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Resti di natura.
Lesistenza delluomo tra spazzatura e utopie della reintegrazione

Gianluca Cuozzo


Nellepoca dellunificazione tecnoeconomica del pianeta (Morin 2012: 6) si fa sempre pi
evidente lo stretto connubio tra societ dei consumi, fine/distorsione del desiderio utopico, erosione
dei presupposti naturali del vivere e crescita del residuale il lascito indesiderato del nostro
fallimentare progetto di civilt.
Dei concetti appena indicati il meno evidente, a livello filosofico, senza dubbio quello di
residuale. Che cosa sintende dunque con questa nozione? Con il termine residuale si fa
riferimento ai resti, agli scarti, alle scorie del processo produttivo, agli immondi rifiuti che sono
limprescindibile contraltare della nostra produzione scintillante di merci e gadget mirabolanti i
portatori delle odierne indulgenze tecnologiche, la cui propaggine immaginale sirradia intorno a
noi, sotto forma di cortina mediatica (spot, rclames, narrazioni consumistiche, ecc.), nel
meraviglioso mondo di TINA: acronimo della formula tatcheriana there is no alternative. Questa
filastrocca non che lultima grande narrazione ideologica andata alla scuola di Ananke: essa, di
fatto, ci incanta con la sua ossessiva litania apologetica dello status quo, ovattando dineluttabilit
la nostra economia dellusa-e-getta sebbene lo spreco sistemico e lirrazionalit di un processo
produttivo che produce scorie non smaltibili, oramai, sia giunto ad un drammatico punto di non
ritorno. Consuma e muori,

questo il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera. Noi creiamo quantit stupefacenti di
spazzatura, poi reagiamo a questa creazione, non solo tecnologicamente, ma anche con il cuore e con la mente.
Lasciamo che ci plasmi. Lasciamo che controlli il nostro pensiero (DeLillo 1999: 305).

La produzione di scarti costituisce dunque un feedback negativo che, come scrive James
Lovelock, altera il sistema di equilibri del Pianeta Terra, incrinando il mantenimento di quei
condizionamenti relativamente costanti che rende possibile la vita mediante una regolazione
attiva (Lovelock 2011: 24). La salute, la razionalit e la qualit biotica dello sviluppo
tecnologico e industriale dellhomo conomicus, in altre parole, si pu dedurre dalla tipologia delle
scorie prodotte. Se produrre rifiuti necessario al nostro progetto dordine, e fa addirittura parte del
ciclo vitale; daltra parte lorganizzazione dinamica [] di un sistema vivente pu funzionare
soltanto attraverso leliminazione nellambiente di prodotti di degradazione a bassa energia
(Lovelock 2011: 24). Nellodierna economia, ben diversamente, la costituzione del vivente cade in
balia di penetranti relazioni monetarie, mentre la Terra si assottiglia sino a un quasi-nulla, finch
della sua regale estensione non resta altro che un logoro logo (Sloterdijk 2007: 34): al suo posto
unimmonda coltre di scarti, avviluppati in tersi sacchi di plastica (Calvino 2008: 113), sale fino
al cielo, come nella pestilenziale Leonia descritta da Italo Calvino; essa sembra crescere a vista
docchio sulle proprie rovine, assecondando il quesito entropico posto dalloracolo blasfemo dei
consumi Dimmi cosa butti via e ti dir chi sei! (Baudrillard 2006: 28).
Questa necessit mitica, che denuncia a gran voce lassenza di alternative credibili e
trasforma la politica in mera ancilla conomiae, ingenera nello spirito una nuova forma di acedia,
una profonda riluttanza a parlare e ad agire (Arikha 2009: 191): quel fatalismo di massa che porta
ad una depressione collettiva e a uno smarrimento dei veri desideri condivisi (Zoja 2013: 8),
sostituiti da falsi desideri egoistici per oggetti che dimentichiamo il giorno dopo; mentre la natura,
trasformata in risorsa economica, si contrae trasformandosi progressivamente in una paurosa
wasteland i cui ultimi abitanti saranno ratti e mendicanti. Questa sindrome accidiosa, per fare un
esempio tangibile, ha condotto in Europa alla supremazia, sulla quasi totalit dei paesi sovrani, della
Trimurti finanziaria Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario
Internazionale una riedizione dellamor fati che al centro del film, ideologico ed eccessivamente
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estetizzante, di Lars von Trier Melancholia (del 2012): se dipendesse da me, sembra dire la
protagonista Justine (alias Kirsten Dunst), rimanderei ogni azione fino alla fine dei tempi; intanto
cerco di arrancare portandomi dietro quei pesanti fili di lana grigi che mi si attaccano alle gambe
[] cos pesanti da trascinare edera e radici, in realt, che trattengono al suolo di una natura
languida e triste, intrisa di entropia e dissipazione. In tale supplizio vegetale solo la collisione tra un
tetro pianeta errante, abbagliante di nera invisibilit, e la Terra inerme pu por fine alla
dialettica in stato darresto (Benjamin, 1986: 598), in cui nulla pu cambiare. Limportante che
il collasso sia generale, coinvolga lumanit intera e, soprattutto, sia bello da vedere: cos, mi pare,
ragionano molti dei cittadini europei anche rispetto al temuto collasso ecologico.
Non ho davvero nulla contro la Stimmung melancolica, ricca com dimplicazioni
filosofiche. Tuttavia occorre sottolineare come ogni interpretazione naturalistica della melancolia
sia assolutamente illegittima: essa, cos intesa, non conduce a niente di meglio che a una
insopportabile condizione di psicastenia, paralisi emotiva che la servit al presente mitizzato da
parte dello spirito accidioso di fatto, la fine di ogni desiderio dellaltrove. Solo riaccendendo il
suo indice storico la melancolia si mostra come il risvolto interno del nastro elastico dellutopia:
principio gravitazionale di realt (prima di sperare devi scrutare attentamente attorno a te, non sei
una coscienza illanguidita senza mondo) che deve poter accompagnare ogni impegno proteso al
miglioramento del nostro orizzonte di realt: una sorta di rientro dalla circonferenza al centro,
osservava Marsilio Ficino, mantenendosi ben saldi nella riflessione al principio di gravitazione del
mondo, com proprio dellelemento terra (Ficino 1995: I 3, 102). E ci conformemente ad un
mai-ancora-stato-cos che riscalda gli animi, a quellimpressione di essere stati diseredati di un
bene supremo innominabile, di qualcosa dirrappresentabile che, tuttavia, sentiamo come nostro
(Kristeva 2013: 15). Questo qualcosa dindicibile, un paradiso perduto eppure mai datosi
concretamente nella storia, sarebbe precedente alloggetto individuabile: orizzonte segreto e
intoccabile dei nostri amori e dei nostri desideri, esso assume per limmaginario la consistenza di
una madre arcaica che tuttavia nessuna immagine precisa riesce a inglobare (Kristeva 2013: 122-
3).
Mi impossibile non ricordare, a tal proposito, il monito espresso da Benjamin nella Tesi
VII, secondo cui il maggior delitto politico si possa commettere nella considerazione della storia,
fatta di lutti e di sopraffazioni, consiste proprio nella

pigrizia del cuore, lacedia, che dispera di impadronirsi dellimmagine storica autentica, balenante per un
attimo. Essa era considerata, dai teologi del Medioevo, come il fondamento ultimo della tristezza []. La natura di
questa tristezza diventa pi chiara se ci si chiede in chi poi propriamente simmedesimi lo storiografo dello storicismo.
La risposta non pu non essere: con il vincitore. Quelli che di volta in volta dominano sono per gli eredi di tutti quelli
che hanno vinto sempre. Limmedesimazione con il vincitore torna perci sempre a vantaggio dei dominatori di turno
[]. Chiunque abbia riportato sinora vittoria partecipa al corteo trionfale dei dominatori di oggi, che calpesta coloro
che oggi giacciono a terra (Benjamin 1997: 31).

Ma di scarti voglio parlare anche in senso temporale; e da qui la prossimit del discorso con
la tematica dellalternativa utopica, di cui oggi vi pi bisogno che mai. Parlo per di unutopia
realista: con il che, scrive Boaventura de Sousa Santos, sintende linizio della costruzione di un
futuro altro ma non in un altro luogo, bens qui ed ora. Se vero che le utopie hanno il loro
tempo, il nostro tempo precisamente il momento esatto delle utopie realiste (de Sousa Santos
2013: 212).
La scommessa, allora, far incontrare pensiero dellalternativa utopica e riflessione
melancolica? sugli scarti, le tracce di realt prodotte da un processo produttivo avulso dal contesto
della vita. A tutto ci darei il nome di Utopia del residuale come se non esistesse altra forma di
cambiamento del mondo che non contempli la riflessione sui resti, quei frantumi disperati che
rischiano di trasformare il nostro paesaggio storico-naturale nel deserto/discarica della creazione. In
questo mondo, come prefigurato dai romanzi distopici da Philip K. Dick nel pieno degli anni 50,
gi si sente spirare il vento gelido che sferza un tetro paesaggio sempre pi simile a quello lunare:
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disseminata di detriti, arida e devastata, ridotta ad un teschio di roccia, la pelle e la carne di
questa gelida e disperata vallata terrestre come fossero state consunte da millenni di erosione, e
solo il suo scheletro aveva potuto resistere, con le sue cavit orbitali vuote e la sua bocca
spalancata (Dick 1955: 149-50).
Il problema che oggi in nome di unutopia malintesa tendiamo a barattare la vera idealit
utopica al prezzo della sua realizzazione storica spuria e contraffatta nelle tante eterotopie usa-
e-getta predisposte dalla societ dei consumi. Qui basti un solo esempio. Un gelato industriale,
anzich presentarsi per quello che un sovrappi calorico-nutrizionale che chiede di essere
ingurgitato nel pi breve tempo possibile , pu essere annunciato come un vero e proprio surrogato
utopico, che accende lanimo delluomo suggestionandolo con immagini esotiche provenienti
direttamente dal paese di Nowhere. In un bar portoghese, su un cartello pubblicitario di una nota
multinazionale e nessun nome sembra poter afferrare la sua essenza infinita e ubiqua, superiore a
ogni nome e concetto (avrebbe potuto dire uno Pseudo-Dionigi andato alla scuola di Marx) ,
appena sotto un affogato dal nome ancora plausibile Poesia de Caf, ho letto esterrefatto una
leg(g)enda pubblicitaria che recitava Utopia de Milkshake. Un esempio banale, ma efficace, di
ci che chiamerei lutopia consumistica realizzata (in forma distorta) nellhic et nunc. Il paese che
non ha nome, il nord libidico-soteriologico della bussola esistenziale che orienta il desiderio umano
di felicit, pu essere comodamente raggiunto e consumato standosene seduti nel dehors di un
locale in riva al mare. Ci che viaggia da un punto allaltro del pianeta sono gli ingredienti, raffinati
e opportunamente disidratati, che provengono da ovunque e nessun luogo: latte condensato di
mucche di cui si persa ogni traccia, olii idrogenati spremuti da palme non meglio definite,
zuccheri ricavati da imprecisati frutti o vegetali senza nome e senza volto, addensanti e coloranti
dai nomi misteriosi al costo enorme di trasporti inquinanti che solcano il pianeta per dare
consistenza alle nostre utopie alimentari, per una forma di benessere sebbene superflua ed
effimera che non ammette negoziazione.
La distopia, nel regime delle utopie prt--porter, ovviamente anchessa appena dietro
langolo: in questo caso, essa ha per nome dieta dimagrante un tempo pseudo-quaresimale di
sacrifici e rinunce che ci aspetta al rientro dalle vacanze nel Paese di Cuccagna; vacanze se non
utopiche, senzaltro lipidiche. Bulimia e anoressia, daltra parte, sono i due volti di ununica
malattia ontologica che domina il nostro presente (Baudrillard 1986: 51), e corrispondono
rispettivamente a ridondanza (di desideri materiali) e povert (sia nel soddisfacimento ottenuto, sia
nelle risorse disponibili a produrlo). Ma alla fine di questo processo onnivoro labbondanza
riguarder proprio gli scarti rigurgitati ed espulsi dalla nostra fame compulsiva di risorse poros e
pena, nella societ dei consumi, si convertono facilmente luna nellaltra: la miseria delle
gratificazioni si misura proprio dallabbondanza delle scorie prodotte.
Sulla scorta di queste perversioni del desiderio dellaltrove, un aspetto imprescindibile del
recupero di unautentica dimensione utopica deve far riferimento allecosofia, dai cui fili
sottilissimi, se vuol vincere la partita con il capitalismo, il pensiero dellalternativa deve lasciarsi
guidare; una nuova filosofia della natura, la quale, parafrasando Benjamin a proposito del nano
teologico della Tesi I, oggi piccola e brutta, e tra laltro non deve lasciarsi vedere (Benjamin
1997: 21) una natura residuale, insomma, che perturba linconscio delluomo sotto forma di
terrore dei rifiuti (che molto spesso si converte nel rifiuto di vedere il terrore delle nostre attivit che
violentano mortalmente ogni forma di vita e di bellezza naturale). Lecosofia, il nome che oggi deve
prendere una filosofia critica della natura spogliata di ogni reminiscenza neoromantica, mi sembra
poter offrire quel dato di realt che mostra di per s una valenza essenzialmente utopica: oramai, pi
che essere oggetto di esperienza, la natura pare abitare nei sogni pi riposti delluomo, orientando i
suoi vissuti verso ladempimento di unantica promessa di felicit. Un nuovo Eden, cos scrive
ancora Philip K. Dick, in cui rivivere i giorni della tua infanzia, un posto dove tu possa toglierti le
scarpe e scorrazzare a piedi nudi (Dick 2013: 92) e il film del 2009 Avatar, di James Cameron,
la pallidissima copia di questo sogno di restitutio in integrum: un patetico tentativo di vendere la
nostalgia per uno stato edenico perduto al prezzo paradossale della distruzione dellambiente un
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paradiso recuperato per tutti dalla societ dei consumi e messo al servizio del turismo di massa
(Duque 2007: 23), con tutto il suo strascico di devastazione spensierata e di resti/rifiuti degli
imprescindibili gadget di marca. La ricostruzione nostalgica di una dimensione edenica della
natura, turistica e digitale, va infatti di pari passo con la trasformazione completa del paesaggio,
sfruttato oscenamente sino allo sfinimento e travolto dalle scorie del processo produttivo. Sicch
dietro a questa riproposizione fittizia di un mondo ambiente integro e armonioso, la natura in cui
viviamo assomiglia sempre pi a un cimitero di filoni e pozzi sfruttati, ripudiati e abbandonati.
Essa inconcepibile senza rifiuti (Bauman 2007: 28).
La natura, a conti fatti, il punto di massima prossimit tra utopia e realismo: da questo
sogno di ripristino di una condizione perduta dipende la stessa sopravvivenza delluomo in hoc
saeculo. Occorre dunque riassettare la nostra casa comune, il mondo-ambiente, stando bel saldi al
suolo. Non c molto tempo. E lo spazio, intasato dalle nostre scorie, gi compromesso
Per trattare il tema degli scarti oggettuali che invadono la natura, detto con Bauman lorco
del caos dei rifiuti, ricorro a due citazioni che sono come la Scilla e la Cariddi delle considerazioni
che seguono. Una tratta da Serge Latouche, la seconda dal gi citato Philip K. Dick.
La prima suona cos:

Le nuove miniere, nel giro di appena una generazione, saranno le discariche: attraversate da gallerie, si
cercheranno al loro interno vecchie scatole di latta arrugginite per far fronte allesaurimento delle risorse naturali
(Latouche 2013: 98).

La seconda, invece, recita:

Il vero Dio si mimetizza con luniverso, con la regione stessa che ha invaso: assume le parvenze di bastoni e
alberi e lattine di birra ai margini della strada; finge di esser spazzatura gettata via, rottami di cui nessuno si cura.
Appostato, il vero Dio tende letteralmente degli agguati alla realt e a noi stessi [...] ci attacca e ci ferisce nel suo ruolo
di antidoto [...] come un seme giace nascosto entro la massa irrazionale della creazione (Dick 2006: 105).

I due passi citati pongono laccento su aspetti diversi e complementari, ma entrambi
conferiscono un certo valore agli scarti del processo produttivo.
Latouche descrive un futuro a noi molto vicino, un mondo disastrato non dissimile da quello
pronosticato recentemente da due film e la seriet purtroppo va tutta a favore del cartone animato
siglato Pixar: Wall-E (2008) ed Elysium (2013). Essi descrivono mondi distopici collassati su se
stessi per spreco insensato delle risorse, sovrappopolazione e irrimediabile inquinamento dellaria e
del suolo. Lunica risorsa disponibile offerta dai rifiuti interrati e abbandonati sotto il cielo, le
nuove miniere con cui affrontare un destino di ristrettezze e stenti e sia detto per inciso, a queste
conclusioni era giunto nel 1972 Aurelio Peccei, il fondatore del Club di Roma, cui si deve la
pubblicazione profetica The Limits to Growth, testo che riassume una ricerca sulla sostenibilit
ambientale dellattuale modello economico commissionata al MIT (Meadows, Randers e Behrens
1972).
Questa situazione proto-apocalittica, in effetti, riguarda gi il nostro presente, se solo ci
riferiamo alle discariche a cielo aperto del cosiddetto RAEE i rifiuti elettronici accolti
illegalmente in molti stati africani. Come scrive il reporter Ilaria Sesana, vincitrice del premio
RAEEporter Social 2013, in Ghana si sono raccolte

tonnellate di frigoriferi, personal computer, sottili schermi al plasma e vecchie tv con tubo catodico. E ancora
forni, lavatrici, telefoni cellulari. Vengono accumulati e meticolosamente sezionati per estrarre tutte le materie prime
che possono essere recuperate e vendute: rame, alluminio, ferro e acciaio. Un lavoro che viene fatto a mano, senza
lausilio di guanti, occhiali, n di altri dispositivi di sicurezza. Lobiettivo ottenere il massimo vantaggio economico
con il minimo costo. E chi ha disperato bisogno di uno o due dollari al giorno per sopravvivere e per sostenere la
propria famiglia non si cura del fatto di respirare diossina: il rischio di morire di fame in poche settimane pi concreto
rispetto alla possibilit di ammalarsi di cancro tra ventanni []. La combustione dei cavi di rame rilascia nellaria
diossina e furani (sostanze cancerogene), mentre lo smantellamento dei vecchi frigoriferi ha come conseguenza il
rilascio di CFC, un gas ozono-lesivo. Anche il terreno impregnato di sostanze tossiche: oli esausti, acidi di batterie,
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piombo e mercurio. Mucche macilente e piccoli gruppi di pecore si aggirano tra i rifiuti, brucano i rari ciuffi derba che
crescono ai bordi della laguna di Korle e si abbeverano in pozzanghere colme dacqua nera e oleosa. I veleni passano
cos dalla terra alla carne, al latte e di nuovo alluomo (Sesana 2013).

E tutto ci sta appena dietro la nostra processione estatica davanti agli store di tutto il
mondo, ipnotizzati dal reiterato technology announcement uscito il nuovo modello, fino alla
fine del mondo e spesso si tratta di un gadget del tutto analogo, solo seguito di volta in volta dal
moltiplicatore di benessere 2x, 3x, 4x... Di fatto ogni pubblicit un appello alla distruzione
(Anders 2007: 34).
Ma senza andare troppo lontano, considerazioni analoghe sono state svolte in un reportage
appassionato di Beppe Sebaste nelle campagne del napoletano, dal titolo Spazzatour: reportage
dallolocausto bianco dei rifiuti (2010): Tra i cumuli di rifiuti e detriti sul ciglio della strada, cos
scrive Sebaste, emerge una prostituta nera quasi bambina avatar postmoderno della
passeggiatrice descritta da Baudelaire; cosa fra le cose, vita dismessa, come i gruppi di africani che
stagnano in attesa di un lavoro (magari nei campi inquinati di pomodori), immagine di una diversa
prostituzione (Sebaste 2010).

Il visionario Dick, dal canto suo, propone una visione metafisica del mondo obliato e
rimosso della spazzatura, facendo cortocircuitare principio di utopia/redenzione (il mondo insaturo
dellalternativa, capace di defatalizzare, in senso blochiano, il Palazzo della Necessit [Bloch
2005: 237] del capitalismo globale, oggi trasformato nel palazzo planetario dei consumi
[Sloterdijk 2007: 42]) e mondo saturo delle scorie non smaltibili. La coltre dei rifiuti il sepolcro
dellinadempiuto, dei fallimenti cui andato incontro il nostro desiderio tradito di felicit pesa
come un macigno sul sogno di benessere che ha guidato il progetto odierno di civilt. Ma, sembra
dire Dick, non tutto perduto: il rifiuto, in un certo senso, essenzialmente eccentrico e anarchico,
alla lunga rifiuta la propria condizione di rifiuto e si propone in questa condizione di rifiuto
trascendentale come un vero e proprio cavallo di Troia atto a mettere in crisi la societ dello
spreco: le battaglie a suon di monnezza di Terzigno sono unanticipazione di questa dinamica
imprevedibile, e rappresentano lemblema pi concreto di ogni ciclo economico visto nella sua
palese irrazionalit e immoralit (Saviano 2010: 310); ma si pu gi leggere di cittadini volenterosi
che restituiscono ai produttori i voluminosi imballaggi non desiderati dei beni di consumo, che
ironia della sorte dobbiamo pagare due volte: per il loro costo alla produzione e affinch vengano
smaltiti.
Secondo Dick, in ci discepolo di Benjamin (dei cui scritti forse conosceva unantologia
nella traduzione inglese Illuminations, uscita nel 69 e a cura di Hannah Arendt), come se agli
oggetti abbandonati e rifiutati fosse affidato un principio di speranza ancora valido per lumanit
intera. Questi oggetti residuali, finalmente affrancati dalle rclames e dalle false promesse di felicit
che accompagnano ogni messaggio pubblicitario, ricorderebbero alluomo proprio nel loro aspetto
di rifiuto che ha tradito ogni aspettativa di benessere che la vera felicit ancora possibile. Solo
che essa sarebbe raggiungibile oltre lattuale produzione di merci e del loro ipnotico apparato
mediatico prodotti travestiti da divinit, eppure effimeri e destinati rapidamente
allimmondezzaio. Nel cuore stesso dei rifiuti si pu cos scorgere linsorgere di una forma di
contestazione a un tempo anarchica e messianica capace di liberare luomo dalla schiavit nei
confronti di merci e di beni di consumo piuttosto inconsistenti, segnati gi in partenza dal loro
precoce tramonto, dal loro repentino smaltimento e dalla loro pronta sostituzione con altri oggetti
le nuove star alla moda delle vetrine e dei grandi magazzini. E cos via, fino alla fine dei tempi.
Merci su merci abbandonate, che mai possono offrire quella terra promessa suggerita di continuo,
con ammiccamenti mediatici di ogni tipo, alluomo-consumatore.
Per descrivere questa strategia utopica che ha a che vedere con il residuale, non posso non
rimandare a una recente immagine letteraria. Il protagonista del romanzo The Road di Cormac
McCarthy (2006), attraversando la piana deserta di un mondo devastato in compagnia di suo figlio,
dopo aver vagato in mezzo allimmondizia e alle macerie un vero mare di rifiuti scopre un
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supermercato abbandonato, un tempio del capitale mercificato oramai in disuso. Alla sua entrata vi
un distributore automatico di bibite: aperto con una spranga di ferro e rovesciato a terra, tra i suoi
ingranaggi nasconde ancora un freddo cilindro di metallo. Si tratta di una lattina di qualche bevanda
gassata, ultimo resto di un mondo scintillante ridotto a una terra febbricitante, offuscata da una
nube oscura che appare come un freddo glaucoma (McCarthy 2007: 22).
forse la sola scena commovente di tutto il romanzo; una scheggia di speranza si sprigiona
da essa facendo appello a un desiderio sopito di felicit persino al cospetto dellincombente finis
mundi. Il bambino, che non ha mai visto nulla di simile, pare incantato da quelloggetto inusuale: il
padre strappa la linguetta di alluminio e la porge la lattina come un prezioso regalo al figlio. Un
leggero sfrigolio, fatto di aromi penetranti e minuscole bollicine, si sprigiona dal contenitore
metallico come un mondo compresso, in miniatura, uneffervescenza capace di veicolare antiche
fantasie e aspettative tradite di benessere dal collasso della civilt dei consumi, ma che in forma
residuale fanno ancora appello al nostro desiderio tradito di felicit. Si tratta di un microcosmo
salvifico che persiste a dispetto della catastrofe proprio in quanto non mai stato: il suo cuore
segreto fatto di promesse e desideri che, per quanto strategicamente associati ai prodotti del
mercato di un tempo, sono stati costantemente traditi e disattesi. I prodotti di consumo, con le loro
scritte mirabolanti che alludono a un paradiso dei sensi e degli affetti, liberi dalle strategie di
vendita e dalle promozioni fantasmagoriche dei grandi magazzini, diventano simbolo di un
fallimento che nel profondo di ci che resta ancora capace di alludere a un possibile e altro
appagamento del desiderio. Loggetto defunzionalizzato, ridotto a spazzatura, diviene la vera e
anticonformistica immagine utopica, capace di convertire il tradimento perpetrato dalla societ dei
consumi in una nuova promessa di felicit. Si tratta, in fondo, come direbbe Hannah Arendt, della
liberazione degli oggetti dalla loro schiavit di essere utili, che si deve aggiungere in modo
complementare a quella degli uomini (Arendt 1981: 160). Oramai private della loro funzione, le
cose si presentano come unimmensa congerie di materiali residui, sui quali esercitare il proprio
virtuosismo (Viale 2000: 90).
noto che da questo romanzo, nel 2010, sia stato tratto lomonimo film, con la regia di
John Hillcoat. Nulla di strano in ci; i film apocalittici, com evidente dalla mia breve rassegna,
vanno per la maggiore, pare abbiano addirittura una funzione apotropaica, in grado di esorcizzare la
catastrofe ecologica, la riduzione della natura a uno squallido repositorio dei resti delle nostre
attivit di consumo. Tuttavia, sorprendente come la scena in questione, negli Stati Uniti, sia
diventata un abbozzo di pubblicit della Coca-Cola, a dire il vero poi scartata perch giudicata
troppo lugubre e in contrasto con limmagine gioiosa del prodotto. Viggo Mortensen, dopo aver
offerto la lattina al bambino (interpretato da Kodi Smit-McPhee) e averne ascoltato con
soddisfazione il rigurgito liberatorio pregno di anidride carbonica tutta la delicatezza della
scrittura di McCarthy ridotta a un misero rutto! , beve anchegli un sorso della prodigiosa bevanda.
Immediatamente ed qui incomincia lelaborazione consumistica della sequenza una
musichetta pervade la scena, conferendovi una tonalit fiabesca e inverosimile; nello stesso istante
luggiosa realt derelitta si dissolve e compare come dincanto, stile fumetto, limmagine dalla nota
bottiglietta accompagnata dalla scritta Open Happiness. Nella scena conclusiva il bambino (antitesi
patetica del fanciullo benjaminiano) da un calcio alla lattina vuota, prendendo la giusta rincorsa,
come se dovesse battere un calcio di rigore. Quasi si dicesse: allontana lo spettro di un mondo
saturo di rifiuti e dischiudi lo scrigno magico del mondo dei desideri.
Siamo agli antipodi dellatteggiamento che ho proposto: unarcheologia del pattume alla
ricerca dellinadempiuto, oltre i simboli mediatici che inneggiano al consumo, perpetuando
lerosione irresponsabile dellelemento naturale. Dove per lo spot, ribaltando il significato del
romanzo, la finzione sta nella rappresentazione apocalittica, mentre ancora durevole e inaggirabile
il mondo dei consumi; a parer mio, ben diversamente, la finzione tutta nella promessa di felicit di
cui le merci sono il corifeo, mentre molto concreta la possibilit della catastrofe ecologica. Di
modo che, per ripensare al mondo, non si pu che ripartire dai suoi scarti, obliterando quel derma
mediatico che ricopre la realt trasformandola in unimmagine di sogno...
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Il capovolgimento realizzato dalla rclame corrisponde in fondo ad uninversione ancora pi
profonda, tipica della nostra civilt sradicata e senza mondo: quella del rapporto storia-natura. Di
fatto, mentre lodierna epoca storica, da contingente qual , si fissa lapidariamente in fato e destino,
la natura vista anticamente come physis e natura naturans, essere divino in grado di riprodursi
eternamente secondo le proprie leggi cicliche e inalterabili rivelata dalla nostra prassi nel suo
carattere di assoluta contingenza e vulnerabilit, come mera risorsa alla merc delluomo. Questo
mito di una storia naturalizzata, per di pi, ha diversi corollari:

La credenza nel carattere illimitato nelle risorse; lidea della surrogabilit di quelle esauribili; la fiducia nella
totale risolubilit tecnica delle questioni ambientali; la fede nella produzione intensiva di beni e nellincremento dei
consumi come unici criteri (strettamente quantitativi) di misura di benessere (Bartolommei 1995: 46).

Di conseguenza, cos ci illudiamo, della natura possiamo sbarazzarci senzaltro, essa una
semplice zavorra che limita le nostre possibilit; mentre il nostro stile di vita, assolutamente
contingente, non pare pi negoziabile: lo spreco deve continuare, fino alla fine del mondo.
A proposito di scarti temporali, si potrebbe ancora osservare che la dinamica storica
essenzialmente costituita dalla dialettica proiectus-reiectus, un doppio passo che ha a che fare con
la produzione di scarti e la riduzione della natura a frammento/scoria dellantica natura naturans:
progettare qualcosa, dar forma ad una determinata intenzione di senso, ha come effetto di ricaduta
uno scarto indesiderato anche solo dal punto di vista delle possibilit desistenza rifiutate e
rimosse. In fondo anche lio sempre il risultato di scelte che, consapevoli o meno, lasciano alle
proprie spalle un reiectus, altri io omessi che mai verranno alla luce; non c progetto che, per cos
dire, non produca come scarto di senso un reietto, un lascito indesiderato e respinto nella non
visibilit, il quale accompagna ogni progetto di senso come un alone di possibilit vinte e superate.
Come scriveva Siegfried Kracauer, lio come un monogramma, il nome ispessito di un tracciato
di linee dove ad assurgere significato la funzione ornamentale; una coscienza liberata dal
margine indistinto delle potenzialit, opache come vetro opalino che lascia appena trasparire un
barlume di luce (Kracauer 2001: 52); unimmagine mnestica definitiva in cui, al costo di molte
rinunce e rimozioni, si riuniscono i tratti di una storia allinsegna della coerenza (Krakauer 2001:
58).
Questo, daltra parte, avviene anche nella produzione letteraria, come illustra Italo Calvino
nel racconto La poubelle agre. Il prender-congedo-da fa parte della nostra costruzione del senso:
il separarmi dalle spoglie scartate la conferma dellappropriazione avvenuta, come rito di
purificazione con cui mi separo da una parte di me stesso (da ci che ho deciso di non essere, un
alter ego ripudiato oramai ridotto a estraneit irriducibile). Il buttar via, in tal modo, un gesto
inaugurale, quella mancanza fondatrice di ogni essere, senso, linguaggio, desiderio (Kristeva
2006: 7), mediante cui lessere umano si fissa nel proprio s; poich, a conti fatti, si ci che non
si butta via, si ci che rimane di un processo di implacabile e metodica amputazione. Ma come
se unombra mi accompagnasse: l dove giace la mia biografia personale alternativa e ripudiata, di
cui vive laltro me stesso (il sosia), al cui cospetto sono costretto a ripensare a tutto ci che
avrebbe anche potuto essere e che non stato della mia vita (Wells 2003: 55) il mio io-
spazzatura, lAlter-Resto di me.
Mentre scrivo, allora, io mi espello, mi sputo, mi abietto nello stesso movimento con cui
io pretendo di pormi [...], io sto diventando un altro al costo della mia stessa morte. Nel tragitto
con cui io divengo, mi partorisco nella violenza del singulto, del vomito (Kristeva 2006: 5). Il
cestino della carta accanto allo scrittoio, alla fine di questo doloroso processo di
selezione/amputazione in cui lio narrante si mostra come il superstite, il sopravvissuto tout court
tra altri io che sono stati alienati , diviene il luogo delle storie scartate, dei racconti mai pubblicati,
delle parole mai dette. Il cestino dei rifiuti, detto altrimenti, assurge qui a repositorio delle
proiezioni immaginative di un io che, quale alter ego reietto dello scrittore, non si mai rivelato
come tale, eppure ancora dotato del carisma della realt possibile.
8
Conformemente al principio del garbage in-garbage out formulato da John Scanlan
secondo cui il nostro io si costruisce attraverso un processo alchemico per il quale qualcosa di
grezzo viene assunto nel nostro progetto dordine per essere ripulito, mondato e ordinato; mentre
qualcosa daltro, inevitabilmente, ne viene espulso come scoria, rifiuto e nonsense del tutto
inservibile (Scanlan 2006: 87) scrive ancora Calvino,

limportante che in questo gesto quotidiano [del buttar via] io confermi la necessit di separarmi da una parte
di ci che era mio, la spoglia o crisalide o limone spremuto del vivere, perch ne resti la sostanza, perch domani io
possa identificarmi per completo (senza residui) in ci che sono e ho. Soltanto buttando via posso assicurarmi che
qualcosa di me non stato ancora buttato e forse non n sar da buttare (Calvino 1980: 276).

Alla luce di questa teoria dellazione, ne risulta che ogni vicenda storica porta con s un
alone di pentimenti, di alternative scartate e rifiutate che costituiscono il lato oscuro della storia
intesa come progresso coerente e trionfale, volta alla realizzazione mondana delle magnifiche sorti
e progressive: il cimitero delle occasioni sprecate (Bauman 2009: 42). E lutopia, in questo
senso, come scriveva Benjamin ad Adorno, potrebbe avere limmane compito di fare
dellincompiuto (la felicit) un compiuto e del compiuto (il dolore) un incompiuto. Questa
teologia; nella rammemorazione noi facciamo unesperienza che ci vieta di concepire la storia in
modo fondamentalmente ateologico, per quanto non ci sia lecito tentare di scriverla in concetti
immediatamente teologici (Benjamin 1986: 611).
Un esempio di questo incrocio di alternative qualitative, sciolte nel recente passato in un
modo tuttaltro che razionale, favorendo scelte discutibili ancora oggi revocabili (Benjamin direbbe
proprio oggi, nellattimo decisivo della leggibilit storica), fa riferimento allinvenzione della
bicicletta strumento di locomozione che, nonostante lapparente frugalit, un vero concentrato di
tecnologia sostenibile. Nessuno ci pensa pi, ma essa simultanea a quella dellautomobile, la
causa odierna di uninfinit di problemi dallintasamento della viabilit allinquinamento
atmosferico, dalle guerre giuste (c sempre loro nero a mobilitare gli eserciti in Medio Oriente)
alle petroliere incontinenti che solcano i mari lasciandosi dietro scie oleose e mortifere, dalle
paurose e inutili morti per incidenti stradali (di cui stato morboso, geniale cantore James G.
Ballard) (Ballard 2004) alle problematiche estrattive (esaurimento dei giacimenti petroliferi,
fracking, ecc.). Il velocipede a pedali e il celebre biciclo, gli antesignani dellodierna bicicletta,
nacquero tra il 1855 e il 1869, anno in cui Eugene Meyer invent la ruota a raggi; il primo motore a
combustione interna lo si deve invece allo svizzero Isaac de Rivaz, nel 1802, perfezionato solo nel
1876, undici anni prima le prime vere automobili venissero presentate allEsposizione Universale di
Londra nella sezione dedicata al materiale ferroviario. In uno stesso frangente, quindi, si sono
profilate due soluzione al problema della mobilit con una interpretazione profondamente diversa
del rapporto tra quanta di energia, velocit degli spostamenti, equit (nellaccaparramento delle
risorse necessarie agli spostamenti) e appagamento effettivo dei viaggiatori nel che non si devono
considerare solo i tempi necessari per il raggiungimento della meta: occorre infatti distinguere tra la
mera euforia per una promessa di velocit irrealizzabile nelle odierne condizioni di traffico, e la
vera felicit di chi viaggia, che motivata da pi dati di realt esterni: come sicurezza, comodit,
stress da guida, costi ambientali, ecc. Questi sono tutti dati di una realt inemendabile, la quale
indifferente ai nostri atteggiamenti teorici, sebbene sensibile al global warming (Ferraris 2009:
86).
Di fatto, scrive Ivan Illich, lequit e lenergia possono crescere parallelamente solo fino ad
un certo punto: il continuo sforzo dellindustria per ingozzare la societ con quantitativi di energia
sempre maggiori degradano, depauperano e infine frustrano la maggioranza della popolazione,
soffocata com dai rifiuti (smog, polveri sottili, CO
2
, carcasse di auto che crescono come foreste di
lamiera arrugginite nelle periferie urbane), dallintasamento delle vie di transito ed estraniata
dalloscena metamorfosi dello spazio urbano per le nuove esigenze della viabilit, che trasforma il
territorio in una piramide di circuiti reciprocamente inaccessibili (Illich 2006: 61). Illich, in
definitiva, intende sostenere che la tecnocrazia prevale necessariamente non appena il rapporto tra
9
potenza meccanica ed energia metabolica oltrepassa una soglia precisa e riconoscibile (Illich 2006:
12). Non sarebbe dunque il caso di ripensare a come sciogliere un antico nodo, proprio ora che
sappiamo che la maggioranza di noi spende una fetta sempre maggiore della propria esistenza in
spostamenti non voluti, succubi come siamo di una distorsione dello spazio umano che ha
finalit puramente economiche? Anche perch, facendo riferimento ai dati reali, la velocit
delluomo rimasta invariata dallet di Ciro (Illich 2006: 33).
Un esempio analogo potrebbe essere fatto a proposito della tecnologia fotovoltaica e di
quella nucleare. Qui, addirittura, la prossimit cronologica delle due scoperte/invenzioni tocca i
legami di consanguineit tra gli inventori in causa:

Leffetto fotovoltaico, la creazione di un potenziale elettrico sotto leffetto della luce solare, fu scoperto nel
1839 da Alexandre-Edmond Becquerel, che era il padre di quellHenry Becquerel che, pi tardi, avrebbe scoperto la
radioattivit. Cos, gi nella seconda met dellOttocento cera chi si provava a fabbricare celle solari con lidea di
produrre energia, anche se nessuno sapeva spiegare come funzionassero (Bardi 2011: 177).

E anche a tal proposito potrebbero essere avanzati gli stessi rilievi su tasso di inquinamento,
funzionalit e apporto di democrazia offerto delle due alternative prospettatesi nella storia delle
scienze applicate; si tratta, ancora una volta, del confrontarsi di una soluzione sporca (liberazione
dellopulenza energetica non rinnovabile) e di una pulita (liberazione dalla carenza).
Alla luce di quanto detto, la storia fatta del superamento di biforcazioni ideali-reali
altamente significative, dietro cui si nasconde la possibilit del pentimento e del ripiego
(melancolico) sul gi-stato, in vista di una soluzione (utopica) del tutto nuova, compatibile nei fatti
con il mondo residuale in cui viviamo. Al centro di questa archeologia delle possibilit rimosse e
scartate in nome della coerenza mitica, il tema del recupero degli scarti assurge a nuova possibilit
utopica: anche perch, come scrive Latouche, una societ decente non produce esclusi, ma
nemmeno rifiuti e scorie materiali (Latouche 2011: 70).
Wall-E, il robottino che accumula rifiuti in grattaceli vertiginosi di pattume in un mondo
disabitato, il simbolo di questa chance salvifica. Wall-E, terminato il suo lavoro di
rimozione/compattazione verticale dei rifiuti, raccoglie oggetti curiosi nel proprio hangar, una
collezione di obsolescenze tra cui un astuccio per occhiali da vista, una palla di gomma, bombolette
spray inservibili, un salvadanaio a forma di maialino (ovvero il personaggio Hamm del film Toy
Story), e via dicendo. Sono tutte testimonianze dellantica civilt delluomo, uomo che ha
abbandonato una Terra oramai inospitale per latmosfera irrimediabilmente compromessa
dallinquinamento. Questi sono oggetti che parlano ancora delle speranze risposte dalluomo nel
progresso e nella tecnica, speranze ora svanite al cospetto di un mondo in rovina e sommerso dai
rifiuti. Non un caso che Wall-E guardi a essi con aria melancolica, con gli occhi colmi di
rimpianto per ci che stato (o, per meglio dire, per ci che non mai stato: la felicit tanto attesa).
In quegli oggetti residuali, infatti, si sedimentato il fallimento delle nostre speranze. Lo sguardo
metallico del robottino, al cospetto di queste allegorie smozzicate delle umane aspirazioni, si fa
improvvisamente umano e compassionevole, quasi volesse redimere, ricomporre quei frantumi e
relitti storici che sono lultima testimonianza della civilt che fu Wall-E, in definitiva, la
versione post-moderna e tecnologica dellangelo della storia benjaminiano.
Avremo ancora del tempo per esercitare questo virtuosismo da straccivendoli, ricercando la
salvezza (della specie umana e della natura) in un mondo di scarti e rottami di ci che stato? Non
vi altro modo di pensare alla salvezza, anche ecologica. Siamo in unepoca allegorica in senso
pieno la totalit infranta e la redenzione unoccupazione da tristi rimuginatori, collezionisti e
rigattieri.


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Abstract

To live in the presently disfigured landscape where nature is but a fragment of an ancient beauty and
richness means entering the era of allegory tout court, within which human existence is forced to dwell in a
lunar landscape remindful of those described by P.K. Dick, locus of rotting refuse, where everything is
swiftly reduced to kipple and gubble. Yet, even though a mere fragment, an allegory of its former self,
nature still retains a historical dimension: that dimension of time to which the social universe turned into an
obtuse self-perpetuating myth has given up in the name of the always identical and always new and of
the irrevocability of a particular historico-contigent outcome. Yet, even a disfigured nature can be the source
of a concrete utopia of reintegration, by virtue of its historical dimension. In other words, both the wastes of
nature and the dreams of salvation are not exempt from an otherwise unsuspected mutual solidarity: being
interconnected, they push imagination in remote and long forgotten lands where a happiness dwells whose
name now unsayable in history is the regained Eden.

Keywords: fragment, allegory, utopia, ecology, technology