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Non scholae sed vitae discimus

SENECA

MOMENTI DI STORIA

Danilo
Caruso

INTRODUZIONE

n questo saggio ho raccolto alcuni miei studi storici, una serie che spazia dal
Medioevo al 900. Esso fa coppia col mio precedente Momenti di storia antica: si tratta di due piccoli lavori che vogliono offrire spunti sparsi per conoscere il mondo, senza nessuna particolare pretesa.
Lobiettivo principale quello di far comprendere limportanza dello studio, a qualsiasi et, tuttavia qui s con un occhio di riguardo alle generazioni in et
scolare. In un passato ormai abbastanza remoto laccesso dei fanciulli alle istituzioni scolastiche per ricevere uneducazione socioculturale era qualcosa non alla
portata di tutti: una grandissima parte di popolazione rimaneva in uno stato di
barbarica ignoranza che andava a braccetto con il suo sfruttamento da parte della
borghesia latifondista e imprenditoriale. I poveri ignoranti sono sempre stati vittime di chi ne sapeva di pi e di chi di conseguenza gestiva il potere nella societ.
Levoluzione dei tempi ha portato allistruzione obbligatoria fino a unet
via via pi elevata.
Questa costrizione fu vissuta talvolta come violenza poich toglieva forza
operativa per il guadagno al nucleo familiare di appartenenza.
Tale aspetto era unicamente indice di altri squilibri sociali, ma non poteva
impedire laffermazione del principio per cui un buon cittadino (allora suddito)
dovesse essere qualcuno a cui non mancassero le conoscenze essenziali. A scuola
moltissimi discenti imparavano ci che non potevano apprendere nellambiente
familiare, e a seconda delle circostanze anche correttivi valori.
La recente modernit ha purtroppo registrato un certo regresso della missione scolastica.
Il latente senso di disordine che circola nella societ sarebbe divenuto il
modello da imitare per quella parte di indisciplinati protagonisti di alcuni noti fenomeni. Costoro hanno difficolt a imparare un criterio dellordine che appunto
non distinguerebbero nettamente in giro.
I cattivi modelli trovano spazio nelle classi e diversi insegnanti si trovano a
dover arginare le realt dei soggetti socialmente non bene adattati. Il ruolo del docente maestro o professore (anche universitario) quello di un sacerdote nel
tempio del sapere: per insegnare bene ci vuole una vocazione.
Insegnare di mala voglia o con lunico obiettivo dello stipendio non gioverebbe n alla scuola n agli sfortunati discenti.
Non di buon auspicio che ragazzi non completamente formati vengano
ammessi, non per causa loro, ai successivi gradi scolastici in modo inopportuno
perch saranno i cittadini e i professionisti di domani. Certo quasi tutti i profes-

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sionisti sono qualificati, per per quanto ridotta che sia la schiera di chi esercita da
non appieno competente una professione questo non ne legittima la potenziale
nociva persistenza.
Da tutte le scuole, e specialmente dalluniversit, dovrebbe uscire solo gente preparata.
Mettendo da parte il discorso dei professionisti, che cittadini sarebbero anche quelli che hanno ricevuto uneducazione scolastica limitata allobbligo? possibile che a scuola non si impari quanto si possa veramente imparare.
Quale studente ha ricevuto nozioni in favore di una sua spontanea e autonoma crescita politica nellottica di formazione del cittadino?
Queste domande non sono prive di significato perch quando i maggiorenni votano contribuiscono a dare un indirizzo politico alla societ, e che societ sar
quella in cui gran parte dei giovani non capisce da chi e in quale maniera si far
governare?
Neanche la presunta morte delle ideologie ha aiutato la giovent contemporanea.
Quella del 68 era in parte fortemente politicizzata, ma aveva delle idee in
materia. Nella scuola dellobbligo dovrebbe apprendersi a capire la politica per
non essere indifferenti al mondo in cui si vive.
Sconoscere la storia della propria nazione e il modo di funzionamento delle
sue istituzioni gravissima mancanza ovunque. John Stuart Mill, uno dei teorici
pi autorevoli del liberalismo nellOttocento, parl di tirannia della maggioranza
del popolo non qualificata a scegliere politicamente, e propose per rimediarvi di
dare facolt di esprimere singolarmente pi voti ai soggetti istruiti in politica. Ai
nostri giorni, con tanto di riguardo, parrebbe il caso di ribaltare quel ragionamento di Stuart Mill, e dire che piuttosto di dare ad alcuni la possibilit di esprimere
per esempio 3-4 voti individualmente meglio fornire a ognuno listruzione necessaria che rende eguali in un regime democratico e mantenere il principio di un
voto a persona.
La scuola non deve di certo ritornare allepoca della bacchetta, ci nonostante deve avere vie chiare: il giusto ordine, migliore selezione.
Il lodevole obiettivo di conseguire un pezzo di carta rischia di provocare
come effetto collaterale un livellamento culturale verso il basso a causa dellipotesi
che la concessione di titoli non corrisponderebbe nella realt a quello che presume.
La storia testimonia daltronde che un pezzo di carta da solo non fondamentale nel creare il sapere. Un esempio canonico italiano: il filosofo e politico
Benedetto Croce non era laureato, eppure era lo stesso che influenz il panorama
culturale italiano del secondo dopoguerra.
La cultura e la scienza hanno estensioni superiori e a volte non coincidenti
con gli edifici di studio.

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1. CARUSO DI SICILIA

lla fine del Medioevo la Famiglia Caruso era tra le importanti del Regno di
Napoli, capostipite (in assoluto anche dei Caruso di Sicilia) ne fu Pier Fortugno. Costui era un cavaliere (forse piacentino), al servizio dellImpero
germanico, di grande forza danimo e di corpo, e di multiforme ingegno.
Infatti durante lassedio di Nocera Campana intorno al 1026 per liberarla
dagli Islamici, escogit di travestirsi da musulmano rasandosi completamente i
capelli (secondo una loro vecchia usanza), il che gli permise di entrare inosservato
nel centro abitato e di far s che gli assedianti potessero prendere la citt, ma dopo
questa sua ulteriore azione dastuzia sui soldati che si difendevano venne ucciso.
Dal verbo greco (kourazo: tagliare corti i capelli) fu chiamato Caruso.
Il figlio Lancillotto per i meriti del padre ricevette i castelli di Conza della
Campania e Apice, entrambi in provincia di Avellino (il secondo, sito vicino a Melito Irpino, denominato Castello Caruso) e adott larme di famiglia (scudo,
stemma): il campo (area dello scudo) in smalto azzurro (colore sfondo; azzurro: tra
i principali) con la pezza araldica (motivo decorativo) del capriolo (di primordine;
una V capovolta: segno di propensione ad alte imprese) unita a tre stelle (altro segno augurante un radioso avvenire) nella parte bassa separata dalla superiore da
una linea al di sopra della quale compare dorata una testa rasata. Riguardo al castello di Conza della Campania stato possibile reperire questa descrizione del
1494 conservata presso i Relevi dellArchivio di Stato di Napoli.
Et primo lo palaczo consistente in li membri infrascritti: lo cortiglio una sala grande con uno restrecto picculo da la banda verso lo jardino unaltra cammara
grande con unaltra verso ponente et una logia con una cammareta verso ponente e
altre cammare luna intro laltra verso levante con una scala da fore che scende a lo
cortiglio uno gajso cum la scala donde se saglie al dicto gaiso grande [] duj mezanini dove se chiama la cammara perta cum una cammarella tene lo jardineri duj
mezaninetti sotto le cammare [] lo cortiglio cum multi et diversi altri membri
dabascio terragni con stalle cellarj cocina con furno [] uno jardino cum arbori
comuni et vignia [] in lo quale jardino ej una chiesuola nomata a la nuntiata
(vol. 322, f. 59).
Sino agli anni 50 di quello chera stato il castello rimaneva la parte denominata Torretta, la quale stata rimossa per fare spazio a un campo sportivo. La
zona in cui si trovavano i ruderi stata poi posta sotto vincolo negli anni 80 dalla
Sovrintendenza di Salerno e Avellino.
Dellaltro castello di Apice invece stato possibile solamente rinvenire indicazione sulle carte geografiche. Da Lancillotto Caruso discesero Pierluigi e Gio-

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vanni: Pierluigi si stabil a Napoli, il figlio Antonello/Antonio al tempo del re Alfonso (1416-58) si trasfer in Sicilia, come Giovanni aveva fatto prima alla fine del
Trecento. Giovanni Fortugno/Fortunio [de] Carioso di Patern e Antonello/Antonio de Carusio furono in origine cavalieri napoletani.
1. Il primo era venuto in Sicilia con Gualterio Falcone, entrambi entrarono
al servizio del re di Sicilia Federico IV che per le loro capacit li elev al rango di
consiglieri e segretari (nella secrezia confluivano le imposte).
Il re concesse a Giovanni la facolt di esercitare la professione di notaio che
allora non era conferita facilmente data la delicatezza e la responsabilit
dellufficio, il privilegio era emanato direttamente dal re e non da suoi funzionari.
Inoltre un notaio poteva esercitare la funzione di giudice e Giovanni fu
giudice della Magna Regia Curia (in particolare tra il settembre 1398 e il novembre
1400 risulta che ricopr lincarico di serviens curie preture Panormi, un compito
paragonabile a quello di ufficiale giudiziario): per questi motivi il rango di notaio
era elevatissimo e richiedeva nel suo esercizio limpegno di persone di indubbia
dirittura.
I notai erano anche collaboratori amministrativi per via della loro perizia
nella scienza del diritto. Federico IV il semplice era divenuto nel 1355 a quattordici anni re di Sicilia in un momento in cui lIsola versava negli scontri feudali di
cui approfittarono i Napoletani per inserirsi in quel contesto: costoro occuparono
Messina, ma quando presero di mira Catania i feudatari si riunirono sotto il nuovo
monarca resistendo con successo per ritornare subito dopo allo status quo.
Quando Federico IV mor nel 1377 sal al trono la figlia quindicenne Maria
assistita da quattro vicari generali scelti tra le nobili famiglie pi potenti: il loro
leader, Artale Alagona, al fine di rafforzare la monarchia siciliana pens di far
sposare la regina col futuro Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti.
Per, in quelle fasi, un pretendente al vicariato escluso, Guglielmo Raimondo Moncada, la rap da Catania e in un secondo momento la trasfer in Spagna, dove ella nel 1390 spos Martino I dAragona. Gli Aragonesi entrarono militarmente in Sicilia nel 1392.
Tra la nobilt solo i Chiaramonte e gli Alagona si opposero al nuovo re.
La regina Maria mor nel 1402 senza dare alla luce degli eredi e Martino il
Giovane si rispos con Bianca di Navarra. In questo scenario nel 1397 il notaio
Giovanni Fortugno/Fortunio [de] Carioso di Patern ebbe concesso dietro sua richiesta in premio alla sua fedelt al re il feudo di Comitini che era stato confiscato
ai fratelli ribelli Guglielmo Raimondo e Antonio Moncada.
Giovanni infatti amministrava Patern (dal 1360 nella camera reginale)
quando, morta la regina Costanza, durante il moto di opposizione al sovrano,
Manfredi Alagona occup la citt costringendolo alla fuga e privandolo dei suoi
beni (i figli e la moglie furono imprigionati).

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La citt, che ritorn demaniale nel 1398, fu ripresa dopo un assedio per cui
lui si impegn appieno. Oltre al feudo di Comitini Martino I di Sicilia, in segno di
riconoscenza, gli don due lotti di terreno confiscati (per complessive sei salme)
ubicati nelle vicinanze di Patern e denominati Clarenza che erano appartenuti a
Muzio Fazio Moncada figlio del suddetto Guglielmo Raimondo.
Con atto del 10 gennaio 1399 Giovanni sostitu con il collega notaio e sostituto segretario di Agrigento Giacomo de Aricio il feudo di Comitini con laltro di
Giarretta (Jarretta) posto sul fiume Simeto. In precedenza il re Martino aveva attributo a Giovanni con atto del 6 marzo 1393 i feudi Taruso, Canneto (presso Adrano) e la terra della Revocata, poi nel 1399 gli conceder il feudo del Granato
(Lu Granaro).
Il figlio di Giovanni, Andrea da Catania, notaio della Magna Regia Curia,
gli succedette nei possedimenti con atto del 21 novembre 1453.
2. Antonello/Antonio de Carusio, che fu maestro razionale del regno
(funzionario contabile) e tesoriere regio, ottenne con atto del 4 gennaio 1453 la baronia di Spaccaforno (Ispica), Giovanni Bernardo Cabrera gli vendette il feudo al
costo di 1.200 onze; ebbe inoltre il feudo di Pulci (Pulchi, Pulichi) alias Muntisano
presso Noto (era stato della figlia Francesca; sposatasi di nuovo dopo la morte del
primo marito, con il secondo cedette il feudo al castellano di Noto che si ribell
alla monarchia; il nuovo assegnatario, il procuratore generale del re, lo cedette ad
Antonello/Antonio nel 1444 per 1.000 Fiorini), Lungarino, Burgillusi, nel 1457: San
Lorenzo e Bucchio (questi due per 200 onze), Ragalmaida (Rachalmedica), (Li)
Lansi, Falconara (presso Noto). Ad Antonello/Antonio succedette Nicol (Carioso) che, per mezzo della moglie Isabella Asmundo, ottenne il feudo Callura (presso Lentini); a lui il figlio Vincenzo (senza prole) e nel 1478/9 laltro figlio Antonio.
La titolarit della baronia di Spaccaforno si estinse nel 1520 in seguito al
matrimonio di Isabella Caruso, figlia dellultimo barone, con Francesco Statella, ai
cui figli fu tuttavia per imposto dietro accordo il cognome Caruso.
3. A Catania nella lista dei giurati amministratori della seconda met del
400 risulta una presenza di Caruso, da aggiungersi alle altre presenze nelle funzioni di patrizio (1), riformatore dello studio (2), di magister operae (1; consisteva in un ruolo di sorveglianza dellattivit universitaria) e di magister munditiae (1; riguardava la sovrintendenza del servizio di pulizia cittadina).
I Caruso si diffusero a poco a poco in tutta lIsola distinguendosi in pi posti per gli uffici ricoperti (sino allestremo territorio occidentale: si registrano a
Trapani nel 1459-60 e nel 1500-3 due giurati, e poi a Mazara del Vallo nel 1543-44,
nel 1575, e nel 1640-1, un giurato e due capitani) e in altri tre casi per i titoli nobiliari (nel 600: il feudo Galasi, la baronia di Sanz a Lentini; e laltro caso appresso
menzionato). I Caruso della Sicilia occidentale ebbero come capostipite Giovanni
Fortugno/Fortunio [de] Carioso, quelli della Sicilia orientale Antonello/Antonio

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de Carusio. Il ramo occidentale ha come primordiale principale epicentro geografico Cammarata dove nel 400 registrata la presenza dei Caruso. Si ricordano infatti il giudice Fabio e i notai Giacomo e Girolamo; di questultimo si conoscono
tre figli: Narbonese e i notai Francesco e Antonino (dal ramo di questultimo, estintosi, nacque il servo di Dio Padre Girolamo Caruso). Anche il ramo (estintosi
pure, e che a inizio del 600 aveva comprato la baronia di Scireni) dello storico
Giovambattista Caruso (Polizzi Generosa, 1673 - 1724) ebbe origine da Cammarata
(il fratello Giuseppe Antonio nel 1689 aveva comprato il titolo di principe di Santa
Domenica).
Di questo ceppo occidentale, per la vicinanza a Cammarata sono pure da ricordare particolarmente Gabriele Caruso pi volte nellamministrazione di Bivona
tra il 1549 e il 1562, le tre generazioni di notai di Burgio (Luca / Filippo / Paolo e
Luca, operanti tra 700 e 800) e Carlo Caruso da Agrigento (m. 1690) che fu scrittore, avvocato, giudice, sindacatore nella sua citt, e oper altres da magistrato a
Messina.
Lulteriore passaggio dei Caruso a Castronovo di Sicilia (da cui proviene il
mio ramo di Lercara Friddi) ha la sua base a Cammarata: il primo a mettere piede
a Castronovo con una certa stabilit fu Padre Girolamo (1549-1627) nel 1579.
Il passaggio pi sostanziale lo credo individuabile solo dopo lepidemia di
peste che scoppi in Sicilia nel 1624, la quale uccidendo molti abitanti castronovesi
ridusse della met quella popolazione.
Penso che quel ramo emigrato, che dovrebbe essere stato a esclusiva vocazione imprenditoriale, si sia trasferito, in particolare dopo il 1640, in cerca di successo in un ambiente del genere con dei vuoti, che aveva bisogno di essere rivitalizzato, e che presentava delle facili possibilit di inserimento e di arricchimento
per coloro che avessero un capitale da investire.
Che questa prospettiva fosse stata affrontata con esito positivo lo testimoniano: che non ci fossero dei Caruso a Lercara alla met del 600, dove un quarto
della popolazione del neonato Comune, meta di coloro che cercavano condizioni
di vita migliori, era di origine castronovese; che Arcangela Caruso (Castronovo di
S., 1851-1920; di Giovambattista) avesse sposato uno di famiglia nobile, Francesco
Rosso (1853-1914), e in ultimo che il mio trisnonno Giuseppe (Castronovo di S.,
1824 - ca 1890) fosse un agiato cittadino risposatosi (senza prole) in seguito alla
morte della prima moglie con Concetta Passavanti (1846 - post 1907; studi, sempre a Castronovo, in collegio presso le suore benedettine della Chiesa di santa Caterina dAlessandria), figlia di un possidente locale (bisnonno materno di Joseph
Picone) che aveva un fratello sacerdote.
Tutti i quattro maschi nati da questo secondo matrimonio del mio trisnonno, dopo le nozze della loro unica sorella Rosalia (1864-1955; che era la maggiore),
con il Lercarese Rosario Lucania (1859-1940) nel 1884, e dopo la morte del padre,

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trasferitisi a Lercara Friddi con la madre (come la menzionata sorella aveva fatto
qualche anno prima), acquisiranno qui un discreto numero di propriet immobiliari e daranno vita a considerevoli attivit imprenditoriali, soprattutto nel settore
calzaturiero, pure a New York (1906-21): gi Francesco (1882-1964) con atto del 31
agosto 1903 prese in locazione la Miniera Palagonia (di propriet della Fidecommissaria Palagonia) dai Rose Gardner che lavevano tenuta dal 1879 (egli poi la
cedette con atto del 17 settembre 1912 ad Antonino Polizzotto). Tra la seconda met dellOttocento e i primi del Novecento si registrano a Lercara 17 casi circa di
nuclei di Caruso: 10 sono derivati da Palermo e Bagheria (versante settentrionale);
5 casi sono di derivazione incerta, ma dovrebbero essere riconducibili a questo canale di provenienza settentrionale; 2 sono quelli di Castronovo (versante meridionale). Di questi ultimi due uno quello mio familiare che si svilupper sino a oggi,
laltro un piccolo ramo estintosi cos come si sono estinti da tempo entro la
prima met del 900 gli altri gruppi, tutti pi o meno per successivi spostamenti
cui diede vita un fratello della suddetta Arcangela, Giovanni (nato a Castronovo
di S.), che si era sposato a Lercara nel 1880 con Rosaria Montagnino (un suo figlio
Giovanni Battista, morto nel 1913, spos, sempre a Lercara, nel 1905 Rosalia Ajosa). Il primo contatto in assoluto tra un Caruso e un Castronovese risale alla fine
del 400 a Palermo quando Giovanni Fortugno/Fortunio [de] Carioso si trov coinvolto in una irrilevante vicenda giudiziaria: Matteo da Castronovo, arciere, padre di Bartoluccio aveva rivendicato un ritardato salario di tar sei e un grano ancora non corrisposti al figlio (questo stesso Bartoluccio dal canto suo era in precedenza stato pi seriamente condannato con i suoi compagni al pagamento di una
multa di onze due perch questi avevano messo in vendita dei meloni in maniera
illegale).
4. Nella lapide commemorativa dei garibaldini lercaresi, guidati da Agostino Rotolo, apposta sul prospetto del Plesso Sartorio nel 1903 si trovano in calce,
al di fuori dellordine alfabetico, i nomi di Luigi Gattuso e di Vincenzo Caruso:
questo Vincenzo era di Palermo (come lingegner Giuseppe Caruso, combattente
nella prima guerra mondiale e dirigente fascista a Lercara). Secondo un documento viceregio (1690) i Caruso di Palermo sono provenuti da Noto.
Dopo Giovanni, capostipite del ramo occidentale, che qui non diede origine
a dei rami, il primo Caruso (discendente da Antonio/Antonello) ricordato dalle
cronache palermitane Raimondo (al secolo Michele; m. 1623) sacerdote nella cattedrale e autore di un libello religioso pubblicato nel 1611: la sorella di costui (Agata), che aveva ereditato il feudo Galasi da un Alfonso Caruso, sposando Antonio Napoli Ferreri lo trasmise a questa famiglia.
Un omonimo Raimondo fu giudice pretoriano a Palermo nel 1615-16. Non
tutti i Caruso residenti palermitani, dopo questo primo inserimento stabile, furono
tuttavia originari di Noto.

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Risiedettero infatti a Palermo: lo storico Giovambattista e i congiunti (il padre Placido fu senatore a Palermo nel 1650-51); Giuseppe Caruso (m. 1706 a Palermo), figlio e prosecutore del citato Carlo. ricordato inoltre un poeta Giuseppe,
attivo nella met del 600, che nel 1651 pubblic La Nisa di Oreto, ovvero lodio
placato, egloga, il cui ramo per via del nome sembrerebbe quello cammaratese.
5. In Sicilia orientale le cronache quattrocentesche ricordano un Pietro Caruso coinvolto in primo piano nella tragica vicenda di Aldonza Santapau (figlia
del barone di Licodia e moglie del barone di Militello), una storia che rammenta
molto quella di Paolo e Francesca, in cui i protagonisti rimasero similmente uccisi.
Un omonimo Pietro Caruso ebbe nel 1592 il feudo di Nicchiara (vicino a Grammichele). Tra i Caruso di Castronovo di Sicilia vi furono due caduti nella Grande
Guerra: Bernardo di Calogero e Giuseppe fu Giovanni.

2. LALHAMBRA DI GRANADA

urante la prima met del XIII sec. nella penisola iberica il lungo processo di
espansione delle monarchie cattoliche settentrionali di Portogallo, Castiglia
e Aragona aveva continuato a provocare una notevolissima riduzione territoriale del dominio islamico meridionale, la cui sovranit entr in crisi nel 1212
lasciando dunque spazio in Andalusia a una serie di staterelli via via conquistati
dagli Spagnoli fra i quali sorse il sultanato di Granada. Estremo residuo moresco
di quello che fu il grande emirato di Cordova, cadr anchesso nel 1492.
Muhammad ibn Nasr dopo aver sfruttato una serie di avvenimenti favorevoli diede vita in sei anni a questo regno. A conclusione, nel 1238, fece ingresso a
Granada: replic alla festosa acclamazione da parte degli abitanti che lo esaltava
come vincitore che lunico vittorioso Allah. Tali parole passarono sopra lo scudo
del casato nasride e la bandiera dello Stato (entrambi hanno lo sfondo rosso). Sotto
il nome di Muhammad I govern fino al 1273 e cominci a costruire la sede regia
granadina, diventata nei decenni una sorta di domus aurea, posta sul vertice collinare urbano della Sabika (790 m s.l.m.), la quale ai suoi tempi ebbe una genesi
suggerita da finalit protettive.
Perno strategico di questo nucleo primordiale era la Qasaba (fortezza)
con i suoi torrioni: la colossale torre della veglia era terminale di un intelligente
circuito comunicativo segnaletico di consorelle diffuse sul territorio. LAlhambra,
letteralmente la rossa un articolato insieme architettonico sopravvissuto sino

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ai nostri giorni, in passato una separata comunit residenziale allinterno della citt (a sua volta dotata di proprie mura difensive). Il perch del nome non molto
chiaro. Si pensa a una qualit eponima del suo ideatore (stante la sua barba detto
il rosso). Oppure si crede che, allepoca delledificazione, operandovi nella fascia notturna, un apparato di luci artificiali avrebbe fatto riflettere un colorito rossastro il quale avrebbe colpito gli osservatori (al completamento dei suoi iniziali
lavori sarebbe forse stata rivestita allesterno di bianco). Infine c lipotesi che si
riallaccia al colore naturale della cerchia muraria fabbricata usando la locale argilla. Copre, senza fare violenza allambiente, la superficie di circa 100.000 mq circoscritta da unellisse irregolare molto schiacciata: lasse longitudinale E-O un po
oltre i 700 m, quello latitudinale quasi 200 m. La sua cinta possiede 4 porte e 27
torri (di natura perlopi fortificatoria). Non pochi i visitatori celebri rimasti incantati. Una poesia del giovane Victor Hugo intitolata Granada, dalla raccolta Le
orientali edita nel 1829, recita (vv. 70-71): LAlhambra! LAlhambra! Palazzo che
i Geni hanno adornato come un sogno dorato e riempito darmonie. In una riflessione Hans Christian Andersen ne rileva la proporzionata grazia.
Si tratta infatti del massimo esemplare dellarte ispanoislamica. Attrae grazie a geometrie non casuali, pregiate ceramiche, muqarnas, intarsi, arabeschi e
giardini, arricchiti dalla possibilit di leggere migliaia di composizioni poetiche,
versetti coranici ed epigrafi varie riportati sugli spazi visibili (unitamente al motto
araldico nasride): il tutto secondo lottica musulmana che unisce la dimensione
pratica e quotidiana a quella religiosa.
Al 300, seguenti allembrione della Qasr (abitazione regale) costituito dal
Partal, risalgono nuovi settori palatini: uno regio (dai vetri colorati di finestre
detto de comares) e laltro dei leoni (per le dodici sculture della fontana di un
bellissimo cortile, in origine pu darsi lastricato del tutto in marmo), promossi da
Yusuf I e dal figlio successore Muhammad V (la cui sepoltura potrebbe essere dentro il cortile dei leoni, quantunque a pochi passi esista un cimitero di famiglia).
Sono aree con dipendenze piene di attrattive estetiche e riservate non solo
alla vita privata e pubblica dei monarchi nazaridi (noti anche come i Rossi) ma in
pi utili allo svolgersi di attivit burocratiche (si mettono in evidenza nel primo
mediante la ricercata raffinatezza di forme la stanza del trono, e nel secondo tramite la studiata modalit dimpianto dei dipinti il salone dei re).
Lestremit orientale alhambrina ospitava gli alloggi di servit e funzionari
(assieme a tutto loccorrente per vivere): la medina (cittadella) era contigua ai
giardini del Partal (valorizzati dal palazzo di Yusuf III). Il fiume Darro alimentava
una fornitura idrica. I Nasridi utilizzarono inoltre un distinto gruppo architettonico che ubicato nei pressi della Rossa (sul suo fianco di nordest) i cui parchi rappresentano il corpo principale di questa appartata dimora, di fine 200, chiamata
Generalife (Yannat al-Arif): nellimmaginario islamico il giardino (florido, sen-

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suale, abbondante dacque) simboleggia un luogo paradisiaco (al-yanna). Perci qui


al-Arif (lArchitetto) figura del Creatore.
Nel 500, completata la reconquista, dopo che la corona spagnola aveva fatto
dellAlhambra una propria residenza, un dissonante palazzo fu aggiunto alla zona
della Qasr (Alczar), in un punto a oriente del lembo della Qasaba (Alcazaba), da
Carlo V: in stile manieristico-rinascimentale rest a lungo incompleto a causa del
disagio arrecato da una serie di terremoti nel corso della costruzione (dal passato
secolo sede museale e di eventi culturali diversi, e la sua biblioteca si trasferita
nel 1994 in prossimit del Generalife).
Successivamente a Filippo V e alla moglie Elisabetta Farnese nessun monarca di Spagna si prese cura della Rossa n vi risiedette. Quindi cadde alcuni decenni nelloblio. Venne riscoperta dai Francesi del periodo napoleonico: le restituirono lantico prestigio, il comandante del loro esercito stanziatosi a Granada (181012) ne fece la base del suo quartier generale.
Lopera di recupero rischi di essere vanificata in maniera irrimediabile
quando le truppe di Napoleone furono costrette ad allontanarsi: tanto vero che
avevano pensato di farla saltare in aria, per il sistema delle detonazioni fu bloccato da un militare spagnolo il quale con tempestivit e coraggio limit cos i danni.
Considerevole e poliedrico lincontro tra la Rossa e le muse, compresa la
decima che ha tratto spunto dal fortunato lavoro letterario di uno scrittore il quale
una sua lapide menziona: quel Washington Irving creatore dei Racconti
dellAlhambra mentre nel 1829 vi soggiorn. La conoscenza di questo libro ispir
a Jack London da bambino la realizzazione di un modello in scala. Irving, diplomatico americano, fu in seguito ambasciatore degli USA a Madrid (1842-46).
Il testo dei Racconti dellAlhambra, pubblicato nel 1832, composto da
31 capitoli che, toccando storia e fantasia, fanno rivivere e conoscere questa meraviglia e la sua passata civilt. La Rossa, monumento nazionale dal 1870, stata restaurata nel 1920 sotto la guida dellarchitetto Leopoldo Torres Balbs.
Nel 1984 lUNESCO deliber di includere fra i patrimoni dellumanit essa,
il vicino nordoccidentale quartiere Albaizn (di fondazione moresca) e il Paradiso dellArchitetto (trono alhambrino, per Ibn Zamrak, poeta e uomo di Stato
nazaride), quandormai secoli addietro la furia devastatrice dei reconquistadores,
istigata dallintegralismo religioso cattolico, aveva cancellato moltissimi beni monumentali islamici.
Basti pensare, ad esempio, che al posto di una moschea rossa, del 1308,
comparve a cavallo tra 500 e 600, davanti al lato est del palazzo di Carlo V (avente la pianta di una ciambella quadrata), la chiesa di Santa Maria (a croce latina).
Non va nemmeno trascurato, daltro canto, il regio editto teso a scacciare gli
Ebrei dalle giurisdizioni spagnole ed emesso proprio dallAlhambra il 31 marzo
1492. Lultimo sultano di Granada, Boabdil, passato alla storia come il giovane e

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lo sfortunato, risultato vittima di una discutibile notizia che gli fa rivolgere un


pesante rimprovero dalla madre Aisha al-Hurra.
Durante labbandono della capitale sulla via dellesilio, lasciata la Rossa
dalla meridionale porta dei sette suoli, e raggiunta a 12 km unaltura (non a caso
oggi il Sospiro del moro), poich lavrebbe in pianto contemplata, si sarebbe
sentito dire: Piange da donna ci che non ha avuto la capacit di salvare da uomo. Il complesso alhambrino, circondato dalla flora dei pendii della Sabika (altres Colle San Pedro), ha concorso, privo di fortuna, alla fase finale di una selezione, conclusasi nel 2007 e curata da una societ svizzera, che indicasse le sette
meraviglie del mondo moderno.
Oggi dentro lAlhambra, la cui vista allimbrunire nella cornice della Sierra
Nevada da mille e una notte, un albergo in mano pubblica occupa lex convento
francescano (gi abitazione moresca).

3. XENIA DI SAN PIETROBURGO

ochi anni prima della dissoluzione dellURSS (avvenuta alla fine del 1991), il
6 febbraio giorno in cui commemorata 1988 (24 gennaio per gli ortodossi) Xenia Grigorievna Petrova stata canonizzata dal Patriarcato di Mosca.
Nel corso dellepoca comunista, nonostante i divieti di natura religiosa, e nonostante limpossibilit di accedere alla sua cappella (addirittura circondata da una
recinzione alta sui 3 metri), il notevole culto popolare della sua persona, ereditato
dal passato, non sub flessioni (fiori e messaggi erano lasciati prima allesterno della cappella chiusa, successivamente presso il recinto).
La pi dettagliata opera agiografica su di lei quella di Dimitri Bulgakovskij, risalente al 1895.
Nacque a San Pietroburgo allinterno di una famiglia proveniente dalla nobilt russa verso il 1731. A 22 anni si un in matrimonio a un colonnello, Andrea
Fdorovi Petrov, che era corista di corte. Quattro anni dopo perse il marito deceduto a causa di un abuso dalcolici in modo istantaneo in occasione di una festa.
La cosa turb molto Xenia, rimasta vedova senza figli, poich credeva che
lo sposo, essendo morto in assenza di conforti spirituali, non avesse avuto diritto a
una salvezza immediata dellanima in paradiso. Cos ella decise di intraprendere
un cammino ascetico, in cui sostituendolo, riscattasse i peccati del coniuge (del
quale per lappunto assunse il nome e prese a indossarne la divisa: adduceva che a

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Caruso

morire non era stato lui ma lei). Seguendo linsegnamento evangelico si liber di
tutte le sue propriet a favore dei pi bisognosi (don labitazione in cui risiedeva
perch divenisse ricovero per poveri era posta all'angolo tra viale Bolshoy e via
Lakthinskaya a unamica che persuase poi a adottare in modo prodigioso un neonato senza genitori).
Questa condotta fece ritenere ai familiari che fosse impazzita. Cercando
dunque di farla dichiarare interdetta da un tribunale fu sottoposta ad accertamento sanitario: la sua presunta follia non era di carattere mentale (fu infatti giudicata in grado di ragionare perfettamente con libert), ma spirituale.
Esiste nella religiosit russa una categoria di asceti che se da un lato sub
pure persecuzioni di polizia dallaltro riscosse la venerazione popolare: sono definiti pazzi per Cristo (espressione che trae origine dalla prima lettera neotestamentaria ai Corinzi, in cui la fede in Cristo presentata come follia al giudizio di pagani e non cristiani).
La radicalit della loro vita di rigore e povert, che rappresentava una forma di condivisione delle sofferenze della Croce, li faceva considerare dei fenomeni
di aberrazione naturale e sociale, cosa che se era mal vista dai ceti pi agiati costituiva la loro forza di testimonianza del Vangelo di fronte ai diseredati, desiderosi
di un riscatto. Il caso di Xenia, che attir pi tardi anche lattenzione delle forze
dellordine pietroburghesi, fu uno di questi. In principio, respinto pure il sostegno
di congiunti e conoscenti, fu agli occhi dei pi oggetto di dileggio. Faceva dono
ulteriore agli indigenti delle offerte che aveva labitudine di prendere esclusivamente da chi le avesse porte amorevolmente.
Allontanatasi da San Pietroburgo, per farvi ritorno allet di circa 34 anni,
gir alla ricerca di consiglieri spirituali: le agiografie riferiscono che il movente
della sua conversione narratole dallo starets san Teodoro di Sanaxar (un ex ufficiale; 1719-1791), in cui si era imbattuta, la convincesse a far riferimento, dati i tratti
di coincidenza, allepisodio di morte del marito. Persona di straordinaria pazienza, ebbe una particolare predilezione verso la campagna pietroburghese, che le
offriva riparo di notte, e la cui natura a suo avviso lavvicinava al divino.
Viveva nella zona pi misera di San Pietroburgo raminga e non curata
(camminava scalza sulla neve), similmente ai pi radicali antichi filosofi cinici
(consumatasi luniforme del consorte la sostitu con brandelli di stoffa, di analoghi
colori verde e rosso che la richiamassero). Coloro a cui mostrava benevolenza
sembra venissero risollevati nella loro sorte, tant che cominci a essere ricercata
per questo suo carisma, al quale aggiungeva quello di preconizzare il futuro, che
rendeva noto con formulazioni il cui senso letterale da interpretare rinviava a
un significato profetico pi profondo. Previde le morti della zarina Elisabetta
(1709-1762), il giorno prima, e del prigioniero deposto zar Ivan VI (1740-1764), con
tre settimane danticipo. A unaltra donna di nome Krapivina, sempre in maniera

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oscura, anticip la sua prossima prematura scomparsa con laffermazione che le


ortiche in russo ortica krapiva sarebbero appassite rapidamente.
Nello stesso tono apparentemente incomprensibile dava indicazioni a compiere azioni che poi disvelavano avere un seguito positivo, come nel caso della ragazza che spos il vedovo a cui la santa laveva indirizzata dicendole che il (futuro) marito di lei stava seppellendo la consorte (precedente).
I concittadini credevano che calato il sole andasse a riposare nel vicino cimitero di Smolensk, dove si scopr che durante ledificazione della chiesa, nel
1794, ella agevolava nella nottata i lavori degli operai facendo trovare pronti i mattoni. Alla sua scomparsa, avvenuta intorno al 1803, fu sepolta in questo camposanto, luogo in cui una cappella fu completata nel 1902 sopra il suo sepolcro (molto
frequentato da fedeli che solevano portarsi via un po di terra o di pietra dalla costruzione come reliquia). Diverse furono le testimonianze di sue apparizioni post
mortem foriere di miracoli.
La zarina Maria Fdorovna (1847-1928) le impetr la guarigione del marito
zar Alessandro III (1845-1894): una loro figlia, della cui venuta al mondo era stata
avvisata in sogno dalla santa, assieme al risanamento del consorte, fu perci chiamata Xenia Aleksandrovna (1875-1960); dei Romanov questa fu una delle pochissime persone a scampare dallo sterminio bolscevico della famiglia.
Oltre a essere inclusa nel novero dei patroni di San Pietroburgo con laltro
ortodosso santAlexandr Nevskij e il cattolico san Giuda Taddeo i patronati di
questa folle per amore di Cristo coprono gli incendi, gli studenti, i disoccupati, i
bimbi a disagio, gli errabondi e i coniugi (il racconto della sua vita vuole che ella
abbia visto in vita un preannuncio della futura condizione paradisiaca propria e
del defunto sposo). La cappella di santa Xenia, ritornata accessibile a tutti, stata
restaurata nel biennio 2001-2.

4. IL VECCHIO WEMBLEY STADIUM

no dei mitici stadi del football, il londinese Wembley, stato abbattuto nel
2003, in seguito alla sua chiusura avvenuta nel 2000, e riedificato: la nuova
struttura stata aperta nel 2007 (il 24 marzo le under 21 inglese e italiana
hanno pareggiato in amichevole 3-3, tripletta di Pazzini in goal subito dopo appena 28 secondi). La costruzione precedente, nella cui zona lavori di sistemazione

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erano cominciati nel 1920 in occasione della British empire exhibition (1924-25), fu
tenuta a battesimo alla presenza di Giorgio V il 28 aprile 1923 con lo svolgimento
della finale di coppa dInghilterra (Bolton-West Ham 2-0, ricordata come white horse
final per via del cavallo bianco di un funzionario di polizia). La Football association
cup dal 1872 il primo torneo calcistico riconosciuto (mentre il British home championship, istituito nel 1883 il pi antico riservato a nazionali: sospeso nel 1984 potrebbe essere reintrodotto).
Il re segu la sfida dalla speciale tribuna reale, nella quale si celebravano le
premiazioni, collegata al campo da una scalinata. Lo stadio in quella giornata ebbe
la capienza massima di 127.000 persone (ci fu uno spazio a favore di pi o meno
80.000 posti in piedi): il fatto di non aver programmato un razionale piano
dingresso del pubblico consent lafflusso di una massa superiore alle 200.000 unit, a una cui non indifferente parte fu impedito laccesso.
La partita inizi in ritardo di tre quarti dora in una struttura stracolma
allinverosimile. La sua originale denominazione era quella di Empire stadium. Aveva comportato una spesa di circa 750.000 sterline: i lavori, durati dieci mesi e
supportati da una considerevole manodopera di 1.500 uomini, erano stati conclusi
a qualche giorno dallinaugurazione.
Un giro di operazioni immobiliari, a dispetto dellintenzione di smantellarlo successivamente allexhibition, garant la sopravvivenza al frutto del progetto
architettonico, in stile vittoriano, di Maxwell Ayrton e John Simpson: sorto al posto di una torre in una circoscrizione nordoccidentale di Londra, su un lotto di
propriet dei Windsor, fu acquistato in liquidazione dallo speculatore Arthur Elvin e da lui rivenduto alla societ che laveva posseduto.
Costui venne pagato attraverso quote azionarie che gli comportarono un
guadagno e la presidenza di quellorganizzazione. Da presidente vi promosse anche corse di cani e manifestazioni motociclistiche: nel 1927 a vedere Skin, il levriero a vincere la gara desordio, furono in 50.000. Nel 1966 Elvin, non avendo voluto
rinviare una competizione canina, caus lo spostamento di Uruguay-Francia, valevole per il mondiale inglese di calcio, al White city.
Dal 1923 al 2000 loriginario complesso fu palcoscenico della selezione di
football di coloro che furono considerati maestri, i quali tuttavia il 31 marzo 1928
ospitando la Scozia a Wembley (fino agli anni 40 unica nazionale ad aver avuto il
privilegio di giocarvi), in un incontro del Campionato interno britannico, subirono
un pesante 5-1 che valse ai rivali lappellativo di Wembley wizards.
I maghi scozzesi infatti schierati con una formazione rivoluzionata e giocando in modo dinamico, in vantaggio di un goal nel primo tempo, ne rifilarono
nel corso della ripresa altri quattro agli avversari, in rete soltanto su punizione
quasi allo scadere. Nel secondo dopoguerra lo Stadio dellimpero, dotato di un circuito datletica, fu epicentro dei XIV Giochi olimpici estivi dellera moderna, che eb-

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bero luogo dal 29 luglio al 14 agosto 1948, la seconda volta da quelli del 1908, nella
capitale (Londra stata sede di una terza olimpiade nellestate del 2012): vi presero parte 4.104 sportivi in rappresentanza di 59 Paesi.
La manifestazione pomeridiana dapertura, alla quale assistettero in 85.000,
vide la partecipazione del sovrano e di vari suoi familiari: erano passati dodici anni dallultima olimpiade di Berlino del 1936. Uno spettacolare volo di alcune migliaia di colombe copr lo stadio allorch linizio delle competizioni fu proclamato
da Giorgio VI (qui il 31 ottobre 1925, non ancora re, durante un discorso per
lEsposizione dellimpero britannico a causa dei suoi problemi di balbuzie, poi superati, dest una brutta impressione).
A quellolimpiade lItalia si piazz quinta nel medagliere, facendo meglio
dei padroni di casa. Nel torneo olimpico di calcio lItalia fu eliminata ai quarti,
mentre il Regno Unito sfior una medaglia: perse la semifinale (3-1 con la Jugoslavia) e poi la finale di Wembley che assegnava il terzo posto e dunque il bronzo (53 con la Danimarca). Allo stadio imperiale si svolsero inoltre gare equestri e di hochey in aggiunta al football e allatletica, nonch la celebrazione di chiusura dei
giochi olimpici. Il 25 novembre 1953 gli Inglesi, che non avevano partecipato alle
prime tre edizioni della Coppa Rimet, ritenendosi del tutto superiori, raccolsero
unaltra memorabile umiliazione perdendo 6-3 davanti allUngheria, medaglia
doro allolimpiade dellanno indietro.
Wembley ritorn alla ribalta del calcio internazionale quando lInghilterra
ospit nel 1966 il mondiale e nel 1996 leuropeo. Disput qua tutte le partite delle
due competizioni. In entrambe lItalia fu eliminata al girone iniziale. Gli Inglesi
giunsero alla finale del 30 luglio 1966 (vinta 4-2 d.t.s.) e si trovarono di fronte la
Germania Ovest che aveva battuto in semifinale 2-1 lURSS: in svantaggio al 12,
pareggiarono sei minuti pi tardi, quindi passarono in vantaggio verso la fine del
secondo tempo, a un minuto dalla fine i Tedeschi colsero il pareggio. Per quello
che accadde all11 del primo tempo supplementare, sul 2-2, continua a lasciare
perplessi: lInglese Hurst tirando colp la parte inferiore della traversa, la palla
sbatt sulla linea bianca di porta e torn in campo.
Alla moviola sembra che non labbia oltrepassata, ma il guardalinee sovietico diede lassenso sulla marcatura. La magia del goal fantasma sembr perdurare pure alleuropeo del 1996: ai quarti un paio di fuorigioco inesistenti fischiati alla
Spagna imped la possibilit di mettere in serio pericolo la porta dellInghilterra,
vittoriosa alla fine ai rigori.
La nemesi si mostr nella semifinale con la Germania, vincitrice a sua volta
di quella sfida ai tiri dal dischetto e della successiva finale di Wembley.
Se non bastasse, lultimo incontro giocato in assoluto al vecchio Empire stadium (7 ottobre 2000, valido per la qualificazione al mondiale) contempl una
sconfitta inglese proprio per mano dei Tedeschi. Clamorosa, sempre a Wembley,

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quella nel British home championship contro la Scozia il 15 aprile 1967: lInghilterra
fresca detentrice della Coppa Rimet, cui bastava il pareggio, perse 3-2 lasciando il
titolo ai guastafeste scozzesi, i cui sostenitori alla fine della gara, inneggiando alla
propria squadra come se fosse divenuta campione del mondo, furono autori di
una pacifica invasione di campo. Meno pacifica fu linvasione del 4 giugno 1977:
essendo stata la Scozia in virt del 2-1 sugli Inglesi di nuovo conquistatrice di questo torneo, i tifosi stavolta si portarono via zolle del terreno di gioco e persino una
traversa di porta. La nazionale italiana allo Stadio imperiale ha ben figurato a scapito dellInghilterra. Dal 2-2 del 6 maggio 1959 ha collezionato una sconfitta (2-0 il
16 novembre 1977), uno 0-0 (il 15 novembre 1989) e due storici 1-0 (il 14 novembre
1973 e il 12 febbraio 1997, reti rispettivamente di Capello, futuro c.t. inglese, e di
Zola, che allora militava nel Chelsea). In questo Wembley, che ospit cinque finali
di Coppa dei campioni e due di Coppa delle coppe i club italiani hanno ottenuto due
successi: nella prima il Milan, prima societ italiana ad aggiudicarsi il trofeo (2-1
sul Benfica il 22 maggio 1963); sfortunata la Sampdoria nella finale del 20 maggio
1992, avversario il Barcellona; e nella seconda il trionfo del Parma rivelazione (3-1
sullAnversa il 12 maggio 1993).
Da ricordare daltro canto le affermazioni di Manchester (29 maggio 1968) e
Liverpool (10 maggio 1978) nella coppa pi ambita, e del West Ham nellaltra (19
maggio 1965). Lultima finale di FA cup, antecedente la ricostruzione, si disputata il 20 maggio 2000: Chelsea-Aston Villa 1-0, goal di Di Matteo, autore nella finale
del 17 maggio 1997 di unaltra segnatura a 43 secondi dal fischio davvio (record
di rapidit della competizione sino al 30 maggio 2009).
Lo stadio, con le sue vistose e caratteristiche torri gemelle allentrata della
tribuna nord e la copertura che risaliva al 1963, fu teatro di pi discipline sportive,
tra cui il rugby, e di manifestazioni di varia natura, soprattutto concerti. Lattuale
Wembley ha negli ultimi tempi mantenuto le migliori tradizioni.

5. LA MARCIA VERDE

uando le dominazioni coloniali avevano ceduto spazio allesistenza di Stati


liberi, gruppi di civili marocchini disarmati, di varia estrazione, cui erano
state fornite copie del Corano, bandiere islamiche e immagini del proprio
sovrano, attraversarono il 6 novembre 1975 la frontiera nel deserto col Sahara spagnolo per incalzare il governo madrileno a ritirarsi: la cosiddetta marcia verde

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(in codice operazione Fat: conquista in arabo) fu tra le mosse culminanti nei
piani di annessione del re del Marocco Hassan II (1929-1999). Sul trono dal 1961,
fu un suo obiettivo quello di riunire le trib sahrw sotto la monarchia alawita.
Gli eventi che contrassegnarono levolversi di questa mira furono articolati.
Nel dicembre del 65 la Spagna franchista fu sollecitata dallONU ad abbandonare la colonia, ed esattamente un anno dopo le Nazioni Unite stabilirono
che quelle genti potessero decidere il loro futuro tramite una scelta referendaria.
Le miniere di fosfati nellarea settentrionale avevano fatto sorgere a Madrid
il desiderio di un separato piccolo stato fantoccio.
Lo scacchiere di questarea sahariana occidentale contemplava in aggiunta
al Marocco (in quei decenni di guerra fredda vicino agli USA) altri contendenti:
la Mauritania e la filosovietica Algeria che ambiva, tra laltro, a uno sbocco atlantico (dalla redditizia pesca costiera). Era viva la preoccupazione negli Stati Uniti di
uningerenza nordafricana dellURSS.
Nel maggio del 73, dai resti di una precedente organizzazione indipendentista (sorta nel 67), fu formato il Fronte popolare di liberazione di Saguia el Hamra e Rio de Oro (POLISARIO), e nellagosto del 74 gli Spagnoli resero noto che si
sarebbero ritirati dal suolo sahariano, offrendo la disponibilit a dar luogo al referendum auspicato dallONU anni prima (a CIA e Nazioni Unite sembrava desse
probabilmente vita a uno Stato indipendente). Il monarca marocchino, paventando che la situazione gli sfuggisse di mano, protest affinch in questa consultazione non fosse concessa lopzione dellindipendenza.
E nel mese successivo si rivolse alla Corte internazionale di giustizia de
LAia, che a ottobre del 75 emise un responso conveniente alle sue aspettative: ribadendo lopportunit di un atto di autodeterminazione dei residenti nella regione, dichiarava che i Sahrw presentavano i rivendicati caratteri di omogeneit col
popolo marocchino. Gli Algerini come sempre sostennero che la migliore soluzione era lo svolgimento di un plebiscito. In Spagna lo stato di salute del dittatore
Francisco Franco e la sua imminente morte (20 nov. 1975) giocarono a favore del
Marocco: il futuro re Juan Carlos era propenso allentrata iberica nella NATO (rinunciando a un collocamento internazionale nella terza posizione), da propiziare grazie allimmediato disimpegno sahariano (tendenza coloniale gi maturata
dal caudillo).
In precedenza il governo americano era stato criticato da quello franchista
perch assecondava gli amici marocchini (i rapporti tra CIA e ventura casa regnante alawita risalivano allo sbarco degli Americani a Casablanca nel nel42 durante la seconda guerra mondiale). Lintenzione di mettere piede nel Sahara spagnolo era stata ufficializzata da un messaggio di Hassan II alle 18:30 del 16 ottobre
1975, giorno stesso in cui poche ore dopo la Corte de LAia aveva espresso un
punto di vista utile alle sue ambizioni. Da quella giornata era incominciata la mo-

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bilitazione pubblica a sostegno delliniziativa, cosicch gi una settimana pi tardi


un embrionale nucleo di volontari si radunava a Tarfaya: in realt la pianificazione segreta di tutte le manovre era stata avviata il 26 settembre con il coinvolgimento di 700 agenti.
Il 31 ottobre, a sei giorni dalla marcia verde (colore simbolico dellIslam),
reparti dellesercito di Rabat, affrontando qualche isolata opposizione degli uomini del POLISARIO, avevano occupato alcuni settori di controllo a sud al di l del
confine sahariano per impedire un eventuale ingresso militare algerino nelle terre irredente dal Mesamir. Lintervento dellONU il cui orientamento era de facto filoalgerino richiesto dalla Spagna non riusc a dissuadere in quelle settimane
il re alawita.
Allinizio dellottobre del 75 la Cia aveva previsto unaperta invasione armata entro il mese se le circostanze non avessero dato altra scelta ad Hassan II, fiducioso che la comunit internazionale avesse poi fatto il suo gioco; perci gli Stati
Uniti lo ammonirono a non compiere un atto bellico contro gli Spagnoli: rispose il
14 che la Spagna sarebbe rimasta fuori da eventuali ritorsioni a differenza di altri
che avessero cercato di ostacolarlo.
Tuttavia Madrid, preoccupata dellinsuccesso delle Nazioni Unite, e disponibile a un trasferimento della sovranit sahariana a condizione di annullare la
marcia verde, venne a patti col Marocco: loperazione Fat si sarebbe completata; in seguito, attraverso legida del Palazzo di vetro di New York, gli Spagnoli
avrebbero avuto unuscita di scena senza disonore e un referendum ad hoc avrebbe sancito il nuovo possesso territoriale di Rabat (Juan Carlos fu a El Ayun, a pochi chilometri dal Marocco, il 2 novembre, nel periodo in cui il governo madrileno
proclamava di voler fermare larrivo dei Marocchini).
Un plebiscito pilotato era la proposta che Hassan II avrebbe accolto nel caso
della prospettata e diretta amministrazione dellONU successivamente al ritiro iberico, una via che allora non gli fu garantita. E cos allalba del 6 novembre, ma
solo in piccola parte, raggruppamenti dai circa 350.000 numero simbolico della
generazione di nati in quellanno marciatori concentrati a ridosso della frontiera
sahariana (segnata dal parallelo a 27 40' di latitudine nord) si inoltrarono da diversi punti nel territorio della colonia iberica per una quindicina di chilometri.
Il 9 novembre questa pacifica avanzata, prontamente condannata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (cui fu impedito per il veto statunitense un
pesante atto di sanzione caldeggiato da Madrid), fu revocata dal sovrano alawita,
che si reput soddisfatto. Il pericolo era che loperazione degenerasse: temeva da
un canto che lAlgeria rispondesse in armi, e dallaltro che lo schieramento dei
soldati iberici, schermati da una barriera di mine piazzata a proposito, potesse
causare vittime tra i volontari giunti molto vicini a questa linea di contenimento (i
marciatori furono poi temporaneamente mantenuti distanti 10 chilometri a nord

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del confine per esercitare ulteriore pressione sulla Spagna). Il 10 dicembre una risoluzione dellONU rinnov il diritto allautodeterminazione dei Sahrw.
Il 26 febbraio 1976 gli Spagnoli, passati per un intermezzo di gestione con
Marocchini e Mauritani partito il 14 novembre 1975, conclusa loperazione di evacuazione denominata Rondine, lasciarono definitivamente la colonia: il 27 febbraio venne quindi proclamata dagli indipendentisti la Repubblica democratica
araba sahrawi (RASD), durata poco poich a met aprile in virt dellaccordo marocchino-mauritano il Sahara ex iberico fu diviso tra i due stipulanti lasciando fuori lAlgeria.
Lamarezza algerina davanti a questi avvenimenti fu considerevole (come il
risentimento nei confronti degli USA): Algeri e Rabat ritirarono i rispettivi ambasciatori. Lintesa tra Spagna, Marocco e Mauritania (Madrid, 12-14 nov. 1975) aveva presunto un voto popolare, a cui lostile strategia del POLISARIO (di indirizzo
socialista), rimasto in loco lunico soggetto politico interlocutore, non diede margine di realizzazione (ci fu inoltre unemorragia di profughi alla volta della limitrofa Tindouf in Algeria).
Nel luglio del 78 a causa della guerriglia del POLISARIO croll in Mauritania sotto un colpo di Stato la presidenza di Moktar Ould Daddah (in carica dal
1960). La frazione mauritana di Sahara spagnolo fu lasciata libera undici mesi pi
in l: il quarto giorno dallabbandono venne annessa da Rabat.
Alla fine degli anni 70 il POLISARIO (col sostegno di Algeri) stava per
prendere il controllo dellex Sahara iberico, per i Marocchini dopo essersi dichiarati nel 1981 ben disposti a un plebiscito per i Sahrw per mezzo di aiuti
americani, francesi e sauditi ripresero la supremazia, e al termine del 1984 si ritirarono dallOrganizzazione dellunit africana che aveva associato la RASD.
Una Missione delle Nazioni Unite per lorganizzazione di un referendum
nel Sahara Occidentale (MINURSO), iniziata nel 1991 e pi volte prorogata, cui ha
partecipato anche lItalia, a oggi ha ottenuto un nulla di fatto.
Il nuovo re Mohammed VI, succeduto al padre Hassan II, ha ricostituito nel
marzo del 2006 un decaduto hassaniano Consiglio reale consultivo per gli affari
sahariani (CORCAS) allo scopo di migliorare lintegrazione.

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6. UNA CONCLUSIONE INUSUALE


UNA STORIA POSSIBILE, UNA FABULA
LA REPUBBLICA DEGLI ASINI

n un tempo antichissimo non vigeva lattuale ordine naturale, luomo non aveva affermato il suo dominio sugli animali e sulle forze della natura, anzi era
lasino (oggi simbolo dignoranza), dotato persino di parola e della capacit di
scrivere, ad aver instaurato il primo ordine sociale.
Gli uomini erano litigiosi fra di loro e diffidenti: ne approfittarono gli asini
che coalizzandosi istituirono una dittatura. Da questa alleanza nacque il famoso
detto asinus asinum fricat (lasino si strica con lasino), che conserva nel linguaggio la memoria di quel primordiale evento. Gli asini capirono che nella loro
societ lunico collante poteva essere la solidariet (di specie) e non ebbero difficolt a nominare un Senato.
Farne parte era per ognuno di loro un sogno; tant che uno disse: pi
facile che un uomo voli che entrarvi!. Infatti chi aspirava alla suprema magistratura doveva essere un asino con tutti i sacramenti: una scelta sbagliata poteva dar
adito a un sovvertimento sociale e portare luomo al potere qualora avesse messo
da parte il suo istinto egoistico.
Ma gli asini impararono dagli uomini solo i peggiori difetti: luno voleva
predominare sullaltro. Scoppi la guerra civile (bellum asininum) combattuta da
due fazioni. Nessuno badava pi alla pulizia e allordine.
Tutto era un immondezzaio, non si ebbe rispetto neanche per lAsineo, vecchia sede della dittatura. Qualche asino pens di spostare rifiuti e macerie della
guerra nella zona degli uomini, nella speranza anche di intossicarli e sterminarli
per sempre. Gli uomini per capirono che se avessero solidarizzato come gli asini
ne avrebbero preso il posto, e cos fecero.
Si unirono, diedero fuoco ai rifiuti e il fumo tossico bruci la facolt di quelli
di parlare, rimasero in grado di emettere solo un raglio.
Non potendo pi comprendersi rimasero disuniti. La societ precedente fu
sostituita da quella degli uomini, ma per una questione di accortezza questi non
riportarono mai nei codici e in altri scritti la storia della tirannia degli asini, che il
Signore aveva creato per portare i pesi.
Da allora si dice che i ragli degli asini non giungono in cielo

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INDICE

Introduzione

pag. 1

1. Caruso di Sicilia

pag. 3

2. LAlhambra di Granada

pag. 8

3. Xenia di San Pietroburgo

pag. 11

4. Il vecchio Wembley Stadium

pag. 13

5. La marcia verde

pag. 16

6. Una conclusione inusuale / una storia possibile, una fabula

pag. 20

Palermo
novembre 2014

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