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ALCUNI ASPETTI

DEL DIBATTITO FILOSOFICO


SULLA PENA DI MORTE
1. Origine del problema e linee essenziali dello sviluppo storico del dibattito.

Guardando il lungo corso della storia umana riconosciamo che il dibattito per labolizione della
pena di morte ha avuto inizio in un periodo abbastanza recente; infatti per molti secoli il
problema se fosse o non fosse lecito e giusto condannare a morte non era neppure sorto. La
pena di morte era lunico mezzo attraverso il quale venivano soddisfatti i bisogni di vendetta,
di giustizia e di sicurezza della societ nei confronti di uno dei suoi componenti. Platone
stesso riconosce nelle Leggi che la pena deve avere lo scopo di rendere migliore e se si
dimostra che il delinquente incurabile, la morte sar per lui il minore dei mali. Platone
inoltre sostiene che i responsabili di omicidi volontari devono necessariamente pagare la pena
naturale cio patire ci che hanno fatto. Questultimo principio, che nasce dalla dottrina
del contraccambio, percorre tutta la storia del diritto penale e giunge assolutamente intatto
no ai giorni nostri. Tutto ci fornisce la testimonianza di come la pena di morte sia stata
considerata legittima, ma anche naturale, sin dalle origini della nostra civilt.
Anche il cristianesimo ha avuto una sua inuenza (molte volte ambivalente) in questo dibat-
tito: lopinione di San Tommaso illuminante in tal senso. A suo parere, cos come lasporta-
zione di un membro malato in molti casi permette al corpo di sopravvivere, se un uomo
costituisce un pericolo per la comunit lodevole e salutare metterlo a morte per salvare il
bene comune. E soltanto con lIlluminismo che troviamo per la prima volta un ampio dibattito
sulla liceit o opportunit della pena capitale, e la prima opera che affronta seriamente il
problema e offre alcuni spunti per dare ad esso una soluzione, il famoso libro Dei delitti e
delle pene di Beccaria. Questi afferma che il ne (della pena) non altro che impedire il reo
dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. E quindi opportuno
capire quale sia la forza intimidatrice della pena di morte rispetto alle altre pene; secondo
Beccaria ci che frena un uomo dal compiere un delitto non la crudelt delle pene ma la
loro infallibilit unita alla vigilanza dei magistrati ed alla severit di giudici inesorabili. Quindi
non necessario che le pene siano crudeli per essere deterrenti, ma sufciente che esse
siano certe. Beccaria afferma inoltre che lintimidazione nasce dallestensione e non dallin-
tensit, perci sostiene ad esempio lergastolo che molto esteso. Al contrario condanna
la pena di morte perch troppo intensa. Entrambi gli argomenti che Beccaria sostiene
contestano lutilit della pena di morte perch considerata n utile n necessaria. A queste
considerazioni Beccaria aggiunge largomento contrattualistico (che deriva dalla storia del
contratto sociale), secondo il quale se la societ politica deriva da un accordo tra gli individui
che rinunciano a vivere nello stato di natura e si impongono delle leggi per proteggersi,
inconcepibile che questi individui abbiano messo a disposizione dei loro simili anche il diritto
alla vita. Grazie al dibattito sulla pena di morte, svoltosi durante il Settecento, fu emanata la
prima legge penale in base alla quale fu abolita la pena di morte: la legge del Granducato di
Toscana del 1786. Il libro di Beccaria ebbe un clamoroso successo nella Russia di Caterina II,
nella cui celebre Istruzione, proposta nel 1765, si afferma come la pena di morte non abbia
mai reso migliori le condizioni di alcuna nazione.
Nonostante il successo dellopera di Beccaria presso il pubblico pi colto, la causa del-
labolizione della pena di morte non era destinata a prevalere sulla losoa penale del
tempo; infatti lo stesso Rousseau, nel Contratto sociale, aveva precedentemente confutato
largomentazione contrattualistica sostenendo la falsit di qualsiasi accordo realizzato tra gli
individui che riservasse il diritto alla vita in ogni caso, poich lattribuire allo Stato anche
il diritto alla propria vita serve a garantirla contro gli attacchi altrui. Pochi anni dopo la
pubblicazione dellopera di Beccaria, il giurista Filangieri, nella Scienza della legislazione
(1783), afferma che luomo, nello stato di natura, ha diritto alla vita ma pu perderlo con i
suoi delitti; a maggior ragione perde tale diritto nello stato civile, che stato istituito allo
scopo di rendere sicuro lesercizio dellantico diritto di respingere con loffesa alla vita altrui
loffesa alla vita propria. I due maggiori loso del tempo, Kant ed Hegel, sostengono la teoria
retributiva della pena ritenendo doverosa la pena di morte. Kant afferma che la pena non ha
la funzione di prevenire i delitti bens quella di rendere giustizia, ossia assicurare la perfetta
corrispondenza tra reato e castigo. Hegel sostiene inoltre che il delinquente, non solo deve
essere punito con una pena corrispondente al delitto compiuto, ma egli ha il diritto di essere
punito con la morte, perch solo con la punizione si pu riscattare ed solo con la punizione
che egli viene riconosciuto come essere razionale.
La bipolarit delle posizioni sulla pena capitale ha continuato a manifestarsi per tutto il
diciannovesimo secolo nel quadro di tematiche romantiche e positivistiche. Il contrasto
continuo tra una borghesia sempre pi trionfante ed un movimento operaio in ascesa poneva
problemi di ordine pubblico e segnava rilevanti trasformazioni nella struttura sociale e nella
mentalit. La sete di colonizzazione e il dilagante imperialismo avevano creato e mantenuto
situazioni e trattamenti anche giuridicamente differenziati e discriminanti, secondo una
logica che comportava il ricorso alla pena capitale nei confronti della maggioranza sottomessa.
Questo atteggiamento di difesa della societ dalle componenti ritenute spurie prendeva
spunto dalle teorie di Darwin e degli evoluzionisti in generale. Non a caso in questo periodo,
e anche successivamente, sar molto presente un sentimento di riuto ideologico verso i
poveri, i sottosviluppati e i diversi. Di notevole importanza la nascita dellantropologia
criminale, cio la tendenza ad uniformare crimine comune e crimine politico, nella classica-
zione della capacit delinquenziale e nella prognosi di pericolosit sociale. Lo sviluppo della
sognomica era essenzialmente legato allesigenza di preservare il corpo sociale da individui
ritenuti dannosi: di conseguenza la condanna capitale, come rivelava Cesare Lombroso nel
1899, oltre ad essere scritta nel libro della natura, sta nel libro della storia. Negli stessi
anni il losofo F. Nietzsche aveva affrontato il problema assumendo una posizione che mirava
a ridicolizzare il cerimoniale della pena di morte e a mostrarne le contraddizioni interne:
com che ogni esecuzione ci offende pi di un omicidio? E la freddezza dei giudici, sono i
meticolosi preparativi, il sapere che un uomo viene usato come un mezzo per spaventarne
altri. Giacch la colpa non viene punita, se anche ce ne fosse una: questa negli educatori, nei
genitori, nellambiente, in noi, non nellomicida- intendendo le circostanze determinanti.
Sul versante contrapposto, n dalla prima met del secolo si era delineata, non sempre univoca
su questo tema e comunque con differenti accenti, la polemica dei socialisti utopisti contro la
violenza del potere: La carcerazione e la pena di morte- afferma ad esempio Fourier- sono
i mezzi estremi adottati da una societ capovolta come la nostra; il carnece la pietra
angolare delle nostre societ poggiate su false basi. Interessanti sono anche le posizioni
assunte dal socialismo scientico di Marx ed Engels, che aveva ripetutamente sottolineato la
funzione di parte dello Stato come organizzazione della classe possidente per proteggersi
dalla classe non possidente sino a rilevare come lo stesso stato sia un assassino se toglie a
migliaia di individui il necessario per lesistenza, se li mette in condizioni nelle quali essi non
possono vivere, se mediante la forza della legge li costringe a rimanere in tali condizioni nch
non sopraggiunga la morte, che la conseguenza inevitabile di tali condizioni. Il dibattito
- proseguito nel periodo della Seconda Internazionale, in relazione anche alla persistente
adozione della pena di morte in numerosi stati europei e non - aveva tra laltro denunciato
in particolare le prevaricazioni del potere zarista in Russia, a proposito delle quali era
intervenuto anche Tolstoj in modo appassionato, la cui forza di ispirazione religiosa e non-
violenta comportava una generale disapprovazione e riprovazione delle azioni cruente di
rivoluzionari e controrivoluzionari. Con la Rivoluzione del 1917 e lavvio del potere sovietico,
le contrapposte logiche del Movimento Socialista internazionale e del nascente comunismo
si evidenziarono in termini generali. Nella dicotomia tra terrore rosso e terrore bianco
trascorsero gli anni del comunismo di guerra, ma se ne registrarono anche i riessi
teorici nella polemica tra K. Kautsky e L. Trotsky. Negli anni successivi, macabro portatore
della pratica della pena capitale si fatto il regime nazista insieme ai fascismi e ai nuovi
autoritarismi, non solo mediante il sistema dei campi di concentramento, ma anche con il
precoce ripristino delle condanne a morte e delle esecuzioni. Dalla notte dei cristalli (9
novembre 1938) si sono infatti intensicate nel Reich hitleriano le persecuzioni antiebraiche
ed estese, nel tentativo di instaurare un nuovo ordine europeo, le esecuzioni di pari
passo con la pianicazione dello sterminio e del genocidio. N prima n dopo si sono potuti
annoverare cambiamenti determinanti. Il quadro internazionale dellultimo cinquantennio non
ha presentato situazioni realmente innovatrici neppure in ordine alla pena di morte che
anzi, continuando ad essere comminata per reati comuni, ha registrato una signicativa
accentuazione del suo uso politico, sino a farlo diventare spesso preponderante.


2. Teorie della pena e concezioni dell etica.


La distinzione tra antiabolizionisti e abolizionisti dipende dalla concezione che si ha della
funzione della pena di morte. Le teorie principali che vengono utilizzate nel dibattito sulla
pena di morte sono essenzialmente due quella retributiva e quella preventiva. Per la prima la
funzione principale della pena quella di contraccambiare il reato commesso (malum actionis)
con una giusta pena (malum passionis). Per la teoria preventiva , invece, la funzione essenziale
della pena quella di scoraggiare le azioni che lordinamento considera nocive; la sua funzione
quindi dissuasiva e deterrente. In genere vi una prevalenza di sostenitori della pena
di morte fra coloro che vedono la pena come retributiva; al contrario, gli abolizionisti
solitamente abbracciano una visione della pena di tipo preventivo. Tali teorie sono denite
anche concezione etica e concezione utitlitaristica della pena. E inoltre facile notare
che la contrapposizione tra antiabolizionisti e abolizionisti ha alla base anche una diversa
concezione della societ. Se da una concezione collettivistica della societ scaturiscono
posizioni anti-abolizionistiche, le prime teorie abolizionistiche si sono sviluppate nellambito
della concezione individualistica della societ e dello stato. Lorigine contrattuale dello stato
alla base della teoria di Hobbes e di Beccaria i quali per lappunto sono pensatori abolizionisti.
Tuttavia non possiamo fare a meno di ricordare che uno dei massimi sostenitori del contrat-
tualismo, J.J. Rousseau, un non-abolizionista al quale possiamo accostare Filangeri. Possiamo
quindi affermare che la concezione contrattualistica non ha reso necessario il riuto della
pena di morte ma di sicuro lo ha reso possibile.
Ci sono altre concezioni riguardo alla pena, vista come espiazione o come emenda. Essenzial-
mente il problema della pena riguarda lindividuo che deve subirla. In base a ci le opinioni
pi comuni vertono sullespiazione e sullemenda. Per la prima, il ne stesso della pena di
contribuire nel giustiziando attraverso la sofferenza al raggiungimento del riscatto per il
male compiuto; secondo laltra, invece, la pena deve guidarlo a correggere i propri errori per
permettere una sua personale ed effettiva rieducazione che sia portatrice di una nuova e
pi consapevole riabilitazione. Di queste due teorie la prima senza dubbio perfettamente
compatibile con la pena di morte stessa, mentre la seconda, ossia lemenda, non ha alcun rac-
cordo con la pena di morte dato che per migliorare il rapporto dellindividuo con s e col mondo
circostante necessaria la sopravvivenza dellessere stesso. A questo proposito vediamo
che largomento fondato sulla funzione espiatrice , intesa come momento rigeneratore e
puricatore che priva dalla macchia del peccato, pu essere addotto a rinforzo dai fautori
della pena di morte, mentre laltro meglio si accompagna alla posizione degli abolizionisti.
Il contrasto tra abolizionisti e antiabolizionisti riguarda non solo due modi diversi di concepire
la pena, ma anche un contrasto tra due diverse concezioni delletica. diverso dire che non si
deve fare il male perch esiste una norma che lo vieta o sostenere, invece, di non fare il male
perch ha funeste conseguenze per lumana convivenza. A giudicare dalla disputa pro e contro
la pena di morte si direbbe che i fautori della pena di morte seguono una concezione etica
della giustizia, mentre gli abolizionisti sono seguaci di una teoria utilitaristica. Per i primi la
pena di morte giusta; per i secondi la pena di morte non utile. Quindi mentre per chi
parte dalla teoria della retribuzione la pena di morte un male necessario, per coloro che
partono dalla teoria intimidatrice la pena di morte un male non necessario e quindi non pu
essere in alcun modo considerata come un bene.
Il dibattito sulla pena di morte trae radici in un diverso modo di rapportare etica e politica.
Infatti il problema principale consiste nel comprendere se la politica sia sottoponibile alle
regole della morale o se abbia un codice di regole proprio, che va al di l della morale stessa,
come ha sostenuto in modo deciso il Machiavelli.
Si pu tracciare una mappa in cui sono illustrate le diverse teorie che mirano a privilegiare
letica o la politica e a subordinare laltra. La divisione principale tra teorie descrittive e
prescrittive, le prime che tendono a risolvere il problema dal punto di vista teorico, mentre
le seconde da quello pratico.
A loro volta le teorie descrittive si dividono in monistiche, che tendono a privilegiare o la
politica o la morale, e in dualistiche che ammettono lesistenza di entrambi i sistemi normativi.
Parlando di monismo possiamo far riferimento alla teoria machiavellica, detta anche della
amoralit della politica che ha come principio fondamentale il ne giustica i mezzi .
Nella posizione dualistica, invece, emerge la distinzione introdotta da M. Weber tra etica dei
principi o della convinzione, ed etica della responsabilit. Ci che distingue queste due morali
il diverso criterio che assumono per valutare se unazione buona o cattiva. La prima si
serve di qualche cosa che precede lazione, un principio, una norma, in generale una qualsiasi
proposizione prescrittiva, la cui funzione quella di inuire sul compimento di unazione. La
seconda, invece, si serve di qualcosa che viene dopo lazione, cio del risultato.
Le due etiche comunque non coincidono in quanto ci che bene rispetto ai principi non
detto che sia bene rispetto ai risultati.



3. Lanalisi della pena di morte in Hegel e Bentham

Due personalit rilevanti nellambito del dibattito losoco riguardo alla pena di morte sono
Hegel e Bentham.
La posizione di Hegel non pu essere compresa se non inquadrata almeno nei suoi caratteri
fondamentali- allinterno dellintero sistema losoco elaborato dallesponente dellidealismo.
Il principio di tale sistema si identica nellIdea, intesa come il vero in s e per s, la
ragione, il soggetto-oggetto, unit dellideale e del reale. Lidentit di soggetto e oggetto
pu essere considerata il punto conclusivo del graduale processo della manifestazione
dellIdea attraverso le forme dello Spirito, per cui lIdea in s e per s costituisce il
momento culminante dello sviluppo dialettico della ragione.
La prima fase del processo consiste nello smarrimento dellIdea nella Natura, denita come
lIdea nel suo essere altro, nella sua alienazione. Successivamente lIdea emerge dalla
Natura e si manifesta nelle forme dello Spirito, ovvero Spirito Soggettivo, Oggettivo e
Assoluto. Il primo consiste nel passaggio dellIdea attraverso la coscienza individuale e
collettiva; il secondo rappresenta loggettivazione dello Spirito nel cosiddetto Volkgeist
(spirito del popolo); inne lo Spirito Assoluto costituisce la sintesi dei momenti dialettici
precedenti, cio il momento di piena autocoscienza dellIdea. La manifestazione concreta
dellIdea, di cui la Logica costituisce il progetto a livello astratto, giunta dunque a termine.
A questo punto siamo in grado di focalizzare la nostra attenzione sulla questione della pena
di morte, attraverso lapprofondimento delle tematiche dello Spirito Oggettivo, avvalendoci
direttamente di citazioni dall Enciclopedia delle scienze losoche in compendio(1817).
Largomento della pena in generale viene affrontato nei paragra 496-502 sotto il titolo
di Diritto contro il torto. Questo rappresenta la riaffermazione del diritto in s nei
confronti di una sua violazione. Se la volont del soggetto cattiva, la mancata osservanza
del diritto si traduce in frode o delitto. Questo comporta volont violentemente cattiva
poich il diritto viene trasgredito nella forma e nel contenuto; quella aderisce s alla
relazione formale del diritto, lasciandone per cadere il contenuto. La reazione alla
frode o al delitto pu esplicarsi tramite la vendetta oppure attraverso un terzo giudizio,
disinteressato, che la pena. Mentre la prima afne al reato per la sua accidentalit, la
seconda stabilita da un giudice, che pur essendo un volere particolare, soggetto a moralit,
adeguato al diritto e ha linteresse di volgersi contro il delitto, al di l delle pulsioni del
momento, istintive. In questi termini Hegel propone una concezione retributiva della pena, che
condiziona la sua posizione sul problema della pena capitale.
Laltro motivo che sta alla base della soluzione hegeliana di tale problema la teoria
dello Stato contenuta nei Lineamenti della losoa del diritto. Hegel propone una conce-
zione organicistica e non contrattualistica dello stato. Infatti mentre labolizionista Beccaria
sostiene che laccordo stipulato dagli individui per la formazione dello stato non pu prevedere
la disposizione ad essere privati della vita, Hegel afferma che lo stato non , in generale, un
contratto n la sua essenza sostanziale la difesa e la garanzia della vita e della propriet
degli individui come singoli, cos incondizionatamente: anzi, esso la cosa pi elevata, che
pretende anche questa vita e questa propriet stessa ed esige il sacrizio della medesima.
Dunque la pena di morte viene legittimata alla luce del carattere totalizzante dello stato
hegeliano e sulla base di una concezione retributiva della pena.
Jeremy Bentham il losofo di spicco dellUtilitarismo, ed anche la sua concezione della pena
e della pena di morte pu essere ricondotta al principio di utilit. La formulazione di tale
principio come la massima felicit per il maggior numero viene casualmente trovata per la
prima volta da un Bentham ventenne, nel 1768, allinterno dei Saggi sui primi principi del
governo di J. Priestley. Da questo momento il nostro autore d vita all Utilitarianism e
si applica per la realizzazione della Utilitarian Society. Per meglio comprendere le basi di
questo pensiero opportuno fare riferimento all Introduzione ai principi della morale e della
legislazione del 1789. Le premesse sono sensistiche, ereditate da Helvetius e Condillac. La
felicit conseguenza del piacere, ed il principio di utilit si congura come quel principio
che approva o disapprova qualunque azione a seconda della tendenza che essa sembra avere ad
aumentare o diminuire la felicit della parte il cui interesse in questione; o, che lo stesso
concetto in altre parole, a seconda della tendenza a promuovere tale felicit o a contrastarla.
La somma degli interessi individuali uguale allinteresse della comunit, che un corpo
ttizio, composto dalle singole persone considerate come sue membra. Il calcolo felicico
centrale in Bentham, che si propone come il Newton delle scienze morali, alle quali applica
la matematica. Attraverso lapplicazione di questo strumento, rigorosamente ancorato a basi
sensistiche, prima ai singoli individui e poi alla comunit, possibile giungere alla massima
felicit per il maggior numero, che lo scopo al quale deve mirare lo stato attraverso i suoi
provvedimenti. Esso deve conciliare le tendenze individualistiche, hobbesianamente portatrici
di una bellum omnium contra omnes e pertanto non utili alla collettivit, creando invece un
sistema di scambi vantaggioso al maggior numero. Le leggi, ad esempio, devono salvaguardare
la propriet privata ed il contratto per soddisfare il bisogno di sicurezza; la pena deve pure
mirare allutilit della comunit, recando una funzione eminentemente preventiva. Il verbo
dovere di rigore in quanto Bentham si presenta come il grande riformatore del sistema
giuridico inglese, e pi in generale coerente con il trattamento censorial al quale egli
ritiene debba essere storicamente sottoposto il diritto. Bentham distingue fra due metodi
che possono essere applicati in giurisprudenza: quello tecnico e quello naturale. Il primo
esteriore e pu ottenere come massimo risultato un ottima chiarezza formale; il secondo
poggia, invece, sulleffettiva incidenza utilitaristica della legge ed pertanto additato come il
migliore. Le nalit della pena sono, secondo Bentham, le seguenti:
1. Impedire, per quanto possibile, tutti i reati.
2. Impedire il reato peggiore nel caso in cui il primo scopo non sia raggiunto.
3. Limitare il danno.
4. Agire con la minima spesa.
Tra le propriet che secondo Bentham sono attribuibili alla pena necessario enuclearne
alcune, che sono di fondamentale importanza per comprendere la posizione da lui assunta sulla
pena di morte. Per approdare ai suoi obiettivi la pena deve innanzi tutto essere presente, cio
ricordata e prima ancora appresa; questo procedimento tanto pi rapido e saldo quanto
maggiore lanalogia della pena con il reato, cio la peculiarit. In questo senso la ritorsione
il modo di punire peculiare al massimo grado. Unaltra propriet della pena individuata da
Bentham quella della esemplarit. Considerando che leffetto preventivo della pena deriva
dalla pena apparente, cio dall idea di pena, e che il danno prodotto dalla pena reale,
la suddetta caratteristica tende ad aumentare il disavanzo fra utilit e danno accrescendo
la pena apparente. Al contrario la propriet della frugalit tende al medesimo obiettivo
attraverso la riduzione della pena reale. La popolarit un altro aspetto importante della
pena, in quanto dalla sua assenza si genera scontento fra la gente e la legge diventa
debole, poich tendenzialmente inefcace presso il suo destinatario, la comunit, che le
risolutamente avversa. Daltra parte si tratta di un tipo di propriet molto uttuante ed
indeterminata, che pu appartenere ad una porzione di pena ad un certo momento, ed andar
perduta il momento successivo. Inoltre lottimo legislatore, operando conformemente al
principio di utilit, deve proteggere le proprie leggi dallimpopolarit estirpando i pregiudizi
che sono alla base della valutazione della gente. Bentham, come Helvetius, infatti convinto
del potere educativo che il legislatore pu e deve esercitare sulle masse. Lultima importante
caratteristica leffetto disabilitante che impedisce al reo di offendere. Esso presenta
per uno svantaggio notevole, che ne restringe la desiderabilit allinterno della pena: lincon-
veniente che questa propriet tende in generale a scontrarsi con quella della frugalit, non
essendoci, nella maggior parte dei casi, modi sicuri per rendere un uomo inabile a danneggiare
senza allo stesso tempo renderlo in larga misura inabile a fare il bene sia a s stesso che agli
altri. Il danno del reato, perci, deve essere tanto grande da richiedere una pena di porzione
davvero considerevole, allo scopo di dare lesempio, prima di poter giusticare lassegnazione
di una pena disabilitante.
La pena di morte, pur potendo essere evidentemente peculiare, esemplare e popolare, pre-
senta linconveniente anti-frugale delleffetto disabilitante al massimo grado. Inoltre essa
irreversibile, particolare drammatico nel caso della punizione di un innocente. Nel calcolo
complessivo dei pro e dei contro, strutturale in Bentham, il losofo inglese giunge
essenzialmente ad affermare che la pena di morte inutile e dannosa, ammettendola solo
in casi davvero straordinari, quali lalto tradimento o la ribellione, lincendio o lomicidio di
pi persone.


4) Il dibattito attuale sulla pena di morte.

Il dibattito sulla pena di morte non mai completamente concluso ed esaurito in s medesimo,
al contrario sempre vivo, attuale e dominante; un dibattito questo che pur partendo
da un mondo storico lontano ancora presente alle soglie del terzo millennio. Questa
argomentazione di losoa morale risulta essere appartenente non tanto ad una ragione
di tipo dimostrativo bens argomentativo e questo implica che le varie argomentazioni, sia
quelle pro che quelle contro non siano mai denitivamente concluse e dirimenti. Questo a
dimostrazione che non esiste un particolare argomento addotto da una delle parti favorevoli
o avverse alla pena di morte che non sia necessariamente controbattuto dallaltra parte; non
una tesi o ragione in difesa di una delle due parti alla quale non ne venga contrapposta unaltra
in difesa a quella opposta.
Il dibattito sulla pena di morte giudiziale spesso oggi visto, a detta di Bobbio, come un
ozioso passatempo dei soliti dotti che non si rendono conto di come va il mondo. Sempre
a suo parere per quanto concerne la pena di morte extragiudiziale (quella cio che pu
essere initta dagli squadroni della morte o dai servizi segreti), non si pu fare altro se non
condannarla ( a questo proposito si veda Lettere dei condannati a morte delle Resistenza
Europea). Il problema che sta alla base del dibattito sulla pena di morte essenzialmente
questo: no a che punto pu spingersi il diritto di punire dello Stato? La questione si
diversica sensibilmente nellambito extragiudiziale: il problema in questo caso non tanto
se sia lecito iniggere la morte, quanto piuttosto se lo sia il ricorso a qualunque tipo di pena
extragiudiziale allinterno di uno stato costituito. In un mondo come quello che si offre oggi
ai nostri occhi non possiamo fare a meno di sottolineare la crudelt di una realt in cui
plausibile risolvere un conitto mediante luso di armi mortali. Tale assunzione porta molti
uomini a credere che ci sia la licenza di uccidere.
Ci di cui si sta discutendo in questi anni labolizione denitiva della pena di morte che
ormai limitata anche negli stati che lhanno mantenuta per punire un numero sempre minore
numero di reati particolarmente gravi. La pena di morte inoltre ha cessato ormai da tempo
di essere, come stata per secoli, la pena per eccellenza e prima dellIlluminismo molti si
attenevano al detto di Dracone per il quale la pena di morte era giusta per i ladruncoli mentre
per i reati pi gravi non se ne trovava una maggiore. Quindi dobbiamo chiederci non solo
se la pena di morte sia giusta sul piano etico ma anche se sia effettivamente la maggiore
delle pene.
Secondo Bobbio, poi, dobbiamo fare alcune importanti considerazioni:
sempre minore il numero dei reati per i quali viene considerata obbligatoria la pena di
morte e sta aumentando quello dei reati per i quali linizione della pena di morte lasciata
alla decisione dei giudici e della giuria;
non in tutti gli Stati in cui ammessa la pena di morte in realt questa viene messa in pratica ( e in tal
caso si distinguono gli Stati in cui essa abolita de iure da quelli in cui abolita de facto);
spesso, anche quando la pena di morte stata emanata, oggi si tende a sospenderla sine die e a
rimetterla in seguito a grazia;
gli abolizionisti nella loro battaglia si sono arrestati di fronte al problema dellabolizione totale;
la tendenza allabolizione nel tempo sembra procedere a zig zag, ovvero senza una linea di continuit;
il dibattito ancora pi acceso in quei paesi in cui labolizione totale non ancora avvenuta, oppure in cui
stata approvata recentemente la riforma (in Italia, che dopo la caduta del fascismo ha costituzionalizzato il
divieto alla pena di morte, le dottrine antiabolizioniste sono riemerse meno che negli Stati Uniti o in Francia).
Solitamente fra il sentimento popolare e lopinione dei dotti c in generale una sensibile
discordanza: le tesi abolizionistiche prevalgono tra coloro che si occupano professionalmente
del problema (leghe, associazioni per i diritti delluomo, ecc.), mentre il sentimento popolare
continua ad essere a loro ostile e spesso giunge a reclamare addirittura il ripristino della pena
capitale anche dove stata abolita gi da tempo. Largomento del cosiddetto del cosiddetto
common sense teso ad avvalorare la tesi degli antiabolizionisti ma questo argomento
(sfruttato anche dal ministro Rocco quando in Italia fu ripristinata la pena di morte durante il
regime fascista) non di per s valido per svariati motivi. Innanzitutto il sentimento popolare
invoca la pena di morte in modo indiscriminato non facendo alcuna distinzione tra i delitti pi
gravi e quelli meno gravi. Inoltre il sentimento popolare sembra essere volubile e facilmente
inuenzabile. Ultima osservazione ma non per questo di minore importanza: possono questioni
di principio cos delicate essere risolte seguendo il criterio della maggioranza? Che il senti-
mento popolare sia volubile confermato dal fatto che la legislazione sulla pena di morte
risente dello stato di minore o maggiore tranquillit in cui si trova una determinata societ
e dal minore o maggiore stato di autoritarismo del regime. Esemplare, per convalidare tale
assunzione, il caso dellItalia durante il periodo del Fascismo. Sempre in Italia durante
limpero del codice Zanardelli (1889) che laveva abolita, il problema del ripristino non fu mai
seriamente sollevato in una condizione di graduale contenimento e regolazione dei conitti
sociali, mentre, quando il ripristino avvenne per opera di un regime autoritario come il
fascismo, anche in conseguenza dellacuirsi e dellinasprirsi della lotta sociale nellimmediato
primo dopoguerra, ci avvenne col pieno consenso o perlomeno nellindifferenza del pubblico.
se qualche resistenza vi fu, questa fu esclusivamente, nel generale conformismo, di carattere
dottrinale.
Oggi il tema dellabolizione della pena di morte molto dibattuto perch molta importanza si
d al dibattito losoco sul diritto alla vita, a non essere uccisi, al diritto a nascere, a non
essere lasciati morire, a essere mantenuti in vita e al diritto alla sopravvivenza. Dato che un
determinato diritto corrisponde necessariamente a un determinato dovere di qualcun altro,
il dibattito riguarda anche problematiche quali il dovere di non uccidere, di non abortire, di
soccorrere chi in pericolo di vita, di offrire i mezzi di sostentamento a chi non ne ha.
Il problema della pena di morte rientra nel dibattito sul diritto alla vita in senso stretto e
soprattutto inerisce al principio del non uccidere. Se intendiamo questo imperativo in senso
categorico, in modo kantiano, il problema gi risolto: uccidere illecito sempre e comunque
e non pu essere in nessun modo giusticato il ricorso alla pena di morte. Ma dobbiamo
ricordare che Kant stesso favorevole alla pena capitale! Dunque nel dibattito sulla pena di
morte nessuno parte dal presupposto della validit assoluta dellimperativo non uccidere e
dellassolutezza del diritto alla vita. I diritti assoluti sono deniti tali perch valgono per ogni
uomo di qualsiasi razza, religione (ecc...), ma non necessariamente sono validi senza eccezioni.
Per questo lassolutezza del diritto alla vita non pu essere considerata come un argomento a
favore dellabolizione della pena di morte. Ma per quanto riguarda il dovere di non uccidere,
dopo avere ammesso la sua assolutezza, ammette comunque il ricorso alla pena capitale tra
le sue eccezioni? Il dibattito sulla pena di morte in tutto il suo percorso storico si svolge
essenzialmente nella presentazione prioritaria degli argomenti addotti per giusticare questo
caso di eccezione al divieto di uccidere e nella successiva difesa dellimperativo che resta
comunque di per s valido. Ancora oggi i due argomenti pi sfruttati per giusticare la
pena di morte sono lo stato di necessit e la legittima difesa. Con questi argomenti molto
spesso si giustica un reato e quindi viene da chiedersi per quale motivo ci che pu valere
per lindividuo non possa valere anche per lo Stato il quale a maggior ragione, in base alla
teorica supremazia dello Stato sullindividuo, dovrebbe potersi avvalere di deroghe alle norme
generali a cui devono attenersi i privati.
Dice Bobbio: Se si parte dal presupposto che il diritto alla vita non un diritto assoluto
(come non assoluto il precetto di non uccidere), ne viene di conseguenza che pu essere
perduto (altro problema se io vi possa rinunciare o se oltre il diritto di vivere si debba
ammettere anche il dovere di vivere). Le conseguenze per cui si pu perdere sono due: quando
esso entra in conitto con un diritto fondamentale che si reputa superiore, e quando il
titolare del diritto non riconosce e viola leguale diritto degli altri, ovvero quando si scontra
con un altro diritto o con il diritto dellaltro. Nella giusticazione in base allo stato di
necessit il diritto alla vita del singolo entra in conitto con il diritto alla sicurezza dello
Stato; nella giusticazione in base alla legittima difesa, il singolo perde il diritto alla vita
perch ha messo a repentaglio la vita altrui della quale pensa a vendicarsi il potere pubblico.
Bisogna per sottolineare che entrambi gli argomenti non sono molto forti bench siano molto
utilizzati. Sono deboli perch lo stato non deve scegliere necessariamente fra luccidere il reo
o il lasciarlo impunito: la pena di morte una delle possibili soluzioni ma ve ne sono molte altre
alle quali possibile ricorrere. Lo stato come detentore della forza non mai costretto ad
uccidere come invece pu accadere a un singolo in caso di legittima difesa: lo stato dispone
di pene alternative e quindi non costretto ad uccidere per iniggere la pena Il problema
quindi da esaminare anche in questo senso: lecito e opportuno uccidere anche quando si
potrebbe ricorrere ad altre sanzioni? Quando Beccaria condann la pena di morte, addusse
come uno dei fondamentali argomenti della sua tesi, quello per il quale la detenzione a vita
avrebbe avuto maggior forza intimidatrice della morte e ne conseguiva che la pena di morte
non risultava affatto necessaria.
Per quanto concerne lambito giuridico, la teoria largamente sostenuta dagli abolizionisti
risulta essere proprio quella secondo la quale lesecuzione della pena di morte renderebbe
veramente irrimediabile lerrore giudiziario. Emergono cos individui esemplari, nel divenire
storico, che hanno dimostrato apertamente linnocenza di un uomo dopo la morte stessa.
Infatti per gli abolizionisti la pena di morte dovrebbe essere initta sempre con maggiori
cautele e solamente quando si raggiunta la certezza vera ed assoluta della colpevolezza
del soggetto medesimo.
La durezza della pena di morte, che scaturisce da questo discorso, dovrebbe essere abolita
per ragioni umanitarie come vorrebbero gli abolizionisti anche se questo contrastato da
coloro che si ritengono favorevoli al mantenimento della pena capitale solo nei casi pi gravi.
Questo dibattito per destinato inevitabilmente a procrastinarsi ancora nel tempo, forse
no a quando durer la violenza che chiama violenza , e no a quando il potere continuer
a prevaricare i diritti delluomo. Nel potere presente una forza di insopprimibile violenza:
La morte ha affermato Elias Canetti la moneta del potere (Elias Canetti: Massa e
potere).
Docente Coordinatore: Prof. Paolo Bucci
Studenti:
Cangiamila Giusy LC
Coppi Cristiano LC
Baldi Letizia LP
Carmignani Laura LP
Ciantelli Veronica LP
Desideri Alessandra LP
Migliorini Sara LP
Miosotidi Laura LP
Pedroni Valentina LP
Caprio Daniele LS
Chiti Alberto LS
Pasquali Luca LS
Soldi Chiara LS
Talarico Saverio LS