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In Italia esiste oggi una questione bancaria. In che cosa consista esatta-
mente, tuttavia, non chiaro. A giudicare dal dibattito sui media sembre-
rebbe che la questione consista nellattribuire la responsabilit del declino
della crescita dei prestiti, da mesi in caduta anche in valore assoluto, e che
mostra ormai un trend negativo dallinizio della crisi finanziaria post-Lehman
(fig. 1). Il campo si divide tra i colpevolisti, la maggioranza, che imputano
al sistema bancario lincapacit di valutare ed estendere il credito, e una mi-
noranza di innocentisti che danno invece la colpa a una recessione che
la pi severa del dopoguerra. Il problema mal posto perch la dinamica
dei prestiti solo un sintomo di una crisi del nostro sistema bancario, che
ha radici nella struttura del sistema finanziario italiano, nel modello di banca
seguito in Italia, nelle difficolt dellindustria del credito nel mondo, e nelle
modalit con cui stata gestita la crisi del debito pubblico nellEurozona.
1. La struttura banco-centrica
Il problema dellItalia la mancanza di crescita: senza crescita impos-
sibile assicurare la sostenibilit del debito pubblico e laumento del reddito
degli italiani. Ma non c crescita senza un sistema finanziario che la sostenga
e indirizzi il risparmio verso il capitale pi produttivo. Eppure non si discute
del problema delle banche italiane nellambito pi ampio del funzionamento
del sistema finanziario del paese.
Un sistema finanziario serve a incanalare e allocare il risparmio (nazionale
ed estero) verso le imprese: per capirne il funzionamento bisogna dunque os-
servare la composizione del totale delle loro passivit. Nella tabella 1 spic-
cano tre elementi, che danno la dimensione di una arretratezza che costitui-
sce un vero tappo per la crescita.
Il primo che meno di met delle risorse che affluiscono alle imprese
passano per il mercato finanziario (comprendendo i prestiti delle banche,
Alessandro Penati
LA QUESTIONE BANCARIA
BANCA IMPRESA SOCIET / a. XXXII, 2013, n. 2
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tutte le forme di credito finanziario degli altri intermediari, le azioni quotate
in borsa, e i titoli obbligazionari). La maggioranza del finanziamento passa
al di fuori del mercato: un quinto dei finanziamenti alle imprese viene da
fornitori (crediti commerciali) e dipendenti (TFR); un terzo sono capitali
immessi nelle aziende dagli imprenditori stessi, incluso lautofinanziamento.
Il nostro dunque ancora un mercato finanziario interno alle imprese, im-
magine speculare di un capitalismo privato a stretto controllo familiare e
sottodimensionato.
FIG. 1. Il trend negativo dei prestiti bancari.
Fonte: Banca dItalia.
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2009 2010 2011 2013 2012
Settore privato: non corretto per le cartolarizzazioni
Famiglie: corretto per le cartolarizzazioni
Societ non naziarie: corretto per le cartolarizzazioni
Settore privato: corretto per le cartolarizzazioni ed escluse le controparti centrali
TAB. 1. Un sistema troppo banco-centrico
Passivit Societ non finanziarie (30 Giugno 2012) (Miliardi) (PCT) (%)
Titoli debito 95 3
Debiti commerciali 510 16
Prestiti da Banche e Societ finanziarie 1.031 32
Debiti vs estero 80 2
Debiti vs altri residenti 77 2
Debiti vs Amm. pubbliche 28 1
Fondi pensione e TFR 103 3
Azioni quotate 244 7
Azioni non quotate (autofinanziamento) 1.097 34
Totale 3.264 100
Intermediate da Mercato finanziario 1.370 42
di cui, da Banche 1.031 75
Fonte: Banca dItalia.
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Il mercato azionario non ha mai svolto un ruolo rilevante nel finanziamento
alle imprese, un ruolo che andato addirittura riducendosi nel tempo: nel
2012 il rapporto capitalizzazione/PIL della Borsa (22%) era tornato ai livelli
del 1995. Ancora pi significativo il dato sul flottante (47%) che indica come
meno della met delle azioni quotate siano effettivamente negoziabili sul mer-
cato (tab. 2). Le ragioni della scarsa permeabilit dellimprenditoria al capitale
di rischio esterno, e dello scarso sviluppo del mercato azionario sono note, e
vengono qui solo ricordate: il grande valore che si attribuisce in Italia ai be-
nefici privati del controllo, per cui si quota regolarmente una frazione del ca-
pitale; e quando viene meno la propriet della maggioranza del capitale, la si
sostituisce con patti, accordi e strutture piramidali. La Borsa non serve dunque
a crescere in quanto le eventuali acquisizioni/fusioni fatte con aumenti di ca-
pitale (sarebbe lo scopo di quotarsi) diluirebbero il controllo. La quotazione
tipicamente opportunistica, ovvero avviene quando il mercato tende a soprav-
valutare il settore in cui avviene lIPO; e viceversa, le OPA sono prevalente-
mente utilizzate a ritirare i titoli dal mercato quando questo tende a sottova-
lutare lazienda. E infine il riscorso al mercato sotto forma di aumenti avviene
prevalentemente per ribilanciare una struttura finanziaria troppo esposta al de-
bito, o addirittura come parte di una ristrutturazione per uscire da un dissesto.
Anche il mercato del private equity gioca un ruolo marginale in Italia (nel 2012
addirittura la met di tutte le operazioni di private equity sono state fatte dalla
Cassa DDPP, e dai Fondi a lei riconducibili), in parte perch il private equity
difficilmente pu svilupparsi senza una Borsa efficiente, essendo le due forme
di investimento complementari; e in parte perch mancano investitori istituzio-
nali, e quelli che ci sono allocano una frazione a questo tipo di investimenti.
Secondo, nonostante lavvento delleuro e la globalizzazione, che hanno
aperto alle aziende italiane le porte dei capitali stranieri eliminando il rischio
di cambio e il vincolo di poter contare solo sul risparmio disponibile in Ita-
lia, restiamo uneconomia finanziariamente chiusa. Dallinizio delleuro lIta-
lia, come tutti gli altri paesi dellEurozona ad eccezione della Germania, ha
importato capitali, come evidenziato dallandamento del saldo delle partite
correnti, che appunto misura il risparmio netto a livello nazionale che viene
esportato (avanzo) o importato (disavanzo): si passati da un avanzo di circa
TAB. 2. Cera una volta la Borsa
Capitalizzazione PIL (prezzi correnti) Capitalizzazione/PIL (%) Free Float (%)
1995 223 953 23
1999 663 1.133 59
2006 748 1.495 50 51
2011 476 1.580 30 80
2012 342 1.569 22 47
Fonte: Factset.
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il 3% del PIL a un disavanzo che ha toccato un minimo a circa 3% del PIL
(fig. 2). Lafflusso di capitali, tuttavia stato prevalentemente utilizzato per
collocare debito pubblico allestero, a basso costo, in linea con quello dello
Stato tedesco. Da inizio euro sono stati collocati allestero fino a un massimo
di circa 500 miliardi di nostri titoli di Stato, facendo dellestero ancora oggi
il primo singolo detentore di debito pubblico italiano. La crisi dellEurozona,
con lemergere di un premio per il rischio Italia, ha comportato una contra-
zione della domanda esterna per i nostri titoli di Stato. In parte la minore
domanda stata compensata dagli acquisti (indiretti attraverso luso di questi
titoli come collateral) della BCE e Banca dItalia; in parte lItalia stata co-
stretta ad azzerare il ricorso al risparmio estero, come dimostra linversione
del trend nel saldo della bilancia delle partite correnti, che in poco tempo ha
riportato il saldo in pareggio. Poich probabile che lItalia sia chiamata a
generare e mantenere un avanzo dei conti con lestero, laccesso al risparmio
estero in aggregato sembra precluso per almeno qualche anno.
Infine gli investimenti diretti di capitale. LItalia sempre stata il fanalino
di coda nei confronti internazionali; ma ha reagito alla crisi chiudendosi an-
cora di pi agli investimenti diretti (fig. 3), poco meno di 10 miliardi lanno dal
2008, ovvero lo 0,001% dei prestiti bancari alle imprese. Invece di considerare
il capitale estero una preziosa fonte di risorse, lo straniero viene visto come co-
lonizzatore: ha prevalso pertanto larrocco a difesa degli interessi nazionali.
Terzo, il mercato del credito non bancario stato ucciso sul nascere. I vari
scandali legati a dissesti quali Parmalat e Cirio, hanno distrutto la reputazione
delle obbligazioni corporate presso i risparmiatori. E le imprese italiane, tranne
FIG. 2. Saldo della bilancia delle partite correnti/PIL.
Fonte: Factset.
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Grecia Italia
Portogallo
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poche eccezioni di grandi dimensioni, a loro volta non accettano la disciplina
[i ritardi nel pagamento degli interessi e capitale (credit event) che fanno scat-
tare i diritti dei creditori; i limiti rigidi imposti dai covenant] e la trasparenza
(presupposto del rating) che lobbligazione corporate impone in pi rispetto al
prestito bancario. Un mercato domestico delle cartolarizzazioni poi non mai
decollato; e quello dei crediti italiani cartolarizzati per il mercato internazio-
nale dei capitali si spento nel 2008 con la crisi finanziaria.
Quarto, di fatto si concesso alle banche il quasi monopolio dellinter-
mediazione dei flussi finanziari, proprio quando lindustria, maggiormente
colpita dalla crisi finanziaria e del debito pubblico, entrata in una fase di
declino, amplificando cos gli effetti della crisi sulla crescita economica. La-
ver messo la banca al centro del sistema di finanziamento delle imprese ita-
liane si sta dimostrando quindi una debolezza strutturale, che amplifica la
trasmissione degli shocks finanziari alleconomia reale; e aumenta le intercon-
nessioni tra la crisi del sistema bancario e le imprese italiane.
2. Un settore in declino
La banche italiane soffrono di un declino che ha caratterizzato tutte le
banche nel mondo. A posteriori palese che i rendimenti sul capitale delle
banche di tutti i paesi sono stati a lungo drogati dallutilizzo di una leva
eccessiva, che ora il mercato penalizzando le valutazioni dei titoli di que-
sto settore e la regolamentazione impongono di ridurre stabilmente. Per
comprendere la dimensione della bolla delle valutazioni bancarie, bisogna
guardare allandamento del rapporto tra il valore di mercato delle banche e
quello contabile del loro patrimonio. Se il rapporto minore di uno, implica
FIG. 3. La difesa degli interessi nazionali.
Fonte: OCSE.
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FDI in Italia (Euro, miliardi)
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valori di bilancio non credibili, ovvero che le attivit in portafoglio saranno
una fonte di perdite nette; se maggiore dellunit, ci si aspetta una reddi-
tivit del capitale futuro in crescita rispetto a quello accumulato in passato
(che il valore contabile). Il rapporto price/book (P/B) infatti usato tipica-
mente negli studi empirici di finanza aziendale come una variabile proxy delle
aspettative di crescita del mercato per un certo settore o azienda. La figura 4
mostra come il rapporto P/B di tutte le banche sia americane sia europee, sia
rapidamente cresciuto a valori mediani intorno alle 3 volte in concomitanza
con la bolla internet in borsa e lavvio delleuro. I multipli si sono poi mante-
nuti elevati, stabilmente intorno alle due volte, per tutti gli anni fino alla crisi
di Lehman. inoltre importante sottolineare come le valutazioni fossero uni-
formi da entrambe le sponde delloceano; e come quelle delle maggiori ban-
che italiane si fossero allineate alle maggiori nel mondo subito dopo londata
di fusioni che ha interessato il nostro paese dal 1995 al 1999.
Dal 2007 i multipli si sono rapidamente sgonfiati ovunque, riportandosi
vicino o al di sotto dellunit, indicazione che il mercato anticipa un forte de-
clino della redditivit sul capitale del sistema bancario, e che questo declino
strutturale pi che ciclico. In altre parole la riduzione permanente del livello
di leva finanziaria utilizzato dalle banche produrr una riduzione altrettanto
permanente della redditivit dellindustria. La figura 5 mostra come la strada
del delevering delle banche nel mondo sia ancora lunga: fatta eccezione per
alcuni casi eclatanti, che hanno richiesto lintervento dei Governi per evitare
dissesti (i casi di UBS, Commerzbank, Barclays, per esempio) il rapporto tra
il totale dellattivo rispetto al patrimonio netto per un campione delle mag-
giori banche rimasto pressoch costante rispetto al 2006, ultimo anno prima
FIG. 4. La banca: unindustria in declino.
Fonte: Factset.
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Andamento del rapporto P/B
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FIG. 5. Le strada del delevering lunga.
Fonte: Factset.
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Totale attivit/patrimonio 2006 Totale attivit/patrimonio 2013
dello scoppio della crisi. La tabella 3 mostra come, per questo campione, la
mediana del rapporto di leva totale sia sceso solo da 22,7 volte nel 2006 a
20,9 volte cinque anni dopo. Il miglioramento dei coefficienti patrimoniali
che avvenuto in questo periodo trova pertanto spiegazione prevalentemente
in una riduzione delle attivit pesate per il rischio (ovvero pi titoli di Stato
e mutui in portafoglio) piuttosto che in un aumento del capitale raccolto o
in un ridimensionamento degli attivi. Laumentata patrimonializzazione delle
banche ottenuta per questa strada fa sorgere tuttavia il dubbio della sua so-
stenibilit: non infatti credibile che le maggiori banche possano sostenere
una crescita con attivit pesate per il rischio mediamente (nel campione) pari
a solo il 35% del totale dei loro attivi. Significherebbe che le banche ces-
sano di valutare i rischi ed erogare crediti per diventare dei grandi fondi di
investimento (o meglio fondi alternativi), che investono prevalentemente in
securities, e generano profitti dallattivit di trading e dallo spread sul costo
del finanziamento di queste posizioni. La tabella mostra alcuni casi estremi di
questo processo, come per esempio Deutsche Bank che, pur partendo da un
livello di leva estremamente elevato nel 2006 (34 volte), lo ha aumentato fino
a quasi 38 volte nel 2012, con attivit pesate per il rischio pari ad appena il
17% del totale. Pi che una banca assomiglia a un hedge fund.
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La penalizzazione che il delevering impone alla redditivit delle banche,
deprime le valutazioni in Borsa, e rende quindi pi complicato ed oneroso
(per i vecchi azionisti) raccogliere capitale di rischio. Leffetto delevering sulla
valutazione delle banche sembra particolarmente acuto per le banche italiane.
Sempre dalla figura 4 si vede come il rapporto P/B dei principali istituti di
credito italiani sia caduto in linea con le altre banche nel mondo con la crisi,
ma sia poi rimasto costantemente al di sotto delle altre. Le banche italiane
trattano quindi a sconto, in termini di quelle che sono le prospettive econo-
miche percepite dal mercato.
La tabella 4 mostra come i multipli pre-crisi si siano sgonfiati ovunque in
Europa: il dato mediano delle 10 maggiori banche italiane sceso da 1,5 del
2007 allo 0,4 atteso per il 2013. Come nel resto dEuropa: da 2,3 a 1,0 nel
resto della UE (pi Svizzera e Norvegia); e da 2,2 a 1,0 nel resto dellEuro-
zona. Tuttavia il mercato valuta mediamente le banche italiane a sconto sia
rispetto allEuropa, ma anche rispetto allEurozona, che pure include Gre-
cia, Spagna e Irlanda. Inoltre lo sconto andato aumentando nel tempo: dal
35% rispetto alla UE nel 2007, al 40% nel 2011, allapice della crisi dei ti-
toli di Stato, al 60% del settembre 2013. Lo sconto non sembra dipendere
dallammontare di goodwill presente nei bilanci delle italiane, e derivante
dalle tante fusioni precedenti al 2007 fatte a multipli dei valori odierni: lo
sconto infatti similare se si considera il patrimonio tangibile al posto del
patrimonio contabile. Non neanche attribuibile ai criteri di vigilanza no-
strani pi severi, perch tendono a ridurre il patrimonio contabile, e quindi
a migliorare il rapporto coi prezzi di mercato. Lo sconto incorpora pertanto
altre criticit che sono peculiari al sistema bancario italiano.
3. La redditivit perduta
Le banche italiane hanno perseguito un modello basato sul collocamento
di prodotti finanziari attraverso reti di distribuzione fisiche capillari sul terri-
torio nazionale. Lobiettivo era quello di assicurare la crescita dei ricavi senza
TAB. 4. Lo sconto delle banche italiane
Banche (mediana) P/B 9/2013 P/B 12/2011 P/B 12/2007 P/TB 9/2013
Europa (ex Italia) 1,0 1,0 2,3 1,1
EMU (ex Italia) 0,8 0,7 2,2 0,8
Italia 0,4 0,6 1,5 0,5
Sconto Italia/Europa 60% 40% 35% 54%
P/B = rapporto valore di mercato/valore contabile del patrimonio;
TB = patrimonio tangibile (al netto del goodwill).
Fonte: Factset.
256
rischi e senza impegnare grossi capitali, aumentando il peso delle commis-
sioni rispetto al margine di interesse nel conto economico. Le commissioni
derivavano dal collocamento di prodotti presso i risparmiatori, potendo
contare su margini elevati in un paese col saggio di risparmio e stock di ric-
chezza netta rispetto al PIL tra i pi elevati nel mondo occidentale. E per
raggiungere i risparmiatori le banche hanno investito massicciamente su una
rete di sportelli. La ristrutturazione del conto economico ha avuto successo
garantendo per tanti anni una crescita dei margini senza incorrere in rischi
finanziari. La figura 6 evidenzia come, per i principali istituti bancari italiani
il rapporto tra le commissioni nette e i ricavi netti derivanti dai prestiti (mar-
gine di interesse meno il costo del credito, ovvero il rapporto tra sofferenze
e lo stock di prestiti) andato crescendo rapidamente nel tempo da circa il
20% di 20 anni fa, al 170% medio del 2012.
I successi del passato si sono trasformati in un problema per il futuro.
Primo, lavvento di internet ha reso la rete fisica obsoleta, soprattutto per
una fascia crescente della popolazione che ha cambiato abitudini di vita e di
consumo, a favore del digitale. Secondo, si continua a puntare sugli alti mar-
gini dei prodotti finanziari quando la stagnazione prima e la recessione dopo
hanno falcidiato il saggio di risparmio, che in Italia segue ormai da anni un
trend di rapido declino.
Terzo, il taglio drastico della rete di sportelli crea un problema di esuberi
nel settore, che le banche hanno difficolt a gestire con la necessaria rapidit,
anche perch mancano meccanismi efficienti di sicurezza sociale. Prepensio-
namenti e attrito, i meccanismi usati in passato, sono inadeguati oltre che
FIG. 6. Banche italiane con dipendenza da commissioni.
Fonte: Factset.
3,2
2,7
2,2
1,7
1,2
0,7
0,2
MPS Intesa Banco popolare Unicredit BPM
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257
inefficienti. Per il personale in eccesso, la questione poi non solo di costi,
ma di professionalit obsolete che non corrispondono a quelle necessarie in
futuro. Quarto, il sistema bancario ancora troppo frammentato, e il ra-
dicamento territoriale si dimostrato un boomerang. Se la chiusura degli
sportelli fosse accompagnata da unondata di fusioni, le banche potrebbero
beneficiare dalle economie di scala e tagli dei costi. La struttura proprietaria
del nostro sistema, formato da banche popolari, che rifiutano la trasforma-
zione in S.p.A., e dalla presenza nei gruppi di controllo di Fondazioni, che
non hanno pi le risorse per sostenere fusioni e sottoscrivere aumenti di ca-
pitale, rende il processo di aggregazione difficile da mettere in pratica.
Cos la redditivit sul capitale dellintero sistema (63 gruppi bancari),
anche prescindendo dallimpairment del goodwill, in continua discesa dal
9,2% del 2007 fino ad annullarsi nel 2012 (tab. 5). Ma nonostante il crollo
della redditivit il sistema bancario reagisce con lentezza nel tagliare i costi
e ricercare lefficienza: a sei anni dallinizio della crisi, il costo del personale
rimane costante al 57% del margine di interesse (equivale a una misura della
produttivit), mentre il rapporto cost/income addirittura aumentato lieve-
mente, pur partendo da un livello elevato: da 61 per cento nel 2007 a 63 per
cento nel 2012. Segno che la ristrutturazione dei costi nel sistema bancario
lungi dallessere incominciata con la necessaria determinazione.
4. Il problema della liquidit e il legame col debito pubblico
La seconda criticit si chiama liquidit. Da fine 2011 a fine agosto 2013
tutte le banche italiane hanno raccolto complessivamente 134 miliardi tra ob-
bligazioni e depositi collocati presso risparmiatori e imprese italiane; ma nel
periodo hanno perso 50 miliardi in depositi di stranieri, segno che la fuo-
riuscita di capitali non tocca solo i titoli di Stato. La raccolta netta presso
TAB. 5. Delevering e la ricerca della redditivit perduta
Capitalizzazione* 2007 2008 2009 2010 2011 2012
Core Tier 1 (%) 6,3 6,3 7,4 7,5 8,7 10,0
Core Tier 1 (Euro, miliardi) 111 106 118 119 139 146
RWA (Euro, miliardi) 1.763 1.681 1.583 1.589 1.602 1.463
Redditivit (%)*
Rendimento sul capitale 9,2 4,9 4,0 3,7 12,9 0,9
Rendimento sul capitale (escluso goodwill impairment) 2,2 0,2
Costo personale/Costi totali 57 57 58 58 56 57
Rapporto Cost/Income 61 66 60 63 65 63
* 63 Gruppi bancari.
Fonte: Fondo monetario internazionale, Italy Financial Stability Report.
258
il settore privato negli ultimi (quasi) due anni stata quindi di 84 miliardi,
che equivalgono a circa il 6% dei loro prestiti a famiglie e imprese (1.424
miliardi a fine agosto 2013). Le banche hanno dunque difficolt a finanziarsi
in maniera adeguata rispetto alle loro dimensioni e alle esigenze della nostra
economia: tagliate fuori dal mercato internazionale dei capitali, non possono
neanche contare sugli italiani visto il declino nella propensione al risparmio
per via della recessione.
Sempre da fine 2011 ad agosto 2013, le banche italiane hanno ridotto il
rischio delle proprie attivit tagliando i prestiti a famiglie e imprese per 78
miliardi, e ricorso massicciamente al credito della BCE, verso la quale a set-
tembre 2013 il sistema aveva unesposizione a lungo termine (LTRO) di 240
miliardi. Ma poich il credito della BCE viene erogato contro titoli in garan-
zia, che le banche non avevano in quantit e qualit sufficiente, hanno ac-
cumulato, sempre da fine 2011, 184 miliardi di titoli di Stato (di cui ben 66
nei primi 10 mesi del 2013), da usare come collaterale per la BCE, coprire
gli scarti di garanzia, e costituire un buffer di liquidit, oltre che sostenere il
conto economico con il carry trade.
Il sistema bancario non appare oggi in grado di finanziarsi autonoma-
mente, anche perch, nel confronto internazionale, ha un rapporto tra de-
positi e prestiti tra i pi bassi nei paesi avanzati (fig. 7, pannello in basso).
Per ovviare alla incapacit di sostenere lo stock di prestiti in portafoglio e
finanziarne leventuale crescita, le banche italiane sono cos diventate BCE
dipendenti (figg. 7 e 8, pannelli in alto). Ma per accedere alle sue risorse, le
banche italiane hanno accumulato unenorme quantit di titoli di Stato, 410
miliardi ad agosto 2013, pari a un quarto del PIL. Per superare una crisi di
liquidit si finito per creare un legame sempre pi forte tra banche e debito
pubblico italiano, scaricando cos il premio per il rischio sovrano del paese
sul costo del capitale delle aziende di credito.
Laccumulo di titoli di Stato nei bilanci delle banche stato incoraggiato
anche dalle autorit di vigilanza in due modi. Primo, si richiesto alle ban-
che italiane di mantenere in bilancio una quantit crescente di titoli utili ad
essere impiegati come collateral presso la BCE, a scopo precauzionale assi-
curando che il sistema fosse in grado di superare un eventuale crollo della
liquidit e/o capacit di raccolta. Come si vede dalla figura 8 (pannello in
basso) questa riserva di liquidit andata crescendo fino al 10% del totale
delle attivit bancarie. Ma poich ai fini del calcolo della riserva, i titoli de-
vono essere valutati ai prezzi di mercato, e al netto degli haircut stabiliti dalla
BCE, si dato un incentivo alle banche ad utilizzare per questo scopo titoli
di Stato in quanto hanno gli haircut pi bassi.
Secondo, si chiesto di aumentare i coefficienti patrimoniali, senza per
risolvere quelle rigidit nella struttura proprietaria delle nostre banche (popo-
lari e Fondazioni con quote di controllo) che rendono pi ardui gli aumenti
di capitale sul mercato. I coefficienti patrimoniali sono aumentati complessi-
259
vamente per il sistema di quasi 4 punti percentuali: il Core Tier 1 del sistema
infatti salito dal 6,3% del 2007 al 10% di fine 2012 (tab. 5). Ma il raffor-
zamento patrimoniale nel periodo solo in parte avvenuto tramite aumenti
di capitale (complessivamente 35 miliardi), mentre oltre la met dovuto a
una riduzione di ben 300 miliardi delle attivit pesate per il rischio, quindi
aumentando il portafoglio dei titoli di Stato e riducendo i prestiti.
Il legame tra crisi bancaria e crisi del debito pubblico che si intendeva
spezzare stato invece rafforzato.
FIG. 7. Le fonti di finanziamento delle banche italiane.
Fonte: Banca dItalia e IMF (FSI Statistics).
2008 2007 2006 2009 2010 2011 2012
Obbligazioni al dettaglio
Passivit netta verso
controparti centrali
Depositi da residenti
Obbligazioni allingrosso
Depositi da non-residenti
Rinanziamenti presso
lEurosistema
100
90
80
70
60
50
40
30
20
10
0
Composizione della raccolta bancaria in Italia
(in percentuale del totale dei fondi raccolti, valori di ne anno)
Portogallo Francia Italia
1/Incluse le obbligazioni al dettaglio.
Germaia Austria Spagna Italia 1/ Canada Belgio Regno
Unito
Stati
Uniti
160
140
120
100
80
60
40
20
0
Rapporto depositi/prestiti in alcuni principali paesi
(depositi da clientela in percentuale dei prestiti non-interbancari);
valori di ne 2012 (Q2 2012 per Francia e Belgio e Q4 2001 per il Regno Unito)
260
5. Il peso della recessione
Lultima criticit sono le sofferenze in rapido aumento data la gravit
della recessione, la peggiore del dopoguerra. Basti pensare che il PIL a prezzi
costanti a met 2013 era ritornato al livello di 13 anni prima. Nello stesso
periodo il PIL della Germania cresciuto cumulativamente del 15%, e del
24% quello degli Stati Uniti. Quello che preoccupa gli investitori che il
picco delle sofferenze arriva dopo uno o due anni dal minimo della reces-
FIG. 8. BCE dipendenza e il legame col debito pubblico.
Fonte: Banca dItalia e ECB.
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1
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1
2
Italia Supporto di liquidit dalla BCE (Euro, miliardi)
300
250
200
150
100
50
0
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9
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8
D
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8
Posizione in liquidit di un campione di gruppi bancari (33 gruppi) (in percentuale del totale attivo)
15
10
5
0
5
10
15
Attivit liquidabili Flussi di cassa potenziali
su base mensile
Posizione di liquidit netta
261
sione. E visto il pessimismo sullinizio della ripresa facile che il problema
delle sofferenze perduri nel 2014 e anche nel 2015 nel caso le previsioni per
il 2014 risultassero ancora una volta ottimistiche.
Secondo lABI, la criticit dei crediti deteriorati da noi sarebbe aggra-
vata dal fatto che la Banca dItalia impone criteri pi stringenti che altrove:
usando criteri omogenei, le banche italiane apparirebbero virtuose e ben ca-
pitalizzate. Le valutazioni di mercato penalizzanti delle nostre banche non sa-
rebbero dunque giustificate.
vero che i nostri criteri sono pi stringenti di quelli spagnoli o francesi,
ma il problema la percezione di come questi criteri vengono applicati. Per
esempio ha nuociuto alla credibilit dei bilanci delle banche che le sofferenze
emergessero solo dopo i moniti e le ispezioni della Banca dItalia. Se i criteri
di contabilizzazione fossero regole meccaniche e oggettive, come lABI vor-
rebbe far credere, le valutazioni di bilancio non sarebbero sensibili ad alcuna
moral suasion. Ci si dimentica, poi, che oltre a quello contabile, c anche
un valore di mercato del rischio di credito: pu essere esplicito, come per
i CDS, le cartolarizzazioni o le obbligazioni, ma anche implicito. Agli inve-
stitori, che decidono il valore di una banca, e quindi la sua capacit di fi-
nanziarsi sul mercato e dare a prestito, interessa solo il valore di mercato. Se
anche adottassimo criteri meno stringenti, ai fini dei valori di mercato delle
banche italiane cambierebbe ben poco: per quanto una banca possa iscri-
vere in bilancio a 100 il prestito nei confronti di una azienda il cui rischio di
credito vale 80 sul mercato, per gli investitori lattivo della banca vale 80. Il
fatto che altrove abbiano regole pi lasche, non influisce sul valore delle ban-
che italiane; solo una questione di immagine.
6. Che fare?
La soluzione della questione bancaria non semplice e richieder un pe-
riodo lungo. Gli interventi sono sia di natura ciclica che strutturale.
A livello ciclico serve ripulire rapidamente i bilanci in modo drastico e
convincente: valutare con realismo lesposizione immobiliare, il sostegno dato
a tanti gruppi, le posizioni immobilizzate, e la dinamica futura delle soffe-
renze. Data la dimensione del problema e la necessit di far presto, si do-
vrebbe creare un veicolo a cui trasferire crediti deteriorati, attivit immobi-
lizzate, ma anche prestiti in bonis, che li smaltirebbe nel tempo finanzian-
dosi sul mercato; e liberando cos il capitale delle banche per sostenere la
ripresa del credito. Che sia una bad bank, un Fondo appositamente creato
con qualche garanzia statale, o qualunque altro meccanismo di cartolarizza-
zione, importa poco. La pulizia di bilancio dovrebbe essere accompagnata da
aumenti di capitale sul mercato, eliminando i vincoli di governance che li im-
262
pediscono: trasformazione quindi in S.p.A. delle banche popolari che devono
accedere al mercato dei capitali e diluizione del ruolo delle Fondazioni.
Sempre a livello ciclico, le banche devono recuperare rapidamente reddi-
tivit tagliando i costi, chiudendo gli sportelli inutili, smettendo di collocare
prodotti di risparmio opachi e costosi, per tornare a investire nella capacit di
valutare ed erogare il rischio di credito. La ristrutturazione delle banche ai fini
di ridurre i costi dovrebbe essere facilitato da una nuova fase di fusioni per
cercare di beneficiare dalle economie di scala: la dimensione conta; la fram-
mentazione e il radicamento territoriale hanno un costo elevato. Infine gli
enormi portafogli di titoli di Stato vanno liquidati, per ridurre la dipendenza
dai prestiti della BCE, e spezzare il legame con la crisi del debito pubblico.
A livello strutturale le banche devono ridurre le dimensioni e il rischio
del proprio attivo attraverso la cessione di prestiti (e lo sviluppo di un mer-
cato secondario) e la promozione di un vero mercato domestico di credito
non bancario (corporate bond e cartolarizzazioni). Le banche dovrebbero ca-
pire che la disintermediazione oggi nel loro interesse.
Una ristrutturazione del sistema bancario che per richiederebbe chia-
rezza di obiettivi e una determinazione a raggiungerli che per ora non si vede.
ALESSANDRO PENATI, Universit Cattolica del S. Cuore, Milano.