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Il Mulino

4/2011

Giacomo Vaciago

La mancata crescita delleconomia italiana

E tornata lattenzione, scientifica e politica, ai problemi della scarsa


crescita delleconomia italiana. Perch dovremmo preoccuparci? Per tanti
motivi. Perch lItalia arretra mentre molti altri paesi (anche in Europa)
accelerano; e quindi ci appare pi nostra mancanza che male comune. Perch
colpisce soprattutto le nuove generazioni, cio il nostro futuro. Ma anche perch
la crescita (vedi B. Friedman, Il valore etico della crescita, 2006) rende una
societ pi aperta, tollerante e democratica. Senza crescita come ben
vediamo da 15 anni in Italia la qualit della democrazia degrada.
In quanto segue, ricordiamo anzitutto i dati del problema e poi li
valutiamo alla luce della teoria della crescita che si insegna alluniversit (non
solo in Italia). Una volta aggiornate quelle valutazioni in base ai dati pi recenti,
consideriamo le ricette proposte, o proponibili, per tornare a crescere.
Conviene partire dallanalisi rigorosa che della nostra mancata crescita
ha fatto il governatore Draghi nelle sue prime Considerazioni Finali, il 31
maggio 2006. Si diffusa lopinione che il nostro candidato alla presidenza
della BCE condivida la preminenza della priorit data alla stabilit monetaria
che si abituati ad attribuire ai tedeschi. Unopinione superficiale e neppure
attendibile se solo si esaminano il CV di Draghi (laurea alla Sapienza con
Federico Caff e studi post laurea con Modigliani e Solow al MIT) e cosa abbia
detto e scritto in particolare da quando (16 gennaio 2006) Governatore della
Banca dItalia.
Nelle C.F. lette il 31 maggio 2006, diciotto pagine su venti sono intitolate:
tornare alla crescita. Iniziano con una diagnosi preoccupante: In Italia dalla
met degli anni novanta il prodotto ottenibile da unora di lavoro cresciuto
assai meno che altrove: oltre un punto percentuale in meno ogni anno, in
media, rispetto ai paesi dellOCSE. A causa del ritardo nelladeguamento della

capacit tecnologico-organizzativa delle imprese e del sistema, la produttivit


totale dei fattori si ridotta, caso unico fra i paesi industrializzati.
Quella non stata n la prima n lultima volta in cui la Banca dItalia ha
manifestato preoccupazione per la mancata crescita delleconomia italiana. Non
stata neppure sola, perch analoghe analisi le abbiamo viste da parte di tanti
istituti di ricerca, pubblici e privati; nazionali ed internazionali. Nel corso degli
ultimi due mesi, valutazioni analoghe le abbiamo potuto leggere, ad esempio
negli Outlook del Fondo Monetario Internazionale e dellOCSE; e ancora nelle
analisi del Centro Studi Confindustria (in particolare lo studio presentato agli
Stati Generali di Bergamo il 6 maggio) e in quelle di ref. Tutti ci hanno ricordato
che il problema emerso quindici anni fa pi grave oggi. Merita sottolineare che
il problema di cui si discute quello della crescita, cio si parla di tendenze di
lungo periodo che riguardano laccumulazione del capitale (umano e fisico),
linnovazione e il progresso della tecnologia. Quando parliamo di crescita non
ci occupiamo dellanalisi, tipicamente macroeconomica, che riguarda invece la
congiuntura e quindi non parliamo n di recessione n di ripresa, che sono
termini relativi al ciclo economico. N di ottimismo o pessimismo delle famiglie,
che di nuovo riguardano le condizioni che guidano le decisioni di consumo, e
quindi lo stato della domanda, ma non sono rilevanti nelle analisi della crescita.
E successo in questi anni che nel dibattito politico argomenti di questo tipo
siano stati confusi con quelli relativi al problema della crescita, ma ci vale a
confermare che la decadenza dellItalia non pu essere solo economica:
lignoranza sempre pi probabile quando la crescita stenta.
Il governatore Draghi nel 2006 correttamente parlava di prodotto per ora
di lavoro e di produttivit totale dei fattori per misurare la crescita. Non a
caso, escludeva che lespansione della spesa pubblica o linflazione o la
svalutazione del cambio potessero in quanto tali servire a rilanciare lo sviluppo:
alla lunga solo il progresso della produttivit genera benessere economico. E
questo il principale risultato della teoria della crescita che insegniamo ai nostri
studenti, a partire dal fondamentale contributo di Solow del 1956. Gli aspetti da
considerare importanti anche per capire e - qualora lo volessimo - per
correggere quanto osservato nel caso dellItalia sono soprattutto tre:

1)

quanto siano rilevanti, rispettivamente, i guadagni di produttivit esogeni


cio che possono essere derivati dallaltrui innovazione ( quella che in
gergo chiamiamo manna dal cielo); e quanto invece dipenda dal nostro
progredire in termini di capitale umano e di ricerca scientifica utile.

2)

Quale combinazione di politiche (a loro volta dotate di obblighi e di


incentivi, o di bastone e carota come pure si potrebbe dire) e quale
assetto di regole servano, per garantire che sia elevato e sempre presente
lo stimolo allinnovazione ed alla adozione di best practice organizzative.

3)

Quanto tutto ci interagisca in modo utile con lobbligo a ridurre deficit e


debiti pubblici che ci deriva dai nuovi Patti europei nel breve e nel medio
periodo (fino ai ventanni esplicitamente menzionati nei nuovi accordi
europei decisi nello scorso mese di marzo).

Questultimo aspetto a sua volta rilevante per almeno due motivi:


1)

La riduzione del deficit e del debito pubblico pu compromettere il


necessario impegno a spendere pi e meglio importanti risorse pubbliche
nel campo delle infrastrutture e del capitale umano. Diciamo che
potrebbero servire tagli ancora maggiori di quella parte della spesa
pubblica che non non strategica a fini di crescita.

2)

La necessit protratta per un lungo periodo di tempo di interventi restrittivi


di finanza pubblica pu generare aspettative pessimistiche sulla evoluzione
della domanda aggregata che rischiano di frenare la crescita delleconomia
dal lato della domanda (a maggior ragione non potendo compensare ci
con una politica nazionale espansiva grazie a strumenti monetari e valutari
che non sono pi disponibili).

Le conseguenze della crisi finanziaria e reale, iniziata nellagosto del 2007,


sono da valutare alla luce del dibattito prima riportato. Due aspetti in particolare,
dovrebbero essere chiariti:
1)

quanto della produzione perduta rappresenti anche una vera e propria


riduzione del prodotto potenziale, e quindi si richieda ben pi di quella
normale manutenzione che di solito basta per riprendere la crescita dopo
una recessione.

2)

Quanto le nostre migliori imprese abbiano saputo reagire alle mutate


convenienze localizzative, ampliando la loro crescita esterna allItalia in
alternativa alla scelta di crescere dove in origine insediate.
Ma andiamo con ordine e iniziamo dallinizio della nostra storia cio da

quella frenata della crescita del prodotto e della produttivit che data da met
anni 90. Se volessimo riassumere in poche parole la svolta che allora si
manifesta nelleconomia non solo italiana parleremmo di nuova economia,
cio di quel mix di globalizzazione e di rete internet che si diffonde un po in
tutto il mondo e caratterizza sia i paesi sviluppati sia i paesi emergenti.
Un nuovo modo di comunicare che presto anche un nuovo modo di
produrre, non solo nel manifatturiero, ma molto anche nei servizi ad esso
collegati. I guadagni di produttivit che si possono cos realizzare sono
importanti, sempre che la nuova tecnologia sostituisca quella precedente, fatta
ancora di molta carta stampata, fotocopiata, inviata per posta. Perch se invece
la nuova tecnologia solo si aggiunge a quella precedente che resta tuttora
prevalente, allora non v modo con cui la produttivit possa aumentare, anzi
probabilmente ne avremo una diminuzione.
Ci che merita sottolineare che buona parte di quel potenziale aumento
di produttivit (prodotto per ora di lavoro) rappresenta unesternalit e come tale
non tutto a disposizione della singola impresa. E tipico delle economie che si
possono realizzare nel settore della comunicazione: ciascuno trae beneficio
dallaltrui investimento e dallessere cos in grado di gestire in modo pi
efficiente il proprio sistema informativo e quindi progredire nella organizzazione
dellattivit, in rete con la propria filiera di fornitori ed acquirenti. Laumento
dellintensit capitalistica che assieme alla maggior produttivit da
innovazione il secondo importante fattore il cui ruolo sottolineato dalla
teoria della crescita, non pu supplire pi di tanto quando vi sono diffusi ritardi
nellinnovazione organizzativa legata alla qualit della comunicazione.
Non dunque un caso se le prime analisi sul declino delleconomia
italiana che iniziano ad essere diffuse dieci anni fa segnalino la frenata che
si registra nella crescita della produttivit proprio quando, da met anni 90, si
registra altrove la maggior crescita della produttivit dovuta alla diffusa e

sistematica innovazione ICT. Ci ci porta a riflettere sulle cause tipiche del


nostro sistema economico e sociale che spiegano la difficile accoglienza e
diffusione delle nuove tecnologie o meglio la mancata loro integrale sostituzione
alle tecnologie fino ad allora prevalenti.
Ma dopo una crisi che in tanti potevano giudicare congiunturale, abbiamo
avuto un po di ripresa a met del decennio; e quindi arriviamo alla crisi che
inizia con la scomparsa della liquidit bancaria nellagosto del 2007
essendoci gi dimenticati che ancora pochi anni prima si discuteva del nostro
declino. Quando lindustria del mondo intero si ferma, dopo limprovvisa fine di
Lehman (15 settembre 2008), lo shock drammatico. Allimprovviso, scopriamo
che condividiamo tutti i guai della globalizzazione senza averne conosciuto i
vantaggi, e soprattutto scopriamo che la nostra industria sempre meno
locomotiva, e sempre pi vagone di coda, delle altrui filiere produttive pi
robuste e importanti. Scopriamo anche che il nostro futuro di grande paese
industriale non pi garantito dalla ripresa che sempre segue ad una
recessione. Perch questa solo in parte una recessione (calo della domanda
aggregata e quindi ampio output gap), mentre si osservano molti indizi di una
vera e propria crisi da de-industrializzazione.
Il superamento della fase pi acuta della crisi coincide a fine 2009 con
linizio della crisi della Eurozona dovuta allimprovvisa scoperta degli squilibri
finanziari e/o reali dei paesi della cosiddetta periferia dellUnione (Grecia,
Portogallo, Irlanda) che presentano lulteriore rischio di contagio a danno dei
paesi che hanno problemi, seppure meno gravi dei tre prima citati, e cio Begio,
Spagna e Italia.
La posizione del Governo italiano nei confronti della crisi e dei costi che
ci ha presentato, stata caratterizzata da tre successive tesi che cos possiamo
commentare:
1)

la crisi non colpa nostra: Ci vero, ma non serve.

2)

Altri stanno peggio di noi: Ci vero, ma non consola.

3)

Abbiamo tenuto sui conti pubblici: Ci vero, ma non basta.

In effetti, la situazione peggiorata, nonostante i molti interventi di sostegno,


anche perch non stata subito percepita la gravit e le caratteristiche inedite

di questa crisi. Laspetto che pi merita sottolineare, anche per i problemi che
pone soprattutto allItalia il modo con il quale viene quasi ogni giorno decisa
dai mercati finanziari la valutazione del rischio (del singolo titolo, del singolo
debitore, del singolo Paese). Perch con la dovuta successiva riflessione,
abbiamo scoperto che molti dei cosiddetti shock cui si imputa buona parte dei
nostri guai, altro non erano che squilibri da tempo presenti e a lungo
colpevolmente sottovalutati. In altre parole, si usa chiamare shock anche quegli
squilibri i cui effetti negativi erano prevedibili, e previsti, ma purtroppo ignorati.
Alcuni esempi in proposito.
1)

La crisi della Grecia che inizia a fine 2009 e si vuole sia dovuta ad un
eccessivo deficit pubblico tenuto nascosto. In realt, gli squilibri
delleconomia della Grecia sono pi rilevanti e a lungo ignorati da quegli
stessi mercati che nei due anni successivi hanno duramente penalizzato il
merito di credito di quel Paese. Basta osservare che il deficit di parte
corrente della bilancia dei pagamenti della Grecia superava il 14% del PIL
gi nel 2007 e ci avrebbe dovuto provocare qualche reazione da parte dei
creditori.

2)

La stessa crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti: era compatibile con
lauto-compiacimento con cui la Fed parlava nel 2004 di Great moderation?

3)

E la celebrazione da parte della BCE del primo decennio di stabilit


dellEuro, nel giugno 2008, era compatibile con la crisi che lanno dopo
squassa lunione monetaria? Non era ovvio il pericolo dato dallaver basato
la stabilit dellEuro sullipotesi che i titoli pubblici di tutti i paesi membri
fossero perfettamente fungibili?
Sono dunque numerosi i casi di autocompiacimento da parte delle

Banche centrali che le porta a sottovalutare le fragilit del sistema cui


sovrintendono. E la conseguenza che poi appaiono come shock quelli che in
realt sono solo ritardi nel mettere a fuoco i problemi che si stanno
accumulando.
Qualcosa del genere riguarda anche lItalia nei cui confronti ha prevalso
in questi ultimi anni un giudizio tutto sommato positivo sia per la tenuta dei conti
pubblici, maggiore che in molti altri paesi, sia per la perdita di produzione e di

reddito, che stata invece in linea con laltrui esperienza. Questo giudizio sta
deteriorandosi proprio in questa complicata prima parte del 2011 perch viene
percepito che la ripresa insufficiente, o meglio perch risulta ripresentarsi
aggravato il problema precedente cio quello dellincapacit a crescere. E di
nuovo il governatore Draghi nelle Considerazioni Finali lette il 31 maggio 2011 a
precisare i dati del problema: Nel corso dei passati dieci anni il prodotto interno
lordo aumentato in Italia meno del 3 per cento; del 12 in Francia. La
spiegazione tutta nella mancata crescita della nostra produttivit oraria.
Cosa dovremmo fare per tornare a crescere? Credo servano anzitutto
alcune regole di metodo. La prima ovviamente che vi sia condivisione della
diagnosi e della conseguente priorit che ne deriva. La seconda che si possa
ragionare su un periodo di tempo adeguato: la frenata che si realizzata in
quindici anni non sar corretta in quindici mesi! La terza che si riesca ad
individuare le poche priorit su cui concentrare volont politica, capacit di
governo e impegno amministrativo. Se le priorit sono come altre volte in
passato qualche decina, meglio lasciar perdere.
Date queste premesse, dire quale strategia servirebbe per tornare a
crescere abbastanza facile, anche se molto meno facile poi realizzare tutto
ci. Anzitutto, il primo aspetto da sottolineare che in uneconomia di mercato
la concorrenza il modo normale con cui linnovazione viene introdotta nella
produzione: chi non innova perdente nella competizione. Occorre dunque un
forte aumento del grado di concorrenza, soprattutto nellarea dei servizi pubblici
e privati. Draghi ha appena ricordato (ma laveva gi sottolineato il rapporto
OCSE sullItalia, presentato a Milano il 9 maggio) che servirebbe concorrenza
anche tra le universit. E aggiungo io, anche tra gli studenti, se solo volessimo
fare gli esami in modo onesto, come in tutto il mondo civile: esami scritti, corretti
in modo anonimo, in ununica sessione estiva!
A maggior ragione, serve la concorrenza per il mercato, quando non
possibile nel mercato. Va estesa a tutti i casi in cui si in presenza di monopoli
naturali, come vero per molti servizi pubblici, acquedotti compresi. Evitando,
se possibile, di dire bugie come quella che gli acquedotti dovrebbero essere
gestiti da societ pubbliche.perch lacqua un bene pubblico!

La seconda area di intervento, prioritaria per modernizzare il Paese e


ottenere significativi guadagni di produttivit, riguarda lorganizzazione del
lavoro in tutti i servizi che pubblici devono rimanere, ma possono ben emulare
la migliori pratiche del resto dEuropa. Dalla giustizia alla pubblica
amministrazione (nazionale e locale): molto deve ancora essere realizzato per
adeguare le modalit di produzione di quei servizi allodierna miglior tecnologia.
Ci che va sottolineato che in tutti questi casi si parla di riforme e di
innovazione, ma in realt si tratta di una vera e propria rivoluzione, anzitutto
culturale, poi politica, e infine organizzativa. Non infatti un caso che le nuove
tecnologie ICT in tutto ci che settore pubblico in Italia siano state soprattutto
aggiunte e non sostituite alle vecchie tecnologie, determinando cos una
diminuzione della produttivit. Aggiungere internet e non cambiare nientaltro
consente di mantenere tutto immutato: lo stato stazionario di sempre che si
presta a tante pratiche clientelari (se va bene) e illegali (se conviene). Usare in
modo intenso e come regola le nuove tecnologie comporta molta pi
trasparenza e quindi legalit assieme ad accresciuta efficienza, come ho scritto
(sul Blog Integrit il 4 marzo scorso) collegando legalit e crescita. Dovrebbe
quindi ricevere priorit da parte dellintera squadra di governo, e vi dovrebbero
essere obbligati gli infiniti enti pubblici che arricchiscono (si fa per dire) il Paese.
La terza priorit una revisione del bilancio pubblico, recuperando il
metodo della spending review, introdotto da Padoa Schioppa sulla base
dellesperienza francese e inglese, e che il successivo governo subito elimin,
arrivando a chiudere lISAE dove queste analisi erano state iniziate. Occorre
anzitutto tagliare spesa pubblica corrente che non serve alla priorit della
crescita, ma anche spostare quote significative di pressione fiscale dalla
imprese alle famiglie; dal reddito al patrimonio; dai contribuenti onesti agli
evasori. Il Governatore Draghi aggiunge la necessit di un serrato controllo di
legalit sugli enti cui il decentramento affida ampie responsabilit di spesa, il
che non sarebbe male per un Paese dove in questi anni la legalit stato
spesso un valore vilipeso. Daltra parte, in un mondo globale dove le nostre
migliori imprese crescono pi altrove che in Italia (vedi la ricerca ISTAT sulle
nostre multinazionali, del marzo scorso), possiamo compensare ci solo se

siamo attraenti, cio attiriamo gli altrui investimenti diretti. E qui la legalit
nel senso pi ampio del termine un fattore molto importante: siamo troppo
cari come paese sviluppato per illuderci di essere anche attraenti se non
riusciamo a recuperare quella normale efficienza che viene dallosservanza
delle leggi.
Infine, legare la politica di bilancio finalizzata alla priorit del
risanamento allesigenza della crescita, serve anche a tornare allo spirito
originario del Patto di stabilit che non a caso era costruito sui due rapporti
Debito/PIL e Deficit/PIL che danno lindicazione anche quantitativa di ci che
solo giustifica un disavanzo e un debito, cio la crescita del PIL. La crisi in cui
siamo ancora completamente immersi una crisi dovuta allaver di continuo
aumentato un debito eccessivo in quanto inutile, cio non finalizzato alla
crescita. Dovremmo tornare anche in Italia al buon senso di chi giudica
eccessivo un debito privato o pubblico, non importa che non serve a
finanziare la crescita, ma solo redistribuisce risorse tra i diversi cittadini o tra le
diverse generazioni.
Negli anni scorsi, mancata una riflessione condivisa (fossimo nel
Regno Unito, diremmo un Libro Bianco) sulle cause della nostra mancata
crescita, che in termini della teoria che insegnamo ai nostri studenti
soprattutto dovuta ai mancati progressi della produttivit totale dei fattori,
sostituiti (al ribasso!!) dallaumentato contributo del mercato del lavoro.
Loccupazione precaria di tanti giovani (sempre pi simile per posizioni
professionali e relativi redditi a quella degli immigrati, che numerosi si sono
aggiunti alle nostre forze di lavoro) ha sostituito la modernit rappresentata
dallinnovazione. Il paradosso che le riforme del mercato del lavoro che
accompagnano quella trasformazione negativa sarebbero state utili, e forse
indispensabili, per gestire al meglio il necessario cambiamento, e ne hanno
invece accompagnato lassenza.
Daltra parte, il cambiamento e labbiamo prima sottolineato doveva
essere di sistema, cio unesternalit per lagire di ciascuno e quindi
essenzialmente affidato al settore pubblico come guidato dalla politica. Peccato
che proprio in quel periodo (da met anni 90) abbia avuto inizio una sostanziale

privatizzazione della politica: le leggi e le azioni di governo sono sempre pi


utili ai singoli interessi che alla comunit. Diciamo che la politica si occupa poco
del Paese, mentre il Paese si occupa molto..dei politici!!
Abbiamo infine visto che tornare a crescere sarebbe possibile, sempre
che lo si voglia e si definisca la Agenda appropriata. Prima o poi ci sar un
Governo che ha queste poche priorit e con grande impegno, qualche anno di
duro lavoro, e accettando liniziale impopolarit di molte di queste azioni,
riuscir a far tornare a crescere lItalia. Non sappiamo se avverr tra 1, 10 o 100
anni, ma la storia ci insegna che c sempre speranza e che nessun paese
mai perduto per sempre.

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