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Michail Osorgin

LA LIBRERIA
DEGLI SCRITTORI
Traduzione di Claudia Zonghetti
Adelphiana
www.adelphiana.it
18 settembre 2001
La vita di Michail Osorgin, come quella di molti russi
della sua generazione, si svolta sotto il segno della fuga
e dellesilio. Nato a Perm nel 1879, Osorgin si dedica
$n da giovanissimo a quellattivit di pubblicista che
gli coster, una volta fallita la Rivoluzione del 1905,
dieci anni di soggiorno allestero _ e soprattutto in
Italia. Tornato in patria nel 1916, Osorgin tenta subito
di trasformarsi in una $gura professionale inedita e al-
tamente improbabile, quella del rivoluzionario-biblio$lo.
E mentre la sua prima anima gli provoca i guai che lo
costringeranno, nel 1921, allallontanamento de$nitivo
dalla Russia, la seconda sfocia nellidea dissennata e
commovente qui rievocata, quella di aprire una libreria
commerciale in pieno Ottobre e cio di dedicarsi ani-
ma e corpo a scegliere, vendere, comperare, barattare, na-
scondere libri mentre fuori tutto era, come scrisse Blok,
un misto di angoscia, orrore, penitenza, speranza.
dim
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Quando nel 1917 libri e giornali presero a uscire
senza la minima censura, noi uomini di penna ne
fummo frastornati. Eravamo ormai abituati, scriven-
do, a usare la grammatica di Esopo. Avevamo messo
insieme un intero repertorio di espressioni conven-
zionali, e da un giorno allaltro ci ritrovammo a do-
ver ricominciare tutto daccapo. Ma fu una libert di
breve durata e tuttaltro che gravosa. La Rivoluzio-
ne venne presto snaturata. Un giorno, arrivando in
redazione al Potere del popolo, che era gi stato
chiuso due volte e ribattezzato La nostra patria,
scorsi due soldati dellArmata Rossa, e alla parete un
foglio da loro vergato: Giornale Nostra ptria (sic )
Non si passa Chiuso.
Non per questo alzammo subito bandiera bianca:
al contrario, continuammo a scrivere, a fare e dis-
fare matrici, a stampare di nascosto in diverse ti-
pogra$e... Finch non ci costrinsero tutti a chiu-
dere a tempo indeterminato. Fu allora che, rimasti
senza nulla da fare, provammo a inventarci unoc-
cupazione. Il nostro neocostituito gruppo di lette-
rati, che aveva una certa familiarit con i libri, pen-
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s di darsi al commercio librario. Allepoca esiste-
vano ancora il libero mercato e le librerie, solo che
i libri venivano venduti a un prezzo pi alto di quel-
lo di copertina; noi, invece, intendevamo riportar-
li al loro prezzo effettivo, sbaragliando cos la con-
correnza. E per un breve periodo ci riuscimmo. Di
l a poco, per, il rublo prese a crollare tanto rovi-
nosamente che riuscivamo a malapena a stargli die-
tro e a scarabocchiare via via i nuovi prezzi a matita.
Lidea fu un parto della mente di Pavel Pavlovic
Muratov. Fu lui a riunirci. Tra di noi contavamo un
eccellente bibliologo, Michail Vasilevic Lind, tra-
duttore, scrittore e gentiluomo, un tipo assai rifles-
sivo ma anche un lavoratore instancabile. Lind co-
nosceva bene i librai, da S

ibanov al pi piccolo de-


gli esercenti, aveva una solida rete di frequenta-
zioni e un ottimo $uto, e prendeva il lavoro molto
sul serio. Pose le prime pietre della nostra libreria
e ci insegn diverse cose. Fu lui a mettere insieme,
libro dopo libro, un bel reparto bibliogra$co in-
toccabile e non destinato alla vendita , che in se-
guito, ahim, fummo costretti a svendere per paga-
re le tasse. Dei suoi resti, tuttaltro che miseri, cos
come degli splendidi scaffali che ci eravamo procu-
rati dal biblio$lo Von Meck, facemmo dono allU-
nione Panrussa degli Scrittori.
Della gestione la mobilia del negozio, i rapporti
con gli editori si occup in un primo momento
Nikolaj Ivanovic Minaev, il quale pi che uno scrit-
tore (scriveva solo sui giornali) era un piccolo edi-
tore e unottima persona.
Gli altri soci della prima ora, oltre a Pavel Pavlo-
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vic Muratov che di fatto non lavorava, erano Vladi-
slav Chodasevic, che per ci lasci quasi subito; Bo-
ris Aleksandrovic Grifcov, storico dellarte e della
letteratura (occidentale), nonch conferenziere,
autore di un romanzo uscito a Mosca, Ricordi inuti-
li, e collaboratore zelante della nostra impresa dal
primo allultimo giorno; Aleksandr Stepanovic Ja-
kovlev, allepoca un giornalista agli esordi, e ora
uno dei letterati russi pi in auge; e, per $nire, io,
che me la cavavo nelle faccende concrete, quali
piantare un chiodo, impacchettare i libri senza ro-
vinare le copertine e conversare amabilmente con
i clienti.
Questi i soci della prima ora. In seguito, con lu-
scita di Lind, Chodasevic e Minaev, accogliemmo
Boris Konstantinovic Zajcev, Nikolaj Aleksandro-
vic Berdjaev e Aleksej Karpovic Dzivelegov. Ultima
arruolata in ordine di tempo fu la nostra adorata,
preziosissima cassiera E. Dilevskaja, collaboratrice
insostituibile. Dunque, dietro il bancone ci ritro-
vammo ad avere rappresentanti delle belle lettere,
della $loso$a, della storia, della storia della lette-
ratura, delle arti, della pubblicistica e, soprattutto,
della biblio$lia e della bibliologia. I ruoli venivano
ripartiti di conseguenza, anche se in modo non
troppo rigido. Zajcev sovrintendeva alla letteratu-
ra russa che, quanto ai classici, rientrava nelle com-
petenze di Jakovlev; Berdjaev gravitava attorno agli
scaffali di $loso$a; Grifcov ordinava con scrupolo i
volumi della sezione straniera (che era eccellente
e assai fornita); Dzivelegov, dotato di una memoria
prodigiosa, illuminava la clientela quanto alla se-
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zione di storia; Lind $nch rest con noi si de-
dic esclusivamente alla sezione antiquariato e
agli acquisti pi corposi; io, oltre al funzionamen-
to generale dellimpresa, seguivo la sezione giuri-
dica, e in parte anche i libri antichi. Ma ovviamen-
te, come ho detto, non cera una suddivisione rigo-
rosa del lavoro: lavare il pavimento, stare alla cas-
sa, sistemare le vetrine, comprare, vendere e stima-
re i libri, trascinare scatole e scatoloni, spolverare,
pulire i vetri e disquisire con i clienti dei meriti di
autori ed editori toccava a tutti quanti.
Questa era la squadra dei proprietari-commessi del-
la nostra cooperativa, che aveva un nome assai po-
polare a Mosca: la Libreria degli Scrittori.
E uso le maiuscole a ragion veduta. In anni tremen-
di di sfacelo, terrore e crollo dei valori la Libreria
degli Scrittori fu probabilmente lunica istituzione
culturale e commerciale in Russia a conservare in-
denne la propria autonomia, interiore e nei con-
fronti del mondo esterno. Fondata nel settembre
del 1918, la libreria resistette $no al 1922, quando
perse buona parte della sua ragion dessere an-
che perch, col prosperare della Nep, laggravio $-
scale divenne insostenibile. In un momento duris-
simo, per, essa fu non solo lancora della nostra
salvezza individuale, ma anche un piccolo centro
culturale per la citt di Mosca, albergo e rifugio di
scrittori, docenti, biblio$li, artisti, studenti e di tut-
ti coloro che in quegli anni dif$cili non volevano
tagliare i ponti con la cultura n soffocare gli ulti-
mi moti del proprio spirito. Sul modello della no-
stra libreria ne sorsero poi diverse altre: la libreria
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dei poeti, degli artisti della parola, della gente dar-
te; lultima fu la libreria delle Edizioni Zadruga, che
aveva un progetto simile al nostro, come simili al-
le nostre erano le esperienze letterarie e scienti$-
che dei suoi animatori. Ancora pi avanti nel tem-
po, gi agli albori della Nep, si tent qualche im-
presa analoga in provincia. Quanto a Mosca, era or-
mai unabitudine che al bancone delle librerie stes-
sero scrittori allora privi di occupazione e, talvolta,
con nomi altisonanti: dai serissimi Kizevetter, Ber-
djaev e Vipper ai pi spensierati Esenin, S

ers ene-
vic, Kusichov e Mariengof.
E dunque con duecento rubli a testa di investimen-
to, un capitale insigni$cante che and tutto per gli
scaffali e lacquisto di una stufetta, ci mettemmo al-
lopera. Il nostro patrimonio era costituito dai libri
in conto vendita che ci portavano gli editori privati
con i quali eravamo in contatto, e dai vecchi volumi
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quasi tutti gualciti o squadernati di quella Bibliote-
ca per la Giovent di cui avevamo rilevato la sede
(in vicolo Leontev) per la nostra Libreria.
Seguendo i nostri disegni, un carpentiere ci costru
qualche scaffale con una partita di assi che erava-
mo riusciti a estorcere a una cooperativa. E sugli
scaffali sistemammo i libri che noi stessi avevamo
trascinato a spalla, prelevandoli in parte dai magaz-
zini di editori ancora in vita, in parte direttamente
da casa attingendo a riserve dalle quali, per biso-
gno, eravamo costretti a separarci , in parte da
nostri conoscenti. Al posto del registratore di cas-
sa avevamo una scatola di cartone, e come vetrina
unasse inclinata davanti a una $nestra che verso
sera gelava, per sgelarsi appena appena durante il
giorno. Per fortuna disponevamo di un bancone,
rimastoci dalla biblioteca, e in mezzo al locale ce-
ra anche un bel tavolo grande. Non avevamo ri-
scaldamento, e dinverno lavoravamo con indosso
giacconi di pelliccia e stivali di feltro i valenki
perennemente fradici. Capitava anche che al pia-
no di sopra si rompessero le condutture e che i no-
stri libri si inzuppassero. Faticammo non poco, i-
noltre, a procurarci un lucchetto, e persino trova-
re lo spago per legare i libri al mercato nero non
fu facile, mentre solo per caso ci dotammo di sia
pur primitivi registri contabili e di cassa. Il timbro
ce lo fece un amico incisore, altrimenti avremmo
dovuto metterci in $la per un permesso speciale
del Soviet. Vero che qualcosa riuscimmo a otte-
nere prima che i decreti draconiani sulla munici-
palizzazione e la statalizzazione annientassero il
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commercio privato. Riunendo forze e mezzi rime-
diammo persino una stufetta economica per la qua-
le, pur di non congelarci in quella libreria dove pas-
savamo cinque o sei ore al giorno, ci procuravamo
la legna con ogni mezzo, legale e non.
Lessenziale, per, era iniziarci al commercio, e per
di pi col rublo in caduta libera. La libreria venne
inaugurata di straforo: la municipalizzazione, per
una pura e semplice svista, non la s$or neppure,
e noi del resto continuammo a ignorare il blocco
dei prezzi e i mandati per lacquisto dei libri.
Con queste premesse non ci volle molto perch re-
stassimo lunica libreria a Mosca e in tutta la Russia
in cui il primo venuto potesse acquistare un libro
senza autorizzazione. Ed era divertente vedere la
porta socchiudersi appena appena e il cliente do-
mandare, pavido:
Si pu dare unocchiata ai libri|.
Prego.
Per acquistarli ci vuole lautorizzazione|.
Al che noi rispondevamo $eri:
No, non ci vogliono n mandati n documenti!.
Perch ci lasciavano fare| Perch in un primo mo-
mento non si accorsero di noi, e comunque non
capivano bene che razza di gente fossimo; e maga-
ri perch pensavano che non fosse il caso di pren-
dersela con degli scrittori che, alla $n $ne, si era-
no riuniti in cooperativa e senza assumere salariati.
Una volta che la libreria guadagn una certa po-
polarit, fu tollerata per mera inerzia. Come non
bastasse risultava appartenere allUnione Professio-
nale degli Scrittori, alla quale in effetti versavamo
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una certa percentuale degli introiti. Ne eravamo
tutti membri, e in seguito andammo a costituirne
il nucleo direttivo. In capo a un anno per Mosca la
libreria era ormai, oserei dire, una necessit. Le li-
brerie municipalizzate erano tutte chiuse per smi-
stamento, incetta e distribuzione dei libri; in altre
parole erano diventate cumuli di ciarpame, disca-
riche in cui nessuno riusciva a raccapezzarsi; e do-
ve altro comperare i libri, se non da noi| Si inau-
guravano, piuttosto, un gran numero di circoli e di
biblioteche operaie, in provincia nascevano molte
nuove universit e biblioteche pubbliche (ef$me-
re, purtroppo), e a Mosca si rivers una folla di ac-
quirenti muniti di mandati e crediti che negli ex
negozi privati, ora controllati dai Soviet, trovavano
solo un gran bailamme. La miseria, ma anche il ti-
more delle requisizioni forzate, costringeva molti
biblio$li a sbarazzarsi di autentici tesori prima che
venissero sequestrati per necessit di Stato. E, vo-
lenti o nolenti, tutti quanti venditori e comprato-
ri si rivolgevano a noi, che commerciavamo in li-
bri vecchi e nuovi senza restrizioni n mandati.
Ma cera anche un altro motivo: noi di libri qualco-
sa sapevamo, mentre i nuovi addetti sovietici era-
no degli sprovveduti; allepoca gli impiegati di fre-
sca data erano infatti quasi tutti sabotatori, cio
gente che pativa il freddo e la fame, incapace di la-
vorare e interessata solo alle razioni e ai pacchi di
favore. Di riorganizzare il commercio librario non
erano certo in grado, senza contare che chi aveva
qualcosa da vendere non si sarebbe mai rivolto a
un negozio sovietico, perch non si $dava delle sti-
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me uf$ciali e temeva che i volumi venissero sem-
plicemente con$scati. Inoltre ai grossi comprato-
ri, ai rappresentanti dei circoli, delle biblioteche e
delle universit serviva un consiglio, poich nella
maggior parte dei casi si trattava di giovani senza
alcuna esperienza in materia. E noi non solo era-
vamo prodighi di consigli e indicazioni, ma per i
circoli e le scuole mettevamo insieme piccole bi-
blioteche attingendo dalle nostre riserve, per gli en-
ti specialistici (giuridici, militari e tecnici) forma-
vamo biblioteche sistematiche, oltre che biblioteche
di base limitate, ma spesso di grande valore per
le nuove universit che sorgevano in provincia.
Ci fu un periodo in cui il nostro negozio veniva quo-
tidianamente svuotato da compratori che si pre-
sentavano con ordini molto consistenti, tanto che
spesso ci toccava vendere la nostra mercanzia in
blocco, per cos dire, cio ci trovavamo a rivende-
re biblioteche appena acquistate quasi senza dissi-
gillare le casse. Talvolta, in$ne, fungevamo solo da
intermediari, indirizzando i clienti pi $dati ai re-
capiti che ci fornivano i venditori, e riservandoci
unicamente il diritto di effettuare la perizia.
Con operazioni di tale entit in tempi normali ci
saremmo forse arricchiti. Ma non bisogna dimen-
ticare che i libri con i quali i privati avevano inon-
dato il mercato in cambio del pane quotidiano e-
rano ormai privi di valore. Curiosamente, i libri che
di solito non valevano nulla adesso erano ricercati
come rarit bibliogra$che. I raf$nati volumetti fran-
cesi del Settecento, gli antichi tomi rilegati in pel-
le dei Vecchi credenti, le rarissime collezioni di in-
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cisioni, i pezzi unici della Russia di Pietro il Gran-
de, le edizioni aldine e le elzeviriane costavano in-
vece poche libbre di pane nero, e ad acquistarli
era giusto qualche eccentrico. Non disponendo di
un capitale di riserva, che nella disgregazione del
sistema $nanziario non aveva modo di esistere, non
potevamo permetterci di comperarli in blocco.
Cari (relativamente, ovvio) erano solo i diziona-
ri enciclopedici e di ogni altro tipo , i prontua-
ri, le opere complete dei classici e i libri darte. Ma
che cosa si intendesse con caro sar evidente se
chiarir che i cinque volumi di Grabar (unopera
sempre assai richiesta) costavano di norma due pud,
una trentina di chili di farina di segale meno di
tre rubli in tempi normali , mentre per il diziona-
rio Brockhaus (ottantasei semivolumi rilegati)
non si andava mai oltre i tre-cinque pud. Per meno
di un mezzo copeco doro comperai io stesso nella
nostra libreria un libro antico (La farmacia elegan-
te ) che nessuna biblioteca pubblica russa possiede,
e per uno intero acquistai Graciana, dellepoca di
Anna Ioannovna; con un paio di rubli, invece, una
persona intraprendente poteva portarsi via tutti e
sette gli album di incisioni di Rovinskij. Di simili
acquirenti-eccentrici se ne incontravano anco-
ra, e come non invidiarli| I nostri prezzi, annotati
a matita, dicevano: cento rubli, mille, un milione;
i prezzi dei libri aumentavano del cinquanta-cento
per cento al giorno, ma il tutto equivaleva in pratica
a una libbra, a un pud, quando non a un pugno di
farina. E capitava spesso che invece dei soldi anche
noi accettassimo farina, sapone, burro, zucchero.
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Ma eravamo solo mercanti, solo rivenditori| No,
nessuno lavrebbe mai pensato. A dispetto di un gi-
ro daffari talvolta enorme, raramente avremmo po-
tuto vivere di quel che ci dava la libreria, e ognuno
di noi arrotondava come poteva con conferenze, le-
zioni, o qualche lavoro letterario: traduzioni e par-
tecipazioni a scarne raccolte di editori privati. Re-
stando in mezzo ai libri, per, facevamo qualcosa
che, nella sua modestia, era importante: protegge-
vamo e distribuivamo i libri e, trovando comprato-
ri, aiutavamo la gente a non morire di fame.
I libri ci venivano af$dati con grande $ducia, sa-
pendo che non solo eravamo in grado di darne u-
na stima adeguata, ma anche che non avremmo
mancato di rispetto a chi vendeva. Tenuto conto
del rincaro quotidiano della merce, in quel perio-
do un commerciante cercava di garantirsi un mar-
gine di guadagno fra il cento e il trecento per cen-
to. Acquistando un libro, era nostra abitudine $s-
sarne il prezzo subito, in presenza del cliente, pa-
gandogli seduta stante il settanta per cento del prez-
zo di vendita. In sostanza, trattenevamo la percen-
tuale che abitualmente spetta ai librai. Se potevamo
permettercelo era solo grazie alla velocit del no-
stro giro daffari e a una regola che ci eravamo da-
ti: non tenere mai da parte denaro liquido, con-
vertire in merce, a $ne giornata, tutto quello che
avevamo in cassa. Le nostre perizie non riguardava-
no solo i libri, ma anche chi ce li portava: teneva-
mo alla larga gli speculatori, mentre allintellet-
tuale _ lintelligent costretto a barattare i propri vo-
lumi in cambio del pane davamo il massimo pos-
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sibile. Una parte dei libri che acquistavamo diven-
tava in genere capitale morto, perci la nostra per-
centuale era di fatto decisamente pi bassa. Molto
spesso, poi, a seguito di una perizia rigorosissima,
compravamo libri di cui non avevamo alcun biso-
gno, con lunico scopo di soccorrere chi li vende-
va. E non appena il venditore usciva dalla libreria
il libro $niva nel cestino. Per nostra fortuna la po-
sizione di monopolio e la popolarit della libreria
ci consentivano il lusso di questa segreta bene$cen-
za, che per noi era una scusante allattivit com-
merciale. Nei tempi migliori della libreria riusci-
vamo persino a riservare delle somme per gli scrit-
tori in dif$colt, e lo facevamo semplicemente, al-
la buona, senza lintervento delle commissioni e
senza troppi discorsi. Sostenevamo, ovvio, anche
lUnione degli Scrittori.
E cercavamo di salvare i libri. Af$ttammo tre stan-
zoni dellex albergo situato nello stesso edi$cio
della libreria e vi sistemammo il nostro magazzino.
L, sugli scaffali, nelle casse, sui tavoli e sulle men-
sole, venivano assortite le edizioni in pi volumi che
avevamo comperato scompagnate; i classici russi e
stranieri occupavano unintera stanza. Noi li acqui-
stavamo quando e come capitava, ma li rivendeva-
mo solo riuniti nella serie completa, tentando cos
di arginare il caos che regnava ovunque. Nelle al-
tre stanze si sceglievano i volumi delle antiche edi-
zioni di pregio e le raccolte di incisioni, e venne
creata una sezione bibliogra$ca. A quelle stanze
avevano accesso solo i nostri clienti pi seri, i bi-
blio$li, i cui consigli erano spesso assai preziosi. L
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si smistavano intere biblioteche, al cui primo esa-
me invitavamo amatori ed esperti. Con indosso i va-
lenki e i giacconi di pelliccia, scaldandoci le mani
con il $ato, passavamo intere giornate tra quelle
stanze e la libreria, chiamando a raccolta le trup-
pe talvolta anche la sera e i giorni festivi.
Ognuno di noi aveva la sua razione di libri. In al-
tre parole, ogni socio (e con loro anche i nostri col-
laboratori retribuiti: la cassiera, il contabile e il fat-
torino) aveva diritto a scegliersi gratuitamente libri
per un determinato ammontare. Ognuno aveva la
sua biblioteca personale, di cui metteva in vendita i
doppioni e i pezzi non necessari; per riempirne le
lacune poteva contare su una buona scelta. Per for-
tuna le nostre aree di interesse erano diverse. Cos
il $losofo era il primo a dare unocchiata alle biblio-
teche di $loso$a, lo storico si interessava prevalen-
temente di storia, e lappassionato darte ai volumi
darte e cos via. In quattro anni di lavoro ripulim-
mo e rimpolpammo le nostre biblioteche private
colmandole di tesori che, senza questa fortuita fre-
quentazione con i libri, non avremmo mai potuto
possedere. Tra di noi si contavano quattro italiani-
sti, ma ci non mi imped di mettere insieme in po-
co tempo quasi tutti i libri sullItalia usciti in russo,
nonch molti stranieri, per un totale di pi di sei-
cento volumi solo per ci che riguardava la vita quo-
tidiana, passata e presente, di quel Paese. Ci fu poi
chi raccolse una splendida biblioteca di classici
nelle edizioni pi curate. Ed curioso che fossimo
riusciti ad appassionare ai libri anche uno dei no-
stri fattorini, che pur non avendo la minima istru-
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zione si cre una biblioteca di classici di cui anda-
va molto $ero. Prima non possedeva altro che qual-
che opuscolo sgualcito.
Per non parlare di come riuscivamo ad approfon-
dire le nostre conoscenze. Ci capitava spesso di ad-
dentrarci in settori estranei alla nostra formazione
culturale, come la tecnologia, la medicina e, in par-
te, lantiquariato. Quando la nostra attivit si con-
cluse non cera ambito del sapere che ci lasciasse
interdetti, e ci sbagliavamo di rado nello scegliere
o stimare un libro di ostetricia, di scienze naturali o
di meccanica. Qualsiasi biblioteca ci venisse offerta,
se solo erano indicati editore, anno della pubblica-
zione e numero dei volumi la nostra matita correva
veloce, spuntando lelenco senza esitazioni.
Prima o poi spero che a me o a qualcun altro capi-
ti di rievocare la tipologia umana dei nostri forni-
tori e clienti. E allora racconteremo dei vecchi do-
centi universitari che in principio ci portavano i li-
bri di cui non avevano pi bisogno, poi quelli di
pregio, poi il ciarpame senza alcun valore, dopo di
che... era la volta dei libri altrui che si facevano ca-
rico di vendere. O delle signore che ci offrivano i
loro romanzi francesi, dei bambini che si separa-
vano dai libri della loro infanzia, dei collezionisti
che, volume dopo volume, sacri$cavano tutto ci
che aveva un senso nella loro vita, dei bouquinistes
che venivano a respirare una boccata dellaria che
ben conoscevano, dei nuovi ricchi che facevano raz-
zia di libri-valuta, investendovi quel denaro che
aveva perso ogni valore, degli operai che facevano
acquisti per i loro circoli, degli esperti che sfoglia-
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vano con amore il pezzo raro test scovato, dellin-
telligent che si ostinava a nutrirsi di cibo dellanima
quando il nutrimento di cui tutti andavano in cer-
ca era tuttal pi una libbra di farina e una decina
di aringhe sovietiche. Avevamo clienti che passava-
no ogni giorno, non per comperare, magari, ma
per fare due passi tra le mensole, per godersi i li-
bri, per trascorrere un po di tempo in loro compa-
gnia. Alcuni conoscevano i nostri scaffali quanto
noi, e si felicitavano per ogni novit interessante.
E ce nerano molti che venivano solo per parlare
di $loso$a, di letteratura, di arte. Nel pomeriggio
la nostra libreria ricordava un circolo in cui con-
vergevano studiosi, letterati e artisti, per vedersi,
scambiare due chiacchiere, trovare uno sfogo alla
prosa della quotidianit di allora. E il cliente occa-
sionale che entrava solo perch colpito dallinse-
gna ascoltava meravigliato il commesso discutere
animatamente con un acquirente dei massimi siste-
mi $loso$ci, di letteratura occidentale o di sottili
questioni artistiche, pur continuando il suo me-
stiere: impacchettare libri, fare conti, spolverare,
aggiungere legna nella stufa. Di una sola cosa non
parlavamo, ed era di politica; non per timore, ma
perch il nostro scopo principale era proprio pren-
dere le distanze dalla politica, era il desiderio di
occuparsi solo ed esclusivamente di cultura.
Se raccontassi nel dettaglio quali tesori librari furo-
no immessi sul mercato durante i primi anni della
Rivoluzione e quale sorte tocc loro, i miei brevi
ricordi formerebbero un intero volume. Sorte an-
cora pi triste spettava ai libri con$scati. Non ce-
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rano luoghi adatti dove tenerli, n persone in gra-
do di fare una cernita. Andava ancora peggio quan-
do a occuparsene era un profano con qualche vel-
leit intellettuale. Iniziava la selezione. I primi a $ni-
re nel mucchio erano i libri stranieri, poich pri-
vi della bench minima utilit, dopo di che toc-
cava ai libri vecchi in genere. Quel ciarpame ve-
niva venduto a peso, quando non gettato diretta-
mente via. Tanto per fare un esempio, un appas-
sionato compr e mi offr alcune collezioni rilega-
te di riviste umoristiche francesi e italiane delle-
poca della Rivoluzione francese al prezzo di vec-
chia carta da giornale. Allo stesso prezzo mi pro-
curai un certo numero di libri italiani del sedicesi-
mo secolo completi di incisioni. So di una persona
che per lavoro era in stretto contatto con lIstituto
Centrale della Stampa e che con gli scarti destina-
ti alla vendita a peso si cre una biblioteca pregia-
tissima di pezzi unici sebbene, a onor del vero,
non sono del tutto convinto che dispensasse consi-
gli illuminati al momento della cernita (per una
questione di interesse, ovvio). Va anche notato
che una parte consistente dei libri da collezione
(non di quelli normali, da biblioteca) veniva dis-
tribuita tra le biblioteche operaie. Sulle copertine
di edizioni rare, $nite in quegli elenchi per via di
un titolo mal compreso, si appiccicavano etichette,
numeri e buste con la colla di farina o di ciliegia; e
i volumi scompagnati delle edizioni complete si
sparpagliavano per biblioteche in cui non serviva-
no a nessuno, venivano maltrattati e scarabocchia-
ti da lettori insoddisfatti, quando non diventavano
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carta da sigarette. Per dovere di cronaca andr tut-
tavia riconosciuto che molti grandi archivi di Stato
si riempirono proprio grazie alla con$sca delle bi-
blioteche private, e che in questo modo un libro
che prima era servito solo a pochi amatori divenne
patrimonio di molti. Ma fu un risultato conseguito
a prezzo della scomparsa e della dispersione di te-
sori privati di inestimabile valore.
Dif$cile farsi unidea di quali tesori si trattasse. Ne-
gli anni in cui ci dedicammo al commercio dei li-
bri ci venne ripetutamente offerto di comperare o
prendere in conto vendita collezioni che, per scelta
e stato di conservazione dei volumi, ci lasciavano
stupefatti. Noi cercavamo di mettere in contatto il
venditore con le biblioteche pubbliche e i musei,
ma quasi sempre invano, poich gli stanziamenti
per gli acquisti erano ridicoli, e solo enti politici
quali lIstituto Centrale della Stampa avevano car-
ta bianca. Ricordo il giorno che mi proposero lac-
quisto di cinque carri di volumetti francesi del Set-
tecento completi di ex-libris e incisioni pregiate;
per tutta la partita chiedevano non pi di cinque
rubli dei tempi normali, ma af$ttare i carri per tra-
sportarli a Mosca da una tenuta nei dintorni sa-
rebbe costato venti volte tanto, perci dovetti ri$u-
tare. Nellelenco cerano edizioni rarissime che
ora, a Parigi, vengono battute alle aste per qualche
migliaio di franchi al volume. Noi non li compe-
rammo, alle autorit addette alla requisizione quel-
la roba straniera non fece gola, i libri vennero la-
sciati nella tenuta abbandonata, e mi stato detto
che i ragazzini del quartiere utilizzavano i volumi
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rilegati in pelle come mazze per giocare a babki, ai
birilli.
Di casi analoghi ce n unin$nit. Ne citer un al-
tro, curioso, in cui riuscimmo a salvare da mani
avide manoscritti autogra$ di grande valore. Un
giorno alla libreria si present un signore daspet-
to modesto che ci port un album di velluto verde
con fermagli in argento; accuratamente rilegate,
dentro lalbum scoprimmo circa cinquanta lettere
personali di Caterina II al governatore di Mosca
Archarov, oltre ad alcune lettere dei compagni dar-
me di questultimo. Il venditore si rivel un discen-
dente di Archarov caduto in disgrazia, ed era dis-
posto a venderci lalbum a qualsiasi cifra. Tuttavia
noi non potevamo pagargli il prezzo effettivo (e poi
di quale prezzo effettivo si poteva parlare|) e nem-
meno volevamo appro$ttare della precaria condi-
zione delle sue $nanze. Perci gli demmo lindi-
rizzo di alcuni musei, fornendogli anche lettere per
conservatori, direttori e professori di storia. Si ri-
present di l a una settimana raccontandoci che
nessun museo aveva potuto comperargli lalbum,
fossanche per due soldi, dal momento che gli stan-
ziamenti erano esauriti, e certo non se ne poteva-
no chiedere di nuovi per acquistare le lettere del-
limperatrice. Aggiunse che sarebbe stato costret-
to a vendere lalbum addirittura al mercato, maga-
ri al solo costo del velluto e dei fermagli dargento.
Allora mettemmo insieme tutti i soldi di cui dispo-
nevamo, desistemmo dallacquisto di libri che ci
servivano, rateizzammo il pagamento e consegnam-
mo allerede di Archarov il massimo che potevamo
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permetterci. Di l a un mese luomo ci port unal-
tra cinquantina di autogra$, tra i quali altre lette-
re di Caterina II, i suoi appunti a matita e alcuni
documenti segreti riguardanti il suo viaggio per la
Russia e la decisione di espellere i possidenti che
non erano pi nelle sue grazie, oltre ad alcune let-
tere di Paolo I e di celeberrimi cortigiani dellepo-
ca. Tutti documenti in uno stato di conservazione
eccezionale. Linchiostro di alcune lettere di Cate-
rina brillava ancora di polvere dorata. Compram-
mo anche quelle. Dalle informazioni che racco-
gliemmo risult che le lettere del primo album e-
rano note agli storici e parzialmente pubblicate,
mentre della seconda serie non si aveva alcuna no-
tizia. Quanto alla loro autenticit non poteva sus-
sistere il minimo dubbio, ed era stato ristabilito
anche lordine della loro trasmissione per via ere-
ditaria. Ovviamente non potevamo mettere in ven-
dita documenti di tale valore, e per due anni essi
furono conservati ora in casa mia, ora quando da
un momento allaltro mi aspettavo una visita della
polizia nel magazzino della libreria. Ma il mio
grande timore era che, durante una banale perqui-
sizione, un commissario ignorante con$scasse quei
documenti, che poi si sarebbero perduti nei gi-
ganteschi archivi della C

eka. A regalarli a un mu-


seo, detto francamente, non ci decidevamo, temen-
do unepurazione analoga a quella toccata alle
biblioteche pubbliche e private. N eravamo cos
ricchi da fare doni simili a istituzioni statali. Solo
nel 21 o nel 22, prima che la libreria venisse sman-
tellata, vendemmo tutti gli autogra$ al Museo Stori-
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co di Mosca per un prezzo simbolico. Ricordo che
in$lai nel mucchio anche qualche altra quisqui-
lia che ci era giunta per altre vie, come un diplo-
ma sottoscritto da Caterina II e Pietro III.
E dovrei raccontare di unaltra impresa curiosa
della nostra Libreria degli Scrittori, e cio le no-
stre edizioni autografe. Quando dare alle stam-
pe le proprie opere era ormai impossibile, ci inven-
tammo, comera ovvio, di pubblicare piccole cose
in un unico esemplare scritto a mano. Dopo un pri-
mo tentativo gli appassionati del genere mostraro-
no vivo interesse. Un certo numero di scrittori col-
se al balzo lidea, e nella nostra vetrina spuntaro-
no dei libretti-autogra$ di poeti, narratori e storici
dellarte, dei quadernetti fatti a mano che solita-
mente portavano in copertina un disegno dello
stesso autore. Dato che quei libretti si vendevano
bene, e a un prezzo decisamente accettabile, ci il-
ludemmo che i prodotti della nostra creativit a-
vessero trovato il modo di vedere la luce e arrivare
ai lettori. Per la sua collezione la libreria trattene-
va un autografo di ogni scrittore che ci dava le sue
opere in conto vendita: una collezione che in se-
guito regalammo allUnione Panrussa degli Scrit-
tori, dove ritengo si trovi ancora oggi. Gli altri pez-
zi unici depoca rivoluzionaria $nirono in mano ad
acquirenti privati, e solo il Museo Storico di Mosca
pens bene di procurarsi alcuni esemplari partico-
larmente curiosi. Purtroppo gli elenchi delle edi-
zioni autografe della Libreria degli Scrittori, il loro
catalogo completo con il dettaglio delle misure, del
numero delle pagine e della descrizione dei dise-
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gni, rimasto nella mia casa di Mosca. E se un gior-
no o laltro mi riuscisse di pubblicare quellelenco
unico nel suo genere sarei davvero molto felice.
Nonostante abbia volutamente tralasciato alcuni
dettagli tipici della quotidianit della nostra libre-
ria, il mio racconto si allungato oltre misura. So-
lo due parole su quel che ne fu poi. Sopravvissuta
indenne alla municipalizzazione, la libreria usc il-
lesa anche dalla statalizzazione del commercio libra-
rio in Russia. A onor del vero, fu fatto un tentativo
di metterci i sigilli e di chiuderci, ma la fama della
libreria, la sua utilit riconosciuta da tutti, il fatto
che fosse una cooperativa, il patrocinio dellUnio-
ne degli Scrittori (alla cui direzione cerano mem-
bri della nostra cooperativa), nonch la nostra au-
torit di uomini di lettere (in un momento in cui
il potere costituito blandiva gli scrittori) e le no-
stre conoscenze fecero s che la libreria restasse
chiusa solo tre giorni. Nella disputa con gli enti a
noi ostili riuscimmo ad avere la meglio, la libreria
continu a funzionare sulle stesse basi di un tem-
po, e solo per proforma ci decidemmo a tenere dei
registri e a presentare i rendiconti.
Nel 1921 dovemmo traslocare: i comunisti aveva-
no bisogno della libreria e dellalbergo e ci sfratta-
rono dalla vecchia casa di vicolo Leontev 16. Con
grande fatica, e passando per la sezione alloggi, su
via Bols aja Nikitskaja (al n. 22) trovammo un vec-
chio negozio di biancheria gelido e sbarrato, con
gli scaffali divelti e il sotterraneo allagato. Le spese
di trasloco furono talmente alte che dovemmo at-
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tingere alla riserva aurea accumulata in tre anni,
qualcosa come cento-centocinquanta rubli. Tut-
tavia la nuova grande libreria venne sistemata, e
chi si trovava a passare per la Bols aja Nikitskaja
guardava stupito la prima vetrina a specchio tirata
a lucido col talco; dato che il libero commercio
non esisteva pi tutti gli altri negozi della via, ec-
cezion fatta per alcune luride botteghe di alimen-
tari, erano ancora chiusi e in completo abbando-
no. Ci tocc essere i pionieri, e il momento in cui
esponemmo linsegna fu davvero solenne. Nel gran-
de negozio non cera per lintimit di un tempo,
e sulla strada lacquirente occasionale cominci a
prevalere numericamente sul cliente $sso. Intanto
il commercio librario si avventurava timidamente,
per primo, sulla strada delliniziativa privata, e di
l a poco sulla stessa via aprirono altre librerie.
Poi fu la volta della famigerata Nep. Pur non po-
tendo pi contare sul monopolio, continuavamo a
non avere veri e propri concorrenti, dato che la
nostra era una ditta vecchia che godeva di parti-
colare considerazione. Con tutto questo non ri-
uscimmo a far fronte a tutte le delizie della Nep:
di l a poco fummo strozzati dalle tasse. Mi limite-
r a ricordare che (tenuto conto dei vantaggi del
commercio librario) eravamo costretti a pagare
mezzo miliardo di rubli di tasse a semestre, mentre
le nostre entrate lorde annue, al corso dellepoca,
ammontavano pi o meno a un miliardo. Ci tocc
litigare, strappare dilazioni, ma la nostra esistenza
era ormai compromessa, e vivere dei guadagni del-
la libreria, ricavarne anche solo un quarto del no-
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stro bilancio individuale, era ormai impossibile. Do-
po qualche tentativo (la ricerca di soci danarosi, il
commercio allingrosso di manuali e cos via) do-
vemmo prendere in considerazione lidea di cede-
re la nostra creatura a un commerciante privato, e
la libreria (ma non il nome, che tenemmo per
noi) venne venduta. Al momento della spartizione
ricevemmo ciascuno la somma in oro che avevamo
versato al momento della fondazione: duecento
rubli.
probabile che, scrivendo di questa creatura tanto
amata, io non sia riuscito a esimermi da una certa
idealizzazione della nostra impresa commerciale.
Ma penso che si sia trattato di un fenomeno stori-
co, anche solo per il periodo in cui ebbe vita (gli
anni dal 1918 al 1922), e che dunque valesse la pe-
na di ricordarla e di raccontarne, sia pur breve-
mente. Nella storia della cultura russa, e del libro
russo in particolare, alla Libreria degli Scrittori spet-
ta lo spazio di alcune righe assai singolari.
2001 adelphi edizioni s.p.a. milano
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