito alle numerose femmine, comera regola.
Ai Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste pure conservato un gesso del busto del famoso
architetto, riprodotto a lato in una fotografia di Pietro Opiglia (1877-1948).

[Gianni Pozzi Giorgio Roncari]

Brenta 1908

Furto di uova
Un curioso furto segnalato da un settimanale che si stampa a Como, La vita del popolo, di idee cattoliche, alla data 8 aprile 1908: Brenta, 30 - Curioso arresto di un
ladro di uova - Ier laltro unindividuo, che venne poi riconosciuto per certo
Paietti Giovanni dignoti, residente con famiglia a Trevisago, penetrava verso
mezzod nella cascina Besaccio, al momento incustodita, e si appropriava
indebitamente una trentina duova di tacchino. La figlia del proprietario Molinari Angelo, sopraggiunta allistante in cui il briccone prendeva la fuga, lo
inseguiva gridando: Al ladro! Al ladro! Ed il ladro venne di fatto circondato
da alcuni robusti giovanotti, che lo agguantarono rompendogli le uova che il
malcapitato si era accomodato tra il petto e la camicia. Arrivati frattanto i carabinieri di Cuvio, chiamati sul posto, il ladro venne ammanettato e tradotto
nelle carceri.
Qualche giorno prima, I aprile 1908, il quotidiano locale Cronaca Prealpina aveva
pubblicato altre precisazioni: Una curiosa figura di ladro. Ci scrivono da Trevisago, 31. Lemerito ladro che rub in modo tanto curioso, trentacinque uova di
tacchino a Brenta, e che venne in modo non meno curioso arrestato, stato
riconosciuto per tal Falchi Giovanni dignoti, danni 35, residente da alcuni
mesi a Trevisago, ammogliato con prole. In paese e fuori viene chiamato
col soprannome di Codic perch questo bel tipo si vantava con tutti di
conoscere a fondo, tutti gli articoli del codice penale e di saper sfuggire
attraverso le sue maglie. Vedremo ora, colla sua conoscenza del codice, come
potr giustificarsi dallaver rubato.
[Gianni Pozzi]

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Milano-Bedero Valtravaglia 1630

Carissimo consorte...
Agli studiosi abituati a frequentare il vastissimo fondo notarile milanese accade, talvolta,
di imbattersi in lettere o annotazioni a sfondo privato riguardanti i notai e le loro famiglie,
testimonianze significative del mondo affettivo e della quotidianit. il caso della breve
missiva indirizzata al notaio Giovanni Berlio di Bedero dalla moglie Caterina, che nel febbraio del 1630 si trovava a Milano. Contiene, fra laltro, un vago riferimento al progetto
di collocare in monastero una donna, forse una giovane del paese che si trovava in difficolt,
al cui caso Caterina si era interessata insieme con il sacerdote Antonio de Balinaghi.
La lettera fu riutilizzata dal Berlio per un rogito del 10 marzo 1631. Ne offriamo la
trascrizione, in cui si sono conservate le particolarit grafiche delloriginale, sciogliendo,
per, le abbreviazioni e attualizzando luso delle maiuscole e della punteggiatura.
Intestazione: Al mio carissimo consorte il signor Giovanni Berlio che Dio guardi, Beder.
Carissimo mio consorte,
Con loccasione del presente messo faccio sapere a vostra signoria come la presente
settimana verr a casa con il signor Pietro Iacomo Buzo et il signor Giovanni Antonio Vaiano. Per prego vostra signoria a non incomodarsi n mandar nessuno a
pigliarmi perch venir io senza alcun fallo, piacendo a Nostro Signore; et prego
vostra signoria, subito che haver letto la suddetta lettera, di andare da monsignor
prette Antonio de Balinaghi et dirli da parte mia et di quella persona che lui sa che
venga subito a Milano, et dirli ancora se ha dessiderio di metterla in un monasterio
che venga subito di presente, perch senza lui non si fa niente; et se il suddetto monsignore ha comodit, che porti a Milano quatro niciole.
Non altro, solo li bacio le mani di Milano, il d 23 febraro 1630.
Di vostra signoria affezzionatissima consorte
Catterina Berlia
[ASMi, Notarile, notaio Giovanni Berlio q. Giovanni Antonio, cart. 28998, nel rogito
del 10 marzo 1631]

[Francesco Parnisari]

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Germignaga 1908

Reminescenze medioevali
La cronaca senzaltro di parte ma comunque interessante! La si legge in Il Pensiero
Lariano, settimanale della sezione di Como del Partito Repubblicano, 26 aprile 1908:
Il caso che capit nella vicina Germignaga assai sintomatico. Un gruppo di
germignaghesi ha distribuito centinaia di manifestini intitolati Per il decoro di
Germignaga, nei quali, dopo rilevato che la processione solita a farsi alla sera
del venerd santo, da anno in anno va perdendo di ogni sua attrattiva, poich se
da una parte mancano le persone disposte a mascherarsi da santi o da giudei e
la luminaria, sul percorso, si riduce a ben misera cosa; dallaltra parte la popolazione non sente pi, n la necessit n lutilit di cerimonie che non rispondono pi ad una fede entusiastica e zelante, che anzi pare a molti che queste
manifestazioni sieno un documento dinferiorit civile e morale, necessarie per
popoli barbari e primitivi, dove la fede non vive se non alimentata da esteriorit pompose. Perch dunque non si riuniscono tutti i cittadini di buon senso
per gridare: basta, finiamola con una cerimonia che attira in Germignaga dai
dintorni una folla che ride e che commenta in modo maligno questo rimasuglio
medioevale di ostentazioni religiose.
F.to Lusignolo
[Gianni Pozzi]

Ruera (Montegrino) 1898

Miracolo, miracolo!
La vicenda si svolse verso la fine dellOttocento a Riviera, allepoca chiamata ancora Ruera;
protagonista fu Giuseppina Paronzini, nata il 10 giugno 1871, nubile e di professione sarta,
figlia del mugnaio Carlo e della contadina Filomena Paronzini. A dar conto dellaccaduto
fu un parente della donna, il sacerdote Giovanni Paronzini, nel notiziario del santuario di
Caravaggio (la notizia apparve in G. Paronzini, Una guarigione miracolosa, Il Santuario di Caravaggio, 26/9/1898, pp. 508-510; lo scritto datato 16 agosto 1898). La
giovinetta, a soli 17 anni, era gi costretta a letto da una fiera cotilite (una patologia che
interessa il cotile, una cavit dellosso iliaco), seguita da altri malanni (tra cui le convulsioni);
a nulla era valso il ricorso a medici, anche di fama, e a guaritori locali. Animati da fede sincera (in famiglia ci sono state almeno due vocazioni: i sacerdoti nonch fratelli Giovanni

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Paronzini, a lungo insegnante nel collegio di Gorla Maggiore, e Ottavio, parroco per lunghi
anni di S. Pietro ad Abbiategrasso), i genitori implorarono lintercessione della Vergine di
Caravaggio. Dopo numerosi pellegrinaggi dei genitori al santuario bergamasco, la malata
miglior; rimase, tuttavia, la cotilite. Dopo poco tempo le sue condizioni peggiorarono, con un
quadro clinico assai problematico, caratterizzato da congestione cerebrale, indebolimento della
vista, gonfiore del ventre, affezioni bronchiali e polmonari, deformazione della spina dorsale
per la lunga degenza a letto, difficolt di digestione. Nonostante tutto, i genitori raddoppiarono le preghiere e continuarono, con incrollabile fiducia, a recarsi in pellegrinaggio a Caravaggio, finch un giorno Giuseppina riusc, inaspettatamente, a lasciare il letto e a camminare.
I genitori della giovane, prima increduli, poi sempre pi felici, comunicarono laccaduto e la
loro felicit incontenibile agli abitanti del piccolo centro.
La notizia pass velocemente di casa in casa, suscitando gioia e commozione; per rendere
grazie alla Madonna per il suo miracoloso intervento, lintera comunit si radun nel piccolo
oratorio di San Provino, da pi di un secolo di propriet della famiglia Paronzini (Montegrino Valtravaglia, Archivio privato, Cronicon dellOratorio di S. Provino in Riviera di
Montegrino dallanno 1830 al 31/12/1941, anno 1830). Ai fedeli si un la stessa
Giuseppina. Naturalmente, dopo tanto tempo passato a letto, lo stare in piedi cre qualche
problema ai piedi di Giuseppina, ma ben presto anche linconveniente fu superato. Appena si
sent in grado di affrontare il viaggio, la ragazza volle recarsi in pellegrinaggio a Caravaggio
per ringraziare la Madonna; coron il proprio desiderio il 13 luglio 1898. Non mancarono
gli scettici che dubitarono di ci che agli occhi di don Giovanni Paronzini appariva un miracolo; il sacerdote affermava, con amarezza, verso la fine dellarticolo, che qualcuno pretese
spiegare il fatto, anche la scomparsa dei segni della cotilite e lallungamento
della gamba, ricorrendo alla suggestione dellisterismo.

Loratorio di San Provino a Riviera ai primi del Novecento, (coll. privata)

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La vita di Giuseppina (che aveva ricevuto la vestizione di orsolina al secolo) non dur a
lungo: appena due anni dopo la miracolosa guarigione, il 20 luglio 1900, infatti, la donna si
spense, munita di tutti i santissimi sacramenti e conforti religiosi (Le note biografiche su Giuseppina sono tratte da Grantola, Archivio Parrocchiale di Montegrino, Nati 1852-1875,
tav. 78, n. 5, e Morti 1870-1900, n. 15 del 1900 - Si ringraziano, per disponibilit e
cortesia, don Giovanni Giudici, parroco di Bosco, Montegrino e Grantola, e Mariangela
Rinaldin, di Riviera).
[Enrico Fuselli]

Bonera (Montegrino) 1910

Ricattatore da strapazzo
La vicenda si svolse nellestate del 1910; in una sera del mese di agosto un incaricato del
conte Guido Biandr di Reaglie si present alla questura centrale di San Fedele a Milano,
per sporgere denuncia: il nobiluomo, come di consueto recatosi in villeggiatura estiva nella
casa di famiglia a Bonera, aveva infatti ricevuto nel breve volgere di pochi giorni due lettere
anonime, dal tenore pressoch identico, con le quali gli si intimava di deporre presso un
albero (secondo modalit ben precise) dapprima la somma di 2.500 lire, quindi di 10 mila
lire, minacciando in caso di disobbedienza terribili conseguenze (Cronaca del Circondario.
Il conte Biandr di Reaglie perseguitato da lettere anonime, Cronaca Prealpina, anno
XXII, n. 6307, 22/8/1910). Il conte, da parte sua, promise una ricompensa di 400
lire a chi avesse fornito informazioni utili per assicurare alla giustizia il furfante, che, nel
frattempo, aveva dato unevidente dimostrazione della propria audacia, praticando nellalbero (chiaramente indicato nelle due lettere minatorie) un largo foro, nel quale avrebbe
dovuto essere depositato il denaro (Cronaca del Circondario. Ancora la lettera di ricatto al
conte Biandr di Reaglie, Cronaca Prealpina, anno XXIII, n. 6309, 24/8/1910).
La questione, peraltro, si and complicando ulteriormente, poich nei giorni successivi uno
dei maggiori sospettati, un addetto della casa Biandr licenziato qualche tempo prima, si
present alla questura di Milano al fine di protestare la propria innocenza (Cronaca del
Circondario. Il mistero della lettera minatoria al conte Biandr, Cronaca Prealpina,
anno XXIII, n. 6311, 26/8/1910). Nel mese di ottobre si ebbe una svolta; le indagini
permisero di appurare che il responsabile della tentata estorsione era un pregiudicato di
Voldomino, che era espatriato nella vicina Confederazione Elvetica, dove era stato in
seguito arrestato per aver commesso altri reati (Cronaca del Circondario. Lautore del duplice ricatto al conte Biandr identificato, Cronaca Prealpina, anno XXIII, n. 6349,
3/10/1910).

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Uno scorcio della fastosa residenza dei conti Biandr di Reaglie a Bonera,
allinizio del XX secolo; (coll. Privata).

Pareva che il caso fosse stato risolto, ma si verific un colpo di scena: il 7 ottobre 1910 il
conte ricevette una nuova lettera anonima, che non poteva essere stata scritta dalluomo fino
ad allora considerato responsabile dellestorsione (detenuto da qualche tempo a Lugano), e
che gli chiedeva, con le solite minacce, la somma di 1.200 lire. Fu predisposto un servizio
di sorveglianza nella villa del conte a Bonera, assicurato da ben otto agenti di questura,
senza tuttavia frutto alcuno. Lo sconosciuto, infatti, beff gli agenti, ritirando un biglietto
lasciatogli nel luogo prestabilito dal conte; questultimo, daccordo con il delegato di Pubblica Sicurezza di Luino, Salvatore Pappalardo, finse di sottostare alla richiesta di danaro e
domand istruzioni per la consegna della somma, sostenendo di non poter pi vivere sotto
continue minacce. Il ricattatore si fece vivo con una nuova missiva, spedita dalla stazione
internazionale di Luino, con la quale dava indicazioni per la consegna del denaro; nonostante tutto, il giorno previsto nessuno si fece vivo per ritirarlo. Sebbene avesse dimostrato
di essere tuttaltro che uno sprovveduto, il misterioso individuo alla fine commise un errore
imperdonabile, che lo trad: un giorno fu scorto da un brigadiere mentre si aggirava, con
fare sospetto, nei pressi della villa del conte e, trovatosi di fronte il militare, si ecliss,
dopo aver dimostrato notevole imbarazzo e aver pronunciato delle scuse improbabili. La
descrizione fornita dal brigadiere permise di identificarlo; il delegato Pappalardo prepar
la trappola nella quale luomo cadde senza sospettare nulla. Il conte di Biandr chiam

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lindividuo per affidargli alcuni lavori di imbiancatura nella villa e questultimo si present
senza porre tempo in mezzo. Interrogato dal delegato, limbianchino ben presto cedette e
confess di essere il responsabile della tentata estorsione. Emerse, contemporaneamente,
una drammatica storia di povert e disperazione: da poco sposato e padre di due piccoli,
lindividuo era disoccupato... Venne tratto in arresto e associato, sotto buona scorta, al
carcere mandamentale di Luino. Si concluse cos una vicenda che aveva scosso lintera
popolazione di Montegrino (Cronaca del Circondario. Il ricattatore del conte di Biandr
scoperto ed arrestato, Cronaca Prealpina, anno XXIII, n. 6369, 23/10/1910).
[Enrico Fuselli]

Luino 11 agosto 1861

Oche, anatre e regate!


Furono queste le attrazioni offerte al folto pubblico luinese accorso allimbarcadero per assistere alla prima festa delle Regate: un testimone ne affid la cronaca, a suo dire scevra
di prevenzione ed imparziale, alla prima pagina del settimanale intrese Il Lago Maggiore, giornale politico industriale, commerciale ed umoristico del 17 agosto 1861:
La festa dell11 corrente in Luvino. [] Sortiva il mattino lucido e lucente,
ed allo scalo dei piroscafi cresceva la sua popolazione in ore appena indorate
dai raggi solari. Spari di cannoncini, graziose note musicali, guardia nazionale,
cuccagne, fuochi pirotecnici, tutto invita a giubilo. Non erano ancora scoccate
le 7 ant. che molte vaghissime donzelle, a cui Natura tutte prodig sue delizie,
assise sotto il padiglione inghirlandato e pavesato a drappi di nazionale colori,
attendono la tramontana per eseguire la corsa a vela, di cui i valenti virtuosi
dalle lussureggianti barche contendenti ne aspettano il cenno; ma bench la
brezza increspasse le cristalline aure di questo vasto baccino, era nullostante
incapace a muovere i canotti grossi da esperimentarli a regata. Dopo qualche
ora dosservazione, il Giur pubblica il seguente avviso con cui era detto che la
corsa a vela, a causa del tempo placido era ritardata o nelle ore pomeridiane, o
al mattino del giorno susseguente. Intanto qua e l un deliziarsi delle barche
che vi apportano il sesso gentile dalle amiche rive.
A mezzogiorno incominciava il salto delloca o meglio delle molteplici oche
che sortiva un divertimento assai raro. Consiste esso in unoca affissa ad un
palo prospiciente il lago ad altezza proporzionata con cui chi vuole tentare la
preda, deve precipitarsi nel sottoposto pelago. Il gioco fu brillantissimo, perch
animato da curiosi alla gloria e per di pi dun ora non fuvvi interruzione: si

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sortiva dal lago ed erano freschi al salto. A questo era in altro posto susseguito
altro divertimento degno dessere immitato in altre localit.
Diverse anitre erano messe libere sul lago, ed esse erano premio a coloro che le
prendessero al nuoto. Un drappello di giovinotti si gettono nelle onde, si combinano in forma ovale e circondano i volatili in mezzo a loro, avidi della preda
e del premio. Il divertimento fu lungo, ch le anitre sorvolavano in mezzo agli
aguati dei nostri nautici, ma non poterono sorvivere allabilit di quelli, e tutte
furono bottino. Alle 2 pom. avea luogo, come era annunciato, la corsa delle
barche comuni a quattro rematori, di cui 3 barche montate ciascuna di quattro
barcajuoli, non attendevano che lo sparo del cannone. Gi sono sulla linea, gi
si attende il colpo. Dato il segnale, si sbracciano per correre alla meta. Pallanza raggiunse per il primo il suo stadio, e Domenico Franzi coi suoi riport il
premio di 300 franchi, oltre alla bandiera. Il secondo premio lo ricevette Vittore Bolongaro di Stresa, consistente nella bandiera e in franchi 80. La musica
cittadina rallegrava coi suoi armoniosi concerti un popolo affollato, ed univa
il divertimento che subito vi teneva dietro, cio la corsa dei Pescini. Due ne
erano le barche concorrenti. Vittore Bolongaro di Stresa che correva colla bella
Tartaruga, canotto del marchese Nicol Rapallo, riport il premio, lasciandone
il suo competitore a lunga distanza. Sullimbrunire diversi razzi con fuochi alla
bengala si veggono sul lago. Lumicini diversi messi alla superficie delle onde,
trasportati dallo zefiro che vi spira rallegra un delicato popolo. I fuochi poi
diretti dal nostro pirotecnico Bravo Milanese furono vivissimi, ed ottennero il
pi cordiale e sincero applauso.
Non possiamo chiudere questo nostro cenno senza manifestare la pi alta sensazione per lanimo generoso dei concittadini, che animati dal decoro e dallo
zelo del sig. Dott. Domenico Guzzi seppero rispondere degnamente ed ottenere lapprovazione di quanti si onorano di suo battimano. Susseguiva dappoi
lilluminazione domiciliare, fra le quali brillava labitazione del Sig. De-Nicola
posta in altura, e il ballo pubblico sotto il padiglione, in cui ricco e povero,
nobile e plebeo vi prendea parte, ballo che si protraeva oltre la mezzanotte. Al
mattino poi si attendeva laria per la corsa delle barche a vela; ma dopo daver
esplorato inutilmente si stabiliva che detta corsa si sarebbe fatta mercoled a
Belgirate. Per tale modo passava la prima festa delle Regate, festa vivace, giuliva
e che, senza il bench minimo inconveniente, sar cara oltremodo il ricordare,
per la cordialit dei suoi abitanti.
[S.B.]

396

Maccagno Imperiale 1783

Ostativa di forensit
Una lettera regio-imperiale di Giuseppe II, con le caratteristiche gi citate per gli analoghi
documenti di Cannobio e Cuvio, comunicava nellottobre 1783 al governatore di Lombardia,
il di lui fratello Ferdinando, il placet per la concessione al chierico Cesare Zanini, nativo di
Maccagno Imperiale (Maccagno Inferiore) della coadiutoria di Agrate, pieve di Vimercate,
nonostante lostativa di forensit per quel feudo imperiale, compreso nella diocesi ma estraneo allo stato di Milano. Note aggiunte palesano riserve per la concessione non tanto a un
maccagnese ma a un semplice chierico. Daltra parte in quel tempo si trova spesso lacquisto
di un beneficio ecclesiastico da parte di un chierico, il quale non poteva ottenere lordinazione
se non godendo di una rendita stabile per lesercizio anche limitato del ministero (cappellania,
coadiutoria con obbligo di insegnamento ecc.). Ricorrono le firme di importanti funzionari
come Johann Joseph Wilzeck plenipotenziario del governatore di Milano e Giovanni Bovara,
futuro ministro del Culto durante la Cisalpina.
[di a.m.] 1783. 24 8bre. Registr. in Lib. B fol. 570.
Josephus II Dei gratia electus romanorum imperator semper augustus, Gelmaniae,
Hingariae et Bohemiae rex, archidux Austriae, dux Burgudiae, Lotharingiae, Mediolani, Mantuae etc. etc. etc. Ferdinando principe reale dUngheria e Boemia, arciduca
dAustria, duca di Borgogna e di Lorena, cesareo reale Luogotenente, Governatore e
Capitano Generale nella Lombardia Austriaca.
Admodum reverende nobis dilecte. Teniamo da Sua Maest limperatore e re nostro
Signore, il cesareo reale dispaccio del tenor seguente.
Limperatore e re nostro: amatissimo fratello serenissimo arciduca Ferdinando nostro
luogotente, governatore, e capitano generale della Lombardia Austriaca. Dalla sua rappresentazione corrente abbiamo veduto listanza del chierico Cesare Zanini, nativo di
Macagno Imperiale, per impetrare sovrana deroga allostativa di forensit, e la concessione del Regio nostro placito onde poter andare al possesso della coadiutoria in cura
danime di Agrate, pieve di Vimercate, conferitagli previo il solito concorso dalla Curia
ecclesiastica di Milano. Presa da Noi in benigna considerazione la circostanza che il
feudo di Macagno Imperiale della diocesi di Milano, bench situato fuori del territorio milanese, e lunanime sentimento della suddetta Curia, della Giunta economale e
del serenissimo Arciduca governatore sullidoneit del supplicante, di parere anche del
nostro Cancelliere di corte e Stato, col presente regio Rescritto accordiamo al suddetto
chierico Zanini la desiderata deroga allostativa di forensit, e la facolt al Governo di
fargli spedire nelle consuete forme il regio placito. Per ladempimento di questa graziosa nostra determinazione il serenissimo Arciduca dar, ove conviene, i suoi ordini. E
preghiamo Dio, che lo conservi per gran numero danni

397

Vienna li 24 del mese di ottobre dellanno 1783.


Firm. Giuseppe. Per Sua Maest lImperatore e Re: G. Sperges.
Il quale vi rimettiamo affinch diate in quanto a voi appartiene la corrispondente esecuzione a quanto sopra. Nostro Signore vi guardi.
Milano, gli 17 9mbre 1783.
Ferdinando Wilzeck Bovara
[nota di Martignoni per la tassa di 7 lire]
[Indirizzo:] Al Regio Economo Generale cesareo reale. Dispaccio con cui Sua Maest
accorda al chierico Cesare Zanini la desiderata deroga allostativa di forensit e la facolt al Governo di farla spedire nelle consuete forme il regio placet, abilitandolo alla
coadiutoria in cura danime di Agrate.
[Segue un Post Scriptum con considerazioni relative alla motivazione della decisione imperiale, di cui
a precedente lettera al Regio Economo]
P.S. alla lettera 27 ottobre 1783.
Ho portato alla notizia e determinazione di Sua Maest, nostro Signore la rappresentazione del serenissimo Arciduca governatore accompagnatami da Vostra Eccellenza
con una sua 4 corrente, sulla deroga allostativa di forensit, chiesta dal chierico Cesare
Zanini, nativo di Macagno Imperiale, per poter andare al possesso della coadiutoria in
cura danime di Agrate, pieve di Vimercate, conferitagli previo il solito concorso dalla
Curia ecclesiastica di Milano. LImperatore si degnato valutare lunanime sentimento
della Giunta economale, e del Governo a favore dellimpetrante, in cui concorrono le
buone qualit personali oltre la condiscendenza, solita usarsi coi nazionali del feudo
imperiale di Macagno, soggetto alla giurisdizione spirituale di Milano; bench nel caso
presente potesse parere alquanto strano lessersi data una coadiutoria in cura danime
ad un giovane chierico, non ancora ordinato sacerdote. Qui unito trover lEccellenza
Vostra il reale rescritto, al di cui tenore io mi riferisco, chElla presenter a Sua Altezza
Reale perch dipendentemente da suoi ordini sortisca il suo adempimento. A. R.

[Giovanni Radice]

Maccagno Inferiore, 1910

Vendetta tremenda vendetta


Una curiosa baruffa tra donne il resoconto di un articolo apparso sul quotidiano locale Cronaca Prealpina del 12 luglio 1910. Linformatore, tal Pio, scrivendo da Maccagno Inferiore,
titolava Un tafferuglio fra donne di Musignano su di un battello del lago Maggiore:
Si narra che mercoled 6 corrente alcune donne ritornavano dal mercato di Luino, sul
battello delle 14,30, diretto allo scalo di Maccagno Inferiore, per poi proseguire a piedi

398

per Musignano ed altri paesi della montagna. Tali donne portavano il gerlo in ispalla.
Un agente della Navigazione ha pesato sul battello, il carico che portava una di esse
donne, e risult del peso di 22 chilogrammi; e le applic la tassa di trasporto merci.
Quella donna, allora avrebbe detto allagente che vi erano anche altre donne sul battello col gerlo carico e lagente infatti pes e sottopose alla tassa anche i carichi di altre
donne, le quali, dopo sbarcate avrebbero fatto una scenata ostile alla delatrice.

[Gianni Pozzi]

Maccagno 1924

Una filarmonica centenaria


La data di costituzione della Filarmonica Maccagnese controversa. Odelio Grechi in Ottoni, Legni e Percussioni (Luino, 2008, p. 23) indica il 1826. Renzo Fazio (Due
secoli, una Banda e il suo Paese, Germignaga, 2010, p. 17) cita un documento da cui
appare la data del 1828. Leopoldo Giampaolo, nella monografia sui due Maccagno, pubblicando la formazione bandistica fotografata nel 1911, asserisce che essa fu la prima dei paesi
del lago e riporta la data del 1824: falso o esatto che sia questo lanno di nascita invece
certo che il 30-31 agosto 1924 ne fu festeggiato il 1 Centenario. Il Comitato Esecutivo
commission alla tipografia locale Arti Grafiche Fumagalli & C. la cartolina ricordo e
il cartoncino con il programma delle feste che prevedeva nelle due serate una fantastica e
sfarzosa illuminazione dei due paesi accompagnata dal lancio di fuochi dartificio.

399

Uno sparo di mortaretti previsto per il mezzogiorno del sabato 30 agosto avrebbe dato il
via ai festeggiamenti, mentre alle ore 16 il Corpo Musicale di Maccagno Superiore avrebbe
sfilato per le vie dei due Maccagno: alle 20.30 avrebbe tenuto un concerto in piazza.
Lalba della domenica (ore 5.30) sarebbe stata salutata dal rituale sparo di mortaretti.
Dopo aver assistito allufficio funebre in memoria dei defunti appartenuti al sodalizio e successiva visita al cimitero, si sarebbe dato inizio ai ricevimenti delle bande partecipanti alle festa: erano attese quelle di Laveno, Locarno, Gemonio, Germignaga, Ghiffa e Cannobio. Nel
pomeriggio tutte le bande in corteo si sarebbero recate nella piazza di Maccagno Superiore
per eseguire la marcia Ricordo 1 Centenario Filarmonica Maccagnese, composta dal
Maestro Luigi Bocci. Lonore di chiudere i festeggiamenti fu riservato al concerto sostenuto
dalla Musica Cittadina di Luino.
[Sergio Baroli]

Armio 1866

Esordi assicurativi
Leggiamo il fatto drammatico sulla Gazzetta Ufficiale del Regno dItalia del 24 gennaio
1866 che allepoca era costituita da una parte ufficiale con leggi e decreti ed una parte di
informazione generale. Nella rubrica Notizie e fatti diversi aveva trovato spazio la cronaca di un incendio accaduto in Val Veddasca, notizia per altro desunta dal giornale locale
Libert di Varese:
Veronica Sartorio da Armio (Maccagno) di anni 76, possidente, verso le ore 7 della sera
12 and. coricavasi a dormire, tenendo incautamente con s sotto le coltri lo scaldaletto.
In breve il fuoco si appicc alle coltri medesime e lincendio divamp nella camera.
Se ne accorse, dal fumo e dalle fiamme che ne escivano, il brigadiere delle guardie
doganali, Pietro Saino, il quale ne diede tosto avviso allautorit comunale. Il soccorso
fu pronto e valido, ed il fuoco in poco tempo pot essere spento, ma non prima che la
disgraziata Sartorio vi perdesse per soffocamento la vita. Il danno arrecato dallincendio lo si fa ascendere a L. 105,00 le quali risultano a carico della Societ assicuratrice.

[Gianni Pozzi]

400

INDICE DEI NOMI

A cura di Sergio Baroli, Pierangelo Frigerio, Enrico Fuselli, Monica


Gagliardi, Vittorio Grassi, Giorgio Margarini, Leonardo Parachini.
Sotto le voci: Arti, letteratura, scienze; Corpi militari; Economia e finanza; Editori e tipografi;
Fiumi e corsi dacqua; Giornali e riviste; Isole; Laghi; Mari e oceani; Monti e passi; Ordini cavallereschi e militari; Papi; Re e imperatori; Religioni; Santi e beati; Societ e politica; Valli sono
raggruppati i nomi corrispondenti.

Abbiategrasso, parrocch. S. Pietro 392


Adamoli, Gio. Battista 269
Adamollo, Gio. Antonio 266
Aghemio, Giuseppe 379
Agosti, Giovanni 42, 43, 47
Agra 162
Agrate 397, 398
Alacevich (Alacci), Tito 139
Albera, Gio. Maria 277, 293, 294
Alberigo, Giuseppe 351
Alberini, Massimo 202
Alberio, Gio. Battista 54, 55
Alberti, Giacomo 49, 57, 58, 59; Gio.
Battista 53; Martino 49, 57, 58
Albertoletti Antonio 275; Gian Giacomo 275, 278, 279
Albertoletti Ferrabiago, Achille 277,
280, 294; Adalberto 275-294; Angelo
Antonio 276; Anna Maria n. Santagostino 276, 279, 282, 288, 289, 294;
Antonio 277, 282; Carlo 277, 280,
293; Francesco 276-278, 291, 292,
294; Giuditta 277, 280; Giuseppina
(Peppa) 277, 294; Giuseppe 276; Giuseppina n. Ferrabiati 276; Luigi 277,
280, 282, 290, 291, 293; Maddalena
277, 280; Maddalena n. Albertoletti
276; Maria Anna n. Miedam 276, 279;

Miguel 278; Miguelangel 278; Vittorio


277, 280, 290
Albo di Mergozzo 50
Alcal Zamora, Niceto 149
Ales 133
Alessandria 224, 386
Alessandria dEgitto 212
Alfieri, Gian Fedele 269
Althann, Michele Federico 375
Alvito 218
Amadeo, Gio. Antonio 42
Amato, Giuseppe 137
Ambrosini, Igino 369
Ambrosoli, Luigi 173
America (Indie occ.) 213, 214
America 186, 187, 361, 362, 376
Amsterdam 381
Anceschi, Luciano 159
Ancona 214, 221
Andenna, Giancarlo 52, 356
Andreani, Carlo 267
Angeleri, Paola 42, 46
Angera (v. Capronno) 122, 124, 138,
139, 274; rocca 120, 138, 139
Angri 214
Annechino, Arturo 137
Antelami, Benedetto 24
Antoliva di Verbania 90, 94, 105; ch. S.

401

Ambrogio 90; loc. Mulino del buco 90


Antonicelli, Franco 165
Antonio da Tradate 13, 15, 17, 19, 21,
22, 24-26, 28-30
Anzola dOssola 291
Appiani, Luigi 70
Apolloni, Wladimiro 137
Aquileia 206
Archinto, vesc. Romolo 47
Arcisate 384
Arco 347
Argenta, loc. Boccaleone e Consndolo
222
Argentina 144
Armanini, Carlo 275, 294, 304; Giuseppe 293, 294; Maddalena 294
Armeno 302
Armio 400
Armocida, Giuseppe 179
Arolo 238, 269; Piazzale del lago, 238
Arona (v. Dagnente) 136, 243, 372, 376,
377, 379, 380, 383. Chiese: S. Anna
376-378; S. Graziano 378; S. Maria
378; S. Marta 378. Conventi: mon.
Visitazione 348. Edifici: Ospedale Ss.
Trinit 378; palazzo di Giustizia 378;
palazzo municipale 378, 379; Stazione
ferroviaria 378; Teatro Sociale 378.;
Enti: Amministrazione comunale
380; Ente Autonomo Turismo 380.
Rocca 372, 379, 380, Camera dei tre
laghi 379, Cava di S. Carlo 379. Vie e
piazze: Matteotti 378, S. Carlo 378; del
Popolo 378.
Arosio 30; ch. S. Michele 14, 23, 27, 29,
30, 32, 34
Arpino 218
Arrigoni, Paolo 117
ARTI, LETTERATURA, CULTURA
Associazioni: Association for the

402

Sciences of Limnology and Oceanography 186; International Society of


Limnology (SIL) 187; Istituti: Cineteca Italiana 137; Istituto Idrobiologico
Marco De Marchi (Istituto per lo Studio degli Ecosistemi-CNR) 175-196,
362. Movimenti: Illuministi lombardi
89; Rinascimento 13, 16, 41-43, 46,
54, 199. Premi: Albert Einstein World
Award of Science 187; Generalitat de
Catalunya 187; Kyoto Prize 186; Naumann Medal 186, 187
Asburgo, fam. 249
Asburgo-Lorena, Ferdinando dAustria
357, 397; Giuseppe II 397; Pietro Leopoldo 357, 384; Ranieri Giuseppe
285
Ascona 128, 327, 350; collegio Papio,
ch. S. Maria della Misericordia 14
Asconino, Battista 201, 203
Asia 152
Astano 247
Astolfi, Luciano 299
Auschwitz 330, 331
Austria 126, 233, 235, 241, 249, 250,
284, 341, 357, 384, 397
Avana (l) 283
Avvignano, don Franco 335, 338
Azari, Giuseppe Alessandro 286
Azzate 15
Azzio 269
Azzoni, Enzo 304
Bacchelli, Riccardo 242
Baceno 348, 363
Badoglio, governo 308
Bagnoud, Grard 312
Balbo, Italo 148
Baldi, Edgardo 175, 177, 178, 184, 187,
188

Ballarate di Leggiuno 238


Ballarin, Alessandro 54
Balzac (de), Honor 80
Bambaia (il), Agostino Busti 43
Bandera, Sandrina 25
Banti, Luisa n. Soavi 330
Baratti, Giovanni Pietro 54
Barberini, Camilla 372
Barcellona 381; universit 187
Barella, Gio. Battista 372
Barelle, Carlo 367, 367
Bariatti, Mario 61, 66-68, 71, 73
Barigozzi Claudio 163
Barocco, Gio. Battista 375
Baroffio, Giuseppe 269
Baroli, Sergio 117, 364, 367, 369, 370,
396, 400
Baroni, Oliviero 40
Barza di Ispra 274
Barzola di Angera 274
Bascap, Carlo vesc. 51, 349, 351, 352
Basevi, fam. 330, 331; Emilio 331; Giulia n. Forti 330; Wally 330
Basile da Pereto, Matteo 374
Basilea 15
Bassano con Tronzano 270
Baudi Di Vesme, Alessandro 46
Baveno122, 124, 142, 364; cave 138;
Grand Hotel Belle Vue 364; Loc.:
Chioso 364, Serraglio e Tronco S.
Protaso
Bazzetta De Vemenia, Nino 247
Bazzocco, Adriano 319
Beccaria, Cesare 89
Bedero Valtravaglia 237, 390
Belgioioso 235
Belgirate (v. Calogna) 280, 284, 285, 288,
335-346, 349, 365, 367, 396; Archivio parrocch. 335. Chiese: parrocch.
(ex oratorio S. Carlo) 335, 336, 338,

340-342, 344; vecchia (S. Maria, ex


parrocch.) 336, 348. Concorso Guido
Gozzano 163. Villa Bonghi 338
Bellay (du), Jean card. 209, 210
Bellinzona 14, 121, 131; Arch. di Stato
(ASTi) 172
Bembo, Pietro 208
Benedetti Ferrari, Serenella 389
Benelli, Sem 142
Bennati, Luigi 240
Benni, Antonio 148; Giulia 148; Stefania 148
Benzoni, Giuseppe 45, 48
Berchet, Giovanni 82
Bereguardo 235
Beretta, Giuseppe 384, 385
Bergamo 336
Berlia, Caterina 390
Berlino 114, 150
Berlio, Giovanni 390
Berna: Archivi. federale (AFS) 309, 311,
312, 323, 325, 326, 331; Commissariato federale per linternamento e
lospedalizzazione 308, 309, 316; Dipartim. federale di polizia 308; Dipartim. militare 308; Ufficio Idrometrico
Federale 376, 377
Bertacchini, Renato 80
Bertamini, Tullio 42, 44, 45, 50, 51, 347,
350
Bertini, Francesca 137
Bertoldi, Silvio 160
Bertolucci, Serena 368, 369
Bertone, MarcAurelio vesc. 336
Besozzi, fam. 386; Taddeo 385, 386
Besozzo 238, 270; pieve 358
Betami, Gemolo 29; Pietro 29
Bianchetti, Gian Franco 45
Bianchi, Ambrogio 339; Giuseppe 299;
Pietro Antonio 385

403

Bianchini, Gio. Battista 72


Bianconi, Piero 13, 14, 20, 23
Biandr di Reaglie, Guido 393, 394
Biellese 53
Bieno di S. Bernardino Verbano 290
Bihl, Friedrich 382
Binetti, Vincenzo 79
Bironico 55
Bobbio 337
Boccaccio, Giovanni 22 ???
Boccardi, Renzo 91
Boccardo, Gerolamo 244, 245, 249
Bocci, Luigi 400
Boemia 357, 384, 397
Boeri, Enzo 165; Renato 165
Boffalora 235, 243
Bolchini, Giuseppe 273
Bolgiani, Franco 351
Bologna 199, 203, 206, 207, 220, 226,
352; Fondaz. Cineteca 137-138; Festival del Cinema Ritrovato 137; Ist.
Scienze Religiose 351
Bolongaro, Vittore 396
Bolzani, Antonio 169, 320, 323
Bonaiuti, Ernesto 355
Bonelli, Michele card. Alessandrino 202
Bonera di Montegrino 393, 394
Bonetti, Emiliano 137
Bonfantini, Corrado 165
Bonifacio (Corsica) 387
Boniforti, Luigi 125
Bonini, calzolaio 285
Bonnard, Mario 135-137
Bonvesin da la Riva 25
Bora, Giulio 47
Boralli, Bernardo 44; Gio. Francesco 44,
57
Bordei (Centovalli) 327
Borella, Egidio 42
Borelli, Alda 133; Lyda 133-136; Napo-

404

leone 133
Borgnone (Centovalli) 55, 327
Borgogna 397
Borgoticino 243, 285
Borlandelli, Stefania 49
Borromeo, fam. 53, 371, 372, 374, 380;
Federico III card. 16, 17, 230; Vitaliano VI 372; Borromeo Arese, Carlo
IV 372, 373; Giovanna n. Odescalchi
372; Gio. Benedetto 372
Bosco ed Uniti 269, 393
Bossaglia, Rossana 346
Bossi, Felice 336; Francesco vesc. 351;
Orazio 45
Botta, fam. 276, 280; Francesco 276,
288; Giovanna 276; Luigi 276, 277,
288; Maria 276; Pietro 384, 385
Bovara, Giovanni 397, 398
Bovet, Daniel 148
Bozzolo, Francesco 267
Bragaglia, Anton Giulio 165
Braggi, fam. 278
Branca, Bernardino 303; Carolina n.
Erba 303; Giuseppe 303, 304
Brebbia 238, 357, 358; pieve 270
Brenta 389
Brescia 223
Brianza 100
Brignano 235
Brione Verzasca, ch. S. Maria Assunta
23
Brioschi, Cesare 201-204; Franco 78, 80;
Gerolamo 201; Gio. Battista 201; Gio.
Stefano 204, 205; Giuseppe 201; Nazeo 204, 205
Brisino , v. Stresa
Brissa, Ettore 113
Brissago (TI) 21, 22, 128, 307, 327, 331;
ch. S. Giorgio 26
Brissago Valtravaglia 21, 22

Brivio 235
Broggi, Lara 14, 15, 18, 23, 25, 27, 29
Broggini, Renata 166, 172, 314, 315,
318, 319, 329, 331; Romano 15, 24, 25
Brovelli, Pietro 139
Brovello-Carpugnino: Graglia Piana
336; ch. S. Pietro 343, 344
Brunelli, Giampiero 206
Bruno, Antonio 63
Brusca Canis, Vincenzo 283
Budapest 147
Buenos Aires 147
Buonarroti, Michelangelo 13
Burba, Vilma 149
Burgausen 276, 279
Brger, Gottfried August 107
Buridan, Alda n. Nicolini 165; Giorgio
9, 141-143, 157, 158, 160, 163, 165,
166; Jean 165; Maria Teresa n. Cappa
Legora 165; Paolo 165
Busoni, Ferruccio 147
Busseto 207
Busti, Agostino: v. Bambaia (il)
Buzzati, Dino 160
Buzzati-Traverso, Adriano 177, 181,
183, 184
Buzzetti, Carlo 384; f.lli 384
Buzzi (Buzo), fam. 266; Fortunato 381;
Pietro Iacomo 390
Cabiaglio 269
Cabialia, Paolo 267
Caccia da Mandello, Francesco Annibale 373
Caccia, capitano 10
Cadero 270
Cadolini, Bernardino 45, 47; Giacomo
48; Gio. Battista 44, 46, 47, 48, 57;
Gio. Francesco e Giuseppe 70
Cadorna, fam. 291; Carlo 283; Gio. Bat-

tista 283
Cadrezzate 274
Caffari, Maria Silvia 166
Cagnoli, Sperindio 347, 348
Caifa 22
Caimi, Bernardino 356
Calabresi, Oreste 133
Calabria 214
Calame, Alessandro 120; Arturo 120
Cald 115
Caldera, Massimiliano 46
Caldi, Giacomo 299
California, universit 187
Calogna 335, 336, 339
Calzia (Caltia), Gio. Battista 342
Cambiasca 49, 58
Camedo (Centovalli) 327, 330
Camignolo (CH), ch. S. Ambrogio 27
Campagnano di Maccagno 15, 27, 39,
40, 270; casa Gatti 27
Campana, Dino 160
Campeggi, Lorenzo card. 207
Campione dItalia 251
Candoglia di Mergozzo 288, 289
Cannes 137, 362
Cannobio (Canobbio) 119, 275, 277,
278, 289, 320, 331, 349, 353, 357, 358,
384, 397, 400; badia 296; Teatro Nuovo 307
Canonica di Cuveglio 388; arch. parrocch. S. Lorenzo 388
Canonica, Pietro 142, 149, 150
Canosa, Michele 139
Cantello, loc. Gaggiolo 167-169
Cantevria 19
Capatti, Alberto 202, 207, 211, 220, 230
Capelli, Anna 314, 315
Caporetto, 138
Cappa Legora, Camillo 141, 151, 165;
Chiara n. Persico 144, 145, 147, 154;

405

Giovanni 147, 151, 165


Cappellari Della Colomba, Giovanni
238, 264
Cappelli, Dante 137
Capronno 274
Caraglio 165, 166; Teatrino al Forno del
Pane 166
Carate Lario 373
Caravaggio 235, 392; santuario 391
Caravate 238, 269
Carcano, Giulio 112, 345; Maria 345,
346
Carluccio, Giulia 139
Carnago, Pietro Francesco 343
Caronno Ghiringhello (Caronno Varesino) 384
Carpi 209
Carrara, Francesco 244
Casale Monferrato 353
Casalegno, Carlo 165
Casalmaggiore 235, 271
Casalpusterlengo 235
Casciaro, Raffaele 42
Caserini, Maria n. Gasparini 137; Mario
134, 137, 138
Cassano Valcuvia 237, 238, 269
Castelfranchi, Liana 43
Castellamare di Stabia 214
Castelleone 235
Castelletto sopra Ticino 243
Castelli, Giuseppe 296-298, 302
Castello (Castelveccana) 270
Castelrotto 130
Castiglioni, Carlo 17
Castineiras Gonzales, Manuel Antonio
24, 26
Cattaro, Bocche di 367
Caucaso 291
Cavaleri, Ludovico 382
Cavallini, Ernesta 283

406

Cavalli-Sforza, Luigi Luca 177, 183, 184


Cavallotti, Felice 142
Cavanna, Germano 302; Giuseppe 302,
304; Maria n. Lorenzini 302
Cavigioli, Giovanni 66, 355
Cavour (di), Camillo Benso 233, 234
Cecoslovacchia 315
Cefis, Eugenio 166
Cellina, v. Leggiuno
Ceneda (ora Vittorio Venero) 206
Centovalli (CH) 28; v. Palagnedra
Ceretti, Ireneo 354
Ceri 372
Chamberlain, Arthur Neville 150
Chartres, cattedrale 24
Cheglio di Trarego-Viggiona 274
Cherubini, Francesco 247
Chiara, Piero 9, 10, 131, 155, 162, 163,
167-174
Chiarelli, Debora 42, 265
Chiaromonte, Nicola 165
Chiatti, fam. 280
Chioggia 221-223; golfo del Brombo
221, 223
Chopin, Fryderyk 361
Ciana, Giuseppe 299, 300, 302, 304
Ciano, Costanzo 169
Cicala, Roberto 144
Cietti, Angela n. Viani 299; Costantino
299, 302; Ignazio 299
Cina 374
Cini, Giorgio 137; Yana 137; Ylda 137;
Maria Cristina n. Dal Pozzo di Annone 137 Minna 137; Vittorio 133, 137
Ciociaria 218
Cipro 206
Cittiglio 237, 269
Civitavecchia 217
Clivio 168; Arch. comunale 383; Municipio 381

Clivio, Cesare e Lorenzo 386


Cobianchi, fam. 293; Lorenzo 91
Coccoli, Lorenzo 89
Cocquio-Trevisago (v. Trevisago) 269;
loc. SantAndrea 237
Cdemo, Luigia 107
Codogno 235
Coletti, Domenico 266
Colla, Angelo 142
Colmegna 237
Colombari, Bartolomeo 336, 343; Giuseppe Antonio 336, 343
Colombo, Giuseppe 46
Comabbio 274
Comacchio 222, 226
Comano (CH) 26
Comnago 279, 285
Como 30 235, 237, 247, 266-271, 274,
371, 373, 389; basilica S. Fedele 373;
diocesi 30, 371, 384, 385; dipartim.
267; distretto 265; provincia 124; sez.
Partito Repubblicano 391
Concordia, diocesi (ora Concordia-Pordenone) 206
Conelli, Elena 343; Giuseppe Antonio
343
Conelli De Prosperi, Carolina 280; Cosima 280; Cristina 280, 284; Francesco
280
Coppa, Gio. Pietro 373
Copped, Gino 142
Corbella, Carla 191, 193
Corgnati, Martina 368
Corinto 212
Corner (Cornaro), Andrea card. 208,
209
CORPI MILITARI E DI POLIZIA
Cacciatori delle Alpi 283; Ettore Muti
176; Forza armata di Finanza austriaca 262; Guardia di Confine austriaca

262, 263; Guardia di Finanza 168;


Guardia di Finanza austriaca 262, 263;
Guardie Doganali 240; Imperial Regia Guardia di Finanza 264; Royal Air
Force (RAF) 192; Savoia Cavalleria
169. Corpi partigiani: Divisioni Partigiane Subalpine 165; Servizi Informazioni d. Organizzazione Resistenza
Italiana (ORI) 165; Valtoce (Div.) 165.
Associazioni di militari: Associazione
Nazionale Finanzieri dItalia 246
Corra, Bruno 135
Correnti, Cesare 77, 84, 104
Corsi, Marianna n. Poroli 63; Vittorio 63
Corsini, Eugenio 351
Cortaccio (Brissago) 327
Corti, Antonio 387, 389; Carlo Antonio
388; Domenico 386, 387, 388; Giandomenico 388; Maria Grazia 387, 389;
Pietro 388; Stefano 388
Corzoneso 26; loc. Scaradra, capp. de
Bernardi 18
Cosasca di Trontano: ch. S. Caterina 43
Cossogno 90, 95, 105
Costa Azzurra 375
Costigliole dAsti, castello 367, 368
Craveggia (vedi Vocogno) 41, 58, 350;
ch. d. Assunta 41
Crema 224, 271
Cremenaga 130, 131
Cremenaga (TI), loc. Crucivaglio 170
Cremona 224, 235
Cremona, Massimiliano 42
Crenna, Gabriele 201, 203
Crespi, Cristoforo Benigno 142
Cressa 383; ch. San Giulio 383
Creta 212
Crevenna 97
Crevoladossola 348, 349
Cristoforo da Seregno 14

407

Crivelli, autista postale 171, 172


Croce, Benedetto 147
Croglio 26
Cuba 283
Cuggiono, ch. S. Giorgio 337
Cunardo 15, 266, 267, 270. Loc.: Raglio
15, 28, 29, 39; via Vaccarossi 15, 29, 39
Cuneo 148, 165
Cuoghi, Maria Grazia 175
Curaglia, loc. Medel 13, 27
Curiglia con Monteviasco 15, 17; chiese: Madonna di Tronchedo 15, 18, 32;
S. Vittore 15, 17, 32-33
Cusio 53
Cuveglio (v. Canonica) 269
Cuvio 269, 357, 384-386, 388, 389, 397;
arch. parrocch. 385; prepositura 384,
385; fraz. Canonica 385
Cuzzago, chiesa S. Martino 4
DAnnunzio, Gabriele 133-134, 373
DAzeglio, Massimo 367-369
Dagnente 345
Dagobert, Sigmund conte di Wurser 366
Daladier, douard 150
Dal, Salvator 139
Dalmazia (Schiavonia) 212
Dandolo, Vincenzo 266, 269, 273
Danimarca 361
Davide da Bergamo (padre) 288
De Antonis, Agostino 363
De Balinaghi, Antonio 390
De Benedetti, Giulio 327; Riccardo 179
De Bosio, Gianfranco 157
De Capitaneis, Maria Domenica 388
De Cartis, Girolamo 65
De Cristofori, Carlo 269
De Croisset, Francis 134
De Donati, Gio. Ambrogio 43
De Feo, Sandro 165

408

De Filippo, fam. 137; Titina 137


De Giuli, Giulio 293
De Laiti, fam. 72
De Marchi, Adelina 360-362; Marco 361
De Mauro, Tullio 239
De Nicola, fam. 396
De Nigris, Giuseppe 278
De Notaris, Gaudenzio 49, 50; Gio. Antonio 49, 50, 57
De Riso, Camillo 136
De Sanctis, Francesco 78, 79
De Vit, Vincenzo 44, 47, 69, 73, 304
Degagne, S. Martino 62, 71, 72; S. Maurizio e Squadra di Oggebbio 62, 71,
72; Suna Cossogno e Rovegro 72
Del Maino, Giacomo 42, 43, 54; Gio.
Angelo 43
DellOmo, Marina 53, 335, 336
Della Croce, Norberto 191, 193
Della Rossa, Antonio 299
Deluigi, Giuseppe 64
Depedrini, Carlo 342, 343
DEvora, Giuseppe Maria (Jos Maria
Ribeiro da Fonseca) 374, 375
Di Bella, Giovanni 378, 380
Di Dio, Alfredo 165
Di Girolamo, Costanzo 79-80
Di Lorenzo, Andrea 15
Di Schino, June 203, 204, 207, 208, 210
Disentis (CH) 13
Domodossola 343, 377, 383; ch. S.
Francesco 50; Circondario 240; Collegio Mellerio Rosmini 347; Collezioni
Civiche 50
Donna, fam. 293
Dormelletto 276
Dossetti, Giuseppe 351
Draconzio, Blossio Emilio 24
Du Bellay, Jean card. 209, 210, 213
Dugnani, fam. 280

Dulzago 383
Dumenza 199-204, 238, 247; Arch. parrocchiale 202. Ch.: S. Giorgio 199,
200; S. Nazaro 201. Loc.: Cascina di
Trezzo e della Fraccia 238; Due Cossani (parrocchia) e Cossano 200; Noveledo 201, 203; Runo 199; Stivigliano
199; Trezzo 199. Strade: doganale di
Trezzo e della Fraccia 238; Via del
Ponte di San Giorgio 238
Duno 388
Duse, Eleonora 134
ECONOMIA e FINANZA AleniaAermacchi 381; Assicurazioni Generali 387; Banca Popolare di Intra 117;
Banca Popolare di Luino 172; Banco
di Roma 148; Birkhauser, editore 15;
Birrificio Poretti 382, 383; Borsalino
150, 153, 155; Breda soc. 381; Bugatti 148; Confederazione dellIndustria
148; Fogliotti 379; Ed. Garbini, Ferdinando 122; Ed. Sonzogno, Edoardo
123, 124; Mondadori ed. 157, 160, 164,
166; Magneti Marelli 148; PlatzhoffLejeune, Ed. 130; Radio Svizzera
Italiana 160, 166, 170, 171; RAI 145,
157, 160; Rhodiatoce 44; Sansoni ed.
159; Savoia-Marchetti 381; S.I.A.I.Marchetti (Societ Idrovolanti Alta
Italia) 381; Societ Fosforera 144; Tip.
Giovanni Agnelli 120; Tip. F.lli Treves
118, 120, 123; Tip. Orell, Fssli & Co.
125, 126, 130; Unione Tipografica
editrice 124. Case cinematografiche:
Albertini e Santoni 134; Ambrosio
134-135; Caserini Films 135; Cines
134-135, 138; Film Artistica Gloria
134. Ferrovie: Basilea-Milano 125;
San Gottardo 125; Tramvia Luino-

Cremenaga-Ponte Tresa 128; Ferrovie


Nord Milano 384
EDITORI e TIPOGRAFI Alberti
(Verbania) 47, 64, 66, 91, 348; Alganon & C. (Arona) 379; Annoni (Stresa) 369; Arti Grafiche Fumagalli &
C. (Intra) 399; Arti Grafiche Lampo
(Pallanza) 363; Casagrande ed. Bellinzona) 125, 126, 172; Cattaneo (Oggiono) 17; Editrice Cavalleri & C. (Como)
247; Gaggini-Bizozzero (Lugano) 25;
Galli (Varese) 15; IET (Bellinzona)
14; Interlinea (Novara) 335; Macchione (Varese) 14, 15, 128, 203; Sosso
348; Vercellini (Pallanza) 292, 296
Edmondson, Thomas 186
Egitto 163, 212
Emilia 220
Epper, Joseph 377
Erba 100
Erba, Achille 351
Este (d), Francesco III (duca di Modena) 357, 358, 384, 385
Europa 16, 93, 122, 126, 151, 187, 212,
282, 291, 361
Fabiasco 266, 267
Falchi, Giovanni 389
Falciola, fam. 339
Fani, Vincenzo 353
Fantoli, Cesare 360
Farnese, Ranuccio card. 207
Fassina, Giuseppe 335
Fazio, Renzo 399
Fellini, Federico 376
Ferrabiago, Borgolo 276
Ferrara 137, 220-222; loc. Stellata 222
Ferrari, Gaudenzio 46, 348, 349, 356;
Giacomo 299, 300; Simone 22
Ferrera 237, 238

409

Ferreri, Gio. Antonio 202


Ferri, Francesco 337, 338, 340
Fiandre 213
Filadelfia 362
Firenze 219; Ist. Geografico Militare 378
Fiume, Guido 346
FIUMI E CORSI DACQUA Adda
224, Aniene 218; Arno 219; Fibreno
218; Lambro 224; Liri 218; Oglio 222;
Po 211, 222, 224, 233, 234, 240-242;
Po di Francolino 222; Reno 213; S.
Giovanni 91; Sile 223, 224; Tevere
217, 218, 225; Ticino 121, 224-226,
233-235, 240-242, 271, 274, 380; Toce
292, 364, cascata 120, 363; Tresa 128,
130, 131, 170, 172, 226
Flckiger, Pierre 312
Fogazzaro, Antonio 138
Fondotoce di Verbania 289; loc.: Piaggiola 289
Foppiano 363, 364
Fornasini, Emilia n. Gadda 144; Riccardo 144
Fosano Gambarogno 17
Francia 134, 207, 209, 213, 282, 376
Franzi, Domenico 396; Giovanni 297
Franzon, Serena 29
Franzosini, Ottaviano 299
Frau, Antonio 388
Frigerio, Luca 91; Pierangelo 9, 15, 22,
27, 47, 199, 200, 202, 203, 205, 362,
367, 372
Frino 61, 63-65, 70-73; castello, 61-64;
ch.: orat. minore 66; S. Maria Nascente 66
Fruttero, Carlo 161, 163, 164
Fuentes, Conradus 385
Fuselli, Enrico 233, 245, 246, 393, 395
Gabardini, Giovanni 49; Gio. Battista

410

49, 58
Gaburro, Bruno 138
Gadda, Carlo Emilio 141, 144, 146, 166
Gagliardi, Monica 61
Gallarate 238; confr. Sepolcro di Cristo
42
Galli, Beppe 9, 167, 383; Cesare 303;
Luciano 51, 53, 55
Gallia Romana 24
Gallio, Tolomeo card. 218
Gallone, Carmine 138
Gambaro, Angelo 355
Gambarogno (v. Fosano, Indemini,
Ronco) 15, 30
Ganche, Edouard 362
Garabiolo v. Maccagno
Garella, Pier Angelo 77, 115
Garelli, Franco 351
Garibaldi, Giuseppe 283, 290
Gavazzoli Tomea, Maria Laura 52
Gavirate 237, 238, 386
Gemonio 269, 400
Genazzini, Roberto 126
Genova 138, 219, 285, 286, 290, 303,
345, 362, 375, 386. Loc.: San Pier dArena 243
Gentile, Giacomo Filippo vesc. 278
Germania 114, 150, 207, 315, 329; Repubbl. Federale 368
Germignaga 237, 270, 391, 400
Geron, Gio. Antonio Battista de Mondono 202
Gerusalemme 22, 32; Getsemani 22; Sacro Sepolcro 352; Sinedrio 23
Ghibaudi, Cecilia 368, 369
Ghiffa (v. Frino) 66, 106, 400. Ch.: S.
Maurizio della Costa 70; Santuario
Trinit 63. Loc.: Bozzella 61; Ceredo
63; Deccio 61; S. Maurizio della Costa
61, 63; Susello 61. Villa Ada 63

Ghiringhelli, Giorgio 125, 126


Giachino, Pietro 282
Giacomo, (Protoevangelo) 16)
Giampaolo, Leopoldo 15, 19, 27, 265,
399
Gianino, Domenico 50; Giacomo 50
Giannantoni, Serafino 267
Giappone 291
Gilardoni, Virgilio. 15, 25
Ginevra, arch. cantonale 312
Gioia, Melchiorre 235
Giorgi, Antonio 267
GIORNALI E RIVISTE - Annali di
Giurisprudenza 256; Arch. Botanico
e Biogeografico Italiano 196; Arch.
Hydrobiol. 177; Arte Lombarda 47;
Associaz. Amici di Brera e dei Musei
Milanesi 47; Avanti (l) 133; Bollettino
dellAssociazione A. Rosmini e dei
Collegi Rosminiani 370; Bollettino d.
Unione Culturale 165; Bollettino storico della Svizzera italiana 308; Boll.
Zool. 185; Charitas 166; Corriere della
Sera 124, 371; Cronaca Prealpina 389,
393, 395, 398; Documenta Ist. Ital.
Idrobiol. 179; Domenica del Corriere 380; Eco di Bergamo (l) 46; Film
139; Finanziere (il) 240; Gazzetta Bolognese 373-375; Gazzetta Ufficiale
del Regno dItalia 400; Gazzettino (il)
di Stresa 337, 338, 370; Giornale rivoluzionario 367; Giornale senza titolo
366, 367; Illustrazione Ossolana 42;
Internat. Revue Ges. Hydrobiol 196;
Italia (l) 383; Italia futurista (l) 135;
Lago Maggiore (il) 395; Libert di Varese 400; Limnol. Oceanogr. 185, 187;
Loci Travaliae 15, 21; Mem. Ist. Ital.
Idrobiol. 181, 184-186, 188, 191, 195;
Microprovincia 166; Monitore del-

le Regie Guardie di Finanza (il) 247;


NordMilano 384; Novara. Ieri, oggi
354; Novarien 336, 351, 354, 372,
373; Nuova Democrazia 165; Nuovi Studi 54; OADI 29; Oscellana 45,
347, 348; Pensiero Lariano (il) 391;
Progetto&Restauro 336, 348; Provincia di Varese (la) 131; Provincia Granda 166; Ricerca Scientifica (la) 185; Ricordi di Architettura 45, 48; Rotonda
(la) 163; Santuario di Caravaggio (il)
391; Secolo (il) 123, 124; Secolo dItalia 139; Sempione (il) 379, 380; Science 190; Stampa (la) 359; Studia Univ.
Babes-Bolyai 196; Tablet 371; Terra
e Gente 245, 367; Touring Club 355;
Vedetta (la) 359-362; Vita del popolo (la) 389; Voce del Lago Maggiore e
dellOssola (la) 62-63; Voce della Libert (la) 283
Giovannetti, Giacomo 234
Gio. Antonio Taddeo da Tradate 14, 30
Giovanni Giacomo, intagliatore 46
Giovannini, Carmelo 166
Giovannone, Giovanni Carlo 284; Teresa n. Danini 284
Giuda Iscariota 22, 23
Giudici, Giovanni 393
Glatigny (Loir-et-Cher ) 209
Glatz 375
Gnocchi, Gio. Pietro 47
Goldman, Charles Remington 187, 196
Golfo del Tonchino 152
Gorla Maggiore, collegio 392
Gozzano, Guido 361
Gozzini, Carlo 336, 337
Graglia Piana: v. Brovello Carpugnino
Graglio Veddasca, 15, 18; loc. (e chiesa)
Penedegra 18, 33
Gramatica, Irma 133

411

Gramsci, Antonio 133


Grandi, Francesco 58
Grantola 393; Archivio Parrocchiale di
Montegrino 393
Grassi, Vittorio 77, 335, 339, 350, 371,
383
Gravellona Toce, ponte 300
Grechi, Odelio 399
Grecia 212
Grigioni (cantone) 13, 124, 213, 320
Grimaldi, Ettore 181, 195, 196; Giovanni 139
Grimani, Marino card. 206-208, 212
Grossi, Luigi 266; Tommaso 78, 107
Grugliasco 348
Grnberger, fam. 330; Edhit 330; Egon
329, 330
Guaglio, Giulio 50
Guarnieri, Umberto 380, 381
Guazzoni, Enrico 138
Guelfi, Gio. Domenico 202
Guella, vetturale 285
Guglielmazzi, Luigi 303; Marianna n.
De Notaris 303; Pietro 303
Guglielmetti, Angela 42, 43
Guglielmo da Montegrino 15, 21, 22, 26
Guzzi, Domenico 396
Hardman, Yvette 186, 187
Hardmeyer, Johann Jakob 125, 126, 130
Hawkins, Denis John Bernard 371
Heinz-Mohr, Gerd 20
Helsinki 151
Hennequin, Maurice 134
Hinchliff Woodbine, Thomas 122
Horzowski, Gigi 362; Mieczyslaw (Miecio) 360-362; Wanda 362
Hussy, fam. 131
Hutchinson, George Evelyn 177, 186

412

Iacobbe, Antonella 107


Imperatori, fam. 272
Indemini 15, 17, 30, 31; loc. alpe Cedullo 17, 30
India 215
Indie 374, 375
Induno Olona, loc. Frascarolo 210
Inghilterra (Gran Bretagna) 93, 189,
207, 208, 211, 340
Innsbruck 359; Archivio notarile Onestighel 357, 384
Intra 45, 58, 64, 81, 91, 93, 95, 115, 243,
289, 337, 343, 383; CAI sez. Verbano
262; chiesa S. Vittore 52; prato del
Lazzaretto 91; roggia Borromeo 91.
Uff. Registro 62
Intragna (TI) 327
Intragna 284
Invernizzi, Dante 372
Ionesco, Eugne 166
Iorio, Gabriella 42
Ischia 214
Isella, Dante 144
ISOLE - Baleari 212, 381; Capraia 387;
Corsica 212, 221, 386; Filippine 374;
Maddalena (della) 387, 388; S. Giulio
dOrta 43, 122. Isole Borromee 69, 73,
119, 124, 369, 375; Bella 115, 119, 122,
124; 135, 371, 372 (ch. S. Vittore), 374,
375; Madre 374; Superiore (Pescatori)
119, 122, 138, 375, Hotel Verbano 375
Ispra 189, 238 274; loc.: Contrada della
Badia, 238
Israele 169
Italia 29, 88, 113, 118, 124, 130, 168,
170, 199, 202, 208, 211, 214, 222, 224,
225, 238, 243, 245, 249, 250, 265, 280,
292, 311, 314, 316-319, 326, 342, 357,
360, 373, 375, 376; Settentrionale 27,
122, 124

Janni, Ettore 327


Jarach, fam. 330; Ettore 306, 330
Kaden, Woldemar (Voldemaro) 118,
120
Kafka, Franz 159
Kassa B 291
Kossuth, Lajos 142
Krengli, Alessandra 80
LAquila 218
La Chaux de Fonds 296
Lacroix, Jean 110
LAGHI Benaco (Garda) 218, 224;
Bolsena 218; Ceresio (Lugano) 119,
131, 185; Cusio (Orta) 185, 372; Kastel 363; Lario (Como) 119, 138, 224,
225, 367-369; Lario (dipartimento)
265, 266, 271, 272, 274; Lario (prefettura) 266, 271, 273;; Ledro 185;
Lemano (Ginevra) 377, Repre Pierre
du Niton 377; Mantova (laghi di) 222;
Mergozzo 185, 194, 195, 275; Santa
Preseda (o di Castiglione) 218; Sebino (Iseo) 222; Trasimeno 218; Varese
185; Vico 218
Lana, Santino 266
Lancetti, Vincenzo 47
Lanino, Bernardino 46
Latis, fam. 331; Anita n. Bolaffi, Leone,
Liliana 330
Lavarini, Gio. Battista 342, 343, 345, 346
Lavena 130
Laveno Mombello 136, 235, 237, 243,
245, 269, 280, 400; piazza del Mercato
237; stazione Ferrovie Nord Milano
128
Lazio 225
Lecco 231, 235, 373; distretto 265
Leggiuno 269; ch. Santa Caterina del
Sasso 336, 383, 384; loc. Cellina 269

Legnano 338
Leonardo da Vinci 13, 54
Leoni, fam. 383
Leopoli 360
Lris de, Gaston 124
Lesa (v. Calogna, Comnago, Solcio) 77,
135, 275, 277-280, 282-285, 362; palazzo Stampa 135, sala Manzoniana
345; sala consiliare 113; stazione carabinieri 282
Leschetizky, Theodor 361
Levi, Alessandro 327; Ennio e Jolanda
330
Leydi, Silvio 42
Liegi 375
Ligornetto, valico Cantinetta 169
Liguria 218, 219
Lima 278, 294
Lipsia 114
Lisanza 274
Litta, Luigi 93
Litta Biumi, Pompeo 76
Locarno 13-15, 30, 121, 124, 136, 226,
327, 400; ch.: Madonna del Sasso 121,
128; S. Antonio 43; S. Francesco 42; S.
Maria in Selva 14
Loco (Isorno) 327
Lodi 271, 337
Lodi (da), Gio. Agostino 46
Lomazzo, Gio. Paolo 203; Margherita
203
Lombardia 30, 202, 222, 224, 225, 229,
233, 234, 249, 367, 372, 397; Lombardia Austriaca 357, 384, 397
Londra 122, 147, 150; Buckingham Palace 361
Longo, Pier Giorgio 351-356, 373
Lorena 397
Loreto 17, santa Casa 372
Losanna 375

413

Loveno di Menaggio 367, Villa Vigoni


367-369
Lucca 219
Luccichenti, Furio 203, 204, 207, 208,
210
Lucentini, Franco 164
Luchessa, Christian 319, 325
Lugano 122, 130, 172, 173, 226, 383,
394; ch. S. Maria d. Angeli 13; loc.
Castagnola 127; Schlosshotel Pension
Riviera 127
Luini, Aurelio 47; Bernardino 13, 147,
01, 119, 200; Giacomo 367; Giulio
Cesare 46; Stefano 367
Luino, Luinese (v. Colmegna) 9, 10, 15,
27, 39, 40, 119, 122, 131, 161, 163, 169,
170, 173, 199, 202, 203, 235, 237, 238,
270, 386, 394, 395, 398. Enti: Musica
Cittadina 400. Luoghi. Biviglione 170,
171, 173; Carcere mandamentale 395;
Creva 130, 131, 170; Fornasette 170,
172, 238; Imbarcadero 395; Moncucco 131, 237; Palazzo comunale 27, 40;
Piazza del Mercato; Stazione internazionale 394; Voldomino 21, 270, 393
Lund, Thomas William May 369
Lusiardi, Bernardino 385
Luvini, Giuseppe (il Giovane) 266, 270;
Giuseppe (il Vecchio) 266, 270
Maccagno (ora M. con Pino e Veddasca; v. Campagnano) 15, 19, 20,
22, 25, 30, 237, 357, 399, 400. Arch.
Comunale 22. Chiese: S. Antonio
15, 19, 21, 26, 34-37; S. Materno 20;
S. Stefano 15, 19, 26, 28, 33. Luoghi: casa Marchione 15, 20, 21, 38,
39; Gabella 237; Garabiolo 270; M.
Inferiore (Imperiale) 30, 270, 397,
398; M. Superiore 15, 22, 270, 400;

414

Sarangio 201.
Madonna del Piano 130
Madonna di Ponte (Brissago) 327
Magadino 119, 377, 286
Maggi, Bernardo 386; Carlo Maria 372;
Gasparo 386
Magnavacca (Porto Garibaldi) 381
Magognino 337; ch. S. Albino 345; cimitero 345, 346
Malcantone 14, 30, 169
Malesco 330
Maltempi, Franca 42, 50
Malvaglia 20; ch. S. Martino 20, 38
Manai, Franco 79, 80
Mandelli, fam. 30
Manfrini, Aurelia 170; Van 171
Manila 147
Mann, Thomas 159
Mnnedorf 126
Manni, Angelo 64
Mantegani, Lodovico 381
Mantova 222
Manzoni Alessandro 77, 84, 107, 111,
113, 142, 335
Marche 221
Marchesi, Pompeo 369
Marchirolo 266, 267
Margalef, Ramon 187
Margarini, Giorgio 42, 73, 166, 297
MARI e OCEANI Adriatico 217, 220,
221, 387; Inghilterra (mar d) 211; Mediterraneo 211, 212; Tirreno 217
Mariini (Mariino) Giuseppe 357, 358
Marinetti, Filippo Tommaso 135
Marta (Vt) 218
Martignoni, fam. 272, 385, 398; Salvatore 358
Martinella, Stefano 41
Martino, Matteo 27
Martinola, Giuseppe 309

Mascagni, Pietro 138


Mascheroni, Agostino 341
Masciocchi, Antonio 383
Mascioni, Grytzko 164
Masera 43
Masserano 55
Materno, Gio. Battista 45-47, 51, 54, 55
Mattia, Vicario vesc. 337
Mattioli Carcano, Fiorella 53
Maulini, Fortunato 300-304; Giovanni
300
Mayer, Alessandro 359
Mayhew, Henry 80
Mazzini, Giuseppe 250
Meda, Giovanni 368, 369
Medeglia 55
Medel (GR), v. Curaglia 13; 27
Medici de, fam. 29; Cosimo I 199
Medici di Marignano (Medeghini), fam.
210
Medio Oriente 212
Meina 124
Melegnano (Marignano) 224
Melzi dEril Belgioioso, fam. 293
Menotti, Natale 354, 355
Mercallo 274
Mergozzo (v. Albo, Candoglia, Montorfano) 275-277, 279, 280, 283, 284,
288, 289, 291, 292, 294. Chiese: parrocchiale (altare S. Antonio da Padova) 279; S. Elisabetta al Sasso 275.
Confraternita del S. Rosario 283, 284.
Enti: Asilo Infantile 277; Latteria Sociale Turnaria 277, 291; Magazzino
Alimentare Cooperativo 277; Pietraia
Sociale 277; Societ di Mutuo Soccorso 277. Loc.: chiuso del Rosario 283;
Vallina 283
Meriggi, Franco 389; Marco 249
Merzagora, fam. 42; Andrea 43, 56, 60;

Antonio 50; Domenico 41-43; Gio.


Andrea 41, 43-45, 50, 51, 53, 54, 5660; Gio. Domenico 50; Gio. Pietro
Antonio 43
Mesenzana 270
Metellio, Felice 137
Miazzina 362
Micotti, Giacinto 64, 288
Migliarini, Francesco 354
Miglieglia, ch. S. Stefano al Colle 14, 26
Milano 10, 13, 29, 30, 48, 56, 58, 118,
120, 122, 165, 175-178, 202, 205, 206,
219, 224-226, 231, 235, 237, 265-271,
274, 276, 280, 285, 339, 346, 357, 358,
362, 367, 369, 374, 375, 384, 385, 390,
397, 398. Chiese. SantAngelo 374;
S. Francesco Grande 54; S. Maria Segreta 54. Archivio di Stato 266, 390.
Accademie: di Brera 346; Italiana d.
Cucina 202. Enti. Cassa del Tesoro
274; Centro di documentazione ebraica 331; Consoli di giustizia 267; Corte
dappello 386; Diocesi 30, 358, 397,
398; Giudice di vettovaglie 267; Imperial Regia Intendenza di Finanza 237;
Istituto dei Ciechi 62; Questura di San
Fedele 393; Regio Economo 358; Senato 267, 385; Societ Anonima Italiana Alberghi 365; Tribunale Imperiale
386, Tribunale di provvisione 267. Accademie: Brera 346; Italiana d. Cucina
202. Archivi: di Stato 70, 71, 266, 390;
Storico Diocesano 201. Scuole: Politecnico 62; Scuola di Specializzazione
in Beni Storici Artistici 42; Universit
degli Studi 55, 63, 175, 176. Luoghi.
Carcere S. Vittore 331; Castello Sforzesco 346; Navigli 226; Palazzo Reale
47; porta Comacina 54
Minazza, G. 278

415

Minazzoli, Giacomo 296


Miotti, Gentile 137
Miozzi, Maurizio 128
Miranda, Isa 138
Modena 220, 357, 384
Moise, Domenico e Gilberto 299
Molinari, Angelo 389
Mombello (Laveno) 269
Monaco di Baviera 276
Monadello (Centovalli) 327, 330
Mondadori, Alberto 376 e Arnoldo 376
Monferrato 283
Monferrini, Sergio 372
Monleone, Giovanni 137
Montale, Eugenio 371
Montanari, Massimo 202, 207, 211, 220,
230
Monte Carasso 25
Montecatini 298
Monteceneri (CH), v. Camignolo
Montegrino Valtravaglia 21, 367, 393,
395; ch. S. Bernardino 21
MONTI E PASSI - Alpi 15, 24, 114,
115, 118, 120, 213, 226, 381; Prealpi
24; Camoscio 369; Cedullo, alpe 17;
Ermada 381; Etna 118, 120; Fai 283,
359; Gridone 327; Monte Rosso 369;
Montorfano 277, 369; Mottarone 165,
372; Pizzo di Laveno 115; Rosa 359;
S. Gottardo 121; S. Quirico 120; Sempione 115, 355, strada 274, 379; Trapizzo Sassorotto 359
Monti, Antonio 137; Rina 175; Vincenzo 88
Montorfano, ch. San Giovanni 383
Monza 375
Mora, Valeria 42
Morace, Alfio Maria 84
Moresco, Martina 80
Moretti, Gian Paolo 196

416

Morgari, Carlo 346; Luigi 337, 345, 346


Moriggia (Morigia), fam. 55, 61-62, 70,
72-73, 365; Angela Maria n. Albasini
65, 70; Angiola 64-65; Anna Maria n.
Ronchi 73; Bartolomeo 72; Camilla
70; Camilla n. Porola 69; Camilla n.
Viani 71; Carlo 64-65, 68; Carlo Domenico 61 69-72; Carlo Tommaso 72;
Elisabetta 73; Ercole 72; Francesco
69, 70; Francesco Giuseppe 72; Francesco Paolo 64-65; Giacomo 62; 72;
Ginevra 70; Giovanna n. Viani 72-73;
Giovanni 72; Gio. Battista 71; 71; 72,
73; Gio. Battista Moriggia della Porta
61, 68, 69; Gio. Camillo 71; Gio. Maria 73; Giuseppe 71; Paolo 47; Pietro
62-65; 72; Pietro Giacomo junior 61,
68-71; senior 65-66; Maria n. Corsi 63;
Rosa n. Porola 71; Savina 70; Stefano
72; Teresa n. Bianchini 64-65; Violante
n. Rescalli 71; Virginia 70; Vittoria 70
Moro, Gian Vittorio 348
Moroni, Antonio 181
Morozzo, Giuseppe card. 340
Mortara 277
Mosca 147, 150, 151, 189
Mosconi, Anacleto 375
Mosini, Lorenzo 202
Muggetti, fam. 280, 285
Muralto 43, 327, 377
Murri, Romolo 355
Musadino 270
Musignano 398, 399
Mussolini, Benito 172
Musumeci, Giuseppe 265
Muzio, Carlo 44, 46
Muzzano (TI) 25
Mylius, Enrico 367, 368; Giulio 368, 369
Napoli 206, 214, 291; stazione Zoologi-

ca 186; vicer 375


Natale, Mauro 14
Navegna, circolo 15
Negretti Odescalchi, Amalia Liana 373
Negretti, Giovanni 285
Negri, Cristoforo 257
Negroni, Roberto 91
New York 122; Carnegie Hall 361
Nicodemi, Giorgio 17
Nicolao da Seregno 14
Niemeyer, Oscar 158
Nievo, Ippolito 78, 80, 107
Nigra, Costantino 141; Filippo 141, 142
Nitti, Francesco Saverio 147
Novara 240, 276, 278, 303, 335, 352,
371, 373; Novarese 347, 372; Novarese Alto 287, 383; Archivio Storico
Diocesano 42, 46, 47, 51, 52, 335, 349,
351. Chiesa S. Francesco 46. Diocesi
335. Provincia 124
Odescalchi, fam. 371, 372; Emilio 372;
Gio. Antonio 372; Giulio 371; Livio
372
Oggiono 17
Olanda 376
Olcenengo 304
Olginate 247
Oliva, Antonio 283; Giuliano 247
Olivetti, Bartolomeo 51; Pietro 51
Olivieri, Ugo M. 78-80
Olona dipartimento 265, 266, 270, 271,
273
Omegna 299, 383
Opiglia, Pietro 389
ORDINI CAVALLERESCHI, ONORIFICENZE - Cavalieri S. Sepolcro
279; Collare Ss. Annuziata 169
Orelli, Luigi 266
Oriano 274

Orlando, Vittorio Emanuele 147, 151


Ornavasso 292, 360
Oro di Boccioleto, cappella S. Pantaleone 353
Orrigoni, fam. 272
Orselina 43; santuario Madonna del Sasso 42
Orta S. Giulio 43, 53, 276, 141; ch. S.
Giulio 348; villa Crespi 141, 142
Orvieto 206, 207
Osmate 274
Ostia 215, 217, 218
Ottone, Gaudenzio 293
Ovidio Nasone, Publio 24, 90
Padova 387
Pagella, Enrica 42
Paietti, Giovanni 389
Palagnedra, 19, 24, 25, 27, 327; ch. S.
Michele 14
Palermo 346
Palestina 168
Palestrina (da), Giovanni Pierluigi 209
Pallanza di Verbania 44, 45, 61-62, 65,
68-73, 119, 122, 124, 175, 177, 178,
186, 196, 234, 240, 275, 278-280, 283,
284, 286, 288, 289, 291, 295-305, 359,
360, 362, 396. Alberghi: Grand Hotel
Pallanza 296, Hotel Metropole 359.
Chiese: Madonna di Campagna 44-52,
54-57, 60; S. Leonardo 72, 295 (archivio parrocchiale 69, 71-72); S. Bernardino 73. Enti: Asilo Infantile 304;
Collegio dei notai 288; Congregazione
di Carit 304; Istituto Idrobiologico
Marco De Marchi (Istituto per lo Studio degli Ecosistemi-CNR) 175-196,
362; Pompieri civici 302; Regio Collegio 303; Societ Operaia e di Mutuo
Soccorso 72. Imbarcadero 299. Loc.:

417

case Moriggia 72; Castagnola 177,


296, cimitero vecchio 297; Plusc 360;
Villa 44, 296; terzieri: S. Francesco 72;
S. Leonardo 72. Palazzi: Beccherie
295-304; Caccianini 73; carcere 278;
caserma Alberganti 296; caserma carabinieri 302; mon. d. Visitazione 73;
municipio 295, 300; ospedale Castelli
299, 302. Porto 295, 305. Vie e piazze:
Cietti 72; darmi 302; Garibaldi 303;
Magnolie 301; Panoramica 302; Progresso (ora Pedroni) 299, 300; Sassello 72; Tonolli 196, 299. Ville: Cordelia
177; Giulia 62, 301, 303; Olimpia 73
Pancaldi, fam. 383; Giuseppe Maria 350
Panzera, Fabrizio 307
PAPI Clemente VII (Giulio de Medici) 207; Clemente IX 335; Giulio III
(Giovanni Maria Ciocchi del Monte)
209; Gregorio VII (Ildebrando da Sovana) 21; Gregorio XIII (Ugo Boncompagni) 200, 201; Innocenzo XI
371-374; Marcello II (Marcello Cervini) 210; Paolo III (Alessandro Farnese) 204, 207, 209; Paolo IV (Gian
Pietro Carafa) 210; Pio IV (Gian Angelo Medici) 210, 213; Pio V (Antonio
Michele Ghislieri) 199, 204, 210, 226;
Pio X 361; Pio XII 371
Pappalardo, Salvatore 394
Parachini, Leonardo 42, 73, 136, 295,
297, 360, 362, 372
Paraggi 142
Parapini, Giuseppe 200
Parigi 150, 210, 286; Louvre 337
Parini, Giuseppe 84, 98-101
Parma 207; battistero 24
Parnisari, Francesco 390
Paronzini, fam. 392; Carlo 391; Filomena 391; Giovanni 391, 392; Giuseppi-

418

na 391-393; Ottavio 392


Parri, Ferruccio 165
Passerini, Ignazio 357, 358
Passoni, Maria Cristina 54
Pastore, Giulio 354
Paulus, Eduard 118
Pavia 235, 271
Pecorini, Giorgio 169
Pedretti, Annetta 365; Carlo 364, 365;
Ester 365; Guglielmo 364; Ida 365;
Tomaso 364
Pella, Saverio 267
Pellegrini, Gioachino 269; Giorgio 170
Pellegrino, Michele arciv. 351
Percoto, Caterina 80, 107
Perdomo, Francesco 266; Pietro 266
Perego, Natale 17
Peroni, Carlo 138
Perotti, Mario 371
Perrenot de Granvelle, Antoine card.
204, 211
Persico fam. 147; Ferdinando 147, 150,
152, 153, 155, 166
Per 278
Perugia 207, 218, 221
Pestalozza, Antonio 355
Petacci, Emilio 136
Petrarca, Francesco 88
Petrolini, Ettore 135
Petrotta, Giovanni 362
Pettenati, Silvana 42
Pezza, Cristoforo 247
Piacenza 207
Piceni, Alfonso 287, 288; Andrea 336;
Gaspare 345, 346; Gerolamo 345,
346; Rosa 346
Piemonte 234
Pietro da Rimini 23
Pietroburgo, monum. Alessandro II 149
Pieve Vergonte 293

Pignolo, ch. S. Giovanni Battista 385


Pinardi, Francesco 384
Pini, Carolina ved. Ciano 169; Vittorio
200
Pino Lago Maggiore 237, 270, 331; loc.:
Zenna 237
Pino, Antonio 51, 53
Pio di Carpi, Gian Ludovico 209; Rodolfo card. 209, 210
Piodina (Brissago) 327
Piontelli, Roberto 191
Pirocchi, Livia 177, 179-184, 186
Piroscafi: Coriolano 280; Italia 135; Lario 369; Lucomagno 280, 296; S. Gottardo 296; S. Bernardino 296; Tacsis
280; Verbano 369
Pirovano, Chiara 27; Ernesto 142; Giuseppe 62
Pisa 202, 219, 256
Pisano 345
Pisoni, Carlo Alessandro 53, 372; Pier
Giacomo 47, 372
Pistoia 219
Pizzighettone 224
Pizzigoni, Gianni 42
Plauto, Tito Maccio 208
Pognana 384; ch. parrocchiale Ss. Trinit 384, 385
Pola 381
Pole, Reginald card. 208
Politi, Gerolamo vesc. 25
Pollini, Giorgio 341
Polonia 330
Pomposa, abbazia 23
Ponte Cremenaga 130
Ponte Tresa (TI) 169, 170, 172, 173
Ponte Tresa 130, 131; villa Stoppani 130
Pontemaglio 348, 349
Ponto Valentino (v. Sommacorte)
Ponzio Pilato 22

Pora, E. A. 196
Poretti, Angelo 382
Porro, Gaetano 367
Porta, Carlo 84, 102, 103; Giuseppe 269
Portinari, Folco 80
Porto Ceresio, ch. parrocch. S. Ambrogio 357, 358
Porto S. Rufina 375
Porto Valtravaglia 124, 237, 270; ch. S.
Michele al Monte 19
Pound, Ezra 166
Pozzi, Davide 138; Gianni 133, 138,
367, 374-376, 381, 384, 386, 389, 391,
399, 400
Praga, Marco 142
Prato 69, 73
Premosello Chiovenda 291
Prini, Giovannina n. Rossi 338; Pietro
335, 348
Quaranta, Letizia 137
Quarelli di Lesegno, Celestino 233
Rabano, Mauro 26, 29
Rabelais, Franois 209
Raboni, Giovanni 160, 161
Radice, Giovanni 358, 385, 398
Raffaello Sanzio 13, 337
Raglio 15, 28, 29, 39
Ragozza, fam. 291
Rancio 269
Rancio Valcuvia, v. Cantevria
Ranco 274
Ranzoni, Daniele 66
Rapa, Gio. Battista 383, 388
Rapallo 166
Rapallo, Nicol 396
Rapazzini, Giuseppe 269
Rapp, Carlo 132
Rattazzi, Urbano 283

419

Ravenna 221, 381; Municipio 381


Ravera, Oscar 175, 185, 191, 193
Re 16, 348
RE e IMPERATORI Alessandra di
Danimarca 361; Alfonso XIII di Borbone 148, 149; Carlo V dAsburgo
206, 207, 209, 223, 226; Carlo Alberto di Savoia 286; Enrico II di Francia
210; Ferdinando II di Borbone 147;
Francesco I di Francia 209; Francesco
Giuseppe dAustria 284; Giuseppe II
dAustria 265, 397, 398; Margherita di
Savoia 149, 293; Maria Adelaide di Savoia 285; Maria Teresa dAustria 357,
384; Maria Teresa di Toscana 286;
Maria Teresa Isabella dAustria (regina delle Due Sicilie) 147; Napoleone
I Bonaparte 250, 265, 268, 367; Umberto I di Savoia 142, 151, 285; Vittorio Emanuele II 285, 288, 292; Vittoria Eugenia di Battemberg 148, 149
Rebora, Clemente 166
Recordon, Charles 296
Redi, Riccardo 139
Reggio Emilia 357
Reggiori, Giovanni Battista 245, 362
RELIGIONI. Chiesa cattolica 26, 28;
Concilio di Trento 16; Concilio Vaticano II 351. Ordini religiosi: Cappuccini 209; Gesuiti 165, 209; Minori
Osservanti 374; Rosminiani 384
Reno, dipartimento 271
Rinaldin, Mariangela 393
Riva, Enrico 202
Rivarolo di Genova 133
Riviera (Ruera) di Montegrino 391, 392,
393; oratorio S. Provino 392
Riviera ligure 219
Rivolta dAdda 224
Rizzi, fam. 283

420

Robbione, Gio. Pellegrino 269


Robustelli, Silvestro 267
Rodis (de), Pietro 348, 349
Roma 16, 62, 133-135, 138, 144, 154,
159, 165, 189, 199, 203, 206-214, 216,
217, 219, 221-223, 225, 226, 228; 371,
372, 375, 381; Ch. Ss. Trinit 209;
Convento di Santa Maria in Ara Coeli 375. Enti: Cineteca Nazionale 137;
Museo Storico della Guardia di Finanza 246; Societ dei cuochi 204. Loc.:
catacombe di Priscilla 16; Laghetto
218; Montecavallo 210; Ponte S. Angelo 217; Pontesalare 218, 224; Porto
Traiano 215, 217; Quirinale (palazzi
Du Bellay e Pio) 209, 210; Trastevere
208. Scuole: Atheneum Lateranense
347; Universit 347. Vie: Casilina 218;
Salaria 218;
Romagna 220, 221
Romania 315, 360
Romano, Giovanni 42
Roncari, Giorgio 389
Ronchi, Giuseppe 295, 298, 302, 303
Ronco 18, 128; ch. S. Bernardino 18, 30
Ronco Gambarogno, ch. S. Bernardino
18, 30
Ronco sopra Ascona, 14, 18, 24, 25,
327; ch. S. Martino 14, 24, 25
Rosa, Giovanni 337
Rosmino, Gian Paolo 136
Rosnati, fam. 365
Rossi, Emilio 13; Giuseppe 369
Rossi Pianelli, Vittorio 136
Rossignoli, Giovanni 354, 355
Rotterdam 280
Rousseau, Jean Jacques 88
Rovati, Paola 80
Rovegro 45, 359
Roversi, Giancarlo 199, 203

Rovio 26
Rubinstein, Arthur 361
Ruggero, Ruggeri 133, 134
Rusca, fam. 15, 30
Russel, Bertrand 370, 371; Oddo John 292
Russia 150, 360
Russo (Onsernone) 327
Rusticucci, Gerolamo card. 202
Rusticus 240
San Martino di Sarnico 337
Sacchi, Rossana 42, 55
Sadoleto, Giacomo card. 208
Saino, Pietro 400
Saint-Exupry (de), Antoine 159
Salvioni, Carlo 219
Samarate 343
San Giovanni Montorfano, ch. San Giovanni 383
San Martino Siccomario 243
San Martino Ticino 243
San Severino, fam. 375
Sancio, Camilla 42, 55
Sand, George 80
Sangiano 238, 269
SantAmbrogio, Lorenzo 110
SantAngelo Lodigiano 224
SANTI e BEATI Agata 19, 30; Anna
339; Antonio da Padova 280, 349; Antonio Rosmini 77, 142, 287, 370, 354,
355, 371; Beato di Liebana 26; Bonifacio 372; Carlo Borromeo 16, 48, 200,
337, 348, 352, 379, 380, 384; Giovanni ev. 22, 27; Giovanni Battista 349;
Giovanni Bosco 383, 384; Giuseppe
338-342; Luca 16; Maria Maddalena
27; Matteo 22, 29; Michele arc. 338;
Panacea 353; Paolo 355; Pietro 22, 23;
Re Magi 346, 349, 350; Sebastiano 20,
21, 38; Stefano 349

Sardegna 386, 387, 388


Sarfatti, Michele 312
Sartorio, Veronica 400
Sarzana 234
Satta Josto, 247
Savoia (di), Carlo Emanuele I 353; Elisabetta di Sassonia Coburgo Gotha (duchessa di Genova) 149, 293; Eugenio
373; Eugenio di Carignano 285, 286;
Ferdinando duca di Genova 286; Filiberto Ludovico 327
Scalenghe, Angelo 137
Scalfaro, Oscar Luigi 354
Scanini, Antonio 339
Scappi, fam. 200, 201, 203; S. del Bosino 203; S. del Matolla 203; S. del Perat
203; S. Gianetti 203; S. Materossi 203;
Bartolomeo 199-232; Caterina 205;
Domenica 203; Giovanni 204; Silvestro 203; Tomaso detto Bolognino
203
Scavini, Pietro 354
Schipper, Jan 190
Schnenberg, Giovanni 296
Schuster, Ildefons card. 383, 384
Secchi, Aristide 337, 345
Segrate 158, 161
Senatore, Paola 138
Senigallia 221
Seranzi, fam. 201
Serao, Matilde 137
Serbelloni, vesc. Giovanni Antonio 44,
52
Seregno (da) Cristoforo e Nicolao 14
Sereni, Vittorio 9, 10, 156-161, 163, 164,
166
Serravalle, v. Malvaglia
Sesto Calende 192, 235, 238, 243, 274,
285, 377, 380, 381. Loc.: Contrada
della Dogana 238; Persualdo; 238;

421

Piazza grande 238; S. Anna 380


Shakespeare, William 103, 104
Shell, Janice 43
Sibilla, delegato demaniale 287
Sicilia 186, 290
Sigmund, fam. 359
Silani, Gioacchino 245
Simenon, Georges 375, 376
Sironi, Grazioso 200
Slovenia 291
Smirne 291
Soavi, fam. 330, 331; Rachele e Ugo 330
SOCIET e POLITICA Enti Pubblici. Amministrazione delle Gabelle
del Regno dItalia 264; Amministrazione Generale dei Dazi indiretti 244;
Camera dei Deputati 234, 240; Corte
di Cassazione toscana 256; Ducato di
Milano, 235; Granducato di Toscana,
244; Imperial Regio Governo 237,
239, 262, 264; Lombardo-Veneto 233,
239, 241, 243, 244, 249, 253, 255, 264,
284, 285; Parlamento subalpino 233,
234; Regno dItalia 240, 273, 377; Regno di Napoli 212, 373, 375; Regno di
Sardegna, 235, 237, 241, 249, 357; Regno di Sicilia 212; Regno Spagna 372;
Repubblica Cisalpina 265, 365, 367,
397; Repubblica Francese 367; Repubblica Italiana 165; Tesorierato Generale 244; Ufficio centrale di censura
134. Formazioni statali, organismi
intese internazionali. Comunit Europea per lEnergia Atomica (CEEA
o EURATOM) 189, 190; International Atomic Energy Agency (IAEA)
189; Office of Strategic Service 165;
Repubblica dellOssola 165, 166, 323;
Triplice Alleanza 113; Movimenti e
partiti politici. CLN 316, 317; De-

422

mocrazia Cristiana 354; Partito dAzione 165; Partito fascista repubblicano 314; Popolare 354, 355; Resistenza
131; 165, 166, 173; Risorgimento 110
Solari, Giacomo 383; Pietro 383
Solcio 345; ch. S. Rocco 345; villa Cavallini 345
Soldati, Mario 138
Somma Lombardo 235, 238
Somma Vesuviano 214
Sommacorte, loc. Ponto Valentino 19
Sommariva, Emilio 134
Soncino, 235
Sondrio distretto 265; prov. 124
Sora 17, 218
Soto, Giovanni 374, 375
Sottoceneri 14
Sozzi, Lionello 111
Spagna 134, 149, 207, 214, 216, 250
Spanazzi, fam.194
Speciano, Cesare vesc. 47, 51, 351
Sperges (von), Joseph
Spessa 243
Spruga (Onsernone) 327, 330
Squadrani, Luigi 248
Stabio, loc. Gaggiolo 167-169
Stacchini, Ulisse 383
Stati Uniti dAmerica (USA) 134, 189
Stefani Perrone, Stefania 49
Stella, Fermo 46, 347
Stella, ingegnere 285
Stieler, Karl 118
Stoccarda 118
Stoppa, Jacopo 42, 43, 47
Stoppani, Antonio 120; Leone 266
Storelli, Paolo 327, 330, 331
Strafforello, Gustavo 124
Stresa (v. Magognino, Vedasco) 61, 69,
73, 124, 135, 141, 144, 148, 149, 152155, 165, 292, 299, 367, 369, 370, 371,

384, 396; chiesa SS. Crocifisso 149;


Collegio Rosmini 149. Loc.: Brisino
337; Poggio al Castello 147. Monumenti: duchessa di Genova, A. Manzoni, A. Rosmini, Umberto I di Savoia, Umile eroe 149. Religione: Centro
Internaz. Studi Rosminiani 149, 371,
Congresso Internazionale d. 1955
370. Via Manzoni 149. Ville: Buridan
146, 147; Cappa Legora 146, 147; Ducale 149
Stupinigi 42
Suna di Verbania 44, 63, 73, 124, 288,
290, 291; ch. S. Fabiano 46
Svizzera 115, 120, 125, 126, 130, 144;
165, 167, 168, 170, 172, 237, 245, 249,
307-313, 317, 323, 330, 331, 360, 376,
377; Svizzera Italiana 14, 25, 121, 307.
Confederazione Elvetica 377, 393.
Croce Rossa; Fondo naz.le della ricerca scientifica e del Canton Ticino
(FNRS) 307, 312
Tagliacozzo 218
Taino 274, ch. S. Stefano 383
Talli, Virgilio 133
Tallone, Cesare 134
Tamboloni, Giuseppe 299
Tamini, Aleandro 278; Carlo 278, 279;
Maddalena n. Albertoletti Ferrabiago
278
Taranto 214
Tassinari, Paolo 27
Tasso, Torquato 98, 99
Taverna, Ferdinando vesc. 46, 51, 52, 55
Tea, Eva 46
Tempio Pausania 387
Tenca, Carlo 78
Ternate 237, 274
Terni 215

Terracini, Umberto 327


Testori, Giovanni 49
Thorvaldsen, Bertel 369
Tiberino, Bartolomeo 51, 53, 54, 55
Ticino (cantone) 15, 24-27, 53, 121, 124,
125, 126, 226, 231, 311, 318, 320, 325;
Enti: Archivio di Stato (ASTi; gi Archivio cantonale) 307, 308, 316, 323,
324, 326, 327, 329; Comando territoriale (C.do Terr. 9b) 308-310, 316,
318, 320-326; Commissione Bonzanigo 323
Tinelli, Antonio 269, 270
Tomasina, Ernesto 379
Tommaseo, Niccol 78
Tonolli, Alessandro 181, 182; Ausanio
181; Orestina 181, 182; Vittorio 175196
Torchio, Carlo Luigi 166
Torino 42, 43, 46, 133, 141, 149-151,
165, 240, 280, 284, 288, 293, 375, 384.
Ch.: S. Giovanni Evangelista 384; S.
Secondo 384. Monum.: Artigliere dItalia 149, Cavaliere dItalia 149. Musei:
Cinema 137; Civico dArte 41. Palazzo Reale 283. Piazza Castello 149,
283. Soprintendenza 341. Universit
175, 280, 302, 351
Tornaco 338
Torriglia 354
Tortona 224
Toscana 29, 218
Tosi, Gianfranco 338; Valentina 338
Tradate 13
Tradate (da), fam. 30; Antonio 13-30;
Giovanni Taddeo 14
Tramezzino, Michele 199
Traniello, Francesco 351, 354
Travaglia o Valtravaglia, pieve 203, 205
Travasoni, Renzo 172

423

Tremezzo 85
Trevisago 269, 389; cascina Besaccio
389
Treviso 213, 223
Trezzo sullAdda 235
Trieste 300, 359, 360, 381, 387-389;
Borgo Teresiano 387; Borgo Giuseppino 387; cimitero S. Anna 387; Civici
Musei di Storia ed Arte 389; Opera
Figli del Popolo 387; Ospedali: Civico
e Israelitico 387; Palazzo Vivante 387;
Scuola Spagnola 387; Teatri: Corti poi
Nazionale e Leopoldo Mauroner 387.
Via S. Michele 387
Trobaso di Verbania 50-57; ch. S. Pietro 49, 54, 56-59, altare S. Andrea 51;
Scuola del Corpo di Cristo 49, 58
Tronzano Lago Maggiore 237; loc.:
Bassano 237
Trotta, Francesco Antonio 269
Troubetzkoy, Luigi 63; Paolo 64, 304
Trova, Assunta 84
Troya, Giuseppe 287
Turbigo 235
Udine 206
Ugo di San Vittore 29
Ungheria 357, 375, 384, 397
Unione Sovietica 189
Urbino, Carlo 47
Vc 375
Vacca, fam. 358
Vagliano, Giuseppe 66
Vaiano, Gio. Antonio 390
Valcuvia 371, 385, 386, 388; Comunit
Montana 138
Valdocco 384
Valera, Paolo 110
Valganna 382; villa Magnani 382

424

Valiani, Leo 165


Valle Parri, Silvia 46
VALLI Anzasca 226, Blenio 14, 15,
19, 205; Bognanco 184; Cannobina
205; Centovalli 28, 327; Formazza
226, 362, 363, 364; Intrasca 20; Maggia 226; Marchirolo 30; Mesolcina
320, 325; Onsernone 327; Ossola 43,
50, 53, 115, 154, 165, 226, 291, 347,
354; Valcuvia 19, Valganna 210, Valsesia 49, 351, 353, 372; Valtellina 224;
Val dIntelvi 383; Veddasca 15, 30,
400; Vigezzo 16, 41, 57, 58
Valli, Alida 137
Valmarchirolo 371
Valsalice 384
Valtravaglia 15, 19, 21, 237; sup. 270
Vandoni, Antonio 355
Varallo Sesia 352-354, 356; Sacro Monte
349, 352
Varano Borghi 274
Var, Gio. Battista 249, 250
Varese 10, 14, 15, 131, 169, 173, 210,
237, 265-269, 272, 273, 330, 357, 373,
381; circondario 265; distretto 265,
272. Cancelliere del Distretto 266;
Deputazione dellestimo 266. Provincia 267, 384,. Tribunali: Trib. e Pretura 169, 172; Trib. prov. Fascista 173.
Vice Prefettura 269, 273
Vassallo, Giuseppina (Peppa) n. Albertoletti Ferrabiago 277, 294; Luigi 277,
278; Vittorio 278
Vaticano, Citt del Vaticano, Santa Sede:
244, 276, 361; Ch.: cappella Sistina 13;
S. Pietro 216, 371
Vaud (cantone) 165
Veber, Paul 134
Veccana (Castelveccana) 270
Vedasco, ch. Re Magi 346

Vellan, Felice 370


Veneto 249
Venezia 137, 199, 206, 208, 212, 213,
221-223, 330, 364, 387; Fondaz. Giorgio Cini 137; Giudecca 207; Senato
199, 207
Venturoli, Paolo 42, 43, 46
Venzi, Martine 307
Veratti, Pietro 269
Verbania (v. Intra, Pallanza, Suna, Trobaso) 64; 348; ASVb 42, 44, 45, 49,
50, 51, 54, 57, 62, 64, 70, 72, 73, 295297, 300-305, 365
Verbano dipartimento 265, 268
Vercelli 45, 46, 54; ch. S. Francesco 46
Verga, Giovanni 110
Vergante 345
Vergeletto 327
Vergobbio di Cuveglio 269, 386, 388
Verna (Ramponio Verna) 383
Verona 223
Verri, f.lli 89; Pietro 235
Vertova, ch. S. Maria Assunta 337
Viale, Vittorio 46
Viani, Agostino 296, 304; Livio Ludovico 73
Vienna 147, 189, 240, 361, 374, 398;
duomo S. Stefano 373; sterreichische Nationalbibliothek 26
Vieusseux, Gabinetto scientifico-letterario 80
Vigan, Francesco 247
Vignone 55; ch. S. Martino 54, 56; Confraternita del Rosario 55; Scuola del
Corpo di Cristo 54
Vigoni, Ignazio 368
Villa Lesa 280
Villa, Federica 139
Villadossola, ch. S. Bartolomeo 50
Vimercate, pieve 397

Viotto, Paola 15, 21, 22, 26


Virgilio, Publio Marone 24
Visconti Venosta, Emilio 142
Visconti, fam. 280; Filippo Maria 72
Vitello, Davide 42, 53; Fabrizio 42, 53
Vitta, Tommaso 283
Vivante, Fortunato 387
Vocogno di Craveggia 43
Vogini, Giovanni 300, 364
Volpi, Volpiano vesc. 52
Volta, fam. 272
Wadding, Luca 375
Washington, universit 186
Weber, Johannes 125-128; Paulina
(moglie) 127
Wilde, Oscar 134
Wilzeck, Johann Joseph 397, 398
Wolz, Alfred 382
Yale, universit 186
Zaghi, Carlo 265, 271
Zambelli, Barnaba Vincenzo 239, 240,
250
Zanini, Cesare 397, 398
Zanni, Nicoletta 386
Zecchini, Alfredo 383
Zertanna, Giuseppe 363
Zono, Giacomo 44, 46, 57
Zopis, fam. 272
Zucchi, Margherita 166
Zurigo 125, 126, 130

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