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FAI CISL – Presentazione libro Graziani “Il nostro statuto è il nostro contratto”.

Istituto Luigi
Sturzo, Roma, 26 marzo 2007. Intervengono Mario Grandi, Pietro Merli Brandini, Gerardo
Bianco, Giuseppe De Rita, Sergio Betti. Moderatore Franco Bechis.

Franco Bechis

In questo libro di Giovanni Graziani c’è buona parte della storia d’Italia, ma non solo degli
anni che qui sono raccontati, ma della storia attuale d’Italia. Perché proprio andando a
ripercorrere quegli anni che si possono capire numerosi fatti di oggi. Anche la composizione
della società italiana ed i rapporti tra i poteri di oggi. Perché forse è in quegli anni che si sono
affrontati alcuni nodi, si sono anche prodotti alcuni mali che ancora oggi incidono sul sistema
democratico e sul sistema dei rapporti tra i poteri in Italia.
Io chiederei, per introdurci nel contesto di questo libro, al professor Grandi di prendere la
parola per primo.

Prof. Mario Grandi

Il libro di Graziani, che è un libro molto complesso, narra una vicenda, che è compresa in un
tempo politico-parlamentare molto preciso: 1963-1970. Un tempo parlamentare politico nel
quale si è sviluppata una iniziativa di governo, relativa alla introduzione di uno Statuto dei
diritti dei lavoratori: punto programmatico del primo governo organico di centro-sinistra che
si formò nella seconda parte del 1963 sotto la presidenza dell’onorevole Aldo Moro,
vicepresidente del Consiglio l'onorevole Pietro Nenni che fu incaricato di occuparsi di questa
questione. Voglio soltanto indicare alcuni punti essenziali che portarono poi al 1970 alla
approvazione della legge n. 300 sullo statuto dei lavoratori, solo alcune tappe e quello che è
stato il comportamento della Cisl e le difficoltà che la Cisl ha incontrato nel seguire questa
questione.
Come mette bene in rilievo l’autore, tre erano le problematiche concrete di questa idea che si
era già affacciata in casa CGIL dall’onorevole Di Vittorio fin dai primi anni Cinquanta, tre
erano i punti essenziali che avrebbe dovuto regolare lo statuto dei lavoratori: la questione del
riconoscimento giuridico delle commissioni interne; la questione della regolamentazione dei
licenziamenti, in particolare quella dei licenziamenti individuali, e la tutela dei diritti dei
lavoratori nei luoghi di lavoro. Come si vede, due questioni abbastanza precise nel loro
contenuto, la terza è un po’ ambigua, un po’ vaga, perché non era ben precisato cosa si
intendesse per "diritti dei lavoratori": i diritti sindacali, i diritti politici, i diritti di libertà,
ciascuno declinava questo motivo secondo le proprie particolari ottiche politiche.
Naturalmente la questione suscitò dibattito politico e soprattutto suscitò una certa reazione
sindacale. La CISL, com’è noto da tutta la vicenda relativa alla legislazione sindacale nel
precedente decennio, cioè negli anni ’50, aveva mantenuta una certa linea. Aveva contrastato
con molta energia la proposta di approvazione degli articoli di traduzione legislativa degli
articoli 39 e 40 della Costituzione; non si era mostrata sfavorevole all’introduzione di un
provvedimento provvisorio sull’efficacia generale dei contratti collettivi che prese corpo nel
1959 nella famosa legge Vigorelli, perché questo provvedimento sostanzialmente rispettava
l’autonomia e la libertà del sindacato nella negoziazione collettiva (è noto che l’articolo 39
congiunge i due aspetti. da un lato, la posizione del sindacato, dall’altro la posizione del
contratto politico). Quindi, di fronte a questa iniziativa manteneva ed ha mantenuta una
posizione di grande prudenza se non di opposizione soprattutto sul primo punto, il
riconoscimento giuridico delle commissioni interne, organismi che nel pensiero del sindacato
democratico, del sindacato libero, dovevano costituire un’esperienza ad esaurimento, perché il
sindacato nell’azienda avrebbe dovuto essere presente non indirettamente attraverso questi
organismi eletti da tutti i lavoratori, ma avrebbe dovuto essere presente direttamente,
attraverso le proprie rappresentanze per esercitare quella responsabilità particolare, che allora
veniva proposta, la responsabilità della contrattazione collettiva a livello aziendale, uno dei
punti fondamentali del programma della Cisl: la contrattazione collettiva articolata collegata
alla contrattazione nazionale e condotta direttamente da soggetti autenticamente sindacali.
Quindi il riconoscimento giuridico delle commissioni interne non andava in questa direzione,
introduceva un organismo ambiguo, che era un organismo unitario, non era la diretta
emanazione del sindacato.
Per quanto riguarda il licenziamento individuale, c’era già nell’esperienza italiana, ed è questa
esperienza durata fino al 1965, una disciplina di natura negoziale, cioè una disciplina
contrattuale del licenziamento individuale, del licenziamento collettivo, che aveva introdotto
degli strumenti innovativi che prometteva poi di perfezionarsi successivamente con
l’evoluzione, di rigorizzare le sue tutele. Quindi non è che ci fosse il vuoto; esisteva già una
precisa disciplina sul piano negoziale. Su questo tema si reclamava, soprattutto da parte delle
sinistre politiche e della CGIL, una disciplina legislativa che modificasse il Codice Civile nel
punto in cui il Codice Civile prevedeva il recesso volontario senza giustificazione del datore
di lavoro, cosa che era già avvenuta sul piano negoziale, appunto attraverso la contrattazione
collettiva, quindi la presentazione delle proposte di legge che tendevano a introdurre una
disciplina legislativa più rigorosa.
La questione del licenziamento è la prima questione che matura dei pezzi, dicamo così, dei
segmenti dello statuto dei lavoratori, a seguito dell’accordo sindacale del 1965 che fu
agevolato dal fatto che gli imprenditori sotto il timore di una disciplina legislativa più rigorosa
avevano ceduto invece ad una più flessibile disciplina contrattuale. Se esaminato
obiettivamente l’accordo del 1965 (se posso ricordare un dato biografco, io ho partecipato alle
trattative di questo accordo, infatti il mio nome risulta) ricordo che furono introdotti dei limiti
molto precisi a questa disciplina anche sul piano di quei licenziamenti di rappresaglia che poi
saranno regolati dalla legge del 1966, la 604 nell’art. 4. Quindi esisteva già questa disciplina.
Ma si voleva seguire l’altra via. Questa diventerà la caratteristica della legislazione italiana in
materia di lavoro: quello che è contenuto nel contratto poi si "rinforza", perché il contratto
come atto di diritto privato ha dei suoi limiti, si vede rinforzare sul piano legislativo. E di qui
nasce il concetto della "legislazione di sostegno" della contrattazione collettiva. Quindi la via
legislativa viene seguita dai governi di centro-sinistra, con un progetto del ministro del lavoro
democristiano, Delle Fave, e quindi si innesca il secondo punto della questione che riproduce
sostanzialmente molti punti della disciplina contrattuale.
Però si sa però che quando si passa dal piano negoziale al piano legislativo non tutto resta
come prima, si introducono degli elementi di rigidità che sono elementi che nel tempo
contano. Uno di questi elementi è quello della tutela giudiziaria dell’istituto, che sarà
introdotta anche nello statuto dei lavoratori che in quel periodo fa sentire naturalmente i suoi
effetti sulla rigidità della disciplina. Non è un passaggio innocente quello dalla disciplina
negoziale alla disciplina legislativa.
La Cisl, per le sue convinzioni generali in materia di libero sindacato, di libera azione
collettiva, per la sua professione ferma sul principio di libertà, era dell’idea che la preferenza
dovesse essere accordata alla linea negoziale. Certo, la linea negoziale (quello che si diceva
allora si può dire anche oggi) ha dei limiti, ma sono limiti non più complicati dell'altra linea,
la linea legislativa. La linea negoziale ha dei prezzi da pagare, che sono i prezzi della
conservazione della libertà e della conservazione dell’esperienza negoziale nell’ambito del
diritto privato, cioè nella ambientazione del diritto privato, e poi con tanti altri mezzi, diretti o
indiretti, se ne poteva immaginare l'estensione, come la pratica ha poi insegnato. Questa
difficoltà determinò una reazione da parte della Cisl. Una reazione non di principio, non
ostinata, una reazione abbastanza articolata, come dimostrano i documenti che il dottor
Graziani mette in rilievo. Una posizione flessibile si potevano discutere molti punti.
Ma un progetto legislativo tipo quello che era stato presentato associato ad altri progetti
parlamentari molto più rigidi, comportava naturalmente una messa in mora dell’esperienza
negoziale che diventava a quel punto inutile, sterile portare avanti, perché c’era una disciplina
legislativa che recepiva i punti fondamentali della disciplina negoziale, però con questi
inconvenienti. Graziani dedica giustamente parte delle sue riflessioni a questa vicenda perché
è un percorso importante dello statuto dei lavoratori.
La Cisl assume una certa posizione, ed è nota la posizione dei parlamentari sindacalisti della
Cisl che su questo progetto si astengono suscitando molte critiche, molte incomprensioni. La
Cisl si trovò in una posizione difficile perché queste cose nella cultura del tempo - soprattutto
nella cultura accademica del tempo, in cui la Cisl si trovò isolata - erano questioni molto
difficili da far comprendere, da far accettare.
Si passa alla fase finale, il ritorno dell’idea generale dello statuto dei lavoratori, con in sede
parlamentare una serie di progetti che vengono presentati da parte dei gruppi parlamentari:
quella della sinistra comunista e non comunista, quelli del Partito Socialista, e anche la
Democrazia Cristiana presenta un proprio progetto di legge; poi con la legislatura dal 1968-
1972 il problema viene a maturazione, con il ministro del lavoro Brodolini. Queste cose sono
raccontate in modo molto rigoroso, direi con puntigliosità da Giovanni Graziani, sulla base di
documentazione parlamentare ineccepibile. Quindi alla versione dello statuto non come
legislazione come veniva concepita di tutela dei diritti politici nell’azienda, ma nella versione
di sostegno, promozione, dei diritti sindacali. Quindi in una versione molto più allettante,
seducente. Questo comportava un mettere in difficoltà la Cisl, perché si diceva: "ma come vi
potete opporre al fatto che la legislazione persegua le pratiche antisindacali, introduca dei
congegni per la limitazione dei potere di rappresaglia dell’imprenditore?", e chi più ne ha, più
ne metta. Poi dopo dalla inchiesta che fece la commissione lavoro del Senato risultò poi che,
tutto sommato, non è che ci fossero grandi cose da segnalare, se uno legge attentamente
questa inchiesta.
La Cisl cercò di dare una risposta, cercò di invocare l’attuazione delle convenzioni
internazionali dell’OIL, la numero 87 e la numero 98, che prevedevano questo tipo di tutele,
che si potevano attuare anche tramite la contrattazione collettiva. Già la contrattazione
collettiva conteneva tutta una serie di istituzioni, dalle rappresentanze sindacali ai diritti
sindacali, addirittura risalente all’epoca delle commissioni interne. Ma quando c’è un progetto
politico da portare avanti, alle volte anche le buone ragioni contano poco. C’era un itinerario
politico da seguire che doveva portare ad una conclusione. E la conclusione si ha nel 1969 al
Senato, è illustrata molto bene da Graziani questa fase, con la discussione appunto dei testi
parlamentari, poi alla fine la presentazione del progetto Brodolini, nel giugno 1969 che dà una
certa impostazione, quella che ho detto più seducente, più allettante, al problema della
promozione dell’attività sindacale nell’azienda, oltre che la tutela di tutto un complesso di
diritti che formano la prima parte dello statuto dei lavoratori.
Questa è una fase che trova la Cisl (perché io considero questo libro di Graziani anche un
contributo alla storia interna della Cisl, la storia del sindacalismo democratico su questa
questione cruciale), un po' in disparte, un po’ emarginata, perché si lasciò in qualche modo
sedurre da questa prospettiva della promozione, del sostegno dei diritti sindacali.
Naturalmente tutto questo richiedeva il pagamento di prezzi: richiedeva per esempio, in
qualche modo, l’ingresso nella legge nel riconoscimento della rappresentanza sindacale
aziendale, come avvenne poi con il fondamentale articolo 19 dello Statuto dei lavoratori.
Avvenne soprattutto con la introduzione con la tutela giudiziaria. Lo statuto dei lavoratori si
completa con il provvedimento del 1973 sulla riforma della giustizia del lavoro, che è un
provvedimento di integrazione, di completamento dello statuto dei lavoratori. Questo cambia
notevolmente le carte in tavola, perché si passa dalla giurisdizione privata, sindacale, all’idea
della giurisdizione dello Stato. I diritti sindacali sono diritti generali, sono azionabili soltanto
davanti al giudice ordinario.
Graziani mette in rilievo tutta questa fase della discussione, che ha visto l’assenza dei
sindacalisti. Praticamente i sindacalisti, con l’incompatibilità non erano più presenti in
Parlamento. Erano presenti in parlamento altri esponenti delle forze sociali favorevolissimi a
questa prospettiva, quindi il Ministro del Lavoro poi succeduto a Brodolini era l'onorevole
Donat Cattin, persona di grande intelligenza, estremamente preparato, una persona favorevole
a questa prospettiva che aveva sempre coltivato fin dal suo periodo torinese degli anni ’50,
quella delle pratiche antisindacali, della necessità di colpire attraverso la legge, le rappresaglie
antisindacali, ecc. aveva questi ricordi dell’ambiente torinese; e quindi si arrivò
all’approvazione del testo al Senato, perché la Camera non fece altro che ratificare il testo del
Senato per impedire che poi con il cambio di legislatura si potessero avere delle resipiscenze.
Graziani conclude il suo libro proponendo alcune riflessioni, alcuni interrogativi. Che sono
interrogativi che interpellano anche oggi il nostro modo di vedere l’azione collettiva. Anche
oggi questi interrogativi, dopo tanto tempo, dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti, dopo
che (ma questo è un mio giudizio personalissimo) tanti errori sono stati compiuti dal punto di
vista della politica legislativa, della politica del diritto, anche talvolta con l’appoggio
entusiastico dei sindacati, alcuni punti sono sempre punti di attualità: fino a che è possibile
alla legislazione intervenire in materie che appartengono alla libertà dei gruppi intermedi? E il
sindacato è uno di questi gruppi fondamentali, è un soggetto fondamentale della società
democratica pluralista. Fino a che punto è utile un intervento della legislazione? È bene che ci
sia questo intervento? Si possono trovare dei mezzi, delle tecniche legislative che non siano
quelle sperimentate? In queste circostanze e in altre che non valorizzano effettivamente
l’autonomia collettiva, ma che invece rischiano di deprimerla, rischiano di strumentalizzarla.
Quindi, non è il caso di caso di fare una riflessione sul prezzo che alle volte si deve pagare per
preservare la piena libertà dei soggetti sindacali nell’esercizio delle loro attività che non
possono che svolgersi nell’ambito del diritto comune? Non si vede perché debbano avere
posizioni di privilegio che fra l’altro la Cisl ha sempre rifiutato, ma nell’ambito del diritto
comune.
Questi, mi pare, sono gli interrogativi che ci interprellano, e mi sembra che su questi
interrogativi il libro di Graziani dia alcuni spunti di riflessione che anche oggi possono essere
di grande utilità se meditati onestamente. Questo vale per i sindacalisti attuali della Cisl che
hanno sempre avuto a cuore la libertà e l’autonomia del sindacato.

Bechis

Il libro di Graziani è un libro di storia, anche molto documentato. Lui stesso riconosce nella
prefazione che pensava di fare solo un qualche uso di note e di documentazione, che poi
invece è diventato man mano che scriveva il libro prevalente, perché è ricco anche di
documentazione storica in note e in allegato. Però la storia serve non solo per conoscere che
cos’è accaduto, ma per capire il presente. Vorrei lanciare due provocazioni, una a Merli
Brandini e l’altra a Gerardo Bianco. Leggendo questo libro ma guardando il presente. Prima
di tutto leggendo la storia di quella che potrebbe sembrare una sconfitta, perché in gran parte
per la Cisl è una sconfitta perché deve rinunciare in questi anni ai propri principi, alla propria
posizione tenuta, anche scendendo ad un compromesso che però è rinuncia di gran parte dei
propri principi. A vedere il prodotto legislativo c’è l’impressione che fosse molto più moderna
la posizione della Cisl di allora di quello che non è oggi il prodotto legislativo che noi
ricomprendiamo sotto lo statuto dei lavoratori e leggi connesse.
L’altra provocazione la giriamo dopo a Gerardo Bianco: non ci dobbiamo nascondere che
gran parte della genesi di questo prodotto legislativo contiene in sé il vizio principale che ha
la legislazione in Italia. Non si legifera pensando all’oggetto, ma pensando ai soggetti che
legiferano. Sono produzioni legislative che derivano da una situazione politica che ha in
primo piano la Realpolitik delle coalizioni; in questo caso tutto deriva dalla nascita del centro
sinistra, dagli equilibri che si devono avere, dalla necessità che ha il Partito socialista che
entra nel centro sinistra di regolare i propri rapporti con il Partito Comunista che resta
all’opposizione. Insomma tutto si fa meno che legiferare per il bene del paese. Siccome
questo, temo sia attuale, per cui ancora oggi le coalizioni (non sto dicendo il centro sinistra, o
il centro destra), si mettono insieme non su un’idea comune per il bene del paese, ma su un
minimo comune denominatore della stessa coalizione che sia di centro destra o di sinistra, si
fanno allora leggi che non reggono con l’evoluzione delle varie situazioni.
Cominciamo dalla storia della Cisl, con il fatto che forse quella sconfitta era più moderna del
risultato che ne è derivato.

Pietro Merli Brandini

Grazie Presidente, Lei ha un po’ anticipato la mia stessa preoccupazione. Non siamo qui per
guardare solo alla storia, siamo qui per capire quanto della storia può essere validata dal
futuro.
Anzitutto non mi soffermo ai complimenti a Giovanni, perché mi associo a tutti coloro che ne
hanno parlato bene e ne parleranno bene nel futuro. Grandi ha già cominciato a farlo quindi
spero che l'apprezzamento di Grandi continio anche per gli altri.
Poi, per meglio farmi comprendere, non sarò politicamente corretto. In genere il politicamente
corretto nasconde un po’ di ipocrisia e non voglio cadere in questo novero. Pertanto divido,
più o meno arbitrariamente, la storia del Paese in due periodi. Il primo è quello che va dal
19945 al 1970, che è il sorgere di un’era liberaldemocratica, fondamentalmente centrata su De
Gasperi ed Einaudi, con alleati repubblicani e socialdemocratici. Noi siamo nati in quella
storia come frutto di essa. L’Italia del vero e solo miracolo economico, perché non ce ne sono
stati altri. In quel intervallo di tempo la crescita è stata del 5,5% in termini reali per ogni anno,
i conti in ordine, l’inflazione al 2%, la crescita dell’occupazione andava in una maniera
meravigliosa, la lira al 625 lire per dollaro, dall’ottobre del 1947 al 1971 quando c’è stato la
fine del Bretton Woods, e l’impossibilità degli americani di mantenere l’obbligo di
convertibilità.
A chi il merito? Certamente alla caduta del castello di casta corporativo, sostituito dalla
libertà e dalla Costituzione repubblicana. Ma già prima e cioè nell’agosto del 1945, pochi
mesi dopo la fine della guerra, la CGIL unitaria al Nord e lo stesso per il PCI smantellarono i
consigli di gestione e negoziarono sulle eccedenze di personale. Successivamente gli accordi
interconfederali, e non le leggi, hanno consentito: primo, una politica monetaria dei salari, che
contribuì più che altri fattori ad accrescere rapidamente la capitalizzazione. Credo molti di noi
hanno letto questi accordi. Questa pianificazione salariale non ha emuli in nessun’altra parte
del mondo ed è servita moltissimo al Paese; secondo, una politica favorevole alla mobilità
contrattata. Se andate a vedere quegli accordi troverete che c’è una miriade di accordi,
rifacimenti, aggiustamenti che si succedono nel tempo per regolare sia la mobilità, cioè le
eccedenze di personale, dunque i licenziamenti collettivi, sia i licenziamento individuali.
Naturalmente questa politica di mobilità come tutti sappiamo ha avuto dei pregi e dei costi.
Noi abbiamo avuto un’emigrazione senza pari. Un milione di persone mosse dal sud e
sguinzagliati per l’Europa, dove c’era bisogno di lavoro non qualificato, ma anche l’Australia,
la Nuova Zelanda, l’America Latinal, dovunque ci siamo ridistribuiti.
Una prima conclusione. La regolazione flessibile degli accordi interconfederali, e non delle
leggi dello Stato, (insisto su questo, la contrattazione è uno strumento di regolazione
flessibile, diversamente dalla legge che è rigida e che trasferisce il potere contenzioso sulle
leggi ai tribunali e non alle parti che normalmente dovrebbero regolare anche i confitti tra di
loro) ha consentito l’avvio non solo di migliori salari e occupazione, ma anche l’avvio di un
sistema di welfare molto ambizioso, che non sarebbe entrato in crisi se fosse stato conservato
un modello liberal-democratico come quello dal 1945 al 1971. Naturalmente quel modello
avrebbe dovuto, come è stato nel primo periodo, essere tollerato, se non condiviso totalmente
anche dalle forze di opposizione, cioè dal Partito Socialista e dal Partito Comunista di allora,
che questo sforzo seppero farlo.
Con il 1970, ecco siamo in un'aria nuova, c'è il crollo di Bretton Woods e la rivoluzione
culturale che va dai campus californiani alle università europee. E tutto il quadro cambia. Le
ragioni per le quali, giustamente Giovanni diceva: ma come mai non abbiamo resistito? Ha
piovuto molto, in genere la pioggia copre tutto, non è che risparmia i buoni e penalizza solo i
cattivi. Sfortunatamente. E così è stato. Siamo rimasti tutti bagnati, cioè con la sostanziale
incapacità di difendere fino in fondo un patrimonio di valori che valeva la pena naturalmente
avesse una miglior sorte durante gli anni ’70.
Ma con queste rivoluzioni culturali prevale l’idea di rinnovare il mondo sulla base del vecchio
principio della distruzione creatrice. Che è valido solo dopo che alla distruzione fa seguito la
creatività. Si può pure fare la retorica sulla "migliore gioventù", sono stati fatti film stupendi
sulla migliore gioventù, che seppe sicuramente distruggere, e questo l’abbiamo tutto
abbastanza rilevato, ma dove è finita la creatività? Non mi pare che ve ne sia traccia.
Creatività zero, distruzione consistente. L’esito di questa seconda fase, dal 1970 ai nostri
giorni, è centrata sul maggior ruolo di Cesare, ossia lo Stato e non mi pare che segni un
bilancio molto positivo. Parlo dell’intervallo che va dal ’70 fino ai nostri giorni, passando per
le complicazioni degli anni ’90, tangentopoli, la necessità di aggiustare i conti che non sono
ancora aggiustati, ecc.
Il maggior ruolo di Cesare. Dappertutto. Bisogna scrivere un altro libro per citarli uno per
uno, ma credo che la vostra intelligenza e il senso della storia vi aiuti a ricostruire tutta questa
trama. A tutt’oggi però domina il problema di riassorbire il debito pubblico, il maggiore in
tutta Europa con un problema di esclusione sociale che non ha eguali, salvo la Grecia e il
Portogallo. Siamo su 58-59 su cento persone che, desiderando un impiego, o conseguire un
reddito, riescono a farlo. In altri paesi, che sono leggermente più flessibili di noi, questo 59
diventa magari il 70, il 72, il 75 ... questo fa una certa differenza.
I Cesari moderni, in nome dell’equazione "evoluzione uguale civiltà", pongono l’accento sulla
secolarizzazione. Mi limiterò a dire che le intese tra le ragioni di Dio e le ragioni di Cesare
hanno finito per accogliere quasi tutti e dieci comandamenti. Ma i sussulti di cambiamento
culturali degli anni ’70 scuotono quelle intese con cambiamenti che fanno cambiare la società,
le nostre società, più di quanto le perenni devianze umane non abbiano fatto nella storia.
La domanda è: la coesione sociale che non può fare a meno di valori condivisi, cresce o
diminuisce nei paesi dell’Europa che conosciamo? A ciascuno la propria risposta.
Ed ecco l’ultimo punto. Il futuro. Interrogativo è quello che ha posto Giovanni, cioè ma
questa Cisl, se consideriamo tutto il valore, la nobiltà, è una puramente storica, una memoria
storica, o è qualcosa che può servire al futuro?
Cosa sopravvivere del modello Cisl delle origini? È una reliquia storica, o potrebbe essere lo
strumento per risolvere almeno i nostri problemi economico-sociali, in un tempo nel quale,
intorno a noi, dominano con ogni contraddizione, modelli liberal-democratici o addirittura
liberisti. L’Unione Sovietica, perché è andata a pezzi da sola? Non ha avuto un colpo di
cannone, si è estinta, è implosa. Ma prima di implodere, c’erano 10-15 anni di riflessione
intorno a questo tema. Come può sopravvivere il socialismo in un solo paese? Oggi possiamo
chiederci, perché si interrogavano tanto su questo tema? Il socialismo ce l’avevano, un grande
Paese, non c’era ragione per scavare intorno a questo quesito. La ragione credo che sia
evidente. Si può dire "la forza militare degli Stati Uniti...", ma una forza corrispondente ce
l'avevano anche loro. In realtà quello che soffiava sul collo dell’Unione sovietica erano due
fattori. La libertà, le democrazie liberali ed il successo economico delle democrazie liberali; e
il successo economico connesso, perché i sindacati hanno fatto questo mestiere e l’hanno fatto
bene, nei paesi occidentali. Quando si sono accorti che bisognava cambiare, cioè adattarsi al
modello esterno, giunsero alla conclusione che forse erano arrivati troppo tardi. Essendo
arrivati troppo tardi, la conclusione è stata che sono implosi: non hanno avuto il tempo e la
possibilità di correggere alcunché.
Proviamo a mettere in relazione quella proposizione con questa di qua: se non facciamo in
tempo a stare attenti a ciò che ci circonda (che non è cosa da poco, perché 90 paesi su 160
indagati dalla Banca Mondiale, si muovono verso la ricerca di maggiori libertà economiche),
ma siamo confinati in una realtà nella quale, in un’epoca di grandi mutamenti, non c’è forza
politica, dico una forza politica che riesca a fare un passo avanti. Penso al mutamento
effettivo. Bisogna cambiare le norme che abbiamo perché non funzionano. Punto. E vediamo
in che senso. Mi fermo solo al punto centrale del problema di come integrarci nel mondo che
cambia. Secondo me occorre un solo grande cambiamento in due direzioni. Primo, demolire
(o "ghigliottinizzare", come ha scritto Bassanini in un bellissimo saggio) norme e regole del
passato che ostacolano le iniziative e lo sviluppo economico e soprattutto sociale. Occorre,
cioè in prima istanza, deregolare, qualche cosa che gli americani hanno fatto nel 1980, che ci
hanno fatto molto ridere. La deregulation detto alla romana è qualcosa che fa ridere. Noi
facciamo proprio il contrario, secondo il principio "ogni problema una legge". Il Parlamento
produce e fa legge, con la conseguenza che più ci sono leggi e più cresce l’asfissia se le leggi
non sono adeguate. Ma occore dare qualità alle leggi. E allora aggiornamento flessibile per
regolare i fatti economici e sociali.
Per dirla in breve: priorità a ciò che attira investimenti italiani ed esteri. Noi attiriamo meno
degli investimenti esteri della Spagna. Ma qualità significa che cosa? Regole flessibili e
adattive, quindi la contrattazione collettiva (magnifico questo titolo “Il nostro statuto è il
contratto”, e il contratto è uno strumento molto flessibile, perché è sotto il dominio delle parti
che fanno i contratti). Noi fortunatamente siamo nati per questo. Poi c’è la conciliazione dei
conflitti e l’arbitrato, cioè giurisdizioni private, snelle che sulla base dei rapporti, anche di
forza se volete, ma di convenienza reciproca, decidono fuori dai tribunali che portano via un
po’ di tempo come si dice.
Si possono citare per esempio la qualità delle regole che riguardano il diritto dei trasporti
marittimi, il sistema bancario internazionale, il downgrading, suggerito dai nostri colleghi
inglesi, e il ricorso alla sussidiarietà in ogni direzione.
Dunque l’affanno di tutti i paesi sviluppati è introno ai problemi della governance. Ciò
significa certamente il rifiuto di un mondo senza regole ma anche il rifiuto di regole che
asfissiano l’uomo e le sue aspirazioni a causa dell’autoreferenzialità di politici, giuristi e
burocrati petulanti.
Sta scritto che non è l’uomo fatto per il sabato, ma il sabato fatto per l’uomo. Mai troveremo
ispirazione più alta e più grande per i nostri ricorrenti e persino noiosi dilemmi.

Bechis

Temo purtroppo che sia una battaglia persa quella della qualità della regolazione, se poi
pensiamo come uno dei provvedimenti più lodati di questo governo sia quello delle lenzuolate
è poi un provvedimento che, pur avendo aver fatto nascere una pletora di autorità in ogni
campo e settore, per legge decide se la scadenza di un prodotto va messa in un punto o in un
altro. E anche quella sulle carte telefoniche è una materia per cui la legge non era
necesarissima. Interviene su microquestioni e produce pur essendo apprezzato lo sforzo, una
serie di norme ulteriori che vanno a complicare il codice. Però io vorrei rilanciare la
provocazione che in parte emerge da questo ultimo intervento. Perché se per il Paese è buono
ciò che e buono per le coalizioni che lo governano, poi la legge funziona poco, perché le
coalizioni cambiano, le esigenze politiche cambiano, e le leggi invecchiano abbastanza in
fretta. Se invece si facesse lo sforzo per capovolgere la questione, forse il vizio italiano
verrebbe meno, cioè per le coalizioni deve essere buono ciò che è buono per il Paese. Si
riuscirebbe anche a legiferare meglio.

Gerardo Bianco

Io non voglio rinunziare, come ha fatto Merli Bradini che avrà altre occasioni, io non so se
avrò altre, di dire una mia parola sul libro. Un libro che ho molto apprezzato, perché ho visto
che è frutto di un esame, di un approfondimento, un chiarimento di questioni che peraltro
rischiavano di rimanere molto appannate, fatte con una forza argomentativa che mi ha
profondamente colpito.
Prima di rispondere, facendo anche autocritica, alla domanda del direttore Bechis, vorrei dire
che il volume è soprattutto importante dal punto di vista storiografico, e dal punto di vista del
chiarimento di alcuni problemi, che possono aiutare, come ha detto Grandi, ad impostare
meglio il futuro. Ovviamente, essendo uno che ha studiato, come Grandi sa, soprattutto
problemi linguistici sono rimasto immediatamente impressionato da una messa a punto di
carattere linguistico che l’autore fa a pagina nove, quando dice che la formula “statuto dei
lavoratori” ha un valore polissemico, ha più significati, ed è importante che questi termini
vengano collocati storiograficamente nelle varie condizioni in cui si è manifestato il dibattito
tra il 1963 e 1970. Perché se si prende tout court la terminologia nel suo insieme, si rischia di
equivocare, di incorrere in veri e propri errori che giustamente Graziani precisa. Ce n'è uno
che attiene sotto certi aspetti al problema che Bechis ha sollecitato, ed è importante per quelli
della Cisl. Si tratta della precisazione rispetto alla affermazione uno dei grandi guru della
sistematica sociale del nostro Paese, uno dei grandi padri della legislazione, Giugni, rispetto
alla cultura della Cisl. L’affermazione di Giugni è che in realtà la Cisl non ha mai avuto un
pensiero economico, un pensiero sociale. Che la Cisl in realtà è stata una associazione di
lavoratori priva di originalità. Mettere a punto questo aspetto in maniera argomentata come fa
Graziani a me pare molto importante, perché si recupera in un certo senso quello che è stato il
valore del pensiero della Cisl.
Richiamo Grandi perché siamo stati compagni di scuola insieme alla Cattolica, ambedue
abbiamo vissuto questo periodo, eravamo più inclini a interventi di tipo legislativo rispetto
alla corrente che invece dominava è che è molto importante nella ispirazione della Cisl. È una
figura straordinaria, di grande valore, che per la verità gli economisti contemporanei poco
ricordano, che è la figura di Mario Romani. Contemporaneamente al libro di Graziani mi è
giunta la biobliografia di Mario Romani, scritta da un nostro compagno di studi che è Guido
Baglioni, che peraltro ha avuto una parte importante nella Cisl. La cosa che mi ha
impressionato, lo dico anche a Graziani, è vedere la corrispondenza tra le impostazioni
culturali di Mario Romani e quella che è stata l’atteggiamento della Cisl rispetto allo statuto
dei lavoratori. Le ragioni della contrarietà alla regolamentazione degli articoli 39 e 40 della
Costituzione, la difesa argomentata dell’autonomia sindacale, che poi secondo me è diventata
eccessiva, come sempre capita le cose equilibrate portate in estremo finiscono per diventare
squilibranti del sistema, perché l’autonomia sindacale è una cosa, poi la famosa
incompatibilità che si determinò tra l’attività parlamentare e l’attività sindacale che fu
l’estremizzazione portata avanti da nostri amici, ha portato alla mancata integrazione tra l’una
e l’altra esperienza che invece era molto importante. Comunque, c’era una impostazione che
secondo me è stato il segreto di quel successo economico, negli anni ’50 e ’60, a cui faceva
riferimento Merli Brandini (come sempre, quello che è passato è sempre una aurea aetas
rispetto al presente, ma speriamo che possa venire qualcosa di positivo anche nel futuro).
Era molto importante, perché c’è una affermazione che è presente nella cultura della Cisl. Ed
èpresente fino alla metà degli anni ’60 che non ci può essere un miglioramento del contratto
se non ci può essere un miglioramento generale dell’economia del Paese. Per dirla in termini
molto popolari, se non c’è trippa per gatti non c’è niente da distribuire. Questa affermazione è
di grande importanza perché determinava una articolazione, una articolazione di doppia linea,
come ha chiarito Grandi, il cosiddetto contratto nazionale che portava il minimo da garantire e
poi l’articolazione sul piano negoziale per il rapporto alla produttività. La preoccupazione che
ci fosse insieme un beneficio per l’intera economia, ma ci fosse anche, col discorso famoso
delle commissioni interne, un interesse globale del lavoratore al benessere, alla produttività,
alla bontà della stessa azienda. Queste erano concezioni che nascevano dalla visione
associazionista della Cisl rispetto ad una concezione classista.
A questo punto cominciano a sorgere i problemi. Io ho vissuto questa fase di dibattito
culturale negli anni 1959-60-61 alla Cattolica, quando c’erano questi due filoni che si
articolavano. Devo dire che in quel periodo, negli anni ’60, cominciò a sorgere (ecco la prima
risposta) nella nostra concezione politica il problema della debolezza del centrismo.
Noi possiamo indubbiamente valutare in termini estremamente positivi la crescita che ci fu.
Lo dico come una persona che opera, ha operato nel Mezzogiorno: gli anni che vanno dal
1950 al 1960 sono gli anni del maggiore sviluppo del Mezzogiorno, con tassi di crescita che
sono superiori a quelli della Germania e della Francia. Aggiungo che è stato l’unico periodo
in cui l’intervento massiccio nel Mezzogiorno consentì il raccordo e l’avvicinamento della
divaricazione fra il Nord e il sud. Quindi sono anni straordinari. Ma non si può dimenticare
l’aspetto politico, cioè la progressiva crisi del centrismo e la necessità di aprire un dialogo.
Anche perché c’era un problema, che è esistito, e che in un certo senso abbiamo risolto oggi,
(ma l’abbiamo risolto male, con un bipolarismo sgangherato, com’è quello che viviamo), cioè
quello della integrazione totale di tutte le forze politiche all’interno del sistema. Ed erano gli
anni in cui noi ponevamo il problema dell’avvicinamento allo Stato democratico, come si
usava allora dire, del Partito Socialista. E lì comincia il discorso della attenzione ai diritti dei
lavoratori rispetto alla concezione praticamente del contratto come garante nell’ambito del
diritto privato. Io lì ho vissuto un'esperienza: perché della mia provincia era uno dei primi
ministri che affrontò questo tema, col quale ho avuto anche un periodo di cordiale scambio di
idee (mai di collaborazione), e si chiama Fiorentino Sullo. Un capitolo che Graziani dedica. Il
quale da ministro del lavoro pose per primo il problema di creare delle condizioni per cui
alcuni diritti conosciuti dai lavoratori venissero estesi, utilizzando com’è noto un primo
contratto. Io mi ricordo questa famosa formula degli erga omnes che a me, che venivo dagli
studi del latino, non piaceva molto, non la trovavo nella classicità latina. Ma era questo il
discorso, la forzatura che si tentò. È chiaro che dentro questa logica che era anche legata
l’idea di garantire meglio i diritti dei lavoratori, c’era anche un discorso politico che Saba
nella sua introduzione giustamente mette in luce: intrecciare un dialogo positivo, costruttivo,
con una parte politica con la quale si intendeva intrecciare una relazione. Si trattava di andare
incontro all’idea dei socialisti, "la Costituzione dentro alla fabbrica", il riconoscimento del
diritto dei lavoratori. Aggiungo che questa posizione in un certo senso cominciava a far presa
all’interno della Cisl stessa. Perché nel discorso evolutivo, dalla posizione responsabile si
arrivò anche all’interno della Cisl ad affermazioni piuttosto curiose come quella del "salario
variabile indipendente", e come quella del privilegio da dare alla conflittualità
indipendentemente da quello che doveva essere la valutazione complessiva armonica delle
esigenze dei lavoratori insieme con le esigenze di sviluppo dello Stato. È non è un caso che
proprio nel 1968, alla vigilia del 1969, l’anno della grande contestazione, Romani esce dalla
Cisl e distingue la sua impostazione. Sono gli anni in cui Donat Cattin, personaggio
importantissimo e straordinario, della politica sociale, nonché della politica tout court italiana,
cerca di dominare il fenomeno e si interviene ancora con il contratto ma viene fuori la
necessità di regolamentare la legislazione.
Aggiungo solo per citazione, ma per fortuna è rimasto dentro ai cassetti della Camera, che io
nel 1971 presentai una legge, ahimé, di 71 articoli per regolamentare il lavoro subordinato
privato. Per fortuna questa legge è rimasta nel cassetto. E quando l’ho rivista proprio dopo
aver letto il libro di Graziani, sono andato a rileggere quella legge ed ho capito che avrei fatto
una grossa frittata perché volevo regolamentare tutto e creare una sorta di sistemazione. Però
la relazione aveva una sua giustificazione, perché il contratto (questa era stato suggerito anche
dai magistrati del lavoro) copriva alcune aree, ma lasciava fuori tutta un’altra serie di aree.
C’erano state delle sentenze che praticamente non garantivano la presenza di diritti di tutta
una serie di lavoratori, sia in alcuni rapporti, sia in aziende minori. Si creava una situazione di
disparità in cui il diritto uguale dei cittadini rimaneva squilibrato.
Comunque, tutte le rigidità legislative comportano una serie di aspetti con risvolti negativi.
Ho fatto riferimento alla esigenza di raccordarsi anche sul piano del diritto del lavoro con le
intese di coalizione con il centro sinistra. Fu un tentativo, ma devo dire che questo accordo
non fu una concessione; fu piuttosto una sorta di evoluzione del pensiero stesso all’interno
della Cisl, per cui quell'elemento forte che esisteva nel concetto dell’autonomia, nel concetto
della completa libertà, quella opposizione che peraltro è stata determinante di rifiuto, che
peraltro è stato determinante, di rifiuto di regolamentazione dell’articolo 39 e dell'articolo 40
che rafforzava l’autonomia, è un elemento su cui in un certo senso bisogna ragionare. Si
ragionò allora con l’idea che bisognava garantire tutti i lavoratori, oggi bisognerebbe garantire
il rapporto alle dinamiche dell’economia del nostro tempo. Io sono d'accordo con Bechis; è
chiaro che le cosiddette lenzuolate di liberalizzazione sono state fatte per legge invece che
attraverso formule diverse, che noi avevamo suggerito, di delegificazione e
deregolamentazione, quindi con l'articolazione.... Mi domando e pongo un altro problema: ma
che cosa accadrà per tutto una serie di artigiani che devono prendere dei commercialisti
pagando anche profumatamente, per poter pagare le tasse. Devo dire che, avendo incontrato
un mio amico, che ha una forte presenza nel mondo del credito, lui mi ha detto che comincia
avere la sensazione che alcune realtà del Sud, parlo della mia provincia, ci sono dei lavoratori
artigiani che piuttosto rivolgersi alle banche per avere del credito, finiscono per rivolgersi a
persone che sono semi- o parausurai, perché si trovano in difficoltà a mettere in atto tutta la
burocrazia che la liberalizzazione comporta. È evidente che il discorso della liberalizzazione
che si pensa di fare per legge, se da una parte scalfisce alcune forme di corporativismo che
pesano e che legano, dall’altra dovrebbero essere più attentamente valute per vedere gli
effetti. Perché se la liberalizzazione, la scorporativizzazione, porta alla burocratizzazione, a
questo punto si creano dei problemi.
Io però voglio dire anche che il parlamento questo aspetto lo ha affrontato, per la verità
nell’altra legislatura e con il governo di centro destra. Cioè il processo di delegificazione, di
semplificazione: i governi precedenti (adesso anche questo, speriamo) hanno avuto il potere
di delegificare e di trasformare le leggi, che sono una miriade su determinati argomenti (come
diceva Merli Brandini, una legge per ogni problema), in leggi principio che poi dovrebbero
dar luogo a dei regolamenti attuativi, che possono essere piùà attentamente valutati. Questa
norma con due approvazioni in realtà è stata pocp portata avanti, anche perché non c’è stata
una burocrazia di semplificare e di portare avanti le cose. Aggiungo che in realtà questo
discorso che dovrebbe essere portato a fondo dalle forze sociali, per vedere gli effetti sui loro
associati, è un discorso che non riguarda solo l’Italia. Riguarda la legislazione in tutta Europa.
Io ho fatto cinque anni di esperienza al parlamento europeo. Mi sono trovato di fronte a
direttive che finiscono per avere valore vincolante in legislazione, dove praticamente si
stabilisce anche quella che deve essere la dimensione della banana esportabile.
Chiudo dicendo a Graziani che ha scritto un bel libro, dovrebbe adesso continuare dopo i ’70
per vedere un attimo cosa sta succedendo. Credo che ti aiuteranno gli amici. Mi complimento
perché sono studi di storia che riempiono anche dei vuoti. Sono degli aspetti che di solito
vengono in qualche maniera ignorati, mentre sono la sostanza della storia. La sostanza della
storia sono i gruppi sociali che si muovono, quello che loro determinano. Quindi da questo
punto di vista il contributo culturale è enorme. Ci può essere anche un contributo di carattere
politico rilevante se l’organizzazione della Cisl, che è indubbiamente una organizzazione che
ha una tradizione, ed ha una cultura, al contrario di quello che dice Giugni, originale e
originaria, la riprende nella sua pienezza per cercare di dare al Paese quel respiro che oggi mi
pare sia molto asfittico. Anche per un bipolarismo sbagliato e sgangherato che invece che
elevare la qualità della politica, la deprime.

Bechis

Lei ha citato la legge della semplificazione. Aboliva dieci leggi ma nel frattempo entravano
altre in vigore, quindi aveva una utilità relativa. Portava il nome di Frattini. Appena Frattini
ha cambiato ministero, già nella scorsa legislatura, nessuno l’ha più presentata negli ultimi
due anni.
Ripercorrendo sia la storia che c’è nel libro, sia tutte le cose che sono emerse in questo
dibattito, ci sono due storie. La storia che ha prodotto con tutte le difficoltà raccontate, con le
differenze politiche, con diverse idee anche di organizzazione della società che ci sono stati in
quel percorso fino allo statuto dei lavoratori; e poi però c’è stata una storia successiva. Per cui
quello statuto è diventato quasi una bandiera. Un tabù, poco toccabile. Forse ha ingessato più
dopo che in quel momento quella libertà che stava a cuore della Cisl. Volevo provare a reagire
De Rita a questo tema.

De Rita

Io credo che possiamo ragionare su due livelli. Che cosa è stato lo Statuto nella storia italiana,
nella cultura giuridica italiana; e qual è stata la posizione Cisl, quali sono gli insegnamenti per
la Cisl che vengono da quel periodo.
Primo punto: cosa è stato lo Statuto in termini di cultura italiana? Sostanzialmente due cose
c’erano dietro lo Statuto. Un’idea se volete generosa, ma non meno pericolosa, quella di
applicare la Costituzione anche dentro la fabbrica. Ipotesi nenniana, detta con il vigore,
l’entusiasmo, forse anche l’ingenuità, di Nenni, che diceva: questo è un Paese dove ci sono
luoghi dove non c’è Costituzione. Le aziende hanno gli spioni, i sindacati gialli, i controlli di
chi fa va a far pipì, non c'è il rispetto degli orari ecc. ... bisogna mettere la Costituzione dentro
nella fabbrica. E la seconda, devo dire altrettanto nenniana, era che si stava andando verso la
grande impresa: che il futuro del lavoro italiano sarebbe stato nella grande impresa e che
quindi bisognava regolare il lavoro nella grande impresa perché era l’unico vero lavoro
possibile. Quindi il lavoro dipendente, il lavoro standard, il lavoro "regolato da".
Essendo stato nominato nella commissione Giugni da Nenni, sapevo quali erano le sue idee.
Conoscevo il suo modo di pensare. Ricordo ancora lo stupore e l’entusiasmo che lo colse
quando lo venne a trovare Luigi Morandi, fratello di Rodolfo, allora vice presidente della
Montedison per spiegargli la fusione Montecatini-Edison. Nenni ne uscì entusiasta: arriva la
grande impresa, arriva la grande impresa chimica, la fusione sarà un successo straordinario ...
sappiamo tutti come è finita.
Ma in questo erano i due errori fondamentali; poi da questo arrivava anche la tutela
giudiziaria dei diritti, arrivava anche ... però il vero errore culturale di allora fu una sorta di
accettazione bieca del fordismo potremmo dire oggi, non sapendo che un anno dopo partiva il
postfordismo italiano; e dall’altra parte l’idea di applicare a delle strutture consolidate e in
crescita (come lui pensava fossero le grandi imprese) una dimensione costituzionale, di
garanzie costituzionali.
Per tutto il bene che abbiamo voluto a Pietro Nenni, erano due fesserie; che si sono rivelate
due fesserie; e che riguardano tutti quanti noi quando facciamo legislazione, se facciamo
legislazione, con dei criteri che vengono fuori del mondo che vogliamo regolare o se vengono
da dentro al mondo che vogliamo regolare. Quando vuoi regolare un sistema lo devi
conoscere dall’interno, non ci puoi applicare sopra una cultura della Costituzione nelle
fabbriche o una cultura della grande impresa e dei diritti che in qualche modo arriverà a
coprire tutto il mondo del lavoro. Nel ’71 parte la piccola impresa, parte il sommerso, parte il
localismo, partono cose per cui dello Statuto non si sarebbe più parlato, se non per quella
unica cosa, la tutela giudiziaria dell’articolo 18. Il resto scompare.
Ma quanti di noi hanno parlato ancora di riconoscimento giuridico delle commissioni interne?
Quanti di noi hanno continuato a parlare di valutazione della tutela nei luoghi di lavoro da
parte delle grosse organizzazioni sindacali interne? In commissioni Giugni facemmo una
discussione profonda su questo punto. Dicendo che non era lo Statuto “dei lavoratori” ma
delle organizzazioni intermedie che difendevano i lavoratori. Non è rimasto nulla! Perché
troppo facilmente si è marcato (per motivi che sappiamo tutti ma che ripeto: il personalismo
di Gino Giugni, il personalismo di Brodolini, il protagonismo di Donat Cattin), si è voluto
forzare la mano nella direzione scelta senza nessun interpello della realtà su cui si stava
esercitando legislazione.
La commissione Giugni era una commissione un po’ stravagante. C’eravamo io, il Prosperetti
padre, c’era Mancini, c'era Spagnuolo Vigorita, c’era Ventura, c'era François-D’Harmant;
tutto sommato, persone dignitose e disposte al dialogo; anche lo stesso Ventura, pur
considerato il comunista più tremendo che ci fosse (basterebbe leggere la relazione di
minoranza in cui diceva: il sindacato, una volta entrato in azienda, non deve essere vincolato
alla contrattazione fa quello che gli pare, anche la rivoluzione se accade). Ma al di là di
questo, la Commissione avrebbe potuto ragionare su questo. Ha ragione Gerardo Bianco:
Giugni, con tutto l’affetto e la dignità che dobbiamo alla sua testa, ad un certo punto ha
ritenuto che quello fosse il suo Statuto, fosse la sua commissione, fosse la sua legge. Non l’ha
più portata in commissione. L’ha trattata direttamente con Brodolini, l’ha trattata direttamente
con la Presidenza del Consiglio, l’ha trattata direttamente con gli altri firmatari delle
precedenti proposte di legge che stavano in Parlamento. E la stessa logica di Giugni di
rapidizzare per intestarsi la legge, l’ha avuta Brodolini. Se andate a vedere il libro di Graziani,
voi trovate che il disegno di legge di Brodolini, arrivato in Senato il 24 giugno, ha cominciato
la discussione il 25 giugno. Cosa che in questo periodo sarebbe una specie di miracolo della
Madonna di Fatima, che in 24 ore si parte. Ma perché? Perché c’era questa forzatura. Nel
libro, indica anche Graziani la forzatura politica dei comunisti in quella direzione, il ricatto ai
socialisti di non essere troppo avanzati. E la disperazione della Cisl che era impotente di
fronte a questa macchina da guerra.
Quando poi arriva Donat Cattin, ex uomo Cisl, lui ripete la stessa logica di Giugni e la stessa
logica di Brodolini: il protagonismo e l’impettazione ad personam della legge. Nessuna l’ha
più discussa 'sta legge! Nessuno ne ha più avuto più la possibilità; non dico noi della
Commissione che ormai eravamo tagliati fuori, ma neppure i tre sindacati sono riusciti a dire
qualche cosa sull'argomento, se non per cose del tutto marginali. Nessuno è riuscito a
riflettere un momento sulla tutela giudiziaria dei diritti, su questo affidamento all’esterno.
Così come si affidava all’esterno la cultura costituzionale, "la Costituzione nelle fabbriche",
come si affidava all’esterno una cultura della dimensione giuridica della grande impresa, così
si affidava all’esterno, cioè al giudice ordinario, la tutela dei diritti.
Un giorno, al di là dei miti (perché viviamo di miti, e nessuno può dire "distruggiamo i miti";
non lo dico neanch’io, che ho contribuito a farne tanti, quindi dovrei impiccarmi certe volte),
questo è uno dei discorsi su cui bisogna ritornare. Ma non per criminalizzare chi fece quella
cavalcatina di due anni e mezzo, non di più, e creò la situazione in cui non si poteva più
tornare indietro (ancora 20 anni dopo, 25 anni dopo, avremmo avuto il discorso sull’articolo
18, quando tutto era cambiato, roba da impazzire); ma per capire il perché non si può
legiferare con canoni interpretativi e legislativi che vengono fuori dal mondo su cui si vuole
legiferare. Se stai legiferando il lavoro nell’industria, il lavoro dipendente, legiferalo per
quello che è, non in base a scelte costituzionali, a scelta di grande impresa o di assetto fordista
del sistema o a scelta di delega al magistrato delle tutele giudiziarie. Questa è la prima cosa!
E visto che parlo a voi responsabili della Cisl: non vi fate mai più fregare da meccanismi
legislativi che abbiano uno di questi meccanismi! Che abbiano il sospetto di giocare sulla
legge con criteri che non sono legati al sistema che si vuole regolare ma ad altre appartenenze
intellettuali, culturali, costituzionali, giuridiche, di sistema economico, o quello che sia. Non
si può dire "siccome io sono fordista" (immagino che Nenni non sapeva neppute cosa fosse il
fordismo e il postfordismo), "siccome mi sono innamorato della grande impresa, il futuro sarà
della grande impresa, io delego, o faccio sì che tutto venga configurato come lavoro
dipendente di grande impresa". Non si può! Oppure, "siccome io sono un costituzionalista, ho
vissuto la Costituente, bisogna portare la Costituzione nelle fabbriche". Non si può!
Seconda riflessione. Cosa interessa questo alla Cisl? In parte l’ho già detto. Ma ricordiamoci
che la debolezza Cisl di quel periodo era una debolezza tipicamente interna. Era un momento
di bassissime elaborazioni interne. La grande vivacità, vitalità della Cisl, era stata la vitalità
pastoriana negli anni ’50. Quando Pastore va al ministero del Mezzogiorno nell’autunno del
’58, la vitalità Cisl, la cultura Cisl, la filosofia Cisl, era già fatta. E invece nei dieci anni
successivi si torna indietro; e quando serviva, all’appuntamento con un problema vero, ci sia
arriva deboli su quello che è stato il patrimonio precedente. Quello del titolo. Il
contrattualismo Cisl era debole.
Perché il contrattualismo, la cultura del contratto, tipica della Cisl, nel ’69 risultò debole? Io
da vecchio pastoriano l’ho visto da fuori, ma voi probabilmente l’avete visto anche
dall’interno. Primo, l’emarginazione di Pastore e di Romani. Cioè di quella cultura che era
stata fondatrice. L’emarginazione fisica. Ricordiamoci in quale desolazione personale muore
Pastore. Forse non ve lo ricordate, io me lo ricordo perché c'ero. Ricordiamoci in quali
furibonde cattiverie si esercita Romani contro Storti nelle Messe e i funerali su Pastore, sia
nell’anno in cui è morto sia nell'anno successivo, con una violenza inaudita contro chi ha
tradito la logica della cultura contrattualista, del primato del contratto, della validità e
dell’orgoglio del privato che contratta.
Io ricordo ancora oggi Romani e il primo rapporto Censis presentato al Cnel. Anno 1967
(siamo al quarantesimo, quindi...). Nel capitolo sul lavoro c’era un paragrafo con le circolari
amministrative del Ministero sui problemi del lavoro. Romani si fece prendere per matto!
Disse: se lei non toglie 'sto capitolo, il rapporto lei non lo fa, né oggi né per tutti gli anni a
venire! Perché il lavoro non si fa amministrare da Cesare, direbbe Merli Brandini. Anno 1967,
un anno e mezzo prima della vicenda.
Quindi c’era la debolezza; Storti era debole. O perché non gli interessava, o perché non gli
veniva riconosciuta da Pastore e da Romani una successione reale; non aveva la cultura, non
poteva disporre della cultura del contratto nostro statuto.
In più aveva una logica interna, separata, C’erano ancora i vecchi pastoriani che restavano
solidi in alcune delle realtà settoriali che conosciamo tutti, non ultima, anzi prima fra tutte
quella agricola, C’erano in emergenza quelli che sarebbero stati i carnitiani, cioè qualcuno che
correva in avanti.; possiamo citare il fatto che tu non fai un discorso su "il contratto è il mio
statuto, il contrattualismo è la mia filosofia", se metà del sindacato dice che il salario è
variabile indipendente, perché a quel punto che contratti, se il salario non è da contrattare? E
notate, c’è nel libro di Graziani (con grande eleganza, ma c’è), il salto della quaglia delle Acli
su questo punto. I primi che accettano lo statuto e la cultura brodoliniana e giugniana sono
quelli delle Acli, le Acli di Labor. E allora, l’unica cosa che potrei dirvi: non createvi più una
situazione di debolezza come quella di allora! Perché vi è andata troppo bene che nessuno
oggi possa dire che la Cisl ha avuto in quel momento una grande sconfitta o è stata
corresponsabile di una piccola follia. Eravate in mutande! E una confederazione quando
dimentica il suo gene di creazione, il suo gene originario, il contratto innanzitutto, anni ’50;
quando, in qualche modo, si fa sopravanzare dai personalismi politici (ma fino a qui ci si
poteva difendere dai Giugni, dai Brodolini e dallo stesso Donat Cattin), ma si fa sopravanzare
al proprio interno da logiche che negano (Labor per certi versi, Carniti per altri versi), negano
il valore stesso del contratto, non c’è più niente da fare. Non c’è più confederazione. E la
fatica che ancora oggi, congresso per congresso, la Cisl si ritrova a fare per ricreare
un’identità è legata probabilmente a quella stagione.
Voi sarete rimasti sorpresi che c'ero anch'io nella commissione Giugni, perché nessuno come
me ha voglia di mettersi in mostra. Ma se oggi mi piace doverne parlare per la prima volta a
voi, non è perché mi piace essere stato dentro un circuito, ma mi piace poter dire a chi nel
circuito ancora oggi ci sta: guardate che allora gli errori sono stati tanti. E quegli errori non
dovrebbero mai essere ripetuti. Né quelli politici di legiferare con canoni esterni, né quelli
organizzativi, di trovarsi su tre o quattro posizioni senza nessun aggancio al gene originario
dell'azienda o dell’associazione.

Bechis

Grazie a De Rita che è stato molto chiaro. Gli errori si può cercare di non ricommetterli. Ma
alcuni errori si possono anche riparare. Ad esempio se ci sono errori legislativi, la cosa più
semplice è delegificare. La pongo come domanda a Sergio Betti: forse parte di quello che è
oggi statuto dei lavoratori, che come abbiamo sentito è in larga parte inutile o non attuato,
potrebbe essere sorpassato senza le polemiche che ci sono state, studiando altre formule,
ripercorrendo quello che allora era l’idea della Cisl.

Sergio Betti

Io non so se risponderò alla domanda. Perché la domanda è di quelle interessanti ma molto


insidiosa. Ma penso che si debba fare una riflessione, come ha fatto chi mi ha preceduto, sul
lavoro di Giovanni Graziani. Non solo perché mi associo a tutti quelli che gli hanno fatto gli
elogi per aver affrontato un argomento di grande interesse e un argomento di quelli difficili;
io devo dire a Giovanni Graziani, che è presente, che lo ringrazio per più motivi. Ne indico tre
soltanto, Giovanni, in aggiunta a tutti quelli che già ti sono arrivati.
Il primo merito che gli riconosco è che mi ha obbligato di leggere un libro che non avevo
intenzione di leggere. Voglio essere sincero. Devo dire che mi ha riportato alla memoria un
periodo che io non ho vissuto da protagonista. E questo è un problema, poi dirò perché. È un
problema per i sindacalisti della mia generazione che non sono più giovani, ma io arrivo dopo
questa parte di storia importante per la Cisl. E molti come me arrivano dopo. Perché quello
che ricostruisce Graziani in maniera encomiabile in questo libro, uno come me che è dal '71 in
Cisl dovrebbe conoscere tutto, dovrebbe conoscere tutta questa parte della storia. Non è così.
O perlomeno è così solo per quelli che amano andarsi a rileggere le cose passate con
puntiglio, chi ha la voglia di fare lo storico. Chi invece si proietta nel quotidiano e si affida
alla formazione sindacale, la definizione di quello che accade tra il 1963 e 1970…, io azzardo
una cosa che potrebbe essere smentita dal primo che arriva, ma lo faccio: nei progetti
formativi della organizzazione non c’è traccia di questo. Nei progetti formativi della
organizzazione si parte dall’origine fondative dell’organizzazione, poi si passa all'oggi. Tutto
quello che c’è in mezzo viene vissuto in un flash rapidissimo, ma questo periodo non c’è mai.
Questo è il primo merito che riconosco a Graziani.
Il secondo è quello di aver aperto una riflessione su questa fase politica, che ripropone la
questione di sempre, che una questione attualissima, che si lega un po’ alla domanda che mi
fa il presidente: legge o contratto. Vi sono state in questi periodi leggi che hanno teso a
regolare la vita dell’organizzazione, non solo dei lavoratori e quindi dei loro diritti. Dunque è
possibile far tornare in prevalenza il contratto rispetto alla legge? La risposta, come la penso
io dal punto vista puramente individuale, è fin troppo semplice. Poi in questa sede mi viene
benissimo dire che noi dobbiamo far di tutto perché dobbiamo tornare a dare la primazia al
contratto e quindi la contrattazione è il punto vero di regolazione dei rapporti di lavoro di
lavoro in questo Paese e nelle aziende, per cui il sindacato sia soggetto contrattuale insieme
alle associazioni di imprese, in tutti i settori. La legge deve fare un passo indietro. Questa è
una affermazione che faccio con convinzione. È fin troppo semplice. Però poi va portata nella
realtà, che forse è la stessa realtà che poi ha generato quella stagione, e quella stagione poi ne
genera altre.
Il terzo merito: Graziani è che ha saputo muoversi in un terreno molto insidioso. Però è
riuscito in maniera assolutamente abile a non parlare male di quello che hanno scardinato i
valori fondativi della Cisl. Affronta l’argomento ripercorrendo il periodo, mettendo in
evidenza come una azione combinata tra una stagione che vede affermarsi il centro sinistra,
tra una stagione di un modello sindacale della Cgil che ha certe caratteristiche, da fermenti
che ci sono nella società, la Cisl forse per le ragioni che ci ricordava De Rita arriva
impreparata, debole… insomma, la Cisl decise di farsi travolgere probabilmente da
quell’ondata. Ad un certo punto Graziani dice che fa di più. La Cisl cerca di intestarsi una
parte del merito dello Statuto dei lavoratori alla fine. Avendo compreso che sulla sua tenuta
non c’è speranza, allora piuttosto che subirla tutta come sconfitta, se ne appropria una parte
del merito.
Se devo sollevare un difetto, sotto traccia c’è un problema politico che lui by passa, forse
perché farà il prossimo libro sulle ragioni politiche di tutto questo. Però credo che all’origine
c’è il problema politico. Allora, c’è il problema politico che coinvolge una componente
importante del sindacalismo rappresentato dalla Cisl, che è quello dell’autonomia, che è
quello di una associazione che attraverso il modello associativo, dunque i rapporti con i
lavoratori, intende regolarne i diritti, la vita e tener presente quelle che sono le compatibilità
dello sviluppo, la distribuzione delle ricchezze, quindi quello che è, e che deve essere il
sindacato come soggetto contrattuale, salariale. Sullo sfondo c’è un problema politico che l’ha
Cisl non l’ha mai affrontato, che secondo me non lo affronta nemmeno in questo periodo. Il
tema è un tema contemporaneo che rimane immutato nel tempo, però non lo si affronta.
Nella Cisl, la mia generazione non ha approfondito questi sette anni di vita interna, che
cambiano il Paese. Pietro ci ricordava come tutti i parametri economici fossero di un certo
valore negli anni ’70. Dal 71 in poi c’è un precipitare di “n” valori dall’inflazione e quello che
consegue, frutto del salario invariabile e indipendente, frutto di una stagione economica del
mondo che cambia, frutto di un sindacato che ha scelto il conflitto. Anche. E che ha scelto
regolazioni costruite su un modello politico che non è certo quello della Cisl. Ma che la Cisl
ha interpretato. Per cui io arrivo giovane nel ’71 dove per me lo Statuto ha rappresentato non
un punto di rinuncia al ruolo dell’organizzazione, ma un punto di appoggio attraverso il quale
sviluppare tutele, rivendicare diritti, qualche volta farsi aprire le porte delle aziende. Questo io
non lo posso negare. Per me ha rappresentato questo. E forse per mia distrazione, ma nessuno
mi ha nemmeno spiegato che era parte di una profonda rinuncia della cultura originaria della
Cisl. Questo è un problema, e lo dico qui, perché quello che ci pone Giovanni in questo lavoro
è la sconfitta della Cisl. Questo noi non dovremo negarla. Sarebbe interessante aprire un
dibattito nell'organizzazione per un processo positivo di quegli anni per capire quanto la Cisl è
stata sconfitta in quel periodo; o quanto la Cisl in maniera più meno consapevole in quel
periodo ha ceduta una parte delle proprie idee per raggiungere un altro obiettivo più
importante. Credo che questo sia una parte del problema, poiché ci sono fasi negli ultimi
trent'anni che ritornano in circostanze analoghe. E poiché queste circostanze si potrebbero
ripresentare a breve, bisogna stare attenti.
Giustamente, ci è stato detto che ci siamo stati fatti fregare anni fa, quindi di non farsi fregare
di nuovo. Proviamo a riflettere qual è il problema politico. Il problema politico per non
scandalizzarsi, ma dentro la Cisl questi sono di quegli argomenti tabù, che si fa fatica a
parlarne, un po’ facendo appello all’autonomia, un po’ facendo appello a reticenze individuali
e collettiva, però in realtà non se ne parla. Allora, quanto c’entra la stagione del centro sinistra
con le politiche nuove della fine degli anni ’60, con l’approdo alla 604 sulla tutela dei
licenziamenti individuali, sullo statuto dei lavoratori, e quindi con l’idea di un asse politico
che si sposta sul centro sinistra, dove il sindacato è lo strumento operativo nel rapporto dei
lavoratori? Quindi il modello laburista, per sintetizzarlo? Da una parte, chi governa ha una
visione dello Stato di un certo tipo, ha bisogno anche del sindacato, quindi la reciprocità e in
questo si fondono interessi e obiettivi. Il sindacato che si fa soggetto politico negli anni '70
con il modello che sappiamo, diventa interlocutore, diventa in parte istituzione, in parte no, e
in quello forse noi perdiamo quella componente creativa della Cisl che vuole regolare
attraverso il contratto, che vuole garantire attraverso il contratto. Che si affidava ad una serie
di regolazioni che sono più vicine alla legge.
Se quella fase legislativa ha sottratto a noi un po’ di cose, poi torniamo, dice Graziani, a
recuperare, per pura fortuna, componenti importanti del ruolo e della visione della Cisl su due
argomenti: il primo è quella della contrattazione decentrata, che si afferma per vari motivi.
L’accordo del luglio ’93 che faceva scandalo nel '68, il fatto che si centralizzasse un po’ di
regole per fare contrattazione e quindi per tornare a quella compatibilità tra economia e tutele
contrattuali, e quindi dentro ad uno schema dove prevalgono meccanismi di regolazione
legislativa, qualche spiraglio di luce nel modello Cisl appare. Paradossalmente però lo stesso
periodo, dove si ripropone un modello politico, in c'è il bipolarismo, quindi c’è una stagione
nuova di equilibrio politico e dove il sindacato dentro una spinta che è più politica che non di
interessi di rappresentanza dei lavoratori, avvia un percorso nuovo di dialogo tra le grandi
confederazioni insieme alla politica, per un nuovo disegno di unità. Io non ho parlato
dell’unità degli anni ’70, ma forse il prodotto dei sette anni fra il 1963 e il 1970 produce l’idea
che si può fare l’unità; e negli anni ’90 si ripropone l’idea che si può fare un nuovo disegno
futuro al sindacato confederale, in nuovo modello di unità sindacale. E in quella stagione
maturarono altre leggi che regolano il lavoro: quella sul diritto di sciopero, è un po’ prima, ma
già si avvia in quel cammino; poi la peggiore, dal mio punto di vista, è quella delle Rsu del
pubblico impiego. Una vera e propria invasione nella materia sindacale, appoggiata dalla Cisl.
Giustamente oggi ci si ferma agli anni ’70, non si dovrebbe parlare di questo, ma questa legge
è appoggiata dalla Cisl. Dà l’idea che si paga un prezzo perché questo poteva essere utile a
completare un disegno di unità tra le confederazioni, che desse un nuovo impulso al
sindacalismo confederale, lo lanciasse nel nuovo millennio, con rinnovate energie, ecc.
L’analisi che dovremmo continuare a fare è quanto c’entra il venir meno delle ragioni
fondative della Cisl, dell’idea del sindacato libero dell'associazione, del sindacato
dell’autonomia, del sindacato della contrattazione, con le stagioni politiche che vedono in
qualche modo un progetto (quello nuovo potrebbe essere il partito democratico) che ha
bisogno di una sponda certa nel mondo del lavoro. Non voglio far processi a niente, ma dire
dire che quello che noi abbiamo ceduto in tutte le occasione è sempre in funzione del fatto che
in politica vi era una stagione di un certo tipo.
Noi sappiamo bene che dall’inizio della nostra storia una delle cose che sono rimaste da
definire, non per tutti perché il pubblico impiego l’ha già fatto, è la regolamentazione della
rappresentanza. Credo che su questo la Cisl ha provato almeno all’inizio degli anni 2000 a
resistere a tutti tentativi che ci cono stati, tentativi che si ripeteranno nuovamente. E quindi
noi faremmo bene, dal mio punto di vista, non solo a resistere a eventuali nuovi tentativi di
regolamentare la rappresentanza che sono sempre presenti, ma dovremmo riproporre elementi
di liberalizzazione della rappresentanza nel pubblico impiego proprio per scongiurare che vi
sia una attenzione verso la regolamentazione di tutta la rappresentanza. Direi che si potrebbe
tentare di utilizzare quello che usa Giovanni nell’ultimo paragrafo del suo libro quando
scrive: “ora si tratta risposte alle questioni sul tappeto, a cominciare dalla rappresentanza
sindacale. Scegliendo se accettare ciò che altri stanno cucinando da anni", perché questo è
purtroppo quello che sta capitando, "oppure se tornare a rivendicare la stessa autonomia
affermata dalla Cisl al suo sorgere come capacità di darsi da sola le norme di azione e di
organizzazione, quindi difendere e reclamare lo stesso statuto giuridico di libertà - dice lui -
che Bruno Storti rivendicò quando disse per che la Cisl il vero statuto dei lavoratori è il
contratto collettivo di diritto privato”. Poi in realtà succedevano altre cose. È questo
l’impegno che ci dobbiamo prendere. Io penso che si possano recuperare alla contrattazione
argomenti che sono scivolati in una regolamentazione legislativa. Questo lo può fare
l’organizzazione se si interrogherà in maniera molto decisa su questa stagione, perché solo
uscendo con chiarezza da questa stagione, da quello che è capitato in questo decennio degli
anni ’60, per proiettarci poi in questi ultimi trent'anni, per capire che quello che è avvenuto ha
bisogno non solo la Cisl ma l’intero Paese una organizzazione che sia veramente libera,
autonoma, che sia in grado di essere un rappresentante che fa la propria strada a prescindere
dalla politica che incontra. Questo dovrebbe essere lo stimolo che ci aiuta a guardare avanti.

Bechis
I ringraziamenti li faccio fare all'autore direttamente

Giovanni Graziani
I rigraziamenti sono dovuti, ma non formali. Siccome mi hanno un po' stimolato le tabelle che
ha fatto vedere Merli Brandini sulla libertà economica nel mondo, mi sembra giusto dare a
Cesare quello che è di Cesare. Nel senso che lo statuto dei lavoratori è una legge di 41
articoli. Se uno prende la legge spagnola che ha lo stesso nome, mi pare che sia di qualche
centinaio di articoli. Ed é solo la parte sui diritti sui lavoratori, poi c’è la legge sui sindacati
che sono altre centinaia. In fondo, con tutto quello che abbiamo detto oggi, la Cisl qualche
cosa era riuscita, in qualche modo, a salvare in quel momento: La relazione al disegno di
legge Brodolini diceva che il disegno di legge non si propone di istituire forme di
rappresentanza sindacale nelle aziende perché questo sarebbe contrario alla libertà di
associazione sindacale. Cosa che poi corrisponde all’ultimo documento che metto nel libro,
quello dell’Organizzazione Internazionale del lavoro del 1998: il principio di libertà di
associazione e il diritto di contrattazione come diritto fondamentale. Quindi, anche lo Storti
afono di quel periodo, o la Fim che seguiva altre idee, in fondo hanno piantato in qualche
modo una bandiera. Però è quella bandiera che ci diceva Betti, oggi è un po’ il punto in
discussione. È quello che manca per chiudere il cerchio. In fondo il problema dello Statuto, al
di là delle sue norme, articolo 18 o meno, è che apre un cerchio che per essere chiuso ha
bisogno della legge sulla rappresentanza. Sennonché la legge nazionale sulla rappresentanza,
che effetto potrebbe avere al di là di quel che si può dire? Sarebbe appunto una legge
nazionale. Ma quando le dinamiche economiche, e quindi la libertà economica, è di tipo
sovranazionale, va al di là dei confini, bisogna trovare un linguaggio capace di accompagnare
l’associazione sindacale ad esplicarsi anche come efficacia regolativa, contrattuale, secondo
altri strumenti. Ecco perché mi sembra attuale la prospettiva del contratto di diritto privato
come lo statuto delle relazioni sindacali. Faccio un esempio che forse piacerà a Gerardo
Bianco: il diritto privato e il diritto comune è un po’ come il latino del medioevo che era un
po’ il linguaggio comune, è quel linguaggio che si può capire in tutti i paesi e in base al quale
tutti i sindacati possono, se lo vogliono e quelli che lo vogliono, agire collettivamente e
organizzarsi conseguentemente per diventare soggetti di una regolazione efficace, che poi non
ha bisogno di aspettare che ci sia un governo che ti dia qualche diritto. Anche perché, come
diceva Samuel Gompers, chi ti dà quei diritti, poi domani te li può togliere, e te li può togliere
levandoti più di quello che ti ha dato.